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Trapani Consorzio dei Comuni La Storia I Luoghi e La Memoria.

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La scuola consegue tanto meglio il proprio scopo quanto più pone l'individuo in condizione di fare a meno di essa.
(Ernesto Codignola)

Trapani Storia del Territorio,  del Porto, del CusCusu I Luoghi e La Memoria

Erice Storia

Sicilia Storia

Trapani.

Città della Sicilia e capoluogo della provincia omonima. Situata sul mare, ha il suo nucleo originario sul basso promontorio che si protende verso l'Isola di Levanzo, nell'arcipelago delle Egadi; lo sviluppo della città moderna, iniziato a partire dal XVIII sec., è proseguito fino ai piedi del colle di Erice, nella breve pianura retrostante. A Sud della città vi sono le vastissime saline con i tipici mulini a vento usati per macinare il sale. 69.382 ab. CAP 91100. - Economia - Porto commerciale e capolinea dei collegamenti (motonavi e aliscafi) con le Isole Egadi, Tunisi, Palermo, Cagliari, Genova, ecc., T. è anche centro peschereccio (pesca del tonno) e sede di piccole industrie enologiche (vino marsala), alimentari (pastifici, conservazione del pesce), cantieristiche e della lavorazione del marmo. In fase di sviluppo il turismo balneare (Lido di San Giuliano). - Storia - Chiamata Drepanum dai Latini per la conformazione a falce del promontorio (in greco drépanon significa falce) su cui sorse, T. fu soggetta alla città di Erice e divenne poi base navale dei Cartaginesi nella prima guerra punica. Nel 249 a.C. vi si svolse la battaglia navale conclusasi con la vittoria della flotta cartaginese comandata da Aderbale contro quella del console P. Claudio Pulcro. Nel 241 a.C., dopo la battaglia delle Egadi, T. divenne dominio romano. Al tempo delle invasioni barbariche fu presa via mare dai Vandali, quindi rimase per breve tempo soggetta a Bisanzio. La dominazione araba segnò per T. un periodo di rigoglio economico, che perdurò anche in epoca normanna. Nel XII sec. il porto della città divenne un importante punto di riferimento per i traffici commerciali di Pisa e Genova. Quest'ultima subì nelle acque di T. una sconfitta da parte di Venezia quando, nel 1266, la flotta veneziana, al comando di Iacopo Dandolo, sbaragliò i genovesi guidati da Lanfranco Borborino Della Turca; delle 27 galere genovesi, tre furono incendiate e 24 catturate. Passata sotto gli Angioini prima e gli Aragonesi poi (1282), la città si trovò a lungo contesa tra le due case regnanti per la sua importanza strategica. Fu per due volte (nel 1314 e nel 1432) presa d'assedio senza successo dagli Angiò e nel XVI sec. dovette fronteggiare il pericolo delle incursioni dei pirati barbareschi, cui pose riparo con la costruzione di fortificazioni marine. Nel 1535 Carlo V concesse speciali privilegi a T., la quale continuò a sviluppare le sue attività portuali e pescherecce, nonché la lavorazione del sale e del corallo. Conquistata dagli Spagnoli nel 1735 dopo un lungo assedio, T. seguì le sorti della Sicilia nel passaggio alla dominazione borbonica. Fu tra le prime città siciliane a partecipare ai moti rivoluzionari del 1820 e del 1848. Durante la seconda guerra mondiale subì gravi danni dai bombardamenti aerei e navali. - Arte - La città conserva due esempi di architettura gotico-aragonese nella chiesa di Sant'Agostino (XIV sec.) e nella facciata della chiesa dell'Annunziata (1315-32). La chiesa di San Domenico, rifatta nei secc. XVII-XVIII, presenta tuttora elementi e pitture dell'originaria costruzione trecentesca. Tra gli edifici barocchi, notevoli la chiesa del Collegio (1636), dalla ricca facciata, e la cattedrale. Tra gli edifici civili sono da ricordare il palazzo Pilati e il palazzo della Giudecca o Ciambra, medioevali con aggiunte posteriori. Importanti istituzioni culturali sono il Museo Pepoli, con una ricca sezione archeologica, e la biblioteca Fardelliana, fondata nel 1830; essa conserva oltre 124.000 volumi nonché una raccolta di opere e carteggi interessanti per la storia del Risorgimento. ║ Provincia di Trapani (2.461 kmq; 433.893 abitanti 2004): occupa l'estremità nord-occidentale della Sicilia. Si affaccia sul Mar Tirreno a Nord e sul Mar di Sicilia a Sud, mentre a Ovest confina con le province di Palermo e di Agrigento. Comprende l'arcipelago delle Egadi e l'Isola di Pantelleria. Il territorio, prevalentemente collinare, presenta alcuni rilievi isolati (Monte Sparagio, 1.110 m); le coste settentrionale e occidentale sono più irregolari (golfi di Castellammare, di Cofano e di Bonagia), più a Sud la costa è piatta e rettilinea, interrotta dai promontori di Trapani e di Capo Lilibeo. Il clima è mediterraneo, con precipitazioni scarse e limitate al periodo invernale. I corsi d'acqua (Marsala, Mazara, Delia, Belice) hanno carattere torrentizio. I più importanti settori dell'economia della provincia sono l'agricoltura (agrumi, olivo, vite) e la pesca, soprattutto del tonno, che alimenta l'industria conserviera. Altre industrie sono quelle enologiche (famosi i liquorifici di Marsala), alimentari (pastifici), estrattive (la cosiddetta pietra di Trapani), cantieristiche, del vetro e delle calzature. Sviluppato è il turismo balneare sulla costa e nelle isole. Centri principali: Pantelleria, Isole Egadi Favignana Levanzo Marettimo, Paceco, Custonaci, San Vito lo Capo, Valderice, Buseto Palizzolo, Partanna, Petrosino, Campobello di Mazara, Santa Ninfa, Gibellina, Salaparuta, Salemi, Poggioreale, Castellammare del Golfo, Erice, Marsala, Mazara del Vallo, Alcamo, Calatafimi Segesta, Castelvetrano Selinunte, Vita. -^

Trapani è posta all'estremità occidentale della Sicilia, su una specie di istmo che trafigge il mare ed ha una forma caratteristica di doppia falce. Il geografo Stefano Bizantino dedusse dai suoi studi che l'antica Drepanum, abitata dagli Elimi, avesse preso il nome dell'isola di Cossyra, vicina alle coste dell'Epiro, che anticamente si chiamava Drepan, la cui origine si perdeva nella notte dei tempi. In seguito diventò una base navale cartaginese, anche se ben poco ci è stato tramandato di questo periodo. Conquistata dai romani nel 231 a.C. fu ben presto lasciata sotto la dominazione di Erice. Nel periodo bizantino sappiamo solo che la ignorarono, considerandola poco più di uno scoglio. Grande splendore ebbe, invece, sotto il dominio degli arabi e in quel fulgido periodo assunse grande importanza geografico-politica per la posizione strategica del suo porto. Nel 1072 il normanno Ruggero espugnò Trapani, cacciando i saraceni. Ancora, intorno al 1280 fu occupata dagli aragonesi e fino ad allora restò un grande porto commerciale e militare nel Mediterraneo. La sua decadenza, iniziata con la dominazione spagnola, culminò, nel 1647, quando il governo spagnolo tentò di venderla, insieme ad Erice, ad un nobile fiorentino. Assurse di nuovo a grande centro marinaro ed agricolo nel 1818 sotto la dominazione borbonica. -^

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Archivio Storico di Trapani Erice e dintorni di Giuseppe Vella e Giuseppe Siciliano - Gruppo pubblico su FB. Il gruppo vuole essere un luogo virtuale dove potersi incontrare e confrontare sulle diverse tematiche che riguardano l'area urbana ericino-trapanese ed il suo hinterland, sempre nel rispetto della massima educazione, correttezza morale e nell'osservanza della legalità.

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Il 31 agosto del 1282, Pietro III d'Aragona sbarcava a Trapani per liberare il regno di Sicilia dall'oppressione dei francesi...

Trapani e Palmiero Abate ebbero un ruolo non indifferente nel contesto della rivolta del Vespro Siciliano.

Il 31 agosto 1282 Pietro III d'Aragona, a cui i nobili siciliani avevano chiesto aiuto contro gli oppressori francesi, sbarcò, infatti, proprio a Trapani, accolto trionfalmente come liberatore sia dall'aristocrazia che dal popolo e il 4 settembre entrò a Palermo, dove fu acclamato re in seguito al giuramento che avrebbe cacciato il re Carlo d'Angiò e che avrebbe rispettato le leggi del re Guglielmo II.

Nell'aprile del 1283 giunge a Trapani dalla Catalogna tutta la famiglia reale, con la regina Costanza e gli lnfanti Giacomo, Federico e Violante.

Pietro III d'Aragona rimane in Sicilia dal 30 agosto 1282, giorno del suo sbarco a Trapani, all'11 maggio 1283 data della sua partenza da Trapani per Valencia.

In seguito agli avvenimenti del Vespro, il porto divenne "porto dei re", infatti, dopo l'arrivo di Pietro III d'Aragona, fu consuetudine dei re aragonesi sbarcare in Sicilia dal porto di Trapani.

Palmiero Abate, nobile trapanese e zio del famoso Sant'Alberto, fu uno dei maggiori promotori della rivolta del Vespro siciliano contro gli Angioini, insieme a Gualtiero di Caltagirone, Alaimo di Lentini, Enrico Ventimiglia e Giovanni da Procida.

Una leggenda narra che il giorno in cui scoppiò la rivolta a Palermo, Alaimo, Gualtiero e Palmiero si incontrarono con Giovanni da Procida in gran segreto a Trapani sullo scoglio del Mal Consiglio, che si trova nel tratto di mare di fronte torre di Ligny, per mettersi d'accordo su come organizzarsi.

A guidare la rivolta nella val di Mazara fu designato Palmerio Abate, nella Val Demone Alaimo di Lentini, e nella Val di Noto Gualtiero di Caltagirone.

Il 30 agosto 1282 si occupò di accogliere la flotta di Pietro III d'Aragona, comandata dall'ammiraglio Ruggero di Lauria sbarcata a Trapani per dare sostegno ai siciliani contro gli angioini. Divenuto intimo e fedelissimo del re, venne nominato suo camerlengo; chiamato a Palermo a far parte del governo provvisorio dell'isola, si distinse ben presto per le sue doti di sagace diplomatico. Seguì re Pietro nelle sue battaglie e in una di queste,  svoltasi in Catalogna il 15 agosto del 1285 contro il re di Francia, gli salvò la vita. Giuseppe Maria di Ferro narra che un soldato francese, avendolo ferito, lo stava catturando, trascinando il suo cavallo per le briglie. Ed avrebbe raggiunto lo scopo se non fosse intervenuto Palmerio, che, con un gran colpo di spada, tagliò le briglie e trasse in salvo il suo Re.

Morì nel 1300, nell'epica battaglia navale dove le 27 galee siciliane al comando dell'ammiraglio Corrado Doria, nelle acque del golfo di Napoli, affrontarono la flotta angioina composta da ben 58 navi, capitanata da Ruggero di Lauria, che nel frattempo era passato al nemico. Nell'impari scontro Palmerio Abate cadde, trafitto da molte frecce. Lasciato senza soccorso, morì abbandonato a bordo della sua nave fatta prigioniera. Roberto d'Angiò, riconoscendo il valore di sì coraggioso nemico, fece tributare al suo cadavere, coperto di sangue e di gloria, pomposi funerali e grandi onori, tumulandolo poi nel Duomo di Catania, dove oggi si trova.

A lui è intitolata la via che costeggia il lato di ponente della Villa Margherita a Trapani.

Ma vediamo brevemente i fatti che portarono alla RIVOLTA DEL VESPRO:

Nella seconda metà del XIII secolo, Trapani cade, con tutta la Sicilia, sotto la dominazione angioina.

I dodici anni dal 1270 al 1282 del dominio angioino in Sicilia sono da annoverare tra i più tormentosi della storia dell'isola, che vide spostarsi il centro del regno nel continente con il trasferimento della capitale da Palermo a Napoli.

Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia Luigi il Santo, fu incoronato a Roma re di Sicilia nel 1266, dopo avere sconfitto a Benevento Manfredi, figlio di Federico II e Bianca Lancia, ponendo fine al potere della dinastia sveva e con essa anche il concetto stesso di "stato autonomo" del Regno di Sicilia, istaurato e portato avanti dai re normanni sin dalla conquista ad opera di Ruggero II d'Altavilla.

Carlo d'Angiò non rispettò la tradizione di essere eletto a Palermo dal popolo e dai baroni siciliani e trattò l'Isola come una provincia occupata da milizie ostili, mentre Napoli diventava il centro del regno.

La Sicilia era governata da baroni francesi, che assunsero il controllo delle città. Pure l'amministrazione della giustizia e dell' erario passò nelle mani di esosi e corrotti funzionari francesi, che introdussero pesanti corvées e inaccettabili limiti alla libertà di caccia e di pascolo.

L'aristocrazia siciliana fu pesantemente mortificata e tutto questo porto allo scoppio della ribellione che diede avvio a una serie di guerre, chiamate "Guerre del Vespro" per il controllo della Sicilia, definitivamente conclusesi con il trattato di Avignone del 1372.

Tutto ebbe inizio all'ora del vespro del 30 marzo 1282, lunedì dopo la Pasqua, sul sagrato della Chiesa dello Santo Spirito, a Palermo.

L'insurrezione dilagò immediatamente in tutta la Sicilia.

A generare l'episodio fu - secondo la ricostruzione storica - la reazione al gesto di un soldato dell'esercito francese, tale Drouet, che si era rivolto in maniera irriguardosa ad una giovane nobildonna accompagnata dal consorte con la scusa di ricercarle armi nascoste sotto le vesti. La reazione dello sposo, a difesa della nobil-donna, fu appunto la scintilla che dette inizio alla rivolta. Nel corso della serata e della notte che ne seguì i palermitani si abbandonarono ad una vera e propria "caccia ai francesi", presto trasformatasi in una autentica carneficina.

Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso ad uno shibboleth (cfr. Giudici 12,5-6), mostrando loro dei ceci e chiedendo di pronunziarne il nome; appena i francesi dicevano "siseró" anziché "ciciru" venivano uccisi!

La corona dell'Isola fu offerta dai notabili siciliani a Pietro lll re d'Aragona.-^

La storia del territorio di Trapani.

Durante i primi secoli dell'antichità e almeno fino al 260 a.c., è parte integrante della storia di Erice.
Il sito dove sorgerà Trapani sarà ancora definito da Diodoro Siculo nel 368 a.C (XV, 73) "porto di Erice", un approdo in grado di ospitare una notevole armata, dato che in quell'anno, durante l'ennesimo scontro siracusano-cartaginese, vi si ancorarono ben 130 triremi greche.

Diodoro Siculo [XV, 73, 2-4]

(368 a.C.) Il tiranno Dionisio dopo aver saccheggiato l'intera regione ed essersi impadronito della città di Erice, pose l'assedio a Lilibeo ma, poiché qui si trovavano molti soldati, tolse l'assedio. Sentendo che gli arsenali erano bruciati e ritenendo che tutta la loro flotta fosse andata distrutta, ebbe disprezzo per loro: inviò nel porto di Erice 130 trireme, le migliori, fece tornare a Siracusa le altre. I Cartaginesi, avendo inaspettatamente armato 200 trireme, mossero verso quelle siracusane all'ancora nel porto di Erice: l'attacco fu improvviso ed essi trascinarono via la maggior parte delle triremi.

Il porto di Trapani appartenne dunque, dapprima, alla elima Erice e come tale, appunto, ricordato a proposito delle guerre di Dionisio il Grande.

Il nome greco di Drépana appare per la prima volta a proposito della prima guerra punica, quando questa località, che si trovava in possesso dei Cartaginesi, divenne un'importante stazione navale per la flotta ad opera di Amilcare, il quale nel 260 a.C., dopo averla fortificata vi trasferì la popolazione di Erice.

Scrive Diodoro Siculo che Amilcare Barca "cinse di mura Trapani e la rese città": το δε ∆ρεπανον τειχισας και πολιν καταστησας.

In mancanza di fondazioni ufficiali, l'atto di nascita di Trapani, come città vera e propria (polis), distinta rispetto all'originaria Eryx, si fa coincidere proprio con la costruzione o il rafforzamento delle mura verso il 260-259 a. C., a cui fece seguito il trasferimento della popolazione di Erice

Diodoro Siculo (I sec. a.C.)

[XXIII, 9] Anche il forte di Mazara fu assoggettato dai Romani. Allora Amilcare il Cartaginese prese per la seconda volta Camarina con l'inganno, e dopo pochi giorni s'impadronì anche di Enna. Fortificò Drepana e costruì una città nella quale trasferì la popolazione di Erice; fece abbattere Erice stessa, tranne l'area intorno al tempio.

Dione Cassio (II-III a.C.)
[Zonara. 8.11] Amilcare fortificò il luogo chiamato Drepanon (esso è un porto comodo), depositò lì gli oggetti di più grande valore e vi trasferì tutta la popolazione di Erice. Quest'ultima città, poiché occupava una salda posizione, egli rase al suolo, per impedire ai Romani di impadronirsene e farne una base di operazioni per la guerra.

∆ρεπανον (Drepanon), che nei secoli passati era vissuta nell'ombra di Erice, svolgendo il ruolo di porto ed emporio, ora sembra prendere il sopravvento sulla città del monte, affacciandosi alla storia con una sua distinta identità, divenendo o cominciando a divenire città.

Lo storico greco Polibio (206 a.C.-124 a.C), nella sua opera di storia universale evidenziava la funzione strategica del porto di Drepana: tanto favorevole era, infatti la posizione e tale la bellezza del porto di Trapani, che sempre i Cartaginesi dedicarono alla sua difesa la massima cura.

Come narrano le fonti storiche (in particolare Polibio, I, 49-59), il territorio ericino-drepanitano, da quel momento e fino alla fine della guerra, divenne il principale teatro degli avvenimenti bellici.

Fra il 249 e il 241 a.C. il porto di Trapani e le pendici del monte Erice furono teatro dei più importanti avvenimenti storici che questo territorio abbia conosciuti.

Romani e Cartaginesi edificarono, su un ristrettissimo ed accidentato territorio, un complesso sistema di fortificazioni (ancora rilevabili sul terreno) che coinvolse i due eserciti in una lunga ed estenuante guerra di posizione.

La scelta di fortificare Drepanon si rivelò comunque azzeccata, e verso il 250 a.C. era una delle ultime due roccaforti cartaginesi in Sicilia; dacché l'altra, Lilybaeum, era assediata da parte dei Romani.

Polibio nelle Storie, Lib. I/51 e 52. racconta della "battaglia navale del porto di Trapani" nel 249 a.C.

A quell'epoca i Romani, pensando che conquistando Trapani avrebbero posto fine alla guerra, tentarono di entrare con la flotta nel suo porto; ma i Cartaginesi, comandati da Aderbale, non si fecero sorprendere, e con una ardita manovra navale riuscirono a sopraffare la flotta comandata dal console Publio Claudio Pulcro.

Roma, nel tentativo di forzare il porto perse quasi tutta la flotta, fu una vera è propria disfatta inflitta dai cartaginesi, la più grave sconfitta navale mai subita. La colpa di tale disfatta fu data alla sciagurata decisione dal console Claudio Fulcro che fece gettare in mare i polli augurali che non beccavano il mangime (cosa ritenuta di cattivo augurio). La frase del console: "se non vogliono mangiare, che bevano" è diventata famosa.

La flotta romana formata da 120 navi (Paolo Orosio) guidata dal console Publio Claudio Pulcro salpò ed arrivò nel mare di Drepanum all'alba, tra la sorpresa dell'ammiraglio cartaginese Aderbale.

Polibio così descrive il fatto:

Al sorgere del giorno, le prime navi erano in vista di Drepanum: Adebale in un primo tempo rimase attonito alla vista improvvisa, ma ben presto si riprese e capì che il nemico era venuto per attaccare.

Giudicò allora di dover fare ogni sforzo e affrontare qualunque sacrificio pur di non esporsi ad un sicuro assedio. Raccolse dunque sulla spiaggia gli equipaggi e convocò con un bando i mercenari della città ..... ordinò di imbarcarsi subito e, guardando la sua nave, di seguirlo a poppa (ordinò che lo seguissero). Detto questo, egli stesso in tutta fretta salpò e condusse fuori i suoi proprio sotto alle rupi dalla parte opposta a quella dalla quale i Romani stavano entrando nel porto. ( Pol. 1)

Publio Claudio Pulcro, mentre parte della sua flotta era entrata nel porto, parte stava entrando e parte era ancora fuori, vide che i Cartaginesi avevano disposto la loro flotta, posta all'esterno del porto e distante dalla sua imboccatura, in posizione di battaglia.

Ordinò che subito tutte le navi invertissero la rotta per uscire e dare battaglia ai nemici. Non considerò l'affollamento eccessivo di navi, in relazione allo spazio disponibile, in un'area che per la sua naturale esiguità intralciò le manovre dei natanti e causò grandi danni.

Molte delle poliere che uscivano, urtarono seriamente quelle che entravano; molte inoltre si danneggiarono reciprocamente i remi: Il tutto in una confusione che rallentò molto l'operazione di disporsi in battaglia, mentre soltanto quelle ancora all'esterno del porto, grazia al maggiore spazio disponibile, furono leste a dirigersi contro la flotta cartaginese. Tra queste v'era la quinqueremi del console, avvantaggiata dal fatto che era posta in retroguardia.

Le navi che erano senza impedimenti, perché ancora fuori dal porto, vennero fatte disporre dai trierachi nelle vicinanze della spiaggia e con le prue contro gli avversari.

Claudio Publio Pulcro si dispose a sinistra dello schieramento, lontano dalla spiaggia, verso l'alto mare. [Pol. 1]

Mentre la flotta romana risolveva le proprie difficoltà, quella cartaginese guidata da Aderbale modificò la propria disposizione e dallo stato di attesa, con cinque delle sue pentere (quinqueremi), si diresse oltre l'ala sinistra romana e quindi verso il mare alto.

A questo punto fece diramare l'ordine alle rimanenti poliere di compiere una manovra tattica uguale alla sua. In tal modo la flotta cartaginese si trovò in vantaggio dato che, con alle spalle il mare aperto, poteva assaltare i Romani o poteva fuggire a seconda dell'esito dello scontro.

I Romani venivano così costretti in uno specchio d'acqua delimitato, da dietro, dalla costa. Ciò precludeva loro la possibilità di manovra.

Completata la manovra le navi cartaginesi indirizzarono la loro prua verso quelle romane; ma queste, tenendosi sotto costa, erano impegnate a presidiare il tratto di mare antistante l'imboccatura del porto, in modo da consentire alle loro restanti navi di uscire indisturbate.

Alcuni anni dopo, nel 241 a.C., Gaio Lutazio Catulo sbaragliò la flotta cartaginese nella famosa battaglia delle Isole Egadi che pose fine alla guerra, senza che però Drepanon fosse mai effettivamente espugnata.

I Romani così conquistarono la città, latinizzandone il nome in Drepanum.

Al momento della battaglia delle Egadi, che decise le sorti della prima Guerra Punica, Trapani è sempre un ottimo λιµην (porto) ma è già anche una πολις (polis).-^

Post Autore: Aldo Messina

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La Vera Storia del Cuscusu e della Mafaradda a Trapani.

di Alberto Barbata

E' chiaro che la trattazione sull'argomento cuscusu non è impresa facile, specialmente in una città come Trapani che è stata spodestata della sua centralità nella storia di questo cibo che è alimento principe non solo del nord Africa o meglio delle zone subsahariane e poi di tutto il mediterraneo, di tutte le sue sponde e dei suoi popoli.

Certamente la nostra città occupa un posto preminente nella divulgazione di questo alimento, sia per motivi storici antichi sia per i rapporti più recenti, dal secolo XVI in poi.

L'invasione della Sicilia da parte degli arabi del Maghreb nell'830 d.C. ed il loro sbarco a Mazara e quindi la conquista prima di questa parte della zona occidentale dell'isola potrebbe avere sicuramente influenzato il gusto dell'alimentazione e quindi aver favorito l'introduzione del couscous in seno alla popolazione che era prettamente cristiano-bizantina.

Ma la tesi non è suffragata da una documentazione di autori tramandata e neanche di ricerche e scavi di natura archeologica.

Nel basso medioevo e fino agli inizi dell'età moderna Trapani è punto d'incontro e di arrivo di tante avventure, dalla pirateria barberesca e cristiana, al passaggio di crociati fino alla venuta degli aragonesi con re Pietro che sbarca nella nostra città nel 1282. Il punto nodale è costituito dall'avvento della schiavitù domestica, con la collocazione all'interno delle nobili famiglie di uomini e donne soprattutto provenienti dalla Barberia.

Una ricerca storica approfondita non è stata mai attuata, anche perché in questo campo occorrerebbe impegnare intere equipes di studiosi. Tuttavia oggi le cose sono mutate e diversi studiosi e ricercatori si sono impegnati per sfatare leggende e storie fantastiche.

Il fondo di verità tramandatoci dalla letteratura con le novelle del Boccaccio e del Novellino viene confermato dalla documentazione notarile, conservata nell'archivio di stato di Trapani e più volte consultata dagli studiosi stranieri come l'israelita Ashtor ed il francese Henri Bresc.

Presso il notaio Giovan Antonio Fardella del sec. XVI, in un inventario successivo al testamento della nobildonna defunta donna Giovanna de Graffeo in data 21 marzo del 1550, vengono citate due schiave nominate, una Anna ed una, Fatima.

Tra gli altri oggetti citati, sia di biancheria come di rami e argenti, viene citata - una pignata di ramu di cuscusu -. E' la prima citazione nella storia delle ricerche sull'origine del cuscusu a Trapani. Sembrerebbe strana la citazione di una stoviglia costruita con foglia di rame, probabilmente all'interno lavorata a stagno. Ma se consideriamo che le stoviglie di rame appartenevamo di solito alla classe nobile e che le stoviglie di cotto erano appannaggio del popolino,la citazione non sembrerà stramba.

Per riandare ad una analisi semiologica del termine, possiamo dire che nella sua descrizione tecnico-pratica, il Cuscusu appare nei dizionari settecenteschi siciliani, quali il Vocabolario siciliano etimologico, italiano e latino dell'abbate Michele Pasqualino da Palermo, stampato nel 1785 dalla reale stamperia.

Scrive il Pasqualino che il " cuscusu " è una sorta di pasta per lo più fatta di semola ridotta in forma di picciolissimi granelli, che cotta si mangia in minestra, semolino.

P.M.S in cuscusu. Dice "Simola subacta in minutos globulos per cribrum redacta Graece kÒskinon coskìnon est cribrum a quo videtur formatum &c. Vinci cuscusu Similago , seu globuli e simila vox Arabica Jo. Leoni in descriptio Africae p.2 f.12 de populis regionis , haec ita scribit : sogliono mangiare, carne bollita, ed insieme cipolle, e fave, o pure l'accompagnano con un altro cibo detto da essi cuscusu. Poi il Pasqualino conclude citando il Cuscusu asciuttu, sorte di dolce fatto di semola ridotta a pallottoline condita di zucchero e cotta con fumigio; si potrebbe dire semolino dolce. L'ultima citazione si riferisce al cuscusu dolce, oggi di nuovo in uso nella ristorazione.

La descrizione è imprecisa ed imperfetta, tuttavia risponde per la maggior parte ai canoni conosciuti.

Nell'opera del Ragona, La maiolica siciliana, edita dal Sellerio, viene citato un inventario di beni del fu Don Giovanni de Jnnava Remanzon del 3 luglio 1576, ricavato dagli atti della Curia delle cause Civili di Siracusa, elenca vetragli di Nicossia, come pure un bacile e tri piatti grandi di Nicossia di maccarruni ditti marfarati. La citazione era dovuta ad un riferimento di una produzione di maioliche della città di Nicosia, produzione che sostiene Ragona non andò oltre il secolo XVI.

La citazione era tratta da documenti dell'Archivio del Duomo di Piazza Armerina (vol.4 feudo Camitrici, f.123).

Quello che colpisce nella citazione del Ragona è la parola marfarata che viene citata poi di recente nel dizionario del Piccitto (1950-). La prima parola citata nel dizionario è mafararda (usata nel trapanese) che rimanda a mafarata.

La parola mafarata (citata dal Malaspina ed altri) si configura in un vaso di creta o di legno, concavo, un catino, ma anche in un sorta di piatto, scodella, spesso di creta. A sua volta il Piccitto rimanda alla parola mafaradda (usata nel trapanese), a mafararda, a maffarada, a maffarrata, a marfarada, a mmaffarata. Ed infine dice cfr. con ammafaredda, marfarata.

Il dizionario riporta la parola marfarata, usata nell'ennese.

Infine, riandando quantità, ad es. di cibo ai vocabolari storici, come il Pasqualino del secolo XVIII, si cita la parola mafarata, sorta di vaso fatto di creta concavo, rotondo, a somiglianza di concola, ma più piccolo, vasello, vasetto, vasculum, crater e dice che è ignota l'etimologia.

Quindi si può ben dire che questo strumento della civiltà materiale, della vita quotidiana, si rifà ad un termine linguistico antichissimo, ma di cui si sconosce l'origine.

Nel saggio dell'Adragna su "L'ambiente di Erice dai Romani agli Arabi (III-IX secolo d.C.) l'autore si rifà all'Amari che così recita testualmente: " per 243 anni che tanti ne corsero dalla conquista dei saraceni a quella dei normanni, io non trovo negli annali di Sicilia registrato verun fatto memorabile che ci attesti lo stato di Erice sotto i Saraceni. Tutto però ci induce a credere che Erice nostra non doveva a quei tempi e per la sua posizione e per la sua rocca essere di lieve importanza, se non come città frequente di popoli e di commerci, almeno come castello e fortezza".

Ma se tutti i casali "riahl" e i "manzil" di cui erano cosparse le falde ericine sono poi svaniti nel tempo, sono rimaste invece, sostiene l'Adragna, numerose tracce nella toponomastica e nell'uso linguistico. A tal proposito, oltre a citare i toponimi di molti luoghi, l'Adragna elenca una serie interminabile di nomi di oggetti e usi di chiara origine arabeggiante, fra i quali il cuscusu di cui spiega le differenze con l'originale arabo. Mi piace evidenziare quanto scrive a proposito della mafàradda: vaso di terracotta verniciato all'interno con uno speciale smalto verde a forma di ampio tronco di cono poggiante sulla base minore che serve per 'ncucciari il cuscusu.

Ricerche appropriate non sono state mai condotte sugli utensili della vita quotidiana, ma certamente la ricerca d'archivio potrebbe dare maggiore luce.

Occorre però nel contempo ricordare che questo cibo particolare viene citato in documenti dal quattrocento in poi per il semplice motivo che veniva usato anche in altri territori siciliani, ad opera di conventi e di monaci, documenti citati da studiosi importanti quali Henri Bresc, Marcel Aymard ed altri. I due famosi storici francesi Bresc ed Aymard, nel loro saggio " Nourritures et consommation en Sicile entre XIV et XVIII siècle " raccontano che " encore au XVI siècle on trouve trace de bouillies (cuccia), ou, plus encore, de couscous : cuisinè aujourd'hui seulement autour de Trapani, il y est considéré comme une importation de Tunisie. Mais la semoule et le couscous figurent régulièrement dans tou le tarifs municipaux de Palerme, et les religieuses du Monastere du Salvatore en mangent le jour de Noel 1694. Un plat de fete donc , de meme d'ailleurs, très long-temps, que le pates". La citazione dell'importazione del couscous dalla Tunisia, fatta da Henri Bresc, non è amena in quanto l'emigrazione anomala dei trapanesi verso il nord Africa alla fine del secolo XIX, in un periodo di grande crisi economica e di sviluppo della colonia francese della Tunisia, fu notevole. Ma trattasi certamente di una seconda o terza importazione storica di questo cibo eccezionale. Una storia, quella del couscous, lunga ed infinita, ma affascinante.

E dispiace che ai trapanesi, il cui uso del couscous è ancora oggi diffuso in tutti i luoghi di ristoro della città, non interessi tanto la conservazione della memoria storica di questo alimento e la diffusione come dinamica culturale che altri hanno fatto propria. Mi domando se i nostri candidati sindaci hanno pensato a un discorso culturale sul couscous come hanno fatto i cineasti francesi a Marsiglia con il famoso film "Couscous" . Potrebbero ancora salvarsi l'anima istituendo a Trapani un Museo del Couscous esponendovi tutti gli strumenti della civiltà materiale legati alla storia di questo cibo meraviglioso.

Articolo tratto da La Risacca Mensile Trapanese. -^

Trapani nella leggenda di una madre contro gl'inferi ...

Il Ratto di Prosperina

Sul finire del IV secolo dopo Cristo lo storico romano Servio, commentatore dell'Eneide, così scriveva: "Drepanum è città non lontana dal monte Erice, posta oltre Lilibeo, cosiddetta per la curvatura del litorale in cui è situata, sia perché Saturno in quel luogo, dopo aver amputato i genitali al padre, lanciò la falce che dicasi in greco drepanis; il che è stimato verosimile per la vicinanza di Erice, consacrata a Venere, che dicesi nata dal sangue di Cielo e dalla spuma del mare. Alcuni, credono che essa sia denominata Drepana dalla falce che ivi perdette Cerere cercando la figlioletta Proserpina".

Ma chi era Prosperina o Persefone nella versione greca?

"Proserpina era lì nel bosco che giocava e coglieva viole e candidi gigli e con fanciullesco impegno ne riempiva canestri e il grembo della veste, sforzandosi di raccoglierne più delle compagne. Quand'ecco fu vista e in un sol colpo amata e rapita da Dite: tanto fulminea fu l'azione dell'amore".

Con queste parole Ovidio, nelle Metamorfosi, descrive l'innamoramento e il rapimento di Proserpina da parte di Plutone (Ade, il dio degl'inferi).

Proserpina (in greco Persefone) è una delle molte figure che popolano il mondo della mitologia greco-romana. Figlia di Giove (in greco Zeus) e di Cerere (in greco Demetra), la dea della terra produttrice, delle messi, che presiede all'agricoltura e vigila il sereno lavoro degli uomini.

Un giorno Proserpina fu rapida da Ade mentre coglieva fiori nella piana di Enna, in Sicilia, e fu condotta nell'Oltretomba, di cui divenne regina.

Plutone compie il ratto spinto da una freccia di Cupido scoccata per volontà della madre Venere, indispettita dalla verginità di Proserpina.

Atterrita, Proserpina cerca l'aiuto della madre, invocandola e chiamandola con voce angosciata. Il rapitore intanto sprona i cavalli e, giunto presso un tratto di mare tra due sorgenti, squarcia la terra con lo scettro regale, aprendo un varco verso il Tartaro.

Intanto Cerere, ormai disperata, cerca la figlia in ogni angolo della terra.

Fu proprio mentre cercava sua figlia Prosperina, su di un carro trainato da serpi alate, che Cerere perse la falce nel sito dove sorse l'antica Drepanon (Trapani).

Scoperto l'accaduto, Cerere distrugge i raccolti e gli aratri, minacciando la fertilità della Sicilia, in cui aveva trovato le tracce del rapimento. Adirata, si reca da Giove e supplica la restituzione della figlia: Proserpina potrà tornare sulla terra a patto che non abbia mangiato alcun cibo nell'Oltretomba. La fanciulla, tuttavia, aveva violato il digiuno: aveva infatti sgranocchiato sette grani di una rossa melagrana.

Ma Cerere si rivolse a Zeus e minacciò che, anche a costo di subire una punizione eterna, lei non avrebbe più curato il grano e i raccolti e la miseria si sarebbe abbattuta sul mondo, se Ade non gli avesse restituito sua figlia.

Giove, trovò allora un compromesso, divise in due parti uguali il corso dell'anno: Proserpina trascorre sei mesi dell'anno (autunno e inverno) nell'Oltretomba in compagnia del marito; gli altri sei mesi (primavera ed estate) li passa nel mondo dei vivi, in compagnia della madre, facendo rifiorire la terra al suo passaggio.

Ed è per questo che, da allora, in primavera e in estate, quando Prosperina torna da Cerere la terra rifiorisce. -^

Trapani, città oggi terziaria, era ancora nel secolo scorso porto e mercato tra i più attivi del Mediterraneo, città industriale e centro urbano tutt'altro che periferico.

Il Braudel nel suo libro "La Mediterranee et le mond mediterranèen à L'epoque da Filippo II" edito a Parigi nel 1949, considera Trapani la città meno siciliana della Sicilia. Ciò che egli ammira è l'ardire, l'intraprendenza, la tenacia e l'attaccamento al lavoro dei suoi abitanti.

Ancora prima, Brydone, che venne in Sicilia nel 1770 annota: « La pesca del corallo si fa specialmente a Trapani, ove si è inventata una macchina opportunissima a quest'abbietto. Gli abitanti di Trapani sono in fama di essere i più industriosi dell'isola; essi hanno arricchito le arti di parecchie invenzioni utili. Un artista vi ha ultmamente inventato una maniera di fare i cammei ed imita perfettamente gli antichi sull'onice».

Orazio Cancila, Storia dell'industria in Sicilia scrive:

In notevole aumento era l'esportazione di vino liquoroso, tanto che negli anni Ottanta dell'800 nel trapanese sorsero ben sei nuovi grandi stabilimenti vinicoli (oltre quelli minori), a fronte dei sei impiantati nel ventennio precedente. Imponente era lo stabilimento Aula e Virgilio di Trapani, sorto nel 1887 e ampliato cinque anni dopo sino a occupare un'area di 36.000 mq, con una forza lavoro di 80 operai. Ne erano titolari il sen. Nunzio e il cav. Domenico Aula da una parte e Nunzio, Angelo e Carlo Virgilio dall'altra, proprietari anche del modernissimo mulino a vapore Domenico Aula e C., impiantato l'anno precedente nella stessa Trapani.

Le fabbriche più importanti continuavano a rimanere gli antichi stabilimenti Ingham-Whitaker, Woodhouse e Florio a Marsala e il recentissimo Aula-Virgilio a Trapani.

Nel 1896, scrive il prof. Costanza, gli stabilimenti più importanti che, a Trapani, operavano nel settore enologico erano 18 (quasi tutti azionati da caldaie a vapore), con 448 addetti. Alcuni di essi avevano raggiunto consistenza d'industria competitiva nei confronti degli stessi opifici marsalesi (che erano ben 35).

(Aula e Virgilio, D'Alì e Bordonaro, Giovanni Adragna, Enrico Platamone e C., Marco Catalano e figli, fratelli Lombardo, M. Pace e figli, Giuseppe Messina), ma anche gli altri reggevano bene il mercato (Pilati e Agueci, Antonio Volpetti, Antonino Avellone, Andrea Isca, Vulpitta Galia e C., Giovanni Vaiarello, Costantino Cordaro e C.).

Anche l'industria molitoria faceva notevoli progressi. Se ancora nei comuni dell'interno continuavano a funzionare gli antichi mulini ad acqua, numerosi erano ormai, in particolare nelle città, i mulini a vapore che lavoravano anche per l'estero. Taluni, i più recenti soprattutto, costituivano dei complessi grandiosi, con attrezzature acquistate inizialmente in Germania e in Ungheria e più tardi anche presso le industrie lombarde, non più presso le industrie meccaniche siciliane come ancora avveniva negli anni Settanta. Così al mulino a vapore Domenico Aula e C. di Trapani, che dava lavoro a circa 100 operai, nel 1886 la motrice di 200 cv era stata fornita dalla casa tedesca Sunderman e Stier di Chemnitz (Sassonia) e l'impianto per la produzione di elettricità e le dinamo dalla Helios di Colonia. (prof.Orazio Cancila, Storia dell'industria in Sicilia).

Il libro L'Italia meridionale o L'antico reame delle Due Sicilie (1860) così riporta su Trapani:

Il suo porto, quantunque in parte ricolmato ed occupato dalle saline, è sicuro e riceve legni mercantili di ogni portata. La città ë molto industriosa e commerciante, e circondata di fertile territorio. Possiede fabbriche di tele, di lane, lavori di marmo, di alabastro, di corallo, di ferro, fabbriche di sapone, etc... Il commercio è quasi tutto di esportazione, e comprende sale, frutta, formaggio, sommacco, lino, olio, soda, vino, alabastro, pelli, ed altri prodotti delle sue fabbriche.

Nel 1964, a proposito dell'attivismo e della produttività della Trapani industriale, lo scrittore polacco Leo Kociemski, ricordando un viaggio in Sicilia compiuto 40 anni prima, scriveva:

Mi avevano detto che a Trapani avrei trovato i milanesi della Sicilia, che la città in se stessa doveva servirmi come tappa obbligatoria per salire a Monte San Giuliano, allora non chiamata Erice, che essa non mi avrebbe procurato delle sensazioni artistiche ed offerto del cibo intellettuale. Se non mi interessavano il vino, il corallo, il sale e la pesca del tonno mi avrebbe lasciato indifferente. In verità non mi interessavo di questi singolari prodotti oltre ai limiti utilitari di consumatore modestissimo, però sin dai primi passi fatti oltre la soglia dell'antica Drepanon ho cominciato a registrare non richieste ma spontanee smentite degli avvertimenti ricevuti. Sin da allora Trapani si è incisa nella mia memoria per fantastica sincronia tra il candore dei monticelli di sale e le case e le sagome dei molini a vento biancheggianti di calce. Dopo aver seguito le tappe prefisse della mia peregrinazione attraverso le zone della Sicilia orientale e centrale arrivavo in una città nella quale avrei giurato senza difficoltà, anche le coscienze erano candite. E non ho perduto questa sensazione lungo il cammino degli anni.

Articolo tratto da trapaninostra.it. -^

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Sant'Alberto da Trapani

La processione in onore di Sant'Alberto degli Abati si svolge ininterrottamente dal 7 agosto 1624, così come disposto dai giurati della città con proprio bando, in memoria del giorno in cui fu ufficialmente dichiarato cessato il contagio della peste a Trapani, grazie all'intercessione proprio del santo patrono.

Questo è quanto risulta dal registro dell'archivio del senato di Trapani, portatoci a conoscenza da Salvatore Accardi su trapaniinvittissima.

I pescatori del rione San Pietro, detto quartiere "Casalicchio", fecero scolpire un simulacro argenteo che ritraeva Sant'Alberto e ogni anno collocavano ritualmente la statua nella Via Biscottai, sito in cui era apparso il Santo a due pescatori per riferire che presto il morbo della peste sarebbe stato sconfitto per sua intercessione.

La peste si era diffusa a Trapani da un vascello capitanato dal moro Maometto Cavalà, proveniente da Tunisi con a bordo cristiani riscattati dalla schiavitù, merci e doni personali del bey (signore) della città della costa africana al viceré Emanuele Filiberto di Savoia.

Il Senato trapanese, avendo appreso che Tunisi era in balia di una perniciosa epidemia di peste, aveva deliberato di vietare l‟approdò al galeone. Ma poiché il vascello trasportava un tappeto destinato al vicerè Emanuele Filiberto di Savoia, il suo segretario ordinò che comunque la nave dovesse giungere in porto.

La nave rimase in porto abbastanza a lungo per lasciarsi dietro un funebre strascico, in un'antica carta d'archivio si legge che subito il morbo a guisa di inreparabil foco [...] orrevolmente brugiava, e devorava tutta questa Città.

Successivamente il carico si diresse a Palermo e da lì il morbo si diffuse in tutta la Sicilia, mietendo numerose vittime, tra cui lo stesso Vicerè ed il suo segretario.

Sant'Alberto nacque verso il 1250 dalla nobile famiglia degli Abati (o Abbati). Si è discusso molto e a lungo sul luogo di nascita, Trapani o Monte di Trapani, cioè Erice come era invalso l'uso di chiamare allora la città del Monte: controversia che, in base ai documenti ufficiali, va risolta a favore di Trapani.

Alberto da Benedetto Abate e Giovanna Palizzi, nell'attuale via Andrea Carreca, in pieno centro storico cittadino, ove sorgeva (come testimoniano vari pubblici documenti) il palazzo di famiglia. Ancora quel luogo prende il nome di "Cortile di Sant'Alberto".

Venne alla luce dopo 26 anni di matrimonio sterile, implorato dal cielo con preghiere, digiuni ed elemosine dai suoi genitori i quali, tramite un voto fatto alla Vergine, promisero di consacrarlo al Signore nell'Ordine del Carmelo.

Fin da piccolo crebbe in lui un'esigenza spirituale al di fuori dei canoni d'insegnamento ed a otto anni entrò nell'Ordine dei Carmelitani, da poco costituito, votando la sua castità alla rinuncia delle ricchezze, del piacere dei sensi, abbandonando tutti i legami mondani e da quel momento dedicò la sua vita alla contemplazione dello spirito. Per la sua modestia non avrebbe voluto accettare l'ordinazione sacerdotale; ma si piegò alle affettuose insistenze dei confratelli e dei superiori distinguendosi per le sue virtù, il suo amore per la purezza e la preghiera, per i miracoli e per la sua predicazione. Poco dopo Alberto venne mandato dai Superiori all'altra estremità dell'isola, nel convento carmelitano di Messina e liberò la città, assediata dal Duca di Calabria, dalla fame causata da un assedio: alcune navi cariche di vettovaglie passarono miracolosamente attraverso gli assedianti. Per la parola e per i prodigi, per la carità e soprattutto per le numerose conversioni di Ebrei, la fama di Sant'Alberto corse rapidamente anche fuor di Messina. Venne così additato come esempio di vero carmelitano, tutto dedito all'austerità e alle opere apostoliche e, verso il 1287, fu nominato, meritatamente, Superiore provinciale dell'Ordine per la Sicilia. Morì a Messina il 7 agosto con probabilità nel 1307.

Il cielo stesso, si narra, volle dirimere la controversia sorta tra il clero ed il popolo circa la specie di Messa da celebrare in tale occasione: due angeli apparvero ed intonarono l'Os iusti, l'Introito della Messa dei confessori.

Come risulta da una pergamena datata 10 maggio 1296 del "Fondo Pergamene", custodito presso la Biblioteca Fardelliana di Trapani, composto da atti notarili e da vari documenti pubblici, ebbe la carica di Superiore provinciale dell'ordine carmelitano.

Fu il primo Santo del Carmelo ad essere venerato e quindi venne insignito del titolo di Patrono e protettore dell'Ordine Carmelitano. Ebbe anche il titolo di «padre», titolo condiviso con l'altro Santo carmelitano del suo tempo, Sant'Angelo di Sicilia. Nel convento di Palermo già nel 1346 apparve una cappella a lui dedicata; in vari capitoli generali, a cominciare da quello del 1375, si pensò di ottenerne la canonizzazione papale; in quello del 1411 si dice che è pronto il suo Ufficio proprio.

Nel 1457 Callisto III , vivae vocis oraculo, ne permise il culto, confermato in seguito da Sisto IV con bolla del 31 maggio 1476.

Nel 1524 si ordinò che la sua immagine fosse nel sigillo del capitolo generale e il superiore dell'Ordine, Nicolò Audet, volle che in ogni chiesa si trovasse un altare a lui dedicato. Già nel capitolo del 1420 si era ordinato che in tutti i conventi si tenesse la sua immagine raggiata. Con questo culto intenso ed esteso si spiega l'abbondante iconografia, nella quale Alberto è raffigurato (con o senza libro) dapprima recante un giglio, simbolo della vittoria sui sensi riportata all'inizio della sua vita religiosa, poi nell'atto di vincere un diavolo, o anche dal sec. XVII mentre compie i suoi miracoli.

Sullo sfondo viene spesso riprodotta la città di Trapani di cui è Patrono. A Messina nel 1623 gli fu dedicata una porta della città.

Le sue reliquie sono sparse in tutta Europa: esse sono necessarie, ancor oggi, alla benedizione dell'acqua di S. Alberto, molto usata, specialmente, in passato, contro le febbri. Il capo del Santo è nella chiesa dei Carmelitani di Trapani. Il Santo è invocato anche contro i terremoti e le ossessioni. Nell'ultima riforma liturgica è stato concesso il grado di festa per S. Alberto per i Carmelitani e di memoria per i Carmelitani Scalzi. -^

Trapani e Erice nel passato Amministratori Enrico D'Amico Francesca D'Amico Leonardo Poma Tonino Perrera

Gruppo pubblico su FB.

Spunti per animare una o più discussioni su foto, personaggi e quant'altro possa amichevolmente coinvolgere quante più persone che hanno a cuore Trapani ed Erice ed altri comuni della provincia di Trapani, anche nel loro passato. Espressioni tipiche dialettali e reclame d'epoca, provenienti da qualsiasi fonte, espresse in modo sintetico ed efficace. Il gruppo ha finalità ricreative e non commerciali o lucrative.

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