Mammiferi Carnivori.

n Animali Insetti Passeracei

b Mammiferi Carnivori

Introduzione Felini Leone (Panthera leo)

Leone del Senegal (Panthera leo senegalensis) Leone di Guzarate (Panthera leo persica) Puma, Leone Argentato o Coguaro (Felis concolor) Yaguarundi (Felis yaguarundi) Eyra (Felis eyra)

Tigre Reale (Panthera tigris) Tigre dalle Grosse Gambe (Panthera tigris macroscelis) Giaguaro (Panthera onca Gatto Panterino (Felis pardalis) Maracaya (Felis tigrina) Gatto dalla Lunga Coda (Felis macrurus) Colocolo (Felis ferox) Gatto delle Pampas (Felis pajeros) Leopardo (Panthera pardus)

Pantera Nera (Panthera pardus melas) Irbis (Panthera) Leopardo Marmoreggiato (Felis marmoratus) Serval (Felis serval) Tarai (Felis viverrina) Kueruch (Felis minuta) Gatto Selvatico o Comune (Felis silvestris) Manul (Felis manul) Gatto Nubiano (Felis lybica) Gatto Domestico (Felis domestica) Gatto D'Angora (Felis domestica angorensis) Lince D'Europa (Lynx lynx) Lince Leopardina (Lynx pardellus) Lince del Canada (Lynx canadensis) Lince Rossa (Lynx rufus)

Caracal (Lynx caracal) Lince Calzata (Lynx caligatus) Lince Palustre (Lynx chaus) Ghepardo (Acinonyx jubatus) Cani Kolsun o Dole (Cuon dukhunensis) Buansu' o Buansuah (Cuon alpinus) Adjak (Cuon rutilans) Caberu (Canis simensis) Dingo (Canis dingo) Cani Domestici Cane Nudo o Cane D'Africa (Canis familiaris) Veltro Cane Italiano Cane Danese Molosso Alano Alano del Tibet Cane del San Bernardo Botolo Bassotto Cane da Lontre Cane da Caccia

Cani incalzanti: Cane da Cervi Cane da Volpe Cane Aizzante Bloodhound Setter Mastino Cane da Quaglie Cane da Beccaccia Cane King-Charles Cane di Terranova Cane da Quaglie Acquatico Barbone Grifone Cane da Casa Cane da Pastore Cane di Pomerania Cane degli Eschimesi Canidi Lupo (Canis lupus) Lupo Nero D'America (Canis pallipes) Abu-El-Hussein (Canis lupaster) Sciacallo (Canis aureus) Sciacallo dalla Gualdrappa (Canis mesomelas) Sciacallo Lupo (Canis anthus) Maikong o Karasissi (Dusicyon cancrivorus) Lupo delle Praterie (Canis latrans) Volpe Comune (Vulpes vulpes) Aquarachay (Dusicyon azarae) Volpe Polare (Alopex lagopus) Corsac (Vulpes corsac) Caama (Vulpes Caama) Fennec o Volpe del Deserto (Fennecus zerda) Otocione (Otocyon megalotis) Cane-Iena o Licaone (Lycaon pictus)

Iene Iena Macchiata (Crocuta crocuta) Iena Bruna (Hyaena brunnea) Iena Striata (Hyaena hyaena) Protele (Proteles cristatus) Viverre o Zibetti Civetta o Zibetto Africano (Civettictis civetta) Zibetto Indiano (Civettictis zibetha) Viverra Dell'India (Vivetricula indica) Lisang Dilungdung (Prionodon linsang) Genetta (Genetta genetta) Genetta del Senegal (Genetta senegalensis) Emigale (Hemigale derbiana) Icneumone (Herpestes ichneumon) Mungo (Herpestes javanicus) Melon (Herpestes widdringtonii) Mangosta Zebrata (Crossarchus zebra) Urva (Herpestesurva) Cinite (Cynictis steedmanni) Suricato (Suricata tetradactyla) Crossarco (Crossarchus obscurus) Paradossuro Tipo (Paradoxurus typus) Musang (Paradoxurus hermaphroditus) Paradossuro Larvato (Paguma larvata) Binturong (Arctictis binturong) Maupalon (Cynogale bennetti) Fossa (Cryptoprocta ferox)

Mustele Tasso (Meles meles) Tasso D'America (Taxidea Taxsus) Tasso Fetente (Mydaus meliceps) Balisaur (Arctonyx collaris) Chinga (Mephitis chinga) Zorilla (Poecilogale mustelina) Ratelo del Capo (Mellivora capensis) Ratelo Indiano (Mellivora indica) Ghiottone Artico (Gulo gulo) Taira (Galera barbara) Grigione (Grison vittatus) Martora (Martes martes) Faina (Martes foina) Zibellino (Martes zibellina) Martora del Canada (Martes canadensis) Puzzola (Mustela putorius)

Furetto (Mustela putorius furo) Donnola (Mustela nivalis) Ermellino (Mustela erminea) Visone Europeo (Lutreola lutreola) Mink o Visone Americano (Lutreola Vison) Lontra Comune (Lutra vulgaris)

Orso Comune (Ursus arctos) Orsi Lontra Marina (Enhydra lutris) Orso Isabellino o Soriano (Ursus isabellinus) Grizzly (Ursus horribilis) Baribal o Muskwa (Euarctos americanus)

Orso del Tibet (Selenarctos tibetanus) Bruan (Helactos malayanus) Orso Labiato (Melursus ursinus) Orso Polare (Thalarctos maritimus) Procione Comune (Procyon Lotor) Aguara (Procyon cancrivorus) Nasua Sociale (Nasua socialis) Nasua Solitaria (Nasua solitaria) Cercoletto (Potos flavus) Panda (Ailurus fulgens) Panda Maggiore (Ailuropoda melanoleuca)

VITA DEGLI ANIMALI - MAMMIFERI - CARNIVORI

INTRODUZIONE

Nel corso di tutti i nostri studi ci siamo potuti convincere che la struttura delle mani dei mammiferi ha sempre guidato i naturalisti nel fissarne le classi di appartenenza, senza quasi mai preoccuparsi di mettere in evidenza particolare un ordine anziché un altro. Vogliamo dire che la struttura delle loro mani li raccoglie tutti insieme, la somiglianza della mano dell'uomo assicura loro il posto. Abbiamo potuto convincerci che tutta la struttura del corpo è in rapporto con quella della mano; e così non ci fece meraviglia che anche i piccoli, brutti, contorti e deformi pipistrelli fossero stimati degni d'una posizione in apparenza così elevata. Certo a nessun naturalista verrà in mente che siano animali meglio conformati e più perfetti del leone, del cane, del cavallo o della balena; tuttavia ognuno concederà loro volentieri una così sorprendente distinzione, appunto perché li rende degni di un tale onore la loro affinità con gli animali più elevati, e mediatamente con noi.

E' sempre un errore parlare degli animali seguendo un «Sistema», in cui tutti siano disposti in modo che debbano per forza stare tutti al di sopra o al disotto gli uni dagli altri: neppure nell'ambito, di una sola famiglia si potrebbero collocare tutte le specie in una serie rigorosamente e veramente regolare. Quasi dappertutto si trovano membri che fanno da anello di congiunzione, ma spesso appartengono ad epoche anteriori; e quindi presentemente si possono adoperare solo in maniera molto subordinata, se vogliamo con essi colmare le lacune che si trovano ovunque. Allo studioso classificatore di animali pertanto non rimane che stabilire parecchie serie che siano più o meno allo stesso livello, comprendendovi un certo numero di animali. Tutti i carnivori mostrano nelle loro attitudini fisiche, come nelle loro facoltà intellettuali, un maggiore accordo che non in nessun altro ordine: e questa conformità, mentre dà loro l'impronta di animali elevati, li rivela affini fra loro. I costumi più o meno comuni a tutti, il medesimo modo di vivere e la medesima alimentazione, indicano che l'essere, l'indole di questi animali, la struttura delle membra, come quella degli strumenti della masticazione e della digestione, al pari delle facoltà intellettuali, sono essenzialmente conformi. Nei carnivori mancano quasi del tutto le contraffazioni, le eccezionalità stravaganti, le forme ributtanti e ridicole, e per questo ci mostrano una molto maggiore conformità di struttura che non le scimmie, i lemuri e i pipistrelli. Le membra dei carnivori, in perfetta proporzione tra loro e con l'intero corpo, svelano l'agilità e la forza nei movimenti. I piedi hanno sempre quattro o cinque dita fornite di forti unghie, e si mostrano atti a scavare, ad arrampicare, a nuotare, ad afferrare senza modificazione della loro struttura, come al camminare che è la loro propria destinazione. Tutti gli organi dei sensi sono acuti e in certo modo ugualmente sviluppati. La mandibola è munita di denti di tutte le specie, e presenta forme acuminate angolose e salde appropriate al cibarsi di carne. I muscoli masticatori, che promuovono o proteggono l'azione delle mandibole, corrispondono al bisogno e sono particolarmente forti. Lo stomaco è sempre semplice, l'intestino per lo più breve o moderatamente lungo, la carne viene digerita molto più facilmente delle sostanze vegetali crude.

Analizzando più addentro questi animali troviamo che lo scheletro è forte in relazione alla leggerezza ed alla eleganza delle forme; il cranio è allungato; il cervello è in proporzione col muso, nessuno dei due prevale in modo rimarchevole sull'altro. I forti rilievi a mo' di creste del cranio, come pure gli zigomi ad arco e discosti dal cranio, accennano a muscoli robusti che trovano qui un'ampia superficie di inserzione; le cavità orbitali sono grandi, le conche auricolari rigonfie, le cartilagini e le ossa nel naso notevolmente dilatate; gli organi dei sensi hanno quindi spazio e un perfetto sviluppo. Forti e lunghi processi spinosi si trovano nelle vertebre; le vertebre lombari sono spesso interamente saldate. Il numero delle vertebre caudali varia assai, e le membra si modificano molto a seconda del modo di vivere; ma sempre la loro struttura annunzia la forza e il facile movimento. In molti carnivori il naso si allunga a mo' di proboscide e spesso è munito di cartilagini e ossa particolari: in questo caso serve a smuovere il terreno. Le membra talvolta si accorciano e si ingrossano per permettere all'animale di scavare e di condurre vita sotterranea; talvolta si allungano per permettere una rapida corsa; oppure si allargano in natatoie e permettono all'animale di vivere nell'acqua. Anche le unghie sono molto varie di forma; sguainate e allora possono essere adoperate come formidabili armi e strumenti di presa; ottuse e immobili sì da poter difendere soltanto il piede o per arrampicarsi; oppure sproporzionatamente forti, larghe e aguzze e quindi adatte a scavare e a razzolare. La mascella si distingue per i forti denti canini o laceratori, come pure per i molari a più punte o cuspidati, i quali servono efficacemente a combattere come a ritenere e sbranare la preda. Robusti muscoli e tendini portano forza e durevolezza, mentre la loro disposizione permette movimenti rapidi, ampi e distesi. I sensi funzionano bene: talvolta eccezionalmente uno può essere rudimentale, ma allora è compensato a sufficienza dagli altri. In generale non si può asserire che un senso prevalga particolarmente e in tutti: negli uni è l'olfatto, negli altri la vista, in altri ancora l'udito che è mirabilmente conformato; in alcuni il senso del tatto ha una gran parte. In generale due sensi sono acutissimi, e nella maggior parte dei casi sono l'olfatto e l'udito: più raramente l'udito e la vista. Ad ogni modo in nessun altro ordine di animali si trovano sensi acuti come nei carnivori. Le facoltà intellettuali non contrastano con la struttura corporea: nei carnivori troviamo animali di grande intelletto, e non dobbiamo stupirci che si faccian proprie prontamente le astuzie e le simulazioni richieste dal loro mestiere di briganti e di ladri. Il sentimento della loro forza dà loro un grande coraggio ed una coscienza di sé che altri animali non raggiungono mai; ma appunto queste qualità hanno conseguenze che non militano troppo in favore di creature che altrimenti sarebbero molto apprezzabili. I carnivori sono avvezzi a vincere, e in loro cresce, con la forza, il desiderio di dominare, la crudeltà, una quasi invincibile smania di uccidere, una vera sete di sangue, di modo che possono essere considerati come il ritratto morale di certi uomini da cronaca nera.

La loro dimora e il loro modo di vivere si conformano necessariamente alle loro qualità fisiche e intellettuali: i carnivori abitano e signoreggiano ovunque, sul terreno come fra le chiome degli alberi, nell'acqua come sottoterra, sui monti come nel piano, nel bosco come nel campo, nel nord come nel sud. Sono ugualmente perfetti animali notturni e diurni, cercano il cibo così bene al crepuscolo come alla luce del sole o nel buio della notte. I più intelligenti vivono ordinariamente in società; vivono solitari i meno intelligenti. I più svelti aggrediscono apertamente e senza pensarci due volte i meno agili, sbucando da un agguato anche quando siano robustissimi. Taluni vanno direttamente alla meta, altri cercano di giungerci per vie recondite: ma tutti si nascondono quanto più possono al fine di non spaventare innanzi tempo; sono pochi quelli che, consci della propria debolezza, si affrettano a fuggire appena scorgono qualche indizio, qualche apparenza di pericolo. Quanto meglio sono conformati fisicamente, tanto più amano la luce del giorno e più si mostrano sereni, vivaci, socievoli, allegri; quanto più inferiormente sono collocati tanto più sono animali notturni, e più sono cupi, ottusi, di cattivo umore, ombrosi e insocievoli; a ciò concorre la qualità dell'alimento che unisce o disgiunge, aguzza od ottunde le facoltà dell'intelletto. Tutti i Mammiferi Carnivori si nutrono di altri animali, e solo eccezionalmente mangiano anche frutta, semi, ed altre sostanze vegetali. Furono fatti tre grandi scompartimenti a seconda dell'alimentazione, detti degli insettivori, degli onnivori e dei carnivori propriamente detti; ma questi nomi non vanno presi alla lettera, perché tanto gli onnivori quanto gli insettivori mangiano volentieri un buon pezzo di carne al pari delle più voraci fiere. Tutte le specie del nostro ordine sono briganti e assassini nati, siano pure piccoli o grandi essi e le loro vittime, e persino quelli che amano i vegetali mostrano di tenersi alla regola, sempre che si tratti di uccisione e di rapina. Rispetto alle scelte del loro cibo, o meglio della loro preda, i mammiferi carnivori differiscono come rispetto alla struttura fisica, alla patria, al luogo di abitazione e ai costumi. Forse neppure una classe del regno animale è al sicuro dalle aggressioni di questi masnadieri. Le specie più grosse e più robuste di questo ordine vivono generalmente alle spese della classe loro immediatamente sottostante, senza per questo disprezzare gli animali collocati più in basso. Il leone non si ciba esclusivamente di mammiferi, e gli altri felini si mostrano ancora meno schizzinosi di lui. I cani, veri carnivori, estendono ancora oltre la loro caccia; fra le martore e le viverre troviamo già alcuni che si nutrono esclusivamente di pesca oppure volentieri di rettili; gli orsi sono appunto onnivori e mangiano tanto volentieri i vegetali come la carne; nel riccio, nel toporagno, nella talpa vediamo carnivori che aggrediscono e divorano senza indugio tutti gli esseri viventi di cui possono impadronirsi. Quanto alle loro abitudini di vita, pochissimi carnivori vivono veramente in coppie, e nessuno poi per tutta la sua vita. In alcuni felini, nei ricci e nelle talpe, il maschio e la femmina vivono in unione quasi solo al tempo dell'accoppiamento; il maschio e la femmina concorrono a nutrire, a proteggere e difendere i figli, negli altri e invero nel maggior numero, il padre suole considerare i suoi propri rampolli come buona preda, e la madre deve respingerlo se per caso scopre il giaciglio della sua progenie. In questo caso la madre, naturalmente, è la sola che accudisca ai figli. Il numero dei nati varia, ma non scende mai, salvo casi eccezionali, sino ad uno. I piccini nascono con gli occhi chiusi e per lungo tempo rimangono inetti; ma poi si sviluppano relativamente presto. La madre li ammaestra nel loro compito, li accompagna e li protegge finché sono ancora incapaci a provvedere a sé stessi. Poche madri, in caso di pericolo, portano i figli nelle braccia o sulla schiena, le altre sogliono trascinarli via con la coda o con la bocca. L'uomo vive in aperta guerra con quasi tutti i carnivori. Egli ha cercato con l'addomesticamento di rendere utile un piccolo numero di essi, ed in verità i suoi successi sono stati notevoli. Il maggior numero è considerato come dannoso con più o meno ragione, ed ardentemente odiato, quindi accanitamente perseguitato; ma parte, in confronto molto minima, viene risparmiata: in tutti gli altri l'uomo opera molto bene uccidendoli. Di alcuni si mangia la carne o il grasso, di altri la preziosa pelliccia e tramutata in ricche vestimenta; e fin qui non si può dare troppo torto all'uomo se li uccide; ma è del tutto ingiusto che anche i carnivori innocui e domestici debbano soggiacere alla cieca smania di distruzione. L'ordine dei carnivori può essere diviso in otto famiglie, le medesime che abbiamo citato nell'introduzione. I danni che ci arrecano direttamente oltrepassano di gran lunga la utilità che ne ricaviamo, e per questo vengono giustamente perseguitati e uccisi.

Volpe rossa o volpe comune (Vulpes vulpes)

Volpe rossa o volpe comune (Vulpes vulpes)

Un esemplare di orso bruno

Un esemplare di orso bruno

Orso polare (Thalarctos maritimum)

Orso polare (Thalarctos maritimum)

FELINI

Nell'ordine dei mammiferi carnivori, i Felini occupano press'a poco il medesimo posto che occupa l'uomo fra tutti gli esseri viventi. Non sono soltanto carnivori di forma più perfetta, ma anche, ad eccezione dell'uomo, gli animali più perfetti. In tutta la classe non troviamo una simile proporzione tra le membra e il corpo, una simile regolarità ed eleganza nella struttura. Ogni singola parte del corpo in essi è graziosa e leggiadra; senza tema di sbagliare, possiamo considerare come tipo di tutta la società il nostro gatto domestico, poiché in nessun'altra famiglia la forma fondamentale e così fedelmente riprodotta, in nessun altro gruppo d'animali i generi e le specie differiscono l'un dall'altro come nei felini: il leone con la criniera, o la lince con i fiocchi delle orecchie e la coda ottusa rimangono felini, come il gatto o il leopardo. Anche il ghepardo, che dimostra meno la impronta generale, deve essere osservato bene nelle dita per riconoscere che è soltanto felino a metà, ed è come intermediario fra il cane e il gatto: un così perfetto accordo si trova unicamente negli animali che occupano un posto elevato.

La struttura del corpo del felino è abbastanza conosciuta: il corpo robusto eppure elegante; la testa rotonda, sul poderoso collo, le gambe di media lunghezza coi forti artigli, la coda lunga e il morbido pelame coi suoi colori sempre piacevoli, sempre sfumati, sono i caratteri che ognuno ha impressi; le parti stesse più interne o più nascoste del corpo sono in generale sufficientemente conosciute. Infine nei felini sono visibili le armi: le mascelle sono tremende, i denti canini o laceratori formano grossi coni poco ricurvi, che oltrepassano di molto gli altri denti e possono produrre un effetto veramente terribile. Scemano d'importanza, al paragone di questi, i piccoli incisivi, e sembrano deboli in loro confronto anche i forti masticatori che si presentano con punte frastagliate intrecciate: denti cui non pare convenirsi il nome di molari. La lingua ruvida e dura s'accorda con la dentatura: essa è spessa e carnosa e particolarmente notevole per i suoi numerosissimi aculei cornei volti all'indietro, che escono da rilievi sporgenti. Così la bocca è nel medesimo tempo armata come quella di molti serpenti e dei pesci voraci, nei quali, oltre le mandibole, il palato è tempestato di denti. Sebbene gli aculei della lingua dei felini non siano denti, hanno tuttavia abbastanza forza per lacerare una pelle tenera col loro prolungato leccare; del resto servono durante il pasto a dare aiuto ai denti, che hanno, a causa della loro acutezza e frastagliatura, solo una utilità parziale, essendo incapaci a sminuzzare il cibo. I denti non sono tuttavia la sola arma offensiva dei felini, possedendo essi nelle unghie un terribile strumento d'attacco e di difesa nella lotta, e con queste ferendo mortalmente il nemico. I loro piedi, larghi e arrotondati, si distinguono particolarmente per una brevità relativa, e non è senza ragione che l'ultima falange delle dita si ricurva all'insù: così, nell'incedere, non toccano il suolo e vengono perciò preservate le unghie fortissime e affilate.

Nel riposo e nell'andatura abituale due ampi legamenti, attaccati uno di sopra, l'altro di lato, mantengono la gamba nella posizione eretta; nella collera e nel momento di bisogno, il forte e profondo muscolo flessore, il cui tendine è attaccato di sotto, potentemente tratto, spinge il piede e lo trasforma nel più formidabile artiglio che si possa immaginare.

I felini sono animali forti e agilissimi: ogni loro movimento rivela tanto la forza quanto la graziosa snellezza. Quasi tutte le specie della famiglia si rassomigliano nelle qualità fisiche e morali, sebbene alcune sembrino oltrepassare le altre, o rimanere indietro. Tutti camminano bene, ma lentamente, cautamente, senza rumore, corrono agilmente e possono fare salti orizzontali che superano da 10 a 15 volte la lunghezza del loro corpo; solo le specie di maggior mole non sanno arrampicarsi. Benché nemici irriducibili dell'acqua, se è necessario nuotano benissimo: neppure un felino perisce facilmente nell'acqua. Fra i sensi dei felini primeggiano l'udito e la vista. Il primo è incontestabilmente quello che li guida nelle loro rapine: percepiscono i suoni ad una grande lontananza e sanno definirli esattamente. Odono il più lieve calpestio, il più debole raspare nell'arena e trovano, grazie all'udito, prede invisibili. Sebbene i muscoli auricolari non siano mai abbastanza grossi, tuttavia qua e là spuntano ornamenti o appendici, come peli ripidi, ecc., i quali, se poco servono a raccogliere il suono, indicano peraltro il senso più sviluppato. La vista è meno perfetta, ma non si può dire debole. L'occhio non vede forse a grande distanza, ma è eccellente da vicino. La pupilla, rotonda nelle specie maggiori, e nella collera allargata a mo' di circolo, forma una ellisse nelle specie minori, ed è capace di grande dilatamento. A strumento del tatto servono principalmente i mustacchi dei due lati della bocca e i peli che stanno sopra gli occhi. Se si tagliano i mustacchi a un gatto, esso si trova privo d'operosità e dimostra una irrequietezza e una incertezza che scemano man mano che i mustacchi ricrescono; anche le zampe servono al tatto. Del resto la sensibilità tattile è sparsa in tutto il corpo. L'olfatto e il gusto sono press'a poco ugualmente perfetti. Forse il gusto è anche più raffinato dell'olfatto.

Riguardo alle loro facoltà intellettuali, i felini stanno assai dietro al cane, sebbene non a quella distanza che si suole pretendere: nella maggior parte delle specie le qualità nobili ed elevate sono molto meno frequenti delle basse; tuttavia il nostro gatto, quando è trattato bene, ci dà prova che i felini sono pure suscettibili d'educazione intellettuale e di miglioramento.

I Felini si trovano ora in tutte le parti dell'Antico e del Nuovo Mondo: abitano le pianure e i monti, i luoghi asciutti e arenosi come gli umidi piani, il bosco come il campo. Alcuni salgono sulle alte montagne e vi si trovano a ragguardevoli altitudini; altri preferiscono le vaste steppe, aperte e selvose, oppure il deserto; altri ancora ricercano i canneti lungo i fiumi, i ruscelli, le paludi, la maggior parte appartiene alla foresta. Gli alberi offrono loro quanto possono desiderare: prestano eccellenti nascondigli, dai quali è facile tanto il piombare sulla vittima, come lo sfuggire lo sguardo nemico; a tale scopo ai più piccoli servono i crepacci delle rupi, gli alberi scavati, le dimore abbandonate di altri mammiferi e simili, mentre i maggiori sogliono nascondersi nei cespugli.

I Felini si cibano delle quattro classi dei vertebrati, sebbene i mammiferi siano esperti alle loro insidie più di tutti. Alcune specie prediligono gli uccelli, altre, in piccolo numero, mangiano la carne di molti rettili, principalmente della tartaruga, ed altre inseguono i pesci: Quasi tutte le specie, però, si distinguono per insaziabile sete di sangue, e vi sono specie che si nutrono, se possono, unicamente di sangue, inebriandosi di quel particolare liquido.

Tutte le specie si rassomigliano più o meno nel modo d'aggredire: strisciano cautamente a passi leggeri, silenziosi, attraverso il loro dominio, adocchiando ed origliando attentamente in ogni direzione. Il più lieve sussurro eccita la loro attenzione e li induce a ricercarne la causa. Per questo strisciano con prudenza al suolo, rannicchiati sopra sé stessi, sempre sotto vento, e quando si stimano abbastanza vicini, piombano con uno o diversi balzi sopra la vittima, la percuotono sulla nuca o nei fianchi con la formidabile zampa, l'azzannano, mordendola con violenza ripetute volte; quindi allentano un poco le mandibole, l'osservano attentamente e morsicano di nuovo se una scintilla di vita si avverte ancora in essa. Alcuni emettono in quel momento un ruggito o un brontolio che può esprimere tanto la contentezza come l'avidità e la collera. I più hanno il crudele costume di far soffrire a lungo la vittima, lasciandola in apparenza libera, e talvolta permettendole di fare anche alcuni passi, per ghermirla di nuovo e di nuovo lasciarla, finché il povero animale soccomba alle ferite.

Le specie maggiori hanno paura degli animali dai quali aspettano una seria resistenza, e li addentano soltanto se l'esperienza dice loro che, nonostante la maggiore forza, possono riuscire vincitori nella lotta con l'avversario. Persino il cane, la tigre e il giaguaro dapprincipio fuggono dinanzi all'uomo, cedendogli codardamente il passo: ma quando hanno imparato quale creatura debole e disarmata egli sia essi diventano i suoi più temibili nemici, e sembra quasi che preferiscano decisamente la carne umana a quella degli altri mammiferi. Benché i felini siano quasi tutti eccellenti corridori, tuttavia smettono l'inseguimento della preda che sia riuscita a scansare il loro salto aggressivo. I felini mangiano la preda vinta sul posto dove è stata catturata solo se si tratta di luogo molto riparato; per lo più trascinano l'animale morto, o almeno incapace di resistenza, in qualche remoto e sicuro asilo, dove lo divorano con tutta comodità e soddisfazione. Se la località che abitano è ricca di prede, si mostrano assai schizzinosi e lasciano la parte maggiore degli animali da loro uccisi ad altri parassiti che vivono mendicando le briciole della loro mensa. Solo in caso di estremo bisogno tornano il giorno seguente al cadavere.

Generalmente le femmine danno alla luce più d'un figlio, sebbene accada l'opposto ma solo eccezionalmente. Si può dire che il numero dei figli varia tra uno e sei, e alcune specie ne hanno anche di più. In alcune specie i piccini hanno gli occhi aperti, in altre li hanno chiusi. La madre accudisce loro; il padre se ne occupa solo per caso. Una femmina di gatto presenta uno spettacolo interessantissimo: si vede la tenerezza e l'amore materno espressi in ogni movenza della madre, si ode nella sua voce, che possiede una dolcezza, una gentilezza di cui non si sarebbe creduta capace.

E' poi particolarmente ammirabile in quelle nidiate di gatti l'amore alla pulizia che la madre inculca nei figli sin dalla più tenera infanzia. La genitrice ha sempre da leccare, da lisciare, da pettinare, da ravviare, e non tollera presso il giaciglio la minima immondizia. Essa difende i rampolli contro le visite ostili mettendo a rischio la sua vita, e tutte le grandi specie della famiglia sono assai terribili quando hanno figli. Nelle specie minori la madre deve difendere la prole talvolta addirittura contro lo stesso padre, che non si fa scrupolo di mangiare i piccini, finché sono ciechi, se gli riesce di penetrare nel giaciglio non custodito dalla consorte. La faccenda cambia quando i piccini diventano grandicelli: il padre non può loro arrecare alcun male e per essi comincia una vita allegra e spensierata, dandosi a giuochi e a sollazzi d'ogni genere. Le doti naturali si mostrano nei primi movimenti di cui sono capaci i gattini: i loro sollazzi fanciulleschi non sono altro che allenamenti alle cacce serie che intraprendono gli adulti. Tutto ciò che si muove desta la loro attenzione; nessun rumore sfugge loro; le piccole spie tendono l'orecchio al più lieve sussurro: al principio la coda materna è la più grande gioia dei figli. I suoi movimenti sono osservati e subito l'allegra comitiva cerca di impedirli e di frenarli con tentativi di presa. La madre non si lascia disturbare da tali celie e seguita ad esprimere col movimento della coda i sentimenti dell'animo; anzi talvolta offre essa stessa ai piccoli questa appendice per sollazzo.

Alcune settimane dopo tutta la famiglia si occupa di giuochi più allegri e la mamma si fa bambina, tanto la leonessa quanto la nostra gatta domestica.

Spesse volte, tutti, aggomitolati insieme, si pigliano e si ghermiscono vicendevolmente la coda.

I giuochi si fanno più seri con l'età: i piccini imparano a riconoscere che la coda è pure una parte di loro stessi e quindi provano le forze su qualcos'altro.

Ora la madre trascina animaletti spesso ben vivi; sovente mezzi morti: sono lasciati in libertà e i gattini si esercitano con zelo e perseveranza al mestiere di brigante, imparando perfettamente le astuzie, le vie tortuose, la tranquilla signoria sopra le vittime, l'attacco repentino, insomma la scienza della rapina.

Quando poi sono sviluppati si separano dalla madre o dai genitori e fanno per lungo tempo una vita solitaria e vagabonda.

I felini stanno come nemici in faccia a tutto il mondo animale: i danni che cagionano sono rilevantissimi.

Ma bisogna pensare che le maggiori specie della famiglia vivono quasi tutte in contrade ricchissime di preda, e si può persino asserire che alcuni impediscono il dannoso moltiplicarsi di molti ruminanti e rosicanti, per la qual cosa ci sono indirettamente utili.

Nelle specie minori, invece, l'utilità supera di molto il danno: la loro caccia si limita ai più piccoli mammiferi e uccelli, e i piccoli rosicanti che infettano le dimore degli uomini trovano in essi il più efficace correttivo e il più terribile nemico.

Il nostro micio ci è perciò diventato indispensabile.

Anche le specie minori dei felini selvatici ci arrecano più profitto che perdita: l'uomo ne adopera il pelame, e talvolta ne mangia anche la carne.

Caratteri poco distinguibili, come abbiamo osservato, contribuiscono a dividere le varie specie di felini, i quali piuttosto si classificano per qualche diversità di struttura, come le dita munite d'unghie ottuse, la coda più o meno breve, ecc.

Seguendo il sistema adottato, mettiamo in faccia al leone i felini unicolori dell'America, alla tigre i gattopardi, alla lince i gatti selvatici e domestici: concediamo al ghepardo, anello di transizione tra il felino e il cane, una certa indipendenza e diamo a queste forme distintive il valore dei generi delle altre famiglie.

Presentati così i caratteri generali, le abitudini comuni, e le caratteristiche dei felini, procediamo ora alla presentazione delle principali specie che ne compongono l'ordine, cominciando dal leone.

LEONE (Panthera leo)

Questo leone, fin dai tempi più remoti si meritò il nome di «re degli animali», per il suo coraggio, la forza e l'audacia, il valore, il vigore, l'eroismo, la nobiltà, la generosità, la calma e la maestà che dimostra. In effetti è il più carnivoro, il più forte, il più ardito e il più famoso, il più potente felino, il più pericoloso e il più selvaggio di tutti i leoni. Nel suo aspetto si rivelano una forza invincibile, la coscienza di sé, il coraggio temerario e la certezza della vittoria. Porta alto il corpo, più alta la testa, lo sguardo maestoso, il contegno imponente pieno di dignità. Tutto in lui rivela la nobiltà, ogni movenza è dignitosa e misurata; il corpo e lo spirito sono in perfetto accordo.

Il leone di Barberia, che in tedesco è chiamato Die Lowen, in inglese The Lion, in francese Le Lion, ha una struttura forte e compressa come gli altri; e il suo corpo è più membruto nella parte anteriore che non nella posteriore, giacché il petto è largo e la regione inguinale stretta. Il capo largo, quasi quadrato, si prolunga in un largo muso ottuso; le orecchie sono tonde, gli occhi di media grandezza, ma vivaci e pieni di fuoco; la lunga coda termina con un breve pungiglione ed è adorna di un fiocco riunito; le membra compresse straordinariamente forti; le zampe più grosse, anche proporzionatamente, di quelle di tutti i felini. Il pelo è liscio, corto, d'un vivace colore giallo-rosso o bruno fulvo che ricopre la faccia, le spalle, i fianchi, le gambe e la coda. Il capo e il collo sono circondati da una forte e folta criniera, che si compone di lunghi peli semplici, cadenti a ciocche dinanzi sino ai piedi, e dietro quasi sino alla metà del dorso e dei fianchi. Anche la parte inferiore del corpo ha lunghi e fitti peli; alla testa ed al collo la criniera è tempestata di peli di un nero-rossiccio che cadono copiosi ai lati della nuca e frammisti di giallo-fulvo; si trovano anche nel pelame nero del ventre e nei neri ciuffi dei gomiti, delle cosce e del fiocco della coda. Ciò vale per il leone adulto che raggiunge l'altezza di 80 centimetri, con 160 centimetri di lunghezza del corpo e 80 centimetri della coda, sicché la lunghezza totale dell'animale dall'apice del muso all'apice della coda è di 2 metri e 40 centimetri. I neonati sono circa di 30 centimetri, non posseggono né criniera né fiocco, sono rivestiti di peli lanosi grigiastri macchiati di nero alla testa e alle gambe, ma sui fianchi, sulla schiena ed alla coda, adorni di piccole strisce diagonali e nere al disopra del dorso. Già nel primo anno le macchie e le strie si cancellano; nel secondo la tinta fondamentale diventa un giallo-fulvo uniforme, mentre nel terzo appaiono i segni della virilità. La leonessa rassomiglia sempre più o meno all'animale giovane, si distingue dal maschio principalmente per il pelame di uguale lunghezza o appena un pochino più allungato sul davanti del corpo.

In passato i leoni erano molto più diffusi che non ai giorni nostri, essendo ora stati quasi totalmente espulsi dai paesi molto popolati. Al tempo dei romani si trovavano non solo in tutta l'Africa e l'Asia meridionale, ma anche in Grecia e in Macedonia.

Il leone vive solitario e rimane con la femmina solo al tempo dell'accoppiamento e sino ad una certa età dei piccini. All'infuori di quel periodo ognuno abita per i fatti suoi nel proprio dominio, senza tuttavia entrare in lotta, a causa del cibo, con altri della stessa specie. Anzi, spesso si presenta il caso che per le grandi cacce si associano in parecchi, sicché le coppie vanno regolarmente insieme alla caccia. Ciononostante i leoni non sono in nessun luogo numerosi, e questo si spiega molto facilmente: il leone ha bisogno di troppo cibo per poter vivere a lungo nel medesimo luogo, come molti dei suoi simili. Predilige le vallate selvose lungo il corso dei fiumi e sembra che i monti gli piacciano di meno.

Ogni leone si scava in un luogo riparato una larga fossa e qui riposa uno o due giorni, a seconda della ricchezza delle provviste e della tranquillità del sito. Nelle grandi foreste abita spesso per lungo tempo nel medesimo posto e lo lascia soltanto quando lo ha abbondantemente spopolato e trova difficilmente di che cibarsi. Allora si incammina e se l'alba lo sorprende, rimane giacente nella parte più fitta della boscaglia. In complesso le sue abitudini ricordano quelle degli altri felini, sebbene in alcuni punti se ne discosti di molto. In genere è più pigro delle altre specie della sua famiglia e non ama le lunghe scorrerie: ma cerca di accomodarsi quanto meglio può; per questo suole tener dietro ai nomadi del Sudan orientale, accompagnandoli nel deserto e tornando con loro alla foresta; li considera come i suoi contribuenti ed infatti impone loro gravosi balzelli.

Il suo modo di vivere è notturno, e soltanto se vi è costretto lascia di giorno il suo covo. Gli Arabi asseriscono che nel pomeriggio è colto dal brivido della febbre e che per questo è così pigro; ove si voglia scacciarlo dalla tana è necessario prima irritarlo, con lanciargli pietre, altrimenti da sé non si muove. Naturalmente le cose non stanno in questo modo, tuttavia ha una grande e propria pigrizia, almeno sino a quando il sole sta sull'orizzonte. Verso la notte si mostra e annunzia con tonante ruggito che è sveglio, e comincia a scorrazzare.

Non si avvicina ai villaggi prima della notte fonda, e solo se fuggono al suo ruggito, gli altri animali possono sperare di farla franca. Gli indigeni che al tramonto radunano il gregge nella Seriba, una specie di recinto circondato da una siepe alta da 2 a 3 metri e fitta da 3 a 4 di rami spinosi di mimosa intrecciati, temono soprattutto e prima di tutto l'assalto del leone. I cani messi a guardia delle loro bestie possono, con i loro latrati e con lotte furiose, mettere in fuga anche un leopardo o una iena che si avvicinino al recinto, ma il Leone di Barberia non teme ostacoli: ad un tratto la terra freme, un leone ruggisce a breve distanza, le pecore furiose si vanno a sbattere il capo contro la siepe spinosa, le capre belano lamentosamente, le vacche si ammucchiano confusamente, il cammello per fuggire cerca di infrangere la sua catena, e i cani più coraggiosi, che lottano con le iene e con i leopardi, ululano spaventati e si rifugiano, angosciosamente implorando protezione, dal padrone, il quale, perplesso, disperando delle proprie forze, stimandole inferiori a quelle che lo sovrastano, sta tremando sotto la sua tenda senza osare di affrontare con la sola lancia il terribile nemico, e lascia che il leone si accosti ancora di più, e allo spavento del suo ruggito aggiunga quello degli occhi scintillanti, lasciando che esso giustifichi così il suo nome arabo Sabaa, scannatore delle mandrie.

Con un poderoso salto, il re degli animali supera il muro spinoso di 2 o 3 metri, per scegliersi una vittima. Un solo colpo della terribile zampa fa stramazzare una giovenca di 2 anni: le tremende mandibole rompono la colonna vertebrale dell'animale, che inutilmente tenta di resistere.

La belva azzanna con cupo brontolio la preda, i grandi occhi sfavillano, della voluttà della vittoria e dell'ingordigia della rapina, la coda flagella l'aria. Per un solo minuto abbandona l'animale spirante, poi lo azzanna di nuovo finché non si muove più. E' il momento della ritirata: di nuovo deve superare l'alto recinto e non vuole abbandonare la sua preda. Ha bisogno di una forza inaudita per tentare quel salto con la giovenca tra le fauci. Tuttavia ci riesce, portando con facilità un simile carico al suo giaciglio, distante forse alcune miglia, dove lo sbrana a suo comodo e con molto piacere.

Partito il leone, nell'accampamento si respira, ma tutti sembrano istupiditi dal terrore: il pastore si rassegna al suo destino, ed egli sa che deve riconoscere nel leone un re che gli impone balzelli così gravi. Si capisce anche come gli altri animali perdano addirittura i sensi di fronte al terribile ruggito del leone, ruggito che gli arabi molto significativamente chiamano raad, cioè tuonare. Non si può descrivere il ruggito di questo leone: pare che venga dal profondo del petto e che lo debba lacerare, d'altra parte è anche difficile capire da quale direzione esso viene, giacché il leone rugge verso il suolo che ne trasmette il rombo, come quello del tuono. Di solito comincia con 3 o 4 voci lentamente emesse, che suonano all'incirca come un gemito, poi quegli stessi suoni continuano sempre più rapidi, e verso la fine sono di nuovo più lenti e scemano di intensità, di modo che gli ultimi rassomigliano ad un brontolio. Appena il leone fa udire la sua potente voce tutti gli altri leoni, che lo sentono, lo imitano, e così avviene che si ode nella foresta un musica veramente infernale. A questo tuono tutti gli altri animali tacciono all'istante: il leopardo smette di grugnire, le scimmie cominciano a brontolare e salgono piene di terrore sino ai più alti rami, nel gregge belante regna un silenzio di morte, le antilopi si precipitano in fuga attraverso le boscaglie, il cammello carico trema, non ubbidisce più al richiamo del suo conduttore, getta giù il carico, il cavaliere, e cerca la sua salvezza in una fuga frettolosa; il cavallo s'impenna, sbuffa, dilata le narici e si precipita indietro, il cane non avvezzo alla caccia guaisce e cerca un rifugio presso il padrone. Persino l'uomo, che per la prima volta ode nella foresta vergine rintronare quella voce, si domanda se sarà abbastanza audace per affrontare chi emette un simile rombo. Il medesimo senso di angoscia prodotto dal ruggito del leone, s'impadronisce anche degli animali che hanno sentore della sua presenza, per mezzo di un altro senso, cioè lo fiutano senza vederlo: tutti sanno che l'avvicinarsi del leone per loro significa morte.

Quando può, il leone si ferma presso un villaggio, che diviene lo scopo unico delle sue scorrerie. E' un ospite poco gradito che non si lascia facilmente respingere, in virtù anche di un alto grado di astuzia, che suole adoperare nelle sue aggressioni. Ciò è provato dai racconti di molti testimoni oculari, fra i quali scegliamo quello di un vecchio colono olandese, che abitava all'ombra del monte di Draghi e viveva principalmente del prodotto della caccia all'elefante.

Un leone si era fermato in una fitta boscaglia, alla distanza di un miglio dall'abitazione del colono. La bestia trovava dell'acqua e sicurezza e poteva uscire a suo agio in caccia. L'olandese si accorse subito del pericoloso vicino che aveva; le orme sulla sabbia parlavano chiaro, sicché si propose di stare in guardia. La prima notte i cani abbaiarono furiosamente, ma il leone non si mosse, e il colono si cullò nella dolce illusione che l'amico avvisato dai cani si fosse deciso a lasciare il paese. Il leone, però, non era una timida lepre, e certamente non si sbigottiva per il latrare dei cani. Nella seconda notte l'olandese fu derubato di un grosso bue; si accorse la mattina che il leone era saltato al disopra della siepe, aveva ucciso il bue ed era tornato fuori dal recinto, scavalcandolo di nuovo con tutto il peso della povera bestia. Il colono, con l'aiuto di servi e di una mezza dozzina dei suoi cani migliori, seguì le tracce del leone, il quale doveva avere in quella fitta boscaglia il suo giaciglio. La boscaglia era irta di rovi pungenti e di spine, i cui rami intrecciati coprivano in tal modo il suolo che sembrava impossibile potervi penetrare: si decise che gli uomini si sarebbero accostati dall'una e dall'altra parte, lasciando ai cani il compito di stanare il leone.

Il loro vivo abbaiare non tardò a provare che lo avevano scoperto, ma si osservò in pari tempo che erano impotenti a farlo uscire dalla sua fortezza. I cani ora balzavano indietro, se il mostro adirato minacciava di aggredire, ora tornavano al l'assalto: insomma l'abbaiare si faceva udire sempre nel medesimo punto. Alla fine, siccome il latrare dei cani si faceva sempre più debole, gli uomini ritennero opportuno richiamarli; solo due, dei sei risposero alla chiamata, ed uno di essi molto malconcio: il leone aveva ucciso gli altri.

Il colono, fallito quel primo tentativo di impadronirsi del molesto vicino, ed amareggiato per la perdita dei suoi cani, se ne tornò a casa per riposarsi dalle fatiche. La notte fece la guardia ai suoi animali, ma il leone tralasciò di farvi una seconda visita. La sera seguente il nostro colono, seguìto dai suoi uomini, tornò nel la boscaglia, e assieme si appostarono su un albero in agguato per tutta la notte, per dare la caccia all'avversario. Il leone, più scaltro di loro, prese un'altra via: mentre essi lo aspettavano sull'albero, senza darsi pensiero e senza alcun timore, esso rapiva un cavallo di valore, evitando felicemente l'agguato che gli era stato teso. Il furore del colono e dei suoi uomini si può facilmente capire. L'olandese, come un uomo di guerra, preparò un piano per penetrare ai piedi del leone senza cani e da solo.

Verso le dieci del mattino, dopo la notte del secondo assalto alle sue bestie, il cacciatore si avviò solo, senza la compagnia dei negri, perché temeva che l'odore che essi, come tutti i negri, emanavano, svelasse al leone la presenza degli uomini, e lo spingesse ad allontanarsi. Con somma cautela l'uomo si avvicinò alla boscaglia seguendo le tracce lasciate dal corpo del cavallo. Presto si trovò in mezzo al più fitto e dovette porre ogni cura per camminare o strisciare avanti, senza rumore, impresa molto difficile per la quantità di foglie e rami secchi che coprivano il suolo. Ne venne a capo: gli uccelli che sogliono osservare tutto, fuggivano soltanto quando egli strisciava sotto di essi, segno evidente che non era l'udito, bensì la vista che li avvisava della presenza di un uomo. Uccelli e scimmie sono, come si sa, il maggior ostacolo ad una felice imboscata a quelle belve: gli uccelli volano di albero in albero, zufolando o garrendo; e le scimmie brontolano, fanno smorfie ed esprimono, con ogni sorta di contorsioni, che un essere sospetto si avvicina. Il colono era appena penetrato di cinquanta passi nel fitto della boscaglia, quando riconobbe che era giunto vicino al giaciglio del leone: gli avanzi del cavallo rubato si vedevano tra gli alberi, e lo sperimentato cacciatore ne arguiva molto bene che il leone si era sdraiato a poca distanza. Si acquattò dietro ad un cespuglio, prendendo la posizione più comoda che gli venne fatto al fine di poter rimanere immobile senza disagio. Dopo che ebbe atteso per un po' di tempo si accorse che qualche cosa si muoveva dietro le piante dalle larghe foglie, che si trovavano a circa venti passi da lui. Riconobbe il capo del leone, e si avvide che questo osservava con molta attenzione il sito nel quale il cacciatore si era nascosto: era evidente che il predone, accortosi della presenza di un essere estraneo, non era tuttavia sicuro del luogo ove si tenesse nascosto. Il colono, dal canto suo, sapeva che questo era un momento decisivo per lui e rimase immobile come una statua: non si fidò di sparare nella fronte del leone, perché avrebbe avuto bisogno di maggiore sicurezza di quella che poteva avere con i tanti rami e ramoscelli che si incrociavano sulla linea di mira.

Dopo un esame attento, il leone parve soddisfatto e si mise di nuovo a giacere dietro il cespuglio. Allora il cacciatore, premendo leggermente i due cani della sua arma, la puntò lentamente nella direzione del leone, mutando la sua posizione quel tanto che bastava ad assicurarlo di un buon colpo. Il lieve rumore che produsse non sfuggì all'attenzione della belva che balzò su istantaneamente, mostrando solo una parte della fronte. Il cacciatore prese la mira tra gli occhi e sparò, ma, come avviene di solito a breve distanza e con forte carico di polvere, mirò troppo alto. In verità il leone cadde supino, ma di nuovo saltò su ruggendo spaventosamente: offriva però una larga superficie per la mira, e ricevette nel petto, un momento dopo, una seconda palla e cadde lottando con la morte, nel fitto della boscaglia. Prima del tramonto la sua pelle pendeva alla porta di casa del colono, mentre tutti gli Ottentotti erano felici del successo del loro signore e dell'acquavite che loro distribuì.

Abbastanza frequentemente, l'uomo è il solo provveditore di cibo del leone, eppure le steppe e i boschi gli offrono molti alimenti. Nessun mammifero è troppo piccolo per lui, nessuno è al sicuro da lui, e non è affatto schifiltoso, per quanto sappia cercarsi ghiotti bocconi. Nella caccia dimostra una intelligenza, una astuzia e una audacia straordinarie,: per questo ogni essere vivente sia con l'istinto, che con la ragione, si mantiene debitamente lontano da lui.

Quando è impegnato con gli animali selvatici, il leone si comporta in modo diverso da quello che usa con gli animali domestici. Esso sa che quelli da lontano lo fiutano, e che hanno il piede abbastanza lesto per sfuggirgli: per questo, spiando gli animali che vivono nella foresta, striscia verso di essi con molta cautela, e sotto vento, spesso in compagnia di qualche individuo della sua specie. Le oasi del deserto del Centro e del Mezzogiorno dell'Africa sono i suoi territori di caccia. Quando il giorno afoso tramonta e scende la fresca notte, la graziosa antilope o la giraffa dall'occhio soave, la zebra variegata o il forte bufalo si affrettano per rinfrescarsi le fauci riarse. Si avvicinano con prudenza alla sorgente o al pantano, ben sapendo, appunto, che quei luoghi, che possono offrire loro il maggior ristoro, sono i più pericolosi. Fiutando e origliando senza tregua, aguzzando lo sguardo nel buio della notte, procede il capo del gregge delle antilopi, il quale non fa un passo senza essere certo che tutto è tranquillo e silenzioso. Le antilopi sono per la maggior parte abbastanza sagaci per avvicinarsi alla sorgente, e il loro capo avverte per tempo il pericolo: sosta, origlia, adocchia, fiuta ancora un istante, e, ad un tratto, si getta indietro e fugge a precipizio. Lo seguono gli zoccoli rapidissimi dei graziosi animali, divorando lo spazio e precipitando la corsa: raggiungono tremanti i cespugli e sono salve. Così fa anche la prudente zebra, così fa la giraffa, ma guai a loro se trascurano questa precauzione. Guai alla giraffa se si avvicina con il vento al pantano ombroso, guai a lei se l'avidità di rinfrescare l'arsa lingua penzolante, la fa dimenticare della sua sicurezza.

Questa descrizione è quasi tutta vera. Solo l'avvoltoio ne deve essere cancellato, poiché di notte non segue il leone: viene soltanto di giorno a reclamare gli avanzi della mensa reale. Quando il leone è affamato e anelante lo manifesta con il dimenare e battere la coda sul dorso e sul collo, scuotendo la criniera. Se un uomo si avvicina ad un leone nascosto in un cespuglio, deve unicamente badare alle sue manifestazioni per conoscere quello che può aspettarsi: se il leone non agita la coda, si può passare dinanzi a lui senza timore, e persino cacciarlo via con un bastone. Il rumore d'una carrozza, lo schioppettio di una frusta lo mettono di solito in fuga; ma se dimena la coda, chi non è armato bene e non è buon tiratore può rassegnarsi alla morte. Ciò che capita agli uomini capita anche agli animali: avviene spesso che animali cui esso suole dare la caccia possono passare impunemente dinanzi ad un leone da poco sazio, questo non si dà pensiero di muovere alla rapina, e per tale ragione merita l'appellativo di generoso.

Ogni animale che cade in suo potere è trascinato, se è possibile, al giaciglio e qui soltanto viene divorato. La straordinaria forza del re degli animali si dimostra proprio in tale occasione. Se si pensa che con un bue tra le fauci balza sopra un largo fossato o sopra un recinto alto più di 2 o 3 metri, si può avere una idea esatta di quella forza. Soltanto i bufali adulti e i cammelli sono troppo pesanti per il leone. Di solito mangia l'animale ucciso di fresco e in certe strettezze si accontenta anche della carogna, specie se è quella di una sua vittima.

Uno dei cacciatori del Sudan orientale, osservò una volta, di giorno, un combattimento tra un leone e tre iene. Il leone sedeva come un cane presso le sponde del fiume, aspettando con grande tranquillità le tre iene macchiate che si avvicinavano ad esso battendo i denti e brontolando. Quando una di esse stimò giunto il momento di precipitarglisi addosso per mordergli il petto, si ebbe una tale zampata che rimase stesa al suolo come priva di vita, mentre le altre due scomparvero immediatamente nel fitto del bosco.

A volte anche tra leoni avvengono lotte per accaparrarsi il cibo, e chi ne fa le spese è spesso la femmina, alquanto più debole del maschio.

Il Leone di Barberia aggredisce molto di rado l'uomo, la cui alta statura sembra imporgli rispetto; ma se una volta ne assaggia la carne è meglio tenersi alla larga, perché diventa veramente un «mangiauomini». In complesso, le informazioni che si hanno circa il comportamento di questo leone in presenza dell'uomo, sono molto discordanti: questo si capisce molto bene, perché, ovviamente, sono pochi quelli che sono disposti a esporre la propria pelle con la minima speranza di passare come osservatori. Ad ogni modo se si capita di fronte a questo re degli animali è molto pericoloso fuggire, perché costui è un buon corridore: è meglio starsene tranquilli, e, facendo finta di niente, mostrare molto coraggio, anche se nell'intimo le cose stanno molto diversamente. La forma maestosa del leone, la sua forza immensa, il suo coraggio tranquillo e audace, sono da ognuno conosciuti ed ammirati. Al confronto con gli altri felini, si può dire generoso e nobile; è predatore solo quando deve esserlo, è crudele solo se è provocato ad una lotta mortale.

Si ha torto quando si afferma che «l'orgoglio e la maestosa e nobile espressione sua non siano altro se non l'espressione di un serio e ponderato pensiero», volendo così negare l'ammirevole natura dell'animo del leone. Per intanto diciamo che il leone non è vanitoso, né si lascia ammaestrare ai giuochi. E' troppo serio, troppo orgoglioso, vuole solo quello che vuole e quando lo vuole. Tali sono le nature reali: sarebbe abbastanza intelligente per essere ammaestrato; non fa niente per far piacere a chicchessia: si accusa di viltà; viltà e leone non vanno mai insieme: quando questo leone cede all'uomo non è opera di viltà. Non teme nulla e non ha da temere nulla: anche nella schiavitù si comporta più nobilmente della tigre e di altri felini. Gli altri animali smaniano per un pezzo di carne che viene loro posto con forchetta nella gabbia; il leone se ne sta indifferente ad osservare la carne, non alza le zampe ed aspetta eroicamente che gli si presenti il pasto.

Il leone e la leonessa, al pari del cane e del gatto, sopportano volentieri affettuosi scherzi, amando come gli altri animali essere accarezzati e allisciati; se si tira la barba di un leone, questo ha le movenze e gli scatti di un gatto. Innumerevoli ritratti abbiamo del leone, ma nessuno è perfetto: non si è ancora trovato l'artista che abbia rappresentato degnamente quell'essere serio.

Il tempo nel quale il leone ricerca la femmina varia secondo le località che abita, giacché la stagione della riproduzione viene con la primavera. Al momento dell'accoppiamento accade spesso che dieci o anche più leoni tengono dietro a una leonessa: ciò dà origine a molte risse e combattimenti. Ma quando la femmina ha scelto uno sposo, gli altri se ne devono andare, e i due vivono fedelmente insieme. Da quindici a sedici settimane dopo l'accoppiamento, la leonessa dà alla luce da uno a sei piccoli, ma per lo più soltanto da due a tre; essi nascono con gli occhi aperti, ed hanno in quel momento press'a poco la grossezza di un gatto a metà del suo sviluppo. Per il parto la madre cerca una boscaglia nelle immediate vicinanze d'una sorgente, e ciò al fine di non dover fare troppo cammino per impadronirsi della eventuale preda. Del resto il leone l'aiuta a procacciare il cibo e difende con somma abnegazione essa e i piccoli in caso di bisogno. La leonessa mostra una gran tenerezza per i suoi figlioli, e non si può immaginare uno spettacolo più bello di quello che presenta una leonessa con essi. Le gentili bestioline si baloccano insieme come allegri gattini, mentre la madre guarda con compiacenza quei giuochi infantili: questo si è spesso osservato con i leoni prigionieri.

Allo stato libero la leonessa, finché allatta i piccoli, è veramente dannosa al vicinato e perciò molto da temere. Lascia raramente il giaciglio, e, se lo fa, lo fa per bere. I leoncini sono da principio molto impacciati ed imparano a camminare solo dopo i primi due mesi di vita. Prima miagolano come i gatti, più tardi la voce si fa più forte e più piena; nei giuochi si mostrano goffi e tozzi e l'agilità viene con il tempo. Dopo sei mesi vengono svezzati e seguono i genitori nelle loro spedizioni.

Nella prima età i due sessi si assomigliano perfettamente, ma la differenza tra maschi e femmine non tarda a manifestarsi nelle forme più tarchiate dei primi. Verso il terzo anno la criniera del maschio comincia a spuntare, tuttavia non è prima del sesto o dell'ottavo anno che questi e quelle sono perfettamente sviluppati e colorati. L'età cui arrivano è in relazione con questo lento progresso: si conoscono casi in cui i leoni vissero nella schiavitù settanta anni, sebbene, malgrado le più attente cure, fossero incanutiti per tempo e avessero perduto molto della loro bellezza.

I giovani leoni in stato di schiavitù, se ben trattati, si possono addomesticare molto bene; riconoscono l'uomo che ne ha cura, e più questi si occupa di loro e più quelli gli si affezionano. Non si può immaginare creatura più amabile di un leone addomesticato, che dopo breve tempo, dimentico della sua libertà e della sua indole feroce, si consacri con tutto l'animo all'uomo. In poco tempo si avvezzano alla vita del cortile, e vi si possono lasciare in piena libertà; seguono il guardiano come un cane e lo accarezzano ad ogni occasione; talvolta divengono persino importuni con queste manifestazioni, poiché vengono presi dalla frenesia di andare a visitare il loro signore anche quando dorme. Naturalmente è sempre leone, e per giunta di Barberia, sicché è sempre meglio essere prudenti, dal momento che quando meno ce lo aspettiamo, e spesso per i più banali motivi, ma anche per la nostra alterigia di dominatori assoluti, può senz'altro dare prova di appartenere sempre e comunque alla specie dei re degli animali, dei dominatori incontrastati della foresta.

Esemplare di leone maschio

Esemplare di leone maschio

Modello tridimensionale di leone

Modello tridimensionale di leonessa

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