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Animali Uccelli Razzolatori

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Animali Uccelli Razzolatori

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VITA DEGLI ANIMALI - UCCELLI - RAZZOLATORI

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INTRODUZIONE

Alcuni naturalisti hanno diviso la classe degli uccelli in due categorie, distinguendo quelli che sono attivi appena nati da quelli che restano per qualche tempo inerti nel nido. Partendo da questa divisione, hanno, tuttavia, tratto delle conseguenze generali che è difficile condividere, volendo prolungare gli effetti di un'unica distinzione anche entro i confini delle abitudini di vita, che sono invece variabilissime e non sopportano affatto una così drastica catalogazione. Su questa falsariga sbagliata, è stato detto che gli uccelli che nascono inerti si muovono saltellando, volano in alto e si nutrono di una varietà di cibi molto ridotta, mentre gli altri camminano, ricorrono al volo soltanto in caso di necessità e sono generalmente onnivori; ancora: che i primi sono quasi tutti piccoli, che dormono stando in piedi, gli altri invece raggiungono proporzioni maggiori e riposano appollaiati. E' certo che queste differenze esistono, ma i loro confini sono tutt'altro che definiti, e se noi volessimo seguirle alla lettera, dovremmo unire delle specie di uccelli che per molti versi sono diversissime, ed allontanarne di quelle che al contrario presentano affinità innegabili: tanto per fare un esempio, vi sono moltissimi uccelli che camminano, corrono e sono onnivori e che pure non sono attivi appena nati, ma si sviluppano gradatamente. Entro certi limiti, ad ogni modo, la accennata distinzione ha il suo valore: tutti gli uccelli di cui dovremo occuparci d'ora in avanti appartengono, infatti, alla grande categoria dei precoci, ossia di quelli che sono attivi subito dopo la nascita. Il primo ordine che si incontra, entro questi confini, è quello dei Gallinacei o Razzolatori: un ordine tutt'altro che unitariamente definito, poiché si sogliono comprendere in esso anche alcune famiglie che hanno caratteristiche assolutamente proprie, e che sarebbe più giusto considerare come ordini separati e indipendenti. I gruppi la cui affinità con i Gallinacei appare meno dimostrata sono quelli dei Pterocli, delle Penelope, dei Cracidi e dei Megapodi: se se ne studiano i costumi, ci si accorge che le differenze nel portamento, nel modo di nutrirsi e di riprodursi e, in generale, in tutto il modo di vivere, sono tali che sembra parecchio arrischiato confonderli con i Gallinacei. Volendo ad ogni modo mantenere le classificazioni generalmente accettate, è necessario premettere che, tutto quanto si verrà dicendo in generale sull'ordine, si riferisce ai Gallinacei propriamente detti, mentre per le quattro famiglie nominate la descrizione è rimandata ai paragrafi che le riguardano direttamente.

Nessuna categoria di uccelli ha una diffusione così estesa, e nel tempo stesso, ha tante differenze nella struttura corporea come quella dei Razzolatori o Gallinacei. Si incontrano dappertutto, non solo perché l'uomo li ha moltiplicati in tutte le zone come volatili domestici, ma anche perché non c'è paese abitabile che non ne possieda qualche suo tipo originario. In linea molto generale, hanno forme robuste o addirittura pesanti, ali brevi, piedi forti e piumaggio folto. Il loro corpo è depresso e breve, il petto alto, il collo corto o medio e la testa piccina. Il becco varia grandemente, e può essere breve, cioè pari alla metà del capo, o lungo poco meno di esso. Nel primo caso è anche largo e alto, più o meno fortemente arcuato, uncinato agli apici o quanto meno foggiato come un'acuta cupoletta cornea; la parte posteriore, molle e membranosa, è quasi sempre rivestita di piume, ed eccezionalmente ricoperta da una cera che si estende anche su certi bernoccoli che si gonfiano prima del periodo dell'accoppiamento per poi impicciolirsi, come avviene nei colombi. In questo caso il becco e più esile, curvo sopra e sotto, indurito soltanto in punta in una breve squametta cornea, e l'ampia ed aperta narice giace in una lunga fossetta. Le zampe sono lo strumento più potente per il moto dei Gallinacei, ed hanno perciò sempre struttura notevolmente robusta; la tibia appare molto carnosa grazie ai forti muscoli che si appoggiano alle sue ossa, il tarso è vigoroso e i piedi sono più o meno sviluppati. Di norma, le quattro dita sono ben conformate, a volte però il dito posteriore è rudimentale; la maggior parte delle specie che vivono in terra lo ha piccolo e collocato più in alto degli altri, mentre quello dei Gallinacei arboricoli è molto grande. Le unghie sono quasi sempre brevi, larghe e smussate, l'ala nel maggior numero dei casi è corta, ben arrotondata e convessa, la coda ha forme molto variabili e in qualche caso può mancare del tutto. Generalmente grandi e resistenti, le piume dei Razzolatori sono fornite di piumino alla radice; merita attenzione lo straordinario sviluppo di quelle del groppone o delle copritrici della coda, che formano il principale ornamento di certi Gallinacei. Abbondanti piume rivestono il collo e tutto il corpo, ed in due famiglie scendono sui tarsi fino alle dita; spesso esse lasciano scoperti spazi più o meno ampi sul capo e sulla gola, nei quali la pelle si sviluppa in callosità, bernoccoli, lobi, creste ed altre appendici, sempre splendenti di vivacissimi colori. Nell'aspetto, i Gallinacei non sono inferiori a molti altri ordini, soprattutto per la distribuzione dei colori e la grazia del disegno; le differenze fra i sessi sono spesso così accentuate che non si stenta a riconoscere come tali due coniugi, perché le femmine vestono sempre un abito molto più modesto; anche i piccoli sono diversi dagli adulti, e per arrivare ad eguagliarne l'aspetto devono passare attraverso molte se pur rapide fasi.

La struttura interna dei Gallinacei è per molti riguardi singolarissima. Lo scheletro è massiccio, scarsa la pneumaticità delle ossa, lo sterno non è veramente osseo ma membranoso e munito posteriormente di due intaccature che si spingono tanto in avanti che il corpo dello sterno appare ridotto ad un sottile ossicino; la carena non è molto alta, allargata sul davanti e arcuata, e la forchetta è esile e sottile. Le vertebre dorsali centrali si saldano in un solo pezzo, le cervicali variano il numero da tredici a quindici - sette reggono le costole e formano il petto - e le caudali sono cinque o sei. La lingua, di larghezza piuttosto uniforme, è piatta e molle nella parte superiore, brevemente appuntita e frastagliata sul davanti; la faringe si allarga in una ingluvie di notevole ampiezza, il ventricolo succenturiato ha pareti spesse e ricche di ghiandole e lo stomaco è dotato di forti muscoli; la trachea è molle, costituita soltanto da anelli cartilaginosi, e nei maschi di certe specie presenta una cavità nella parte inferiore. Come abbiamo già accennato, i Razzolatori sono cosmopoliti, ma abbondano soprattutto in Asia: ogni continente ne ospita più o meno esclusivamente alcune famiglie, ma l'Europa non possiede specie che non si trovino anche in Asia o in Africa. Di solito preferiscono i boschi, ma non ne fanno la loro dimora esclusiva: se ne incontrano infatti anche nelle aride pianure, sulle pendici delle Alpi a poca distanza dal limite delle nevi perpetue, nelle steppe settentrionali provviste di scarsa vegetazione muschiosa. Praticamente vivono in qualsiasi luogo, dalle cime dei monti alle spiagge del mare, dall'Equatore fino alle isole poco distanti dal Polo Artico: mancano solo nelle squallide solitudini che circondano il Polo Antartico.

Le specie che vivono tra noi ci hanno abituato a valutare di che facile contentatura siano i Gallinacei per quel che riguarda il cibo, che comprende, oltre alle sostanze vegetali, materie che a mala pena si direbbero convenienti ai bruchi o a pochi ruminanti: tuttavia ci riesce difficile spiegare come possano trovare di che sostentarsi in certe regioni arse dai raggi del sole o rese squallide dal freddo di una notte che si prolunga per vari mesi. Si può solo dire con sicurezza che si trovano dovunque a loro agio, e mantengono sempre inalterate l'indole e le abitudini. In fatto di qualità e di attitudini, questi uccelli non si possono dire molto privilegiati: sono scarsamente dotati nel volo, appaiono impacciati sugli alberi e tutti, senza eccezione, rifuggono dalle acque: le zampe robuste ed alte permettono loro di correre a lungo e rapidamente, e quando la forza di esse non basta, ricorrono all'aiuto delle ali, tuttavia più per tenere il corpo in equilibrio che per spingerlo avanti. Al volo non si decidono se non costretti da forza maggiore, e la cosa si comprende facilmente se si pensa che le ali, corte e rotonde, per sostenerli richiedono un rapido e continuo agitare che stanca rapidamente i muscoli. La voce dei Razzolatori è molto particolare: le specie silenziose sono poche, tutti amano far rumore e frastuono, con risultati, se si fa astrazione dai teneri accenti con cui la chioccia raccoglie i suoi piccini, non molto gradevoli.

Anche le facoltà intellettuali e i sensi non raggiungono un gran livello. Vista e udito sono acuti; gusto ed odorato sono imperfetti, mentre soltanto le attività inferiori del cervello sono ben sviluppate. I Gallinacei hanno buona memoria ma scarso giudizio, per cui, se comprendono di avere dei nemici, non li sanno poi distinguere, e si comportano allo stesso modo in presenza di un gheppio o di un'aquila, di un pacifico agricoltore o di un cacciatore. Estremamente violenti, trattano bensì la propria prole con tutto l'affetto, affrontando per essa i maggiori pericoli, ma durante la cova non conoscono pietà o riguardo per i piccoli altrui, ed anzi li uccidono a beccate se appena sospettano di poterne soffrire qualche danno.

Le specie che non vivono monogame esplicano un'attività sessuale superiore a quella di qualsiasi altro uccello, spinta a limiti addirittura incredibili: il bisogno dell'atto riproduttivo trascende fino al parossismo, e, mutandone l'indole, sopprime tutti gli altri bisogni di questi uccelli, facendoli apparire addirittura forsennati. Il maschio non conosce, non vede che la femmina o molte femmine, e, se trova dei rivali, non pone alcun limite ai mezzi idonei a combatterli: non si cura delle ferite, non bada al pericolo, lotta fino alla morte nel vero e proprio senso della parola. Il furore della contesa gli fa dimenticare tutto, anche l'arrendevolezza della femmina per la quale si sta battendo, e che è pronta ad accogliere, indifferentemente, l'uno o l'altro dei combattenti. Quando si parla della poligamia tra gli animali, ed in particolare tra i Gallinacei, si commette un errore, poiché nel loro regno essa non esiste: non c'è un maschio che sia signore e padrone di più femmine, ma c'è semplicemente l'opportunità, per maschi e per femmine, di unirsi con chi meglio credono e nel momento in cui loro aggrada. Se il gallo ci pare lascivo al sommo, la gallina non è da meno, qualsiasi compagno le è accetto quanto quello che pretenderebbe di avere su di essa e sulle sue compagne un dominio assoluto. E, quel che si dice per il gallo e per la gallina, vale per la maggior parte delle specie di Gallinacei: fanno eccezione, anche in questo senso, le famiglie che inizialmente abbiamo indicato come per più versi indipendenti dalle regole generali dell'ordine.

Tutti i Gallinacei propriamente detti covano per terra, costruendo un nido di forma variabile ma sempre caratterizzato da grande sommarietà: se le condizioni ambientali sono favorevoli, se ci sono cioè sterpaglie, arbusti o erbe, le uova vengono deposte direttamente sul terreno in una piccola incavatura precedentemente approntata, in altri casi la madre raccoglie ramoscelli o piume per rendere in qualche modo accogliente la sua dimora. Le covate sono sempre piuttosto numerose, e le uova variano nella forma e nel disegno: l'incubazione dura di media intorno alle tre settimane, ed è compito esclusivo, come del resto l'approntamento del nido e la protezione della prole, della madre, poiché il padre si disinteressa nel modo più assoluto delle uova e dei piccoli. Solo in alcuni casi il padre ritorna per qualche tempo in seno alla famiglia dopo che siano terminate le noiose incombenze della cova, e si adopera a proteggere i congiunti; in altri, poi, si associa ai piccoli solo dopo che essi siano cresciuti.

Appena uscito dal nido, il gallinaceo si mostra già vivace e sveglio. Fin dal primo giorno è in grado di camminare e di alimentarsi, e segue le voci di richiamo della madre, il cui compito è quello di mettergli davanti il cibo e di proteggerlo, per quanto può, dalle numerosissime insidie che lo circondano. Cresce molto rapidamente, in tempo relativamente breve; il piumino con il quale è nato, per lo più colorato in modo da confondersi con il terreno, viene sostituito dalle piume; per la maggior parte delle specie la muta dell'abito giovanile nell'adulto avviene entro il primo anno, altre hanno invece bisogno di due o tre anni prima di essere completamente vestite: le prime sono già in grado di accoppiarsi nel primo autunno della loro vita, le altre attendono molto tempo prima di interessarsi all'altro sesso.

Tutti i predoni grandi e piccini che vivono in natura hanno nei Razzolatori le prede più ambite, e compiono tra le loro file stragi che solo la grande prolificità degli assaliti riesce a colmare. Anche l'uomo dirige le proprie insidie verso parecchie di queste specie: egli ha però imparato da tempo a conoscere la grande utilità che gli può venire dall'addomesticamento dei Razzolatori, e li ha diffusi dalle foreste dell'Asia meridionale a tutte le zone del globo, tenendoli presso di sé in ogni clima, circostanza e luogo.

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PTEROCLI

I Pterocli, ai quali abbiamo già accennato, occupano nell'ordine dei Razzolatori e Gallinacei un posto molto particolare: li si considera ordinariamente come costituenti un anello di transizione tra i colombi ed i gallinacei, ma un'opinione di questo genere si fonda, come tutte le altre che vogliono stabilire degli accostamenti tra di essi ed altri gruppi di uccelli, su confronti piuttosto superficiali. E' più giusto considerarli come una di quelle famiglie che si distinguono per caratteristiche del tutto proprie, hanno spiccatissima l'impronta dei luoghi d'origine e modi di vita affatto peculiari. In confronto agli altri membri del loro ordine, ad ogni modo, sono notevoli soprattutto per la grande attitudine al volo, nel quale superano tutte le altre specie, e non a caso in Germania si è dato loro il nome di «Galli volanti». I loro tratti più propri non sono da cercare nella conformazione del becco e neppure in quella del piede, ma nello sviluppo del piumaggio e degli organi del volo. La loro strana patria, che è la pianura spoglia di alberi e di piante, sia poi steppa, landa, campo incolto o deserto vero e proprio, si riflette nei loro costumi: essa ha dato loro non solo l'abito che più si attaglia alle regioni desertiche, ma anche quella mobilità che è indispensabile per poter vivere in zone tanto povere di mezzi di sussistenza.

Di forme tarchiate nonostante l'apparenza svelta che viene loro dalle lunghe ali e dall'abbondante coda, i Pterocli hanno corpo breve, petto molto arcuato, collo di mediocre lunghezza, capo minuto e grazioso e becco piccolo, a culmine leggermente piegato, ingrossato in prossimità dell'apice della mascella inferiore e compresso lateralmente. I piedi hanno tarsi brevi e dita piccole, e l'abito consta di piume larghe, arrotondate e durissime che fanno apparire il corpo liscio nonostante non siano gran che aderenti. Graziosamente e variamente colorati, secondo toni che suggeriscono subito l'accostamento con le regioni in cui abitano, non è norma che presentino differenze nei due sessi: i piccoli, dal canto loro, assomigliano dapprima alla madre, e vestono poi rapidamente l'abito degli adulti.

Originari dell'antico mondo, questi uccelli si incontrano in Europa, in Africa e soprattutto in Asia, estendendosi la loro patria fin dove giunge il deserto; talvolta, dai luoghi d'origine si spingono fino a territori che non sono loro abituali, senza per questo smentire le loro abitudini stazionarie, ma spinti unicamente dalla grande attitudine al volo.

Intorno ai loro costumi, è bene limitare questo discorso preliminare alle linee più essenziali, dal momento che i due gruppi in cui si divide la famiglia, Pterocli propriamente detti e Sirrapte, hanno abitudini differenti sulle quali sarà più opportuno fermarsi all'atto dell'esame più dettagliato. E' da dire soltanto che dove il deserto è più inospitale, dove la lodola della sabbia, con il suo mesto grido, si mostra di quando in quando, là sorge improvvisa la schiera chiassosa di questi uccelli privilegiati. Dovunque la natura conceda loro qualche possibilità di vita non mancano mai, ed a noi riesce difficile capire come riescano a sopravvivere. Di indole socievole, si uniscono spesso tra specie diverse, e gli individui dello stesso ceppo vivono regolarmente in completo accordo, formando immensi stormi che per mesi e mesi restano uniti attraversando vaste estensioni, alla continua ricerca di alimento. Non si preoccupano gran che di tenersi vicini all'acqua, della quale pure hanno bisogno come qualsiasi altra specie animale: la velocità del volo consente loro di guadagnare rapidamente le rive di qualche lontanissimo ruscello, e sono proprio queste le occasioni in cui l'uomo riesce più agevolmente a vederli e ad udirne la voce. Negli altri casi, scoprire la loro presenza non è facile, perché essi sono protetti da un abito che consente un'eccellente mimetizzazione col terreno.

I branchi si tengono uniti per mesi e mesi: all'avvicinarsi del periodo della riproduzione si sciolgono in branchetti minori e questi in coppie, ciascuna delle quali sceglie sulla sabbia un sito opportuno, lo scava leggermente e vi depone le uova, consacrandosi amorevolmente alla cura della prole. Vengono così eseguite una o due cove, dopo le quali gli stormi si ricompongono e riprendono le abituali peregrinazioni.

GANGA (Pterocles arenarius)

Incominciamo con il Ganga la descrizione delle specie più note del primo gruppo, quello dei pterocli propriamente detti: per ciascuna specie daremo le notizie che la riguardano più strettamente, che la individuano, rimandando ad un discorso generale la trattazione di tutto ciò che ne concerne i costumi, che per il citato gruppo sono sostanzialmente identici. Il Ganga, dunque, è un uccello lungo circa trentatré centimetri, con coda di dieci, ali di ventidue ed apertura alare di sessantacinque: queste misure ne fanno una delle specie più voluminose del gruppo. Il suo piumaggio si colora di grigio-rossiccio sulla testa e sulla parte posteriore del collo, di giallo più o meno scuro sul dorso, dove si notano però anche sfumature di color ardesia e macchie giallo-ocra all'estremità di ciascuna penna; la gola è pure giallo-ocra, una fascia sulla gola è nericcia, il petto grigio-rossiccio, una lista ben definita sul petto nera o nero-bruna come il ventre. Le penne remiganti sono cinerine o azzurro-cenere, bruno-nericce in punta e nero-carbone viste dal di sotto quelle del secondo ordine sono bianche alla radice, le copritrici superiori dell'ala sono giallo-ocra, le inferiori bianche, le due timoniere centrali bruno-cannella con striature trasversali nericce, le altre cinerine con punte bianche; anche esse, viste dal di sotto, appaiono nerissime fin verso l'apice. Le piume dei piedi sono giallo-bruno-scure, il becco è azzurrastro, il piede grigio e azzurro scuro e l'occhio bruno scuro. Le femmine si distinguono per il giallo-sabbia di tutto il dorso e dei lati del collo: inoltre, le singole piume del dorso sono striate di bruno-nero in senso trasversale, e quelle del capo, della nuca, del collo e della parte anteriore del petto sono sparse di piccole gocce scure. Le fasce della gola sono appena accennate, ed il ventre è alquanto più chiaro di quello dei maschi.

Il Ganga è comune in tutta l'Africa di nord-ovest, si diffonde in gran parte dell'Asia e compare ogni inverno nell'India; in Europa lo si trova soprattutto in Spagna, e qualche esemplare è stato visto anche in Sicilia.

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GRANDULE (Pterocles alchata)

Un po' più piccola del Ganga, la Grandule è però più vivacemente colorata. Fronte e guance sono bruno-ruggine, la gola e la finissima redine che corre dall'occhio alla parte posteriore del capo sono nere, la parte posteriore del collo, la nuca ed il dorso mescolano il grigio, il bruno ed il verdiccio con le macchie gialle poste all'estremità di ciascuna penna, le piccole copritrici dell'ala sono rosso-sangue-grige e le grandi copritrici giallo-grige-verdicce con margini bruno-neri. La regione giugulare è giallo-rossiccia, la parte superiore del petto bruno-cannella e circondata da una fascia nera, il ventre bianco, le remiganti grige con gli steli neri e le timoniere striate di giallo e di grigio sul pogonio esterno, grige sull'interno e bianche in punta: il paio estremo ha però bianco anche il pogonio esterno. Le femmine mostrano, in complesso, la stessa distribuzione di colori, ma presentano delle finissime striature trasversali su tutta la parte superiore del corpo, un doppio collare che circoscrive uno spazio grigio-gialliccio, e la gola bianca. L'occhio è bruno, il becco plumbeo e il piede bruniccio.

La Grandule ha la stessa area di diffusione del ganga, ed in particolare, assieme ad esso, è uno dei pterocli originari dell'Europa e precisamente della Spagna, dove la si incontra comunemente come in Africa ed in Asia.

PTEROCLE COLOR SABBIA (Pterocles exustus)

Sappiamo che il color sabbia è tipico di tutte le specie di pterocli: in quella di cui ci occupiamo è particolarmente accentuato, e da questa caratteristica essa ha preso il nome. Si tratta di uccelli lunghi intorno ai trentadue centimetri, con coda che può arrivare a quindici, ali di tredici ed apertura alare di quasi sessanta: nel loro piumaggio prevale un bel colore isabella-rossiccio che sulle guance, sul viso e sulle copritrici delle ali si sfuma in una vivace tonalità di giallo, e sul dorso assume riflessi verdicci. Una stretta fascia nera divide questi colori dal bruno-cioccolato delle parti inferiori, incominciando dai lati del collo ed attraversando successivamente la parte superiore del petto; le copritrici del sottocoda e le piume del tarso riprendono il citato color isabella tutte le copritrici minori dell'ala mostrano all'estremità una fascia formata da piccole macchie brune, le remiganti primarie sono nere e, cominciando dalla terza, anche sulla punta e sul vessillo esterno, mentre le timoniere centrali, molto allungate ed aguzze, sono di color isabella e le laterali bruno-cupe con fasce e macchie più chiare. L'occhio è bruno, un largo cerchio perioculare nudo è giallo, becco e dita sono color piombo. Le femmine hanno il colore isabella delle parti superiori macchiato e striato di scuro, la fascia del ventre appena accennata, il ventre listato di bruno e di nero; le loro timoniere centrali sono poco più lunghe delle altre.

Le regioni africane ed asiatiche che ospitano le due specie precedenti accolgono pure il Pterocle Color Sabbia, che inoltre le rappresenta nel centro e nel nord-est dell'Africa.

PTEROCLE DI LICHTENSTEIN (Pterocles lichtensteini)

E' lungo poco più di venticinque centimetri, la sua coda è di cinque, le ali di quindici e l'apertura alare di cinquanta. Sul fondo giallo-grigio chiaro, il suo piumaggio è finemente striato di nero sia superiormente che inferiormente, la fronte e l'alto del capo sono bianchicci e segnati da una fascia che dalla radice del becco corre verso la fronte a dividere uno spazio chiaro da un altro nero-carbone, sulle guance e sulla gola le striature trasversali si mutano in gocce, e sul dorso spiccano delle macchie gialle in forma di mezzaluna. Una larga fascia giallo-bruna divisa nel mezzo da una stria bruno-scura e limitata al basso da una seconda stria grigia, passa sulla parte superiore del petto, le remiganti primarie sono bruno-scure e più chiare sul vessillo esterno, le secondarie, brune alla radice, e poi segnate di bianco e di nero; la coda è giallo-rossiccia, con le singole piume marcate da fini striature nere, disposte in senso trasversale. Le femmine mancano della stria sulla fronte e della fascia sul petto: sul fondo grigio-isabella sono uniformemente striate di nero nel senso della lunghezza. L'occhio è bruno-scuro, il cerchio nudo perioculare giallo-zolfo, il becco aranciato e la parte nuda del piede gialla.

I sensi più sviluppati sono la vista e l'udito; quanto alle facoltà intellettuali, questi uccelli sanno dare buone prove di acume, si dimostrano scaltri e si ammaestrano facilmente alla scuola dell'esperienza, imparando a distinguere i nemici dagli amici, a scegliere per dimorare le zone che meglio valgono a renderli invisibili grazie al colore del piumaggio, ed a dimenticare l'innata confidenza per divenire timidissimi in caso di persecuzione. Socievolissimi, vivono in pace con le famiglie più diverse, ma hanno, a tratti, sprazzi imprevedibili di cattiveria e di malignità: a volte, tra gli individui della stessa specie scoppiano litigi improvvisi, che non arrivano però mai ai limiti di violenza caratteristici dei gallinacei.
Nel periodo della riproduzione, il Pterocle non si abbandona agli eccessi che sono propri alla generalità dei razzolatori. Innanzitutto è strettamente monogamo, e non cerca una compagna diversa finché non ha perduto quella che da anni si è scelto; nel corteggiarla, poi, è grazioso e amabile, e tutta la piena dei suoi sentimenti si manifesta col sollevare le piume, con l'agitare le ali e l'allargare di quando in quando la coda. Naturalmente, la gelosia non gli è sconosciuta, e, se viene provocato, reagisce con violenza: quando un altro maschio si avvicina all'oggetto delle sue cure, perde immediatamente la calma tradizionale e l'assale a testa bassa e ad ali raccolte, con una forza che deve essere ben temuta, perché l'intruso si affretta a levare il campo.

Il nido delle diverse specie presenta parecchie analogie, ed è regolarmente collocato in depressioni del terreno, ammorbidite o meno con il soccorso di qualche sostanza vegetale; le uova, tre o quattro, portano l'impronta comune a tutte le specie terragnole, sono cioè di un colore che si accorda con quello del terreno: giallo bruno puro, ovvero che dà nel verdiccio e nel rossiccio, con macchie variamente sfumate tra il grigio-violetto, il bruno-giallo e il bruno-rosso. Per covare, l'uccello si adagia su un fianco allargando l'ala in modo da coprire le uova, forse a causa dell'altezza della carena dello sterno ma più probabilmente perché in questa posizione riesce più facilmente a riposarsi. I pulcini nascono abbastanza vispi e vivaci, ma non quanto quelli delle galline, delle pernici e dei fagiani, e crescono rapidamente.

Il nemico peggiore di questi uccelli è senza dubbio l'uomo, perché contro le minacce che provengono dai predoni terrestri ed aerei essi sanno proteggersi abbastanza bene, affidandosi alla velocità del volo ed alle naturali possibilità mimetiche. Queste ultime giovano anche a difenderli dai cacciatori, ma certo, in questa difesa, essi incontrano ben maggiori difficoltà; la prima conseguenza è l'accrescersi della loro diffidenza, una dote che istintivamente non possiedono ma che si affina a contatto con le insidie continue, specialmente in quei paesi, come la Spagna, in cui le loro carni sono sommamente apprezzate. La caccia diventa più facile in autunno ed in inverno, quando si radunano i grossi stuoli: la classica posta stabilita nei luoghi in cui essi devono necessariamente recarsi per bere può allora fruttare bottini copiosissimi.

In gabbia, i pterocli si avvezzano abbastanza facilmente, e confermano l'indole piacevole che li contraddistingue in libertà. Avendone le debite cure durano a lungo, specialmente se vengono difesi dall'umidità, che quasi sempre è per essi fatale.

SIRRAPTE (Syrrhaptes paradoxus)

«Abbiamo osservato nella Tartaria una specie d'uccelli che offre molte singolarità e che probabilmente è ancora sconosciuta ai naturalisti. Ha la mole di una quaglia gli occhi neri e lucenti, circondati da un'aureola celeste, il corpo cinerino con macchie nere, le tibie non piumate ma coperte da una specie di pelo grossolano non dissimile da quello che indossa il mosco, i piedi non sono come quelli degli altri uccelli ma somiglianti in tutto a quelli della lucertola verde, e coperti da squame tanto dure da sfidare il più affilato coltello. E' un uccello che ricorda in qualche cosa il rettile e nello stesso tempo il mammifero. I cinesi lo chiamano lung-kio, ossia piede di drago. Arrivano in grosse schiere dalla steppa, massimamente dopo le forti nevicate. Volano con mirabile velocità, producendo un rumore come di gragnuola che fitta precipiti». Questa descrizione, sospesa a metà tra la realtà e la leggenda, è una delle prime che siano state riferite al Sirrapte, il tipo del secondo genere compreso nella famiglia degli pterocli. La definizione precisa di questi uccelli, sulla base di osservazioni attendibili e non deformate, si è avuta in epoca relativamente recente, e li differenzia dagli affini precedentemente esaminati soprattutto per la forma delle remiganti, allungate, e per la brevità degli accorciatissimi piedi. L'ala del Sirrapte ha la prima remigante più lunga di tutte le altre, e la sua singolarità consiste in questo, che verso la punta essa si restringe tanto da sembrare piuttosto una spazzola che una piuma; ancora più peculiare è la struttura del piede, con i tarsi piumati tutto intorno fino alla punta delle dita, che sono tre sole perché la posteriore è del tutto assente, molto allargate e collegate per tutta la lunghezza da una membrana che fa apparire il piede, visto dal di sotto, come una suola sparsa di protuberanze cornee e provvista di unghie larghe e robuste. Compreso il prolungamento delle timoniere centrali, il Sirrapte misura oltre cinquantacinque centimetri, ne ha diciotto di ala, venti di coda e circa sessanta di apertura alare: le femmine sono alquanto più corte e più strette. La sommità del capo e una linea che corre dall'occhio sui lati del collo e della testa sono cinerine, il petto è color isabella e diviso dal capo da una fascia triplice o anche quadruplice composta di fini striature bianche e nere, la parte superiore del ventre è nero-bruna l'inferiore, con le copritrici inferiori della coda, grigio-cenere; giallo è il colore della gola, della fronte e di una larga fascia sull'occhio, ed il dorso è solcato da linee trasversali scure su fondo giallo-argilla. Le penne remiganti sono cinerine con margini neri e grigiastri, le timoniere fasciate di scuro su fondo giallo, e le piume che rivestono il piede, fulvo-bianchicce. Le femmine sono prive della fascia pettorale, distinte inoltre per il colore più chiaro della parte inferiore del ventre, per il giallo più chiaro del viso, e per avere le piume delle parti superiori piuttosto macchiettate che listate.

Nella buona stagione, le coppie isolate ed i branchetti si trastullano ai raggi del sole, scavando nel terreno delle piccole cune e razzolando in esse come sogliono fare i gallinacei: non prendono, generalmente, alcuna precauzione, perché si sentono ben protetti dal colore del loro piumaggio che li confonde col terreno. Compaiono in gran numero sulle rive dei corsi d'acqua dolce per dissetarsi, arrivando con alte grida da ogni direzione e tenendosi ben allineati in schiere da dieci a dodici, e in questi casi è possibile sottoporli a qualche accurata osservazione. Camminano come fantocci le cui zampe siano messe in movimento da un congegno meccanico, con passo spedito ma pesante; levandosi in volo ricordano le pernici, con la differenza che i movimenti delle ali si svolgono con battute iniziali simili a quel le dei colombi. Sulle prime pesanti, ma poi sostenuti e veementi, i movimenti nell'aria ne fanno uccelli tra i più rapidi: non raggiungono grandi altezze se non quando si muovano isolatamente, mentre nella normalità, quando cioè si trovino a far parte dei consueti, numerosissimi branchi, non si elevano oltre i trenta metri; i grandi stormi fanno, quando passano, un rumore che è simile ad un rombo.

I sirrapte si cibano di sementi, erbe e foglie, e mescolata a questo cibo si trova sempre, nell'ingluvie degli individui uccisi, una piccola quantità di granelli di sabbia destinati a facilitare la digestione. Costruiscono senza grande perizia un nido che è assai simile a quello dei pterocli: un leggero incavo il cui margine è munito di poche sostanze vegetali; le tre o quattro uova hanno forma ellittica, ed il loro fondo prevalentemente giallo-grigio-verdiccio è segnato da macchie bruno-grige che si diffondono uniformemente su tutta la superficie, talvolta disponendosi a corona intorno ad una delle estremità.

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TETRAONIDI

Gli uccelli che fanno parte di questa famiglia hanno per caratteri corpo robusto e tarchiato con remiganti brevi o al massimo di media lunghezza, coda ora breve e tronca ora coniforme, aguzza e forcuta, becco breve, forte, grosso e arcuato, piedi bassi e larghi con tarsi più o meno piumati; l'abito è folto, e lascia nudo soltanto qualche tratto al di sopra dell'occhio e sulla parte posteriore del collo.

Nell'interna struttura, si nota l'osso lacrimale che, allargandosi sulla fronte, vi forma una forte lamina prominente ai lati, mentre la parte discendente si rimpicciolisce e diventa rudimentale; l'osso della mascella superiore è molto piccolo, le ossa palatine sono strette e formate a spigolo: sette vertebre sostengono costole forti e larghe, e le vertebre mediane sono saldate assieme. Lo sterno, più membranoso che osseo, assomiglia a quello dei colombi, ma è più sviluppato al margine del collo ed ha la carena meno alta; la forchetta è esile, le membra anteriori si distinguono per la lunghezza dell'avambraccio e per la curvatura del cubito; l'osso del femore è senza midollo e pneumatico. Sempre della medesima larghezza, la lingua è superiormente liscia e molle, ha punta corta ed è provvista posteriormente di un nocciolo munito di apofisi angolose e di osso ioide a corpo lungo e stretto. L'ingluvie è molto grande, il ventricolo succenturiato ha pareti grosse e ricche di ghiandole, lo stomaco è fornito di forte muscolatura e gli intestini ciechi sono molto lunghi.

Quantunque tra i gallinacei non si possano considerare privilegiati, i Tetraonidi non mancano di buone qualità. Camminano bene, velocemente e per passi, il volo invece è piuttosto pesante e faticoso, e non può perciò essere gran che prolungato; i loro sensi, soprattutto la vista e l'udito, sono acuti, mentre le facoltà intellettuali si fermano ad un livello del tutto mediocre.

Il nutrimento comprende frutti silvani, coccole, gemme, foglie, semi, insetti e larve, e certe specie non si cibano, in determinate stagioni, che di gemme e foglie, in rapporto alle disponibilità dei luoghi in cui usano soggiornare. Il periodo degli amori viene annunciato dall'ossessivo dispiegarsi della tendenza all'accoppiamento: i Tetraonidi hanno in questo senso esigenze più imperiose di quelle di tutti gli altri razzolatori, e non soltanto ne deriva un mutamento del tenore abituale di vita, ma una vera e propria esaltazione, sia per le specie che mantengono rapporti indissolubili, sia per quelle che praticano la poligamia e la poliandria. Sempre molto feconde, le femmine depongono da otto a sedici uova che si assomigliano notevolmente nel variare delle specie: perfettamente ovali, hanno guscio liscio, e sono segnate da macchie brune su fondo gialliccio. Non costruiscono un vero nido, limitandosi a scavare cavità poco profonde in posizioni nascoste, ricoprendole poi di poche erbe o piume: sono invece molto assidue ed amorevoli nella cova e nell'allevamento dei piccoli, i quali crescono rapidamente; ma, prima di assumere l'aspetto degli adulti, passano attraverso numerose ed evidenti fasi di sviluppo. Resta da parlare dell'area di diffusione che è occupata da questa famiglia. La si può considerare cosmopolita, se si fa un'eccezione per l'Africa, dalla quale è del tutto assente; più particolarmente abita le regioni settentrionali del globo, dall'Himalaya e dalle catene che formano il margine orientale dell'altipiano asiatico si distende su tutta l'Asia e tutta l'Europa, ed ha numerosi rappresentanti nell'America del Nord. Entro questi vasti confini, i Tetraonidi preferiscono i boschi, anche se non ne fanno il loro soggiorno esclusivo perché parecchie specie amano le steppe, i pendii sassosi che sottendono il limite delle nevi perpetue e le radure sparse o meno di alberi ed arbusti. Sempre stazionari, compiono al più delle escursioni non molto prolungate nel periodo della cova vivono isolati o in coppie e nel resto dell'anno in branchi che contengono però poche famiglie e sono perciò poco numerosi.

GALLO CEDRONE (Tetrao urogallus)

Il Gallo Cedrone è il più grande e il più nobile dei tetraonidi: misura in lunghezza da sessantacinque a settanta centimetri, in apertura alare un metro e trenta, ha ali di quaranta centimetri, coda di trentacinque, e pesa dai quattro ai cinque chilogrammi. Come caratteri morfologicamente distintivi non si possono citare, rispetto alle regole generali della famiglia, che la coda arrotondata e le piume prolungate della gola; quanto poi all'abito, esso è nericcio sul capo e sulla gola, cinerino-scuro con ondeggiamenti neri sulla parte posteriore del collo, nericcio e cinerino sull'anteriore, finemente punteggiato di cinerino e di bruno-ruggine sul dorso fondamentalmente nericcio, le ali sono brune e nere con sfumature verso il ruggine, la coda nera con poche macchie bianche, il petto verde-acciaio lucido e il resto delle parti inferiori chiazzato di bianco e di nero. L'occhio è bruno, la membrana perioculare rossa e il becco bianco-corneo. Diremo in seguito delle tinteggiature che, da una muta all'altra, compaiono sull'abito dei giovani; per le femmine, che sono intanto più piccole dei maschi di circa un terzo, i tratti distintivi del colore sono dati dalle striature trasversali giallo-ruggine e bruno-nere che segnano il nericcio della testa e della parte superiore del collo, dal bruno-nero, giallo-ruggine e giallo-grigio-ruggine che si mescolano nelle altre parti superiori del corpo, dal rosso-ruggine con fasce trasversali nere delle penne timoniere; la gola e la curva dell'ala sono giallo-rosse, la parte superiore del petto è rosso-ruggine, il ventre ha fasce interrotte bianche e nere su fondo giallo-ruggine.

Questa specie popolava, in passato, tutte le selve più ampie dell'Europa settentrionale e dell'Asia; oggi i suoi confini non si sono ridotti, ma la si incontra in numero notevolmente minore. Sulle nostre Alpi e sui Pirenei è diventata scarsissima, più a nord la troviamo su tutte le catene montane di primo e di secondo ordine, ma sempre isolata ed in nessun luogo veramente comune; soltanto nei vasti boschi della Scandinavia e della Russia è più frequente, e la stessa cosa si può dire per le zone analoghe dell'Asia boreale fino alla Camtciatka. Dovunque preferisce i boschi di montagna a quelli di pianura, ed ha bisogno di alberi di alto fusto - soprattutto quelli resinosi - in zone abbondantemente irrigate e ricche di cespugli e bassi arbusti con bacche; ama pure i terreni paludosi.

Uccello stazionario, è indotto a spostarsi dalle sedi abituali solo dal sopravvenire di forti freddi e di abbondanti nevicate che rendono impossibile il reperimento del cibo: ma non appena la stagione migliora, riprende la via dei luoghi preferiti. Certe volte, quando il suo territorio è completamente coperto dalla neve, si ritira sui rami degli alberi, e vi trascorre lunghi periodi nutrendosi di foglie.

La sua giornata, in generale, trascorre sul terreno, in continue corse fra gli sterpi e i bassi arbusti dove va in cerca di alimento, levandosi in volo soltanto di fronte a qualcosa di sorprendente. Il cibo consta di gemme d'albero, foglie, bacche, semi, trifoglio ed insetti. Nel periodo dell'amore il Gallo Cedrone si accontenta di cibi più grossolani, e sembra non volersi quasi dar pena di cercare alimento; in ciò si differenzia dalla femmina, e da ciò proviene forse quella tenace fibrosità che rende le carni degli individui adulti quasi immangiabili, mentre quelle della femmina sono delicatissime e saporose. Per digerire il cibo ha bisogno di sabbia o di finissima ghiaia, e si accosta all'acqua più volte durante il giorno.

Il Gallo Cedrone è senza dubbio fra i gallinacei quello che si mostra più eccitato nel periodo amoroso: comincia quando il bosco è ancora silenzioso, e per gli altri uccelli la primavera non è ancora comparsa, e i suoi giochi singolari principiano non appena sull'orizzonte sono comparsi i primi albori. Secondo le parole ii mio padre, per prima cosa l'uccello sporge il capo obliquamente, rizza le piume del capo e della gola ed emette uno scoppiettìo di crescente rapidità fino al momento in cui risuona la battuta principale e incomincia il cosiddetto arrotare. Si tratta di una serie di suoni fischianti che ricordano lo stridere di una lama sulla ruota di un arrotino, accompagnati da movimenti della coda, delle ali e del corpo, da saltelli sui rami e dal drizzarsi di tutte le piume. Si tentò più volte, ma con scarsi risultati, di riprodurre con parole queste voci che i maschi emettono tenendo il becco spalancato, e forzando i muscoli della laringe specialmente quando risuona la battuta principale. In questi giochi, gli uccelli sembrano aver perduto completamente l'udito, probabilmente per la forte pressione esercitata sull'atmosfera circostante e per la straordinaria eccitazione da cui sono dominati. E' una sorta di follia che arriva alle manifestazioni più singolari: l'uccello si spinge fino ad affrontare gravi pericoli, certi esemplari non temono di collocarsi nelle zone frequentate dall'uomo e di accostarlo, inseguirlo, beccarlo, rinnegando completamente la propria timida natura. Certe superstizioni parlano addirittura di uno spirito maligno che si introduce nel corpo dell'animale. Non sempre il Gallo Cedrone arriva a questi eccessi, ma è certo, tuttavia, che sfoggia in ogni caso un'indole fortemente bellicosa. Gli adulti non tollerano che i giovani si stabiliscano nei loro paraggi, e combattono da veri cavalieri, ove occorra, fino all'ultimo sangue: i giovani diventano timidi e cantano sommessi quando sanno che nelle vicinanze c'è qualche vecchio campione.
In quest'epoca è pure più facile udire il verso di questi uccelli, vivacissimo allorché spunta il giorno e sensibile anche nelle ore notturne. All'alba i maschi si chetano e si recano presso le femmine che si trastullano a qualche distanza: dopo averle raggiunte, rinnovano le grida, girano loro intorno e alla fine le costringono a cedere ai loro voleri. A volte le femmine mostrano delle predilezioni per questo o quel maschio, e da ciò nascono accanite lotte; certi maschi non riescono a raggiungere il loro scopo e gridano per amore ancora nel maggio, nel giugno e perfino nel luglio. Dopo qualche settimana, i galli cedroni ritornano soddisfatti alle loro sedi, e le femmine si mettono ad edificare il nido. Ciascuna sceglie un luogo adatto e si scosta dalle altre: il nido consiste in una depressione poco profonda rivestita sommariamente di ramoscelli secchi e contiene un numero di uova variabile in rapporto con l'età della madre, che, se è giovane, non ne depone più di sei o otto; se adulta. da dieci a dodici. Le uova sono proporzionalmente piccole, a guscio lucente e sottile, e su fondo grigio-giallo o giallo-bruniccio sono sparse di macchie e punti più scuri. Vengono covate con cura commovente dalla madre che non lascia il nido nemmeno in caso di gravissimo pericolo, e specialmente negli ultimi giorni può essere agevolmente afferrata con le mani. Sfortunatamente, non sempre essa è abbastanza prudente nello scegliere i luoghi meno esposti ai rapaci e a quel maligno nemico degli animali che è l'uomo: il che spiega il lento diffondersi della specie.

Dopo che i piccoli sono sgusciati, bastano poche ore a rasciugarli, e poi se ne stanno sempre presso la madre che ne ha le cure più attente ed affettuose, ricorrendo a mille artifici per sventare i pericoli che li minacciano, ed è commovente vederla avvertire i suoi pulcini, inducendoli a scomparire in un attimo ed a nascondersi, approfittando delle possibilità di mimetizzazione che sono connesse al colore del loro piumaggio. Dopo poche settimane i nuovi nati sono già abbastanza vestiti di piume e penne per potersi sollevare nell'aria, ma non vestono l'abito completo che molto più tardi, secondo un susseguirsi di mutazioni, sul quale è opportuno fermarsi.

Appena nati, sono di colore generale giallo-ruggine, con le redini marginate da due strisce brune longitudinali e con una macchia bruna collocata tra di esse; una striatura bruna passa in forma di arco al di sopra degli occhi, tra i quali se ne scorgono altre due, bruno-nere, che si congiungono posteriormente; l'occipite è segnato all'indietro da una fascia nericcia sulla quale è disposta verticalmente una striscia che scende lungo la linea mediana del collo; le piume del dorso hanno macchie e striature brune e nericce, e quelle dell'addome sono grigio-giallo zolfo, più chiare sulla gola. L'occhio è azzurrognolo, la pupilla color piombo, la mascella superiore scura, l'inferiore color corno-chiaro; dita ed unghie dei piedi, già coperte di piumino, hanno colore gialliccio.

Dopo qualche giorno incominciano a spuntare le remiganti, poi le piume del dorso e del petto e quelle del capo, cosicché, in breve, il primo abito è compiuto. In esso tutte le piume del capo, della parte posteriore del collo e del dorso sono nerastre alla base, bianchicce in punta striate di giallo-ruggine lungo il fusto e macchiate trasversalmente di questo stesso colore e di nero; le remiganti sono nero-grige con fasce e macchie giallo-ruggine, le copritrici superiori delle ali sono simili alle piume del dorso, e le parti inferiori sono giallo-ruggine con macchie e fasce brune.

Anche queste piume cadono rapidamente, ed il pulcino veste il secondo abito. Il capo e la parte posteriore del collo diventano giallo-grigi con linee trasversali e ondulate brune e nericce, il dorso mostra il medesimo disegno su di un fondo bruno-ruggine, lo spazio sotto l'occhio è bruniccio e macchiato di bianco, la gola grigiastra con margini e macchie trasversali più scure, e la parte anteriore del collo bianco-gialliccia con striature trasversali nerastre e un margine color ruggine, talvolta fiancheggiato da un altro margine nericcio. L'ingluvie è giallo-ruggine con macchie bianchicce, il resto delle parti inferiori appare rivestito di piume bianche, giallicce e brune, striate trasversalmente con un disegno molto irregolare. L'occhio è azzurrognolo, la pupilla grigia, il becco corneo; le dita sono grige, e i tarsi ancora rivestiti di piumino grigio. Fino a questo punto maschio e femmina vestono i medesimi colori, ma nel volume si osserva già una differenza. La femmina veste quindi gradatamente l'abito definitivo senza fare notevoli mutazioni, mentre il maschio indossa un terzo abito. In esso il capo è grigio-nero con sfumature rugginose e ondeggiature cinerine sulla metà anteriore, la parte posteriore del collo ed i lati del medesimo sono grigi e sfumano insensibilmente nel grigio-giallo del groppone; la parte superiore del dorso è bruno-ruggine con linee a zig-zag bruno-nere; le remiganti hanno forma poco acuta e colore nero-grigio con margini e macchie giallo-ruggine; le piume della gola sono biancastre con punte più scure, quelle della parte anteriore del collo bianchicce con macchie e ondeggiamenti nerastri o cinerini; sul centro del petto tutte le piume appaiono nere con spruzzi e macchie rugginose e punte bianche, sul ventre e sulle tibie sono miste di bianco e grigiastro. L'occhio è nero, la pupilla bruna, il becco corneo - più chiaro in basso e al margine - i tarsi sono vestiti fino alla base delle dita di piumino grigiastro e le dita stesse sono di color corneo.

Giunto alla metà della sua mole ordinaria, il Gallo Cedrone incomincia a mettere le piume dell'abito completo, principiando dall'ala e dalla coda e proseguendo sui fianchi, sul petto e sulle altre parti del corpo. Esse crescono così lentamente che, quando l'abito è compiuto, l'uccello ha già raggiunto il suo completo sviluppo. Nel tardo autunno la giovane famiglia si divide per sessi, le femmine restano con la madre, i maschi gironzolano in compagnia, fanno già udire di quando in quando la loro voce e talvolta lottano: nella primavera successiva hanno già tutti i costumi dell'adulto.

La volpe e l'astore sono i principali nemici di questa specie, che deve, tuttavia, guardarsi da molti altri avversari. Gli adulti, molto prudenti, si difendono bene, ma i giovani e ancor più le uova vengono spesso distrutti.

FAGIANO DI MONTE (Lyrurus tetrix)

Il Fagiano di Monte ha forme piuttosto svelte, ali brevi, ottuse o tondeggianti, con la terza remigante sporgente, la coda composta di diciotto penne, leggermente intagliata nella femmina e nel maschio, invece, così profondamente forcuta che le più lunghe fra le copritrici del sottocoda oltrepassano le più brevi tra le timoniere, le esterne tra le quali si volgono all'infuori a guisa di corna o di mezzaluna, sicché la coda prende forma di lira. Il becco è forte e di mediocre lunghezza, e i piedi sono piumati non solo fino alle dita ma anche sulla membrana interdigitale.
La lunghezza del maschio è di sessanta centimetri circa, l'apertura d'ali di oltre novanta, mentre la coda sfiora i diciotto centimetri e le singole ali ne misurano trenta: la femmina è più corta di circa quindici centimetri ed ha l'apertura alare inferiore di sette. Il piumaggio è generalmente nero, con la testa, il collo e la parte inferiore del dorso di un bellissimo azzurro-acciaio disegnato a fasce bianche quando le ali sono raccolte, e le piume del sottocoda sono bianchissime. L'occhio è bruno, le pupille nero-turchine, il becco nero, le dita brunicce, il sopra dell'occhio e lo spazio nudo perioculare sono rosso-vivi. La femmina assomiglia a quella del gallo cedrone, e il suo abito è un misto di giallo-ruggine e bruno-ruggine con liste e macchie trasversali nere.

Le zone in cui questa specie si diffonde sono all'incirca le stesse in cui vive il gallo cedrone, con la differenza che si spingono maggiormente verso il settentrione e si riducono verso il sud. Sui monti della Grecia e della Spagna il Fagiano di Monte non si trova più, ed anche sulle Alpi italiane è diventato piuttosto raro; in Germania è abbastanza comune, sia in pianura che sui monti, purché trovi i boschi opportuni; comune è pure in Scandinavia, in Russia e in tutta l'Asia settentrionale, anche qui dove i boschi corrispondono alle sue esigenze, e sono quindi ricchi di bassi arbusti e di cespugli, sparsi di eriche, mirtilli, ginestre e piante paludose. Nella Svizzera lo si trova tanto nella superiore che nella media zona boscosa, e si spinge fino all'estremo confine della vegetazione, nella Svezia è frequentissimo ovunque, e lo stesso vale per i boschi siberiani. Nella Germania centrale è uccello stazionario, avendo soltanto l'abitudine di intraprendere escursioni piuttosto regolari quando risieda sulle alte catene montane o nelle province settentrionali; in Svizzera usa spostarsi almeno due volte all'anno dalla sua abituale dimora, e nei paesi nordici queste escursioni si verificano con ancor maggiore regolarità.

Non meno pesante del gallo cedrone, il Fagiano di Monte è però molto più abile nei movimenti: corre con maggior rapidità tenendo il corpo meno inclinato posteriormente, sugli alberi si tiene ora eretto ora orizzontale, e, malgrado la brevità delle ali, vola bene, in linea retta e spesso per lunghi tratti, più leggero e meno rumoroso dell'affine. I suoi sensi sono molto acuti, e grande l'avvedutezza che spiega in tutte le circostanze: si allarma per la più piccola ombra di pericolo, scambia il rischio vero con quello apparente cercando subito scampo nella fuga, ed è sempre piuttosto difficile da sorprendere. La sua voce, che varia con il sesso, nel grido di richiamo consiste in un fischio breve e limpido e si arricchisce nella stagione degli amori in misura che sembrerebbe sproporzionata in volatili come questi, generalmente piuttosto taciturni.

Per nutrirsi, i nostri uccelli cercano sostanze di una certa delicatezza, ossia foglie, gemme, bacche, semi ed insetti durante l'estate colgono i lamponi, i frutti di mirtillo e le more; nell'inverno le bacche del ginepro e i semi delle eriche, delle betulle, degli ontani e dei faggi. Oltre che di vegetali, come abbiamo accennato, si nutrono di lumachette, vermi, larve di formica, mosche e simili, ed i piccoli in particolare vengono nutriti quasi esclusivamente di teneri insetti. In Siberia quando incominciano i geli, li si vede posati sulle cime dei pioppi e intenti a scorrere col becco i rami secchi per coglierne le gemme: anch'essi hanno bisogno di frammenti minerali per agevolare la digestione.

Di indole più socievole dei galli cedroni i due sessi vivono regolarmente assieme, salvo alcune eccezioni, almeno nell'autunno e nell'inverno. Conducono una vita abbastanza variata, soprattutto per via degli spostamenti che compiono durante l'inverno, stagione nella quale sovente penano a trovare il cibo e, quando la neve è alta, sono costretti a scavare lunghe gallerie per scoprire qualche scarso alimento.

Nelle regioni centrali d'Europa il periodo degli amori incomincia nella seconda metà di marzo e dura per tutto l'aprile fino al maggio; sui rilievi e nei paesi nordici avviene più tardi, e può durare fino al mese di luglio.

I preparativi per la cova incominciano verso la metà di maggio e sono compito esclusivo della femmina. Il nido consiste in una rudimentale depressione scavata in luoghi protetti, e contiene da sette a dieci, talvolta dodici uova, sparse fittamente di punti e macchie su fondo giallo-grigio, giallo-rossiccio o grigio pallido. Benché meno zelante di quella del gallo cedrone, la femmina cova con cura e si consacra con tenerezza all'allevamento della prole, nei cui costumi, come anche nelle mutazioni dell'abito, non si osservano grandi differenze rispetto alla specie precedente. Fino al tardo autunno i piccoli restano in compagnia della madre, e si allontanano solo dopo aver vestito l'abito degli adulti.

Il Fagiano di Monte è fatto segno a molte persecuzioni da parte dell'uomo e di un gran numero di predoni. Nei paesi del nord e sulle alte catene montuose viene insidiato in tutte le stagioni, eccettuata quella degli amori; la caccia più divertente è però proprio quella che si fa in questo periodo, perché anche il solo spettacolo delle sue furie amorose è sufficiente a sorprendere e divertire il cacciatore. Nella Svezia i cacciatori si appostano fin dall'una dopo mezzanotte in apposite capanne erette laddove i maschi sogliono radunarsi, ed aspettano che qualcuno ne venga a tiro; il primo colpo mette in fuga tutta la comitiva, ma, passato qualche tempo, se ne ode di nuovo gridare uno, poi un secondo e infine tutti gli altri in un concerto sempre più fragoroso che si conclude con il ritorno del gruppo. Un secondo maschio cade ferito, ma il gioco ricomincia, e, se il cacciatore è fortunato, ne può uccidere tre o quattro in una sola mattinata. Presi in età adulta, questi uccelli si possono conservare in vita per più anni, e se ne può ottenere la propagazione purché li si tenga in spazi sufficienti, su di un suolo folto di sterpi e in posizione protetta dai venti.

Nei luoghi in cui galli cedroni e fagiani di monte abitano vicino, ed i maschi della prima specie hanno subìto una notevole diminuzione, le femmine del gallo cedrone si accoppiano spesso con gli affini; avviene pure che femmine del Fagiano di Monte si accostino alle pernici di monte. Nel passato non si conoscevano che gli ibridi nati dalle prime due specie citate, e si consideravano erroneamente come una specie propria, ma gli studi posteriori e la scoperta di altri incroci hanno dimostrato che sovente uccelli di diverse specie si accoppiano spontaneamente, generando degli ibridi. L'esistenza di questi bastardi non ha più nulla di strano per noi: ad ogni modo, poiché sotto un certo aspetto è sempre un fatto notevole, vale la pena di darne una succinta definizione.

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TETRAONE MEZZANO (ibrido fra il Gallo cedrone e il Fagiano di monte)

E' un ibrido che tiene il posto di mezzo tra il gallo cedrone e il fagiano di monte sia nelle forme che nei colori. Il maschio misura in lunghezza da sessantadue a settanta centimetri, la femmina da cinquantadue a cinquantasei. Il primo ha le parti superiori nere con punti grigi e finissimi ghirigori dello stesso colore, la parte superiore dell'ala bruna e nericcia con sfumature grige, le remiganti secondarie solcate da una larga fascia bianchiccia, la coda leggermente intagliata e nera, talvolta marginata di bianco all'estremità delle penne; le piume delle parti inferiori sono nere, con riflessi porporini sulla parte anteriore del collo e sul capo e punti e chiazze grigi e bianchi sui lati; le piume delle zampe sono bianche, quelle dei tarsi grigio-nere; l'occhio è bruno-scuro e il becco è nero corneo. La femmina si accosta ora a quella del gallo cedrone ora a quella del fagiano di monte, distinguendosi sempre dalla prima per la mole minore e dalla seconda per la mole maggiore.

Diffuso in Svezia, Germania, Svizzera e qualche volta anche in Italia, dovunque si trovino i suoi progenitori, il Tetraone Mezzano si riconosce facilmente per i molti punti di contatto che ha con le due specie precedenti. Nella stagione degli amori si avvicina ai suoi simili, irritandoli fortemente perché, essendo conscio della propria superiorità di forze, facilmente sfida questo e quello, mettendo in disordine è fugando l'intera brigata. Non è solito arrotare né lanciare grida così forti come quelle del gallo cedrone; piuttosto soffia alla fine del verso come il fagiano di monte, sebbene con forma molto superiore.

Il cibo del Tetraone Mezzano comprende le consuete sostanze vegetali ed animali; intorno al processo di riproduzione non vi sono da osservare particolarità notevoli.

FRANCOLINO DI MONTE (Tetrastes bonasia)

Gli uccelli di questa specie si accostano nelle forme a quelli finora descritti, ma hanno il tarso piumato solo fino ai tre quarti della lunghezza, le dita nude, la coda tondeggiante e le piume del capo molto prolungate ed erigibili in ciuffo.

Possono arrivare in lunghezza ai quarantacinque centimetri, e ne hanno tredici di coda, diciotto di ala e fino a sessantatré di apertura alare: misure che si riferiscono al maschio, mentre la femmina è alquanto più piccola e debole. Il piumaggio è chiazzato di grigio-rosso e di bianco con linee ondulate nere nelle parti superiori, sulle ali si mescolano il grigio e il ruggine con linee longitudinali e macchie bianche, la gola nera, anch'essa macchiata di bianco e di bruno, le penne remiganti sono brune o grige con macchie bianco-rossicce e le timoniere sono nericce con screziature cinerine e fasce rugginose. La femmina si distingue per essere priva del colore nero sulla gola e per la tinteggiatura generale meno vivace; come il compagno, ha l'occhio bruno, il becco nero e la parte nuda del piede bruno-cornea.

Il Francolino di Monte è diffuso dalle Alpi fino al Circolo Polare, dalla Svezia alla Siberia orientale, sempre però circoscritto a determinati distretti. Alla pianura preferisce le alture isolate di montagna, e soprattutto le selve estese ed oscure di querce, betulle ed ontani, nonché le pendici sassose e sparse di arbusti. Trascorre le sue giornate nel più fitto fogliame, tra il quale si ritira alla minima parvenza di pericolo: in certe parti del bosco si ferma tutto l'anno, da altre invece si ritira provvisoriamente per intraprendere brevi escursioni. In generale, nei mesi di maggio, giugno e luglio si trattiene nei boschi e specialmente ai loro margini, nell'agosto vi si addentra, nel settembre ritorna ai margini ed ai cespugli che li fiancheggiano, e quando incominciano a cadere le foglie si ritira nelle selve di conifere; durante l'inverno, infine, lo si incontra nuovamente ai margini dei boschi.

Abile e veloce nella corsa e nel salto, come gli altri gallinacei vola con molto sforzo, con grande agitazione delle ali brevi e tondeggianti, ma con risultati abbastanza buoni, cioè con discreta velocità: al volo, tuttavia, non ricorre che in casi di estremo bisogno, preferendo restare il più possibile tra la vegetazione del terreno. La voce si può dire molto estesa e diversa nei due sessi: difficile è riprodurla con delle sillabe: comincia con un falsetto e finisce con un trillo più o meno lungo, ma questa regola generale va soggetta a molte modificazioni. La femmina adulta emette un verso che incomincia sommesso e si fa sempre più forte e sonoro.

Un altro tratto differenziante sta nel fatto che il maschio prende una sua parte alle cure della riproduzione. Dopo il primo accoppiamento la femmina cerca un nascondiglio fra i cespugli, ramoscelli e pietre, e vi depone da otto a dodici uova macchiate di rosso e di bruno su fondo giallo-rossiccio: la cova si protrae assiduamente per tre settimane, e, mentre la compagna vi si dedica e poi mentre la famiglia è ancora piccina, il maschio si aggira nei dintorni, scostandosene soltanto se viene attratto dal grido di qualche suo pari. Cresciuta la prole, non se ne distacca più, perché vuole servirle di guida e di protezione. E' molto difficile scoprire sia il nido che i piccoli, i quali vengono tenuti nel nido finché sono asciutti, e poi sono scortati dalla madre in cerca di cibo: protetti dalle sue attenzioni, sono pure difesi dal colore del loro abito, così simile al suolo da consentire loro di passare assolutamente inosservati. Dapprima essi vengono nutriti quasi esclusivamente di insetti, più tardi si cibano come gli adulti, aggiungendo cioè agli insetti bacche, germogli e frutti di diverse piante: dopo che hanno imparato a volare, non dormono più sotto il petto della madre, ma schierati l'uno vicino l'altro sui rami; alla famiglia si unisce poi il padre, ed essa non si scioglie più fino all'autunno.

I francolini di monte si fanno ogni anno più rari, ed in certe regioni sono completamente scomparsi: i mammiferi predoni ed i rapaci producono gravi danni alle nidiate, e la eccezionale bontà delle loro carni li espone alle accanite ricerche dei cacciatori. Il periodo migliore per la caccia va dai primi di settembre fino alla fine di ottobre, allorché i francolini appaiono eccitati e proclivi a combattere fra di loro. Il cacciatore deve appostarsi di buon mattino nei luoghi opportuni; servendosi del richiamo, invita l'uccello ad abbandonare le proprie sedi nascoste e ad esporsi, ma deve attendere che esso giunga a una distanza ragionevole, perché, se il colpo non lo finisce, esso è capace di nascondersi e di attendere la morte senza farsi scoprire. Un maschio adulto e reso già circospetto da ripetute persecuzioni, non ubbidisce facilmente al richiamo, ma si aggira a qualche distanza tenendosi fuori tiro: dopo essersi deciso a rispondere, lo fa per alcune volte e poi ammutolisce, ma, trascorsi da cinque a dieci minuti, piomba improvvisamente ai piedi del cacciatore. Perfettamente convinto che il richiamo sia partito dai suoi compagni, si guarda intorno, e, deluso, si accinge lentamente ad andarsene: il cacciatore deve approfittare di questo istante di smarrimento per colpirlo.

In gabbia il Francolino si abitua facilmente alle variazioni di cibo, ma di rado si addomestica: sulle prime appare molto impaurito, e se lo spazio è ristretto spesso si uccide perché per fuggire urta contro le pareti. Dopo essersi abituato alla prigionia, ed aver stretto amicizia con il proprio custode, diventa un vicino molto amabile.

TETRAONE DELLE PRATERIE (Cupidonia americana)

Fra i Tetraonidi che vivono nell'America settentrionale questo è il più meritevole di attenzione: si distingue dagli affini soprattutto per due lunghi ciuffi composti di circa diciotto penne che pendono ai lati del collo, e coprono degli spazi nudi sui quali appaiono dei sacchi membranosi a forma di vescica e comunicanti con la trachea. I sessi non presentano rilevanti differenze di colore, e il maschio si distingue quasi esclusivamente per i ciuffi più lunghi; il complesso della struttura ricorda da vicino quello del gallo cedrone, salvo che per la coda, alquanto più breve, e per le piume del capo prolungate. Lungo circa quarantacinque centimetri, con coda di dieci, ali di quindici e apertura alare di sessanta, il Tetraone delle Praterie è coperto di un piumaggio bianco, nero e rosso-pallido sulle parti superiori, bruno-pallido con fasce trasversali bianche sulle inferiori; il ventre è bianchiccio, le penne remiganti sono bruno-grige con i fusti neri e il vessillo esterno macchiato di rosso, le timoniere bruno-grigio-scure con margini biancastri in punta. Guance e gola sono colorate di gialliccio, l'occhio è sotteso da una fascia bruna, e le lunghe piume del collo sono bruno-scure esternamente e rosso-giallicce all'interno. L'occhio è bruno, il sopra dell'occhio rosso-scarlatto, il becco color corno e la parte nuda del piede, così come le regioni scoperte ai lati del collo, è giallo-aranciata.

Diffusi nelle regioni orientali e meridionali degli Stati Uniti, per il passato questi uccelli erano così numerosi che gli abitanti li guardavano di malocchio per le devastazioni che facevano sugli alberi fruttiferi, nei giardini e nei campi.

Per dimorare, il Tetraone della Prateria vuole luoghi aperti e spogli d'alberi e di boschi, praterie, appunto, sparse di cespugli e leggermente coperte di erbe; più degli altri suoi affini ama stare sul suolo, e non sale sugli alberi che per cogliervi qualche frutto. Nell'inverno intraprende escursioni che, sotto un certo aspetto, potrebbero dirsi delle migrazioni, perché si succedono con una certa regolarità; esse sono dettate dalla necessità di andare in traccia di cibo, ma poiché non si verificano in ogni luogo, né in tutti gli inverni, è giusto considerare l'uccello come stazionario.

Nei movimenti è meno elegante e più lento del francolino di monte: disturbato, si leva all'improvviso con un volo robusto e regolare, piuttosto rapido, ma, se ha a disposizione un certo spazio libero, preferisce correre con grande rapidità, aiutandosi con le ali a mantenere l'equilibrio; levandosi, emette grida ripetute per quattro o cinque volte, che ricordano quelle del nostro gallo domestico, ma è soprattutto nel periodo degli amori che si valuta appieno la singolarissima estensione della sua voce. Per emetterla, si serve delle vesciche che pendono ai lati del collo: le gonfia in modo da renderle simili, per mole e per colore, ad un piccolo arancio, e aprendo il becco manda dei suoni più o meno forti, non molto dissimili da quelli prodotti da un grosso tamburo. Alla fine dell'emissione le vesciche appaiono flaccide e prive di tensione, e per ricominciare l'uccello deve tornare a gonfiarle: è stato sperimentato su individui in cattività che, praticando in esse una puntura, il Tetraone non è più in grado di emettere alcun suono. Al termine del periodo degli amori, le vesciche si contraggono, e durante l'autunno e l'inverno rimpiccioliscono sensibilmente.
Il nutrimento si compone di sostanze vegetali e di diverse specie di piccoli animali; il Tetraone ama moltissimo le coccole, i frutti, le granaglie, le gemme e le tenere foglie, e può perciò arrecare gravi danni ai campi ed ai giardini; d'altra parte è utile, perché distrugge una gran quantità di insetti nocivi, lumache e locuste, dei quali è particolarmente ghiotto.

Dopo aver trascorso l'inverno riuniti in branchi, questi uccelli con il sopravvenire della primavera si riuniscono in gruppi minori, che si recano ciascuno in un luogo appositamente scelto per incominciare le consuete danze amorose.

Il maschio è molto fiero del proprio abito nuziale, e corre a sfidare i rivali provocandoli alla lotta con l'allargare le piume del collo in forma di ventaglio, gonfiando le vescichette del collo e sfregando le ali allargate sul suolo. I combattenti si lanciano l'uno contro l'altro con grandi salti, le piume strappate volano all'intorno e le gocce di sangue che sprizzano dai colli graffiati stanno a dimostrare la serietà della lotta; superato un avversario, il vincitore si volge immediatamente contro un altro, e sovente è tanto forte da riuscire a metterne in fuga parecchi, costringendoli a riparare sotto i cespugli circostanti. Poi, vinti e vincitori si riuniscono e vanno a pretendere dalle femmine il compenso della violenta zuffa.

La deposizione delle uova avviene tra l'aprile ed il maggio, a seconda che la regione abitata sia esposta a mezzogiorno o a settentrione: la femmina costruisce un nido molto sommario, nascosto di solito tra le alte erbe, e vi depone da otto a dieci uova di colore bruniccio, alla cui incubazione si dedica per diciotto o diciannove giorni. E' lei che si deve preoccupare di proteggere e scortare i piccoli, perché il padre non se ne cura gran che: li tiene sempre presso di sé, li nutre all'inizio soprattutto di insetti e poi di grani preventivamente ammolliti e via via più consistenti. Amorevolissima, li avverte della presenza di qualsiasi pericolo con grida improvvise, che hanno per effetto l'immediata scomparsa della famigliola, pronta ad acquattarsi nelle posizioni più favorevoli. La cova si verifica una sola volta l'anno, quando non intervengano elementi di disturbo: in caso contrario la femmina procede ad una seconda incubazione, di solito meno numerosa. Verso la metà d'agosto i piccoli hanno raggiunto la grossezza di una quaglia e sono già in grado di svolazzare: in ottobre arrivano al pieno sviluppo, e diventano sempre più timidi e circospetti.

Tutti gli animali da preda dell'America settentrionale, e soprattutto la volpe ed il lupo delle praterie, le martore, i falchi ed i rapaci diurni e notturni, sono terribili avversari per questa specie; l'uomo, a quanto pare, si è convinto che è necessario mettere delle regole alle sue cacce se non vuole che il Tetraone vada completamente distrutto. Rispettando certi divieti, che gli impongono di risparmiarlo in alcune stagioni e di dargli la caccia in altre, è riuscito a fare in modo che l'uccello, in via di completa sparizione, tornasse a moltiplicarsi con un ritmo sufficiente.

PERNICE DI MONTE (Lagopus albus)

Nella famiglia dei tetraonidi, le pernici di monte costituiscono un gruppo piuttosto importante, che si articola in un certo numero di specie. Morfologicamente, tutte si riconoscono per le forme molto depresse, le ali di media lunghezza, la coda breve, dolcemente tondeggiante o retta, il becco piccolo e non molto robusto, i piedi relativamente corti con i tarsi e le dita ricoperti di piume. Rispetto alla generalità dei gallinacei, le unghie appaiono molto grandi limitate sono invece le differenze tra i sessi, ed i giovani vestono rapidamente l'abito dei genitori, pur raggiungendo più tardi le loro dimensioni. La Pernice di Monte in senso proprio, prima specie della quale ci occupiamo, misura in lunghezza oltre trentacinque centimetri, ne ha dieci di coda, diciotto d'ala e sessanta d'apertura alare; e queste misure, riferite ai maschi, devono essere leggermente ridotte per le femmine. Durante l'inverno, il suo abito è semplicissimo ed elegante: completamente bianco, è interrotto dal nero che appare sulle quattordici penne timoniere esterne e sulle sei grandi remiganti. Nel periodo degli amori l'uccello riveste l'abito di nozze, che è profondamente diverso e più composito. Il capo e la parte posteriore del collo sono color ruggine-fulvo o bruno-ruggine, con macchie ed ondulazioni nere; le scapolari, le piume del dorso e dei groppone e le timoniere centrali sono nere, fasciate per metà trasversalmente di bruno e marginate di bianco; le remiganti primarie sono bianche, le secondarie brune, la gola ed il viso rosso-ruggine senza macchie, la parte superiore del petto bruno-ruggine con onde e lineette nere; zampe e ventre sono bianchi, le copritrici del sottocoda nere con fasce e linee sinuose brune e giallo-ruggine, e sotto l'occhio ed ai margini della bocca spiccano delle macchie bianche. Le femmine sono sempre più chiare, e vestono prima del maschio l'abito estivo, nel quale tutti i colori vengono progressivamente impallidendo e sopra l'occhio si dispone un arco di colore rosso, il che concorre ad aumentare l'eleganza complessiva dell'aspetto.

La Pernice di Monte occupa le regioni nordiche del vecchio e del nuovo mondo, ma non è dappertutto comune, e non dappertutto si comporta allo stesso modo. E' frequente in Svezia, in Finlandia ed in Russia, numerosa in diverse parti della Siberia; nel settentrione americano vive nelle regioni situate più a nord, ma entro questi limiti compie delle migrazioni che la portano durante l'inverno, in grossi branchi, verso zone meno fredde; da alcune province russe egualmente si muove nel corso dell'inverno verso la Prussia e la Pomerania, ma non si spinge mai più a sud; nell'Islanda e nella Groenlandia e del tutto assente, mentre in Scozia è rappresentata da una specie affine della quale diremo più avanti.
Entro i propri confini, l'uccello ama trattenersi soprattutto sugli altipiani e sui dolci declivi, e non scende nelle valli se non per brevi e rapidissime escursioni: cosa che si spiega riflettendo che, per vivere, esso ha bisogno delle betulle e dei salici, la cui zona non incomincia che all'estremo limite di quella delle conifere. Per una parte dell'anno vive in coppie che, specialmente in primavera, difendono gelosamente i rispettivi distretti, molto limitati nello spazio, perché nelle zone proprie ne vivono spesso sterminate quantità; dopo che le famiglie sono cresciute, si formano branchi numerosi che percorrono assieme vastissime estensioni.

Il nutrimento consta innanzitutto di sostanze vegetali, durante l'inverno quasi esclusivamente di germogli o di bacche essiccate, nell'estate di foglie, gemme, coccole, diversi insetti e sementi d'ogni genere.

La covata della Pernice di Monte è completa verso la fine di maggio o i primi di giugno, e comprende da nove a quindici uova lisce e lucide, a forma di pera, che sul fondo giallo-ocra sono sparse di innumerevoli macchioline brune. La femmina le depone su pendii ben esposti al sole, sotto la protezione dei cespugli ed in piccole cavità rivestite di erbe secche, piume e terra; il nido è sempre ben nascosto, e riesce difficile scoprirlo benché il maschio, lanciando le sue grida, torni spesso utile a chi voglia rintracciarlo. E' il capofamiglia che ha il compito di difenderlo dalle intrusioni altrui: ma, se quando si avvicina un maschio estraneo lo assale violentemente e lo tiene a debita distanza, la presenza di una femmina fa spesso scattare la sua galanteria al punto da rendergli impossibile la rinuncia ad una fugace avventura. La compagna, dal canto suo, provvede all'incubazione e non si muove, tenendosi ben stretta alle sue uova anche in caso di pericolo: solo se la minaccia diventa troppo grave ed imminente si allontana in silenzio, pronta a riprendere il suo posto non appena le circostanze si siano fatte più tranquille. Se tutto procede regolarmente, negli ultimi giorni di giugno o nei primi di luglio i piccini escono dall'uovo, e tutta la famiglia va a radunarsi in pozzanghere e stagni, dove per i genitori riesce più facile rintracciare i teneri cibi di cui la prole abbisogna, soprattutto le zanzare e le loro larve; tutti sguazzano felici tra l'acqua ed il fango, ed è proprio in queste circostanze che meritano più chiaramente il soprannome di «galli di palude» del quale in alcune zone sono gratificati. Il maschio, a testa alta ed in dignitoso atteggiamento, si pone alla testa della famigliola e la scorta verso i luoghi preferiti, facendosi garante della sua sicurezza ed avvertendola in ogni caso di pericolo; i piccoli sguazzano nella fanghiglia e imparano rapidamente a muoversi, ad usare le remiganti ed a cibarsi, riparando con incredibile velocità negli anfratti quando i genitori li avvertono dell'avvicinarsi di qualche minaccia. Sul finire del mese di agosto o all'inizio di settembre raggiungono all'incirca la mole degli adulti, con i quali trascorrono l'inverno per allontanarsi al sopraggiungere della primavera, spinti dal desiderio amoroso, alla ricerca delle compagne.

Grandemente apprezzata per le sue carni, la Pernice di Monte è fatta oggetto di cacce accanite e continue che si risolvono spesso in stragi indiscriminate: soprattutto la stagione invernale è propizia alle battute dirette ad ucciderla. In gabbia non viene allevata molto di frequente. Si accontenta ad ogni modo di un cibo semplice, a base di granaglie, e considera le bacche ed i germogli come delle vere e proprie leccornie. Non è agevole ottenerne la riproduzione.

PERNICE DI MONTE SCOZZESE (Lagopus scoticus)

Non è ancora ben risolta la questione se la Pernice di Monte Scozzese debba essere considerata una specie a sé stante o semplicemente una varietà della precedente, che non assume il piumaggio bianco della stagione invernale unicamente perché le zone in cui è diffusa non toccano le rigide temperature proprie al nord europeo, ed in particolare non sono mai abbondantemente visitate dalla neve.

La Pernice di Monte Scozzese misura in lunghezza più di trentacinque centimetri, e ne ha poco meno di sessanta di apertura alare; il suo abito, simile a quello estivo della specie precedente, è di fondo rosso-bruno-chiaro con striature trasversali nere sul capo e sulla coda, macchiato di nero sul dorso e sulle copritrici delle ali, rosso sulla gola, bruno-porpora-scuro sul petto e sul ventre; le penne timoniere, eccettuate le quattro centrali che sono fasciate di rosso e di nero, sono nere, le piume delle tibie rosso-pallide con linee trasversali più scure, quelle dei tarsi e delle dita bianchicce. L'occhio è bruno il becco nero e le robuste unghie sono bianche. Le femmine, più piccole quanto a mole complessiva, sono inoltre di colore generalmente più scuro, ed hanno sul ventre e sul petto delle macchie bianche.

PERNICE DI MONTE COMUNE (Lagopus mutus)

In tutte le catene settentrionali del globo aventi carattere alpino vivono delle pernici che per forme e per costumi si scostano notevolmente da quelle di cui abbiamo parlato finora. A loro riguardo, non sono mancate opinioni che avrebbero voluto considerarle come suddivise in numerose specie, ciascuna relativa ad una determinata zona territoriale: ma le caratteristiche che le accomunano tutte sono tali e tante che si deve concludere per la loro appartenenza ad un'urica specie, quella, appunto, della Pernice di Monte Comune.

E' un uccello lungo all'incirca trentadue centimetri, con coda di dieci, ali di diciotto ed apertura alare di sessanta. Il suo abito subisce parecchie variazioni in dipendenza della stagione e del clima, variazioni che non si osservano però costanti ed eguali in ognuna delle zone in cui è diffuso: il che, naturalmente, si spiega appunto con le differenze ambientali, mentre non giustifica la creazione di specie distinte. In Europa, il maschio ha sempre il ventre bianco, e così le copritrici inferiori della coda, le anteriori dell'ala, le remiganti ed i tarsi; la coda è nera ed i fusti delle remiganti nericci. Con la muta di primavera, che incomincia verso la metà d'aprile, appaiono di tratto in tratto piume nericce, e l'animale viene a trovarsi chiazzato di bianco e di altri colori. Nei primi giorni di maggio il collo, il dorso, le copritrici superiori dell'ala ed il petto sono neri con screziature bianche e rugginose, mentre il bianco campeggia sulla gola e sui lati del collo; le piume screziate incominciano successivamente ad impallidire, e sul finire d'agosto o in settembre il dorso appare cinerino con punti nericci e le fasce rugginose del capo e del collo diventano quasi bianche, conservando qua e là qualche piuma irregolarmente segnata di nero e di giallo-ruggine. In ottobre incomincia la muta autunnale, e gli uccelli vestono un abito di molti colori, ma già nel novembre ha il sopravvento la tenuta invernale, per cui appaiono bianchissimi con l'eccezione delle timoniere nere ed orlate di chiaro e delle redini, che nel maschio sono pure nere; al di sopra degli occhi compare una membrana rossa bernoccoluta, che ha l'orlo superiore frastagliato ed è più sviluppata nel maschio.

La Pernice di Monte Comune abita la catena delle Alpi in tutta la sua estensione, i Pirenei, i monti della Scozia, le catene della Scandinavia, della Siberia e dell'Asia settentrionale, nonché le parti nordiche del Continente americano.

A differenza delle affini, predilige le zone aperte, sgombre di cespugli, al di sopra della linea di vegetazione arborea ed in prossimità delle nevi e dei ghiacci; solo in Groenlandia e in Islanda, pur trascorrendo gran parte dell'anno sui monti, scende nel periodo degli amori in regioni più basse e, talvolta, perfino sulle pianure che costeggiano il mare.

Di indole più tranquilla e di intelligenza più limitata delle affini, non è inferiore ad esse nella corsa e nel volo, al quale tuttavia non ricorre che in casi rarissimi, ed è inoltre assai abile nel nuoto; la sua voce cupa e gutturale, che in certe occasioni ricorda il miagolare di un gatto, è molto diversa da quella delle altre pernici di montagna. Osservatori e cacciatori sono concordi nel definire questi uccelli come tardi e sempliciotti, se non addirittura stupidi: trascorrono lunghe ore in assoluta immobilità, fermi su posizioni molto elevate dalle quali riescono a dominare ampi orizzonti, e non sembrano accorgersi del sopravvenire delle minacce che li riguardano, per cui vengono uccisi senza neppure aver tentato di salvarsi con la fuga.

Il loro cibo è a base vegetale: sulle Alpi le si trova con il gozzo pieno di foglie di salice e di abete, di rododendri, mirtilli e frutti di rovo, cui aggiungono varie qualità di semi e, durante l'estate, di insetti. Nel settentrione si nutrono di gemme e foglie, di coccole e, in caso di bisogno, anche di licheni che vanno a spilluzzicare fra i sassi.

Il maschio non partecipa né all'incubazione né all'allevamento della prole, ma anzi, quando i piccoli sono sgusciati, si allontana verso i monti per andarvi a trascorrere la parte più calda dell'estate, di solito silenzioso, in questo periodo diventa vivace e garrulo, assumendo atteggiamenti che per certi versi ricordano quelli degli altri tetraonidi in amore. Intanto la femmina cerca un luogo adatto al nido, tra i cespugli e tra le pietre: scava una leggera depressione nel suolo, la riveste sommariamente di foglie secche e vi depone da nove a sedici uova, alla cui incubazione si dedica assiduamente. Le uova, di colore giallo-rosso con macchie e punti bruno-scuri, si aprono dopo circa tre settimane, e la madre incomincia ad accompagnare ed a proteggere i piccoli non appena si sono asciugati e sono in grado di abbandonare il nido. Tenerissima, mette in opera ogni attenzione per allontanare e sventare i pericoli, spesso a rischio della sua stessa vita: accade spesso che sia possibile uccidere tutti i piccoli, se si ha cura di risparmiarla, perché ad ogni colpo essa si allontana brevemente ma fa poi subito ritorno, e dal suo riapparire dettato dal desiderio di protezione, i figli che si erano nascosti escono dai loro nascondigli e le si raccolgono intorno. Come si osserva in tutte le specie della famiglia, l'abito dei nuovi nati corrisponde sempre alla tinta generale del suolo: il dorso è bruniccio e segnato da striature nere irregolari, la fronte, la gola, il collo ed il ventre sono bianchicci, il petto ed i fianchi screziati di rossiccio e i tarsi vestiti di piumino grigiastro.

Durante tutto l'inverno, le pernici di monte comuni soggiornano sui monti in numerosi stuoli, conducendo una vita molto metodica. La mattina, per tempo, si mettono in cerca di alimento, e spesso, quando il freddo è intenso e la neve alta, devono superare grandi difficoltà per trovare quanto sia sufficiente a sostentarle. In alcuni casi, spinte dalla fame, arrivano persino ad accostarsi ai luoghi abitati: di solito, tuttavia, mettono a profitto tutta la loro abilità scavando nella neve profonde gallerie destinate, oltre che a raggiungere il cibo, a fornire un adeguato riparo contro l'infuriare delle intemperie.

Talvolta, sempre a causa della cattiva stagione, compiono delle irregolari migrazioni che possono estendersi per tratti notevoli, soprattutto nell'America settentrionale e nella Scandinavia.

Prese in età adulta, le pernici di monte comuni possono mantenersi con relativa facilità, perché si adattano alla dieta più semplice; da giovani, invece, sono piuttosto difficili da allevare e da tenere in vita.

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PERNICI

Nell'ordine dei gallinacei, le Pernici costituiscono uno dei settori numericamente più cospicui, e si distinguono dai tetraonidi, esteriormente, per la sveltezza delle forme, per la testa piccola e per i tarsi nudi; le ali sono brevi e tondeggianti, ma meno arcuate che nella precedente famiglia, la coda è sempre breve, il becco relativamente lungo, arcuato e non compresso ai lati; l'occhio è spesso circondato da uno spazio nudo, qualche volta la gola ne presenta un secondo, ed i tarsi sono armati di uno o due speroni. Nella struttura interna, notiamo che l'avambraccio è quasi sempre più breve dell'omero, e che il bacino, stretto e lungo, non è largo e piatto come quello dei tetraonidi; le vertebre del coccige sono più deboli e piccole, in rapporto con la brevità delle penne caudali, manca inoltre la singolare massa gelatinosa che si trova ai lati della trachea, e gli intestini sono molto più brevi.

Dalla costa del mare fino alle vette più eccelse, le Pernici si diffondono in tutte le regioni del Continente antico, dimostrando di solito una spiccata preferenza per le località sgombre ed aperte, ve ne sono, tuttavia, che amano risiedere nel folto dei boschi, secondo la regola generale dell'ordine al quale appartengono. Quanto ai modi di vita ed ai costumi, si dimostrano in generale più vivaci e mobili di molti affini: corrono egregiamente, sanno muoversi con una certa perizia anche sulle pareti inclinate e volano, al solito, con difficoltà e sempre per brevi tratti.

Avvedute e prudenti, si adattano a tutte le circostanze e si dimostrano astute, ardite e bellicose.

Il numero delle uova comprese nelle covate è sempre piuttosto alto, ed il loro colore è gialliccio e bruniccio, sparso o meno di macchie scure. Dopo essere vissute per qualche tempo isolate, con la crescita dei figli, le famiglie si riuniscono in branchi molto numerosi per trascorrere l'inverno tutti insieme.

Le loro abitudini alimentari non ne fanno, tutto sommato, degli animali dannosi, nonostante i guasti che talvolta possono produrre nei raccolti: l'uomo le guarda con molta simpatia, soprattutto a cagione della bontà delle loro carni che giustifica ampiamente le battute di caccia dirette contro di loro, e nel corso delle quali vengono usate armi ed insidie di ogni genere.

Alla gabbia si abituano facilmente, e divengono in certi casi così domestiche da seguire l'uomo come animali da cortile; anche ottenerne la propagazione in cattività non è troppo difficile.

TETRAOGALLO DELL'HIMALAYA (Tetraogallus himalayensis)

A cavallo tra le famiglie dei tetraonidi e delle pernici stanno i tetraogalli, che partecipano dei caratteri dell'una e dell'altra. Tra le pernici occupano il primo posto per mole, in quanto sono poco più piccoli del gallo cedrone: hanno forme depresse, collo breve, testa piccola, ali acuminate di media lunghezza, coda anch'essa non granché sviluppata in lunghezza, becco lungo, robusto e largo e piedi brevi armati di uno sperone ottuso. Una di queste specie, il Tetraogallo dell'Himalaya, ha una lunghezza totale superiore ai settanta centimetri, coda di venti, ali di trentadue ed apertura alare di un metro circa. Conosciuto anche con il nome di Fagiano di Monte, è colorato di grigio sul capo, le guance e la nuca, di rossiccio con piccole gocce nere sul dorso, e di cinerino-bruno con striature rossicce o scure sul resto delle parti superiori; le piume del mento e della gola sono bianchicce, quelle del petto grigiastre con macchie lunari nericce, bianchicce quelle della parte inferiore del petto; sui fianchi il grigio è più pallido, sulle copritrici inferiori si sfuma nel bianco, e sulle tibie nel grigio-scuro. L'occhio è circondato da due fasce brune che si congiungono ai lati del collo, le remiganti primarie sono bianche con le punte macchiate di bruno sul fondo grigio, le timoniere sono rossicce, gli occhi bruno-scuri, lo spazio perioculare giallo, il becco corneo ed il piede rosso-gialliccio. Le femmine si distinguono, praticamente, solo per la mole leggermente ridotta.

Questo magnifico uccello si trova in tutta la zona alta dell'Himalaya occidentale fino al Nepal, nella Mongolia, nel Tibet e nel Cashmir. Dimora esclusivamente sulle alture e sui monti coperti di neve, dalla linea della vegetazione arborea in poi; i rigori invernali lo spingono però a compiere delle migrazioni verso le creste isolate e scoperte della zona arborea, sulle quali si trattiene fino alla fine di marzo.

Di natura socievole, questi uccelli vivono spesso in branchetti di cinque o dieci individui che abitano in buon numero il medesimo distretto montuoso. Non si addentrano mai nei boschi, ed anzi evitano persino i terreni sparsi di vegetazione arborescente e di cespugli: se il tempo è bello e caldo, trascorrono le loro giornate sulle rupi senza muoversi granché, se non nelle ore del mattino e della sera. Camminano senza grazia, tenendo la coda rialzata e, mentre cercano il cibo, avanzano lentamente verso i vertici delle catene montuose: quando li hanno raggiunti, a volo si dirigono verso altri luoghi, scendono sul terreno e ricominciano la salita. Non molto selvatici e timidi, permettono all'osservatore di accostarsi ad una distanza ragionevole prima di fuggire: in stormi numerosi si alzano poi tutti contemporaneamente con rapido volo, volgono perpendicolarmente al basso e tornano ad alzarsi per riguadagnare la stessa altezza. Si nutrono di foglie di piante e di erbe diverse, se occorre anche di muschio, radici e fiori, amano i semi di frumento e di orzo ma non recano danni troppo gravi ai campi coltivati; sempre molto grassi, la loro carne non ha però sapore particolarmente grato, soprattutto se si tratta di esemplari viventi a grande altezza, dove il cibo più frequente è dato da certi vegetali che finiscono per trasferire il loro sgradevole sapore alle carni.

I nidi dei tetraogalli dell'Himalaya sono assai difficili da scoprire, e perciò le notizie che abbiamo intorno alla loro riproduzione non sono abbondanti; si può tuttavia credere che le abitudini della specie non siano diverse da quelle generali della famiglia, mentre delle uova si sa che hanno la grandezza di quelle del tacchino, forma allungata, colore di fondo bruno-oliva e macchiette bruno-noce, sparse irregolarmente e fittamente sul guscio. I naturalisti consigliano, tuttavia, di tenerli in gabbie spaziose e con il fondo a graticola, in modo che essi stessi possano cogliere sul terreno l'alimento che preferiscono.

TETRAOGALLO DEL CASPIO (Tetraogallus caspius)

Assai prossima alla precedente, questa specie comprende individui che misurano in lunghezza circa sessanta centimetri, e che sono quindi proporzionalmente ridotti, rispetto agli affini, in ognuna delle loro parti. Il loro piumaggio è cinerino sulla testa, la nuca e la parte superiore del petto, screziato di giallo e di fulvo sul dorso, grigio con striature longitudinali giallo-rosse sul resto delle parte inferiori; due fasce grigio-scure corrono dall'angolo della mascella inferiore verso il petto tre spazi bianchi occupano la gola, i lati del viso e la parte superiore del collo, le copritrici superiori dell'ala sono variegate di nero e di giallo-fulvo, le remiganti sono candide con l'eccezione dell'apice grigiastro, e lo stesso colore bianco predomina sul ventre e sulle copritrici inferiori della coda. L'occhio è bruno-scuro, il becco corneo ed il piede giallo-rossiccio. Si nutre dei semi di molte piante alpine, digeriti mediante l'immissione di sabbia e di piccoli ciottoli; in complesso, i suoi costumi ed i suoi modi di vita non si discostano da quelli del suo affine himalayano.

COTURNICE (Alectoris graeca)

Con le due specie di cui ci occupiamo subito appresso, la Coturnice è caratterizzata strutturalmente da corpo robusto, collo breve, testa piuttosto grande, ali medie e coda lunga; il becco è robusto ed abbastanza lungo, il piede di media altezza è munito di un ottuso sperone o di un bitorzolo corneo, e l'abito è ricco ma strettamente aderente. Le sue misure vanno dai trenta ai trentatré centimetri della lunghezza ai dieci della coda, ai quindici dell'ala ed ai cinquanta circa dell'apertura alare, e sono alquanto ridotte negli individui di sesso femminile. Il piumaggio è grigio-azzurro con riflessi rossicci sulle parti superiori e sul petto; una fascia che circonda la gola bianca, un'altra che dalla radice del becco corre verso la fronte, ed una macchia situata sul mento sono nere, mentre le penne dei fianchi sono listate di bruno-gialliccio e di nero, le restanti parti inferiori sono giallo-ruggine, le remiganti bruno-nericce con fusti biancastri e le timoniere esterne rosso-ruggine. L'occhio è bruno-rosso, il becco corallino ed il piede rosso-pallido.
Le coturnici sono diffuse nelle regioni alpine dell'Austria, della Baviera, della Svizzera e dell'Italia, comuni in Grecia, Turchia, Asia Minore, Palestina ed Arabia, e sostituite da varietà quasi identiche nell'India ed in alcune regioni della Cina; verso occidente, il loro confine si direbbe segnato dal Mar Rosso, giacché in Africa non si trovano che sulla catena montuosa situata tra di esso e il Nilo. Entro questi limiti, prediligono i luoghi soleggiati ed erbosi posti tra il limite delle nevi e quello della zona arborea, tra arbusti e rododendri; nelle regioni meridionali, tuttavia, si incontrano ad altezze notevolmente inferiori, anche se sono sempre limitate a territori rocciosi o comunque deserti e brulli. Durante l'inverno, quando la temperatura scende di molto sotto lo zero, sono a volte costrette ad abbandonare le residenze abituali per accostarsi ai casali alpini o ai villaggi delle zone circostanti.

Fra tutti i gallinacei, questo si distingue per agilità, acutezza di sensi, prudenza, coraggio, indole bellicosa e facile addomesticabilità. Corre velocissima e destra su qualsiasi terreno, si arrampica sui massi e riesce anche a mantenersi in equilibrio sulle loro superfici laterali; il suo volo, benché essa non ne fruisca mai troppo, evidentemente fidando soprattutto sulla sua agilità sul terreno, è rapido, leggero e non rumoroso, e la porta talvolta a rifugiarsi sugli alberi, soprattutto sulle conifere, che restano ad ogni modo per lei una sede rara e del tutto provvisoria. Nelle alte montagne, le coturnici si nutrono di gemme di rododendri e di altri arbusti alpini, di bacche, di foglie e di semi, ed inoltre danno la caccia a molte specie di insetti ed alle loro larve; quando scendono al piano visitano le messi verdeggianti, staccandone le punte, mentre nel corso dell'inverno si accontentano delle bacche del ginepro o delle foglie di abete.

L'avanzare della primavera scioglie i numerosi stormi in cui gli uccelli si erano riuniti per trascorrere l'autunno e l'inverno, e spinge le coppie a separarsi ed a cercare un proprio distretto nel quale dare inizio all'opera di riproduzione: il maschio lo difende con grande energia contro qualunque intruso, e protrae i suoi combattimenti anche per il periodo in cui la femmina è già intenta alla cova. Il nido non è che una semplice escavazione praticata alla base degli alberi o degli arbusti, sotto i massi o in altre posizioni egualmente protette; viene rivestito di erbe, muschio ed erica, con cura tanto maggiore quanto più ci si sposta verso il settentrione, e contiene una covata composta di dodici-quindici uova di fondo gialliccio-pallido con finissime striature brunicce. La femmina si dedica all'incubazione per un periodo di circa diciotto giorni, e si prodiga poi nell'accompagnare e nell'ammaestrare i suoi pulcini, difendendoli da tutti i pericoli; essi acquistano molto rapidamente una grande abilità nel celarsi e nello sfuggire alle ricerche, secondo quello che è l'insegnamento della loro indole.

PERNICE ROSSA (Alectoris rufa)

Questo elegante uccello si distingue dal precedente specialmente per il colore rossiccio che predomina sulle sue parti superiori, e per il più ampio collare che in basso si risolve in una serie di macchie. L'occipite e la nuca, rosso-ruggine, segnano il punto di maggior vivezza nel piumaggio delle parti superiori; il petto e la parte superiore del ventre sono bruno-cinerini, il basso ventre ed il sottocoda mostrano una accesa tonalità di giallo, mentre le piume delle tibie, allungate, sono segnate sul fondo cinerino-chiaro da righe trasversali bianco-ruggine e bruno-castane, limitate più distintamente da strisce nero-cupe. Una chiara fascia sopracciliare è visibile a partire dalla fronte, e lo spazio bianco della gola, circondato dal collare, spicca vivacemente; l'occhio è bruniccio, l'anello perioculare rosso-cinabro, il piede color carminio ed il becco rosso-sangue. Le femmine si distinguono, oltre che per la mancanza del bitorzolo in forma di sperone sui tarsi, per la mole inferiore a quella dei maschi i quali raggiungono in lunghezza i trentacinque centimetri e ne hanno quindici di ala, poco più di dieci di coda e cinquanta di apertura alare.

Le pernici abitano le regioni meridionali dell'Europa, Italia naturalmente compresa, e sono più frequenti in quelle affacciate verso l'occidente che nelle altre nel '700 sono state introdotte anche in Gran Bretagna, dove vivono numerose in alcune contee del mezzogiorno. Amano le regioni montuose dove i radi boschetti si alternano con i campi, dove prosperano i cespugli di quercia, di sempreverdi, di rosmarino e di timo, e si tengono invece lontane dalle fitte foreste; di abitudini stazionarie, si accontentano di distretti piuttosto limitati, e vivono in buona armonia con i loro affini. I loro movimenti sono grazi osi, piacevoli e spigliati: corrono e si arrampicano con molta destrezza, volano celermente alzandosi fino ad una buona altezza, ondeggiando anche per lunghi tratti senza ricorrere ai movimenti delle ali. Tratto caratteristico del nostro uccello è l'abitudine a posare sugli alberi non solo in caso di bisogno, ma anche come regola di vita, suggerita evidentemente da ragioni di sicurezza.

Riunita in branchi e branchetti per la maggior parte dell'anno, la Pernice incomincia la sua attività alle prime luci dell'alba e continua fino al calare del sole: solo nelle più calde ore pomeridiane subentra, negli stuoli, una calma relativa, perché ogni membro si tiene al riparo dei sassi e dei bassi cespugli in un dormiveglia che si protrae fino all'imbrunire: a questo punto il movimento riprende, naturalmente dettato dal bisogno di alimento, e non si arresta che con il calar della notte. Il cibo cercato consiste in insetti, sementi e verdure, le quali ultime servono anche a spegnere gli ardori della sete e spiegano la ragione per la quale i branchi non hanno l'abitudine di recarsi ad ore fisse a dissetarsi.

L'epoca degli amori ha come primo effetto lo scioglimento delle società e il riunirsi dei singoli individui in coppie che incominciano ad occuparsi della riproduzione. La madre si adopera affettuosamente alla predisposizione del nido, una conca scavata nei campi o nelle vigne, al riparo di pietre e cespugli, nella quale si trovano nel tempo stabilito da dodici a sedici uova di colore giallo-ruggine chiaro con innumerevoli macchie e punti bruni. Appena sgusciati, i piccoli incominciano a circolare sotto l'attenta sorveglianza della madre, che in questo periodo diventa ancora più prudente del solito: in breve volgere di tempo crescono, e dopo quattro o cinque settimane sono già arrivati al completo sviluppo; dapprima si nutrono di insetti, larve, vermiciattoli e piccole sementi, e poi si adattano alla dieta abituale degli adulti.

L'uomo dà la caccia in mille modi alle pernici, attratto dalla grande finezza delle loro carni: con i cani e con le reti, ma, soprattutto in certe regioni spagnole usando appositi richiami, se ne catturano ogni anno in grandissima quantità.

Spesso, i cacciatori che intendono servirsi dei richiami, tengono gli uccelli che dovranno agevolare la loro caccia in condizioni deplorevoli, stretti in spazi angusti e privati di qualunque varietà di cibo che oltrepassi il consueto elenco delle sementi più comuni. Ciononostante, le maltrattate pernici sopravvivono, e questa è la prova migliore della loro disposizione alla vita di gabbia.

Trapani Pernice rossa

PERNICE TURCHESCA o SARDA (Alectoris barbara)

Questa terza specie di pernici vive di solito in Grecia, nella Francia meridionale (ma piuttosto isolata), nelle isole di Sicilia e di Sardegna e soprattutto nell'Africa di nord-ovest. Di mole alquanto inferiore a quella della coturnice e della pernice comune, si distingue inoltre dalle affini per il collare colorato di castano e macchiettato di bianco. La fronte e la testa sono grigio-cenere, l'alto del capo, la nuca e la parte posteriore del collo bruno-castani, e il resto delle parti superiori grigio-rosso con sfumature azzurrognole sulle ali; la gola ed una striscia sopracciliare sono tinte di biancastro, le parti inferiori sono grigio-azzurre e gli occhi, il becco ed i piedi ripetono la tinteggiatura delle specie affini.

A differenza delle precedenti pernici, la Turchesca sembra preferire di gran lunga le colline e le pianure ai monti: si può essere quasi certi di incontrarla sui bassi rilievi circondati dai campi coltivati a cereali, e sparsi di bassi cespugli di diverso genere. Fanno eccezione quelle che vivono nelle isole Canarie, molto ricche di questi gallinacei che probabilmente, però, non ne sono originari, ma vi sono stati introdotti e si sono rapidamente acclimatati: colà le pernici turchesche vivono tanto sulle alture aride ed elevate quanto nelle pianure e nelle valli, e costituiscono un bersaglio gradito ai cacciatori.

Per accennare brevemente alle abitudini di vita della Pernice Turchesca, si può rapidamente ricordare che esse non divergono da quelle delle altre specie affini: come quelle è agile alla corsa, mal disposta verso il volo, ardita, e dotata di una voce abbastanza sonora e prolungata. Il cibo è il solito, conforme l'uso di convivere societariamente fino al tempo degli amori e di ricostruire i branchi dopo la cura per la prole.

STARNA (Perdix perdix)

Oltre che per il colore, la Starna si differenzia dagli affini già citati per la disposizione delle squame del piede, che costituiscono due serie sulla faccia anteriore e sulla posteriore dell'arto, per la mancanza del bitorzolo-sperone e per la struttura delle ali, nelle quali la terza, la quarta e la quinta remigante sono sporgenti. Le sue misure vanno dai trenta centimetri della lunghezza complessiva ai sette-otto della coda, ai quindici dell'ala ed ai cinquanta dell'apertura alare. L'abito, meno bello di quello delle pernici, si presenta colorato di rosso-ruggine-chiaro sulla fronte, in una larga striscia sotto e dietro l'occhio, ai lati della testa e sulla gola, mentre il capo bruniccio è solcato da strisce longitudinali gialle, il dorso, grigio, da fasce trasversali rosso-ruggine, da striature chiare lungo i fusti e da fini linee nere disegnate a ghirigori. Il petto è ornato da una larga fascia con ondulazioni nere sul fondo cinerino, e questa fascia prosegue sui due lati delle parti inferiori, interrotta però da linee trasversali nere marginate di bianco da entrambi i lati; il bianco addome è segnato da una larga macchia castana a forma di ferro di cavallo, le timoniere sono rosso-ruggine con parecchie striature trasversali, e le remiganti primarie sono anch'esse variamente segnate sul fondo nero-bruno. L'occhio è color noce, rosso il sottile anello che lo circonda, così come una striatura che, partendo da esso, si prolunga all'indietro; il becco è grigio-azzurrognolo, il piede bianco-rossiccio oppure bruno. La femmina assomiglia abbastanza al maschio: alquanto più piccola, ha la macchia bruna sul ventre meno estesa e spiccata e il dorso più scuro. Il centro dell'Europa ed una parte dell'Asia devono considerarsi come la vera patria delle starne, che nel sud sono meno frequenti e nel nord sono state introdotte più di recente; in particolare le si incontra in Germania, in Danimarca, in Gran Bretagna, Olanda, Belgio, Francia settentrionale, Svizzera, Ungheria, Turchia, in parte della Grecia, al nord d'Italia e in alcune zone della Spagna. Sono comuni anche nella Russia centrale e meridionale, nella Crimea e nell'Asia Minore. Preferiscono in ogni circostanza le pianure ai monti, ed hanno bisogno di luoghi ben coltivati e variati: le si incontra più di frequente, perciò, laddove le coltivazioni si alternano ai radi boschetti segnati dalla presenza di arbusti e cespugli. Dal fitto dei boschi si tengono lontane, ma non dai loro margini e nemmeno dalle zone paludose, purché non manchino le piante e vi siano delle isolette emergenti qua e là dalle acque.

Pochi uccelli sono fedeli al distretto che hanno scelto a dimora come la Starna: essa non si allontana dal luogo in cui ha visto la luce se non sotto l'incalzare di agenti atmosferici insostenibili, e si affretta comunque a fare ritorno alle località predilette ogni volta che sia stata costretta a staccarsene. Questa fedeltà è tale che, se per avventura una regione ne rimane deserta, deve trascorrere gran tempo prima che dalle zone circostanti vengano altre coppie a popolarla.

La Starna è dotata di molte buone qualità. Cammina bene, tenendo il collo rattratto e il dorso incurvato quando non ha motivo di affrettarsi, la testa alta e il collo proteso quando corre; sa approfittare assai abilmente delle possibilità mimetiche che il piumaggio le offre, e le basta il più piccolo cantuccio per nascondersi, in modo da rendere problematica per chiunque la sua scoperta.

In acutezza di sensi e per il livello delle facoltà intellettuali, questi uccelli non sono inferiori agli affini: avveduti, intelligenti e timidi, sanno discernere i pericoli e distinguono correttamente le circostanze e gli esseri favorevoli dagli sfavorevoli. L'indole è socievole, pacifica e capace di sacrificio, qualità che si manifestano tutte più nel seno della famiglia che nei rapporti con gli altri individui della stessa specie, come dimostrano le lotte che si svolgono fra i maschi nel periodo degli amori ed anche in circostanze diverse, non legate a precise scadenze biologiche. L'unione tra le coppie è bensì indissolubile, ma non per questo le lotte sono meno frequenti: se infatti gli antichi coniugi tendono ad isolarsi ed a rifuggire dai combattimenti, essi devono tuttavia sostenere l'assalto di quei maschi che non hanno ancora una compagna, e non sempre questi assalti si risolvono nella vittoria del legittimo consorte.

La femmina incomincia a deporre le uova nel marzo o all'inizio di aprile. Il nido non è che una superficiale escavazione del terreno, ammorbidita con qualche sostanza vegetale e situata in mezzo ai campi dei cereali precoci, nelle alte erbe, nei boschi cedui o al margine dei campi. Da nove a diciassette uova costituiscono la covata: di colore verde-pallido o grigio-bruno, alla loro incubazione si dedica per tre settimane la femmina, con tale assiduità e cura che a poco a poco tutte le piume del ventre le cadono.

Coperti di un soffice piumino nel quale si mescolano il bruno-giallo, il giallo-ruggine, il bruno ed il nero, i piccoli della Starna si muovono fin dal primo giorno di vita con grande disinvoltura, abbandonano immediatamente il nido e imparano ben presto a seguire le raccomandazioni dei genitori. Padre e madre prendono egual parte all'allevamento ed alla protezione dei loro figli; ed è commovente osservarne la grandissima cura, vederli spiare da ogni lato per avvertire in tempo utile la presenza del pericolo, raccogliere i figli con grida improvvise ed insegnar loro ad approfittare delle straordinarie possibilità mimetiche offerte dal piumaggio, così facile a confondersi con i colori del terreno. Nessun rapace, né di giorno né di notte, può sfuggire alla tenera sorveglianza dei genitori che, dopo aver indotto i piccoli ad occultarsi, affrontano spavaldamente qualsiasi avversario, cercando di attrarre su di sé la sua attenzione e di allontanarlo con mille artifici.

Fino alla mietitura, le famiglie si trattengono soprattutto nei campi di grano, e poi si trasferiscono in quelli coltivati a patate o a cavoli, che offrono anch'essi degli eccellenti ripari; nel tardo autunno visitano le stoppie, i campi arati di recente, i prati ed i boschi cedui. Entro questi confini si muovono costantemente alla ricerca del cibo, che nei primi giorni di vita è costituito unicamente da insetti e con l'andare del tempo si trasforma verso una prevalenza sempre più accentuata delle sostanze vegetali. L'inverno è il loro grande nemico, e non per il freddo, che esse sanno sopportare egregiamente, ma per la neve, che scendendo in grande quantità ricopre il terreno e, su di esso, tutte le risorse dei poveri uccelli. Le starne sono abili nel razzolare tra la neve e ricordano le posizioni in cui, scavando, hanno buone probabilità di trovare qualche traccia di alimento, ma spesso i cumuli sono tali che le loro forze non sono sufficienti a penetrarli, e allora sono costrette ad avvicinarsi alle case dell'uomo, alle sue stalle ed ai suoi giardini, dimenticando l'innata selvatichezza. Nonostante questo, le abbondanti nevicate portano spesso nelle loro file delle distruzioni terribili, che vengono tuttavia presto dimenticate al ricomparire della buona stagione. Non appena il sole ed i tiepidi venti scoprono qualche brano di terreno, le starne si considerano salve, e dopo pochi giorni di buon pasto riprendono il loro tradizionale tenore di vita.

Tutti i quadrupedi carnivori, le più diverse specie di rapaci, dagli astori ai falchi nobili, dalle ghiandaie alle cornacchie, sono nemici acerrimi delle starne: solo i più grossi, naturalmente, riescono a minacciare gli individui adulti, ma le distruzioni che gli altri arrecano alle nidiate sono di grandissima portata, e se le si somma ai vuoti creati nella specie dai rigori invernali, si stenta a comprendere in che modo esse ancora non siano del tutto estinte.

FRANCOLINO (Francolinus francolinus)

Affini alle starne, i francolini se ne distinguono morfologicamente per avere il becco più lungo, i piedi più alti e muniti di uno o anche due speroni, la coda più lunga e l'abito maggiormente variegato. Se ne contano diverse specie, abitanti in Africa ed in Asia: quella di cui ci occupiamo più da vicino - avvertendo che le sue abitudini, ad ogni modo, non divergono da quelle delle altre - fino a qualche tempo fa si incontrava in diverse zone d'Europa, particolarmente in Sicilia, nelle isole dell'Arcipelago greco e in alcune regioni della Spagna.

Il Francolino maschio è un bellissimo uccello: misura circa trentacinque centimetri di lunghezza, le sue ali raggiungono i quindici, la coda gli otto e l'apertura alare i cinquanta. Colorato di nero sulla parte anteriore del capo, le guance ed il petto, ha le piume dell'occipite striate di bianco ed orlate di rossiccio, quelle auricolari bianchissime, e un largo collare bruno-rosso formato dalle piume centrali del collo; il dorso è nero con orli rossicci e macchie bianche, il ventre più o meno macchiato e striato di bianco sul fondo generalmente nero, le cosce ed il sottocoda sono brunicci, le remiganti rosse, nere e grige. L'occhio è bruno, il becco nero e il piede rosso-giallo. La femmina, che ha pressappoco la stessa mole del compagno, se ne distingue per l'abito molto più modesto; il suo colore fondamentale è il bruno-giallo chiaro, variamente macchiato e listato di bruno, di grigio e di bianco.

Gli esemplari che ancora si trovano in Sicilia prediligono i luoghi umidi, vicini alle acque, e conducono vita solitaria; in Siria, il Francolino ha più o meno le stesse abitudini; in India, a quanto pare, sale anche sui rilievi, almeno fino ad elevazioni di mille-mille duecento metri, e lo si incontra in famigliole che amano anch'esse trattenersi in vicinanza delle acque. Il cibo comprende foglie, gemme, punte di erbe, bacche, sementi, insetti, lumache e piccoli vertebrati, tutte cose che si trovano in abbondanza nei luoghi in cui i francolini sogliono soggiornare; e dove essi possono spiegare le loro eccellenti risorse di corridori, si intrufolano destramente nei più fitti grovigli cespugliosi e volano, se occorre, con leggerezza ed eleganza, seppure per tratti limitati. Nel periodo degli amori, il maschio fa udire, all'alba ed al tramonto, un suo verso non sgradevole; un vecchio detto siciliano riferisce che l'uccello pronuncia le sillabe tre tre tre, e, che così facendo, vuole rendere noto il suo valore, calcolato appunto in tre tarì, la moneta che un tempo era in uso nell'isola.

Com'è regola generale nella famiglia cui appartiene, è soprattutto la femmina che si adopera a predisporre tutto quanto è necessario alle operazioni della riproduzione. Al cominciare della primavera, essa va a scegliere una posizione adatta, alla base dei cespugli, nei campi o tra le alte erbe, per deporre le proprie uova, praticando una leggera escavazione nel terreno e rivestendola di varie sostanze vegetali: le covate comprendono da otto a dieci ed anche quindici uova, di colore bianco, bianchiccio o verde-pallido. L'incubazione è compito esclusivo della madre, mentre il padre entra in scena solo dopo che i piccoli sono sgusciati, per collaborare al loro allevamento ed alla loro protezione.

Alla gabbia si adatta molto agevolmente anche se catturato in età adulta, ed in particolare, le sue esigenze alimentari sono delle più semplici: si riproduce regolarmente, e l'unica cosa alla quale bisogna veramente badare è di fargli trovare, per i primi giorni di prigionia, una gabbia con il tetto non rigido, perché diversamente finisce per uccidersi battendo gran colpi di capo, nella speranza di poter riguadagnare la libertà.

FRANCOLINO DAL COLLO ROSSO (Pternistes rubricollis)

E' una delle specie di francolini che vivono in Africa, differenziati da quelli sui quali ci siamo precedentemente soffermati, da uno spazio nudo e vivacemente colorato nella regione della gola. Come gli affini, ha il corpo snello, testa piccola, collo medio, ali molto arrotondate, coda tagliata quasi in linea retta, becco mediocre e piede armato di sperone negli individui di sesso maschile. La sua lunghezza è di circa quaranta centimetri, le ali ne misurano quasi venti, la coda dieci e l'apertura alare oltre sessanta: e queste misure vanno leggermente ridotte per le femmine. Quanto al piumaggio, esso generalmente appare colorato di una slavata tonalità di bruno-grigio, con le singole piume, eccettuate quelle della sommità del capo, macchiate di bianco-gialliccio ed orlate di bianco, per cui ne risulta una complessiva chiazzatura variante tra il bruno e il bianco; le remiganti sono orlate e macchiate di giallo, e le timoniere sono segnate di bruno e di giallo, secondo un disegno che richiama quello di un nastro irregolare. L'occhio è bruno-chiaro, lo spazio perioculare rosso-cinabro, la gola nuda gialla e contornata di macchie rosso-scure, il becco è rosso alla base e per il resto grigio-bruno, e il piede plumbeo.

L'area di diffusione di questo gallinaceo africano va dalla Somalia alle frontiere settentrionali dell'Abissinia, e si mantiene sempre nelle località pianeggianti e non lontane dalle coste: l'uccello predilige in modo particolare i boschetti ed i margini dei torrenti, ed è tanto più numeroso quanto più essi sono intricati, tortuosi ed estesi.

Il periodo degli amori incomincia nell'aprile o nel maggio, ed allora i maschi appaiono particolarmente eccitati, gridano e si azzuffano violentemente. In amore il Francolino dal Collo Rosso è monogamo e gelosissimo: le coppie vivono nella maggiore intimità, e se li si trova in numero maggiore vuol dire che due o tre coppie si sono associate, oppure che si è in presenza di una piccola famiglia. Il nido consta di una conca piuttosto profonda, scavata al solito nel terreno sotto la protezione dei cespugli, e rivestita internamente con un po' di foglie e di piume; contiene cinque o sei uova di colore bianchissimo, alla cui cova si dedica esclusivamente la femmina, mentre il maschio veglia sulla sicurezza della compagna e della prole.

La caccia a questi uccelli non presenta grosse difficoltà, ed è largamente praticata nelle regioni costiere. Il Francolino ha un carattere indomabile: anche ferito non rinuncia a tentare la fuga, e spesso riesce a sottrarsi a tutte le ricerche dei cacciatori. Una riprova di questa fierezza di indole si ha nel suo comportamento in cattività, condizione alla quale si adatta, ma in cui mantiene costantemente un atteggiamento indomabile e selvaggio.

ODONTOFORI

Gli Odontofori, o Pernici Arboree, tengono in America il posto che nel vecchio mondo è occupato dalle pernici, alle quali molto si avvicinano. Sono uccelli di mole piccola o media, con becco corto, alto, compresso ai lati e spesso dentellato ai margini, piede senza sperone, coda mediocre o decisamente corta ed ali arrotondate e di media lunghezza.

I gallinacei di questa famiglia sono diffusi soprattutto nell'America centrale, e solo poche specie se ne trovano nel sud e nel nord di quel continente; le località che scelgono a dimora sono diverse: alcuni prediligono le pianure e i campi, altri i cespugli ed altri ancora le foreste. Tutti, senza eccezione, sono forniti di molte doti, di agilità e di sensi acuti e sviluppati: corrono velocemente, volano con destrezza anche se non a lungo, sanno destreggiarsi bene sui rami, possiedono una vista ed un udito eccellenti e sanno chiaramente distinguere le circostanze favorevoli dalle pericolose, adattando in conseguenza il loro comportamento.

CAPUERE (Odontophorus dentatus)

E' il tipo di uno dei generi più numerosi, ed una delle specie più grandi della famiglia. Come i suoi affini, si riconosce per la struttura robusta, il collo piuttosto grosso, il capo non molto grande e la coda corta; ha poi ali brevi e fortemente arrotondate, e un becco robusto, compresso ai lati, straordinariamente alto, ricurvo al culmine, e provvisto al margine della mascella inferiore di due denti distinti. I tarsi sono alti, e lunghe le dita dei piedi, rivestiti entrambi di squame e privi di sperone; i due sessi non presentano, nel colorito, differenze rilevanti: maschio e femmina hanno le piume del capo che si allungano in un ciuffo e l'occhio circondato da un anello nudo, vivacemente colorato.

L'abito del Capuere è bruno sulla sommità del capo, giallo-rosso-ruggine su una striscia in forma di redine che si stende fino alla nuca, e bruno-giallo sulla nuca, sul dorso, sulle ali e la coda. Chiazze brune e striature longitudinali gialle e brune segnano le piume del collo e della regione superiore del dorso, le scapolari mostrano una gran macchia triangolare nera sulla parte interna, le copritrici inferiori e le remiganti secondarie sono orlate di giallo-ruggine, striate di nero e marmoreggiate, nella parte centrale, tra il grigio, il rosso ed il giallo-ruggine; sulla parte inferiore del dorso, sul groppone ed al centro della coda le singole piume hanno il fondo giallo-ruggine marcato da macchie marmoree, da orli giallicci e da una macchia decisamente nera in prossimità dell'apice, e tutte le parti inferiori sono coperte da un piumaggio grigio-ardesia con margini brunicci. L'occhio è bruno, lo spazio nudo perioculare carnicino-cupo, il becco nero ed il piede carnicino-chiaro; le misure vanno dai quaranta centimetri della lunghezza complessiva agli otto della coda, dai circa quindici delle singole ali ai quarantacinque dell'apertura alare.

Diffuso in gran parte dell'America meridionale, e specialmente frequente nel Brasile, il Capuere vive in coppie ed in branchetti nel fitto delle foreste vergini, dove raccoglie il cibo dal suolo tra le foglie secche, oppure stacca dai cespugli bacche e frutti diversi. Tra gli arbusti delle aperte zone costiere non lo si incontra, mentre nelle selve chiuse se ne ode a distanza il verso specialmente nelle ore del mattino e della sera: un insieme di due o tre note ripetute sovente e con progressiva velocità. Il nido viene collocato sul suolo, e contiene da dieci a quindici uova bianche.

QUAGLIA DELLA VIRGINIA (Colinus virginianus)

Conosciuta anche con il nome di Quaglia Arborea, è distinta, assieme a tre o quattro specie affini, dai seguenti caratteri: corpo breve e robusto, collo di mediocre lunghezza e capo non molto grosso; becco forte corto, assai arcuato e con i margini della mascella inferiore muniti di due o tre intaccature presso la punta; ali concave di media lunghezza, coda breve ed arrotondata, piedi rivestiti anteriormente di due serie longitudinali di tavolette cornee, e lateralmente e posteriormente di piccole squame. L'abito, piuttosto lucente, si prolunga sul capo in un piccolo ciuffo.

Il maschio è lungo circa ventitré centimetri, la sua coda ne misura sei, le singole ali poco più di dieci e l'apertura alare trentacinque. Tutte le piume delle sue parti superiori sono bruno-rossicce, con macchie e fasce nere orlate di giallo; sulle parti inferiori predomina invece il giallo-bianchiccio, arricchito da striature longitudinali bruno-rosse e da ondulazioni trasversali nere. Il capo è graziosamente ornato: vi spiccano una bianca fascia che parte dalla fronte, passa sopra l'orecchio e si dirige verso il retro del collo, una striscia nera frontale che corre al di sopra di essa, un'altra, simile, che partendo dall'occhio circonda la gola, e numerose macchioline nere, bianche e brune accumulate ai lati del collo. Sulle copritrici superiori delle ali domina il bruno-rosso, le remiganti primarie sono bruno-scure con gli orli azzurri e le secondarie sono fasciate irregolarmente di giallo; le timoniere, ad eccezione delle centrali, gialliccio-grige con spruzzi neri, sono di colore azzurro-grigio. Le femmine si riconoscono per il colorito più smorto, per il disegno meno distinto e soprattutto per avere la fronte gialla ed i lati del collo e della gola bruni; i piccoli assomigliano alla madre, e sulla base della maggiore o minore definizione del loro disegno se ne può stabilire il sesso. L'occhio è bruno-noce, il becco bruno-scuro e il piede azzurro-grigio.

Durante l'estate, questi uccelli si cibano di insetti di ogni sorta e di sostanze vegetali; nell'autunno, soprattutto di sementi e di cereali. Finché il clima si mantiene mite, giovani e vecchi vivono e prosperano, ma il sopravvenire dei rigori invernali crea loro notevoli difficoltà: sono allora costretti a trasferirsi nelle regioni meridionali e sovente, nel corso di queste migrazioni, incontrano la morte ad opera dei rapaci che li incalzano o dell'uomo che pone mille trabocchetti sulla loro strada. Nell'ottobre è facile incontrarli sulle rive dei grandi fiumi, delle quali popolano i cespugli errando giornalmente da una sponda all'altra; in seguito le abbandonano per andare a rovistare sulle strade frequentate, e, quando il terreno si copre di neve, sono costretti ad avvicinarsi alle case dell'uomo, mescolandosi agli animali da cortile e raccogliendo gli avanzi dei loro pasti.

I gruppi più o meno numerosi che si sono costituiti nella cattiva stagione si sciolgono all'arrivo della primavera. Eccitati dall'amore, i maschi moltiplicano in questo periodo le loro grida, e, nell'intento di assicurarsi il possesso di una compagna, si azzuffano aspramente con i loro simili. Poco più tardi, mai comunque prima dell'inizio di maggio, la femmina incomincia le operazioni della riproduzione: sceglie accuratamente una posizione ben difesa dagli arbusti o dalle alte erbe, e vi pratica una escavazione abbastanza profonda, sufficiente a contenerla completamente durante la cova, rivestendola con cura di erbe, steli e foglie. Le erbe, crescendole intorno, rendono la cavità pressoché introvabile, ed al suo interno la femmina depone da dodici a venti, talvolta fino a trenta uova di colore bianco, non sempre segnate da macchie giallo-argilla; le covano entrambi i coniugi, e il maschio si riserva, per sovrappiù, il compito di guardiano. Dopo circa ventitré giorni di incubazione, vengono alla luce i piccoli, colorati sulla parte superiore di bruno-ruggine con striature longitudinali bruno-fulve e sull'inferiore, con l'eccezione della gola che è gialla, di grigio-fulvo; lo spettacolo offerto dalle famigliole in movimento è dei più attraenti, con il padre che le precede a passi fermi e orgogliosi, pronto ad avvertirle di ogni pericolo per invitare i piccoli a cercarsi rapidamente un rifugio, ed a sfidare, magari sacrificando la sua stessa vita, qualsiasi minaccia. Nella terza settimana di vita i nuovi nati sono già in grado di alzarsi in volo e di svolazzare, ed allora i rischi diminuiscono perché, al presentarsi di una minaccia, l'intera famiglia si disperde nei ricettacoli più diversi, pronta a riunirsi non appena si ripropongano sufficienti condizioni di sicurezza. Alcuni naturalisti pensano che la Quaglia della Virginia compia due covate nel corso dell'anno, ma è più probabile che la cosa si verifichi soltanto quando una qualsiasi circostanza abbia impedito alla coppia di portare a termine la prima incubazione. La Quaglia della Virginia riesce facilmente ad addomesticarsi e ad acclimatarsi in regioni diverse da quelle che le sono abituali. Gli individui catturati in età adulta, dopo breve tempo si rassegnano alle mutate condizioni di vita, ed ancora più facile è ottenere la domesticità dei piccoli appena sgusciati. Facendo covare le uova ad una chioccia, i piccini si comportano con essa come con una vera madre, la seguono e le si raccolgono d'intorno: con il progredire dell'età e con l'acquisizione dell'indipendenza di movimento, tuttavia, il richiamo della vita libera si fa sentire in modo prepotente, ed essi abbandonano le case dell'uomo per riprendere le naturali abitudini selvatiche.

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QUAGLIA DAL CIUFFO (Lophortyx californianus)

Con la sua affine di Gambel, della quale ci occupiamo subito appresso, costituisce un genere di gallinacei arboricoli distinto soprattutto dalla foggia delle piume che ne adornano il capo. Il suo corpo è robusto, corto il collo, la testa media, le ali brevi e concave e la coda corta e graduata; il becco è forte e ricurvo, il piede di media altezza e l'abito ben aderente e lucido. Dalla sommità del capo crescono da due a dieci penne - per lo più da quattro a sei - ristrette alla base e lunghe all'apice, che hanno forma di falce e sono rivolte in avanti: questo bel ciuffo è più sviluppato nei maschi che nelle femmine.

La lunghezza della Quaglia dal Ciuffo raggiunge i ventitré centimetri, le ali stanno sui dieci e la coda sugli otto. Il piumaggio del maschio è di colore giallo-paglia sulla fronte, contornata da una fascia simile ad un sopracciglio; l'alto del capo è bruno scuro, la nuca grigio-azzurra con le singole piume marginate di nero e macchiate di bianco alla punta, il dorso olivastro, la gola nera e racchiusa da una fascia bianca. Sulla parte superiore del petto si diffonde un colore grigio-azzurro che verso il basso si stempera nel giallo con macchie nere e chiare, il centro dell'addome è bruno-rosso con le singole piume marginate di bruno, i lati sono pure bruni, il sottocoda giallo-chiaro, le remiganti grigio-brune e le timoniere grige. L'occhio è bruno-scuro, il becco nero ed il piede grigio-piombo. Le femmine sono tinteggiate in maniera più semplice: la fronte è striata di bruno-biancastro, l'alto del capo è grigio-bruno, la gola gialliccia con linee più scure, il petto grigiastro, il resto delle parti inferiori generalmente sbiadito, sudicio e meno appariscente.

Questo uccello vive negli Stati Uniti di America, ed è soprattutto frequente in California; sceglie a dimora i boschi, le pianure ricche di cespugli ed i pendii delle colline, ed è di abitudini stazionarie, interrotte, senza regola e in dipendenza di particolari condizioni ambientali, da insignificanti escursioni.

Il suo cibo comprende numerose varietà di sostanze vegetali, dalle erbe ai semi dalle cipolle all'aglio, dalle piante tuberose alle bacche, e si arricchisce anche di svariate qualità d'insetti. Colloca il nido sul terreno, per lo più ai piedi degli alberi o sotto i rami dei cespugli, praticando una leggera escavazione che, dopo essere stata rivestita di foglie e di erbe secche, serve ad accogliere le uova, il cui numero può arrivare a quindici.

Dotata di carni squisite, la Quaglia dal Ciuffo è sovente fatta oggetto di caccia da parte dell'uomo, sia con il cane che con i richiami.

QUAGLIA DI GAMBEL (Lophortyx gambeli)

Stretta affine della precedente, la Quaglia di Gambel ha una distribuzione di colori analoga e misure corporee pressappoco eguali. La tinteggiatura del capo e della faccia è quasi completamente nera, e di bianco non presenta se non una piccola parte della fronte; la parte posteriore della testa è bruno-rosso vivo, i lati delle parti inferiori sono gialli ma mancano del disegno che si nota nell'altra specie, il ventre è nero e i fianchi sono striati di giallo su fondo bruno-rosso.

L'uccello fu scoperto nel 1841 dal Gambel sul versante orientale dei monti della California, ma la sua vera patria è l'Arizona, e segnatamente quelle zone dello Stato che presentano una natura composita e selvaggia, in cui valli e precipizi, solcati da improvvisi torrenti, si alternano ad impreviste e amene vallette verdeggianti, ad ampie foreste e a territori completamente rivestiti di arbusti e di cespugli. Questo è il vero regno della Quaglia di Gambel, della quale sono stati osservati da vicino e minuziosamente i costumi: essi sono assai prossimi a quelli della già citata affine, per cui la loro descrizione può agevolmente servire ad arricchire quella che si è data per la specie precedente.

Si tratta di uccelli di splendido aspetto, fieri nel camminare sul terreno, agilissimi nella corsa e spigliati nel volo, sia pure su distanze non eccessivamente estese. Il loro cibo comprende numerose qualità di vegetali, dai semi di qualsiasi specie erbacea alle bacche, ai frutti; un posto non trascurabile è inoltre tenuto dagli insetti, locuste, coleotteri e mosche, e, nella primavera, a tutti questi alimenti si aggiungono frequentemente le gemme dei salici, che conferiscono per breve tempo alle loro carni squisite uno sgradevole sapore amarognolo.

Il periodo della riproduzione si prolunga nei mesi di maggio, giugno, luglio ed agosto, e si svolge attraverso due e forse anche tre successive incubazioni. Il numero delle uova che fanno parte di ciascuna covata varia da un minimo di sei o otto ad un massimo di quindici o venti. Appena sgusciati, i piccini hanno naturalmente bisogno delle cure dei genitori, che li istruiscono e li scortano, attenti ad avvertirli ad ogni indizio di pericolo, al quale essi reagiscono sparpagliandosi rapidamente ed accovacciandosi, in modo da risultare invisibili, nei più riposti anfratti. Al momento adatto la famigliola torna a riunirsi, e la stessa cosa si verifica anche più tardi, allorché, più sviluppati, i piccoli sono in grado di sottrarsi alle insidie anche per mezzo del volo. L'elegante ciuffo che forma il maggior ornamento di questi uccelli si forma subito, i piccini appena sgusciati hanno già un piccolo e corto ciuffetto formato da tre o quattro piccole piume piuttosto brune che nere, allargate verso la punta e dritte: solo quando l'uccello è completamente adatto al volo, prende il tipico andamento in avanti che caratterizza gli individui adulti.

A partire dal 1852, anno in cui sei coppie di quaglie col ciuffo furono introdotte in Francia, si sono compiuti molti tentativi di allevare questa specie in cattività e di acclimatarla alle regioni europee. In quest'ultimo senso, cioè rispetto alla possibilità di diffonderle regolarmente tra di noi, i risultati non sono stati molto soddisfacenti, mentre gli allevamenti su piccola scala e con intendimenti più modesti hanno dato buoni frutti. Certo, non si tratta di operazioni semplici: occorre avere la possibilità di far covare le uova alle madri vere, poiché le galline sovente le schiacciano durante l'incubazione e sono, in seguito, delle genitrici tutt'altro che perfette; è necessario predisporre attrezzature adeguate e convenienti; si devono prodigare cure costanti ed assidue. Con il rispetto di certe precise regole e condizioni, tuttavia, l'allevamento non è impossibile, ed è destinato a dare all'uomo parecchie soddisfazioni, consentendogli di tenere presso di sé degli uccelli oltremodo amabili e gradevoli.

QUAGLIA

Molti naturalisti vedono nelle Quaglie propriamente dette una particolare sottofamiglia, quantunque non si nascondano che le differenze tra esse e le pernici sono quasi irrilevanti. Molti elementi, d'altra parte, stanno a favore della separazione dei due gruppi, per cui la sua adozione non può in nessun caso essere considerata erronea. Si considerano caratteri distintivi delle Quaglie la mole minore, la corporatura più robusta e tarchiata, le ali acute e relativamente lunghe, la coda assai corta e arrotondata, nascosta sotto le piume del groppone straordinariamente allungate; il becco è inoltre più piccolo e rialzato verso la fronte, e il piede corto e privo di sprone.

I costumi differenziano abbastanza marcatamente le Quaglie dalle pernici: innanzitutto, la loro abilità nel viaggiare e la smania di migrare che ne consegue, esercitano una notevole influenza sul loro modo di vivere; la loro indole è poi distinta da una mancanza di socievolezza rara nei gallinacei, e che si manifesta nell'allentamento dei legami coniugali e nella reciproca indifferenza, cui segue la mancata tendenza a riunirsi in branchi al di fuori di periodi ben determinati, precisamente quelli delle migrazioni. Non è meno singolare il fatto che esse si trovino bene ovunque esistano condizioni idonee alla vita, e che si riproducano anche in regioni che per loro dovrebbero essere straniere. Nelle facoltà intellettive sono appena al di sotto degli altri gallinacei; il loro cibo non si discosta da quello usuale, se non per una più spiccata preferenza per le sostanze animali. Molto feconde, si moltiplicano considerevolmente, ma ciononostante riescono appena a colmare le perdite cui vanno soggette ad opera dell'uomo, dei predoni naturali e delle avversità atmosferiche che sovente, nel corso delle migrazioni, ne uccidono centinaia di migliaia.

QUAGLIA COMUNE (Coturnix coturnix)

La Quaglia Comune è bruna con striature trasversali e longitudinali giallo-ruggine sulle parti superiori, più scura sul capo e sul dorso, ed ha la gola bruno-ruggine, il gozzo giallo-ruggine, il centro dell'addome bianco-gialliccio, e i lati del petto e del ventre rosso-ruggine con strisce longitudinali giallo-chiare. Dalla mascella superiore sopra l'occhio, sul collo e intorno alla gola corre una linea bruno-giallo-chiara, le remiganti primarie mostrano sul fondo bruno-nericcio delle macchie trasversali giallo-ruggine, che nell'insieme costituiscono delle fasce, e le timoniere giallo-ruggine hanno i fusti bianchi e del le macchie nere a forma di nastro. Nelle femmine tutti i colori sono più sbiaditi e indistinti, e particolarmente meno vivace appare la macchia bruno-ruggine della gola; anch'esse hanno gli occhi rossiccio-bruni, il becco grigio-corno e il piede rossiccio o giallo-pallido. Le misure vanno dai diciotto centimetri della lunghezza complessiva agli oltre trenta dell'apertura alare, mentre le singole ali misurano dieci centimetri e la coda appena quattro. Le regioni del vecchio mondo dalle quali la Quaglia è completamente assente sono ben poche: in Europa si incontra dovunque, a parte le regioni più settentrionali; nell'Asia centrale è comune, e dalle une e dalle altre località migra ogni anno verso il sud attraversando tutta l'Africa settentrionale fino all'Equatore e al Capo di Buona Speranza, come pure verso tutti i paesi meridionali del Continente asiatico. Le migrazioni delle quaglie presentano parecchi aspetti notevoli: esse avvengono ogni anno, ma differiscono considerevolmente da quelle degli altri uccelli. Alcune si trovano già in Egitto alla fine di agosto, un numero maggiore vi giunge in settembre, e frattanto, in questo stesso mese, e non molto di rado, si incontrano ancora nel centro dell'Europa delle femmine covanti o dei piccoli coperti di piumino. La migrazione principale ha certamente luogo in settembre, ma si prolunga per tutto ottobre e in certi casi anche nel novembre. Prima del viaggio gli uccelli non hanno l'uso di raggrupparsi, e ciascuno si mette in cammino senza curarsi degli altri: solo per la traversata vera e propria si riuniscono a stuoli, già numerosi quando i viaggiatori hanno raggiunto il meridione europeo, dove le coste del Mediterraneo formicolano, a cominciare da settembre, di migliaia e migliaia di quaglie. In Grecia, in Turchia, nel sud d'Italia, nella Spagna, intorno al Mar Nero e al Mar Caspio, come pure sulle coste dei mari della Cina e del Giappone, nei cespugli lungo i precipizi, lungo i fossi e i prati, nei pruneti e tra le zolle, dovunque i cacciatori si imbattano nelle quaglie, bastano poche ore per riempire i carnieri.

Stando in osservazione sulle coste settentrionali dell'Africa, si può sovente essere spettatori dell'arrivo delle quaglie. Si scorge una nuvola scura e bassa, aleggiante al di sopra delle onde, che rapidamente si avvicina e si abbassa per precipitare al suolo sul margine estremo delle onde, in una mortale stanchezza. Qui le povere creature giacciono dapprima alcuni minuti come sbalordite e quasi incapaci di muoversi, e passa parecchio tempo prima che si decidano a mettere nuovamente in esercizio gli spossati muscoli del petto: in genere, ciascuna cerca la sua salvezza correndo a cercarsi un rifugio, ed evita accuratamente di alzarsi in volo nei primi giorni dopo l'arrivo. Da quel momento in poi compiono la maggior parte dei loro spostamenti sul terreno, e, tenendosi sempre piuttosto isolate, scelgono per dimora le località che meglio si accordano ai loro gusti, vale a dire le stoppie, le zone coltivate e le steppe. Al cominciare della primavera si ripreparano a partire e si riuniscono sulle coste del mare, mai però in schiere così numerose come d'autunno: sembra che nel ritorno non scelgano sempre la stessa strada percorsa all'andata, ed è certo che, dopo aver superato il mare, si spostano molto lentamente, scomparendo a poco a poco dalle regioni più meridionali alle quali giungono, in genere, durante la primavera, nel mese di aprile.

La residenza preferita dalle quaglie nella stagione estiva è data dalle pianure fertili e ricche di cereali, mentre le regioni elevate e montuose, le paludi e i luoghi acquitrinosi vengono attentamente evitati. Subito dopo il ritorno si trattengono nei campi di frumento e di segala, ed anche se più tardi si mostrano meno esigenti, si può dire che, di regola, non si trovino bene se non laddove vi siano coltivazioni di frumento.

Nei caratteri, nei costumi e in generale nel modo di vivere, la Quaglia si differenzia molto dalla pernice. Cammina rapidamente e dimenandosi ma con brutti atteggiamenti perché ritira la testa, lascia pendere la coda, nicchia continuamente col capo e di rado prende un nobile contegno; il suo volo è celere, interrotto e mai troppo prolungato o elevato, a parte quello cui si affida durante le migrazioni; i suoi sensi, soprattutto la vista e l'udito si possono dire ben sviluppati, mentre la intelligenza è molto scarsa. Benché non veramente paurosa, è sempre timida e inquieta, ed assolutamente incapace di qualsiasi socievolezza. Solo il bisogno, mai l'inclinazione, riunisce le quaglie: il maschio non conosce neppure la simpatia verso i suoi simili, li insegue e li combatte con cieco furore, e maltratta perfino la femmina dalla quale, pure, la sua passione è esaltata fino al massimo grado. La femmina si mostra madre amorosa e raccoglie anche i piccoli orfani dei genitori, ma essi l'abbandonano villanamente appena non hanno più bisogno di lei. In generale, la Quaglia non si cura degli altri animali se non quando li teme, e non mantiene nessuna relazione amichevole con essi.

Il nutrimento consiste in semi di vario genere, foglie e gemme, ma soprattutto in ogni specie di insetti; per agevolare la digestione l'uccello inghiotte dei piccoli ciottoli, ed ha naturalmente bisogno d'acqua per estinguere la sete, ma poiché gli bastano le poche gocce di rugiada che riesce a raccogliere sulle foglie, è molto raro che si diriga in luoghi determinati per dissetarsi.

La femmina incomincia a fabbricare il nido piuttosto tardi, mai prima dell'inizio dell'estate: pratica, per lo più nei campi di frumento o nei prati, una leggera escavazione, la riveste con qualche frammento di pianta secca e vi depone da otto a quattordici uova, macchiate di scuro o di bruno-nero sul fondo bruniccio-chiaro. L'incubazione dura per diciotto o venti giorni, e, dopo che i piccoli sono sgusciati, la madre li conduce con cura alla ricerca del cibo e li sorveglia amorevolmente. Si sviluppano molto rapidamente; nella seconda settimana sono già in grado di svolazzare e abbandonano senza complimenti la madre; nella quinta o nella sesta hanno già raggiunto l'intero sviluppo e sono in grado di intraprendere il viaggio autunnale.

Le quaglie prigioniere si ritengono a ragione fra i più piacevoli uccelli da gabbia e da camera. Se si riesce a far loro superare senza danni il primo periodo di ambientazione, durante il quale il prepotente istinto alla libertà le spinge a scagliarsi violentemente contro le pareti che le racchiudono, perdono almeno in parte la loro timidezza, si abituano ben presto alla novità dello stato e non è difficile che si riproducano. Molte prolificano anche nelle gabbie comuni, ma in tali condizioni è difficile che possano allevare la loro prole: nelle vaste uccelliere dei giardini zoologici, invece, si propagano regolarmente e con buon successo.

Trapani Quaglia comune

QUAGLIA NANA DELLA CINA (Excalfactoria chinensis)

E' una delle specie più eleganti e note nel genere delle quaglie nane, distinte dalle altre per le minori proporzioni, per le ali più arrotondate e per le maggiori differenze riscontrabili nel colorito e nel disegno dei due sessi. Il maschio raggiunge in lunghezza i tredici centimetri; ne ha ventitré di apertura alare e poco più di due di coda; il suo piumaggio mostra superiormente un colore generale bruniccio-oliva, con le singole piume striate di pallido lungo il fusto e fasciate di scuro su uno dei vessilli, mentre sulle remiganti e sulle copritrici dell'ala questo disegno scompare e solo poche delle penne scapolari presentano una fascia rosso-cupa. Il capo, le guance, il petto ed i lati splendono di un bel grigio-cinerino scuro, colore che circonda una macchia giugulare che nel centro è nera, si allarga poi in un ampio spazio bianco ed all'intorno è nuovamente marginata di nero; il centro del petto, il ventre, il sottocoda e la maggior parte delle timoniere sono tinteggiate di rosso-bruno. Le femmine hanno colorito e disegno più semplice.
Questi piccoli uccelli hanno un'area di diffusione estesissima, che va dall'India e dalle regioni circostanti fino a tutta la Cina ed alle isole Malesi: non è ben certo se quelli che vivono in Australia debbano considerarsi della stessa specie, ma la cosa appare ampiamente possibile se si considera l'ampiezza della loro diffusione.

Silenziosa e nascosta, la Quaglia Nana abita le ampie regioni selvagge nelle quali riesce a trovare facili e frequenti ricettacoli, e compare talvolta anche nei campi e nei dintorni dei villaggi. Le covate non comprendono mai più di sei uova, sparse di punti bruno-oliva più o meno numerosi sul fondo chiaro. In alcune zone queste quaglie sono molto ricercate, sia come uccelli da gabbia che per le loro carni.

TURNICI

Questa famiglia di gallinacei comprende individui che si distinguono per la loro piccola mole, per il corpo slanciato, per il becco di media lunghezza, sottile, dritto, compresso, rialzato al culmine e leggermente incurvato all'apice, e nel quale le narici si aprono lateralmente e sono in parte rivestite da una pelle sottile e nuda; hanno piedi deboli con lunghi tarsi e tre, eccezionalmente quattro dita, ali medie ed arrotondate e coda composta di dieci o dodici piume strette e deboli, quasi interamente nascoste tra le copritrici inferiori e le superiori.

Sparse in tutto l'emisfero orientale, le Turnici mancano affatto nell'occidente: l'Australia è la loro dimora principale, e ne racchiude da sola un numero di specie maggiore di quello che si può incontrare in tutto il resto del globo.

Scelgono a loro dimora le pianure sassose e fittamente ricoperte di erbe e cespugli, nonché le pendici dei monti, ma vivono talmente ben nascoste che, al di fuori dell'epoca della riproduzione, è estremamente difficile trovarle. All'epoca degli amori sono di gran lunga più vivaci, ma si lasciano solo udire e non vedere. La smania amorosa eccita in sommo grado i due sessi e li spinge a combattere coi loro simili fino alla morte, poiché, molto singolarmente, non sono solo i maschi a battagliare, ma anche le femmine, ed in alcune specie solo queste: per tale particolarità alcune specie vengono fin dai tempi più antichi raccolte e mantenute dall'uomo per dare spettacolo dei loro combattimenti. Il nido non è più che un sommario intreccio di erbe all'interno di una escavazione del terreno, e la covata consta invariabilmente di quattro uova.

TURNICE BATTAGLIERA (Turnix pugnax)

In lunghezza misura quindici centimetri, ha coda di poco superiore ai due ed ali di sette: misure tutte riferite al maschio, e che per le femmine devono essere notevolmente aumentate. Nell'abito, le piume delle parti superiori presentano sul fondo bruno-scuro delle macchie semilunari nero-ruggine alla punta, cosicché ne risulta un complessivo disegno a fasce; la regione dell'occhio, le redini e le guance sono complessivamente colorate di bianco e segnate da varie macchie nere, le ali sono anch'esse macchiate di nero e di bianco su fondo bruno grigio, e le remiganti hanno gli orli bianchi. Le piume della gola e della parte anteriore del collo sono nere, mentre quelle della parte inferiore del petto e del ventre sfumano verso il ruggine-vivo. Le femmine hanno la gola e la regione della trachea bianche, i margini della gola punteggiati di bianco e nero, la parte anteriore del collo e del petto striate di nero e bianchiccio e il mezzo del petto, assieme con il ventre, di colore ruggine bianchiccio; come il maschio hanno l'occhio bianco, il becco corneo e il piede giallo-scuro.

Questa specie è indigena delle isole della Sonda, comune soprattutto a Giava e diffusa nei luoghi erbosi che si trovano nei boschi e nelle giungle, in quelli rivestiti di radi cespugli ed anche nei campi, esclusi quelli che vengono inondati dalle acque perché, in ogni circostanza, essa ama sempre il terreno asciutto. Vive così nascosta che è molto raro riuscire a scorgerla, anche quando la smania amorosa e la gelosia le fanno emettere forti grida. Si sottrae ai pericoli, ogni volta che le è possibile, servendosi della propria grande abilità nella corsa, e solo in casi estremi si lancia in un volo basso, rumoroso e rapidamente concluso. Il suo nutrimento comprende parecchie sementi e diverse qualità di insetti.

Come i suoi affini, la Turnice Battagliera è particolarmente attraente nel periodo degli amori, allorché i due sessi sembrano animati dagli stessi sentimenti, ed anzi la femmina appare più eccitata del maschio. In quest'epoca si ode continuamente, nei luoghi opportuni, il richiamo mormorante delle femmine che sfidano alla lotta le compagne: battagliere al massimo grado, hanno spesso a soffrire di queste loro tendenze, poiché l'uomo ne approfitta per catturarle ponendo in apposite trappole degli esemplari addomesticati e servendosene come esca.

Intorno alla riproduzione, si sa che la femmina colloca ordinariamente il nido in una leggera escavazione del terreno, oppure semplicemente dietro i sassi o le zolle in acconce e difese posizioni, componendolo con un sommario strato di foglie e steli secchi. Le covate comprendono quattro uova molto variabili nel colore, ma generalmente di fondo biancastro con numerosi punti, macchie e ghirigori più scuri. Insieme alla femmina, anche il maschio concorre all'allevamento della prole, partecipando attivamente soprattutto alla sua difesa.

TURNICE AFRICANA (Turnix africanus)

Di proporzioni analoghe a quelle della specie precedente, è colorata di bruno-scuro con tre striature longitudinali gialle sul capo, e sul dorso presenta alcune fasce disposte a spina di pesce che formano un disegno irregolare e variegato tra il bruno-rosso e il nero; le copritrici delle ali sono giallicce ed hanno una macchia nera sul vessillo esterno e una giallo-ruggine sull'interno; la gola è bianca, i lati bruno-rossi con poche macchie scure, il ventre è bianco e le penne remiganti esternamente orlate di chiaro. L'occhio è giallo, il becco gialliccio e il piede grigio. La Turnice Africana vive soprattutto lungo le coste del Mediterraneo, dal Marocco alla Tunisia, ed è l'unica specie della famiglia che si trovi anche in Europa, diffusa, seppure in numero abbastanza limitato, nelle sue zone più meridionali, specialmente in Sicilia e in Spagna. Si trattiene soprattutto nelle macchie e nei cespugli, non si riunisce mai in branchi come le quaglie o le pernici, e al volo preferisce di gran lunga i movimenti sul terreno. Per quanto riguarda le abitudini di vita, da quelle alimentari a quelle riproduttive, non si discosta dalle regole generali della famiglia cui appartiene: diremo soltanto che le sue uova hanno guscio tenero e sottile, e sono macchiate leggermente sul fondo azzurro-porporino.

QUAGLIA OTARDA (Pedionomus torquatus)

Questa specie si differenzia dalle altre soprattutto per avere i piedi muniti di quattro dita; il suo becco è lungo quasi quanto il capo, dritto e compresso verso la punta, le ali sono corte e a forma di conchiglia, la coda è pure breve, il tarso lungo con il dito posteriore debole ed alto rispetto agli altri.

Anche per le quaglie otarde si ripete la regola familiare che vuole le femmine più grandi e meglio disegnate dei maschi: la lunghezza di questi ultimi è complessivamente di poco superiore ai dieci centimetri, e le loro ali stanno sugli otto, mentre le femmine arrivano ai sedici centimetri, ne hanno nove d'ala e circa tre di coda. Quanto al piumaggio, il sommo del capo è bruno-rossiccio con macchie trasversali nere, la nuca e i lati del collo sono spruzzati di nero-fulvo chiaro, e il collo è segnato da un'ampia fascia bianca macchiata di nero; le parti superiori sono bruno-rossicce con parecchie liste lineari nere e margini fulvi su ciascuna delle piume, la parte centrale del petto è rossa, e fulve le altre parti inferiori. Le piume della coda sono bruno-nere, l'occhio è giallo-paglia, il becco giallo e il piede giallo-verde. La Quaglia Otarda vive in Australia, e la sua struttura si mostra particolarmente adatta alle estese pianure soleggiate che distinguono parecchie regioni di quel continente; le lunghe gambe sono perfettamente adatte ai movimenti sul terreno, e le consentono di camminare dritta sulla punta delle dita senza mai toccare il suolo con la parte posteriore del piede; le ali corte, rotonde e concave rendono viceversa difficoltoso il suo volo, al quale del resto essa non si abbandona se non in circostanze assolutamente eccezionali. Alcuni esemplari tenuti in gabbia venivano mantenuti con frumento schiacciato, riso crudo, pane ed insetti, e mostravano di gradire soprattutto questi ultimi. Intorno alla riproduzione è noto soltanto che depongono uova simili a quelle delle altre turnici, macchiate di grigio, bruno e rosso su fondo colorato di bianco-grigiastro.

FAGIANIDI

Alla famiglia dei Fagianidi appartengono alcune specie di gallinacei dal corpo tarchiato, con le ali di media lunghezza o corte, sempre fortemente arrotondate, la coda corta e larga, il becco medio, con la mascella superiore piegata sull'inferiore; i loro piedi sono mediocri e decisamente alti, nei maschi quasi sempre muniti di sperone, e le dita sono molto lunghe. La loro patria è stabilita nelle regioni meridionali del Continente asiatico.

LOFOFORO SPLENDENTE (Lophophorus impeyanus)

Assieme con il suo unico affine scoperto in epoca relativamente recente ed al quale accenneremo brevemente in seguito, il Lofoforo Splendente è di corporatura relativamente robusta, ha ali di media lunghezza, coda corta costituita da sedici piume troncate in linea retta o al massimo leggermente arrotondate, becco piuttosto allungato - la cui punta è allargata in forma d'unghia, - piedi di mediocre altezza, alti di sperone nei maschi, vestito vivace, spazio nudo intorno agli occhi e ciuffo di piume sul capo: questo si trova soltanto negli individui di sesso maschile, e le sue piume presentano la caratteristica di essere fornite di vessillo unicamente alla punta.

Le misure del maschio, largamente superiori a quelle della compagna, sono le seguenti: sessantacinque centimetri di lunghezza, da ventisette a trenta d'ala, venti di coda e più di ottanta d'apertura alare. Il suo elegantissimo piumaggio incomincia, sul capo e sul ciuffo, con piume simili a spighe e di lucente color giallo-oro e verde metallico; la parte superiore del collo e la nuca sono rosso-carminio o rosso-porpora scintillanti; il basso del collo ed il dorso sono verde-bronzo con risplendenze dorate; il groppone, le copritrici delle ali, la parte più alta del dorso e le copritrici superiori della coda sono verde-violetto o verde-azzurrognolo, le parti inferiori nere, il centro del petto verde e porpora, il ventre scuro, le remiganti nere e le timoniere rosso-cannella. L'occhio è bruno, lo spazio nudo perioculare azzurrognolo, il becco corneo-scuro e il piede verde-grigio-scuro. Le femmine, oltre che, come abbiamo accennato, dalle ridotte proporzioni, si riconoscono per il colore bianco della gola e della regione della trachea, per il bruno-giallo pallido con macchie e ondulazioni bruno-scure di tutte le altre penne del corpo, per le remiganti listate di nericcio e per le timoniere marginate di nero e, non raramente, di giallo-bruno.

Questo uccello vive in alto nelle foreste dell'Himalaya, dai contrafforti che si rivolgono verso l'Afganistan fino all'estremità orientale della catena, ad elevazioni variabili tra i due ed i tremila metri. Durante l'estate lo si incontra di rado nelle foreste, e piuttosto nelle vicinanze dei campi di neve, specialmente nelle ore del mattino e della sera dedicate alla ricerca del cibo; quando l'inverno si avvicina, e le erbe ed i cespugli appassiscono, è più facile vederlo nelle foreste, in branchi più o meno numerosi, mentre d'autunno si sceglie quei punti in cui il terreno è più fittamente coperto dalle foglie cadute e più agevole gli riesce rintracciare i bruchi e le larve.

Il Lofoforo si ciba di radici, di foglie, di messi verdeggianti, di varie specie di piante erbacee, di bacche e di insetti d'ogni genere: in autunno, come abbiamo accennato, trova grande abbondanza di questo ultimo alimento tra le foglie secche accumulate sul terreno, ed ogni tempo si compiace, per rintracciare il cibo, di scavare per ore ed ore nel suolo, servendosi del becco particolarmente adatto allo scopo. Il periodo della riproduzione incomincia appena giunta la primavera: in quest'epoca la femmina costruisce il suo nido sotto cespugli di rami o d'erbe che lo difendono, e vi depone cinque uova sparse di macchie e punti bruno-rossicci sul fondo generalmente bianco-scuro. I piccini sgusciano verso la fine di maggio. Molti cacciatori assicurano che le carni dei lofofori sono eccellenti, specialmente quelle delle femmine e dei piccoli nell'autunno e nell'inverno. Come abbiamo precedentemente accennato, non in tutte le stagioni la caccia risulta egualmente facile, ma un buon cacciatore è sempre in grado di procacciarsi un ricco bottino.

Benché sia facile conservare in gabbia questi uccelli, sia piccoli che adulti, non sono molte le collezioni zoologiche che li possiedono, probabilmente perché non è facile acclimatare questi figli delle alte montagne alla temperatura delle regioni basse. Nei giardini zoologici di Londra e di Anversa se ne ottennero le prime propagazioni, facendo covare le loro uova dalle galline: i piccoli, appena nati, hanno l'aspetto classico dei pulcini di gallinaceo, sia per la forma che per il colorito, ma, naturalmente, si riconoscono subito per la loro mole; crescono rapidamente, ma sono delicatissimi e periscono quasi regolarmente nel tempo della seconda muta.

LOFOFORO DI LHUYS (Lophophorus lhuysi)

Così chiamata dal nome del suo scopritore, la seconda specie di lofoforo è stata rintracciata per la prima volta nel 1866 sui monti della Cina. Si distingue dalla precedente soprattutto per essere priva dell'ornamento del capo che è proprio degli individui di sesso maschile, e per avere le timoniere verdicce anziché rosso-cannella. In ogni altro particolare dello aspetto, della vita e dei costumi, questo lofoforo non si differenzia dall'affine.

JEWAR (Ceriornis melanocephala)

Con poche altre specie, d'una delle quali parliamo subito appresso, il Jewar è caratterizzato morfologicamente da corpo robusto, coda corta e larga formata di diciotto penne, ali di media lunghezza, becco debole e piuttosto piccolo e piedi corti, robusti e muniti di sperone; due piccole escrescenze carnose, erigibili, partono dall'estremità posteriore del suo anello nudo perioculare, formandone come un prolungamento, e la gola nuda si ingrossa lateralmente in due lobi cutanei, i cosiddetti bargigli.

Il maschio raggiunge in lunghezza i settanta centimetri, ne ha venticinque di coda, poco di più d'ala e fino a novanta di apertura alare; le piume del capo sono nere con la punta rossa, la nuca, la parte anteriore del collo e la piegatura dell'ala sono colorate di rosso-scarlatto, quelle del mantello hanno il fondo bruno-scuro segnato da finissime liste nere e da macchie bianche orlate di nero; il nero, con generali sfumature scarlatte e varie macchie bianche, è diffuso sul petto e sul ventre, mentre le remiganti presentano sul fondo rossiccio macchie e liste brune, e le timoniere sono nere e variamente segnate di bianco e bruno fino alle punte, unicolori. L'occhio è bruno-noce, lo spazio nudo che lo circonda rosso splendente, i bargigli nel mezzo sono porporini ed ai lati macchiati di azzurro pallido ed orlati di color carne, i corni sono azzurrini, i piedi rossicci, ed il becco è color corno-scuro.

Nelle femmine domina superiormente una miscela di bruno-scuro, bruno-chiaro e nero, ed inferiormente si mescolano il bruno cinerino, il nero e il bianco; piccole strisce longitudinali sulle piume del dorso sono di color giallo pallido, mentre le parti inferiori sono segnate dalla presenza di numerose macchie irregolari bianche. In lunghezza esse non superano i cinquantacinque-cinquantasette centimetri, le ali sorpassano di poco i venti, la coda sta su quest'ultima misura, e l'apertura alare è di circa ottanta centimetri. L'area di diffusione del Jewar comprende il nord-ovest della catena himalayana ed il Nepal, ed in questi confini il magnifico uccello si trova ordinariamente tra le fitte ed oscure foreste che coprono i monti, non lontano dal limite inferiore delle nevi, durante l'inverno scende più in basso e si stabilisce tra le folte boscaglie di querce e di noci, dove predomina il bosso ed il bambù montano forma macchie impenetrabili sotto i maggiori alberi. Qui lo si incontra in piccoli branchi di due o tre individui, sparpagliati su d'una considerevole estensione di bosco, i diversi gruppi ricercano ogni anno le medesime località, e quando ne sono respinti dalle avverse condizioni atmosferiche si rivolgono ordinariamente alle valli boscose, ai piccoli boschi o alle piccole macchie composte di bassi cespugli legnosi.

All'inizio della primavera, non appena la neve incomincia a liquefarsi sulle cime più alte, il Jewar riprende la via delle sue dimore abituali; incominciano a formarsi le coppie, e diventa più che mai facile incontrare i maschi. Parecchi di essi sembrano spinti a continue peregrinazioni, probabilmente miranti alla ricerca di una compagna, gridando durante tutto il giorno, e si collocano in posizioni più scoperte di quelle in cui prudenzialmente si tengono di solito. Dopo la cova, ogni famiglia si trattiene per qualche tempo nel distretto che s'è prescelto, e intorno al novembre si reca alle sedi invernali.

Il cibo di questi uccelli si compone principalmente di foglie d'albero e di gemme; vengono poi radici, fiori, bacche, semi e varie specie di insetti, ma sempre in piccola quantità rispetto alle foglie. Alla gabbia si adattano rapidamente.

CERIORNE SATIRO (Ceriornis satyra)

Assai vicino alla specie precedente, della quale ripete tutti i dati strutturali e tutte le abitudini di vita, il Ceriorne Satiro misura in lunghezza oltre sessantacinque centimetri, la sua coda arriva ai ventotto e l'ala ai trenta. Il suo piumaggio è nero sulla fronte, sull'alto del capo, in una fascia che passa sulle tempie e si dirige all'occipite, ed in un esile orlo che circonda i bargigli; l'occipite, la nuca, la parte superiore del collo e la piegatura dell'ala sono rosso-carminio; l'alto del dorso, il petto ed il ventre mostrano sul fondo rosso delle macchie bianche contornate di nero e simili a degli occhi; il mantello e le copritrici superiori della coda sono di colore bruno con fini liste nere, ed ognuna delle loro piume presenta verso la punta la macchia oculare appena citata; le remiganti sono orlate e listate di giallo-argilla sul fondo bruno-scuro, e le timoniere sono colorate di nero e segnate da strisce trasversali giallo-fuoco. L'occhio è bruno-cupo, la regione perioculare, le corna, la gola ed i bargigli sono azzurri e qua e là macchiati di giallo-arancio, i piedi sono bruno-gialli. Le femmine, di proporzioni abbastanza sensibilmente ridotte, hanno una colorazione prevalentemente bruna, più scura sulle parti superiori che sulle inferiori e segnata da strisce trasversali e macchie nericce, biancastre e rossicce.

Il Ceriorne Satiro è originario delle parti orientali dell'Himalaya, del Nepal e del Sikkim; nelle sue abitudini e nei costumi di vita non si discosta molto dagli affini e, come già abbiamo accennato, è del tutto simile a quelli della specie precedente.

GALLI SELVATICI

Per distinguere il gruppo dei gallinacei forniti di cresta, valgono i seguenti tratti distintivi: corpo robusto, ali brevi e fortemente arrotondate, coda di media lunghezza, poco graduata e con le quattordici penne contrapposte in due piani che si toccano in alto a forma di tetto, becco forte, mediocremente lungo, con la mascella superiore conformata a volta e piegata in giù verso la punta, e piedi piuttosto alti e speronati. Dal capo si alza una cresta carnosa, dalla mascella inferiore pendono dei lobi cutanei flaccidi e le guance hanno i contorni nudi; il piumaggio, ricchissimo, si allunga sul groppone e nelle copritrici superiori della coda, ricoprendo le penne timoniere e ricadendo, piegato a falce, sopra di esse e sopra la parte posteriore del corpo.

I Galli Selvatici sono originari delle Indie e delle isole Malesi, avendo ciascuno una propria area di diffusione che in alcuni casi è limitatissima. Tutti abitano il bosco, tanto più volentieri quanto più esso è fitto ed impenetrabile, vi conducono vita ritirata e non si fanno notare che per la voce. Singolare è il fatto che intorno ai loro costumi non possediamo cognizioni molto approfondite, forse perché i naturalisti, supponendoli analoghi a quelli delle razze domestiche, non si sono molto curati di osservarli. Prima di nominarne le quattro specie principali, osserviamo in generale i diversi tratti che li avvicinano.

I modi della riproduzione non differiscono, in generale, da quelli della maggior parte dei gallinacei, e le femmine allevano i pulcini con la stessa tenerezza con cui la gallina domestica alleva i propri; spesso si verificano degli incroci tra le specie che vivono l'una accanto all'altra, per cui, assieme con i tipi principali, se ne incontrano parecchi che devono considerarsi semplicemente dei loro ibridi. La caccia ai Galli Selvatici non è molto diffusa, perché le loro carni di colore scuro non sono gran che saporite. Alla gabbia si abituano, ma non con la facilità che si potrebbe supporre, anche se in Europa se ne è potuta più volte ottenere la riproduzione, e se ne sono fatti anche degli incroci con le razze domestiche. Presi in età avanzata, non si addomesticano quasi mai, ed è molto frequente che i piccoli, appena cresciuti, si diano alla fuga.

GALLO BANKIVA (Gallus gallus)

Primo fra gli aventi diritto all'onore di progenitore delle nostre razze domestiche è il Gallo Bankiva, al quale i malesi danno il nome di Kasiutu. Il maschio, un magnifico uccello, ha le lunghe e penzolanti piume della nuca, della testa e del collo colorate di una splendente tonalità giallo-dorata; il dorso è bruno-porpora, le copritrici superiori della coda, anch'esse prolungate e penzolanti, assomigliano a quelle del collare, le copritrici centrali delle ali sono bruno-castane e le maggiori tra di esse splendono di color verde-nero; le remiganti primarie sono grigio-nero-scure con i margini più pallidi, le secondarie hanno il vessillo esterno color ruggine e l'interno nero, le timoniere sono anch'esse nere, lucenti le centrali ed opache le altre. L'occhio è rosso-arancio, la cresta ed i bargigli sono rossi, il becco è bruniccio e il piede nero-ardesia. Le femmine hanno la cresta ed i bargigli appena accennati, le piume del collo non altrettanto lunghe e colorate di nero con i margini giallastri, quelle del mantello spruzzate di nero-bruno, lo stesso colore che si trova sulle penne remiganti e timoniere. Le loro dimensioni sono alquanto ridotte rispetto a quelle dei maschi, i quali raggiungono in lunghezza i sessantatré centimetri, ne hanno trentacinque di coda e poco più di venti per ciascuna delle ali.

Il Gallo Bankiva vive nella penisola indiana, comune soprattutto nelle regioni orientali e settentrionali; diffuso anche nella penisola di Malacca e nelle isole della Sonda, si trattiene di preferenza ai limiti delle alte foreste, scendendo di rado al di sotto dei mille metri di elevazione. Il Gallo Bankiva è il più facile da addomesticare dell'intera famiglia.

GALLO DELLE GIUNGLE (Gallus stanleyi)

Il Gallo delle Giungle si distingue dal precedente soprattutto per avere la parte superiore del petto bruno-rossiccia con striature nerastre, mentre la femmina è quasi identica a quella della specie affine. Vive unicamente nell'isola di Ceylon, ed è specialmente comune nelle alte zone dei monti.

GANGEGAR (Gallus furcatus)

Più piccolo degli altri, il Gangegar li supera ancora in bellezza. Le piume allungate del suo collare hanno splendore verde-metallico scuro, e sono contornate da un sottile orlo nero-velluto; le lunghe e sottili scapolari e copritrici dell'ala mostrano lungo i fusti una striscia anch'essa verde-nera e lucente, ed hanno gli orli più ampi e colorati di giallo-oro: di questo stesso colore, ma con gli orli più chiari, sono le lunghissime piume del groppone, mentre le parti inferiori sono di un nero splendente, le remiganti primarie nere e le secondarie bruno-nere, le timoniere di un uniforme e lucido verde-metallico. L'occhio è giallo-chiaro, il viso rosso e marginato di giallo, la cresta azzurra alla base e violetta alla punta; il becco è giallo-corneo ed il piede è grigio-azzurrognolo chiaro.

Il Gangegar è originario delle isole di Giava, di Sumatra e del Borneo, ed abita di preferenza le lande e le boscaglie cespugliose al di sotto dei mille metri d'altitudine. Dotato di una voce aspra e rauca, pone il proprio nido nelle consuete escavazioni del terreno e lo compone di foglie secche e di erbe sommariamente intessute, deponendovi quattro uova bianco-giallicce. Di tutti i componenti della famiglia è il più difficile da allevare in schiavitù: se preso adulto, non rinunzia mai alla propria ansia di libertà, mentre i piccoli sembrano non attendere che l'occasione propizia per riprendere la via dei loro selvaggi abitacoli.

GALLO DI SONNERAT (Gallus sonnerati)

L'ultimo dei galli selvatici, che gli indiani chiamano con il nome di Katucoli, si distingue da tutti i suoi affini per la foggia delle piume del collare: esse sono lunghe e sottili, non acute ma arrotondate alla punta, poiché il loro fusto si allarga dapprima in un disco corneo, poi si restringe e successivamente si allarga di nuovo ed i vessilli sono grigio-scuri, i fusti ed i dischi mediani sono bianchi e i dischi terminali giallo-rossi. Sul dorso, le piume lunghe e sottili sono nero-brune con macchie chiare, quelle del groppone sono grige con orli e fusti più chiari, le esterne, penzolanti lateralmente, sono rosse con margini e fusti giallicci, le remiganti sono grigio-scure con orli e fusti pallidi e le piccole copritrici delle ali, prive di barbe, hanno i fusti piatti e colorati di rosso-bruno-castano. Foggiate a falce, le copritrici superiori della coda hanno splendori verde-scuri, le parti inferiori sono coperte di un piumaggio grigio-nero, e le tibie mostrano una colorazione gialla e bruno-rossa. L'occhio è giallo-corneo e il piede giallo-chiaro. Il maschio, cui questa descrizione si riferisce, misura in lunghezza circa sessanta centimetri, e ne ha oltre trentacinque di coda e ventitré di ala.

Il Gallo di Sonnerat è originario della penisola indiana, e, secondo la regola generale della sua famiglia, vive principalmente nelle macchie di bambù sui monti, senza peraltro evitare i boschi più radi e le regioni meno elevate; la sua voce è un insieme di suoni strani, interrotti ed incompleti, e la sua riproduzione si verifica in epoca abbastanza avanzata, con covate che variano da sette a dieci uova. In cattività è abbastanza difficile da addomesticare, ma ad ogni modo anche in Europa è stato ripetutamente possibile portarlo alla propagazione, e se n'è pure ottenuto l'accoppiamento con le razze domestiche.

GALLO DOMESTICO (Gallus domesticus)

Una denominazione scientifica generale non esiste, naturalmente, per i galli domestici, poiché il numero delle razze che sono derivate dai vari incroci dei gallinacei selvatici è enorme, e per ciascuna di esse è stato creato un nome particolare. Senza addentrarci nella descrizione delle singole razze domestiche, che comporterebbe un ampliamento veramente esagerato dei limiti della nostra trattazione, vogliamo tuttavia dare una breve descrizione generale della vita e dei costumi loro; e prendiamo a prestito, per farlo, le parole di due scrittori che hanno particolarmente approfondito le loro osservazioni. Il primo, che ci parla del maschio, e il già precedentemente citato Oskar Lenz. «Un gallo veramente bello, altero e coraggioso, è tra tutti gli uccelli il più interessante. Porta alta la testa incoronata, i suoi occhi scintillanti guardano da ogni lato, nessun pericolo improvviso lo sorprende e tutti esso vorrebbe sfidarli. Il gallo sa esprimere tutti i suoi sentimenti o pensieri con differenti suoni e con diversi atteggiamenti del corpo. Se ha trovato un granello, lo si sente chiamare ad alta voce le sue favorite, con le quali divide ogni cosa rintracciata; ora lo si vede in un cantuccio tutto intento a preparare il nido alla sua prediletta, ora alla testa della sua schiera, di cui è guida e difesa; la conduce all'aperto, ma non ha ancora fatto cento passi che ode giungere dalla stalla l'allegro grido d'una gallina che annuncia di aver deposto un uovo, e allora a tutta corsa ritorna indietro, la saluta con teneri sguardi, si unisce a lei nel grido della gioia e si affretta poi a ritornare alla testa della schiera abbandonata. Esso sente il minimo cambiamento atmosferico e lo annunzia con il suo forte verso, che gli serve pure per salutare il sorgere del giorno, chiamando nuovamente al lavoro il diligente contadino. Spiega tutta la sua magnificenza quando di buon mattino, sazio del lungo riposo, lascia il pollaio e saluta allegramente le galline che escono seguendolo; ma più bello e più altero ancora appare quando gli giunga all'orecchio il canto di un altro gallo a lui sconosciuto. Allora sta attentamente ad ascoltare, alza superbamente la testa batte le ali e lo sfida con forti grida al combattimento. Appena scorto il nemico gli si avanza coraggiosamente contro sia esso grande o piccino, oppure si getta su di esso in piena corsa. Ecco che si incontrano: le piume del collo si innalzano e formano uno scudo, gli occhi gettano fuoco, ciascuno cerca di collocarsi in una posizione più elevata per potere di là combattere con maggior forza. La lotta è lunga, ma non può prolungarsi all'infinito: le forze vanno scemando e sopravviene un istante di sosta. Col capo abbassato, sempre pronto a difendersi e ad offendere, il Gallo becca minuzzoli di terra come se volesse beffarsi del nemico e mostrargli che, anche durante il combattimento, trova tempo per mangiare di buon appetito. Improvvisamente, con rinnovata violenza, si avventano ancora l'uno contro l'altro, e, infine, quando per la stanchezza le ali e i piedi non sono più abbastanza pronti alla lotta, ricorrono al becco, l'ultima e la più potente delle armi. I due avversari non saltellano più, ma si colpiscono ferocemente alla testa facendone sprizzare il sangue: finalmente uno dei due vacilla, arretra, tenta un ultimo colpo ed abbandona il campo, fuggendo con le piume della testa erette, le ali sollevate e la coda abbassata, cercando un cantuccio in cui riparare e gridando come una gallina. Ma il vincitore non si lascia commuovere dai gemiti: dopo aver tratto un forte respiro per riprender fiato, torna ad inseguire il nemico che non è più in grado di difendersi, e, se qualcuno non interviene a separarli, lo colpisce fino ad ucciderlo».

Lo Scheitlin ha descritto la Gallina con la stessa passione con cui il Lenz s'è soffermato sul Gallo.

«La Gallina è di gran lunga meno assennata, o almeno meno accorta del Gallo; ma lo è abbastanza per assolvere nel migliore dei modi i suoi compiti naturali, soprattutto quelli materni. Di notte e di giorno non emette che alcuni deboli suoni, a meno che non abbia deposto un uovo, cosa che essa annunzia a gran voce alla gente ed al maschio. Tutte le sue facoltà sono concentrate nell'amore materno. Se, com'è d'uso, le si sottraggono le uova man mano che le posa, essa non cessa di deporne, sperando sempre che si finisca col lasciargliele e, se le si lasciano davvero, quando ne vede una certa quantità incomincia a covare, poiché il suo desiderio non è quello di fornire uova alla nostra tavola, ma di procurarsi della prole alla quale accudire. Il maschio non si cura affatto dei pulcini, e ne lascia tutta la cura e l'educazione alla madre. Del resto, la vigilanza della Gallina è passata in proverbio, e così pure l'amor materno della chioccia. E' uno spettacolo osservarla mentre razzola, mentre chiama teneramente i pulcini, spezza i granelli ed i vermiciattoli ponendoli sotto i loro becchi, li guarda con sollecitudine e li chiama quando un improvviso pericolo li sovrasta. I pulcini intendono bene la voce della madre, le corrono subito intorno; ed essa li nasconde sotto le ali spiegate e si fa scudo contro gli attacchi dei rapaci. Quando si accorge che uno dei figli le è stato rubato, si mostra profondamente inquieta, e per difenderli non esita ad affrontare anche avversari forti e potenti come i cani, o addirittura gli uomini. Due chiocce, in una stalla, si difesero così accanitamente contro una martora che furono trovate tutte e due morte, e la martora ebbe gli occhi strappati, la pelle tutta lacera e grondante di sangue e fu ridotta in uno stato tale da non potersi più muovere».

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FAGIANI

I Fagiani, famiglia ricca di specie, sono i gallinacei più affini ai galli selvatici. Il loro corpo è abbastanza slanciato, breve il collo, la testa piccola, le ali corte e fortemente arrotondate, la coda lunga o lunghissima, composta di sedici o diciotto penne disposte a tetto; hanno becco snello, arcuato, debole e munito di uncino, e piedi di media altezza che nei maschi si arricchiscono della presenza di uno sperone. L'abito riveste tutto il corpo, con l'eccezione delle nude guance e dei tarsi: le sue piume sono generalmente grandi e arrotondate, solo eccezionalmente sottili e lunghe, e si allungano, ora all'occipite ora alla nuca, in cuffie e collari; qua e là sono sfilacciate, ed il loro colorito, anche se non è così risplendente come negli affini appena nominati, si compone tuttavia in gradazioni elegantissime. Le femmine sono generalmente più piccole dei maschi hanno la coda più corta e sono tinteggiate in modo più semplice e meno distinto.

Tutti i Fagiani sono originari dell'Asia. Raramente penetrano all'interno delle foreste, perché hanno bisogno, per soddisfare le loro necessità vitali, di vagare nei campi, nei prati e nelle pianure fertili. Alcune specie si trattengono anche nel più rigido inverno nelle regioni montane, altre invece non si discostano dalle pianure; e tutti possono dirsi molto affezionati alle proprie abitudini stazionarie. Non si può in nessun caso, infatti, dire che compiano veri e propri trasferimenti, soprattutto se si considera l'insufficienza dei loro organi di locomozione.

Se infatti i Fagiani camminano bene, e non restano dietro a nessun altro gallinaceo nella corsa, il loro volo è, però, faticosissimo, ed essi non vi ricorrono che in casi di necessità estrema.

Gli spostamenti aerei richiedono loro dei robusti colpi d'ala al momento della levata, che producono dei forti e caratteristici rumori; a maggiore altezza invece scivolano con le ali allargate e la coda orizzontale, procedendo abbastanza celermente.

Sul terreno si muovono adagio e con circospezione, con il collo rattratto e la bella coda sollevata in modo da evitarle ogni danno a contatto col terreno, e, se devono affrettare l'andatura, piegano il capo più in basso, alzano maggiormente la coda e si aiutano, se è necessario, con le ali; posati sugli alberi, si mantengono dritti e lasciano penzolare quasi verticalmente la lunga appendice.

I sensi dei Fagiani sono bene sviluppati, mediocri invece le loro facoltà: tra loro vivono in pace per gran parte dell'anno, ma l'epoca degli amori, accendendo la gelosia dei maschi, introduce anche nei loro rapporti frequenti occasioni di lotta. Di natura timida e schiva, amano tenersi, per quanto possono, nascosti tra i cespugli e le erbe, evitando attentamente i luoghi aperti e scorrendo di nascondiglio in nascondiglio; non si riuniscono mai in grandi stuoli, e la loro occupazione principale consiste nella ricerca del cibo, prolungata dal mattino alla sera con un breve intervallo nelle ore pomeridiane. Si nutrono delle sostanze vegetali più disparate, dalle sementi alle bacche ed alle foglie, nonché di diverse qualità di insetti di ranocchie, lucertole e serpi.

Come regola generale, questi uccelli sono poligami, ed ogni maschio ama farsi una piccola corte di cinque o sei femmine; spinto da una smania amorosa che non raggiunge tuttavia i limiti toccati dai tetraonidi, per conquistarle gira intorno ad esse in diversi atteggiamenti, drizza le piume del ciuffo e del collo, solleva le ali, il groppone e la coda, fischia in modo sgradevolissimo. Dopo l'accoppiamento si disinteressa della compagna, e va bighellonando in cerca di occasioni di rissa con i suoi simili; mentre la femmina si cerca un cantuccio tranquillo, vi pratica, razzolando, una leggera escavazione e, dopo averla sommariamente rivestita, vi depone le proprie uova, sei, otto o magari dodici. I piccini presentano, subito dopo sgusciati, un aspetto non diverso da quello degli altri piccoli gallinacei; sono altrettanto vispi, crescono rapidamente e nella seconda settimana di vita sono già in grado di svolazzare e di appollaiarsi sugli alberi; entro due o tre mesi il loro sviluppo è completo, ma fino all'autunno rimangono sotto la protezione dei genitori. I Fagiani sono più esposti di tutti gli altri loro simili ai pericoli derivanti dalle vicende atmosferiche, dalla rapacità e dall'amore che l'uomo dimostra per le loro carni squisite e la ragione va cercata proprio nelle limitate risorse della loro intelligenza.

EUPLOCAMO PRELATO (Euplocamus prelatus)

I cosiddetti euplocami segnano il passaggio tra i galli selvatici ed i fagiani propriamente detti: hanno corpo snello, collo breve, testa piccola, ali corte, coda media, becco debole e tarsi di altezza non eccezionale. Le piume della parte superiore del collo e quelle del groppone sono appena allungate ed esili, le prime piuttosto sfilacciate; il capo è ornato da un elegante ciuffo, e le guance sono nude, ricoperte cioè da una pelle molle e vellutata, che nel periodo degli amori si gonfia talmente da formare da ogni lato una specie di cresta e dei corti lobi. Il primo posto, in questo gruppo, spetta certamente all'Euplocamo Prelato, un uccello piuttosto grande, con il piumaggio colorato di nero sull'alto del capo e in una stretta lista che circonda le guance nude; sul collo, la parte anteriore del petto e l'alto del dorso è tinto di grigio-cenere, sul mezzo del dorso è giallo vivo, sul groppone nero con ampi orli scarlatti. Le remiganti sono grige e variamente macchiate, striate e ondulate di più scuro, le penne della coda splendono di un bel verde-nero, e quelle del petto sono nero-scure con riflessi verdicci. Il ciuffo del capo è composto di dodici o venti piume, prive di barbe alla base ed all'apice allargate in forma di lancia.

Gli euplocami prelati vivono liberi nel Siam e in alcune regioni della penisola di Malacca. Del loro comportamento in schiavitù parla lo Schönburgk, che li definisce uccelli eleganti e piacevoli. Essi non possono certo gareggiare in bellezza con il fagiano dorato, ma hanno però i suoi stessi atteggiamenti ed il medesimo modo di camminare.

Si nutrono, dice Schönburgk, di diverse sostanze vegetali, ed apprezzano moltissimo gli insetti e quasi tutte le sorta di frutta; sovente fanno udire un loro debole grido, che si fa rauco quando, per il sopravvenire di un pericolo, sono costretti ad alzarsi in volo.

KELITSCH (Euplocamus albocristatus)

Assieme con alcuni affini, si distingue dal precedente per avere le piume del collo meno sfilacciate, quelle della parte anteriore del petto più lunghe ed acute, e quelle del ciuffo provviste di barbe fin dalla base. In lunghezza il Kelitsch raggiunge i cinquantotto centimetri, ne ha venticinque di coda, ventidue d'ala e settanta di apertura alare; il suo piumaggio è di color nero-azzurro splendente sulla testa, sul collo, sul dorso e sulla coda, bianco sporco con ondulazioni trasversali nero-chiare sul groppone, e bianco sul ciuffo; le piume allungate del petto sono grigio-biancastre, e grigio-scure tutte le altre delle parti inferiori. L'occhio è bruno, la guancia nuda rossa, il becco color corno-scuro e il piede azzurrognolo. Le femmine, di mole alquanto minore, sono rivestite di un piumaggio colorato generalmente di bruno-ombra, con le singole piume segnate da una striscia grigio-chiara lungo i fusti e da orli dello stesso colore. La gola è grigio-chiara, le timoniere centrali sono marmoreggiate di questo stesso colore su fondo bruno-scuro, e le altre sono grige con riflessi verdicci.

Diffuso sui contrafforti occidentali della catena dell'Himalaya, questo uccello è soprattutto frequente nelle regioni più basse delle montagne; le sue zone di residenza incominciano ai piedi delle colline e si innalzano fino ai milleduecento metri, limite a partire dal quale diventa sempre più difficile incontrarlo. Vive in ogni tipo di foresta, preferendo comunque le macchie e le gole boscose; poco impressionato dalla presenza dell'uomo, si avvicina alle sue abitazioni e si vede sovente negli immediati dintorni delle case e ai bordi delle strade, quasi che la presenza dell'uomo, o quanto meno le tracce lasciate da tale presenza, siano una condizione necessaria per la sua esistenza.

Le osservazioni compiute sugli individui viventi nei giardini zoologici - sia questa che le specie affini possiedono uno spiccatissimo grado di addomesticabilità - hanno permesso di constatare che i piccoli kelitsch nascono dopo un'incubazione di ventiquattro-ventisei giorni, sono creature estremamente gentili ed agili e si comportano essenzialmente come i pulcini della gallina, solo mostrandosi alquanto più timidi e selvaggi. Nella terza settimana di vita incominciano a svolazzare, e sono loro sufficienti otto settimane per raggiungere uno sviluppo quasi completo: incominciano la muta al principio di ottobre o fin dalla metà di settembre, e nel novembre hanno già vestito l'abito degli adulti. Avendone le debite cure, perdono rapidamente ogni timore verso i custodi, e, se si lasciano vagare in compagnia dei gallinacei domestici, imparano ben presto a comportarsi nel loro stesso modo.

KIRRIK DEGLI INDIANI (Euplocamus melanotus)

Affine strettissimo del precedente, ne ripete le misure e le caratteristiche di struttura. Il suo abito semplice ma elegante è di color nero-lucente su tutte le parti superiori, bianchiccio sulla parte anteriore del collo e del petto e nero-bruno sul ventre e sulle copritrici della coda. L'occhio è bruno, il becco giallo-corno pallido, la parte nuda della guancia rosso-vivace, il piede grigio-corno. La femmina, leggermente più piccola, ripete quasi esattamente i toni di colore di quella del kelitsch. Originario delle regioni occidentali dell'Himalaya, il Kirrik in alcune zone si mescola all'affine, dal quale non diverge nei costumi e nelle abitudini dl vita.

FAGIANO ARGENTATO (Gemnaeus nycthemerus)

Il Fagiano Argentato si distingue dagli euplocami propriamente detti per un ciuffo lungo e pendulo formato di piume sfilacciate, nonché per la coda conica e lunga a piume embricate, le mediane fra le quali si curvano verso il basso. Lungo intorno agli ottanta centimetri, a nostro avviso non è superato in bellezza da alcun altro uccello: il lungo e fitto ciuffo del capo è nero-splendente, la nuca e la parte superiore del collo sono bianche, e questo stesso colore, ondulato da strette linee nere trasversali, ricopre tutte le altre parti superiori; le inferiori sono nere con riflessi azzurro-acciaio, le penne remiganti bianche, ornate di sottili orli neri trasversali, e le timoniere su fondo bianco sono segnate allo stesso modo, con liste che si vanno facendo sempre più fitte e visibili quanto più si procede verso l'esterno. L'occhio è bruno-chiaro, le guance d'un bel rosso scarlatto, il becco bianco-azzurrognolo e il piede rosso-corallo. Le femmine, notevolmente più piccole, sul fondo, in genere, grigio-bruno-ruggine, sono finemente spruzzate di grigio, hanno le guance ed il mento biancastri, il ventre e la parte inferiore del petto bianchicci con macchie bruno-ruggine e liste trasversali nere, le remiganti primarie nericce le secondarie dello stesso colore delle parti superiori, e le timoniere disegnate da ondeggianti linee nere.

Trapani Un fagiano

Non ci è ben nota l'epoca in cui i primi fagiani argentati viventi sono giunti in Europa; possiamo però ritenere che ciò non sia avvenuto prima del secolo decimosettimo. Originario della Cina, esso prospera magnificamente in Europa, e richiede poche cure tanto all'aperto quanto nelle gabbie.

Nel cercare la simpatia delle femmine, il Fagiano Argentato è più negligente dei suoi affini, anche se nel periodo degli amori si mostra molto irritabile e battagliero, giungendo perfino ad assalire l'uomo a colpi di becco e di sperone: si limita ad esprimere i suoi sentimenti alzando il ciuffo, senza abbassare le ali, allargare la coda e insomma compiere tutte le movenze che sono caratteristiche di parecchie altre specie di gallinacei.

La femmina depone e cova da dieci a diciotto uova, di color giallo-rossiccio uniforme oppure segnate da piccoli punti bruni; l'incubazione dura intorno ai venticinque giorni, al termine dei quali i pulcini, vispi e spigliati, sgusciano coperti del consueto morbido piumino. Crescono rapidamente, ma per eguagliare lo sviluppo dei genitori hanno bisogno almeno di un paio d'anni. Da piccoli si nutrono soprattutto di insetti; col progredire dell'età, la loro dieta, naturalmente, diventa eguale a quella degli adulti, e ne fanno principalmente parte i semi e le granaglie, i cavoli, l'insalata e la frutta, che per il Fagiano Argentato sono delle vere e proprie leccornie.

Le carni di questi uccelli, anch'esse molto ricercate, raggiungono per gli esemplari d'allevamento la maggiore bontà quando si accordi ad essi un buon margine di libertà.

FAGIANO COMUNE (Phasianus colchicus colchicus)

Lungo da settantacinque ad ottanta centimetri, con ali di ventitré, coda di quaranta ed apertura alare di oltre settanta, il Fagiano Comune si colora di verde con magnifici riflessi azzurro-metallici sul capo e sulla parte superiore del collo, ha la parte inferiore di esso, il petto, il ventre ed i fianchi di color bruno-castano con riflessi porporini, le remiganti brune con liste giallo-ruggine e le timoniere listate di nero ed orlate di bruno su fondo grigio-oliva. Il suo occhio è giallo-rossiccio, lo spazio nudo perioculare rosso, il becco giallo-bruniccio ed il piede grigio-rossiccio oppure plumbeo. Le femmine, oltre ad essere di mole minore, sono generalmente tinteggiate di un color grigio-terra interrotto da macchie e liste nere e ruggine-scuro.

Il Fagiano Comune abitava inizialmente le coste del Mar Caspio e l'Asia occidentale, ma fin dai tempi più antichi fu introdotto in Europa: i greci, che intrapresero la spedizione degli Argonauti, trovarono questo magnifico uccello nell'antica Colchide e lo portarono in patria, da dove s'è successivamente diffuso in tutta l'Europa meridionale e nella centrale. Oggi esso è comune nell'Ungheria e nella Russia meridionale, mentre diviene sempre più raro in Italia, in Spagna ed in Grecia; nel sud della Francia, nell'Austria e nella Boemia vive pure allo stato selvatico, mentre lo si tiene in appositi allevamenti nel nord della Germania.

FAGIANO DAL COLLARE (Phasianus colchicus torquatus)

Grande quanto il fagiano comune, ha colori più belli e variegati dei suoi. Le piume della testa e della parte superiore del collo sono verdi, una striscia sopracciliare ed un anello intorno al collo bianchi, le piume della nuca quasi nere verso il fusto e poi ampiamente marginate di giallo; quelle della testa e della parte superiore del dorso successivamente nere, gialle e nere, con orli conclusivi rosso-mattone; il groppone è rivestito da uno sfilacciato piumaggio di colore fondamentale grigio-verdiccio con variegazioni rossicce, e questa stessa distribuzione di colori si trova sulle lunghe e ristrette copritrici delle ali. Le parti inferiori sono bruno-porpora con macchie coniche all'estremità dei fusti, i fianchi giallo-cuoio con grandi e rotonde macchie scure, le remiganti bruniccio-grige con liste giallognole, e le timoniere giallo-verdicce con liste nere. L'occhio è gialliccio, i lobi delle guance rossi, il becco color corno-chiaro e il piede giallo-bruniccio. Le femmine sono simili a quelle del fagiano comune, ma con tinta fondamentale volta maggiormente verso il rossiccio.

FAGIANO VARIEGATO (Phasianus versicolor)

E' questo un uccello lungo intorno ai sessantacinque centimetri, con ali di venti, coda di trentasette ed apertura alare di settanta. Il suo piumaggio è colorato di verde sulla testa e sulla parte superiore del collo, mentre la nuca e le parti inferiori sono verde-scure, con tendenza al verde-nericcio sui fianchi ed al centro del ventre; le piume del mantello dorsale sono nel mezzo di color verde-nero, hanno liste giallo-ruggine a forma di ferro di cavallo e orli rosso-ruggine. Le copritrici superiori delle ali e della coda sono verde-grigio-azzurrognole, le remiganti grigio-bruno-rossicce con liste nere, e le timoniere ripetono questo stesso ultimo colore. Anch'esse con gli occhi bruno-chiari, il becco biancastro e il piede grigio-bruno, le femmine si distinguono notevolmente dalle affini per avere le ampie piume marginate di grigio-bruno-chiaro o di giallo-chiaro, e colorate di verde-scuro nel mezzo. Il Fagiano Variegato vive in Giappone, dove, specialmente in alcune zone, è straordinariamente numeroso.

FAGIANO DI SOEMMERING (Phasianus soemmeringi)

Più snello dei precedenti, e fornito di una coda più lunga, il Fagiano di Soemmerin è colorato piuttosto uniformemente di bruno-rame, con le singole piume orlate di chiaro; le copritrici superiori dell'ala ed il petto sono nerastri, il groppone è sfumato di giallo-oro, le remiganti sono di color bruno-terra con liste più chiare.

FAGIANO REALE o VENERATO (Phasianus veneratus)

Originario della Cina, e di mole analoga a quella del fagiano argentato, il Fagiano Reale è specialmente contraddistinto dalla coda straordinariamente lunga, ed è inoltre il possessore dell'abito più variegato nel suo gruppo. La sommità del capo, la regione auricolare ed un largo anello che circonda il collo sono bianchi, neri invece i lati del capo e una fascia pettorale che si allarga in avanti; le piume del mantello, del groppone e della parte superiore del petto sono giallo-oro con orli neri, mentre quelle della parte inferiore del petto e dei fianchi presentano, su di una macchia centrale grigio-bianca, delle sottili strisce nere a ferro di cavallo ed ampi orli esterni rosso-ruggine. Il ventre è nero-bruno, le copritrici superiori delle ali bruno-nere con margini più chiari ed orli rossi, le remiganti mescolano il giallo-oro ed il bruno-nero, e le timoniere sono macchiate di rosso e nero, ed orlate di giallo-oro, su fondo grigio-argento. L'occhio è rossiccio, il becco ed i piedi sono giallo-corno. Di mole, come abbiamo detto, analoga a quella del fagiano argentato, questo uccello richiede che sia rammentata la straordinaria lunghezza della sua coda, le cui timoniere mediane raggiungono e superano il metro e mezzo.

Del soggiorno, dell'aspetto, degli usi, e insomma di tutto il modo di vita dei fagiani, si può discorrere in linea generale. Tutte le specie che abbiamo nominato, scelgono per vivere non le fitte foreste, ma i radi e cespugliosi boschetti al margine dei campi coltivati e non lontani dall'acqua. Dove i cespugli sono più fitti, dove le felci crescono rigogliose e si avviluppano ai rami in intrichi dei più complessi, il fagiano trova le proprie sedi ideali, che gli consentono di vivere tranquillo e nascosto così come la sua indole gli suggerisce: impossibile, viceversa, sarebbe incontrarlo nei campi aridi e nelle foreste di conifere. Nel corso dell'intera giornata, l'uccello vaga qua e là sul terreno, scorre da un cespuglio all'altro, attraverso le siepi spinose tra le quali trova di che nutrirsi, e da esse passa ai margini del bosco o addirittura nei campi coltivati per ricercare, a seconda delle stagioni, i semi appena sparsi nel terreno o i frutti già maturi; verso sera si dirige verso un albero acconcio e si dispone a trascorrervi la notte, oppure, allo stesso scopo, nei luoghi cespugliosi, si sceglie una posizione ben protetta tra i rovi: essenziale è sempre che si tratti di un sito perfettamente sicuro.

I fagiani sono dotati di scarse qualità. Il maschio incede bensì pomposamente e con fierezza, ma non può certo essere paragonato, sotto questo aspetto, ai galli selvatici; e la femmina, poi, in tutti i suoi atteggiamenti, ha sempre un'aria estremamente modesta. Buoni corridori e pessimi volatori, i loro sensi sono tutti egualmente e moderatamente sviluppati, e l'intelligenza è sempre piuttosto scarsa: difficilmente sanno discernere il pericolo o distinguere, nella novità delle circostanze, le evenienze favorevoli dalle sfavorevoli. Verso i propri simili, il fagiano è insocievole, violento e insopportabile. Due maschi che s'incontrino non tardano a battersi con violenza selvaggia, fino al sangue e, se ci riescono, fino alla morte. Il maschio non si cura della femmina che nell'epoca degli amori, e solo per sfogare i propri istinti, pronto a bistrattarla se solo essa mostra di resistergli: poi l'abbandona, e non si occupa minimamente della prole. La smania amorosa introduce dei cambiamenti, com'è regola generale, nelle abitudini. Mentre nel resto dell'anno non escono dalla sua ugola che suoni radi, forti e gracchianti, in questo periodo il maschio canta quasi come un gallo, ma in modo sgradevolissimo, con grida rauche, corte ed incomplete. Naturalmente esso è orgogliosissimo anche di queste voci rudimentali, e per emetterle si alza boriosamente e sbatte con violenza le ali; anche le femmine, del resto, devono trovare piacevole il suo grido, perché quando lo odono ne restano attratte e si raccolgono intorno a lui. Appena le ha scorte, il maschio scende dalla posizione sulla quale si era recato per cantare, le corteggia con buffi movimenti del collo e delle ali e poi si lancia violentemente su di esse, dimenticandole appena s'è accoppiato: il che accade soprattutto nelle ore del mattino, le ore serali essendo dedicate agli amori solo nei luoghi in cui le femmine scarseggiano, per esempio nei giardini zoologici.

La femmina si cerca un cantuccio tranquillo nei cespugli, al piede degli alberi, nei giuncheti o nei campi, vi pratica una leggera escavazione e, dopo averla sommariamente rivestita di sostanze vegetali raccolte nei dintorni, vi depone da otto a dodici uova: se esse le vengono sottratte a mano a mano che le depone - il che avviene a distanze variabili tra le ventiquattro e le ventotto ore - continua la deposizione, ma non supera comunque mai il limite di sedici o diciotto uova. Più piccole e rotonde di quelle della gallina, queste sono di colore verde-grigio-gialliccio. All'incubazione la femmina si dedica con cura grandissima, si lascia avvicinare dai nemici più temibili e, quando proprio è costretta a fuggire, preventivamente copre le uova con le erbe di cui il nido è intessuto, oppure con materiali vegetali rapidamente raccolti nei paraggi. I piccoli vengono alla luce dopo venticinque-ventisei giorni, sono vispi ed agili come tutti i pulcini dei gallinacei e crescono rapidamente: dopo dodici giorni sono già in grado di svolazzare, e quando hanno raggiunto le dimensioni di una quaglia incominciano a trascorrere le notti appollaiati sui rami assieme alla madre. Essa li difende, spesso con il sacrificio della sua stessa vita, da tutti i pericoli, ma non ha mai la soddisfazione di riuscire a crescerli tutti, poiché i giovani fagiani sono i più deboli e gracili tra tutti i gallinacei. Fin verso l'autunno la famiglia vive riunita, cominciano poi a staccarsene i maschi e in primavera se ne allontanano anche le femmine, già atte a procreare. Nelle regioni settentrionali e centrali di Europa è ben raro che l'uomo abbandoni i fagiani completamente a sé stessi nel periodo della riproduzione. Di solito al principio della primavera vengono raccolti alcuni esemplari viventi in libertà perché depongano le uova sotto gli occhi dell'allevatore, il quale, inoltre, servendosi dei cani, cerca di rintracciare quelle deposte precedentemente. Allevare i fagiani in gabbia non è difficile, ma occorre comunque un minimo di intelligenza e di cura che spesso non viene rispettato: si danno le uova da covare alle tacchine, le quali, se sono delle fedeli nutrici, hanno però il torto di romperne parecchie e di uccidere spesso, calpestandoli, i piccoli loro affidati; la scelta del cibo viene inoltre sovente basata su conoscenze del tutto approssimative, per cui il numero dei piccoli che si riesce a tenere in vita è quasi sempre scandalosamente esiguo.

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FAGIANO DORATO (Chrysolophus pictus)

Assieme con un altro affine, il Fagiano Dorato si distingue nettamente da tutti quelli dei quali ci siamo finora occupati. Innanzitutto esso è dotato di un magnifico collare, è poi di mole relativamente piccola e di snella struttura, ha il capo ornato da un fitto ciuffo di piume e la coda molto lunga. Il collare, ornamento dei soli individui di sesso maschile, è formato da piume che, partendo dalla nuca, si allungano in avanti e si mantengono lontane dal collo.

La lunghezza del Fagiano Dorato può arrivare agli ottanta centimetri, soprattutto grazie alla coda che, da sola, ne misura cinquantacinque; le sue ali non superano i venti centimetri, e l'apertura alare sta poco oltre i sessanta. Magnificamente vestito, il maschio ha sul capo un folto ciuffo di piume sfilacciate che giungono ad ombreggiare posteriormente il collare e sono colorate di giallo-vivo o di giallo-oro; il collare ha le singole piume colorate di giallo-arancio ed orlate di nero-velluto, sicché ne risulta una bellissima composizione lineare a colori alternati. Sulla parte superiore del dorso le piume, coperte in gran parte da quelle del collare, sono disposte a squama e tinteggiate di verde-oro e di nero; le parti inferiori del dorso e le copritrici superiori della coda sono gialle; il viso, il mento ed i lati del collo sono bianco-giallicci, la parte inferiore del ventre è rossa, le copritrici delle ali sono bruno-rosse, le remiganti grigio-bruno-rosse con orli rosso-ruggine, le scapolari azzurro-scure e marginate di chiaro, e le timoniere-presentano, su fondo bruniccio, marmoreggiature o disegni reticolari neri.

Nelle femmine, il colore fondamentale è un rosso-ruggine torbido che sulle parti inferiori si sfuma nel giallo-grigio-ruggine. L'alto del capo, il collo e i fianchi sono coperti da piume giallo-brunicce e nere, e questi stessi colori si ripresentano sulle remiganti e sulle timoniere centrali; le timoniere laterali hanno ondulazioni grigio-gialle su fondo bruno, e la parte centrale del dorso e la centrale del petto sono uniformemente colorate di rosso-ruggine. A causa della breve coda, le femmine non superano mai in lunghezza i sessanta centimetri.

Originario del Continente asiatico, il Fagiano Dorato proviene esattamente dalla Mongolia e dal centro della Cina, ed è stato introdotto tra noi, a quanto pare nel secolo decimoquinto. Le sue caratteristiche non si scostano gran che, quanto alle abitudini di vita, da quelle degli affini; anch'esso predilige i fitti cespugli e le alte erbe, tra le quali può agevolmente nascondersi.

In primavera e nell'estate si nutre soprattutto di verdure e di insetti, mentre d'inverno la sua dieta è a base di sementi e granaglie; tra le verdure mostra di gradire in modo particolare l'erba, l'insalata e i cavoli.

Il periodo degli amori si apre per questi uccelli con l'inizio della buona stagione, epoca nella quale è più facile udirne il fischiante richiamo ed osservarli mentre assumono pose provocanti, piegando il capo, gonfiando il collare, allargando le ali e compiendo con grazia movimenti d'ogni genere. Per raccogliere le femmine, il maschio lancia per tre o quattro volte il suo richiamo, per poi corteggiarle e assalirle nel modo che s'è visto abituale alla grande maggioranza degli appartenenti a questa famiglia di gallinacei. La femmina incomincia a deporre le uova al principio di maggio, compiendo le solite, sommarie operazioni di preparazione del nido; le sue covate comprendono da otto a dodici uova, sempre molto piccole ed uniformemente colorate di ruggine-chiaro o di rosso-giallo. Dopo un'incubazione di ventitré o ventiquattro giorni, i piccini sgusciano con l'aspetto di tutti i piccoli gallinacei: svelti e vivaci, dopo quattordici giorni imparano a svolazzare e ad appollaiarsi sugli alberi con la madre. Dopo circa quattro settimane li si può già considerare del tutto indipendenti, e si comportano come dei veri e propri adulti.

FAGIANO DI AMHERST (Chrysolophus amherstiae)

Questo stretto affine del fagiano dorato non gli è certo inferiore in bellezza. Il ciuffo del capo è nero sulla fronte e rosso nel resto; il collare si compone di piume argentee marginate da orli più scuri; le piume del collo, della parte superiore del dorso e le copritrici superiori delle ali sono verde-oro-chiaro, e quelle delle parti inferiori del dorso sono giallo-oro con sfumature più scure. Fasce e macchie nere segnano il fondo rossiccio-pallido delle copritrici superiori della coda, tra le quali, le laterali, hanno forma di lancia e sono tinteggiate di rosso corallo, mentre le parti inferiori sono bianche, le remiganti grigio-brunicce con orli leggermente più chiari, le timoniere centrali goccettate di biancastro con fasce trasversali nere orlate di giallo, e le altre generalmente colorate di grigio-topo. Gli occhi sono giallo-dorati, lo spazio nudo delle guance è azzurrognolo, il becco giallo-chiaro ed il piede giallo-scuro.

Non dissimile, per abitudini, dal fagiano dorato, il Fagiano di Amherst ha la sua patria nel Giappone.

FAGIANO ORECCHIUTO (Crossoptilon auritum)

Con alcuni affini, il Fagiano Orecchiuto deve il suo nome alle piume laterali del capo che, allungandosi o innalzandosi al di sopra delle altre, formano due pennacchi che ricordano in certo modo le pennute orecchie dei rapaci notturni. Tra gli altri dati distintivi vanno ricordate la struttura robusta e la coda relativamente corta, nella quale le piume centrali sono sfilacciate e pendono sopra le altre.

Vestito generalmente di scuro, questo uccello ha la gola, la regione della trachea e una fascia sottile che, partendo da essa, si innalza ai lati del capo e si prolunga fino ai pennacchi auricolari, colorate di bianco, mentre le piume del capo, della parte posteriore del collo, della parte superiore del dorso e del petto sono nere. Il mantello è grigio-bruniccio, il groppone bianco-gialliccio, mentre le parti inferiori sono giallo-grige, e così pure le remiganti e le timoniere, segnate però da un orlo scuro sul vessillo esterno; le timoniere centrali, penzolanti e sfilacciate, sono però di colore nero-grigio. Le femmine si distinguono dai compagni per essere di mole alquanto minore, nonché per il ridotto sviluppo delle piume ornamentali. Originario della Cina, il Fagiano Orecchiuto vive preferibilmente sulle pendici montuose, nei consueti boschetti sparsi di cespugli e di alte erbe. I loro costumi di vita non sono diversi da quelli degli affini, e la voce del maschio è molto simile a quella del nostro gallo. Parecchie collezioni zoologiche europee ne possiedono degli esemplari, che mostrano di sapersi adattare alla vita di prigionia, sempre che siano rispettate regole abbastanza precise riguardo all'ampiezza ed alla qualità degli spazi che devono avere a disposizione, nonché al tipo dell'alimentazione.

ARGO (Argusianus argus)

Nel 1780 giunsero in Europa ed eccitarono la generale meraviglia le spoglie di un magnifico uccello, della cui esistenza si erano fino ad allora avute solo scarsissime notizie. Poco dopo fu anche pubblicata una relazione sui suoi costumi: erano le prime nozioni concrete riguardo all'Argo, uno splendido volatile originario dell'Indonesia che, per la sua struttura, si colloca in un punto intermedio tra i fagiani ed i pavoni.

Gli esami che è stato possibile condurre in tempi più recenti hanno permesso di ricostruire, intanto, l'aspetto e l'esatta distribuzione dei colori dell'uccello. L'Argo si distingue da tutti gli altri volatili conosciuti per avere le remiganti secondarie e terziarie straordinariamente allungate e allargate verso la base, con fusti molli e barbe rigide, mentre le remiganti primarie sono molto corte. Il becco è compresso ai lati, abbastanza lungo e arcuato, curvo all'apice e nudo alla base; il piede è lungo, debole e privo di sperone, la coda straordinariamente lunga e fortemente graduata ha le sue penne centrali che superano largamente tutte le altre. I lati del collo e del capo sono privi di piume, e presentano unicamente dei peli neri, radi e distanziati, mentre la sommità del capo e la regione occipitale sono coperte da piccole piumette vellutate. Nell'abito, troviamo la parte posteriore del collo rivestita di penne listate di giallo e di nero, la nuca e la parte superiore del dorso macchiettate e striate di giallo chiaro su fondo bruno-fuliggine, e il centro del dorso segnato da piccole gocce bruno-scure che si distaccano dal colore generale grigio-giallo; le parti inferiori sono nel complesso di color bruno-rosso, con fasce e ondulazioni giallo-chiare e nere. Nel vessillo esterno delle remiganti secondarie, su fondo rossiccio-grigio spiccano delle serie di macchiette allungate, bruno-scure, circondate da un'aureola più chiara, mentre la base del vessillo interno presso il fusto ha dei fini punti bianchi su fondo grigio-rosso, e per il resto è disegnata come il vessillo esterno. Il colore dominante delle lunghe copritrici dell'omero è un bel bruno-rosso-scuro, sul quale si intersecano strisce rossiccio-grigio-chiare, punti bruno-rossi circondati da un'aureola scura, macchie, linee e ghirigori bianco-giallicci; e vi spiccano delle grandi macchie splendenti, rotonde, simili ad occhi, contornate di scuro e orlate di chiaro. Queste macchie oculari sono ben vicine al fusto sul vessillo esterno, e sono più distinte sulla parte inferiore delle remiganti secondarie che non sulle scapolari, dove il vessillo esterno le ricopre. Le piume più lunghe della coda sono nere, e ornate sui due vessilli da macchie bianche contornate da un'aureola nera; tutte le altre timoniere sono simili ad esse, con la differenza che le macchie sono più piccole, più fitte e meglio ordinate. Le parti nude della testa e del collo sono azzurro-cinerine, ed i piedi rossi. Quanto alle misure, il maschio arriva in lunghezza al metro e ottanta, ma le sole penne timoniere centrali raggiungono il metro e venti; le ali stanno sui quarantatré centimetri, mentre le più lunghe tra le remiganti secondarie arrivano ai sessanta. Molto più piccole, le femmine hanno inoltre forme e disegno più semplici. Le piume del capo sono nere con fasce gialle, quelle della parte superiore del petto e della nuca sono bruno-rosse con distinte ondulazioni nere; il resto delle parti superiori è giallo-bruno con fasce nere, il resto delle inferiori bruno-chiaro con ondulazioni trasversali gialle e nere. Le remiganti primarie sono marmoreggiate di nero su fondo bruno, le secondarie e le terziarie mostrano linee gialle variamente aggrovigliate e ricurve su fondo nero, e questo stesso disegno, con tinte più chiare, si ripete sul generale color bruno-rosso delle timoniere.

CHINQUIS o SPERONIERE (Polyplectrum chinquis)

Il Chinquis è la più bella di quattro specie che segnano il passaggio tra gli arghi e i pavoni: piccoli, snelli, con le ali corte e molto arrotondate le cui remiganti terziarie sono molto allungate, hanno le penne della coda disposte a tettoia, lunghe ed allargate alla punta. Le copritrici superiori della coda sono in parte allungate e conformate in modo da ripetere l'aspetto delle vere timoniere, i tarsi lunghi e sottili sono armati da due a sei speroni, il becco è medio, sottile, dritto, compresso ai lati, leggermente incurvato nella mascella superiore e coperto di piume alla radice.

Il Chinquis arriva in lunghezza ai cinquantacinque centimetri, venticinque dei quali fanno parte della coda; il suo piumaggio è bruno-grigio con ondulazioni e punteggiature sulla testa e sulla parte superiore del collo, bruno con macchie giallo-chiare disposte a serie e fasce trasversali nere sulla parte inferiore del collo, sul petto e sul centro dell'addome, mentre il mantello è gialliccio-grigio, con piccole fasce nericce e macchie oculari risplendenti tra il grigio-verde ed il porporino. Il dorso, il groppone e le grandi copritrici della coda sono color bruno-opaco con punti e piccole macchie giallo-ocra, le remiganti primarie hanno varie macchie grige distribuite su fondo bruno-fuliggine, e le timoniere, assieme con le lunghe copritrici della coda, sono bruno-opache con macchie grigio-chiare ed hanno le punte ornate, su ciascun vessillo, da una grande macchia oculare azzurro-verdiccia con riflessi porporini e contorni neri. L'occhio è giallo splendente, i piedi sono neri.

PAVONI

I Pavoni si distinguono da tutti gli altri gallinacei per la smisurata lunghezza delle copritrici superiori della coda, che rappresenta perciò il più importante dei loro tratti caratteristici. Di mole molto grande, hanno inoltre robusta struttura, collo piuttosto lungo, testa piccola, ali corte, zampe alte e becco massiccio, rigonfio e piegato ad uncino all'apice. Il maschio ha i tarsi muniti di sperone, e, per quanto riguarda il piumaggio, che nel terzo anno di vita raggiunge il maggiore splendore, esso si dispone riccamente su tutto il corpo e riveste il capo di un pennacchio lungo e dritto, a piume ora sottili ora munite di barbe soltanto in punta. I contorni dell'occhio sono nudi, e le differenze tra i sessi sono sempre piuttosto sensibili.

L'intera famiglia è originaria esclusivamente delle regioni meridionali del Continente asiatico.

PAVONE COMUNE (Pavo cristatus)

Il Pavone Comune, capostipite dei più belli tra i nostri uccelli d'aia, arriva in lunghezza al metro e venti, ha ali di quaranta centimetri e coda di cinquantacinque: il suo ricco strascico sfiora il metro e trenta. Sulla testa, sul collo e sul davanti del petto il piumaggio si colora di un magnifico azzurro-porpora con riflessi dorati e verdi, il dorso è verde con le singole piume marginate di rame e disegnate a conchiglia, le ali sono bianche con strisce trasversali nere, il centro del dorso è azzurro cupo, e le parti inferiori sono nere. Penne remiganti e timoniere mostrano una colorazione bruno-noce, mentre lo strascico è fondamentalmente verde e stupendamente ornato di macchie oculari; il pennacchio, composto da venti a ventiquattro penne, è provvisto di barbe solo agli apici. L'occhio è bruno-scuro, il cerchio nudo perioculare bianchiccio, il becco e i piedi sono bruno-cornei. Quanto alle femmine, notevolmente ridotte nelle proporzioni e provviste di un pennacchio molto più corto, esse hanno la testa e la parte superiore del collo di color bruno-noce, le piume della nuca verdicce ed orlate di bianco, ed il mantello dorsale finemente ondulato in senso trasversale su fondo bruno-chiaro; la regione della trachea, con quelle del petto e del ventre, sono bianche, brune le remiganti e bruno-scure, con orli terminali bianchi, le timoniere.

Il Pavone Comune è originario della penisola indiana e dell'isola di Ceylon. I suoi modi di vita ed i caratteri della sua indole possono essere presi a modello dell'intera famiglia, per cui quanto stiamo per dire a loro riguardo vale anche per le specie alle quali accenneremo in seguito.
Entro i limiti della propria area di diffusione, questo uccello mostra di prediligere soprattutto le regioni montane, i boschi e le macchie circondate da regioni aperte o attraversate da gole, piuttosto che le foreste paragonabili a quelle che noi europei definiamo d'alto fusto. In elevazione si spinge fino ai duemila metri, e il suo soggiorno prediletto è stabilito laddove il suolo appare ricoperto di bassa vegetazione e di alte erbe, in vicinanza dell'acqua; non gli dispiacciono le piantagioni nei cui paraggi crescono alberi isolati ed alti, tra i cui rami trova rifugio per trascorrere le ore notturne.

Il più spiccato tratto dell'indole di questi uccelli è certo costituito dalla vanità, che essi dimostrano non soltanto nei confronti delle femmine, ma anche di fronte all'uomo. Dispotici e crudeli, senza ragione si azzuffano spesso con i loro simili e con gli altri gallinacei, giungendo, se questi sono più deboli, a colpirli a morte. Traggono il loro cibo dal regno animale come da quello vegetale: mangiano, praticamente, tutto ciò che piace ai nostri galli, ma grazie alle maggiori risorse fisiche di cui dispongono possono anche combattere vittoriosamente contro animali più robusti, per esempio con i serpenti dei quali parzialmente si nutrono; quando nei campi germogliano le nuove messi, o tra i cespugli maturano varie specie di bacche, essi vi si dedicano con cura particolare.

Il tempo della riproduzione varia con la disposizione geografica delle sedi: nel meridione coincide con il terminare della stagione delle piogge, nelle regioni settentrionali con i mesi corrispondenti alla nostra primavera. Il maschio, che nel mese di marzo ha riacquistato in tutto il suo splendore il proprio strascico perduto con lauta autunnale, spiega allora tutta la sua bellezza per sedurre le femmine, e le corteggia nei modi più svariati, com'è costume di tutti i gallinacei. La femmina pone generalmente il proprio nido sotto i cespugli, avendo cura di scegliere delle posizioni elevate, e lo compone di ramoscelli foglie secche ed altre simili sostanze, sommariamente ravvicinate. Il numero delle uova può variare da un minimo di quattro a un massimo di dodici, ed alla loro incubazione la madre si dedica con estrema solerzia, evitando di abbandonarle anche in caso di pericolo imminente e vicino. I piccoli nascono dopo circa trenta giorni, e crescono rapidamente: al terzo mese di vita se ne riconosce già il sesso, ma occorre aspettare il terzo anno perché il loro piumaggio assuma l'aspetto definitivo e perché siano in grado di procreare.

Come abbiamo accennato, i nemici più pericolosi sono per i pavoni le tigri ed i cani selvatichi; l'uomo, in generale, non se ne interessa granché, anche se difficilmente un cacciatore europeo sappia resistere alla tentazione di fare un buon colpo all'interno di uno dei loro grandi stormi. La caccia non presenta nessuna particolare difficoltà ed anche la cattura degli individui piccoli e adulti è abbastanza agevole. Per l'allevamento è preferibile prendere gli esemplari già arrivati al completo sviluppo, perché i giovani incorrono in numerosi malanni che rendono assai problematica l'impresa di tenerli in vita. Ormai completamente acclimatato tra noi, il Pavone vive in cattività come e meglio dei fagiani: i rigori invernali non lo infastidiscono, e quando gode di una certa libertà di movimenti, anche le sue esigenze alimentari sono di semplice soddisfazione. La mancanza di eccessive costrizioni è pure indispensabile per ottenerne la riproduzione.

PAVONE MAGGIORE (Pavo muticus)

Anche più bello, più svelto di forme e più alto dei suoi affini, il Pavone Maggiore se ne distingue inoltre per avere il pennacchio del capo composto da piume a barbe allargate e foggiate a spiga. Il suo piumaggio è colorato di verde-smeraldo sulla testa e sulla parte superiore del collo, mentre sulle parti inferiori di quest'ultimo è cosparso di macchie a squame di color verde-azzurro con orli verde-dorati, e sul petto si colora complessivamente di verde metallico con splendori d'oro; le piume dell'addome sono grigio-brunicce, le copritrici delle ali verde-scure, le remiganti bruno-cuoio con marmoreggiamenti neri e grigi sul vessillo esterno, e le copritrici della coda richiamano quelle della specie comune, ma sono anche più eleganti. L'occhio è bruno grigio, lo spazio nudo perioculare grigio-azzurrognolo, le guance gialle, il becco nero ed il piede grigio. Le femmine non differiscono dal maschio se non per essere prive della lunga coda.

Identico all'affine principale per le abitudini e per i modi di vita, il Pavone Maggiore vive nelle sue stesse regioni, e lo sostituisce inoltre nella penisola indocinese e nell'arcipelago della Sonda.

NUMIDE

Le prime notizie relative a questa famiglia ci vengono dalla mitologia, secondo la quale le Numide sarebbero le sorelle di Meleagro, trasformate in uccelli sul cui piumaggio, in ricordo dell'inconsolabile dolore patito per la morte del fratello, si sono conservati i segni delle lacrime sotto forma di infinite punteggiature.

Morfologicamente, le Numide si riconoscono per il corpo robusto, le ali corte, la coda media con le copritrici superiori molto abbondanti; hanno inoltre tarsi di mediocre altezza e ordinariamente privi di sperone, becco robusto e testa e collo più o meno nudi, ornati di pennacchio, collare, cresta e bargigli.

NUMIDA VULTURINA (Numida vulturina)

E' il tipo del genere più nobile della famiglia, distinto da tutti gli altri per il corpo allungato, il collo lungo e sottile, il capo piccolo, nudo e ornato solo da un cerchio di piume corte e vellutate che scorre posteriormente da un orecchio all'altro; ha becco robusto e corto e piedi dai lunghi tarsi, sui quali compare una callosità a forma di sperone.

L'abito della Numida Vulturina si colora di bruno-rosso-scuro sul collare, di azzurro-oltremare con striature longitudinali nere e bianche sulle sottili e lunghe piume del collo, di nero-velluto sul centro del petto e dello stesso azzurro del collo sui lati di esso; le piume della parte superiore del dorso mostrano un elegante disegno a ondulazioni e puntini bianchi, grigi e neri, mentre sul resto del piumaggio compaiono, su fondo grigio-scuro o nericcio, una finissima marmoreggiatura e delle macchie chiare a forma di perla circondate da un'aureola nera. Sul ventre queste macchie si dilatano, mentre ai lati del petto, dove pure esse sono distribuite, intorno all'aureola nera si diramano delle striature color lilla disposte a reticella. Come avviene per tutte le specie che fanno parte di questa famiglia, anche l'area di diffusione della Numida Vulturina è piuttosto limitata: essa si trova infatti soltanto lungo le coste di sud-est dell'Africa, e particolarmente lungo quelle della Somalia e del Kenya. Rileveremo soltanto che, in confronto alle affini, la Numida Vulturina appare più graziosa e snella, dotata inoltre di un'indole meno difficile; anche in cattività è delle più docili e disposte alla domesticità, si accontenta di cibi molto semplici e non compie quelle gesta violente che caratterizzano il comportamento delle sue simili nei loro rapporti con gli altri volatili domestici.

NUMIDA DAL CIUFFO (Guttera pucherani)

E' una delle specie caratterizzate dalla presenza di un vero e proprio ciuffo sul capo, nonché dalla mancanza delle caruncole della gola, la cui pelle, peraltro, forma delle pieghe così profonde che sembra conformata a lobi; il becco è molto robusto, il piede di media altezza e la coda corta e fortemente ripiegata all'indietro. Il piumaggio della Numida dal Ciuffo si presenta, tanto nelle parti superiori che nelle inferiori, di un bel colore azzurro-nero; il tipico disegno a perle consiste in macchie rotonde o ovali molto piccole, sparse uniformemente su tutto il piumaggio e confuse in fasce sul vessillo esterno delle copritrici dell'omero. Le remiganti primarie sono grigio-brune, le secondarie presentano degli ampi margini bianchi sul vessillo esterno, le piume del ciuffo sono color nero-velluto; l'alto del capo e la parte nuda del collo sono rosso-lacca, la parte pieghettata del retro del collo è violetto-grigia, l'occhio bruno, il becco azzurrognolo alla base e per il resto corneo, e il piede cinerino molto scuro.

Come del resto si rileva dal suo nome, questa specie è originaria del meridione dell'Africa. Anche per la descrizione dei suoi costumi e della sua indole, vale quanto stiamo per dire nel discorso riferito all'intera famiglia.

NUMIDA COMUNE o GALLINA FARAONA (Numida meleagris)

I naturalisti hanno scelto il nome scientifico della specie più tipica della famiglia per ricordare la mitica vicenda di Meleagro. Conosciuta più comunemente, specie in cattività, con l'appellativo di Faraona, la Numida Comune è caratterizzata, rispetto alla regola generale, da un corno cutaneo più o meno lungo disposto al centro della sommità del capo, nonché da due bargigli che spuntano nella parte posteriore della mascella inferiore. Nel suo piumaggio selvatico, essa ha la parte superiore del petto e la nuca di color lilla, il dorso ed il groppone segnati, su fondo grigio, da piccole macchie bianche a forma di perle che diventano più grandi sulle copritrici superiori delle ali, e sul vessillo esterno delle remiganti secondarie si fondono in strette strisce trasversali; le parti inferiori, di colore fondamentale nero-grigio, sono sparse di macchie a perla molto grandi, le remiganti sono brunicce, fasciate di bianco sul vessillo esterno e segnate da fasce e punti sull'interno, le timoniere sono grigio-scure con belle macchie a forma di perla. L'occhio è bruno-scuro, la regione delle guance bianco-azzurrognola, i bargigli sono rossi, la cresta è color corno, il becco corno-gialliccio-rosso ed il piede grigio-ardesia, carnicino al di sopra dell'articolazione delle dita.

Quanto alle regioni di residenza degli individui selvatici, essi sono soprattutto localizzati nell'Africa occidentale, specie nella Sierra Leone e nelle isole del Capo Verde, vera patria della Numida Comune; come sappiamo, essa è stata poi a suo tempo introdotta nel Nuovo mondo, e la si incontra allo stato selvatico non solo nel centro dell'America, ma anche nelle isole della Sonda.

NUMIDA MITRATA (Numida mitrata)

In questa specie l'escrescenza cornea del capo è maggiore, mentre più sottili e lunghi appaiono i lobi del mento; il piumaggio presenta, sul fondo nero delle parti superiori e su quello alquanto più chiaro delle inferiori, le solite macchie perlacee, uniformemente distribuite e sempre piuttosto grandi, mentre le piume della nuca appaiono segnate da fasce trasversali bianco-grige, e sul vessillo esterno delle remiganti secondarie le macchie a perla si confondono parzialmente in fasce. L'occhio è bruno-grigio, la parte superiore della testa e la radice del becco sono rosso-lacca; una macchia semilunare dietro l'occhio, il retro del collo e la gola sono azzurro-verdi, le caruncole della gola violette alla base e rosse alla punta, il lobo del capo giallastro, il becco corneo ed il piede azzurro nero.

La Numida Mitrata sostituisce quella comune nelle regioni orientali del Continente africano.

NUMIDA DEL PENNACCHIO (Numida ptilorhyncha)

Questa specie di numide ha le rigide piume che costituiscono il collare della parte superiore del collo di colore nero-vellutato, le rimanenti piume del collo ondulate di cinerino-chiaro su fondo grigio-bruno, e le parti superiori grigio-scure, segnate dalle consuete macchie a perla che sulle copritrici superiori dell'ala divengono più grandi e in seguito si trasformano in strisce più o meno interrotte; le parti inferiori sono di un lucido grigio-azzurro, e le macchie a perla sono specialmente visibili, grandi e rotonde, sul petto, sui fianchi e sul sottocoda. Le remiganti sono di fondo grigio-bruno, e le macchie si compongono in una oblunga macchia grigio-azzurra, mentre quelle delle timoniere sono visibili ma non perfettamente rotonde. L'occhio è bruno, le guance e le loro grandi caruncole sono azzurro-chiare, la gola carnicina, l'alto del capo giallo-corneo, il becco rossiccio alla radice e corneo in punta, il piede bruno-grigio-scuro; il pennacchio è formato di peli setolosi e colorati di giallo-chiaro, posti alla radice della mascella superiore. Questo uccello vive in tutta l'Africa di nord-est, tanto sulle coste del Mar Rosso quanto nell'interno del continente.

Tutte le numide, come abbiamo accennato, si assomigliano nel modo di vivere. Scelgono a dimora le valli cespugliose delle pianure, le foreste il cui suolo sia abbondantemente ricoperto da bassa vegetazione, le steppe sparse di cespugli: hanno cioè bisogno di zone segnate dalla presenza dei cespugli e degli arbusti, ed interrotte di quando in quando dalle radure. Entro questo ambiente trovano tutto quanto è necessario per assecondare la loro tendenza a vivere nascostamente, e mantengono abitudini generalmente stazionarie. Ogni famiglia costituisce una comunità assai stretta, poiché la socievolezza è uno dei tratti fondamentali della natura di questi uccelli; se sopraggiunge una minaccia, i gruppi familiari si sciolgono, e ciascun individuo si industria, come meglio può, per trovare un riparo, ma, ritornata la calma, tutti si riuniscono seguendo le grida dei maschi, dietro il vecchio maschio che funge da guida all'intera società. Nelle loro fughe isolate e disperate, le numide non possono sfortunatamente contare su una gran dose di acume. Solo dopo essere state ripetutamente fatte segno alle persecuzioni, o nei casi di estremo pericolo, decidono di alzarsi in volo per andare a cercar scampo ad una certa distanza; ma questa tendenza alla fuga sul terreno, e la riluttanza a servirsi delle ali se non come di un aiuto alla corsa, si spiegherebbero ancora, tenendo presenti quelle che sono le risorse fisiologiche dell'animale. Il cibo delle numide varia con le località e con le stagioni. In primavera gli uccelli si nutrono soprattutto di insetti, e più avanti aggiungono ad essi foglie, gemme, bacche e semi di tutti i generi: non di rado, e a quanto pare soprattutto in Giamaica, si rendono particolarmente fastidiosi e molesti andando a razzolare nei campi seminati di fresco, e sottraendo le sementi al terreno. Di abitudini monogame, le numide stabiliscono il loro nido al centro di folti cespugli d'erba, ed in essi la femmina depone da dodici a venti uova; padre e madre si dedicano entrambi alle cure dei piccini, i quali vengono alla luce dopo una incubazione di circa venticinque giorni e si presentano ricoperti di un piumino bruno a punti e linee gialli sulle parti superiori, bianchiccio sulle inferiori, e con il becco ed i piedi rossi. I piccoli seguono i genitori giorno e notte fino a che la loro mole non è arrivata, all'incirca, alla metà di quella degli adulti.

Tutti i felini, gli sciacalli e le volpi sono acerrimi nemici delle numide, le assalgono e mettono a sacco i loro nidi: imitati dai maggiori rapaci aerei e da parecchi serpenti, tutti attratti dalla facilità con cui è possibile sorprendere le labili difese di questi gallinacei. Anche l'uomo, e lo abbiamo già osservato, si interessa ad esse, e non incontra grandi difficoltà per impadronirsene, in special modo se può contare sull'aiuto di un buon cane.

TACCHINI

I Tacchini sono gallinacei, snelli, con zampe lunghe ed ali e coda corte. Hanno la testa e la parte superiore del collo nude e bitorzolute, e dalla mascella superiore del becco breve, robusto ed arcuato, pende un'escrescenza carnosa ed erigibile di forma conica. I loro piedi sono alti e provvisti di lunghe dita, le ali sono molto arrotondate, e la coda, composta di diciotto penne larghe ed erettili, ha forma tondeggiante. Una singolare particolarità del piumaggio è data dal fatto che alcune penne della parte anteriore del petto hanno l'aspetto e la consistenza di setole sporgenti.

Diffusi in libertà nell'America settentrionale e centrale fino all'istmo di Panama, i Tacchini presentano, quanto all'indole ed ai costumi, tratti generali assolutamente comuni. Ne tratteremo perciò complessivamente, dopo esserci rapidamente soffermati sulla descrizione delle specie principali.

TACCHINO (Meleagris gallopavo)

Lungo da un metro ad un metro e dieci, con ali di quarantacinque centimetri, coda di trentasette ed apertura alare che può giungere fino al metro e mezzo, il Tacchino maschio è colorato sulle parti superiori di giallo-bruniccio con riflessi metallici, sulla parte inferiore del dorso e sulle copritrici della coda è bruno-noce con fasce verdi e nere, bruno-gialliccio sul petto, più scuro ai lati, grigio-bruniccio sulle cosce e sull'addome, e nericcio sul sottocoda: tutte le piume delle parti finora citate presentano ai margini una colorazione nero-velluto. Le penne remiganti primarie sono bianco-grigiastre, le secondarie brunicce con fasce bianche, e le timoniere segnate da ondulazioni, fasce e gocce nere sul fondo uniformemente bruno. Le parti nude del collo e della testa sono di color celeste chiaro, i bitorzoli rossi; l'occhio è giallo-azzurro, il becco corneo e il piede a volte violetto-pallidi, a volte rosso-lacca. Simile a quello dei maschi, il piumaggio delle femmine è meno bello e meno vivace; esse sono inoltre di dimensioni notevolmente ridotte.

Il Tacchino è diffuso, allo stato selvatico, in gran parte dell'America del Nord.

Trapani Un tacchino

TACCHINO PAVONINO (Meleagris ocellata)

Il Tacchino Pavonino rappresenta la specie affine nelle regioni centrali del Continente americano: come si rileva dal suo nome, è un uccello che alle forme del tacchino unisce la bellezza del pavone.

I boschi degli stati dell'Ohio, del Kentucky, dell'Illinois, dell'Indiana, dell'Arkansas, del Tennessee e dell'Alabama ospitano ancor oggi un gran numero di tacchini, abbastanza comuni anche in Canadà, negli stati meridionali e nelle regioni centrali americane. Essi trascorrono le loro giornate in gruppi piuttosto numerosi, impegnati in un continuo vagabondaggio attraverso i boschi: si muovono costantemente sul suolo e compiono spostamenti abbastanza rilevanti, sempre sotto la guida di un vecchio maschio che è il primo, quando si presenta un'inconsueta difficoltà naturale, a dare il segnale di arresto e ad invitare successivamente il gruppo ad affrontarla. Uno spettacolo di questo genere si può vedere, per esempio, quando il branco giunge sulla riva di un fiume: esso dapprima si raccoglie sul punto più elevato della costa e vi si trattiene lungamente, anche per diversi giorni, come se i suoi membri volessero prender consiglio prima di decidersi ad attraversarlo. Quando finalmente il capo dà il suo segnale, i tacchini si pongono in volo, con una fatica proporzionata allo scarso sviluppo delle loro ali ed alla costante abitudine di vivere a terra. Il Tacchino non ha esigenze specifiche in fatto di dieta, si nutre di erbe e verdure di ogni sorta, di cereali, frutta, insetti e piccole locuste; sembra avere una spiccata preferenza per alcuni tipi di noci e di bacche.

Il tempo della riproduzione incomincia verso la metà di febbraio. Femmine e maschi si separano, ed anche per il riposo notturno si scelgono, sugli alberi, delle sedi distinte anche se non lontane le une dalle altre. Al richiamo della femmina rispondono tutti i maschi, i quali rapidamente vanno a prendere posto vicino ad essa e incominciano il corteggiamento, facendo la ruota, rovesciando il capo all'indietro, strascicando le ali a terra e gridando confusamente. Accese zuffe si sviluppano tra di loro, e sono a volte così violente da concludersi con la morte di uno dei contendenti. L'unione tra il maschio e la femmina si mantiene finché sopraggiunge il momento della deposizione delle uova, quando la prima si separa decisamente e si nasconde nell'intento di difendere le uova dalle violente manifestazioni d'amore del compagno, che potrebbero avere per esse conseguenze esiziali. Dal canto suo, il maschio cessa di interessarsi alla compagna non appena ha soddisfatto i propri istinti, e dal momento in cui ha inizio l'incubazione se ne dimentica completamente, diventando indifferente e pigro.

Una leggera escavazione del terreno, negligentemente rivestita di poche piume, è tutto ciò che viene approntato dalle femmine per accogliere la prole. Questi nidi vengono costruiti verso la metà del mese di aprile, nei luoghi più nascosti e adatti a difendere dalle insidie le dieci, quindici o venti uova della covata, punteggiate di rosso su fondo giallo-scuro. Alla loro cura la madre si dedica con attenzione e precauzione, ricoprendole diligentemente di foglie secche ogni volta che deve abbandonarle; se per effetto di qualche imprevista circostanza la femmina è costretta a disinteressarsi definitivamente del proprio nido, passa ad una seconda covata, mentre, se tutto procede regolarmente, l'incubazione si verifica un'unica volta nel corso dell'anno. Appena sgusciati, i piccoli vengono dapprima tenuti dalla madre sotto le tiepide ali, e poi immediatamente condotti alla ricerca del cibo: dopo due settimane sono già in grado di alzarsi in volo, e la famiglia, che fino a quel momento aveva dovuto trascorrere le notti sul terreno, incomincia a recarsi sui bassi rami degli alberi. La crescita è rapida, e già nell'agosto i giovani sono abbastanza forti e prudenti per difendersi dagli attacchi dei loro nemici; le famiglie si sciolgono, o meglio si confondono nei branchi adulti, incominciando a partecipare alle loro escursioni.

In Europa, il Tacchino fu introdotto poco dopo la scoperta dell'America. Nel secolo sedicesimo esso era ancora rarissimo e ricercato, mentre oggi, come sappiamo, è uno dei più diffusi tra gli uccelli domestici. Parecchi proprietari di fattorie li stimano molto, ma altri non li possono soffrire per il loro contegno rumoroso, turbolento e litigioso. In realtà, la pochezza delle loro risorse intellettuali è grandissima. «E' uno spettacolo veramente deplorevole», scrive il citato Lenz, «quello offerto dai tacchini nel corso dell'estate, e soprattutto quando abbiano dei pulcini: essi non fanno altro, durante tutto il giorno, che guardare il cielo e mandare grida lamentevoli, come se nel sole vedessero un'aquila e nelle nuvole altrettanti avvoltoi».

TALLEGALLI

Incominciando ad occuparci dell'ordine dei gallinacei, abbiamo sottolineato come all'interno di esso vengano comprese comunemente alcune famiglie che, a rigore, ne andrebbero tenute separate, in quanto molti dei loro tratti differenziati sono del tutto distinti da quelli degli altri razzolatori. L'inclusione nell'ordine di queste famiglie è stata dettata unicamente da ragioni sistematiche: in realtà, l'osservazione ha riscontrato a loro proposito elementi sufficienti a considerarle perfettamente isolate non solo dagli altri gallinacei, ma, almeno sotto alcuni aspetti, da tutti gli altri uccelli. I Megapodii sono una di queste famiglie e sono diffusi in Australia e in Oceania.

Il dato più tipico dei loro costumi sta nel fatto che essi sono soliti deporre le loro uova straordinariamente grandi in un nido che ha l'apparenza di un cumulo di discrete dimensioni ed è costituito di terra e di foglie. Le ridotte proporzioni del cervello parlano chiaramente della scarsezza delle loro facoltà intellettuali.

CATETURO DI LATHAM (Catheturus lathami)

Originario del Continente australiano, e diffuso specialmente nella Nuova Galles del Sud, questo uccello vive soprattutto nelle zone comprese tra le coste e le catene dell'interno, prediligendo spiccatamente le foreste segnate dalla presenza di una bassa vegetazione folta ed intricata. Gould, il naturalista inglese, scrive a suo proposito: «Il più notevole dei suoi costumi è che esso non cova le uova che depone, come fanno tutti gli altri uccelli. Al principio della primavera ammonticchia una gran quantità di vegetali, vi colloca le proprie covate, e lascia che queste si sviluppino per effetto del calore che si produce con la fermentazione. Il mucchio viene preparato molte settimane prima che abbia inizio la deposizione delle uova: è di mole notevolissima, e, per costruirlo, gli uccelli trascinano con i piedi i materiali necessari, ripulendo così bene il terreno all'intorno che alla fine non si riesce più a rintracciarvi né una foglia né uno stelo. Ognuno di questi edifici serve per parecchi anni consecutivi limitandosi le coppie ad aggiungervi, ad ogni stagione, dei nuovi strati vegetali; quando giudicano sufficiente la costruzione, le coppie vi depongono le uova, collocandole con la punta ottusa verso l'alto a parecchi decimetri di profondità. I piccoli sgusciano già ricoperti di piume, posseggono ali abbastanza sviluppate per riuscire a volare sui rami degli alberi e zampe sufficienti a conseguire una perfetta mobilità sul terreno. Non hanno bisogno, per sopravvivere, di alcun soccorso: in certo senso, potrebbero essere paragonati alle farfalle, che escono dalla crisalide perfettamente autosufficienti e non devono attendere, per mettersi in moto, che l'asciugarsi delle proprie ali».

Osservazioni analoghe sono state compiute sugli esemplari in cattività. Quando si avvicina l'epoca della cova, il maschio incomincia a raccogliere tutte le sostanze vegetali che trova all'interno del recinto in cui vive, gettandole dietro di sé con grandi movimenti del piede; e siccome incomincia il lavoro dai margini esterni del recinto, il materiale si accumula sempre verso il centro in un mucchio che va progressivamente stringendosi ed alzandosi. Quando il cumulo ha raggiunto un'altezza di circa un metro e venti, entrambi i coniugi scavano nel suo centro una cavità, nella quale collocano, ad una profondità di cinquanta centimetri circa, le uova, disponendole in circolo. Esse vengono poi ricoperte, lasciando solo una piccola apertura destinata a permettere l'afflusso dell'aria e la dispersione dell'eccessivo calore interno: tale copertura viene tolta soltanto nelle giornate più calde.

I piccoli, dopo sgusciati, restano per qualche tempo tra i caldi e soffici materiali del nido, ne escono di solito il giorno seguente a quello della nascita, e nel terzo giorno di vita sono già perfettamente adatti al volo.

Nelle sue native foreste, il Cateturo vive socievolmente, per lo più in piccoli branchi che si mostrano estremamente timidi e diffidenti mentre stanno sul terreno, ed acquistano una maggior sicurezza quando si appollaiano sugli alberi. Quando viene inseguito si serve eccellentemente delle agili zampe, correndo velocemente tra i cespugli più intricati o saltando su qualche basso ramo d'albero, dal quale, attraverso balzi successivi, raggiunge sedi di relativa sicurezza. I cateturi alternano, nella loro dieta, sostanze vegetali ed animali.

MALEO (Megacephalon maleo)

Il Maleo vive libero in Indonesia, e più precisamente nell'isola di Celebes e in quelle circonvicine. Per vivere ha bisogno di un terreno coperto di bassi cespugli, e lo trova soprattutto nelle strisce di terra che seguono le coste oppure all'interno delle piccole isole: qui si trova perfettamente a suo agio, in quanto tra la bassa vegetazione può sfogare tranquillamente la sua tendenza a risiedere quasi sempre sul terreno ed a cercarvi varie qualità di cibo, dagli animaletti alle frutta, digeriti mediante l'ingestione di piccoli frammenti minerali. L'abitudine a svolgere sul suolo tutte le fondamentali attività non trova eccezione nemmeno in caso di pericolo, dal quale l'uccello si salva affidandosi alla sorprendente celerità della corsa: solo in casi estremi esso ricorre al volo, che gli consente di riparare tra le folte e compiacenti fronde degli alberi.

Di solito, nei mesi di agosto e di settembre, che sono quelli in cui non piove o piove poco, le coppie di malei lasciano le boscaglie e si recano nelle spiagge per deporre le uova. Cercano a questo fine località il più possibile distanti dalle abitazioni dell'uomo, disposti a percorrere, per trovarle, anche qualche decina di chilometri, e, quando le abbiano trovate, incominciano a razzolare praticando nella sabbia delle cavità il cui diametro può arrivare al metro e mezzo, profonde intorno ai sessanta centimetri. Le femmine depongono al fondo dell'escavazione il loro uovo, che rimane stabilito in posizione verticale, lo ricoprono di sabbia e riprendono poi la via del bosco assieme al compagno. Questi viaggi si ripetono per qualche tempo, ad intervalli di circa tredici giorni l'uno dall'altro, cosicché, quando la covata è completa, le caratteristiche buche celano sotto la sabbia da due ad otto uova: il loro colore è roseo-bruno, le dimensioni vanno dai circa dieci centimetri della lunghezza ai cinque-sei della larghezza. I piccoli, una volta sgusciati, provvedono da soli al loro sostentamento, guadagnando rapidamente anch'essi le più congeniali zone boscose.

In cattività, il Maleo si adatta abbastanza agevolmente alle mutate condizioni di vita, non dissimile in questo dall'affine precedentemente descritto.

LEIPOA OCELLATA (Leipoa ocellata)

Dotata di corpo snello, ali larghe e tondeggianti, coda lunga, larga e fortemente arrotondata, piedi robusti ma non molto alti e becco piccolo e dritto, la Leipoa Occellata misura in lunghezza circa sessanta centimetri, ne ha trenta di ala e venti di coda. Il suo piumaggio si colora di bruno-scuro sull'alto del capo, di grigio-cenere sul resto delle parti superiori e di giallo-cuoio sulle inferiori; la gola ed il centro del petto sono ornati da piume strette con i fusti bianchi ed il vessillo nero, le remiganti sono brune con disegni a ghirigoro, bruno-scuri, sul vessillo esterno, e le timoniere sono nericce con orli grigio-fulvi. L'occhio è bruniccio, il becco nero e il piede bruno-scuro.

La Leipoa vive in Australia, e sceglie anch'essa per dimorare le zone abbondantemente provviste di vegetazione cespugliosa. Il suo cibo è misto di insetti e di sementi di diverse piante, e la sua voce suona lamentevole e triste, simile a quella di parecchi colombi.

Per l'incubazione delle proprie uova, questo uccello si regola in modo del tutto analogo agli affini. Costruisce dei cumuli del diametro di tre o quattro metri e alti intorno al metro e mezzo, raccogliendo sabbia e materiali vegetali che vengono alternati nel complesso dell'edificio, alla loro sommità, quando si tratta di deporre le uova, vengono scavate delle fosse profonde dai trenta ai sessanta centimetri, la cui base è sempre sabbiosa; l'uccello ha infatti cura di arrestare l'escavazione dopo aver superato alcuni strati erbosi, e al loro interno la femmina colloca, a più riprese, le proprie uova, in numero variabile ma raramente superiore ad otto. Dopo aver provveduto a tanto, si preoccupa di richiudere con la sabbia la cavità, e lascia che il calore della fermentazione, ben custodito dalle pareti, svolga la sua funzione e porti a compimento l'interno processo di sviluppo. I piccini vengono alla luce e si comportano nel modo stesso che abbiamo descritto parlando delle altre specie affini.

MEGAPODII

MEGAPODIO (Megapodius tumulus)

Il Megapodio è un uccello di forme snelle, con il collo di media lunghezza, la testa grossa, le ali ampiamente arrotondate e la coda corta e rotonda; ha il becco dritto, arcuato solo in prossimità dell'apice, e tarsi molto robusti muniti di dita fortemente e abbondantemente unghiate.

Il suo piumaggio si allunga molto sulla parte posteriore del capo, che altrove è invece prevalentemente nudo, simile in ciò a gran parte della gola e del collo. Lungo intorno ai sessanta centimetri, l'uccello è colorato di bruno-rosso-scuro sull'occipite, di bruno-cannella sul dorso e sulle ali, di bruno-castano scuro sulle copritrici superiori ed inferiori della coda, mentre le penne remiganti e timoniere sono bruno-nericce, e quelle della parte posteriore del collo e delle parti inferiori sono grige. L'occhio è di una chiara tonalità bruno-rossiccia, il becco alquanto più scuro e il piede di un vivace color arancio. Il Megapodio vive nelle Filippine, nella Nuova Guinea e in Australia. I grandi cumuli che costruisce sono molto dissimili l'uno dall'altro non solo nella forma e nella mole, ma anche nei materiali di cui si compongono.

La maggior parte si trova in prossimità dell'acqua, ed è costruita con sabbia e materie vegetali; altri invece constano essenzialmente di fango e di legno imputridito. Possono raggiungere dimensioni sorprendenti: se n'è trovati che toccavano i quattro metri e mezzo d'altezza ed i diciotto di circonferenza. Quando sono tanto cospicui, c'è da pensare che risultino da un vero e proprio lavoro di generazioni, successivamente impegnate a rinnovarli e ad ingrandirli. La cavità del nido incomincia, naturalmente, al vertice del cumulo e scende in profondità per oltre un metro e mezzo: a questo livello, nella stagione adatta, si possono trovare le uova che la femmina ha coperto di abbondantissima sabbia, e che sono sempre disposte in senso verticale con l'estremità ottusa rivolta verso l'alto. La loro lunghezza è pressappoco di otto centimetri, e la larghezza di sei: il colore varia in rapporto ai materiali da cui sono circondate, e può essere bruno-rossiccio se si tratta di terra scura, oppure bianco gialliccio se il cumulo è formato di sabbia.

CRACIDI

Anche i Cracidi, come a suo tempo abbiamo accennato, si comprendono abitualmente nell'ordine dei gallinacei più che altro per ragioni di comodo sistematico; ed anzi, ancor più dei megapodii, essi si staccano dai tipi dell'ordine, sia per le forme che per il modo di vivere.

I Cracidi sono grossi o di mole media, hanno forme snelle, ali molto arrotondate e coda formata da dodici penne timoniere fortemente allungate, che compongono una coda non troppo graduata o addirittura dritta. Il loro becco è di solito più lungo di quello dei veri razzolatori, ha forma di volta, è ampiamente uncinato all'apice e ricoperto, nella parte posteriore, di una cera che si stende su tutta la cavità nasale, sulle redini e sulle gibbosità che spesso si trovano alla radice del becco stesso. Il piede non è troppo alto né troppo robusto, e termina in dita lunghe e sottili provviste di unghie acute e dolcemente ricurve. Il piumaggio presenta la singolare caratteristica, propria a buona parte delle specie, di avere fusti eccezionalmente ingrossati, rigonfi da ogni lato a partire dalla radice e successivamente sempre più sottili verso l'apice. Alcune volte questo particolare è notevolissimo, in quanto i fusti appaiono da dieci a venti volte più grossi alla base che alla punta; e la struttura delle barbe è in relazione con esso, poiché le barbe non sono più che un piumino dove il fusto è più grosso, mentre riprendono l'aspetto tradizionale man mano che il fusto si assottiglia. Le differenze tra i sessi sono poi tutt'altro che rilevanti.

HOCCO (Crax alector)

Assieme con alcune altre specie, l'Hocco è un uccello che ha le proporzioni di un piccolo tacchino, e raggiunge in lunghezza, all'incirca, i novanta centimetri; presenta una gibbosità carnosa alla base del becco, ed è colorato di un bel nero lucente su tutto il corpo, con l'unica eccezione del ventre che è bruno. La femmina è rivestita di un piumaggio sul quale spiccano ondulazioni nere nelle zone della testa, del collo, del petto e del dorso, ed è colorata di rosso-ruggine sul ventre e di giallo-rosso-ruggine sulle tibie e sulle ali; entrambi i sessi hanno gli occhi colorati di bruno.

Vive quasi esclusivamente nell'America del Sud, e le sue zone di diffusione si estendono sino alle regioni più interne ed inaccessibili del Brasile, e in quelle del Paraguay e della Guiana.

MUTUNG (Crax carunculata)

Il Mutung è di mole alquanto inferiore a quella dell'hocco: misura all'incirca ottantacinque centimetri di lunghezza, ne ha trentacinque d'ala e trenta di coda, e la sua apertura alare è di quasi un metro e venti. Il maschio ha inoltre la cera rossa, mentre il suo piumaggio è completamente nero, salvo il ventre ed il sottocoda che sono bianchi; l'occhio è bruno, il becco nero alla punta, il piede rosso-giallo. Nelle femmine, la parte superiore del collo e del petto sono macchiate di bianco; le ali, l'alto dell'addome e le cosce appaiono fasciati di giallo-ruggine, il ventre ed il sottocoda sono rosso-ruggine. Anche questi uccelli sono originari del Brasile.

CRACE ROSSO (Crax rubra)

Di misure analoghe a quelle della specie precedente, il Crace Rosso si distingue per essere generalmente colorato di bruno-castano-scuro; le piume della nuca e della parte superiore del collo sono listate di bianco e di nero, quelle della coda presentano sottili strisce giallo-bianchicce orlate di nero, l'occhio è bruno-rosso, il becco corneo, la cera nero-azzurra ed il piede grigio-piombo.

Questo uccello appartiene al Perù ed al Messico, e predilige anch'esso l'interno delle foreste.

URACE (Crax pauxi)

L'Urace è individuato soprattutto da una grande carnosità piriforme che sporge dalla radice del becco al di sopra delle narici e volge obliquamente all'indietro; ha inoltre un becco massiccio, leggermente ricurvo sul culmine ed interamente foggiato a volta. Privo, al contrario degli affini, di ciuffo o cresta, è colorato in genere di una splendente tonalità di azzurro-nero, ha le piume del ventre e le punte di quelle della coda tinteggiate di bianco, gli occhi bruno-rossi, il becco rosso, la carnosità nero-azzurra ed i piedi rosso-chiari.

L'Urace è soprattutto frequente nelle foreste delle regioni orientali del Perù; meno comune è viceversa sui monti del Perù centrale e nell'ovest del Brasile.

Più in particolare, c'è innanzitutto da osservare che questi uccelli non si adattano in alcun modo a propagarsi in schiavitù, e per quanto riguarda quelli che sono stati introdotti in Europa, è già difficile riuscire a mantenerli in vita. Si abituano bensì ad un cibo diverso da quello che si scelgono quando sono liberi, ma hanno da temere molti malanni dal freddo invernale; inoltre non sono così tolleranti come da qualcuno s'è detto, ma attaccano violente liti con gli individui della stessa specie e con le galline, per cui è sempre un problema accostarli agli altri volatili domestici. Se poi li si tiene in recinti poco spaziosi, la loro natura si intorpidisce, e restano per ore ed ore immobili nello stesso punto. La loro voce si fa udire soltanto nella stagione degli amori, ed è un gran bene, perché se la cosa durasse per tutto l'anno, finirebbe per renderli veramente insopportabili.

HOCCO DI MONTE (Oreophasis derbyanus)

L'Hocco di Monte può considerarsi come un anello di transizione tra i cracidi e le penelopi. E' un uccello di forme snelle ma robuste, con il corpo cilindrico, il collo corto, la testa piccola, le ali brevi e fortemente arrotondate, e la coda lunga, tondeggiante ed accorciata lateralmente. Le penne remiganti e timoniere sono molto larghe, le prime ripiegate all'indietro, e le terziarie e le secondarie tra di esse sporgenti, oltre le primarie; quelle della gola sono vellutate, e, più in basso, quasi filiformi, tutte le altre invece sono dure, fornite di ampi vessilli e strettamente aderenti al corpo. Il becco lungo e svelto è ricoperto per quasi tutta la sua lunghezza da piccole penne di consistenza vellutata, le quali superiormente si dispongono come una spazzola; la mascella superiore, dolcemente uncinata, si piega sull'inferiore e si allarga nello stesso tempo alla punta. I piedi sono brevi, con i tarsi abbondantemente piumati; e dalla fronte sporge un piccolo corno sottile, ottuso nella parte superiore, rivolto all'indietro alla base e leggermente piegato in avanti alla punta.

Lungo sui settantacinque centimetri, l'Hocco di Monte ne ha trentacinque di ala e poco meno di quaranta di coda; il suo piumaggio, che non varia in dipendenza dal sesso, è nero con riflessi verdicci sulle parti superiori, grigio-bianco sulla gola e sul petto le cui singole piume sono segnate di bruno-nero sui fusti, e adornato da una fascia trasversale bianco-grigiastra sulle penne timoniere. L'occhio è bianco, il becco giallo-paglia, il corno rosso-scarlatto ed il piede rosso vivo. L'uccello vive in zone coperte di alberi e di foreste, ad una elevazione di oltre duemila metri, e trova il proprio cibo in certi frutti che raccoglie sugli alberi silvani. Anch'esso, come gli affini, ama soprattutto risiedere sui rami, e scende solo raramente sul terreno, dove pure si muove con notevole disinvoltura.

PENELOPI

Le Penelopi si distinguono dai cracidi per il loro corpo snello, per la coda relativamente lunga e molto arrotondata, per i piedi sottili, per il becco piccolo, snello ricoperto alla base da un'ampia cera; inoltre presentano spazi perioculari nudi, la gola anch'essa quasi completamente priva di piume, o meglio rivestita di piccole e corte piumicine filiformi, e le penne del capo allungate in un ciuffo che non ha però la forma di cresta che si riscontra negli affini precedentemente descritti.

Il loro scheletro è praticamente identico a quello dei cracidi. Nella struttura interna, la particolarità più spiccata di molte specie, e soprattutto dei maschi, è data dalla peculiarissima foggia della trachea. Essa scende lungo il collo, si piega al lato sinistro dell'ingluvie e giunge sulla superficie esterna del petto, dove, scorrendo sulla parte anteriore della clavicola sinistra e poi tra le branche della forchetta, giunge alla carena dello sterno, vi si ripiega, e successivamente si insinua nella cavità del petto, dopo essere ancora una volta passata tra le branche della forchetta ed essersi nuovamente ripiegata sulla clavicola sinistra. Questa singolare conformazione ha i suoi effetti, come diremo meglio in seguito, soprattutto sulla voce emessa dai nostri uccelli. Diffusa nell'America centrale e meridionale, dall'estremo sud del Texas al Paraguay ed al Cile, la famiglia delle Penelopi comprende un gran numero di specie, la maggior parte delle quali presenta caratteristiche vitali vicinissime. Anche per queste, che potremo definire Penelopi in senso stretto, inizieremo occupandoci dei singoli tratti distintivi, per poi dare una descrizione globale dell'indole e dei costumi.

SCIACUPEMBA (Penelope superciliaris)

Con alcune specie affini, lo Sciacupemba è distinto da una mole piuttosto considerevole, dalla coda non molto lunga, dal ciuffo di media lunghezza e dalla nudità della fronte, dei lati della testa e della gola. Misura circa sessanta centimetri di lunghezza, ne ha venticinque d'ala e poco più di tanti di coda. Il suo piumaggio è colorato di nero-ardesia con spruzzi grigi e margini bianchicci sull'alto del capo, sulla nuca, sul collo e sul petto; il dorso, le ali e la coda sono verdi-bronzati con orli bruni e rosso-giallicci-ruggine; le piume del ventre e del sottocoda sono ondulate trasversalmente di bruno, oppure orlate di giallo-ruggine su fondo rosso-gialliccio e ruggine, mentre le remiganti sono marginate di giallo-grigio e l'occhio è sovrastato da una striscia bruno-bianchiccia. L'occhio è bruno, lo spazio nudo perioculare nero, la gola rosso-carminio-scura, il becco bruno-corno e il piede carnicino-grigiastro. Le femmine si riconoscono soprattutto per la striscia oculare meno distinta, e per i margini sbiaditi di tutte le piume, i giovani hanno invece una colorazione complessivamente tenuta su tonalità bruniccio-grige, mentre le loro strisce sopraoculari sono giallo-rosse e sul petto e sulle cosce si dispone un disegno a base di fini ondulazioni. Lo Sciacupemba vive in Brasile, diffuso specialmente nelle foreste delle coste orientali del paese.

SCIACUTINGA (Pipile leucolophos)

Questa specie è caratterizzata dai tarsi bassi, dal ciuffo formato di piume sottili e puntute facilmente erigibili, dalle guance fittamente rivestite di piccole penne nere e setolose, e dalla gola anch'essa cosparsa di piccoli ciuffi di setole. L'uccello misura in lunghezza quasi settantacinque centimetri, ne ha ventotto d'ala, poco meno di coda e circa un metro di apertura alare; in generale, il suo piumaggio è di color nero-ardesia sulle parti superiori, bianco sulla parte esterna delle ali, bruno-rosso sull'alto del dorso, sul groppone, sul basso del petto, sul ventre e sulle copritrici delle ali; il margine bianco delle piume della parte inferiore del collo e del petto fa sì che la colorazione complessiva di queste regioni appaia disegnata a scacchiera, mentre il ciuffo è formato da penne bianchissime sul vessillo ma nere sui fusti, e le remiganti e le timoniere sono nere con lucentezze verso l'azzurro-acciaio. Gli occhi sono rosso-ciliegia, le parti nude della faccia e della gola rispettivamente celesti e rosso-chiare, il becco è azzurro-oltremare nella prima metà e successivamente nero-corneo, e il piede è rosso. Oltre ad essere più piccole dei compagni, le femmine hanno il ciuffo più corto, la colorazione più smorta e gli orli bianchi delle singole penne più larghi; i piccini hanno ciuffi cortissimi e colorito bruno-grigio, con eccezione per il ventre e per il sottocoda tinteggiati di bruno-rosso.

Anche lo Sciacutinga è un uccello brasiliano, ma, a differenza del precedente, vive più volentieri nelle foreste dell'interno.

ARACUANG (Ortalida aracuan)

L'Aracuang e le specie affini sono più piccoli ed hanno coda più lunga; le loro guance sono nude, e le due regioni pure nude della gola sono divise da una sottile striscia piumata. In lunghezza, l'Aracuang supera di pochissimo i cinquanta centimetri, mentre la coda ne misura ventitré le singole ali diciotto e l'apertura alare quasi sessanta. L'abito delle parti superiori è prevalentemente colorato di verde-bruno-olivastro, l'alto del capo appare sfumato verso il rossiccio, il petto e la regione anteriore del collo, a causa dei margini delle piume, sono chiazzati; le tre timoniere esterne, poi, hanno la punta rosso-ruggine. L'occhio è bruno-scuro, lo spazio nudo che lo circonda è nero-azzurrognolo, la pelle della gola rosso-carnicino il becco plumbeo ed il piede carnicino-chiaro. Le femmine sono praticamente identiche ai maschi; i giovani si differenziano dagli anziani unicamente per il colorito meno vivace del loro abito.

Le sedi dell'Aracuang si identificano praticamente con quelle della specie precedente: sono cioè stabilite nelle vergini foreste delle parti interne del Brasile.

Questi uccelli silvani vivono ordinariamente isolati quando sono di grande mole, mentre le specie minori si attruppano di frequente in branchi molto numerosi. Di natura molto timida, si tengono prevalentemente nascosti all'interno delle foreste tra i rami bassi ed alti degli alberi o in mezzo ai cespugli ed alle sterpaglie che crescono ai piedi di essi; sono molto abili nello scorrere da un ramo all'altro e nell'intrico dei cespugli, mentre, sia nel volo che nel camminare, non mostrano di possedere un grado molto elevato di destrezza. Vivono in buona armonia gli uni verso gli altri, e dispongono di una voce che, in rapporto alla singolare conformazione della loro trachea, si articola in suoni molto particolari e destinati a colpire l'attenzione dell'osservatore. Le penelopi annunziano con le loro grida il sorgere del giorno, e le proseguono lungo tutto l'arco della giornata: un individuo del branco incomincia con una specie di cinguettìo, gli altri gli si aggiungono a poco a poco, e l'entità dei suoni si accresce sempre più fino a raggiungere un'acutezza quasi insopportabile per l'orecchio umano; poi va progressivamente abbassandosi fino a cessare, e per qualche tempo lo sgradevole concerto si interrompe.

Il cibo consta principalmente di diverse specie di bacche e di frutti, cui si aggiunge una minore quantità di insetti. Quanto poi alla riproduzione, i nostri uccelli vi si dedicano incominciando con il costruire il proprio nido sui rami degli alberi e qualche volta, ma solo eccezionalmente, sul terreno: lo intessono di ramoscelli lassamente riuniti, e vi depongono da due a tre uova, più di rado quattro o sei. I piccoli, appena sgusciati, hanno bisogno di restare nel nido per qualche tempo; poi incominciano a muoversi tra i rami dei cespugli, e successivamente scendono sul terreno seguendo la madre che li protegge ed insegna loro a provvedersi autonomamente di cibo. Un po' cresciuti, vengono accompagnati durante il giorno nelle radure che stanno ai margini dei boschi, ma nelle ore più calde la madre li spinge a rientrare nel fitto delle selve per non esporsi ai cocenti raggi del sole. Quando hanno imparato a volare abbandonano i genitori, i quali sovente passano ad una seconda incubazione.

Le carni eccellenti delle penelopi - se non di tutte, per lo meno di parecchie specie - hanno determinato e determinano ostinate persecuzioni da parte dell'uomo, per effetto delle quali esse in molte zone si sono largamente ridotte di numero ed hanno arricchito di grande prudenza la loro natura già timida. Ciò accade specialmente nelle Guiane, dove i cacciatori non riescono ad accostarle se non mentre sono intente a cibarsi.

OPISTOCOMO o HOAZIN (Opisthocomuls cristatus)

L'Opistocomo è un uccello snello, con il collo sottile e non troppo lungo, testa piccola, ali piuttosto lunghe e coda anch'essa abbondante, composta di dieci penne che, alquanto accorciate lateralmente, sono tutte piuttosto arrotondate alla punta. Il becco si piega all'apice verso il basso, sporge in una cresta angolata nella parte inferiore e in quella posteriore è rivestito di cera; i piedi sono dotati di tarsi corti e di dita lunghe ma non riunite alla radice dalla membrana interdigitale, le unghie sono abbondanti, forti e a punte molto affilate. Il capo è ornato da un ciuffo composto di piume sottili ed acute, ed anche il collo presenta un piumaggio dello stesso genere.

L'Opistocomo misura in lunghezza circa sessanta centimetri, ne ha ventotto di coda e più che trenta d'ala; ha gli occhi bruno-chiari, il viso, fin dove è nudo, di color rosso-carminio, il becco bruno-corneo e il piede bruno-carnicino. Il suo piumaggio è tinteggiato di bruno sulla nuca, sul dorso, sulle ali, e sulla metà posteriore delle remiganti secondarie e delle timoniere; le piume del collo e della parte superiore del dorso mostrano una striscia bianco-gialliccia lungo il fusto, le scapolari hanno orli dello stesso colore e le copritrici hanno il vessillo esterno biancastro. Colorato di bianco sulla gola, sulla parte anteriore del collo e sul petto, l'Opistocomo ha la parte inferiore della coscia, il sottocoda, le remiganti primarie e la metà anteriore delle secondarie di tinta rosso-ruggine, mentre le piume del suo ciuffo sono giallo-bianchicce con l'eccezione delle posteriori, orlate di nero.

Questi uccelli, come s'è avuto occasione di accennare per inciso, vivono anch'essi nel Brasile, ma, contrariamente ai precedenti, non amano trattenersi nelle folte foreste, e rifuggono pure dalle zone elevate: le loro sedi preferite sono le savane inondate o almeno molto ricche di acqua, e qui essi posano tranquillamente sui rami, occupati dal mattino alla sera nella ricerca di cibo, trasferendosi di tanto in tanto anche sul terreno. La loro indole non è molto timida, e li induce a lasciarsi accostare dall'uomo abbastanza spesso e facilmente: probabile conseguenza dello scarso interesse che viene loro rivolto, a cagione dello sgradevole odore che promana dalle carni. Si nutrono di differenti frutti selvatici, raccolti sui cespugli tra i quali abitualmente si aggirano, e probabilmente da uno di essi, quello di una specie arborea di Aro che sui margini melmosi forma delle piccole macchie, deriva l'insopportabile fetore che li distingue. Questa notizia non è del tutto certa: quello che è certo, però, è che tale fetore giova grandemente all'uccello, che non solo se ne serve per scoraggiare le manie venatorie degli uomini, ma ne ottiene grandi risultati anche in rapporto alle insidie dei predoni naturali, certo non attratti da prede così graveolenti.

CRIPTURIDI

Sempre nell'America meridionale vive questa ultima famiglia di gallinacei, anche essa compresa nell'ordine soprattutto per ragioni sistematiche, ed in realtà fornita di tali caratteristiche da non poter essere ragionevolmente accostata a nessun'altra; gli uccelli che la compongono hanno il nome generale di Cripturidi. Il loro corpo è robusto, il collo, invece, lungo e sottile, il capo piccolo e piatto, il becco lungo fine e ricurvo, molle all'apice e rivestito di una massa cornea che gradatamente si immedesima nella parte membranosa; i piedi hanno tarsi lunghi e dita ruvide, il posteriore sempre attaccato molto in alto ed in certe specie assolutamente rudimentale, ridotto alla sola unghia. Le ali sono corte e rotonde, la coda è composta di dieci o dodici penne brevi ed esili, che scompaiono completamente sotto le lunghe copritrici ed in alcuni casi sono a mala pena avvertibili. I due sessi portano il medesimo abito, ed è quindi impossibile distinguerli esteriormente.

Diffusi su gran parte dell'America meridionale, i Cripturidi scelgono per vivere sedi abbastanza diverse: ve ne sono che prediligono le aperte pianure, altri che hanno bisogno del folto delle foreste, e, mentre alcuni rifuggono dai rilievi, altri non si incontrano che sopra i tremila metri d'elevazione. Di abitudini spiccatamente terrestri, sono mediocrissimi volatori, mentre sul terreno si muovono agilmente, corrono e strisciano tra i cespugli che offrono loro eccellenti nascondigli. In caso di pericolo è facile che perdano la tramontana, dimenticando le più elementari regole della prudenza: e questo dimostra la esiguità delle loro doti intellettuali.

Tutta la giornata dei Cripturidi è dedicata alla ricerca del cibo, semi, frutta, apici di foglie e insetti, certi semi hanno la proprietà di insaporire sgradevolmente le loro carni, normalmente eccellenti. Il nido è sempre posto sul terreno, in leggere cavità scavate e rivestite di erbe sulle quali la femmina depone un considerevole numero di uova colorate uniformemente in modo vivacissimo. I piccoli restano per qualche tempo assieme alla madre, ma si affrettano ad abbandonarla ed a dedicarsi in completa autonomia alla soddisfazione delle proprie esigenze vitali.

Come cacciagione, i Cripturidi tengono in Sudamerica il posto delle nostre pernici, e devono perciò adattarsi ad essere continuamente fatti segno alle insidie dell'uomo. La loro inetta natura, alla quale abbiamo già accennato, non li mette certo in una posizione privilegiata: tutti i mezzi per la caccia, dalle armi da fuoco alle trappole e ai cani, aprono nelle loro file vuoti grandissimi, poiché essi sono tutt'altro che abili nel difendersene. Inseguiti, si levano successivamente in volo per diverse volte, ma quando, alla fine, sono stanchi, non riescono assolutamente a concretare una qualsiasi linea difensiva, e finiscono per farsi uccidere anche troppo facilmente. Del resto, anche i rapaci, gli animali carnivori - persino il giaguaro - e addirittura certi insetti sanno approfittare della inettitudine di questi uccelli per coglierli, adulti o in tenera età. In prigionia, è possibile trovarli sia nei luoghi d'origine che, in numero naturalmente molto ridotto, in Europa: sono compagni noiosi e inerti, e non riescono ad accattivarsi la simpatia e l'attenzione dei loro custodi.

TATAUPA (Crypturus tataupa)

Questo uccello - uno dei cripturidi più graziosi - assieme con alcuni affini è caratterizzato da un corpo robusto, collo corto, testa piuttosto abbondante, becco lungo e appiattito nella parte anteriore, ali corte; manca di vere e proprie penne timoniere, ha piedi di media altezza con il dito posteriore ridotto ad una semplice unghia e piumaggio folto e scuro.

Diffuso nelle regioni orientali del Brasile, il Tataupa non è molto facile da vedere perché si tiene prevalentemente nascosto tra le alte erbe delle regioni aperte o in mezzo ai fitti cespugli, che segnano il terreno nelle grandi foreste; è, tuttavia, comune e molto conosciuto, grazie al particolare timbro della sua voce - due note alquanto prolungate, cui ne fanno seguito altre sette-otto celermente ripetute - ed al fatto che la emette sovente, specialmente verso le ore della sera. Abile soprattutto nei movimenti sul suolo, i suoi costumi non divergono da quelli complessivamente indicati come tipici della famiglia; si ciba come gli affini, e depone a terra le sue uova, sempre numerose e colorate uniformemente di gialliccio o di bruno. Le carni del Tataupa sono molto saporite e ricercate, e la caccia non presenta per l'uomo eccessive difficoltà.

INAMBU (Rhynchotus rufescens)

Questi uccelli vivono preferibilmente nelle regioni aperte ed erbose del Brasile centrale e dell'Argentina. Mai riuniti in stormi, e come gelosi della loro solitaria indipendenza, sono tra gli uccelli più ricercati dai cacciatori, e le continue persecuzioni hanno in qualche modo affinato le doti della loro prudenza, non tuttavia oltre il limite inevitabilmente segnato dalla ristrettezza delle facoltà intellettuali che possiedono, e che il più delle volte li espongono con tutta facilità alle insidie, di qualunque genere esse siano. Fuggono, naturalmente, all'avvicinarsi dell'uomo, usando più volentieri le agili estremità che le ali, cui non ricorrono se non in casi estremi; ma il persistere delle minacce, il prolungarsi dell'inseguimento ha per effetto non solo di stancarli, ma di ottenebrare le loro capacità di adattamento difensivo, fino, a cancellarle completamente. Alla fine, essi si appiattiscono sul terreno, e senza muoversi attendono di essere catturati, incapaci di qualsiasi reazione. Sappiamo che questo tratto dell'indole è uno di quelli più diffusi nella famiglia dei cripturidi; del resto, anche sotto gli altri principali aspetti l'Inambu non si scosta dalle regole generali. Depone le proprie uova in un sommario nido, costruito sul terreno, in numero variabile da sette a nove: sono di colore fondamentalmente grigio-scuro, e sul guscio, straordinariamente levigato, mostrano delle ombreggiature violette.

NOTURO MINORE (Nothura nana)

Solitario e silenzioso, questo uccello vive tra le erbe delle regioni aperte nel Paraguay, e vi si tiene costantemente nascosto: solo nel periodo degli amori è possibile udirne la voce, acuta e penetrante. Le sue abitudini di vita sono le stesse delle specie precedentemente citate, ed anche se esso sembra alquanto più abile nel volo, le difficoltà connesse alla sua cattura non sono maggiori.

MACUCA DEI BRASILIANI (Trachypelmus brasiliensis)

Lungo oltre quarantacinque centimetri, il Macuca ne ha dieci di coda, ventitré circa di ala e più di settantacinque di apertura alare; il suo piumaggio è colorato di bruno-ruggine con ondulazioni trasversali nere sul dorso, di grigio-giallo con linee più sottili sul petto e sul ventre, è bianchiccio alla gola e nero, con piccole macchioline bianche, ai lati del collo.

Tutte le foreste vergini delle regioni più calde dell'America del sud ospitano questi uccelli, che vivono prevalentemente sul terreno, cercandovi frutta e insetti, si alzano di rado in volo e alla sera hanno l'abitudine di andarsi ad appollaiare sui bassi rami degli alberi per trascorrervi la notte. La loro voce, un fischio piuttosto cupo e profondo, si sente di buon mattino oppure verso il tramonto. Le covate del Macuca comprendono nove o dieci uova di color verde-azzurro, deposte nelle consuete escavazioni del terreno; la madre le cura assiduamente, ed è sovente disposta a lasciarsi catturare piuttosto che abbandonarle.

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