Mammiferi Insettivori.

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Animali

Invertebrati Insetti

Mammiferi Artiodattili Carnivori Cetacei Folidoti Insettivori Iracoidei Lemuri Marsupiali Monotremi Perissodattili Pinnipedi Proboscidati Rosicanti Scimmie Sdentati Sirenidi Tubulidentati Volitanti

Uccelli Brevipenni Cantatori Coracirostri Fissirostri Giratori Gralle Lamellirostri Levirostri Longipenni Pappagalli Passeracei Razzolatori Ronzatori Steganopodi Urinatori Rampicanti Rapaci

Enciclopedia termini lemmi con iniziale a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z

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Mammiferi Insettivori

Introduzione

Ricci

Riccio Europeo (Erinaceus europaeus)

Riccio Orecchiuto (Hemiechinus auritus) Tanrek (Tenrec ecaudatus)

Toporagni

Tana (Tana tana) Tupaia (Tupaia Glis) Coda Piumata (Ptilocercus lowii) Macroscelide (Macroscelides proboscidens)

Bula (Echinosorex gymnura) Solenodonte (Solenodon paradoxus) Sondeli o Mondjuru (Sorex murinus)

Toporagno Comune (Sorex vulgaris)

Crossopo (Crossopus foediens)

Mustiolo (Suncus etruscus) Miogale dei Pirenei (Galemys pyrenaicus) Desman (Desmana moschata)

Talpe

Talpa Ccomune (Talpa europaea)

Talpa Cieca (Talpa coeca) Condilura o Talpa dal Muso Stellato (Condylura cristata) Talpa Dorata (Chrysochloris aurata) Scalope Comune (Scalops aquaticus) IMISU (Urotrichus talpoides)

VITA DEGLI ANIMALI - MAMMIFERI - INSETTIVORI

INTRODUZIONE

La seconda principale divisione dei carnivori comprende le tre famiglie che si nutrono prevalentemente d'insetti. Considerando il solo modo di nutrirsi, si dovrebbero annoverare fra loro i pipistrelli; ma a ciò si oppone la struttura di questi, sebbene la loro dentatura abbia la più decisa rassomiglianza con quella dei carnivori Insettivori. Possiamo considerare le famiglie che ci si presentano ora come segnanti il passaggio tra i carnivori e i pipistrelli. A questi somigliano i carnivori Insettivori anche per la mole minore del loro corpo come per il loro modo di vivere. Gli Insettivori sono per lo più mammiferi di brutto o almeno di non bello aspetto, distinti inoltre per la riduzione di certe parti e per lo strano sviluppo di certe altre. Nella conformazione del corpo si allontanano moltissimo dai tratti fondamentali comuni alla struttura dei carnivori. Le loro forme sono le più varie, anzi, di tutto l'ordine. Cominciamo col dire che nella maggior parte dei casi il corpo è depresso, le membra accorciate, tutt'al più eccettuandone la coda; non di rado il naso si allunga in proboscide, le orecchie variano di mole; gli organi dei sensi sono in parte molto sviluppati e, d'altro lato, singolarmente e quasi totalmente rudimentali, sicché molto spesso un senso deve surrogar l'altro. Le facoltà intellettuali si accordano con questa conformazione fisica: i nostri animali sono creature stupide, burbere, diffidenti, paurose, amanti della solitudine e colleriche; mentre il loro particolare modo di vivere risulta da queste qualità, come dalla struttura del corpo. La maggior parte di essi vive sottoterra, scavando e smuovendo il terreno, o almeno nascosti in profondi nascondigli; alcuni stanno nell'acqua, altri sugli alberi. La loro meravigliosa operosità fa sì che oppongano salde barriere alla moltiplicazione degli insetti e vermi dannosi, delle chiocciole e di altri animali infimi, e persino allo sviluppo di molti piccoli roditori. Quasi senza eccezione sono tutti eccellenti lavoranti nelle vigne, ma sono riconosciuti e stimati tali dal naturalista; la gente semplice li paventa. Da ciò appare evidente la verità dell'antico proverbio, che la notte non è amica dell'uomo. Vogt dice: «Tutto quel che di notte tempo vola o striscia, viene subito e senz'altro esame preso in uggia ed in timore dal sentimento popolare, ed è difficilissimo convincere la generalità che gli arcieri e le spie, che seguono le tracce del reo strisciante nell'oscurità, debbano uniformarsi ai costumi di questo, né lo possono insidiare alla luce del sole. Una sola occhiata alle fauci spalancate d'un insettivoro basta a dimostrarci immediatamente che questi animali devono essere carnivori, più carnivori ancora, se così si può dire, dei gatti e dei cani, che il sistema chiama carnivori per eccellenza. Le due mandibole sono munite di intaccature taglienti, acute; lame di denti, simili a pugnali, spuntano ora al posto dei denti canini, ora lontano dietro, sul vertice della corona dei denti; piramidi acute, la cui sommità presenta due file simili ai denti d'una sega, alternano forme di denti che non sono dissimili dalle lame dei coltelli da tasca inglesi. Tutto questo sistema indica che i denti sono destinati ad azzannare e a ritenere insetti anche dal saldo involucro, come i coleotteri. Questi caratteri non possono trarre in inganno, poiché se il celebre gastronomo francese Savarin poté emettere questa sentenza: "dimmi quel che mangi e ti dirò chi sei", si ha anche il diritto di dire al mammifero: "mostrami i tuoi denti, ch'io ti dica che cosa mangi e chi tu sia". L'insettivoro non mastica e non macina con i suoi denti; non fa altro che mordere e traforare. Le corone dei suoi denti non sono ottuse dal di sopra, ma soltanto affilate dall'incontro dei rilievi della dentatura. Chi vuol prendersi la pena di confrontare la dentatura di un piccolo rosicante, come per esempio d'un topo, con quella d'un pipistrello o d'una talpa, riconosce immediatamente l'impronta assai diversa di ognuna. La dentatura di un pipistrello ferro di cavallo, ingrossata sino alla mole di quella del leone, presenterebbe veramente uno spaventoso strumento di distruzione!». Non crediamo che si possa più brevemente e in termini più espressivi di questi di Vogt dipingere i servigi che questi animali rendono all'uomo. Tuttavia, ci vuole ben altro per sradicare i pregiudizi una volta impossessatisi della mente umana, e disgraziatamente l'errore è troppo profondamente penetrato perché l'uomo voglia riconoscere anche quello che gli torna a maggior profitto. Ovunque si trovino, i piccoli scavatori vengono perseguitati a causa del loro genere di vita, del loro brutto aspetto, e si dimentica del tutto l'utile che recano e ciò che sono. Certamente in modo diverso si comporterà colui che studierà più da vicino la loro vita, perché vi troverà tante e tante cose che lo diletteranno e lo attrarranno in tal maniera che dimenticherà il brutto aspetto di molti - giacché ce ne sono anche di bellini - e a tutti esso accorderà interesse e protezione. La maggior parte degli insettivori, che abitano fra noi, si abbandona al letargo invernale, e sarebbe perduta se la natura non provvedesse in tal modo al suo mantenimento. Già coi primi freddi la vita così animata dell'insetto fa sosta, e migliaia e migliaia delle creature destinate all'alimentazione dei nostri piccoli carnivori cadono in un sonno o eterno o temporaneo; allora la terra si spopola per i nemici degli insetti, i quali, poiché non possono migrare come l'uccello, debbono in un certo modo imitare il contegno delle loro vittime. Ritirandosi dunque nei più remoti ripostigli, che si sono talvolta preparati, cadono in un letargo profondo, che, da quanto abbiamo già visto, sopprime per un certo tempo quasi tutte le apparenze della vita, conservando al loro corpo l'attività vitale sino al nuovo risvegliarsi. Ma là dove il freddo più rigido non può esercitare il suo influsso nel fondo dell'acqua o sotto la terra, la vita si manifesta anche durante l'inverno e continuano le stragi e le rapine. Tale è il caso delle felici regioni dove regna una eterna estate, o dove almeno non esiste inverno. Appunto nel mezzogiorno d'Europa, e più ancora nelle regioni tropicali, i cacciatori d'insetti seguono per tutto l'anno con la medesima animosità le loro guerre di sterminio. Da queste osservazioni si riconosce l'area di diffusione dei nostri animali: per lo più si trovano nelle parti temperate della terra e nelle località ricche di abbondanti acque dei tropici; ma vanno scemando ugualmente sia verso il nord sia nei paesi dove il caldo produce una generale siccità. Secondo il modo di vivere e la forma del corpo, gli Insettivori si dividono in tre famiglie esattamente delimitate, che sono note ad ognuno, perché noi conosciamo, o almeno dovremmo conoscere, i loro rappresentanti che vivono fra noi: vale a dire il Riccio, il Toporagno e la Talpa. A questi tre tipi conosciuti ascriveremo gli altri insettivori che vi appartengono e che tuttavia se ne discostano per vari riguardi.

RICCI

I Ricci (Erinaceus) risultano così distinti che una breve descrizione basta per caratterizzarli. Una vera dentatura da carnivori ed un vestimento di aculei sono i loro caratteri più spiccati e li ritroviamo in tutte le specie che formano questo genere. Poco conta che gli aculei siano molli e pieghevoli oppure duri, che siano ritti o alquanto ricurvi: esistono sempre, e la dentatura rimane pur essa la medesima. La corporatura dei Ricci è tozza; le gambe sono brevi, la coda o non esiste, o è brevissima; le orecchie, invece, sono grandi, grandissime in certe specie, mentre il muso è trasformato in proboscide. I piedi hanno regolarmente cinque dita, e solo in via eccezionale quattro. Questa famiglia già all'epoca terziaria aveva il suo rappresentante; ora è sparsa in Europa, in Asia e in Africa. Tutti i ricci vivono per lo più in pianura e preferiscono le località asciutte (sebbene salgano isolatamente anche sulle montagne), nelle vicinanze delle acque, oppure sulle sponde dei fiumi e dei mari. I boschi e le praterie, i campi e i giardini, le vaste steppe sono le principali dimore. Qui scelgono la loro abitazione nelle fitte boscaglie, sotto le siepi, negli alberi cavi, fra le radici, fra le pietre, in tane abbandonate, oppure che si scavano da sé. Vivono solitari o tutt'al più in coppie per la maggior parte dell'anno, e conducono vita decisamente notturna. Dopo il tramonto del sole si scuotono dal sonno e se ne vanno in cerca di cibo, che consiste per la maggior parte in piante ed animali, per alcuni in soli animali: le frutta, le radici succose, i semi, i piccoli mammiferi, gli uccelli, i rettili, gli insetti e le loro larve, le lumache ecc. sono le vivande di cui la generosa natura ha imbandito la loro mensa. In via eccezionale si attaccano anche a più grossi animali, e insidiano le specie dei gallinacei e persino le giovani lepri. I Ricci sono creature pacate, pesanti, piuttosto pigre; si trattengono a terra, né troviamo ricci che sappiano arrampicarsi o saltare. Nell'incedere posano tutta la pianta del piede. Tra i loro sensi primeggia l'olfatto, ma anche l'udito è buono, mentre la vista ed il gusto sono poco sviluppati e il tatto è quasi ottuso. Le facoltà intellettuali sono limitatissime: tutti i ricci sono paurosi e stupidi, ma siccome hanno indole pacifica e sono indifferenti a tutte le circostanze in mezzo alle quali vivono, sono facili da addomesticare. Le femmine partoriscono da tre a otto piccoli ciechi, che amano teneramente e difendono persino con un certo grado di coraggio, che non si mostra in altri casi. La maggior parte di questi animali ha la caratteristica di aggomitolarsi a palla al minimo indizio di pericolo, al fine di proteggere in tal modo le loro parti deboli contro qualsiasi aggressione: in tale atteggiamento dormono anche. Quelli che abitano le località settentrionali passano la stagione del freddo in un letargo non interrotto, mentre quelli che vivono sotto i tropici dormono durante l'arsura. L'utilità immediata che i Ricci recano all'uomo è minima: qualcuno soltanto ne mangia la carne saporita. Ma assai maggiore è il loro indiretto valore quando li si lasci lavorare alla estirpazione di innumerevoli animali nocivi; e per questa ragione i Ricci, invece del disprezzo che per lo più incontrano, hanno il diritto al nostro più grande interessamento e alla più estesa protezione. La famiglia si scompone in parecchi generi, che si distinguono tanto per la conformazione del corpo quanto per le loro facoltà.

Alcuni ricci

Alcuni Ricci

RICCIO EUROPEO (Erinaceus europaeus)

Questo riccio, che può passare per il rappresentante di un genere a sé, si distingue dagli altri per la mole più piccola della testa che termina in un muso breve ed aguzzo; ha orecchie o mediocri o grandi, le gambe corte munite di cinque dita con forti unghie e coda rudimentale, che è soltanto accennata. Il dorso è coperto di aculei duri, aguzzi, quasi d'uguale lunghezza, ma le parti inferiori, la parte anteriore del collo, la testa e le gambe sono rivestite di peli setolosi e morbidi. Più di tutti gli altri questo animale ha la caratteristica di aggomitolarsi. Se in una delle prime sere calde della verde ridente primavera giovani e vecchi escono a cercare la nuova e fresca vita nei giardini, nelle boscaglie, nei cespugli, che si ridestano dopo il torpore invernale, i più attenti percepiranno, forse, un particolare sussurro nelle foglie secche che coprono il suolo, per lo più presso le siepi più fitte ed i cespugli e, chi sarà immobile, presto scorgerà l'autore del rumore: un piccolo essere rotondo come una palla, coperto di un pelame singolarmente ruvido, fa capolino tra le foglie, fiuta e origlia in ogni direzione, e comincia poi la sua passeggiata con passetti saltellanti. Se ci si avvicina ancora di più, si scorge un gentile musetto affilato, il quale altro non è se non una riproduzione corretta e rimpiccolita del rosso e massiccio grifo del maiale, un paio di occhietti limpidi e allegri, ed una corazza di aculei, che riveste tutte le parti superiori del corpo e scende giù sui fianchi. Tale è il nostro caro amico del giardino, il Riccio un bravo figliuolo, di buon umore, onesto, fedele, ma alquanto corto d'ingegno, che si guarda attorno senza malizia e con fare disposto a capire che l'uomo possa essere tanto codardo da affibbiargli non soltanto i più ingiuriosi nomi, ma anche perseguitarlo e persino ucciderlo per il semplice gusto di farne strage, mentre esso rende tali e così essenziali servigi al bene generale. Bisogna vedere lo spavento col quale un branco di donnicciuole scappa in ogni direzione, se un riccio si presenti loro ad un tratto, oppure si faccia vedere da lontano! Esse si comportano come se si trovassero di fronte ad un terribile nemico, a causa del quale da quel momento in poi passeranno un sacco di guai. Nessuna delle urlatrici, però, si è presa mai la pena di esaminare quell'animale. Se lo avesse fatto, si sarebbe accorta che la bestiola che in apparenza trotta con tanto ardire verso l'uomo, appena si è convinta della presenza del suo nemico, si ritrae di botto presa dal terrore, arriccia la fronte, e ad un tratto, ritraendo nel corpo viso e gambe, si atteggia a pallottola e tale rimane finché ritenga passato ogni pericolo. Il poveretto si accontenta di non essere molestato; e lascia volentieri via libera ad ogni animale più grosso e più di tutti, poi, all'uomo. Quanto all'aspetto, il nostro Riccio è bell'e descritto con le medesime parole che ci servirono a tratteggiare il suo genere: tutto il corpo, in ogni sua parte, è molto depresso, largo e corto, il muso è aguzzo e intaccato sul davanti, la bocca è larga, le orecchie sono larghe, gli occhi neri e piccoli. Poche setole nere spuntano sulla faccia, in mezzo al pelo bianco o rossiccio di sotto ma bruno-scuro ai lati del naso e del labbro superiore; dietro gli occhi si trova una macchia bianca. Il pelo è bigio-giallo-rosso, chiaro o bigio-biancastro al collo e al ventre; gli aculei sono giallicci, bruno-scuri nel mezzo e alla punta; nella loro superficie esistono fini scanalature o solchi longitudinali in numero di ventiquattro o venticinque, tra cui si sollevano piccoli rilievi ad arco; l'interno mostra un punto midollare pieno di grandi celle. In lunghezza l'animale misura ventisei centimetri, la coda due centimetri, e l'altezza al garrese è press'a poco di dodici centimetri. La femmina, oltre che per la sua mole alquanto più considerevole, si distingue dal maschio per il muso più aguzzo, il corpo più robusto ed il colore più chiaro e più bigiastro. Sulla sua fronte gli aculei non scendono tanto in giù, e la testa ne appare quindi alquanto più lunga. In molti luoghi si distinguono due varietà di ricci. Il Riccio Cane, che ha il muso più ottuso colorito più scuro e minore mole, ed il Riccio Maiale, i cui caratteri principali sono il muso più aguzzo, il colore più chiaro e la mole maggiore. Tali differenze si appoggiano evidentemente soltanto a qualità accidentali, per cui i pareri dei sapientoni naturalisti separatisti non concordano per niente.

Il nostro Riccio è in Europa un animale ben noto: la sua area di diffusione comprende non soltanto tutto il continente, ad eccezione delle zone più fredde, ma anche una parte dell'Asia. Si trova ugualmente in località piane e montuose, nei boschi, nei prati, nei campi, nei giardini. Piante fronzute con molto fogliame, alberi morti scavati alle radici, siepi dei giardini, mucchi di letame e di foglie, buchi nei muri di cinta, insomma ogni luogo che gli presenti un ripostiglio lo attrae e si può esser certi di trovarlo ogni anno. Se lo si vuol trattenere e accudire, si deve rivolgere la massima attenzione alla preparazione di tali luoghi di rifugio. Il Riccio è un essere curioso, nello stesso tempo di buon umore e timido, che si guadagna onestamente e onoratamente la vita con il lavoro. E' poco amante della buona o cattiva società e si trova perciò sempre solo, o al più con la propria consorte. Soltanto nel cespuglio più fitto, nelle frasche ammucchiate o nelle siepi si prepara una cavità per poter stare comodamente. E' un gran nido di foglie, di fieno, che si trova in un cavo d'albero o sotto un fitto cespuglio. Se non trova una tana bell'e scavata, se la scava esso stesso e la imbottisce per benino. Questa tana è a sessanta centimetri sotto terra e provvista di due àmbiti di cui uno sbocca a mezzogiorno e l'altro al nord. Esso muta queste disposizioni soltanto in caso di venti violenti dall'una o dall'altra parte, ad imitazione dello scoiattolo. Di rado si scava una tana fra i vigneti, ma vi si costruisce solo un grosso nido. La casa della femmina è quasi sempre poco distante da quella del maschio, per lo più nel medesimo giardino; capita anche che i due ricci giacciano in uno stesso nido nella calda stagione, e che alcuni, troppo amanti della femmina, dividano con essa il proprio giaciglio. Allora sogliono trastullarsi gentilmente insieme, stuzzicarsi e darsi la caccia, in una parola accarezzarsi come costumano gli innamorati. Se il luogo è ben sicuro, si vedono anche di giorno i due sposi abbandonarsi ai loro trastulli amorosi, ma fanno capolino soltanto di notte nei luoghi un po' rumorosi. Si ode, come più sopra abbiamo accennato, un fruscio tra le foglie e subito fa capolino il signor Riccio, che corre in linea retta e assai lentamente e gravemente, malgrado l'andatura saltellante. Correndo, annusa continuamente il suolo come un cane da caccia, e fiuta ogni oggetto che incontra con grandissima attenzione. Durante le sue gitarelle l'acqua gli sgocciola di continuo dal naso e dalla bocca. Se il nostro corazzato eroe, mentre cammina, ode qualcosa di sospetto, di botto sosta, origlia, fiuta, e si vede allora distintamente che il senso dell'olfatto è il più perfetto, almeno in confronto della vista. Non di rado capita che un riccio corra sino ai piedi del cacciatore in agguato, ma ad un tratto esso s'arresta, fiuta e trotta più che può per sfuggire, salvo che non preferisca ricorrere alle armi offensive e difensive, cioè foggiarsi in pallottola. Una tal pallottola è in verità molto strana: della primitiva forma dell'animale nulla più rimane; in sua vece è una massa ovale, che mostra una depressione da un lato, mentre tutt'intorno è pressoché arrotondata. La depressione risponde al ventre, ed in essa sono profondamente schiacciati il muso, le quattro gambe e il breve moncone di coda. Attraverso gli aculei l'aria circola liberamente, e ciò permette al Riccio di respirare senza difficoltà e di rimanere a lungo in quella posizione che non gli costa nessuno sforzo, giacché i muscoli della pelle, grazie ai quali si compie, sono conformati in esso in modo assai diverso da quelli di ogni altro animale. Questi muscoli si trovano nella cosiddetta cappa che copre la parte dorsale del tronco, nella parte ventrale che comprende i fianchi, il ventre e la parte superiore dell'estremità anteriori e superiori: tutti uniti insieme con tanta forza che un uomo con le mani protette efficacemente è appena in grado di fare spiegare a forza un riccio appallottolato: a questa impresa gli aculei oppongono un valido ostacolo.

Mentre nelle tranquille mosse dell'animale la corazza di aculei appare liscia, o poco meno, appena il Riccio prende la forma sferica, tutte quelle punte si drizzano in tutte le direzioni e gli dànno l'apparenza di una formidabile palla pungente. A chi, tuttavia, ha un po' di pratica non è veramente tanto difficile il portare un riccio in mano. Si pone la palla nella posizione che l'animale avrebbe per camminare, si fa scorrere a mano leggermente sopra gli aculei dall'avanti all'indietro, e si è certi allora di non essere minimamente offesi da essi. Ma chi vuol prendersi uno spasso, deponga il Riccio sopra una tavola da giardino e vi rimanga tranquillo accanto per assistere allo sgomitolamento. Non si può osservare facilmente un più grande mutamento delle sembianze di quello che sta per prodursi: sebbene lo spirito abbia naturalmente assai poco da fare con quei mutamenti d'espressione della faccia, tuttavia sembra che il Riccio percorra in un istante tutte le gradazioni dalla più cupa malinconia alla più viva allegria. Se si rimane tranquilli, dopo un certo tempo il Riccio così raccolto si accinge a riprendere la sua vita. Una specie di convulsione della pelle annuncia l'inizio della trasformazione; spiana alquanto la parte anteriore e la posteriore della corazza di aculei, allunga cautamente i piedi sul suolo e trae fuori il musetto porcino. Ma la pelle della testa è ancora solcata da profonde rughe, e una cupa collera traspare dalla sua bassa fronte: persino l'innocente occhiolino giace profondamente infossato sotto ispide ciglia. A poco a poco la faccia si appiana, il naso si protende, la corazza si liscia, e infine si ha davanti la gentile faccetta nella sua calma abituale e innocente, ed allora il Riccio ritorna alle solite gitarelle, senza più darsi pensiero del pericolo passato. Se viene disturbato per la seconda volta, esso si arrotola con la rapidità del lampo, e rimane anche più a lungo della prima volta in tale posizione di difesa. E' assai bello da vedere, se di quando in quando si emette un grido breve e interrotto, che produce sull'animale l'effetto di una scossa elettrica: si scuote ogni volta, anche se udisse il grido dieci volte in un minuto. Lo stesso avviene per un riccio abituato all'uomo, persino se occupato a vuotare una scodella di latte; tuttavia se lo scherzo si ripete all'infinito, esso si stufa, e, o si arrotola per un buon quarto d'ora o non ci fa caso, perché sembra di capire che lo si è voluto soltanto burlare. Diversamente si comporta, se gli si offende l'udito con qualche suono acuto: un riccio presso cui si agiti un campanello, sussulta convulsamente ad ogni rintocco. Se si suona presso un orecchio, tutta la corazza trema dalla parte corrispondente, mentre a distanza maggiore esso abbassa davanti la pelle della fronte. Se uno dei suoi principali nemici, un cane o una volpe, gli dà la caccia, esso si aggomitola immediatamente a palla, e rimane in quella posizione, qualunque cosa accada all'intorno: al latrato furioso o al brontolio del suo persecutore capisce che questo gli casca addosso davvero, e bada molto bene a non scoprire una delle sue appendici. Tuttavia vi sono mezzi valevoli a indurre un riccio a rinunziare alla sua posizione di difesa: se lo si spruzza d'acqua o lo si getta nella medesima, esso si spiega subito, e ben lo sanno l'astuta volpe e il cane ammaestrato, che se ne giovano a scapito del nostro amico, alzando semplicemente una zampa per fargliela addosso.

Anche il fumo del tabacco che gli si soffia sul naso, attraverso gli aculei, opera lo stesso effetto, perché il fumo è una cosa intollerabile al suo delicato olfatto. Ne rimane inebriato, sicché si difende di scatto, alza il naso e fa alcuni passi titubanti vacillando, finché alcune boccate d'aria pura non lo abbiano rinfrescato. Nel suo aggomitolarsi a palla trova il suo unico mezzo di difesa contro ogni pericolo cui è esposto. Anche se gli capita, come spesso accade, di fare un capitombolo e rotolar giù da un muro elevato, o da un pendio scosceso, esso si accomoda subito a palla e scende con precipitosa velocità il muro o il pendio, senza farsi il minimo male. Come abbiamo notato, il Riccio dorme tutto il giorno e viene fuori al crepuscolo, per la sola ragione che quello è per esso il momento della caccia. Il nostro pungente eroe non è per nulla un cacciatore goffo e maldestro: sa molto bene condurre a buon fine il suo compito, e certamente meglio di quanto si potrebbe supporre. Il suo principale nutrimento è costituito da insetti, e per questo esso è così utile. Naturalmente non si contenta di quel cibo così poco nutritivo, e quindi dichiara guerra anche ad altri animali. Nessun piccolo mammifero, nessun uccello è al sicuro dai suoi attacchi; e gli animali più piccoli vengono trattati da esso nella peggiore maniera. Oltre uno sterminato numero di locuste, di grilli, di blatte, di maggiolini, di scarabei e di coleotteri d'ogni specie e delle loro larve, esso divora i lombrici, le chiocciole i topi campagnoli, gli uccelletti, e persino i piccini dei grossi uccelli. Non si crederebbe che quel goffo personaggio sia in grado di acchiappare i topolini svelti ed agili; eppure esso conosce bene il suo mestiere ed opera fino all'incredibile. In primavera il Riccio se ne va fra il grano ancora basso e ad un tratto rimane immobile davanti ad un buco di topi, l'odora, lo fiuta tutto attorno, si volge lentamente qua e là, e sembra finalmente certo che in quel luogo si trovi un topo. Per questo gli serve perfettamente il suo grifo: con destrezza prende a smuovere la tana del topo e in brevissimo tempo gli è addosso, mentre uno squittire da una parte e un brontolio dall'altra provano che il topo sta per fare una brutta fine. Le battaglie che si verificano fra il Riccio e i serpenti sono assai più grandiose di quelle di altri animali: in queste esso mostra un coraggio che assolutamente non si potrebbe supporre. Lenz, a tal proposito, ha effettuato eccellenti osservazioni, e quindi riteniamo giusto farne il seguente estratto: «Verso la metà del mese di agosto deposi in una grande cassa un riccio che due giorni dopo partorì sei piccoli, coperti di sottili aculei, che accudì con vero amore materno. Per mettere a prova il suo appetito, gli offrii diverse specie di alimenti e m'accorsi che mangiava con molto piacere coleotteri, lombrici, rane, persino rospi, ma meno volentieri orbettini e bisce. I topi erano il suo alimento preferito; mangiava le frutta soltanto se non aveva animali, e, siccome per due giorni non gli detti altro che frutta, esso mangiò così poco che due dei piccoli morirono per scarsità di latte. Manifestava un gran coraggio contro gli animali pericolosi. Così una volta feci mettere nella sua gabbia otto grossi criceti, che sono, come si sa, animali cattivi, con i quali non si scherza. Appena il Riccio ebbe fiutato i nuovi ospiti, drizzò irosamente gli aculei, ed abbassando il naso giù fino al suolo, eseguì un attacco sopra il più vicino; nel medesimo tempo faceva udire una specie di rullo che era probabilmente la marcia di guerra, e gli aculei, diritti sul suo capo, gli formavano un vero elmo. Che cosa giovò al criceto il mordere sbuffando il Riccio? Si ferì con gli aculei le fauci che sgocciolavano sangue, e per di più si buscò nelle costole tanti spintoni dell'elmo pungente, e tante morsicature.

Veniamo ora alla cosa principale e seguiamo il nostro eroe nella lotta con la vipera. Ammirando le sue prodezze, dobbiamo confessare che non abbiamo il coraggio di imitarlo. In una mattina di agosto misi una grossa vipera nella cassetta del Riccio, mentre allattava tranquillamente i piccini. Il Riccio la annusò subito, si sollevò dal giaciglio, le si avvicinò baldanzosamente, la fiutò dalla coda alla testa, perché giaceva distesa, soffermandosi principalmente presso le fauci. La vipera cominciò a fischiare, e morse il Riccio a più riprese nel muso e nelle labbra. Soddisfatto di questo incontro e ridendo della debolezza del rettile, il Riccio prese a leccarsi comodamente le ferite, senza scostarsi di un centimetro e ricevendosi un bravo morso nella lingua protesa. Senza minimamente scomporsi seguitò a fiutare la furiosa vipera, che non cessava di mordere; la toccò con la lingua ma non la morse. Infine, le ghermì ad un tratto la testa, schiacciò fra i suoi i denti e le mandibole del rettile, dopodiché ne mangiò quasi la metà del corpo. Allora sostò e tornò ad allattare i piccini, riservandosi l'altra metà per la sera. Alcuni giorni dopo, nuova battaglia con la vipera. Come l'altra volta, il Riccio si avvicinò alla vipera, la fiutò e ne ebbe una tempesta di morsi nella faccia, nelle setole e fra gli aculei. Mentre esso la fiutava assaporandosene i morsi, la vipera si accorse che si era stancata inutilmente e, avendo quello puntato gli aculei, cercò di svignarsela. Mentre strisciava intorno alle pareti della cassa, il Riccio la seguiva fiutandola, e ricevendo brave morsicate, se si avvicinava, alla testa. Infine la rintanò proprio nel cantuccio dove si trovavano i suoi piccini; la vipera spalancò le fauci, dove si mostravano minacciosi i denti del veleno: il Riccio non indietreggiò, e la vipera lo morse così violentemente al labbro superiore da rimanervi attaccata un istante; esso la scosse, e di nuovo questa prese a strisciare, l'altro a tenerle dietro e a ricevere nuove morsicature. Le fauci del rettile forate dagli aculei erano rosse di sangue: il Riccio ghermì il capo del nemico con i denti, ma questo si sciolse e guizzò via. La presi allora per la coda, l'afferrai dietro il capo e appena aprì la bocca per mordermi, mi accorsi che i denti del veleno erano ancora intatti. Appena la rigettai dentro, il Riccio le addentò la testa, la schiacciò fra i denti, e mangiò lentamente il corpo senza darsi pensiero dei suoi contorcimenti; dopo di che andò dai piccoli e li allattò. Madre e figli rimasero sani e non si osservò nessuna cattiva conseguenza». Questa osservazione è indubbiamente notevolissima per ogni riguardo. Le leggi fisiologiche non spiegano come un animale dal sangue caldo possa con tanta tranquillità ricevere morsi, che in altri avrebbero come immediata conseguenza l'alterazione del sangue e quindi la morte. Si rifletta soltanto che il morso di una vipera uccide di frequente mammiferi che hanno almeno 30 volte la mole e il peso del Riccio, e sono quindi evidentemente più forti di esso. Ma il nostro pungente guerriero pare invulnerabile, giacché non soltanto mangia serpenti velenosi, il cui veleno nuoce soltanto se è messo in immediato contatto con il sangue, ma anche animali che operano come veleno se sono giunti allo stomaco, come sarebbe, ad esempio, la notissima cantaride, il cui corpo, in contatto con la pelle, basta per produrvi una violenta infiammazione, e che, mangiata, arreca immancabilmente la morte agli altri animali. Basta persino un po' della polvere di quegli animali somministrata ad un cane, ad un gatto, per cagionar loro i più terribili dolori.

Non occorrono ulteriori parole per provare la grande utilità del Riccio: i pochi danni che cagiona non possono essere messi in bilancio, tanto più poi che non sono così certi come alcuni vorrebbero far credere. Come avvertimmo, esso compie i fatti suoi con particolare riflessione e lentezza. Così il tempo del suo amore dura dalla fine di marzo sino ai primi di giugno. Quando è con la sua femmina si mostra assai commosso; non pago di giuocare con essa, emette dei gridolini che si odono soltanto nei casi di maggiore emozione. Un cupo mormorio, oppure suoni striduli e rauchi, oppure un acuto scoppiettare, esprimono disposizione alla contentezza, mentre un particolare urlo, simile a quello del tasso, è un indizio di malumore, di collera e di affanno. Tutti questi suoni si fanno udire al tempo dell'amore, perché il Riccio ha da sudare per incatenare convenientemente la sposa. Nei suoi recinti penetrano anche importuni innamorati, e gli scaldano sovente la testa, specie se la sposa, come purtroppo spesso accade, non si tiene sempre nei limiti di una severa fedeltà. Sette settimane dopo l'accoppiamento, questa partorisce 3, 6 e talvolta anche 8 piccoli ciechi, in un giaciglio allestito allo scopo, grande, bello, bene imbottito, situato sotto fitte siepi, cespugli, mucchi di frasche o di muschio, oppure nei campi dei cereali. I neonati hanno 6 centimetri di lunghezza e sembrano bianchi e nudi, perché gli aculei spuntano più tardi. Intorno alla bocca i neonati hanno alcune setole, per il resto sono nudi, con le orecchie e gli occhi chiusi. In capo a ventiquattro ore gli aculei raggiungono otto millimetri di lunghezza. Dapprima sono bianchi, ma dopo un mese i piccini hanno il colore dei genitori. Cominciano allora anche a mangiare da sé, sebbene poppino ancora, ed è soltanto più tardi che acquistano la facoltà di aggomitolarsi. La madre reca per tempo alla sua prole lombrici e lumache come anche frutta cadute e, più tardi, la conduce con sé a caccia, la sera. Nella vita libera essa è tenerissima con i figli, non così nella schiavitù, dove, come si può osservare con sommo stupore, talvolta li mangia, con la pacatezza d'animo che le è caratteristica e preferendoli al cibo più saporito e abbondante. Verso l'autunno i piccoli ricci sono abbastanza cresciuti per provvedere a sé stessi e alla propria alimentazione: prima ancora che vengano i giorni freddi, essi si sono bene impinguati e pensano allora, come i genitori, ad allestirsi una dimora invernale. Questa sarà un gran mucchio di paglia, di fieno, di frasche, di muschio, accuratamente aggiustato in giaciglio all'interno. Il Riccio conduce in casa le materie che gli occorrono per l'addobbamento della sua dimora, in un modo assai strano: si avvoltola fra le frasche dove sono più fitte, e così infilza agli aculei un bel carico, assumendo in tal modo un aspetto maestoso. Al sopraggiungere dei primi e forti geli, il Riccio si accovaccia in casa e passa l'inverno in una specie di torpore che risulta da un sonno non interrotto. La sua insensibilità, già singolare quando si muove con la maggiore velocità, aumenta allora ancor più notevolmente. Il Riccio è uno fra gli animali che hanno il sonno più duro: si desta solo se lo si tormenta crudelmente, tentenna un poco qua e là, e ricade nel suo letargo. Durante questo lungo letargo si è provato a tagliare la testa ad un riccio, e si è constatato che il cuore seguita a pulsare lungamente dopo la decapitazione. Il letargo abitualmente dura sino a marzo. I giovani ricci non sono ancora atti alla riproduzione l'anno successivo e se ne vanno solitari in giro per tutta l'estate. Ma nel secondo anno di vita si accoppiano e vivono in società con le spose sino all'inverno, in cui ognuno attende per proprio conto alla preparazione di un giaciglio. E' facilissimo da addomesticare: non si ha da fare altro che prenderlo e portarlo in un luogo adatto; subito vi si abitua e in breve tempo perde ogni spavento dell'uomo; accetta senz'altro il cibo che gli si porge e se ne cerca anche in casa e nel cortile, o meglio nei fienili e nelle rimesse; il Riccio è applicato con successo alla distruzione degli insetti molesti, soprattutto delle schifose blatte, ed esso compie con sommo zelo la missione affidatagli. Se è trattato con affetto ed intelligenza e provveduto di un bel ripostiglio ben nascosto, non tarda a trovarsi bene nella sua prigione. I ricci sono sgradevoli in casa a causa del loro chiasso notturno: la loro disadatta indole si manifesta in tutte le loro scorrerie, anzi in tutti i loro movimenti. Né si trova in essi alcuna traccia dell'andatura fantastica di un gatto. Il Riccio è poi piuttosto sudicio e il ripugnante odore di muschio che emette non è affatto piacevole. Per contro diverte con la sua grottesca persona e il grado di addomesticamento cui può giungere. Il Riccio prigioniero si avvezza facilmente ai più diversi cibi ed anche a bevande di varie qualità: ama particolarmente il latte, ma non disprezza i liquori forti. Il bricconcello si comporta appunto come un ubriaco. E' perfettamente fuori di senno e il suo occhio sempre così oscuro, ma altrettanto innocente, prende uno sguardo particolare, incerto, ed uno splendore insolito: insomma assume la classica espressione che si osserva negli ubriachi. Inciampa in modo singolare e ridicolo, barcolla, cade ora da questa parte ora da quella, e si dimena come se volesse dire «largo, voi tutti, che sono qui, ho bisogno di molto spazio!». Oltre l'uomo, ignorante e crudele, il Riccio ha molti nemici. I cani lo odiano dal fondo dell'animo e ciò manifestano con i loro lastrati prolungati e furiosi. Appena hanno scoperto un riccio sono fuori di sé e cercano con ogni mezzo possibile di provare il loro malcontento all'aculeato animale; questo seguita a tenersi aggomitolato, mentre il cane gli sta attorno e gli lascia trafiggere il naso a suo piacere. Il furore del cane probabilmente deriva per la maggior parte dal fatto che sente di non poter recare danno all'animale corazzato, mentre fa male a sé stesso. Da quanto è stato osservato, la volpe lo insidia accanitamente e vilmente lo costringe a sgomitolarsi, sia facendolo rotolare con le zampe posteriori e precipitandolo così nell'acqua, sia rotolandolo in modo che la bestiolina posi sulla schiena e spruzzandola con la sua fetente orina, per cui il poveretto si affretta a sgomitolarsi e viene così subito acchiappato per il naso e ucciso dal ribaldo. Allora è per monna volpe una vera inezia il compito di divorare la corazza: in questo modo periscono molti ricci, specialmente se giovani. Ma hanno ancora un nemico più pericoloso: il barbagianni, le cui unghie e il becco sono lunghi e insensibili alla corazza del Riccio. Anche dopo la morte il Riccio è utile all'uomo, almeno in molte località. La carne ne è mangiata e molti la trovano squisita. Nel menù di un buon cuoco. il riccio viene rivestito di un fitto intonaco di argilla bene impastata, e sotto tale involucro esposto al fuoco ed accuratamente volto e rivolto a misurati intervalli. Quando la crosta argillosa è perfettamente secca e dura, l'arrosto è a buon punto: lo si toglie dal fuoco, lo si lascia alquanto raffreddare e si rompe l'involucro, levando nel medesimo tempo gli aculei che vi rimangono attaccati. Con tale sistema di preparazione, il sugo si conserva perfettamente e ne risulta un arrosto saporito, secondo i più.

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