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ETIOPIA
Regione dell'Africa orientale, occupante un vasto altopiano. Nota agli egizi come parte della "Terra di Kush", alla metà del I millennio a.C. vi si insediarono genti semitiche sudarabiche, gli habashat (da cui abissini) e gli aguezat, che si fusero coi cusciti, imponendo la propria lingua.

UNICA AREA CRISTIANA DELL'AFRICA NERA.
Fra il VI e il I secolo a.C., subì una forte influenza sudarabica ed ellenistica. Attivo centro di traffici (porto di Adulis), dal II sec. a.C. vi si sviluppò il regno di Aksum, città del Tigrè che si affermò nell'altopiano specie sotto il regno di Ezana (320 ca. - 342 d.C.), il quale sconfisse Meroe e i nomadi begia. A Ezana è attribuita la formalizzazione dell'alfabeto etiopico e l'adozione del cristianesimo (Chiesa copta). Fino al 1959 l'Etiopia fu sottoposta al patriarcato di Alessandria d'Egitto, che aveva seguito nello scisma monofisita del V secolo. Già egemone sull'Arabia meridionale (525-572), Aksum decadde dal VII secolo per la pressione araba e quella dei begia e fu distrutta nel 976 dagli agau giudaizzati della regina Guedit, mentre il baricentro del regno, minacciato da stati etiopici di religione musulmana (Adal, Hadya, Harar, Ifat, Dawaro), si spostava verso sud. Nel XII-XIII secolo la dinastia agau degli Zagwe raccolse nella regione del Lasta l'eredità aksumita. Con sovrani che intorno al XII secolo assunsero il titolo di negus e l'appellativo di Negusa Nagast (Re dei re), come Lalibela, l'Etiopia godette di una rinascita politica, religiosa e artistica. Alla fine del XIII secolo Yekuno Amlak (1270-1285) che si proclamò restauratore della dinastia "Salomonide" di Aksum (il mitico primo negus, Menelik, era considerato figlio di Salomone e della regina di Saba), depose gli Zagwe e spostò nell'Amhara il centro dell'impero. I rapporti fra monarchia e Chiesa copta si fecero più stretti. La concessione di benefici fondiari ai monasteri e all'aristocrazia creò allora l'ossatura del feudalesimo etiopico. Sconfitto da Amda Syon (1314-1344) il sultanato Walasma dell'Ifat, ai confini dello Scioa, la potenza dell'Etiopia cristiana toccò l'apice con Zara Yakob (1434-1468), che centralizzò il potere contrastando le autonomie feudali, represse le eresie religiose, stabilì una tregua con i musulmani e promosse contatti con l'Occidente (delegazione al concilio di Ferrara-Firenze del 1439-1441). Coi suoi successori declinò il potere centrale, mentre la spinta musulmana trasse maggior impeto dalla conquista turca dell'Egitto (1517). Nel 1527 Ahmed Ibn Ibrahim al Ghazi detto Graqn (il Mancino) scatenò dall'Adal la gihâd (guerra santa) contro i cristiani. Nel 1541, allorché l'impero, devastato e minato dalle conversioni all'Islam, era ridotto al solo Tigrè, Lebna Dengel (1508-1540) ottenne l'aiuto dei portoghesi. Graqn morì nel 1543, ma la guerra si protrasse creando un vuoto di cui approfittarono gli oromo (o galla), nomadi di lingua cuscitica che, da sudest, penetrarono sull'altipiano, spazzando via l'Adal e mutando sostanzialmente la configurazione dell'Etiopia. Fermati oromo e turchi (1589) da Sarsa Denghel (1537-1597), sotto il regno di Susenyos (1607-1632) si realizzò un'effimera unione religiosa con Roma (1621-1632). La reazione ecclesiastica e popolare contro il negus, i portoghesi e i gesuiti, indusse il successore Fasiladas (1632-1667), che fissò la capitale (prima itinerante) a Gondar, a politiche xenofobe. Una certa stabilità prevalse fino al regno di Iyasu I (1682-1706), ma il XVIII secolo coincise con una fase di decadenza e di conflitti interni (il "Tempo dei giudici"), con deboli imperatori soggetti allo strapotere della nobiltà e dei pretoriani oromo, mentre Tigrè e Scioa si rendevano indipendenti. La rinascita imperiale fu opera di un notabile del Tigrè, Kasa, che nel 1855, dopo aver riunificato gli spezzoni del vecchio impero, assunta la corona col nome di Teodoro II (1855-1868), colpì l'autonomia dei grandi feudatari, centralizzò il potere e tentò riforme modernizzanti ma, entrato in urto con gli europei, fu sconfitto nel 1868 da una spedizione britannica e si tolse la vita. Dopo dure lotte di successione un nuovo ras del Tigrè salì al trono come Giovanni IV (1872-1889). Questi difese l'impero contro le mire di egiziani e italiani (battaglia di Dogali del 1887); cadde combattendo a Metemma contro i mahadisti del Sudan, ma la sua politica favorevole a nobiltà e Chiesa accentuò le autonomie periferiche.

L'UNIFICAZIONE IMPERIALE E LA LOTTA ANTICOLONIALE. Gli succedette il negus dello Scioa, Menelik II (1889-1913), sostenuto dall'Italia, con la quale stipulò il trattato di Uccialli (1889), riconoscendone la sovranità sull'Eritrea. Dedicatosi quindi al compimento delle conquiste già avviate dallo Scioa, portò l'Etiopia alla massima estensione territoriale. Oromo, sidamo, molti somali e altri gruppi furono sottomessi a una forma di feudalesimo militare con al centro la monarchia e l'aristocrazia amhara, basate nella nuova capitale Addis Abeba, nello Scioa. Sconfessato nel 1893 il trattato di Uccialli e stroncata nel 1896 un'offensiva italiana a Adua, Menelik rafforzò la posizione internazionale dell'Etiopia e avviò la modernizzazione tecnologica (ferrovia franco-etiopica Addis Abeba-Gibuti). Gli succedette Iyasu V (1913-1916), osteggiato dall'aristocrazia scioana e dalla Chiesa. Filoislamico, antinglese e favorevole alla Turchia, fu deposto nel 1916. Fu allora incoronata Zauditu, figlia di Menelik, (1917-1930) e il ras Tafari Makonnen nominato reggente con diritto di successione. Tafari si fece promotore della modernizzazione e centralizzazione dello stato (esercito nazionale, amministrazione moderna, riduzione dei gravami feudali e della schiavitù). Debellati i tradizionalisti facenti capo a Zauditu, Tafari salì al trono col nome di Hailé Selassié I (1930-1974), concedette una limitata costituzione e proseguì nella politica di modernizzazione dall'alto, curando il consenso di Chiesa e aristocrazia. Nel 1935, nonostante la condanna della Società delle nazioni (di cui l'Etiopia era membro dal 1923), l'Italia fascista invase il paese. Il negus riparò a Londra e l'Etiopia venne inclusa nell'Africa orientale italiana. La breve occupazione italiana, con una dura repressione della viva resistenza nazionale, comportò alcuni effetti positivi in materia di dotazione infrastrutturale e amministrativa, capitalizzati da Hailé Selassié allorché tornò sul trono nel 1941, dopo la sconfitta italiana per mano britannica. Ottenuto uno sbocco sull'oceano attraverso l'ex colonia italiana dell'Eritrea, federata come stato autonomo all'Etiopia nel 1952 in base a una risoluzione dell'Onu e poi unilateralmente annessa da Addis Abeba come provincia nel 1962 (aprendo una trentennale guerra indipendentista), Hailé Selassié perseguì nel dopoguerra un'attiva politica africana, ponendosi come uno dei padri dell'emancipazione dal colonialismo e adoperandosi per la costituzione dell'Organizzazione dell'unità africana. Gli Usa sostituirono Londra come principale alleato dell'Etiopia e all'interno la modernizzazione ricevette un forte impulso tecnico, ma fu limitata dal conservatorismo sociale e politico di fondo del negus.

RIVOLUZIONE E SECESSIONE DELL'ERITREA. La formazione di una piccola borghesia burocratico-militare alterò, tuttavia, l'ordinamento tradizionale. Le contraddizioni, soprattutto nel settore della proprietà fondiaria, rimasto inalterato, manifestatesi già nel 1960 con un fallito colpo di stato militare, si aggravarono fino a esplodere nel febbraio 1974, allorché una situazione di grave disagio popolare (carestia, aumento dei prezzi, agitazioni urbane e studentesche) si saldò alla protesta dei militari (cattivo andamento della guerra antisecessionistica in Eritrea), che presero la guida di un vasto moto di rivolta, assumendo il controllo dello stato attraverso un comitato di coordinamento, il Derg, che depose il negus (12 settembre 1974). Da nazionalista, la rivoluzione assunse presto connotati marxisti (nazionalizzazioni, collettivizzazione delle terre, organi di mobilitazione popolare ecc.), conseguendo il risultato storico di smantellare l'assetto feudale etiopico. Nella lotta nel Derg fra moderati e radicali (uccisione di due capi dello stato, Aman Adom nel 1974 e Tafari Banti nel 1977), nel 1977 prevalsero i secondi con Menghistu Haile Mariam, che assunse il potere e scatenò sanguinose purghe (Terrore rosso). Nel 1977-1978 l'Etiopia, sostenuta da sovietici e cubani, riuscì a fronteggiare l'aggressione militare da parte della Somalia, in appoggio al secessionismo dei somali dell'Ogaden. Il regime, deciso a mantenere la compatezza della vecchia compagine imperiale, non riuscì invece ad avere ragione del secessionismo eritreo (rappresentato da movimenti marxisti), il cui esempio fu seguito da altre regioni, come il Tigrè e le aree oromo. La carestia del 1984, gli eccessi della collettivizzazione e i metodi brutali impiegati nel trasferimento di popolazione dalle regioni aride dell'altopiano a quelle più fertili del sud-ovest ("villaggizzazione") accentuarono il malcontento e l'opposizione armata, mentre fra eritrei e tigrini veniva stipulata un'alleanza strategica. Il disimpegno sovietico, conseguente alla distensione est-ovest, accelerò il collasso del regime di Menghistu. Privo degli aiuti militari, esso soccombette all'avanzata del Fronte rivoluzionario democratico del popolo etiopico (Frdpe), a base soprattutto tigrina e sostenuto dall'Occidente nonostante la sua origine marxista-leninista. Menghistu fuggì in Zimbabwe il 21 maggio 1991. I tigrini tornarono a controllare l'Etiopia dopo più di un secolo di egemonia amharo-scioana. Il governo provvisorio di Meles Zenawi promise pluralismo democratico in un quadro federale a base etnica, mentre l'Eritrea si avviava pacificamente all'indipendenza (1993).

P. Valsecchi

A. Del Boca, Gli italiani in Africa orientale, Laterza, Bari 1976; P. Gilkes, The Dying Lion. Feudalism and Modernization in Ethiopia, Friedmann, Londra 1977; A. Tessore, Etiopia, Istituto italo-africano, Roma 1984.
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