Geografia Italia Territorio Storia Economia del Piemonte

 

 
    

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Geografia Italia - Indice

Geografia Italia Territorio Storia Economia del Piemonte

IL TERRITORIO - PARCHI NAZIONALI E REGIONALI - ECONOMIA - CENNI STORICI

IL PERCORSO ARTISTICO E CULTURALE - LE CITTÀ - TORINO

LE CITTÀ - ALESSANDRIA - ASTI - BIELLA - CUNEO - LANGHE E MONFERRATO - NOVARA - VERBANIA - ISOLE BORROMEO - VERCELLI

PICCOLO LESSICO - PERSONAGGI CELEBRI - CITTA' - CENTRI MINORI - ACQUI TERME

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GEOGRAFIA - ITALIA - PIEMONTE

PRESENTAZIONE

Posta ad Occidente della Pianura Padana, la regione piemontese occupa quella parte dell'arco alpino, che va dal Colle di Cadibona al Passo di San Giacomo, e la prima parte dell'Appennino Ligure fino al Monte Antola. La sua superficie è di 25.399 kmq. Il Piemonte confina a Nord-Ovest con la Valle d'Aosta, a Nord con la Svizzera, a est con la Lombardia, e con l'Emilia, a Sud con la Liguria e a Ovest con la Francia. Il suo territorio piuttosto vario ospita una popolazione di 4.231.334 abitanti (densità: 169 abitanti per kmq). Le province, oltre a Torino, che è il capoluogo, sono sette: Alessandria, Novara, Asti, Cuneo, Biella, Verbania e Vercelli. È una delle regioni più periferiche rispetto all'asse centrale della Penisola ed è la più occidentale; questa sua posizione l'ha resa aperta alle influenze culturali d'Oltralpe, specialmente francesi. Per lunghi secoli politicamente separato dall'Italia, il Piemonte è stato inizialmente unito alla regione francofona della Savoia, sotto il governo dell'omonima dinastia sabauda fondata a Chambéry da Umberto Biancamano. Circondato su tre lati dai monti, ha preso l'appellativo di Pedemontium (ai piedi dei monti), da cui deriva l'attuale nome di Piemonte.

Cartina del Piemonte

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IL TERRITORIO

Il territorio del Piemonte, per due terzi montuoso e per il resto collinare e pianeggiante, presenta caratteristiche ben definite. La zona montuosa è costituita dalle Alpi Occidentali e da una porzione dell'Appennino Settentrionale; le vette più alte sono quelle del Monte Rosa (4.633 m), del Gran Paradiso (4.061 m) e del Monviso (3.841 m). Nonostante le cime aspre, numerosi valichi permettono facili comunicazioni con Francia e Svizzera. I passi principali sono il Colle di Tenda, il Colle della Maddalena, il Passo del Monginevro, il Passo del Sempione e il Traforo del Frejus. I territori delle Langhe e del Monferrato formano la parte collinare della regione. La pianura infine comprende le zone delimitate dalla Dora Riparia: a Nord la Lomellina, il Novarese, il Vercellese, il Canavese e il territorio prossimo a Torino; a Sud la pianura attorno a Cuneo. I fiumi più importanti della regione sono degli affluenti del Po, che nasce dal Monviso e attraversa l'intera regione da Ovest verso Est. I corsi d'acqua hanno una notevole portata e sono alimentati dai torrenti secondari. Gli affluenti di destra sono: il Tanaro, che riceve la Stura, l'Ellero, il Belbo, la Bormida, e la Scrivia, che nasce al Passo dei Giovi. Gli affluenti di sinistra sono: la Dora Riparia; la Stura di Lanzo; l'Orco, che nasce nel gruppo del Gran Paradiso; la Dora Baltea, che attraversa pressoché tutta la Valle d'Aosta; il Sesia, che nasce nel gruppo del Monte Rosa, e il Toce, che scende dalla Val d'Ossola. I più importanti laghi alpini piemontesi sono: il Lago Maggiore, la cui sponda orientale è situata in territorio lombardo; il Lago di Viverone, in provincia di Biella; i laghi di Avigliana, in provincia di Torino. Di rilevante interesse idrografico ed importanti per l'economia della regione sono i fontanili o risorgive che si trovano nei territori in provincia di Vercelli e di Novara. Il Piemonte, a causa della sua posizione geografica, offre una grande varietà climatica. Questa infatti è causata dal fatto che la regione si trova ai piedi delle Alpi, che in essa si alternano rilievi collinari e pianure, e che gode della vicinanza del Mar Ligure. Il clima è continentale, caratterizzato da temperature molto fredde durante la stagione invernale; invece in estate è piuttosto caldo in pianura e in collina, e fresco in montagna.

Web Trapanese Trapani Veduta del Monte Rosa

Web Trapanese Trapani Prealpi biellesi a Zumaglia (Vercelli)

PARCHI NAZIONALI E REGIONALI

Il Piemonte è da sempre regione leader nella conservazione della natura in Italia, avendo fatto della costituzione di parchi e riserve uno degli aspetti qualificanti e riconoscibili dell'assetto del territorio. E ciò ben prima che fosse varata la Legge quadro sulle aree naturali protette, n. 394/91, che ha dato slancio a parchi e riserve di tutt'Italia, portando il Bel Paese alla soglia di quel 10% di territorio protetto che da decenni ormai è l'obiettivo minimo di quanti si occupano di tutela dell'ambiente naturale. Del resto i beni naturali del territorio piemontese sono di valore eccezionale, dai ghiacciai eterni alle zone umide del nostro più grande fiume, il Po, la diversità biologica e paesaggistica è davvero di grande rilevanza culturale e scientifica, tanto che il Piemonte è interessato da ben due parchi nazionali: la Val Grande ed il Gran Paradiso.

Parco Nazionale del Gran Paradiso

Vedi Valle d'Aosta, Parchi Nazionali e Regionali.

Parco Nazionale della Val Grande

Il Parco Nazionale della Val Grande, istituito nel 1992, si estende nel cuore della provincia del Verbano Cusio Ossola, tra creste dirupate e cime solitarie. è l'area selvaggia più vasta d'ltalia. Percorrendo i sentieri della Val Grande possiamo scoprire i segni lasciati dall'uomo nei secoli passati quando la valle era meta di pastori e boscaioli, tracce di una vita faticosa e povera che suscita interesse e ammirazione per la capacità di adattarsi a un territorio tanto impervio e inaccessibile.

Il territorio del Parco è compreso in un'area di straordinario interesse geologico. Le montagne più caratteristiche della Val Grande, come il Pedum, il Proman, i Corni di Nibbio, la Cima Sasso e la Cima della Laurasca, sono costituite per esempio da rocce molto scure (anfiboliti, serpentiniti, peridotiti), verdi o nerastre, ad elevato peso specifico, estremamente dure e resistenti agli agenti atmosferici. è una parte di quella che i geologi chiamano "Zona Ivrea-Verbano", una porzione di crosta continentale profonda, proveniente dalla zona di transizione con il mantello terrestre (quindi da profondità di circa 35-50 km) . Ma nel Parco troviamo soprattutto le testimonianze del rapporto tra l'uomo e la pietra, utilizzata e lavorata fin dall'antichità come materiale da costruzione. La storia del Parco è anche strettamente legata a quella dello sfruttamento delle cave di marmo rosa di Candoglia, utilizzate fin dalla fine del XIV secolo per la costruzione del Duomo di Milano. Con la concessione di Gian Galeazzo Visconti (24 ottobre 1387), la Veneranda Fabbrica del Duomo entrò in possesso anche di tutti i boschi della Valgrande tra Cima Corte Lorenzo e Ompio. Il legname era utilizzato sia in cava, sia a Candoglia, per la costruzione delle chiatte, sia a Milano per le impalcature del Duomo: questa data, oltre l'inizio di una frenetica attività estrattiva, segna l'inizio del disboscamento della Valgrande.

L'attuale scarsissima antropizzazione fanno della Val Grande un ideale laboratorio naturale dove approfondire la conoscenza dell'evoluzione naturale della vegetazione e delle comunità animali conseguente all'abbandono da parte dell'uomo dopo secoli di sfruttamento. Tra gli uccelli sono da indicare l'aquila reale, il falco pellegrino, il gallo forcello, il francolino di monte e il gufo reale. Degni di nota sono anche le diverse specie di picchi, fra cui il picchio nero, e alcuni Passeriformi come il luì bianco e l'averla piccola. Gli erbivori sono presenti nel territorio del Parco con popolazioni ben strutturate come nel caso del camoscio e del capriolo. La situazione è favorevole anche per il cervo che si prevede possa diventare nei prossimi anni una presenza consolidata. Volpe, faina, martora, tasso e donnola sono i rappresentanti più significativi tra i carnivori. Nei boschi abitano numerosi piccoli mammiferi come ghiri e topi selvatici. Grazie all'abbondanza e alla qualità delle acque che scorrono impetuose nel Parco, occorre segnalare la fauna che vive nei torrenti e che da questi dipendono. Le specie più rappresentative sono la trota fario e lo scazzone accompagnate dai numerosi macroinvertebrati (larve di effimere e di tricotteri) che ne costituiscono la dieta. Non è raro l'incontro con due specie di uccelli che frequentano i grossi massi e le rive acciottolate: il merlo acquaiolo e la ballerina gialla. La Val Grande è spesso conosciuta per la presenza della vipere. Questi rettili prediligono infatti gli ambienti poco frequentati dall'uomo e ricchi di nascondigli quali cespugli e cumuli di pietre; trovano pertanto nelle aree più selvagge del Parco l'habitat adatto. Specie di rilievo si ritrovano anche tra gli insetti, in particolare tra i coleotteri: il Carabus lepontinus vive esclusivamente sulle pendici del Monte Zeda (specie endemica), mentre la Rosalia alpina, l'Osmoderna eremita e lo Gnorimus variabilis sono compresi negli elenchi delle specie strettamente protette a livello europeo. Pensando al territorio del Parco come un ambiente in continua evoluzione verso una situazione sempre più simile a quella originaria è importante ricordare le specie oggi estinte quali lupo, orso, lince e lontra, gatto selvatico e puzzola, per alcune delle quali è ipotizzabile in futuro un ritorno.

La ricchezza della vegetazione e la varietà delle fioriture, grazie all'influenza termica del Lago Maggiore, costituiscono una delle attrattive maggiori del Parco. Nella bassa Val Grande predominano i boschi misti di latifoglie con prevalenza del castagno. Il faggio costituisce invece la specie arborea più diffusa dell'alta Val Grande, per lo più sui versanti umidi e meno assolati, ma anche su quelli meridionali, in conseguenza della elevata piovosità di questa zona. Alcuni esemplari monumentali di faggio hanno resistito ad un'enorme valanga caduta nella metà degli anni '80 all'Alpe Boschelli, mentre altri sono osservabili in Val Pogallo nei pressi di Pian di Boit e dell'Alpe Busarasca. Alle faggete si aggiungono, seppur limitati per estensione, i boschi di conifere, le cui specie principali sono l'abete rosso e l'abete bianco. Scarso il larice, in conseguenza del clima e dei tagli effettuati nei secoli scorsi. Le forre sono tra gli ambienti più significativi e di interesse prioritario a livello europeo e sono colonizzate da tassi, ontani, tigli e aceri.

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Parco naturale regionale delle Alpi Marittime

Il Parco naturale delle Alpi Marittime è stato creato nel 1995, in seguito alla fusione del Parco naturale dell'Argentera (istituito nel 1980) con la Riserva del Bosco e dei Laghi di Palanfré (istituita nel 1979). è nata così un'unica grande area protetta che si estende su una superficie di 27.945 ettari, ripartita su tre valli (Gesso, Stura, Vermenagna) e quattro comuni (Aisone, Entracque, Valdieri, Vernante). Le Alpi Marittime, estremo lembo meridionale della catena alpina, dividono la pianura piemontese dalla costa nizzarda e sono comprese tra due valichi molto frequentati fin dall'antichità: il Colle di Tenda e il Colle della Maddalena. Entrambi i versanti delle Marittime sono sottoposti a protezione: infatti, sul lato francese, si estende il Parco Nazionale del Mercantour, famoso in tutto il mondo per la Valle delle Meraviglie, sito che ospita migliaia di incisioni rupestri risalenti per lo più all'Età del Bronzo. I due parchi confinano per oltre 35 chilometri e formano nel loro insieme un'area protetta di oltre 100.000 ettari, che potrebbe diventare in un futuro prossimo il primo esempio di Parco internazionale. Per favorire questa prospettiva, da tempo Marittime e Mercantour lavorano a una serie di progetti e, dopo essersi gemellati nel 1987, hanno ottenuto nel 1993 il Diploma Europeo, importante riconoscimento che ha dato ulteriore impulso allo studio e alla realizzazione di una politica comune di protezione del territorio e di sviluppo economico.

La bellezza di queste montagne, la ricchezza di camosci, di trote e di una splendida e rigogliosa vegetazione colpirono con forza Vittorio Emanuele II, quando nel 1855 il re di Sardegna visitò la Valle Gesso e le sue terme. Il suo apprezzamento non passò inosservato, e i sindaci dei Comuni dell'alta valle, ben conoscendo la sua passione venatoria e i vantaggi che sarebbero derivati da una presenza estiva in zona della famiglia reale, stabilirono di cedere al re i diritti di caccia e di pesca su gran parte del loro territorio. Nacque così la Riserva Reale di caccia. Casa Savoia edificò, tra il 1865 e il 1870, la residenza estiva a Sant'Anna di Valdieri, le palazzine di caccia a San Giacomo di Entracque e al Piano del Valasco. Alle Terme vennero costruiti quattro chalet "di foggia svizzera".

L'area delle Alpi Marittime è famosa in tutto il mondo per la sua ricchezza botanica. Complessivamente viene stimata la presenza di 2.600 specie, un patrimonio pari a quasi la metà di quello dell'intera penisola. La Famiglia delle Orchideacee, ad esempio, di cui fanno parte alcuni dei fiori più spettacolari che si trovano in natura, nel solo territorio del Parco può contare su quaranta delle ottanta specie di orchidee censite in Italia. Le peculiarità delle Marittime in ambito botanico si spiegano con la loro posizione geografica, di raccordo tra i sistemi montuosi di Piemonte, Liguria e Provenza; geologicamente collegate, in tempi remoti, con distretti anche molto lontani (Pirenei, Corsica, Balcani) rivelano ancor oggi con queste aree sorprendenti affinità floristiche. A rendere vario il clima e di conseguenza la flora contribuiscono la vicinanza del mare e l'esistenza di numerose cime oltre i 3.000 metri di quota, tra cui spicca l'Argentera, che con i suoi 3.297 metri rappresenta il tetto delle Marittime. Queste condizioni favoriscono la presenza non solo di un elevato numero di specie, ma anche di numerosi endemismi, cioè di piante che crescono esclusivamente in una certa area. Della trentina di endemismi delle Marittime, quello che attira particolarmente la curiosità dei visitatori e l'interesse dei botanici è la Saxifraga florulenta: dalla rosetta di foglie basali, dopo una trentina d'anni emerge una lunga infiorescenza a pannocchia di color rosa tenue; dopo la fioritura, la pianta muore. La Sassifraga è una pianta primitiva e di conseguenza poco evoluta che è sopravvissuta nelle Alpi Marittime perché interessate sono marginalmente dalle glaciazioni.

Poche aree protette possono vantare una ricchezza faunistica come quella del Parco naturale delle Alpi Marittime. La specie più facilmente osservabile, soprattutto al mattino presto e alla sera, è il camoscio. Il popolamento di questo animale, che può contare su circa 4.500 esemplari, se considerato in rapporto alla superficie è uno dei più consistenti delle Alpi. Lo stambecco, reintrodotto per volere di Vittorio Emanuele III negli anni Venti, dalla ventina di capi provenienti dal Gran Paradiso è passato a oltre 500 esemplari, che possono essere ammirati da distanza ravvicinata soprattutto in periodo primaverile. Altri ungulati presenti nel Parco sono il capriolo, il cinghiale, animali più schivi e difficili da osservare anche per il tipo di ambiente che abitualmente frequentano: il bosco. Nell'estate è possibile l'incontro con il muflone, proveniente dal vicino Parco del Mercantour. Per i suoi caratteristici fischi, le posizioni che assume sulle rocce, il correre goffo ma agile, la marmotta è uno degli animali che maggiormente sanno attirarsi le simpatie dei visitatori, soprattutto dei più piccoli. L'avifauna, estremamente ricca e diversificata, comprende quasi tutte le specie tipiche dell'arco alpino occidentale, dal gallo forcello alla pernice bianca, ed un gran numero di migratori. Nel Parco vivono sette coppie di aquila reale e sono presenti molte altre specie di rapaci, tra cui il gipeto, che è ricomparso di recente nelle Alpi Marittime grazie ad un progetto europeo di reintroduzione. Spontaneo è stato invece il ritorno di un predatore sottoposto per secoli a terribili persecuzioni, il lupo.

Parco naturale regionale Valle del Ticino

Il Parco piemontese della Valle del Ticino è stato istituito con Legge regionale n.53 del 21 agosto 1978. Il territorio del Parco ha una superficie di 6.250 ettari ed occupa una ristretta fascia lungo la riva destra del Ticino, dal suo imbocco dal Lago Maggiore fino al confine regionale, comprendendo parte del territorio di undici Comuni, da Castelletto Ticino a Cerano. Insieme al Parco Lombardo del Ticino costituisce una tra le maggiori aree protette d'Italia, caratterizzata dalla presenza costante del fiume.

Il Parco è costituito da una vallata, dapprima profondamente incassata che si amplia progressivamente con declivi più dolci, ricchi di boschi, con grandi anse del fiume. A Sud, la valle si allarga maggiormente creando una serie di ramificazioni tra ghiareti e isoloni, periodicamente sommersi dalle piene. Questa zona è dunque caratterizzata dalla presenza di numerose lanche in cui l'acqua scorre più lentamente favorendo lo sviluppo di una ricchissima vegetazione acquatica. Altra caratteristica del Parco è la presenza di fontanili e risorgive, siti in cui l'acqua mantiene temperatura pressoché costante durante tutto l'anno dando luogo a vegetazioni ricche e rigogliose. I boschi, che occupano il 60% dell'area a Parco, recano tracce dell'originario bosco planiziale con netta prevalenza di latifoglie quali farnia, carpino, olmo e robinia (invasiva). Il sottobosco è caratterizzato da nocciolo, prugnolo e biancospino. Le fioriture erbacee primaverili di dente di cane, scilla, pervinca e primula sono una nota caratterizzante del Parco. Di particolare interesse la vegetazione acquatica delle lanche con presenza di ninfea, nanufero, tifa ecc. Tra i mammiferi ricordiamo lo scoiattolo, il coniglio selvatico, il riccio. Presente inoltre la lepre, una specie non autoctona, introdotta con ripopolamenti a scopo venatorio. Tra gli uccelli si trovano: il germano reale, l'airone cenerino, la gallinella d'acqua, il fagiano comune; tra i pesci la trota, il luccio, il cavedano.

Parco naturale regionale La Mandria

Parco "storico" nelle immediate vicinanze di Torino dalla morfologia a terrazzi alluvionali in cui le zone boscose si alternano ad ampi pascoli, piccoli laghetti e terreni agricoli. Nato nel XVI sec. come riserva di caccia della corte sabauda e luogo attrezzato per il soggiorno del re e della sua corte, vide sorgere, alla metà del XVII sec., per interessamento di Carlo Emanuele II e per opera del Castellamonte, un sontuoso Palazzo di Piacere che sarebbe poi divenuto il complesso del Castello della Venaria. Sotto il regno di Vittorio Amedeo II fu creato un allevamento di cavalli per le scuderie reali (da cui il nome "La Mandria") e quindi, ad opera di Vittorio Emanuele II furono costruiti ed ampliati vari edifici (Il Castello, La Bizzarria, Le Cascine), ora di interesse storico ed architettonico. Sul finire dell' 800, la proprietà passò ai Medici del Vascello, quindi negli anni che vanno dal 1920 al 1930 vennero compiute grandi opere di bonifica, che fecero assumere alla Tenuta l'aspetto attuale. Nel 1958 una grande fascia di terreno è ceduta alla Fiat, che vi ricava una pista di collaudo per auto. Nel 1960 tocca a 243 ettari, destinati a un campo da golf. In seguito altri 430 ettari sono acquistati come riserva di caccia dalla famiglia Bonomi Bolchini, che compera anche il castello dei Laghi. Un lotto di 400 ettari è quindi ceduto per erigervi il complesso residenziale i "Roveri" e un altro campo da golf. Un'ultima porzione, di circa 11 ettari e mezzo è destinata all'istituto zoo-profilattico del Piemonte. Nel 1976 la Regione Piemonte acquista i rimanenti 1.345 ettari. Il 21 agosto 1978 una Legge regionale istituisce il "Parco regionale La Mandria". Infine, nel 1995 la Regione acquista dai Bonomi-Bolchini la Tenuta dei Laghi.

I grandi allevamenti, dapprima equini, da cui derivò il nome stesso di Mandria, e successivamente di selvatici e di bovini, hanno caratterizzato la storia della Mandria fin dalle origini e si sono protratti per tutto il Novecento passando attraverso le vicende di casa Savoia e le trasformazioni agricole attuate dai marchesi Medici del Vascello nel ventennio fascista. Con l'istituzione del Parco regionale La Mandria sono state avviate profonde trasformazioni nell'uso del territorio dettate dalla volontà di salvaguardare ciò che rimaneva dell'antica foresta planiziale a querce e carpini, la cui sopravvivenza era minacciata dalle bonifiche e dal carico di ungulati, soprattutto cervidi e bovidi. Vietata l'attività venatoria, dismessi progressivamente gli allevamenti bovini e di fauna selvatica, sottoposti a piani di contenimento cervi e cinghiali, oggi il Parco mantiene, a testimonianza delle proprie origini e a beneficio dei visitatori che possono usufruire di passeggiate a cavallo e visite in carrozza, un piccolo nucleo di capi equini da sella e da tiro allevati presso la cascina Vittoria. Negli ultimi anni ha preso avvio il progetto "Nuovi Pascoli" il cui obiettivo è la tutela e valorizzazione delle razze equine italiane in via d'estinzione aventi caratteristiche di buona rusticità che ben si adattano all'allevamento semi-brado che può essere proficuamente attuato nel Parco: agli animali vengono riservati ampi spazi recintati in cui sono liberi di muoversi e di seguire i propri ritmi biologici secondo natura, riacquistando così i comportamenti tipici della specie.

Il territorio de La Mandria è un frammento dell'antica conoide dei torrenti Stura e Ceronda che ha conservato buona parte della sua copertura vegetale naturale, rappresentando quindi uno degli ultimi esempi di bosco planiziale, cioè di copertura forestale che molte migliaia di anni fa ricopriva tutta la pianura padana. Le condizioni ambientali locali sono particolarmente favorevoli per lo sviluppo del bosco: le precipitazioni sono abbondanti (oltre 1.000 mm/ anno); la stagione vegetativa è lunga essendo compresa tra aprile e settembre e soprattutto i suoli sono, almeno in parte, buoni o anche eccellenti da un punto di vista forestale.

Parco naturale regionale Veglia-Devero

Istituito con Legge regionale del 14 marzo 1995, n. 32 è il risultato dell'accorpamento del Parco naturale dell'Alpe Veglia (L.R. 14/78) e del Parco naturale dell'Alpe Devero (L.R. 49/90) ed è diviso amministrativamente fra i comuni di Varzo, Trasquera, Crodo e Baceno. L'area protetta ha una superficie complessiva di 8.539 ettari ed ha uno sviluppo altitudinale compreso fra i 1.600 ed i 3.553 m s.l.m. Il Parco è stato istituito per tutelare le caratteristiche ambientali e naturali di due ampie conche alpine alla testata delle Valli Divedro e Devero contornate dalle più alte vette delle Alpi Lepontine Occidentali. Questi ambienti devono la loro origine al modellamento glaciale che ha lasciato tracce evidenti della sua azione: rocce montonate, massi erratici, ampi accumuli morenici, numerosi laghi alpini e altipiani. L'ambiente naturale è caratterizzato da ampi pascoli contornati da lariceti, con sottobosco di rododendri e mirtilli, che sfumano nelle praterie d'alta quota. La grande varietà di ambienti determina la presenza di numerose specie floristiche e faunistiche di grande interesse naturalistico.

La grande varietà di ambienti, diversi sia dal punto di vista ecologico che climatico ed edafico, consente di trovare all'interno del Parco e nelle zone limitrofe una grande varietà di vegetazione, dai pascoli pingui delle quote più basse fino alle associazioni pioniere rupicole delle vallette nivali. Condizioni climatiche particolari, insieme con diversi tipi di terreno, inoltre rendono possibile la fioritura contemporanea di specie che fiorirebbero in periodi distinti dell'anno, facendo di alcune zone del Parco un giardino botanico alpino, nel quale si possono trovare fino a cinquecento specie diverse, alcune delle quali si sono rivelate particolarmente insolite in questa zona. Le due conche prative dei piani di Veglia e di Devero presentano simili caratteristiche: molto umide e paludose, sono state progressivamente bonificate per aumentare la produzione di foraggio. Tuttavia le zone umide permangono in tutta la zona, distribuite su diverse altitudini. Vi potremo trovare carici, la drosera rotundifolia, piccola pianta carnivora, la primula farinosa, la menyanthes trifoliata, la viola palustris, la caltha palustris, gli equiseti, gli eriofori. Nelle zone pianeggianti, i pascoli sono dominati dalle graminacee, dalle ciperacee, da piantaggini e composite, tra le quali non sarà difficile riconoscere i precoci crochi, la bella gentiana acaulis, la biscutella laevigata, il rinanto, alcune orchidacee. Una grande superficie del territorio, tra 1.500 e 2.000 m, è occupata da boschi, costituiti essenzialmente, nelle zone ad alta quota, da larici, mentre scendendo d'altitudine, la presenza dell'abete rosso, dell'abete bianco e di latifoglie quali il sorbo degli uccellatori, il sorbo alpino, il sorbo montano, salici, ontani, rarissime betulle, si fa sempre più cospicua. Sui versanti delle montagne a componente calcarea, più dolci e senza grossi ostacoli, il bosco è più esteso, mentre sui versanti delle ripide montagne a carattere siliceo esso è più rado, interrotto frequentemente dai salti di roccia, dai canaloni delle valanghe o dalle frane. Il tipico sottobosco del lariceto è costituito da un tappeto di rododendri e di mirtilli. La coltre di rododendri è particolarmente fitta sui versanti meno esposti al sole, dove la neve perdura maggiormente, proteggendo le gemme dal gelo, mentre su quelli più esposti troveremo piuttosto i ginepri nani, più resistenti a condizioni estreme. Con un po' di fortuna, passeggiando tra i larici, su pendii un poco ombreggiati, potremo incontrare uno dei fiori endemici alpini più belli : l'ormai rara aquilegia alpina. Salendo oltre il limite del bosco, la vegetazione si fa sempre più bassa e rada: la brughiera a rododendro prosegue verso l'alto riconquistando i territori dei pascoli in disuso. Alcune specie degli antichi pascoli riescono a sopravvivere, ad esempio la gialla margherita dell'arnica. A quote più elevate le aree aperte e soleggiate sono dominate da praterie di graminacee e ciperacee, dove in alcune zone, le piante, senza neanche più la protezione della neve, continuamente spazzata dal vento, devono sopportare escursioni termiche annuali di quasi 80 °C. In zone particolarmente esposte alle intemperie, al vento in particolare, la vegetazione delle lande è caratterizzata da bassissime pianticelle legnose, quali l'azalea alpina, la dryas octopetala, l'uva orsina, i salici nani. Giungendo poi alle morene, ai detriti e alle rocce, ecco che, i colori dei fiori diventano sempre più intensi per attirare l'attenzione degli insetti impollinatori. Potremo così ammirare cuscinetti di silene, il crisantemo alpino, il miosotys azzurro, il ranuncolo glaciale e l'astro alpino, il genepì maschio e femmina e molti altri.

In estate, in alto, sugli ampi terrazzi erbosi dei pendii ben soleggiati, più in basso nella stagione fredda, numerosi camosci sono da tempo una presenza costante, così come è costante è ormai la presenza stagionale di numerosi caprioli, che preferiscono tenersi nel folto dei boschi. Comparsa invece molto recente è quella dei cervi, che nel Parco sono riusciti a trovare un territorio ideale per la riproduzione. La presenza dello stambecco è ormai stabile a partire dagli anni '90 in seguito a reintroduzioni effettuate nei territori limitrofi al Parco. Allegra compagna di ogni gita è la marmotta, curiosa sentinella pronta a fischiare ad ogni minimo pericolo. è molto spesso questo attento roditore ad avvertirci, con un caratteristico fischio d'allarme, della presenza della sua gran nemica naturale, l'aquila reale. Altri mammiferi più riservati sono la lepre bianca, le numerose volpi, il frenetico ermellino, il tasso, lo scoiattolo. Tra i più piccoli e numerosi abitanti, seppur difficili da vedere, vi sono toporagni e arvicole. Oltre all'aquila, altri rapaci sono la poiana, l'astore, lo sparviero, il gheppio e tra i notturni il gufo, la civetta capogrosso e la civetta nana. Sempre tra gli uccelli ricordiamo la pernice bianca e il fagiano di monte, che nel Parco raggiungono densità elevate, la coturnice, i picchi (rosso maggiore, nero e verde), il merlo acquaiolo, il merlo dal collare, il codirosso, la passera scopaiola, lo stiaccino, il sordone, il culbianco, il crociere, il fringuello alpino, il verzellino, le cince (mora, alpestre, dal ciuffo), l'organetto, gli zigoli, la ghiandaia, il gracchio, il corvo imperiale. Tra i rettili, cosa poco risaputa, svolgono un'importante funzione ecologica le vipere, timorose e quindi ben difficili da incontrare oltre alla lucertola vivipara e lucertola delle muraglie. Ambienti da considerare con attenzione sono le zone umide e i laghetti: è qui che si possono osservare la rana temporaria e il tritone alpestre, oppure i veloci ditiscidi e le loro larve, o ancora piccolissimi crostacei sospesi, mentre grosse libellule volteggino sul pelo dell'acqua.

L'ECONOMIA

Regione a forte vocazione industriale per tutto il XX secolo, il Piemonte va perdendo questa sua specificità, per allinearsi con la struttura economica delle altre regioni europee a economia avanzata, in cui a un settore manifatturiero sempre robusto si affiancano attività terziarie non solo di base, come il commercio e il turismo, ma anche più sofisticate, come i servizi alle imprese, le attività finanziarie e la ricerca scientifica e tecnologica. Come accade in tutta l'Italia settentrionale, il processo non è però indolore, traducendosi in una perdita consistente di posti di lavoro stabili (mentre aumentano gli impieghi atipici e precari) e in una generale perdita di peso economico, soprattutto rispetto alle regioni del Nordest e del versante adriatico.

Il settore primario dà occupazione a una piccola parte della popolazione; ciononostante l'agricoltura è una delle più produttive d'Italia. Grazie all'utilizzo intelligente delle risorse idriche (come il Canale di Cavour, che sfrutta le acque delle risorgive per irrigare più di 100.000 ettari di territorio del Vercellese e del Novarese), si è sviluppata infatti un'agricoltura assai ricca. Pianure e colline sono intensamente coltivate. Molto pregiati sono i vini che si producono con le uve maturate sulle colline di Cuneo, Asti e Alessandria: Barolo, Barbaresco, Grignolino, Nebbiolo, Freisa, Barbera e molti altri. Le zone pianeggianti producono grano, granoturco, avena, canapa e foraggi. In tutta la regione diffusa è la coltivazione degli alberi da frutto. Il riso è un tipico prodotto delle pianure vercellesi e novaresi; è di ottima qualità e assai abbondante, tanto che il Piemonte fornisce da solo più della metà del riso italiano. Fiorente è l'allevamento del bestiame, soprattutto quello bovino, diffuso nelle zone alpine. Lo sviluppo dell'industria piemontese è segnato da alcune tappe salienti. La prima è quella immediatamente successiva all'Unità d'Italia: persa la sua funzione di capitale, Torino avviò una decisa politica di industrializzazione - anche investendo in infrastrutture i capitali ricevuti come indennizzo - utilizzando in un primo tempo, come forza energetica, l'acqua di numerosi canali. La diffusione dell'elettricità consentì di potenziare queste industrie, soprattutto tessili e meccaniche, avvantaggiando al tempo stesso agli inizi - quando ancora non era possibile trasmettere l'energia a distanza - l'industrializzazione delle basse valli, vicine ai primi impianti idroelettrici. La seconda fase è quella del decollo dell'industria automobilistica, dagli inizi nel XX secolo: Torino divenne rapidamente il maggiore polo italiano dell'auto, intorno a cui nacquero numerosi altri stabilimenti di subfornitura. La terza fase è quella del "miracolo economico", fra gli anni Cinquanta e Sessanta: non solo la FIAT e il suo indotto si ingigantirono, attirando numerosa manodopera dal Mezzogiorno, ma l'industria si diffuse in tutta la regione, trasformando in centri industriali città di antica tradizione agricola e commerciale come Asti, Cuneo e Vercelli. Infine, l'ultima fase, iniziata neglia anni Ottanta e ancora in corso, non è più di sviluppo, ma di recessione: l'industria regredisce, cedendo spazio al terziario e lasciando dietro di sé grandi stabilimenti abbandonati, che si cerca di recuperare e riqualificare. Il comparto più sviluppato è tuttora quello meccanico, nel quale primeggia l'industria automobilistica dell'area metropolitana torinese, rappresentata essenzialmente dalla FIAT, cui si affianca tutta una serie di attività collaterali, che negli ultimi decenni del XX secolo hanno subito un significativo ridimensionamento a causa della crisi del settore automobilistico. La stessa crisi aveva colpito l'Olivetti di Ivrea, una delle maggiori industrie italiane nel campo dell'informatica, delle macchine per ufficio e delle telecomunicazioni. La connessione fra l'industria meccanica e quella informatica ha però favorito lo sviluppo della branca tecnologicamente più innovativa dell'industria piemontese, quella delle macchine utensili a controllo numerico e della robotica. Ulteriore punto di forza del settore manifatturiero è quello tessile, sia laniero (Biellese e bassa Valsesia) sia cotoniero, con localizzazione più diffusa. Sono presenti anche grandi stabilimenti siderurgici e chimici, cementifici (soprattutto intorno a Casale Monferrato) e numerosi mobilifici. Discreto sviluppo ha l'industria alimentare e, in particolare, quella dolciaria, di antica tradizione a Torino e più di recente (dal dopoguerra) sviluppatasi ad Alba con una delle maggiori aziende mondiali del settore, la Ferrero. A Torino e a Nova hanno inoltre sede alcune fra le più importanti aziende grafiche e case editrici (tra cui De Agostini, UTET, Einaudi).

Come in tutte le regioni italiane, il settore terziario è quello che occupa più manodopera, grazie alla notevole offerta di lavoro nel commercio, nella pubblica amministrazione e nei trasporti. Accanto a queste attività terziarie tradizionali, se ne stanno sviluppando di nuove e più sofisticate, come i servizi alle imprese (che subiscono però la pesante concorrenza di Milano) e la ricerca scientifica e tecnologica, in cui invece il Piemonte può vantare punte di eccellenza a livello internazionale, in particolare nei campi della meccanica, dell'informatica e delle telecomunicazioni. Hanno sede a Torino e a Novara anche alcuni istituti bancari di importanza nazionale e Torino è uno dei maggiori centri italiani nel campo delle assicurazioni. Gli enti locali piemontesi stanno compiendo grandi sforzi per potenziare le attività turistiche del Piemonte, spesso visto dagli stranieri più come regione di transito che come meta da visitare. Non mancano in effetti le attrattive turistiche, dalle residenze sabaude, nei dintorni di Torino, ai centri montani (come Sestriere, Macugnaga, San Sicario, Alpe di Mera, Limone Piemonte e altri, alcuni dei quali sedi delle Olimpiadi invernali del 2006), dalle sponde del Lago Maggiore al prestigio enogastronomico di regioni come le Langhe e il Monferrato.

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CENNI STORICI

Protostoria

Cercare le radici della civiltà porta inevitabilmente a confrontarsi con le caratteristiche geografiche della terra su cui si sviluppano. Gli antichi abitanti del Piemonte dovettero confrontarsi con paesaggi assai diversi, adattandosi con l'evolversi della civiltà stessa. Prima cacciatori dell'antica Età della Pietra, poi contadini sedentari del Neolitico, infine grandi tribù durante l'età dei metalli. Le colline del centro-Sud, ricche di aree boscose, furono sede dei primi insediamenti documentati: cacciatori di 150-100.000 anni fa, nell'Astigiano e nella zona di Trino, quando ancora il Po non c'era. Questi primi abitanti furono soppiantati, attorno al 5000 a.C., da gruppi di contadini, nascono villaggi (Alba) e iniziano i primi commerci. Il Piemonte, simile a quello odierno, affonda le sue radici attorno al 1000 a.C., quando le diverse zone e tribù vengono in contatto stabilmente e attraverso la regione iniziano a transitare le merci tra Nord e Sud Europa. Fino al V secolo a.C. nella regione vivono etnie ben differenziate: a Nord gli Insubri di lingua celtica, nella zona del Canavese i Salassi, i Taurini di tradizione franco-alpina nel Torinese, gli Statelli e i Langates di tradizione liguro-provenzale nel Monferrato, nel Cuneese i Bagienni. Solo l'espansione gallica del secolo successivo conferisce al Piemonte una maggiore omogeneità.

Età romana

L'espansione romana vera e propria dell'area alpina occidentale fu preceduta da accordi di tipo federativo con alcune delle tribù presenti sul territorio. Il primo nucleo abitativo romano si sviluppò tra il 173 e il 125 a.C., nella zona fra il Po, il Tanaro e la Stura (Pollentia = Pollenzo). Pochi decenni dopo fu fondata Dertona (l'attuale Tortona), come guardia alla via Aemilia Scauri, con il conseguente sorgere di grandi aziende agricole nel Monferrato. Nel 100 a.C. fu costruita la colonia di Eporedia (l'odierna Ivrea), allo scopo di difendere il territorio dalle incursioni delle tribù celtiche della Valle d'Aosta. Il I sec. a.C. rappresenta un periodo di intensa romanizzazione: le mire di espansione coloniale oltre le Alpi obbligarono i Romani ad estendere il controllo su tutto il Piemonte e in quest'ottica si inserì la concessione della cittadinanza latina alla Cispadania nell'89 a.C. (di cui beneficiarono città come Alba e Acqui Terme). Un ulteriore impulso venne dal piano augusteo di conquista e organizzazione dell'intero arco alpino: furono fondate nuove colonie (Augusta Taurinorum = Torino, Augusta Praetoria = Aosta, Vercellae = Vercelli e Novaria = Novara), riorganizzate le vie commerciali e l'assetto amministrativo. La situazione rimase invariata fino al III-IV sec. d.C., per poi mutare radicalmente con le invasioni barbariche e la caduta dell'Impero romano d'Occidente nei secoli successivi.

Alto Medioevo

Fra il V e VI secolo tre popolazioni non autoctone combatterono per il controllo del Piemonte: Bizantini, Burgundi e Goti. Dopo il 568 il Piemonte, occupato dai Longobardi venne diviso in quattro ducati: Torino, Asti, Ivrea e S. Giulio d'Orta. Carlo Magno invase l'Italia attraverso la Valle di Susa nel 773: i Franchi si imposero come ceto dominante, sovrapponendosi alle etnie locali e organizzando un ordinamento provinciale, che sopravvisse alla crisi dell'Impero franco nell'888. Alla fine del IX sec. il Piemonte risultava governato dall'unica marca d'Ivrea, affidata alla famiglia degli Anscari. Intorno al 950 questa marca si articolò in quattro nuove marche: una con centro a Torino, detta "arduinica"; due a Sud-est, una "aleramica" e una "obertenga"; una ridotta marca d'Ivrea. Il famoso marchese d'Ivrea Arduino fu l'ultimo re italico, prima dell'unione delle corone d'Italia e di Germania. Dopo la sua morte nel 1050, in quasi tutto il Piemonte aumentò il potere dei vescovi e iniziarono a diventare potenti alcune nuove casate: i marchesi di Saluzzo a Sud e i conti di Savoia in Val di Susa.

Basso Medioevo

In seguito al disgregamento dell'ordine stabilito con l'Impero carolingio, le comunità cittadine si organizzano in liberi comuni, che, all'avvento di Federico Barbarossa (metà del XII sec.), lotteranno uniti nella Lega Lombarda. Proprio durante la lotta contro l'imperatore la Lega edificò la "città nuova" di Alessandria. Nel corso del XIV sec. perdono di importanza i comuni cittadini, sottomettendosi alle dinastie presenti sul territorio: i conti di Savoia controllano ora le valli di Susa e di Lanzo, Ivrea e il Canavese, poi Cuneo; i principi d'Acaia dominano sul Pinerolese, su Torino e nelle zone limitrofe verso Sud; i marchesi di Saluzzo possiedono il territorio del Saluzzese e delle valli del Piemonte meridionale. Il Piemonte Sud-orientale (Novara, Vercelli, Asti e Alessandria) è sottomesso alla casata dei Visconti di Milano. Nonostante l'articolata composizione politica, in questo secolo il Piemonte inizia ad essere individuato come entità geografica.

Prima età moderna

Tra il Quattro e il Cinquecento si allarga il controllo sabaudo sulla regione: il duca Amedeo VIII subentra nel territorio dei principi d'Acaia, poi ottiene Vercelli dai Visconti. In seguito, nel 1531, l'imperatore Carlo V concede alla cognata Beatrice, moglie di Carlo II di Savoia, la contea di Asti e il marchesato di Ceva. Ciò nonostante il Piemonte in questo periodo è spesso teatro di scontri e di occupazioni militari provocati dalla guerra tra Francia e Spagna. Solo nel 1559 con il Trattato di Cateau- Cambrésis, Emanuele Filiberto di Savoia otterrà il controllo dei suoi territori. I territori, i gruppi sociali e religiosi che entrano a far parte dello stato sabaudo a partire da metà Cinquecento non sono omogenei: con la maggioranza cattolica convivono piccoli nuclei ebraici e gruppi di protestanti nelle città e nelle valli. Permangono forti tradizioni istituzionali locali, la stessa giustizia a volte si sottrae al controllo di Torino; le varie regioni non seguono una politica comune dividendosi tra filospagnoli e filofrancesi. Anche le risorse economiche sono molto differenti da zona a zona; solo una serie di nuove attività integrative attenua i contrasti economici. In particolar modo si sviluppa l'allevamento e la tessitura domestica della seta e verso la fine del Seicento, con l'introduzione del mulino da seta, nasce una precoce economia industriale. Il Seicento rappresentò il secolo di formazione vera e propria dello stato sabaudo: vi furono tentavi prolungati di impadronirsi e addomesticare territori tanto diversi. Tentativi che si concretizzarono nella formazione di un apparato statale fortemente centralizzato, con nuove leggi e imposte a volte inique, per fronteggiare nuove guerre. Anche in questo senso si può interpretare la costruzione delle regge sabaude su quasi tutto il territorio piemontese. Protagonista dell'ultima parte del secolo fu Vittorio Amedeo II di Savoia che sale al trono con un piccolo colpo di Stato destituendo la madre, Giovanna Battista di Savoia-Nemours, il 16 febbraio 1686 e subito si trova a dover sottostare al volere dell'ingombrante vicino, il Re Sole. Il duca di Savoia è praticamente vassallo del re di Francia, grazie alla politica filofrancese fin'ora svolta dalla madre reggente in sua vece, francese essa stessa, legata da stretta parentela a Luigi XIV, ed al matrimonio da lui contratto con Anna d'Orléans, nipote del re. Ecco quindi che decide di stringere alleanza con l'Impero; a Vienna, inoltre, risiede il cugino, Principe Eugenio di Savoia-Carignano-Soissons, anch'egli fuggito dall'asfissiante corte di Versailles, inizialmente avviato alla carriera ecclesiastica ed ora grandissimo condottiero venerato dalla corte imperiale, prossimo a debellare per sempre l'incubo turco dall'Europa nella battaglia di Zenta (1697). Entra così a far parte della Lega di Augusta, voluta da Guglielmo d'Orange, re d'Inghilterra. Riuniva tutte le potenze antifrancesi dell'epoca, in gran parte protestanti: Gran Bretagna, Olanda, i principati di Hannover, Sassonia, Baviera e Brandeburgo, Spagna, Svezia e Impero Germanico. Lo scontro con la Francia sfocia nella famosa battaglia della Marsaglia (1693).

Il Settecento

Nel XVIII secolo Vittorio Amedeo attua una profonda riorganizzazione amministrativa, la "perequazione dei tributi": un lungo processo di verifica delle immunità fiscali ecclesiastiche e nobiliari, dei titoli di proprietà e della qualità della terra. La formazione di una burocrazia e di un esercito efficiente, lo sviluppo dell'istruzione, attira sempre più gente dalle campagne; in particolare verso Torino grazie anche all'allargarsi della corte sabauda. Sotto Carlo Emanuele III, il ducato sabaudo, in seguito ad una cruenta fase di riassetto dinastico del Sacro Romano Impero, fu protagonista di una nuova fase espansionistica che portò i confini dello stato fino al Lago Maggiore e al Ticino. Di questo periodo si ricorda la battaglia dell'Assietta (17 luglio 1747) e la valorosa resistenza delle truppe piemontesi, che riuscirono a sconfiggere l'esercito francese. Nella seconda metà del secolo, le crisi economiche diventano più frequenti: nelle città e nella capitale sono le istituzioni assistenziali, soprattutto religiose, ad aiutare la popolazione impoverita. L'ondata rinnovatrice dell'Illuminismo non riesce a far breccia nell'edificio assolutistico sabaudo, se non con l'arrivo delle armate francesi comandate da Napoleone nel 1796.

L'Ottocento

Il secolo XIX si apre sotto le insegne del dominio napoleonico: nel giugno del 1800 l'imperatore riporta a Marengo, in provincia di Alessandria, una delle sue più famose vittorie. Terminato il periodo napoleonico, il Piemonte poteva vantare, all'indomani della Restaurazione, una identità relativamente omogenea oltre ad un senso spiccato della propria individualità. Il periodo risorgimentale portò gli influssi del liberalismo europeo e i fermenti politici e ideali provenienti dai numerosi esuli, rifugiatisi a Torino da ogni parte della penisola. La parte centrale del secolo vide la regione e in particolare la monarchia sabauda impegnate nell'unificazione dell'Italia, iniziata con i primi moti nel 1821, proseguita con le guerre d'indipendenza (battaglia di Novara - 1849) e portata a termine, con l'esclusione di Roma, nel 1861. Le riforme cavouriane produssero, a loro volta, sensibili mutamenti nell'assetto economico e sociale della regione, ancora molto antiquato rispetto ai moderni stati europei. Si avviarono le prime manifatture su scala industriale e si avviò una conduzione più capitalistica delle campagne, basata sullo sviluppo degli investimenti fondiari e sul rinnovamento delle colture. Dopo l'unificazione il Piemonte si trovò ad affrontare, a seguito del trasferimento nel 1864 della capitale del nuovo Regno d'Italia da Torino a Firenze, una travagliata fase di transizione. L'economia agricola venne messa a dura prova dalla recessione che imperversò per oltre due decenni in Europa e dalla guerra doganale con la Francia. Torino, perso il primato politico subì anche una serie di tracolli finanziari delle principali banche, coinvolte nella speculazione edilizia a Roma, nel frattempo diventata ultima e definitiva capitale dello Stato italiano. Solo all'inizio del nuovo secolo la regione superò la crisi, in coincidenza con la svolta liberale della politica di Giolitti, quando finì anche la lunga recessione dell'economia italiana.

Il Novecento

Nel corso del Novecento il Piemonte è stato protagonista di importanti movimenti sotto ogni profilo. A Torino il liberalismo ha annoverato esponenti illustri come Giolitti, Ruffini, Luigi Einaudi, Piero Gobetti; nelle fabbriche il movimento operaio e socialista ha compiuto le sue prime esperienze di sindacato; nella capitale subalpina è nato il Partito comunista di Gramsci e Togliatti; contemporaneamente il capitalismo italiano ha conosciuto alcune delle sue stagioni più significative con la Fiat di Agnelli o l'Olivetti. Nel capoluogo piemontese hanno fatto i primi passi il cinema, il telefono, la radio, la televisione, la moda, il calcio. Torino, in seguito alla forte espansione industriale, divenne la meta di un esodo quasi biblico della gente proveniente dal Sud Italia, in cerca di lavoro; un fenomeno sociale senza pari nella storia italiana, che portò anche forti tensioni sociali tra persone provenienti da diverse culture. La città resta comunque specchio esemplare dell'universo piemontese, dei suoi retaggi tradizionali e delle sue spinte più innovative. Il Piemonte è la regione dove si concentra una delle più alte quote di piccoli proprietari contadini e il maggior numero di borghi e villaggi. Ma è anche la regione che, accanto a questi segni di continuità con il passato, ha saputo rinnovarsi nell'ottica della modernità. Il torinese e il biellese hanno accentuato la loro vocazione industriale; il canavese e le Langhe hanno saputo creare una fiorente industria integrata con il territorio, così come i territori tradizionalmente più poveri dell'astigiano, dell'alessandrino, del novarese e del vercellese, rimasti avvolti in un lungo letargo. Verso il nuovo secolo, il Piemonte torna ad essere una società di frontiera, proiettata verso l'Europa, dove avranno sempre più importanza il sapere scientifico, la capacità di progettazione e la trasmissione di nuove conoscenze, legate però ad un profondo senso di appartenenza al territorio.

IL PERCORSO ARTISTICO E CULTURALE

Dall'antichità all'anno Mille

Prerogativa peculiare del Piemonte, densa di riflessi in campo artistico, è di essere terra di confine tra due mondi: quello mediterraneo a Sud e quello dell'Europa continentale a Nord; confine tuttavia assai permeabile poiché da sempre attraversato, nelle due direzioni di marcia, da eserciti, mercanti, pellegrini che, muovendosi lungo la Via Francigena (già strada consolare romana, oggetto di accurata manutenzione fino al tardo Impero), valicavano i suoi passi valsusini (Moncenisio e Monginevro) e valdostani (Grande e Piccolo San Bernardo) e anche il Sempione all'estremo della Val d'òssola, come attestano i più antichi materiali di produzione romana emersi dalla necropoli di Ornavasso (I-II secolo a.C., ora al Museo del Paesaggio di Verbania). L'intera romanizzazione della regione si era completata sotto Augusto e fu suggellata dagli archi a lui dedicati a Susa (c. 8 a.C.) e ad Aosta (25 a.C.). A questo imperatore si deve la creazione di tre capisaldi dell'organizzazione del territorio: Augusta Taurinorum (Torino), Augusta Bagiennorum (Bene Vagienna), e Augusta Praetoria (Aosta). Anche l'epoca tardo-antica lasciò segni tangibili, come attestano le trasformazioni alla cinta muraria di Susa e la costruzione della porta Savoia poi addossata alla Cattedrale (III sec. d.C.) o il sarcofago di Elio Sabino (Testona, Museo Civico), legato alla cultura di derivazione greco-ellenistica, forse giunto a Testona dalla zona di Aquileia-Grado. La diffusione del Cristianesimo ricalcò la situazione consolidata nei secoli dell'Impero romano; gran parte delle chiese furono fondate su precedenti nuclei romani, come accadde alla primitiva sede vescovile di Aosta (V sec.), trasformatasi poi nella cattedrale romanica, edificata appunto su un preesistente edificio romano. Eccezionale esempio superstite di quest'età è l'ottagonale battistero di Novara (V-VI secolo, modificato tra X e XI, epoca a cui appartengono gli affreschi del tiburio) da cui discendono quelli di Settimo Vittone e di San Ponso Canavese. Anche i Longobardi posero particolare attenzione alla conquista di posizioni strategiche di confine individuate nelle "chiuse" della Val di Susa e in quella di Belmonte, unico abitato barbarico del Piemonte (VI-VII secolo), mentre sedi ducali longobarde erano a Torino, Ivrea, Asti. Importanti reperti longobardi provenienti dalla necropoli di Testona (VI-VII secolo) e dalla tomba di Borgo d'Ale (VII sec.) sono ora conservati al Museo di Antichità di Torino, mentre al Museo Civico d'Arte antica è il tesoro di Desana (Vercelli) che comprende splendidi gioielli ostrogoti (V-VI secolo).

Il Romanico e le suggestioni transalpine

L'intensa attività edificatoria che prese l'avvio dopo l'anno Mille lasciò in Piemonte molteplici esempi di alto livello. Lo testimonia in particolare la città di Aosta, che sotto il vescovato di Anselmo vide riedificata la Cattedrale e fondata la chiesa dei Ss. Pietro e Orso; il chiostro di quest'ultima, unico esempio superstite a capitelli istoriati di tutta l'Italia settentrionale, è di poco più tardo poiché legato al vescovo Erberto e datato 1132. Entrambe le chiese furono interamente affrescate (come attesta quanto sopravvive ancora nei rispettivi sottotetti) entro la prima metà dell'XI secolo. Negli stessi anni il vescovo di Ivrea Warmondo faceva ricostruire la propria cattedrale (ma non rimane oggi che la zona absidale) e fondava quel famoso "sciptorium" che produsse, tra gli altri codici, il celebre Sacramentario di Warmondo. Al suo grande avversario Arduino e al famoso architetto e monaco Guglielmo da Volpiano (961-1031), è legata l'abbazia di Fruttuaria a San Benigno Canavese. Anche Arduino ebbe un acerrimo nemico: il vescovo di Vercelli, Leone (999-1026), che nell'anno Mille ottenne dall'imperatore Ottone III i beni del marchese d'Ivrea; a lui si deve la costruzione dell'antico Duomo vercellese, raso al suolo fra XVI e XVIII secolo, ricco di meravigliosi arredi tra cui il monumentale Crocifisso d'arco trionfale in lamina d'argento (1000-1020) ora splendidamente restaurato. In area novarese è ancora possibile vedere straordinarie testimonianze di questa stagione negli affreschi della chiesa di S. Tommaso a Briga Novarese e in S. Michele a Oleggio; ma il più affascinante monumento di scultura romanica di tutta la provincia si trova nella basilica di S. Giulio, sull'omonima isola del Lago d'Orta; si tratta del pulpito in marmo nero (1110-20), opera di uno scultore lombardo. La geografia favorì, anche in questa età, la nascita di fondazioni in luoghi strategici; due grandi esempi sono l'abbazia di Novalesa e quella di S. Michele della Chiusa, punti di osmosi tra la cultura oltralpina e quella lombarda. La prima conserva, nella Cappella di S. Eldrado, un famoso ciclo di affreschi databile alla fine dell'XI secolo, mentre la celebre Sacra di S. Michele, fondata tra il 983 e il 987, ha il proprio gioiello nel portale del grande Nicolò, la cui formazione crebbe sull'altissima tradizione inaugurata da Wiligelmo nella cattedrale di Modena. Il passaggio dal Romanico al Gotico venne giocato in Piemonte con soluzioni di compromesso tra le forme della tenace tradizione lombarda e le nuove suggestioni oltremontane. Di grande rilievo per la penetrazione del nuovo linguaggio, fu la costruzione di molteplici abbazie cistercensi che sorsero a partire dalla metà del XII secolo; tra le più importanti quelle di Staffarda (Saluzzo), interamente in cotto, Lucedio (Vercelli), Rivalta Scrivia (Novara) e la canonica di S. Maria di Vezzolano, gioiello del Medioevo piemontese. Ma il vero monumento del primo Gotico piemontese è costituito da S. Andrea di Vercelli, voluto dal cardinale Guala Bicheri nel 1219.

La lunga parabola gotica e il Quattrocento

Lo sviluppo dell'architettura gotica in Piemonte a partire dal XIII secolo si deve alla spinta dei grandi ordini mendicanti (soprattutto francescani e domenicani) alla costruzione di nuove sedi di culto; a questa si affiancò la diffusione di un'architettura militare e difensiva legata alla nobiltà feudale (si pensi alle torri che punteggiavano la Valle d'Aosta, trasformate nel Trecento in potenti castelli) che permeò di sé il panorama della regione. Ai domenicani si deve l'unica chiesa gotica torinese ancora esistente: S. Domenico, che conserva un raro ciclo ad affresco databile alla metà del Trecento. Negli stessi anni gli Agostiniani fondarono, a Vercelli, S. Marco (oggi sede del mercato), conclusa nel XV secolo, mentre i francescani edificarono i loro complessi conventuali a Vercelli (1292), a Cuneo (fine XIII sec.), ad Alessandria (consacrato nel 1314) e ad Aosta (metà Trecento). Le chiese gotiche piemontesi, generalmente a tre navate e costruite in laterizio, furono partecipi delle scelte culturali lombarde; un'eccezione, più aderente al gusto oltralpino, fu la Cattedrale di Asti. Suggestioni legate all'Oltralpe si trovano anche in quanto di più eletto si conserva della pittura astigiana di metà Trecento: gli affreschi della cappella del castello di Montiglio e della seconda campata del chiostro di S. Maria di Vezzolano; diverso orientamento mostra l'area alessandrina, allineata alle tendenze lombarde, come indicano gli affreschi della ex Sala capitolare di S. Francesco a Cassine (entro la metà del Trecento) o la più tarda decorazione dell'abside maggiore di S. Giustina di Sezzàdio, ormai piena espressione del Gotico internazionale. Il massimo rappresentante di questo gusto fu il torinese Giacomo Jaquerio, pittore degli Acaia, dei Savoia e di potenti istituzioni ecclesiastiche; educato alla maniera che si era definita presso le grandi corti di Francia, divenne punto di riferimento per la pittura nel Piemonte occidentale nel corso di tutta la prima metà del XV sec. La sua prova più intensa si trova nel complesso abbaziale di S. Antonio di Ranverso, dove l'artista si espresse su differenti registri: raffinatissimo ed elegante nella Madonna in trono del presbiterio, appassionatamente drammatico nella Salita al Calvario della sagrestia. A un maestro di stretta osservanza jaqueriana si deve il bel ciclo, voluto da Bonifacio I di Challant, eseguito intorno agli anni '20 del Quattrocento nella ex sala-cappella e nel cortile del castello di Fénis. L'apertura degli artisti piemontesi a fatti culturali europei è documentata anche da un eletto esempio scultoreo qual è la Madonna col Bambino del Duomo di Chieri databile al secondo decennio del Quattrocento e partecipe delle tendenze borgognone. Il Duomo di Chieri, ricostruito a partire dai primi anni del XV secolo con un fortissimo sviluppo verticale del coronamento dei portali, che troverà ampia eco in Piemonte, conserva nel suo battistero un altro importante episodio decorativo: il ciclo della Passione (post 1432) di Guglielmetto Fantini che innovò la lezione jaqueriana su cui era cresciuto, come dimostra il bel trittico, firmato e datato 1435, ora al Museo d'Arte antica di Torino. La Chieri quattrocentesca era una delle città economicamente più importanti della regione per la presenza di ricche famiglie di banchieri e di mercanti; tra le più prestigiose fu quella dei Villa, in rapporto con le Fiandre, che scelse, per arredare le proprie cappelle, due opere precoci di Rogier van der Weyden destinate a incidere profondamente sulla cultura locale: il celebre trittico dell'Annunciazione (ora a Parigi, Louvre), le cui ante laterali sono conservate alla Galleria Sabauda, e quello della Crocifissione (ora a Riggisberg, coll. Abbeg). Diverse le tendenze di gusto dell'area orientale del Piemonte, da sempre legate alla maniera lombarda (come testimonia l'attività di Johannes de Campo in terra novarese o il ciclo di affreschi di casa Zoppi a Cassine, presso Alessandria), e della Valle d'Aosta, rivolta al mondo oltralpino. Il grande mecenate che, a partire dagli anni Settanta fino alla morte (1509), arricchì le proprie dipendenze valdostane fu Giorgio di Challant, priore di S. Orso, promotore della decorazione del priorato e della collegiale, che seppe trasformare il castello di Issogne, di cui divenne feudatario nel 1494, in una ricca dimora signorile. Qui lavorò tale Colin, artista già attivo a Ivrea; a lui si devono il ciclo della cappella del castello di Issogne e le famose "Botteghe" del portico, mentre un altro personaggio, fortemente segnato dalla maniera borgognona, decorò la grande Sala di Giustizia. Per Giorgio di Challant lavorò anche un miniatore oltralpino che ornò i due messali del priore (l'uno in collezione privata torinese, il secondo in S. Orso). è solo in anni recentissimi che la critica ha ricostruito l'attività dell'artista più significativo del Piemonte del secondo Quattrocento, destinato a lasciare profonda traccia di sé nell'area Nord-occidentale, ed è riuscita a dargli un nome: si tratta del borgognone Antonio de Lonhy, straordinario epigono delle innovazioni fiamminghe; è documentato nel 1462 al castello sabaudo di Avigliana, ma lo conosciamo a Tolosa e a Barcellona come pittore, miniatore, disegnatore per ricami e maestro vetraio. Tra le opere più importanti a lui attribuite sono il polittico con Storie di S. Pietro (Aosta, già in S. Orso), la tavola della Trinità (Torino, Museo d'Arte antica), le Ore di Saluzzo (Londra, British Library), Il "Breve dicendorum compendium" (Torino, Biblioteca Nazionale), gli affreschi del presbiterio e della Cappella Provana all'abbazia della Novalesa. Negli stessi anni nell'area compresa tra Casale, Ivrea e Vercelli, andava crescendo una nuova figura d'artista: Giovanni Martino Spanzotti, formatosi sull'opera del Cossa bolognese, capace di assimilare i caratteri peculiari della luminosità pierfrancescana e di confrontarsi con la cultura del secondo Quattrocento provenzale. Fondamentale testimonianza della sua prima maniera sono la Madonna Tucker (Torino, Museo d'Arte antica) e il ciclo con le Storie della vita di Cristo nella chiesa di S. Bernardino di Ivrea; tra il 1486 e il 1495 si situa la sua attività al Sacro Monte di Varallo, per il quale eseguì il gruppo libero di sculture lignee, la cosiddetta Pietra dell'Unzione (Varallo Sesia, Pinacoteca). Le proposte di questo artista, la cui attività si inoltra nel Cinquecento, ebbero un'ampia eco soprattutto tra gli allievi della sua bottega chivassese, primo fra tutti Defendente Ferrari. Alternativo a Spanzotti fu Macrino d'Alba, legato alla pittura rinascimentale tosco-romana del tardo Quattrocento; tra le sue opere più significative sono la Madonna col Bambino e santi (1495, Torino, Museo d'Arte antica) e l'ancona per il santuario di Crea (1503). In area occidentale la più alta personalità a cavallo tra i due secoli fu quella di Hans Clemer (già noto come Maestro d'Elva), attivo per la corte marchionale dei Saluzzo e cresciuto su esperienze figurative provenzali, da Quarton a Lieferinxe. Oltre il ciclo della parrocchiale di Elva, di lui si ricordano in particolare la Madonna col Bambino della parrocchiale di Celle Macra (1496) e la Madonna di Misericordia (c. 1498, Saluzzo, Museo di casa Cavassa). è ancora la terra dei marchesi di Saluzzo che vede gli ultimi esempi di architettura gotica in Piemonte. Tra il 1491 e il 1501 viene eretto il nuovo Duomo, dalla navata centrale assai sopraelevata; negli stessi anni avviene la trasformazione del coro della chiesa d. S. Giovanni in cappella marchionale (1491-1504), che segna il momento estremo del gotico piemontese.

Dal Rinascimento al Settecento: il ruolo di Torino capitale

Il vescovo di Torino Domenico della Rovere, affidando all'architetto Meo del Caprina da Settignano la riedificazione del Duomo della città (1491-98), aprì la strada a nuove esperienze legate al gusto rinascimentale (Brunelleschi, Alberti) che in Piemonte si mostrò assai articolato; è evidente, per esempio, l'adesione a proposte bramantesche sia nel S. Sebastiano di Biella (1504 metà XVI secolo) sia nella parrocchiale di Roccaverano (Asti), eseguita probabilmente su disegno dello stesso Bramante. Anche la scultura segnò, in apertura di Cinquecento, un drastico passaggio alla maniera rinascimentale; lo testimonia il monumento funebre di Galeazzo Cavassa (1518-23) dovuto a Matteo Sanmicheli (Saluzzo, Sala capitolare di S. Giovanni), che orientò tutta la scultura locale. Nelle stesse date è attivo ad Asti un pittore che conobbe buona fortuna anche nell'alessandrino: Gandolfino da Roreto; diverso, e circoscritto all'area torinese, fu invece il mercato figurativo legato a Defendente Ferrari che ebbe bottega a Chivasso. Attento all'area provenzale, ma nutrito anche di dati rinascimentali padani, la sua maniera si riconosce a partire dalle tavolette con Storie di S. Crispino e Crispiniano (ante 1507), ora reinserite intorno alla Madonna in trono del Duomo di Torino, fino al monumentale polittico della Natività e santi (1531, S. Antonio di Ranverso). Ma i risultati forse più interessanti del Cinquecento piemontese si coagularono intorno a Gaudenzio Ferrari, attivo tra Vercelli, Novara e la Valsesia. Partito da esperienze lombarde, ampliò i propri orizzonti con due soggiorni romani. Le sue prove migliori furono legate alla Valsesia (Storia della vita di Cristo, Varallo, S. Maria delle Grazie) e alla sua ampia partecipazione alla decorazione delle cappelle del Sacro Monte. L'insegnamento di Gaudenzio condizionò, in particolare a Vercelli, ogni possibile alternativa, come dimostra il corpus di cartoni conservati all'Accademia Albertina di Torino, che trasmisero il repertorio formale del maestro. Con il trasferimento della capitale sabauda da Chambéry a Torino (1563) la città andò assumendo nuova dignità e si aprì a contatti che determinarono la diffusione della cultura manierista romana. Nel 1605 giunse in città l'urbinate Federico Zuccari (già attivo a Caprarola per palazzo Farnese) chiamato a decorare la Grande Galleria voluta da Carlo Emanuele I che univa il Palazzo ducale al Castello (Palazzo Madama) e che un incendio distrusse nel 1659. La sua decorazione esercitò un forte influsso soprattutto in area cuneese: in palazzo Cravetta a Savigliano, alla certosa di Chiusa Pesio, al santuario di Vicoforte, iniziato su progetto di Vitozzi. La funzione di capitale assunta da Torino ne modificò anche la forma urbana, adeguandola al nuovo ruolo di centro del potere. Vitozzi aprì la "contrada nuova" (via Roma) che collegò il Palazzo ducale al Castello di Miraflores (oggi distrutto); quindi operarono Carlo di Castellamonte (piazza S. Carlo) e il figlio Amedeo, autore della facciata di Palazzo Reale (1646-58); ma già pochi anni dopo l'attività torinese di Guarino Guarini (1666-81) avviò un grande rinnovamento. Tra i suoi capolavori la Cappella della S. Sindone (1668-94) e la chiesa di S. Lorenzo (1668-80), ambedue a pianta centrale e realizzate con un audacissimo uso delle strutture, il Collegio dei nobili (ora Accademia delle Scienze) e Palazzo Carignano (1679- 81). In questi ultimi edifici utilizzò il mattone a vista, suggestionando un'intera generazione di architetti che ne diffuse l'uso in tutta la regione, segnandone così il paesaggio. I primi decenni del Settecento furono caratterizzati dalla presenza di Filippo Juvarra, giunto a Torino a seguito del re Vittorio Amedeo II di ritorno dalla Sicilia. I suoi primi interventi furono la basilica di Superga, ancora legata a ricordi romani, e l'avvio dei lavori al castello di Rivoli (1715). Cinque anni dopo progettò, per Palazzo Reale, l'elegante e geniale Scala delle Forbici e, nel 1729, iniziò la costruzione della Palazzina di caccia di Stupinigi di cui curò anche la progettazione degli interni. Verso la metà del secolo si inserirono nell'ambiente piemontese notevoli presenze esterne legate ad acquisti di opere d'arte fatte dai ministri della real casa a Roma, Napoli e Venezia e all'arrivo a Torino di artisti quali il napoletano Francesco de Mura e il romano Gregorio Guglielmi; ma la presenza che determinò una svolta in campo pittorico fu quella di Bernardo Bellotto, a cui Carlo Emanuele III commissionò due vedute di Torino (ora alla Galleria Sabauda). Con l'arrivo di Lorenzo Pécheux, chiamato nel 1776 da Vittorio Amedeo III a dirigere l'accademia di pittura e scultura, la cultura piemontese si aggiornò su nuovi orientamenti neoclassici. Alla fine del secolo fu invece la pittura di paesaggio che segnò l'avvio verso nuove ricerche; particolarmente significative le opere di Giuseppe Pietro Bagetti, che rivestì il ruolo di "disegnatore di vedute" al seguito dell'esercito sabaudo, e di César van Loo, a cui guardarono i paesaggisti del primo Ottocento piemontese.

Dalla Restaurazione al Novecento

Dopo il breve periodo della dominazione francese e il ritorno del Piemonte ai Savoia (1814) la capitale vide nascere i grandi viali alberati in luogo della cinta muraria smantellata e grandi piazze (Vittorio, Carlo Felice, Statuto) come fulcro di ampliamenti urbanistici. Per celebrare il rientro della corte fu eretta, oltre il Po e di fronte a piazza Vittorio, la chiesa della Gran Madre di Dio, che segnò a Torino la fortuna del linguaggio neoclassico e che fu però solo una delle scelte della committenza sabauda, orientata anche verso un revival medievaleggiante che ben si adeguava agli ideali della Restaurazione (ristrutturazione neogotica delle residenze di Racconigi e di Pollenzo e degli edifici annessi). Il recupero del Medioevo si manifestò in effetti come una delle componenti del programma di legittimazione dinastica: in quest'ottica vanno visti i monumenti voluti per le più importanti piazze cittadine, come l'Emanuele Filiberto a cavallo di Carlo Marocchetti (1838, piazza S. Carlo) o il Conte Verde di Pelagio Palagi (1842, davanti a Palazzo di Città). Nella seconda metà del secolo, mentre l'Antonelli lanciava la sua sfida alle leggi della statica (S. Gaudenzio a Novara, 1841; Mole torinese, dal 1862) quasi presagendo l'imminente architettura in ferro, un gruppo di architetti (Alfredo D'Andrade, Vittorio Avondo, Edoardo Arborio Mella) puntò al restauro di antichi monumenti (castelli di Fénis e di Issogne, S. Andrea di Vercelli); emblematico di questa ripresa del passato fu il borgo medioevale progettato da D'Andrade per l'Esposizione italiana del 1884.

Il Novecento

Al termine della lunga e travagliata crisi legata al trasferimento della capitale si tenne a Torino, quasi a simbolo della ripresa economica, la grande Esposizione d'Arte decorativa moderna (1902) che sancì l'affermazione del Liberty. Suo assoluto protagonista fu l'architetto Raimondo d'Aronco (1857-1932), che ne progettò il padiglione principale. Questa esposizione fu lo stimolo per una serie di trasformazioni del gusto che interessarono anche la pittura e la scultura; ne sono esempi l'attività del casalese Leonardo Bistolfi (1859-1933), sperimentatore di un nuovo linguaggio plastico attento agli effetti luministici (evidente nei grandi modelli in gesso del Museo Civico di Casale), e il famoso Quarto Stato dell'alessandrino Pellizza da Volpedo (ora a Milano, Galleria d'Arte moderna) che cercò di adeguare l'esperienza postimpressionista a nuovi contenuti civili. La fortuna del Liberty ebbe tuttavia in Piemonte vita breve e quasi esclusivamente circoscritta all'ambiente borghese, poiché si scontrò con le esigenze della produzione industriale che, a partire dall'ultimo Ottocento, con le sue fabbriche collocate lungo le vie d'acqua per sfruttarne l'energia idrica e le prime abitazioni operaie, aveva cominciato a incidere fortemente sull'assetto urbano di alcune aree del Piemonte. A Torino, per esempio, nacque Borgo Dora, caratterizzato da edifici di estrema povertà sia per i materiali impegnati sia per le soluzioni architettoniche adottate. Il nesso fabbrica-quartiere operaio determinò la nascita dell'originalissima Borgata Leumann (1817-1906), sulla strada tra Torino e Rivoli, formata da 59 case e villini, in gran parte progettati da Pietro Fenoglio e segnati da un gusto tra il Liberty e l'eclettismo; gusto superato da Giacomo Mattè Trucco che, con lo stabilimento Fiat Lingotto (1915-23), di estrema razionalità, innovò drasticamente il modello ottocentesco di fabbrica. La reazione alla ridondanza del Liberty e alle bizzarrie dell'eclettismo manifestò tutta la sua portata all'Esposizione torinese del 1928 in cui si impose il razionalismo legato alla secessione viennese; i massimi esponenti di questo nuovo linguaggio furono Giuseppe Pagano e Gino Levi Montalcini a cui si deve, tra l'altro, il Palazzo degli Uffici Gualino in corso Vittorio Emanuele II (1929-30). Intorno a Riccardo Gualino, vero e proprio mecenate, la cui collezione d'arte fu curata da Lionello Venturi, si coagulò un gruppo di intellettuali che innestò un processo di rinnovamento artistico e critico; figure di spicco furono, oltre a Venturi, Edoardo Persico e Felice Casorati che divenne, a partire dal 1923, punto di riferimento per i giovani artisti piemontesi: su posizioni alternative si costituì, nel 1928, il Gruppo dei Sei (Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio, Enrico Paolucci); eccentrico fu Luigi Spazzapan che, con il suo linguaggio spontaneo e immediato, arginò le ossessive costruzioni pittoriche di Casorati. Nel 1947 venne istituito il Premio Torino e intorno alla figura di Mastroianni si aggregò il rinnovamento in direzione postcubista. Intanto la città, legata a filo doppio alla Fiat, cresceva con questa, senza scelte programmatiche e urbanistiche. Questa crescita divenne esplosiva con l'ondata migratoria degli anni Cinquanta, quando nelle periferie Nord e Sud nacquero nuovi insediamenti operai separati dal resto della città: Falchera (1951), Vallette (1958), Mirafiori Sud (1961). Alternativo a queste scelte fu invece l'esperimento condotto a Ivrea dall'imprenditore Adriano Olivetti che si sostituì all'insufficiente intervento pubblico raccogliendo intorno a sé un gruppo di architetti (Luigi Figini, Gino Pollini, Ignazio Gardella, Ludovico Quaroni) che puntarono alla ricerca di un nuovo equilibrio tra fabbrica, insediamenti abitativi e paesaggio. Nel 1961 le celebrazioni per il centenario dell'Unità d'Italia lasciarono a Torino una serie di edifici, tra cui l'immenso Palazzo del Lavoro progettato da Pier Luigi Nervi e il Palazzo delle Mostre, con una particolare copertura 'a vela'. Negli stessi anni un gruppo di artisti torinesi che operava con materiali poveri e segni essenziali (la cui produzione venne definita nel 1967 da Germano Celant "arte povera") entrò con successo nel circuito internazionale collegandosi alla minimal art americana.

LE CITTÀ

Torino

(909.717 ab.). La città di Torino è situata al limitare della Pianura Padana, fra le Alpi e le colline del Po. La presenza dell'industria automobilistica e meccanica ha notevolmente influenzato l'economia della città favorendo lo sviluppo di numerose attività ad essa collegate (carrozzerie, fabbriche di accessori e parti di ricambio per auto, di pneumatici ecc.). Fra le altre industrie ricordiamo quelle metallurgiche, tessili, siderurgiche, chimiche, conciarie, calzaturiere, alimentari, dolciarie, enologiche (produzione di liquori e aperitivi), grafiche ed editoriali. Torino è anche un attivo centro commerciale. STORIA. La storia di Torino ha inizio nel III secolo a.C. quando lungo le rive del Po si insediarono le prime tribù "taurine", discendenti dalle fusioni di stirpi celto-liguri con popolazioni galliche migrate oltralpe alla ricerca di pianure coltivabili. Nel periodo dell'espansione romana nell'Italia settentrionale l'antico insediamento torinese fu teatro di guerre, riappacificazioni e alleanze con Roma, fino alla fondazione - per decisione di Giulio Cesare - di una vera e propria postazione militare. Presidio di confine e accampamento sotto Augusto, la città prese il nome di Augusta Taurinorum (29 - 28 A.C.). Porta principale delle Alpi occidentali, alla caduta dell'Impero romano, Torino fu poi assoggettata ai Goti, ai Longobardi e ai Franchi che vi stabilirono una Contea (VII sec. dopo Cristo). Seguì un lungo periodo in cui i Savoia si inserirono in un complesso gioco di forze che vide Impero, vescovi, feudatari e organismi del nascente Comune intrecciarsi e contrapporsi in un continuo alternarsi di lotte e alleanze, fino a quando Torino fu concessa in feudo ai Savoia dall'imperatore Federico II. Con l'unificazione amministrativa e politica di tutte le province sabaude all'inizio del XV secolo i Savoia assegnarono a Torino il ruolo di capitale. Nel 1536 fu la volta della dominazione francese ad opera di Francesco I. Trent'anni dopo il duca Emanuele Filiberto riottenne Torino per la casa di Savoia decidendo, per ragioni politiche, di trasferirvi la capitale del suo regno da Chambery. Nel 1620 Carlo Emanuele I diede avvio al primo ampliamento di Torino. Questa prima fase dello sviluppo portò a quel modello di città "ordinata" con strade e grandi corsi allineati divenuto poi la sua caratteristica principale. è questo il periodo più fecondo nella storia di Torino: una stagione di arte e cultura che abbraccia due interi secoli. Tra il Seicento e il Settecento la città assunse la fisionomia di una capitale rigorosa e austera che riservava il lusso e lo sfarzo all'interno degli edifici di governo e nobiliari. Allo scopo furono chiamati a corte architetti del calibro di Ascanio Vitozzi, Carlo e Amedeo di Castellamonte, Guarino Guarini e Filippo Juvarra, autorevoli firme dei capolavori del Barocco piemontese. Tre gli ampliamenti successivi della città (1620, 1673, 1674) - illustre esempio del razionalismo urbanistico sei-settecentesco - operati nell'intento di far coincidere la struttura romana con la definizione della capitale barocca dello stato sabaudo. Gli anni della dominazione francese diedero inizio nei primi anni del XIX secolo allo smantellamento della cinta fortificata che coincise con la fine del modello sabaudo di città, capitale dell'assolutismo. Grazie al suo centro storico, dove il tracciato viario, le strutture architettoniche e le lunghe teorie di portici danno spazio, forma e vita a piazze armoniose e accoglienti, la città conserva un'impronta di antica aristocrazia che non contrasta con il dilagante contorno delle moderne zone residenziali e della sua periferia industriale. La grande svolta si verifica subito dopo la proclamazione dell'Unità d'Italia. Il periodo risorgimentale la porterà nel 1861 sino al 1864 ad essere capitale del Regno d'Italia. E a partire da questa data, Torino inizia a mostrare la sua crescente vocazione industriale. è in questo periodo che viene abbandonato il tradizionale assetto urbanistico: nella Torino che ancora ricalca l'impianto dell'antica colonia romana, viene introdotto il sistema a raggiera, con la creazione delle prime barriere operaie, fuori dalla cinta daziaria. All'inizio del ventesimo secolo - un'epoca storica che rappresenta una forte ripresa soprattutto dopo la perdita del primato politico di capitale - lo sviluppo sarà tumultuoso con la nascita della grande industria e la conseguente immigrazione dal Sud. Nel febbraio 2006 la città di Torino ha ospitato la XX edizione dei Giochi Olimpici Invernali. ARTE. Dell'antica colonia romana Torino ha conservato il caratteristico impianto a scacchiera del castrum augusteo che le conferisce un assetto urbanistico regolare con ampi viali e belle piazze d'importanza storica. Risalgono al periodo romano la Porta Palatina (I sec. d.C.), una delle quattro porte che si aprivano nella cerchia delle mura urbiche e le rovine del Teatro, distrutto nel corso delle invasioni barbariche. L'attuale volto della città deve molto all'opera di ricostruzione ed abbellimento iniziata dai principi di casa Savoia sin dal '500 e culminata nei piani architettonici e monumentali di Vittorio Amedeo II che incarica il messinese Filippo Juvarra di progettare un ulteriore ampliamento di Torino dopo i due secenteschi. Nascono tra il XVI e il XVIII sec. alcuni tra i più interessanti edifici cittadini: il Palazzo Reale (1660) con la celebre Scala delle Forbici (1720) dello Juvarra e imponenti sale (l'Armenia Reale ospita una ricca collezione di armi ed armature d'ogni epoca e Paese); Palazzo Madama, così chiamato in quanto residenza delle due madame reali Maria Cristina di Francia e Giovanna di Nemours e comprendente nella sua struttura parti romane e medievali successivamente modificate (XV-XVII sec.); Palazzo Carignano (in cui ha sede il Museo Nazionale del Risorgimento italiano, risalente al 1679-85 e considerato una delle maggiori creazioni dell'architetto Guarino Guarini, cui spetta anche il barocco Palazzo dell'Accademia delle Scienze (1678). Capolavoro del Guarini è la Cappella della S. Sindone nella Cattedrale edificata tra il 1668 e il 1694 per custodire la preziosa reliquia del lenzuolo in cui la tradizione vuole sia stato avvolto il corpo di Cristo deposto dalla Croce. Il sacello, che presenta pianta circolare ed è rivestito di marmi neri, rivela la genialità del suo costruttore nella soluzione originale della cupola, decorata all'esterno da un complesso intreccio di archetti e culminante in un'alta guglia. Lo stesso virtuosismo tecnico compare nella cupola della chiesa di San Lorenzo, altra creazione guariniana (1666-1679) che rivela, oltre a evidenti echi borrominiani, lontani ricordi di architetture arabe e gotiche. Numerose sono le chiese di Torino tra cui ricordiamo la già citata Cattedrale intitolata a S. Giovanni Battista ed unico esempio d'architettura rinascimentale della città (l'interno custodisce opere di D. Ferrari e F. M. Spanzotti); la chiesa del Carmine (1732-35) dello Juvarra; S. Cristina (1639) progettata da Carlo di Castellamonte, con facciata juvarriana; S. Domenico (1331), raro documento dell'età medievale, molto restaurata, con facciata in laterizio; S. Filippo (1675), la più grande chiesa torinese, portata a termine da Guarini e Juvarra (1717-34); S. Maria di Piazza (1751) di B. A. Vittone; Ss. Martiri (1577) di P. Tibaldi, dal sontuoso interno riccamente decorato; il Santuario della Consolata, antica costruzione, forse paleocristiana, modificata nell'Alto Medioevo e trasformata alla fine del Seicento su disegno del Guarini con l'aggiunta del santuario barocco (altare maggiore dello Juvarra). Un cenno a parte merita la famosa basilica di Superga, eretta negli anni 1717-31 dallo Juvarra per volontà di Vittorio Amedeo II, sull'alto di un colle dominante la città. L'architetto rivela il suo talento nell'originale rielaborazione di suggestioni classiche e rinascimentali particolarmente evidenti nella pianta centrale, nella snella cupola e nel pronao antistante l'ingresso. Lungo le rive del Po è da visitare il suggestivo Parco del Valentino con il castello, dalla chiara fisionomia francesizzante, costruito (1630-63) da Carlo e Amedeo di Castellamonte e il borgo medievale, realizzato, nell'ambito dell'Esposizione generale svoltasi a Torino nel 1884, per presentare al pubblico della mostra un campione quanto più fedele possibile all'originale dell'architettura piemontese del XV sec. Acquistato dal Comune, il complesso della rocca e del borgo ospitò in seguito una sezione dei musei civici. Altri interessanti monumenti dal punto di vista turistico sono inoltre la costruzione neoclassica della chiesa della Gran Madre di Dio (181831) di F. Bonsignore e la Mole Antonelliana quasi simbolo stesso della città, innalzata su progetto di Alessandro Antonelli a partire dal 1878. Alta 168 m, è costituita da una cupola a facce trapezoidali incurvate, poggianti su di un basamento a struttura metallica, e termina con un'ardita guglia telescopica, distrutta nel 1953 in seguito ad un nubifragio e fedelmente ricostruita. Torino vanta numerosi musei, alcuni di fama mondiale come il Museo Egizio, secondo solo a quello del Cairo, e altri specializzati nei settori cinematografico (Museo del Cinema, in Palazzo Chiablese) e automobilistico (Museo Nazionale dell'Automobile). Da non dimenticare la Galleria Civica d'Arte moderna, la Galleria Sabauda, con splendide opere di artisti toscani, veneti e fiamminghi, il Museo di Arte antica di Palazzo Madama (Ritratto virile, di Antonello da Messina e Libro d'Ore del duca di Berry, miniato da J. van Eyck), il Museo di Antichità, nel Palazzo dell'Accademia delle Scienze, notevole per le raccolte di materiali preistorici e protostorici romani, greci ed etruschi provenienti dal Piemonte e dalla Valle d'Aosta; la Galleria dell'Accademia Albertina (dipinti italiani e stranieri dal '400 al '700); Museo Nazionale d'Artiglieria nella Cittadella, fortificazione cinquecentesca di F. Paciotto. LA PROVINCIA. La Provincia di Torino (2.216.582 ab., 6.830 kmq) comprende un territorio montuoso e collinare delimitato ad Ovest dalle Alpi Cozie e Graie, dalla Serra di Ivrea a est e dalle colline del Po e del Monferrato. Il territorio è inoltre attraversato dal fiume Po e dai suoi affluenti alpini che convergono nella piana di Torino (Chisone, Dora Riparia ecc.). Caratteristica delle valli valdesi (Pellice, Chisone, Germanasca) sono le isole alloglotte e religiose, dove la popolazione è bilingue (francese e italiano) ed è di religione evangelico valdese. Nelle zone pianeggianti è diffusa l'agricoltura con produzione di ortaggi, legumi, cereali e foraggi ed è praticato l'allevamento dei bovini. Nelle zone collinari sono fiorenti l'orticoltura e la frutticoltura. Le industrie principali sono quelle metalmeccaniche, tessili, siderurgiche, meccanografiche, acciaierie, cotonifici, dei prodotti chimici e farmaceutici. Altra importante risorsa è il turismo praticato soprattutto nelle località attrezzate per gli sport invernali (Bardonecchia, Sestrière). Fra i centri principali ricordiamo Chieri, Chivasso, Collegno, Ivrea, Moncalieri, Pinerolo, Settimo Torinese, Venaria.

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Luoghi di interesse

La Mole Antonelliana
Il progetto nasce nel 1862 ad opera dell'architetto Alessandro Antonelli con una costruzione a cupola alta 47 metri. Nel 1863 hanno inizio i lavori. L'estroso architetto di Ghemme Novarese aveva però nel frattempo già modificato il progetto portando l'altezza della costruzione a m 113; la Sinagoga torinese sarebbe diventata la più grande d'Italia e la più alta d'Europa. Dopo varie vicissitudini (derivate dall'arditezza del progetto e da motivi economici), la costruzione aveva raggiunto una notevole altezza (quasi il tempietto), ma qui, era il 1869, la Comunità ebraica accorgendosi che si andava troppo oltre il preventivo abbandonava il finanziamento. I lavori furono sospesi e fu applicato alla Mole un tetto provvisorio. L'Antonelli era però deciso a terminare la sua esaltante opera e riuscì a convincere nel 1873 la città di Torino a rilevare il cantiere dedicando l'edificio al re Vittorio Emanuele II. Dopo varie peripezie e proposte, l'Antonelli, sostenendo che così come era stata progettata non era degna di tale personaggio convince il Consiglio comunale di Torino ad approvare le modifiche che porteranno la costruzione prima a 146 m, poi a 153 m e infine, a 167 m definitivi, prevedendo di fissare sulla punta della guglia un genio alato alto parecchi metri. Con queste ultime decisioni però incominciano la maggioranza dei guai tecnici della Mole; le strutture che erano state dimensionate con grande attenzione per il primitivo progetto diventano insufficienti; l'Antonelli cercava e sceglieva personalmente i materiali per garantire qualità e resistenza ma purtroppo la tecnologia edile del tempo non era all'altezza di questo sogno verticale. Si ebbero problemi di sovraccarico delle fondazioni e deformazioni della struttura; nell'insieme però la costruzione reggeva bene grazie alle originali intuizioni nel progetto, con l'inserimento di catene di contenimento e all'uso di materiale con concetto ultramoderno, ottenendo resistenze incredibili con pesi molto ridotti, basti pensare che il guscio che forma la cupola, impostata su un quadrato di circa 30 m di lato e alto circa 50 m, è formato da due muri distanti meno di due metri e spessi 12 cm tenuti insieme da tiranti in ferro e da un intreccio di setti e di archi in mattoni; qui passano pure le rampe di scale a zig-zag per l'accesso di servizio alla guglia. Nel 1889 la guglia è arrivata alla fine del suo acrobatico percorso e nell'aprile del 1899 viene issato sulla punta il genio alato dorato. La fabbrica della Mole era durata 26 anni. Ma il suo completamento si protrasse ancora per parecchi anni sotto la guida del figlio dell'Antonelli, Costanzo; poi, fra il 1905 e il 1908 l'architetto Annibale Rigotti eseguì le decorazioni all'interno. La struttura riproponeva però in modo indilazionabile i suoi problemi e si doveva perciò correre ai ripari per garantirne la sicurezza. Furono interpellati i migliori professionisti del tempo, alla fine prevalse una scelta di sicurezza inserendo delle strutture in cemento armato all'interno della cupola che sicuramente avrebbero fatto inorridire l'Antonelli. Nel 1961 la Mole aveva riacquistato l'altezza originaria di 167 m, conseguita però con una struttura metallica rivestita di pietra. I lavori della ristrutturazione della Mole sono terminati nel 1987 e con questi essa ha riacquistato vitalità come sede di mostre e avvenimenti culturali. Un ascensore panoramico, in vetro e acciaio sorretto da sole funi metalliche, porta dalla base all'altezza del tempietto, da dove, particolarmente nelle giornate con cielo terso, si gode un magnifico panorama su Torino, sulle sue colline e sulle Alpi.

La Mole Antonelliana a Torino

Teatro Regio
La decisione di costruire un vero e grande teatro d'opera a Torino, a imitazione delle altre capitali dell'epoca, fu presa nel 1713 quando il ducato di Savoia si trasformò in Regno di Piemonte, sancito dal Trattato di Utrecht e sotto la guida di Vittorio Amedeo II; dovettero però passare ancora parecchi anni prima che l'idea del teatro prendesse corpo e solamente nel 1738, il successore Carlo Emanuele III diede inizio ai lavori. Precedentemente (dal 1678) la sua funzione era svolta in parte dalla Sala del Teatro Ducale detta di S. Giovanni. Progettato da Filippo Juvarra e inserito nel complesso delle Segreterie, il nuovo teatro fu realizzato da Benedetto Alfieri. I lavori incominciarono nel 1738 e proseguirono con tale rapidità che il 26 dicembre 1740 il teatro fu inaugurato con l'opera Arsace di Francesco Feo su libretto di Pietro Metastasio. Nato quarant'anni prima della Scala, il Regio vanta centinaia di prime rappresentazioni fra le quali si annoverano Manon Lescaut e La Bohème di Giacomo Puccini, Salomé di Richard Strauss e la falsa prima scaligera di Giselle avvenuta invece a Torino il 26 dicembre 1842. Il nuovo teatro poteva contenere 2.500 spettatori e la sua sala era considerata la più grandiosa d'Europa. I più grandi nomi del bel canto e del balletto passarono sulla scena del Regio confermando la sua gloriosa tradizione. Nel 1798, durante l'occupazione francese di Torino il teatro prese il nome di National, nel 1801 diventò Grand Théatre des Arts e nel 1804 prese la denominazione di Théatre Impérial, nome che mantenne fino al 1814. Con la caduta di Napoleone e il ritorno dei Savoia sul trono di Torino si ritornò anche al Regio Teatro. Nel 1838 Pelagio Pelagi apportò una serie di modifiche alle strutture. Nel 1905 Ferdinando Cocito intervenne con notevoli lavori di trasformazione della sala e del palcoscenico; nel 1924 si ebbe l'introduzione del cemento armato nella torre di scena a cura di Giacomo Mattè-Trucco, il geniale progettista della Fiat Lingotto. Dall'inizio del secolo il Regio divenne il tempio della musica di Wagner e di Strauss e al tempo stesso uno dei teatri più aperti alla nuova opera francese e alla giovane scuola verista italiana. La notte tra l'8 ed il 9 febbraio 1936 segna un evento drammatico nella vita culturale e musicale torinese; un furioso incendio distrugge la sala e il palcoscenico del Teatro Regio. I bombardamenti del 1952 e '43, durante la seconda guerra mondiale completano la rovina; solo nel 1966, dopo alterne vicissitudini viene affidato il progetto per la ricostruzione all'architetto Carlo Mollino e all'ingegnere Marcello Zavelani-Rossi. Il nuovo Teatro Regio, ricostruito nello stesso luogo del precedente in piazza Castello, anche se con diversa dislocazione, rimane armoniosamente inserito nel contesto architettonico dell'antica piazza. è stato ufficialmente inaugurato la sera del 10 aprile 1973 con l'opera I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi. Una grande e artistica cancellata scorrevole in bronzo, opera di Umberto Mastroianni a titolo Odissea Musicale, chiude l'atrio d'ingresso principale. Il nuovo complesso teatrale è stato concepito e realizzato con le più moderne tecnologie e abbandonando la funzione esclusiva di sala da spettacoli, assume il più vasto ruolo di centro propulsore della vita culturale e artistica di Torino e del Piemonte. Il Teatro Regio a oltre un quarto di millennio dalla sua fondazione continua ad essere, con la sua attività, testimone della storia e degli eventi di Torino, dell'Italia e dell'Europa.
Palazzo Madama
Circa duemila anni fa, all'epoca dell'Impero romano, Palazzo Madama era una delle porte d'ingresso alla città in corrispondenza del decumano massimo che oggi è via Garibaldi. Due alte torri, quelle che tuttora affiorano sul lato della piazza pedonale, incorniciavano quattro grandi aperture ad arco: l'entrata e l'uscita da Torino (Augusta Taurinorum) verso Est, verso Roma. Nel Medioevo, la porta romana subisce la sua prima radicale metamorfosi. Da soglia alla città diviene difesa della città: vengono chiusi gli archi romani, aperto un nuovo passaggio, accanto alla torre meridionale, la porta Fibellona, e, soprattutto, eretto un fortilizio a ridosso delle torri. Nei primi decenni del 1300 la struttura fortificata si trasforma in un castello per mano di Filippo I d'Acaja, del ramo cadetto dei Savoia. Ma è solo con Ludovico d'Acaja, all'inizio del Quattrocento, che il castello assume l'aspetto che ora coincide con uno dei due volti di Palazzo Madama: quattro torri angolari, scale di collegamento tra i vari piani e, all'interno, una corte circondata da portico. In seguito, il suo ruolo varierà, pur rimanendo centrale: dimora per ospiti di rango, scenario per le cerimonie pubbliche, spazio scenografico per le feste. Il 1637 è un anno importante per la storia del palazzo. Maria Cristina di Francia, reggente del ducato in nome del figlio minorenne Carlo Emanuele II, infatti, elegge il castello a sua residenza, iniziando un ammodernamento che porta, tra l'altro, alla copertura della corte medioevale interna. Ma è Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours, vedova di Carlo Emanuele II, l'artefice della nuova immagine di quello che è ormai diventato Palazzo Madama, soprannome della residenza ufficiale delle madame reali. è lei, infatti, che affida all'architetto Filippo Juvarra il progetto del grandioso avancorpo (completato nel 1721) che è l'altro dei due volti dell'attuale Palazzo Madama: una tra le più significative realizzazioni del Barocco europeo. Chiara, luminosa, trasparente, in dialogo con la linea retta di via Garibaldi, la facciata juvarriana, all'esterno, racconta la potenza, con un basamento a pilastri bugnati, un ordine superiore gigante, scandito da colonne e lesene, entro cui si aprono grandi finestre e una balaustra marmorea con rilievi, statue e vasi. All'interno, invece, incarna con soavità inedita la leggerezza: quattro agili colonne centrali nell'atrio sembrano ancorare a terra le volte su cui poggia la scala monumentale, invasa dalla luce che penetra da tre lati. Il progetto di Juvarra era molto più ambizioso, ma non fu mai completato e quello che rimane è il capolavoro dell'avancorpo: una sorta di maschera barocca, davanti al possente edificio medioevale, che non nasconde, ma amplifica la visione, dall'interno verso l'esterno, dall'esterno verso l'interno. Così, Palazzo Madama aggiunge definitivamente al complesso di segni che racchiude (porta, passaggio, difesa, dimora) anche quello di una nuova immagine del potere: un potere esibito e centrale, nel cuore della città. Per questo, nel 1799, in epoca di dominazione francese, il generale Barthélemy-Catherine Joubert non può che insediare qui, simbolicamente, la sede del governo provvisorio. Ma da quando il palazzo comincia a perdere la sua funzione di dimora, perde anche la sua unità, subendo modificazioni disarmoniche degli ambienti: prigione, sede del commissariato di polizia, di uffici amministrativi, degli alloggi degli impiegati e delle loro famiglie. Sarà il re Carlo Alberto a riqualificare le sorti dell'edificio, destinandolo, nel 1832, a sede della Regia Pinacoteca. è questa la prima volta che il palazzo ospita un museo. Ma i simboli continuano a stratificarsi e nel palazzo, con Carlo Alberto, entra anche la politica: nel 1848, il re colloca nel grande salone al primo piano il Senato Subalpino, destinato a divenire uno dei luoghi della politica in cui più fortemente si è prefigurata l'Unità d'Italia. Più tardi, nel 1869, il palazzo accoglie un altro importante organo istituzionale: la Corte di Cassazione. In questa epoca inizia i suoi studi Alfredo D'Andrade che dà il via, nel 1883, ad imponenti scavi archeologici ricostruendo la storia bimillenaria dell'edificio: le mura medioevali esterne, le arcate della corte, i resti della porta romana e del lastricato che la attraversava. Quando nel 1934 Palazzo Madama diviene la sede del Museo Civico d'Arte antica, sono già state ripristinate le merlature, il tetto e i cammini di ronda. Nel 1988 il palazzo è stato chiuso. Un complesso lavoro di adeguamento dei locali e rifacimento degli impianti tecnologici ha caratterizzato i lavori di restauro. Il 2 giugno 2001 Palazzo Madama, edificio simbolo dei due millenni di storia della città di Torino, ha riaperto parzialmente le sue porte; la fine dei lavori è prevista per l'inverno 2006-07.
Basilica di Superga
I principi Vittorio Amedeo II di Savoia ed il viennese Eugenio di Savoia, saliti sull'alto colle il 2 settembre 1706, per osservare le posizioni dell'esercito franco-spagnolo che da 4 mesi circa assediava la città, fecero, da questo luogo, voto alla Madonna delle Grazie per la liberazione di Torino, promettendo di fare costruire, sullo stesso colle, un grandioso tempio in caso di vittoria sui Francesi. Tale voto avvenne di fronte alla statua lignea della Madonna ora conservata nella relativa cappella riproducente quella demolita per l'erezione della basilica. L'episodio è ricordato anche in un affresco e un quadro nella chiesa di S. Cristina in piazza S. Carlo a Torino. Dopo un immane lavoro di sbancamento per quei tempi, per l'abbassamento della sommità del colle di oltre 40 m onde avere così un'ampia spianata per consentire l'impianto del tempio, alla quota di 670 m, il 20 luglio 1717 veniva iniziata su progetto del grande architetto Filippo Juvarra la costruzione della "fabbrica" della basilica e il 5 novembre 1731, 14 anni dopo, seppure incompleta, era inaugurata dal Carlo Emanuele III. La "fabbrica" del complesso venne orientata sull'asse della "stradone" o contrada di Francia. La pianta della basilica è circolare, anteriormente avanza con un imponente pronao sorretto da 8 colonne corinzie cui si accede da una solenne scalinata. L'altezza della basilica dal suolo alla punta della croce è di 75 m. La lunghezza interna è di 51 m, mentre la larghezza è di 34 m; l'interno ha ricche cappelle con stucchi, marmi, pregevoli sculture e quadri. Notevole è il bassorilievo di Bernardino Cametti (1633) sull'altare maggiore riproducente il beato Amedeo di Savoia e la battaglia di Torino del 1706. L'alta cupola domina il paesaggio circostante tra i due campanili (alti 60 m) ispirati dal Borromini. Una scala a chiocciola interna alla basilica conduce i visitatori sulla balconata esterna del tamburo della cupola, dove si ha una vista panoramica. Interessante lungo il chiostro interno la Sala dei Papi con i quadri raffiguranti tutti i pontefici. I sotterranei della Basilica custodiscono uno storico e artistico mausoleo nel quale sono raccolte le tombe dei sovrani sabaudi da Vittorio Amedeo II a Carlo Alberto (tranne Carlo Felice sepolto nell'abbazia di Altacomba) e di altri 50 fra principi e principesse, cioè tutti quelli deceduti dopo il 1732.
Il Lingotto
Negli anni Venti, quando fu progettato e costruito dall'architetto Giacomo Mattè Trucco, lo stabilimento del Lingotto della Fiat era un esempio modernissimo di architettura industriale, capace di coniugare i modelli di sviluppo delle grandi case automobilistiche nordamericane, con le esigenze e le tendenze dell'architettura contemporanea. Con le sue misure grandiose era il simbolo delle aspirazioni alla modernità dell'Italia dell'epoca: i due corpi longitudinali raggiungevano i 507 metri di lunghezza e i 24 metri di larghezza ed erano uniti da 5 corpi trasversali; la larghezza complessiva era di 80 metri, i piani delle officine erano cinque; l'ispirazione, dichiaratissima, erano le catene di montaggio della Ford. I criteri costruttivi erano d'avanguardia. Nel 1925, due anni dopo l'inaugurazione dello stabilimento, avvenuta alla presenza del re Vittorio Emanuele III, l'architetto svizzero Le Corbusier, uno dei maestri dell'architettura del Novecento, definì il Lingotto "un documento per l'urbanistica". Nei decenni successivi, al centro dell'omonimo quartiere che si stava trasformando a sua misura, lo stabilimento del Lingotto produsse alcune delle prime vetture entrate nell'immaginario italiano: la Torpedo, la Balilla e la mitica Topolino. Nella sua storia sessantennale vide uscire dalle proprie officine più di 80 modelli di auto. Poi, nel 1982, la Fiat annunciò la sua chiusura. Nel frattempo la casa automobilistica torinese aveva aperto altri stabilimenti, sia in Italia che all'estero, ed erano Mirafiori e Rivalta, più che il Lingotto, a tracciare la strada e i modelli delle sfide al nuovo secolo e alla sua globalizzazione. La fabbrica dismessa fu un emblema di quell'archeologia industriale che iniziava a caratterizzare tante, troppe città europee. Le sue misure grandiose, che negli anni Venti avevano affascinato e colpito i contemporanei, erano una difficoltà ulteriore al suo recupero. Nel 1983 venne indetto un concorso internazionale per stabilire cosa fare dello stabilimento. Parteciparono i nomi più prestigiosi dell'architettura internazionale, vinse il genovese Renzo Piano, che negli anni Settanta aveva conquistato la celebrità internazionale con il progetto del Beaubourg, a Parigi. La proposta di Piano per il Lingotto è affascinante, coerente con il ruolo che il Lingotto aveva avuto sin dalla sua inaugurazione, e con il futuro che aspetta Torino. Come negli anni Venti lo stabilimento aveva indicato la direzione della città verso lo sviluppo industriale, così negli anni Novanta diventa simbolo del terziario avanzato, della sfida verso il futuro. Nei grandi spazi industriali vengono ricavati un Centro Congressi, un Centro Esposizioni, un Auditorium, un grande Hotel, un Centro Servizi, Uffici Direzionali, un'area per lo shopping. All'esterno le grandi finestre e il ritmo dei pilastri che avevano caratterizzato lo stabilimento industriale rimangono uguali, come se niente fosse cambiato, ma all'interno le moderne tecnologie e le esigenze di un centro polifunzionale dalle grandi ambizioni sono le vere protagoniste: l'Auditorium ha una volumetria plasmabile, modificabile in funzione delle esigenze del contesto. Il Centro Esposizioni diventa in pochi anni uno dei più importanti di Italia: ospita la Fiera del Libro, il Salone del Gusto, il Salone dell'Auto. L'hotel Le Meridien, uno dei più eleganti della città, gioca intelligentemente con il passato dell'antico stabilimento; le vetrate delle finestre ad altezza di piano, elementi distintivi dell'antica fabbrica del Lingotto, sono rimaste inalterate, le sale interne portano nomi che riecheggiano le antiche officine: Sala Presse, Rampa, Fonderia... All'interno dell'hotel, in uno dei cortili dello stabilimento, una delle sorprese volute da Renzo Piano: il magnifico giardino tropicale. Così rigoglioso ed esuberante e così incredibilmente verde, con le sue piante provenienti da terre lontane, nel cuore di una Torino dall'inverno continentale. Al Giardino Tropicale si può arrivare anche attraverso i Portici, la lunga via dedicata allo shopping che unisce l'hotel al Centro Congressi; nella stessa zona trovano posto gli uffici direzionali di numerose aziende. E in questa zona, sopra la mitica pista di collaudo, c'è l'altra creazione di Renzo Piano, diventata il simbolo del nuovo Lingotto. è la "bolla", una esclusiva sala riunioni costruita in cristallo e acciaio che permette agli assistenti alle riunioni di godere di un panorama privilegiato e sontuoso: la corona delle Alpi e della collina di Torino tutt'intorno. La bolla ha una doppia funzione: il suo design e le tecniche costruttive fanno pensare alle spinte verso il futuro, la sua forma, semplice e naturale, è estremamente tranquillizzante.
Il Complesso del Valentino
Parco del Valentino
Realizzato a metà Ottocento su progetto di Jean-Pierre Barillet-Deschamp, è uno dei primi parchi urbani italiani, vero polmone verde di Torino, con un'estensione di 550.000 mq dal Ponte Umberto I al Ponte Isabella. All'interno dell'area si trovano il Castello del Valentino, l'Orto botanico, il borgo medioevale e il Palazzo Torino Esposizioni. Lungo la sponda del Po corre una pista ciclabile e si trova uno degli imbarcaderi per le gite sul fiume.
Castello del Valentino
Costruito a partire dal XVI secolo, venne trasformato e ampliato, per volontà di Cristina di Francia, moglie di Vittorio Amedeo I, da Carlo e Amedeo di Castellamonte (1620-60): al gusto francese della madama reale si devono i tetti a falde inclinate. L'originario carattere di villa fluviale con affaccio sul Po fu in seguito alterato dallo sviluppo del fronte verso la città, con grande cortile d'onore chiuso su tre lati: in particolare furono rimaneggiati nel secolo XIX i due corpi laterali perpendicolari alla facciata, dotata di portico con loggia soprastante e affiancata da due torri quadrilatere. Decaduta a partire dalla morte di Cristina di Francia, la residenza ebbe successive destinazioni d'uso: scuola di veterinaria nel periodo francese, caserma nel 1824, scuola di applicazione per gli Ingegneri dal 1859, infine sede della facoltà di Architettura del Politecnico. è in corso un restauro complessivo. Le stanze al piano nobile conservano importanti decorazioni seicentesche ad affresco e a stucco dorato o bianco. A una prima fase decorativa (1633-38, 1642), affidata a Isidoro Bianchi e ai figli Pompeo e Francesco, sono da riferire il salone centrale e le stanze alla sua destra, costituenti l'appartamento di Moncalieri. Nel salone centrale le storie dinastiche filofrancesi dei duchi di Savoia sono un omaggio alla madama reale. La stanza Verde presenta sul soffitto il Ratto di Europa e apoteosi del toro e negli scomparti episodi mitologici. Seguono la stanza delle Rose, la stanza dello Zodiaco, con stucchi raffiguranti i segni dello Zodiaco e le Costellazioni, la stanza del Valentino o della Nascita dei fiori, con al centro del soffitto Flora, le Muse e il centauro Chirone cui Apollo in volo affida il Castello del Valentino, il piccolo Gabinetto dei fiori e la stanza dei Gigli, con ricchi stucchi e fregio con putti recanti gigli. A sinistra del salone centrale si sviluppa l'appartamento di Torino, la cui decorazione a stucco bianco spetta ad Alessandro Casella (1646-49), mentre gli affreschi furono affidati a Giovanni Paolo e Giovanni Antonio Recchi (1662). Si susseguono la Stanza della Guerra, i cui affreschi raffigurano episodi con eserciti e artiglierie nel fregio, la stanza delle Udienze o del Negozio, la stanza delle Magnificenze, con vedute torinesi e paesaggi affrescati nel fregio, la stanza della Caccia, con al centro del soffitto Diana cacciatrice e le ninfe, l'annesso Gabinetto delle Fatiche di Ercole e la stanza delle Feste.
Borgo Medioevale
Sulla sponda del Po, costituisce un'attrattiva turistica del parco del Valentino. Costruito in occasione dell'Esposizione generale italiana del 1884, fu ideato da Alfredo D'Andrade, coadiuvato da un gruppo di artisti, storici e letterati. Il borgo riproduce una serie di tipologie medioevali, prendendo a modello i più noti edifici esistenti in Piemonte e in Valle d'Aosta; anche l'attività delle botteghe artigiane contribuisce a ricreare l'atmosfera del tempo. Vi si accede da Nord, passato il ponte levatoio, dalle porte della Torre di Oglianico; a sinistra è l'Albergo dei Pellegrini, davanti al quale sono una fontana e il forno. Lungo la strada si dispongono due case, imitazione di analoghe di Bussoleno, la Porta di Rivoli, la Casa di Alba, la Casa di Frossasco, la Torre d'Alba e la Casa di Cuorgnè. La chiesa si ispira a quelle di Verzuolo e Ciriè; la strada continua con le Case di Avigliana e di Chieri, il cortile di Avigliana, su cui si affacciano le case di Borgofranco d'Ivrea e di Malgrà, la Torre di Avigliana, le Case di Avigliana e di Pinerolo. Dopo le due Case di Mondovì è uno spiazzo dove è stata collocata nel 1927 la Fontana d'Issogne; lo chiudono l'Osteria di S. Giorgio (1927) e la Casa di Ozegna, con discesa verso il Po. Una salita con porticato, dove sono collocate alcune macchine da guerra medioevali, conduce al castello, con ponte smontabile. L'ingresso riproduce quello del Castello di Fénis; dall'atrio si passa nel cortile, con il corpo di guardia del Castello di Verrès; si accede quindi alla dispensa, alla cucina e alla sala da pranzo. Al piano superiore sono la sala baronale, con il ciclo pittorico dei prodi e delle eroine e della fontana della giovinezza del castello di Manta, la camera nuziale e la cappella.
Piazza Castello
La grande piazza quadrangolare è da sempre il fulcro storico e politico della città, per le vicende di cui fu teatro e per gli ampliamenti urbanistici che da qui partirono, con l'apertura delle odierne via Roma, via Po e via Pietro Micca. L'attuale aspetto di piazza Castello è frutto degli interventi degli architetti Ascanio Vitozzi (1587), che sistemò l'ala occidentale con edifici a portici, Amedeo di Castellamonte e Filippo Juvarra. Ospita al suo centro Palazzo Madama, il castello medioevale ricavato dalle vecchie porte romane e ristrutturato con l'aggiunta della imponente facciata settecentesca dello Juvarra. Vi si affacciano oltre ad importanti punti commerciali e amministrativi: il Palazzo Reale, il Teatro Regio, il Palazzo della Giunta Regionale, della Prefettura, delle Segreterie, l'Armeria e la Biblioteca Reale (contenente opere di Leonardo da Vinci) e in piazzetta Mollino, l'Archivio di Stato.

Torino: piazza San Carlo

Palazzo Reale
Iniziato nel 1646 dalla madama reale Cristina di Francia per sostituire il vecchio Palazzo del Vescovo, conserva intatta la facciata di Carlo Morello (1658). L'edificio, a pianta quadrata, con cortile interno, fu residenza dei re di Sardegna fino al 1859 e di Vittorio Emanuele II, re d'Italia, fino al 1865. Le decorazioni e gli arredi interni testimoniano il succedersi dei numerosi artisti che vi lavorarono dal XVII al XIX secolo. Salendo il monumentale scalone di Domenico Ferri, 1864-65, ornato da dipinti e statue ottocenteschi, con l'eccezione del monumento a Vittorio Amedeo I (Andrea Rivalta, 1619), si giunge al primo piano, dove ha inizio la visita. Nell'ampio salone degli Svizzeri, con fregio dei fratelli Antonio e Gian Francesco Fea (1558-1661) raffigurante i Fasti della stirpe sassone di Vitichindo, da cui discenderebbe casa Savoia, tela del soffitto di Carlo Bellosio (1842) e grande Emanuele Filiberto alla battaglia di San Quintino (1557) di Palma il Giovane, si dipartono la Galleria della Sacra Sindone, con accesso alla cappella, la Galleria delle Battaglie, la Scala delle Forbici, geniale creazione di Filippo Juvarra (1720) e la sequenza delle sale di rappresentanza. La prima è la Sala dei Corazzieri o delle Dignità, dove sono appesi due arazzi con Elementi, della manifattura di Beauvais (1695 c.). Seguono la Sala degli Staffieri o delle Virtù, rappresentate nel fregio e nella tela di Charles- Claude Dauphin al centro del soffitto intagliato e dorato, mentre alle pareti spiccano gli arazzi della serie di Don Chisciotte della manifattura di Gobelins (1746-47); la Sala dei Paggi o delle Vittorie, con tele e decorazioni del secolo XVII. Si passa nella sfarzosa Sala del Trono, con intagli dorati di epoche diverse, Allegoria della Pace (1662) di Jan Miel nella volta e bel pavimento intarsiato (Gabriele Capello, 1843). La Sala delle Udienze e quella del Consiglio conservano i soffitti seicenteschi, mentre gli arredi e le decorazioni si devono all'intervento di Pelagio Palagi, diretto da Carlo Alberto. Notevole il Gabinetto cinese, rivestito di lacche originali su progetto di Juvarra, con affresco di Claudio Francesco Beaumont (Giudizio di Paride, 1737). Passata la camera da letto di Carlo Alberto, con pala di Defendente Ferrari e il pregadio di Carlo Alberto, con preziosi intarsi di Luigi Prinotto (1732) e Pietro Piffetti, si giunge nella Sala della Colazione, con soffitto e fregio seicenteschi e bel parafuoco intagliato da Giuseppe Maria Bonzanigo, sulla quale si apre l'alcova ottagonale. La Galleria del Daniel, con la quale Carlo Emanuele Lanfranchi completò, sotto Vittorio Amedeo II, l'ala di levante, prende il nome da Daniel Seyter, che dipinse nella volta l'Apoteosi di Vittorio Amedeo II (1688-92). Seguono le stanze dell'appartamento della regina: la camera da letto, con soffitto del Seyter, la camera di Lavoro, il Gabinetto di toeletta, con due mobili del Piffetti (1731?33), il pregadio, la Sala delle Cameriste, la stanza della Macchina (dove arrivava un ascensore azionato a mano riservato alla regina) e la cappella privata della regina, decorata su disegno di Benedetto Alfieri (1739). Dal Gabinetto delle miniature, così detto dalla collezione di personaggi sabaudi miniati (secoli XVIII-XIX), si passa nella sala da pranzo, con arazzi della manifattura torinese, e nella Sala del Caffè, decorata su disegno di Lanfranchi (1685?90). Nella fastosa camera dell'Alcova, che conserva gli intagli dorati seicenteschi, è collocata una parte della collezione di Carlo Alberto di vasi giapponesi e cinesi (1750?1850). Seguono la sala del trono della regina, con ovali in marmo (1739) e nella volta Trionfo delle Grazie (secolo XVII), e la sala da ballo, con colonne di marmo bianco, realizzata, unendo due sale, dal Palagi, cui spetta l'Olimpo del soffitto. Al secondo piano sono altri appartamenti dei duchi di Savoia e dei duchi d'Aosta, con decorazioni e arredi dei secoli XVIII-XIX visibili in occasioni particolari. Al piano terreno è stato aperto al pubblico l'appartamento di madama Felicita, sorella di Vittorio Amedeo III, che vi abitò dal 1788.
Cattedrale
Dedicata a S. Giovanni Battista, patrono di Torino, è l'unico esempio di architettura rinascimentale della città. Venne innalzata nel 1491-98 per volontà del cardinale Domenico della Rovere, su progetto dell'architetto toscano Meo del Caprina. La facciata è in marmo bianco, con timpano e tre portali decorati da rilievi di Meo del Caprina e compagni, con battenti lignei di Carlo Maria Ugliengo (1712); dietro si profilano la modesta cupola ottagonale del Duomo e quella svettante della Cappella della Sacra Sindone. L'interno è a croce latina, a tre navate; nella controfacciata a destra entrando in una nicchia è la bella tomba di Anna de Crequy di scultore francese (metà secolo XVI), con cinque "pleurantes", mentre a sinistra sono alcune lastre tombali e il dipinto di Antonino Parentani raffigurante Angeli e santi patroni di Torino (1602). Nella prima cappella destra statua in terracotta della Madonna Grande (1460-70), nella seconda destra, dei Ss. Crispino e Crispiniano, polittico della Compagnia dei Calzolai di Giovanni Martino Spanzotti e Defendente Ferrari (1498-1504) e alle pareti le diciotto storie dei santi titolari, già nelle ante di chiusura del polittico. Nella terza cappella destra, pala di Bartolomeo Caravoglia (1655) e nella sesta affreschi con Miracoli e martirio dei Ss. Cosma e Damiano di Giovanni Andrea Casella (1660). Nel braccio destro del transetto è la cinquecentesca Cappella del Crocifisso, con altare di Ignazio e Filippo Collino (1787), ornato dal Crocifisso di Francesco Borello e da statue lignee di Stefano Maria Clemente; le statue marmoree di S. Cristina e S. Teresa di Pierre Legros (1715) provengono dalla chiesa di S. Cristina. Attraverso un portale ottocentesco si accede alla sagrestia, dove sono alcuni dipinti di scuola piemontese del XV secolo (Battesimo di Cristo di Spanzotti e Ferrari, 1508-11). Nel presbiterio sono degni di nota gli stalli del coro intagliati da Giuseppe Stroppiana (1742-44). Nel braccio sinistro del transetto è la tribuna reale scolpita da Ignazio Perucca (1775). Nella navata sinistra si segnalano nella quinta e nella quarta cappella i dipinti del Caravoglia e nella seconda la pala di Charles- Claude Dauphin Comunione mistica di S. Onorato. Due alti portali (14-15 m) ai lati del presbiterio danno l'accesso alle scalinate in marmo nero che salgono alla Cappella della Sacra Sindone, geniale opera di Guarino Guarini, iniziata nel 1668 e portata a termine nel 1694, dopo la sua morte. Di pianta circolare e rivestita di marmi neri, culmina nella luminosa cupola conica, tra le più alte creazioni barocche, a sei ordini di archi sovrapposti, con un traforo a stella nella parte terminale. Lungo le pareti spiccano i monumenti funebri innalzati da Carlo Alberto a quattro suoi antenati, mentre al centro della cappella è collocato il ricco altare di Antonio Bertola (1694), contenente la teca d'argento che racchiude la Sacra Sindone. La preziosa reliquia, che si ritiene il lenzuolo che avvolse il corpo di Cristo nel sepolcro, dopo vari passaggi divenne proprietà dei Savoia, che la custodirono a Chambéry fino al trasferimento della capitale del ducato a Torino.
Piazza S. Carlo
La più bella di Torino, già piazza d'arme e del mercato, conserva l'aspetto seicentesco di armoniosa uniformità conferitole dall'architetto regio Carlo di Castellamonte (1642-50). Al centro si erge il monumento equestre di Emanuele Filiberto, rappresentato da Carlo Marocchetti (1838) nell'atto di ringuainare la spada dopo la battaglia di San Quintino del 1557, una delle statue più significative del primo Ottocento. Il lato corto della piazza a Sud-Ovest è delimitato dalle facciate quasi gemelle delle chiese di S. Cristina e di S. Carlo. Numerosi palazzi nobiliari si affacciano su piazza S. Carlo, tra i quali va segnalato il Palazzo Solaro del Borgo, già Isnardi di Caraglio, dal 1839 sede dell'Accademia Filarmonica cui si è unito nel 1947 il Circolo del Whist. Parzialmente ricostruito nel '700 da Benedetto Alfieri e poi da Giovanni Battista Borra, conserva la magnifica decorazione settecentesca delle sale; il Salone per i concerti spetta a Giuseppe Maria Talucchi (1839-40). Degni di una sosta sono i tradizionali caffè S. Carlo, inaugurato nel 1842, e Torino e la pasticceria Fratelli Stratta, con gli arredi originali del 1836.
Palazzo Carignano
Una delle più originali costruzioni del Barocco, fu realizzato nel 1679-84 da Guarino Guarini su incarico del principe Emanuele Filiberto il Muto, figlio di Tommaso di Carignano. La facciata in cotto è ad andamento curvilineo, con il corpo centrale ellittico aggettante anche verso il cortile interno. Dal vestibolo due scaloni in curva portano al piano nobile, dove era il salone delle feste trasformato nel 1848 in aula del Parlamento subalpino. Il palazzo venne raddoppiato dal lato interno con la creazione dell'ala ottocentesca di Giuseppe Bollati su disegno di Gaetano Ferri (1864?71), con greve facciata verso la retrostante piazza Carlo Alberto. Questa, con monumento equestre a Carlo Alberto (Carlo Marocchetti, 1861), è delimitata sul lato opposto dalla facciata neoclassica delle ex scuderie del principe di Carignano, conglobata nel moderno edificio della Biblioteca Nazionale (1959-73). Palazzo Carignano, dove nacquero Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II, fu sede del primo Parlamento subalpino e poi del primo Parlamento italiano, fino al trasferimento della capitale a Firenze (1865). Ospita il Museo nazionale del Risorgimento italiano, la Deputazione subalpina di Storia patria e la Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Piemonte. Quest'ultima ha in programma l'apertura di un percorso museale attraverso le sale del piano terra che conservano la decorazione sei-settecentesca, cui attesero vari stuccatori e pittori, tra i quali Stefano Maria e Tommaso Legnani.
Gran Madre di Dio
Una scalinata affiancata dalle statue della Religione a destra e della Fede a sinistra (Carlo Chelli) porta al tempio neoclassico con pronao esastilo, eretto da Ferdinando Bonsignore nel 1821-31 per celebrare il ritorno del re Vittorio Emanuele I (20 maggio 1814). Nell'interno a pianta circolare sono collocate, partendo da destra, le statue di S. Maurizio, della beata Margherita di Savoia, del beato Amedeo di Savoia, di S. Giovanni Battista; all'altare maggiore Vergine col Bambino di Andrea Galassi, su quello a destra Crocifisso e su quello a sinistra Sacro Cuore di Gesù, entrambi di Edoardo Rubino. A sinistra della scalinata si scende nell'ossario dei caduti della guerra 1915-18.

I Musei di Torino

Museo Egizio
La storia del Museo Egizio di Torino inizia già nel XVII secolo con l'acquisto dei primi pezzi, oggetti di poco conto accanto ad altri invece di grande pregio (come la Mensa Isiaca, lastra in bronzo ageminata d'argento), cui si aggiunse in seguito un lotto della collezione Gonzaga. Nel 1722 l'Università di Torino riceveva da Vittorio Amedeo II le raccolte così formatesi, destinandole a nucleo iniziale di un Museo di Antichità. Essenziali ai fini delle future collezioni furono però le ricerche e i ritrovamenti di due personaggi quali Vitaliano Donati, professore di botanica all'Ateneo torinese, inviato in Egitto da Carlo Emanuele III nel 1753, e soprattutto Bernardino Drovetti, singolare figura di diplomatico (fu console generale di Francia in Egitto) ed archeologo appassionato. Durante i suoi viaggi mise insieme, in un'autentica caccia al tesoro svoltasi in Nubia, a Karnak e nella zona tebana, una preziosa collezione, acquistata alla sua morte da Carlo Felice (1824) per la somma, allora enorme, di 400.000 lire. Entrarono a far parte del Museo, ospitato nel maestoso Palazzo dell'Accademia delle Scienze, veri e propri capolavori tra cui la celebre statua in granito di Ramsete II, quella della dea Sekhmet, le sfingi in pietra dedicate ad Amenofi III, oltre a papiri (Libro dei Morti, lungo 19 m), sarcofaghi e mummie. Nel corso del XX secolo il Museo si è arricchito, grazie agli scavi di Ernesto Schiaparelli e Giulio Farina, di altre opere funerarie di notevole valore (tomba di Kha e Mirit, della XVIII dinastia), ampliandosi con ulteriori sezioni, l'ultima delle quali è il Tempio di Ellesija, donato dallo Stato egiziano.
Galleria Sabauda
Nel 1832 Carlo Alberto decise di esporre al pubblico 364 dipinti provenienti da Palazzo Reale e da altre residenze. La Reale Galleria fu donata allo Stato nel 1860 e trasferita nel 1865 nell'attuale sede. Il nucleo originario si accrebbe per donazioni, soprattutto di opere di maestri piemontesi, e per acquisti mirati a colmare le lacune nel settore degli italiani. Ai lavori di riordinamento delle sale compiuti alla fine dell'800 seguirono quelli più radicali di ristrutturazione del 1952-59. Il riallestimento in corso dell'intera Galleria ha riguardato per ora la sezione dei dipinti fiamminghi e olandesi e le collezioni dinastiche da Emanuele Filiberto a Carlo Felice. La visita inizia con il settore dei dipinti italiani. Nelle prime sale sono opere di scuola toscana: Beato Angelico, Madonna col Bambino; Antonio e Piero del Pollaiolo, L'arcangelo Raffaele e Tobiolo; Lorenzo di Credi, Madonna col Bambino; Franciabigio, Annunciazione; Filippino Lippi, I tre arcangeli e Tobiolo. Seguono le sale dedicate al Manierismo (Bronzino, Ritratto di gentildonna; Daniele da Volterra, S. Giovanni Battista decollato), alla scuola lombarda (Bergognone, Predicazione di S. Ambrogio, Consacrazione di S. Agostino) e alla scuola veneta (Giovanni Bellini, Madonna col Bambino; Schiavone, Madonna col Bambino; Giovanni Gerolamo Savoldo, Adorazione dei pastori). Nella sezione della scuola fiamminga figurano due capolavori: Jan van Eyck, Stimmate di S. Francesco, e Hans Memling, Passione di Cristo. Segue il settore dedicato alle collezioni del principe Eugenio di Savoia-Soissons e di pittura fiamminga e olandese, tra le più importanti esistenti in Italia. La quadreria del principe Eugenio, già al Belvedere di Vienna, venne acquistata da Carlo Emanuele III nel 1741. Tra i quadri di scuola italiana sono S. Giovanni Battista e Lucrezia di Guido Reni. Per i pittori fiamminghi e olandesi si segnalano: Paulus Potter, I quattro tori; Gerard Dou, Giovane olandese alla finestra, 1662; Frans van Mieris il Vecchio, Il suonatore di ghironda e Autoritratto, 1659; Anthonie Sallaert, Processione delle fanciulle del Sablon a Bruxelles, e ancora scene di David Teniers il Giovane, diverse opere di Jan Bruegel dei Velluti, paesaggi di Jan Griffier, nature morte di Jan Davidsz de Heem, Cornelis de Heem e Abraham Mignom Tra le acquisizioni di Carlo Emanuele III: Pieter Saenredam, Interno di S. Odulfo ad Assendelft; Salomon Koninck, Ritratto di un rabbino: tra quelle della Regia Pinacoteca il Ritratto di vecchio di Rembrandt van Rijn. Nella galleria le dieci Battaglie di Jan Huchtenburg rappresentano le imprese militari del principe Eugenio, effigiato nel ritratto equestre di Jacob van Schuppen. La sezione della pittura piemontese comprende una Madonna col Bambino di Barnaba da Modena, un prezioso trittico di Jacques Iverny e, per i piemontesi operanti tra XV e XVI secolo, opere di Giovanni Martino Spanzotti (Madonna col Bambino e santi), Defendente Ferrari, Giuseppe Giovenone il Vecchio, Gerolamo Giovenone, Macrino d'Alba, Pietro Grammorseo (Battesimo di Cristo, 1523). Tra i pittori piemontesi del '500: il caposcuola Gaudenzio Ferrari (Crocifissione) e Bernardino Lanino (Madonna col Bambino e santi, 1534).
Museo nazionale del Risorgimento italiano
Istituito nel 1878, fu trasferito nell'attuale sede nel 1935. In 27 sale del piano nobile del palazzo, illustra il processo di unificazione dalla battaglia di Torino del 1706 alla seconda guerra mondiale attraverso dipinti, statue, libri, documenti, stampe, fotografie, cimeli, armi, bandiere, divise. Nella settima sala sono esposti cimeli di Silvio Pellico, di cui è ricostruita la cella allo Spielberg con la porta autentica; nella tredicesima sala è allestita, con l'arredo originario, la stanza in cui Carlo Alberto morì a Oporto. Nell'ellittica aula del Parlamento subalpino, che ospitò la Camera dei Deputati del regno di Sardegna dal 1848 al 1860, coccarde tricolori contrassegnano i seggi di Garibaldi, Gioberti, D'Azeglio, Balbo e Cavour. Nella 20-21esima sala sono da ammirare le 108 tempere di Carlo Bossoli con scene della seconda guerra d'indipendenza. Nell'aula del Parlamento italiano (ventiseiesima sala), terminata nel 1871 dopo il trasferimento della capitale e perciò mai utilizzata, sono esposte 172 bandiere relative al movimento operaio. La visita si conclude con la Galleria della Resistenza (ventisettesima sala), dove sono conservati documenti inerenti l'antifascismo.
Museo nazionale dell'Automobile "Carlo Biscaretti di Ruffia"
Il museo è allestito nell'edificio costruito appositamente da Amedeo Albertini nel 1960 e che ripercorre la storia dell'autolocomozione dalle origini ai giorni nostri. Al piano terreno si può seguire l'evoluzione del pneumatico, al primo piano sono esposte le vetture ordinate cronologicamente e le carrozzerie e al secondo piano è stata allestita la sezione sportiva. I primordi dell'automobilismo sono illustrati da modelli di macchine con propulsione a vento e a vapore e da vetture di produzione italiana. Da segnalare la vettura a vapore Bordino, costruita a Torino nel 1854, il triciclo a vapore di Enrico Pecori (1891), la vettura Bernardi (1896), la vettura Fiat 1901 e la mitica Itala 1907, che vinse la gara Pechino-Parigi (1907, 16 000 km in 44 giorni); e ancora l'autotelaio Lancia "Lambda" (1923), il coupé de ville Isotta Fraschini 8A (1929) e la Cisitalia 202 (1948). Per la produzione estera, ben documentata, degne di nota la Ford T (1916) e la Rolls-Royce "Silver Ghost" (1914).

LA TRAGEDIA DI SUPERGA

Il 4 maggio 1949, di ritorno da una partita vittoriosa a Lisbona, l'aereo che riportava i calciatori del Torino in patria, causa forse principale le avverse condizioni atmosferiche, si schiantò contro la base del muraglione posteriore del complesso della Basilica. Morirono nella sciagura 31 persone: tutta la grande squadra granata (titolari e riserve) i sei accompagnatori e l'equipaggio.

LA FIAT

Sigla di Fabbrica Italiana Automobili Torino, società fondata nel 1899 da alcuni industriali, tra cui G. Agnelli. Avviata la fabbricazione in serie di autoveicoli, sviluppò notevolmente la sua capacità produttiva nel corso della prima guerra mondiale. Successivamente estese la produzione ai settori ferroviario, aeronautico e navale, alle macchine per l'edilizia e per l'agricoltura e anche ai settori elettronico e nucleare. In numerosi Paesi sono costruite o montate auto su licenza FIAT. è stata una delle prime aziende italiane a stipulare accordi con l'Unione Sovietica, che portarono alla costruzione dello stabilimento di Togliattigrad, e con la Polonia per la produzione della 126. Nel 1967 la FIAT ha incorporato l'Autobianchi e la OM; nel 1969 ha acquistato il capitale sociale della Lancia S.p.A. e una partecipazione del 50% nel capitale della Ferrari diventata maggioritaria nel 1988; nel 1971 ha acquistato l'Abarth. Nel 1986 ha acquistato dall'IRI, dopo un'aspra battaglia con la Ford, l'Alfa Romeo, confluita poi nella nuova società Alfa-Lancia. Dalla collaborazione FIAT-IRI è nata anche la Società Grandi Motori Trieste che ha visto concentrate le produzioni di grandi motori Diesel. Dal 1978 la FIAT è stata trasformata in una holding. Le società controllate e collegate, oltre un migliaio, operanti in circa 60 Paesi, sono organizzate in 15 settori di attività tra cui spicca quello degli autoveicoli, il cui costante sviluppo è stato scandito dalla progressiva incorporazione di altre società automobilistiche. Essa è stata presente, fino al 2003, nel settore aeronautico con la FIAT Avio. Attraverso l'Impresit (costituita nel 1929) FIAT ha partecipato alla realizzazione di grandi opere infrastrutturali sia all'estero (dighe di Kariba nello Zimbabwe, di Akosombo nel Ghana, del Mantaro in Perù), sia in Italia, dove ha esteso il proprio impegno nel campo della salvaguardia ambientale e dei beni culturali. Ha preso parte al salvataggio dei templi di Abu Simbel e alla costruzione del ponte sul Paraná in Argentina. Nel 1989 dalla fusione di Impresit e Cogefar S.p.A. è nata la Cogefarimpresit. FIAT è inoltre presente nel campo assicurativo, mobiliare, alimentare e dei servizi finanziari. Possiede, infatti, partecipazioni rilevanti nella Galbani e nella Star, controlla la Rinascente e, attraverso Gemina, il gruppo Rizzoli-Corriere della Sera. Nel corso del 1994, sono stati messi a regime i nuovi stabilimenti di Melfi (Potenza) e di Pratola Serra (Avellino). Gli sforzi del gruppo in questi anni sono prevalentemente legati alla ricerca di una efficienza sui costi sia di prodotto sia di struttura e a una maggiore apertura ai mercati dell'America Latina. Nel 1995 è stata conclusa una joint venture con la statunitense Chrysler per la produzione di jeep. Nel 1997 la FIAT ferroviaria e la francese Lohr hanno firmato un accordo per lo sviluppo delle loro attività nel settore dei trasporti urbani. Nello stesso anno il 50% della Maserati, società già detenuta interamente dalla FIAT Auto, è stato trasferito alla Ferrari, anch'essa appartenente al gruppo FIAT Auto. Nel 1998 Iveco e Renault hanno costituito un gruppo per la produzione di autobus. Nel 1999 la FIAT S.p.A. ha tentato accordi con diverse società asiatiche e ha concluso una joint venture con la Mitsubishi, per la produzione di un nuovo fuoristrada da città. Nel 2000 è stato concluso un accordo di collaborazione con la General Motors per il settore auto, poi revocato nel 2005. Nel 2001, con la francese Electricité de France (EdF), ha lanciato con successo un'Offerta Pubblica di Acquisto (OPA) nei confronti del gruppo Montedison. Nel 2002 l'azienda si è trovata ad affrontare una grossa crisi produttiva, legata all'andamento del settore auto. Nel 2005 ha acquisito nuovamente la Maserati.

SACRA SINDONE

La Sacra Sindone è il lenzuolo che, secondo la tradizione, avrebbe avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione. Non si hanno notizie certe della sua presenza nel periodo precedente al Medioevo. Venne portato a Torino, dopo numerose peregrinazioni, dai cavalieri Templari quando venne perso il controllo della Terrasanta (uno dei primi documenti che ne fa menzione risale al 1389). Attualmente il "sacro lino" si trova nel Duomo di Torino, luogo nel quale venne portato dal 1578, dopo esser scampato all'incendio di Chambery e minuziosamente riparato dalle monache nei punti danneggiati. Ora viene custodito all'interno di una teca climatizzata e protetta. Periodicamente vengono organizzate le "ostensioni", durante le quali, per un periodo, la tela vene distesa ed esposta al pubblico all'interno del Duomo. Alcuni anni fa un incendio minacciò il telo, ma il contenitore venne prontamente portato in salvo dai Vigili del Fuoco e non subì danni. Innumerevoli equipes di studiosi e scienziati da tutto il mondo hanno effettuato ogni genere di saggi, ed una recente datazione al carbonio 14 ha fatto risalire il tessuto al XIV secolo; la Sindone pertanto non sarebbe originale, anche se rimane un simbolo importante per la fede cristiana.

Alessandria

(90.672 ab.). La città di Alessandria sorge in territorio pianeggiante non lontano dalla confluenza dei fiumi Tanaro e Bormida. È un importante mercato agricolo (vini, ortaggi, legumi, cereali) e un attivo centro commerciale. Le principali attività industriali sono la fabbricazione dei cappelli di feltro (Borsalino) e le industrie alimentari, meccaniche, siderurgiche, tessili, chimiche, poligrafiche e cartarie. STORIA. Fondata nel 1168 in un punto-chiave per il controllo dell'area Sud-orientale della Pianura padana, fu piazzaforte militare strategica fino al secolo XIX. Questo ruolo ha condizionato lo sviluppo urbanistico, ostacolando la conservazione dei monumenti antichi: quasi del tutto scomparsi gli edifici medioevali, ben più rappresentato è il '700, secolo che conferì un volto nuovo alla città, come testimoniano numerosi edifici barocchi e la Cittadella militare, edificata nel 1726-28 per volere di Vittorio Amedeo II (la sua costruzione costò la perdita dell'antico sobborgo di Borgoglio, preesistente alla fondazione della città). Alessandria nacque dall'unione dei quattro borghi rurali di Rovereto, Borgoglio, Marengo e Gamondio; la sua fondazione fu promossa dalla Lega lombarda come avamposto per contrastare l'egemonia sulla regione dell'imperatore Federico Barbarossa (uno dei suoi avversari più tenaci era papa Alessandro III: da qui il nome della città). Nel 1174-15 Alessandria resistette con successo all'assedio delle truppe imperiali e negli anni successivi acquisì crescente influenza politica ed economica. Nel '200, ormai divenuta un potente Comune con mire egemoniche sul territorio circostante, entrò in conflitto con i marchesi di Monferrato e con le città di Asti e Pavia. Legata da sempre alla Lombardia (non solo politicamente, ma anche culturalmente), passò nel 1348 sotto il dominio dei Visconti, seguendo le sorti politiche del ducato di Milano fino al 1524; fu quindi dominata dagli Spagnoli per oltre un secolo e mezzo e nel 1707 passò ai Savoia. Dopo la battaglia di Marengo appartenne alla Francia napoleonica (1800) e ritornò ai Savoia dopo il Congresso di Vienna (1814). Importante piazzaforte nel secolo XIX, ebbe un ruolo di rilievo nei moti liberali del 1821 e nella cospirazione mazziniana del 1833. ARTE. In comune con Torino e buona parte delle città piemontesi Alessandria ha un assetto urbanistico piuttosto regolare, caratterizzato da ampie piazze, alcune porticate come la piazza Garibaldi, e belle vie su cui prospettano imponenti palazzi con cortili interni. La neoclassica Cattedrale è stata costruita nel 1805 sui resti di un antico edificio romanico, distrutto durante l'occupazione napoleonica. Sul lato sinistro l'alto campanile, in cui si fondono stili architettonici diversi, si deve ad un disegno di G. Boidi Trotti. Nell'abside è collocata una pala cinquecentesca di Callisto Piazza da Lodi. Interessanti sono anche le chiese di Santa Maria di Castello, risalente all'XI sec. e restaurata nel XIV, con portale del Rinascimento; di Santa Maria del Carmine (XIV sec.), in stile gotico-lombardo e di Sant'Alessandro, settecentesca, con pregevole coro intagliato e confessionali rococò. Attuale sede della Prefettura è Palazzo Ghilini (1733), opera di Benedetto Alfieri in severe forme barocche, a due ordini, con bell'atrio d'ingresso. Meritano una visita anche il Palazzo municipale (1775-1824) eretto da G. Caselli e modificato nel 1826 con l'aggiunta di un frontone in facciata su cui spicca un singolare orologio a tre quadranti sormontato da una campana in ferro battuto, con un piccolo gallo (rapito secondo la tradizione ai casalesi nel 1719); il Palazzo Cuttica di Cassine; il Palazzo Inviziati, sede vescovile; il Museo Civico e la Pinacoteca. In quest'ultima sono conservati dipinti di scuola piemontese dal XV sec. ai giorni nostri, tra cui si segnalano, in particolare, quelli di Angelo Morbelli, nativo di Alessandria (1853-1919), Pellizza da Volpedo e Giovanni Migliara, anch'egli originario di Alessandria (1785-1837). LA PROVINCIA. La provincia di Alessandria (431.988 ab.; 3.560 kmq) si estende su un territorio comprendente parte dell'Appennino ligure e del Monferrato e la zona pianeggiante alla destra del Po. Principale risorsa è l'agricoltura con produzione di cereali, vini tipici e riso. Diffuso è l'allevamento dei bovini. I più importanti centri industriali sono Acqui, Casale Monferrato, Novi Ligure, Ovada, Tortona, Valenza (rinomata per le oreficerie).

Il centro di Alessandria

Asti

(73.311 ab.). La città di Asti sorge su un colle (123 m s/m.) nella valle del Tanaro. È un importante centro agricolo (vigneti, frutteti, ortaggi), commerciale e industriale. Industria principale e rinomata è quella dei vini, ma non mancano altre attività industriali (setifici, linifici, industrie del legno, del vetro, del sughero e dei concimi chimici). STORIA. Il municipio romano di Asti (Hasta Pompeia) divenne un importante ducato durante la dominazione longobarda e sotto i Franchi fu nominato contea. Nel XII sec. si diede un ordinamento comunale e aderì alla Lega Lombarda contro Federico Barbarossa che la distrusse (1155). In seguito la città si assoggettò all'imperatore che ne riconobbe l'autonomia comunale. Iniziò per Asti un periodo di prosperità economica che durò fino al XIII sec. e le permise di diventare il Comune più potente del Piemonte. Il declino iniziò nel XIV sec. e a capo della città si succedettero varie signorie (Savoia, Angiò, Visconti, i duchi di Orléans, Sforza). Nel 1529 Carlo V la cedette a Beatrice del Portogallo, moglie di Carlo III di Savoia. Asti entrò a far parte dello Stato sabaudo nel 1575 e ne seguì le vicende storiche con la sola interruzione dovuta all'annessione alla Francia dal 1799 al 1814. ARTE. Delle numerose torri (circa 120, secondo la tradizione) che conferivano un inconfondibile aspetto alla città durante l'età comunale oggi ne restano ben poche, tra cui ricordiamo la Comentina, la Troyana, la Rossa (XI sec.) e quella più recente (XIV sec.) dei De Regibus. Nel centro storico le antiche strutture di portici, palazzi e cortili medievali sono ritornate o stanno ritornando alla luce grazie all'intelligente opera di recupero e di restauro, intrapresa dall'amministrazione cittadina. La pregevole Cattedrale gotica, in cotto, risale al XIV sec. ed è stata rimaneggiata nella parte absidale durante il XVIII sec., epoca cui data anche il complesso di decorazioni ed affreschi interni. Nel chiostro annesso alla Cattedrale si possono visitare i resti dell'antica chiesa di S. Giovanni del VII sec., oggi interrata. Sotterranea è anche la suggestiva cripta unica parte superstite della basilica di Sant'Anastasio, costruzione originaria dell'VIII sec., successivamente ingrandita nel XII sec. e distrutta nel 1907. A San Secondo patrono di Asti è dedicata l'omonima chiesa gotica la cui facciata fu terminata nel 1462: nell'interno sono da citare gli stalli del coro e gli armadi della sagrestia, bell'esempio d'arte barocca, oltre ad un polittico di Gandolfino d'Asti. La cripta sotto l'altar maggiore si fa risalire al VI-VII sec. e custodisce il corpo di San Secondo. Tra i più celebri monumenti religiosi astigiani si annovera inoltre il battistero di S. Pietro (XII sec.), detto anche La Rotonda, capolavoro del romanico piemontese, a pianta ottagonale. Dal battistero si accede alla chiesa gotica quattrocentesca del Santo Sepolcro, attuale San Pietro in Consavia, notevole per il fregio in cotto intorno alle finestre e l'altare ricavato da un bassorilievo marmoreo del XIV sec. Il palazzo in cui nacque il più grande tragediografo italiano, Vittorio Alfieri, ospita la Biblioteca Civica, il Museo Storico e il Centro Nazionale di Studi Alfieriani. Nel Palazzo Mazzetti di Bellino (ristrutturato nel XVIII sec. dall'architetto Benedetto Alfieri) sono collocati la Pinacoteca Civica, ricca di collezioni pittoriche e d'arte minore e il Museo del Risorgimento. All'Alfieri spetta anche il grandioso e severo Palazzo del Seminario. LA PROVINCIA. La provincia di Asti (210.238 ab., 1.511 kmq) occupa il territorio collinare del Monferrato compreso tra il Tanaro e il Po. Coltura principale è quella della vite che alimenta l'industria enologica (produzione di vini tipici quali Moscato, Barolo, Barbera, Grignolino, Freisa, Brachetto, Dolcetto). Altri prodotti dell'agricoltura sono ortaggi, frutta e foraggi. Diffuso è l'allevamento bovino. Industrie importanti sono quelle metallurgiche e vetrarie. Fra i centri principali ricordiamo: Canella, Nizza Monferrato, San Damiano.

Il centro di Asti

Biella

(47.465 ab.). La città di Biella, divenuta capoluogo di provincia dal 1991, è situata a 420 m s/m. allo sbocco in pianura della valle del Cervo. È un importante centro tessile in particolare per la lavorazione della lana che viene importata dall'Australia, dalla Nuova Zelanda e dall'America Latina. STORIA. È la medievale Bugella già importante centro romano di origine celtica. Dall'882 feudo dei vescovi di Vercelli, nel 1245 divenne un libero Comune. Nel 1357 dal dominio dei Fieschi passò nelle mani dei Visconti. Nel 1379 accettò la Signoria dei Savoia ai quali in seguito restò sempre legata. ARTE. La città di Biella si articola su due nuclei principali: Biella Piazzo, situata a 475 m e Biella Piano, situata sulla destra del fiume Cervo in pianura. Mentre la prima conserva i caratteri della città medievale per l'impossibilità di espandersi, la seconda, pur conservando alcuni monumenti di rilievo come il battistero preromanico in ciotoli e cotto, ha assunto un aspetto moderno. Sulla sinistra del Cervo sorge inoltre un terzo quartiere: Chiavazza. LA PROVINCIA. La provincia di Biella (189.529 ab.; 913 kmq) comprende 83 comuni e con le sue 2000 imprese tessili copre circa il 30% del territorio nazionale. In funzione di questa attività si sono sviluppati altri settori industriali come quello meccanico-tessile e chimico. Tra i centri principali ricordiamo: Cossato e Vigliano Biellese.

Biella: il Duomo

Cuneo

(54.696 ab.). La città di Cuneo è situata a 534 m s/m., su una terrazza a forma di cuneo all'incontro dei fiumi Stura e Gesso. È un importante centro agricolo (produzione di castagne, vino, frutta, allevamento del bestiame), commerciale e industriale (industrie casearie, tessili, metalmeccaniche, dei pneumatici, della carta e dei laterizi). STORIA. Le origini di Cuneo sembrano risalire ad una ribellione contadina dell'XI sec. Ribellatisi ai signori della zona, i contadini si rifugiarono nel territorio delimitato dalla confluenza della Stura e del Gesso e qui fondarono un centro che nel 1198 divenne libero Comune e rimase indipendente fino alla seconda metà del XIII sec. In seguito la città fu sottoposta a varie dominazioni (Angioini, Marchesi di Saluzzo, Conti di Provenza, Visconti) finché non si sottomise volontariamente ai Savoia (1382). Alla fine del XVIII sec. cadde in mano dell'esercito napoleonico e dopo la battaglia di Marengo fece parte dei territori francesi fino alla Restaurazione (1814) quando ritornò ai Savoia. ARTE. Vista dall'alto Cuneo rivela con chiarezza il motivo del suo nome, dovuto alla posizione dell'abitato su di una terrazza che si incastona a punta nella confluenza dei fiumi Gesso e Stura. Le origini romane sono documentate dalla presenza del decumano che taglia in due settori distinti buona parte della città. Dalla principale via Roma, lungo cui si allineano tipici portici ogivali, si giunge all'imponente piazza Galimberti, non lontano dalla Cattedrale cittadina. Eretto nel XII sec., l'edificio venne ricostruito nel 1662 dopo essere stato distrutto durante gli assedi francesi; presenta una facciata neoclassica (1865) e custodisce all'interno un fonte battesimale del XV sec. Risalente al 1227 la chiesa di S. Francesco, in stile romanico gotico, con fronte quattrocentesca e portale in marmo del 1481. La costruzione sacra subì varie trasformazioni nel corso dei secoli che la videro divenire un mercato (1793), successivamente un deposito militare (1858) e infine un magazzino del Comune. Tra le altre chiese, interessanti sono quelle barocche di S. Ambrogio (1703-43), S. Chiara (1719) e S. Croce (1712) con facciata concava e timpano ricurvo, tutte opere dell'architetto F. Gallo. Nel Museo Civico di Palazzo Audifreddi si conservano importanti reperti preistorici, raccolte storico-artistiche e del folclore locale. A conclusione della visita della città, un giro lungo i viali alberati che si snodano sui cosiddetti baluardi eretti a difesa di Cuneo permette di godere un bel panorama del paesaggio circostante. LA PROVINCIA. La provincia di Cuneo (555.444 ab., 6.903 kmq) comprende il territorio piemontese situato fra il Monferrato e il confine francese. Risorsa principale è l'agricoltura che produce foraggi, castagne, frutta, vini tipici (Barbaresco, Nebbiolo, Barolo), canapa, granoturco e ortaggi. Importante produzione della zona di Alba è il tartufo. Diffuso è l'allevamento ovino e bovino. Sul patrimonio agricolo si fondano industrie alimentari ed enologiche. Altre industrie sono quelle tessili, meccaniche, conciarie, chimiche, della carta, del legno, del vetro e delle ceramiche. Fra i centri principali ricordiamo Alba, Bra, Fossano, Mondovì, Saluzzo, Savigliano.

Il centro di Cuneo

LANGHE E MONFERRATO

Le Langhe sono piccole catene montuose situate nella zona centro-meridionale del Piemonte. Originatesi, come le colline del Monferrato, dal sollevamento e dal corrugamento del fondo marino, sono costituite da terreni impermeabili che sono poi stati erosi con facilità dal Tanaro e dai suoi affluenti. Il paesaggio che ne deriva è assai vario: vi si trovano dorsali (in dialetto langa è sinonimo di cresta) dalle scarpate alte e franose e valli strette e pittoresche nelle Alte Langhe; colline tondeggianti e forme più morbide nelle Basse Langhe, in prossimità della città di Alba. Nel Monferrato le fragili colline sono costituite di sabbie marnose, calcaree e giallastre con terreni fragili e vulnerabili all'erosione. I centri, numerosi, sono dominati dai resti di antichi castelli feudali, situati sulla sommità dei colli. I centri più importanti sorgono nel fondo vallivo, lungo il quale corrono diverse vie di comunicazione. Il paesaggio agrario e le risorse economiche differiscono nelle Alte o Basse Langhe e nel Monferrato. Nelle Alte Langhe le aziende agricole sono ampie, ma a basso reddito, poiché la coltura della vite (dolcetto) è in riduzione; diffusa la coltura di cereali e zone a pascolo per l'allevamento di ovini da lana e da latte, attiva la produzione casearia. L'introduzione di noccioleti nei dintorni di Alba (dove si è sviluppata l'industria dolciaria) ha dato buone produzioni. Differente il paesaggio della Bassa Langa e del Monferrato: come coltura i vigneti specializzati, con filari a spalliera, che producono alcune fra le qualità più pregiate di vini piemontesi: barbaresco, nebiolo, barolo, barbera (soprattutto nel Monferrato) dolcetto e moscato. Nella zona collinare sulla riva sinistra del Tanaro, la coltura del pesco è importante e diffusa. In pianura si è andata diffondendo la pioppicoltura e dovunque è attivo l'allevamento di bestiame da carne.

 

Novara

(102.289 ab.). La città di Novara sorge presso il confine tra il Piemonte e la Lombardia e, grazie alla sua posizione geografica, è un primario nodo stradale e ferroviario. È un importante mercato cerealicolo ed un centro agricolo, commerciale e industriale (industrie metalmeccaniche, elettromeccaniche, meccaniche, tessili, chimiche, dell'abbigliamento, dolciarie). STORIA. La città ligure-gallica di Novara fu sotto i Romani un prospero centro commerciale. Divenuta capoluogo della contea omonima nel X sec., nell'XI sec. si diede un ordinamento comunale. A causa delle lotte con Vercelli e per difendersi da Pavia, si assoggettò al ducato di Milano sotto cui rimase fino all'occupazione francese del 1495. Ceduta per un breve periodo agli Sforza (1495-1499) ritornò ai Francesi e venne coinvolta nelle lotte fra Francia e Spagna. Nel 1538 venne assegnata a Pier Luigi Farnese. Nel XVIII sec., dopo alterne vicende passò ai Savoia che la perdettero alla fine del secolo durante la Campagna d'Italia di Napoleone. Con la Restaurazione ritornò allo Stato sardo. Con la battaglia di Novara si concluse la I guerra di Indipendenza italiana (1849) che vide l'abdicazione di Carlo Alberto in favore di Vittorio Emanuele II. ARTE. Città dal volto prevalentemente neoclassico, Novara deve alcuni dei suoi monumenti più tipici il Duomo e la chiesa di S. Gaudenzio allo stesso architetto, A. Antonelli, che edificò la Mole di Torino. Il primo è un edificio costruito sul luogo di una chiesa d'età paleocristiana (seconda metà del V sec.) di cui resta solo il battistero, a pianta ottagonale con nicchie decorate da affreschi (scene dell'Apocalisse) del X sec., emersi in seguito ad un recente restauro. La parte superiore fu modificata in epoca romanica con l'aggiunta di una cupola impostata su un alto tiburio. Il rimaneggiamento del battistero si colloca nel quadro di un più generale piano di ricostruzione del Duomo, consacrato nel 1132. Di questa fabbrica romanica, totalmente riedificata nell'800, sono documenti superstiti l'atrio-nartece, il campanile e l'oratorio di S. Siro, con preziosi affreschi del XIII-XIV sec. Il Chiostro della Canonica (X sec., modificato nel '400) ospita un Museo Lapidario Archeologico (marmi e reperti romani, paleocristiani e medievali). S. Gaudenzio, iniziata nel 1577 su progetto di P. Tibaldi, fu completata nel 1888 con la cupola antonelliana alta 121 m, notevole per l'audacia strutturale e la novità delle soluzioni tecniche adottate. Nell'interno della chiesa affreschi di Tanzio da Varallo nella Cappella dell'Angelo Custode, tela del Morazzone (Giudizio Universale), polittico di San Gaudenzio (1514-16), opera di Gaudenzio Ferrari, Cappella-scurolo dedicata a S. Gaudenzio, in fastoso stile barocco (16731711). L'elegante Broletto riunisce i principali edifici pubblici della Novara medievale: l'Arengo o Palazzo del Comune (XIII sec.), il Palazzo del Podestà (XIV-XVI sec.), l'edificio di Referendaria (XV-XVI sec.), il Palazzo dei Paratici (XIII sec.), con portico e loggia settecenteschi. Tra i musei ricordiamo la Galleria d'Arte Moderna, ospitata nel palazzetto dei Paratici, (pittori italiani dei secc. XIX e XX, tra cui Fattori, Lega, Ranzoni); il Museo Civico, nella stessa sede della Galleria, con raccolte di dipinti e oggetti d'arte dal '300 al '700 (opere di Antonello da Messina, G. Ferrari e Tanzio da Varallo). LA PROVINCIA. La provincia di Novara (342.460 ab.; 1.339 kmq) si estende dalle Alpi (massiccio del Monte Rosa) alla Pianura Padana, al confine con la Lomellina. Notevole è l'agricoltura che produce cereali, frutta, vino; diffuso è l'allevamento del bestiame. Importanti sono le industrie tessili, chimiche, grafiche, alimentari e metallurgiche. Il turismo è diffuso nelle località della Val d'Ossola e del Lago Maggiore. Fra i centri principali ricordiamo Arona, Borgomanero, Galliate, Oleggio.

Novara: Piazza della Repubblica

Verbania

(30.307 ab.). La città di Verbania, diventata capoluogo di provincia nel 1991, dista 70 km da Novara ed è situata sulla sponda occidentale del Lago Maggiore (Verbano), da cui il nome. È formata dalla fusione di Intra e Pallanza, situate rispettivamente a Est e a Ovest della punta di Castagnola. Intra è il maggiore scalo commerciale del lago ed è un notevole centro industriale (tessile e dolciario) e turistico. È collegata con Laveno, sulla sponda lombarda, grazie a un regolare servizio di traghetti. Pallanza si trova di fronte alle Isole Borromeo, sotto il massiccio del Mottarone. Per il suo clima mite e per la bellezza della posizione, è frequentata stazione di villeggiatura invernale ed estiva. Fra i palazzi e monumenti degni di nota segnaliamo l'antico Palazzo del Pretorio, la chiesa di San Leonardo (XVI sec.), il Mausoleo a Cadorna, il settecentesco Palazzo Dugnani, del 1700, ora sede del Museo storico del Verbano e del Museo del Paesaggio e Villa Taranto. Famosissimo è inoltre il Parco botanico nazionale, aperto al pubblico, ricchissimo di piante esotiche. LA PROVINCIA. La provincia di Verbania (161.016 ab.; 2.255 kmq) consta di 77 comuni e comprende la sponda occidentale del Lago Maggiore e il Lago d'Orta. Tra i centri principali, Cannobbio, Baveno e Stresa.

ISOLE BORROMEO

Le Isole Borromeo si trovano presso la riva occidentale del Lago Maggiore; fanno parte del territorio comunale di Stresa, in provincia di Verbania. Comprendono quattro isole di diversa estensione, che ospitano complessivamente poche centinaia di abitanti. La più estesa, l'Isola Madre, ospita un giardino botanico; la più famosa, l'Isola Bella, rappresenta uno dei più tipici esempi di giardino all'italiana; l'Isola dei Pescatori dove si trova un antico villaggio di pescatori ed infine, coperto da una ricchissima vegetazione, l'isolino di San Giovanni, la più piccola delle quattro isole. Le Isole Borromeo costituiscono, senza dubbio, una delle più note attrazioni dell'Italia Settentrionale sia dal punto di vista paesaggistico che per motivi di carattere culturale. Nell'Isola Bella, un tempo brulla e trasformata nel XVII sec. in uno splendido giardino all'italiana dal conte Carlo Borromeo, sono di particolare interesse il Palazzo Borromeo e la Pinacoteca. Il Palazzo Borromeo, costruito a partire dal 1630 circa è opera di numerosi architetti; prospiciente al lago conserva al suo interno mobili raffinati, una collezione di armi e una di arazzi. La Pinacoteca ospita dipinti rinascimentali di Boltraffio, Bramantino, Bergognone, Gaudenzio Ferrari e opere di pittori del '600-'700 tra cui Van Dick, Tempesta e Tiepolo. Sotto il palazzo, meta di visitatori, è l'appartamento originalissimo formato da grotte di tufo naturalmente ornate da incrostazioni di marmo, stalattiti, conchiglie e pavimenti di mosaico, in una scenografia di giochi d'acqua.

Veduta del Lago Maggiore

Panorama dell'Isola Bella, sul Lago Maggiore

Vercelli

(47.926 ab.). La città di Vercelli è situata sulla destra del fiume Sesia. È un importante centro agricolo e commerciale ed è uno dei principali mercati risieri europei. Le industrie principali sono quelle tessili, chimiche, meccaniche, alimentari e della carta. STORIA. Vercellae fu fondata dai Libici, una popolazione celto-ligure, e in seguito divenne municipio romano. Nel XII sec. si diede un ordinamento comunale e fu centro delle lotte fra Guelfi e Ghibellini. Nel 1427 entrò a far parte degli Stati sabaudi. Occupata dai Francesi, nel 1798, venne restituita ai Savoia dal Congresso di Vienna (1814) e seguì le vicende storiche del Regno di Sardegna. ARTE. Scarse tracce rimangono dello splendido passato artistico e architettonico della romana Vercellae se non resti di statue, mosaici iscrizioni e soprattutto splendidi esemplari di vetrerie (anfore, coppe) conservati nel Museo Leone. Da Piazza Cavour, cuore del centro storico, si inizia la visita alla città, recandosi innanzitutto al principale monumento di Vercelli, la basilica di Sant'Andrea (1219-1227 circa). Celebre opera di forme cistercensi presenta, insieme ai ricordi del settentrione francese, anche le persistenze della tradizione romanico-padana (doppio ordine di loggette e facciata a capanna). Nell'interno, caratterizzato dagli slanciati pilastri polistili, si trova il monumento sepolcrale dell'abate Tommaso Gallo, decorato con affreschi gotici. All'Antelami e alla sua scuola appartengono i bassorilievi nelle lunette dei portali (Martirio di Sant'Andrea). Il campanile a torre, poggiato sull'alto tiburio, è del 1407. Del coevo complesso abbaziale, fondato dal cardinale Bicchieri, rimangono il chiostro rettangolare cistercense, annesso alla basilica, la sala capitolare e la sagrestia con volte costolonate. Notevole è anche il Duomo, dedicato a Sant'Eusebio, progettato da P. Tibaldi nel 1572 e profondamente rimaneggiato nel XVIII sec. e il campanile romanico (XII sec.). Lo Juvarra ha disegnato la Cappella interna del Beato Amedeo di Savoia (1723) in stile rococò mentre spetta al suo seguace B. Alfieri la facciata, d'impronta classicheggiante. Begli affreschi del pittore Guadenzio Ferrari (nativo di Valduggia in provincia di Vercelli) raffiguranti Storie della Maddalena e Storie della Vergine si ammirano nella chiesa di S. Cristoforo. Attuale sede del Palazzo di Giustizia è il duecentesco castello, fatto erigere da Matteo Visconti, capitano della città. Dopo essere stato oggetto di vari rimaneggiamenti, alla fine del '400 divenne residenza dei duchi sabaudi. Insieme al Museo Civico Borgogna importante Pinacoteca con opere di scuola piemontese (Gesù in croce, di G. Ferrari), veneta (Deposizione di Tiziano) e fiammingo-tedesca (Madonna di Hans Baldung Grien) dei secc. XIV-XVIII, ricordiamo la Galleria d'Arte Moderna Luigi Sereno e il già citato Museo Leone, con raccolte d'arte medievale e moderna. LA PROVINCIA. La provincia di Vercelli (180.794 ab.; 2.088 kmq) si estende su un territorio compreso fra il Monte Rosa a Nord ed il Po a Sud. La risorsa più importante della provincia è l'agricoltura il cui prodotto principale è il riso. Altri prodotti sono: vino (gattinara), frutta, legumi, castagne, foraggi. Diffuso è l'allevamento di bovini e pollame. Attive sono le industrie (tessili, risiere, meccaniche, edili, della carta, del legno, del mobile). L'industria turistico-alberghiera è sviluppata nelle località di villeggiatura e di sport invernali. Fra i centri principali ricordiamo: Santhià, Gattinara e Varallo.

Facciata della chiesa di S. Andrea a Vercelli

PICCOLO LESSICO

Bagnacauda

Piatto tipico della gastronomia piemontese. La bagnacauda ha origini antichissime, nasce in Provenza, nel buio Medioevo, da operai delle saline che seduti in circolo immergevano nell'intingolo, aglio, acciughe e olio d'oliva, fusi insieme dalla cottura, dei semplici pezzi di pane. Giunta in Piemonte mantenne il rituale del cerchio attorno allo scaldino di terracotta ma sostituì il pane con le nostre verdure: il dolce cardo gobbo di Nizza, i peperoni, i topinambur e molte altre verdure autunnali sia cotte che crude. La Bagna Cauda, inizialmente relegata al mondo contadino, dalla metà del Novecento compare sulle tavole dei ristoranti dove diventa il simbolo della tipicità gastronomica piemontese; resta intatto il rito dello scaldino, anche se da collettivo diventa individuale e resta intatto il simbolo della convivialità e dell'amicizia, quasi un rito sociale in occasione di feste collettive.

Barbera

Il Barbera d'Asti è un vino a DOC dal 1970. Viene prodotto un'ampia area collinosa nelle province di Asti e Alessandria con uve Barbera, a cui il disciplinare di produzione permette un'aggiunta di Freisa, Grignolino e Dolcetto fino ad un massimo del 15%. Questo vino che deve presentare un'alcolicità non inferiore a 12° e un invecchiamento di almeno 4 mesi, è considerato ancora il vino della quotidianità con il quale accompagnare molte specialità alimentari piemontesi. Il Barbera d'Asti si sposa infatti perfettamente con i piatti tipici della cucina piemontese come gli agnolotti al brasato, la bagnacauda le grigliate di carne o il fagiano in casseruola.

Canale Cavour

Canale che congiunge il Po col Ticino. Esce dal Po a Chivasso, passa sopra la Dora Baltea, sotto il torrente Elvo e si getta nel Ticino dopo un corso di 82 km. È notevole per la grandiosità di concezione e l'arditezza di realizzazione.

Giandujotto

Il giandujotto è un cioccolatino a forma di spicchio o barchetta rovesciata, ottenuto impastando cacao, zucchero e le famose nocciole tonde gentili del Piemonte, rinomate per la loro qualità fine e gustosa. Torino divenne la capitale italiana del cioccolato durante i grandi flussi migratori delle comunità di religione protestante succedutisi tra Sette e Ottocento. Le famiglie valdesi di ritorno dal loro esilio in Francia e in Svizzera portarono spesso con sé i segreti dell'arte dolciaria d'Oltralpe e la patente di cioccolatieri. L'industria del cioccolato nacque proprio dalle esperienze di questi pionieri, che introdussero e perfezionarono nuove tecniche di lavorazione e moderni macchinari. Il cioccolato gianduja nacque per caso all'inizio dell'Ottocento, come espediente fortuito dei cioccolatieri torinesi per sopperire alle loro difficoltà nel rifornirsi di cacao, a causa del blocco continentale imposto da Napoleone. Essi iniziarono ad aggiungere in misura variabile nocciole tostate all'impasto di cacao e zucchero. Un'aggiunta ancora clandestina (nocciole e mandorle torrefatte erano considerate sostanze adulteranti) e che iniziò ad essere esplicitamente dichiarata solo all'inizio del Novecento con la divulgazione della ricetta segreta del cioccolato alla nocciola detto "gianduja".

Langhe

Regione collinare del Piemonte meridionale, delimitata a Ovest e a Nord-Ovest dal corso del Tanaro, a Est da quello della Bormida e comprendente le propaggini settentrionali dell'Appennino Ligure. Le colline hanno elevazioni medie di oltre 600 m e sono incise da valli profonde. Diffusa è la coltivazione della vite, da cui si ricavano vini pregiati. Centri principali sono: Alba, Ceva, Cherasco, Dogliani.

Monferrato

Regione storica del Piemonte. È divisa in Alto e Basso Monferrato. Il primo si estende a Sud della strada che congiunge Alessandria a Torino. Il secondo occupa la regione a Nord della medesima strada e comprende la parte settentrionale della provincia di Asti, una parte della provincia di Alessandria e le colline del Po. Il territorio della regione è ondulato e collinare, se si eccettua la zona centrale, una fascia di pianura che si estende da Asti verso Alessandria. Le coltivazioni maggiormente diffuse nella regione sono quelle dei vigneti, dei cereali e di alberi da frutto. Le industrie più importanti sono la metallurgica, l'industria cementiera, gli stabilimenti meccanici e vinicoli.

Vermouth

Nell'anno 1786, proprietario della liquoreria - sita in Torino sotto i portici di piazza della Fiera (ora piazza Castello), angolo via della Palma (ora via Viotti) - era il signor Marendazzo. Aveva come aiutante di bottega il signor Antonio Benedetto Carpano, emigrato in città da Bioglio Biellese, il quale - appena ebbe modo di apprezzare le qualità sopraffine del moscato - si prefisse di ricavarne un vino aromatizzato, addizionandolo ad erbe e spezie, secondo i dettami appresi da certi frati della sua valle nativa. Fu così che nacque il vermouth. La novità piacque così tanto che i Torinesi presero ad affollare la modesta bouvette di piazza Castello, la quale divenne presto - e per quasi 140 anni - il ritrovo più frequentato della città. Un cesto del prodotto fu inviato all'allora regnante Vittorio Amedeo III. Questi lo trovò squisito al punto di disporre la sospensione della produzione del rosolio, fabbricato a corte, e la notizia arrecò ulteriore successo alla nuova bevanda. Il vermouth è prodotto con vino bianco addizionato ad un infuso di erbe e spezie, di oltre 30 tipi diversi, reso amabile con la aggiunta di zucchero ma senza impiego di coloranti. La nascita del "Punt e mes", cioè della versione amara del Vermouth, risale al 1870. Un giorno, nella bottega Carpano, un gruppo di agenti di borsa discuteva sull'andamento della giornata. Uno di questi, nell'intento di ottenere un vermouth corretto con una mezza dose di china, inavvertitamente ordinò un "Punt e mes". Tutti risero, ma tale variante al vermouth classico ottenne rapidamente un indice di gradimento tale da diventare la specialità che ha reso famosa la Casa Carpano nel mondo. Nel secolo XVIII, in Torino ed in altre località del Piemonte, si sviluppò una vera e propria aristocrazia di vermuttieri. A Carpano seguirono Cora, Cinzano, Martini & Rossi, Gancia, Anselmo, Ballor, Calissano, Chazalettes, ecc. ecc., per merito dei quali, in misura e modi diversi, la diffusione del vermouth di Torino divenne internazionale. Il vermouth è ottimo bevuto liscio, o come dissetante allungato con acqua, ma sempre molto freddo. E' pure la componente indispensabile per i più famosi cocktails.

PERSONAGGI CELEBRI

Gianni Agnelli

Industriale italiano (Torino 1921-2003). Nipote di Giovanni, è stato dal 1966 al 1996 presidente del gruppo FIAT, che ha portato a livello d'industria multinazionale, estendendo l'attività a numerosi altri settori imprenditoriali con l'appoggio del gruppo finanziario IFI. Nel 1991 è stato nominato senatore a vita. Presidente onorario della FIAT fino al 2003, è stato impegnato in organismi multinazionali tendenti a favorire le relazioni internazionali.

Vittorio Alfieri

Poeta e drammaturgo (Asti 1749 - Firenze 1803). Nato da nobile famiglia, compì gli studi nella Reale Accademia di Torino, frequentando anche l'università. Tra il 1766 e il 1768 viaggiò per l'Italia e l'Europa. Nel 1777, per non sentirsi più soggetto all'arretrato governo piemontese, donò tutti i propri beni alla sorella Giulia, assicurandosi una pensione annua. Dopo aver compiuto altri viaggi, pose definitivamente la propria residenza a Firenze. Scrisse diciannove tragedie, tra le quali Saul e Mirra, considerate i suoi capolavori. Tra le altre sue opere si ricordano: Della tirannide, scritta nel 1777, che può essere considerata la più indicativa della visione ideale e poetica dello scrittore; Del principe e delle lettere, tre libri composti tra il 1778 e il 1786, che contengono un elogio fervidissimo delle lettere e soprattutto della poesia; e la Vita, che è l'opera più importante degli ultimi anni.

Camillo Benso conte di Cavour

Statista (Torino 1810 - 1861). Nato da una famiglia di antica nobiltà, frequentò l'Accademia Militare di Torino. Abbandonata la carriera militare si dedicò agli studi di storia e di economia. Viaggiò a lungo in Francia, in Svizzera e soprattutto in Inghilterra. Nel 1847 fondò con Cesare Balbo "Il Risorgimento", giornale ispirato ad un liberalismo moderato. Nell'ottobre del 1850 entrò a far parte del ministero D'Azeglio, come ministro per l'Agricoltura, e nel marzo del 1851 assunse anche il ministero delle Finanze. Alle dimissioni del D'Azeglio, Cavour divenne presidente del Consiglio e ministro delle Finanze, iniziando quello che fu chiamato il grande ministero. Concluse trattati con la Francia, il Belgio, l'Inghilterra; riordinò il sistema finanziario e rinnovò l'esercito piemontese; ma soprattutto pose per la prima volta sul piano internazionale la questione dell'indipendenza italiana. Nel luglio del 1858 Cavour si incontrò a Plombières con Napoleone III e gettò le basi per un'alleanza franco-piemontese, che avrebbe permesso al Piemonte la conquista del Lombardo-Veneto in una guerra contro l'Austria. Dal congresso scaturì infatti la guerra del 1859 che diede la Lombardia al Regno dei Savoia e che provocò un vasto movimento rivoluzionario nell'Italia centrale. L'armistizio di Villafranca però costrinse alle dimissioni Cavour. Gli successe il ministero Rattazzi-Lamarmora. Ritornato al Governo nel gennaio del 1860, realizzò l'unione della Toscana e dell'Emilia al Piemonte, cedendo come compenso alla Francia Nizza e la Savoia. Successivamente occupò le Marche e l'Umbria, per impedire la soluzione repubblicana della spedizione garibaldina dei Mille.

Massimo D'Azeglio

Scrittore e statista (Torino 1798 - 1866). Si dedicò sin da giovane alla pittura e frequentò i circoli intellettuali milanesi. Sposò la figlia di Alessandro Manzoni. Scrisse romanzi storici e patriottici, fra i quali: Ettore Fieramosca, in cui si narrano le vicende della Disfida di Barletta; Niccolò de' Lapi ovvero i Palleschi e i Piagnoni; e La Lega Lombarda. Si distinse nel mondo politico piemontese per la sua posizione monarchica e conservatrice. Partecipò alla prima guerra d'Indipendenza. Venne chiamato al Governo nel 1849, dopo la sconfitta di Novara, e ratificò la pace con gli Austriaci. Fedele alla tradizione laicista del Liberalismo, fece approvare le leggi Siccardi contro i privilegi del clero. Tra le altre sue opere, per lo più d'interesse politico, sono Gli ultimi casi di Romagna, Proposta di un programma per l'opinione nazionale italiana e Questioni urgenti.

Cesare Pavese

Scrittore e poeta (S. Stefano Belbo 1908 - Torino 1950). Antifascista, fu condannato a tre anni di confino da scontare a Brancaleone Calabro. Tradusse molti romanzi della letteratura americana. È considerato uno dei maestri del Neorealismo letterario. Tra i suoi romanzi, si ricordano: Prima che il gallo canti, La bella estate, La luna e i falò. È anche autore di due intense raccolte poetiche, intitolate Lavorare stanca e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, nonché di una serie di dialoghi (Dialoghi con Leucò) sulla mitologia, che costituiscono l'opera che gli fu più cara. Ma il suo libro più interessante rimane Il mestiere di vivere, lucido e amarissimo diario nel quale Pavese riversò giorno per giorno la faticosa testimonianza della propria esistenza.

Silvio Pellico

Scrittore e patriota (Saluzzo 1789 - Torino 1854). Fu amico di poeti e scrittori (Monti, Foscolo, Byron, Schlegel, ecc.), prendendo parte attiva ai dibattiti culturali del suo tempo. Collaborò al "Conciliatore" e nell'ottobre del 1820 fu arrestato perché aderente alla Carboneria. Condannato in un primo tempo a morte, ebbe la pena commutata in quindici anni di carcere duro. Rinchiuso allo Spielberg, vi restò otto anni. Fu graziato nel 1830. Tra i suoi scritti, vi sono la tragedia Francesca da Rimini e Le mie prigioni, la sua opera più famosa.

CENTRI MINORI

Acqui Terme

(20.236 ab.). Città sul fiume Bormida, in provincia di Alessandria a circa 80 chilometri da Torino. Le prime tracce di frequentazione umana sul territorio acquese risalgono al periodo neolitico. In età protostorica sul territorio si sono insediati i Liguri satielli. Del loro centro, Carystum, non si hanno notizie se non che fu assediato e distrutto dai Romani del console Marco Popilio Lenate nel 173 a.C. La conquista fu seguita dalla progressiva romanizzazione del territorio e dei suoi abitanti e dalla nascita di una città, Acquae Statiellae, attorno alle fonti termali. Dopo il 109 a.C., con la costruzione della Via Aemilia Scaurii, la città conosce una fioritura economica e sociale che si protrarrà al meno fino al II sec. d.C. La ricerca archeologica ha restituito l'immagine di una città monumentale, con impianti termali, il teatro, l'anfiteatro, empori commerciali e l'acquedotto, animata da una fervida attività commerciale, artigianale ed industriale. Tale quadro è confermato dagli storici Latini che citano Acqui e le sue terme (Plinio le annovera tra le migliori dell'Impero). La generale crisi del IV secolo interessa anche Acqui: la città, pur ridimensionata, sopravvive a momenti difficili anche grazie alla presenza di vescovi autorevoli. Alla fine del VI sec., Acqui come altre città dell'attuale Piemonte, viene conquistata dai Longobardi entrando probabilmente a far parte del ducato di Asti. Anche in questo periodo, secondo la testimonianza dello storico Paulo Diacono, le terme sono ancora in attività. Nell'Impero dei Franchi, Acqui diviene sede di un comitato che poi, nel X sec., unitamente al comitato di Vado-Savona, costituirà la marca affidata ad Aleramo. Importante è pure il ruolo esercitato dalla Chiesa, non solo a livello spirituale ma anche politico ed economico: nel 978 l'imperatore Ottone II affida al vescovo il governo della città e dell'immediato circondario che viene a costituire un'enclave all'interno della marca Aleramica. Negli stessi anni, sempre per iniziativa vescovile si inizia la costruzione della Cattedrale, intitolata all'Assunta; la consacrerà nel 1067 il vescovo Guido (salda guida morale e civile di Acqui nell'XI secolo, onorato come Santo e patrono della città). Sempre ad iniziativa episcopale si deve la prima cinta muraria che abbraccia la parte alta della città lasciando fuori la fonte di acqua bollente e l'abbazia benedettina di San Pietro. Nel corso del XII secolo si sviluppano istituzioni comunali (la prima attestazione certa è del 1135). Il Comune non ebbe vita facile, contrastato in città dalla rivalità con il potere politico vescovile ed, esternamente, dagli interessi delle famiglie signorili (Marchesi di Ponzone, del Bosco, del Carretto, e di Monferrato) e dei comuni maggiori ( Alba, Asti, Genova, Savona). La fondazione di Alessandria (1168) determinò la crisi di entrambe le istituzioni acquesi: il Comune rimasse soffocato dalla prepotenza della giovane vicina e la diocesi rischiò addirittura di essere assorbita dalla nuova sede alessandrina. Le vicende belliche del Piemonte nel XIII secolo non risolsero le difficoltà della città che, nel 1278, volle garantirsi una maggiore stabilità aderendo al Marchesato di Monferrato nell'ambito del quale mantenne tuttavia una certa capacità di autogoverno. Del Monferrato, Acqui segui le vicende passando ai Paleologi (successori degli Aleramici) nel 1305. Il Trecento, fra guerre e peste, fu un secolo inquieto, tuttavia l'espansionismo dei Visconti non tolse Acqui al Monferrato. Una più favorevole congiuntura si ebbe nel Quattrocento: la maggiore solidità dello Stato monferrino (riflesso nella riedificazione del castello e nell'ampliamento delle mura) e lo sviluppo del porto di Savona permisero il rifiorire del commercio: ne derivò una prosperità testimoniata dall'aspetto architettonico degli edifici civili e religiosi che, tuttora, presentano caratteri quattrocenteschi. Anche le terme, la cui attività comunque non si interruppe mai, furono coinvolte nella generale ripresa: nel 1435 venne a passare le acque Nicolò d'Este e frequenti erano i soggiorni dei Paleologi. Nel 1536, estintisi i Paleologi, il Monferrato passò ai Gonzaga. Anche Acqui fu coinvolta nelle guerre tra Impero e Francesi e più volte occupata da questi ultimi. Nell'ambito del dominio dei duchi di Mantova, la città, per motivi strategici, fu penalizzata rispetto a Casale; tuttavia è ad essi che si deve, oltre al resto, la ricostruzione delle terme oltre Bormida. Nel 1708 Acqui, con tutto il Monferrato, viene assegnata ai Savoia entrando a far parte di uno stato moderno retto da un dispotismo illuminato. Furono promosse importanti opere pubbliche come la deviazione del rio Medrio fuori città e le terme militari. L'istituzione del ghetto raduna, al centro della città, la numerosa ed antica comunità ebraica. A fine Settecento il messaggio rivoluzionario, e con esso l'Armeè, giunge anche ad Acqui: Napoleone Bonaparte sosta qui nel 1796. Al governo imperiale si deve soprattutto la realizzazione della strada Savona-Acqui-Alessandria. Nell'Ottocento la popolazione conosce un deciso incremento che comporta l'abbattimento delle mura e lo sviluppo urbanistico. Con la costruzione del Ponte Carlo Alberto, viene tracciato un collegamento diretto, con l'Oltre Bormida e le sue sorgenti termali. La prima linea ferroviaria collega Alessandria ad Acqui nel 1858; seguiranno poi quelle per Savona (1870), Asti e Genova (1893). In questi anni viene abbattuto il ghetto dando un nuovo assetto alla piazza della Bollente, la fine del secolo è forse il periodo più fulgido del termalismo acquese che durerà fino alla seconda guerra mondiale. Nuovi teatri ed il casinò animano la vita sociale; nel centro della città sorgono le Nuove Terme. Negli anni '30 si assiste ad un potenziamento delle strutture termali favorite dall'iniziativa statale: viene anche costruita quella che, per lungo tempo, resterà la più vasta piscina d'Europa. Nel frattempo sorgono anche alcune attività industriali come la vetreria Bordoni MIVA ed altre minori nel settore manifatturiero ed enologico. Nel dopoguerra sia le terme che le industrie locali hanno segnato una forte battuta d'arresto. Un'inversione di tendenza, nell'ambito termale si registra da alcuni anni, accompagnata da diversi interventi di ricupero del centro storico. Una prospettiva di sviluppo della città è costituita dalla presenza, dal 1996, di un polo universitario. Acqui Terme conserva significative testimonianze del suo passato: dai ruderi dell'acquedotto romano all'antica basilica di San Pietro, dalla chiesa di San Francesco al Duomo, di impronta romanica, senza contare gli eleganti palazzi nobiliari sparsi nel tessuto urbano. Preziosi reperti di età romana e medievale (epigrafi, anfore, tombe, monili) sono conservati presso il civico Museo Archeologico, allestito all'interno del castello dei Paleologi. Al centro dell'abitato, inserita in un'elegante edicola marmorea di gusto neoclassico sgorga la fonte di acqua calda detta "Bollente" (temperatura 75º, portata 560 litri al minuto). Un secondo gruppo di sorgenti, di temperatura meno elevata ma di qualità terapeutiche non inferiori, affiora invece alla periferia della città, sulla destra del fiume Bormida. La presenza di impianti termali, unita ad infrastrutture ricettive di prim'ordine, rende Acqui una meta ideale per turisti in cerca di riposo e tranquillità.

Alba

(29.112 ab.). Città in provincia di Cuneo; è uno dei principali centri del commercio del vino piemontese. Intensa l'agricoltura e sviluppate le attività connesse. Industrie tessili e meccaniche. Le prime tracce di vita della città di Alba risalgono al Neolitico, tra il VI ed il III millennio della preistoria. I numerosi reperti archeologici, rinvenuti in epoche diverse, hanno contribuito a determinare la presenza di una popolazione, non più nomade, che viveva di agricoltura e caccia ed abitava in capanne di forma circolare nella zona di borgo Piave o raggruppate in un villaggio situato sulla sponda sinistra del Cherasca, a poca distanza dalla confluenza con il Tanaro. Nei millenni successivi, con una graduale evoluzione, questa popolazione conobbe l'Età del Bronzo e quella del Ferro, e venne classificata dagli studiosi con il nome di Liguri, un insieme di gruppi etnici di origine celtica: capillati, epanterii, vagienni, eburiati, taurini, stazielli. A quest'ultimo gruppo appartengono probabilmente gli Albesi. Come tutti i Liguri assimilarono con apparente facilità la civiltà dei Galli, invasori di questa zona alla fine del V sec. a.C. Più lenta e difficile fu la penetrazione romana. Iniziata verso il 190 a.C., fu completata verso il 173 con la sottomissione dei Liguri stazielli che abitavano nel territorio di Langa compreso tra il Bormida ed il Tanaro. Con la distruzione di Caristo, la loro città principale (Livio XLII, 7), oggi forse Cartosio (Alessandria), passarono definitivamente sotto il dominio di Roma. Con la legge del console Gneo Pompeo Strabone, che nell'89 a.C. concedeva alle città alleate il diritto di eleggere in modo autonomo magistrati e sacerdoti (Jus Latii), la città entrò nella storia con la denominazione di Alba Pompeia. Come municipium romano fu inserita nella IX regione e ascritta alla tribù Camilia. Conobbe allora un intenso sviluppo economico e commerciale e, come testimoniano i ritrovamenti effettuati nel corso di vari scavi, furono costruite numerose strutture urbane di notevole interesse ed abitazioni decorate con pavimenti a mosaico ed architetture in marmo finemente lavorato. Mura di grande consistenza e di forma poligonale cingevano la città che ospitò l'imperatore Augusto in viaggio per le Gallie. Nel 193, dalla terra albese salì al trono dei Cesari Publio Elvio Pertinace. Con l'indebolimento dell'Impero romano iniziò un periodo di difficoltà economiche che si accentuarono con le invasioni barbariche. I primi a giungere ad Alba furono i Visigoti, che si scontrarono con il console Stilicone nel giorno di Pasqua del 402 presso Pollenzo. Intanto anche il Cristianesimo si diffondeva su queste terre, e la città, abbattuti i templi pagani, costruiva le prime chiese. Erano gli anni in cui regnavano Odoacre e Teodorico. Nel 490 i Burgundi saccheggiarono la città, seguiti dai Longobardi di Rotari nel 640 e dai Franchi che, insediatisi da padroni, portarono le prime avvisaglie del feudalesimo. A causa dei saccheggi e devastazioni subiti, Alba venne a trovarsi in una situazione di estremo disagio, tanto che la giurisdizione civile fu costretta a trasferirsi a Diano con la costituzione del "Comitato dianense". Come conseguenza il Municipio di Alba perdette il suo conte, che venne sostituito da un Gastaldo longobardo, anch'egli residente a Diano. Furono di breve durata anche i miglioramenti che si verificarono con l'avvento al potere di Carlo Magno dopo l'anno 800. Infatti le incursioni degli Ungheri e dei Saraceni impoverirono a tal punto la diocesi di Alba che si giunse a sopprimerla e ad unirla a quella di Asti e a Savona per le terre prossime alla Liguria. Intanto nel 967 un nuovo signore, Aleramo, ebbe dall'imperatore Ottone I la Signoria delle Langhe, iniziando una lunga e duratura dinastia. Con la pace e la stabilità di governo rifiorirono l'agricoltura ed i commerci, e il libero Comune iniziò a fissare i primi Statuti. A tutto questo s'accompagnò un considerevole sviluppo dell'edilizia: risale, infatti, a questo periodo, la ricostruzione della nuova Chiesa in piazza del Duomo, in luogo del tempio primitivo. Nel 1158 giungeva ad Alba l'imperatore Federico Barbarossa che ne ricompensava la fedeltà con molti privilegi e ne favoriva l'autonomia amministrativa. Il Comune iniziava l'espansione territoriale consolidando la città con nuove fortificazioni e accettava, come cittadini, i nobili e le ricche famiglie che ricambiavano l'amicizia costruendo torri e caseforti. Come conseguenza il circondario di Alba fu suddiviso in sette Camparie, e sei castelli sorsero sulle colline circostanti per difendere la città. Anche il Comune di Alba rinforzò la cinta muraria con possenti torrioni per meglio sostenere eventuali attacchi di aggressori. Vennero fondati monasteri, chiese e addirittura sei ospedali. A questo periodo risale lo stemma di Alba su cui figura una croce rossa su un campo color argento. Con l'arrivo di Carlo d'Angiò, nel 1259, Alba chiese di essergli sottomessa. In questo modo riuscì a contenere per circa vent'anni le controversie della vicina Asti, sino a quando questa, nel 1276, alleandosi con il marchese di Monferrato, Genova ed altri, spinse Alba ad allontanare i Francesi. Seguirono anni caratterizzati da continue lotte interne: le maggiori famiglie di parte guelfa e ghibellina facevano a gara per assicurarsi il predominio sulla città. Guerreggiava con Asti per il dominio della valle del Tanaro e alternava signorie alleandosi con gli Aleramici, gli Angioini, i Visconti, per entrare, nel 1369, nell'orbita dei Paleologi, che avevano ereditato dagli Aleramici il marchesato di Monferrato. Nella loro Signoria rimase per oltre due secoli. Nella prima metà del secolo XVI, Alba fu teatro di sanguinosi scontri tra Francesi e Spagnoli. Da quando, nel 1537, Carlo V fece il suo ingresso in Alba, fino al 1559, fu un alternarsi di aspre lotte che causarono perdite notevoli di opere d'arte e di monumenti. Dopo la pace di Cateau-Cambrésis del 3 aprile 1559, Alba passò ai Gonzaga di Mantova: finalmente dopo tanti anni si poteva sperare in un periodo di pace e serenità. Tuttavia la città ed il territorio albese ne uscirono provati, con campagne abbandonate, chiese e monasteri distrutti. A tutto ciò si aggiunsero anche i terremoti del 1541, che continuarono, con scosse saltuarie, sino al 1549. Venuto a morte Francesco Gonzaga, Carlo Emanuele I di Savoia, che aspirava al dominio sul Monferrato, prese d'assalto Alba il 23 aprile 1613 ed in quella occasione la città dovette subire un nuovo saccheggio, ma il dominio dei Savoia non durò che pochi mesi. Dopo vari tentativi, Carlo Emanuele I, al principio del 1617, pose ancora una volta l'assedio alla città che dovette in fine capitolare per mancanza di viveri e munizioni. Alba ritornò poi ancora una volta ai Gonzaga che la tennero per circa un decennio, e cioè fino alla morte del duca Ferdinando Gonzaga, avvenuta nel 1623. Cinque anni dopo, il 1° aprile 1628, un nuovo tentativo di impossessarsi della città da parte dei Savoia ebbe esito più fortunato e da quel momento Alba passò definitivamente sotto il loro dominio. Pur cessando le ostilità, le sofferenze per Alba continuarono. Nel 1630 cominciarono a manifestarsi i primi sintomi della peste. L'anno successivo il morbo decimò la popolazione. Intanto Alba fu elevata e divenne sede di Provincia con tutti i privilegi che le competevano. La città riprese le antiche tradizioni e furono ripristinate le fiere, i mercati e le feste che erano state sospese a causa delle calamità. Si ripararono gli edifici e, nel 1680, fu deliberato dal Consiglio di affiggere sulla facciata del Palazzo del Comune una lapide a ricordo di quel periodo. Ma il concetto espresso nella lapide (Alba era decisa, dopo aver restaurato 200 case a non farsi più espugnare) fu messo in dubbio per ben due volte. Prima, verso la fine del secolo, con le guerre tra Luigi XIV e la Lega di Augusta, poi nel 1703, in seguito alla guerra dichiarata, per la seconda volta, dal duca di Savoia al re di Francia. Alba, in questa occasione, dovette provvedere al sostentamento delle truppe di passaggio sino alla fine delle ostilità nel 1706, quando i Francesi, sconfitti a Torino, cessarono di combattere. Il Settecento vide il fiorire di attività artistiche e letterarie. Nel 1721, ad opera del canonico Odella nacque l'Accademia Filarmonico-letteraria alla quale aderirono Giovanni Prati e Silvio Pellico. Nuove opere abbellirono la città: l'ospedale San Lazzaro su progetto di Nicolis di Robilant, la chiesa di Santa Maria Maddalena su disegno del Vittone, la chiesa dei Santi Cosma e Damiano ricostruita su disegno del conte Carlo Emanuele Rangone di Montelupo. Le guerre in Piemonte, però, avevano ridotto al minimo le casse dello Stato e re Carlo Emanuele III, per procurarsi denaro, decise di vendere terre in feudo alle città che ne avessero fatto richiesta. Alba chiese il territorio di Santa Rosalia e per ottenerlo pagò la somma di 3.000 lire più 30 lire per 15 anni. Il 20 ottobre 1742, con Regie Patenti Carlo Emanuele III investiva la città del feudo di Santa Rosalia autorizzando a porre sul proprio stemma la corona comitale. Alba potè così fregiarsi del titolo di "contessa di Santa Rosalia". Alla fine del secolo la città conobbe la Rivoluzione Francese e, la repubblica giacobina accolse, il 28 aprile 1796, Napoleone Bonaparte, sventolando il primo tricolore: rosso, blu e arancio, i colori ora adottati dal gonfalone della Regione Piemonte. Intensa, ma di breve durata, l'avventura francese che, fatte cadere in breve tempo le illusioni di libertà, portò sofferenze, perdite di opere d'arte e di edifici storici. Con la Restaurazione, Carlo Felice iniziò l'opera di ricostruzione: portò a compimento il monastero della Maddalena e provvide, dopo tanti anni e con l'aiuto degli Albesi, alla sistemazione della strada che univa Alba con Savona passando per Cortemilia; nel 1847 il re Carlo Alberto arricchì la città di un nuovo ponte in muratura per il passaggio sul Tanaro. Alba ridisegnò l'impianto urbano con l'architetto Giorgio Busca: sindaco per undici anni, realizzò il Teatro Sociale, nuove vie e piazze, dando vita ad una intensa attività commerciale, sorretta dall'agricoltura e dall'artigianato, e a numerose forme di Società di Mutuo Soccorso, tra le quali la più importante, fondata nel 1851, era la Società di Artisti ed Operai. La città convisse, senza entusiasmo, con il regime fascista, ed intraprese attività fieristiche di notevole risonanza. La Fiera del Tartufo, nata nel 1929 dalle feste vendemmiali, fece conoscere i prodotti della terra ed i grandi vini di cui va orgogliosa. Durante l'ultimo conflitto mondiale la città di Alba si trovò al centro di operazioni belliche, e per l'attività partigiana il suo gonfalone è stato insignito della Medaglia d'Oro al Valor Militare. Alle schiere di partigiani che operarono nella città e nelle Langhe, sacrificandosi per la libertà di tutti, è dedicata la Sala della Resistenza nel Palazzo comunale. Il 31 Ottobre del 1994, nel 50° anniversario dei "23 giorni della città di Alba", fu inaugurato il monumento, appositamente realizzato dallo scultore Umberto Mastroianni, dedicato alla Libera Repubblica di Alba. Nel dopoguerra, con caparbietà, gli Albesi trasformarono l'economia: geniali iniziative commerciali e industriali seppero imporsi sui mercati nazionali per conquistare poi l'Europa ed affermarsi in molte altre parti del mondo.

Arona

(15.390 ab.). Cittadina piemontese in provincia di Novara sul Lago Maggiore. Grande statua (alta 35 m) dedicata a San Carlo Borromeo, nativo della città. Fin dalla preistoria, Età del Bronzo, XV sec. a.C., abbiamo testimonianze della presenza dell'uomo in una zona di Arona - ai Lagoni di Mercurago - con la civiltà delle palafitte. E ancora tracce di successivi insediamenti di alcune popolazioni celto-galliche a cui si deve probabilmente il toponimo Arona (sasso-acqua). Al tempo della Roma imperiale fu un passaggio obbligato, sulla via del Sempione, per l'esercito romano alla conquista delle Gallie. Abbiamo reperti di una necropoli di quell'epoca - urne, vasi di terracotta, monete - nel museo cittadino nel centro storico di Arona. è però nel Medioevo che abbiamo notizie più certe sulle vicende della nostra città. Dopo successive dominazioni: i Bizantini, i Longobardi, i Franchi di Carlo Magno, nel XI sec. d.C. fu fondata una abbazia benedettina da tale conte Amizzone che vi portò i corpi dei martiri Graziano e Felino (leggi la storia del Tredicino) e da cui ebbe inizio il primo nucleo della nostra comunità. Nella seconda metà del 1100 divenne poi libero Comune, in cui si rifugiarono parecchi milanesi che scamparono alla dominazione dei Barbarossa, a quell'epoca risale il mercato tradizionale. In seguito, nella seconda metà del 1400 le vicende di Arona si legarono col ducato di Milano. Retto dai Visconti che ne fecero una roccaforte di difesa, con Angera e vi infeudarono come conti i Borromei, ricchi banchieri - loro sostenitori - il piccolo borgo di pescatori ebbe un castello ed un porto ben difesi da solide mura fortificate. è proprio nel castello sulla rocca che nel 1538 nacque San Carlo Borromeo. Il territorio passò sotto la dominazione francese, spagnola ed austriaca, durante le guerre di Successione nel 1600, poi ai Savoia. Fu sempre, però, sotto la Signoria dei Borromei fino all'abolizione dei feudi nel 1797, che disgraziatamente la roccaforte venne fatta smantellare da Napoleone, sceso alla conquista della Italia. Sulla rocca purtroppo sono rimasti solo alcuni bastioni diroccati ed un arco d'ingresso. Da questo momento Arona sarà legata ai Francesi fino al 1817, quando tornerà ai Savoia durante il Congresso di Vienna. Carlo Alberto di Savoia le conferisce il titolo di città nel 1838. Nel 1848 Giuseppe Garibaldi entra in città durante la guerra d'Indipendenza, vi ritornerà poi nel 1859. A fine secolo si verificò la più disastrosa inondazione del lago. In Arona vi sono targhe che ricordano questo evento e segnano il livello a cui l'acqua giunge all'epoca.

Borgomanero

(19.214 ab.). Centro in provincia di Novara. è situato nella piana tra le colline del Sesia e del Ticino ed è bagnato a Nord-Est dal fiume Agogna. Attive industrie tessili e meccaniche. Cave di caolino.

La prima denominazione ufficiale di Borgomanero è Borgo San Leonardo, nome derivato dalla chiesa di San Leonardo, che presumibilmente risale agli anni tra il 1125 e il 1150. Il nome Borgomanero invece le fu imposto da Giacomo Mainerio (Jacobus de Mayneriis), che fu podestà novarese tra il 1193 e i 1194. La costruzione del nuovo borgo voluta da Manerio, riprogettato sul modello della civitas romana, comportò lo smantellamento di Borgo San Leonardo la cui chiesa, conservata tuttora, rimase esterna alle mura. In seguito il borgo continuò a crescere d'importanza e resistette a diversi assedi nella guerra tra Visconti e Paleologi del Trecento. Borgomanero fu poi concessa in feudo dai duchi di Milano ai Tornielli (1412-1447), poi ai Trivulzi (1466-1548) e successivamente divenne un feudo degli Estensi per oltre duecento anni (1552-1757). Nei primi anni dell'Ottocento, con l'abbattimento delle mura, la cittadina ebbe una ripresa commerciale ed economica.
Borgomanero prese anche parte attiva al Risorgimento, infatti durante le Cinque Giornate di Milano, molti borgomaneresi si trovavano a combattere sulle barricate. Subì inoltre l'occupazione da parte degli Austriaci nel 1849.

Simbolo di Borgomanero è la statua della Madonna (XVIII sec.), realizzata in piazza Martiri per volere di Gabriele I d'Este. Nella stessa piazza si trova anche la collegiata di San Bartolomeo (XIII sec.) dall'imponente facciata, che conserva al suo interno pregevoli tele e affreschi realizzati fra il Trecento e il Seicento. Degni di nota sono, inoltre, la chiesetta di San Leonardo (XII sec.), in stile romanico, il Palazzo d'Este (XV sec.), il Ponte Medievale detto del Torrione e il Castello di Vergano, risalente al Trecento.

Borgosesia

(14.613 ab.). Centro in provincia di Vercelli. Si trova sulla sinistra del fiume Sesia. Della città medioevale Borgosesia mantiene sicuramente il nome, data l'origine germanica di borgo (burg), indicativa di "centro rurale fortificato"- anche solo da un fossato - abitato dal popolo, contrapposto al locale castrum o castellum, dimora del signore e dei suoi rappresentanti. Nella zona Nord del centro storico di Borgosesia, salendo dalla piazza parrocchiale lungo le attuali via Cairoli e piazza Garibaldi, in pochi passi si percorrono le tracce del Medioevo borgosesiano più antico. Dall'antichissima pieve del vico (villaggio) di Seso, definita dal vescovo Bescapé "matrice di tutta la valle", si giunge al rione Sassola e per vicoli laterali del nucleo abitato ancora detto borghetto sulla sinistra , e sulla destra tra blocchi/quartieri di edifici dipendenti dal castello dei conti di Biandrate, l'attuale ristrutturato Castellaccio. Raccolti fra la pieve e il castello, gli abitanti di Seso vissero per secoli in un'area di antico insediamento (come testimoniano reperti romani rinvenuti specialmente lungo l'attuale via Nicolao Sottile) percorsa dal rio Pianezza oggi incanalato, circondata da campi e prati per le coltivazioni e i pascoli, tra le colline coperte di boschi o coltivate a terrazze. Il destino di Seso, e del successivo borgofranco, fu determinato dalla sua specifica posizione: dare accesso alla Valsesia superiore e sorvegliare i transiti e i guadi del fiume Sesia. Quando la pieve di Seso, testimoniata come tale fin dai secoli precedenti il Mille, con diritto di battesimo e di sepoltura, fu centro ecclesiastico di un ampio territorio in Valsesia, sino ai confini con la Valsessera e il Cusio, appartenente alla diocesi di Novara, la comunità era organizzata in una curtis (corte) con una propria amministrazione ed economia aperta pure a scambi di mercato, collegata ad un dominio feudale (la contea di Biandrate). L'antica strada "biandrina" dalla pianura alla Valsesia si snodava lungo un percorso segnato di rocche e di castelli: Sillavengo, Carpignano, Breclema (nei pressi di Gemme), Romagnano, Grignasco; a Nord di Grignasco il Castello di Robiallo, sovrastante Bettole; Montrigone, con un suo borgo dipendente ; Vanzone (sul colle dell'attuale chiesetta di Santa Maria) con un borgo sottostante, e la Rocca di Roccapietra sorvegliavano in sponda sinistra i passaggi di uomini e merci da e per la pianura, garantivano la sicurezza delle mandrie e greggi transumanti. Ma vigilavano pure su importanti strade d'accesso alla valle, forniti di armi e di soldati per la difesa e l'offesa. In sponda destra il Castello Agnona, con l'avancorpo della Torre di Aranco, controllava lo sbocco della Valsessera (terra vercellese) e la strada da Gattinara a Serravalle (pure vercellesi). Era un sistema difensivo capillare e coerente, al centro del quale su un'altura di Seso si ergeva il castello tradizionale di Biandrate. Sino ai primi anni del 1300 la storia valsesiana è più la storia di Biandrate: quando l'ingresso in Valsesia fu spartito tra due gruppi rivali della medesima famiglia. Robiallo e Vanzone toccarono a Guido e Umberto, fedeli a Vercelli ed alla Chiesa; Montrigone e Rocca ai figli del conte Gozio, già residente al castello di Seso, che trasportarono la loro sede a Varallo. Pertanto il Comune di Vercelli nel 1246-47 intervenne per difendersi da eventuali attacchi dei conti del Comune di Novara. Poco a valle dell'antico Seso costituì un borgofranco, opportunamente fortificato, con una propria amministrazione e particolari privilegi. Il nucleo originario del nuovo borgo (Borgo di Sesio o Borgo Franco, o di Seso negli "statuti di Novara" e nelle carte valessiane studiate dal Mor) è in parte identificabile nella zona compresa tra l'attuale chiesa di S. Marta (ampliata sulla primitiva cappella) e la via Borgofranco, probabilmente inoltratesi verso la chiesa parrocchiale e congiunto a Seso fu solo un'addizione del già esistente borgo di castello, opportunatamente fortificato nel complesso. è comunque storicamente accertato che i borghifranchi di Gattinara, Serravalle e Borgosesia furono istituiti dal Comune di Vercelli, a monte della prima Rado il primo, e di Naula il secondo; a Seso la presenza del castello e di un borgo imposero un intervento solo aggiuntivo. Il nostro borgofranco, posteriore di pochi anni ai due citati, realizzava per Vercelli un collegamento tra l'ingresso in valle dalle appendici del Fenera all'Oltre il Sesia, verso quella sponda destra di dominio vercellese raggiungibile dal traghetto di S. Maria-S. Marta. La funzione difensiva del borgofranco di Seso ebbe breve durata: in pochi decenni la potenza di Biandrate e l'alleanza con Vercelli s'indebolirono e si vanificarono, sopraffatte dalla forza politica e militare del Comune di Novara e delle nuove istituzioni comunali e comunitarie in valle. Quando, nel corso del 1300 i castelli e le rocche dei Biandrate furono abbattuti, il paesaggio storico valsesiano in parte cambiò ma il borgo di Seso mantenne per secoli, pur cambiando nome, i luoghi reali e simbolici del suo Medioevo. Dal dominio dei Biandrate Borgosesia e la Valsesia passarono sotto l'autorità dei duchi di Milano prima e degli Spagnoli poi. Dal 1707 entrò a far parte del territorio sabaudo, mantenendo pur sempre una certa autonomia, con propri statuti e privilegi fiscali date le scarse risorse della terra valsesiana. Sarà Napoleone a sopprimere questi privilegi e ad imporre, con i nuovi confini di stato lungo la Sesia, la divisione politica del territorio tra le due sponde (la riva destra del Piemonte-Francia, la riva sinistra Lombardia-Italia). Questa divisione fu subita negativamente dalla popolazione e, non casualmente, alla caduta di Napoleone il giubilo fu grandissimo. Con la caduta di Napoleone ritornarono alcuni privilegi e, con i Savoia, si ricompose la precedente unità territoriale. La Valsesia si integrò socialmente e politicamente nel contesto del Regno sabaudo e dell'Italia unitaria. Prevalentemente industriale con notevole espansione tessile e, più recentemente, nel meccanico, alimentare e nel legno. Attorno alla così soprannominata la "città della lana" per le varie filature insediate (anche di importanza nazionale), sono oggi cresciute importanti industrie di tessuti pregiati e tappeti, ma lo sviluppo industriale si è ulteriormente diversificato con l'insediamento di stabilimenti alimentari, mobilifici, cartiere, meccanici. Questi ultimi, in particolare, hanno contribuito al consolidarsi di un fiorente artigianato di produzione (pulitura di metalli, fonderie, serramenti, rubinetterie). Nonostante la vocazione industriale, il clima piacevole la rende anche meta di un modesto turismo estivo extra-alberghiero sviluppato soprattutto nelle sue graziose frazioni collinari.

Casale Monferrato

(38.810 ab.). Centro in provincia di Alessandria, sulla destra del Po. Il Monferrato ebbe sempre parte importante nella storia. Ai tempi dei Romani l'antica Vardacate si ritiene sorgesse sulla sponda del Po, nelle vicinanze di Casale. Con le invasioni barbariche, in Monferrato si stabilirono i Longobardi e la loro presenza è testimoniata dai suffissi in "engo" di molte località. Non mancano anche le invasioni saracene. Giamole, sul Po, era un porto arabo (e qui a ricordo ci sono cognomi "Bei" di molti abitanti). Prima del Mille Aleramo dette inizio alla stirpe dei marchesi del Monferrato. Aleramo è sepolto nella navata destra dell'abbazia di Grazzano Badoglio. Guglielmo IV (II Vecchio) e i suoi figli Guglielmo IV, Corrado, Ranieri e Bonifacio riuscirono ad amalgamare un forte stato e a metterlo al centro dell'attenzione della storia sia europea che orientale; per merito delle Crociate Corrado fu eletto re di Gerusalemme. Per dirla con Carducci, all'epoca la corte monferrina divenne "il Parnaso d'Italia". Estinti gli Aleramici nel 1305 il marchesato passa ai Paleologi. Spicca la figura di Guglielmo VII, "il gran marchese". Purtroppo nel 1530 muore per una caduta da cavallo Bonifacio, il figlio di Guglielmo IX e di Anna d'Alençon; tre anni dopo muore anche lo zio Gian Giorgio, ultimo dei Paleologi e il marchesato passa ai Gonzaga di Mantova. Dopo una lunga disputa tra Francia e Spagna e i lunghi assedi alla cittadella di Casale (di manzoniana memoria) nel 1630 parte del Monferrato viene assegnato ai Savoia. Il passaggio si completa nel 1708. Come ricca di eventi importanti è la storia di questa terra, altrettanto doviziosa è la presenza di splendidi castelli, palazzi, chiese, santuari, che testimoniano il glorioso passato e l'indomita fierezza degli abitanti. A Casale, capoluogo del Monferrato, un fiorire innumerevole di costruzioni d'epoca gotico- rinascimentale, cinquecentesche, barocche e neoclassiche. La cattedrale di Sant'Evasio, Opera del XII sec. (romanico-lombarda) con ampi rifacimenti del XIX sec. La facciata presenta due campanili duecenteschi, l'interno è a cinque navate; il nartece (ingresso), con volte a botte e a crociera, è un capolavoro di statica in nove compartimenti che ha esempi solo in architetture islamiche e armene, ed è arricchito da un matroneo con logge a trifore e quadriforme. Di rilievo, capitelli romanici in tufo, mosaici del XII sec., crocefisso in lamine d'argento, monumenti sepolcrali. La Cappella di Sant'Evasio (navata destra) ricca di una notevole varietà di marmi, opera settecentesca di B. Alfieri, ospita la venerata effige del patrono della città. Il Museo Civico, nell'antico convento di Santa Croce (decorato nel chiostro con affreschi del Moncalvo), ospita pregiate collezioni di opere pittoriche, di ceramiche, di sculture lignee, oltre alla sezione dedicata alle opere in gesso dello scultore casalese Bistolfi, raccolte nella ricca gipsoteca sottostante. Recentemente è stata allestita una nuova sezione mussale dedicata ai reperti archeologici rinvenuti nella necropoli di Pobietto di Morano Po, dell'Età del Bronzo finale. La Sinagoga, in vicolo Olper, edificata nel 1595 e ben restaurata nel 1969, è a pianta rettangolare con ricche decorazioni lignee e stucchi barocchi dorati. Nei matronei museo ebraico, secondo in Italia per importanza, e archivio (tolleranze dei Gonzaga). Il Castello dei Paleologi è lungo il Po, a pianta quadrilatera con torrioni angolari, cinto da fossato; la costruzione è di notevole importanza per l'architettura militare del Quattrocento (sotterranei, torrioni, feritoie). Ancora: San Domenico, gotica con facciata del Sanmicheli e ricca quadreria oratorio del Gesù; Santo Stefano, con un ciclo di dipinti del Guala; Addolorata, con la verista statua della Madonna; San Michele e Santa Caterina splendidamente affrescate. Tutta Via Mameli è un esempio di leggiadro Barocco (palazzi Treville, Sannazzaro, San Giorgio, Magnocavalli). Tra i complessi gotici: San Bartolomeo- Baronino e i palazzi: Anna d'Alençon, (soffitto a tavolette dipinte) e del Carretto. Del periodo rinascimentale: Santa Croce (Museo Civico e Gipsoteca bistolfiana visitabile) e Palazzo Trevisio. In Piazza Castello troviamo il Teatro Municipale (1791), un gioiello di stucchi, ori, velluti, recentemente restaurato e restituito agli antichi splendori. Nel cuore della città svetta la Torre Civica, simbolo di Casale.

Chieri

(31.700 ab.). Cittadina in provincia di Torino. Nei secoli I e II dopo Cristo, la Chieri romana, con il nome di Carreum Potentia, vive un periodo di prosperità. La cristianizzazione di Carreum è attestata nel V secolo dalla lapide di Genesia (anno 488). Non si hanno più notizie certe su Chieri fino al X secolo, quando la ritroviamo feudo del vescovo di Torino. Nella prima metà del secolo XI, il vescovo Landolfo cinge di mura la città (allora limitata al colle di San Giorgio e alle zone circostanti), la munisce di una torre i cui resti sono inglobati nel campanile di San Giorgio e costruisce fuori dalle mura, nella pianura, una chiesa dedicata alla Madre di Dio. Successivamente, nel medesimo luogo fu edificato il Duomo, la cui cripta è l'unico resto della chiesa landolfiana. Vengono edificate numerose torri (donde il noto appellativo di "Chieri dalle cento torri") che servono da osservatorio e da difesa alle famiglie dei vassalli del Vescovo. Alleata d'Asti, combatte contro Guglielmo V di Monferrato; ma questi, imparentato con l'imperatore Federico I Barbarossa, se ne vendica. Nel gennaio dell'anno 1155 Barbarossa occupa la città devastandone le torri e le fortificazioni. Durante il XII secolo, la città va rendendosi sempre più indipendente dall'autorità vescovile; la Repubblica (cioè il Comune) Chierese si dota di ordinamenti giuridici ed amministrativi. Viene costruita la chiesa di San Leonardo, poi sede dei Templari e in seguito dei Cavalieri di Malta. Con il XIII secolo, la Repubblica Chierese attraversa un periodo di grande prosperità e ha poco da invidiare, per splendore ed importanza, alle ben più famose Genova, Asti e Pisa. Piazza Mercadillo (attuale piazza Mazzini) è il cuore civile e politico della città. Nel 1203 fonda il borgo di Villastellone, sulla strada per Carignano. Nel 1238 viene nominata "camera speciale" da Federico II di Svevia, rimanendo soggetta soltanto alla diretta quanto remota autorità dell'imperatore. Chieri, tuttavia, non ha ancora perfezionato il proprio processo d'autonomia che già prendono vigore le lotte intestine. L'oligarchia cittadina è divisa in due fazioni, la Società di San Giorgio o del popolo chierese ("Societas Populi") e la Società dei Militi ("Societas Militum"), legata alla potente ed antica famiglia dei Balbo. Alla fine del secolo XIII, la Repubblica Chierese afferma il proprio dominio sulle terre e sui castelli vicini e costruisce la sua seconda cerchia di mura. A causa delle sempre più violente lotte fra le fazioni cittadine, il Comune ha ormai imboccato il viale del tramonto. Così nel 1339 i chieresi si danno come sudditi al re Roberto d'Angiò, al quale concedono che metà del territorio chierese vada in feudo al principe Iacopo di Savoia-Acaia. Nel 1347, finita la dominazione degli Angiò in Piemonte, Chieri passa completamente a Iacopo d'Acaia e successivamente, estintasi la linea degli Acaia, al ramo principale dei Savoia. Nel XIV secolo è presente in città un folto gruppo di eretici catari e viene condannato al rogo l'eretico Giacomo Ristolassio (1395). In quegli anni le bande di Facino Cane devastano il territorio di Chieri. Fra XIV e XV secolo nasce il movimento penitenziale dei Battuti bianchi. Sempre al XIV secolo risale la costruzione della chiesa di San Domenico. Il XV secolo, finite le discordie intestine, segna per Chieri un periodo di prosperità economica e di particolare fioritura artistica. Vengono riedificate le chiese di San Giorgio e di Santa Maria, l'odierno Duomo, rimaneggiato l'adiacente battistero ed affrescata la Cappella dei Gallieri. Viene ricostruita anche l'antica San Leonardo, con l'annesso Ospedale di Santa Croce. Nasce in città l'Università del Fustagno, voluta dai mercanti-imprenditori per difendere dalla concorrenza internazionale l'esportazione delle stoffe di cotone di produzione locale. I ricchi mercanti favoriscono l'arrivo in città di capolavori dell'arte fiamminga. Nel 1494 e l'anno successivo il re di Francia Carlo VIII passa da Chieri durante la sua avventura militare in Italia, come ricorda una lapide in via Vittorio Emanuele II. Con il XVI secolo si succedono epidemie di peste, guerre, devastazioni. Dal 1551 al 1562 Chieri rimane sotto il dominio francese. Alcuni chieresi aderiscono alla Riforma protestante, che è decisamente avversata dal duca Emanuele Filiberto. A fine secolo viene costruito l'Arco sulla via principale in onore di Emanuele Filiberto e di Carlo Emanuele I. Ancora la peste, con la grande epidemia del 1630, segna il XVII secolo, il quale tuttavia registra una nuova fioritura artistica di Chieri. Si costruiscono le chiese ed i conventi di San Filippo, Sant'Antonio, della Pace, di S. Margherita, dell'Annunziata. La collina si popola di ville patrizie. Nel XVIII secolo, Chieri si arricchisce di nuovi capolavori, primo fra tutti la cupola di San Bernardino, di Bernardo Antonio Vittone. Vengono anche costruite le chiese dell'Ospizio e dell'Orfanotrofio, nonché quella, splendida ma purtroppo andata distrutta, di Sant'Andrea, del celebre Filippo Juvarra. Riedificate in forme barocche sono la chiesetta di Santa Lucia e la Cappella della Madonna delle Grazie in Duomo. Durante il dominio napoleonico viene impiantato il grande stabilimento tessile dei Levi nel soppresso convento delle Carisse. Numerosi altri opifici nascono nell'Ottocento, specialmente nella seconda metà, quando i prodotti chieresi ben figurano nelle fiere internazionali del settore tessile. Nel 1850 si distruggono le vecchie porte medievali e si privatizzano le mura, entro le quali la città è ancora interamente contenuta. Nel 1871 proprio le esigenze del commercio di stoffa portano alla costruzione del tronco ferroviario Chieri-Trofarello, che permette di raggiungere più velocemente l'Italia e l'Europa. Nella zona della stazione ferroviaria nasce il primo quartiere fuori le mura. Nel 1878 la frazione di Santena si stacca da Chieri diventando Comune autonomo. Dalla metà del secolo nascono le prime Società operaie; nel 1888 sorge la Società di Previdenza ed Istruzione, con il primo nucleo della Biblioteca Civica. Nel Novecento continua la vitalità delle tessiture, che vengono elettrificate a partire dal 1909. Il Fascismo irrompe nella storia di Chieri dopo il susseguirsi di due Giunte Socialiste. Durante la seconda guerra mondiale la città non subisce bombardamenti. Nel dopoguerra la popolazione sale dai 14.000 ai 30.000 abitanti a seguito di una massiccia immigrazione dal Veneto e dal Sud Italia. Il centro storico, popolato dai nuovi cittadini e in parte abbandonato, è oggetto di forme di degrado. Sorgono i primi condomini di cinque-sei piani. La crisi dell'industria tessile colpisce più volte la città, che resiste e si riprende. Alla fine del secolo una nuova consapevolezza del patrimonio storico-artistico ereditato nei secoli porta gli enti pubblici e quelli ecclesiastici ed i privati ad una serie di restauri che migliorano l'aspetto complessivo di Chieri. Intanto, l'abitato si espande a macchia d'olio, parzialmente programmato dai piani regolatori. Si avvia la costruzione dell'area industriale in zona Fontaneto. La viabilità si rivela un grave problema che si mitiga grazie all'apertura di nuovi collegamenti. Oggi la città ha superato i 33.000 abitanti ed è al centro di un vasto bacino di sviluppo di servizi ed attività economiche.

Chivasso

(24.446 ab.). Cittadina in provincia di Torino. Principale centro del basso Canavese, sorge 23 chilometri a Nord-est del capoluogo. Il suo vasto territorio è pianeggiante ma a Sud, oltre il fiume Po, confina con le verdi colline del Torinese e del Monferrato: non per nulla il nome dell'insediamento, secondo lo studioso P. Massia (1909), deriva dalla voce tardolatina clivaceus, che significa "luogo prospiciente la collina". La storia dell'insediamento in età romana e altomedioevale rimane velata da nebbie. Nel 1164, Chivasso, povero villaggio di pescatori fluviali - raccolto intorno alla primitiva chiesa collegiata di San Pietro - viene infeudato dall'imperatore Federico Barbarossa alla stirpe degli Aleramici, marchesi del Monferrato. Questa dinastia sa approfittare della nodale posizione geografica del nuovo feudo, che risulta infatti collocato lungo le vie che dalla Francia, oltrepassando i valichi alpini e attraversando la Pianura Padana, conducono in Lombardia per giungere infine a Roma. I marchesi dotano Chivasso di un poderoso castello dove spesso risiede la loro corte, di fortificazioni e torri di vedetta, di una zecca (1307), di corsi d'acqua artificiali detti "rogge", di numerosi conventi ed edifici sacri - fra cui la nuova chiesa collegiata di Santa Maria -, nonché della facoltà di tener fiere e mercati. Quando, nel 1435, la città passa dalla dinastia dei Paleologi - subentrati da un secolo agli Aleramici - a casa Savoia, non perde tuttavia la propria importanza come centro di mercanti e artigiani: basti dire che, nell'ultimo quarto del Quattrocento, vi fiorisce l'ancor giovane arte della tipografia; basti ricordare, inoltre, l'attività dei prestigiosi plasticatori, argentieri e intagliatori del legno operosi fra queste mura, e soprattutto dei pittori. La prima metà del XVI secolo è caratterizzata da pestilenze e saccheggi da parte dei mercenari svizzeri e dei Lanzichenecchi: a completare il tragico quadro si aggiunge, nel 1536, l'occupazione delle truppe francesi. Nel 1542 gli invasori transalpini atterrano tutti i borghi fuori le mura. Alcuni anni dopo la pace di Cateau-Cambrésis (1559) Chivasso torna sotto i Savoia cui rimane, nelle avversità, sempre fedele: per questo merito è insignita dai sovrani dei titoli di città (1690) e di contessa di Castelrosso (1695). Nel 1705 la cittadina - che non ha perso la propria importanza strategica - sostiene eroicamente l'assedio delle truppe francesi: permette così alla capitale dello stato, Torino, di prepararsi alla difesa e di non essere espugnata. Nel settimo decennio del secolo XVIII, l'allevamento equino ha grande incremento nella campagna di Chivasso, grazie alla costituzione della Mandria, tenuta reale sita a Nord-est dell'abitato. Durante il periodo napoleonico, la cittadina viene amministrata dai Francesi e inclusa nel Dipartimento della Dora: in questi anni comincia ad attuarsi l'abbattimento delle antiche fortificazioni, che nei decenni successivi darà origine ai bei viali ancor oggi esistenti. Dopo il Congresso di Vienna (1815), il Comune torna sotto il dominio sabaudo. Negli anni Cinquanta dell'Ottocento comincia ad acquisire importanza come nodo ferroviario; il decennio seguente è, invece, segnato dalla costruzione del monumentale Canale Cavour, che tuttora parte da Chivasso. Nel 1870 sul fiume Po, che divide l'abitato dalle colline, viene gettato un maestoso ponte in muratura: distrutto nel 1994 da un'alluvione, sarà poi sostituito dall'attuale in cemento armato. Nella seconda metà del XIX secolo Chivasso incrementa la sua importanza come centro commerciale, particolare sviluppo ha il mercato del bestiame che si svolge in piazza d'Armi, al confine occidentale del centro storico: nel Novecento, tale compravendita trova poi una sede congeniale nel complesso del Foro Boario. Altro motivo per cui va ricordata piazza d'Armi è perché tuttora vi prospetta, con la sua bella facciata settecentesca in mattoni a vista, Palazzo Tesio: qui, nel 1943, viene firmata la Carta di Chivasso, importante documento riguardante l'autonomia delle regioni alpine. Dai tardi anni Cinquanta del XX secolo inizia, anche per la cittadina canavesana, un periodo di decollo economico, con rapida espansione demografica ed edilizia: ai piccoli stabilimenti industriali già funzionanti - manifattura di tessili, concerie, distillerie - si aggiunge l'impianto della centrale termoelettrica ENEL e soprattutto il grandioso stabilimento automobilistico Lancia (1963). Dopo la chiusura di quest'ultimo (1993) e la sua riconversione, la città si è oggi parzialmente risollevata investendo sempre più sul settore terziario.

Domodossola

(18.877 ab.). Centro industriale in provincia di Verbania. Industrie siderurgiche, meccaniche, del cemento, chimiche (fertilizzanti), calzaturiere. Domodossola, l'antica Oscella dei Leponzi, capitale dell'Ossola Superiore, sorge su un piano alluvionale formato dal torrente Bogna sulla destra del fiume Toce. Centro fisico, politico e amministrativo della Ossola, Domodossola ha origine antichissima: fu fondata in epoca preromana dai Leponzi (Ossola Lepontiorum); nel 12 a.C. passò sotto il dominio romano. Caduto l'Impero romano (476) anche l'Ossola subì l'invasione dei Barbari, Unni, Goti e Longobardi; a questi successero i Franchi di Carlo Magno, dopo i quali inizia il dominio dei vescovi conti di Novara. Secondo la tradizione nel 917 Berengario I avrebbe concesso a Domodossola il mercato settimanale, che si tiene ancor oggi al sabato, attirando numerosi turisti e valligiani. Nel periodo delle signorie, Domodossola fu sottoposta ai Visconti prima e agli Sforza poi. Dopo la caduta di Ludovico il Moro, il borgo cadde sotto la dominazione spagnola che durò per due secoli. La spartizione dei domini spagnoli assegnò l'Ossola a Carlo VI d'Asburgo, poi a Maria Teresa. Dopo la Rivoluzione Francese (durante la quale l'Ossola appartenne alla Repubblica Cisalpina e al Regno d'Italia) e la caduta di Napoleone, Domodossola fu capoluogo di mandamento sotto i Savoia. Nel 1906 fu portato a termine il traforo ferroviario del Sempione, opera importantissima per l'economia della Valle. Nel corso della seconda guerra mondiale, Domodossola fu il centro di una zona libera che, sottrattasi all'occupazione nazista, si autogovernò con strutture democratiche (Repubblica dell'Ossola - settembre/ottobre 1944), contribuendo con il suo esempio alla Liberazione nazionale. La città è adagiata alle falde dello storico colle di Mattarella e delle colline di Vagna. La fisionomia del centro della città conserva tuttora il suo sapore medioevale nelle viuzze tortuose della Motta, nella Torre di via Briona, nella piazza del Mercato, nei cimeli dell'antica chiesa e convento di San Francesco e nei ruderi delle mura sforzesche e spagnole che facevano di Domodossola un borgo fortificato. Negli ultimi settant'anni, specialmente in seguito all'apertura del Sempione, ed al sorgere di numerose industrie, Domodossola si è notevolmente ampliata. Centro delle valli ossolane e delle strade convergenti da ogni direzione, è luogo di passaggio frequentatissimo da italiani e stranieri e meta di numerosi turisti e villeggianti.

Gattinara

(8.661 ab.). Centro agricolo ed industriale in provincia di Vercelli, alla destra del fiume Sesia. Industrie tessili ed enologiche. L'elemento caratterizzante di questo importante centro della bassa Valsesia è la cultura della vite. Il nome Gattinara è infatti noto anche grazie al pregiato vino omonimo.

Abitata fin dall'antichità da Liguri e Celti, dal II sec. d.C. fu dominata dai Romani, che per primi avviarono la coltivazione della vite. Nel primo Medioevo, con le invasioni barbariche, la popolazione si trasferì nel villaggio fortificato costruito sulla sommità della collina. La vera ripresa della vita civile ci fu nell'età Carolingia. Concessale dalla Repubblica vercellese la qualifica di Borgo Franco nel 1242 , la sua autonomia fu poi in seguito confermata sia dai Visconti che dai Savoia, sotto la cui tutela rimarrà - salvo la parentesi napoleonica (1804-1814) - sino all'Unità d'Italia. Gattinara conserva diversi monumenti degni di interesse. Fra di essi si segnalano: la chiesa di S. Pietro. L'edificio romanico, forse già esistente nel V secolo, venne abbattuto verso il 1470 e poi ricostruito in forme tardo-gotiche. Nel 1881 venne demolito l'edificio gotico per costruire l'odierno tempio neo-classico; si salvò soltanto la facciata che riporta, in laterizio, elementi decorativi vendemmiali. La chiesa di S. Maria di Rado (IX sec.) è un eccellente esemplare di architettura romanica. Da vedere anche la Torre delle Castelle, fortificazione dell'XI secolo che costituisce il simbolo di Gattinara.

Ivrea

(25.243 ab.). Cittadina in provincia di Torino sulle due rive della Dora Baltea, nel settore settentrionale dell'anfiteatro morenico a cui dà il nome, allo sbocco in pianura della Valle d'Aosta. Importante centro industriale (macchine per scrivere e calcolatrici, manifatture tessili e alimentari). Di origine celtica, divenne sede di una colonia romana nel 100 a.C. Dopo l'888, trovandosi al centro della Marca d'Italia, fu contesa a lungo tra marchesi e vescovi, i quali ultimi finirono per avere il sopravvento. Libero Comune, nel XII e XIII sec., fu conquistata da Federico II nel 1238. Divenuta sede di una Signoria, dopo alterne dominazioni fu stabilmente annessa allo Stato sabaudo. Nel XVI e XVII sec. dovette subire gli assedi dei Francesi e degli Spagnoli. Della romana Eporedia restano tracce della strada militare lungo la vallata della Dora, ruderi dei teatro (II sec. d.C.) e varie iscrizioni. Notevoli il Duomo (X sec.), rimaneggiato nel XVIII-XIX sec., la chiesa di San Bernardino e il Castello delle Quattro Torri (1358). Collezioni d'arte nei Palazzi vescovile e comunale.

Macugnaga

(624 ab.). Centro in provincia di Verbania. Si trova nella Valle Anzasca, ai piedi del Monte Rosa a 1.500 m s/m. Importante centro per gli sport invernali, con attrezzati impianti sciistici. Stazione climatica. La storia di Macugnaga risale ai primi insediamenti di coloni avvenuto del XIII secolo: i Walser. Provenienti dalle regioni montuose tedesche e abituati alla difficile vita della montagna, i Walser si stabilirono in molte zone alpine di Italia, Francia e Svizzera, sfruttando le risorse agricole e di pastorizia presenti. Ancora oggi si possono vedere le tipiche abitazioni walser, con i basamenti in pietra, la struttura e gli interni interamente in legno, i caratteristici balconi ed il tetto a due falde ricoperto di lastre di ardesia o più raramente legno o paglia. Nel Settecento si iniziò lo sfruttamento dei giacimenti auriferi della valle. L'attività mineraria è stata una risorsa importante per la zona finché, negli anni Cinquanta, le miniere sono state chiuse per gli alti costi di gestione. Attualmente rimangono decine di chilometri di gallerie scavate nella roccia, una parte delle quali visitabili dai turisti. L'incremento turistico di Macugnaga si è sviluppato nei decenni seguenti il dopoguerra. Il paese offre inoltre diverse attrattive culturali, fra cui si segnalano il Museo Storico Casa Staffa, che conserva reperti e documenti della storia di Macugnaga, il Museo Casa Valser, ricco di testimonianze della civiltà Walser, la miniera d'Oro della Guia, la prima miniera-museo italiana, la chiesa Vecchia, che conserva al suo interno affreschi e arredi di varie epoche, e la parrocchiale di Santa Maria Assunta, del XVII sec.

Moncalieri

(61.338 ab.). Cittadina in provincia di Torino sulla destra del Po, a 260 m s/m. Importante centro di industrie meccaniche, metallurgiche, dei fiammiferi, tipografiche, chimiche, elettrotecniche, dell'abbigliamento, dei compensati. Sorta nel XIII sec., già nel 1232 perveniva ai Savoia che la fortificarono erigendovi il grandioso castello (XV sec., ampliato nel XVIII). Gli eventi di maggior spicco avvenuti all'interno del castello di Moncalieri sono stati l'arresto del re Vittorio Amedeo II nel 1731, che un anno dopo morì nello stesso maniero, e nel 1849 la firma del Proclama di Moncalieri, con cui il re scioglieva la Camera dei Deputati e faceva approvare alla nuova Camera il trattato di pace con l'Austria.

Il 28 settembre 1848 fu inaugurata a Moncalieri la prima autentica linea ferroviaria italiana, la Moncalieri-Torino, un evento di cui la cittadina va fiera perché rappresentò una rivoluzione nel sistema delle comunicazioni: da quella prima tratta prese infatti il via tutto il sistema ferroviario italiano.

Tra i monumenti degni di nota, oltre al Castello Reale si segnalano la chiesa di Santa Maria della Scala, costruita nella prima metà del '300 in stile romanico-gotico, la chiesa romanica di San Francesco e la chiesa di Santa Maria di Testona, eretta nel 160 d.C., con l'originale campanile romanico.

Mondovì

(22.033 ab.). Città in provincia di Cuneo. Il centro si divide in due parti distinte: l'una bassa, sulle rive del torrente Ellero, l'altra posta sulle colline circostanti alla prima cui è collegata da funicolare. A Mondovì sorse la prima tipografia piemontese. Il terreno è fertile e produce castagne, gelsi, tartufi. La città fu fondata dagli abitanti di Carassone, Vasco e Vico, ribellatisi nel 1198 al vescovo di Asti. Quest'ultimo nel 1200 espugnò l'abitato e nel 1231 lo distrusse. Occupata da Carlo I d'Angiò, nel 1260 tornò ancora sotto il controllo dei vescovi di Asti e ottenne nel 1290 il riconoscimento dell'autonomia comunale. Nel XVI secolo perse più volte l'autonomia a favore degli Angioini, dei Visconti, dei marchesi del Monferrato, degli Acaia. A partire dal 1418 fu controllata dai Savoia. Sono gli anni in cui la città incrementa le proprie attività industriali relative a concerie, lanerie, mulini e accresce il commercio con la Liguria. Tra il 1537 e il 1559 fu occupata dai Francesi, tornò poi ai Savoia all'epoca di Emanuele Filiberto, che vi costruì la Cittadella e istituì alcune facoltà universitarie. Il 22 aprile 1796 Napoleone Bonaparte vi sconfisse l'esercito piemontese; In questo periodo la città fu per due volte conquistata dalle truppe napoleoniche e quindi liberata fino alla battaglia di Marengo (1800), che impose il dominio francese. Nel 1801 il Piemonte fu infatti annesso alla Francia a cui rimase sottoposto sino al 1814 quando, ritiratosi Napoleone all'Elba, la Restaurazione ripristinò i possessi delle Case regnanti europee.
Tra i monumenti degni di nota si segnalano: la parrocchiale dei Ss. Pietro e Paolo, del 1489, la chiesa di S. Filippo (1734-57) e la chiesa della Misericordia (1708-1717).

Orta San Giulio

Comune in provincia di Novara (1.177 ab.) a 294 m s/m. Località di soggiorno estivo e rinomata stazione turistica, sorge in splendida posizione nella verde penisola del Sacro Monte, sulla sponda orientale del Lago d'Orta, di fronte all'isola di San Giulio.

Orta e l'isola di San Giulio furono teatro di feroci assedi e di battaglie sanguinose. Si crede che Onorato, vescovo di Novara dal 490 al 500, diede inizio alle opere di difesa che, continuate nei secoli successivi, ne fecero l'inespugnabile municipium . Divenne ducato longobardo e fu teatro di atti violenti e sanguinosi quando nel 590 il re longobardo Agilulfo vi fece uccidere il duca Mimulfo con l'accusa di tradimento. Nel 957 Berengario II, in lotta con i vescovi conti di Novara si rinchiuse nell'isola che fu assediata per due mesi dalle truppe di Ottone I. Ancora assediata nel 962, venne poi restituita al vescovo di Novara. La dominazione dei vescovi di Novara proseguì , tra alterne vicende in un continuo susseguirsi di conferme e sottrazioni di privilegi e poteri da parte di re e imperatori, fino al 1817, quando la Chiesa novarese vi rinunciò per sempre a favore di Vittorio Emanuele I.

L'antico borgo di Orta possiede un incanto ed un fascino particolare; il centro storico è attraversato da stradine strette e tortuose su cui prospettano case antiche, e palazzi barocchi con cortili porticati e balconi in ferro battuto. Da visitare il cinquecentesco Palazzo del Comune e la parrocchiale di S. Maria Assunta, fondata nel 1485 e ricostruita nella seconda metà del XVIII secolo; conserva al suo interno affreschi barocchi e dipinti di Procaccini, Morazzone e Fermo Stella.

Il Sacro Monte di Orta è un complesso religioso realizzato tra la fine del XVI secolo e la seconda metà del Settecento ad emulazione del Sacro Monte di Varallo. Situato lungo le pendici del Monte San Nicolao (oggi Monte Francesco), conta 21 cappelle edificate tra il XVI e il XVII secolo, con affreschi e sculture in terracotta che illustrano gli episodi salienti della vita di San Francesco. Da visitare, inoltre, è la chiesa di San Nicolao, del 1100.

Saluzzo

(15.722 ab.). Cittadina in provincia di Cuneo a 340 m s/m. Cereali, uva, prodotti ortofrutticoli. Allevamento. Artigianato del mobile di stile, del ferro battuto, rame e alpacca. Industria tipografica, alimentare, meccanica. Capitale di un marchesato quattro volte secolare, ha conservato pressoché intatto nelle soluzioni urbanistiche di fine '400 il centro storico, disteso a ventaglio sulla collina e in origine racchiuso da una duplice cerchia di mura. Sovrastato dall'imponente Castiglia, il borgo è tutto un susseguirsi di viuzze acciottolate, ripide gradinate, chiese, ed eleganti palazzi nobiliari con logge e altane, raccolti attorno a giardini nascosti. Nella città e nel suo territorio sono presenti splendide testimonianze d'arte, d'artigianato e di storia, dovute alla committenza della corte tardogotica dei marchesi, degli ordini monastici e della Diocesi (assegnata a Saluzzo nel 1511). Documentata fin dall'anno 1000, la curtis Saluzzo è marchesato d'origine aleramica. Raggiunge la massima fortuna nel XV sec., sotto i successivi governi di Ludovico I e Ludovico II, quando alla crescente prosperità economica corrisponde lo splendore delle arti e delle lettere. Nel secolo successivo inizia la decadenza: travolto dalla contesa franco-imperiale, il piccolo stato è infine annesso al ducato sabaudo (1601), nella cui storia da allora confluirà. Saluzzo è uno dei più esclusivi centri italiani dell'antiquariato, del mobile d'arte e del restauro.

Santhià

(9.288 ab.). Centro in provincia di Vercelli, a 183 m s/m. all'inizio dell'estesa zona di risaie vercellesi. Importante nodo stradale posto a Ovest del Canale Cavour (realizzato nel 1866 per convogliare le acque per le risaie). Il comitato di Santhià fu donato nel 999 da Ottone III al vescovo di Vercelli. Verso la metà del XIII sec. il centro di Santhià entrò nell'orbita del Comune di Vercelli di cui seguì le sorti quando questo cadde sotto il dominio dei Visconti. Nel 1377 Santhià si diede alla casa di Savoia, che vi prepose un capitano con giurisdizione sul territorio circostante, detto "capitanato di Santhià". Durante l'Impero napoleonico fu capoluogo di circondario del dipartimento della Sesia.

La cittadina ospita una piccola Galleria d'Arte moderna, che raccoglie opere d'arte contemporanea. Tra gli edifici più significativi si ricordano il neoclassico Palazzo del Municipio e la parrocchiale di S. Agata, di fogge ottocentesche, che conserva il campanile romanico e all'interno un polittico del 1531, opera di Girolamo Giovenone.

Sestriére

(817 ab.). Centro in provincia di Torino. Le origini storiche di Sestriére sono piuttosto recenti essendo stata completamente ricostruita nel 1934 sul comprensorio territoriale dell'ex Comune di Champlas du Col, dell'ex Comune di Sauze di Cesana e della frazione Borgata di Sestriére, staccatasi dal limitrofo comune di Pragelato. La vita e la storia di Sestriére sono strettamente legate al mondo dello sci : l'esordio delle piste da sci di Sestriére nelle gare di Coppa del Mondo risale al 1967 quando si disputarono due discese libera sulla ripida pista "Banchetta". All'inizio degli anni '30 , il senatore Giovanni Agnelli fece costruire, sulle vaste e panoramiche praterie del colle del Sestriére, due edifici alberghi "a torre" e vennero installate le prime due funivie, dirette ai Monti Banchetta e Sises. è nato così questo famoso centro di sport invernali che si sviluppò rapidamente assumendo in breve tempo fama internazionale: ancora oggi è uno dei posti meglio organizzati e attrezzati per le attività sciistiche.

Stresa

(4.708 ab.). Centro in provincia di Verbania, a 200 m s/m. sulle propaggini orientali del Monte Mottarone, lungo la sponda occidentale del Lago Maggiore. Stazione di soggiorno. Il suo sviluppo turistico ha avuto inizio nel XVIII sec., epoca a cui risalgono alcune splendide ville disseminate nell'entroterra. Ha conosciuto una forte espansione agli inizi del '900, quando furono costruiti gli sfarzosi alberghi liberty che prospettano sul lungolago. Il paese appartenne al vescovo di Tortona e dopo il Mille passò ai novaresi e quindi ai Barbavara. Unito al Vergante verso la metà del XV sec., fu sotto la Signoria dei Visconti prima e dei Borromeo poi. Nel 1714 passò in mano agli Austriaci e nel 1748 ai Savoia. Tra gli edifici più significativi ricordiamo: la parrocchiale neoclassica di S. Ambrogio (1790), che custodisce varie tele di scuola lombrada del XVII sec. Poco oltre la chiesa si trova la cosidetta Villa ducale (1770), dove nel 1855 morì il filosofo Antonio Rosmini.

Tortona

(27.197 ab.). Cittadina in provincia di Alessandria, situata in pianura al margine delle estreme propaggini dell'Appennino Settentrionale. Fiorente centro industriale e commerciale; attivo mercato di prodotti agricoli della fertile pianura circostante. Di origine romana ai piedi delle pendici appenniniche, vanta numerose vestigia storiche di vicende bimillenarie. La sua fondazione infatti risale al 120 a.C. e fu battezzata sotto Ottaviano, Iulia Dertona. Tortona conobbe il suo tempo migliore in età comunale divenendo ricco centro di scambi commerciali, visto la posizione lungo la Via Emilia. Tra i monumenti ricordiamo la Cattedrale (XVI sec.) dedicata a San Lorenzo e all'Assunta, con facciata neoclassica di Nicolò Bruno (1879-80); all'interno tele e affreschi del Moncalvo e nel presbiterio il Tesoro, dove si segnalano una grande croce seicentesca e un'urna con le spoglie di S. Marziano, primo vescovo e patrono della città. Su piazza Duomo si affaccia anche il Palazzo vescovile del 1584. Da qui, per piazza Lugano e via Verdi si arriva a S. Maria Canale, la più antica chiesa cittadina (XI-XII sec.), con semplice facciata tripartita e interno gotico con tracce di affreschi quattrocenteschi. Via Giulia porta all'elegante Teatro Civico edificato nel XIX sec. i cui tre ordini di palchi fanno da cornice al raffinato sipario. Sulla retrostante piazza Derthona si affaccia un portico compreso nel chiostro quattrocentesco del convento dell'Annunziata. Nello spazio formato dalle piazze Arzano e Marconi, si affaccia Palazzo Guidobono del XV sec., all'interno del quale è sistemato il Museo Civico. Di fronte, via Passalacqua porta alla chiesa di S. Giacomo, ricostruita in chiave tardobarocca nel XVIII secolo. Riprendendo la Via Emilia, si arriva alla chiesa di S. Matteo, di stile barocco, con importante Madonna col bambino su fondo oro di Barnaba da Modena (XIV sec. circa). Simbolo della città, la torre, sul colle Savo, unico reperto rilevante della fortezza, realizzata nel 1773 . Osservando il panorama della città, si nota subito l'imponente statua dorata della Madonna con Bambino (1959) sul campanile del santuario della Madonna della Guardia (1926-31). Oltre la ferrovia, in via Muraglie Rosse, la cantina sociale ospita il Museo della Bicicletta, con numerosi modelli d'epoca e esemplari appartenuti a campioni degli anni '40 e '50 del Novecento, tra cui Fausto Coppi. In zona Fitteria, i sepolcri romani di età augustea (I sec. a.C.- I d.C.).

Valenza

(21.291 ab.). Centro commerciale e industriale in provincia di Alessandria, a 125 m s/m alla destra del Po, sulle estreme propaggini orientali del Monferrato. Cereali, uva. Allevamento. Industria dell'oreficeria e calzaturiera. Il primo nucleo di formazione della città ebbe origini ben più antiche e probabilmente ricollegabili allo stanziamento nella zona di tribù liguri attorno al X sec. a.C. Sottomessa dai Romani fin dal II sec. a.C., la città, grazie alla sua felice ubicazione lungo la Via Fulvis, divenne in breve fiorente. Verosimilmente verso il V sec. d.C., le popolazioni, che avevano formato la Valenza ligure e poi romana scesero, dalla zona compresa tra le colline di Astigliano e il confine con Monte, a costituire un nucleo urbano compatto nella zona dove attualmente sorge la città. è probabile che a rendere necessario l'abbandono delle primitive sedi sia stato il bisogno di garantirsi una maggiore sicurezza all'epoca della calata dei Barbari che, ciò nonostante, ripetutamente attaccarono e distrussero la città. Fu infatti sottomessa ad Odoacre e a Teodorico e, durante la guerra greco-gotica, fu messa a ferro e fuoco dal generale bizantino Belisario. Subì le incursioni del burgundo Gundebaldo e la lunga dominazione dei Longobardi. Sconfitti questi ultimi dai Franchi ed espugnata Pavia, passò sotto il dominio di Carlo Magno e dei Carolingi e rimase sotto il loro controllo fino alla creazione della Marca del Monferrato, da parte dell'imperatore Ottone I, in cui fu inclusa. Ma agli albori dell'epoca comunale essa era già tanto forte e munita da rifiutare l'asservimento ai Marchesi del Monferrato, assicurandosi l'indipendenza. La posizione favorevole della città, grazie anche all'attivo porto sul Po e alla florida agricoltura, aveva infatti permesso a Valenza di acquisire nella zona un ruolo di notevole importanza, soprattutto dal punto di vista commerciale. Tale posizione di prestigio venne compromessa nel XII sec., quando la Lega Lombarda fondò Alessandria, la quale, ben presto, dovette arrecarle danni di interesse e d'autorità. Nello scontro fra papato e Impero tuttavia si ispirò sempre ad una politica di parte guelfa e conservò la propria indipendenza fino alla seconda metà del XIV sec., quando attrasse i Visconti di Milano in piena espansione verso il Piemonte meridionale e perciò impegnati in una dura lotta contro i marchesi del Monferrato. Un progetto di consegnare proditoriamente Valenza a Galeazzo Visconti per il prezzo di 6.000 fiorini d'oro fu sventato nel 1358; i responsabili Lancia e Franceschino Bombelli e Peruccio Aribaldi furono infatti scoperti, condotti ad Asti e qui condannati alla decapitazione, mentre la città continuava a combattere contro le truppe viscontee che l'assediavano. Dovette tuttavia assoggettarsi ai Visconti (1370), come già Alessandria e gran parte del Piemonte meridionale. Valenza conobbe in quegli anni un periodo molto fiorente anche dal punto di vista economico essendo la città situata tra il territorio milanese e quello genovese e traendo perciò vantaggio dall'unione con Milano. Durante le lotte di predominio in Italia tra Francesi e Spagnoli della prima metà del secolo XVI, Valenza, legata alle sorti del ducato di Milano e in posizione strategica cruciale, visse un triste periodo, subendo diversi attacchi da parte dei Francesi che occuparono e perdettero ripetutamente il ducato a loro conteso dagli Sforza, dagli Spagnoli, dagli Svizzeri. Saccheggiata dalle truppe francesi del d'Aubigny (1499), da quelle di Francesco I di Francia (1515), riconquistata ai domini spagnoli (1521) da Carlo V per essere nuovamente ripresa dai Francesi (1523), la città passò in quell'anno, come feudo imperiale, sotto Carlo V. Arresasi di nuovo ai Francesi del Brissac nel 1557, fu definitivamente assegnata agli Spagnoli dal trattato di Chateau-Cambrésis del 1559 e visse un lungo periodo di pace sino al 1635. Fu in quegli anni che la città ebbe modo di incrementare la propria attività economica e intorno al XVII secolo si potevano contare a Valenza sei filande di seta ed un'industria di fustagni che occupavano centinaia di donne; rinomata era anche la fabbricazione di vasi atti a contenere il vino e molto attivo era il commercio attraverso i ponti di barche sul Po. Né d'altra parte perdeva le sua caratteristiche di città militare avamposto della Lombardia spagnola verso il Piemonte sabaudo, il Monferrato dei Gonzaga e i rinnovati interessi francesi, sicché era anche continuamente munita e rafforzata. Nel 1635 infatti, durante la ripresa delle guerre tra Francesi e Spagnoli e i loro alleati dell'Italia settentrionale, entro il più vasto quadro europeo della guerra dei Trent'anni, Valenza fu in grado di sostenere 60 giorni di assedio da parte degli eserciti collegati di Francia, del ducato di Parma e di quello dei Savoia. Resistette ancora all'assedio francese del 1641, ma dovette capitolare dopo 70 giorni nel 1656 alle truppe di Francia, di Savoia e di Modena, nell'ultimo periodo della lotta tra Francesi e Spagnoli, conclusasi con la Pace dei Pirenei (1659). Un nuovo assedio subì nel 1696, durante la guerra della Lega di Austria contro Luigi XIV re di Francia, ma Francesi e Sabaudi, guidati da Vittorio Amedeo II, duca di Savoia, non riuscirono a piegarla. Rimase soggetta agli Spagnoli sino al 1707, quando fu conquistata da Vittorio Amedeo II di Savoia, durante la guerra di Successione spagnola, allorché i Francesi, questa volta alleati agli Spagnoli, battuti nella battaglia di Torino (1706), sgombrarono quasi tutto il Piemonte. Ai Savoia la città rimase grazie al Trattato di Utrecht del 1713. Vittorio Amedeo II, nel prenderne possesso, le riconfermò i titoli di cui era stata precedentemente insignita e la fece sede del governo della Lomellina. Valenza rimase sotto la dominazione dei Savoia fino al 1796, quando iniziò la conquista da parte della Francia prima repubblicana e poi napoleonica, di cui seguì, con il resto del Piemonte, le numerose vicissitudini sino al 1814. Malgrado le guerre continue e le pesanti contribuzioni, le istituzioni, le iniziative e le idee portate dai Francesi sviluppano anche a Valenza quei principi egualitari, quelle aspirazioni democratiche e di autogoverno che pongono le premesse dei Risorgimento. Dopo la caduta di Napoleone, infatti, la città subì non solo la Restaurazione sabauda, ma lo stanziamento di un presidio austriaco, che gravava sulle spalle dei contribuenti, e rivelò subito aspirazioni liberali e costituzionali. Nel marzo-aprile 1821, durante la rivoluzione piemontese, anche il Consiglio comunale solidarizza con gli insorti e con il reggente Carlo Alberto che aveva concesso la Costituzione. La sconfitta di Novara, il ritorno del presidio austriaco fino al 1823. La reazione sabauda con le sue dure condanne non piegano il sentimento della città, altrimenti non si spiegherebbe l'entusiasmo valenzano quando re Carlo Alberto, nel febbraio del 1848, promette la Costituzione, lo Statuto, e la solidarietà espressa così tempestivamente da una delegazione del Consiglio comunale al Governo provvisorio di Milano insorta. Per tutto il Risorgimento insomma la città dà il suo contributo ai moti costituzionali, alle guerre di indipendenza, alle imprese garibaldine. Con l'Unità d'Italia, Valenza perde definitivamente il suo carattere di città militare e, nel quadro del mercato nazionale unificato, sviluppa attività industriali nuove, che prima affiancano e poi offuscano quelle tradizionali e quelle agricole. Intorno al 1840, Vincenzo Morosetti iniziava l'industria orafa, che era destinata a diventare la più importante del nostro Paese, sviluppandosi non solo sul piano tecnico ed imprenditoriale, ma anche legandosi originalmente alle svolte della moda e dell'arte europee, senza perdere la grande forza della tradizione artigiana da cui era uscita. Intanto Valenza si ingrandisce, la ferrovia, il ponte in muratura la legano alla Lombardia e al resto del Paese, l'industria la spinge ad assorbire manodopera, migliorano rapidamente le condizioni economiche, la città si fa vivace, si stampano vari giornali, sorgono circoli culturali, sportivi, politici e i contrasti politici sono animati e duri. Lo sviluppo economico aveva infatti creato un notevole fermento sociale tra gli operai e gli artigiani e, nelle campagne, fra i contadini. Uomini come Luigi Pasoni, Valerio Folco, Alfredo Compiano, Giusto Calvi, Francesco Tassinari propugnavano idee prima radicali e poi socialiste e contribuivano a creare quella mentalità umanitaria e progressista che, da un lato, si legava alla tradizione giacobina e risorgimentale, dall'altro iniziava le fortune del socialismo nella città e nelle campagne. Nel 1905 Giusto Calvi è eletto deputato per il Partito Socialista proprio nel collegio di Valenza. Nel 1920 i deputati socialisti sono due, Francesco Tassinari, contadino e Paolo De Michelis, orafo, la città ha un'amministrazione socialista e le organizzazioni politiche e sindacali della sinistra sono articolate e solide. Per questo lo scontro con il Fascismo, che ormai dilaga per tutto il Paese, a Valenza è particolarmente duro. Appoggiandosi ad un nucleo locale, le spedizioni punitive dei fascisti provenienti da Alessandria, da Casale, dalla Lomellina si abbatterono a lungo e con accanimento sulla città. L'episodio più drammatico di questi anni fu l'uccisione del fascista Vincenzo Alferano (giugno 1921), avvenuta mentre con un gruppo di squadristi si apprestavano ad aggredire giovani comunisti rinchiusi nella sezione del loro partito. Quest'uccisione è rimasta misteriosa e probabilmente scaturì da un equivoco fra i fascisti stessi, ma essa scateno immediatamente e a lungo la violenza. La sede del Partito Comunista e la Camera del Lavoro furono date alle fiamme, al Sindaco e agli amministratori comunali fu imposto di abbandonare le loro cariche, gli oppositori politici furono ripetutamente aggrediti e bastonati, un gruppo di cittadini, accusati del delitto, fu trascinato davanti ai tribunali, che non riuscirono tuttavia a dimostrarne la colpevolezza, malgrado ripetuti processi durati quasi vent'anni. Il Fascismo impose anche a Valenza il suo ordine autoritario, distruggendo ogni opposizione organizzata e colpendo non solo uomini, partiti e sindacati della sinistra, ma gli stessi popolari e cattolici, che contavano uomini notevoli per dignità morale e per iniziative civili e religiose. Alle guerre fasciste la città, come tutto il Paese, pagò un alto contributo di sofferenze e di sangue e la stessa industria valenzana pagò particolarmente cara la politica di deflazione mussoliniana, quando la moneta italiana fu rivalutata con una decisione più di prestigio politico che di calcolo economico (1927-1928) e decine di industrie furono messe in crisi per le nuove difficoltà di esportazione. è difficile seguire le vicende dell'antifascismo valenzano negli anni della dittatura, certo esso non ebbe caratteri di opposizione clandestina organizzata, ma gli anziani e i giovani trovarono il modo di incontrarsi, di discutere, di dissentire, di dare un senso ed una direzione alla loro protesta. Del gruppo più consistente di quegli antifascisti facevano parte uomini che si collegavano alle tradizioni della sinistra e uomini di estrazione cattolica e del partito popolare, vi erano insegnanti, ferrovieri, artigiani, operai, imprenditori. Pochi erano i mezzi per opporsi al Fascismo, anche solo sul piano propagandistico, ma questi uomini ebbero il merito di conservare e diffondere un bene incalcolabile, l'amore per la libertà e la giustizia, il diritto di pensare con la propria testa, di battersi per migliorare la società. Il Fascismo entrò in crisi anche a Valenza tra il 1942 e il 1943, quando fu chiaro che la guerra stava concludendosi tragicamente per gli errori e le colpe non solo di Mussolini, ma di un intero sistema. Dopo la caduta di Mussolini e del Fascismo (25 luglio 1943), gli stessi uomini che avevano fatte parte dei gruppi di opposizione cercarono di ricostruire i partiti, animarono discussioni e presero iniziative. Per questo la città non subì passivamente né l'occupazione nazista, né il ritorno dei fascisti della repubblica di Salò. Proprio l'8 settembre 1943, il giorno in cui i Tedeschi occuparono l'Italia, venne fondata a Valenza la sezione del Partito Comunista Italiano, subito dopo si formarono gli altri partiti, il Comitato di Liberazione Nazionale, che diresse la resistenza valenzana, e i primi gruppi armati, anche se la città non conobbe una vera e propria guerriglia urbana. Il movimento partigiano la strinse da vicino a partire dall'estate 1944, quando le brigate della Garibaldi, della divisione autonoma patria, della Matteotti giunsero sulle colline che circondavano la città. Valenza, tenuta da un presidio tedesco e da reparti della brigata nera e della guardia nazionale repubblicana, conobbe le atrocità nazifasciste. Dietro il cimitero furono condotti a morire i partigiani della Banda Lenti catturati presso Madonna dei Monti vicino a Grazzano Badoglio. L'eccidio aveva l'intento di ammonire i partigiani che avanzavano e la Resistenza nella città stessa. Ma non serviva: già nell'agosto del 1944 la brigata nera di Valenza veniva affrontata dai partigiani a Rivarone e nel febbraio del 1945 essa veniva colpita nella stessa città da un'azione fulminea: i fascisti sorpresi nel sonno, vengono disarmati e imprigionati e il loro comandante giustiziato. La città insorse fra il 24 e il 25 aprile 1945, mentre l'esercito tedesco subiva l'attacco degli anglo-americani e i partigiani conquistavano le città dell'Italia settentrionale. Fra Valenza e Alessandria si insaccarono le truppe fasciste e tedesche del IV corpo d'armata "Lombardia" al comando del generale Jahn, che tentavano la ritirata vero la Lombardia, o almeno di arrendersi agli anglo-americani. La lotta di liberazione ebbe ancora un tragico sussulto: tre partigiani valenzani lasceranno la vita sorpresi dai Tedeschi in fuga, proprio sulle soglie della pace e della libertà. Poco dopo capitolavano ad Alessandria il presidio tedesco e la divisione San Marco e a Valenza si concludevano le trattative fra i delegati del C.L.N. ed il generale Jahn, con la resa dell'intero corpo d'armata, poco prima che arrivassero gli anglo-americani (29 aprile 1945, ore 14). Come già accennato attorno al 1840, Vincenzo Morosetti iniziava l'industria orafa e quella grande e ineguagliabile tradizione artigiana. Un allievo del Morosetti, Vincenzo Melchiorre, si perfezionò a Torino e Parigi presso i migliori gioiellieri. Tornato a Valenza, iniziò una produzione orafa più qualificata, con l'uso di pietre preziose orientali. Gli allievi del Melchiorre si misero successivamente in proprio, dando inizio a quella proliferazione delle aziende che ancora oggi è in atto. Nel 1850 infatti vi erano 3 aziende orafe, nel 1913 44 aziende con 517 addetti, su una popolazione di 5.000 abitanti. Nel 1945 esse erano circa 300. In quest'anno fu fondata l'"Associazione Orafa Valenzana" che negli anni '60 fu fattore determinante del "boom" delle esportazioni con la creazione della "Mostra permanente" e dell'"Export Orafi".

Varallo Pombia

(7.944 ab.). Centro commerciale e industriale in provincia di Vercelli, a 450 m s/m nella Valsesia, al centro di una conca dominata a Nord-est dal Sacro Monte. Industria laniera e meccanica. Artigianato del legno, ferro battuto merletti. La storia di Varallo Pombia è connessa a quella di Pombia, luogo importante politicamente sia nell'età romana che in quella medioevale. Il territorio viene compreso entro l'area designata convenzionalmente con la denominazione di "Civiltà di Golasecca", con cui si indicano gli insediamenti umani di estrazione celtica, di ceppo linguistico indoeuropeo, i Leponzi, stanziati fin dal secondo millennio a.C. in particolare nell'alta valle dei Ticino e nell'Ossola e in generale nell'area delimitata dalla Svizzera al Po e dal Sesia all'Adda. Sul finire dei V sec. a.C. nuove tribù celtiche, i Galli per i Romani, calarono in Italia e, nelle zone indicate si insediarono gli Insubri che poi si fusero con il golasecchiani. Con la romanizzazione, nell'età di Augusto, i territori novaresi con la valle d'Aosta e la Lombardia vennero inseriti nella undicesima provincia di Roma: la Transpadana. Pombia, già municipio romano verso il finire del IV sec., in età carolingia divenne uno dei comitati, che comprendeva pure Varallo Pombia, della Marca d'Ivrea. Nel 962 comparvero i primi conti di Pombia, poi di Biandrate (1040), con i quali il comitato pombiese acquistò grande rilevanza politica ed economica. Questi conti dalla seconda metà del X sec. e fino alla fine del XII sec., ebbero nella storia di Novara e di Milano somma importanza sia al tempo di Arduino, re d'italia, sia con Guido "il Grande" di Biandrate. Causa i duri contrasti fra i conti di Pombia poi di Biandrate e i vescovi novaresi, Corrado II detto "il Salico", re d'Italia donava nel 1025 alla Chiesa di Novara il comitato di Pombia che, come già detto, comprendeva anche il territorio di Varallo. La Chiesa novarese ebbe un'importanza notevole nel passaggio dall'età longobarda all'età comunale, apportando una radicale riorganizzazione dei poteri politici ed amministrativi ed in particolare di quelli religiosi, mediante la formazione delle "pievi": in una bolla di Papa Innocenzo II del 1033 viene citato anche Varallo quale sede di Pieve. Nel 1407 il duca di Milano Filippo Maria Visconti nominò Alberto signore di Borgo Ticino e di Varallo Pombia. Lo stesso duca con il diploma del 7 maggio 1413 concesse ai figli di Alberto, Ermes e Lancellotto, i feudi di Pombia e di Varallo Pombia con il titolo di signore. Da essi vennero poi devoluti e infeudati da Galeazzo Maria Sforza a Martino Paolo Nibbia il 6 ottobre 1469. Nel 1506 risulta che parte dei feudi di Varallo Pombia e di Pombia fossero in possesso dei fratelli Arcimboldi. Dette proprietà erano state acquistate dall'Arcivescovo di Milano Guido Antonio Arcimboldi dai figli di Martino Paolo Nibbia e, successivamente, alienate da Nicolao Arcimboldi il 12 gennaio 1507 a favore di Ludovico Visconti Borromeo. I fratelli Francesco Maria e Gianfranco Nibbia alienarono, previo regio assenso del 17 febbraio 1625, metà dei feudi a Camillo Caccia, vendita perfezionata il 31 luglio 1628. Pier Luigi Nibbia, con assenso del 17 febbraio, vendette il giorno 5 aprile 1685 l'altra metà dei feudi ad Ottaviano Caccia e al Cardinale Federico Caccia, Arcivescovo di Milano dal 1693 al 1699. è a questo personaggio che si deve con ogni probabilità la costruzione della primitiva casa Simonetta, poi ampliata e completata dai marchesi Ferreri, eredi di Federico Caccia. Nel 1776 morto il marchese Federico Ferreri, senza discendenti, le proprietà passarono ai Sormani, nobili milanesi e da questi, per acquisto, ai Simonetta. Fra il 1784 e il 1802, Gio Batta Simonetta acquistò dai Sormani e da altri Simonetta, praticamente, i feudi di Varallo Pombia e di Pombia. Per successione tali beni passarono ai figli Francesco e Luigi la cui figlia Giovanna, sposata Bollini, fu la madre di Bollini Teresa poi contessa Mocenigo Soranzo. Scomparsa la contessa Bollini Mocenigo Soranzo quanto ancora rimaneva dei feudi venne alienato dagli eredi. In Varallo Pombia, come nei centri limitrofi di Pombia, Divinano e Borgo Ticino, il Novecento vide la modificazione totale dei modi di vita delle popolazioni, che dovettero affrontare le situazioni politiche, economiche e culturali che condussero ai due conflitti mondiali: alla guerra del 1915-18 e a quella del 1940-45. Vi furono periodi di crisi per l'agricoltura collinare che portarono ad una forte emigrazione verso l'estero. Dopo il 1945 si ebbe una forte ripresa demografica in seguito all'immigrazione dal Veneto e dal Sud, che ha favorito una rapida trasformazione delle caratteristiche ambientali e culturali del paese, preservando comunque una fitta cortina di boschi, ideale collegamento tra l'area del Parco del Ticino e quella del Parco dei Lagoni di Mercurago. Nel 1972 l'Amministrazione Comunale acquistò dagli eredi della contessa Teresa Bollini Mocenigo Soranzo "Villa Soranzo", facendone la sede degli uffici comunali, della biblioteca e della pinacoteca.

La cittadina possiede numerosi monumenti interessanti, tra i quali ricordiamo: la collegiata di San Gaudenzio, appartenente al sec. XIII e rifatta nel 1710, al cui interno è conservato un polittico di G. Ferrari; la chiesa di Santa Maria delle Grazie, con affreschi di G. Ferrari (1513) e, poco distante dal centro abitato, la Cappella della Madonna di Loreto (sec. XV), affrescata da A. Zanetti, G. Ferrari e A. Solari. Per posizione geografica e per importanza, tra tutti domina il Sacro Monte.

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