Uccelli Levirostri.

b Animali Insetti Passeracei n

Introduzione Vespieri Gruccione (Merops apiaster) Gruccione Nubiano (Melittotheres nubicus) Gruccione dalla Gola Rossa Gruccione dalla Coda di Rondine (Melittophagus hirundinaceus) Gruccione Adorno (Cosmaërops ornatus) Sangrok (Nyctiornis athertoni) Ghiandaie Marine Ghiandaia Marina o Gazza Marina (Coracias garrulus) Uccello dal Dollaro (Eurystomus pacificus) Prioniti Motmot (Prionites momota) Eurilaimi Coridone di Sumatra (Curydon sumatranus) Euriaimo Givanese (Eurylaimus javanicus) Raya (Psarisomus dalhousiae) Todi Todo o Barrancoli (Todus subulatus) Alcedinidi Alcione o Martin Pescatore (Alcedo atthis)

Re Pescatore Porporino (Ceyx trydactyla) Cerile Grigia (Ceryle rudis) Alcionidi Alcione Arboreo (Halcyon rufiventris) Todiranfo Capo Verde (Todiramphus chlorocephalus) Alcione Azzurro (Cynalcyon macleayi) Alcione Gigante o Kookaburra (Dacelo gigas) Tanisittera Silvia (Tanysiptera sylvia) Poditti (Syma flavirostris) Torotoro (Syma torotoro) Galbule Jacamar (Galbula viridis) Bucconi Ciacuru (Nystalus chacuru)

Monasta (Monasta fusca) Chelidottera (Chelidoptera tenebrosa) Trogoni Karna (Harpactes fasciatus) Narina (Hapaloderma narina) Surukua (Trogon surucua) Pompeo (Trogon viridis) Tocolor (Prionotelus temnurus) Caluro Pavonino (Calurus pavoninus) Caluro Adorno (Calurus antisianus) Quesal (Pharomacrus mocinno) Indicatori Indicatore (Indicator albirostris) Cuculi

Cuculo (Cuculus canorus) Cuculo col Ciuffo (Clamator glandarius) Coel o Cuil (Eudynamus orientalis) Cuculo Dorato (Chrysococcyx auratus) Cuculo Maggiore (Scythrops novaehollandiae) Coccigi Cuculo Americano (Coccyzus americanus) Sauroter (Saurothera vetula) Cuculo dalla Lunga Coda (Pyrroccocyx cayanus) Crotofaghe Coroya (Crotophaga coroya)

Ani (Crotophaga ani) Crotofaga dal Becco Rugoso (Crotophaga rugirostris) Cuculi dallo Sperone Cuculo dallo Sperone (Centropus aegyptius) Kutral (Centrococcyx viridis) Cuculo Fagiano (Polophilus phasianus) Capitonidi Trachifono Perlato (Trachyphonus margaritatus) Capitone Dorato (Xantholaema indica) Capitone Tucano (Tetragonops ramphastus) Tucani Arassari (Pteroglossus araçari) Toco (Ramphastos toco) Kirima (Rhamphastos erythrorhynchus) Tucana (Ramphastos temmincki) Buceri

Tok (Rhynchaceros erythrorhynchus) Homray o Calao Bicorne (Dichoceros bicornis) Riticero dal Becco a Pieghe (Rhyticeros plicatus) Abbagamba o Bucorvo Cafro (Bucorax abyssinicus)

VITA DEGLI ANIMALI - UCCELLI - LEVIROSTRI

INTRODUZIONE

Gli uccelli che appartengono all'ordine dei Levirostri sono di forme molto diverse: sulla base di queste differenze sono state operate dai naturalisti le più svariate suddivisioni, che però, se si considerano le abitudini delle singole famiglie e specie, difficilmente si possono condividere: i costumi di tutti sono infatti molto vicini, per cui ci sembra giusto riunirli in un ordine unico e distinto. I caratteri propri alla maggioranza dei Levirostri sono dati da un corpo tarchiato, eccezionalmente lungo ed agile, dal collo breve, testa grossa, becco forte, generalmente fornito di una grande apertura, spesso seghettato ai margini e talvolta dotato di protuberanze cave a forma di elmo; il piede è sempre breve, sovente debole e piccolo e quindi più adatto ad afferrare i rami che non a camminare; le dita sono a volte appaiate, le ali larghe e tondeggianti e la coda di misura e foggia variabili, composta di dodici-dieci ed eccezionalmente otto timoniere. L'abito è ricco ed abbondante, di solito molto elegantemente colorato, e le grandi piume si mutano spesso in setole alla base del becco.

Uccelli cosmopoliti, i Levirostri, tuttavia, sono soprattutto abbondanti nelle zone calde, scarseggiano in quelle temperate e sono rarissimi nelle glaciali. Di norma evitano le alte catene montane e preferiscono i bassi contrafforti segnati dalla presenza di boschi di diversa estensione. Molti di essi sono stazionari, altri escursori ed altri ancora di passo: questi ultimi percorrono stagionalmente delle distanze molto elevate. Tutte le specie dell'ordine mostrano grandi analogie nelle attitudini, nei costumi e nel portamento. Non dotati di grandi facoltà, molti hanno i movimenti limitati, e stentano nel procedere sul terreno e tra i rami; buoni volatori, possono in qualche caso rivaleggiare perfino con i falchi e con le rondini, mentre una famiglia ha addirittura delle abitudini acquatiche. Nessuna specie possiede voce melodiosa; fra i sensi primeggiano la vista e l'udito, e le facoltà intellettuali appaiono generalmente poco sviluppate. Quanto ai costumi, soltanto le specie intellettualmente più progredite amano la convivenza con gli uccelli delle altre o della loro stessa famiglia: per lo più, ciascuno attende ai fatti suoi e non si cura dei propri simili, e ve ne sono addirittura che non sentono nemmeno l'amore per la prole. Dopo aver scelto un determinato distretto, i singoli o le coppie si preoccupano soprattutto di difenderlo da qualsiasi intrusione, lo percorrono varie volte durante il giorno e ne usano per la ricerca del cibo. Piccoli vertebrati, i loro figli e le loro uova, insetti, molluschi, vermi e per certe specie le frutta, costituiscono il tipo dell'alimentazione dei Levirostri. Quelli che si nutrono di cibo animale sono voracissimi, digeriscono rapidamente e sono sempre in caccia, mentre quelli che scelgono le frutta sono di più facile contentatura. I metodi di caccia non sono molto diversi da quelli delle rondini, dei pigliamosche o dei corvi: le prede vengono catturate in volo oppure a terra, piombando dai rami o tuffandosi nell'acqua. Cavità scavate nel terreno o nei tronchi offrono generalmente il nido ai nostri uccelli: pochi di essi costruiscono dei nidi veri e propri, anche se di forma molto semplice, ed una famiglia, come vedremo segue l'usanza di affidare i propri piccoli alle altrui cure, limitandosi a non perderli completamente di vista. Tutti i Levirostri, senza alcuna eccezione, nidificano, depongono le uova e covano una sola volta nell'anno. Per l'uomo quasi tutti questi uccelli non hanno la minima importanza economica: alcuni ci possono rendere, in determinate circostanze, dei servigi abbastanza notevoli, ma spesso si dimostrano anche grandemente dannosi. In gabbia si adattano, in genere, abbastanza difficilmente, e non palesano quasi mai doti meritevoli di grande attenzione.

VESPIERI

La famiglia più elevata dell'ordine è, a nostro giudizio, quella dei Vespieri o Gruccioni, uccelli fra i più eleganti dell'antico mondo: il loro corpo è molto allungato, il becco più lungo del capo, grosso alla base, acuto, leggermente curvo e con la mascella superiore alquanto più lunga dell'inferiore ma non adunca e non intaccata alla punta. I piedi sono brevi e piccoli, delle tre dita anteriori l'esterno è unito con quello centrale fino alla seconda articolazione e l'interno fino alla prima, per cui la pianta risulta molto larga, e le unghie sono piuttosto lunghe, curve ed aguzze. La coda è lunga, ora tronca, ora più o meno forcuta ed in qualche caso anche tondeggiante, con le due penne mediane che in parecchie specie sono molto più lunghe - in qualche caso fino al doppio - delle altre, mentre le ali sono lunghe e aguzze, e tra le penne remiganti la più lunga è la seconda. Le zone calde degli antichi continenti - Europa, Asia ed Africa - sono la patria tradizionale dei Vespieri, una sola specie dei quali si trova in Australia. Stazionari nelle specie che vivono al sud e migratori altrove, abitarlo regioni molto disparate, avendo come esigenza generale solo la presenza dei boschi o comunque di alberi, non importa poi se sulle coste del mare o fino all'altezza di duemila e più metri. Di indole socievolissima e pacifica, in certi casi si riuniscono in società più o meno numerose, e certe specie si mescolano a tal punto le une con le altre che riesce impossibile distinguerle. Abili, regolari e tranquilli nel volo, i Vespieri non scendono che rare volte sul terreno, per ghermire qualche insetto che vi abbiano scorto: svolgono le loro cacce aggirandosi a buona altezza nell'aria, oppure, quando il tempo è cattivo o sono nel periodo della riproduzione, tenendosi sui rami sporgenti degli alberi e di lì sottoponendo a continua osservazione lo spazio circostante, pronti a balzare sull'eventuale vittima. La loro voce è un cicalìo non sgradevole. Il cibo è prevalentemente composto di insetti colti a volo, oppure sui rami o sul terreno. Sono ghiottissimi di api e di vespe, e, cosa molto singolare, le inghiottono senza privarle del pungiglione: la esperienza ha dimostrato che il veleno di questi insetti è generalmente letale per gli uccelli, i quali, quando intendono cibarsene, usano strappare loro il pungiglione. I Vespieri, invece, li inghiottono senza alcuna precauzione. Per quanto riguarda la riproduzione, tutte le specie di questa famiglia nidificano socievolmente in cavità scavate orizzontalmente nei terreni che hanno pendìo verticale. Una stessa zona comprende molti nidi, posti in prossimità l'uno dell'altro e consistenti in un condotto d'accesso che immette in una specie di piccolo forno, una stanzetta che costituisce l'abitacolo vero e proprio. Le uova, bianchissime, variano in numero da quattro a sette e vengono deposte sulla nuda sabbia. Sfortunatamente, è impossibile allevare in gabbia questi gradevoli uccelli: anche quelli che vengono imboccati muoiono presto, e tutti i tentativi compiuti, mettendo a profitto le cure più assidue, sono rimasti senza esito.

GRUCCIONE (Merops apiaster)

Lungo circa venticinque centimetri, il Gruccione ne ha tredici di ala, oltre dieci di coda e quaranta-quarantadue d'apertura alare. Le piume sono bianche sulla fronte, verdi sull'alto del capo, bruno-castane o cannella sul resto della testa, sulla parte posteriore del collo e sulle remiganti centrali, e gialle con riflessi verdi sul dorso. Le redini, che arrivano fino alla metà del collo, e il margine della gola colorata di giallo-oro, sono neri, le parti inferiori sono azzurre o verdi, le remiganti laterali verde-erba con i margini azzurri e le timoniere verde-azzurre con sfumature giallicce, ad eccezione dell'estremità delle centrali, che è nera. L'occhio è rosso-carminio, il becco nero ed il piede rossiccio. Le zone in cui è possibile trovare il Gruccione nidificante incominciano con le regioni poste al nord dei Pirenei e delle Alpi, ma si tratta tuttavia di casi abbastanza sporadici ed infrequenti: la regola è che, per nidificare, l'uccello sceglie il mezzogiorno europeo - Grecia, Spagna, Italia, le isole del Mediterraneo, l'Ungheria e la Russia meridionale -, nonché una buona parte dell'Asia. Nell'Asia Minore e nella Palestina non è meno frequente che nel sud europeo, e lo si trova pure in Persia nel Kashmir e nella Cina. Compare talvolta non solo nella Germania del centro e del settentrione, ma anche in Danimarca, in Svezia e perfino in Finlandia: naturalmente, non vi si sofferma per nidificare. Di abitudini regolarmente migratorie, abbandona con il sopraggiungere dei primi freddi le patrie località e si dirige - a seconda che si tratti di soggetti europei od asiatici - verso il meridione africano e verso l'India, per ricomparire con l'aprile e con i primi di maggio. Appena ha ripreso contatto con le proprie sedi estive, di regola scioglie gli stuoli in cui si è mescolato per intraprendere la migrazione: succede però abbastanza spesso che le coppie, se trovano luoghi adatti alla ricezione di parecchi nidi, si uniscano in colonie che ne comprendono fino a sessanta. Se un'opportunità di questo genere non esiste, ciascuna coppia provvede da sola, come meglio può, a soddisfare i propri bisogni. Nei pressi delle colonie è più facile, per l'osservatore, cogliere da vicino i modi caratteristici in cui si svolge la giornata dei gruccioni. A differenza delle specie minori della famiglia, che non abbandonano che per brevi intervalli le loro dimore, essi durante il giorno se ne allontanano anche abbondantemente, e vanno a cercare il cibo, tutti assieme, nelle zone elevate. Gli stormi si tengono vicini anche se non del tutto uniti, e stabiliscono di preferenza i propri luoghi di caccia nelle brughiere, dove è più facile trovare le api. Il loro cibo prediletto è, infatti, costituito dagli insetti armati di pungiglione, il che li spinge a mettere a ruba, oltre agli alveari, i nidi delle vespe, dei calabroni e dei pecchioni: essi si pongono nelle vicinanze di queste dimore, e in breve volgere di tempo ne distruggono completamente gli abitanti. Non per questo disprezzano gli altri insetti, locuste, cicale, mosche, tafani, moscerini o coleotteri, qualunque insetto volante è buono, purché sia possibile inghiottirlo intero, per poi espellere, in piccole pallottole, le parti non digeribili. Verso la fine di maggio incomincia per il Gruccione il periodo della riproduzione. L'uccello scava lungo le rive sabbiose od argillose di qualche corso d'acqua un foro rotondo del diametro di cinque o sei centimetri, adoperando a questo fine il becco e le unghie, e lo addentra nel terreno per una profondità di oltre un metro: al termine è situata una cameretta lunga circa venti centimetri, larga quindici ed alta dieci, sul fondo della quale la femmina depone in giugno da quattro fino ad un massimo di sette uova. Maschio e femmina collaborano all'allevamento della prole, che verso la fine del mese incomincia timidamente ad affacciarsi al nido ed a muoversi all'esterno di esso, sorvegliata ed alimentata dai genitori. Sulle prime tutta la famiglia tiene il nido come punto di riferimento, e vi fa ritorno regolarmente al termine delle proprie scorribande: dopo alcune settimane, però, i piccoli si rendono indipendenti, e all'atto di disporsi alla partenza hanno già assunto pienamente l'aspetto degli adulti, per cui non esistono più differenze tra i giovani e i vecchi. La tendenza a distruggere gli alveari ha spesso causato severe misure punitive dell'uomo nei confronti dei gruccioni: occorre dire, ad ogni modo, che questi uccelli sono tutt'altro che timidi, e, quando trovano dei buoni e facili bocconi, non si lasciano spaventare neppure dalle fucilate. Naturalmente, il moltiplicarsi delle persecuzioni ha per effetto l'affinamento dei loro istinti difensivi e l'accrescersi della loro diffidenza, per cui, attualmente, non è molto facile avvicinarsi a loro e abbatterli con il fucile.

Il Gruccione: la vita nella colonia

GRUCCIONE NUBIANO (Melittotheres nubicus)

E' una delle specie maggiori della famiglia, distinte da forme particolarmente tarchiate, becco robusto, timoniere mediane molto prolungate; le sue misure vanno dai più che trenta centimetri della lunghezza complessiva ai quindici delle singole ali, ai diciotto delle timoniere centrali, mentre le altre superano di non molto i dieci. Di piumaggio elegantissimo, il Gruccione Nubiano è generalmente colorato di rosso, sanguigno superiormente e roseo nelle parti inferiori; la testa, la gola ed il sottocoda sono verde-azzurrognoli, una striatura che parte dall'angolo del becco e, passando attraverso gli occhi, si prolunga fino alla regione auricolare, è nera, così come le punte delle remiganti anteriori e posteriori e quelle delle timoniere centrali. Come in tutti i gruccioni, anche in questo l'occhio è carminio, mentre il becco è nero ed il piede bruno. Diffuso in molte parti della costa orientale dell'Africa, in alcuni luoghi è frequentissimo ed in altri raro; vive in colonie di sessanta o ottanta individui che nidificano l'uno vicino all'altro, e trova cibo copioso nelle diverse qualità di insetti che abbondano nelle radure e nelle praterie che separano un bosco dall'altro. Le vittime vengono raccolte in volo oppure sul terreno, e, per sorprenderle, gli uccelli mettono, quand'è possibile, a profitto le conseguenze degli improvvisi incendi che divampano nelle steppe. E' uno spettacolo dei più grandiosi, che per il naturalista ha poi il fascino particolare che viene da quegli avvenimenti che gli permettono di approfondire le proprie cognizioni. Quando l'ardore del sole e la prolungata siccità hanno praticamente distrutto ogni traccia di vita vegetale e mutato la steppa, così bella nella stagione delle piogge, in una squallida solitudine, i nomadi attendono che il vento soffi impetuosamente per appiccare il fuoco alle erbe secche, ed in tale direzione che il vento possa sospingerlo ed alimentarlo. Con la rapidità dell'uragano le fiamme si diffondono su ampie linee ed avanzano per la pianura, in un mare infuocato che si distende per molte miglia e dal quale sale una nube di fumo nero e densissimo. Tutti gli animali della steppa sono sospinti in una fuga disperata, i leopardi e gli altri carnivori, compreso il leone, sono costretti a dimenticare le loro sanguinarie abitudini e a mescolarsi ai branchi velocissimi delle antilopi, mentre gli animali che strisciano e gli insetti che volano vengono raggiunti ed inceneriti in gran numero. A completare la strage accorrono molti nemici attratti dal divampare delle fiamme: gli uccelli rapaci, i rondoni ed i gruccioni nubiani accompagnano indietreggiando i progressi del fuoco, e tutti sanno trarre profitto dalla copiosa preda snidata dall'incendio. Il coraggio dei piccoli gruccioni è veramente sbalorditivo: essi precipitano dalle più alte regioni fendendo il fumo senza esitazione, lambiscono i guizzanti vortici delle fiamme, si alzano per divorare la preda e tosto scompaiono di nuovo tra i nugoli di fumo. Non sempre riesce loro di preservare dal fuoco le ali o la coda, ma la loro spericolatezza è tale che ci si meraviglia ogni volta che li si vede uscire vivi da un simile inferno di fuoco. Intorno alla riproduzione del Gruccione Nubiano, sappiamo che essa si verifica intorno ai mesi di aprile e di maggio, e che i nidi consistono nei consueti cunicoli scavati nel terreno, obliqui e sempre rivolti dalla parte contraria a quella da cui spira normalmente il vento. Nei luoghi adatti se ne possono trovare delle colonie molto numerose.

GRUCCIONE DALLA GOLA ROSSA

Come le altre specie della sua famiglia, si distingue per il becco sottile ed elegante, per la coda tronca e di media lunghezza e per i bellissimi colori del piumaggio: verde nelle parti superiori, ha le inferiori color bruno-cannella, la fronte mista di verde e di azzurro, la gola rosso-scarlatta, la parte posteriore del ventre, il sottocoda ed il groppone azzurri; attraverso l'occhio passa una redine nera e marginata inferiormente di azzurro turchese, le remiganti secondarie hanno alla estremità una fascia nera e sono anche esse marginate esternamente di azzurro-turchese. L'iride è rosso vivo, il becco ed i piedi sono neri; quanto alle misure, esse vanno dai venti centimetri della lunghezza totale ai dieci circa delle ali ed agli otto della coda.

GRUCCIONE DALLA CODA DI RONDINE (Melittophagus hirundinaceus)

Il carattere principale del genere di cui è tipo, è dato dalla coda forcuta. Il Gruccione dalla Coda di Rondine misura in lunghezza poco più di venti centimetri, ne ha oltre dieci di coda e otto di ala; le piume delle parti superiori sono di colore verde-gialliccio, e sotto determinate incidenze di luce assumono riflessi verde-oro, mentre il groppone, le copritrici superiori della coda e la coda stessa sono più scuri, le parti inferiori verdiccio-chiare e divise dal petto da una fascia azzurrina, il sottocoda e una striscia che unisce l'occhio alla narice sono color turchese e le redini, secondo il solito, nere. Questo uccello vive nell'Africa del Sud e dell'Ovest, quasi sempre nelle selve d'alberi ad alto fusto ed anche a notevole distanza dalle acque. Nelle regioni meridionali del continente si comporta come uccello di passo, comparendo e scomparendo a stagioni fisse: vive normalmente in coppie, e si raccoglie in piccoli branchi quando i suoi piccini sono diventati adatti al volo. Alimentazione e riproduzione non sono diverse rispetto alle specie affini: va ricordato soltanto che la covata consta di cinque o sei uova e che il loro colore è bianco azzurrognolo.

GRUCCIONE ADORNO (Cosmaërops ornatus)

L'unico Gruccione che vive in Australia e lungo circa venti centimetri, ne ha dieci di ala e poco meno di coda; il suo piumaggio è verde nelle parti superiori, con la sommità del capo, la nuca e le penne remiganti bruno-rosse, il dorso ed il groppone azzurro-turchese; le parti inferiori sono anch'esse colorate di verde, la gola è gialla e divisa dal petto da una fascia nera, il sottocoda azzurro e le redini nero-velluto con margini inferiori celesti.

SANGROK (Nyctiornis athertoni)

Questa specie è una delle molte che rappresentano la famiglia dei vespieri nella penisola indiana, e che sono così diverse dal tipo generale che alcuni naturalisti - a noi pare a torto - ne hanno fatto una sottofamiglia distinta. I caratteri sono dati dal becco di media lunghezza, forte e curvo, dalle ali non troppo lunghe, dalla coda lunga e troncata quasi in linea retta e dal piumaggio ricco e morbido, che assume una forma particolare sul collo e sul petto.

GHIANDAIE MARINE

Le Ghiandaie Marine sono uccelli piuttosto simili ai gruccioni: di proporzioni abbastanza notevoli, e vivacemente colorate, hanno il becco di mediocre lunghezza, lungo, forte, retto, un po' largo alla base, stretto all'apice ed adunco; i loro piedi sono deboli e brevi, le remiganti molto lunghe o di media lunghezza e sempre piuttosto larghe, la coda media, ora tronca, ora tondeggiante ed ora leggermente forcuta, con le due timoniere esterne, solo raramente molto più lunghe delle altre; il piumaggio è aspro e ruvido, con gli steli rigidi e le barbe lisce e decomposte. Diffuse in Europa, in Asia ed in Africa, le Ghiandaie Marine sono rappresentate in Australia da pochissime specie: amano le regioni pianeggianti ed asciutte, mentre sono rare sui monti e nelle zone feraci e ricche di frutta, e si può dire che le loro sedi abituali siano date dai boschetti non molto folti ed estesi, in cui vi siano pero, sparsi, alberi ad alto fusto, pareti rocciose, edifici abbandonati e, insomma, tutti quei punti elevati dai quali esse possano partire, come da altrettanti posti di osservazione, per ghermire le loro prede: insetti catturati in volo o sul terreno, piccoli topolini, lucertole o altri rettili di non eccessive proporzioni. Di quando in quando devastano anche le nidiate degli altri uccelli, ed in determinate stagioni non disdegnano la frutta: il nutrimento animale è comunque quello al quale si dedicano più volentieri. Tutte le specie di questa famiglia sono di indole irrequieta, incostante e poco piacevole: nel loro carattere si mescolano una grande timidezza, il sospetto, la vivacità sfrenata e selvaggia, l'inclinazione al frastuono ed al litigio e la non addomesticabilità degli adulti. E' ben difficile che stiano posate a lungo; se devono compiere degli spostamenti, non lo fanno quasi mai sul terreno o tra i rami, ma ricorrono al volo, che è rapido e agilissimo; la voce aspra e sgradevole ricorda da vicino il nome onomatopeico di «raken» che è dato in Germania a questi uccelli. Quanto ai reciproci rapporti, soltanto nel periodo in cui la cosa è resa necessaria dall'obbligo di curare la prole le coppie restano unite, per poi rapidamente separarsi; la specie europea migra regolarmente, ma non si dirige verso sedi tradizionali fisse, e nelle località di svernamento non desiste dal compiere escursioni, unica forma di movimento prolungato propria alle specie che vivono nelle zone intertropicali. Riguardo alla nidificazione, la specie del nostro continente suole collocare le proprie costruzioni nelle cavità degli alberi, mentre le altre mettono a profitto anche i buchi dei muri, gli spacchi delle pareti argillose e quelli delle rupi; malamente intessuto, il nido vero e proprio consiste di steli, radici, crini e piume, e contiene nell'epoca adatta, una covata di quattro o cinque uova bianche e lucide, alla cui incubazione provvedono entrambi i genitori, pronti ad aiutarsi scambievolmente anche nell'allevamento dei piccoli. Poco socievoli come i genitori, i nuovi nati li abbandonano non appena si sentano in grado di bastare a sé stessi; e del resto padre e madre non spingono le loro cure oltre un certo segno, e si guardano bene, per esempio, dal tenere sgombro e pulito il nido, che diventa, con l'andar del tempo, simile ad un vero e proprio immondezzaio. Allevare in gabbia le Ghiandaie Marine non è mai agevole: pressoché impossibile se si tratta di individui adulti, anche i giovani richiedono cure continue e precise, alle quali tuttavia non sempre corrisponde una assuefazione sufficiente, almeno, a tenerli in vita: del resto, non sono granché piacevoli, se ne stanno per lo più immobili, si insudiciano facilmente e non corrispondono all'eventuale affezione dei padroni. Oltre che dagli allevatori, esse devono guardarsi dal cacciatore, attratto dalla bontà delle loro carni e disposto a compiere delle vere e proprie stragi (dannosissime, perché, anche se qualche volta esse mettono a sacco le nidiate, il complesso dell'attività vitale che svolgono riesce grandemente utile all'uomo), nonché dai falchi, e dai piccoli mammiferi che sanno arrampicarsi sugli alberi e che spesso ne distruggono le nidiate.

GHIANDAIA MARINA o GAZZA MARINA (Coracias garrulus)

Il genere di cui è tipo la Ghiandaia o Gazza Marina si riconosce per il becco forte, dritto, robusto, leggermente curvo ed uncinato al culmine e di media lunghezza; il tarso è più breve del dito medio, la seconda remigante più lunga delle altre, la coda tronca in linea retta con le due penne esterne lunghe quanto le centrali. Questo uccello misura in lunghezza da trenta a trentatré centimetri, ne ha fino a settanta di apertura alare, tredici di coda e venti per ciascuna delle ali. Nel suo abito, molto bello, predomina il colore verde-mare, ma il dorso è bruno-cannella, la fronte ed il mento sono bianchicci, le remiganti di un azzurro diversamente sfumato nella parte superiore e nell'inferiore, le copritrici dell'ala e le piume del groppone azzurro cupo, le timoniere esterne azzurro-chiare, le altre azzurro cupo alla base ed azzurro chiaro all'apice e le due mediane, infine, colorate di verde-azzurro o di verde-grigio. L'iride è bruna, il becco nero e il piede giallo sporco. I giovani si distinguono per il colore verde-grigio della sommità del capo, dell'addome e della parte posteriore del collo, per il bruno-cannella del dorso e per il verde-azzurro pallido della coda. La Ghiandaia Marina è stata osservata in tutta Europa, dalla Scandinavia all'estremo meridione; è comune anche nell'Asia centrale ed occidentale, e nel corso delle migrazioni invernali raggiunge le più meridionali regioni dell'Africa e la penisola indiana. L'indole schiva e timida, caratteristica della famiglia cui appartiene, si manifesta soprattutto in Europa, mentre nelle regioni meridionali essa si accosta con una certa confidenza all'uomo. Irrequieta ed instancabile, al di fuori del periodo della riproduzione si tiene continuamente in moto, passando da una cima all'altra in cerca di preda; solo quando il tempo è uggioso, appare svogliata e abbattuta, mentre, in circostanze favorevoli, compie nell'aria le più ardite evoluzioni, precipitando a capofitto da grandi altezze, risalendo o svolazzando con rapido battere d'ali e senza uno scopo apparente. Fra i rami non saltella, ma come gli altri levirostri, si sposta da un ramo all'altro aiutandosi con le ali; anche sul terreno si muove a disagio, accostandovisi solo se si tratta di raccogliere qualche piccolo animale. Mentre i sensi e l'intelligenza appaiono ben sviluppati, l'indole è tutt'altro che piacevole: si tratta infatti di uccelli rissosi, intolleranti, in lotta con tutti e specialmente con i loro simili, pacifici soltanto durante l'incubazione e le migrazioni invernali. Il loro grido consueto è un suono ripetuto ed aspro, l'espressione dell'ira stridula e l'accento della tenerezza flebile e acuto. Insetti di ogni sorta e piccoli rettili, specialmente coleotteri, locuste, vermi, piccole rane e lucertole, costituiscono la parte prevalente del cibo della Ghiandaia Marina, che alcune volte insegue anche qualche piccolo topo o preda gli uccelletti. A quanto pare non le dispiacciono certi alimenti vegetali, per esempio i fichi di cui è particolarmente ghiotta, ma è certo comunque che il suo cibo più ordinario è dato dagli insetti. Li spia dalle cime degli alberi su cui sta posata, e non appena li scopre, si precipita su di essi, li coglie e fa ritorno alla sua sede; non ha un grande bisogno di acqua né per bere né per bagnarsi, come è dimostrato dal fatto che ama vivere e trastullarsi nelle steppe del tutto aride. Nell'Europa centrale e particolarmente in Germania, questo uccello suole nidificare nelle cavità degli alberi dopo averle rivestite di radici secche, steli, crini e piume; nel meridione europeo preferisce le fessure e gli spacchi delle muraglie, oppure scava, come fanno i gruccioni, dei fori nelle pareti argillose verticali. Sovente i nidi sono l'uno vicino all'altro e costituiscono delle colonie vere e proprie: ciascuno di essi contiene da quattro a sei uova bianche e lucidissime che vengono covate alternativamente da entrambi i genitori, così zelanti da lasciarsi talvolta sorprendere nel nido piuttosto che darsi alla fuga. I giovani vengono nutriti di insetti e piccoli bachi, e poiché, secondo il costume dell'intera famiglia, i genitori non si curano di spazzare il nido essi giacciono spesso immersi nelle scorie e nelle immondizie: molto precoci, imparano rapidamente a volare, accompagnano i genitori e con essi intraprendono i viaggi di migrazione. La caccia alla Ghiandaia Marina non è difficile, ma tra noi è poco diffusa: nell'India invece l'uccello è sottoposto a molteplici trabocchetti ed insidie. Riguardo ai suoi costumi in gabbia, si può ripetere quanto s'è detto, parlando in generale della sua famiglia.

UCCELLO DAL DOLLARO (Eurystomus pacificus)

Gli Euristomi si distinguono dalle ghiandaie marine soprattutto per il becco breve e molto basso, largo ai lati, tondeggiante sul culmine e fortemente ricurvo. La nostra specie, che prende il nome volgare da una macchia bianco-azzurrognola che spicca al centro delle penne remiganti, misura in lunghezza circa venticinque centimetri, e ne ha sedici d'ala e nove di coda. Il suo piumaggio è bruno-scuro sulla testa e sul collo, nero nella regione della guancia, verde-chiaro sulle parti superiori, azzurro con striature più chiare lungo gli steli, sulla parte inferiore della gola e verde chiaro sul resto delle parti inferiori, mentre le remiganti sono generalmente colorate di azzurro vivace. L'occhio è bruno scuro, le palpebre, il becco e le gambe sono rossi. Originario dell'Australia, l'Uccello dal Dollaro è diffuso nella Nuova Galles del Sud e nelle regioni del deserto Vittoria, al centro del continente; di abitudini migratorie, compare in primavera oppure subito dopo aver completato l'allevamento dei piccoli, per poi scomparire in direzione del settentrione. La sua indole ardita si manifesta soprattutto nel periodo della propagazione, allorché assale senza paura tutti i nemici che si azzardano ad accostarsi al suo nido.

PRIONITI

Nell'America meridionale, le ghiandaie marine sono rappresentate da alcuni uccelli che si dicono Prioniti, e che offrono qualche analogia con esse ma ne differiscono per la coda più lunga, i tarsi più alti e i margini seghettati del becco. Questo è leggermente curvo, acuto, non uncinato e compresso lateralmente; la bocca è circondata da setole rigide ma non troppo lunghe, le ali sono piuttosto brevi e tondeggianti e la coda, forte e cuneata, si compone in certe specie di dieci, in altre di dodici penne, le centrali più lunghe delle altre e di solito prive di barbe in prossimità dell'apice. La struttura interna presenta alcune singolarità e, in generale, lo scheletro assomiglia sia a quello delle ghiandaie marine che a quello dei cuculi. La colonna vertebrale comprende tredici vertebre cervicali, otto dorsali e altrettante coccigee, lo sterno è breve e largo e la forchetta non si unisce con la sua carena. Tra gli organi interni, la lingua si distingue per una certa somiglianza con quella dei tucani; finisce in una superficie cornea, sfilacciata, a doppio lobo e foggiata a lancetta, che riempie quasi completamente la mascella inferiore.

I Prioniti sono uccelli silvani che si trovano un po' dappertutto nel continente americano, ma sempre in numero scarso; vivono in coppie o isolati, e si tengono di norma lontani dai luoghi abitati. La loro voce si può udire specialmente nelle ore serali, e ricorda il suono di un flauto; il loro cibo comprende soprattutto insetti raccolti sul terreno.

MOTMOT (Prionites momota)

Il Motmot è una delle specie più note della famiglia, e misura oltre quarantacinque centimetri di lunghezza complessiva, ventotto dei quali fanno parte della coda, e più di quindici centimetri d'ala. Le piume del dorso, le copritrici delle ali e le cosce sono colorate di verde-oliva, il collo, la gola, il petto ed il ventre sono giallo-ruggine, l'alto del capo, le gote e le redini neri e la fronte ed un cerchio che circonda il capo verde-mare; il grigio-nero è il colore delle penne remiganti, le primarie tra le quali hanno il margine anteriore turchino, mentre la coda, composta di dodici penne, è verde se guardata dall'alto e nera se vista dal basso. L'occhio è bruno e rosso, il becco nero, il piede grigio-bruno.
Il Motmot vive nelle selve del Brasile settentrionale e nella Guiana; schiva le radure e tutti i luoghi poco ombrosi, ed è difficile che si mostri al margine delle foreste. Stando nascosto, manda un suono flebile e ripetuto, ed ha la particolarità di accompagnarne ogni sillaba con movimenti della coda che ricordano, più gravi, quelli della nostra cutrettola.

EURILAIMI

La piccola famiglia degli Eurilaimi ci conferma la difficoltà di assegnare un posto preciso a certe specie di uccelli: alcuni la accostano ai pigliamosche, altri alle pipre, ai succiacapre o alle ghiandaie marine, e sarebbe difficile dire chi si avvicini maggiormente alla verità, perché, rigorosamente parlando, i suoi membri hanno una struttura così speciale che riesce difficile collegarli a qualsiasi altra categoria di uccelli.

Dotati di un becco più breve del capo, forte, basso, molto largo alla base e rapidamente ristretto verso la punta, con la mascella superiore uncinata e chiaramente carenata, i margini ripiegati all'indietro, lo squarcio che giunge fin sotto l'occhio e l'apertura della bocca di poco inferiore a quella dei podargi, essi hanno forme tozze, piedi mediocremente lunghi e piuttosto robusti, con il dito esterno saldato al medio fino alla seconda articolazione e con l'interno fino alla prima; l'ala è breve e rotonda e la coda può essere graduata, tondeggiante, o, più di rado, leggermente troncata. Abitano l'arcipelago Malese e Indiano, e mostrano di preferire il folto dei boschi, ben lontano dalle abitazioni dell'uomo.

CORIDONE DI SUMATRA (Curydon sumatranus)

Le sue forme sono tarchiate e simili a quelle dei falchi, il becco breve, largo, carenato e festonato ai margini, con la mascella inferiore quasi completamente contenuta nella base della superiore; i piedi sono brevi con tarsi robusti e dita lunghe, le ali tondeggianti ed ottuse, e la coda è formata da dodici penne di mediocre lunghezza. Il colorito generale è nero cupo, la gola e la parte anteriore del collo sono giallo-sbiadite, il mezzo del dorso rosso-fuoco, le remiganti nere, ad eccezione di una macchia bianca che si estende dalla seconda alla settima e le timoniere nere, le due centrali di quest'unico colore e le altre trasversalmente fasciate di bianco in prossimità degli apici. L'occhio è bruno, il becco ed uno spazio nudo intorno all'occhio sono rosso carminio, il piede è bruno-nericcio; quanto alle misure, il Coridone è lungo circa ventitré centimetri, ne ha dieci di ala e otto di coda: il becco è di poco inferiore ai tre centimetri in lunghezza, mentre li raggiunge in larghezza alla base.

Originario delle isole di Borneo e di Sumatra, questo uccello vive silenziosamente in piccoli branchi lungo le rive dei fiumi che solcano le fitte, umide ed ombrose foreste.

EURILAIMO GIAVANESE (Eurylaimus javanicus)

Distinto dai precedenti praticamente soltanto per la forma del becco, alquanto più lungo e piatto e con i margini maggiormente tondeggianti, questo uccello misura in lunghezza poco più di venti centimetri, ne ha circa dieci di ala e sei di coda. Il suo piumaggio è bruno-nero sulle parti superiori, giallo-limone sul groppone e rosso-grigiastro sull'addome; lungo il dorso e lungo le scapolari corrono due striature giallo-limone, e questo stesso colore si ritrova in alcune macchie marginali allungate delle penne remiganti, mentre, in prossimità dell'apice della coda è disposta una fascia bianca. Il becco è nero lucido con il margine ed il culmine bianco-grigiastro, e il piede è bruno-giallo. Le femmine si distinguono per avere le parti superiori macchiate, e le inferiori colorate in modo meno appariscente.

Com'è rivelato dal suo nome volgare, l'uccello vive nell'isola di Giava, e si trattiene di preferenza sulle rive dei fiumi e degli stagni, cibandosi di vermi e di insetti ed appendendo il nido ai rami sporgenti sull'acqua.

RAYA (Psarisomus dalhousiae)

Questo uccello, una delle specie indiane della famiglia, raduna in sé i caratteri degli eurilaimi, dei gruccioni e dei tucani, e si riconosce per il becco di media lunghezza, a pianta triangolare, curvo sul culmine ed uncinato, per le ali brevi e leggermente arrotondate, la coda lunga e graduata ed il vivace colorito del piumaggio. Lungo trentacinque centimetri, con ali di dieci, coda di tredici ed apertura alare di poco superiore ai trenta, è colorato di azzurro sulle parti superiori ed ha la sommità del capo nera ad eccezione di una macchia azzurro-lucente; la fronte, le redini, un piccolo ciuffo nella regione auricolare, la gola ed uno stretto collare dorsale sono gialli, le parti inferiori verdi, le remiganti bruno-nere con il pogonio esterno azzurro, e le timoniere di questo stesso ultimo colore nella parte superiore e bruno lucido nell'inferiore. L'occhio è bruno, il becco verde ma con il culmine nero, il piede giallo-verdiccio. Questo bellissimo uccello sì trova sull'Himalaya, dalle falde fino ad una elevazione di circa duemila metri, ma pare che non sia molto comune; isolato o in coppie, vive nel fitto dei boschi, e nel suo stomaco si sono trovati avanzi di locuste e di cicale. Il nido che costruisce è grande e si compone di erbe e muschio, sommariamente intessuti all'interno delle cavità arboree.

Normalmente le sue covate si compongono di due uova di colore bianco.

TODI

I Todi si possono considerare i rappresentanti americani degli eurilaimi, ed occupano per la forma del becco un posto del tutto singolare, per cui anch'essi sono stati collocati ora con questi ed ora con quelli: alcuni li ritengono come anelli di congiunzione fra gli altonidi e le muscicape, ed in realtà essi ricordano entrambe queste famiglie sia nelle forme che nei costumi. Tutte le poche specie sono di forme piccine e graziose: il becco è di media lunghezza, dritto e così piatto che si può quasi dire formato da due sottili lamelle, il culmine della mascella superiore è appena visibile e la punta è retta, la mascella inferiore è tronca, i margini sono molto finemente seghettati e lo squarcio della bocca giunge fin dietro gli occhi; i piedi sono eleganti, i tarsi poco più lunghi del dito medio, le dita esilissime e lunghe, le unghie sottili, brevi e poco ricurve ed aguzze; le ali sono brevi e tonde e la coda di media lunghezza, larga e leggermente intaccata; presso la base del becco spuntano alcune setole, e la lingua, infine, carnosa alla radice, è simile per il resto ad una piccola squama cornea e trasparente, che richiama la canna di una penna d'oca.

TODO o BARRANCOLI (Todus subulatus)

Il Todo, una delle poche specie di questa famiglia, è lungo poco più di dieci centimetri, ne ha oltre quindici di apertura alare, cinque di ala e quasi quattro di coda. Le sue parti superiori sono colorate di un bellissimo verde, l'addome è grigiastro, il ventre giallo pallido, la gola e la parte anteriore del collo rosse con sfumature verso il rosa; le penne remiganti sono verdiccio-grige, le timoniere centrali verdi e le due esterne grige. Il becco è tinteggiato di rossiccio-corneo nella mascella superiore e di rosso scarlatto pallido nell'inferiore, il piede è rosso-bruno o carnicino e l'occhio grigio pallido. Il Todo vive in molte zone dell'isola di Giamaica, e preferisce le creste montane coperte da pruneti impenetrabili, dove il suo lucido piumaggio verde-erba e la gola rossa attraggono ben presto l'attenzione dei cacciatori. Di indole confidente e bonaria, si lascia facilmente accostare, e anche se fugge, va sempre a posarsi su qualche ramo a brevissima distanza: spesso è possibile catturarlo con la rete destinata agli insetti, o addirittura con le mani. E' molto difficile vederlo sul terreno: saltella fra i rami e le foglie cercando piccoli insetti e mandando ad intervalli un richiamo flebile e sibilante, oppure se ne sta posato su un ramo con la testa piegata all'indietro, il becco volto verso l'alto e le piume irte, in un atteggiamento straordinariamente goffo che non gli impedisce tuttavia di spiare in ogni senso con i piccoli occhi in continuo movimento, per spiccare, di quando in quando, dei brevi voli diretti a catturare una preda che viene poi divorata al punto di partenza. E' raro che si cibi di sostanze vegetali, tuttavia nello stomaco di alcuni individui uccisi sono stati trovati piccoli semi mescolati ai coleotteri e agli imenotteri.

Il Todo nidifica nei fori del terreno: servendosi delle unghie e del becco, scava nelle pareti verticali dei cunicoli dapprima alquanto tortuosi, e allargati, dopo circa trenta centimetri, in una cameretta a forma di forno, rivestita abbastanza diligentemente di muschio secco, cotone e piccole radici. In essa la femmina depone quattro o cinque uova macchiate di bruno, sul fondo generalmente grigio, e provvede con il maschio ad allevare i piccoli, che restano nella cavità fino a che non sono adatti al volo. In caso di necessità, il Todo si adatta anche a nidificare sugli alberi.

In gabbia, benché piuttosto raro, l'uccello è dei più gradevoli, e sa attirarsi l'attenzione e la simpatia del padrone più distratto

ALCEDINIDI

Questi uccelli si riconoscono per la struttura robusta, il collo breve, la testa grossa, le ali e la coda corte o di media lunghezza; il becco è molto lungo, forte, dritto ed acuto, i piedi piccoli e provvisti di tre o quattro dita e l'abito elegantemente colorato, senza differenze tra i sessi e con minime variazioni in rapporto all'età. Nella struttura interna, il cranio pre senta parecchie analogie con quello dell'airone: il culmine del becco e la fronte si trovano praticamente in linea retta, la colonna vertebrale comprende undici vertebre cervicali, otto dorsali e sette coccigee, lo sterno è simile a quello dei picchi e le estremità inferiori sono provviste di tarsi brevissimi. La lingua è così piccola da sembrare del tutto sproporzionata al becco, più larga che lunga, quasi perfettamente triangolare, con margini laterali piegati all'infuori ed il posteriore all'indietro; la faringe è ampia ma priva di ingluvie, il ventricolo succenturiato è brevissimo, lo stomaco membranoso ed estensibile, e non vi sono intestini ciechi. Diffusi in tutte le parti del globo abbastanza uniformemente, quantunque la loro famiglia sviluppi tutta la sua varietà nella zona intertropicale, gli Alcedinidi amano stabilirsi a poca distanza dall'acqua, seguendone isolatamente o tutto al più in coppie il corso, dalle valli più elevate fino al mare. Come tutti gli uccelli pescatori, sono taciturni, di indole noiosa e invidiosa, nemici di ogni società sia con i propri simili che con le specie diverse, e pronti a scorgere nemici e rivali in ogni essere vivente. Trascorrono i loro giorni vagando secondo la direzione delle acque, ed alcune specie percorrono in questo modo vastissimi spazi. Soltanto per il tempo necessario alla riproduzione ed all'allevamento della prole si trattengono in un punto determinato.

Per quel che riguarda i movimenti, gli Alcedinidi stentano a camminare ed a volare, e mostrano qualche dimestichezza soltanto con l'acqua, tuffandovisi in modo del tutto particolare e riuscendo anche a nuotare per qualche tratto. La vista è il primo dei loro sensi, l'udito pare anch'esso abbastanza sviluppato: le facoltà intellettive sono invece rudimentali, e la migliore delle loro doti è l'affetto verso la prole.
Avidi di pesci, insetti, granchi ed altri simili animali acquatici, nidificano scavando profondi fori in ripide pareti, senza costruire un nido vero e proprio, ma ammorbidendo il fondo della cameretta in cui vengono deposte le abbondanti covate con strati di spine di pesce rigettate in forma di gomitoli.

Gli Alcedinidi non si possono certo considerare uccelli dannosi, poiché la quantità di pesce che consumano è ben poca cosa rispetto alle grandi masse che vivono nelle acque; essi non apportano d'altra parte alcuna utilità all'uomo.

ALCIONE o MARTIN PESCATORE (Alcedo atthis)

Conosciuto anche con il nome di Uccello Santa Maria e di Re Pescatore, ha per caratteri un becco lungo, sottile, diritto, con base forte che gradatamente si restringe, conico e alquanto compresso alla punta, i piedi sono brevi e piccoli, piccolissimo il dito posteriore, le ali corte ed ottuse e la coda composta di dodici penne piccole e brevi. Le piume del capo si prolungano in un breve ciuffo; e quanto al colorito, poiché esso non può essere scambiato con alcun uccello europeo, sarà sufficiente dire che le parti superiori sono azzurro oltremare e le inferiori bruno-gialle, mentre l'occhio è bruno-scuro, il becco ed il piede rossi. L'Alcione misura in lunghezza poco più di quindici centimetri, ha un'apertura d'ali superiore ai venticinque, coda di tre e ali di sette.

Tutta l'Europa, dal settentrione fino alle spiagge meridionali, nonché le regioni occidentali dell'Asia centrale, ospitano questo uccello, che in alcune zone dell'Africa si trova nidificante ed in altre compare regolarmente nel corso dell'inverno. Si trattiene di preferenza sulle rive dei fiumicelli e dei ripidi ruscelli, evita le acque torbide ed ama i boschetti ed i cespugli che fiancheggiano i corsi d'acqua. Mentre nell'Europa meridionale è stazionario, emigra dal nord, e nel centro si trattiene quando il freddo non sia tale da ghiacciare completamente le acque presso cui vive. Sempre isolato nella buona stagione, si riunisce ai suoi simili quando si tratta di migrare fino alle rive settentrionali del continente africano.

L'Alcione è un uccello sedentario per eccellenza: sta posato, del tutto immobile per lunghe ore, sempre con lo sguardo rivolto all'acqua in paziente attesa di una preda, e i suoi piccoli piedi sembrano fatti apposta per questa posizione, giacché gli rendono sempre piuttosto difficile muoversi sul terreno. Compie degli spostamenti solo se viene disturbato o se va in cerca di una posizione migliore per la caccia: se la fortuna lo assiste, passa la maggior parte del giorno nello stesso punto. Quando scorge una vittima, lo vediamo stendere il collo, piegarsi in avanti in modo che la punta del becco sia rivolta al basso, e poi precipitare nell'acqua senza far uso delle ali, scomparendo nelle onde e riemergendo con alcune battute d'ali: generalmente, queste puntate hanno per effetto la cattura di un piccolo animale acquatico, che va a divorare al punto di partenza dopo essersi scrollato dalle piume le goccioline d'acqua che vi si erano fermate. Per i lunghi spostamenti, naturalmente, l'Alcione si muove in volo: poiché le brevi ali sorreggono a fatica il suo corpo pesante, il volo appare stentato, ma, dato che le muove con grande celerità, riesce a spostarsi con straordinaria prestezza, fendendo l'aria in linea retta e tenendosi parallelo al piano delle acque. Alcune volte la fame ed il bisogno lo costringono ad inaspettate evoluzioni: lo vediamo, per esempio, alzarsi perpendicolarmente, librarsi per qualche tempo nell'aria fissando l'occhio al basso, e poi precipitare ed affondarsi nell'acqua. Normali per gli altri alcedinidi, questi esercizi non vengono compiuti che eccezionalmente dall'Alcione, e sono gli estremi mezzi ai quali ricorre soltanto nei casi di imperioso bisogno, soprattutto quando si tratta di nutrire la numerosa prole.

Le cacce di questi uccelli si risolvono regolarmente nella cattura di pesci di varie specie, sovente di mole rispettabile, ed anche di insetti. Per compierle essi adoperano una astuzia straordinaria, e non è raro che falliscano il colpo dal momento che possono afferrare una preda unicamente con il becco: in compenso, un unico pesce serve ad alimentarli per buona parte della giornata. Altri motivi di difficoltà vengono dalle condizioni locali o climatiche: se l'acqua è poco profonda, l'uccello corre il rischio di ferirsi battendo sul fondo; se, invece, è troppo profonda, la preda gli sfugge facilmente, e se le piogge e l'inverno intorbidano l'acqua, esso non riesce più a scorgere i pesci ed è costretto a desistere dall'inseguirli. L'inverno gli crea delle ulteriori difficoltà: la crosta di ghiaccio che si forma alla superficie dei corsi d'acqua lo mette nella necessità di andare a cercare i rari spazi liberi che la interrompono, e allora si trova esposto al pericolo di non trovare una uscita dopo essersi tuffato.

L'Alcione appare estremamente eccitato nel periodo degli amori, ripete continuamente un suo stridulo verso che nelle altre stagioni non si sente che di rado, vi aggiunge nuovi suoni e assume curiosi atteggiamenti. Come scrive mio padre, il maschio si posa spesso sulle parti più alte di un albero o di un arbusto e manda voci vibrate e sibilanti per richiamare la femmina; questa arriva, scherza brevemente con lui e prosegue la sua strada, costringendolo ad inseguirla e ad aspettare che rinnovi il suo giuoco. Sono queste le pressoché uniche occasioni che spingono questi uccelli, di albero in albero, ad allontanarsi dalle loro dimore abituali. L'accoppiamento si verifica alla fine di marzo o nei primi di aprile, e subito le coppie vanno a cercare un luogo adatto per la costruzione del nido. Scelgono pareti verticali asciutte, scoscese e spoglie di erbe, difficili da raggiungere per le donnole, i topi d'acqua e gli altri predoni: in una cavità rotonda a forma di forno, con le pareti lisce e il suolo coperto di lische di pesce, sulle quali la femmina depone da sei a sette uova molto grosse, rotonde, bianche, lucide e trasparenti. Può darsi che, procedendo nello scavo, l'uccello incontri delle pietre che gli sbarrino la strada: allora cerca di estrarle, e se non vi riesce, gira loro intorno; quando le pietre sono molte, naturalmente, l'andamento del canale di accesso alla stanzetta interna diviene molto tortuoso ma può anche darsi che praticarlo divenga troppo difficile e che l'uccello sia costretto a desistere dall'impresa e ad andare a cercare un'altra posizione per ricominciare il lavoro.

La covata è completa verso la metà di maggio o l'inizio di giugno: la femmina cova senza interruzione per quattordici o sedici giorni, ed il maschio, oltre a stare in vedetta di notte e parte del giorno le porta del pesce e tiene il nido sgombro dalle immondizie. Appena sgusciati, i piccini sono deformi, del tutto nudi, ciechi, con la testa grossa, il becco molto breve e la mascella inferiore più lunga della superiore: oltremodo goffi, fanno tremolare il capo e spalancano il becco per ricevere le larve di insetti e le libellule private della testa e delle ali, con cui i genitori inizialmente li alimentano. Prima di imparare a volare restano a lungo nel nido, ed in questo periodo i genitori sono continuamente impegnati in un pesante lavoro di ricerca del cibo. Recenti osservazioni hanno dimostrato che il periodo della riproduzione non è limitato per questi uccelli ai mesi indicati poiché parecchie circostanze possono ritardarlo: le piene dei fiumi, il tardare della buona stagione o la distruzione dei nidi, costringono spesso l'Alcione ad aspettare tempi migliori, per cui anche durante il settembre è a volte possibile trovare dei nidiacei.

Per quel che riguarda le insidie naturali le abitudini di vita consentono facilmente ai nostri uccelli di sottrarsi agli attacchi dei rapaci e degli altri predoni mentre d'altro canto, il nido è quasi sempre situato in modo da risultare irraggiungibile; anche l'uomo, e non per bontà di animo, non reca troppi danni agli alcioni. Allevarli in gabbia non è molto agevole, ed in ogni caso è possibile soltanto se si prendono degli individui in giovane età, perché gli adulti sono impetuosi, insofferenti, rifiutano il cibo, svolazzano disperatamente per la gabbia e finiscono per cadere stremati.

Google

C

p

i

l

eMail_to_trapaninfo.it

f

w

gbm w3c

^up^

Web Trapanese eXTReMe Tracker

TP Comuni

Copyright (c) 2002 -   trapaninfo.it home disclaim

w

WhatsApp-Chat

Ultima modifica :