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ERITREA
Regione litoranea del Corno d'Africa, componente storica del complesso etiopico cui venne dato questo nome classico (derivante dalla denominazione greca del mar Rosso) durante la dominazione italiana (1890-1941). Composta di una fascia costiera sul mar Rosso, popolata da gruppi di lingua semitica e cuscitica fortemente islamizzati e di una regione d'altopiano in cui prevale l'elemento cristiano-semitizzato, l'Eritrea è col Tigrè la culla della civiltà etiopica. Lingua prevalente è il tigrino. Sottratta nelle parti costiere al controllo dei sovrani cristiani a opera di potentati musulmani, dopo il X secolo fu controllata solo saltuariamente dal centro del potere etiopico, anche se l'altopiano restò dominato da feudatari cristiani. Sottoposta sulla costa a un controllo turco più o meno larvato dopo il XVI secolo e quindi turco-egiziano nel XIX secolo, vide nel 1885 l'occupazione del porto di Massaua da parte degli italiani (presenti nel porto di Assab già dal 1868). Oggetto di contesa fra l'Italia e l'impero etiopico, che riconobbe il dominio italiano col trattato di Uccialli del 1889, venne eretta in colonia nel 1890, e utilizzata come base per il tentativo di conquista dell'Etiopia frustrato dal disastro di Adua (1896). Il colonialismo italiano, che in epoca fascista contemplò un articolato tentativo di colonizzazione demografica delle terre dell'altopiano per mezzo di contadini italiani, incise profondamente sull'assetto socio-politico e culturale della popolazione locale, distanziandola rispetto al contesto del vicino impero etiopico e contribuendo a costituire un'identità eritrea, al di là delle spiccate differenze etnico-linguistiche e religiose della popolazione e al di là della sostanziale identità dei popoli dell'altopiano con i vicini dell'Etiopia settentrionale. Dopo la conquista italiana dell'Etiopia (1935-1936), l'Eritrea fu ampliata con l'annessione di una parte del Tigrè e inclusa come provincia nel quadro dell'Africa orientale italiana. Occupata dai britannici nel 1941, restò sotto l'amministrazione provvisoria della Gran Bretagna dopo che l'Italia ebbe definitivamente perso le sue colonie col trattato di pace del 1947. Contesa fra l'Etiopia, che ne reclamava l'annessione su basi storiche, sostenuta da un importante movimento unionista locale forte soprattutto fra i cristiani dell'altipiano, e una linea indipendentista, incarnata specialmente da musulmani delle coste, divenne "unità autonoma federata con l'Etiopia" in seguito alla soluzione di compromesso varata dall'Onu nel dicembre 1950. Dotata di bandiera, assemblea e governo propri, era però soggetta alla sovranità della corona etiopica. Una difficile storia di conflitti fra centralismo imperiale e istanze d'autonomia eritree culminò nell'annessione come provincia decisa dal negus Hailé Selassié nel novembre 1962. L'atto di forza indusse il Fronte di liberazione eritrea (Elf), operante già dal 1961, ad aprire un conflitto protrattosi per un trentennio, che poté godere di sostegni esterni, specialmente fra i paesi musulmani. La guerra civile eritrea fu una delle cause principali del disfacimento della monarchia etiopica. Dopo la rivoluzione del 1974, il problema eritreo si mantenne anche con il nuovo regime socialista etiopico, anch'esso contrario a concedere l'indipendenza alla regione. La repressione etiopica condusse gli eritrei, costantemente scissi fra le posizioni differenziate di cristiani e musulmani, a superare le divisioni e ad assumere un atteggiamento coordinato nella lotta contro Addis Abeba. L'alleanza strategica del secessionismo eritreo, egemonizzato dal Fronte popolare per la liberazione dell'Eritrea (Eplf) di originarie tendenze marxiste-leniniste, con gli autonomisti del vicino Tigrè ebbe, a partire dagli anni ottanta, un effetto fondamentale nel far progredire la causa eritrea. Con l'entrata dei tigrini ad Addis Abeba nel maggio 1991, e la caduta del regime di Menghistu Haile Mariam, l'Eritrea acquistò di fatto la propria indipendenza, ratificata dal referendum popolare del 1993.

P. Valsecchi
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