Geografia Europa Territorio Storia Economia della Macedonia.

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Bandiera della Macedonia

La Bandiera: un sole giallo (il Sole della Libertà) con otto raggi che si estendono allargandosi verso i bordi del campo rosso; i colori rosso e giallo sono stati a lungo associati con la Macedonia. Inno della Macedonia.

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In Macedonia Inn

GEOGRAFIA EUROPA - LA MACEDONIA

PRESENTAZIONE

La Macedonia confina a Nord con la Serbia e Montenegro, a Est con la Bulgaria, a Sud con la Grecia e a Ovest con l'Albania.

Il Paese ha un'estensione di 25.713 kmq e una popolazione di 2.128.262 (2021) abitanti, con una densità di 79 abitanti per kmq.

La popolazione è formata in maggioranza da Macedoni (64,2%), con minoranze di Albanesi (25,2%), Turchi (3,9%), Romeni (2,7%), Serbi (1,8%), Bosniaci (0,8%), altri (1,4%).

Lingue ufficiali sono il macedone e l'albanese.

La religione maggiormente praticata è l'ortodossa (54,4%), seguita dalla musulmana sunnita (29,9%).

Già parte della Repubblica federativa socialista jugoslava, e proclamatasi indipendente nel 1991, la Macedonia è una Repubblica, il cui il presidente è eletto a suffragio diretto per cinque anni.

Il potere legislativo appartiene all'Assemblea nazionale, composta da 120 membri eletti a suffragio universale ogni quattro anni.

Il primo ministro e i ministri sono nominati dall'Assemblea.

L'unità monetaria è il denar.

La capitale è Skopje (467.257 ab.).

IL TERRITORIO

Il territorio macedone, essenzialmente montuoso, appare morfologicamente assai frammentato: i sistemi del Rodope e del Pindo (Korab 2.764 m, Perister 2.600 m, Ljuboten 2.496 m) si alternano ad ampie conche, mentre l'unica pianura importante si trova sull'alto corso del fiume Strumica.

Il fiume più importante è il Vardar, al cui bacino idrografico appartengono tutti i fiumi del Paese (Bregalnica, Treska, Crna-reka).

Di formazione tettonica sono i laghi di Ocrida e Prespa che dividono la Macedonia dall'Albania.

Il clima è di tipo continentale, con influssi mediterranei nella valle del Vardar.

Cartina della Macedonia

Cartina della Macedonia

Cartina della Macedonia

L'ECONOMIA

L'agricoltura è ancora l'attività principale, pur se praticata solo nei fondovalli e nei bassopiani. Rivestono particolare importanza alcune produzioni specializzate mediterranee e subtropicali, come il riso, il tabacco, la canapa, il gelso, il papavero e il sesamo. La vite prospera nel bacino del Vardar, mentre la coltivazione del cotone ha relativamente perso d'importanza. Si producono anche cereali, mais, segale e frutta. Praticato anche l'allevamento (ovini, bovini e suini), meno l'allevamento del baco da seta, un tempo assai sviluppato. Importanti sono le risorse minerarie: cromo (Sar Planina), piombo e zinco (Kratovo), magnesite (Stip), ferro, rame, lignite. Una certa importanza ha anche la produzione di energia idroelettrica. Non molto diffuse invece sono le industrie: fonderie di rame e setificio si trovano a Titov Veles, industrie chimiche (disinfestanti) e del vetro a Skopje, industrie tessili a Stip.

Macedonia

CENNI STORICI

Il Regno macedone si costituì sotto la dinastia degli Argeadi, fra l'inizio del VII sec. a.C. e la metà del V a.C. Vassallo dei re di Persia (490-480 a.C.), esercitò poi la sua influenza sulle città greche a partire dal V sec. a.C. Archelao (413-399) estese la supremazia macedone sulle regioni limitrofe, mentre Filippo II, salito al trono nel 359 a.C., stabilì la sua egemonia su gran parte delle città greche (338).

Suo figlio Alessandro Magno vinse i Persiani, fondò un vasto impero esteso fino all'Indo e un gran numero di città; promosse inoltre la fusione della cultura greca con quella dei popoli conquistati, dando origine al periodo conosciuto come Ellenismo. Alla sua morte (323 a.C.) il Regno fu travagliato dalle lotte tra i vari diadochi pretendenti al trono: nel 280 a.C. gruppi di Galati invasero la Macedonia e assassinarono il re, finché nel 276 a.C. Antigono Gonata li sconfisse e riuscì a insediarsi stabilmente in Macedonia, difendendola contro gli assalti di Pirro e delle città greche.

Queste continuarono a gravitare nell'orbita macedone finché il re Filippo V non entrò in conflitto coi Romani tra il III e il II sec. a.C. Durante il Regno di Filippo V (221-179), la Macedonia conquistò gli Stati d'Illiria soggetti all'Impero romano. In seguito si rivolse verso Est e Nord-Est, fino a sottomettere le città di Rodi e Pergamo. Roma reagì e sconfisse Filippo nel 197, circoscrivendo il Regno del conquistatore alla Macedonia e sottraendogli la Tessaglia. Attraverso la collaborazione con i Romani, Filippo consolidò il proprio potere e la prosperità della Macedonia, che riuscì persino a recuperare il possesso della Tessaglia.

Venti anni dopo la sconfitta di Perseo, figlio di Filippo V, a Pidna (168 a.C.) la Macedonia, venne trasformata in provincia romana. Entro il IV sec. d.C., la maggioranza dei Macedoni venne cristianizzata e le invasioni di Visigoti, Goti, Unni e Ostrogoti nei Balcani non alterarono in modo significativo la composizione etnica della regione, dove si insediarono poi Slavi, Avari e Bulgari. Questi ultimi vi consolidarono il proprio dominio (IX sec.) nonostante i tentativi di riconquista da parte dei Bizantini, ai quali la regione tornò solo nel 1018. Occupata dai Serbi (XIV sec.), passò quindi sotto la sovranità della Turchia che nel 1371 conquistò la maggior parte della Macedonia e, nel 1389, del Kosovo, infliggendo una sconfitta decisiva all'Impero serbo.

Gli Ottomani si appropriarono delle terre migliori, discriminando i contadini cristiani sottomessi dai signori musulmani, ai quali pagavano un tributo, oppure espulsi verso terre meno fertili. Nel 1864, l'Impero ottomano divise la Macedonia in tre province: Tessalonica, Monastir, che comprendeva parte dell'Albania, e Kosovo, che apparteneva alla Serbia.

Nel 1878, la Russia impose alla Turchia il riconoscimento dello Stato di Bulgaria, che comprendeva la maggior parte della Macedonia, regione che tuttavia le altre potenze europee restituirono agli Ottomani. Negli anni seguenti, di conseguenza, Bulgari, Serbi e Greci continuarono a rivendicare i propri diritti sulla Macedonia. Alla fine del XIX sec. in Macedonia si sviluppò un forte movimento nazionalista: nel 1893 i Macedoni di origine slava crearono la VMRO (Vatreshna Makedonska Revolutsionna Organizatsia), movimento indipendentista; contemporaneamente, Bulgaria e Grecia fomentarono insurrezioni nella regione (1875, 1880-81) che sfociarono nella guerra greco-turca del 1897.

L'aumento dell'attività cospirativa di Bulgari, Greci, Serbi e Macedoni provocò, nel 1903, le pressioni da parte di Russia e Impero austro-ungarico per la nomina di un ispettore generale e la riorganizzazione della polizia nella regione. La Turchia accettò, tuttavia in agosto si verificò una sollevazione popolare, sostenuta dalla Bulgaria, che fu schiacciata con durezza, cosicché la Macedonia rimase soggetta alla Turchia fino al 1912, in seguito alla sconfitta di questa nella prima guerra balcanica. Le due guerre dei Balcani (1912 e 1913) portarono alla ripartizione dei territori turchi: la Bulgaria, nella seconda guerra, affrontò contemporaneamente Grecia e Serbia alle quali si allearono Romania e Turchia.

Per il Trattato di Bucarest (1913), la Grecia acquisì la Tessalonica e la maggior parte della Macedonia costiera, mentre la Serbia mantenne la Macedonia centrale e quella settentrionale. Allo scoppio della prima guerra mondiale, la Bulgaria intravide l'opportunità di recuperare terreno, alleandosi alle potenze centrali (Impero austro-ungarico, Germania e Turchia), al fine di occupare la Macedonia serba e anche parte della stessa Serbia. Le potenze vittoriose non alterarono la frontiera greco-macedone e la Macedonia slava fu incorporata al nuovo Regno serbo, croato e sloveno.

Nel periodo tra le due guerre, la dominazione imposta dalla dinastia serba acuì i conflitti interetnici; al principio della seconda guerra mondiale, quando la Germania invase la Jugoslavia, il Paese era internamente diviso e fu incapace di opporre resistenza all'invasione. La lotta patriottica jugoslava si rafforzò negli anni successivi, con le guerriglie dirette dalla Lega dei comunisti jugoslavi (LCJ), che prese il potere nel maggio 1945 e poco dopo proclamò la Repubblica popolare federale di Jugoslavia. La Macedonia slava fece parte del nuovo Stato come una delle sue sei Repubbliche costitutive (1947).

Da allora, il Governo federale, riconoscendo la condizione di miseria in cui versava la Repubblica, destinò crescenti risorse a vari progetti d'industrializzazione, soprattutto nei settori dell'acciaio e in quelli chimico e tessile. Nella seconda metà degli anni Ottanta contrasti etnici e politici divisero pericolosamente la Federazione jugoslava, fino a esplodere, all'inizio del decennio successivo, in una sanguinosa guerra civile. Nel 1989, il Governo federale emendò la Costituzione macedone, eliminando qualsiasi riferimento alle minoranze. Nel gennaio del 1990, il Congresso straordinario della LCJ decise di passare a un sistema multipartitico e di eliminare il ruolo dirigente che gli era assegnato dalla Costituzione. Lo stesso congresso tuttavia non accettò la proposta di concedere maggiore autonomia alle dipendenze repubblicane della LCJ.

Dopo il congresso, le Leghe dei comunisti di Slovenia, Croazia e Macedonia decisero di separarsi dalla LCJ e di chiamarsi Partito del rinnovamento democratico. Nel settembre 1991, dopo la dichiarazione d'indipendenza di Croazia e Slovenia, i Macedoni si pronunciarono attraverso un plebiscito per la separazione dall'ex Federazione jugoslava. Tutti i partiti politici macedoni, eccezion fatta per la minoranza etnica albanese, appoggiarono l'indipendenza. All'inizio del 1992, quando vari Paesi riconobbero Croazia e Slovenia, la Grecia ostacolò il riconoscimento della Macedonia, la cui denominazione avrebbe implicato aspirazioni territoriali macedoni verso alcune province greche. La nuova repubblica venne riconosciuta dalla comunità internazionale tra il 1992 e il 1993, quando fu ammessa all'ONU con il nome provvisorio di Repubblica ex jugoslava di Macedonia, in attesa che si raggiungesse un compromesso con la Grecia. La nuova federazione jugoslava ritirò le proprie truppe stanziate nel Paese.

Dalla fine del 1992, in seguito alle continue tensioni tra ex Jugoslavia, Grecia, Albania e Turchia, le frontiere della Macedonia, in particolare nella regione del Kosovo, furono presidiate dai caschi blu dell'ONU. Nello stesso 1992 Il socialdemocratico Branko Crvenkovski assunse la carica di primo ministro e ottenne il riconoscimento della Macedonia da parte di Russia, Albania, Bulgaria e Turchia. Atene invece ostacolò le relazioni estere di Skopje, tentando di ottenere la modifica del nome ufficiale, alterazioni nella Costituzione (giudicata dal Governo greco "espansionista") e l'adozione di una nuova bandiera, rivendicando come un simbolo della cultura ellenica l'emblema usato.

Dopo l'ingresso della Macedonia nell'ONU furono avviati dei negoziati con la Grecia, con la mediazione del britannico Lord Owen e dello svedese Thornvald Stoltenberg, già attivi nei Balcani. La vittoria del socialista Andreas Papandreu nelle elezioni greche dell'ottobre 1993 impresse al dibattito una direzione moderata. Ciò nonostante, il 16 febbraio 1994 la Grecia applicò un blocco economico totale verso la Macedonia: il porto greco di Salonicco, dal quale partiva l'80% della produzione macedone e tutto il petrolio, furono chiusi.

L'Alleanza socialdemocratica di Macedonia (ASDM) condotta dal primo ministro Branko Crvenkovski, instaurò un Governo di coalizione con i liberali, il Partito socialista e il Partito della prosperità democratica, il principale gruppo politico albanese, la quale prese nome di Alleanza per la Macedonia (AM).

Nell'ottobre del 1995 la Grecia rimosse il proprio embargo commerciale; ma le richieste di autonomia della minoranza albanese e l'escalation del conflitto nel vicino Kosovo resero precario l'equilibrio dell'unica ex Repubblica jugoslava rimasta estranea al conflitto.

Proprio per questo il Consiglio di sicurezza dell'ONU prorogò il mandato della forza di spiegamento che avrebbe dovuto concludersi nel dicembre 1997. Le elezioni legislative tenutesi nell'ottobre-novembre 1998 determinarono la vittoria di una coalizione di destra, capeggiata dal Partito democratico per l'unità nazionale della Macedonia (DPMNE) e dall'Organizzazione rivoluzionaria della Macedonia interna (VMRO); le consultazioni presidenziali dell'anno seguente ribadirono tale risultato, portando al potere il primo ministro Ljubèo Georgievski e assegnando la presidenza della Repubblica a Boris Trajkovski, sostenuti anche dai voti della minoranza albanese del Partito democratico degli Albanesi.

Fino a quel momento unico fra i Paesi che facevano parte della ex Jugoslavia a essere stato risparmiato dai conflitti che negli ultimi anni interessarono i Balcani, nel 2001 anche la Macedonia dovette fare i conti con un'insurrezione armata all'interno dei propri confini. Dopo la sconfitta politica subita in Kosovo (elezioni del 28 ottobre 2000), l'Esercito di liberazione (UCK) pensò di rilanciare il disegno di una Grande Albania (che vuole gli Albanesi di Albania, Macedonia, Montenegro, Kosovo e Sud della Serbia riuniti sotto un'unica bandiera) facendo leva sul malcontento della consistente minoranza albanese (25%) in Macedonia e nel Sud della Serbia, nella valle di Presevo.

In Macedonia gli Albanesi erano già una minoranza riconosciuta che controllava partiti, giornali, radio e televisioni propri e l'albanese veniva insegnato alle scuole elementari e medie (per quanto riguarda l'università, nel 1995 era nata la Libera Università di Tetovo, i cui diplomi non erano però mai stati riconosciuti).

Inoltre, i partiti politici albanesi (Partito democratico albanese, PDSH di Arben Xhaferi, e Partito della prosperità democratica, PPD) avevano sempre partecipato alle coalizioni di Governo fin dal 1991, anno dell'indipendenza. Tuttavia non erano mai mancati sentimenti di frustrazione e di discriminazione, in primo luogo di ordine economico e sociale.

Gli Albanesi reputavano di essere discriminati soprattutto in seno alla pubblica amministrazione, dove non rappresentavano più del 5%, e di essere sottostimati nei censimenti (essi avevano sempre sostenuto di rappresentare fino al 40% della popolazione del Paese). Su questi sentimenti avevano cercato di far leva i radicali dello smobilitato esercito dell'UCK: una corrente estremista del nazionalismo albanese pensò dunque di rispolverare il disegno della Grande Albania, affermando ufficialmente di battersi solo per ampliare i diritti di cui godevano le minoranze albanesi.

Di fatto non si trattava di una lotta per ottenere maggiori diritti - la situazione degli Albanesi di Macedonia non era paragonabile a quella degli Albanesi del Kosovo all'epoca di Slobodan Milosevic -, ma veniva contestata la legittimità stessa dello Stato macedone. Improvvisamente, dunque, nel 2001 avevano fatto la loro apparizione due "nuovi" movimenti di guerriglia: l'UCPMB (Esercito di liberazione di Presevo-Medvedja-Bujanovac) e il nuovo UCK (Esercito di liberazione nazionale della Macedonia, dove k stava per nazionale e non più per Kosovo) che in febbraio aveva occupato alcuni villaggi a maggioranza albanese vicini al confine tra Macedonia, Kosovo e Serbia. Erano quindi cominciati gli scontri tra le forze di sicurezza macedoni e la guerriglia albanese, lungo il confine tra Macedonia e Kosovo.

Per paura di una destabilizzazione del Kosovo, la KFOR aveva subito rafforzato i controlli alle frontiere e la NATO aveva consentito alle forze serbe di dispiegarsi in una parte della zona smilitarizzata mentre i Paesi dell'Ue davano il loro sostegno incondizionato al Governo macedone. Nel marzo 2001 il nuovo UCK sferrò un'offensiva con la quale si spinse fino alle porte di Tetovo, la seconda città per importanza e la più popolata da Albanesi. Qui erano scoppiati violenti scontri tra le forze di polizia macedoni e i separatisti albanesi. Le violenze provocarono subito un esodo di profughi, molti dei quali trovarono rifugio in Albania.

Per scongiurare il pericolo di una vera e propria guerra civile, il leader kosovaro moderato Ibrahim Rugova invitò il Governo di Skopje a tenere conto delle rivendicazioni degli Albanesi. Il 18 marzo, visto che i combattimenti tra guerriglieri albanesi dell'UCK ed esercito governativo non si fermavano, il primo ministro macedone Ljubco Georgijevski impose il coprifuoco a Tetovo mentre proseguì la mobilitazione delle Forze armate.

I combattimenti si estesero anche ad altri villaggi intorno a Kumanovo, nella Macedonia settentrionale lungo i confini tra Kosovo e Serbia. La tensione continuò a salire anche perché la KFOR, la forza di pace di stanza in Kosovo, annunciò che in caso di attacco da parte dell'UCK non avrebbe esitato a usare le armi. Dal canto suo il Parlamento macedone approvò una dichiarazione, che incontrò il favore di tutti i deputati albanesi, sia quelli al potere che quelli all'opposizione, in cui si chiedevano "misure adeguate per preservare la pace" (18 marzo). I combattimenti si intensificarono e i guerriglieri invasero anche la città di Kumanovo, dove due anni prima erano stati firmati gli accordi che avevano messo fine alla guerra in Kosovo. Parallelamente, le autorità macedoni cercarono una soluzione politica al conflitto: bocciata l'ipotesi di un Governo di salvezza nazionale, si riprese in esame la possibilità di costituire un Esecutivo allargato, nel tentativo di isolare la guerriglia. Tuttavia l'opinione pubblica interna macedone cominciò a chiedere il pugno di ferro contro gli Albanesi ribelli. La situazione, già incandescente, si aggravò con le notizie che giungevano dalla valle di Presevo, nel Sud della Serbia, dove un guerrigliero albanese era stato ucciso in un attacco a postazioni della polizia e due agenti erano rimasti feriti dall'esplosione di una mina. L'esercito macedone, infatti, era intervenuto con un massiccio attacco d'artiglieria contro le postazioni della guerriglia sulle colline intorno a Tetovo. Intanto proseguì la fuga dei civili dalla regione, in direzione di Albania, Serbia, Bosnia, Croazia e Turchia. Dopo l'ultimatum lanciato dal Governo macedone per il disarmo della guerriglia e l'abbandono delle colline intorno a Tetovo, l'UCK offrì pubblicamente un cessate il fuoco "unilaterale e illimitato" per evitare "ulteriore spargimento di sangue" e discutere una tregua (21 marzo), ma subito dopo i guerriglieri tornarono a sparare nei pressi del villaggio di Drum, vicino al confine con il Kosovo. Grazie a una serie di offensive vittoriose, l'esercito macedone riuscì a entrare nei villaggi roccaforte dell'UCK, Gajre e Lisec, sul versante orientale delle colline intorno a Tetovo. Alla fine di una lunga offensiva le forze armate macedoni respinsero i guerriglieri che per oltre 20 giorni avevano tenuto in scacco le forze di sicurezza. La calma però non durò a lungo e alla fine di aprile l'UCK tornò all'azione lanciando un'imboscata contro reparti speciali dell'esercito che pattugliavano la zona nei pressi dei villaggi di Vejce e Brezovica a Nord-Ovest di Tetovo (28 aprile). Con la ripresa degli scontri le pressioni internazionali fecero sì che si intensificassero gli sforzi per dar vita a un Governo di unità nazionale che vide infine la luce il 14 maggio 2001: accanto ai nazionalisti di VMRO-DPMNE (Organizzazione rivoluzionaria della Macedonia interna-Partito democratico per l'unità nazionale della Macedonia), all'Alternativa democratica (DA, fondata dall'ex comunista Vasil Tupurkowski) e al Partito democratico albanese (PDSH), entrarono nell'Esecutivo l'Alleanza socialdemocratica di Macedonia (SDSM) e il Partito albanese della prosperità democratica (PPD), il maggior rappresentante della minoranza albanese in Macedonia: in cambio di questa adesione, l'opposizione otteneva l'anticipazione delle elezioni legislative che si sarebbero dovute tenere nel gennaio 2002. Scopo di questa manovra era quello di isolare politicamente i ribelli costringendoli ad abbandonare le armi e di negoziare senza di loro un accordo sui diritti della minoranza albanese.

Tuttavia i dissensi interni alle forze di Governo bloccarono qualunque iniziativa politico-diplomatica e la situazione sul campo rimase molto tesa: non cessarono gli scontri al confine con il Kosovo mentre i profughi lasciarono i loro villaggi, basi della guerriglia. Nel tentativo di aiutare i profughi e per consentire il transito degli aiuti umanitari, il 16 giugno 2001 sia le autorità macedoni sia la guerriglia proclamarono una tregua, subito violata da nuovi combattimenti nei pressi di Aracinovo, vicino a Skopje. Per consentire l'evacuazione di alcuni ribelli albanesi dalla città, bombardata dalle truppe macedoni, la NATO e l'Ue raggiunsero un accordo che scatenò la reazione dei nazionalisti macedoni i quali assaltarono il Parlamento chiedendo una linea più dura contro la guerriglia (25 giugno). La NATO intanto, accogliendo la proposta del presidente macedone Boris Trajkovski, progettò l'invio di una forza di 3.000 soldati, prevalentemente messi a disposizione dall'Europa, per disarmare i ribelli albanesi, previo raggiungimento di un accordo che mettesse fine al conflitto. Secondo gli obiettivi della missione, i ribelli avrebbero dovuto consegnare spontaneamente le loro armi alle truppe NATO, ottenendo in cambio l'amnistia e una serie di riconoscimenti dei diritti degli Albanesi. Il 5 luglio, grazie soprattutto al negoziato della NATO che tenne trattative separate con i ribelli e con il Governo di unità nazionale, entrò in vigore il cessate il fuoco tra le forze macedoni e l'UCK, quest'ultimo dichiaratosi disposto alla consegna delle armi, ma solo in presenza di un accordo politico concedente maggiori diritti alla comunità albanese. Nonostante il cessate il fuoco proseguirono gli scontri tra Macedoni e ribelli albanesi. Dopo sei mesi di guerriglia, il 13 agosto, pressati dalla comunità internazionale, il Governo di Skopje e i partiti albanesi siglarono l'accordo di Ohrid, che pose fine all'insurrezione. L'accordo si fondava su tre punti principali: l'integrità dello Stato macedone, la concessione di più diritti alla minoranza albanese e il disarmo della guerriglia. L'UCK accettò di consegnare le armi alle forze di pace NATO, ma chiese di vedere da subito le prime applicazioni del documento firmato e di conoscere i termini dell'amnistia, riguardante tutti i guerriglieri non incriminabili da parte del Tribunale penale internazionale. Dopo la firma dell'accordo di pace, il 17 agosto giunse sul posto il primo contingente di militari NATO per portare a termine la missione Essential Harvest, che prevedeva la smilitarizzazione e la distruzione degli arsenali dell'UCK. Le operazioni di disarmo, alle quali partecipava anche il Governo macedone, iniziarono a rilento per l'insorgere di gravi disaccordi tra le parti in causa sul numero di armi da raccogliere: l'UCK parlava di 2.300 pezzi, la NATO di 3.300 e il Skopje di oltre 85.000. Infine, il 27 agosto venne dato il via libera al dispiegamento delle truppe NATO tra lo scetticismo della popolazione macedone che non credeva possibile che in un mese - questa la durata fissata per la missione - le truppe dell'Alleanza sarebbero state in grado di disarmare la guerriglia e riportare la pace. Essential Harvest si concluse il 26 settembre, dopo la delibera in tal senso del Consiglio atlantico: si aprì allora un contrasto tra l'Ue, che cercava in ogni modo di garantire una presenza militare in Macedonia dopo la fine della missione NATO, e il Governo di Skopje, che non pareva disponibile a un prolungamento ma solo a una eventuale presenza di osservatori civili, che di fatto vennero poi inviati.

Il segretario generale della NATO George Robertson si recò quindi a Skopje per definire i termini della nuova missione dell'Alleanza, chiamata Amber Fox, che avrebbe impegnato per tre mesi 1.000 soldati con il compito principale di tutelare degli osservatori civili internazionali (27 settembre). Nel frattempo i nazionalisti macedoni bloccarono in Parlamento l'approvazione degli accordi di Ohrid (che riconoscevano diritti più ampi alla minoranza albanese), rischiando di compromettere la stabilità politica interna.

La situazione tornò a farsi tesa in ottobre quando il Governo denunciò la presenza di almeno 500 guerriglieri albanesi dell'ormai disciolto UCK, rientrati dal Kosovo in Macedonia per occupare alcune aree nella zona nord-occidentale del Paese. Il 16 novembre, il Parlamento approvò il testo della nuova Costituzione, frutto degli accordi di Ohrid, che ampliava i diritti degli Albanesi. Gli emendamenti approvati decretavano l'albanese seconda lingua ufficiale della Macedonia, estendevano la rappresentatività degli Albanesi nella pubblica amministrazione, garantivano i diritti delle minoranze e consentivano di bloccare in Parlamento o nelle assemblee locali il voto su leggi a carattere culturale.

Subito dopo l'approvazione della nuova carta costituzionale, l'SDSM si ritirò dal Governo di unità nazionale, mentre il Parlamento annunciò il rinvio a settembre delle elezioni previste per il 27 gennaio, giustificando il provvedimento con la mancanza di stabilità nel Nord del Paese. Nel settembre 2002 il primo ministro Ljubco Georgievski cedette l'incarico al socialdemocratico Branko Crvenkovski, leader di Insieme per la Macedonia. In ottobre fu prolungata di qualche mese la presenza del contingente di pace delle Nazioni Unite, nel Paese da oltre un anno, e nel marzo 2003 le forze NATO furono sostituite nella missione di pace dall'Unione europea.

Nel febbraio 2004 il presidente Trajkovski morì in un incidente aereo in Bosnia; fu sostituito, nel mese di aprile, da Branko Crvenkovski. Nel 27 marzo 2005 si svolsero per la prima volta, nel contesto della nuova divisione territoriale, le elezioni locali che confermarono un clima politico teso. L'SDSM vinse in 36 comuni, mentre il DUI (Partito albanese filo-governativo) trionfò nei comuni a maggioranza albanese. Le consultazioni politiche tenutesi nel luglio 2006 decretarono la vittoria del VMRO-DPMNE di Nikola Gruevski, esponente della comunità slavo-macedone, e del DUI di Ali Ahmeti, esponente degli Albanesi. Dopo quasi due mesi dalle consultazioni, a fine agosto il Parlamento diede il proprio voto di fiducia al nuovo primo ministro Gruevski, che si impegnò a gestire in modo efficiente le risorse pubbliche.

LA CAPITALE

Skopje

(467.257 ab.). Capitale della Macedonia, è situata a 262 metri di altitudine, sulle rive del fiume Vardar. È posta lungo la linea ferroviaria e stradale che collega l'Ungheria alla Serbia e Montenegro e alla Grecia. È sede di un importante mercato agricolo e zootecnico (cereali, ortaggi, tabacco, lana). Presenta insediamenti industriali, soprattutto nei settori alimentare, siderurgico, chimico, metallurgico, tessile, del vetro, del cemento e della manifattura del tabacco. Di antichissime origini, risalente a prima di Giustiniano, Skopje fu semi distrutta dal terremoto del 1963, per cui restano poche tracce del patrimonio artistico più antico della città (moschee e minareti). Nel 2001 fu teatro di scontri tra guerriglieri albanesi e l'esercito macedone.

Il fiume Vardar a Skopje

Il fiume Vardar a Skopje

PERSONAGGI CELEBRI

Alessandro Magno

Re di Macedonia (356 a.C. - Babilonia 323 a.C.). Figlio di Filippo II, venne educato da Aristotele.

Distrusse Tebe (335 a.C.) e si mosse alla conquista della Persia, invadendo le regioni della Caria, Ionia e della Frigia.

Nella sua avanzata, sconfisse il re di Persia Dario III (334 e 333 a.C., rispettivamente a Granico e Isso) e invase l'Egitto, dove fondò la città d'Alessandria.

Ritornato verso la Mesopotamia, raggiunse il Tigri e l'Eufrate e batté nuovamente Dario ad Arbela (331 a.C.).

Acclamato re d'Asia, si diresse verso l'Indo che attraversò (326 a.C.); tuttavia le avverse condizioni ambientali e l'esercito stremato indussero Alessandro a ritornare.

Nel viaggio di riavvicinamento, morì stremato dalla febbre.

Dalla disgregazione del suo immenso impero sorsero i Regni ellenistici che realizzarono la fusione tra civiltà greca e la cultura degli Stati d'Oriente.

Madre Teresa di Calcutta

Al secolo Agnese Bojaxhiu. Religiosa macedone di origine albanese (Skopje 1910 - Calcutta 1997).

Nel 1928 si consacrò nell'ordine di Santa Maria di Loreto, per il quale venne inviata in India, a Calcutta, dove si dedicò alla cura dei diseredati, dei malati e dell'infanzia abbandonata.

Proprio in questa città individuò la necessità di creare una nuova forma di assistenza, che fosse al servizio completo ed esclusivo degli ultimi; per questo motivo nel 1948 fondò l'ordine della Missionarie della Carità che ebbe l'autorizzazione pontificia nel 1965.

Dall'India l'istituzione si diffuse in altri Paesi del mondo, quali Stati Uniti, Italia, Venezuela, Australia, Medio Oriente, Inghilterra.

Premiata in più occasioni (nel 1971 il premio Giovanni XXIII per la pace; nel 1979 il premio Balzan per l'umanità, la pace e la fratellanza, nel 1981 la laurea honoris causa in Medicina dall'Università Cattolica del Sacro Cuore), nel 1979 ottenne il premio Nobel per la pace.

Lasciò la guida dell'ordine nel 1997, ritirandosi nella casa di Calcutta.

Alla morte, la fama di santità conquistata da Madre Teresa spinse le autorità preposte ad avviare immediatamente la causa di beatificazione, ancor prima dello scadere del tempo preposto per l'avvio della richiesta.

Madre Teresa fu beatificata il 19 ottobre 2003.

Un'immagine di Madre Teresa di Calcutta

Madre Teresa di Calcutta

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