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PROLETARIATO
Categoria sociale definita da Marx (dopo esser stato utilizzato nel corso dell'età moderna per indicare un aggregato molto composito di poveri ed emarginati, contrapposto alla borghesia) nel Manifesto del partito comunista (1848) in due accezioni: quella più ristretta, riferita all'operaio di fabbrica, e quella più ampia, riferita all'insieme dei lavoratori salariati e produttivi, esclusi dalla proprietà dei mezzi di produzione e sottomessi al comando capitalista.

LA FORZA LAVORO PER L'INDUSTRIA.
Per quanto in Europa una sorta di proletariato esistesse già nelle città medievali e crebbe a partire dal XVI secolo come conseguenza della trasformazione in proletari di molti artigiani tradizionali, la formazione di questa nuova classe sociale ebbe originariamente luogo nell'Inghilterra della rivoluzione industriale. La formazione della grande massa proletaria avvenne lungo un paio di secoli e fu avviata dal processo di dissoluzione delle proprietà feudali e delle prime recinzioni delle terre comuni (XVI-XVII secolo), che creò contadini spossessati o dediti alla coltivazione di appezzamenti troppo piccoli per il sostentamento proprio e delle famiglie. A ciò si aggiunse il crescente esclusivismo delle gilde che fornì indirettamente all'industria rurale la manodopera esclusa dalle corporazioni. Numericamente il proletariato era tuttavia ridotto nei secoli XVI e XVII, tanto che nei periodi di più grave deficienza di lavoratori salariati si faceva ricorso all'arruolamento forzoso degli operai. Strumento per la creazione di una manodopera proletaria fu quindi anche la severità delle legislazioni contro il vagabondaggio, diffusa, oltre che in Inghilterra, in Francia, nelle Fiandre e in tutto il continente e principalmente diretta, fino a tutto l'Ottocento e nel primo decennio del XX secolo, a scoraggiare quelle che gli interessati moralisti contemporanei definivano le tendenze oziose dei poveri, e ad avviarli coattivamente al lavoro. Allo stesso esito contribuì la differenziazione economica introdotta nelle comunità di produttori grazie alla creazione di monopoli nella gestione di determinate attività e al concorso dell'attività di usura. Lo sviluppo di questi fenomeni nel corso del XVII e del XVIII secolo mise a disposizione del capitalismo consistenti settori di popolazione, utilizzati fino alla metà dell'Ottocento quasi esclusivamente nel quadro dell'industria a domicilio e della manifattura industriale. Solo nell'ultimo quarto del XIX secolo la classe lavoratrice cominciò ad assumere il carattere omogeneo di un proletariato di fabbrica. La sopravvivenza delle tradizioni individualistiche dell'artigiano e del lavoratore qualificato e il complicato sistema di gerarchie e di subappalti all'interno della stessa fabbrica ostacolavano il formarsi di una "coscienza di classe" e la costituzione di associazioni sindacali e di resistenza con compiti di difesa contro l'arbitrio personale. Gli operai mantenevano abitudini proprie della bottega artigiana e della produzione domestica e opponevano un'ostinata resistenza ai tentativi di imporre loro la disciplina e i ritmi di lavoro della fabbrica. La forza lavoro industriale comprendeva, oltre alla manodopera qualificata d'origine artigianale, vasti strati di dequalificati e soprattutto donne e bambini, rispetto ai quali (come verso tutti i non qualificati) la solidarietà degli artigiani qualificati era molto debole, in quanto essi, costretti ad accettare paghe infime, rappresentavano dei concorrenti pericolosi. L'integrazione della manodopera nell'ordinamento produttivo stabilito dall'imprenditore fu un passaggio altrettanto importante quanto quello della formazione di una manodopera disponibile al lavoro salariato e della presenza di forza-lavoro inoccupata, che costituisce l'esercito industriale di riserva, su cui gli imprenditori possono contare per contenere i salari degli occupati. Componente importante del proletariato è quella che si divide tra il lavoro agricolo e quello industriale (contadini-operai): settore difficile da piegare alla disciplina di fabbrica per le sue caratteristiche culturali, ma anche flessibile rispetto ai tempi e ai modi della produzione, in quanto può più facilmente essere utilizzato o allontanato dal lavoro secondo le richieste del mercato. Il disciplinamento della forza operaia va di pari passo con il problema dell'innovazione tecnologica. La crescente meccanizzazione dell'industria richiede infatti che la manodopera si adegui a una progressiva dequalificazione del proprio lavoro. Si instaura pertanto una lotta silenziosa, all'interno del processo produttivo stesso, tra l'imprenditore capitalistico e l'operaio qualificato per il controllo delle conoscenze necessarie alla produzione, dei segreti del mestiere, del tempo necessario alla produzione stessa. Questo processo, come quello del disciplinamento della manodopera, ha tempi molto lunghi, ma soprattutto tende a rinnovarsi continuamente lungo tutto l'arco della storia dell'industria, seguendo i ritmi dell'innovazione tecnologica nei diversi paesi.

IL PROLETARIATO COME SOGGETTO POLITICO: PARTITI, SINDACATI, STATO. Per tutto il Novecento il proletariato costituì, e tuttora costituisce, la base e il riferimento centrale per i sindacati e il movimento operaio, come principale forza antagonista organizzata contro il dominio capitalista. La diagnosi marxiana suggeriva alle organizzazioni che a essa si ispiravano un processo di progressiva proletarizzazione dell'intera società. Questo processo non avrebbe riguardato la sola forza lavoro della fabbrica ma anche i ceti medi, impiegatizi e commerciali, artigiani e agricoli che sarebbero stati assimilati al proletariato di fabbrica. Quest'ultimo avrebbe dovuto restare la forza trainante del processo di liberazione umana nel percorso verso la socializzazione dei mezzi di produzione. A tale ipotesi si ispiravano le componenti del socialismo della fine dell'Ottocento, nelle versioni sia riformistiche sia rivoluzionarie. L'instaurazione di regimi socialisti avvenne tuttavia in paesi (Russia e Cina in primo luogo) che non rappresentavano la punta avanzata dello sviluppo industriale capitalistico. Nei paesi industriali avanzati, nel corso del Novecento, le forme di difesa del proletariato seguirono due vie: nei paesi dell'Europa centrosettentrionale la realizzazione di forme di socialdemocrazia più o meno avanzate e l'instaurazione del welfare state; in altri paesi, e soprattutto negli Stati Uniti, la difesa del proletariato fu affidata essenzialmente all'azione dei sindacati. Si realizzò quindi una profonda differenziazione tra le condizioni del proletariato dei paesi industrializzati e quello dei paesi sottosviluppati: i progressivi miglioramenti di quello che è definito il nord del mondo sembra essere avvenuto a spese del sud (Terzo mondo). Nei paesi industrialmente avanzati dopo gli anni sessanta fu forte l'espansione del settore terziario, mentre gli addetti alla produzione industriale (nel linguaggio sociologico corrente racchiusi spesso nella definizione "classe operaia centrale") fecero registrare nelle società più ricche una progressiva contrazione numerica. Questo ordine di fenomeni suggerì l'ipotesi di una progressiva scomparsa del proletariato. Tuttavia cresce una fascia di lavoratori precari, che operano in settori marginali, non garantiti e non riconducibili alla definizione marxiana di sottoproletariato (Lumpenproletariat, costituito da inoccupati o sottoccupati disponibili a una funzione controrivoluzionaria), che esprimono d'altra parte tendenze a una forte microconflittualità sociale, destinate a rinnovare in nuovi soggetti sociali il ruolo del proletariato, riproponendo la dicotomia indicata da Marx.

L. Ganapini


M. Dobb, Problemi di storia del capitalismo, Editori riuniti, Roma 1974; J.H. Goldthorpe, D. Lockwood, Classe operaia e società opulenta, Angeli, Milano 1973; S. Merli, Proletariato di fabbrica e capitalismo industriale. Il caso italiano, 1880-1900, La Nuova Italia, Firenze 1973; A. Touraine, La coscienza operaia, Angeli, Milano 1969.
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