L'Impero Romano.

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STORIA ANTICA - L'IMPERO ROMANO

L'ETÀ DI OTTAVIANO

Rientrato a Roma, Ottaviano, dovette affrontare la difficile crisi sociale che stava imperversando su tutta la penisola. Le guerre civili e i ripetuti scontri con le popolazioni straniere avevano impoverito la plebe, reso critica la situazione delle province, sottoposte ad oneri sempre più pesanti, ed accentuato la diversità di interessi delle varie classi sociali. Il compito di Ottaviano non era quindi semplice e richiedeva una restaurazione del potere centrale; a questo proposito egli poté approfittare del momento per instaurare un regime guidato da un solo cittadino. Il popolo, i cavalieri e i senatori, stanchi di guerra e desiderosi di un lungo periodo di calma, si dimostrarono ormai disposti ad accettare un regime monarchico capace, nella persona di un unico principe, di riorganizzare lo Stato in modo efficiente, di conciliare i differenti interessi, di rielaborare i privilegi e i principi giuridico-economici e di creare un sistema amministrativo veramente efficace ed adatto alla nuova estensione dello Stato. Ottaviano, pur rispettando le strutture esteriori della repubblica e riconoscendo la validità del Senato, ebbe così la possibilità di divenire il detentore di tutti i poteri.

Come console, ininterrottamente dal 31 al 23 a.C., esercitava il potere esecutivo; come proconsole presiedeva al governo di tutte le province; come tribuno della plebe godeva dell'inviolabilità, del diritto di veto su tutte le deliberazioni dei pubblici poteri e della facoltà di convocare il popolo e di proporre le leggi; come imperatore era il comandante in capo di tutte le forze armate; come principe, cioè primo fra tutti i cittadini, rappresentava lo Stato nelle relazioni internazionali; ed infine come pontefice massimo vigilava sul culto. Non vi fu quindi un passaggio netto da repubblica a monarchia, ma un lento processo evolutivo ed Ottaviano, in ogni caso, era considerato come un semplice magistrato. La repubblica, che aveva portato solo lotte, contrasti e tensione politica, scomparì progressivamente, a mano a mano che la popolarità di Ottaviano aumentava. Le sue riforme gli valsero il titolo di Restauratore dell'Ordine e della Pace ed egli conobbe il massimo momento di gloria nel gennaio del 27 a.C.. In quell'occasione, mentre Ottaviano presentava le dimissioni da tutte le cariche e assegnava il governo di Roma in mano al Senato e a i suoi cittadini, tutti i magistrati lo supplicarono di mantenere la guida dello Stato e gli conferirono il titolo di Augustus (ossia "degno di venerazione") che lo consacrava signore della capitale e che gli rimase come nome proprio, con il quale è ancora oggi ricordato. Sebbene Ottaviano Augusto non volesse farsi chiamare re o dittatore o sovrano, durante il suo regno il termine "imperatore" mutò di significato e, da comandante dell'esercito, passò ad indicare la figura di un monarca vero e proprio. L'attività politica di Augusto fu molto intensa: dopo aver dato una salda unità al suo governo, egli si gettò a capofitto nell'organizzazione di tutto il regno romano, istituendo una burocrazia centrale stabile e stipendiata - formata da ministri, funzionari e impiegati, che aveva il compito di risolvere tutti i problemi amministrativi dello Stato. Per migliorare l'amministrazione delle province, egli si preoccupò inoltre di dar vita ad una burocrazia periferica, dipendente dal potere centrale, capace di eliminare tutte le ingiustizie cui erano sottoposti in precedenza i sudditi stranieri.

L'ORDINAMENTO AUGUSTEO

Nella sua opera riformatrice Ottaviano Augusto si dedicò attivamente alla ristrutturazione, soprattutto amministrativa, dei territori dell'impero. L'Italia fu suddivisa in 11 regioni, ognuna delle quali era retta da un apparato burocratico indipendente e locale, che si occupava della vita sociale e amministrativa della popolazione, rendendo partecipe degli sviluppi l'imperatore stesso. L'undicesima regione italiana era la Gallia Cisalpina che, in quegli ultimi anni, aveva ottenuto la cittadinanza romana. Tutto il resto dell'impero fu invece suddiviso in venticinque province, distinte in "province senatorie" e "province imperiali". Le province senatorie erano tutte quelle terre, di antica conquista, caratterizzate da una situazione sostanzialmente pacifica e quindi di facile dominio. Queste terre, che non richiedevano la presenza di contingenti militari, erano governate da proconsoli nominati dal Senato e quindi appartenenti alla nobilitas romana. Le più importanti province senatorie erano la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, la Macedonia, l'Illiria, l'Asia, la Bitinia, il Ponto e la Grecia (denominata dai romani "Acaia"). Le province imperiali erano invece quelle terre di recente conquista e quindi più facilmente soggette a ribellioni ed invasioni dall'esterno. Questi territori erano governati direttamente dall'imperatore per mezzo di un gruppo di uomini fidati; questi ultimi, meglio conosciuti come i "legati di Augusto", avevano il preciso compito di mantenere sotto controllo la situazione politica della provincia e di provvedere al comando delle forze armate stanziate in quella zona. Fra le province imperiali possiamo facilmente individuare: la Siria, in stretto contatto con la popolazione dei Parti da sempre ostile al dominio romano; la Spagna, caratterizzata dai continui movimenti rivoluzionari dei Lusitani e dei Celtiberi; ed infine la Gallia del nord, a stretto contatto con le popolazioni germaniche e quindi soggetta ad un continuo pericolo di invasione e considerata da Augusto come un'ottima base strategica per sferrare un attacco alla Britannia, come aveva già fatto anni prima Giulio Cesare. A tutti questi territori va aggiunto il regno d'Egitto che, dopo la successione di Augusto a Cleopatra, era divenuto un territorio privato dell'imperatore. Vale la pena di sottolineare il fatto che l'accesso al regno d'Egitto era vietato ai senatori e ai cavalieri che non avessero ottenuto dal principe il permesso esplicito di recarvisi. Non potendo naturalmente occuparsi personalmente del governo di questa provincia, Augusto incaricò dei luogotenenti, che curavano l'amministrazione con la carica di prefetti. Complessivamente, le trasformazioni operate da Augusto nell'ambito dell'ordinamento provinciale furono un grande passo avanti per i sudditi: l'amministrazione divenne molto più equa e, per quanto riguarda la giustizia, fu riconosciuto il diritto di appellarsi all'imperatore, nel quale i provinciali trovarono certamente un giudice molto più imparziale di quelli dei tribunali romani sino ad allora riconosciuti. Augusto preferì, saggiamente, non restituire l'appalto delle imposte ai cavalieri e scelse invece di affidare la riscossione dei tributi direttamente alle comunità municipali cittadine, molto più affidabili e giuste. Nei confronti delle classi sociali, Ottaviano Augusto cercò di mantenere un rapporto di imparzialità assoluta, dimostrando in ogni occasione di non avere preferenze verso un ceto sociale particolare. Egli rispettò sempre l'autorità del Senato e, nei momenti di difficoltà, non esitò a chiedere suggerimenti agli anziani magistrati; ma, facendo valere il suo titolo di principe (cioè "primo fra pari"), non si fece mai scavalcare dalla nobilitas senatoriale romana, ribadendo sempre la propria autorità. Gli esponenti delle più antiche famiglie senatoriali, con tutto il loro prestigio e la loro esperienza politica, venivano spesso consultati da Augusto, che assegnò loro le più importanti magistrature e i gradi più elevati nell'esercito. Per quanto riguarda la classe dei cavalieri, l'abilità di Augusto consistette nell'impedire che questi uomini, la cui potenza finanziaria era stata in gran parte distrutta dal periodo di guerre civili, potessero ricostruire il loro antico potere sulle stesse basi. Egli infatti negò ai cavalieri gli appalti delle imposte delle province, ma offrì la possibilità concreta di intraprendere una carriera statale che li poteva portare sino a posizioni di grande prestigio, quali quella di "prefetto del pretorio", di "prefetto dell'Egitto", di "prefetto dell'annona" oppure di "prefetto dei vigili". Grazie a questa politica, Augusto ottenne uno sviluppo della classe degli equites, che da grandi imprenditori commerciali divennero, col passare del tempo, dei validi funzionari statali che, per il proprio interesse, lavoravano costruttivamente per il miglioramento dall'amministrazione pubblica. Era infatti possibile che l'imperatore promuovesse un comune cittadino, dimostratosi molto zelante, alla classe dei cavalieri oppure un equites, fra i più benemeriti, all'ordine senatoriale: in questo modo Augusto stimolò la buona volontà della popolazione che, in cambio dell'impegno dimostrato, poteva beneficiare di una carica di maggior prestigio. Nei confronti delle classi popolari dell'impero, Augusto si attenne ad una politica decisamente conservatrice: fu mantenuta l'usanza di elargire gratuitamente, a spese dello Stato, un certo quantitativo di cereali ai meno abbienti; furono aumentati i terreni coltivabili mediante delle opere di bonifica; fu risollevata la piccola proprietà agricola mediante la distribuzione di terre ai veterani; fu favorito il ripopolamento delle campagne dando lavoro e benessere ai disoccupati; ed infine fu incentivata la fondazione di nuove colonie destinate con il tempo a divenire degli importanti centri urbani. Fra queste ultime vogliamo ricordare Augusta Taurinorum (l'attuale Torino), Augusta Praetoria (l'odierna Aosta) e Caesaraugusta (Saragozza). Durante il suo governo, Augusto si batté intensamente anche contro le manifestazioni di lusso ed amoralità, da lui considerate come un flagello per la società. L'intensa attività moralizzatrice dell'imperatore fu rivolta soprattutto al rallentamento del crollo dell'istituzione della famiglia. L'amore per il lusso e per il piacere più sfrenato spingeva molti esponenti delle classi più abbienti al celibato oppure a matrimoni troppo tardivi, e quindi meno ricchi di prole; senza tenere conto dei divorzi, che aumentavano in modo impressionante. Nel tentativo di contrastare queste tendenze, Augusto formulò una serie di leggi in difesa della famiglia: concesse vantaggi nella carriera politica ai senatori padri di almeno tre figli; inasprì le condanne per adulterio; rese più difficile la pratica del divorzio; ed infine penalizzò fortemente i celibi, inasprendo il loro onere fiscale e vietando l'accettazione di eredità provenienti da parenti non strettissimi. Nel campo religioso Augusto riformò le cariche e i collegi sacerdotali e favorì il consolidarsi nelle province del culto della dea Roma, al quale fu associato quello per l'imperatore. L'ultimo apparato statale a cui Augusto dedicò la sua intensa attività riformatrice fu quello dell'esercito. Per dare più sicurezza all'impero egli aumentò l'esercito permanente a venticinque legioni e per la protezione marittima fece allestire tre imponenti flotte: una nell'Adriatico con base a Ravenna, una nel Tirreno con base presso Napoli ed infine un'ultima in Provenza con base a Frejus. Per assicurarsi un esercito formato da soldati professionisti, Augusto incentivò la coscrizione facoltativa offrendo una serie di vantaggi ai volontari. Il periodo di ferma di un legionario durava vent'anni e si concludeva con una "liquidazione" consistente in una somma di denaro oppure in un appezzamento di terra. A questo proposito, l'imperatore stabilì l'apertura di un fondo, chiamato "erario militare", in cui venivano versate parte delle imposte e che era destinato esclusivamente per la paga dei legionari. Le varie legioni furono affiancate da un nuovo corpo, quello degli "ausiliari", che era numericamente identico a quello dei legionari. Gli ausiliari, arruolati fra i sudditi delle province, erano per lo più dei soldati specializzati oppure dei cavalieri professionisti. La "liquidazione" che gli ausiliari ricevevano al momento del congedo era senz'altro molto ambita e consisteva nella concessione della cittadinanza romana. L'ausiliario poteva così rientrare nel suo paese non più come suddito, ma come un vero cittadino romano, con tutti i diritti che ne derivavano. Del resto, anche i soldati romani subivano il grande fascino dell'esercito: generalmente provenienti da famiglie povere, vedevano nell'attività militare la possibilità di ricoprire un ruolo dignitoso e rispettato all'interno della società. Inoltre, una volta raggiunto un grado abbastanza alto all'interno della gerarchia militare, il centurione poteva aspirare, se non per sé almeno per i propri figli, ad una ulteriore promozione sociale. Per la difesa personale dell'imperatore, Augusto creò una nuova milizia, chiamata "i pretoriani", costituita in gran parte da rappresentanti dell'ordine equestre. Questo nuovo corpo, comandato da un prefetto del pretorio, avrebbe svolto un ruolo decisivo, negli anni che seguirono, all'interno della politica romana, giungendo anche in alcuni casi ad interferire nella nomina dello stesso imperatore. In conclusione, Ottaviano Augusto con un governo intelligente e saggiamente impostato, riuscì a mantenere un'ordinata convivenza fra tutti i popoli dell'impero, consentendo a tutti il pacifico godimento dei beni della civiltà. Nel 17 a.C., ripristinando un'antichissima tradizione, Augusto celebrò i giochi secolari: una serie di cerimonie solenni che dovevano segnare l'inizio di una nuova era. Per questo suo costante impegno in favore della pace e della prosperità dell'impero, nel 13 a.C. il Senato, assieme al popolo, decretò la costruzione di un grandioso monumento in suo onore, detto Ara della Pace Augustea, che sorse nel Campo Marzio lungo la via Flaminia. Ottaviano Augusto morì nel 14 d.C. e fu seppellito nel Mausoleo da lui stesso fatto innalzare presso il Tevere, nel lato nord del Campo Marzio.

L'impero sotto Augusto

L'impero sotto Augusto

Lo Stato sotto Ottaviano Augusto

Stato sotto Ottaviano Augusto

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LA DINASTIA GIULIO-CLAUDIA

Il regime imperiale istituito da Augusto si dimostrò per quasi due secoli solido e vitale; sotto la guida delle dinastie Giulio-Claudia e Flavia, Roma riuscì a superare gli inevitabili momenti di crisi e seguì una linea di sviluppo molto coerente che la portò al massimo splendore. I vari imperatori, che durante questo periodo si avvicendarono al governo mediante il principio della successione ereditaria, svolsero una politica molto intelligente imperniata su una serie di punti: innanzitutto furono uniformate le differenze fra l'Italia e le province, estendendo la cittadinanza romana a sempre nuove popolazioni e aprendo le porte del Senato anche agli aristocratici e ai mercanti provinciali; l'economia e la burocrazia dello Stato vennero costantemente migliorate, in modo da stabilire uno stretto contatto fra Roma e tutte le terre dell'impero; le differenze sociali fra nobiltà e cavalieri furono gradatamente eliminate con la nascita di un'unica classe di funzionari in cui il grado gerarchico non dipendeva più dalla famiglia di provenienza, ma dagli effettivi meriti dimostrati sul campo del lavoro. Alla morte di Augusto, nel 14 d.C., la successione spettò al figliastro Tiberio, che regnò ininterrottamente sino al 37 d.C. Durante il suo regno Tiberio dedicò molte cure all'organizzazione dell'amministrazione pubblica e si impegnò con molto fervore nello sviluppo delle attività contadine. Fu inoltre molto impegnato nella difesa dei confini dell'impero, minacciati sia ad occidente che ad oriente. Fra il 14 e il 16 d.C. Tiberio respinse, con l'aiuto del valido Germanico, il tentativo di invasione da parte di alcune tribù teutoniche, riconfermando l'antico confine del fiume Reno. In seguito, fra il 17 e il 19 d.C., consolidò la dominazione romana in oriente, trasformando in province le regioni della Cappadocia e del Commagene e concludendo un accordo con la popolazione dei Parti, da sempre nemica di Roma. Negli anni che seguirono Tiberio fu gravemente ostacolato dal Senato e dall'ordine dei pretoriani che, nel 19 d.C., giunsero ad accusarlo della morte di Germanico. Nel 31 d.C. Tiberio, venuto a conoscenza di un complotto contro di lui, intervenne prontamente e fece arrestare il prefetto del pretorio, Seiano, e tutti i suoi complici. Sdegnato dalle ingiuste accuse contro di lui, Tiberio si ritirò a vita privata nella sua villa di Capri dove, sei anni più tardi, sarebbe morto in solitudine. Durante il suo regno, in Giudea, il procuratore dell'Impero Romano Ponzio Pilato fece crocefiggere a Gerusalemme Gesù Cristo, imputato di sacrilegio. Il successore di Tiberio fu il figlio di Germanico, Caio Cesare soprannominato Caligola, che con l'appoggio dei pretoriani ottenne dal Senato l'alta onorificenza. Dopo un periodo di governo condotto saggiamente in cui si distinse per le vittoriose spedizioni in Germania e in Gallia settentrionale, Caligola incominciò a dare segni di squilibrio, promuovendo ogni sorta di stranezza e di crudeltà gratuita. Per la prima volta nella storia di Roma egli pretese un cerimoniale monarchico basato sugli inchini e sul bacio dei piedi ed arrivò a nominare senatore il suo cavallo, in senso di disprezzo verso il lavoro svolto dagli alti magistrati. Nel 41 d.C. Caligola venne assassinato in un complotto cui parteciparono anche i pretoriani. Dopo la morte di Caligola, per iniziativa dei pretoriani, fu eletto il fratello di Germanico, Claudio, uomo dedito allo studio e alle arti e poco amante della vita politica e del potere. Nonostante ciò egli si dimostrò un valido capo di governo e fu capace di risollevare l'onore di Roma, leggermente incrinato dalle pazzie di Caligola. Durante il suo regno Claudio si dedicò alla riorganizzazione della gestione statale istituendo degli uffici specifici, quali la segreteria generale e la segreteria delle finanze, che per le loro caratteristiche possono essere considerati come gli antenati dei nostri ministeri. Nel tentativo di eliminare le differenze sociali fra Romani e non, estese la cittadinanza a nuove popolazioni e nel 48 concesse il diritto di accedere al Senato all'alta aristocrazia della Gallia Cisalpina. Durante il suo regno, Claudio fu anche impegnato in campo estero con la conquista della Britannia: la campagna militare contro i Britanni, che ebbe inizio nel 43 e terminò poco prima del 54, portò all'occupazione della parte meridionale e centrale dell'isola e realizzò pienamente il disegno espansionistico pensato anni prima da Giulio Cesare. Nel 53 Claudio, dopo aver fatto assassinare la moglie Messalina colpevole di tramare contro di lui, si risposò con Agrippina e adottò il figlio di lei, Lucio Domizio, che in quell'occasione fu ribattezzato Nerone Claudio Cesare. L'anno successivo, il 54 d.C., Claudio morì improvvisamente e Nerone, malgrado la sua giovane età, poteva considerarsi come uno dei più probabili successori al trono. Dell'improvvisa morte di Claudio fu accusata Agrippina che, prima ancora di dare la notizia della morte dell'imperatore, si accordò con il prefetto del pretorio Afranio Burro per l'elezione di Nerone. Il Senato accettò la candidatura di Nerone, solo diciassettenne, sperando di poterlo controllare grazie all'appoggio di Lucio Anneo Seneca, maestro ed educatore del giovane imperatore. Ma nel giro di pochi anni Nerone dimostrò a tutto il mondo romano la sua instabilità psichica e la sua incapacità di governare: nel 59 fece uccidere la madre, Agrippina, per liberarsi della sua pesante tutela; nel 62 la stessa sorte toccò a sua moglie Ottavia, figlia di Claudio; ed infine nel 62, con la morte di Burro e il ritiro dalla vita pubblica di Seneca, diede inizio ad un periodo di terrorismo e malgoverno. Numerose condanne a morte, seguite dalla confisca di tutti i beni delle vittime, furono promosse contro gli esponenti dell'aristocrazia e della borghesia romana. La megalomania di Nerone lo spinse a presentarsi in pubblico nelle vesti di auriga, di poeta, cantante, musicista e simili. Questi atteggiamenti dell'imperatore e le numerose condanne inflitte ingiustamente aggravarono il malcontento popolare che negli anni a venire avrebbe caratterizzato la vita politica romana. Nell'estate del 64 d.C. l'imperatore venne accusato dall'opinione pubblica di essere il responsabile di un disastroso incendio che distrusse gran parte della città di Roma. Nerone in quest'occasione riuscì però a salvarsi facendo ricadere le colpe sui cristiani, che furono sottoposti ad una prima feroce persecuzione. Ma i moti rivoluzionari non cessarono e nel 65 Nerone scoprì un complotto contro la sua persona ordito negli ambienti senatoriali ed aristocratici. L'imperatore decretò di conseguenza una serie di condanne a morte, nel tentativo di ristabilire l'ordine interno; in quest'occasione persino Seneca fu costretto a suicidarsi per non cadere nelle mani di Nerone. Negli anni successivi (dal 66 al 67) l'imperatore si recò in Grecia, attratto dalla cultura e dalle arti tipiche della società ellenica; dopo aver partecipato personalmente ai giochi olimpici, in occasione del suo discorso d'addio proclamò la restituzione della completa indipendenza alle popolazioni greche. Tornato in patria nel 68 d.C., Nerone dovette affrontare un secondo moto rivoluzionario che, sviluppatosi in occidente, trovò larghi consensi anche negli ambienti politici romani. L'imperatore, abbandonato persino dai pretoriani, si vide costretto alla fuga fuori Roma; nell'estate del 68 Nerone si suicidò poco prima di essere catturato dalle truppe imperiali. Dopo la morte di Nerone, Roma visse due anni di instabilità politica fino all'acclamazione a imperatore di un comandante dell'esercito d'oriente, Tito Flavio Vespasiano, fondatore della dinastia Flavia.

Genealogia della famiglia Giulio-Claudia

Genealogia della famiglia Giulio-Claudia

Visita virtuale all'interno della Domus Aurea

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LA DINASTIA FLAVIA

Il governo di Nerone e i due anni di crisi avevano aggravato notevolmente la situazione di Roma: nelle province più orientali, nel Ponto, l'autorità del potere centrale era entrata in crisi; in Africa e nei territori al di là del Reno stavano nascendo dei moti rivoluzionari tesi a sovvertire il dominio della capitale; la Britannia era già entrata in contrasto con le istituzioni dell'impero; la città di Gerusalemme, ricorsa alle armi, era ormai decisa a difendere la propria indipendenza ad oltranza; le finanze, ormai da molto tempo in condizioni disastrose, toccarono dei limiti minimi mai raggiunti nella storia romana. Vespasiano fu così impegnato, sin dai primi momenti del suo impero, nell'organizzazione sistematica ed economica dello Stato. Il nuovo imperatore introdusse così una serie di riforme molto importanti che, effettivamente, riuscirono a migliorare la condizione di Roma. L'esercito, ormai corrotto e poco affidabile, fu sciolto e riorganizzato con nuove forze reclutate, per lo più, nelle province della Gallia e della Spagna. Nel 74, nel tentativo di unificare maggiormente l'impero, Vespasiano introdusse nel Senato numerosi esponenti della borghesia provinciale. Le finanze furono ricostruite con l'aumento dei contributi delle province, con la drastica riduzione della spesa pubblica e grazie ai bottini di guerra guadagnati soprattutto a spese degli Ebrei di Gerusalemme. Nell'estate del 70 d.C. Tito, figlio dell'imperatore, dopo aver sconfitto le linee difensive, entrò in Gerusalemme e fece distruggere il tempio sacro. Da quel momento gli Ebrei sopravvissuti non ebbero più una patria e incominciò la lunga vicenda del popolo ebraico, conosciuta con il nome di diaspora (ovvero "dispersione"). Nella primavera del 71 Tito, tornato in patria vittorioso venne festeggiato ed eletto collaboratore dell'imperatore. Così, quando nel 79 Vespasiano morì, Tito gli succedette senza che nessuno tentasse di ostacolarlo. Il governo di Tito, durato solo due anni, dovette subito affrontare le conseguenze della spaventosa eruzione del Vesuvio, che seppellì le città di Pompei, Ercolano e Stabia (79). Nell'80 d.C. l'imperatore inaugurò l'Anfiteatro Flavio (meglio conosciuto con il nome di Colosseo), iniziato anni prima su disposizione di Vespasiano. L'anno successivo Tito morì improvvisamente e prematuramente, all'età di quarantun anni. Il successore di Tito fu suo fratello Domiziano che, nonostante le sue doti di attento amministratore, non si dimostrò un valido uomo politico. Ispiratosi alla tradizione greca, pretese il potere assoluto e umiliò il senato diminuendone l'autorità. Domiziano, che si faceva chiamare dominus e persino deus noster, si accattivò le simpatie degli eserciti e dei pretoriani concendendo loro ampie libertà; in questo modo egli mantenne il potere nonostante l'avversione del senato e delle classi aristocratiche e borghesi. Dopo aver concesso larghe donazioni e l'aumento del salario ai legionari, l'imperatore promosse nuove campagne militari: fra l'83 e l'89 d.C. l'esercito romano fu impegnato contro i Catti in una campagna militare vittoriosa che permise il rafforzamento del confine nord-europeo; a partire dall'89 l'offensiva si spostò in Dacia (a Nord del Danubio) e portò ad un accordo di alleanza fra Roma e le tribù della Dacia, guidate da Decebalo. In occasione degli scontri contro i Catti, Domiziano fece erigere una colossale linea di fortificazione, composta di palizzate, fossati e torri di guardia, che ebbe per lungo tempo un'importanza basilare nella difesa dell'impero. Nel 96 d.C. però, il malcontento senatoriale ed aristocratico diede origine ad una rivolta che terminò con l'uccisione di Domiziano stesso. Il complotto contro l'imperatore diede nuovamente autorità al Senato che, dopo aver eletto principe Cocceio Nerva, stabilì la fine delle dinastie imperiali e istituì il principio "dell'adozione del migliore", secondo il quale il successore al trono non doveva essere scelto a seconda dei vincoli di parentela, ma solo grazie alle sue qualità morali e alle sue doti politiche. Si stabilì quindi che l'imperatore in carica scegliesse come successore un uomo particolarmente degno e accetto al Senato e che quindi lo adottasse come figlio. Con la fine della dominazione flavia, si stabilì in questo modo una intesa e una collaborazione reciproca fra Senato e imperatore, come non si era mai vista nella storia dell'Impero Romano.

La dinastia flavia

La dinastia flavia

La distruzione di Pompei

Ricostruzione dell'eruzione del Vesuvio e della distruzione di Pompei

IL PRINCIPATO ADOTTIVO

Il vecchio senatore Cocceio Nerva, una volta eletto imperatore, si dedicò intensamente al risanamento della situazione agricola romana, colpita da una grave crisi. Durante i suoi due anni di governo (dal 96 al 98 d.C.) Nerva adottò come figlio Marco Ulpio Traiano, comandante delle legioni stanziate sull'alto Reno e nativo della provincia spagnola. Nel 98 d.C. Marco Ulpio Traiano venne confermato dal Senato alla guida dello Stato. Vorremmo a questo punto sottolineare che Traiano fu il primo imperatore, della storia di Roma, di origine non italica. Durante il suo regno (dal 98 al 117) Roma visse un periodo di sviluppo e di crescita e lo stesso Traiano si meritò il titolo di "ottimo principe", conferitogli dal Senato. Per capire la reale importanza dell'opera di questo imperatore, basti pensare che dopo la sua morte i vari principi sarebbero stati salutati con l'augurio "Che tu sia degno di Augusto e di Traiano". La politica interna di Traiano fu incentrata sullo sviluppo delle risorse economiche italiane: per favorire la ripresa dell'agricoltura, l'imperatore impose ai membri del Senato di investire almeno un terzo del loro patrimonio nelle attività italiche tese allo sviluppo del lavoro dei campi. Inoltre, per migliorare l'unità di tutto l'impero, estese i diritti di cittadinanza nelle varie province, promosse l'uso della lingua latina e si dedicò personalmente al controllo delle amministrazioni provinciali. Ma il grande impegno dimostrato da Traiano negli anni del suo governo, trova testimonianza nelle attività di politica estera. Tra il 101 e il 106 d.C. l'imperatore portò a termine la guerra contro i Daci di Decebalo, con la conseguente occupazione del territorio che venne ridotto a provincia dell'impero romano. L'attuale nome di quella regione, Romania, ci può far capire come doveva essere profonda l'influenza romana a quei tempi. Contemporaneamente alla campagna dacica, l'imperatore portò a termine la conquista dell'Arabia nord-occidentale, che divenne a sua volta provincia con il nome di "Arabica". Fra il 114 e il 116 d.C. Traiano riprese l'offensiva contro i Parti che, secondo i suoi progetti, doveva portare ad una penetrazione romana sino in India. I piani dell'imperatore però non si attuarono, a causa di una vasta insurrezione di quei popoli, e il governo di Roma dovette accontentarsi di annettere all'impero le sole province dell'Armenia, della Mesopotamia e dell'Assiria. Nel 117, mentre si trovava ancora in Cilicia, Traiano fu colpito da una paralisi e morì lontano da Roma. Alla morte di Traiano si registra la massima espansione dell'impero. È bene precisare a questo punto che Traiano non si dedicò intensamente alla politica estera solo per una smania espansionistica ingiustificata ma che egli cercava in questo modo di risollevare la difficilissima situazione economica italiana, portando a Roma grandi bottini, risorse minerarie (come quelle della Dacia, ricca di oro) e nuove masse di schiavi. Traiano adottò come erede Publio Elio Adriano, che nel 117 venne eletto imperatore dal Senato. Adriano, anch'egli di origine spagnola, resosi conto che le finanze dell'impero non potevano permettere altre campagne militari, preferì tornare ad una politica estera di semplice contenimento. Una testimonianza di questo atteggiamento può essere considerato il Vallum Adriani (il "Vallo di Adriano"), cioè un bastione difensivo fatto costruire in Britannia dall'imperatore contro le irruzioni delle tribù scozzesi. Durante il suo regno Adriano portò a compimento un vasto programma di riorganizzazione dell'impero, compiendo una lunga serie di ispezioni in tutte le province romane ed occupandosi personalmente e con grande assiduità dei problemi amministrativi delle varie zone. Nonostante la sua indole pacifica, anche Adriano fu costretto a ricorrere alle armi per sopprimere un'aspra rivolta scatenata dagli Ebrei. Fra il 131 e il 135 le legioni romane affrontarono vittoriosamente le popolazioni ebraiche, che subirono un'ennesima persecuzione e furono allontanate definitivamente dalla loro terra. Nel 138, alla morte di Adriano, salì al potere Tito Aurelio Antonino, soprannominato "Pio" per il suo zelo nel voler rinnovare i culti religiosi. Antonino, di origine gallica, diede vita al regno più pacifico della storia romana che, dal 138 al 161, non conobbe il benché minimo scontro bellico. Antonino Pio si dedicò intensamente alla diffusione della lingua e delle tradizioni romane nelle varie province dell'impero e, avvertita la grave crisi religiosa che minacciava la stabilità del regno, si mostrò molto tollerante con i Cristiani. Al contrario di Traiano e di Claudio, Antonino Pio non lasciò mai l'Italia e morì a Roma nel 161 d.C.. Il periodo di pace instaurato da quest'ultimo imperatore non ci deve far pensare ad un periodo di prosperità o di benessere generale. Nascosto fra le pieghe di questa tranquillità stava nascendo e crescendo un moto di trasformazioni economiche, culturali e spirituali che, negli anni a venire, avrebbero messo in crisi tutta l'organizzazione statale, provocando il crollo della civiltà di Roma. Nel 161 d.C. il titolo di imperatore passò a Marco Aurelio, una delle personalità più illustri della storia di Roma: saggio amministratore ed abile uomo politico, egli fu anche un apprezzato scrittore e filosofo. Durante il suo governo la società romana venne scossa dalla pressione barbarica che ormai stava assumendo caratteri preoccupanti. I Britanni, i Renani e i Danubiani rappresentavano i maggiori pericoli per la sopravvivenza dello Stato. Mentre l'impero stava vivendo un momento di difficoltà a causa di una pestilenza, le tribù dei Quadi e dei Marconanni attraversarono i confini danubiani e giunsero sino alle porte dell'Italia settentrionale. Marco Aurelio fu così costretto ad una difficile controffensiva e giunse a patti nel 175 d.C., concedendo un lembo di territorio in prossimità del Danubio in cambio della collaborazione nella difesa dell'Impero Romano. Nel 180 d.C. Marco Aurelio morì a Vindobona (Vienna), lasciando l'Impero Romano in una situazione tanto delicata quanto precaria. Alla sua morte il titolo di imperatore fu attribuito al figlio diciannovenne, Commodo, ch'era stato associato al governo sin dal 176 d.C.. Commodo si dimostrò immediatamente un pessimo politico e stratega, decidendo di abbandonare la lotta contro i barbari ed anzi concedendo a Quadi e Marcomanni una serie di donazioni. Non rendendosi conto dell'importanza del suo ruolo, Commodo snobbò spesso la vita politica per dedicarsi ai propri piaceri e capricci. L'aristocrazia romana, ben conscia del pericolo, tentò ripetutamente di sovvertire la situazione con ripetuti complotti. Nel 183 Commodo scoprì il primo di questi colpi di stato e, dopo aver punito i colpevoli in modo molto crudele, cercò di attirarsi le simpatie delle milizie e dei pretoriani concedendo larghe donazioni in cambio di protezione. Nel 189 scoppiò una seconda sommossa, questa volta guidata da esponenti del popolo, e nel 192 d.C. Commodo venne travolto dal malcontento popolare.

Il vallo di Adriano

Il vallo di Adriano

LA CRISI DELL'IMPERO

Il III e il IV secolo della storia dell'impero furono caratterizzati da una crisi generale che toccò tutti i settori e gli ambienti dell'economia e della società romana. La crisi economica fu essenzialmente causata dal crollo dell'agricoltura, dalla scomparsa dell'artigianato e dalla diminuzione dei commerci. L'agricoltura romana si trovò in grandissima difficoltà a causa della diminuzione della manodopera e dell'aumento della concorrenza dei prodotti stranieri. Allo stesso modo l'artigianato subì un calo di vendite vertiginoso, dovuto alla miseria della plebe cittadina, che poteva acquistare solo i beni di primissima necessità. A peggiorare la situazione contribuì l'indebolimento dell'autorità del principe, a causa dell'inettitudine di alcuni imperatori, a vantaggio della classe militare. Infatti, dopo la morte di Marco Aurelio, l'elezione imperiale cadde nelle mani delle legioni, che acclamavano alla suprema carica chi si impegnava a pagarle di più. Questa situazione di estremo decadimento e di corruzione, fu peggiorata dall'immissione di un grande numero di barbari nelle file dell'esercito legionario. La forza difensiva del regno romano veniva così a perdere quelle caratteristiche di stabilità e di sicurezza che le erano state attribuite durante gli anni di massimo splendore. Questa grave crisi preoccupò molto gli imperatori, che già nel terzo secolo tentarono con ogni mezzo, sia con provvedimenti militari che con leggi, di ristabilire il benessere e di arrestare in qualche modo la decadenza dell'impero. Alla morte di Commodo, i pretoriani e i legionari imposero come imperatore Settimio Severo, un comandante nativo della Libia che si era dimostrato molto valido sui campi di battaglia. Salito al trono nell'estate del 193, Settimio Severo trasformò l'impero in una monarchia assoluta e, con l'appoggio dei militari, escluse da ogni attività governativa il Senato. Rafforzò le legioni e si dedicò incessantemente alla difesa dei confini del dominio romano: la sua attività lo portò dall'Africa al Danubio, dall'occidente all'oriente mesopotamico. Nel 211 morì in Britannia, dopo aver stabilito il confine definitivo al Vallo Adriano. In suo ricordo i Romani eressero, ai piedi del Campidoglio, un grandioso Arco Trionfale. Il figlio di Settimio Severo, Caracalla, fu il successore al titolo e continuò energicamente la politica del padre. Nel 212 d.C. il nuovo sovrano promulgò la Costituzione Antoniniana (Constitutio Antoniniana de Civitate) che prevedeva l'estensione della cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero. Con questa importante legge politica, Caracalla portò a termine il processo di parificazione giuridica del mondo mediterraneo, che era iniziato, dopo la guerra sociale, con la concessione della cittadinanza romana agli italici. Caracalla, deciso a fondare la sua autorità sull'esercito, come il padre, escluse dal governo il Senato e cercò di guadagnarsi le simpatie dei legionari aumentando loro le paghe e conducendo diverse campagne militari. Dopo aver ottenuto numerosi successi contro i barbari, nel 217 in Siria fu assassinato durante una congiura organizzata dai più alti ufficiali del suo esercito. Dopo cinque anni di disordini, il titolo di imperatore passò ad Alessandro Severo il quale, saggiamente consigliato, tentò di ristabilire un rapporto di collaborazione con il Senato. Nonostante la buona volontà del nuovo sovrano, la situazione era ormai diventata ingovernabile, soprattutto a causa dell'impossibilità di esercitare una seria autorità sui pretoriani e sull'esercito. Dopo una campagna militare fallita contro i Parti, Alessandro Severo rimase vittima di una rivolta guidata da alcuni reparti dell'esercito imperiale (235 d.C.). Dopo la morte di Alessandro Severo, che chiuse la dinastia dei Severi, seguì un cinquantennio di anarchia militare che vide un caotico succedersi di sovrani, eletti arbitrariamente dalle legioni, le quali miravano solo ad ottenere una serie di privilegi, senza preoccuparsi del futuro del Paese. La situazione cominciò a migliorare tra il 270 e il 275, quando salì al potere un sovrano illirico, Domizio Aureliano. Il nuovo imperatore si impegnò militarmente nella difesa dei confini settentrionali dell'impero contro i Germani, e di quelli orientali contro il regno di Palmiria. Egli inoltre promosse la costruzione di una poderosa cerchia di mura intorno a Roma, lunga quasi diciannove chilometri e nella quale si aprivano sedici porte. Alla morte di Aureliano seguì un altro decennio di confusione e di crisi e finalmente, nel 285, salì al potere un altro sovrano di origine illirica, Valerio Diocleziano, che riuscì a restaurare il prestigio e l'efficienza dell'autorità imperiale. Caio Valerio Diocleziano, già dai primi anni del suo governo, si dedicò alla riorganizzazione del dominio romano animato dalla ferrea volontà di riportare Roma ai vertici della vita mediterranea. Nel 285, per rendere meno difficile il governo di un così vasto dominio, suddivise l'impero in due parti: l'occidentale e l'orientale. Diocleziano stesso si occupò della parte orientale, cui aveva imposto come capitale la città di Nicomedia; mentre la parte occidentale, con capitale Mediolanum, fu affidata al suo valoroso amico Valerio Massimiano. Per risolvere definitivamente il problema della successione al trono, Diocleziano introdusse un nuovo sistema, che passò alla storia con il nome di "tetrarchia" che significa "comando a quattro". I due sovrani, uno dell'occidente e l'altro dell'oriente, presero il nome di "Augusti" ed ebbero la facoltà di scegliere il proprio successore che, col nome di "Cesare", veniva affiancato immediatamente alla guida del governo. Al termine del mandato dei due Augusti, che durava vent'anni, i due Cesari avrebbero potuto prenderne il posto, scegliendosi a loro volta due successori. La tetrarchia diede ottimi frutti e l'Impero Romano poté godere di alcuni anni di pace; la divisione del dominio in due sfere d'influenza permise agli Augusti e ai Cesari di controllare in modo migliore le possibili rivolte interne e le eventuali invasioni da parte di popoli stranieri. Inoltre Diocleziano, durante il suo regno, tentò di risollevare la società romana dalla gravissima crisi economica che ostacolava ogni possibile sviluppo dello Stato; nel tentativo di risolvere il problema agricolo rese obbligatorio ereditariamente il lavoro dei campi, mentre per combattere l'inflazione che aumentava inesorabilmente i prezzi delle merci, emanò il celebre "Editto dei prezzi", con cui stabilì i valori massimi per ogni tipo di prodotto. Ma ambedue i provvedimenti non diedero gli effetti sperati dall'imperatore e ben presto le disposizioni furono annullate. Le cause del fallimento di queste leggi sono molto semplici: lo spopolamento delle campagne era dovuto all'impressionante diminuzione delle nascite e quindi sancire l'ereditarietà del lavoro agricolo non risolveva nulla; mentre il problema dei prezzi si rivelò ben più complesso di quanto pensasse Diocleziano. Di fronte a dei prezzi fissati per legge, i mercanti imboscarono le merci più costose rispetto ai valori sanciti dall'editto, dando vita a una sorta di "mercato nero" dei beni di prima necessità. Nel 305 d.C. Diocleziano e Massimiano, dopo vent'anni di governo, si ritirarono, come avevano loro stessi deliberato, lasciando il posto ai due Cesari, che divennero Augusti a loro volta.

LE PERSECUZIONI DEI CRISTIANI

Mentre a Roma era in pieno sviluppo l'impero di Augusto, a Betlemme, in Giudea, nasceva Gesù, detto poi Cristo (dal greco "unto" o anche "messia"). La storia della vita di Gesù, tramandataci dal Vangelo dei suoi discepoli, contiene tutti gli elementi della religione che dal suo nome verrà chiamata Cristianesimo. La predicazione di Gesù Cristo risultò all'epoca come uno scandalo vero e proprio: egli annunciava un regno nel quale le gerarchie sociali sarebbero state rovesciate, in cui i poveri e i perseguitati sarebbero stati premiati e, ancora peggio, in cui i ricchi e i potenti avrebbero dovuto affrontare povertà e tristezza. La legge che Gesù proponeva era basata sull'amore fra tutti gli uomini e non sulla superiorità del più forte sul più debole. Dopo la condanna a morte e la crocefissione, che consacrarono la figura di Cristo, gli apostoli, convinti della sua natura divina, divulgarono la sua dottrina in tutto il mondo. La prima comunità cristiana fu costituita a Gerusalemme per opera dell'apostolo Pietro, che Gesù stesso aveva nominato capo della Chiesa. Usciti dai confini della Palestina, gli altri apostoli portarono la parola di Cristo in tutto l'Impero Romano e fondarono numerose comunità di cristiani in Siria, in Asia Minore, in Egitto, in Africa e in Europa. Le prime comunità cristiane, composte per lo più da esponenti delle classi sulbalterne, non avevano un'organizzazione gerarchica e vivevano semplicemente, dedicandosi alla preghiera, alla meditazione e anche alle opere di assistenza verso i bisognosi, gli ammalati e chiunque chiedesse loro aiuto. In seguito, verso il II secolo, le comunità cristiane sentirono la necessità di organizzarsi. Nacquero così le prime chiese (dal greco ekklesía, "adunanza"), che erano rette da un consiglio di anziani (presbyteroi) che provvedeva alla istruzione religiosa dei fedeli e celebrava il rito della preghiera e della meditazione. I presbiteri erano affiancati nella loro opera da un gruppo di "sorveglianti" (epìscopoi) che curavano l'amministrazione dei beni della comunità, l'assistenza ai poveri e agli ammalati e i vari servizi del culto. Alle chiese di un determinato territorio presiedeva un vescovo, scelto dai fedeli fra i presbiteri più degni. L'unione di tutte le chiese formava la Chiesa Cattolica, cioè universale, che riconosceva come suo capo l'apostolo Pietro e considerava la chiesa di Roma come la madre di tutta la cristianità. La rapida diffusione del Cristianesimo fu senz'altro avvantaggiata dall'unificazione dei popoli mediterranei sotto le leggi e la lingua di Roma. Secondo un'antica tradizione, San Pietro giunse per la prima volta a Roma verso il 45 d.C.. Ma per avere notizie sicure sull'esistenza di una comunità cristiana nella capitale dell'impero, dobbiamo risalire all'anno 51 quando, come racconta Tacito, l'imperatore Claudio espulse dalla città gli Ebrei, colpevoli di frequenti tumulti a causa dei contrasti che avevano con i seguaci di Cristo. San Pietro tornò poi a Roma tra il 55 e il 60 d.C. e vi si stabilì definitivamente. Nel 61 anche Paolo di Tarso raggiunse in Roma il principe degli Apostoli. Paolo di Tarso portò un grandissimo contributo alla diffusione del Cristianesimo, chiarendo il vero ruolo di Gesù come redentore dell'umanità e predicando la necessità di obbedire allo spirito e non alla lettera; egli infatti sosteneva che le leggi del cristianesimo non possono essere desunte da nessun testo scritto, ma interpretate secondo la bontà e l'amore presenti in ogni uomo. Le persecuzioni operate dai Romani contro i cristiani furono dovute non solo a una diversa concezione religiosa, ma soprattutto al differente concetto di moralità. Il Senato, gli aristocratici e tutte le classi altolocate romane vedevano nel Cristianesimo un reale pericolo per la stabilità dell'Impero. Questa dottrina infatti, pur non promuovendo una rivoluzione politica, gettò le basi morali per la soppressione dello schiavismo, sostenendo l'uguaglianza fra tutti gli uomini; inoltre mise in luce la dimensione fondamentale dello spirito, legata solo ai doveri verso Dio, non preoccupandosi di ribadire la giustezza dei doveri nei confronti dell'imperatore. Tutti questi concetti allarmarono le classi più alte dell'impero, che decretarono, a ripetute riprese, le famose persecuzioni contro i cristiani. La prima persecuzione fu condotta nel 64 d.C. su ordine di Nerone: in quel caso non vi furono dei veri motivi religiosi o politici; Nerone volle semplicemente scaricare sui seguaci di Cristo la responsabilità dell'incendio che distrusse Roma in quell'anno, di cui lui stesso era stato accusato. In quell'occasione persero la vita anche San Pietro e San Paolo, costretti a subire il martirio. Le persecuzioni che seguirono, a partire da quella ordinata nel 95 da Domiziano sino al 311, anno in cui Galerio le sospese, furono tutte determinate dalla convinzione che la nuova religione violasse le leggi dell'impero e possedesse una forte carica eversiva delle istituzioni. I cristiani vennero così accusati di essere "nemici della patria", di tramare segretamente contro l'impero e di sdegnare il culto degli dei dello Stato. Le persone denunciate come cristiane venivano convocate davanti a un consiglio di magistrati, i quali le sottoponevano ad un interrogatorio per accertare la verità del sospetto, e quindi le invitavano a fare sacrifici agli dei di Roma e all'immagine dell'imperatore: se accettavano erano lasciate libere, mentre se si rifiutavano erano dichiarate colpevoli di sacrilegio e condannate a morte. Il martirio riservato ai cristiani era spesso barbaro e crudele: nella maggior parte dei casi i fedeli venivano utilizzati nel circo, in una lotta contro delle belve, per divertire la plebe e soddisfare così gli istinti più barbari del popolo romano. Le spoglie dei condannati venivano raccolte e seppellite in cimiteri sotterranei, conosciuti con il nome di "catacombe". Nelle catacombe i cristiani si rifugiavano durante le persecuzioni per celebrare di nascosto i loro riti religiosi. In totale le persecuzioni perpetrate dai Romani furono dodici, fra cui la più crudele fu quella ordinata da Diocleziano, che durò ininterrottamente per otto anni. Ma nonostante le continue stragi, il Cristianesimo col passare del tempo si rafforzò sempre più e aumentò il numero dei suoi seguaci; inoltre, sul finire del 200 d.C., la stessa opinione pubblica pagana ormai disapprovava apertamente la politica persecutoria, dimostrando con questo atteggiamento di accettare la possibilità di un accordo tra i Cristiani e lo Stato. Per giungere a questo però si dovettero attendere altri quindici anni, fino a quando nel 313 l'imperatore Costantino decretò la libertà di culto.

La diffusione del Cristianesimo

La diffusione del Cristianesimo

Spot

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COSTANTINO

Il successore di Diocleziano, Costanzo, morì dopo soli due anni di governo, lasciando il paese in preda ad una crisi politica molto grave. Massenzio, cui spettava la carica di Augusto, fu gravemente ostacolato dai soldati delle legioni stanziate in Britannia, che proposero come successore di Costanzo il figlio Costantino. La crisi durò per circa cinque anni e fu risolta solo nel 312 con uno scontro frontale fra i due contendenti. La leggenda narra che Costantino, la notte prima dello scontro, vide in cielo una croce luminosa che riportava la frase: "In hoc signo vinces" (cioè "in questo segno vincerai"). Egli allora fece tracciare sul suo vessillo la croce cristiana e, il giorno seguente, combatté e vinse la battaglia decisiva del Ponte Milvio, nella quale Massenzio morì annegato. Costantino fu così proclamato imperatore d'occidente, mentre ad oriente mantenne la carica Licinio. Durante i primi anni di governo, Costantino seppe approfittare dell'insuccesso delle persecuzioni contro i cristiani, cercando di attirarsi i favori di questa classe. Nel 313, dopo aver fatto ampie promesse ai cristiani, i quali gli diedero il loro appoggio per la sua conquista al potere, egli concesse loro piena libertà di culto e stabilì che fossero loro restituite le chiese e i beni confiscati negli anni precedenti, con l'Editto di Tolleranza promulgato dall'imperatore stesso a Milano. L'appoggio dei cristiani fu basilare per Costantino durante la conquista del potere e, anche se la tradizione attribuisce all'imperatore una fede innata e del tutto personale, oggi si pensa che l'avvicinamento al Cristianesimo fosse solo una mossa strategica per accrescere la propria autorità. Negli anni seguenti Costantino, pur tollerando anche il culto pagano, incominciò la trasformazione del vecchio mondo romano in un nuovo impero cristiano. Con atteggiamento "cesaropapistico" (cioè interferendo in questioni religiose a lui estranee) Costantino cercò di legare più saldamente il clero allo Stato, concedendo una serie di privilegi al mondo clericale. I sacerdoti cristiani vennero così esentati dal pagamento delle tasse, le chiese ottennero il diritto di asilo ed infine, nel 321, venne riconosciuto alla Chiesa il diritto di fruire di eredità e di lasciti, cosa questa che permetterà al mondo cristiano di accumulare notevoli capitali. Nel 325 Costantino convocò un concilio di vescovi, il "Concilio di Nicea", in cui vennero discusse tutte le questioni teologiche e disciplinari nel tentativo di dare unità al mondo clericale cattolico; in quell'occasione venne condannato un prete alessandrino, Ario, imputato di eresia, e vennero inoltre definiti i principali dogmi della religione cattolica che, raccolti nel Credo (o Simbolo Niceno), costituirono il caposaldo teorico della fede cristiana. Nel 324 Costantino fu impegnato militarmente contro l'altro Augusto, Licinio. Dopo un primo diverbio nel 316, risolto con la decisione che ognuno dei due imperatori poteva legiferare indipendentemente, Licinio e Costantino si ritrovarono ancora l'uno contro l'altro a causa dell'atteggiamento anticristiano da parte dell'imperatore d'oriente. In quest'occasione Costantino riuscì a sconfiggere il collega e ad attribuirsi il comando di tutto l'Impero Romano. L'atto più importante di Costantino durante gli ultimi anni di governo fu la decisione di trasferire la capitale dell'impero a Bisanzio che, ingrandita ed abbellita prese nel 330 d.C. il nome di Costantinopoli. Da quel momento Roma cessò di essere il centro politico del Mediterraneo e rimase esclusivamente la sede del Cristianesimo mondiale. Nel 337 Costantino morì e lasciò il suo trono al figlio Costanzo II. Quest'ultimo non si dimostrò assolutamente valido quanto il padre e ben presto fu associato ad un altro Augusto, suo cugino Giuliano. Nel 361 Giuliano, dopo la morte di Costanzo II, riuscì ad ottenere il governo di tutto l'impero. Nei due anni del suo governo (morirà infatti prematuramente nel 363) il nuovo imperatore si dedicò attivamente all'opera di restaurazione della tradizione pagana. Giuliano, soprannominato l'Apostata, era cresciuto studiando filosofia e storia in una corte cristiana, e aveva avuto occasione di conoscere un Cristianesimo fatto di riti esteriori, di contrasti dogmatici e di povertà di spirito che lo portò al rifiuto di questa dottrina. La sua opera di restaurazione pagana non fu completata a causa della sua morte in uno scontro contro i Persiani. L'opera di Costantino fu invece ripresa dal successore di Giuliano, Teodosio: convertito alla fede cattolica dal vescovo di Milano, Sant'Ambrogio, nel 380 promulgò l'Editto di Tessalonica, col quale stabilì che l'unica religione dell'impero fosse quella cristiana e che il vescovo di Roma, o pontefice romano, acquistasse una posizione di preminenza nei confronti di tutti gli altri vescovi.

I BARBARI

Teodosio, giunto in punto di morte (395 d.C.), divise l'impero fra i suoi due figli: ad Arcadio fu assegnato l'Impero Romano d'Oriente, con capitale Costantinopoli, mentre ad Onorio, appena undicenne, toccò l'Impero Romano d'Occidente, con capitale Ravenna. La situazione politica dei due imperi era ancora molto precaria e la paura di un'invasione da parte delle popolazioni germaniche era alimentata dalla massiccia presenza di "barbari" nei pressi dei confini danubiani e renani. I barbari, di stirpe germanica, occupavano con le loro tribù tutti i territori europei fra la penisola dello Jutland e le coste del Mar Nero. Fra tutte le diverse tribù, ricordiamo: gli Angli, i Sassoni, i Franchi, i Burgundi, i Vandali, i Longobardi, gli Alamanni e i Goti, suddivisi in Ostrogoti e Visigoti. Proprio questi ultimi, guidati da Alarico, sferrarono uno dei primi attacchi all'Impero Romano d'Occidente. I Visigoti non erano nuovi a queste imprese e già nel 378 avevano sconfitto l'imperatore Valente nella battaglia di Adrianopoli; questo scontro ha un'importanza storica notevole perché per la prima volta i Romani si arresero di fronte alla superiorità barbara. Nel 402 i Visigoti tentarono un secondo attacco in Italia e, dopo aver attraversato le Alpi Giulie, vennero bloccati a Pollenzo e a Verona dal generale romano Stilicone. Ma, per realizzare questo successo, Stilicone aveva dovuto richiamare in patria le legioni stanziate nei pressi del Reno, lasciando scoperta quella zona. Di questa situazione approfittarono gli Alamanni, i Franchi, gli Svevi, i Burgundi e i Vandali che, dopo aver varcato il Reno, si sparsero in tutta la Gallia e si diressero verso la penisola iberica in cerca di nuovi territori. Questa crisi dell'Impero Romano facilitò i piani di Alarico il quale, nel 410, penetrò in Italia con i suoi Visigoti e giunse ad accupare la stessa Roma che, per tre giorni, fu saccheggiata e data alle fiamme. Alla morte di Alarico, i Visigoti abbandonarono l'Italia e si diressero verso la Spagna dove, dopo aver scacciato i Vandali, si stanziarono definitivamente. L'Impero Romano d'Occidente intanto viveva anni molto difficili: alla morte di Onorio nel 425 gli unici territori rimasti nelle mani dei Romani erano l'Italia, la Pannonia, il Norico e l'Africa. Durante il regno del successore di Onorio, Valentiniano III, la Pannonia e il Norico passarono nelle mani di Arcadio, imperatore dell'Impero d'Oriente, mentre l'Africa fu conquistata dai Vandali; così l'Impero d'Occidente fu limitato alla sola penisola italica.

La divisione dell'Impero romano nel 395 d.C.

La divisione dell'Impero romano nel 395 d.C.

LE STRADE

Una delle eredità più importanti lasciateci dalla civiltà romana è la fitta rete di strade che da Roma collegava gran parte del dominio sino alle regioni più lontane. La più antica via di comunicazione era la Via Salaria, che dalle foci del Tevere arrivava fino alle terre dei Sabini, e che deve il suo nome alle saline che sorgevano sulle coste tirreniche del Lazio. La Via Latina fu la seconda strada inaugurata dai Romani e collegava Roma con la Campania passando attraverso le valli del Liri e del Sacco. Ma la prima strada pavimentata di una certa importanza fu realizzata nel 312 a.C. per opera del censore Appio Claudio Cieco: è la famosa Via Appia, detta la "regina delle strade", che inizialmente portava a Capua e successivamente fu prolungata sino a Brindisi. Fra il III e il II secolo a.C. il sistema di comunicazioni romano si sviluppò ulteriormente e vennero realizzate altre vie di traffico: la Via Clodia attraversava l'Etruria; la Via Aurelia, passando per l'Etruria, congiungeva Roma alla Liguria; la Via Cassia portava ad Arezzo; la Via Flaminia giungeva a Rimini attraversando l'Umbria; la Via Emilia collegava Rimini a Piacenza; e la Via Annia (o Popilia) proseguiva il tragitto della Via Appia sino allo stretto di Messina. L'importanza di queste strade è facilmente intuibile: Roma aveva la necessità di mantenere uno stretto contatto con tutte le colonie e con i territori conquistati e un sistema di comunicazione funzionale sopperì a questo bisogno in modo egregio. Così nacquero strade importanti che collegavano l'Italia con l'estero: la Via Domizia, che attraversando la Gallia meridionale portava in Spagna, e la Via Egnazia, che passando per l'Illiria e la Grecia, giungeva sino al Bosforo. Le difficoltà non spaventarono i Romani, che realizzarono anche delle gallerie: presso il Passo del Furlo, sulla Via Flaminia, ne scavarono una lunga 40 metri e larga 5!

L'Impero romano sotto Augusto. La scoperta dell'antica città di Petra

PICCOLO LESSICO

ALTO E BASSO IMPERO

Con queste espressioni viene indicato un particolare momento cronologico. Alto assume il significato di "più antico" e basso quello di "più recente".

ANARCHIA

Parola di origine greca che significa "mancanza di governo". L'anarchia militare che colpì Roma dal 235 al 285 era uno stato di disordine politico, dovuto alla debolezza del governo, che permise il sopravvento delle forze legionarie.

BARBARO

In origine il termine significava "straniero", con una sfumatura di disprezzo, e con esso i Romani soprannominarono le tribù germaniche. Oggi il termine ha assunto il significato di "rozzo", "incolto".

CATACOMBE

(dal greco katà: sotto e kumbes: cavità). Cimiteri sotterranei destinati a raccogliere le spoglie dei primi cristiani e le reliquie dei martiri: costituiti da una rete di corridoi (ambulacri), ai lati dei quali erano le tombe (loculi). Le prime catacombe romane risalgono alla seconda metà del I secolo: sono frequenti nel II e nel III secolo; diventano rare nel IV secolo, quando cioè il cristianesimo, divenuto religione di Stato, più non necessitava di oscuri recessi per la sepoltura dei cadaveri.

CESAROPAPISMO

È la tendenza di un sovrano a interessarsi, a fini politici, delle questioni interne della Chiesa.

TETRARCHIA

Forma di governo introdotta da Diocleziano. Letteralmente significa "governo a quattro" e prevede la sovranità di due Augusti sorretti da due Cesari.

PERSONAGGI CELEBRI

CALIGOLA

(12-41 d.C.). Questo soprannome, che significa "piccola scarpa" (dal latino caligae), fu attribuito a Caio Cesare a causa delle calzature che era solito portare. Durante il suo governo (37-41 d.C.) Caligola si rese colpevole di una serie di crudeltà e di stranezze, di cui la più famosa è l'elezione al Senato del suo cavallo. Nel 41 fu assassinato da un gruppo di congiurati stanchi delle sue pazzie.

COSTANTINO

(280 ca-337 d.C.). Durante il suo governo (312-337) venne riconosciuta la religione cristiana che, da allora in poi, non avrebbe più dovuto subire persecuzioni. Famosa è la leggenda secondo cui Costantino, prima della battaglia del Ponte Milvio, fu illuminato da una visione che gli predisse la vittoria del giorno seguente nel nome della croce cristiana.

NERONE

(37-68 d.C.). Salito al potere nel 54, a soli diciassette anni, governò in modo dispotico dimostrando tutta la sua violenza. Convinto di essere un grande artista, amava presentarsi in pubblico sotto le vesti di poeta, auriga e cantore. Malato di complessi di superiorità e di megalomania, fu costretto a suicidarsi per non cadere vivo nelle mani del popolo, durante una violenta rivolta nell'estate del 68 d.C.

ORAZIO

(65-8 a.C.). Con la sua raccolta di Odi raggiunse la più alta espressione artistica. Acuto osservatore della vita quotidiana e delle debolezze umane (nelle Satire e nelle Epistole), Orazio fu il poeta che meglio seppe esprimere la felicità, la pienezza di vita e anche le sottili contraddizioni dell'epoca in cui visse.

PAOLO DI TARSO

(5/15 a.C.-67 d.C.). Originario della Cilicia, fu uno dei grandi avversari dei cristiani. Convertitosi nel 34 al Cristianesimo, dedicò la sua vita alla divulgazione della parola di Cristo, toccando una moltitudine di paesi: da Cipro alla Grecia, dalla Spagna a Creta e infine a Roma. Conosciuto oggi come San Paolo, fu decapitato nel 67 nei pressi della Via Ostiense, durante la persecuzione di Nerone.

PETRONIO ARBITRO

Grande autore latino, viene ricordato ancora oggi per la sua opera Satyricon; in questa specie di romanzo l'autore rappresenta con straordinaria vivacità la vita corrotta, disordinata e priva di ideali dell'epoca. Petronio fu costretto a suicidarsi(Cuma, 66 d.C.) per sfuggire alle persecuzioni politiche operate da Nerone durante gli anni del suo governo.

PLINIO IL VECCHIO

(23-79 d.C.). Fu il massimo esponente romano nel campo delle scienze. Nella Storia Naturale Plinio, dopo aver consultato più di 2.000 libri, riporta varie nozioni di astronomia, fisica, zoologia, botanica, medicina, ecc... Nel 79 d.C. trovò la morte nella terribile eruzione del Vesuvio, che distrusse le città di Pompei, Stabia ed Ercolano.

SENECA, LUCIO ANNEO DETTO IL FILOSOFO

(4 a.C.-65 d.C.). Filosofo e scrittore latino. Fino al 62 fu consigliere di Nerone. Accusato di aver partecipato alla congiura di Pisone ebbe da Nerone l'ordine di uccidersi. È il massimo rappresentante dello stoicismo romano noto come Nuova Stoà e inteso come una fede religiosa volta alla contemplazione della vita spirituale. Dio unisce gli uomini in una fratellanza universale. Secondo la dottrina di Seneca l'uomo saggio e buono rende un servigio alla società, anche se non ha alcun potere politico. Della vastissima produzione di Seneca rimangono la raccolta di 124 lettere a Lucilio (Epistulae ad Lucilium), 9 tragedie, 12 libri di Dialoghi, alcuni epigrammi e trattati politico-filosofici.

TITO LIVIO

(59 a.C.-17 d.C.). Fu uno dei più grandi storiografi della storia romana. Livio, che era di idee repubblicane, nella sua opera Dalla fondazione dell'Urbe dimostrò un validissimo senso critico.

VIRGILIO

(70-19 a.C.). Fu il massimo poeta latino. Nato ad Andes (Mantova), studiò retorica e filosofia a Cremona, Milano, Roma e Napoli. Visse protetto dall'amicizia dell'imperatore Augusto e morì a Brindisi nel 19. Le sue opere più importanti sono l'Eneide, poema epico della gente latina, le Bucoliche e le Georgiche, in cui esalta l'amore per la natura e la vita operosa dei contadini.

RIASSUNTO CRONOLOGICO

27 a.C.: Ottaviano riceve il titolo di "Augusto".

14 d.C.: Ottaviano Augusto muore.

14-68 d.C.: Dinastia Giulio-Claudia.

14-37 d.C.: Regno di Tiberio.

37-41 d.C.: Regno di Caligola.

41-54 d.C.: Regno di Claudio.

43 d.C.: Campagna di Britannia.

54-68 d.C.: Regno di Nerone.

64 d.C.: Gravissimo incendio di Roma.

66-67 d.C.: Nerone si reca in Grecia.

69 d.C.: Crisi politica che vede l'avvicendarsi di quattro imperatori.

69-96 d.C.: Dinastia Flavia.

69-79 d.C.: Regno di Vespasiano.

79-81 d.C.: Regno di Tito.

79 d.C.: La tragica eruzione del Vesuvio distrugge Pompei, Stabia ed Ercolano.

81-96 d.C.: Regno di Domiziano.

96-98 d.C.: Regno di Cocceio Nerva.

98-117 d.C.: Regno di Traiano.

105-106 d.C.: La Dacia e l'Arabia nord-occidentale vengono ridotte a province.

114-117 d.C.: L'Armenia, l'Assiria e la Mesopotamia entrano a far parte del dominio romano.

117-138 d.C.: Regno di Adriano.

138-161 d.C.: Regno di Antonino Pio.

161-180 d.C.: Regno di Marco Aurelio.

175 d.C.: I Quadi e i Marcomanni vengono respinti oltre il Reno.

180-192 d.C.: Regno di Commodo.

193-235 d.C.: Dinastia dei Severi.

193-211 d.C.: Regno di Settimio Severo.

211-217 d.C.: Regno di Caracalla.

223-235 d.C.: Regno di Alessandro Severo.

235-285 d.C.: Cinquantennio di anarchia militare.

285-305 d.C.: Regno di Diocleziano.

286 d.C.: Diocleziano formula la tetrarchia.

312-337 d.C.: Regno di Costantino.

313 d.C.: Costantino redige l'Editto di Milano, concedendo la libertà di culto.

325 d.C.: Concilio di Nicea.

330 d.C.: Costantino trasferisce la capitale a Costantinopoli.

337-361 d.C.: Regno di Costanzo II.

361-363 d.C.: Regno di Giuliano l'Apostata.

378 d.C.: I Romani vengono sconfitti dai Visigoti ad Adrianopoli, è la prima sconfitta dell'impero contro i barbari.

378-395 d.C.: Regno di Teodosio.

380 d.C.: Con l'Editto di Tessalonica, Teodosio stabilisce che la religione cristiana è l'unico culto di Stato.

395 d.C.: Alla morte di Teodosio il regno viene suddiviso in due parti e passa sotto l'autorità dei suoi due figli, Arcadio e Onorio.

406 d.C.: Il confine renano cede sotto la pressione barbarica e l'Impero Romano perde le province della Gallia e della Spagna.

410 d.C.: I Visigoti di Alarico per tre giorni saccheggiano e depredano la città di Roma.

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