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EUROPA
Nome denotante originariamente la Grecia centrale; esteso poi a tutta la Grecia, verso il 500 a.C. passò a indicare tutto il continente. Il confine naturale tra Europa e Asia fu generalmente identificato nel fiume Don. Nell'antichità, se si escludono le regioni più settentrionali come la Scandinavia, i territori del continente erano praticamente tutti conosciuti, ma il baricentro della civiltà era il Mediterraneo. La nozione di Europa cominciò a essere applicabile a un sistema di civiltà con caratteri propri soltanto dopo la dissoluzione dell'unità mediterranea, per secoli base dell'impero romano. Questo spostamento d'asse avvenne fra il V e l'VIII secolo grazie a quattro fattori. Il primo fu costituito dalle invasioni barbariche. Esse ebbero conseguenze etnolinguistiche irreversibili solo alla periferia dell'impero (oltre che nella meno romanizzata Britannia, nei paesi fiamminghi, in Renania e nelle province che corrispondono in parte alle attuali Baviera, Svizzera e Austria), ma mutarono profondamente le strutture giuridiche del mondo romano e contribuirono ad accelerare la ruralizzazione di quelle economiche e sociali. Il secondo fu il progressivo allontanamento religioso e culturale del mondo greco-bizantino da quello latino, rivelatosi nel fallimento della riunificazione promossa da Giustiniano e nei continui conflitti teologici dei quali lo scisma d'Oriente (1055) costituì una tardiva presa d'atto. Il terzo fattore fu l'espansione religiosa e politica dell'Islam, che fece passare gran parte del Mediterraneo sotto il controllo arabo e contribuì a ridurre i rapporti fra l'impero d'Oriente e l'Occidente latino. Il quarto fattore furono le conquiste dei franchi e di Carlo Magno, che crearono di fatto una nuova area geopolitica estesa da Aquisgrana a Roma e da Barcellona all'Elba e al medio Danubio pannonico.

LA RESPUBLICA CHRISTIANA. Il confronto tra le frontiere dell'impero romano e quelle dell'impero carolingio mostra il grande cambiamento avvenuto. Nel primo si era realizzata attraverso il Mediterraneo una continuità di civiltà che andava dalla Spagna e dalla Sicilia all'Africa mediterranea e alla Siria, mentre al di là del limes renano-danubiano cominciava il mondo della barbarie. Il secondo aveva annesso con la conquista e la cristianizzazione la regione fra Reno ed Elba, ma si era dovuto arrestare di fronte a due frontiere meridionali, quella con la Spagna araba e quella dell'Italia del sud, ancora a lungo punto di scontro fra bizantini e arabi. La Spagna restò un'area di frontiera fino al XIII secolo e soltanto molto oltre questa data Gibilterra divenne un preciso confine fra Europa e Islam. Quanto all'Italia meridionale, nel X e XI secolo vi fallirono i tentativi di espansione degli imperatori tedeschi della dinastia di Sassonia; la conquista riuscì poi ai normanni, che tuttavia rivolsero il regno di Sicilia piuttosto verso il Mediterraneo e l'impero bizantino che verso l'Europa. Dopo Carlo Magno lo sviluppo dell'Europa avvenne in due forme, una esterna e l'altra interna. La prima riguardava il mondo slavo che si era venuto costituendo nei secoli VI e VII a oriente dell'Elba e nell'area danubiano-balcanica e verso il quale nel IX secolo l'Occidente cattolico-carolingio agì in concorrenza con l'Oriente ortodosso-bizantino. L'evento chiave fu costituito dallo stanziamento degli ungari (895) nella regione che da loro prenderà il suo nome. Essi si incunearono fra gli slavi settentrionali (polacchi, boemi) e quelli meridionali (serbi e bulgari slavizzati): i primi restarono nell'area di influenza della Chiesa romana e dell'impero, i secondi furono cristianizzati (insieme ai russi) dall'impero bizantino. La vittoria di Ottone I a Lechfeld (955) pose fine alle scorrerie ungare in Germania e in Italia e fu seguita dal primo tentativo, prevalentemente militare, di espansione tedesca a est, ma i principi di Polonia e di Ungheria si convertirono al cattolicesimo e si fecero dare dal papa la corona di re, mantenendo così la loro indipendenza religiosa e politica. Nello stesso periodo avveniva l'ingresso nella cristianità occidentale dei danesi e degli altri popoli scandinavi. Consolidatasi nei decenni intorno al Mille, l'Europa in principio coincise con la cristianità (occidentale) e fu retta da un duplice principio religioso e politico, del quale gli imperatori cercarono di essere l'unico vertice, finché la rivoluzione della Riforma gregoriana e della lotta per le investiture sottrasse la Chiesa al controllo imperiale. Intanto cominciava lo sviluppo interno dell'Europa, con la colonizzazione di vaste zone in precedenza occupate da boschi e paludi e con la comparsa simultanea dell'Europa dei villaggi, delle rotazioni triennali e dei mulini (rivoluzione agricola) e delle città. Una nuova fase dello sviluppo esterno dell'Europa fu un proseguimento della crescita demografica, agricola e commerciale dell'XI secolo.

IL CONSOLIDAMENTO DOPO IL MILLE. Riprendeva dopo il 1100 la spinta tedesca a est, nella forma della colonizzazione della vasta area fra Elba e Oder, accompagnata e protetta dalle armi dei cavalieri teutonici e proceduta nel XIII secolo nell'area baltica, dalla Prussia orientale alla Livonia. La nascita di una civiltà rurale in Germania orientale e di un urbanesimo commerciale nel Baltico furono solide acquisizioni europee, mentre soltanto effimera si rivelò la creazione delle colonie dei crociati in Palestina (Regno di Gerusalemme), sopravvissute assai precariamente per meno di un secolo. Le crociate furono in gran parte un episodio della storia dell'Oriente mediterraneo, mentre la simultanea decadenza araba e bizantina nella seconda metà dell'XI secolo ebbe invece immediate conseguenze sulla storia europea, perché consentì al commercio di lusso controllato dalle città italiane (Pisa, Genova, Venezia) di saldare il Mediterraneo con l'Europa continentale. L'ulteriore sviluppo interno dell'Europa passò allora attraverso le vie commerciali terrestri che unirono, tramite le fiere dello Champagne, i due grandi sistemi urbani sorti alle sue estremità, quello fiammingo-renano a nord e quello dell'Italia centrosettentrionale a sud. L'apertura dei valichi alpini nel corso del XIII secolo intensificò i traffici intereuropei e consentì nel XIV lo sviluppo di nuovi poli urbani in Germania meridionale (Francoforte, Norimberga) e orientale (Lipsia, Praga), a loro volta connessi con i commerci del Baltico dominati dalla lega anseatica. Il massimo sviluppo dell'Europa medievale commerciale e urbana fu raggiunto nei primi decenni del XIV secolo in coincidenza con l'apertura di una nuova rete di comunicazioni fra il Mediterraneo e l'Europa, la via marittima, più rapida ed economica, che unì Genova e poi Venezia al mare del Nord. Mentre si facevano più fitte le maglie del sistema urbano-commerciale, per altri aspetti l'espansione europea stava raggiungendo i suoi limiti.

LE INDIVIDUALITÁ NAZIONALI E LA CONQUISTA DEL MONDO. Su un'Europa fortunosamente sottrattasi alle invasioni mongole, e nella quale la tensione fra popolazione e risorse si stava facendo grave, cadevano in successione carestie ed epidemie (peste); e mentre si chiudeva la "frontiera interna" (con l'arrestarsi dei dissodamenti per la prossima rottura dell'equilibrio campi-boschi) si chiudeva anche la frontiera esterna, allorché la potenza dell'ordine teutonico dovette arrestarsi di fronte al regno di Polonia-Lituania che aveva fatto sue le immense e disabitate distese dell'Ucraina. Compariva allo stesso tempo una nuova minaccia dal sud dei Balcani, i turchi ottomani, la cui espansione in Europa, cominciata nel 1354 (presa di Gallipoli), proseguì fino alla conquista di gran parte dell'Ungheria. Il rinnovato spirito di crociata contro gli ottomani diede luogo solo a catastrofi, da Kosovo (1389) a Mohàcs (1526), mentre dall'episodio apparentemente marginale della conquista portoghese di Ceuta (1415) derivarono le premesse dell'espansione europea sugli oceani e della formazione dei grandi imperi coloniali. Una svolta decisiva fu impressa dalle scoperte geografiche dei portoghesi Bartolomeo Diaz (1487) e Vasco da Gama (1498), i quali avevano individuato, doppiando la punta dell'Africa, la rotta per collegare l'oceano Atlantico all'oceano Indiano, grazie alla quale fu sottratto all'impero ottomano il monopolio del controllo dei traffici con l'Oriente. L'espansione della potenza ottomana nei Balcani meridionali minacciava infatti il controllo veneziano sui mercati dell'estremo Oriente. Dal 1521 i turchi occuparono del resto buona parte dell'Ungheria, giungendo alle porte di Vienna. Da questa espansione l'Europa fu fortemente condizionata fino alla fine del XVII secolo. Mentre le scoperte geografiche (anche quella di Cristoforo Colombo) non giungevano ancora a modificare la realtà della vita europea, questa venne percorsa nel Cinquecento da lunghe guerre e complessi intrecci dinastici, matrimoni e alleanze, con il rafforzamento delle grandi monarchie dal punto di vista dell'assetto territoriale e dell'amministrazione interna. Per il suo apparato burocratico si distinse soprattutto la Francia dei Valois, dove veniva esautorata la nobiltà feudale. Analogo processo di accentramento, anche se meno imponente, si ebbe nell'Inghilterra dei Tudor con l'istituzione della Camera stellata, consiglio ristretto del re. In Italia piccoli stati regionali, quali quelli milanese, veneziano e fiorentino, avevano raggiunto un grado avanzato di organizzazione politica e sociale fin dalla metà del Trecento, distanziandosi in questo senso dalle realtà politiche rappresentate dai possedimenti del papa e dai regni di Napoli e di Sicilia. L'elezione al trono imperiale di Carlo V (23 ottobre 1520), figlio di Filippo I d'Asburgo e di Giovanna di Spagna, erede di molte dinastie, concentrò nelle mani di una sola persona un complesso di stati senza precedenti, dai Paesi bassi al Perù, costituendo una minaccia per l'equilibrio europeo e provocando un aspro conflitto con il re di Francia Francesco I, appoggiato dall'Inghilterra e dagli ottomani. In questa fase di conflittualità si innestò la frattura religiosa dell'Europa cristiana, con la contrapposizione tra la Riforma, avviata da Martin Lutero, e la Chiesa di Roma, contestata nel suo dominio temporale e nel suo rilassamento morale. Si aprì così un lungo periodo di guerre di religione (1521-1598) in Europa e soprattutto in Francia non sufficientemente arginato né dal relativo equilibrio raggiunto con la pace di Cateau Cambrésis (1559) né dall'opera di riforma avviata dal concilio di Trento (1545-1563). Con la pace di Augusta (1555) la Germania rimase divisa in regioni di fede cattolica e regioni di fede protestante. All'abdicazione di Carlo V (1556) i domini asburgici vennero separati, tra domini spagnoli e fiamminghi al figlio Filippo II e domini germanici al fratello Ferdinando I imperatore, così svelenendo almeno in parte i rapporti tra le potenze. Dopo un periodo di floridità economica e di incremento demografico, nel 1575 ricomparve la peste: da allora fino al 1710-1720 si susseguirono carestie, epidemie, ristagni e decrementi demografici secondo l'andamento tipico delle società di antico regime.

L'EQUILIBRIO EUROPEO. Nella prima metà del XVII secolo si verificarono comportamenti sociali nuovi e condizioni economiche complesse (crisi del Seicento). Le rivolte che scoppiarono ovunque, anche oltre i confini europei, si sovrapposero al perpetuarsi dei contrasti religiosi tra cattolici e protestanti culminati nella guerra dei Trent'anni (1618-1648). La Svezia, togliendo territori ai russi, ai tedeschi e ai danesi, si estese progressivamente nell'area del Baltico, diventando la monarchia più forte dell'Europa settentrionale e riducendo la Polonia a regno minore. La Boemia venne degradata da regno autonomo a feudo ereditario della dinastia asburgica; Germania e Italia continuavano a essere divise in più stati. Mentre la borghesia calvinista di un'Olanda in forte ascesa (formata dall'unione delle sette province del nord dei Paesi bassi avvenuta nel 1579) si attestava attorno a un governo repubblicano federale, la società inglese, sotto la dinastia degli Stuart, attraversò una guerra civile (1642-1648) e un'aspra lotta tra parlamento e monarchia, che sfociò nella Glorious Revolution del 1688-1689, in seguito alla quale salì al trono Guglielmo III d'Orange, statolder d'Olanda. Da allora l'Inghilterra si pose come forza predominante nella lotta contro le aspirazioni francesi sul continente. In Francia l'opposizione nobiliare era stata piegata dall'assolutismo regio di Luigi XIV (1661-1715), mentre si indeboliva la potenza spagnola dopo la crisi economica del suo impero coloniale e il fallimento dell'unificazione col Portogallo e del progetto egemonico in accordo con gli Asburgo d'Austria. La Polonia, che dal 1572 era divenuta una monarchia elettiva, continuò a essere uno stato multinazionale, ma sempre più stretto all'ortodossia cattolica e chiuso alle altre confessioni. In Russia dal 1613 si era insediata stabilmente sul trono imperiale la dinastia dei Romanov, che regnò fino al 1917. Al tempo di Pietro il Grande (1682-1725) l'espansione russa aveva ormai soppiantato la Svezia nel dominio del mar Baltico, dove si estendeva anche la potenza degli Hohenzollern, alla quale nel 1618 era stato aggiunto l'elettorato del Brandeburgo e, dopo la pace di Westfalia (1648), la Pomerania orientale. Con Federico Guglielmo di Hohenzollern (1640-1688) la Prussia divenne uno stato centralizzato, militarmente molto forte e aperto alla tolleranza religiosa; questa politica fu perseguita dai suoi successori Federico I (1701-1707, col titolo di re di Prussia) e Federico Guglielmo I (1713-1740). Nel 1699 si era sancita l'unione tra Ungheria e Austria nella persona dell'imperatore, dopo che nel 1683 Ungheria, Croazia e Slavonia erano state liberate dai turchi. L'assetto politico europeo subì nuovi mutamenti con le guerre di successione spagnola, polacca e austriaca (1700-1748). Dopo la guerra di successione spagnola (1713), la Lombardia, il Napoletano e la Sardegna (poi scambiata con la Sicilia e passata nel 1720 ai Savoia) vennero attribuiti all'Austria, che si sostituì alla precedente dominazione spagnola nella penisola italiana. Nel 1714 col trattato di Rastadt fu conclusa la pace tra Austria e Francia, indebolita dalle continue guerre di Luigi XIV. Alla morte dell'imperatore Carlo VI e dopo che alla figlia Maria Teresa fu riconosciuto il diritto di successione (1748), in Europa si verificò un rovesciamento delle classiche alleanze che, a eccezione dell'Inghilterra, mirante ad arginare le mire espansionistiche di Federico II di Prussia, sfociarono nella guerra dei Sette anni (1756-1763), la prima di dimensioni mondiali, in quanto coinvolse le colonie atlantiche, i Caraibi e le Indie orientali. L'Inghilterra, che nel 1707 si era unita con la Scozia nel Regno unito di Gran Bretagna, dal 1714 ebbe come re il tedesco Giorgio I della dinastia degli Hannover. Gli Asburgo-Lorena ebbero il governo del Granducato di Toscana dopo l'estinzione della famiglia Medici (1737) e i regni di Napoli e di Sicilia passarono dall'Austria ai Borbone di Spagna (1735). In tutta Europa e in alcuni stati italiani (Toscana, Piemonte, Lombardia, Regno di Napoli) si tentarono una serie di riforme economiche, fiscali e sociali non sempre coronate da successo. Vasta eco aveva ovunque il movimento illuminista francese. La Gran Bretagna, grazie all'accorta politica rivolta a garantire gli equilibri di potenza e all'espansione coloniale condotta nella prima metà del Settecento, era divenuta la maggior potenza mondiale, arbitro dell'equilibrio continentale. Le particolari condizioni dell'economia e della società britannica, oltre che le innovazioni tecnologiche nell'industria tessile, fecero avviare il complesso fenomeno della rivoluzione industriale a cui corrispose un generale e inarrestabile incremento demografico. Il rinnovamento prodottosi nella speculazione filosofica e politica europea, in particolare inglese e francese, fornì un fondamentale sostegno ideologico a eventi diversi e geograficamente lontani. Insieme con la dichiarazione d'indipendenza delle tredici colonie atlantiche dal dominio britannico (1776) ciò accelerò la crisi dell'antico regime e il processo rivoluzionario francese (1789), che nel 1792 portò al crollo della monarchia di Luigi XVI facendo salire alla ribalta il Terzo stato, contrapposizione eterogenea all'aristocrazia e al clero. Presa la via della guerra contro l'intera Europa e fallita l'attuazione di una democrazia rappresentativa, la Francia aderì alla dittatura militare e imperialista di Napoleone Bonaparte (1799), per quanto ciò comportasse anche l'esportazione di molti di quei principi e di quelle libertà civili proclamate nella Dichiarazione dell'uomo e del cittadino del 1789.

LO SVILUPPO CONTEMPORANEO. Nel 1750 il continente contava 140 milioni di abitanti, appena quaranta più del secolo precedente. Cento anni dopo erano divenuti 266 milioni e dopo altri cento anni, nel 1950, 536 milioni, benché si calcoli che tra il 1820 e il 1940 ne siano emigrati circa sessanta milioni. Insieme con la rivoluzione atlantica, alle radici dell'accelerazione dello sviluppo testimoniata da queste cifre stanno la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese, che aprirono la strada al trionfo del capitalismo. Le imprese napoleoniche e l'esempio della rivoluzione americana e delle guerre d'indipendenza americane resero evidente l'intrinseca debolezza dell'equilibrio politico europeo, dovuta alla composizione multietnica degli imperi ottomano, asburgico e russo e alla frammentazione in tanti piccoli principati di Italia e Germania. Mentre in tutte queste aree i contrasti si manifestavano soprattutto sotto forma di insofferenze nazionali ed etniche, soltanto in Francia e in Gran Bretagna, le due maggiori potenze ormai sulla via dell'industrializzazione, si esprimevano in pieno le nuove forze sociali e politiche organizzate in movimenti, partiti e prime forme di mutua assistenza sindacale. La Francia visse dal 1814 al 1871 un susseguirsi di rivoluzioni e colpi di stato, che, specie nel 1848, offrì un modello a tutti gli altri paesi, e da cui nacque la prima stabile repubblica parlamentare d'Europa (1871-1940). La Gran Bretagna, grazie alla vittoria su Napoleone, poté consolidare non solo il predominio mondiale, ma anche il sistema monarchico costituzionale, che divenne, con la sua pacifica alternanza di schieramenti nell'ambito del solido dominio della grande borghesia, esemplare per tutti i liberali moderati europei. L'unificazione dell'Italia (1861) e della Germania (1870) mise in campo nuove energie capitalistiche e quindi nuovi appetiti imperialistici. Il congresso (1878), e poi la conferenza di Berlino (1884) vollero sancire un regime di equilibrata convivenza sia tra gli imperi continentali sia tra le potenze coloniali. In realtà innescarono nuovi motivi di irredentismo e di gelosie imperialistiche tra vecchie e nuove potenze. Di questo precario equilibrio, che frenò il movimento del proletariato urbano per migliori condizioni economiche e di vita e per l'effettiva parità politica, soffrì lo sviluppo della democrazia. K. Marx e F. Engels avevano affermato che col 1848 un fantasma si aggirava per l'Europa: il comunismo. Il fantasma rimase sempre tale, ma per oltre un secolo tenne deste le paure dei ceti dirigenti e le speranze del proletariato europeo. Il sogno di creare, con l'Internazionale, dei vincoli di solidarietà proletaria che superassero i confini nazionali fu infranto però dalla capacità di ciascuna grande potenza di cooptare la maggioranza dei lavoratori nei disegni di espansione economica e territoriale, in nome di un sempre più diffuso ed equivoco nazionalismo, e di scaricare parte delle tensioni sociali favorendo l'emigrazione.

IL SECOLO DELLE RIVOLUZIONI. Tensioni interimperialistiche e tensioni nazionalistiche all'interno dei grandi imperi sfociarono nella Prima guerra mondiale (1914-1918). Col suo bagno di sangue essa portò a compimento un duplice processo di liberazione: quella delle masse come protagoniste della vita degli stati e quella delle nazionalità. Con il disfacimento degli imperi continentali e la nascita di una decina di nuovi stati nazionali sorse l'illusione della "fine di ogni guerra". In realtà, soprattutto per l'iniquità e la miopia della conferenza di Versailles (1919), ma anche per l'impossibilità di forzare la varietà delle culture e delle etnie entro confini netti, le antiche cause di conflitto venivano solo nascoste e nuove ne sorgevano, non ostacolate neppure dalla nascita dell'Urss, sorta come entità internazionalista ma presto rivelatasi nuovo impero multietnico. I contrasti si ripresentarono negli anni trenta ingigantiti dalla nazionalizzazione delle masse. I principali paesi, infatti, anche in funzione di aberranti politiche autarchiche, puntarono a una sempre più decisa identificazione fra masse e stato, che giunse al culmine nei regimi autoritari sorti in Urss, Italia, Polonia, Portogallo, Iugoslavia, Spagna e Germania, ma presente, sia pure con misura, anche nelle democrazie più solide come la Gran Bretagna, la Francia e i paesi scandinavi. Nella guerra civile spagnola (1936-1939) il braccio di ferro fra totalitarismo e democrazia fu minacciosamente vinto dalla soluzione autoritaria. Al termine della Seconda guerra mondiale (1939-1945) quella minaccia era sconfitta ma l'Europa si trovò prostrata per le distruzioni e le vittime: oltre venti milioni, fra cui più di sei milioni di ebrei dell'Europa centrale, uno dei fattori costituenti della sua civiltà. Ma essa era soprattutto privata del ruolo di motore propulsivo della storia dell'umanità che aveva detenuto per oltre cinquecento anni, e divisa nettamente, in seguito alla conferenza di Potsdam (1945), tra area occidentale e area orientale. Per la prima volta era costretta a riconoscere che la propria identità era paradossalmente data dalle differenze nazionali e dalla distinzione dal resto del mondo, dove campeggiavano Usa e Urss, e a prendere atto del processo di liberazione dei paesi coloniali. Con la guerra fredda, che faceva per la prima volta l'Europa campo di contesa fra potenze esterne, si rinvigorì l'idea, fino ad allora di pochi utopisti, di unità europea. Negli anni cinquanta prese quindi avvio con il Mec (Cee) (1957) un'"Europa" che man mano aggregava le nazioni occidentali esclusivamente sul piano economico, ma sempre in contrapposizione all'intero blocco orientale, comprendente altrettanti paesi europei (Comecon), e sottintendendo una identità ideologica e una comunanza strategica (atlantismo) contrapposta a un'altra. Mentre la Gran Bretagna, orfana dell'impero, recalcitrava, la Francia di De Gaulle contrapponeva una "Europa delle patrie" all'"Europa dei popoli" patrocinata dalle sinistre. Gli organismi sovranazionali costituiti configuravano però niente più che un'"Europa dei governi", appena attenuata dall'elezione popolare del parlamento di Strasburgo (dal 1979), dall'integrazione monetaria e del mercato del lavoro e, soprattutto, dall'unificazione delle due Germanie, in precedenza appartenenti ai due blocchi opposti. Il crollo dell'intero blocco orientale (1989-1991), compresa la stessa Urss, mentre apriva la via a un'idea di Europa geograficamente e culturalmente più autentica, scatenava anche nuove tensioni nazionali ed etniche, esplose in particolare fra etnie e repubbliche una volta appartenenti all'Urss e alla Iugoslavia.
Il processo di riconversione al capitalismo dei paesi dell'Europa orientale provocò rivolgimenti sostanziali dovuti al cambiamento significativo del tenore di vita della popolazione (disoccupazione, inflazione, corruzione) e all'affermazione di una nuova classe dirigente. Nei vari paesi si affermarono così regimi più o meno democratici, con il manifestarsi di tensioni che in molti casi portarono allo scontro armato, come in Albania nel 1991 e nel 1997. In Iugoslavia si arrivò a una vera e propria guerra civile (1991-95) al termine della quale la penisola balcanica si scompose in differenti unità statali (Slovenia, Bosnia-Erzegovina, Croazia) rimanendo per tutti gli anni novanta un focolaio permanente di crisi. La Cecoslovacchia si divise, invece, in Repubblica ceca e in Slovacchia (1993); un processo avvenuto pacificamente e determinato dal riaprirsi di contrapposizioni nazionali, determinate da differenti prospettive di sviluppo. Anche l'Europa occidentale non fu comunque immune da rivolgimenti: restavano aperte le questioni nazionali (Ulster, Paesi Baschi), anche se proseguì con successo il processo di integrazione, con la trasformazione della Cee in Unione europea (1992) e l'adozione di una moneta unica (1999).


P. Cuzzolin, S. Guarracino, M.P. Paoli, G. Petrillo



O. Bariè, Problemi storici della civiltà europea, Marzorati, Milano 1972; A. Tenenti, La civiltà europea nella storia mondiale, Il Mulino, Bologna 1980; E. Hinrichs, Alle origini dell'età moderna, Laterza, Roma-Bari 1984; H. Kamen, L'Europa dal 1500 al 1700, Laterza, Roma-Bari 1987.
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