Mammiferi Artiodattili.

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VITA DEGLI ANIMALI - MAMMIFERI - ARTIODATTILI

INTRODUZIONE

Nell'introduzione abbiamo già descritto il carattere più importante dei Ruminanti: il loro stomaco; quindi basta una breve descrizione della forma esterna e della struttura interna per caratterizzare questi animali. I Ruminanti, o Biungulati o Fissipedi, sono mammiferi molto diversi fra loro, eppure sempre intimamente collegati, di mole che varia straordinariamente, poiché si comprendono in essi animali giganteschi ed altri piccolissimi. Sono provveduti o sprovveduti di corna, eleganti di forma o tozzi, graziosi o brutti; insomma con essi passa davanti ai nostri occhi una variatissima schiera di forme. In generale, si può dire che presentano i seguenti caratteri: il collo è lungo e mobilissimo, la testa si allarga sensibilmente nel cranio ed è ornata spesso di corna semplici o ramose, di occhi grandi e vivaci e, talvolta, bellissimi, e di orecchie ben conformate e ritte; le labbra mobili, sovente nude, sono quasi senza mustacchi o setole; la coda giunge raramente al calcagno, ma si accorcia nella maggior parte dei casi; le gambe si distinguono per il prolungamento del metacarpo e del metatarso; i piedi fessi sono di frequente provvisti di unghia posteriore. Il corpo è rivestito di pelame breve, spesso, aderente e fino, che, talvolta, si allunga in criniera al collo, al mento, alle ginocchia, al dorso ed all'estremità della coda. Non è mai setoloso, ma sovente finissimo, lanoso, crespo. Il colore è vario quanto può esserlo. La conformazione dei denti e dello scheletro è molto uniforme. Da sei ad otto incisivi nella mandibola inferiore, nessuno o talvolta appena due in quella superiore, nessun canino o uno soltanto in ogni mandibola, e da tre a sei molari in quella superiore, da quattro a sei in quella inferiore, formano la dentatura. Gli incisivi per lo più sono a foggia di piccola pala e molto taglienti, quelli della mandibola superiore hanno sempre una forma angolosa. I canini sono cuneiformi e sporgono poco; i molari consistono in due paia di lime a forma di mezzaluna, dalla cui superficie s'elevano pieghe di smalto. Il cranio allungato va restringendosi verso l'estremità del muso; le cavità orbitali sono divise dalle fosse temporali da un ponte osseo formato in comune dall'osso frontale e da quello zigomatico; la cavità del cranio è di piccole dimensioni. Nella colonna vertebrale sono notevoli le vertebre del collo, lunghissime, strette e mobili. Il numero delle vertebre dorsali varia da 12 a 15, quello delle vertebre lombari da 4 a 7, quelle sacrali sono da 3 a 6 e quelle caudali da 6 a 20; ma quasi dappertutto domina la media. Le costole sono larghissime, la scapola è almeno due volte più alta che larga; l'omero è breve e grosso, il corpo è stretto ed alto. Il metatarso e il metacarpo consistono in un osso molto prolungato, originariamente doppio e chiamato canone. In tutti i Ruminanti, senza eccezione, sono bene sviluppate due sole dita, la terza e la quarta. La bocca si distingue per avere forti muscoli labiali e numerose papille internamente; le ghiandole salivari sono notevolmente grosse; lo stomaco consta, come già accennammo prima, di quattro scompartimenti diversi. Sono numerosissime le circonvoluzioni del cervello relativamente piccolo.

La foggia delle corna ha molta importanza per la divisione e la classificazione delle specie. Si distinguono due gruppi principali: quello dei Fissipedi con corna semplici e quelli con corna ramose. Per corna semplici s'intendono quelle formazioni di sostanza cornea, le quali, riposando sopra un fusto osseo che è un prolungamento dell'osso frontale, non sono in verità un invoglio corneo che non si rinnova mai, ma cresce in mole con il crescere dell'animale; le corna ramose, invece sono quelle che, partendo da una piccola protuberanza dell'osso frontale, constano di una salda massa ossea, e si vanno ramificando con il passare degli anni. Queste corna ramose cadono annualmente, e vengono surrogate da altre dopo pochi mesi. Generalmente sono portate dai soli maschi; mentre le corna semplici sono comuni ai due sessi. Gli zoccoli sono assai vari di forma e di mole: alcuni sono stretti o lunghi, altri più larghi, altri con il margine tagliente, altri tondeggianti all'indietro, e via dicendo. Ad eccezione della Nuova Zelanda, i Ruminanti sono sparsi per tutta la terra. I loro principali gruppi sono molto diffusi. I più diffusi sono i bovini e i cervi, i più limitati le giraffe. Queste, i cammelli e le antilopi appartengono piuttosto all'Africa, i cervi, invece, spettano ad altre regioni, le capre, le pecore, le bovine mancano nell'America meridionale; i moschi si trovano soltanto nell'Africa e nelle isole dell'Asia meridionale. Quasi tutti i Ruminanti sono animali timidi, veloci, pacifici; sono fisicamente molto bene armati, limitati intellettualmente. Molti vivono in branchi, tutti in società. Gli uni abitano le montagne, gli altri le pianure; nessuna specie vive propriamente nell'acqua, ma alcune preferiscono all'arida pianura le paludose vallate. Sono esclusivamente erbivori: taluni amano l'erbetta, le foglie, le piante, le giovani gemme, le radici, altri si cibano di chicchi e di licheni. La femmina dei Ruminanti partorisce abitualmente un solo figlio; raramente due, e soltanto per eccezione tre. Le maggior parte dei Ruminanti! sia addomesticati che allo stato selvatico, arreca utili eguali ai danni, sebbene nei luoghi dove la coltivazione del suolo ha raggiunto un certo sviluppo alcune specie non possano più essere tollerate. Di quelli che vivono in libertà, come di quelli domestici, si adoperano nei modi più vari la carne, la pelle, le corna e i peli: si sa che la maggior parte dei nostri vestimenti proviene da essi. Soltanto delle tre famiglie dei moschi, delle giraffe e delle antilopi non si è potuto trasformare nessuna specie in animali domestici. Tutti quelli che vivono in libertà formano la migliore delle attrattive per la caccia, e perciò sono trattati con onori regali. I Ruminanti apparvero sulla nostra terra all'epoca terziaria e press'a poco nelle forme che conservano ancora oggi, sebbene con diffusione più limitata.

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CAMMELLI

La famiglia dei Cammelli o Tilopodi (Tylopoda) si distingue per le callosità plantari, per la mancanza di corna e di unghie posteriori, per il labbro superiore fesso e per la dentatura. Per i loro denti i Cammelli si scostano da tutte le altre famiglie dei ruminanti, perché hanno due incisivi (nella prima gioventù quattro o sei) nella mandibola superiore e canini, mentre in quella inferiore portano soltanto sei incisivi. Gli zoccoli sono piccolissimi. Lo stomaco appare ugualmente meno sviluppato: si compone di tre parti soltanto, perché l'omaso o centopelle è così piccolo che può venir confuso con l'abomaso. I Cammelli sono grossi animali, con lungo collo, testa allungata, groppa rientrante all'inguine e pelame crespo, quasi lanoso; le vertebre del collo sono considerevoli e pressoché senza apofisi spinose, le costole sono larghe e le ossa delle zampe robustissime. La patria dei Cammelli si limita all'Africa settentrionale, all'Asia centrale e all'America del sud-est. Nell'Antico Continente tutte le specie sono diventate domestiche, in quello Nuovo lo è soltanto una parte. Queste abitano le alte giogaie sino ai 3.300 metri sopra il livello del mare; quella si trova bene solo nelle calde e asciutte pianure. Si cibano di erbe, di foglie d'albero, di ramoscelli di piante spinose. Sono in sommo grado sobri e possono a lungo patire la fame e la sete. Il loro incedere è di portante, vale a dire camminano con le due gambe dal medesimo lato: per questo la loro corsa non è graziosa, ma barcollante e in apparenza impacciata; ciò nonostante procedono molto bene. Tutti i Cammelli vivono in branchi od almeno amano la società. La loro intelligenza è scarsa; a torto si disse che essi sono animali mansueti, buoni e pazienti; bensì sono stupidi ed in sommo grado cattivi, sebbene con una certa rassegnazione si acconcino al giogo dell'uomo ed accettino il suo dominio. La femmina partorisce un unico figlio cui accudisce con molto amore. La famiglia si compone di due soli generi: il Cammello e il Lama.

DROMEDARIO (Camelus dromedarius)

Detto anche «Cammello ad una gobba» è un grosso ruminante, che misura in media da un metro a due metri di altezza, da metri 2 a metri 2,70 dalla punta del muso a quella della coda e pesa all'incirca da 300 a 400 chilogrammi. Sebbene le razze non ne siano numerose come quelle del cavallo, pure il cammello presenta notevoli modificazioni. In generale, si può dire che i cammelli del deserto e delle steppe sono animali sottili, alti, dalle gambe lunghe, mentre quelli dei paesi fertili, principalmente dell'Asia del nord, sono animali tozzi e pesanti. Gli arabi distinguono almeno venti razze diverse di navi del deserto; poiché esiste per i cammelli una scienza analoga a quella dei cavalli (anche per i dromedari si parla di animali nobili ed ignobili). Noi ci interessiamo per primo di un cammello ordinario. Il suo corpo è panciuto, rientrato all'inguine e sformato nel mezzo del dorso da una gobba adiposa. Le zampe sono lunghe, ma saldamente conformate, notevoli per le cosce proporzionatamente deboli e per i larghi zoccoli callosi; il collo è lunghissimo, ma non viene quasi mai eretto, sebbene portato orizzontalmente in un arco poco accentuato; la piccola, brutta testa lo termina. La coda, essendo pure essa un'appendice singolare, che ricorda più di tutto la coda di una vacca, risulta dal complesso di un animale singolarmente malfatto. Dobbiamo considerare un poco più esattamente le singole parti. La testa, priva di corna, è piuttosto corta, ma il muso allungato è sporgente, il cranio molto elevato e tondeggiante, gli occhi grandi e di una espressione spaventosamente stupida. La fronte ovale sta orizzontalmente. Le orecchie sono piccole, ma mobili, assai discoste dietro il cranio; il labbro superiore sporge al di sopra di quello inferiore, il quale, dal canto suo, pende come se la massa dei muscoli fosse troppo pesante e tale da non essere governata. Quando un cammello è visto di profilo, la bocca appare quasi aperta e le narici sembrano abbassate lateralmente. Quando l'animale si muove rapidamente, le brutte labbra ciondolano su e giù, quasi come non potessero stare al loro posto. Dietro la testa si trovano ghiandole secernenti di circa 5 centimetri di lunghezza ed 8 centimetri di larghezza, che per mezzo di due canaletti sboccano alla superficie e lasciano colare sempre, ma soprattutto al tempo degli amori, un fluido nerastro, fetente. Il collo è lungo, compresso ai lati, più grosso in mezzo. Il corpo è panciuto e tondeggiante da ogni lato, la linea del dorso sale ad arco dal collo sino al garrese, e di là in una ripida mossa alla estremità della gobba, da dove poi scende all'indietro con forte inclinazione. La gobba sta ritta, ma nel corso degli anni cambia molto di mole. Quanto più sostanziosa è l'alimentazione dell'animale, tanto più grossa è la gobba; quanto più parcamente gli vien misurato il cibo, tanto più questa si avvalla. Negli animali ben pasciuti la gobba ha la forma di una piramide e prende la quarta parte del dorso; sparisce quasi del tutto negli individui magrissimi. Al tempo delle piogge, che apporta con sé pascoli abbondanti, la gobba, appena visibile durante gli asciutti mesi della carestia, cresce con una sorprendente rapidità, ed il suo peso può allora raggiungere i 15 chilogrammi, mentre nel caso contrario scende a 2 o 3 chilogrammi. Le gambe sono male attaccate, le cosce principalmente sporgono fuori del corpo ed aumentano, così, l'aspetto sgarbato dell'animale. Le dita assai lunghe e larghe vengono avvolte sino alla estremità dalla pelle del corpo, e sembrano esservi attaccate; la loro divisione è marcata sulla parte superiore del piede, largo e calloso, da un profondo solco; di sotto, il piede è tondeggiante come un cuscino e soltanto un po' raggrinzito davanti e dietro. Perciò, è facile riconoscere la traccia che lascia: è uno stampo ovale, con due allacciamenti e due incavi aguzzi sul davanti, provenienti dalle dita. La coda sottile, con un ciuffo, si protende sino al calcagno; il pelo è morbido, lanoso, molto allungato sul cranio, sulla nuca, sulla gola, sulle spalle e sulla gobba, più fitto sulla regione caudale. Le callosità che si trovano al petto, alle ginocchia e alle calcagna, e che aumentano con l'età di mole e di durezza, sono molto singolari. Le callosità del petto sporgono come gobbe sulla pelle e formano una sorta di appoggio, sul quale si puntella il corpo quando l'animale si china. Anche la struttura interna è notevole. La dentatura si compone, in origine, di quattro denti incisivi nella mandibola superiore e di sei in quella inferiore. I due denti di mezzo della mandibola superiore cadono prestissimo e non sono più surrogati; per questo negli animali più vecchi si trovano nella mandibola superiore due soli denti, che sono rappresentati da grandi coni angolosi, acuti, ricurvi, mentre nella mandibola inferiore si presentano nove incisivi, i quali somigliano molto a quelli del cavallo. Inoltre, esistono in ogni mandibola denti canini, e, per vero, nella mandibola superiore di quei tali che fanno pensare per la mole e la forma loro piuttosto ai denti laceratori d'un feroce carnivoro che non a quelli di un ruminante. Anche i molari hanno le loro singolarità. Il colore del cammello è assai variabile.

Per lo più è di color sabbia chiaro, ma ve ne sono anche di bigi, di bruni e di decisamente neri, oppure con i piedi più chiari: ma non se ne vedono mai di macchiettati. Gli arabi tengono i cammelli neri per animali cattivi, di minor valore di quelli più chiari, e sogliono ucciderli nella loro prima gioventù: è questa la ragione per cui si vedono pochi cammelli neri. I giovani si distinguono dai vecchi per il pelo più fitto e lanoso che riveste tutto il loro corpo; come pure per la forma più graziosa e tondeggiante, perché i secondi si fanno angolosi con gli anni. Oggi, il Dromedario esiste in schiavitù in tutta l'Africa del nord e nell'estremo occidente dell'Asia. La sua area di diffusione concorda quasi con quella d'abitazione della razza araba. Dall'Arabia e dall'Africa nord-est si estende a ponente per la Siria, l'Asia Minore e la Persia sino alla Bucaria, d'onde viene il «Cammello a due gobbe»; dall'Africa occidentale esso attraversa tutto il Sahara sino all'Oceano Atlantico, e di là al Mediterraneo. Sembra che sia originario dell'Arabia; nel nord dell'Africa è stato probabilmente condotto nel terzo o quarto secolo della nostra era, sebbene fosse già ben noto in Egitto al tempo di Mosè. Tuttavia, è strano che, ad eccezione delle colonne di Memnone, nessun monumento d'Egitto ci offra l'immagine di questo singolare animale: eppure gli scrittori greci e quelli romani che viaggiarono nell'antico Egitto menzionano il cammello come un animale comune. E' venuto in Egitto con gli arabi, e di là si è esteso nell'Africa settentrionale. Nella Bibbia è sovente citato sotto il nome di Gamal. Giobbe ne aveva dapprima tremila, quindi seimila; i madianiti e gli amaleciti ne possedevano in numero così sterminato quanto «i granellini di sabbia del mare». Li adoperavano come oggi, mentre il loro addomesticamento avvenne in epoche posteriori. Attualmente in nessun luogo d'Africa si trovano cammelli selvatici o rinselvatichiti. Il cammello è un vero animale del deserto, il quale si trova bene unicamente nelle regioni più asciutte e più calde; perde la sua indole nelle contrade coltivate ed umide. In Egitto, in verità, probabilmente in grazia del cibo abbondante, si sono potuti allevare grossi e pesanti cammelli; ma questi hanno perduto le loro più preziose qualità, la leggerezza nel camminare, la resistenza, la sobrietà, e sono, perciò, molto disprezzati dagli arabi del deserto. Ma nelle regioni tropicali dell'Africa, là dove il regno vegetale prende del tutto l'impronta delle terre meridionali dell'America e dell'Asia meridionale, il cammello non prospera più. Molti tentativi furono fatti per penetrare con esso al centro dell'Africa, ma riuscirono infruttuosi. Oggi il Dromedario è allevato in numero considerevole in tutto il nord e l'occidente dell'Africa. Molte tribù ne possiedono a migliaia. Il cammello si nutre esclusivamente di vegetali, e non ha quindi scelta da fare. Si può bene affermare che la sua sobrietà è la sua principale virtù: esso si accontenta del peggior cibo. Per settimane intere si sostiene con le erbe più secche e più dure del deserto, e con ramoscelli quasi disseccati. Vi sono casi in cui un vecchio canestro, od una stuoia intrecciata di foglie di datteri, gli è un prezioso cibo. Nel Sudan orientale bisogna difendere contro i cammelli, per mezzo di una fitta cinta di spine, le capanne degli indigeni, che non sono altro se non che uno scheletro di pieghevoli stanghe, ricoperte con l'erba delle steppe. Senza tale riparo, essi divorerebbero tutta la casa sino alle fondamenta. E' veramente strano che le spine, i pungiglioni più acuti non feriscano la bocca corazzata del cammello: moltissime volte si sono visti cammelli inghiottire senza difficoltà rami di mimosa sopra cui una spina tocca l'altra. Ora bisogna sapere che quelle spine di mimosa sono talmente dure da perforare le suole delle scarpe, e ciò basta per provare quello che sono: pure il cammello le mangia con piena soddisfazione. Quando la sera la carovana sosta e i cammelli sono lasciati in libertà per guadagnarsi il cibo, si vedono correre di albero in albero, divorando tutti quei rami cui possono arrivare. Essi posseggono una notevole abilità nel rompere con le labbra i rami che poi masticano senza darsi pensiero di quel che possano pungere le spine. Se possono procacciarsi alimenti succosi, se ne compiacciono; fanno spaventevoli saccheggi dei campi di durrah di cui devastano ampie distese. I fagioli, i piselli, le vecce sono loro graditi alimenti, ed i chicchi d'ogni sorta sono considerati come vere leccornie. Nei viaggi del deserto, in cui è necessario scemare quanto più è possibile il peso, ogni arabo prende con sé per il suo cammello soltanto durrah od orzo, e gliene dà alla sera due manciate, abitualmente sul suo burnus, spesso in grembo. Nelle città si dànno loro fave, nei villaggi non ricevono altro che erba secca o paglia di durrah; ma sembra che il fogliame di diversi alberi e di cespugli sia loro un gradito cibo; ciò è spiegato dal fatto che sempre i cammelli, come le giraffe, dirigono i loro passi verso gli alberi. Con un nutrimento di vegetali succosi, il cammello può stare senz'acqua per settimane intere, se il clima non è molto caldo, né sia obbligato a sforzi, e se può, a piacimento, cercarsi il cibo. I nomadi del Bahinda non si dànno sovente pensiero per più di un mese dei loro cammelli, lasciando loro la facoltà della scelta del cibo più conveniente, e spesso capita che per tutto quel tempo gli animali non abbiano per dissetarsi altro che foglie rugiadose e succhi di piante. La faccenda si pone diversamente durante il tempo della siccità. Si è ripetutamente affermato che i cammelli possono stare senza acqua da quattordici a venti giorni, ma questa è una frottola bella e buona da far ridere chi è informato delle cose. In molte antiche descrizioni di viaggi, e più di tutto negli sciagurati lavori dei facitori di libri e dei fannulloni casalinghi, si trova l'asserto sballato che in casi di estremo bisogno i viaggiatori che attraversano il deserto possano trovare nello stomaco dei loro cammelli una provvista d'acqua. E' veramente sollazzevole il veder cammelli stanchi, affamati, spossati, giungere ad un pozzo o ad un fiume. Per quanto siano stupide le piccole creature, esse non scordano tanto facilmente il luogo dove hanno bevuto. Sollevano il capo, aspirano l'aria con occhi semichiusi, abbassano le orecchie e ad un tratto se la dànno a gambe di modo che il cavaliere si deve aggrappare alla sella per non essere sbalzato via. Giunti al pozzo, si accostano all'acqua come fuori di sé, e l'uno cerca di respingere l'altro con spaventevoli urli. Merita d'essere osservato il fatto che il cammello venga educato ad una maggiore o minore temperanza. Per quanto siano poco esigenti, in generale questi animali si lasciano facilmente pervertire, e perciò diventano in certo modo inutili. I cammelli del Sudan orientale che da piccoli sono stati avvezzati a bere ogni quattro o sei giorni e che si debbono nutrire delle piante secche del loro paese sono assai meglio appropriati ai viaggi del deserto di quelli che vivono nel nord, soprattutto nei paesi coltivati, dove non patiscono difetto né di acqua né di cibo. I cammelli del deserto e delle steppe rimangono sempre più piccoli e più magri: sono a poco a poco diventati animali ben diversi da quelli dell'Egitto e della Siria. Se si osserva un cammello in riposo, si può difficilmente pensare che un siffatto animale possa quasi competere in velocità con un cavallo: eppure tale è il caso. I cammelli nati nel deserto e nelle steppe sono eccellenti corridori ed in grado di percorrere, senza interruzione, tali distese come nessun altro animale domestico. Tutti i cammelli sono di portamento in apparenza molto pesante; possono correre soltanto al passo o al trotto; ma quel portante nei cammelli ammaestrati ad essere cavalcati sembra veramente leggero ed elegante. L'incedere ordinario è uno strano camminare sui trampoli, e la bestia ad ogni passo muove in modo così sgraziato il capo avanti e indietro che non si può immaginare più brutta vista di quella di questo animale nei suoi lenti movimenti. Ma se si spinge al trotto un buon corridore che appartenga alle razze scelte, le quali progrediscono senza interruzione sul passo una volta preso, la pesante creatura pare leggera e bella. I cammelli da soma pesantemente carichi sogliono, con il passo ordinario, percorrere in cinque ore il cammino di circa dieci miglia; e vanno di quel passo dalle cinque antimeridiane sino alle sette di sera, e ciò senza interruzione, mentre buoni cammelli percorrono facilmente tre volte la stessa distanza. La fervida fantasia dei beduini ha non poco esagerato la velocità di un buon cammello; comunque questa è abbastanza notevole. Un cammello ordinario da soma è la più tremenda cavalcatura che si possa immaginare. L'andare di portante getta il cavaliere in un modo molto particolare avanti e indietro, su e giù. Si può averne un'idea osservando il moto della testa e del capo di una di quelle figure cinesi, che servono, talvolta, d'ornamento ai salotti europei. Le cose vanno diversamente quando il cammello prende a trottare, e naturalmente se il cavaliere s'intende davvero della guida dell'animale. Con modo vicendevole cessa il dondolare laterale, e se il cavaliere si accomoda per bene sulla sua sella non sente delle violente scosse più che se fosse sopra un cavallo. Ancor più del passo del cammello è insopportabile il galoppo: esso prende questa andatura quando è in collera, e non può mantenerla a lungo; ma che giova, se dopo non più di tre minuti il cavaliere è a terra e l'animale, tutto soddisfatto, trotta via con il suo passo abituale? Per questo l'arabo avvezza i suoi cammelli da sella ad andare solo al trotto.

Il cammello non si può adoperare in regioni montuose se non in un modo limitatissimo, perché l'arrampicarsi gli riesce gravoso; soprattutto per scendere usa somma circospezione. Tuttavia i cammelli talvolta si vedono arrampicarsi al pascolo, sebbene sempre nel modo più goffo possibile. Ancora più maldestramente questo animale si comporta nell'acqua. Se vi è spinto per bere, come succede nel Sudan orientale, esso si agita insensatamente ma l'affare è ben peggiore quando si tratta di guadare un torrente. Gli abitanti delle sponde del Nilo sovente sono obbligati a trasportare i loro cammelli da una riva all'altra del fiume, e lo fanno in tale maniera che secondo il nostro modo di vedere fa drizzare i capelli in testa. Il cammello che non sa nuotare se ne va a fondo come un piombo, tuttavia deve passare a nuoto, poiché i traghetti non sono come quelli nostri, e somigliano a battelli ordinari sopra cui la goffa creatura non può venire trasportata. Si procede, dunque, nel modo seguente per trasportare un cammello dall'una all'altra parte del fiume: un arabo lega una fune intorno al collo ed alla coda in modo però che non sia troppo stretta, e con questa trae nell'acqua l'animale. Due o tre altri, armati di frusta, aiutano di dietro l'operazione. La povera bestia può brontolare con quanto fiato ha in canna: con la fune non si scherza; vorrebbe scappare, ma la fune sta salda, e, se non si va con le buone, la fune stringe il muso; per amore o per forza, dunque, conviene entrare nell'acqua. Quando comincia a perdere terra dimostra chiaramente quanto antipatico gli sia tutto quel viaggio: le brutte narici si spalancano, gli occhi sembrano pronti a schizzar fuori dall'orbita, le orecchie si muovono convulsamente su e giù; alla fine perde piede. Allora un uomo che sta dietro, nel battello, abbranca la nostra bestia per la coda un altro le solleva il capo fuori dell'acqua perché possa respirare, e il tragitto si opera in mezzo agli spasimi dell'animale sgradevolmente commosso. Quando giunge al l'altra riva, prende a correre come spiritato qua e là, quasi che si volesse proprio convincere che ha di nuovo sotto i piedi un terreno solido; a poco a poco riprende, quindi, la sua calma abituale. La voce del cammello è un brontolio veramente sgraditissimo, che difficilmente può venire descritto. Nel modo più strano va alternando quel brontolio al gemito, al grugnito, al ruggito e al muggito. Tra i sensi, l'udito è meglio conformato degli altri, sebbene le piccole orecchie non sembrino strumenti eccellenti; gli occhi vacui sono decisamente privi d'espressione, e l'olfatto è certamente infelice. Al contrario, il tatto è abbastanza fino, ed il gusto lascia vedere che esiste. Il giudizio sulle facoltà intellettuali non può essere molto più favorevole. Per apprezzare un cammello, bisogna considerarlo nelle occasioni in cui ha da far mostra delle sue facoltà intellettuali; si deve anche scegliere un cammello che debba sopportare quanto ad esso è più contrario, vale a dire lavorare. Trasportiamoci dunque in ispirito al villaggio dal quale parte una delle vie del deserto. Già da ieri sono giunti i cammelli necessari al trasporto dei bagagli, e son là mangiando con il piglio più innocente le pareti di una capanna di paglia il cui proprietario è assente ed ha trascurato di proteggere la sua casa con spine. I conduttori si affaccendano a legare e a pesare il bagaglio, urlando a squarciagola e in apparenza con tale furore da far credere che da un momento all'altro seguirà qualche sanguinosa baruffa. Alcuni cammelli rinforzano il chiasso con il proprio grugnito, mentre degli altri che sono ancora silenziosi si può così interpretare il silenzio: «Il momento non è ancora venuto per noi, ma si avvicina!». Purtroppo si avvicina. Il sole annunzia l'ora della preghiera del pomeriggio, l'ora dell'iniziare secondo le idee degli arabi. Da tutte le parti formicolano gli uomini bruni per prendere i cammelli che mangiano le case, o fanno qualche altro sconcio; subito si vedono tornare con le bestie. Ogni cammello è condotto fra gli invogli ammonticchiati del suo carico ed invitato a buttarsi giù con un suono gutturale che non si può descrivere, o con qualche sommessa preghiera accompagnata da leggere percosse. L'animale pieno di presentimenti ubbidisce con una estrema ripugnanza, perché gli appare in cupi colori la prospettiva di una serie di giorni difficili. Dapprima emette, con tutta l'ampiezza dei polmoni, un grugnito che scuote chi l'ode sino alle midolla, e rifiuta decisamente di prestare la schiena al fardello. Anche il giudice più indulgente si affaticherebbe a cercare un bagliore di mansuetudine in quegli occhi lampeggianti di furore. Esso si sottomette a quel che non può evitare, con la rassegnazione e la bonarietà, ma con la pacatezza e la grandezza d'animo che così bene si addicono a chi deve soffrire, ma con i segni meno dubbi d'una profonda collera, con certi giramenti d'occhi che potrebbero servire da modello ai nostri tartufi, con un digrignar dei denti, con vibrar calci e urti e morsi, insomma con un furore senza esempio. Esso passa per tutte le stonature che si possono, o meglio, che non si possono immaginare, senza punto badare né al tempo, né alla cadenza. Diesis e be-molli sono mischiati nel modo più spaventevole; ogni suono che da lontano potesse rassomigliare ad un accordo è sacrificato all'illimitato furore, ogni suono naturale è strozzato e stonato. Infine i polmoni sembrano esausti. No: solo si cambia solfa, e si continua in un modo ancora più lamentevole. L'inaudito cruccio di cui fino allora traboccava l'animo della bestia dà luogo ad una dolorosa considerazione della schiavitù e delle sue terribili conseguenze: il ruggito si muta in un lamentevole gemito. Non facendo parte disgraziatamente della lacrimosa pleiade dei poeti del nostro tempo, non posso far altro che esporre in modo piano il mio parere, ed è che il cammello nel suo infinito dolore rimpiange senza dubbio l'età felice, nella quale il demonio della terra, chiamato uomo, non attaccava gravi pesi alle gobbe adipose fieramente drizzate dei progenitori del nostro animale, in quell'età nella quale libero ed allegro calpestava le verdi zolle dei rigogliosi dintorni del Paradiso. Anche un sasso sarebbe mosso a compassione dall'ineffabile doloroso lamento del cammello; ma più duro del sasso è il cuore del cammelliere; l'orecchio del tormentatore è sordo all'umile lamento della tenera anima della bestia profondamente, intimamente commossa. Non si permette ad essa neppure un movimento che esprima il suo sconforto. Uno dei conduttori si pianta sulle zampe piegate del dolce agnello e con robusta mano ne abbranca le narici per operare all'occasione in quel luogo sensibile una pressione più o meno forte secondo il bisogno. Non è vero che l'uomo pretende doversi difendere contro il morso della bestia; ma è nel vero chi afferma essere un cammello furente quanti vi è di più mostruoso e tremendo: il mio amore per la giustizia m'impone di prendere ora anche la parte del cammello. Quale sfregio! La nobile bestia appena si può muovere, e deve venir caricata con il peso più grave che essere mortale, eccetto l'elefante, sia capace di portare, e per lunghi giorni ha da trascinare quell'indegno fardello! A tale abbassamento l'animale scoppia in lamenti che fanno appello alla commozione e alla compassione, ed ecco un barbaro che chiude ad esso ambedue le narici, levando, così, al gemito il soffio indispensabile! Persino un angelo, a tale spietato trattamento, si tramuterebbe in diavolo; ma il cammello, lungi da questo, non ha pensato mai di accampar pretese di natura angelica. Chi deve, chi può sentire meraviglia, se esso esprime il suo sconfinato cruccio con continue e violente scosse del capo? Chi può dargli torto, se tenta di mordere, di vibrar calci, di balzar su, di rigettare il fardello, e poi di nuovo riprende a ruggire tanto da dover temere che voglia romperci i timpani? Eppure gli arabi lo deridono per tali sfoghi di giusto furore! Essi, che trattano tutti gli animali maomettanamente - assolutamente non possiamo dire cristianamente - gli snocciolano in abbondanza maledizioni, lo spingono con il piede, lo bastonano con la frusta! Le preghiere più fervide, i lamenti più acconci a straziare il cuore, il furore più violento, incontrano il freddo disprezzo e insulti sensibilissimi. Mentre l'uno abbranca il cammello per il naso, l'altro gli mette la sella sul dorso; prima che abbia a metà dipanato il suo lamento, il pesante fagotto è già sulla sella. Allora il primo lascia il naso, quello di dietro adopera la frusta: la bestia accoccolata deve rialzarsi. Ancora una volta concreta in un solo grido il suo infinito dolore, il suo cruccio, il suo profondo disprezzo per gli uomini; ancora una volta emette, nel rialzarsi, un furioso urlo, poi tace per tutto il giorno, probabilmente nel sentimento della sua grandezza e della sua sublimità. Stima indegno di sé un simile inutile lamento, stima indegno di sé l'annunziare al vile uomo il profondo dolore da cui è amareggiato il suo animo per l'indegno modo con il quale lo si tratta; esso tace, e sino a sera se ne va «a passi di trampoli in silenziosa calma e senza sospiro di dolore». Ma, quando di nuovo si abbassa, e gli vien tolto il carico, pare che di nuovo il suo petto respiri liberamente, e un'altra volta sfoga ad alta voce il suo dolore. Così si comporta il cammello nel carico e nello scarico.

Riteniamo d'aver dimostrato a sufficienza il nostro amore per la giustizia, e che abbiamo per bene preso le parti del cammello. Ma, per fare le cose a dovere, conviene che ci mettiamo, sia pure per un poco, nei panni dell'uomo. Da questo punto di vista la faccenda si presenta alquanto diversa. Non si può disconoscere che il cammello possegga facoltà veramente straordinarie per tormentare l'uomo senza posa, ed anche in modo incredibile al pari di lui. Non conosciamo animale che gli si possa paragonare. In confronto ad esso un bue è una creatura degna di alta considerazione; un mulo, che in qualità d'ibrido riunisce in sé vari difetti, è una bestia decisamente costumata; una pecora è molto spiritosa; un asino è un animale veramente amabile: la scempiaggine e la cattiveria sono abitualmente suoi pregi ordinari, ma, quando ad esse si aggiungono cento altre magagne, la viltà, la cocciutaggine, un cattivo umore perpetuo, la ostinatezza, una decisa opposizione contro tutto quello che vi è di ragionevole, l'odio o l'indifferenza contro il padrone ed il benefattore, insomma tutto quello che può possedere una creatura per farsi uggiosa e che sa esercitare con una sempre pronta facilità, l'uomo che ha a che fare con un siffatto animale ha ben diritto di arrivare in eccessi. L'arabo tratta come i suoi figli le bestie da soma, ma il cammello lo fa talvolta venire in una collera indicibile. Ciò si capisce quando taluno è stato buttato giù da un cammello, calpestato, morso, piantato lì nella steppa e schernito, quando taluno è stato per giorni e giorni e settimane tormentato da esso, che si è dimostrato di una perseveranza degna di ammirazione, quando invano si sono adoperati mezzi migliorativi e coercitivi, e tutte le maledizioni capaci di sedare la tensione elettrica dell'animale. Che il cammello emetta un odore in confronto del quale pare squisito profumo il puzzo del caprone, che imponga all'orecchio con la sua voce tormento analogo a quello che soffre il naso per il puzzo, o l'occhio per la vista forzata della sua testa brutta oltre ogni dire all'estremità del suo lungo collo di struzzo, ciò non conta. Ma che in cognizione di causa resista sempre al volere del suo padrone è quello che ai nostri occhi lo fa spregevole. L'unica qualità in cui il cammello appare grande è la sua ingordigia: ad essa cedono tutte le altre. Il suo intelletto è singolarmente ristretto. Se non è commosso, non manifesta né amore, né odio, bensì indifferenza per tutto, fatta eccezione per il cibo e per i figli. E' commosso appena lo si costringe a lavorare; poi, convinto che il suo furore a nulla giova, si rassegna al lavoro con la solita indifferenza. Ma nel momento del suo furore è cattivissimo, davvero pericoloso. La sua illimitata viltà è davvero ributtante. A sbaragliare la carovana basta il ruggito di un leone; l'urlare di una jena inquieta fuor di misura l'animale senza coraggio; una scimmia, un cane, una lucertola, sono per lui spaventevoli apparizioni. Non conosciamo alcun animale con il quale viva in amicizia l'asino pare comportarsi con lui possibilmente bene, però non si può parlare di amicizia particolare con il cammello; il cavallo lo considera, da quanto sembra, come il più ributtante di tutti gli animali. Dal canto suo il cammello manifesta agli altri il medesimo malvolere che nutre per l'uomo. Tuttavia, il peggior vizio del cammello è senza dubbio la sua caparbietà: bisogna avere a lungo cavalcato un cammello per avere imparato a conoscere quel vizio in tutto il suo spaventevole sviluppo. Il cavaliere esordiente ha abbastanza da fare per salire e tenersi saldo in sella, quando la bestia s'incaponisce, non è più il caso di cavalcare. Allora ci vuole un cavaliere esperto, perché il mettersi in sella ha le sue difficoltà. L'uomo deve porsi in sella con un audace salto, e subito pensare a mantenervisi, perché questo è il momento che l'animale sceglie per compiere ogni sorta di misfatti. Il cavaliere vuole andare a sud: può essere certo che il cammello si dirige verso nord; egli vuol trottare: il cammello va al passo; egli lo vuol lasciare andare al passo: il cammello si mette a correre! E guai a lui se non cavalca bene, guai a lui se non sa guidare l'animale! Può tirare le redini quanto vuole, far girar indietro la testa in modo che il muso stia eretto verticalmente, il cammello non farà altro che scalpitare più rabbiosamente. E l'uomo dovrà tenersi fermo e impedire che la sua cavalcatura non lo faccia volare al di sopra della sella così che si trovi di botto a sedere sul collo! L'animale, virtuoso essere, è troppo serio perché si possa credere che assuma per scherzo o per sbaglio un contegno così contrario a tutte le regole dell'alta scuola! L'indegno trattamento che ebbe a soffrire dal primo momento in cui venne ammaestrato dall'uomo ha reso impaziente ed arcigno il suo carattere, che senza dubbio era, in origine, nobile e generoso. Esso guarda dal lato più sfavorevole l'inesperienza del suo cavaliere; ciò gli pare uno sconcio che «un nobile cuore non può sopportare» e contro cui si difende nella misura delle proprie forze. Alle sue labbra sfugge un grido tutt'altro che grazioso, poi smania furibondo: i tappeti che coprono la sella e vi sono appesi, gli otri dell'acqua, le armi, ecc. sono sbalestrati e il cavaliere fa il volo appresso alle sue cose. Allora ecco che il cammello fa un tentativo per sfuggire alla sua schiavitù e si precipita alla buona ventura nel deserto. Disgraziatamente i cammellieri sono preparati a tutte queste cose e si slanciano dietro il fuggitivo, correndo, strisciando, assumendo un piglio indifferente, cercano di avvicinarglisi, pregano, esortano, lusingano finché abbiano potuto ghermire la briglia che pende dall'animale; allora il loro vero animo si svela in tutta la sua bruttezza. D'un balzo, essi, gli esperti, sono in sella, scaricano legnate poderose sulla bestia riluttante, la costringono a tornare indietro, raccolgono gli oggetti sparsi, fanno inginocchiare il cammello, lo bastonano per bene, lo caricano di nuovo con tutta tranquillità come se nulla fosse successo. E se non riuscisse loro di ritrovare il fuggiasco, cento altri sono là, affatto disinteressati, sempre pronti ad impadronirsi di un cammello senza padrone, e, seguendo le sue orme, lo riconducono al punto di partenza della sua gita di piacere. Nessun arabo lascia scappar via un cammello fuggitivo senza fare almeno il tentativo di ricondurlo nel retto sentiero. E' facile capire che in tali occasioni la povera bestia esali il suo intimo dolore in sospiri strazianti che s'innalzano al cielo. In una parola, il cammello è inferiore a tutti gli altri animali domestici; non possiede nessuna vera buona qualità intellettuale, conosce l'arte di rendere l'uomo furioso, e perciò il titolo di cammello che gli studenti tedeschi applicano a tempo e luogo ha un senso veramente profondo; poiché, se si vuole con esso designare un uomo che riunisca in sé nel grado più eminente le particolarità più evidenti di un bue, di un asino, di una pecora e di un mulo, non si può fare scelta più felice di quella del cammello, che in sé le riunisce tutte. Ancora più spaventoso del solito è il cammello al tempo degli amori. Questo varia secondo le varie località: nel settentrione ricorre dal gennaio sino al marzo e dura da otto a dieci settimane. In quel periodo il cammello maschio è un creatura veramente schifosa: è molto irrequieto, strepita, rugge, morde, tira calci ai suoi compagni e al suo padrone, e sovente diventa tanto furioso che lo si deve munire non solo della briglia nasale, ma di una speciale museruola al fine di evitare disgrazie. L'irrequietezza dell'animale in amore non fa che crescere: perde l'appetito digrigna rabbiosamente i denti e, appena vede un altro cammello maschio - peggio poi se è femmina - spinge fuori del collo una schifosa vescica membranosa. Ciò facendo gorgoglia, brontola, ruggisce, grugnisce, geme nel modo più disgustoso. Quella vescica membranosa è un organo speciale che si trova nei soli cammelli adulti, e viene considerata come un secondo velo del palato. Nel maschio giovane la vescica non è tanto sviluppata da sporgere fuori della bocca; nei vecchi raggiunge una lunghezza di 35 o 40 centimetri, e può, dilatata, avere la mole della testa di un uomo. Sovente se ne osserva una per parte, ma, generalmente, ne sporge una sola, e da un lato. Durante l'aspirazione l'animale getta il capo avanti, gorgoglia, emette bava e soffia sempre più aria nello strano involto, sul quale spiccano le vene ramificate che lo percorrono. Durante l'aspirazione la vescica si gonfia subito e somiglia ad una borsa di pelle tondeggiante che sparisce nella bocca per scaturirne di nuovo poco dopo. Sovente l'animale raccoglie la propria orina con il ciuffo della coda e ne spruzza sé o gli altri. Le ghiandole del collo secernono un abbondante umore e spargono un fetore veramente ripugnante. Alla più piccola occasione l'animale scappa e si precipita come un pazzo nel deserto. Se, infine, riesce a trovare una femmina, non è assolutamente in grado di compiere l'accoppiamento senza l'aiuto degli arabi: per lungo tempo si affatica invano, balza come spiritato sulla femmina e si arrabbia sempre più, riuscendo sempre meno. Infine, s'intromettono gli arabi, che fanno inginocchiare la femmina e aiutano il maschio anche in altro modo.

Un maschio basta per sei od otto femmine. Passato un periodo di undici o tredici mesi dall'accoppiamento, la femmina partorisce un piccolo, il quale relativamente è una bella creatura. Ad ogni modo, sin dal primo giorno della sua vita è un mostriciattolo, ma, come tutti gli animali giovani, ha in sé qualcosa di comico e di festoso. Nasce con gli occhi aperti, ed è rivestito di un pelo lanoso, lungo! folto e morbido. Appena è asciutto, segue la madre che lo tratta con tenerezza. La gobba è piccolissima, e la callosità appena accennata. Nella mole oltrepassa un puledro neonato: in altezza misura circa 75 centimetri, e dopo una settimana arriva a 90 centimetri. A mano a mano che le settimane passano, la lana cresce in lunghezza e abbondanza, ed il giovane cammello ha una singolare somiglianza con l'alpaca, suo cugino d'America. Se due madri s'incontrano con i loro piccoli, questi si trastullano insieme nel modo più grazioso, e le mamme s'affaccendano a proteggere quei giuochi, vale a dire brontolano ai petulanti figliuoli la loro approvazione, e corrono loro dietro allegramente ovunque si volgano. La femmina del cammello allatta per più di un anno il figlio, e durante quel periodo mostra un insolito coraggio, difendendo in caso di bisogno il suo rampollo, a tal riguardo osserviamo che solo la madre si prende pensiero del figlio, ma non mai gli altri cammelli, perché quelle ottuse creature sono troppo indifferenti. All'inizio del secondo anno gli arabi divezzano il piccolo cammello allontanandolo dalla madre o distogliendolo in qualche altro modo dal poppare. In certe località si raggiunge lo scopo passando attraverso il tramezzo delle narici un cavicchio appuntato alle due estremità. Le punte raspano e pungono le mammelle e la madre stessa manda via il figlio. Pochi giorni dopo il parto la femmina è di nuovo assoggettata al lavoro, mentre il piccolo trotta allegramente dietro di essa. Anche i giovani cammelli divezzati sono condotti durante i lunghi viaggi affinché si abituino per tempo a sopportare le lunghe marce. A seconda della più o meno spiccata bellezza dell'animale, il cammello viene ammaestrato sin dal terzo anno a fare da cavalcatura o da bestia da soma. Nei luoghi dove sono numerosi, i cammelli si caricano soltanto all'inizio del quinto anno, mentre nelle località dove scarseggiano si costringono al lavoro nel corso del terzo anno. I cammelli da sella vengono ammaestrati dai figli del cammelliere, perché tale occupazione rappresenta un particolare divertimento per i giovani. L'ammaestramento è semplicissimo: il giovane cammello viene provveduto di una leggera sella, e una funicella è passata attorno al suo muso. Il cavaliere siede in sella e spinge la bestia a trottare; appena passa al galoppo, la si castiga, si fa inginocchiare e si bastona; appena va al passo, si anima il suo ardore con grida e frustate finché si abitui a trottare quando ha in dorso il cavaliere. Alla fine del quarto anno entra, per così dire, in commercio, e viene adoperata per lunghi viaggi. Un buon cammello da cavalcare, quando trotta, deve posare le zampe lungi l'una dall'altra ed urtarle il meno possibile; se compie per benino l'ultima condizione, l'arabo suol dire a sua lode che si può bere sulla schiena di esso una chicchera di caffè turco, senza perderne una stilla; inoltre, non deve essere caparbio. La bardatura del cammello è veramente particolare. Il sergi, o sella, riposa sopra una specie di saldo scaffale, elegantemente lavorato, e consiste in un sedile a foggia di coppa, che è posato sulla gobba dell'animale e si eleva a circa 30 centimetri da essa. La coppa posa su quattro cuscini, che circondano dai due lati la gobba, la quale deve essere compressa il meno possibile; tre forti e lunghe cinghie, di cui due passano sotto il ventre e la terza circonda la parte anteriore del collo (per impedire lo scivolare all'indietro della sella) la mantengono salda. Davanti e dietro si innalzano due sporgenze alle quali sono appesi vari arnesi da viaggio. La briglia consta di una striscia fine di cuoio intrecciato, che passa intorno al capo e al muso della bestia e chiude la bocca, se viene tirata; ma i cammelli da sella portano inoltre una briglia supplementare, la quale non è altro se non una sottile cinghia di cuoio che passa per una narice traforata. Il cavaliere porta a preferenza lunghi stivali molli, senza speroni, calzoni stretti, una giubbetta corta con larghe maniche, una cintura, un berretto rosso, e la kuffia dei beduini, con la quale si incappuccia la testa nel più gran caldo. Alcuni, sopra tali indumenti, gettano anche il burnous bianco. Alla giuntura della mano destra pende l'indispensabile frusta, che nell'Africa del nord-est è un pezzo di pelle d'ippopotamo arrotondato ed inoliato all'estremità. Così arredato, il cavaliere si accosta al suo cammello, invita la bestia ad inginocchiarsi con inimitabili suoni gutturali e tiratine della briglia; la ammonisce a star zitta con quel medesimo tono gutturale, afferra la briglia quanto più corta può con la mano sinistra e con quella destra il pomo anteriore della sella, solleva il piede con prudenza, e salta con la maggiore rapidità possibile, tenendosi aggrappato al pomo anteriore della sella con tutte e due le mani. Occorre una grande destrezza per salire in questo modo, perché il cammello non attende che il cavaliere sia adagiato saldamente sulla sella, ma si rialza, appena avverte la più lieve pressione in tre balzi che si seguono l'un l'altro con grande velocità. Prima che il cavaliere sia in sella, il cammello si rialza sulla giuntura delle zampe anteriori, allunga ad un tratto le lunghe zampe posteriori, e finalmente si drizza con moto rapido sui piedi anteriori. Questi movimenti si seguono tanto vivamente e riescono tanto inaspettati al novizio che appena in un secondo questi suole cadere sul davanti della sella e precipitare o sul collo della bestia o a terra. L'amabile animale si muove sempre nel modo che abbiamo descritto, ed è soltanto dopo un lungo tirocinio che si giunge a contrastare tutti i suoi sgarbi e a neutralizzare tutte le scosse ricevute nel rialzarsi con giudiziose mosse della persona avanti e indietro fino a riuscire a mantenersi e ad assicurarsi in sella. Per caricare il cammello da soma serve un semplice scaffale di legno imbottito, detto Ranïe, cui vengono appese le due parti di un carico. Questo arnese è mantenuto dal peso e dall'equilibrio dei due colli nella sua posizione sopra la gobba del cammello, ed a questo si deve se l'animale può con tanta facilità buttare a terra il suo carico. Soltanto in alcune località la sella è stata migliorata con l'aggiunta di cinghie e di salde reti intrecciate di fibre di corteccia, nelle quali sono avvolte le merci. Con la sella di legno ordinaria ogni collo deve essere preparato isolatamente: prima si allaccia e con la fune vengono formati due anelli, che a loro volta vengono attorcigliati l'uno con l'altro e mantenuti per mezzo di un cavicchio passato dentro. Per quanto sia possibile, si scelgono colli di peso uguale, si depongono a terra ad una certa distanza, si conduce il cammello sul posto, lo si fa inginocchiare fra i due colli, tenendolo saldamente giù durante l'operazione di carico, si sollevano questi, si uniscono le loro funi e si lascia rialzare la bestia. E' falso l'asserto, che circola ancora oggi, secondo cui i cammelli caricati più di quello che possono portare rimangono a terra, anche se loro viene tolto il peso, mentre amareggiati contro l'umanità si lascerebbero morire. Un cammello troppo carico non si rialza, perché non può; ma alleggerito si rialza subito, od almeno dopo alcune spinte. Diversa è la situazione quando la bestia, spossata da un lungo viaggio nel deserto, cade sotto il suo carico: allora non è caparbietà, ma assoluto spossamento che la fa per sempre rimanere colà. Il cammello ha un passo sicuro e tranquillo, né inciampa mai sopra un suolo piano, né asciutto, finché abbia ancora un po' di forza; ma, se accombe alla stanchezza di un lungo viaggio e se cade, è chiaro che non può più fare un passo. E siccome nel deserto non v'è nulla che lo possa rinvigorire, poiché mancano cibo e acqua, esso giace per sempre e muore.

Per sollecitare il passo del cammello, il cammelliere fa scoppiettare in un modo singolare la lingua, e, se ciò non basta, fa fischiare nell'aria la sottile frusta. Un buon cammello mai deve venire percosso: quell'incoraggiamento gli basta. Il cammello va soggetto ad alcune malattie, che talvolta, specie nei bassipiani, si fanno epidemiche e distruggono molti animali. Le coliche e la diarrea sono le malattie più pericolose; ma alcuni cammelli vengono colti anche da una certa specie di irrigidimento spasmodico, cui in breve soccombono. Nel Sudan una specie di mosca cavallina arreca spaventose stragi, ma probabilmente ciò è un effetto del clima. La morte del cammello ha sempre qualcosa di poetico, sia che avvenga sul letto arenoso del deserto, sia davanti all'ammazzatoio. Nel deserto il Simun è il suo peggiore nemico: l'animale parecchie ore prima ha un sentore di quel vento venefico che porta con sé la morte. I cammelli sanno presagire quelle terribili vampe che precedono la bufera; diventano irrequieti, ombrosi, indocili e ostinati, e, malgrado la visibile stanchezza, trottano avanti quanto più rapidamente possono. Appena scoppia davvero l'uragano, essi non si muovono più per nessun patto, si accovacciano con la schiena volta al vento, la testa allungata e posata sulla sabbia in un particolare modo. Senza dubbio, soffrono relativamente quanto l'uomo, che, passato il Simun, si sente indolenzito in tutte le membra, e prova una prostrazione simile a quella che segue ad una lunga malattia. Se, dopo passato il vento ardente, le bestie vengono caricate di nuovo e seguono la difficile via, esse dimostrano chiaramente che ogni passo è un dolore. La loro sete aumenta moltissimo, mentre la loro spossatezza cresce sempre più fino a prendere il sopravvento. Avviene allora che uno cade a terra ad un tratto, e né per esortazioni, né per il menar di frusta è in grado di rialzarsi mai più. Con il cuore addolorato l'arabo gli toglie il carico ed abbandona, non senza qualche lacrima, la povera creatura al suo destino; perché anche lui è minacciato dalla sete e dalla mancanza di cibo, per cui non può trattenersi oltre presso la sua bestia. Un buon sorso d'acqua e un po' di cibo potrebbero salvare questa; ma nel deserto e specialmente dopo il Simun che dissecca una parte dell'acqua custodita negli otri, mancano cibo e bevande e le locande e gli alberghi sono sconosciuti. Il mattino dopo il cammello è un cadavere, e prima ancora del meriggio i suoi becchini, gli avvoltoi, descrivono i loro circoli al di sopra di esso, quindi si abbassano per divorarlo. Sul cadavere si combatte una battaglia schifosa, e la sera lo sciacallo e la vorace jena trovano appena di che saziarsi. E' proprio il caso di dire che per il cammello non v'è pace neppure dopo la morte. E' poi cosa veramente commovente quando il macellaio comanda al cammello di inginocchiarsi per ricevere il colpo finale. L'animale ubbidisce senza sospetto al comando del padrone, si accoccola al suolo e riceve ad un tratto il colpo mortale nella gola per mezzo di un coltello ben affilato, mentre risuona il grido tre volte ripetuto: Allah Akbar (Dio è il grandissimo!). Abitualmente il colpo è vibrato con mano tanto sicura e penetra così profondamente che vengono recise di un colpo le vertebre del collo; l'animale muore istantaneamente. Come quando il Simun irrompe nel deserto, l'animale allunga la testa sul suolo, ha un sussulto o due e spira. Allora viene rivoltato, tagliato lungo il ventre, scorticato, e la pelle serve come invoglio per la carne. Questa è dura, coriacea, è perciò costa poco. Con la pelle si fabbrica ogni sorta di utensili, sebbene il cuoio del cammello non sia di lunga durata. Il latte dell'animale non viene molto adoperato: è tanto denso e grasso che ripugna a chi non vi è avvezzo. Quello che invece viene adoperato è lo sterco dell'animale, il quale viene usato in vari modi. Nei viaggi del deserto, dove manca la legna da ardere, si raccolgono al mattino le piccole pallottole tondeggianti, della grandezza di una noce, dure, solide ed asciutte, che serviranno la sera seguente da combustibile. In Egitto, anch'esso così povero di legname, gli escrementi del cammello, come quelli del cavallo, del bue, dell'asino, sono accuratamente raccolti, impastati ed asciugati al sole, e conservati come combustibile. Così il cammello giova in vari modi, ed appunto la sua utilità e l'impossibilità di vivere senza di esso meritano all'animale, così brutto, così poco intelligente, se non l'amore dell'uomo, certamente tutta la sua riconoscenza. E da parte dell'uomo, almeno nei confronti del cammello, in verità, non si può attendere altro.

Modello tridimensionale di dromedario

Un cammello

Modello tridimensionale di dromedario

Spot

Spot

CAMMELLO DI BATTRIANA (Camelus bactrianus)

La parte che fa il dromedario di cui abbiamo parlato innanzi, nelle regioni testè menzionate, compie nell'est e nel centro dell'Asia il Cammello di Battriana. Questo animale è senza dubbio ancora più brutto del dromedario; si potrebbe anche dire il più brutto e il più deforme di tutti i ruminanti. Il Cammello di Battriana si distingue da quello precedente per avere due gobbe, di cui l'una s'innalza al garrese, l'altra avanti alla regione lombare. La sua forma è tanto pesante che vicino a lui il dromedario deve sembrare quasi una gentile creatura. Il pelame è più folto che in quello, il colore generale più fosco, per lo più bruno-scuro, rossiccio in estate. La massa del corpo del cammello è maggiore di quella del dromedario, ma le zampe sono più basse, ed è per questo, appunto, che appare tanto deforme.
Anche questo cammello serve dai tempi più antichi come animale domestico ai tartari, ai mongoli ed ai cinesi, ed è adoperato nella stessa maniera come il dromedario; soltanto non lo si può adoperare come cavalcatura in viaggi molto lunghi, poiché, come già accennammo, esso va di passo così pesante che è assolutamente impossibile un rapido viaggio. Il cammello serve da mezzo di trasporto al grande commercio che si fa nell'interno dell'Asia, e fino ad alcuni decenni fa, ma anche oggi, operava quasi tutto il traffico tra la Cina e la Russia. Grazie al fitto pelame, l'animale si può trovar bene anche nelle regioni fredde, ed è in grado di prestare servizio anche d'inverno. Gli indigeni hanno lungamente, ed anche oggi, nonostante la motorizzazione che anche in quelle regioni comincia ad affacciarsi, considerato il cammello come il più utile animale domestico, specie per i trasporti nelle zone impervie, dove sia d'estate che d'inverno non esistono strade migliori delle scorciatoie che si possono far percorrere solo al cammello. Nell'indole, il Cammello di Battriana somiglia molto, anzi moltissimo, al dromedario, e per questa ragione evitiamo di ripeterci. Il tempo degli amori comincia in febbraio e dura sino ad aprile, i maschi si abbaruffano nel medesimo modo dei loro affini e anch'essi si accoppiano con l'aiuto dei padroni. Le due specie si incrociano e danno prodotti sempre fecondi, che hanno ora una, ora due gobbe.

GUANACO (Lama guenico)

Con il lama, al cui genere appartiene, è il più grosso dei mammiferi terragnoli dell'America del sud, e uno dei più importanti, sebbene si presenti solo in stato selvatico. Anche questo, come i suoi congeneri, è un cammello, ma rispetto al suo affine dell'Antico Continente, non è che un pigmeo. Per mole somiglia all'incirca al nostro cervo reale, per forma sta tra il cammello e la pecora. Gli individui perfettamente adulti misurano in lunghezza totale del corpo metri 2,20, la coda è di 23 centimetri, l'altezza al garrese è di un metro, l'altezza del corpo dal suolo al vertice del capo è di metri 1,50. La femmina, alquanto più piccola, è perfettamente simile al maschio nella forma e nel colore. Il corpo del Guanaco è, come quello di tutte le altre auchenie, relativamente breve, alto e largo nella regione del petto e in quella delle spalle, stretto dietro e fortemente rientrante all'inguine. Il collo è lungo, sottile, snello e ricurvo anteriormente, ma l'animale lo porta eretto. La testa è lunga e compressa lateralmente; la coda termina ottusamente, il labbro superiore è profondamente spaccato e sporgente, poco peloso e mobilissimo; le narici strette, allungate, sono chiudibili, il naso è coperto di peli, le orecchie hanno press'a poco la metà della lunghezza della testa, sono di forma allungata, ovale, strette, pelose internamente ed esternamente e mobilissime; gli occhi sono grandi e vivaci, la loro iride è trasversale; alle palpebre sono attaccate lunghe ciglia, specialmente a quella inferiore. Le zampe sono alte e sottili, i piedi un po' lunghi, le dita aperte sino a metà e terminate all'estremità da piccoli zoccoli ristretti, imperfetti ed aguzzi, alquanto ricurvi all'ingiù; le piante dei piedi sono larghe e callose; nelle articolazioni dei piedi anteriori mancano le callosità che si trovano nelle altre specie e nel cammello. La coda è brevissima, fittamente pelosa superiormente, mentre al di sotto è quasi interamente nuda; viene portata diritta. Le mammelle della femmina hanno quattro capezzoli. Un pelame lunghetto, abbondante ma increspato, copre il corpo: consiste di una lana più corta e più fina e di setole più lunghe e più sottili; sulla faccia e sulla fronte il pelo è breve; tuttavia su quest'ultima comincia ad allungarsi; sulla parte superiore del capo e sopra tutte le parti del corpo, ad eccezione delle zampe, esso si allunga in un velo lanoso che pure non ha mai la morbidezza di quello del lama propriamente detto. Sul ventre e sulla faccia interna delle cosce è cortissimo, sulle zampe è corto e ruvido. In generale, il colore è bruno-rossiccio sudicio; la metà del petto, il ventre, la regione dell'ano, la faccia interna delle zampe sono di colore bianchiccio; sono neri gli occhi, il dorso, la fronte e d'un bruno-scuro le guance e le orecchie; è bianca la parte interna del le orecchie, e d'un bigio-nerastro quella esterna; sulle zampe posteriori si presenta una macchia ovale di color nero. L'iride è bruno-scura, le ciglia sono nere e gli zoccoli sono di un nero-bigiastro. Il Guanaco si estende sulle Cordigliere, dalla via del Magalhaen sino al Perù settentrionale. E' comune principalmente nella parte meridionale della catena delle Ande; nelle regioni più popolate è molto diminuito per le molteplici persecuzioni cui va soggetto. Il suo soggiorno varia a seconda delle stagioni; se la vegetazione è propizia, il Guanaco sale sino al limite delle nevi; quando comincia la siccità sulle alture, esso scende nelle fertili valli inferiori. Scansa accuratamente i campi di neve, probabilmente perché non ha le piante dei piedi adatte a posarsi saldamente sul suolo sdrucciolevole. Nel basso ricerca i pascoli più succosi. Questo animale vive in società in piccoli branchi, che pascolano lungo i ruscelli. Il branco consiste di parecchie femmine e di un solo maschio adulto, perché solo i maschi non ancora atti alla riproduzione sono tollerati dal capo del branco. Appena i giovani maschi sono giunti ad una certa età, s'impegnano dure lotte: i più deboli sono costretti a cedere ai più forti, e allora si radunano con altri loro simili e con giovani femmine. Durante il giorno girano dall'una all'altra valle, quasi sempre mangiando; di notte non mangiano. Vanno a bere alla mattina e alla sera. Il loro cibo consiste di erbe succose, e, in caso di necessità, di muschi. Tutti i movimenti del Guanaco sono vivaci e rapidi, sebbene non tanto svelti quanto si potrebbe credere. In pianura un buon cavallo raggiunge presto un branco fuggitivo; ma i cani ordinari stentano a tenere loro dietro. La corsa altro non è che un breve galoppo strascicato, e, come nel cammello, il passo è di portante. Durante una fuga precipitosa il lungo collo viene teso orizzontalmente e mosso dall'alto in basso. Il Guanaco sa molto bene arrampicarsi, corre a mo' di camoscio sopra i pendii più scoscesi e le falde più erte, persino là dove il montanaro più esperto non osa posare il piede, e guarda con indifferenza il profondo abisso. L'animale in riposo giace, come il cammello, sul petto e sulle zampe, è come questo si accovaccia e si alza. Durante il riposo rumina come tra il sonno e la veglia; nella fuga le femmine e i giovani vanno avanti, e sovente sono spinti con la testa dai maschi che seguono. Il capo sta quasi sempre a pochi passi di distanza dal branco, e fa la guardia con somma prudenza, mentre il suo gregge pascola tranquillamente. Al più lieve indizio di pericolo esso manda un forte belato, simile a quello della pecora; tutti gli animali del branco alzano simultaneamente il capo, aguzzano lo sguardo in ogni direzione, e si dànno solleciti ad una fuga, dapprima alquanto titubante, poi sempre più rapida. Nei mesi di agosto e di settembre cade il tempo degli amori. Lotte frequenti si impegnano tra i maschi che aspirano alla supremazia. I rivali si precipitano l'uno sull'altro con una incredibile violenza e gridi acuti; si mordono, si tirano calci, si perseguitano, e tentano di precipitarsi l'un l'altro nell'abisso. Dopo una gestazione di dieci o undici mesi la femmina partorisce un piccolo perfettamente conformato, ricoperto di peli, con gli occhi aperti; per quattro mesi lo allatta, lo custodisce, lo tratta con somma tenerezza, e se lo tiene vicino finché sia perfettamente adulto. Talvolta si vede qualche guanaco aggregarsi ad un branco di llamas o di vigogne, ma senza unirvisi propriamente. Al contrario i guanachi ed i pacos pascolano fraternamente sugli altipiani. Il Guanaco si difende contro i suoi simili con calci e con morsi; contro gli altri avversari usa un mezzo comune a tutti quegli animali. I lama lasciano avvicinare il nemico, abbassando le orecchie con piglio molto irato, e gli sputano violentemente in faccia la loro saliva e le erbe che eventualmente hanno in bocca in quel momento o che vi furono appositamente raccolte, e ciò con una grandissima sicurezza. In casi del più estremo bisogno fanno pure uso dei denti e degli zoccoli, sebbene non possano produrre molto effetto con tali armi. L'uomo, sempre lui, rimane il nemico più temuto di questi animali, che la loro velocità difende contro gli altri avversari. Gli americani del sud fanno con grande passione la caccia al Guanaco per via della pelle e della carne, ambedue stimate. Con l'aiuto di buoni cani si tenta di spingere gli animali che pascolano in una gola stretta, si corre loro sopra, e si getta al loro collo il laccio con le bolas o palle. Sulle falde dei monti i llamas sfuggono senza difficoltà ai loro persecutori, perché là è molto difficile avvicinarsi ad essi a tiro di fucile. Negli altipiani dove non si trova altra selvaggina, la caccia al Guanaco o alla vigogna è spesso una necessità per far fronte al bisogno di carne. Nelle regioni montane si prendono spesso i giovani guanachi e si addomesticano per la loro leggiadria. Finché sono giovani, si comportano con garbo, dimostrandosi fiduciosi e affezionati, seguendo il padrone a passo a passo come cagnolini e trotterellando come veri agnelli; poi, quanto più invecchiano, tanto più vanno scemando in essi l'amore e l'affezione per gli uomini. Raramente gli animali addomesticati si possono indurre ad andare liberamente entro e fuori per cercarsi il cibo, come fanno i lamas. I più vecchi, infatti, si accingono ben presto a sfuggire alla dominazione dell'uomo, e spesso, sputandogli contro, gli provano quali sentimenti nutrano per esso.7

LAMA (Lama glama)

Si trova principalmente nel Perù e vi prospera meglio che non altrove negli altipiani delle montagne. E' alquanto più grosso del guanaco e si distingue per le callosità al petto e alla parte anteriore dell'articolazione del carpo. Ha la testa piccola e breve, labbra pelose, orecchie brevi e larghe piante ai piedi. Il colore varia moltissimo: vi sono individui bianchi, neri, macchiettati di rosso-bruno, di bianco, di bruno-cupo, di color d'ocra, di rosso volpino, ed altri. L'animale adulto misura dalla pianta dei piedi alla fronte metri 1,40, al garrese 90 centimetri. Questi animali dormono tutta la notte in mezzo ai campi; amano l'aria fredda e prosperano sulle montagne; ma in pianura muoiono per il caldo. Talvolta sono ricoperti interamente di neve e di ghiaccio, eppure rimangono sani. Quelli che sono tosati appaiono ridicoli: talvolta sostano di botto sul cammino, alzano il capo, guardano la gente con piglio attento, e rimangono a lungo immobili senza manifestare né timore né scontentezza. Un'altra volta ad un tratto questi animali sono colti dal terrore e corrono con il loro carico sopra le rupi più alte, di modo che bisogna farli scendere con schioppettate, se non si vogliono perdere le verghe d'argento di cui spesso sono carichi. I peruviani tengono questi animali in numerosi branchi sugli altipiani; di notte si chiudono in un recinto di sassi, al mattino si lasciano uscire. Allora corrono trottando al pascolo, in verità senza pastori, e tornano la sera. Se qualcuno passa loro davanti, aguzzano da lontano le orecchie; tutto il branco si appresta al galoppo, fa sosta a trenta o cinquanta passi di distanza dall'intruso, che guarda con grande curiosità e di nuovo torna al pascolo. I maschi soltanto vengono adoperati come bestie da soma, mentre le femmine servono esclusivamente per la riproduzione. Nulla è più bello di un convoglio di questi animali, quando procedono uno dietro l'altro nel miglior ordine possibile con un carico sulla groppa di 50 chilogrammi. Sono condotti da un capofila, adorno di una elegante cavezza, e che porta sul capo un campanello ed una bandiera. Così percorrono le vette nevose delle Cordigliere, o le falde delle giogaie, per sentieri dove a stento potrebbero camminare i cavalli e i muli. Sono tanto docili che i loro conduttori non abbisognano né di pungolo, né di frusta per guidarli e farli camminare. Essi vanno alla meta tranquilli e senza fermarsi. Se ad un tratto s'affaccia ad essi qualche oggetto sconosciuto, che ispiri loro paura, si sparpagliano di botto in tutte le parti ed i poveri conduttori durano la maggior fatica a riordinarli. Gli indiani hanno molto affetto per questi animali, che adornano ed accarezzano sempre prima di sottoporre al carico. Ma tutte le cure, tutta la prudenza non bastano per impedire che ad ogni viaggio verso le coste un gran numero di lama abbia a soccombere, perché non può reggere in un clima caldo. Non sono adatti né al tiro né alla sella, e talvolta un indiano sale sulla bestia soltanto quando deve valicare un fiume e teme di bagnarsi, ma appena toccata la sponda opposta ne scende. Tschudi combatte nel modo più convincente l'opinione di altri naturalisti, come quella di Meyen, secondo cui il Lama è un guanaco migliorato. Come, dice egli, si migliora un animale? Certo solo con un abbondante nutrimento, con il ripararlo sufficientemente dalle intemperie, ed infine con le maggiori cure. Allo stato libero il guanaco trova negli sconfinati altipiani buona abbondanza del miglior cibo; godé sempre di un buon clima, passando la stagione calda sulle vette eccelse delle Cordigliere, e quella fredda nelle calde valli del Puna, riparate dal vento. Potrebbe esso abbisognare di cure migliori? «Quanto diversa è la sorte del Lama! Curvato sotto il giogo, è costretto tutto il giorno a recar pesi che superano quasi le sue forze; brevi istanti gli sono concessi per cercarsi uno scarso cibo; di notte è rinchiuso nell'umido recinto dove deve giacersi sulla pietra o nel guazzo. Dalle fresche e pure aure delle Ande, per le quali è creato, deve, gravemente carico, scendere verso le paludose foreste vergini o verso gli ardenti deserti sabbiosi delle coste, dove gli vien meno anche lo scarso nutrimento, dove la morte per sfinimento ne distrugge a migliaia. Sarà in tal modo migliorato il superbo guanaco e trasformato in Lama? Oppure questo si modifica in paco, in un animale che è ben accudito, ma gli è molto inferiore in forza corporea, sorpassandolo nella delicatezza delle forme e nella finezza della lana? A chiunque è chiaro che dobbiamo considerare queste differenze come specifiche e non come varietà prodotte dallo stato di animale domestico». Lo stesso naturalista dice che il Lama ed il paco non si accoppiano mai, ed il guanaco ed il Lama sempre infruttuosamente; egli dubita perciò di tutte le relazioni che affermano il contrario. Cosa certa è che i figli rimangono con le madri da sei a otto mesi; prima che sia compiuto il loro primo anno di vita, sono messi insieme e divisi da quelli che hanno uno o due anni di più, di modo che i lama di uno, due o tre anni, sono sempre accuditi separatamente. Alla fine del terzo anno sono pienamente sviluppati, e vengono incorporati nel branco principale, che è nuovamente separato per sessi. L'accoppiamento ha luogo dopo lo scoppio di un vero furore; gli animali si battono, tirano calci, mordono, si gettano a terra fino a rimanere spossatissimi. Tutte le specie partoriscono un solo piccolo, che poppa per quattro mesi; alquanto più del Lama propriamente detto fra questi animali capita sovente che i nati di due anni poppino insieme con quelli dell'annata. Sotto la dominazione spagnola fu promulgata una legge che proibiva, sotto la pena di morte, ai giovani indiani celibi di avere un gregge di lama femmine. Disgraziatamente ora è fuori d'uso quella utilissima proibizione. Nel corso dell'ultimo secolo, in seguito alla sempre crescente invadenza dei solidunguli ed ora anche delle macchine a motore, i lama sono molto diminuiti di numero; ma ancora oggi, specie nelle zone più impervie dell'interno e di alcune coste, dove la civiltà del motore non è ancora arrivata o vi è scarsamente sviluppata, i lama prestano eccellenti servigi a quelle popolazioni. Allo stato di schiavitù il Lama si comporta bene con i compagni e con gli affini, e soprattutto gli individui di una coppia sono teneramente affezionati l'uno all'altro. Imparano a conoscere il loro custode e lo trattano con riguardo; ma rispetto agli estranei si manifestano veri cammelli, vale a dire più o meno male disposti e straordinariamente irascibili. Nel giardino zoologico di Berlino viveva alcuni anni or sono un lama che si distingueva per una speciale irascibilità. All'inferriata sua era appeso un cartello che invitava i visitatori a non aizzare l'animale, il che naturalmente aveva come conseguenza che ognuno s'impegnava a stuzzicarlo. Lo si vedeva perciò in un furore continuo: appena qualcuno si avvicinava, cessava il pacato ruminare, la bestia abbassava le orecchie, fissava ben bene l'estraneo e ad un tratto gli si avventava contro e gli sputava in faccia. E non sappiamo, da parte nostra, se dobbiamo dare proprio torto a quel lama.

Alcuni lama

Alcuni lama

PACO O ALPACA (Lama pacos)

Da un secolo a questa parte è diventato la specie più importante di tutto il gruppo. Si è scoperto che la sua lana possiede qualità eccellenti, tali da non essere eguagliata da nessun'altra, e per questo fu introdotto in Europa e in Australia. I pacos sono raccolti in numerosi armenti che pascolano tutto l'anno sugli altipiani. Si portano nelle stalle soltanto per tosarli. Forse non vi è animale più cocciuto di questo: se uno viene diviso dagli altri, si butta a terra, né v'è modo con percosse o con carezze d'indurlo ad alzarsi. Piuttosto che cedere sopporta i castighi più violenti, e persino la morte più dolorosa. Alcuni possono essere spinti avanti soltanto se si associano a greggi di lama o di pecore. La moltiplicazione del Paco è molto grande; la femmina partorisce dopo undici mesi di gestazione, e, se è sana, partorisce regolarmente ogni anno.

Alpaca o Paco (Lama pacos)

Alpaca o Paco (Lama pacos)

Spot

Spot

VIGOGNA (Lama vivunna)

E' un animale più grazioso del lama; per la mole sta fra il lama e il paco, ma si distingue dall'uno e dall'altro per la lana più breve e più increspata, che è di una finezza eccezionale. Il cranio e la parte superiore del collo, il dorso e le cosce sono di un colore speciale giallo-rossiccio (color vigogna), la parte inferiore del collo e quella interna delle zampe sono d'un giallo d'ocra chiaro; i peli lunghissimi del petto e del ventre sono bianchi, ed hanno 13 centimetri di lunghezza. Durante la stagione umida le vigogne rimangono sulle creste delle Cordigliere, dove la vegetazione è scarsissima. I loro zoccoli, essendo molli e sensibili. rimangono sempre nei siti erbosi, ed anche inseguiti gli animali non passano mai sugli scogli rocciosi, e ancor meno sui ghiacciai ed i campi di neve che frequentano i nostri camosci; mentre nella stagione calda scendono nelle valli. L'apparente contraddizione del modo di visitare l'inverno i luoghi più freddi e l'estate quelli più caldi, si spiega con il fatto che durante la siccità le falde delle Cordigliere sono del tutto inaridite e la vegetazione, sufficientemente ricca di pascoli, si trova soltanto nelle vallate dove sono sorgenti e paludi. I nostri animali vanno pascolando per tutto il giorno, ed è una cosa rarissima il vederne un branco al riposo. Al tempo degli amori i maschi si azzuffano con maggior accanimento per ottenere l'onore di guidare un branco di femmine, poiché in ognuno di questi si tollera soltanto un maschio. Il maschio si tiene sempre due o tre passi all'indietro e veglia accuratamente sopra di esse mentre pascolano tranquillamente. All'avvicinarsi di qualche pericolo esso ne dà avviso con acuto fischio e sollecito avanzarsi; subito si raccoglie il gregge, le teste si volgono curiosamente verso il luogo d'onde viene il pericolo, tutte fanno due passi in quella direzione, poi pare che ci ripensino e si volgono in precipitosa fuga. Il capo protegge la ritirata, e sovente si ferma ad osservare il nemico. I movimenti d'una rapida corsa consistono in un galoppo allungato, dondolante, che non è tale da impedire che quegli animali siano raggiunti da un cavaliere bene in sella. Ma anche con il cavallo più veloce ciò è impossibile, se le vigogne si tengono sulla falda del monte e particolarmente se corrono in su. I cavalli allora rimangono molto indietro, e conviene rinunciare all'inseguimento, tanto sarebbe inutile e oltretutto pericoloso. Le femmine premiano con rara costanza e grande affetto la vigilanza del loro conduttore: se è ferito od ucciso gli corrono fischiando intorno, e si lasciano uccidere sino all'ultima, anziché prendere la fuga. Ma se il piombo micidiale colpisce una femmina, l'intero branco fugge. Invece le femmine del guanaco se la svignano lestamente, anche se il loro capo è anche soltanto ferito. Nel mese di febbraio la femmina partorisce un figlio, che sin dalla nascita manifesta una straordinaria resistenza ed una grande velocità. Un cacciatore a questo proposito ci racconta che nel mese di febbraio sorprese una femmina isolata che allattava il piccolo. Essa prese subito la fuga spingendo il figliuolo davanti a sé. Il cacciatore incalzava i due animali in compagnia di un amico famoso per la sua conoscenza dei luoghi, montando su cavalli Puna, che sono molto avvezzi a quel genere di caccia. Per tre ore ebbero voglia di correre dietro alla madre e al figlio con galoppo allungato prima di riuscire a dividere l'uno dall'altra. Il piccolo si lasciò prendere con la mano senza resistenza: era nato poche ore prima del loro arrivo, poiché il cordone ombelicale era ancora perfettamente fresco ed umido. Le giovani vigogne maschi rimangono con la madre fino al loro pieno sviluppo, ma allora tutto il branco femminile si accorda per mandar via con calci e con morsi il giovane maschio già atto alla riproduzione. Lo sfrattato si unisce quindi a branchi particolari, composti di maschi sconfitti e afflitti, e che sovente comprendono da 25 a 30 individui. Ma neppure lì tutto procede nel migliore dei modi: siccome un capo governa la schiera, gli altri sono vigili e diffidenti, sicché il cacciatore si può avvicinare ad un siffatto branco soltanto con somma cautela e difficoltà, e raramente ne può uccidere più di uno. Nel tempo degli amori, poi, in quella schiera regna un disordine senza limiti, perché i membri di essa, in preda all'agitazione più vertiginosa, si urtano e si battono, mandando un acuto grido, interrotto, decisamente antipatico che ricorda molto da vicino il grido d'angoscia del cavallo. Si trovano anche vigogne solitarie, cui ci si può accostare senza fatica, e che, se prendono la fuga, si raggiungono dopo un breve galoppo, e sono prese per mezzo del laccio. Gli indiani asseriscono che quegli animali sono tanto docili solo perché soffrono di vermi. Ci siamo perfettamente convinti dell'esattezza del fatto, trovando nella sezione anatomica di uno che il pancreas ed il fegato erano, a dirla chiaramente, un brulichio di vermi parassiti. Siamo disposti ad attribuire, come gli indiani, la causa di questo male ai pascoli umidi che le vigogne frequentano, poiché l'esperienza indica che gli animali malati di vermi si trovano esclusivamente durante la stagione umida. Il grido di questi animali si può difficilmente descrivere; tuttavia è così particolare che non lo dimentica più chi l'ha udito una volta. E' diverso in ciascuna specie, ed un esperto orecchio riconosce subito dal suono bene troncato da quale specie provenga. L'aria pura e sottile porta a grandi distanze quei penetranti suoni, a distanze da cui è impossibile all'occhio più acuto il distinguere l'animale. Fino al secolo scorso gli indiani usavano le armi da fuoco per uccidere le vigogne. Organizzavano cacce, cui ogni famiglia doveva mandare un uomo. Le vedove seguivano in qualità di cuoche. Si portavano molti bastoni ed enormi gomitoli di spago. In una pianura appositamente scelta si piantavano i bastoni a 12 o 15 passi l'uno dall'altro e si collegavano per mezzo di uno spago all'altezza di 75 centimetri. In tal modo si preparava un circolo di un mezzo miglio di circuito, nel quale è riservato un passaggio di circa duecento metri di larghezza. Le donne appendevano sulla cordicella cenci variegati, che il vento faceva muovere qua e là. Appena tutto era pronto, gli uomini, di cui un terzo era a cavallo, si sparpagliavano, e da parecchie miglia d'intorno spingevano verso il circolo tutti quei branchi di vigogne che incontravano. Quando il numero sembrava sufficiente, il circolo veniva chiuso. Le timide bestie non osavano balzare al di sopra delle cordicelle che sostenevano i cenci mobili e venivano, così, facilmente prese con le bolas. Queste erano fatte di tre palle, due più pesanti, una più leggera, di piombo o di pietra, raccomandate a lunghe funi fatte di tendini di vigogne. Quelle funi erano riunite per il capo libero; quando se ne voleva fare uso, si prendeva nella mano la palla più leggera, mentre si mettevano le altre in modo circolare intorno al capo. Alla distanza opportuna della metà, cioè a 15 o 20 passi, si lasciava andare anche la palla che si teneva in mano, e tutte e tre venivano balestrate con violenza verso il segno, avvolgendosi all'oggetto che incontravano. Si prendevano di mira sempre i piedi posteriori degli animali; del resto le bolas li stringevano così saldamente che ogni movimento era impossibile e la bestia cadeva. Naturalmente, anche ai giorni nostri questa maniera di caccia non è del tutto ancora scomparsa, specie in alcune zone dell'interno, più distanti dalle correnti del progresso, ma oggi i fucili a doppia canna fanno legge e i cacciatori, che sono poi i fornitori degli industriali che trasformano il pelame delle vigogne in ottimi tessuti, ne fanno largamente e totalmente uso. Le giovani vigogne si addomesticano facilmente e diventano molto fiduciose; si affezionano assai a chi le custodisce, e gli corrono dietro a passo a passo come animali domestici bene abituati a seguire come cani il loro padrone; ma con l'andar del tempo divengono maligne come tutti i loro affini, e si rendono, a volte, addirittura intollerabili con quel loro brutto ed eterno sputare.

MOSCHI

Molti naturalisti uniscono ai cervi alcuni piccoli ruminanti di elegante conformazione, tra cui si trova il pigmeo di tutto l'ordine, il Mosco. Noi nei Moschi vediamo una famiglia distinta. I Moschi non hanno corna, né solco lacrimale, né ciuffo di peli ai piedi posteriori. La loro coda è un vero moncone. i Moschi si distinguono da tutti gli altri ruminanti per due lunghi denti canini che sporgono molto fuori della mandibola superiore e si volgono all'infuori, quelli più brevi sono rivolti all'indietro. Hanno 14 o 15 vertebre dorsali, 5 o 6 lombari, da 4 a 6 sacrali e 13 caudali. Le parti molli somigliano a quelle delle antilopi e dei cervi. I Moschi abitano l'Asia meridionale e quella centrale. Colà vivono le specie più grosse nelle regioni più rocciose delle giogaie, raramente presso i boschi che visitano soltanto di quando in quando, e più raramente ancora nelle valli, nelle quali scendono unicamente quando il rigido inverno li caccia dalle loro alture, mentre il difetto di alimento li obbliga ad avviarsi verso regioni più favorite. Tuttavia, le piccole specie abitano anche le boscaglie più fitte delle montagne e le regioni rocciose e boscose, anche poco distanti dai luoghi abitati. La maggior parte vive isolatamente o in coppia al tempo della riproduzione; una sola specie si raduna in numerosi branchi. Come per la maggior parte dei ruminanti, per i Moschi la vita comincia al tramonto del sole; durante il giorno se ne stanno in luoghi nascosti e dormono. Nei loro movimenti sono vivaci e mobili, leggeri e veloci, saltano e si arrampicano bene, e corrono sui campi di neve come i camosci. Le specie che vivono al piano sono anch'esse agili e veloci, ma non hanno tanta resistenza come quelle che abitano i monti. Tutti sono timidi e paurosi in sommo grado, e cercano di fuggire al più lieve indizio di pericolo. Poi mettono in uso, almeno alcuni di essi, un ripiego particolare, imitato dall'opossum, e si atteggiano come se fossero morti, e d'un tratto balzano via. A buon diritto si possono dire scaltri e calcolatori. Alla prigionia si avvezzano rapidamente; si addomesticano senza difficoltà, e stringono con gli uomini un'amicizia piuttosto intima, pur senza mai abbandonare la naturale timidezza. La loro moltiplicazione è scarsissima. Partoriscono uno o al più due figli, e ad intervalli assai lunghi. Si dà loro la caccia per la carne e per la pelle; ma una specie è particolarmente ricercata per il suo muschio, sostanza che ancora oggi è considerata come un farmaco efficace presso alcune popolazioni indigene.

MOSCO (Moschus moschiferus)

Il Mosco propriamente detto è un grazioso ruminante della mole di un capriolo, con il corpo che misura in lunghezza 75 centimetri ed in altezza 60 centimetri; di struttura compressa, più alto nella parte posteriore che non in quella anteriore, con gambe snelle, con collo breve, con lunga testa, ottusamente tondeggiante al muso, nella quale si trovano occhi di media grandezza dalle lunghe ciglia, con pupilla mobilissima e orecchie ovali lunghe la metà della testa. Il piede è avvolto in eleganti zoccoli, lunghi, stretti, aguzzi, ma a causa di una ripiegatura di pelle che si trova fra di essi possono dilatare molto il piede, e, d'accordo con le unghie posteriori che scendono sino al suolo, assicurano l'incedere franco sopra i ghiacciai o i campi di neve. La coda è grossa e corta, quasi triangolare, nuda nel maschio ad eccezione della punta, e colà adorna di un ciuffetto. Il corpo è rivestito di un fitto pelame aderente, di color bruno-rosso, che si allunga dalle due parti del petto, tra le cosce e il collo. I singoli peli sono neri, piuttosto lunghi, folti e increspati. Presentano la più perfetta struttura cellulare fra tutte le sorta di peli. I denti canini sporgono nel maschio da 5 a 7 centimetri fuori della bocca, e sono alquanto piegati all'insù, per poi ricurvarsi a mo' di falci all'interno. La parte esterna è lievemente ricurva, il margine posteriore compresso e tagliente, la punta molto acuta. Anche la femmina ha i denti canini, ma non sporgono fuori delle labbra. Dopo quei denti, la borsa del maschio è indubbiamente quel che è di più notevole in questi animali. Questa singolare ghiandola si trova nella parte posteriore del ventre tra l'ombelico e le parti genitali, e si presenta come un sacchetto tondeggiante alquanto sporgente, di 5 o 6 centimetri di lunghezza, di 3 centimetri di larghezza e di 4 o 5 centimetri di altezza. Dalle due parti la rivestono peli piuttosto duri, aderenti, convergenti, che lasciano nel centro uno spazio circolare vuoto. Due piccole aperture si trovano l'una dietro l'altra e sono in rapporto con la borsa stessa per mezzo di brevi canali. L'apertura anteriore in forma di mezzaluna è esternamente rivestita di ruvido pelo, che all'interno diventa fino, lungo e intricato; l'apertura posteriore, che sta in relazione con le parti genitali, è circondata da un ciuffetto di lunghe setole. Fini ghiandole nell'interno del sacchetto secernono il muschio, e la borsa, quando è troppo piena, si vuota per mezzo del primo canale. Quella borsa raggiunge il suo perfetto sviluppo e il suo totale contenuto solo negli anni adulti. Si può prendere per media della quantità della preziosa sostanza circa una sessantina di grammi; pure vi sono borse nelle quali si sono trovati più di 120 grammi. I giovani maschi ne dànno circa 7 grammi. Durante la vita dell'animale il muschio stesso somiglia ad un unguento; disseccato, si trasforma in sostanza polverosa e granulosa, che sulle prime presenta un colore bruno-rosso, ma con il tempo diventa nero carbone. L'odore va diminuendo a misura che il colore si oscura; e si dilegua del tutto se la sostanza profumata è mista con zolfo o canfora. Nell'acqua fredda si scioglie sino a tre quarti, in quella bollente sino ai quattro quinti, nello spirito di vino sino alla metà. Se esposto al calore, brucia, emettendo uno sgradevole odore. Né i greci, né i romani conoscevano il Mosco, sebbene essi andassero pazzi per gli unguenti odorosi, e li facessero venire per lo più dall'India e dall'Arabia. I cinesi, invece, usavano il muschio già da migliaia di anni. Ecco come Marco Polo descrive il Mosco: «Alla luna piena, una bolla ricca di sangue va crescendo all'ombelico di questo animale. I cacciatori gli van dietro, lo pigliano, tagliano via quell'escrescenza, la fanno seccare al sole ed ottengono, così, il balsamo più fino che si conosca». Il Mosco ai giorni nostri ha una abbondanza di nomi, che qui non stiamo a ripetere, e questo prova che la sua area di diffusione è enormemente estesa. Si trova nell'Asia, in Cina, nel Tibet, sulle vette dell'Himalaia, ecc. Abita di preferenza le giogaie sino all'estremo limite della vegetazione. Il Mosco sino al tempo degli amori vive solo, di giorno nascosto nei cespugli, di notte intento a procacciarsi il cibo. I suoi movimenti sono tanto veloci quanto sicuri; corre con la rapidità delle antilopi, balza con la sicurezza dello stambecco, e si arrampica con la rapidità di un camoscio. Sopra i piani nevosi, nei quali si affonda un cane e dove l'uomo può appena muoversi, il Mosco trotta comodamente, quasi senza lasciare di sé alcuna traccia visibile. Inseguìto, balza, come il camoscio, da vertiginose alture, e giunge sano e salvo al bosco, oppure corre sopra spigoli che gli offrono appena tanto spazio da posare il piede. In caso di bisogno non prova nessun fastidio nel guadare i fiumi. I suoi sensi sono eccellenti, scarse le facoltà intellettuali. E' timido, ma non intelligente, né riflessivo. Se è colto da qualche accidente, spesso non sa che fare, e corre attorno fuori di sé. Così, fanno pure i prigionieri, come spesso è stato osservato. Verso il tardo autunno, in novembre e in dicembre, la stagione degli amori raduna in branchi i Moschi. I maschi impegnano violente lotte per ottenere il premio, ed usano i loro denti in modo spaventevole. Si avventano uno contro l'altro, cercano di allacciarsi a vicenda nel collo per poter far uso dei denti, e si fanno profonde ferite nella pelle e nella carne. In quasi tutti i moschi adulti si trovano cicatrici di tali ferite. Durante il tempo degli amori il Mosco maschio sparge un odore di muschio veramente insopportabile: i cacciatori dicono che lo si può sentire ad un chilometro di distanza. Si assicurava una volta che al tempo degli amori i moschi svuotassero le borse di muschio contro i fusti degli alberi ed altri corpi duri; ma tale asserto è basato sopra una errata osservazione. Sei mesi dopo l'accoppiamento, cioè in maggio o giugno, la femmina partorisce uno o due figli che tiene presso di sé con molta tenerezza sino alla seguente stagione degli amori, e che allora respinge. I giovani sono perfettamente conformati, la loro coda è pelosa; anche dalla prima gioventù i maschi si distinguono dalle femmine per il muso ottuso e per un pelo più notevole. Alla fine del terzo anno sono adulti.
L'alimentazione di questo animale varia a seconda delle stagioni. Nell'inverno si nutre dei licheni degli alberi, nell'estate delle aromatiche piante alpine, che crescono sulle sommità montane. Si dice con ragione che i moschi sono molto difficili nella scelta del loro cibo, e ricercano le piante migliori e più saporite. La qualità più o meno buona del Mosco proviene dall'alimentazione, sebbene non si sappia ancora quali siano le piante migliori allo scopo. La caccia di questo animale, che è sorgente di grossi guadagni, presenta grandi difficoltà. La sua grande timidezza fa sì che solo raramente il cacciatore gli si possa avvicinare a portata di fucile. Si suole per lo più ricorrere ai lacci per impadronirsi dell'agognata preda. Questi lacci vengono appostati nei punti dove passa regolarmente il Mosco, che abitualmente frequenta gli stessi luoghi, e, così, si riesce ad averne ora vivi, ora strangolati. Ma non di rado capita che invece della bestia che si aspetta si vedano comparire orsi, lupi e volpi, che si sono lasciati anch'essi ingannare dal belato, e sono accorsi nella speranza di far bottino. Neppure nel caso si tratti effettivamente di moschi, le ciambelle, come si dice, riescono sempre con il buco, perché, come spesso avviene, talune belve, che in precedenza hanno seguito le orme del Mosco, lo divorano quando è caduto nella trappola, prima che vi giunga il cacciatore.

KANCHIL (Tragulus kanchil)

Appartenente al genere dei traguli, questo animale può dirsi il pigmeo della famiglia dei moschi. E' lungo appena 45 centimetri, di cui 4 spettano alla codicina; l'altezza al garrese è di 20 centimetri, alla groppa ha 2 centimetri di più. Il pelo finissimo è sul capo fulvo-rossiccio, più chiaro sopra i fianchi, più scuro sul cranio e quasi sempre nero, rosso-giallo-bruno fortemente misto di nero lungo il dorso, più chiaro sui fianchi, tempestato di bianco sulla parte superiore del collo, e bianco su quella inferiore. Dalla mandibola inferiore scorre lungo i lati del collo una striscia bianca che va sino alla spalla, al di sotto di questa si presenta una striscia scura che nel centro, cioè sotto il collo, racchiude in sé una terza striscia bianca. Talvolta lungo il ventre si presenta pure una fascia gialliccia. Le estremità sono giallo-fulve, la regione dell'omero e quella del femore di un vivo rosso-ruggine, i piedi di un giallo-fulvo-pallido. La diversità di colore è prodotta dal disegno particolare dei peli, che sono bianchi nella loro metà inferiore, poi diventano più scuri e, infine, di un giallo vivo, mentre la punta è nera. A seconda, dunque, che questa ultima di color nero cade, o si mostra, e che i cerchi chiari che la precedono si fanno più o meno visibili, si modifica la tinta del pelame. Ma nei punti bianchi i peli sono di un bianco puro. I maschi più vecchi hanno bei canini che sporgono di due centimetri fuori delle labbra. Questi sono sempre molto ricurvi, volti dall'interno verso l'esterno e dall'avanti all'indietro, compressi lateralmente e scanalati e taglienti sul margine posteriore. I piccoli zoccoli fini sono di un color bruniccio chiaro corneo. Gli individui giovani non si distinguono molto da quelli adulti. Questa gentile creatura abita Giava, Singapore, Pinang e le isole vicine, come pure la penisola malese. E' rappresentata da alcune specie affini a Sumatra, al Borneo e a Ceylon, e vive nelle fitte selve tropicali, più nelle montagne che nella pianura, per lo più solitaria, in coppia solo al tempo degli amori. Durante il giorno se ne sta ritirata, riposando e ruminando nei cespugli più folti; al sopraggiungere dell'oscurità se ne va in cerca di cibo, e mangia ogni sorta di foglie, erbe e bacche; non può stare senz'acqua. I suoi movimenti sono tutti graziosissimi, leggeri, vivacissimi. Spicca salti relativamente grandi, e supera abilmente le difficoltà del cammino. Ma le tenerelle zampe le negano presto ogni servigio, per cui cadrebbe facilmente in balìa del nemico, se non possedesse un mezzo difensivo che consiste in una sua particolare astuzia. Inseguìta, cerca ordinariamente di nascondersi nel cespuglio, ma appena vede che non può proseguire si adagia tranquillamente a terra, simulando la morte, come l'opossum in circostanze analoghe. Il nemico s'avvicina, persuaso di colpire subito la preda, ma, prima ancora che l'abbia raggiunto, il nostro animaletto spicca un salto o due e scappa con la velocità del fulmine.

CERVI

Parlando della famiglia dei Cervi, diremo anzitutto della loro straordinaria singolarità: il loro capo è adorno da meravigliose corna ramificate. Ogni altra particolarità - e certamente non sono poche - appare secondaria rispetto a quella. I Cervi si distinguono dai moschi per la maggiore mole, per essere dotati di lacrimatoi, per i denti canini che nei moschi di alcune specie sono cortissimi, e per la presenza di un ciuffo di peli ai piedi posteriori. La struttura somatica esterna è snella ed elegante, il corpo è armoniosamente conformato e allungato; le zampe sono alte e slanciate; i piedi hanno speroni posteriori molto sviluppati e zoccoli stretti e aguzzi; il collo è forte e robusto, la testa stretta soprattutto verso il muso. Hanno occhi grandi e vivaci, orecchie di media lunghezza, ritte, strette e mobili. Per quanto riguarda le corna, esse sono per lo più ornamento dei maschi. Si tratta - come abbiamo già detto - di prolungamenti ossei, ramificati, delle ossa frontali; ogni anno cadono e si riproducono in relazione con l'attività genitale. Nei Cervi castrati le corna si mantengono sempre allo stesso punto; se la castrazione avviene durante il tempo in cui l'animale ha le corna, gli rimangono; se invece avviene quando ne è privo, esso non le riacquisterà mai più. Si è potuto notare perfino che gli animali castrati da una sola parte mettono le corna dal solo lato che non fu offeso. Durante la gestazione, il nascituro presenta nel luogo ove spunteranno le corna una forte ossificazione del cranio. Verso il sesto o l'ottavo mese di vita si forma un'apofisi ossea, con sollevamento dell'involucro esterno, che rimarrà poi per tutta la vita. Tale apofisi è detta stelo e da essa germoglieranno le corna. Dapprima si tratta semplicemente di fusti aguzzi che più tardi si vanno ramificando, poiché dal fusto principale spuntano dei rampolli il cui numero può arrivare a dodici per ogni fusto. Con l'età si producono modificazioni di grande importanza nelle corna del Cervo. La più sorprendente avviene negli steli che si dilatano ogni anno di più con il crescere delle protuberanze frontali e che si spingono l'uno verso l'altro fino alla metà della fronte; nello stesso modo ogni anno si restringono con l'alzarsi dei margini frontali, gli steli sopra il cranio. Ma il fenomeno più sorprendente è dato dalle modificazioni della conformazione delle corna e dal numero dei rami. Le giovani corna sono, dapprima, avvolte in una pelle pelosa, ricca di vasi sanguigni, morbida e pieghevole. Le ramificazioni inferiori nascono dal fusto principale e, quando sono tutte conformate in proporzione stabile e le estremità sono ben frastagliate, allora il sangue comincia a circolare e il Cervo sente il bisogno di liberarle dalla pelle che comincia a staccarsi da sé. Il maggiore sviluppo delle corna avviene in questo modo: già prima che il Cervo abbia compiuto il suo primo anno di vita si formano le appendici che sono la continuazione diretta del fusto, - e in alcune specie della famiglia cadono mentre nella maggior parte dei Cervi le ramificazioni che seguono il primo fusto, cosiddetti pugnali, che si sviluppano nel secondo anno, si ramificano in due rami o cornetti. Nella primavera del terzo anno avviene la stessa cosa, ma i nuovi fusti hanno un rampollo di più dell'anno precedente e così di seguito finché l'animale abbia raggiunto il massimo del suo sviluppo. La caduta delle corna è preceduta da un'attività moltiplicata dei vasi che scorrono attorno alla base del fusto, il quale dopo poco tempo cade, sia per il proprio peso, sia perché viene scrollato dal Cervo stesso. Il Cervo ha allora una breve emorragia e nel punto ove si ergevano le corna si forma una crosta, sotto la quale ha inizio il nuovo lavoro di formazione. Lo sviluppo completo delle corna richiede da dieci a trenta settimane. La materia di cui sono formati i fusti è, all'inizio, di natura gelatinosa, ma a poco a poco si ossifica per l'aggiunta di fosfato e di carbonato di calcio. La pelle che ricopre le corna, la cosiddetta scorza, è molle, poco coperta di peli e poco aderente e di un colore chiaro; è ricchissima di vasi e sanguina al minimo urto. In generale, la forma delle corna è regolare, sebbene influiscano molto sulle sue modificazioni la località in cui il Cervo vive e il suo nutrimento. Le corna sono generalmente considerate l'elemento principale per la determinazione della specie; ma molti naturalisti dànno un valore relativo a questa distinzione. Le varie specie di Cervi, comunque, presentano differenze facilmente riconoscibili e perciò la loro classificazione non offre le stesse difficoltà che presentano le famiglie degli altri ruminanti. Le parti interne del corpo di questi animali mostrano grandi diversità rispetto a quelle degli altri ruminanti.

Fin dai tempi più antichi i Cervi erano largamente diffusi su gran parte della terra. Attualmente, ad eccezione di una parte dell'Africa e dell'Australia, essi vivono su tutta la terra, si abituano ad ogni clima, dimorano sia in pianura che in montagna, nei boschi e nei luoghi scoperti. Gli uni vivono nelle fitte boscaglie, gli altri nelle steppe aride, altri ancora nelle paludi. Alcuni cambiano domicilio a seconda della stagione, altri restano sempre fedeli alla loro prima dimora. Sono tutti animali socievoli, molti dei quali vivono in numerosissimi branchi. Durante l'estate i vecchi maschi si riuniscono in un branco e vivono solitari o si associano ad altri individui più giovani dello stesso sesso. Al tempo degli amori, avvicinandosi al gruppo delle femmine, sfidano a duello i loro rivali, contro i quali combattono valorosamente e si manifestano particolarmente commossi e cambiati in tutto il loro essere. Per la maggior parte si tratta di animali notturni, anche se molti di quelli che vivono nelle aspre giogaie e nei luoghi deserti si aggirano di giorno in cerca di cibo. I Cervi sono animali vivaci, timidi, veloci, agili; hanno sensi acuti e sono ben dotati intellettualmente. La loro voce consiste in suoni brevi, sordi nei maschi e in note belanti nelle femmine. Si nutrono di sostanze vegetali: erbe, fiori, foglie, gemme, teneri germogli, e ramoscelli, frutta, bacche, corteccia, muschio, licheni e funghi. Il sale è per essi una vera ghiottoneria e l'acqua assolutamente indispensabile. La femmina partorisce uno o due piccoli, in casi rarissimi tre, che nascono perfettamente conformati e che dopo pochi giorni seguono la madre dovunque. In alcune specie anche il padre dimostra grande affetto per la prole; mamma cerva ha grande cura dei figli e li difende contro ogni pericolo. I Cervi sono causa di gravissimi danni nelle regioni in cui l'agricoltura è florida e non compensano con i pochi vantaggi che offrono le distruzioni immense che compiono. Il Cervo non si addomestica facilmente come si crede. Tuttavia, quei pochi esemplari che furono presi molto giovani e tenuti in schiavitù si dimostrarono affezionati e fiduciosi in un primo tempo, poi con il passare del tempo queste qualità andavano cedendo il campo a sentimenti di irosità e malignità. Ciò avviene anche per le renne che da molto tempo, tuttavia, vivono in schiavitù. Prima di tutti gli altri animali, tratteremo dei giganti della famiglia, le alci. Si tratta di animali particolarmente robusti, tarchiati, dotati di lunghe zampe, con grandi corna a forma di pale formate come la palma di una mano cui manchino il dito medio e quello anulare, hanno piccoli lacrimatoi, ciuffi di peli nella parte interna della radice del piede e ghiandole sopra le unghie, ma non hanno denti canini. La testa è brutta, il labbro superiore sporge e ricopre l'altro, gli occhi sono piccoli, le orecchie sono lunghe e larghe, la coda è cortissima.

Cervo di padre David

Cervo di padre David

ALCE (Alces alces)

E' un animale noto fin dall'antichità con il nome di Elen dal quale deriva il nome latino. Gli antichi scrittori romani conoscevano l'Alce come un animale tipico della Germania. Giulio Cesare scrisse: «Nella selva Ercinia vive un animale simile alla capra, ma più grosso e senza corna. Per dormire si addossa agli alberi, dimodoché, scalzando questi, si può facilmente catturare la bestia». Le alci furono portate a Roma nel terzo secolo dopo Cristo. Aureliano ne volle parecchie nel suo corteo trionfale. Negli editti dell'imperatore Ottone, nell'anno 943, venne proibita la caccia nelle foreste di Drench, sul basso Reno, agli orsi, ai cervi, ai cinghiali ed a quelle bestie feroci che in lingua teutonica, sono chiamate Elo o Schelo. La stessa proibizione si ritrova in un editto di Enrico II dell'anno 1006 ed in un altro di Corrado II del 1025. Il famoso vescovo di Upsala, Olao Magno, è il primo che descrive con ricchezza di particolari, lo Schelo. «Come i cervi; questi animali si aggirano in numerosissimi branchi per le vaste solitudini, e vengono spesso presi dai cacciatori in reti od in fosse nelle quali vengono spinti dai cani e quindi uccisi; l'ermellino anche balza loro alla gola mentre pascolano, e li morde in modo tale che perdono tutto il loro sangue. Le alci combattono contro i lupi e spesso li uccidono con gli zoccoli, soprattutto sul ghiaccio». Kanson riferisce che intorno al 1600 grandi armenti, detti elend, si trovavano nella Pomerania. «Questo nome di elend fu dato alle alci a motivo della loro inettitudine a difendersi; nonostante le loro larghe corna, infatti, esse sono costrette a nascondersi nei fitti boschi o nelle paludi per sentirsi sicure. L'Alce sente da lontano l'avvicinarsi dell'uomo o del cane e riesce, così, a mettersi in salvo, nascondendosi; se però viene raggiunta, è perduta. Di corporatura è come un grosso bue, ma ha le zampe più lunghe; la carne è buona da mangiare. Si crede che gli unghioni di questo animale costituiscano un buon farmaco contro il mal caduco». Fin qui quanto afferma Kanson. Oggi, l'Alce si trova nelle alte regioni boscose dell'Europa e dell'Asia. Nel nostro continente è limitata alla Prussia orientale, alla Lituania, alla Svezia, alla Norvegia ed a qualche località della Russia nord-orientale. In Norvegia abita le province sud-orientali, in Isvezia quelle occidentali. L'Alce è in Asia assai più frequente che in Europa. Si diffonde specialmente in tutta la parte nordica, soprattutto dove sono selve estese. L'Alce è un animale robusto. La lunghezza del suo corpo va da metri 1,40 a 1,60; la coda misura dieci centimetri; l'altezza al garrese giunge quasi a metri 1,80. Il peso medio di un alce va dai 200 ai 300 chilogrammi. Il suo corpo è corto e grosso; il petto è largo, alto, un po' sollevato al garrese, orizzontale sul dorso, leggermente declive sulla groppa. Le zampe, di uguale lunghezza, sono forti e robuste e terminano con zoccoli stretti, alti, spaccati profondamente e collegati da una membrana dilatabile che permette all'Alce, quando cammina su un terreno umido, di dilatare lo zoccolo. Il collo corto, grosso e robusto porta una testa allungata che si restringe davanti agli occhi e finisce in un muso lungo, grosso, gonfiato. Il labbro superiore è grosso e sporge di molto su quello inferiore; è spaccato e mobilissimo. Gli occhi, piccoli e velati, sono collocati in fondo a orbite assai sporgenti. Le orecchie lunghe, aguzze, sono poste indietro, ai due lati della testa. Le corna del maschio adulto sono formate da una corona grande, semplice, molto allargata, triangolare, scannellata e frastagliata sull'orlo esterno. La corona ha un fusto breve, tondeggiante, posto su di uno stelo solido che s'incurva lateralmente. All'inizio dell'autunno, nasce nel maschio la prima sporgenza; nell'autunno successivo spunta il primo fusto che cade nell'inverno. A poco a poco le corna si frastagliano. Solo nel quinto anno appare una pala piana che va via via allargandosi, mettendo frastagli numerosi. Le corna possono raggiungere un peso di 20 chili. Il pelame dell'Alce è lungo, folto, liscio. Sotto uno strato di setole sottili e fragili si trova una lanugine fine. Sulla nuca porta una criniera molto fitta, divisa nel senso della lunghezza e che raggiunge il collo e la parte anteriore del petto. Nelle femmine la criniera è assai più corta. I peli del ventre presentano una strana particolarità: sono diretti dall'indietro in avanti. Il colore dell'Alce è bruno-rossiccio; sulla criniera e sui lati della testa si nota, invece, un nero-bruno-cupo lucido; la fronte è bruno-rossiccia, bigia la punta del muso. Le zampe sono di un bigio-cinerino-bianchiccio, la zona intorno agli occhi è anch'essa bigia. In autunno e in inverno il colore è più chiaro, più misto di bigio. La femmina, inferiore di mole, non ha corna; ha gli zoccoli più stretti ed allungati. La sua testa ricorda quella dell'asino o del mulo.

L'Alce abita di preferenza le foreste selvagge, solitarie, ove abbondano i pantani e le paludi impraticabili. Queste ultime le sono indispensabili. L'Alce attraversa facilmente terreni paludosi, ove non si avventurerebbero né uomini né animali. Nella buona stagione si trattiene nelle pianure umide; ma durante l'inverno cerca le montagne per essere al sicuro dalle inondazioni. L'Alce si raduna in piccoli branchi di 15 o 20 individui; soltanto nel la stagione degli amori gli adulti si staccano formando nuove società; le femmine rimangono, però, con i giovani maschi. L'Alce preferisce uscire di notte; solo eccezionalmente, se si sente molto sicura, si aggira anche di giorno in cerca di cibo. Essa si alimenta di foglie e di germogli di betulla, di frassino, di sorbo, di acero, di tiglio, di quercia, di pino e di abete, di rosmarino delle paludi, di tenere canne e anche di spighe di cereali e di lino. Le cortecce e i germogli sono il suo cibo preferito; è per questo che causa gravi danni alle coltivazioni. Essa pianta i suoi forti incisivi nella scorza dell'albero, ne stacca un pezzo, poi stringe con le labbra il lembo e strappa delle lunghe liste. Abbassa con il capo gli steli più alti e mangia i ramoscelli teneri. L'Alce è meno leggera ed elastica del cervo, non può fuggire come questo, tuttavia ha un trotto notevole ed una grande resistenza. Sa nuotare benissimo; però va nell'acqua attratta solo dal desiderio di rinfrescarsi, non da un vero e proprio bisogno. Sul ghiaccio non riesce a procedere. Durante la corsa porta il capo eretto e le corna quasi orizzontali all'indietro; perciò inciampa facilmente. Per rialzarsi, si agita convulsamente, allungando le zampe posteriori. L'Alce ha buona vista e buon udito; non molto efficiente è, invece, l'olfatto. Le sue facoltà intellettuali corrispondono al suo aspetto tardo e pesante. Con i suoi simili vive in pace, ricercandone la compagnia soprattutto, però, al tempo degli amori. Nelle regioni del Baltico il tempo dell'accoppiamento ricorre fino a settembre o ottobre. In quest'epoca i maschi si azzuffano fra di loro e diventano perfino pericolosi per l'uomo. L'Alce, ferita, piomba addosso al cacciatore. La sua arma più temibile sono le corna; ma anche gli zoccoli sono un ottimo mezzo di offesa. Con questi l'Alce riesce a tener lontano dai suoi piccoli il suo grande nemico: il lupo. Al tempo dell'accoppiamento l'Alce emette suoni strillanti, acuti e profondi. La femmina ricerca gli individui adulti, li insegue perfino a nuoto; i giovani vengono sempre respinti dagli adulti e non hanno modo di soddisfare i loro naturali istinti. L'accoppiamento, di breve durata, si rinnova assai spesso. La gestazione dura da trentasei a quaranta settimane. La prima volta nasce un solo piccolo, ma in quelle successive nasce una coppia di piccoli di differente sesso. Appena nati, i piccini saltellano, dondolando il capo e, se debbono muoversi, hanno bisogno di essere spinti dalla madre. Il terzo o il quarto giorno seguono la madre che li allatta quasi fino alla nuova gestazione. Con il terzo anno sono adulti. L'amore della madre per i figli è straordinario: non cessa di difenderli, neppure quando sono morti. Sono nemici dell'Alce, oltre all'uomo, anche il lupo, la lince, l'orso ed il ghiottone. Il lupo l'aggredisce per lo più nell'inverno, quando la neve è alta; l'orso assale individui isolati, mentre la lince e il ghiottone affrontano l'Alce anche se procede in branco, le si aggrappano al collo e le segano le arterie di questo con i loro robusti artigli. Ora l'Alce è protetta in ogni regione. In Norvegia, in Germania, in Russia, vengono comminate delle multe contro coloro che uccidono un'alce senza avere un regolare permesso per questa caccia. Le giovani alci prigioniere sono docili e si riesce perfino a farle entrare ed uscire liberamente. In Isvezia furono dapprima adibite al tiro delle slitte; poi ne fu proibito l'uso, perché la loro straordinaria resistenza e la loro velocità nella corsa rendevano impossibile l'inseguimento dei malfattori, che le usavano come principale mezzo di trasporto. Si sono fatti molti tentativi per addomesticare le giovani alci si davano ad allattare alle vacche, si mandavano con esse al pascolo e nelle stalle si tenevano legate strettamente. In generale, però, esse morivano al secondo anno di prigionia; nessuna oltrepassava il terzo anno. Il dottor Bolle, di Berlino, si accingeva a prendere come oggetto di osservazione un'alce femmina, sua prigioniera, quando questa fu trovata morta. Egli mi comunicò, tuttavia, alcune informazioni: «L'alce che possedevo era il secondo individuo della specie che fosse entrato in mio possesso; tutti e due erano giovani, senza corna; mi faceva una particolare impressione la brutta conformazione del capo, soprattutto il labbro superiore smoderatamente allungato e le vaste orecchie che non avevano ancora trovato un contrappeso nello sviluppo delle pale. La prima alce, della mole all'incirca di un cervo rosso, morì consunta. Essa, per la lentezza dei movimenti e per la lunghezza delle orecchie, era chiamata dagli indigeni "asino forestiero". La seconda alce che ebbi morì dopo solo 4 mesi dal suo arrivo. Quest'animale era stato trovato ramingo nei boschi dal forestale in capo di Idenharst ed egli decise di allevarlo. Lo lasciò libero di correre in un ampio giardino. Durante i primi tre mesi lo alimentò esclusivamente con il latte fresco di una mucca. Tuttavia, rimase debole e pauroso. Si aggiunsero al latte foglie di salice per un altro mese In ultimo aveva ogni giorno farina di segala e tre misure di latte. Nel giardino mangiava ogni sorta di erbe e di bacche, e foglie di barbabietola. Mangiava avidamente le gemme, la corteccia, i ramoscelli dei salici, dei pini, dei frassini. Durante il gran caldo si ritirava volentieri in una dipendenza della casa, vuota ed esposta al fresco. Verso sera andava a mangiare. Al principio di febbraio l'animale giunse a Berlino in buono stato e fu chiuso in un recinto ove potesse muoversi. Stette perfettamente bene fino all'estate. Durante il gran caldo sembrò sofferente, ma non ammalato. Del resto, a giudicare dal suo comportamento, non fu mai seriamente ammalato fino al momento di morire». Nel giardino zoologico di Amburgo si dovette studiare a lungo, con vari tentativi, il modo di alimentare le alci, perché esse si stancavano entro pochi giorni di un cibo che avevano accolto, in apparenza, con gusto; ben presto, a causa di ciò, si mostravano deperite e prossime alla fine. Io stesso ebbi l'idea di unire ai cibi che venivano loro somministrati un po' sommacco. Infatti, si videro le alci mangiare senza più ripugnanza e da allora in poi esse vivono abbastanza bene in schiavitù. Una delle difficoltà che s'incontra per alimentare l'Alce prigioniera è il modo di porgerle il cibo. Essa non è capace di brucare l'erba, né di raccogliere da terra il cibo sminuzzato per via del suo lungo labbro superiore mobile, che le permette soltanto di prendere le foglie e i germogli direttamente dai rami degli alberi. L'Alce si differenzia dal cervo tanto nell'indole quanto nell'aspetto. Essa ha la testa grossa, con orecchie sproporzionate. E' pigra e pesante; ha tutti i difetti del cervo, ma nessuna delle sue buone qualità. Con il custode si mostra ubbidiente ed amorevole; si lascia accarezzare, mettere la cavezza e condurre nella stalla. Però, presto si annoia ed allora non esita ad affibbiare un calcio con il piede anteriore a quello stesso uomo che pareva seguire amorosamente. L'Alce è indifferente verso gli altri animali: non si preoccupa dei cani e non teme i cervi, anzi per questi sembra avere una speciale avversione. Tenta di batterli e cede soltanto quando è convinta che i suoi sforzi sono inutili. La siepe che circonda il recinto di un'alce deve essere molto alta, perché questo animale è capace di superare facilmente un muro di 2 metri. Si accosta con calma al riparo, si drizza sulle zampe posteriori e pone quelle anteriori, piegate, al disopra della parete, indi si slancia tranquillamente in su, tirandosi poi dietro quelle posteriori. L'Alce è un animale assai utile: adoperiamo di essa la carne, la pelle, le corna. Le sue cartilagini, le sue orecchie e la sua lingua sono ritenute nel Nord un cibo prelibato. Anticamente si ricavavano utili farmaci dall'Alce e la superstizione si avvalorava con i meravigliosi risultati che da quelli si ottenevano. L'Alce e un vero flagello per i boschi e non se ne può tollerare la presenza ove sia necessario rimboscare.

ALCE AMERICANA O ORIGNALE (Alces americana)

Si distingue specialmente per le pale profondamente scanalate delle corna, per la coda scarsamente vellosa, e per il colorito più scuro della sua affine del Continente Antico. Le corna dell'Orignale sono assai più robuste e più pesanti di quelle dell'alce; raggiungono perfino il peso di 25 o 30 chilogrammi. Hamilton Smith ci dà la seguente descrizione di questo animale: «L'Orignale è più alto di un cavallo. Soltanto le femmine o i piccoli non riescono a dare l'impressione di una straordinaria imponenza. Noi, che ne vedemmo un campione nel perfetto sviluppo delle sue corna e della sua bellezza, ne restammo ammirati». La testa dell'Orignale misura più di 60 centimetri, l'occhio è piccolo, le orecchie ricordano quelle dell'asino, le intaccature delle corna sono ventotto. L'Orignale si trova ancora nell'America settentrionale, nel Canadà e nella Baia di Fundi. Se ne trovano anche sulle Montagne Rocciose. Questo animale perde le corna più tardi dell'alce: nel gennaio-febbraio ed anche in marzo. Si alimenta come l'alce. I selvaggi dànno una caccia spietata all'Orignale: lo spingono nell'acqua e, inseguitolo, lo uccidono. Considerano la sua carne buona come nutrimento e adoperano di esso anche le corna e la pelle. Gli orignali giovani si addomesticano facilmente: imparano a conoscere il custode e lo seguono docilmente. Crescendo però, si fanno più selvatici e ribelli. Audubon che ebbe suo prigioniero un individuo di questa specie così racconta: «Verso mezzanotte fummo svegliati da un gran rumore nella stalla. Ci accorgemmo che il nostro orignale, fatto da poco prigioniero, si era riavuto dal suo spavento e tentava di tornarsene a casa sua. Eravamo nell'impossibilità di far nulla per esso. Appena accostavamo una mano, balzava verso di noi mugulando furiosamente. Una pelle di cervo che gli gettammo fu immediatamente fatta a brani. Quell'originale era un animale di età inferiore ad un anno».

CARIBU' (Rangifer caribù)

E' più grosso della renna; di questo diremo, in generale, che i due sessi portano corna arcuate dall'indietro all'avanti, larghe all'estremità, frastagliate a somiglianza di dita. Hanno zoccoli molto larghi, le unghie posteriori lunghe ed ottuse. Si presentano tozzi, la testa non è bella, le zampe sono corte, la coda è brevissima. Solo i vecchi maschi hanno dei piccoli canini nella mandibola superiore. Molti naturalisti affermano che le renne esistenti in America sono di una specie particolare. Il Caribù specialmente ha le corna più piccole, il colore più scuro e vive solitario nei boschi, senza emigrare. Tuttavia, i naturalisti non ritengono tali caratteri sufficienti a fare una specie a sé stante. Perciò, è bene occuparsi della renna propriamente detta.

RENNA D'EUROPA (Rangifer tarandus)

E' un animale domestico d'incontestata utilità per l'uomo. Per i lapponi ed i finlandesi la Renna è addirittura indispensabile. Essa compie, da sola, tutti i servigi degli altri animali domestici. Il padrone ne utilizza la carne, la pelle, le ossa ed i tendini. Dà il proprio latte, trascina le slitte cariche di persone e di masserizie. Essa sola rende possibile la vita nomade delle popolazioni del nord. Si ritiene che il progenitore della Renna sia il Ren che ancora vive allo stato selvaggio nella Scandinavia. Sappiamo che gli animali addomesticati, se vivono fuori della sorveglianza dell'uomo, tornano, in brevissimo tempo, alle abitudini di vita selvatica. Grande è la differenza di comportamento tra la Renna allo stato selvatico e quella allo stato domestico: questa è una povera schiava mortificata e avvilita, quella un magnifico campione di dominatrice delle vette. La Renna selvatica ha una lunghezza di 150 o 180 centimetri; la coda misura tredici centimetri, l'altezza al garrese è di un metro. Le corna sono un bellissimo ornamento, per quanto quelle del cervo le superino in maestà e grandezza. Il corpo della Renna è più massiccio di quello del cervo nella parte posteriore: la testa è meno bella, le zampe sono più corte e gli zoccoli più brutti. Il collo della Renna è lungo come il capo e molto robusto: quest'ultimo è un poco più stretto davanti, le orecchie sono corte, gli occhi sono grandi e belli, il naso è tutto peloso, le narici sono oblique e il labbro superiore pendente. Le corna della femmina sono più piccole e meno ramificate di quelle del maschio; ma hanno tanto nell'uno che nell'altro sesso questa particolarità: i fusti, sottilissimi, sono tondi alla radice ed appiattiti al di sopra. La ramificazione inferiore, terminante in una larga pala, si avanza fino sul naso. Nel mezzo del fusto spunta, oltre al ramo principale che si allarga come una pala e si frastaglia, un piccolo ramo che si dirige all'indietro. Le cosce sono grosse, le zampe basse e robuste, gli zoccoli grandissimi, larghi, piatti e spaccati. Nelle renne domestiche sono da notare gli zoccoli eccezionalmente larghi. Le renne selvatiche sono assai più svelte e più eleganti di forme di quelle domestiche, le quali sembrano deformi. Il pelame di questo animale è fittissimo, ondeggiante, increspato, duro e fragile nello stesso tempo. Soltanto sulla testa, sul collo e sulle zampe è più morbido e più resistente: sulla parte anteriore del collo e, talvolta fino al petto, forma una criniera. La lunghezza del pelo, che nell'inverno raggiunge i 9 centimetri, forma un bel mantello che ripara assai bene l'animale dal freddo più rigido. Il colore si modifica a seconda della provenienza e soprattutto della stagione. Le renne selvatiche cambiano di colore e di mantello due volte l'anno. All'inizio della primavera, il fitto pelo invernale viene sostituito da un pelame bigio e cortissimo; cominciano poi a spuntare altri peli con la punta bianca che a poco a poco ricoprono completamente quelli bigi così che l'animale acquista un colore bianco-sudicio-fulvo. La parte interna delle orecchie è sempre fornita di peli bianchi e le ciglia sono nere; un ciuffetto bianco si trova anche nella parte interna del calcagno. Le renne domestiche, nell'estate, sono di un color bruno-scuro sulla testa, sul dorso e sul ventre, più scuro sui piedi, quasi nero lungo la linea mediana del dorso, alquanto più chiaro sui fianchi, sui quali corrono due fasce longitudinali più chiare ancora. Il collo è molto più chiaro del dorso, bianco di sotto, la fronte è bruno-nera, gli occhi sono cerchiati di nero, i lati della testa sono bianchi. Nell'inverno, il colore bruno scompare e primeggia quello bianco; tuttavia, vi sono delle renne che restano brune anche durante la stagione invernale. Già gli antichi conoscevano la Renna. Giulio Cesare ne dà la seguente descrizione: «Nella selva Ircana si trova un bue dalla forma di un cervo, che porta in mezzo alla fronte un corno assai grosso la cui cima si allarga, frastagliandosi, in forma di mano. Anche la femmina ha le corna». Plinio, Eliano, Olao Magno descrivono la Renna, sebbene, talvolta, la confondano con l'alce. Già Olao Magno sapeva che la Renna si ciba di muschio montano, che va a scavare sotto la neve e che vive in branchi. Egli narra che nel 1533 il re di Svezia ne mandò in regalo, ad alcuni signori di Prussia, 10 individui che furono lasciati in libertà. Sapeva che la Renna viene adibita al tiro di slitte cariche e che è capace di percorrere molti chilometri senza stancarsi; riconosce l'utilità di questo animale la cui pelle serve a fare vestiti, letti, selle e coperte; i cui tendini si adoperano per fare funicelle, le cui ossa pure sono utilissime. Linneo, per primo, osservò e descrisse questo animale. Dopo di lui molti altri naturalisti aggiunsero utili ragguagli e, perciò, possiamo dire di conoscerlo quasi completamente. Io stesso ho avuto modo di osservare branchi selvaggi di renne ed armenti domestici; posso, quindi, parlarne con vera cognizione. La Renna vive nelle regioni nordiche del Continente Antico e di quello Nuovo. Al nord del 60° grado e talvolta perfino al 52° grado di latitudine troviamo la Renna. Essa esiste allo stato selvaggio sui monti della Scandinavia, della Lapponia, della Finlandia, in tutta la Siberia settentrionale, nella Groenlandia, e sulle vette più nordiche del continente americano. Anche l'Islanda ne è abitata.

La Renna si trova a suo agio sui monti e più precisamente nei luoghi nudi coperti di pochi, bassi cespugli. Essa non scende mai fino ai boschi, ricerca i ripidi pendii rivestiti di poche erbe, oppure quelle vaste distese ove cresca il lichene. Anche durante le migrazioni la Renna evita il passaggio attraverso i boschi. Da Pallas e da Wrangel apprendiamo che essa compie in Siberia delle grandi migrazioni regolari: «Verso la fine di maggio, le renne selvatiche abbandonano i boschi nei quali cercano, durante l'inverno, qualche riparo contro il freddo, e si avviano verso le pianure del nord per cercarvi un cibo migliore e per sfuggire agli stuoli fastidiosi di mosche e di zanzare. Il loro passaggio è tutt'altro che vantaggioso per le popolazioni, perché esse, in quest'epoca, sono coperte di tumori e di piaghe prodotti dai morsi degli insetti; ma, nell'agosto e in settembre, quando dalle pianure ritornano ai boschi, sono sane e ben nutrite». Nelle buone annate, il branco delle renne migranti sale a diverse migliaia, divise in gruppi che avanzano molto ravvicinati fra loro. Esse seguono sempre la stessa via. Per attraversare i fiumi, cercano un sentiero asciutto che conduca alla spiaggia. Quando un branco di renne guada un fiume, tenendo alte le corna, si ha l'impressione di vedere una foresta in movimento. In Norvegia, invece, le renne non viaggiano. Le alte montagne di quella regione offrono loro tutto quello che in Siberia cercano, emigrando. Quando compaiono le mosche, le renne si ritirano verso i ghiacciai ed i campi di neve, ove si sdraiano per riposarsi due ore al giorno. Gli individui selvatici di questa specie sono molto socievoli; essi vivono in grandi branchi di tre o quattrocento individui. Le renne abitano volentieri nelle regioni settentrionali che nell'estate sono dei veri pantani e nell'inverno dei campi di neve. I loro larghi zoccoli permettono ad esse di camminare sopra i passaggi paludosi o sulla neve, come pure di arrampicarsi sulle falde dei monti. Il loro incedere è quasi un trotto; la Renna non fugge velocemente come un cervo, neppure quando un individuo del branco viene colpito e quando la paura e l'angoscia assalgono le altre. Ad ogni loro passo corrisponde uno strano scricchiolio che fa pensare ad una scintilla elettrica. Mi sono affaticato a lungo per cercare di capire la provenienza di tale rumore, ma, per quanto abbia osservato, non sono venuto a capo di nulla. Le impronte lasciate dalla Renna nelle pianure paludose assomigliano molto a quelle della vacca, perché l'animale può dilatare al massimo lo zoccolo. La Renna è un'ottima nuotatrice si getta nei fiumi piuttosto larghi, dopo aver vinto una certa naturale ritrosia ad entrare nell'acqua. Essa ha tutti i sensi eccellenti: l'odorato, acutissimo, percepisce gli odori a 5 o 6 cento passi di distanza; l'udito è pari a quello del cervo; la vista, poi, è talmente acuta che vede un cacciatore ad un'enorme distanza. Questo animale è molto schifiltoso: cerca il suo cibo nelle migliori piante alpine. La Renna domestica freme al più leggero contatto. I cacciatori la giudicano un animale assai intelligente e scaltro. Esso non teme affatto gli altri animali. Si mescola con assoluta fiducia ai buoi, ai cavalli, e, quando trova armenti di renne addomesticate, si avvicina loro assai volentieri. Da questo si comprende come la sua timidezza e la sua paura dell'uomo derivino dall'esperienza e ciò denota il grado abbastanza elevato della sua intelligenza. Durante l'estate la Renna si nutre di erbe alpine, di foglie, di fiori e di ranuncoli. Durante l'inverno con lo zoccolo scopre i licheni di cui si ciba. Nella Norvegia le renne si avvicinano alla palude per mangiare le diverse piante che vi crescono. Scelgono con cura i loro cibi e perciò si limitano a pochissimi vegetali. Per scavare, esse adoperano sempre e soltanto gli zoccoli, mai le corna. Nelle ore pomeridiane riposano, ruminando, sui campi di neve o sui ghiacciai. In Norvegia il tempo degli amori ricorre in settembre. Le corna, che cadranno in novembre o dicembre, sono in quell'epoca ben sviluppate e l'animale sa adoperarle a dovere. Il maschio, con ripetute grida, chiama a raccolta i competitori ed ha inizio la lotta in presenza del branco. I rivali si avvinghiano l'uno all'altro intrecciando le corna e restano, a volte, delle ore in quella posizione. Spesso, i più giovani approfittano dell'occasione per sfogare nel frattempo i loro istinti. Il maschio si comporta assai sgarbatamente con la femmina: spesso la fa gironzolare a lungo prima di accoppiarsi. Il tempo del parto è alla metà d'aprile: la gestazione dura, quindi, circa trenta settimane, dopo di che nasce, sempre, un solo piccolo che viene curato e allattato amorosamente dalla madre. Verso la primavera, la femmina, di nuovo gravida, si divide dal branco seguìta dal maschio e si aggira con questo fino al momento del parto. Avviene spesso d'incontrare tali famiglie: gli animali giovani, maschi e femmine, compongono numerosi branchi la direzione dei quali è presa da una renna esperta. Quando i piccoli sono cresciuti la famiglia rientra nel branco e le madri più vecchie sono quelle che guidano la schiera. Le renne non pascolano mai sopra un declivio a ritroso del vento; cercano sempre un luogo dal quale possano scorgere da lontano il nemico che si avvicina per fuggire velocemente. La caccia alla Renna richiede una grande resistenza e uno sprezzo dei disagi che non sono pochi. Occorre, infatti, munirsi di stivali impermeabili all'acqua, bisogna avere spalle atte a portar pesi e polmoni forti che possano resistere per delle ore a salite e discese continue. Bisogna adattarsi a pernottare nelle caverne o in tuguri abbandonati dopo aver tentato di precluderne l'accesso al freddo: chi volesse pernottare nelle capanne, dovrebbe esser pronto a scendere e poi risalire da 3 a 500 metri. Si deve inoltre conoscere il luogo preferito dalle renne e le loro abitudini; si deve osservare il vento e la temperatura. In Norvegia la caccia alla Renna non è pericolosa, ma difficile. Le falde montane si compongono di strati di ardesia aguzzi e scivolosi: di tanto in tanto bisogna attraversare torrentelli gelidi. Oltre a ciò, il colore della Renna si accorda perfettamente con l'ambiente in cui vive ed è, perciò, molto difficile distinguere una renna che giaccia accovacciata. Spesso le sporgenze della roccia, scambiate per l'animale, fanno sì che il cacciatore percorra miglia e miglia nell'illusione di raggiungerlo per poi accorgersi del suo errore. Grandi precauzioni sono necessarie alla presenza del branco. Il cacciatore deve evitare qualsiasi movimento brusco. Tuttavia, la caccia alla Renna ha sempre appassionato ogni cacciatore degno di questo nome. Le parti più interessanti di questa caccia sono, senza dubbio, quella relativa alla ricerca degli indizi del passaggio dell'animale e la valutazione che il cacciatore fa, basandosi sulle orme, del sesso, del peso e dell'età della selvaggina. E' necessario al cacciatore, però, oltre a una notevole sagacia, anche una grande pazienza per poter partecipare a queste battute di caccia ed è forse proprio per questo che i migliori cacciatori di renne si trovano fra i norvegesi e i lapponi che - come è universalmente noto - sono dotati di una pazienza proverbiale. I cacciatori norvegesi, espertissimi nella caccia alla Renna, hanno un loro sistema particolare di cacciare. Si sdraiano per terra abbassandosi lentissimamente centimetro per centimetro per non essere scorti dal branco, poi strisciano carponi avvicinandosi quanto più è possibile contro vento. Ad eccezione dell'articolazione del calcagno, nessun'altra parte del cacciatore si muove durante questa «marcia di avvicinamento». Così, a poco a poco giungono vicino al gregge e si fermano a circa duecento passi. La maggior parte dei cacciatori norvegesi non spara da una distanza più grande. Giunti nella posizione voluta, mirano a lungo con attenzione e sparano, generalmente, sul più bel maschio della truppa. Per una esperienza diretta, posso affermare che il branco resta così sbalordito per il rumore dello sparo che rimane fermo, come incantato, per un certo tempo e non prende la fuga finché non si sia ben convinto che il pericolo è vicinissimo. I cacciatori approfittano appunto di quei pochi minuti di smarrimento di quegli animali per ripetere con successo il tiro su altri individui. Molto diversa è la caccia che fanno alla Renna i siberiani e alcuni gruppi di popoli americani. Wrangel racconta: «I siberiani che vivono lungo le rive del fiume Anius devono molto della loro vita alla Renna che provvede loro cibo, vestiti e veicoli. Il tempo del passaggio delle renne è un periodo molto importante dell'anno. Quando questi animali giungono al fiume Anius e si preparano ad attraversarlo a nuoto, i cacciatori si nascondono dietro ai cespugli e ai massi; poi accerchiano il branco appena questo è entrato nell'acqua e cercano di trattenerlo, mentre due o tre siberiani più agili, armati di un certo spiedo, si precipitano fra le renne e ne uccidono o ne feriscono un gran numero in poco tempo. Questa caccia è molto pericolosa, anche perché i leggeri battelli sono continuamente in procinto di capovolgersi e le renne cercano di difendersi con tutti i mezzi a loro disposizione e soprattutto mordendo e dando colpi con le loro corna». Ma i peggiori cacciatori di renne sono senz'altro gli indiani. Questo popolo dà la caccia alle renne con ogni mezzo e usando tutti i metodi possibili: con il fucile, con il laccio, infilzandole vive con gli spiedi, scavando trappole oppure usando un metodo locale veramente originale. Con rami e con alberelli gli indiani intrecciano due siepi, in ognuna delle quali lasciano degli stretti passaggi; fra questi mettono un laccio. Il branco viene spinto fra quelle siepi; gli individui che tentano di uscire restano presi e uccisi al varco. Questo popolo trae grandi vantaggi dalla caccia alla Renna: con le corna e con le ossa di questi animali preparano ami per la pesca di alcune particolari specie di pesci; con le pelli non conciate fanno le corde per gli archi; i tendini del dorso vengono ridotti in fili finissimi e resistentissimi; con le pelli conciate, soprattutto con quelle degli individui giovani, si confezionano vestiti. Nessuna parte della Renna va sprecata; perfino gli alimenti racchiusi nello stomaco della vittima vengono considerati una saporitissima vivanda. Il sangue viene cotto e preparato come zuppa; infine, il midollo che si estrae dalle ossa viene usato per ungere i capelli e il viso, sia per ripararli dall'eccessivo freddo che per proteggerli dai cocenti raggi del sole.

Altri nemici della Renna sono: il lupo, che l'insidia sempre, ma soprattutto d'inverno ed è capace di seguire i branchi di renne per centinaia di miglia; il ghiottone, la lince e l'orso. Dopo l'elenco dei grossi predoni, si devono ricordare - fra i peggiori nemici della Renna - alcuni piccoli insetti appena visibili: una specie di zanzara e due specie di tafani. Le zanzare molto spesso sono la causa prima delle grandi migrazioni di questi animali; ma i tafani sono senz'altro peggiori, perché provocano alle renne sofferenze insopportabili. Una specie depone le sue uova nella pelle del dorso, l'altra nelle narici della povera bestia, le larve si sviluppano e quelle della prima specie penetrano nel tessuto, provocando bubboni dolorosissimi e suppurati; quelle della seconda specie penetrano nelle cavità nasali fino al cervello e provocano una gravissima malattia che è il capogiro, spesso causa di morte; oppure si insinuano nel palato e impediscono così alla Renna di mangiare, per il grande dolore che prova durante la masticazione. Le renne prese giovani si addomesticano con facilità, pur conservando sempre una semi-selvatichezza. I lapponi sono i soli che sappiano veramente e completamente addomesticarle e considerano, infatti, la Renna come l'appoggio e l'orgoglio, il piacere e la ricchezza dell'uomo. Secondo i lapponi l'apogeo della felicità umana consiste nel possedere un gran numero di questi animali e ve ne sono alcuni che possono vantare il possesso di 2.000 o addirittura di 3.000 individui di questa specie e sono considerati dai compatrioti come dei potenti, cui si deve il massimo rispetto. Il vero allevatore di renne, da parte sua, si sente in uno stato di superiorità verso i suoi simili. La sua vita gli sembra più utile e più preziosa in compagnia dei suoi branchi. Eppure che vita triste conduce quella gente! Non sono loro a determinarla, ma i loro armenti: le renne vanno dove più piace loro e dietro queste trottano i lapponi! Fanno la vera vita da cani. Passano per mesi interi la giornata all'aperto, d'estate punzecchiati e tormentati dagli insetti, d'inverno intirizziti dal freddo; impotenti a ripararsi e a difendersi dagli uni e dall'altro. A volte non trovano neppure un po' di legna con cui riscaldarsi nelle alture, dove le renne pascolano; a volte soffrono addirittura la fame; poco protetti dai loro vestiti, preda di tutte le intemperie e dell'inclemenza della natura. Il loro modo di vivere fa di essi delle specie di animali; per mesi e mesi non hanno altri con cui parlare che il loro bestiame. Eppure essi sopportano tutti gli stenti allegramente per amore delle loro renne! La vita della Renna domestica è molto diversa da quella della Renna selvatica. Anzitutto la Renna nata in schiavitù è più piccola e conformata con meno eleganza; perde le corna più tardi e si riproduce in una stagione diversa. Sente la dominazione dell'uomo, ma tenta, tuttavia, di prendersi qualche libertà. Dai monti si sposta con il suo padrone al mare e da questo di nuovo a quelli per sfuggire al caldo, all'arsura e agli insetti o per evitare i rigori dell'inverno. Generalmente, in settembre hanno luogo le migrazioni ed il lappone conduce le sue renne alle abitazioni autunnali. In quel tempo avviene l'accoppiamento e spesso capita che le renne domestiche si uniscano a quelle selvatiche, con grande soddisfazione del proprietario che spera, così, di ottenere una migliore razza. Alla prima neve vengono messe al riparo, anche per difenderle dai lupi, che in quel periodo sono più minacciosi. Al ritorno della primavera, le renne godono di un altro breve periodo di libertà, dopo di che gli animali vengono nuovamente riuniti; è questo il periodo in cui le femmine partoriscono e producono il prezioso latte. Subito dopo vengono avviate verso le regioni meno frequentate dalle zanzare. Così, passano gli anni monotonamente per i lapponi e per le renne in Lapponia. La custodia delle renne ha qualcosa di particolare. Senza i vigili ed attenti cani il lappone non riuscirebbe a far pascolare il suo gregge. Quei cani sono straordinari: sono vigilanti, svelti, intelligenti. Hanno le orecchie sempre ritte e attente al minimo rumore o all'ordine del padrone; il pelame del corpo ben si adatta alle rigide temperature invernali del Paese, essendo foltissimo; le zampe sono pelose, il corpo piccolo e snello. I lapponi stimano molto i loro cani che sanno ubbidire alla parola del padrone e sanno capire ogni cenno; perfino da soli quei cani sono in grado di custodire il loro gregge. Un armento di renne somiglia, visto da lontano, ad una selva ambulante, i cui alberi, per il freddo, abbiano perduto le loro fronde. Gli animali procedono compatti con passo leggero e avanzano rapidamente. Per mungere le renne i lapponi si servono di uno speciale arnese, consistente in un lunga cinghia o in una corda di cui si afferrano i due capi e che si lancia in modo che si avvinghi al collo o alle corna dell'animale; allora si tira sempre più finché l'animale sia ben vicino e si fa un nodo scorsoio che si passa intorno al muso in modo da ottenere una specie di briglia che costringe l'animale all'ubbidienza. Si lega poi la Renna a un tronco d'albero e si comincia a mungere. Durante questo lavoro di preparazione la bestia fa tutto il possibile per sciogliersi, ma i lapponi sanno costringere anche le più restie alla calma, stringendo loro con grande forza il naso. La persona che munge si avvicina da dietro all'animale, batte più volte con la palma della mano sulle mammelle e poi le svuota. Il latte di Renna ha un gradevolissimo sapore dolciastro e contiene molta panna grassa. Finito di mungere, le renne vengono lasciate libere di tornare al pascolo. Le renne madri praticano la comunanza dei beni: esse, infatti, allattano indifferentemente il proprio figlio o il figlio altrui. Con il latte ricavato dalle renne i lapponi preparano dei piccoli formaggi gustosissimi che rappresentano il loro fondamentale mezzo di sostentamento. Settembre è il mese più adatto per uccidere questi animali; più tardi, infatti la carne, e soprattutto quella dei maschi che sono stati in calore, prende un sapore nauseante. Numerose malattie fanno strage negli armenti di renne, aiutate nell'opera dal rigido clima invernale. Durante le migrazioni gli individui più giovani restano spesso vittime delle bufere e degli uragani, mentre i più vecchi cadono morti di fame per la scarsezza di cibo. L'utile che si ricava dalle renne è davvero incalcolabile. Ogni parte del corpo di questo animale viene usata: non solo la carne e il latte, ma anche le parti cartilaginose costituiscono un cibo molto apprezzato dagli indigeni. Con le morbide pelli si fanno giacche, cappotti e vestiti; la lanugine viene filtrata e tessuta; con le ossa si fabbricano diversi strumenti; i tendini si trasformano in filo. Inoltre, l'animale si industria a trasportare qua e là le persone e costituisce un ottimo mezzo di trasporto. Una buona Renna percorre in un'ora un tragitto pari a un miglio norvegese; tira un peso di oltre 140 chilogrammi. Se si ha l'accortezza di adoperare con riguardo le renne più robuste per i tiri - facendole, cioè, riposare nelle ore calde del giorno e nutrendole bene - si possono percorrere con esse distanze enormi.

Una renna

Una renna

Modello tridimensionale di renna

DAINO (Dama dama)

Il particolare più caratteristico del Daino sono i fusti delle corna cilindrici alla base, con due ramificazioni che si allargano, al di sopra, in pale allungate. Molti naturalisti affermano che originariamente questo animale era diffuso solo nel mezzogiorno e soprattutto nel bacino mediterraneo. Questa affermazione è stata però confutata da molti archeologi che hanno trovato in molti tumuli in Germania e in Austria ossa fossili di daini. In ogni modo è certo che il Daino preferisce i paesi temperati ed è perciò più comune nel bacino mediterraneo. Le sue origini sono antichissime; il Daino era noto agli antichi scrittori latini e ne troviamo traccia negli scritti di Aristotele, che lo chiama prox, e di Plinio, da cui era ben conosciuto con il nome di platyceros. Attualmente esso vive in buon numero nei parchi dell'aristocrazia inglese e in realtà esso rappresenta un meraviglioso ornamento per quei giardini. I luoghi in cui vive più volentieri sono i terreni dove si alternano vallate e collinette, foreste, boschetti e boscaglie. La mole del Daino è inferiore di molto a quella dei suoi affini. La lunghezza del corpo, dal muso alla radice della coda, è di circa un metro e mezzo, l'altezza è di 90 centimetri. I maschi sono generalmente più lunghi e più alti delle femmine sia pure di pochi centimetri. Le zampe del Daino sono più corte e meno robuste di quelle del cervo, il corpo è più proporzionato, il collo più corto, le orecchie anche sono più brevi, mentre, al contrario, la coda è più lunga. Non esistono in nessun'altra specie di animali altrettante varietà nel colore come fra i daini. Il loro pelame muta colore a seconda delle stagioni e a seconda dell'età. In estate la parte superiore, le cosce l'estremità della coda sono rossiccio-brune, bianche nella parte inferiore e nella faccia interna delle zampe, la bocca e gli occhi sono circondati da anelli nericci, i peli del dorso sono bianchicci alla base, rosso-bruni nel mezzo, neri all'apice. In inverno la parte superiore del collo, della testa e quella delle orecchie sono bigio-brune, nericci quella del dorso, i fianchi; la parte inferiore è bigio-cinerina, spesso tendente al rossiccio. Talvolta, si trovano individui completamente bianchi che non mutano colore in nessuna stagione ed hanno in inverno soltanto il pelo più lungo. In alcuni daini giovani si trova il pelo uniformemente gialliccio; gli individui neri sono rarissimi. Grande è la rassomiglianza del Daino con il cervo sia per i movimenti, sia per il genere di vita. I sensi dei due animali si equivalgono, mentre per la leggerezza, la velocità e l'attitudine al salto il Daino non la cede certamente al cervo. Per i movimenti si distinguono nettamente, poiché il Daino, trottando, alza le zampe molto più in alto e salta con le quattro zampe insieme, come fanno le capre, tenendo la coda alta. La sua andatura è graziosa, trotta con leggerezza e salta di slancio un muro alto due metri. Sa anche nuotare bene e per far ciò si serve delle quattro zampe come di remi. Per sdraiarsi, piega prima le zampe anteriori, per rialzarsi, invece, raddrizza prima quelle posteriori.

Il nutrimento delle due specie è il medesimo, ma il Daino è più dannoso del cervo. Un fatto singolare è che il Daino in libertà, mangia talvolta piante velenose, che lo fanno morire; ciò assai spesso si verifica con funghi velenosi. Il Daino si affeziona molto alla sua dimora. Vive in branchi più o meno numerosi che aumentano ancora di più verso il tempo degli amori, finito il quale, i gruppi diminuiscono nuovamente. In estate, i maschi adulti formano schiere a parte, lasciando in gruppi separati le femmine e i piccini. Verso la metà di ottobre i maschi più forti scacciano dal branco quelli più giovani e più deboli, costringendoli a unirsi in branchi di minore importanza; ma dopo compiuto l'accoppiamento i piccoli ricompaiono nei branchi originari. Al tempo degli amori, i daini si dimostrano molto eccitati; di notte emettono alte grida, e si azzuffano fra di loro per contendersi la bella. Un maschio basta a fecondare otto o dieci femmine; anche i fusoni sono in grado di fecondare. Il tempo dell'accoppiamento dura quattordici giorni. Il periodo della gestazione dura otto mesi, al termine dei quali la femmina partorisce, per lo più in giugno, un piccolo e raramente due. Nei primi giorni il neonato è incapace di fare una vita autonoma e viene, perciò, assistito e difeso dalla madre con grande cura. Essa a colpi di zampe mette in fuga i piccoli predoni che le insidiano il figlio; se è inseguito quando è fuori dalla tana, la madre fugge lontano da quella per allontanare il pericolo del suo piccino, poi con tortuosi raggiri, e quando è ben sicura di non essere vista, torna al nido. Quando il Daino ha sei mesi, spuntano le protuberanze dalle quali alla fine di febbraio si svilupperanno le corna, che in agosto formano fusa di 13 centimetri. In questo periodo il Daino assume il nome di «fusone», nel secondo anno la fronte di questo si arricchisce della prima biforcazione delle corna; nel terzo anno fanno capolino le altre piccole ramificazioni che vanno via via aumentando di numero e di grandezza. Solo nel quinto anno si cominciano a formare le palette, che vanno allargandosi con il tempo e orlandosi di una specie di digitazione. Le corna dei vecchi daini raggiungono, a volte, il peso di 8 o 9 chilogrammi. Gli individui più giovani si chiamano daini di seconda o terza testa. Il Daino femmina è dapprima detto «sottile»; «vecchia» appena ha figliato per la prima volta. I vecchi perdono le corna in maggio, i fusoni in giugno; generalmente i due fusti non cadono contemporaneamente, ma nel corso di due o tre giorni. Dopo otto giorni dalla caduta delle corna le protuberanze si rialzano di nuovo, ma la pelle che le ricopre è così sensibile che l'animale passa la maggior parte del tempo nascosto fino a quando non siano spuntate nuovamente le corna. Nell'agosto i fusi sono completamente formati di nuovo. La caccia al Daino si effettua sia con grandi battute, sia con l'agguato. Per quest'ultimo mezzo ci si giova molto della uniformità delle abitudini del Daino, ma bisogna usare molta prudenza, essendo un animale molto osservatore. Su questo sistema di caccia riferisco le esperienze dirette di Dietrich di Winchell, che racconta: «Mi è spesso accaduto di ingannare nel modo seguente qualche grosso daino che si trovava in un luogo ampio e scoperto. Mi spogliavo della giacca e del panciotto in un luogo dove l'animale non mi potesse vedere e lasciavo pendere la camicia sui calzoni in modo che sembrasse il camiciotto di un carrettiere. Seguitavo, così, la mia strada con il fucile in mano. La selvaggina che mi scorgeva dimostrava dai suoi movimenti di essere completamente tranquilla. Facevo un nuovo tentativo per avvicinarmi ad essa, cantando, ballando e saltando, anche i daini facevano ogni sorta di movimenti che indicavano allegria, senza fuggire, finché il mio fucile cambiava la burla in una cosa seria». La pelle del Daino, cedevole e morbida, è preferita nettamente a quella del cervo. La sua carne è molto saporita, soprattutto nel periodo dell'ingrasso che va da luglio a metà settembre. I fusoni, le femmine e i piccini hanno una carne particolarmente gustosa. Nel periodo degli amori la carne del maschio adulto prende, invece, un sapore spiacevole simile a quello della carne del becco; per questo si evita la caccia in quel periodo. E' un animale facilmente addomesticabile, è allegro e scherzoso quasi sempre, solo quando il tempo è burrascoso si mostra irrequieto e agitato. I piccini presi giovani e allattati da vacche o capre sono docilissimi e talvolta così mansueti che seguono a passo a passo il loro padrone. Sembra che il Daino ami molto la musica, poiché, anche quando vive in libertà, se ode il suono del corno, si avvicina per ascoltarlo meglio. I maschi, in stato di schiavitù, diventano particolarmente irascibili al tempo degli amori, ma sono troppo deboli, perché si possa temerli.

CERVO NOBILE (Cervus elaphus)

Si tratta del Cervo propriamente detto, uno degli animali dalle forme più nobili e più imponenti di questo gruppo. E' robusto e ben conformato ed il suo portamento altero e nobile gli valse appunto il nome di Cervo Nobile. La lunghezza del suo corpo è di circa due metri e 10 centimetri, quella della coda di 5 centimetri. La femmina è generalmente molto più piccola e il suo pelo ha un colore diverso da quello del maschio. Per la mole questo cervo è inferiore solo al wapiti e al cervo di Persia; ed è più grosso di tutte le altre specie conosciute. Il suo corpo è allungato, rientrante all'inguine, il petto è largo e le spalle sporgenti, il dorso, dritto e piano, si innalza molto al punto del garrese e si arrotonda più sopra; il collo è lungo, sottile, compresso lateralmente; anche la testa è lunga, alta, larga all'indietro, mentre si assottiglia verso il muso; la fronte è piana, infossata fra gli occhi, lo spigolo nasale è diritto, le labbra non pendono, gli occhi sono di media grandezza e vivaci con la pupilla ovale. I lacrimatoi stanno in direzione obliqua dall'angolo della bocca, sono piuttosto grandi e formano una stretta fossa allungata, dalle cui pareti interne è secreta una materia grassa come una poltiglia della quale l'animale si libera strofinandosi ai tronchi degli alberi. Le corna si sviluppano da una protuberanza, sono semplicemente ramificate, con molti rami e stanno ritte. Dalla radice il fusto si piega ad angolo acuto verso la parte laterale e quella posteriore della testa. Subito sopra il naso spunta sulla parte del gusto l'oculare che si piega in avanti e in su; vicino a questo sorge il ramo avventizio poco meno lungo e grosso; nel mezzo spunta il ramo mediano, e all'estremità esterna si forma la cima che manda innanzi i suoi rami, ma è sottoposta a numerosi cambiamenti a seconda dell'età e della natura del Cervo. Il fusto è sempre cilindrico, solcato da numerose scanalature, ora dritte, ora serpeggianti, tra le quali, alla radice, spesso si formano nodi, o perle, allungati, tondeggianti e irregolari. Le estremità sono lisce. Le zampe del Cervo sono sottili, di media grossezza ma robuste; zoccoli dritti, aguzzi, stretti e snelli coprono le dita; le unghie posteriori sono ovali, troncate all'estremità e scendono giù dritte senza toccare il suolo. La coda è a forma di cono e assottigliata all'estremità. Il corpo è coperto da una fine lanugine e da un ruvido pelame aderente e liscio. In estate il pelame è più sottile e più corto, in inverno è più forte e più lungo, soprattutto sulla parte anteriore del collo. Il labbro inferiore ha tre file di peli sottili e lunghi; altri peli si trovano sugli occhi. Il colore del pelame del Cervo muta a seconda della stagione, dell'età e del sesso. D'inverno i peli setolosi sono bigio-bruni più scuri, d'estate tendono maggiormente al bruno-rossiccio; la lanugine è cinerina con estremità brunicce. Alla base il colore tende più al nero e più al giallo alla coda. Soltanto i piccoli - nei primi mesi della loro vita - presentano macchie bianche su fondo bruno-rosso. I colori presentano, tuttavia, molte variazioni, poiché il fondo è spesso tendente al bruno-nero, spesso al giallo-fulvo. Sono rarissimi i cervi macchiettati di bianco su un fondo di colore uniforme oppure completamente bianchi. Il Cervo è fra la selvaggina preferita dal cacciatore e per ogni singola parte del suo corpo come per ogni suo movimento la lingua venatoria ha trovato dei termini particolari, che sono universalmente conosciuti fra gli appassionati di questa caccia. Accennerò qui ad alcuni vocaboli più noti. Gli indizi che possono rivelare al cacciatore la natura del Cervo furono, fin dai tempi più antichi, osservati diligentemente. Dopo un breve esame delle orme, il cacciatore esperto, infatti, sa con certezza riconoscere se appartengano ad un maschio o ad una femmina e l'età dell'animale che le ha lasciate. Il «limite» indica appunto questo: se il Cervo è grasso, i passi della zampa destra e di quella sinistra non si trovano in linea retta l'uno dietro l'altro, bensì l'uno è vicino all'altro; dalla larghezza del passo il cacciatore sa, perciò, riconoscere il peso dell'animale. La «traccia», invece, indica se l'animale cui appartengono le orme è maschio o femmina: nel primo caso lo stampo dei piedi anteriori e di quelli posteriori si trova più lontano; se oltrepassa la lunghezza di 74 centimetri, poi, il Cervo - affermano i cacciatori - avrà già le corna con dieci rami. Da queste affermazioni degli esperti, suffragate sempre dalla realtà, possiamo dedurre che lo studio delle tracce di questa selvaggina è stato quanto mai scrupoloso e attento. Attualmente il Cervo vive in quasi tutta l'Europa ad eccezione delle zone più settentrionali, e in gran parte dell'Asia. Il suo limite è rappresentato in Europa dal 65° grado settentrionale, in Asia da quello 55°; nel mezzogiorno dal Caucaso e dalle montagne della Manciuria. In alcuni paesi, tuttavia, esso è completamente scomparso a causa della caccia disordinata e disorganizzata di cui è stato vittima. Tale è il caso della Svizzera e di gran parte della Germania. E', invece, più diffuso in Polonia, in Galizia, in Boemia, in Ungheria, nella Transilvania, nella Moravia e nel Tirolo; ma più che in ogni altro luogo esso è diffuso in Asia e soprattutto nel Caucaso. Preferisce le regioni montuose e le falde boscose coperte da alberi fronzuti. Là si raccoglie in branchi divisi per età e per sesso; di un gruppo unico fanno parte generalmente le madri, i piccoli, i fusoni, i forcuti e le giovani femmine; un altro è formato dai cervi più vecchi; i vecchissimi - tuttavia ancora attivi sessualmente - vivono solitari e si riuniscono in piccoli gruppi solo nel periodo degli amori, periodo veramente aureo per essi in quanto, allora, dettano legge su tutti gli altri.

D'inverno i branchi scendono dalle montagne alle valli; d'estate salgono in gruppo fino alle cime delle giogaie secondarie. Generalmente, però, il Cervo resta fedele al luogo della sua prima dimora, e vi rimane finché gli è possibile. Cambia abitazione solo al tempo degli amori, o quando mette su le corna nuove o, infine, se gli manca il cibo. D'inverno, la neve lo scaccia dalle vette e le sue deboli corna gli permettono di vivere solo in luoghi aperti o in boschi con alberi di alto fusto. Il Cervo trascorre il giorno accovacciato nel suo giaciglio, in cui si sente sicuro; quando esce in cerca di alimenti, se ne va trottando rapidamente, quasi sapesse già dove indirizzare i suoi passi, ma in realtà cambia spesso la sua rotta verso una direzione o un'altra; al ritorno cammina lentamente. I suoi movimenti sono leggeri, graziosi, diremmo quasi pieni di dignità soprattutto il portamento del maschio è veramente maestoso. La sua andatura ordinaria è un passo allungato; trottando, si muove molto velocemente e, se galoppa, la sua velocità è incredibile. Quando trotta, tiene il collo molto allungato in avanti, durante il galoppo lo tiene invece indietro. Spicca salti straordinari, superando con facilità ostacoli di ogni tipo; traversa a nuoto larghi fiumi e perfino bracci di mare, cosa che avviene spesso in Norvegia. L'udito, l'olfatto e la vista del Cervo sono molto sviluppati. I cacciatori affermano che questo animale avverte con l'odorato la presenza dell'uomo quando questi è ancora molto lontano, mentre, per quanto riguarda l'udito, il minimo fruscio lo mette in sospetto. Alcuni suoni, poi, sembrano particolarmente graditi al Cervo; si è notato, ad esempio, che è fortemente attratto dal suono del corno, da quello della zampogna e da quello del flauto, per ascoltare i quali resta immobile con la testa volta verso il luogo di provenienza di esso, cosa che facilita molto il cacciatore nell'avvicinarsi alla sua preda e poterla, così, uccidere. La estrema timidezza del Cervo è senz'altro da attribuire alla sua amara esperienza della vita. Infatti, nei parchi nei quali esso vive in branchi abbastanza numerosi - come, ad esempio, nel Prater di Vienna - si avvezza presto alla presenza dei numerosi visitatori e, come posso affermare per mia esperienza diretta, lascia senza timore che ci si avvicini e lo si tocchi. Uno di questi cervi, anzi, diventò così audace in poco tempo che veniva fino ad una trattoria che è nel parco e si aggirava fra le tavole, leccando le mani delle signore per ricevere zucchero o ciambelle. Il cervo si comporta, invece, in modo del tutto opposto, se viene chiuso in un piccolo recinto e soprattutto al tempo degli amori. Allora basta una sciocchezza per irritarlo e farlo precipitare contro l'uomo - cosa che si annunzia con un certo raggrinzirsi della bocca e con uno strano brillare degli occhi; ad un tratto abbassa il capo volgendo verso il nemico la punta affilata delle sue corna e si precipita contro di esso con tale forza che difficilmente gli si può sfuggire. Potrei citare numerosi casi occorsi nei vari giardini zoologici, dove alcuni individui di questa specie aggredirono e uccisero i loro custodi, ai quali si erano in precedenza, dimostrati molto affezionati. Riferirò, invece, solo un gustoso episodio tramandatoci dal Lenz. Il nostro collega vide presso Coburgo, in un giardino zoologico, un cervo che aveva già ucciso due bambini e che si scagliava violentemente contro il custode quando questi non voleva dargli da mangiare. «Il rabbioso animale», racconta il Lenz «non aveva più le corna; al posto di queste si trovavano solo delle appendici molli e sporgenti, ed era quindi ormai poco pericoloso; perciò pregai l'inserviente di andarmi a prendere del foraggio e un buon bastone. Presi questo con la mano destra e porsi con quella sinistra il foraggio all'animale in piccole dosi. Appena aveva divorato il cibo, esso si tirava indietro per prendere lo slancio. Arricciava il naso convulsamente e mi guardava bieco con piglio furibondo: ma ogni volta che io brandivo il bastone minacciandolo, esso si scansava e tornava del tutto calmo a mangiare il foraggio che io gli ripresentavo». La femmina, invece, è completamente diversa: anche in schiavitù rimane calma e tranquilla; il suo sguardo limpido e dolce è l'immagine vera della sua indole. Non è inferiore al maschio per sagacia, come prova il fatto che è sempre la femmina che guida il branco. Dal contegno della guida dipendono tutte le mosse del branco e generalmente proprio i cervi più robusti camminano nel gruppo buoni ultimi. Sulla riproduzione del Cervo, Dietrich di Winckell ha scritto con tanta grazia e con tanta cognizione di causa che preferisco riportare completamente le parole del vecchio cacciatore. «Il desiderio si sveglia nel Cervo», dice egli «al principio di settembre e dura fino alla metà di ottobre. Già verso la fine di agosto, però, quando i cervi sono più grassi, l'istinto amoroso si sveglia in quelli più robusti. Essi l'annunziano con il loro grido che, all'inizio, fa gonfiare ad essi il collo. Il luogo ove il Cervo fu già una volta in amore è da esso scelto sempre negli anni seguenti, se il bosco non è stato nel frattempo abbattuto. Questi luoghi sono chiamati campi degli amori. Nelle vicinanze di questi, le cerve si aggirano in piccoli gruppi di 6, 8, 10 o 12 femmine, ma si nascondono, forse per civetteria, agli occhi del Cervo innamorato. Questo, a sua volta, trotta incessantemente con il naso a terra per fiutare il luogo ove stanno nascoste le spose. Se in questo periodo gli capita di incontrare qualche cervo debolino o, qualche fusone, esso li caccia in virtù dei pieni poteri di cui gode e che esercita per tutto il periodo degli amori con grande severità. Nessuna delle elette deve allontanarsi più di 30 passi; il signore e padrone la ricaccia con autorità nel luogo prescelto. Là, fra tante attrattive, cresce di ora in ora il suo istinto amoroso, ma le femmine seguitano ancora a schermirsi, soprattutto le più giovani, intorno alle quali esso trotta senza posa in modo che il suolo rimanga tutto calpestato e nudo. Mattina e sera il bosco echeggia della voce dell'innamorato che si permette appena di mangiare e di rinfrescarsi solo qualche volta a qualche sorgente vicina, dove lo devono accompagnare tutte le sue spose. Altri maschi, meno felici di esso, rispondono con invidia al suo grido di gioia; poi, decisi a osare, pur di conquistare tanto bene con il valore o con l'astuzia, si avvicinano. Appena il Cervo circondato dalle sue belle scorge un competitore, si avanza per affrontarlo, bollente di gelosia. Allora si impegna un duello che a volte costa la vita a uno dei due rivali, spesso ad entrambi. Gli avversari furiosi si precipitano con le corna basse l'uno sull'altro e tentano, con grande abilità, di aggredirsi e di difendersi. In ogni luogo il bosco risuona dell'urto delle corna. A volte, queste si intrigano in modo tale durante la lotta da essere causa della morte dei due cervi, poiché nessuna forza umana è in grado di dividerle senza grave danno. Spesso il duello seguita a lungo indeciso; il vinto non si ritira che in caso di assoluto sfinimento e il vincitore trova un premio nell'insaziabile godimento dei favori delle sue belle che assistettero alla battaglia con grande interesse. Durante il combattimento dei due "anziani" avviene a volte che cervi giovinetti si impossessino per breve tempo del bene conteso con tanta energia; essi colgono l'occasione di avvicinarsi alle femmine e di impadronirsi in anticipo di quanto sarà loro concesso solo tre settimane dopo, quando i vecchi, completamente spossati dai godimenti, abbandoneranno i campi degli amori. Il Cervo, del resto, ha bisogno di un brevissimo spazio di tempo per l'accoppiamento. La femmina, contrariamente a quanto alcuni affermano, rende pan per focaccia al maschio infedele, cercando quanto più può di compensarsi dello stato di soggezione in cui la tengono i gelosi capricci del maschio. La gestazione dura da 40 a 41 settimane. Verso la fine di maggio o all'inizio di giugno - a seconda del periodo dell'accoppiamento - essa partorisce un piccolo, raramente due. Quando sente avvicinarsi il periodo del parto, essa cerca la solitudine e la quiete nel più fitto del bosco. I piccoli nei primissimi giorni di vita sono tanto deboli che non si muovono dal posto in cui la madre li ha partoriti. In quel tempo la madre si allontana raramente e per pochi istanti; anche se vien messa in fuga, si allontana solo di quel tanto che è necessario per sviare l'attenzione del nemico dal suo piccolo. E tale scopo essa sa raggiungere con grande scaltrezza. Malgrado la sua nota timidezza, essa, infatti, non sfugge, se non quel tanto che basta per non essere presa e corre in qua e in là per far perdere anche le sue tracce. Quando capisce che il nemico è lontano e che non può più vederla, si affretta a tornare nel luogo dove aveva lasciato il diletto figlio. Quando il piccolo ha una settimana, segue la madre dovunque e si accovaccia subito nell'erba alta, se quella glielo ordina, emettendo un grido di paura o battendo ritmicamente il suolo con le zampe anteriori. Il figlio seguita a poppare fino al successivo periodo degli amori». La vita indipendente e avventurosa del Cervo comincia subito dopo che ha smesso di poppare il latte materno. La femmina è adulta già al terzo anno di vita, il maschio, invece, richiede alcuni anni di più. Nel settimo mese di età al maschio cominciano a spuntare le corna e da allora ogni anno cambia l'ornamento del capo. Ritengo istruttivo fare qui una breve descrizione dei mutamenti cui è soggetto il Cervo e per fare ciò mi atterrò al Blasius che ha trattato questo argomento da un punto di vista strettamente scientifico. Innanzitutto diremo che la forma delle corna è molto più importante, per uno studio da naturalista, che non il numero delle punte; e che per quanto riguarda queste ultime, le sole punte che hanno importanza sono quelle in contatto diretto con il fusto principale; le ramificazioni lontane, infatti, possono essere ritenute solo come accidentali e non come modificazioni essenziali della legge di formazione delle corna.

Il fusto principale ha dapprima una curva sola, moderata, debole poi assume all'indietro una rapida piega, simile alla piegatura di un ginocchio, dalla quale sorge il ramo mediano, mentre il vertice resta sempre diretto indietro. Una seconda curva, anch'essa a forma di ginocchio, si presenta nella cima della dodicesima punta; si incurva di nuovo indietro e forma un angolo al di sotto della cima; una terza curva si separa nella quattordicesima punta; una quarta nella ventesima, sempre più in alto verso la cima, mentre la punta, o parte esterna, si volge sempre più all'indietro. Ognuna di queste curve rimane come fondamento di tutti i seguenti stadi di sviluppo. Ugualmente notevole è la modificazione del ramo oculare nel corso del suo sviluppo. Dapprima si erge alto, formando un angolo acuto con il fusto principale, poi quest'angolo si allarga. Tutte le diramazioni, come abbiamo detto, sono cose secondarie per il naturalista; le stesse famose sessantasei corna del cervo di Morilzburg, che fu ucciso nel 1696 nella foresta feudale di Fursten dal principe Federico III, non hanno alcuna importanza scientifica per il naturalista. Generalmente, non si incontrano più di venti punte regolari. I cervi dalle diciotto corna si trovano in ogni collezione anche di mediocre valore e fra i cervi vivi sono numerosissimi quelli dotati di sedici corna. Con un abbondante nutrimento, un cervo può passare da un numero minore a uno maggiore di corna, ma per lo più il numero delle punte regolari iniziale si ripete ogni anno. E' singolare il fatto che ad ogni Cervo tornino le corna nella forma e nella posizione iniziali: siano larghe o strette, dirette in avanti o indietro. Alcuni cacciatori, in proposito, affermano perfino che certe particolarità delle corna si trasmettono di generazione in generazione. Il peso che possono raggiungere le corna varia anch'esso molto; nei cervi deboli pesano da 7 a 9 chilogrammi; da 16 a 18 in quelli più robusti di montagna. Il peggior nemico dei cervi resta sempre l'uomo, che in ogni tempo e in ogni età ha perseguitato con la caccia i rappresentanti di questa specie. Oltre all'uomo, il lupo, la lince, il ghiottone - e più raramente l'orso - si contendono l'onore del secondo posto fra i nemici del Cervo. Uno dei peggiori tormenti del Cervo sono i tafani. Questi ripugnanti insetti depongono le loro uova fra i peli dell'animale e le larve forano addirittura la pelle della povera bestia. Anche una specie particolare di pidocchio si annida fra i peli e le mosche e le zanzare lo tormentano. Per sfuggire a questi odiosissimi insetti, il Cervo resta, a volte, per ore intere nell'acqua. Molti cervi cadono vittime di malattie, fra le quali le più diffuse sono la dissenteria, il mal di fegato e l'etisia. Presi giovani, i cervi sono facilmente addomesticabili. Si dimostrano docili e ubbidienti; ma con il passare del tempo - come abbiamo avuto occasione di scrivere più sopra - e saprattutto nel periodo degli amori, i maschi diventano cattivi e feroci a un punto tale che è pericoloso avvicinarsi loro. I danni che questi animali arrecano alle colture superano di molto l'utile che se ne può ricavare, e sebbene la carne, le corna e il pelame siano ben pagati e la caccia sia piacevolissima, possiamo affermare che i danni sono lungi dall'essere compensati. Nei tempi antichi la superstizione si occupò molto di ogni parte del corpo del Cervo. Si affermava che le ghiandole lacrimali, gli intestini, il sangue, gli organi sessuali e perfino gli escrementi del Cervo avessero potere di farmaci. Con le unghie si facevano anelli che avrebbero dovuto essere efficaci contro le convulsioni; i denti rilegati in oro e in argento rappresentavano un talismano per i cacciatori. La vita del Cervo è stata sempre oggetto di numerose favole, forse anche perché i caratteri somatici dell'animale, il suo fiero portamento, la sua sensibilità musicale si prestavano molto bene allo scopo.

BARARINGA (Cervus duvauceli)

Viene generalmente considerato come il rappresentante di un genere a sé stante, poiché presenta molte particolarità. Le sue forme sono snelle ed eleganti, le zampe alte e robuste; la testa è relativamente breve, appuntita verso il muso a forma di piramide; l'orecchio è grande e largo; gli occhi sono belli e lucenti; la coda è corta, anche se è più lunga di quella del nostro cervo. Le corna sono assai singolari: si distinguono soprattutto per la larghezza e per le numerose ramificazioni e vagamente somigliano a quelle dell'alce. I singoli fusti si curvano verso la rosa, sui lati e sopra, ma poco all'indietro. Vicino alla rosa mandano in su lunghissimi rami oculari piegati in avanti e in fuori. Nell'ultimo terzo della loro lunghezza si dividono in due rami di uguale misura, che si ramificano ancora. Il ramo posteriore, che può essere considerato l'estremità del fusto, termina in una cima; si divide in due rami terminali diretti quasi verticalmente in su ed in rami accessori cortissimi impiegati indietro. Il ramo anteriore è piegato in fuori, in su e in avanti, e si divide in una estremità semplice divisa in due, cioè in una punta ramificata che si volge in avanti, in giù e indietro. Il suo pelame è folto, i peli sono lunghi e fini; nell'insieme sembra arruffato, perché i peli non sono della stessa lunghezza. Le orecchie, corte e regolari esternamente, sono all'interno lunghe e pelose. Alla radice il pelame del corpo è bruno-bigio scuro, poi bruno-dorato e al vertice di nuovo scuro per circa due millimetri. In estate il colore è, nel complesso, bruno-rosso-dorato, ma passa al di sotto in un giallo-chiaro, perché l'estremità dei peli è bigia e di un giallo-chiaro. Sul dorso corre una larga striscia color bruno-scuro, che ricopre gran parte della coda la quale termina in una punta giallo-chiara ed è ai lati coperta da macchiette giallo-oro. La testa è bruno-rossiccia sulla fronte, e sul naso presenta macchiettature dorate; i lati del muso, la gola e il mento sono di colore bianco-bigio. Dietro il musello scorre una fascia piuttosto larga bruno-scura, che è ancora accennata sul labbro inferiore quasi bianco. Una seconda fascia appena accennata scorre da un occhio all'altro e si innalza verso il musello. Quest'ultimo e gli occhi sono circondati da peli lunghi e setolosi. Le orecchie sono brunicce, marginate di scuro nella parte esterna e di un bianco-gialliccio alla radice; i peli dell'interno sono dello stesso colore. Il ventre e la parte interna delle cosce sono giallicci; la tibia delle zampe anteriori è bigio-bruna, il tarso è bigio-fulvo-chiaro; nelle zampe posteriori i pasturali sono più scuri delle cosce; gli zoccoli sono massicci e lasciano un'orma molto grande. Il Bararinga vive in tutta l'India meridionale. Abita indifferentemente sia in pianura che in montagna. L'unico esemplare che io ebbi modo di vedere viveva nel giardino zoologico di Amburgo e proveniva dal Siam. Esso giunse fusone, ma era già dotato di tali corna che lasciavano presagire un nobile cervo di quattordici corna. All'inizio di febbraio caddero le prime e queste vennero rimpiazzate da altre nuove, anch'esse con quattordici rami; ogni fusto aveva i suoi rami anulari e due biforcazioni ben sviluppate e uniformi alle punte. Il tempo degli amori coincide con quello del nostro cervo; la femmina partorisce anch'essa un solo nato, eccezionalmente due. Il portamento del Bararinga è altero, la sua andatura elegante, il suo fare vivace. La sua voce è un suono alto e belante che rassomiglia molto al grido di una giovane capra in angoscia. A differenza degli altri cervi, questo grida in ogni stagione, certamente per divertirsi.

AXIS (Axis maculatus)

Fra gli altri cervi dell'India, questa specie merita particolare attenzione. Viene generalmente considerata come la rappresentante di un genere distinto a motivo del suo pelame macchiettato, unico tra i cervi, ma si deve osservare che le sue corna sono più simili a quelle del nostro cervo con sei corna che non a quelle degli altri cervi delle Indie. L'Axis è uno dei cervi più belli. Il suo corpo è basso e allungato; il collo è relativamente grosso, la testa corta, conformata regolarmente e si va assottigliando verso il muso piccolo e stretto; le orecchie sono di media lunghezza, strette, quasi completamente nude all'interno e poco pelose al di fuori; la coda è abbastanza lunga e tondeggiante. Le corna hanno una graziosa forma a lira. Si incurvano dalla radice all'indietro, in fuori e in su; il ramo oculare sporge immediatamente dalla rosa e si piega in avanti e in fuori; il ramo biforcuto si ramifica a metà del fusto e si dirige in su e indietro. Il colore del pelame è un bel bigio-bruno-rossiccio; la striscia dorsale è scurissima, quasi nera al garrese; la gola, il mento, il ventre e la parte interna delle zampe sono bianco-giallicci. La parte esterna delle zampe è bruno-rossiccia. La punteggiatura è formata da sette file di macchie bianche per parte, sparse molto irregolarmente. Nella serie inferiore le macchie sono tanto vicine che lungo l'inguine e sulla parte posteriore delle cosce formano una fascia quasi ininterrotta. La testa e la parte inferiore del collo sono senza macchie. Sulla parte frontale del muso scorre una fascia scura da un occhio all'altro; anche in mezzo al cranio è visibile una zona più scura. La fascia bruna dietro il musello è stretta ed è divisa in due zone da una macchia triangolare di colore giallognolo. La coda è di colore bruno chiaro nella parte esterna, bianca di sotto. La parte interna delle cosce è di un bel bianco puro. Le orecchie sono esternamente bruno-bige, più chiare alla radice e più scure nel mezzo e al vertice. L'Axis vive in un notevole numero di esemplari in tutte le pianure dell'India orientale e nelle isole vicine, ben nascosto di giorno nei canneti e aggirantesi di notte in numerosi branchi. Gli indigeni gli fanno una caccia accanita che è la causa prima della timidezza dell'animale. Questo animale viene facilmente addomesticato in schiavitù. Il solo ostacolo che si oppone alla diffusione dell'Axis è l'irregolarità della sua riproduzione. La maggior parte degli individui di questa specie, tuttavia, si avvezza facilmente al nostro clima; depongono le corna regolarmente ed entrano in calore nella stagione più propizia; le femmine partoriscono in primavera e si occupano con amore dei loro piccoli; ma si hanno, a volte, dei parti anche in inverno e difficilmente il nato in questo periodo sopravvive a causa del freddo. I movimenti dell'Axis non sono così eleganti come quelli degli altri cervi, né questo animale dimostra altrettanta fierezza e altrettanta resistenza; tuttavia, è anch'esso grazioso e vivace.

SAMBUR (Cervus unicolor)

Fa parte del gruppo dei cervi indiani, detto dei «rusa», e come tutti questi ha una statura piuttosto tozza, con membra robuste, testa e collo corti e una lunga coda; i peli sono ruvidi, radi. Le corna che adornano solo i maschi hanno sempre soltanto sei punte. La testa è molto più sviluppata nella parte posteriore che non in quella anteriore; gli occhi sono grandi, i lacrimatoi straordinariamente sviluppati. L'orecchio è piuttosto piccolo; i fusti delle corna si piegano un poco in fuori e indietro. Il Sambur fu descritto con particolare chiarezza e con nerbo scientifico dal sommo naturalista dell'antichità dal quale ereditò il suo nome latino.

CERVO EQUINO (Cervus equinus)

E' anche questo un rappresentante dei cervi delle Indie. E' piuttosto basso, robustamente conformato, ed ha il pelame di colore bruno-scuro. Per gli altri suoi caratteri somatici e per il suo modo di vita rimandiamo il lettore al Cervo Ippelafo, qui di seguito trattato, che consideriamo come il sommo rappresentante di questo gruppo di animali.

CERVO IPPELAFO (Cervo hippelaphus)

E' certamente la specie più distinta del gruppo di cervi indiani. Ha una mole di poco inferiore a quella del cervo nobile; nel suo paese è superato solo dal sambur e dal cervo di Wallick che vivono nelle montagne dell'India. La lunghezza del suo corpo è di 2 metri circa negli individui adulti, di cui 30 centimetri sono presi dalla coda; l'altezza al garrese è di un metro; la lunghezza dei fusti cornei varia fra i 60 e i 90 centimetri. La femmina è molto più piccola. In generale, anche il Cervo Ippelafo ha i caratteri del gruppo: il suo corpo è compresso e robusto, le zampe sono più corte di quelle del cervo nobile, ma molto più robuste; il collo è corto e anche la testa appare relativamente piccola, ma larga. Le orecchie sono piccole, coperte all'esterno da folti peli, mentre all'interno sono quasi completamente nude. Gli occhi sono grandi e i lacrimatoi sviluppatissimi. Le corna si distinguono per i grossi fusti: stanno piantate sulla rosa, s'incurvano dalla radice in un arco poco spiccato all'indietro e all'infuori; si ergono in linea retta e si volgono poi indietro. Il ramo oculare che sorge immediatamente dalla rosa è forte e lungo, ricurvo in avanti, con la punta rivolta in dentro. Il ramo forcuto si ramifica a 30 centimetri circa dalla radice delle corna e si piega in avanti e in fuori. I fusti e i rami sono scanalati e perlati. Il pelame è diverso a seconda della stagione. Quando le corna sono completamente sviluppate, il Cervo è coperto da peli ruvidi, radi, di un colore bruno-fulvo-gialliccio. Sul dorso scorre una striscia più scura, bruniccia, delimitata in alcuni tratti distintamente, in altri meno. Le zampe, nella loro parte anteriore, sono del colore del dorso, ma lateralmente e internamente sono molto più chiare. E' poi notevole una fascia stretta bigio-chiara o bianca che dal musello si allunga sui due lati del labbro superiore. I due sessi sono di colore perfettamente uguale, e il piccolo che nasce ha il medesimo colore dei suoi genitori. E' questo un particolare importante, perché non si riscontra in nessun'altra specie, nemmeno di questo gruppo. Un altro particolare notevole è la criniera che si sviluppa sul mento e sulla gola. Poco dopo la caduta delle corna il pelame del Cervo Ippelafo, maschio o femmina, assume un diverso colore. Essi appaiono allora bigi-scuri con sfumature bruno-fulve. Il numero più elevato di questi animali si trova a Giava, a Sumatra, nel Borneo e nel continente indiano. Alcuni naturalisti hanno voluto distinguere specificamente il Cervo Ippelafo delle isole, che è leggermente più piccolo, con il nome di Rusa motucensis. Si racconta che il Borneo fu arricchito di questa specie di cervo per opera dell'uomo: un certo sultano Sverianse ne avrebbe fatto mettere una coppia in libertà nelle steppe di Bulu Lampei e questa sarebbe stata la progenitrice di tutti quelli che attualmente popolano l'isola. I cervi ippelafi si radunano in numerosi branchi, che preferiscono, come luogo di vita, le pianure alle boscaglie. I cervi adulti, dopo l'accoppiamento, si separano dai branchi delle femmine e da quello dei piccoli e girovagano solitari, pur rimanendo sempre abbastanza vicino al branco con il quale migrano all'inizio della stagione asciutta fino alle acque stagnanti e si ritirano poi nelle alte quando giunge la stagione delle piogge o la primavera. Nelle ore più calde del giorno, questi animali rimangono nascosti nei canneti o nella boscaglia; prima del tramonto vanno ad abbeverarsi, e a mangiare appena calata la notte. Sono molto avidi d'acqua; gli individui prigionieri manifestano spesso irrequietezza ed un'estrema vivacità per il desiderio di bagnarsi nel fango. Questi cervi si nutrono con gli stessi cibi del nostro cervo. Qualcosa di particolare merita di essere detto a proposito dei movimenti di questi animali. La corsa del Cervo Ippelafo è rapida e denota una grande resistenza; il suo galoppo, durante la fuga, è frequentemente interrotto da piccoli salti. La sua andatura normale, poi, è particolarmente dignitosa: il suo passo rassomiglia a quello dei cavalli ammaestrati. Si direbbe quasi che il cervo è compreso di un senso di orgoglio: alza le zampe con eleganza, le allunga e le posa nuovamente a terra, accompagnando ogni passo con un corrispondente movimento del capo. Tuttavia, si è in dubbio se ciò esprima veramente un innato orgoglio o invece la collera, anche perché questa andatura dignitosa va ordinariamente congiunta con uno sprezzante sollevarsi del labbro superiore, che negli altri cervi - come abbiamo avuto occasione di descrivere nelle specie precedenti - è sempre un indizio di collera o almeno di grande commozione. Voglio inoltre osservare che appunto durante questa sua andatura si ode un forte scricchiolio, come si sente durante le passeggiate delle renne. Questo cervo si muove molto in questo modo, e trotta molto raramente; la femmina, invece, spicca più spesso salti giocosi e si mostra più vivace del maschio. Prima di iniziare la corsa, questo china molto il capo, allungando il collo, e fa con la testa strani movimenti serpeggianti. I sensi del Cervo Ippelafo sono bene sviluppati; soprattutto l'udito e l'olfatto sono eccellenti. Inoltre, esso è sagace, vigile, previdente: impara presto a conoscere il suo custode, ma non gli si affeziona. Il tempo degli amori per gli ippelafi prigionieri cade in inverno. Un individuo di questa specie che ebbi modo di osservare attentamente nel giardino zoologico di Amburgo perdette le corna in maggio e le rimise in settembre; verso la fine di novembre fece udire per la prima volta la sua voce; era un belare sordo e leggero. Da quel periodo si mostrò eccitatissimo e battagliero ed emanava un fetore insopportabile di caprone. All'inizio di dicembre anche la femmina manifestò vivamente la sua tendenza verso il maschio e l'accoppiamento ebbe luogo ai primi di gennaio. La gestazione dura circa otto mesi e mezzo. La madre custodisce il piccolo con amore e lo difende con grande coraggio. L'esemplare che ebbi modo di osservare difendeva il suo piccolo con grande ferocia contro l'inserviente: abbassava il capo, rizzava la coda, dilatava i lacrimatoi e affrontava arditamente ogni importuno, tentando di respingerlo con poderosi colpi delle zampe anteriori, cercando intanto di coprire con il proprio corpo suo figlio. Dopo quattro mesi, questo aveva circa la metà della mole della madre, ma seguitò a poppare fino all'età di sei mesi. I grossi felini indiani sono, dopo l'uomo, i peggiori nemici del Cervo Ippelafo. Soprattutto la tigre in certi periodi si ciba esclusivamente di esso e dei suoi affini. La carne di questi animali è considerata ottima non solo dagli indigeni, ma anche dagli europei. Il pelo e il cuoio non sono usabili.

CERVO PORCINO (Axis porcinus)

Si tratta di una delle specie più comuni dell'India. Il suo corpo è il più massiccio di tutta la famiglia: è conformato tozzamente, ha le zampe corte e il collo e la testa sono anch'essi corti. Anche il Cervo Porcino si distingue per le sue corna: i fusti sono sottili, lunghi al massimo 30 centimetri, muniti di tre punte, che sorgono da rose piuttosto alte, l'una lontana dall'altra. Per questo le corna sembrano anche più grosse di quello che siano in realtà. La ramificazione è semplice come nella specie precedente, ma tutte le parti sono molto più eleganti e più sottili. Il ramo oculare si dirige dapprima in avanti e poi in fuori con la punta rivolta in dentro; il corto ramo superiore forma un uncino rivolto indietro. Il pelo è ruvido, grossolano, ma più fino e meno ondeggiante che non nel cervo ippelafo. Il colore è soggetto a molte modificazioni; in generale, il colore dominante è un bel bruno-caffè che si scurisce fino al nero nel maschio e si schiarisce fino al bruno-cuoio nella femmina. Ogni pelo è cinerino alla radice, bruno-nero nel mezzo, cerchiato di un colore bruno-cannella chiaro prima della punta che è scura. I cerchi chiari tuttavia, hanno poco rilievo nel complesso del colore, soprattutto nei maschi. Di un colore più scuro, quasi nero, sono una striscia dorsale, una fascia che circonda il musello, una seconda fascia a forma di ferro di cavallo che si trova fra gli occhi e una striscia longitudinale situata nel mezzo della fronte. Di colore cinerino sono anche la parte inferiore del corpo e quella delle zampe; mentre più chiari, quasi di un bigio-fulvo chiaro, appaiono la testa e i lati del collo, la gola, le orecchie e alcune macchie irregolarmente sparse sui fianchi; sono bianchi le estremità della mandibola inferiore, la parte inferiore e l'estremità della coda e il piccolo spazio del corpo ricoperto da questa. Il pelo dei giovani si distingue da quello degli adulti per le macchie più grandi e più chiare. Il Cervo Porcino è largamente diffuso e numerosissimi sono gli individui di questa specie. E' comunissimo nel Bengala, paese dal quale provengono gli individui che popolano i nostri giardini zoologici. Non è un animale molto dotato intellettualmente; possiamo anzi affermare che fra i cervi è quello le cui capacità intellettive difettano maggiormente. La femmina è timida e paurosa; il maschio è invece coraggioso e battagliero anche contro l'uomo. Anche con le sue femmine spesso si rivela prepotente e incline alla violenza; molto spesso la maltratta e senza una ragione piomba loro addosso e le malmena in modo spietato. Dopo l'accoppiamento bisogna sempre allontanarlo da esse; prima del l'accoppiamento, nello stato di eccitazione comune a tutti gli animali, sfoga in ogni modo la sua forza: si slancia contro gli alberi, sradica l'erba con le corna e lancia qua e là le zolle sollevate; minaccia chiunque gli si avvicini, chinando la testa da un lato lanciandosi in direzione obliqua con piglio feroce; aggredisce l'uomo e sfoga tutta la sua violenza e la sua forza. Comincia a cambiare le corna nei primi mesi dell'anno. L'accoppiamento avviene generalmente in estate e la femmina partorisce 228 giorni dopo.

CERVO DELLA VIRGINIA (Odocoileus virginianus)

Rappresenta la specie più nota di tutto il gruppo dei cervi di Mazzana. Per vari riguardi ha una grande somiglianza con il nostro daino, che eguaglia all'incirca nella mole; ma se ne distingue per l'elegante corporatura, e per la testa fina, allungata, che può, forse, essere detta la più bella di tutte le teste di cervo. Il Cervo della Virginia è spesso assai più grande del nostro daino, e la cede di poco al cervo reale; il colore varia a seconda delle stagioni: d'estate, l'abito è d'un bel rosso-giallo, che si fa alquanto più scuro sul dorso, e torna sui fianchi al rosso-giallo uniforme. Il ventre e la faccia interna delle zampe sono più pallidi, la coda è di sopra bruno-scura, bianca abbagliante sotto e lateralmente. Il colore del capo è particolare: è bigio-bruniccio. Il naso è generalmente molto scuro, ma sopra i lati del labbro superiore ed all'estremità delle mandibole spuntano macchie bianche che si radunano sino a formare un cerchio intorno agli occhi. Nell'inverno, la parte superiore è bruno-bigia, corrispondente alquanto al colore invernale del nostro capriolo; la parte inferiore è rossiccia, le zampe sono bruno-giallo-rossicce, le orecchie dalla parte esterna sono bigio-bruno-scure, nericce all'orlo e all'estremità, bianche all'interno. Sono ugualmente di un bianco puro una macchia esterna all'angolo inferiore dell'orecchio la parte inferiore del capo, quella posteriore della coscia, il ventre, la parte interna e quella anteriore della coscia posteriore, la superficie della coda sottile, lunghissima e foltamente pelosa. Il disegno delle mandibole è lo stesso nelle due stagioni. La lunghezza di un cervo di media statura è di metri 1,70; quella della coda 30 centimetri; la lunghezza del capo è di 32 centimetri, l'altezza dell'orecchio 15 centimetri, quella delle corna 30 centimetri, e la lunghezza di ogni fusto, misurato con la curva, oltre 45 centimetri, al garrese questo cervo misura 95 centimetri d'altezza. La femmina è molto più piccola, lunga solo metri 1,35 ed alta non più di 75 centimetri. Il cerbiatto è elegantemente macchiettato di bianco o di bianco-giallo sopra fondo bruno-scuro; nel rimanente somiglia ai genitori. Questo cervo si trova dalle coste orientali dell'America del nord sino alle Montagne Rocciose, ed arriva al Messico; è interamente scomparso nelle zone molto popolate. Il modo di vivere di questo cervo, in generale, somiglia a quello del nostro. Come questo, il Cervo della Virginia forma branchi ai quali si aggiungono, al tempo dell'accoppiamento, i grossi maschi. Questo tempo è a un dipresso il medesimo, e la nascita di uno o due piccoli ha luogo nel medesimo mese in cui nasce il nostro. Le corna cadono in marzo e sono surrogate in luglio od in agosto; il cervo si colora in ottobre, ed entra allora in calore. A queste parole aggiungiamo qualcosa dell'eccellente descrizione dell'illustre Audubon. «Il cervo» dice egli «si affeziona al luogo una volta scelto, e, dopo che è stato inseguìto, sempre vi ritorna. Certo non ritorna sempre al medesimo giaciglio, ma si trova sempre nel medesimo sito, sovente a meno di 150 passi dal luogo dov'è stato disturbato in precedenza. I luoghi che preferisce sono vecchi campi, in parte tornati boscaglie, che gli offrono, perciò, un ricovero. Negli Stati del sud ricerca, specialmente durante l'estate quando è perseguitato, il margine estremo delle piantagioni: durante il giorno rimane nascosto nel più folto della boscaglia, tra i canneti, le viti vergini, le siepi spinose; ad ogni modo, quanto più può vicino al pascolo. Tuttavia, questa predilezione per siffatti luoghi non è generale: spesso si trovano tracce dell'animale e in grande numero in campi solo raramente visitati. Nelle regioni montuose, talvolta, si vede accoccolato sopra qualche sporgenza, ma generalmente si nasconde tra i mirti e gli oleandri, accanto agli alberi caduti, ed in altri simili luoghi. Nella fredda stagione preferisce i luoghi asciutti e coperti; sta allora volentieri sotto il vento e si scalda ai raggi solari; nell'estate si ritira di giorno nelle parti ombrose del bosco, e si tiene nella vicinanza di fiumicelli e torrenti. Per sfuggire alle mosche e ai tafani, spesso si getta nei fiumi o negli stagni, immergendosi nell'acqua sino alla punta del naso». L'alimento del cervo è diverso a seconda della stagione. Nell'inverno si accontenta dei rami e delle foglie dei boschi, nella primavera e nell'autunno cerca con somma cura l'erbetta più tenera, penetrando sovente nei campi di mais e di altri cereali. Mangia con gusto le bacche di diverse sorta, le noci ed altri simili frutti, principalmente le faggiuòle. Con una così ricca scelta di alimenti si potrebbe supporre che la carne sia sempre buona; e ciò sarebbe un errore, poiché, ad eccezione di certe stagioni, questo cervo è assolutamente cattivo. I maschi sono grossi in agosto sino a novembre. Ne abbiamo noi stessi uccisi alcuni che pesavano 90 chilogrammi, e ci fu detto che taluni pesano addirittura 100 chilogrammi. Il tempo degli amori comincia verso novembre, e talvolta anche un po' prima. Il cervo è allora sempre in piedi, sempre in corsa per sfidare i rivali; se s'imbatte in altri cervi, si scatena una accanita lotta, nella quale capita sovente che uno di essi venga ucciso, sebbene il più debole abbia per uso di prender la fuga tutt'al più seguendo a rispettosa distanza il rivale vittorioso, sempre pronto a cedergli il campo, ma, forse, con la segreta speranza che a quello capiti un accidente che lasci ad esso la bella desiderata! Spesso due cervi di uguale forza s'intricano in tal modo le corna da non poterle più districare, e muoiono, così, miseramente. Ci siamo affaticati a districare talvolta quelle corna, ed abbiamo dovuto riconoscere che né la nostra destrezza, né la nostra forza ne potevano venire a capo. Il tempo degli amori dura circa due mesi, e comincia negli adulti prima che non nei giovani. Verso il gennaio le corna cadono, e da quel tempo rinasce la pace fra i cervi.

Le femmine sono grosse più che mai dal novembre al gennaio; da qui prendono a dimagrire, e ciò tanto più, quanto più si avvicina il tempo del parto: si rifanno mentre allattano i figli. Questi nascono in aprile; le giovani madri, però, partoriscono soltanto in maggio o giugno. Negli Stati del nord il tempo dello sgravarsi è più tardivo che non nella Florida e nel Texas. E' strano, ma perfettamente vero, che nella Florida e nell'Alabama il maggior numero di piccoli nasce in novembre. La madre nasconde il figlio sotto una siepe, od in un mucchio d'erba folta, e lo visita parecchie volte al giorno, principalmente la mattina, la sera e la notte; più tardi lo prende con sé. Quando i piccoli hanno alcuni giorni, cadono sovente in un sonno così profondo da poter essere presi prima di accorgersi dell'arrivo di un uomo. Si addomesticano facilmente, e dopo poche ore si affezionano ai loro padroni. Un nostro amico possedeva un piccolo, che fu presentato dopo la sua presa ad una capra, la quale lo accolse per bene; altri furono allattati da vacche finché furono pienamente sviluppati. In schiavitù si comportano bene: pure abbiamo trovato che sono molto molesti se si tengono in camera. Una coppia che possedemmo per più anni si era avvezzata a penetrare nel nostro studio dalla finestra aperta, e, se questa era chiusa, non si dava pensiero alcuno dei cristalli. Erano animali con un istinto distruttivo; leccavano e rosicavano le copertine dei nostri libri, arrecando, talvolta, seri danni e scompigli fra le nostre carte. Nessun cespuglio del giardino era al riparo da essi, per quanto prezioso fosse per noi. Rodevano i finimenti della carrozza, e finalmente se la presero con le anatre e con i polli, mozzando loro capo e piedi e lasciando poi intatto il corpo mutilato. La femmina partorisce soltanto quando ha almeno due anni, e per la prima volta ha un nato solo; più tardi può averne due. Una femmina sana e robusta può persino averne tre, e nel corpo di una che fu uccisa da noi ne trovammo quattro perfettamente conformati. Tuttavia, il numero consueto è due. La madre ama assai il figlio, e, da esso chiamata, accorre in fretta. Gli indiani usano l'astuzia di imitare con un pezzo di canna il belato del piccolo per attrarre la madre, che allora cade vittima delle loro frecce. Noi stessi siamo riusciti due volte a prendere femmine, a colpi di fucile, con l'imitare la voce del piccolo. In faccia all'uomo, tuttavia, essa non osa difenderlo, ma subito fugge. E' un animale molto socievole, e si vede nelle praterie dell'ovest in numerosi branchi. Dopo l'accoppiamento, già lo abbiamo detto, i maschi si riuniscono al branco oppure con femmine e vivono insieme per la maggior parte dell'anno. Quella selvaggina è silenziosa più d'ogni altra creatura: raramente emette un suono. Il piccolo manda un debole belato, udito dal fino orecchio della madre da una distanza di forse 60 metri; questa chiama il figlio con un leggero brontolio. Si ode un suono acuto soltanto quando l'animale è ferito. Il maschio fa sentire, se è perseguitato, un breve sbuffo; ma, di notte, a volte emettono anche un suono acuto, simile a quello del camoscio. L'olfatto è tanto fino che solo con il suo sussidio un individuo può da lungi tener dietro ad un altro. Un mattino d'autunno vedemmo una femmina passar davanti a noi; dieci minuti dopo scorgemmo un cervo che la seguiva, con il naso a terra, soltanto odorando le tracce dei suoi passi; una mezz'ora più tardi fu la volta di un secondo cervo, parimenti affaccendato. La vista è meno sviluppata: l'animale, se i cacciatori rimangono immobili, passa sovente a breve distanza da essi, senza vederli, mentre è sempre pronto a fuggire se i cacciatori si muovono, e soprattutto se procedono sotto vento. L'udito è buono quanto l'olfatto. Non può stare senz'acqua, ed è costretto a recarsi ogni notte al fiume o alla fonte. In caso di siccità generale nella loro regione, i cervi si spostano in massa in cerca di località provviste d'acqua. Essi sono pure molto avidi di sale, e i cacciatori che lo sanno e che conoscono i siti dove si trova il sale, in generale, fanno buone cacce nei loro dintorni. Se si ritiene il cervo come un animale notturno, giova aggiungere che nelle praterie, o nelle località dove di rado viene disturbato, esso va in cerca di cibo anche nelle ore mattutine e vespertine. In tali circostanze suole riposare soltanto al meriggio. Negli Stati atlantici, in verità, dove si trova di continuo esposto alle insidie dei cacciatori, non lascia il suo giaciglio prima del tramonto del sole. Del resto, durante la primavera e l'estate lo si vede al pascolo più spesso che non nell'inverno. Nei luoghi dove è continuamente perseguitato, lascia che il cacciatore si avvicini di più al suo giaciglio che non in quelli dove raramente è disturbato. Rimane tranquillo a giacere, non che dorma o sia distratto, ma perché teme, muovendosi, di attrarre lo sguardo del cacciatore, cui spera di sfuggire standosene accovacciato. Giace con le zampe di dietro pronte al salto, con le orecchie abbassate sulla nuca, con gli occhi fissi, vigilando ogni mossa del disturbatore. In simili casi il cacciatore può attendersi un favorevole successo solo se si aggira lentamente intorno all'animale, fingendo di non vederlo, e ad un tratto sparando prima che abbia lasciato il giaciglio. Prima che il cervo sia stato insidiato, tenta, all'arrivo del cacciatore, di guizzar via trascinandosi accovacciato. Il suo modo di camminare è molto vario. Nella corsa porta basso il capo e trotta silenzioso e cauto, muovendo, all'occasione, le orecchie e la coda. La più grossa femmina fa generalmente da guida alla brigata, che si avanza in fila, l'uno dietro l'altro. E' rarissimo che due camminino di fianco. Un passo tranquillo è il movimento della selvaggina che non fugge. Se è disturbato, senza essere spaventato, il cervo balza due o tre volte in su e ricade con apparente goffaggine sopra le zampe, si volge un istante dopo dalla parte opposta, solleva la bianca codicina e la scuote dall'una all'altra parte. Dopo hanno luogo alcuni grandi salti, nei quali la testa è diretta di qua e di là per investigare, se è possibile, la causa del disturbo. I balzi e i salti sono così graziosi che non si può fare a meno di osservarli con ammirazione e con stupore. Se invece il cervo scorge prima di lasciare il giaciglio l'oggetto che lo disturba, scivola cautamente sul suolo con la testa e con la coda sopra la medesima linea del corpo, e, così, corre per qualche centinaio di passi, come se volesse contrastare il passo della corsa ad un cavallo. Tal modo di correre, tuttavia, non si può mantenere a lungo: abbiamo sovente veduto che un destro cavaliere lo raggiunge e l'oltrepassa, e sappiamo che una muta di buoni cani lo raggiunge pure dopo un'ora circa di caccia, quando al cervo non s'affacci pantano o fiume in cui gettarsi per sfuggire al pericolo. Del resto, anche senza esservi costretto, esso va nell'acqua e nuota con grande agilità, con il corpo affondato e con la testa visibile. Se cavalcando di notte per i boschi passavamo davanti al cervo, udivamo spesso che scalpitava e sbuffava fortemente. Allora tutto il branco, a breve distanza, scalpitava e sbuffava. Ma questo contegno è tenuto solo di notte. La carne di questo cervo è più saporita di quella di tutte le specie che abbiamo assaggiate: è più delicata di quella del wapiti e delle specie europee; tuttavia, possiede il maggiore suo sapore soltanto al tempo della pinguedine, dal mese di agosto a quello di dicembre. Per prendere un tal cervo, ci volevano l'astuzia e la pazienza di un indiano: prima che i «Visi Pallidi» spuntassero nella lizza con il fucile, il cane e il cavallo, il selvaggio disputava il bottino al puma e al lupo, ed i modi di caccia più diversi erano messi in uso. Per lo più si abbatteva l'animale imitando il belare del piccolo o il grido del maschio. Talvolta, anche l'indigeno vestiva la pelle del cervo morto, le cui armature si attaccava saldamente alla testa, ed imitava fedelmente l'incedere e tutte le mosse del cervo per modo che gli riusciva di penetrare nel centro del branco e spesso di uccidere parecchi animali con il suo arco, prima che gli altri, riavutisi, pensassero di fuggire. Da quanto sappiamo, gli indiani dell'America del nord non hanno mai adoperato per abbattere la preda le frecce avvelenate di cui fanno uso gli indiani dell'America meridionale. Dopo l'introduzione delle armi da fuoco, la maggior parte delle razze indiane ha messo da parte l'arco e le frecce ed ha preso il fucile. L'uomo bianco s'adatta nella sua caccia alla natura del paese. Nelle regioni montuose egli preferisce l'agguato: nei folti boschi prende i cani per ausiliari, adoperando, allora, invece della carabina, un fucile a due canne caricato di grosso piombo. Quando la neve è alta, si fa uso, in alcune località, di apposite scarpe, mediante le quali si incalza la selvaggina che non può muoversi se non lentamente. Nella Virginia lo si caccia nel modo degno del cacciatore, tendendo forti trappole d'acciaio presso l'acqua, oppure piantando lungo la parte interna delle siepi pali aguzzi, sopra i quali s'infilza l'animale quando salta. In alcuni luoghi si fa la caccia in battello: si conosce il sito in cui l'animale suole valicare i fiumi, o i seni di mare, lo si fa spingere dai cani, lo si segue e si uccide, infine, entro l'acqua. La caccia con le fiaccole è molto particolare; per la quale occorrono due uomini: l'uno porta una padella di ferro nella quale mantiene un piccolo fuoco di legna resinosa; l'altro, che porta l'arma, gli cammina a fianco. La vista di quell'inaspettata luce in mezzo al bosco sorprende in tal modo il cervo che se ne rimane attonito e immobile; ma i suoi occhi riflettono la luce e servono di mira al cacciatore. Sovente accade che, dopo lo sparo, alcuni individui della truppa tornino di nuovo verso la fiamma. Il solo inconveniente di questa caccia è che il cacciatore che scorge i due occhi sfavillanti non può distinguere se ha davanti a sé una preda, oppure qualche animale dei suoi propri armenti. Ci venne raccontato che un buon veltro può prendere il cervo. Una coppia di tali eccellenti cani che erano stati allevati nella Carolina raggiungeva il cervo dopo alcune centinaia di metri. Si adoperano bracchi per cercare e per far levare la selvaggina, poi i veltri prendono ad inseguirla. Con nostro rincrescimento dobbiamo confermare il timore dei cacciatori che il nostro animale vada rapidamente scemando, e che non debba essere molto lontano il momento in cui questo sarà completamente distrutto. Già verso la metà del secolo scorso non si trovava nella Carolina che la cinquantesima parte dei cervi che si trovavano all'inizio dell'Ottocento. Negli Stati settentrionali e in quelli centrali è ormai completamente distrutto, mentre negli Stati del sud, dove il nostro cervo è protetto dalle foreste che vi sono rimaste, dalle paludi e dagli spacchi del suolo che impediscono la coltivazione, esso si trova ancora in discreto numero, sebbene anche in quelle regioni venga accanitamente perseguitato.

CERVO LEUCURO (Odocoileus leocurus)

Questo cervo ha molta somiglianza con quello della Virginia, del quale ha, o poco meno, la mole e la forma. Anche la distribuzione dei colori è press'a poco la medesima. Ciò nonostante, non esiste dubbio che i due cervi debbano essere considerati come specie distinte. Particolarmente strana è la diversità del colore, sebbene i singoli peli siano assai somiglianti per i due animali. Nelle due specie ogni pelo ha un cerchio più chiaro prima della punta più scura, ma questo è del doppio più largo nel cervo della Virginia che non nel Cervo dalla coda bianca, e di color rosso-ruggine, mentre nell'ultimo è di un giallo-fulvo. Questa lieve differenza produce una variazione nel colore; del resto, i due peli sono uguali nel rimanente: ambedue sono bigio-chiari alla radice, più scuri presso il cerchio, neri alla punta. Poiché il cerchio è di molta importanza nella determinazione del colore, il cervo della Virginia appare sempre più rossiccio del Cervo dalla coda bianca, come pure viene chiamato il Cervo Leucuro, che ha quasi esattamente il colore del nostro capriolo. Tuttavia, è necessario avere le due specie una presso l'altra, se si vogliono bene determinare. I suoi luoghi prediletti sono le folte boscaglie delle steppe. Là si nasconde durante il giorno, mentre la sera va in cerca di cibo. Il suo incedere è strisciante, sovente interrotto da graziosi e leggeri salti. Quando fugge, solleva la coda agitandola dall'una all'altra parte. Da novembre sino ad aprile e a maggio lo si vede in grandi branchi, i quali allora si dividono, perché le femmine partoriscono. I piccini sono, sino al successivo inverno, macchiettati di puntini bianchi, e soltanto allora vestono l'abito dei genitori. Verso il mese di novembre il maschio entra in calore e chiama con cupi suoni la femmina o i rivali. Gli indiani, con brevi pezzi di canna, imitano stupendamente quel grido per adescare il cervo. La femmina chiama il figlio con un breve meh, meh. In generale, il Cervo dalla coda bianca non sembra differire molto da quello della Virginia; tuttavia, dobbiamo confessare che non abbiamo ulteriori ragguagli. Degne di nota sono la buona indole di questo animale e la sua tenerezza per chi gli fa del bene. Per questo, allo stato di schiavitù, se ben trattato, torna piacevole osservarlo ed averlo come amico, sebbene non mostri molta intelligenza.

BLASTOCERO CAMPESTRE (Blastoceros campestris)

E' un animale di media mole per la nostra famiglia, che può misurare in lunghezza del corpo oltre 1 metro, 10 centimetri alla coda e 65 centimetri al garrese. Solamente in casi eccezionali i maschi vecchissimi misurano in lunghezza metri 1,20. La femmina è notevolmente più piccola. Il Blastocero Campestre ha il colore e la forma di un vero cervo; le sue corna ricordano quelle del nostro capriolo, ma sono più sottili, più fini, e distinte per rami più lunghi. S'inarcano alquanto all'indietro, un po' in fuori nella metà inferiore, mentre in quella superiore s'incurvano di nuovo in dentro. Il ramo oculare sorge a circa 5 centimetri sopra la rosa e misura press'a poco 10 centimetri; al di sopra si forma nel fusto una seconda biforcazione, di cui il ramo si dirige in su, mentre l'estremità della biforcatura piega all'indietro. La lunghezza delle corna di questo animale supera di rado i 26 centimetri: i fusti di 30 centimetri sono eccezioni. Il pelo è folto, lucente, ruvido e caduco, bruno-rossiccio-chiaro sulla parte superiore ed esterna, oppure bruno-giallo-fulvo; più chiaro sui fianchi, sulla parte anteriore del collo e sulla faccia interna delle estremità. Ciascun pelo è cerchiato di bruno-scuro alla radice. La parte inferiore, il mento, la gola, il petto e le strisce longitudinali della faccia interna delle cosce sono di un bianco sudicio; d'un bianco puro sono invece il ventre, la parte posteriore delle cosce, quella inferiore della coda, e la sua estremità; le orecchie al di fuori sono d'un bruno-rossiccio-chiaro, con macchie bianche nell'interno. Un cerchio bianco circonda gli occhi, e macchie bianche stanno all'estremità del labbro superiore. Questo cervo abita la maggior parte dell'America meridionale: è comune dovunque. Esso abbonda nei campi asciutti e scoperti delle regioni poco abitate, evitando la vicinanza delle acque e delle paludi, anche se è accanitamente perseguitato. Vive in coppia o in piccoli branchi, mentre i vecchi maschi vivono solitari. Di giorno riposa fra le erbe alte, e rimane tanto tranquillo nel suo giaciglio che si può passargli vicino senza che si muova. Ciò fa perché cerca di nascondersi avendo esso i sensi più acuti e i movimenti più rapidi e più agili degli altri cervi. Può venir raggiunto soltanto da un buon cavallo, ma, se ha il vantaggio di qualche salto, il miglior corridore non lo può raggiungere. Dopo il tramonto se ne va a pascolare e si aggira attorno per tutta la notte. La femmina partorisce un solo figlio, in primavera o in autunno. Dopo pochi giorni lo conduce dal padre e, avvenute le presentazioni, i due genitori gareggiano d'amore e di cure per il piccolo. Appena v'è indizio di pericolo, lo nascondono nell'erba alta, si mostrano essi stessi alla vista del cacciatore, lo sviano dalle tracce del figlio, e a questo fanno ritorno dopo lunghi giri. Se il figlio è fatto prigioniero, non si allontanano mai dal cacciatore se non sono inseguiti dai cani, ma descrivono ampi giri attorno a lui, e si avvicinano a tiro di fucile se odono la voce belante del piccino. Il Blastocero Campestre, preso giovane, diventa docilissimo: impara a conoscere tutti i membri della famiglia, li segue dappertutto, risponde alla chiamata, si trastulla con essi, lecca loro mani e viso; non soltanto vive in pace con i cavalli e con i cani domestici, ma si trastulla con essi; scansa persone e cani che non conosce. Si nutre di vegetali crudi e cotti di varie sorta; è specialmente ghiotto di sale, come i suoi affini. Se il tempo è bello, si trastulla all'aperto; rumina nel pomeriggio, mentre un tempo piovoso lo spinge a mettersi al riparo. Il cervo adulto, specialmente al tempo degli amori, sparge un odore assai sgradevole, che ricorda le emanazioni dei negri. Questo odore è tanto forte che si sente un quarto d'ora dopo nei luoghi dove un cervo è passato. «Una volta presi un cervo gettandogli il laccio con le palle», racconta Rengger, «e lasciai le palle soltanto quando l'animale fu morto; ciò nonostante avevano preso un odore così ripugnante che per quindici giorni non potei servirmene. Posseggo un paio di corna, nelle quali, dopo otto anni, ancora si sente quell'odore di negro nella pelle che ricopre la rosa. L'odore si manifesta prima del primo anno di vita, mentre non si produce mai se l'animale viene castrato in gioventù». Per uccidere il Blastocero è necessario ricorrere alla caccia per battuta. Alcuni cacciatori a cavallo formano un semicerchio ed aspettano la selvaggina, che viene spinta verso di loro da altri cacciatori con cani. Se un cacciatore è abbastanza vicino al cervo, gli getta il laccio con le palle attorno alle corna o alle zampe. E' necessario anzitutto che l'uomo non si muova troppo presto contro l'animale, altrimenti questo lo scorge e scappa dall'altra parte, per cui non può più prenderlo. Se il cervo è incalzato a lungo, fa, come il nostro capriolo, salti di fianco allo scopo di sviare il cane dalle sue piste, e infine si accovaccia nel punto dove trova erba alta. In caso di bisogno dimostra anche coraggio e si difende contro gli uomini e contro i cani sia con le corna, sia con le zampate. Naturalmente, anche per questo cervo, e già da alcuni decenni, il metodo del laccio è stato messo da parte per essere sostituito da quello dei fucili a doppia canna. La carne del Blastocero giovane è gradevole: negli adulti, quella delle femmine alquanto coriacea, quella del maschio assolutamente intollerabile per via del ripugnante odore. La pelle conciata serve per fare coperte da cavallo.

CAPRIOLO (Capreolus capreolus)

Il nostro gentile e grazioso Capriolo è il rappresentante di un genere di cervi con brevi corna biforcate e con lacrimatoi appena visibili. Spetta a questo gruppo una sola specie asiatica, che, in verità, non è molto conosciuta, ma rappresenta una varietà del Capriolo. Il Capriolo ha una lunghezza di oltre 1 metro e un'altezza di 75 centimetri; il moncone di coda, o, per dirla come i cacciatori, «il fiore», ha tutt'al più 16 millimetri di lunghezza ed è visibile solo quando l'animale viene scorticato. Il Capriolo è una creatura di eleganti proporzioni, degna di ispirare ai nostri poeti i medesimi paragoni come la gazzella a quelli orientali. Si distingue dal cervo per la corporatura compressa e soprattutto per la testa ottusa; il corpo non è sottile in proporzione: alquanto più grosso sul davanti che non sul dietro, quasi diritto sul dorso, più basso al garrese. Le zampe sono alte e sottili e gli zoccoli piccoli, stretti, aguzzi; il collo è moderatamente lungo. Le orecchie stanno divaricate; sono di media lunghezza; gli occhi sono grandi e vivaci, con lunghe ciglia alla palpebra superiore. I lacrimatoi sono piccoli, appena accennati: formano un solco nudo di circa sei millimetri di lunghezza, asciutto, di forma triangolare tondeggiante. Le corna si distinguono per le rose larghe e dai fusti di proporzionata grandezza, ornati di perle sporgenti. Abitualmente il fusto principale manda soltanto due rami; ma a ciò non si limita lo sviluppo cui possono giungere le corna del Capriolo.

Il numero delle punte delle corna del Capriolo non esprime sempre la legge naturale della formazione di queste. Se si vuole esprimere la legge di formazione secondo la scienza, si deve considerare meno il numero delle punte che non la forma complessiva delle corna, che dà il suo vero valore al numero delle estremità. Nel primo inverno il maschio ha sottili fusa indivise, con una debole rosa alla radice del fusto; nel forcuto il fusto è diviso circa alla metà. Il fusto principale, a partire dalla divisione, forma un angolo rovesciato in dietro, il ramo in avanti. Questa piegatura a forma di ginocchio del fusto principale è più importante del ramo laterale anteriore, e si può, giusta l'età, dichiarare un capriolo forcuto se la curva esiste e manca il ramo laterale. Nei caprioli con sei corna, il fusto principale piegato all'indietro si divide una seconda volta, e dopo la divisione si ricurva di nuovo in avanti, mentre il secondo ramo laterale si volge indietro. La seconda piegatura indica il Capriolo di sei corna, e si può riconoscere come tale il Capriolo, giusta l'età e le corna, sebbene manchino i due rami quando presenta le due curve del fusto principale. Con il Capriolo a sei rami si chiude abitualmente lo sviluppo totale, giacché questo animale ha sempre quel medesimo numero di appendici anche nei successivi mutamenti di corna. Tuttavia, lo sviluppo regolare può anche progredire oltre. Nei caprioli con otto corna la seconda biforcazione curva si divide, e l'estremità, diretta all'indietro od all'insù, emette un nuovo rampollo. Il numero di dieci è il maggiore sviluppo regolare delle corna del Capriolo che io conosca. Si manifesta quando le due estremità superiori del Capriolo a sei corna si dividono biforcandosi. Le corna sono allora formate da un ramo mediano anteriore, da una punta superiore forcuta e da un'altra biforcazione laterale e posteriore. Tale genere di corna si trova, per quanto sappiamo, soltanto in esemplari viventi in Croazia ed a Smirne. Si osservano di frequente nel Capriolo irregolarità d'ogni sorta. Nelle collezioni esistono corna dalle forme più strane: molte con una fila completa di punte, altre espanse a mo' di pale e munite di digitazione. Esistono caprioli con tre fusti e tre rose, oppure con una rosa ed un unico fusto, ecc. Anche per quanto concerne il colore del pelame, esistono molte varietà di tinte, che vanno dal colore piombo al cenerino, dal bianco al nero con una scala di piccole macchie tondeggianti bianche o gialle. In molte località il Capriolo è già completamente distrutto, ma si può dire che esso si trova ancora in tutte le grandi boscaglie, siano esse nelle montagne o in pianura, e siano pure composte di conifere o di altri alberi frondosi. I boschi fronzuti, specialmente, sembrano convenire al Capriolo, mentre esso, d'altra parte, preferisce le località asciutte. Gli piacciono i boschi con molti cespugli, giovani rampolli che crescono sul limite dei campi e che gli offrono molta ombra. Nell'inverno scende dai monti, nell'estate risale e nelle regioni piane esce sovente nei campi e fa capolino quando il grano è alto. Se è sicuro nel luogo che abita, preferisce i boschi radi; se è malsicuro, quelli più fitti, più oscuri, specie durante il giorno, s'intende, in cui s'allestisce un giaciglio con foglie ed erba. Nel suo modo di vivere il Capriolo ricorda il cervo; ma la sua indole è, però, assai diversa. I suoi movimenti sono vivaci e graziosi. Esso può spiccare salti di straordinaria lunghezza, e balzare senza sforzo apparente al di sopra di larghi fossi, di siepi altissime e di cespugli; nuota bene e si arrampica agevolmente. Possiede anche qualità superiori: ha eccellenti l'udito, l'olfatto e la vista; è sagace, scaltro, prudente e pauroso. «La gentilezza, l'affetto», dice Dietrich di Winckell, «brillano nei suoi occhi, eppure si lascia addomesticare soltanto se dalla più tenera giovinezza è stato, a dovere, allevato dall'uomo; nel caso contrario serba, persino con il miglior trattamento, la sua selvatichezza ed il suo timore dell'uomo e degli animali, che lo caratterizzano allo stato selvaggio. Quel timore giunge a tanto che, se è sorpreso, non solo emette, talvolta, un piccolo grido di spavento, ma smette anche ogni tentativo di fuga, quando potrebbe facilmente fare un salto, e si lascia rinserrare in uno spazio angusto, dove cade vittima di pesanti e volgari cani da guardia, e specialmente delle fiere. Solo nei recinti, dove sono in perfetta pace e vengono raramente abbattuti, i caprioli depongono il loro terrore dell'uomo, e, senza darsene pensiero, lo lasciano avvicinare a 25 o 30 passi dal luogo dove pascolano. Nessun'altra selvaggina viene così spesso, come il Capriolo, colta nel giaciglio; probabilmente dorme, o, tutto intento all'opera del ruminare, esso si crede al sicuro dallo sguardo inquisitore del suo nemico, rimanendo accovacciato sotto un denso cespuglio o nell'erba folta ed alta». La voce del Capriolo è varia: il maschio manda un breve, tronco, profondo beu, beu, beu, specialmente durante il tempo degli amori. La femmina emette suoni alquanto più alti, più acuti; il piccolo bela in un modo particolare che non si può descrivere. Nello spavento, il Capriolo imita il grido del piccolo; nel pericolo, bela con suoni rauchi e striduli. Il Capriolo non forma mai branchi tanto numerosi come il cervo. Durante la maggior parte dell'anno esso vive con la sua famiglia; un maschio con una, raramente con due o tre femmine e con i loro figli; soltanto dove manca il maschio si trovano branchi composti da 12 a 15 individui. Il maschio è duce, protettore e difensore della femmina. Se ne allontana rarissimamente, e soltanto se viene surrogato da altri più giovani e più robusti, nel qual caso si ritira brontolando in solitudine. Ciò accade per lo più nelle estati precoci, sebbene non duri a lungo. Verso il tempo degli amori comincia ad agitarsi irrequieto in cerca della femmina, e dopo l'accoppiamento rimane ancora con essa. Se questa è pregna, se ne cerca un'altra, la quale rimane sino alla primavera successiva la sua compagna preferita, sebbene non si comporti mai sgarbatamente, come vedremo più tardi, con la prima. Nell'inverno, talvolta, parecchie famiglie si uniscono e vivono a lungo in pace. Il Capriolo è un animale socievole, che si raccomanda per un gran numero di buone qualità. Si ciba press'a poco nello stesso modo del cervo; è soltanto un poco più ghiotto e ricerca meglio le tenere pianticelle. La parte principale del suo nutrimento si compone di foglie di diversi alberi frondosi, di gemme di conifere, di cereali verdi, e via discorrendo. Ama assai il sale, ed anche l'acqua gli è necessaria; ma si contenta anche dopo la pioggia, o le abbondanti rugiade, delle stille che si trovano sulle foglie. E' nocivo soltanto se è in branchi numerosi e se i poderi sono molto vicini ai boschi; allora penetra anche negli orti; di cui gli piacciono le tenere civaie, e balza agilmente ed audacemente al di sopra di siepi elevate. Si distingue dal cervo, perché non scopre le patate nei campi e non devasta tanto i campi di cereali coricandovisi, al contrario rosica, in modo deplorevole, gli arboscelli nei boschi e nei giardini. E' da notare che la storia della riproduzione del Capriolo è stata conosciuta solo poco più di un secolo fa. Per lunghi anni si era discusso intorno al tempo degli amori del Capriolo. Si voleva distinguere un calore vero ed uno falso; il primo sarebbe stato in agosto, in novembre il secondo. Dietrich di Winckell aveva osservato il fare del Capriolo in agosto, e fu ugualmente propenso a credere che l'accoppiamento si rinnovasse in quella stagione, malgrado egli sapesse che in quel periodo i maschi avevano già da lungo tempo deposto le loro corna. «Tutto il possibile», scrisse ad un certo momento Blasius, «è stato fatto valere contro il calore di novembre: l'accoppiamento ben conosciuto in agosto, il tempo della pinguedine prima dello stato regolare del maschio, la caduta delle corna in ottobre e la formazione delle nuove durante il supposto calore di novembre, la fecondazione di agosto, ed il parto tardivo delle femmine che si sgravano in maggio; ma tutto invano! Un innocente sollazzarsi in quei mesi invernali doveva pesar più che non tutte le ragioni fondamentali contrarie! Bisogna, in verità, avere i sensi assai ottusi intorno al significato delle cose per voler dubitare del tempo reale degli amori di fronte al contegno del Capriolo nel tempo predetto. In quel tempo i maschi lottano insieme mortalmente, e nelle violente percosse intricano spesso le corna inestricabilmente. Nelle loro accanite lotte si drizzano sulle zampe posteriori, si corrono l'uno contro l'altro con il capo basso, come fanno le capre, o prendono lo slancio per trafiggersi, mentre in ogni altro tempo trattano pacatamente insieme. Insomma i caprioli provano per ogni rispetto che il calore ricorre in agosto. I sagaci osservatori non ne hanno mai dubitato, ed è realmente inconcepibile che cacciatori abbiano potuto dare tanta importanza ad una favolosa diceria».

La cosa si spiega nel modo seguente: dal tempo degli amori sino al mese di novembre, lo sviluppo dell'embrione procede adagino, e soltanto dal novembre in poi prende a crescere in un modo più regolare e più rapido. Ora, i cacciatori, che presero la cosa sul serio, osservarono tra i mesi di agosto e di novembre le femmine pregne, senza scoprire in esse segno di gravidanza, perché non seppero scorgere il piccolo feto che perdurava in una vita latente. Ma poi i prìncipi della caccia hanno per bene esaminato la cosa, ed hanno espresso la convinzione, ora generale, che un animale relativamente piccolo è sottomesso a 40 settimane di gestazione. Se si fosse arguito da quel che s'era osservato nel cervo, non vi sarebbe stato mai il pericolo di ricorrere a quelle ardite asserzioni. Quattro o cinque giorni prima del parto la femmina si allontana dal maschio senza che questo se ne avveda: le prime volte per alcune ore, poi per intervalli sempre più lunghi, finché non ritorna più. Allora si cerca in un luogo solitario un giaciglio nascosto, dove partorisce. Le femmine giovani hanno generalmente un solo piccolo, le più vecchie ne hanno due o tre. La madre nasconde con cura il suo ad ogni nemico che si avvicini, ed al più lieve sintomo di pericolo che avverte scalpita con una delle zampe, e manda un suono sibilante. Sin dalla più tenera età i piccoli, quando odono quel suono, si accovacciano sul posto; più tardi fuggono con la madre. Durante i primi giorni di vita, quando sono ancora incapaci di aiutarsi, la madre, ad imitazione degli altri cervi, prende la fuga in modo palese per sviare il nemico. Se un figlio le viene rapito senza che lo possa impedire, segue il rapitore, fosse anche un uomo, per lungo tempo, ed esprime il suo dolore con grida dolenti ed un continuo angosciato correre qua e là. «Più d'una volta» dice Dietrich di Winckell, «questa tenerezza materna mi ha indotto a rimettere in libertà il piccolo che avevo rapito, e la madre me ne premiava largamente con le accurate investigazioni che faceva per riconoscere se al figlio era o no toccata una disgrazia. Allegramente balzava intorno al suo piccolo incolume, e sembrava colmarlo di carezze, presentandogli immediatamente la poppa». Circa otto giorni dopo la nascita, la madre porta con sé i figli al pascolo e dopo dieci o dodici giorni essi sono abbastanza robusti per trottarle dietro. Allora torna con essi all'antica dimora con l'intenzione di presentare la prole al padre. Esso li chiama con lusinghieri suoni, i piccoli gli belano affettuosamente intorno, mentre la madre esprime la gioia del ritorno con le più dolci tenerezze al severo signore. Da quel momento questo riprende il governo della famiglia, e nel solo caso di fuga la femmina ne fa le veci. I piccoli poppano sino all'agosto ed anche sino al settembre, sebbene sin dal secondo mese di vita abbiano già iniziato a mangiare erbette; la madre insegna loro a fare la scelta. Dopo dieci mesi, vale a dire quando la madre si sente di nuovo pregna, i figli si separano dai genitori. All'età di quattordici mesi sono atti alla riproduzione e si formano allora una famiglia. Già sin dalla fine del quarto mese l'osso frontale del giovane Capriolo comincia ad inarcarsi; nelle seguenti quattro settimane si formano piccole sporgenze, che si sollevano sempre più, e nei mesi d'inverno spuntano le prime corna, che misurano da 1 a 10 centimetri. In marzo, il giovane Capriolo con velocità e con vera baldanza mette le corna; in dicembre le perde. In capo a tre mesi le nuove si sono formate. Cadono questa volta un po' più presto nell'autunno e sono surrogate dalle terze. I vecchi maschi perdono le corna in novembre. In tutti gli animali della schiera cervina l'attività della pelle succede immediatamente al movimento riproduttore. Passato il tempo degli amori, cadono peli e corna; s'indossa l'abito invernale e le corna spariscono. Durante l'inverno queste si formano, e sono giunte a compimento quando appare il pelo estivo. La femmina ha già l'abito estivo quando partorisce. La caccia al Capriolo si svolge quasi allo stesso modo di quello usato contro i cervi, sebbene ora si usi piuttosto, per questa caccia, il fucile a doppia canna che non le palle. Talvolta, si appendono pannolini sopra ampie distese del bosco, e si spinge così la preda verso il cacciatore. Si organizzano pure battute, ma di solito il cacciatore va solo all'agguato. Gli esperti allettano il maschio, durante il calore, imitando il tremulo grido d'amore della femmina, e lo uccidono. In rarissimi casi il timido animale si difende con le corna e sembra che non abbia mai aggredito alcun uomo. Questi può essere considerato come il peggior nemico del grazioso animale; lo insidiano inoltre, le linci, i lupi, i gatti selvatici e le volpi. L'utile che si ricava dalla carne, dalla pelle e dalle corna del Capriolo è press'a poco eguale a quello che producono gli altri cervi; ma infinitamente minori sono i danni che cagiona, e per questo viene visto di buon occhio dappertutto. Gli amici degli animali, che come tali poco si prendono pensiero se gli alberi vadano a male, sono appassionatamente affezionati al Capriolo. A questo scopo lo si tiene unicamente nei grandi parchi e nei giardini zoologici. Gli individui presi giovani sono presto molto docili, e diventano veri animali domestici, sebbene non giungano mai, allo stato di schiavitù, alla mole che raggiungono in libertà. I recinti non gli si confanno, e si può dire che non possa tollerare nessun rinserramento. Per l'addomesticamento si debbono preferire le femmine. I maschi, infatti, con il passar degli anni si fanno caparbi e svergognati. L'abitudine scema la loro innata timidezza; essi conoscono gli uomini e sanno che né questi né i cani faranno loro male, ed allora si manifestano prepotenti, non solo, ma divengono anche pericolosi, specie per i bambini. Il Capriolo ad un certo momento può mettersi in testa che il più comodo giaciglio è il canile, e vi si insinua appena gliene salti il grillo; se ci trova il cane, si scaglia su di questo con botte da orbo delle sue zampe anteriori, e continua a picchiare finché l'altro, con la coda tra le gambe, non abbandoni il suo domicilio al tracotante intruso.

SUBULO O PUDU (Pudu pudu)

E' uno dei più piccoli cervi. La lunghezza del suo corpo è solo di 90 centimetri, 8 centimetri quella della coda 60 centimetri l'altezza al garrese. Il corpo è allungato, il collo breve e snello, la testa breve, stretta davanti. Le zampe sono alte, sottili, di forma elegantissima; le orecchie sono piuttosto grandi, sebbene non molto lunghe, gli occhi sono piccoli e vivaci, i lacrimatoi appena visibili. Solo il Subulo maschio porta le corna: due fusi brevi, semplici, tondeggianti, assai grossi alla radice, che si assottigliano a poco a poco e terminano in una punta acuta; stanno diritti all'insù e all'indietro, quasi paralleli; la loro superficie è solcata di pieghe. Al posto delle corna la femmina ha due piccole protuberanze. Il pelame folto, liscio, aderente, ricorda per la sua qualità quello del nostro capriolo; è brevissimo alla testa e alle zampe, sebbene piuttosto folto; lungo la parte anteriore della metà del capo si rialza a mo' di criniera. Il suo colore generale è un giallo-bruno commisto di bigio-bruniccio e di rosso-giallo che si tramuta in bianco puro nella parte inferiore e nella faccia interna delle membra. I singoli peli sono bianchi alla radice, poi neri, poi cerchiati di fulvo, e finalmente neri alla punta. Gli individui giovani sono di sopra bigio-brunicci, cenerini ai lati del collo, bruno-scuri lungo la spina dorsale e distinti da tre file di plinti bianchi sui lati della groppa. I subuli vivono in pianura e in montagna nell'America meridionale, e salgono persino a 5.000 metri sopra il livello del mare. Sono loro dimora i boschi d'ogni sorta e i bassi cespugli. Nelle località piane preferiscono le foreste vergini ombrose e folte, negli altipiani i cespugli sparsi; scansano i campi. Di giorno se ne stanno a riposare nella folta boscaglia; al tramonto, si recano sul margine dei boschi per pascolarvi; le piantagioni vicine sono visitate e saccheggiate; oppure si accontentano del cibo che cresce nei boschi. Nei luoghi coltivati dànno la preferenza ai giovani rampolli dei poponi, al granoturco germogliante, ai teneri cavoli e soprattutto alle fave. Così, si saziano fino all'alba, dopodiché se ne tornano al bosco. Si trovano sempre soli o in coppia, mai in branchi. I due coniugi sono molto fedeli l'uno all'altro, ed allevano e guidano in comune i piccoli. La femmina partorisce generalmente un solo figlio, per lo più in dicembre o gennaio. Già al terzo o al quinto giorno della sua vita, il piccino segue la madre a passo a passo, dapprima trotterellandole al lato, più tardi precedendola. Se minaccia il pericolo, esso si nasconde nella boscaglia e la madre fugge. I subuli sono molto paurosi. Se vanno a pascolare, escono dal bosco solo sino a metà del corpo, sbirciano bene di qua e di là, fanno alcuni passi in avanti, rientrano, poi sortono di nuovo per esplorare tutto intorno. Se si avvicina un nemico, fuggono nel bosco; se invece l'oggetto del loro timore è alquanto lontano, lo contemplano curiosamente per un pezzo prima di prendere la fuga. I loro movimenti sono rapidi, ma non durano. Con un buon cavallo riesce facile stancarli, raggiungerli, e per mezzo del laccio impadronirsene. I buoni cani, se il bosco non è troppo folto, raggiungono in una mezz'ora il cervo più veloce. Gli indigeni prendono spesso i piccini per addomesticarli; ma bisogna tenerli legati o chiusi nel cortile perché non danneggino le piantagioni. Finché sono giovani, si comportano con docilità e confidenza, sebbene con meno gentilezza del nostro capriolo, perché non solo i maschi, ma anche le femmine affrontano l'uomo; esse, in mancanza di corna, sanno per bene fare uso dello zoccolo delle zampe anteriori, e possono dare forti colpi. Al principio i giovani subuli prigionieri si affezionano alla casa, ma più tardi se ne allontanano sempre più, finendo per rimanerne lontani, sebbene non dimentichino del tutto la loro antica dimora. La caccia ai subuli è semplicissima: si incalzano con i cani e si uccidono all'agguato con migliore effetto. Oltre all'uomo, i grossi felini ed i cani selvatici insidiano accanitamente i subuli, grossi e piccoli. La loro pelle serve per far coperte per le selle, e la loro carne è eccellente.

MUNTJAK O KIDANG (Muntiacus muntjak)

Questo animale, ultimo della famiglia dei cervi, giunge all'incirca alla mole del nostro capriolo. La sua lunghezza è di metri 1,20, l'altezza al garrese 67 centimetri. I fusti delle corna del maschio sorgono da lunghissime rose e sono obliquamente diretti all'indietro. Cominciano dal piegarsi all'infuori ed in avanti, poi si ricurvano ad un tratto verso la punta a guisa di uncini all'indietro e in avanti. Dapprima sono semplici, più tardi si sviluppa un piccolo ramo oculare breve, forte, aguzzo, diretto avanti e in su. Con il progredire dell'età la rosa si fa più robusta, come pure si moltiplica il numero delle perle. Sopra i fusti si osservano profondi solchi longitudinali.

Nel rimanente il Kidang è un cervo piuttosto snello, ma robusto, di corpo compresso, di collo di media lunghezza, zampe alte e sottili, coda breve e coperta di peli a fiocchi. Il pelame è bruno, liscio ed aderente; il pelo è sottile, lucido, ruvido; il colore sulle parti superiori è un bruno-gialliccio, più scuro nel mezzo del dorso, dove passa al bruno-castano, bruno-cannella sulla parte posteriore del collo, bruno-giallo sul muso, rigato di bruno-scuro lungo la parte anteriore della rosa bruno-giallo scuro sulla parte esterna degli occhi, bianco all'interno, come sul mento, sulla gola, sulla parte posteriore del ventre e sulla faccia interna delle zampe, sulla parte posteriore delle guance e su quella inferiore della coda. Il petto e la parte anteriore del ventre sono giallicci macchiettati di bianco d'ambe le parti; le zampe anteriori sono bruno-scure, bianche sui margini della tibia, striate di nero posteriormente; una piccola macchia bianca si trova sugli zoccoli neri. Le corna sono bianchicce, tendenti al gialliccio. Si trovano molte varietà. Il Kidang abita Sumatra, Giava, il Borneo, come pure la penisola malese. Quest'animale sceglie per dimora certe località, alle quali si affeziona in modo da non abbandonarle mai volontariamente. Le regioni situate a moderata altezza, nelle quali si alternano colline e valli, e più ancora quelle che si estendono ai piedi delle catene più alte, o si avvicinano a grandi foreste, sembrano riunire tutte le condizioni favorevoli a questo animale. In Giava sono assai frequenti i siti di tal fatta: sono ricoperti da erba lunga, da cespugli e da alberi di media altezza, che formano boschetti, interrotti da brevi tratti di terreno coltivato, oppure che vanno a finire in boschi più profondi. Colà si trova il Kidang in coppie, e, dopo la stagione degli amori, in piccole famiglie. L'erba lunga, che i viaggiatori che visitano Giava conoscono con il nome di Allans-Allans, ed è una specie di filanto che invade le boscaglie e le lande, può essere considerata come il suo principale cibo. Inoltre, crescono dappertutto molte piante malvacee che mangia volentieri. Verso la metà circa della stagione asciutta, od inverno di Giava, prima che gli alberi si rivestano di nuovo del loro frondoso ornamento, l'erba secca e le foglie vengono arse appositamente, il che è molto proficuo alla vegetazione nella primavera seguente. Alle prime piogge si stende come per magìa sul suolo un fresco tappeto verde e succoso. In questi luoghi dove abbondano le acque e scarseggiano gli uomini il Kidang trova abbondantemente quanto gli è necessario, vivendo tranquillo e sereno. Il tempo degli amori per il Kidang ricorre nei mesi di marzo e aprile: a quel tempo i maschi, errabondi e solitari per tutto il rimanente dell'anno, cercano le femmine, vivono qualche tempo in società con esse, poi le abbandonano di nuovo. Gli indigeni che abitano villaggi e borgate sparsi in ogni regione, non si occupano molto della caccia al Kidang, ma i grandi signori viaggiatori vi trovano molto gusto. Il Kidang lascia una traccia che si riconosce, ed è quindi facilmente raggiunto dai cani. Quando si vede incalzato, non va, come il cervo, molto lontano, ma corre, prima con la maggior velocità possibile, poi con lentezza e con cautela descrivendo un grande arco e tornando, appena può, al suo punto di partenza. Gli indigeni che conoscono bene tutti i costumi dell'animale assicurano che il Kidang è una creatura senza energia e pigra. Quando è stato per qualche tempo inseguìto, ed esso vede che la persecuzione continua, nasconde il capo in un folto cespuglio, e rimane immobile in quell'atteggiamento, senza badare all'avvicinarsi del cacciatore, appunto come se si sentisse nella più completa sicurezza. Se al cacciatore non riesce d'impadronirsene il primo giorno, non ha che da tornare il giorno seguente nel posto dove prima lo perseguitò, ed è certo di ritrovarlo nel medesimo punto. La caccia al Kidang con il mezzo dei cani è una vera passione per tutti i giavanesi di alto rango. Molti dei più ricchi mantengono, al solo scopo di fare tale caccia, mute numerose di cani ammaestrati alla bisogna. Questi cani, generalmente noti con il nome di Pariah, discendono dalla razza indigena che abita l'isola e vivono in uno stato d'imperfetto addomesticamento; il loro corpo è magro e le orecchie sono ritte: sono bestie feroci e violente, non mai affezionate al padrone. Sono anche poco stimate e raramente ben trattate dagli indigeni, come dagli altri maomettani; sono per lo più male educate e ripugnano agli europei, ma sono piene di fuoco e di coraggio, ed insuperabili nella caccia. Appena hanno trovato la traccia della selvaggina, si dànno a seguirla con ardore, ed il cacciatore non può che lentamente tener loro dietro, il che gli permette di giungere sul posto in tempo per vedere alle prese cani e cervo. Il Kidang è un animale coraggioso che sa per bene usare le sue piccole corna: molti cani vengono feriti quando lo aggrediscono, ed alcuni riportano sulla nuca, sul petto, o sulla parte inferiore del corpo, ferite mortali, mentre altri ricevono, almeno come ricordo della lotta, violenti colpi. Ma il cervo non ha vita tenace e soccombe, alla fine, sotto gli assalti riuniti dei cani, od almeno sotto uno sparo del cacciatore. A causa della sua indole impaziente, il Kidang non è molto adatto per lo stato di schiavitù, benché lo sopporti bene in patria e discretamente in Europa. Se si vuole che stia bene, è necessario concedergli molto spazio e scelto cibo. Con un buon trattamento non tarda ad essere dolce, mansueto e fidente. La carne del Kidang è apprezzata dagli europei, mentre gli indigeni la mangiano soltanto se proviene dal maschio, perché alcune particolarità nei costumi della femmina destano la loro ripugnanza. La sua pelle non viene adoperata.

GIRAFFE

GIRAFFA (Girafa cameleopardalis)

Tra i ruminanti troviamo le Giraffe che sono le rappresentanti di una famiglia propria, cui si è lasciato il nome latino di Camelopardalis, derivante dalle parole usate da Orazio che credeva le Giraffe «un misto di pantera e di cammello». Unica rappresentante della famiglia è la Giraffa africana, che si distingue per il collo lungo oltre ogni misura, per le zampe alte, per il grosso groppone, per la testa fina, elegante, per gli occhi grandi, belli, limpidi, e per le strane sporgenze ricoperte di pelle della sua fronte. Le alte zampe ed il lungo collo fanno della Giraffa il più alto e relativamente il più corto di tutti i mammiferi. La lunghezza del suo corpo non oltrepassa metri 2,10; invece l'altezza delle spalle giunge a 3 metri, e quella della testa a 5 o 6 metri. La coda, con il fiocco di peli, misura oltre metri 1,20, e senza il ciuffo soltanto 75 centimetri. La groppa è circa 60 centimetri più bassa del garrese. La distanza dall'estremità del muso alla radice della coda è di metri 3,90; il peso di 500 chilogrammi. Da queste sole indicazioni risulta che la Giraffa, per la sua conformazione, si scosta da tutti gli altri mammiferi; ma la sua struttura interna è tanto notevole che la dobbiamo descrivere particolareggiatamente. La Giraffa non è soltanto un meraviglioso ibrido di pantera e di cammello, come dice il vecchio Orazio, ma nelle varie parti del suo corpo ricorda quelli di vari animali. La testa ed il corpo sembrano di cavallo, di cammello il collo e le spalle, di bue le orecchie, di antilope le zampe, di pantera i disegni della sua pelle liscia nonché il colore, mentre la coda ricorda, infine, quella di asino. Una tale composizione non può avere altra conseguenza senonché una conformazione del tutto strana; ed in verità non vi sarà mai chi possa chiamare la giraffa bella o pressoché bella. Il suo corpo, alquanto breve, non presenta alcuna proporzione con il collo lungo e con le zampe alte; inoltre, il dorso in pendìo è brutto secondo ogni norma estetica, e l'altezza mostruosa dell'animale non giova alla sua bellezza. Bello è soltanto il capo, mirabili sono gli occhi, piacevole è il disegno, mentre tutto il rimanente è strano e sorprendente. La testa della Giraffa è allungata, e pare più lunga ancora per il muso sottile che la termina. In quella testa brillano occhi grandi, vivaci, eppure dolcissimi e veramente intelligenti; le orecchie sono grandi, ben fatte, mobilissime, lunghe circa 15 centimetri, e le due protuberanze frontali, già descritte, che ricordano da lontano le corna, sono alquanto più brevi delle orecchie. In mezzo ad esse si solleva una sporgenza tondeggiante, poco meno, di un terzo corno. Il collo è pressoché lungo quanto le zampe anteriori, è sottile, lateralmente compresso ed ornato posteriormente di una bella cresta di peli. Il corpo è largo di petto, molto più alto al garrese che non alla groppa, alquanto affondato lungo la linea centrale, e distinto per le scapole che sporgono quasi ad angolo retto, singolarmente ristretto di dietro così che chi osserva l'animale proprio di faccia non scorge la parte posteriore. Le zampe sono eleganti e quasi della medesima lunghezza tra di loro; sono terminate da eleganti zoccoli. All'articolazione delle zampe esiste, come nel cammello, una callosità nuda. La pelle è molto spessa e dappertutto egualmente pelosa, ad eccezione dei summenzionati coni cornei, dello spigolo del collo e del fiocco della coda. Un giallo-sabbioso-fulvo che si fa scuro sul dorso e passa al bianco sulla parte inferiore, forma il colore fondamentale; spiccano sopra larghe macchie irregolari, angolose, di color bruno-ruggine più o meno scuro, e così fitte che il fondo più chiaro appare reticolato. Queste macchie sono più piccole sul collo e sulle zampe che non sul rimanente del corpo. La criniera è a liste fulve e brune, le orecchie sono bianche anteriormente e alla radice, brunicce posteriormente. Il ventre e la faccia interna delle zampe sono senza macchie; il fiocco della coda è nero-scuro. Le giraffe nate anzitempo hanno un finissimo pelame senza macchie e d'un bigio-sorcio; le macchie, però, esistono al momento della nascita. La Giraffa abita attualmente l'Africa centrale e quella meridionale. Nella parte settentrionale la sua patria comincia al limite meridionale del Sahara; nel sud cessa presso il fiume Orange.

Negli splendidi boschi dell'Africa meridionale la Giraffa si sviluppa in un modo assai diverso che non nello spazio ristretto di un giardino zoologico. La mirabile concordanza della forma e dell'aspetto generale di un animale con la località in cui vive si fa notare anche qui. «Se», dice Gordon Cumming, «si vede sparso in un boschetto di mimose pittoresche e a foggia di parasole un branco di giraffe, che fanno l'ornamento delle loro piante e che per la loro altezza possono brucare i rami più alti, bisogna mancare del tutto di ogni attitudine ad ammirare le bellezze della natura, se non si trova incantevole un tale spettacolo». La Giraffa si trova nei luoghi dove si trovano innumerevoli tronchi fulminati, che, grazie ai licheni che li ricoprono, presentano una strana somiglianza con il lungo collo della Giraffa. Le giraffe si trovano per lo più in piccoli branchi da 6 ad 8 individui, ma là dove il nobile animale si sente sicuro, e più numeroso. I movimenti della Giraffa hanno qualche cosa di singolare. L'andatura è un passo di portante, misurato e lento; la corsa, a causa della sproporzione delle zampe e dell'altezza con la lunghezza, è uno strano galoppo tardo, zoppicante e pesante, che è straordinariamente veloce per la grande estensione di ogni salto. La mole e il peso della parte anteriore del corpo fanno sì che l'animale non è in grado di sollevarsi con la sola forza muscolare; allora si giova di una mossa all'indietro del lungo collo, ed è soltanto quando ha trasportato all'indietro il centro di gravità che gli è possibile staccarsi dal suolo per fare un salto. La Giraffa salta senza piegare le zampe anteriori; si rigetta in avanti con un moto contemporaneo del collo; il balzo dei piedi posteriori avviene in seguito ad una nuova mossa del collo. Così il collo della Giraffa che salta tentenna in costanti oscillazioni, come l'albero di una nave sugli alti cavalloni. Durante la fuga, la lunga coda sferza l'aria come farebbe uno scudiscio; la testa si volge spesso indietro e con bello e intelligente sguardo spia il persecutore. E' necessario un buon cavallo per raggiungere una giraffa in corsa, ed è molto difficile seguirla a lungo, perché tutti gli altri animali sono stanchi prima di essa. La Giraffa guadagna assai in bellezza nel camminare tranquilla; ha in sé allora qualcosa di dignitoso e di bello. E' molto strano l'atteggiamento che prende per raccogliere qualche oggetto caduto a terra o per bere. In molte descrizioni si legge che a tal fine la Giraffa s'inginocchia. Ciò è falso. Essa abbassa la sua parte anteriore divaricando le zampe anteriori quanto più può, onde comodamente giungere al suolo con il suo lungo collo. Generalmente, la Giraffa riposa solo di notte. Dapprima si abbassa sull'articolazione pieghevole delle zampe anteriori, volge il collo indietro e posa la testa sulle cosce. Il suo sonno leggerissimo dura poco tempo; per molti giorni può stare senza dormire, e sembra che si riposi stando in piedi. Si capisce che il cibo della Giraffa s'accorda con la sua forma e con la sua indole: essa non è assolutamente adatta a pascolare l'erba al suolo, ma capacissima di sfrondare gli alberi. Per questo le serve stupendamente la mobilissima lingua. Si sa che la maggior parte dei ruminanti si giova della lingua per prendere il cibo; ma nessuno fa uso tanto esclusivo di quest'organo come la Giraffa. Ciò che per l'elefante è la proboscide, è la lingua per la Giraffa. E' in grado con questa di raccogliere l'oggetto più minuto, di spiccare la fogliolina più tenera, e di portarsela in bocca. «Nel nostro giardino zoologico», dice Owen, «più d'una signora, assorta nella contemplazione della Giraffa, è stata derubata dei fiori artificiali che ornavano il suo cappello. Sembra che nella scelta degli alimenti la Giraffa si lasci guidare più dall'occhio che dall'olfatto; e, così, sovente capita che essa si inganni come in quei casi in cui, con la sua delicata lingua, staccava li fiori artificiali dai cappelli». Allo stato libero, il cibo principale della Giraffa sono i rami, le foglie delle mimose e le gemme. Nell'Africa meridionale mangia a preferenza le spine di cammello e le mimose; nel nord mangia abitualmente o le foglie della mimosa comune o quelle della mimosa karrat, e sfronda con particolare gusto le piante rampicanti che si avvolgono con tanto rigoglio attorno agli alberi di quelle foreste. Con cibi freschi essa può stare senz'acqua a lungo; ma al tempo della siccità, quando gli alberi sono in gran parte spogliati del loro abito frondoso e le erbe disseccate le offrono uno scarso alimento, essa percorre molte miglia per dissetarsi nei paludosi stagni o nei pantani che rimangono dei fiumi straripanti durante il tempo delle piogge. L'intelligenza della Giraffa è molto sviluppata. Con quella sua grande mole è un animale mansuetissimo, pacifico, dolce, che non soltanto vive in pace con i suoi simili, ma anche con altri animali, sino a tanto che questi non le si fanno molesti o pericolosi. In caso di bisogno sa difendersi benissimo, non con le corna che sembrano fatte unicamente per servirle come ornamento, ma con violenti calci delle sue lunghe e tendinose zampe. In tal modo combattono fra di loro i maschi al tempo dell'amore. E' con il menare calci che la madre difende il figlio contro il felino scaltro e perfido e tanta è la forza del colpo che anche un leone può venirne abbattuto. Il tempo dell'accoppiamento ricorre in marzo od aprile, il parto in maggio o giugno, in modo che la durata della gestazione può essere valutata in 431 o 444 giorni. Durante l'accoppiamento si ode da ambedue gli individui un sommesso belato. I maschi vanno incontro alla femmina senza soverchia violenza e si fregano reciprocamente con le protuberanze frontali il dorso e i fianchi, senza mai giungere ad una vera lotta. Il parto di solito si compie facilmente e presto: l'animale esce prima con la testa e con le zampe anteriori, subito dopo con tutto il resto. Dopo la nascita, il piccolo rimane immobile per circa un minuto, poi comincia a respirare; dopo una mezz'ora tenta di sollevarsi, e venti minuti dopo si avvicina, barcollando, alla madre. Questa contempla con molta indifferenza la sua prole; in molti casi è addirittura necessario ricorrere ad una vacca per fare allattare il piccolo. Questo, appena nato, ha già la lunghezza di due metri, con le zampe anteriori di metri 1,50 e con una coda di 45 centimetri. Di lì a tre settimane la giovane giraffa prende a brucare l'erba ed all'età di quattro mesi comincia a ruminare. La caccia e la cattura delle vecchie giraffe presentano gravi difficoltà. Per settimane e settimane bisogna starsene nella steppa, tenendo con sé eccellenti cavalli, cammelli e vacche, e provvedendosi, per guida, degli arabi indigeni, perché senza di questi ogni tentativo sarebbe vano. I giovani animali prigionieri si rassegnano senza difficoltà alla loro sorte, ma richiedono dapprincipio le più assidue cure; per cui si conducono vacche da latte alla caccia al fine di poter porgere senza ritardo alle giovani prigioniere il cibo che loro conviene. Dall'interno dell'Africa si portano in poche giornate le giraffe ben presto addomesticate con le vacche, loro balie, presso le coste, dove sono preparati, per il trasporto, i battelli adatti. Gordon Cumming tratteggia la caccia in un modo molto vivace: «Non v'è penna o parola», dice egli, «che possa descrivere la gioia di un amico della caccia che si vede cavalcare in mezzo ad una schiera di gigantesche giraffe; bisogna provarla per comprenderla. Generalmente, le giraffe incalzate si affrettano a correre verso i cespugli d'ogni sorta, e, prima che egli le raggiunga, le braccia e le gambe del cacciatore sono coperte di sangue. Alla mia prima caccia dieci forti giraffe correvano davanti a me. Galoppavano comodamente, mentre il mio cavallo era obbligato a fare sforzi di velocità per non rimanere indietro. Le mie sensazioni in quella caccia erano diverse da quanto io avessi provato mai nel corso di una lunga carriera di cacciatore; ero tanto commosso del veramente bellissimo spettacolo che mi si affacciava che cavalcavo come ammaliato, stentando a persuadermi che davo la caccia a creature veramente vive, veramente appartenenti a questa terra. Il suolo era sodo e favorevole al galoppo, e ad ogni salto del mio cavallo vedevo farsi minore la distanza; infine sparai in mezzo a loro e divisi dalle altre la più bella femmina. Quando la giraffa si vide separata dai compagni e accanitamente inseguita, prese a correre con maggiore velocità e galoppò con salti terribilmente lunghi, mentre il suo collo e il petto, venendo a contatto con i rami secchi degli alberi, li infrangeva e ne spargeva il mio cammino. Subito fui a circa otto passi da essa, quindi, sparando, mentre galoppavo, le mandai una palla nella schiena; poi, spingendo il cavallo, le venni al fianco e con la bocca del fucile pronta le spedii a bruciapelo una seconda palla dietro alla scapola, senza che ciò sembrasse fare molto effetto. Allora mi posi davanti ad essa mentre cominciava ad andare al passo, e scaricai prontamente le due canne del mio fucile. Nel letto asciutto di un torrente le sparai ancora una volta nel punto dove supponevo fosse il cuore. Essa seguitò a correre; caricai un'altra volta, la seguii e l'obbligai di nuovo a sostare. Allora scesi e la guardai con ammirazione. La sua straordinaria bellezza mi affascinò, il suo dolce occhio scuro, dalle lunghe ciglia sericee, sembrava girarsi supplichevole verso di me. In quel momento mi prese il rimorso del sangue che la povera bestia versava: ciò nonostante, il demone della caccia ebbe il sopravvento. Ancora una volta alzai il fucile e mirai al collo: essa si sollevò sulle zampe posteriori e precipitò giù facendo tremare il suolo. Un torrente di sangue nero sgorgava dalla sua ferita, le membra gigantesche si scossero; un istante ancora e la giraffa era morta». Molti sono i vantaggi che si ricavano dalla Giraffa morta: la pelle viene usata in vari modi di lavoro al cuoio, il fiocco della coda serve per fare scacciamosche, gli zoccoli servono per lavori di corno, la carne, eccellente, viene mangiata. Ma si preferisce catturarla ancora viva. Dapprima la si ama e dappertutto si è lieti di possederla. Nelle città del centro dell'Africa non è raro vedere delle teste di Giraffa far capolino al di sopra dell'alta cinta di un giardino, e spesso presso le borgate se ne incontrano di domestiche che si lasciano girare a loro piacimento. Peccato che non si possa usare così facilmente come il bove o la pecora; sarebbe un animale domestico gentile e bello quanto altro mai: da noi, come dappertutto, dobbiamo accontentarci di starle ad ammirare ed a contemplare, magari per ore intere, mentre si mostrano mansuete e docili da dietro gli alti reticolati del giardino zoologico.

Un gruppo di giraffe

Un gruppo di giraffe

Modello tridimensionale di giraffa

OKAPI

La paleontologia ha dimostrato che le giraffe hanno avuto la loro origine in animali simili agli attuali cervi, da cui però le due famiglie si sono evolute in maniera completamente differente: nei cervi si è assistito ad un progressivo sviluppo delle corna, mentre il collo rimaneva di proporzioni normali, mentre nelle giraffe le corna si sono ridotte sempre di più, e questa progressiva riduzione è stata seguita da un eccezionale allungamento del collo. Si credeva che le giraffe primitive, dotate di corna già ridotte ma di collo ancora corto, fossero un argomento di studio solo per i paleontologi, che per esse avevano creato la sottofamiglia dei Paleotragini: ha perciò destato molto stupore la scoperta, all'inizio del secolo, di un paleotragino tuttora vivente, l'okapi. In realtà, il primo scopritore della specie non pensava affatto di aver a che fare con una giraffa primitiva: aveva infatti ricevuto solo una pelle, e da essa aveva dedotto che la nuova, sensazionale creatura dovesse entrare a far parte della famiglia dei cavalli. Dalla pelle, infatti, si poteva notare che questo bizzarro erbivoro, ben noto ai pigmei congolesi che lo chiamavano okapi, aveva sagoma e taglia da cavallo, con tronco d'un bel colore bruno e zampe vistosamente zebrate: tutto lasciava supporre che si trattasse di una superba zebra di foresta, e le venne perciò imposto il nome di Equus johnstoni, in onore del fortunato esploratore che si era impadronito della pelle in questione. Sulle tracce di questa prima sensazionale scoperta, si organizzarono allora delle battute nelle foreste dell'Ituri, nel cuore dell'Africa centrale: appena queste ricerche dettero i frutti sperati, ci si rese conto che la scoperta era ancor più sensazionale del previsto: l'okapi, infatti, ha sì una sagoma da cavallo, ma possiede zoccoli da ruminante e, cosa assolutamente imprevista, porta sulla testa due cornetti rudimentali, del tutto simili a quelli delle giraffe: un vero fossile vivente, i cui parenti più prossimi risultano estinti da più di dieci milioni di anni! Una volta risolto il problema scientifico, ne rimaneva uno pratico: come poter catturare un numero sufficiente di esemplari di okapi, in modo di soddisfare la legittima curiosità di appassionati di animali sparsi un po' in tutto il mondo, e al tempo stesso come proteggere dall'estinzione una specie così rara e localizzata (a tutt'oggi, non è mai stata osservata all'infuori della foresta dell'Ituri). Per fortuna, la natura stessa della regione è venuta in aiuto: la foresta equatoriale è così vasta e fitta da scoraggiare anche i più spregiudicati cacciatori di frodo, e l'unico popolo che per tradizione è in grado di condurre una caccia efficiente nella foresta, cioè quello dei pigmei, non è per nulla contaminato dalle velleità distruttive che caratterizzano i «civili» popoli d'Europa. Ancor più semplice si è rivelata la soluzione del primo problema, quello cioè di procurarsi un sufficiente numero di esemplari per i giardini zoologici: gli okapi, infatti, si riproducono facilmente anche in cattività, ed è sufficiente catturare una o poche coppie per ottenere, entro un tempo ragionevole, un congruo numero di esemplari. Inizialmente la specie veniva allevata solo in apposite fattorie allestite dal governo belga in piena foresta; attualmente la riproduzione della specie avviene regolarmente anche nei giardini zoologici.

ANTILOPI

Se tutti gli animali che annoveriamo qui nella quinta famiglia fossero creature tanto graziose come le gazzelle, si dovrebbe indubbiamente dare a questa suddivisione il primo posto nell'intero ordine, od almeno concederle la palma della bellezza. Ma appunto fra le Antilopi si trovano certe forme che dal profano non sarebbero mai supposte prossime affini di quell'amabile abitante del deserto. Il nome di Antilope ci richiama alla mente animali più eleganti, di forme graziose, ed il profano, quindi, è tentato ad annoverare le specie pesanti e tozze della famiglia piuttosto fra i buoi che non fra le Antilopi. In generale, si possono descrivere le Antilopi come animali snelli, simili ai cervi, con il pelo fitto o quasi sempre aderente, e con corna più o meno ritorte, che si trovano nei due sessi. Nel complesso, le varie specie si somigliano molto, mentre i caratteri differenziali provengono soltanto dalla conformazione delle corna, degli zoccoli e della coda, come pure da alcune modificazioni del pelame. Ma il numero delle Antilopi è tanto grande che le specie estreme della serie sembrano avere ancora appena qualche rassomiglianza con le altre. Le forme più opposte si costeggiano: si hanno punti di contatto con il massiccio bue e con l'elegante capriolo; con il mosco gentile come con il cavallo. La coda abitualmente breve si allunga come nei buoi e somiglia a quella di molti cervi; sul collo si forma una piccola criniera, intorno alla bocca i peli si allungano in modo da formare quasi una barba come nelle capre. Le corna si incurvano regolarmente, o si svolgono in tre curve, la loro estremità si piega avanti o indietro, all'indentro o all'infuori; il complesso delle corna assume l'aspetto di una lira, o i singoli fusti rassomigliano ad una vite a spirale, oppure ancora sono diritti, od almeno insensibilmente ricurvi. Ora sono tondi, ora angolosi, ora carenati, ora compressi. Le pieghe trasversali che indicano l'accrescimento sono, in generale, visibili, ma anche appena accennate, e così via dicendo. In genere, le corna constano di quattro fusti, cosa che sembra contraria alla natura, come si sa. E' egualmente sorprendente che in un altro genere le corna si biforcano, come negli animali che portano corna ramificate. La struttura interna delle Antilopi si accorda con quella dei ruminanti e principalmente con quella dei cervi. Le femmine hanno ordinariamente due o quattro capezzoli alle mammelle, eccezionalmente anche cinque. Partoriscono un solo piccolo, raramente due, ed hanno una gestazione in media di sei mesi. Dopo 14 o 18 mesi il giovane è adulto, sebbene non sempre atto alla riproduzione. Le graziose bestiole abitano l'Africa, l'Asia centrale e l'America del nord. Si sa che la maggior parte delle specie abita le vaste steppe dei paesi caldi, ma sappiamo pure che il camoscio, figlio agile delle nostre alte vette, appartiene alle Antilopi. Ogni specie preferisce un determinato cibo, e ciò decide rispetto alla sua dimora, finché l'uomo non insegue e spinge in altre regioni i gentili e paurosi animali. I più amano le pianure, ma alcuni preferiscono le giogaie e salgono sino al limite delle nevi perpetue; questi scelgono di preferenza i boschi aperti in cui vegetano le erbe a quelli più fitti; quelli si trovano anche in regioni boscose scarsamente sparse di cespugli; alcuni abitano anche le regioni paludose e si trattengono in vicinanza delle acque. Le maggiori specie si riuniscono in branchi, sovente numerosissimi; quelle più piccole vivono in coppie, o almeno in società poco numerose. Sono animali diurni e notturni, si distinguono, così, dai cervi che mangiano di notte, mentre di giorno riposano e dormono. I loro movimenti sono vivaci, agili e graziosissimi. Un branco di Antilopi è fatto per rallegrare la vista. La sveltezza dei movimenti di alcune specie supera quella di ogni altro mammifero, e per la gentilezza superano di gran lunga il nostro cervo. Amano sopra ogni cosa l'aria, la luce, la libertà illimitata, perciò abitano anche i deserti più desolati, animando la morta solitudine. Poche specie soltanto sono tozze e pesanti e si stancano dopo un breve inseguimento; le altre sembrano animarsi dalla propria agilità. Hanno sensi acuti. L'occhio, l'olfatto e l'udito sono eccellenti. L'intelligenza non è singolarmente sviluppata, sebbene lo sia assai più che non nelle altre famiglie dell'ordine. Sono curiose come le capre, ma più vigilanti di queste, né si abbandonano mai ad uno spensierato riposo. Si giovano sempre dell'esperienza: se sono state inseguite, mettono sentinelle e diventano in sommo grado paurose. Sono pure allegre, vispe e scherzose, ma non capricciose. Molte si distinguono per una grande pacatezza, altre sono veramente maligne. La loro voce è belante e fischiante: si odono di rado, soltanto al tempo dell'amore, quando contendono insieme maschi e femmine. Il loro cibo consiste in vegetali, principalmente in erbe, in foglie, in gemme e in teneri germogli. Alcune sono tanto sobrie che il cibo più scarso sembra loro bastante; anche i licheni degli alberi sono mangiati da alcune specie. Ingerendo cibi freschi e verdi, la maggior parte di questi animali può resistere senz'acqua, almeno per parecchi giorni, quando abita l'arido deserto. Le Antilopi si possono chiamare animali utili senza eccezione; raramente cagionano danni nei luoghi dove vivono e sono utili per la loro carne, le loro corna e la loro ottima pelle. Sono perciò l'oggetto della caccia più assidua da parte di tutte le popolazioni che hanno in comune con esse lo stesso territorio. Ma più grande ancora è il vantaggio intellettuale o morale, se possiamo così esprimerci, che procurano all'uomo con il diletto derivante dalla loro bellezza, dalla loro grazia e dalla loro gentilezza, nonché dallo straordinario piacere che procura la caccia di questi animali. Alcune antilopi sono rinomate da tempi remotissimi; sono state decantate da poeti e da viaggiatori, e non solo per la loro bellezza. Da ciò deriva che le più, almeno nel loro paese natìo, sopportano la schiavitù bene e a lungo, vi si riproducono e rallegrano i padroni con la loro mansuetudine e con la loro fiducia. Alcune diventano veri animali domestici; una specie può persino essere applicata al tiro. E' molto difficile l'ordinare in gruppi naturali il gran numero delle specie di questa famiglia. Generalmente, le divisioni si fondano sulla somiglianza con i cervi, con le capre, con i tori, ecc.; tuttavia ciò non basta, e noi consideriamo le corna come punto di partenza per la divisione e la catalogazione di quest'importante famiglia. Parleremo delle forme più importanti.

ANTILOPE CERVICAPRA (Antilope cervicapra)

Ha una parte importante nella teologia indiana. Prende, nel circolo animale dell'Indo, il posto dello stambecco, ed è, con molte altre specie, sacra alla dea Tschandra, o alla luna. Nel sanscrito si chiama Ena, la maculata: ora porta il nome di Safiu o Safi. Innumerevoli poesie celebrano la sua bellezza. Ha molta rassomiglianza con il nostro daino, ma è alquanto più piccola, più snella, e molto più elegante di questo. La sua lunghezza è di circa metri 1,10 e 15 centimetri la coda, 22 con il fiocco finale; l'altezza al garrese è di 75 centimetri. Il corpo è esile, allungato, depresso; il dorso è diritto ed alquanto più alto dietro che non al garrese. Il collo è sottile e compresso lateralmente, la testa piuttosto tonda, alta di dietro, ristretta davanti, larga sulla fronte, con il naso diritto ed il muso tondeggiante. Le zampe sono alte, sottili, fini, le posteriori più lunghe di quelle anteriori. Gli occhi relativamente grandi sono di una estrema vivacità. I loro lacrimatoi formano una specie di borsa che può a volontà aprirsi e chiudersi. Le orecchie sono grandi e lunghe, chiuse al fondo, espanse nel mezzo, ristrette ed aguzze verso l'estremità. Le corna sono lunghe sino a 42 centimetri, rivolte prima all'innanzi e poi all'indietro con tre leggere curvature, e ritorte a foggia di vite. I due fusti, vicini alla radice, si scostano all'estremità di circa 28 centimetri. A seconda dell'età le corna sono più deboli o più robuste, e munite alla radice di un numero più o meno grande di sporgenze circolari. Nei vecchi animali se ne contano più di trenta; dieci all'incirca a tre anni, e venticinque a cinque anni. Il colore muta secondo l'età e il sesso: i vecchi maschi sono quasi neri, le femmine più bigie, i figli bruni o rosso-ruggine. In generale, la parte superiore è di un brullo-nericcio, il naso e la parte inferiore so no bianchi. L'occhio è circondato da un largo cerchio bianco. Il pelame è breve, fitto, liscio; ogni pelo è irto e alquanto torto, come nella maggior parte degli animali cervini. Sul petto, sulle spalle e tra le cosce forma visibili suture. spire nella regione delle corna e in quella ombelicale; nella parte interna delle orecchie si divide in tre serie longitudinali. All'articolazione dei piedi anteriori si allunga in piccoli ciuffetti; manca del tutto nella parte inferiore della coda. Gli zoccoli eleganti, di media grandezza, compressi ed aguzzi, e le unghie posteriori, anch'esse di media misura, appiattite ed ottuse, sono nere. L'iride è giallo-bruniccia, la pupilla trasversale è di un nero-cupo. Il Safi abita l'India occidentale, principalmente il Bengala, e vive in branchi di 50 o 60 individui sotto la guida di un vecchio maschio di pelame scuro. In ogni circostanza preferisce alle regioni boscose quelle che sono aperte, dove può badar meglio alla propria sicurezza. Questi graziosi animali si cibano di vegetali, di erbe succose, e per lungo tempo possono stare senz'acqua. L'accoppiamento non avviene in un periodo determinato, ma a seconda della località che l'animale abita durante l'anno intero. Nove mesi dopo, la femmina partorisce un solo piccolo perfettamente conformato, lo nasconde per pochi giorni nella boscaglia, lo allatta con amore, poi lo porta al branco, in cui rimane finché non svegli la gelosia del capo più anziano. Allora, derelitto e respinto, deve, lontano dagli altri, buscarsi da vivere e tentare di unirsi ad altre brigate. Nel secondo anno, le femmine sono atte alla riproduzione, mentre per i maschi debbono passare almeno tre anni. In stretta connessione con le emozioni amorose è la ghiandola lacrimale: negli individui prigionieri si è potuto osservare che se l'animale è commosso, tutta la borsa di pelle sotto gli occhi, cioè il lacrimatoio, che sembra in tempo ordinario una stretta fessura, sporge assai e si dilata esternamente. Le pareti interne della borsa secernono una materia di odore acuto la quale si stacca con lo stropicciarsi agli alberi o alle pietre, e serve a porre l'altro sesso sulle tracce del cercatore d'amore. Durante la fuga, si ode anche la voce del maschio che per solito tace, ed è una specie di belato: la femmina, ogni volta che viene irritata, emette acuti suoni. Le tigri e le pantere dell'India sono tremendi nemici dell'Antilope Cervicapra: malgrado ogni vigilanza, qualche individuo viene sempre sorpreso dall'insidioso strisciare della belva. Gli indiani le fanno una caccia assidua e la pigliano viva in un modo singolare. A tal uopo si fa uso di un giovane maschio addomesticato, che si lascia correre in mezzo al branco selvaggio, dopo avergli legato alle corna una fune munita di parecchi nodi scorsoi. Appena lo straniero si presenta, un duello si scatena tra esso e il capo della schiera le femmine prendono anch'esse parte alla contesa e parecchie di esse si aggrovigliano sempre più nei lacci, cui cercano di sfuggire lacerando e strappando in ogni direzione, il che le stringe sempre di più e fa sì che cadano al suolo, incapaci di difendersi. I giovani safi diventano docilissimi quando sono presi piccoli. Sopportano per anni la schiavitù, persino in Europa si comportano benissimo con i loro simili e con altri animali cervini, e dilettano con la loro gentilezza e con la loro affezione. Tuttavia, è consigliabile astenersi dallo stuzzicarli, o dall'aizzarli. Se, ad esempio, sono avvezzi a mangiar pane nella mano, quando questa si tenga alta, si rizzano, come i cervi, sui piedi posteriori per arrivare a quella prediletta ghiottoneria; ma se vengono delusi si irritano, cominciano a tremare e cercano di esprimere il loro disappunto con brevi cornate. Stanno meglio se viene loro concesso uno spazio libero per trastullarsi. Nei grandi parchi offrono uno spettacolo incantevole con la loro grazia e la loro bellezza. In India il Safi viene sovente addomesticato e tenuto in conto di animale divino, di semi-dio, alla cui cura sono preposte donne che lo abbeverano con latte, mentre musicanti suonano le loro melodie. Soltanto i bramini ne possono mangiare la carne. Con le sue corna gli ecclesiastici preparano armi speciali: consolidano le due estremità per mezzo di cavicchi di ferro e d'argento. Queste armi vengono portate a guisa di bastone e si adoperano come giavellotti. Le pallottole di bezoart, che si trovano nello stomaco di questa antilope e in quello di molti altri ruminanti, passano per farmaci efficaci, e sono assai ricercate.

Modello tridimensionale di antilope

ANTILOPE SAIGA (saiga tatarica)

Appartenente al gruppo della precedente, rappresenta una delle poche specie che abitano l'Europa. E' un animale della mole di un daino, con naso mobilissimo e molto sporgente oltre la mandibola inferiore, con orecchie brevi e larghe e con muso corto. Il pelame fitto, diritto, morbido, alquanto allungato sulla nuca, sul dorso e sulla gola, è cinerino sulla testa e sul collo, bianco-sudicio o bigio-giallognolo sulle spalle, sul dorso, sui fianchi e sulle cosce; bianco lucente sul ventre e sulla faccia interna delle zampe, e bruno-cupo lungo il mezzo del dorso. Il Saiga si trova nelle steppe dell'Europa orientale, dalla frontiera della Polonia sino all'Altai; vive in società, si raduna verso l'autunno in truppe di parecchie migliaia, emigra verso steppe più calde e ritorna in branchi in primavera. Nel mese di ottobre i maschi entrano in calore e si contendono gelosamente le femmine in mezzo ad alte grida. In maggio, la femmina partorisce un piccolo che non può subito seguirla, e perciò viene sovente rapito dai nomadi. Le corna spuntano ai maschi nei primi mesi della loro vita, ma al quarto mese hanno già raggiunto, come le femmine, la metà della loro mole. Al pari della maggior parte dei ruminanti, i saiga sono avidissimi di sale, e lo vanno a cercare a grandi distanze. Pascolando sogliono andare a ritroso, e quando bevono aspirano l'acqua non solo dalla bocca, ma anche dal naso. Mentre pascolano, una di esse fa buona guardia, e viene surrogata da un'altra, se a sua volta vuole giacersi per riposare. Hanno ottimo udito ed olfatto, ma debole la vista, il che le obbliga a fuggire di continuo. Appena odorano qualche cosa sospetta, corrono a raccogliersi guardandosi attorno sbigottite, e fuggono silenziosamente in una lunga fila. Solo i giovani belano come le pecore, mentre gli adulti sono sempre silenziosi. Nella fuga il capo cammina in testa, come conviene a chi ha da badare alla sicurezza pubblica. Gli abitanti delle zone dove esso abita fanno la caccia al Saiga con vera passione. Lo si insegue a cavallo e con cani, e generalmente si raggiunge dopo una lunga corsa, quando è esausto e ansante. Come la maggior parte delle antilopi, soccombe a ferite di poca importanza, persino alla morsicatura del cane. Più spesso i saiga vengono uccisi con armi da fuoco e di quando in quando si prendono con i falchi. A questo scopo non si usano i falchi nobili, bensì l'aquila dorata, che è conosciuta come il peggior nemico delle antilopi, compiendo di gran cuore l'ufficio affidatole. Ma anche i lupi fanno strage di questi animali, sbranandone a volte interi branchi, e divorando interamente le loro vittime, meno il cranio e le corna. E con questo non è chiusa la serie dei suoi nemici, perché il Saiga ha molto da temere da una specie di tafano che depone le sue uova sotto la pelle dell'antilope, e spesso in numero così grande che le larve che ne nascono cagionano l'infiammazione della pelle e la morte dell'animale. Le antilopi saiga, prese giovani, diventano molto mansuete, e seguono i padroni, come cani, nuotando anche loro dietro attraverso i fiumi. Scansano quelle selvatiche e tornano la sera alla stalla.

PALLAH O IMPALA (Aepyceros melampus)

Questa antilope rappresenta le cervicapre nell'Africa meridionale. E' un animale bello e di forme snelle, lungo circa metri 1,80 ed alto 90 centimetri, con corna lunghe e nere, orecchie lunghette e coda che oltrepassa i 30 centimetri in lunghezza, di color rosso-ruggine o fulvo-cupo, che passa al bianco sul ventre, sul petto, sulla faccia interna delle cosce e sulle orecchie. Sono pure bianche le labbra e le sopracciglia, una striscia sopra l'occhio e la parte inferiore della coda. Ha una macchia nera sullo zoccolo posteriore fra le corna ne ha un'altra bruno-scura. Sul dorso scorre una striscia bruna, che si divide alla radice della coda e scende giù sopra i fianchi. Anche il Pallah vive in numerosi branchi, talvolta misti a quelli dell'antilope saltante, ma è per lo più solo. Il numero degli individui che compongono il branco è assai vario: alcuni cacciatori parlano di centinaia veduti assieme. Le sue abitudini di vita e la sua indole non si discostano molto da quelle delle due precedenti.

GAZZELLA (Gazella dorcas)

Una gazzella è nel deserto una immagine veramente poetica, magnifica. Non c'è quindi da stupire se, sin dai tempi più remoti, i poeti dell'Oriente hanno cantato la gentile creatura con tutto l'ardore della loro anima. Persino lo straniero, il figlio delle terre settentrionali, che vede la Gazzella nella sua libertà, deve rimanerne affascinato. Lo sguardo profondo che fa ardere e rifiorire il cuore del figlio del deserto è dall'europeo paragonato a quello della Gazzella; il pieghevole, candido collo, attorno al quale si allacciano le sue braccia nelle fidenti ore d'amore, quel collo l'abitante del settentrione non sa meglio descriverlo che paragonandolo al collo della Gazzella. Persino il devoto trova nella gentile figliuola del deserto la immagine visibile che può far comprendere l'aspirazione dell'anima verso l'Altissimo. La Gazzella, dunque, se sfugge agli occhi, rimane scolpita nel cuore: affascina ognuno, provando, così, quanto sia grande il potere della sua bellezza. Per tanta bellezza e per tanta grazia i vecchi egiziani la consacrarono alla loro potente divinità Iside, e sacrificarono i suoi figli alla regina degli dei. La sua bellezza serve d'immagine al poeta del Cantico dei Cantici, poiché egli è «al capriolo ed al giovane cervo» che paragona l'amico; e per il capriolo o per la cerva del campo che giurano le figlie di Gerusalemme. Ogni poeta orientale non ha, secondo gli apprezzamenti del suo paese, se non un termine di paragone per i begli ornamenti della donna: sono per lui «come due giovani caprioli che pascolano sotto le rose». I poeti arabi di tutti i tempi, e ancora quelli d'oggi, non trovano parole che bastino a tratteggiare degnamente la Gazzella. Le opere più antiche di quel popolo la vantano, e i cantastorie ancora oggi celebrano sulla via la sua bellezza. La Gazzella non giunge alla mole del nostro capriolo, ma è di forme più delicate e più eleganti, e assai meno disegnata. I maschi adulti sono lunghi metri 1,05 e con la coda 1,20; l'altezza al garrese è di 60 centimetri. Il corpo è compresso, ma sembra esile a causa delle alte zampe; il dorso è debolmente arcuato, più alto alla groppa che non al garrese; la coda è breve, fittamente pelosa alla punta. Le zampe sono finissime, snelle, terminate con zoccoli elegantissimi. Sopra il collo allungato sta la testa di media mole, alta e larga nella parte posteriore, ristretta davanti, e debolmente tondeggiante nel muso; le orecchie hanno circa i tre quarti della lunghezza del capo, gli occhi sono grandi, scintillanti, vivaci, con pupille pressoché tonde; i lacrimatoi sono di media grandezza. Le corna sono diverse a seconda del sesso. Il maschio porta corna sempre più robuste di quelle della femmina, e gli anelli che denotano la crescenza sono meglio distinti. Hanno entrambi le corna rivolte all'indietro e all'insù, ed anche alquanto l'una verso l'altra, di modo che, guardate dal davanti, ricordano la lira degli antichi. Con l'andar del tempo, i cosiddetti anelli di crescenza si avvicinano sempre più alla punta. Nei maschi vecchissimi le raggiungono, probabilmente perché sono diventate per il logorìo più corte di circa 12 millimetri. Del resto, gli anelli di crescenza stanno soltanto sino ad un certo punto in relazione con l'età dell'animale: un maschio allevato in casa può presentare, a quindici mesi, cinque cerchi sulle corna ancora brevissime. Il vestimento della Gazzella è veramente elegante. Il colore dominante è un giallo d'arena magnifico, che sul dorso e sulle zampe passa al rosso-bruno più o meno carico. Una striscia più scura scorre ancora lungo i fianchi e divide la parte inferiore di un bianco finissimo da quella superiore scura. La testa è più chiara del dorso; il naso, la gola, le labbra, un cerchio intorno agli occhi ed una striscia ad ogni lato del naso sono bianco-giallicci; invece una striscia bruna parte dall'angolo dell'occhio e scende sul labbro superiore. Le orecchie sono bigio-giallicce, marginate di nero e rivestite di tre file longitudinali di peli fittissimi. La coda è, alla radice, d'un bruno-cupo come il dorso, poi nera nell'ultima metà. In molte varietà il colore passa più al bigio e rassomiglia allora maggiormente a quello della gazzella di Persia, che da alcuni naturalisti fu considerata come una specie distinta. La patria della Gazzella è l'Africa settentrionale. Si diffonde dalla Barberia sino all'Arabia, e dalla spiaggia del Mediterraneo sino alle giogaie dell'Abissinia ed alle steppe dell'Africa centrale. La sua area di diffusione sono il deserto e il territorio delle steppe limitrofe. Più erbosa è la regione, più numerosi vi si trovano questi animali; tuttavia, conviene ritenere che, dal punto di vista africano, una regione erbosa si allontana assai da una decorata del medesimo qualificativo del nostro clima. S'ingannerebbe chi credesse la Gazzella costante abitatrice di basse valli erbose. Tali tratti di terreno tocca soltanto di sfuggita, e se vi è costretta. Essa preferisce le bassure degli altipiani ardenti, ma soltanto quelle del deserto; nelle valli fluviali si trova tanto di rado quanto sulle alte vette. Le lande ove cresce la mimosa o meglio ancora regioni sabbiose ove abbondano le mimose, sono i suoi luoghi di predilezione, perciò la mimosa vuole essere considerata come il suo vero nutrimento. Anche nelle steppe s'incontra e talvolta in buon numero; ma pure qui antepone alle ondeggianti selve di steli secchi le regioni scarsamente sparse di cespugli. Nei suoi siti preferiti si trova in piccole comitive di due, tre, sino ad otto individui, ma sovente anche isolata. Presso il Mare Mediterraneo è rarissima la Gazzella; mentre più si penetra verso la Nubia e più essa si fa frequente; dove, poi, si trova più comune è nelle steppe e nei deserti che si estendono tra il Nilo e il Mar Rosso. I piccoli branchi sono, generalmente, famiglie composte di un maschio con la sua femmina e con il giovane rampollo, che può rimanere con i genitori sino alla prossima stagione degli amori. Si trovano spesso anche società di soli maschi, forse scacciati da quelli più robusti. Quei giovani compagni se ne stanno fedelmente insieme sino alla successiva stagione degli amori. Ogni viaggiatore che, per sole poche ore, si soffermi od attraversi il deserto può riuscire a vedere una gazzella; e chi conosce il suo modo di vivere, è certo di trovarne in tutte le parti del suo paese. E' un animale schiettamente diurno, e si presenta allo sguardo appunto al momento favorevole. Volentieri durante il gran calore del giorno, dal meriggio sino alle quattro di sera all'incirca, essa riposa ruminando all'ombra di una mimosa; altrimenti è quasi sempre in movimento. Tuttavia, non è così facile da vedere, come si potrebbe credere, a motivo della uniformità del suo colore, che si confonde con quello dominante del suolo. Ad un quarto d'ora di distanza sfugge del tutto alla nostra debole vista, mentre l'occhio di falco dell'africano la scorge sovente a più di un miglio. Abitualmente, la comitiva sta presso o sotto i bassi cespugli di mimose, le cui cime s'allargano a forma d'ombrello, ricoverando l'animale come sotto un tetto. La gazzella di guardia mangia, le altre giacciono ruminando, o riposandosi poco lungi da essa. Soltanto quella che è in piedi si può scorgere; le altre sono in tal modo simili alle pietre del deserto che anche il cacciatore rimane ingannato. Sino a che nulla accade fuori dell'ordinario, il branco resta nel luogo prescelto, o tutt'al più emigra poco lontano. Ma ove avvenga un allarme, la posizione muta subito. Il vento stesso basta per indurre la Gazzella a muoversi. Quella che fa la guardia sta sempre sotto il vento, in genere, dove possa, dal pendio, vedere la sottostante pianura, ed essere dal vento avvisata di un pericolo che provenga da tergo. Impaurita, se ne fugge verso la vetta del colle o del monte, si sofferma sul culmine, ed esamina accuratamente il circondario per individuare il punto più favorevole alla sicurezza. Non si può negare che la Gazzella sia, per ogni riguardo, un animale altamente dotato: è pieghevole nelle mosse più di qualsiasi altra antilope, e con ciò vivace, agile e soprattutto graziosissima. La sua corsa è tanto leggera che sembra appena sfiorare il suolo: un branco che fugge presenta un colpo d'occhio veramente magnifico; persino quando incalza il pericolo, essa sembra trastullarsi grazie alle sue eccellenti attitudini. Sovente una gazzella spicca eleganti salti di uno o due metri di altezza per il puro gusto di saltare, ed altrettanto spesso si vede saltare alte pietre e cespugli che si trovano sul suo cammino, ma ai quali facilmente avrebbe potuto passare al lato. Tutti i sensi dell'animale sono perfettamente sviluppati. La Gazzella ha buon odorato, occhio eccellente e ode da lontano. E' poi intelligente, astuta e scaltra; ha buonissima memoria, e, quando ha acquistato esperienza, diventa sempre più intelligente. Il suo contegno è sommamente gentile: è una creatura innocua ed alquanto timida, ma non così priva di coraggio come generalmente si crede. Nei branchi hanno luogo risse e zuffe che si combattono fra individui del medesimo sesso, specialmente fra i maschi che si azzuffano volentieri in onore delle loro belle; invece, trattano le femmine sempre con la massima amabilità, anzi con tenerezza, ricevendone uguale trattamento. La Gazzella vive in pace con altri animali, per cui la si vede non di rado in società con le altre antilopi sue affini. Le varietà climatiche dell'Africa settentrionale producono una notevole diversità nel tempo degli amori della Gazzella. Nel nord, questo tempo va da agosto a ottobre; all'Equatore comincia alla fine di quest'ultimo e dura sino alla fine di dicembre. I maschi si sfidano alla lotta con alti belati, e si azzuffano con tanta baldanza da rompersi, talora, le corna; della femmina si ode soltanto un lieve e dolce belato. Naturalmente, il maschio più robusto ha la meglio, e quindi non tollera nessun rivale. La femmina se ne va qua e là fiduciosa, e riceve di buon grado le carezze del signor consorte. Il maschio segue a passo a passo la sua bella, la fiuta da tutte le parti, le frega teneramente la testa contro il collo, le lambisce il muso come se la volesse baciare, e cerca con ogni possibile mezzo di darle a conoscere il suo amore. Per l'accoppiamento si rizza ad un tratto sulle zampe posteriori e si avvicina, così, alla femmina che fa un moto in avanti, rivolgendosi ritrosa con una mossa subitanea. Ma l'assalitore non si dà per vinto: segue la promessa sposa, la spinge qua e là, ed infine ottiene l'intento. Nel nord la femmina partorisce un solo piccolo alla fine di febbraio o all'inizio di marzo, nel sud tra i mesi di marzo e di maggio, vale a dire dopo una gestazione di cinque o sei mesi. Il piccolo, nei primi giorni, è una creatura assai inetta, il che spiega come molte giovani gazzelle siano prese con le mani dagli agili arabi e dagli abissini. E quanto più inetto è l'animale, tanto maggiore è l'amore della madre. La poveretta se ne va coraggiosamente incontro ai nemici, purché non siano troppo formidabili. Così, essa sa respingere con gli acuti zoccoli una volpe strisciante con sinistre intenzioni, mentre il maschio le viene fedelmente in aiuto. Pure il giovane animale ha molti pericoli da superare prima che possa fuggire di pari passo con i suoi genitori. Poco si esagera quando si dice che la metà della prole della Gazzella e di altre deboli specie affini cade vittima degli innumerevoli predoni che l'insidiano. In verità, senza quelle specie della schiera animale che mantengono l'equilibrio, le gazzelle si moltiplicherebbero al punto da distruggere tutta la vegetazione inferiore, come è il caso dell'Africa centrale, in grazia dell'antilope saltante e di altre che vivono in società. Dopo pochi giorni, le giovani gazzelle allevate in casa sono del tutto docili e sopportano facilmente la schiavitù. Nelle case europee delle città di maggiore importanza, nell'Africa settentrionale ed orientale, si vedono spesso giornalmente gazzelle addomesticate, e fra esse se ne trovano talune in tal modo avvezze agli uomini da poter essere considerate come schietti animali domestici. Esse seguono i padroni come cani, entrano nelle camere, domandano la loro parte quando si è a tavola, compiono escursioni nei campi vicini, oppure nel deserto, e tornano allegramente a casa quando giunge la sera, o quando odono la voce amata del loro signore. Anche da noi, trattandole con le cure necessarie, si possono tenere per molti anni in vita le gazzelle. S'intende che le delicate figliuole del deserto debbono essere accuratamente difese contro le influenze atmosferiche, specialmente durante l'inverno. Sono, quindi, necessari al loro benessere durante l'inverno una calda stalla, e nell'estate un ampio parco. Un branco di gazzelle dà ad ogni parco o giardino un ornamento che può essere difficilmente superato da nessun altro. Il grazioso capriolo, in confronto alla Gazzella, sembra pesante e massiccio; e pressoché tutti gli altri ruminanti le sono inferiori in grazia e in gentilezza! Le gazzelle domestiche si mostrano fidenti e docili anche con le persone che sono loro completamente estranee. Solo i maschi fanno, talvolta, uso delle loro corna, ma più per scherzo che con l'intenzione di offendere. Il fieno, il pane, l'orzo, nell'estate il trifoglio ed altri vegetali freschi bastano perfettamente alla loro alimentazione. Assai gradita è loro una bevanda mista di crusca, quale si dà alle capre. Hanno bisogno di pochissima acqua; un bicchiere pieno basta perfettamente ogni giorno a soddisfare la loro sete. Invece, hanno bisogno del sale, che mangiano avidamente. Vi sono diversi modi di fare la caccia alla Gazzella. Nella Palestina si va alla caccia della Gazzella con il falco. Il cacciatore che porta il falco lo lancia in aria appena scorge una gazzella; il reale rapace si solleva a volo, e, quando ha veduto la sua vittima, scende come una saetta, descrive alcuni circoli attorno alla sua testa, precipita giù d'un tratto, e pianta gli artigli da una parte nella guancia e dall'altra nella gola. La Gazzella allora spicca salti due volte un uomo, e scuotendo ruvidamente il nemico, se ne libera. Ma questo la segue, la ferisce un'altra volta, e le pianta, infine, tanto saldamente gli artigli nel collo da mantenervisi e da sbalordirla, dando tempo al cacciatore di arrivare e di tagliare la gola alla vittima. Come diritto di caccia, il falco ne succhia il sangue. Forse più commovente ancora è il modo di cacciare degli arabi dell'Africa occidentale. In alcune località dell'Africa settentrionale, i cacciatori, montati sopra eccellenti cavalli, inseguono le gazzelle e tentano di ucciderle, fidandosi sulla resistenza alla corsa dei loro corridori. Ciò pure non è cosa facile: per quanto veloce sia un cavallo del deserto, è difficile, quando porta un cavaliere, che possa tener dietro alla selvaggina in fuga. Dopo una lunga caccia, condotta alternativamente da parecchi, i cacciatori si avvicinano, e, quando sono giunti ad una certa distanza dall'animale spossato, questo è perduto. Gli si lancia con tremenda precisione un nodoso bastone tra le zampe, le quali quasi immancabilmente rimangono rotte, almeno in qualche osso. Allora non è più difficile abbrancare con le mani la povera bestia ferita. Naturalmente, anche questi tipi di caccia, appassionanti per quanto siano, stanno oggi lasciando il posto al modo molto prosaico di quella condotta con il fucile a doppia canna; tuttavia, le forme antiquate di caccia alla Gazzella sono tenute ancora in gran conto dai signori del luogo, i quali hanno molto tempo da perdere e buoni cavalli del deserto per compiere lunghe galoppate.

ANTILOPE SALTANTE (Antidorcas marsupialis)

Ha molta somiglianza con la gazzella e popola d'innumerevoli schiere il suolo dell'Africa del sud. Essa giunge per lo più all'altezza di 75 centimetri, alla lunghezza di metri 1,40, e porta corna a foggia di lira, ricurve e cerchiate da 20 a 40 anelli. Le orecchie lunghe sono aguzze, gli occhi grandi e bruno-scuri, con lunghe ciglia nere; ha pelame fino, sopra di un vivo color bruno-cannella, bianco sul capo, con strisce bruno-scure dalle corna sino all'angolo della bocca, bianco sulla parte inferiore e sullo specchio; la coda sottilissima è bigia di sotto, bianca di sopra, bigio-nera alla punta. Una striscia bianca scorre lungo il dorso. E' notevole che con il rapido movimento dell'animale questa striscia spicchi in modo particolare. Sembra che in quel punto la pelle formi una piega che si apre e si chiude per il rapido movimento. Così, appare più larga o più stretta, modificando l'aspetto generale in modo sensibile. Al nord della regione del Capo si stendono sconfinate ed aride pianure, che l'uomo può abitare soltanto al tempo delle piogge. Quando queste hanno fine, rimangono pozze di acqua putrida che bastano alla selvaggina. Sopra quelle sconfinate distese si radunano le antilopi saltanti in tale numero che la pianura ne formicola interamente. Se, poi, come avviene ogni quattro o cinque anni, la siccità aumenta e le pozzanghere si disseccano, il bisogno d'acqua spinge verso il sud, cioè verso il Capo, le centinaia di migliaia di animali che irrompono divorando e devastando tutto quanto vi è di verde. Soltanto quando piove e quando il suolo inaridito torna a coprirsi di erbe essi ritornano alle loro tranquille pianure. Migliaia e migliaia ancora si associano a quei singolari pellegrinaggi, e gli stormi si moltiplicano come quelli delle cavallette. «Ogni viaggiatore», dice Gordon Cumming, «che, al pari di me, ha veduto le sterminate masse in cui si muovono queste antilopi nelle loro migrazioni e che vuol dare di quanto ha veduto una fedelissima descrizione deve prepararsi ad incontrare l'incredulità, tanto meraviglioso è l'aspetto delle migranti schiere. Con ragione si sono paragonati questi animali agli stormi devastatori delle cavallette, così ben note a chi viaggia in quel paese di meraviglie; appunto come queste essi divorano in poche ore tutto quanto vi è di verde sul loro passaggio, e distruggono in una sola notte il frutto delle fatiche di un anno di lavoro». La via seguita dalle antilopi migranti non è sempre la medesima. Per lo più seguono, al ritorno, una via diversa da quella dell'andata. La linea che percorrono forma, perciò, un'ellissi immensa ed allungata, oppure un grande quadrato, la cui diagonale è forse di centinaia di chilometri. Mirabile e la compattezza dell'esercito in marcia. Wood racconta che un gregge di pecore, che per caso fu travolto nel vortice delle antilopi migranti, fu costretto a correre con esse dove andavano, senza che il pastore venisse a capo di liberare le sue bestie. Persino il leone che insidia senza tregua quelle antilopi ne è, talvolta, fatto prigioniero. Per quanto grande sia il terrore dei pacifici ruminanti nel trovarsi a contatto con la fiera, pure, quelli che provano tale terrore non sono in grado di resistere alla pressione di quelli che non sanno nulla del tremendo intruso, ed il leone, per amore o per forza, deve, da, parte sua, procedere con tutta la massa, perché gli è impossibile aprirsi un varco in mezzo ai viventi cavalloni che si succedono senza posa. Certamente, i ritardatari non possono resistere agli innumerevoli ed affamati nemici che seguono le loro schiere, ma tutti, leoni, leopardi, iene e sciacalli a centinaia che le attorniano, avvoltoi a migliaia che aleggiano sopra le loro teste, non hanno bisogno di penetrare a viva forza nelle file, perché delle centinaia di migliaia di antilopi migranti molte soccombono ogni giorno al difetto di alimenti ed offrono abbondante pasto ai predoni. Giova ancora ricordare che la retroguardia passa di continuo all'avanguardia. Gli animali che guidano il gregge trovano, naturalmente, maggiore abbondanza di quelli che hanno da vivere con gli avanzi di parecchie migliaia. Hanno, dunque, da compiere minore fatica per guadagnarsi il pane quotidiano e sono perciò grassi e pesanti. Ma il loro buon tempo è di breve durata: gli affamati si spingono violentemente innanzi e quelli sazi vanno a poco a poco indietro, finché si trovano alla coda. Alcuni giorni di cammino e quel po' di digiuno bastano ad eccitare in essi il desiderio di riprendere il posto perduto, e così ha luogo, nell'esercito, un continuo andirivieni. Il nome di Antilope Saltante, come ben si intende, proviene dalla sua straordinaria capacità di saltare, specie se è inseguita e specialmente se l'incalzano i cani. In tal caso, tutto il branco scappa e fa una successione di salti strani, verticali, levandosi nell'aria con le zampe posteriori ripiegate e facendo sventolare in pari tempo il lungo e niveo pelame del dorso, il che produce un effetto fantastico, che distingue questo fra tutti gli altri animali. Possono spiccar salti di 3 o 4 metri d'altezza che li portano a 5 o 6 metri di distanza, senza che ciò sembri costar loro il minimo sforzo. Quando fanno tali esercizi, sembrano, per un istante, librarsi nell'aria, poi scendono giù sui quattro piedi, sfiorano il suolo e si slanciano di nuovo nell'aria, come se volessero volare. Così, si muovono per circa cento passi, dopo di che pigliano un trotto leggero, elastico, curvando verso il suolo il loro elegante collo e il naso. Se scorgono un nemico, si arrestano di botto, si volgono, e guardano l'oggetto del loro spavento. Quando accade loro di attraversare strade carrozzate od un sentiero che sia stato poco prima calpestato dall'uomo, essi lo varcano d'un balzo, e, se sono in numero di parecchie migliaia, e uno spettacolo magnifico, perché ognuno di essi spicca l'ardito salto, tanta è la loro diffidenza del suolo sfiorato dal loro nemico, l'uomo. Di egual natura sono i salti che fanno se il vento porta loro sentore di un leone o di qualche altro animale di cui hanno un timore innato. Queste antilopi, prese giovani, sono presto addomesticate. Continuano, però, ad essere timide e paurose di fronte agli estranei, e si mostrano anche caparbie e vogliose di regalare cornate quando hanno a che fare con conoscenti, sebbene ciò facciano più con l'aria di fare uno scherzo che sul serio. Fatta eccezione per questi atteggiamenti, in verità poco pacifici, gli individui prigionieri sono piacevolissimi animali. Il loro pelame fine e magnifico di tinte, le loro graziose forme e l'eleganza dei loro movimenti allettano ognuno, quantunque rinchiusi nell'angusto recinto non facciano la più bella figura. Quanto alla loro riproduzione, non si discostano dalle antilopi di cui abbiamo già parlato.

ANTILOPE DEI CARICI (Redunca arundineum)

Questo bell'animale misura con la coda più di un metro e mezzo di lunghezza; al garrese è alto 80 centimetri, alla groppa 90 centimetri all'incirca. Le corna, lunghe 30 centimetri, sono grosse più di 26 millimetri alla base. In complesso somiglia al nostro capriolo, tuttavia, è alquanto più snello. Il corpo è debolmente allungato, un po' più grosso dietro che non davanti, il collo è lungo e sottile, lateralmente compresso e ricurvo come quello del cervo, la testa è relativamente grande, si restringe davanti, con fronte larga, naso diritto e muso con la punta ottusa. Le orecchie sono grandi, lunghe, strette, aguzze, chiuse alla radice, aperte all'estremità, ristrette alla punta. Gli occhi sono grandi e vivaci. Gli zoccoli sono mediocri, alquanto arcuati, le unghie posteriori piatte e collocate trasversalmente. La coda, con il suo pelo arruffato, giunge sino al ginocchio e pare, a causa del fitto pelame, più grossa e più larga di quello che è. Le corna sono relativamente forti e robuste: stanno alquanto divaricate, dalla radice salgono rivolgendosi all'indietro, si ricurvano allora con molle flessione al davanti e, assai scostandosi, si riavvicinano un poco verso l'estremità. La loro metà inferiore è segnata da profondi e regolari solchi longitudinali, quella superiore è liscia, la radice ha 10 o 12 rughe trasversali. Il pelame breve e fitto non è tanto aderente al corpo come nelle antilopi sinora descritte. Si va perdendo nella parte inferiore del corpo e nella faccia posteriore dell'omero, come nella parte anteriore, dal collo sino al petto. Sulla metà del dorso, sull'estremità inferiore della parte anteriore del collo e sul cranio si trovano i peli disposti a spire. Una piccola macchia tonda e nuda si trova sotto l'orecchio, nella regione temporale; la parte superiore e quella esterna del corpo sono generalmente di un bruno-rosso-bigio; bianche sono le parti inferiori e la faccia interna delle zampe anteriori. Sulla faccia esterna delle zampe il colore tende al gialliccio, mentre è fulvo sulla testa e sul collo, come pure sulla parte esterna delle orecchie. Gli occhi sono circondati da un cerchio bianchiccio; le zampe posteriori sono soltanto di un bigio-scuro; la coda è di sopra bruno-fulva, bianca di sotto; gli zoccoli e le unghie posteriori sono neri. La femmina si distingue dal maschio per la mancanza delle corna e per la minore mole. Le regioni paludose, coperte di canneti e di carici, dell'Africa meridionale sono abitate dall'Antilope dei Carici, che riceve il suo nome dal luogo che frequenta. L'acqua per essa è una necessità, poiché il suo cibo consiste quasi esclusivamente di erbe paludose. Pochi animali sono, più di queste antilopi, fatti per allettare il cacciatore. Abitualmente, l'animale si giace fra i carici finché gli si giunga vicino: allora, impaurito, fugge a breve distanza e osserva le mosse del suo persecutore, facendo sentire nel medesimo tempo una sorta di starnuto che dev'essere il grido d'allarme. Quel rumore è, talvolta, causa della sua rovina, poiché attrae su di esso l'attenzione del cacciatore. E' molto amante dei cereali tenerelli, e perciò profondamente odiato dagli indigeni. Questi si dànno ogni possibile cura per scacciarlo, e considerano la morte di una di queste antilopi come un felicissimo successo per la loro caccia, nella quale hanno per scopo principale la distruzione dei principali devastatori delle loro piantagioni. D'altro canto, la vita è meravigliosamente tenace in questa antilope. Accade sovente che essa trotti via allegramente con il corpo traforato da una palla, e sebbene in molti casi non le giovi la sua fuga, tuttavia, essa è perduta per il cacciatore, giacché, una volta internata in qualche profonda gola, dove sfugge al suo persecutore, si trova in faccia altri nemici, e, se non altro, un branco di affamate iene, che seguono per intere miglia le sue orme insanguinate, penetrano di notte nel suo nascondiglio e la sbranano. Quanto alla sua riproduzione e alla sua indole allo stato di schiavitù, non si discosta da quelle precedenti.

ANTILOPE DAL CIUFFO (Cephalopus mergens)

Rappresenta una delle specie più note e più grosse del gruppo delle antilopi minori, che, a volta, sono le specie più eleganti di tutta la famiglia. Questa elegante antilope, come le sue congeneri, abita la regione del Capo e l'Abissinia; si trova solo nei boschi, mai nella pianura scoperta, e ciò, sembra, in rapporto con la brevità delle sue zampe. In verità, non è necessario che il bosco sia grande per ricoverarla, perché qualche folto cespuglio basta perfettamente alla sua vita contemplativa. La lunghezza del corpo dell'Antilope dal Ciuffo è di un metro, l'altezza alle spalle di 60 centimetri, la lunghezza della coda di 20 centimetri. Le corna diritte, a foggia di punteruolo, debolmente cerchiate 4 o 6 volte, lunghe 9 centimetri, sono ricoperte dalle orecchie, sparendo quasi interamente fra i peli del ciuffo. Al posto dei lacrimatoi si trova, davanti agli occhi, una striscia curva, nuda; le zampe sono molto snelle, piccoli gli zoccoli e le unghie posteriori, breve la coda col fiocco. Il colore varia assai: è per lo più bigio-olivastro di sopra, nel maschio anche bruno-gialliccio-scuro, punteggiato di nero lungo il dorso e le cosce. Passa al bruno-nero sui malleoli e sulla parte anteriore delle zampe, ed al bianco sulla parte inferiore. Fra tutte le antilopi che abitano i margini delle boscaglie, l'Antilope dal Ciuffo è una delle antilopi più comuni, sebbene si trovi soltanto solitaria. All'avvicinarsi di un uomo, o di un altro nemico, sta tranquillamente nel suo giaciglio, immobile come una statua, ma osserva lo straniero finché s'accorga di esserne osservata; allora balza via di scatto e si precipita facendo una serie di svolte, penetra nei cespugli, s'insinua attraverso essi, si accovaccia e striscia, appena si crede fuori della vista del persecutore, nel l'erba lunga e fra le siepi, tanto silenziosamente che pare sia sparita o si sia accovacciata definitivamente. Ma non è così, perché se ne va sempre via sotto le foglie, finché si sia abbastanza allontanata; allora si rialza e via di galoppo. Anche il cacciatore più esperto, il cane meglio ammaestrato, sono spesso burlati da essa. Ma se si bada alla via che segue e si scopre il punto dove si è rimpiattata, si perviene sino ad essa senza difficoltà, sotto il vento. Bisogna regalarle una brava schioppettata, se si vuole essere certi di abbatterla, perché, piccina qual è, sopporta una forte carica di piombo da capriolo. Nella caccia a questa antilope si può difficilmente usare la carabina, perché con i suoi salti irregolari, qua e là, richiede un tiratore molto esperto. Spesso, dopo lo sparo, fugge con la massima velocità, quasi che il piombo non l'abbia neppure sfiorata; poi, ad un tratto, sosta e lascia vedere che è ferita. Con la pelle dell'Antilope dal Ciuffo, nel Capo, s'intrecciano fruste per i carrettieri il brodo dà un'eccellente zuppa. Abitualmente, negli animali dell'Africa meridionale la carne è molto mediocre, asciutta ed insipida, ma ad ogni buongustaio possiamo raccomandare come uno squisito manicaretto quello che si fa con il fegato di questa piccola antilope. I coloni olandesi lardellano la carne dell'Antilope dal Ciuffo con il grasso di alce o di ippopotamo, e preparano, così, un saporito arrosto.

BENI-ISRAEL (Cephalophus hemprichii)

Detto anche Atro, è uno dei più gentili ruminanti del mondo. Il maschio porta un piccolo paio di corna con 10 o 12 semicerchi sulla metà inferiore della parte esterna e con le punte ricurve all'innanzi, quasi ricoperte dallo sviluppatissimo ciuffo di peli e che stanno all'ombra delle lunghe orecchie. Il corpo è assai compresso, le zampe sono di media lunghezza, ma straordinariamente deboli; gli zoccoli sono lunghi, stretti, aguzzi, le unghie posteriori appena visibili; la coda è un moncone coperto di peli corti. Il corpo è rivestito di pelo finissimo e piuttosto lungo, che sembra bigio-azzurrognolo o color di volpe, perché i singoli peli, prima dell'estremità scura, appena visibile, sono cerchiati di chiaro e di rossiccio. Sul dorso il colore passa al bruno-rosso, al rosso-volpe sul naso e sulla fronte; le cosce sono macchiettate davanti, la parte anteriore e quella interna delle zampe sono bianche. Una larga striscia sopra e sotto gli occhi è bianca, le orecchie sono orlate di nero, e pure neri sono le corna, gli zoccoli ed i lacrimatoi. I cespugli che sarebbero impenetrabili per altre antilopi più grosse offrono un comodo domicilio a queste lillipuziane. Per esse, anche nei punti più intricati si trova una porticina tra le più acute spine. L'Atro preferisce la valle alla collina, e più di tutto ama i verdeggianti margini dei letti dei torrenti. Colà si trovano stupendi nascondigli: le mimose, le coronacristi, alcuni cespugli di ciparissi, ed altre grosse piante sono collegate da una rete di piante rampicanti. Vi si vedono splendidi fogliami e siepi perfettamente chiuse al di fuori, il cui interno è abitabile e assolutamente nascosto, oppure strette macchie che si collegano senza interruzione per lunghi tratti. Lungi dalle fonti vivificanti, i cespugli stanno isolati, e un'erba verde e succosa può crescervi a volontà. In quei punti si può trovare, e con certezza, il gentile Atro. Vive, come la maggior parte dei suoi affini, di cui conosciamo i costumi, in coppie e non in branchi. Dapprima riesce difficile al cacciatore lo scoprire la bestiola, ma, se è diventato familiare con i suoi costumi, la trova senza difficoltà, poiché prende le opportune misure. Siccome il colore del pelo concorda con l'ambiente in cui vive, è necessario l'occhio più esperto per scoprire l'antilope pigmea. Generalmente, prima che il cacciatore abbia potuto convincersi che l'ha veduta realmente, la bestiola è già fuggita da un pezzo. Se si osserva attentamente la boscaglia e si applica tutta l'attenzione nei punti oscuri, nei vani sotto le frasche, si vede certamente l'elegante figlio del deserto. I suoi sensi sono eccellenti, e principalmente l'udito, che sta in perfetto accordo con le lunghe orecchie e che gli rivela l'avvicinarsi dell'uomo molto tempo prima che questi abbia un sospetto della sua presenza. Al più lieve fruscio sospetto l'animale si drizza ed origlia intensamente nella direzione del rumore, ma ciò non basta: conviene anche vedere, e perciò se ne va lentamente in uno di quei luoghi scoperti, dove si pianta immobile come una statua, fissando il nemico che s'avanza. La femmina segue il maschio, al quale lascia quanto più può la cura di pensare alla sua sicurezza. Il maschio se ne sta ritto, con la testa alta; nessun organo si muove all'infuori delle orecchie. Il solo ciuffo di peli è tanto irto sul capo che le brevi corna ne sono interamente coperte. Così, rimane origliando e guardando l'oggetto pericoloso che lo inquieta. Un nuovo moto del nemico lo mette nuovamente in posizione di statua, il piede sollevato rimane in aria, l'orecchio non si muove più e gli occhi si fissano sopra un solo punto; insomma nulla rivela la vita nella scaltra creatura. Quando gli sembra che il pericolo si avvicini, esso si china e scivola silenziosamente nel cespuglio, sollevando le zampe tanto leggermente e regolarmente come se andasse, come gli uomini, in punta di piedi; passa dalla parte più opposta, si affretta a raggiungere il punto dove le boscaglie sono meno fitte, e, descrivendo un gran circolo attorno al nemico, ritorna al suo verde nascondiglio. Torna più volentieri indietro, se ha già provato che cosa sia l'inseguimento; ma spinto, se ne va avanti, sempre costeggiando il margine del bosco e di nuovo nascondendovisi. La femmina lo segue fedelmente a passo a passo, a breve distanza. Fintanto che uno sparo non rintroni o non appaia un cane, la coppia spaventata trotta comodamente. Immediatamente prima di prendere la fuga, il maschio fa un forte sbuffo, che viene ripetuto sei, sette volte se gli si spara sopra senza toccarlo o senza ucciderlo subito. Raramente la fuga si prolunga: dopo pochi salti, la coppia non fa che trottare; il maschio sosta, guarda, cammina per sostare e per guardare di nuovo, e finisce coll'interrompere la sua corsa ogni dieci o venti passi. Se viene fatto fuoco su questo animale, anche senza effetto, esso fugge senza prender fiato per 4 o 600 metri: allora, manifesta tutta la sua velocità. Fa grandi salti ad arco, con le zampe anteriori strettamente aderenti al corpo e con quelle posteriori allungate come la testa. In verità, è difficile riconoscere un'antilope pigmea in una così rapida fuga: i suoi movimenti sono così veloci, e la sua forma ordinaria è tanto mutata che l'occhio crede di osservare una creatura assolutamente diversa. Si è sovente tentati di prendere per una lepre il gentile ruminante, ma, dopo qualche tempo di pratica, si impara a riconoscerlo anche mentre fugge a precipizio. Ogni coppia di antilopi pigmee sembra affezionarsi al luogo, una volta scelto per dimora, sin tanto che non sia scacciata, o non le venga fatto di scoprire a poca distanza un nascondiglio migliore. Come la gazzella, il Beni-Israel scava piccole buche nelle quali depone i suoi escrementi. Questi, simili in forma, in mole ed in colore a quelli della lepre, dànno al cacciatore le indicazioni più precise sulla coppia dalla quale provengono. Indicano se si può trovare ancora, oppure se è morta, o partita. Abitualmente, questo luogo dove si trovano gli escrementi è fra due cespugli, non lungi dal boschetto che forma il luogo preferito del soggiorno. Quando si conoscono i costumi di questo animale, la sua caccia è tanto semplice quanto fruttuosa. Due cacciatori non hanno bisogno di stancarsi molto: l'uno segue la coppia saltellante che fugge, l'altro rimane nel luogo d'onde è partita. Sovente il primo riesce a sparare, e, certo, spara quello che è rimasto ad aspettare. Se il numero dei cacciatori è più grande, formano un semplice semi-cerchio e fanno battere da uomini o da cani i cespugli delle due sponde del torrente presso cui, generalmente, si trovano i beni-israel. Dopo alcuni spari, l'animale torna regolarmente indietro e deve attraversare la linea del fuoco. Nei luoghi dove non fu ancora esposto ad alcuna persecuzione, se ne sta tranquillamente nei punti scoperti della boscaglia, forse perché fa troppo assegnamento sulla somiglianza delle sue tinte con quelle dell'ambiente. Se nella caccia del Beni-Israel si osserva che il maschio ha un contegno sempre più altero della femmina, e che esso non è invariabilmente il primo a fuggire, si può risparmiare a sé stessi il dolore di uccidere una femmina, specialmente se pregna. La carne di quest'antilope è piuttosto coriacea e filamentosa, sebbene permetta di somministrare una discreta pietanza. Dopo l'uomo, il peggior nemico dell'antilope pigmea è il leopardo. Sebbene le piccole antilopi siano tutto il giorno in moto, spiegano una speciale attività nelle ore mattutine, e soprattutto verso sera. In quel punto e a quelle ore s'incontrano spesso gli agili felini intenti a strisciare cautamente, e più sovente ancora sono là, senza che se ne sospetti la presenza.

UREBI (Ourebia ourebia)

Questo animale è un poco più piccolo del nostro capriolo; è lungo poco più di un metro, 60 centimetri alle spalle, alquanto di più alla groppa, e si distingue specialmente per le sue forme eleganti e regolari. Il colore è un rosso-volpino chiaro o giallo-bruno sulla parte superiore, e su quella inferiore un bianco poco meno che niveo, vale a dire sul ventre e sulla faccia interna e posteriore delle zampe. Sono pure bianchi una macchia sugli occhi, le labbra, il mento, e la parte interna delle orecchie, che sono marginate di bruno-nero. Le corna, piccole, quasi verticali, alquanto ricurve all'indietro, poi inclinate all'innanzi, che, nell'antilope pigmea, spettano al solo maschio, sono alla base cerchiate nove volte assai distintamente, nelle zampe anteriori pendono dalle ginocchia lunghi ciuffetti di peli. Mentre la maggior parte degli animali, e specialmente le antilopi, evita l'uomo quanto meglio può, le grandi antilopi del Capo si allontanarlo di poche centinaia di miglia dalle abitazioni dei coloni; ve ne sono alcune che si comportano come se fossero inaccessibili al timore del principale nemico degli animali, che frequentano le sue abitazioni fino a tanto che non abbiano pagato con la vita il fio della loro fiducia. Forse, alcune località hanno per esse attrattive che, appena le une le lasciano, altre della medesima specie accorrono da luoghi ignoti per impadronirsi del sito. Tale è il caso dell'Urebi. Questa elegante e gentile creatura abita nell'immediata vicinanza dell'uomo, appunto là dove ha, ogni giorno, da fuggire davanti al suo peggiore nemico. Se un cacciatore, scorrendo ogni giorno il suo dominio, abbatte tutti gli urebi che gli si affacciano, non ha bisogno d'aspettare molti giorni per poter incontrare di nuovo la selvaggina, poiché, se dopo quattro-cinque giorni se ne va di nuovo a caccia, ritrova di certo parecchie di quelle piccole antilopi, che hanno eletto domicilio intorno al villaggio. Nelle pianure si incontrano in coppie, ed anche se sono inseguite cercano di rado di raggiungere il bosco o le macchie. Il loro soggiorno abituale sono l'erba alta, che rimane dopo che si è incendiata la steppa, e gli spacchi delle colline, ove si nascondono fra i massi e le rupi. E' davvero sommamente dilettevole il vederle fuggire se sono disturbate o spaventate. Scappano con la maggiore velocità; poi spiccano un salto di grande altezza, corrono di nuovo e di nuovo balzano in aria, forse con l'intento di sorvegliare i dintorni, perché sono tanto piccine da non poter vedere sopra dell'erba. Spesso, se qualcosa di sospetto è stato scoperto al primo salto, l'Urebi ne fa parecchi l'uno dietro l'altro, ed allora sembra che la creatura sia dotata di ali, che abbia la forza di librarsi nell'aria. Se, ad esempio, ha dietro un cane che la insegue accanitamente nell'alta erba, essa balza ripetutamente in alto, durante quel suo librarsi osserva i dintorni, vede d'onde viene il nemico, ed allora con una subitanea svolta riesce sovente a sfuggirgli. Quando ricade giù, sono sempre le zampe posteriori quelle che toccano prima il suolo. I buoni cacciatori abbattono quelle antilopi con il piombo da capriolo, o fanno fuoco prima ancora che si siano alzate dal loro giaciglio. Se la palla ha ferito l'Urebi si può esser certi di averlo, perché la delicata creatura non sopporta le ferite, cui resiste, come abbiamo visto di già, l'antilope dei carici. Quando si sente ferito l'Urebi tenta di nascondersi quanto meglio può nell'alta erba. Di là striscia verso qualche cespuglio, qualche grosso sasso, qualche formicaio, vi si appiatta ed aspetta la morte. Chi lo insegue, lo trova per lo più, giacente in quei luoghi; ma, se ancora non è morto, si alza e fugge oltre con la maggiore velocità possibile. La femmina partorisce un solo piccolo, il quale facilmente viene raggiunto da un buon cane, e passa presso i coloni per una vera leccornìa che viene servita con speciali riguardi.

SALTARUPE (Oreotragus oreotragus)

Se dalle pianure del Capo e da quelle dell'Abissinia ci arrampichiamo sulle montagne, troviamo un'altra specie della famiglia, che ha diritto alla nostra considerazione. Appunto nelle antilopi viene chiaramente riconosciuto come varie famiglie sappiano trarre partito da ogni località. I nostri animali riuniscono in sé, in certo qual modo, l'intero ordine dei ruminanti. Per essi ogni luogo rappresenta un soggiorno conveniente: così la pianura come la montagna, così la spiaggia del mare, o la sponda dei fiumi, come l'estremo limite della terra, fino agli eterni ghiacciai. Fra questi rampicatori, troviamo appunto la Saltarupe o Sassa degli abissini che presenta nella forma una grande rassomiglianza con il camoscio, con varie piccole specie di capre. In lunghezza misura appena 90 centimetri, e 60 in altezza. Ha compresso il corpo, breve il collo, tondeggiante ed ottusa la testa, le zampe basse ed alquanto massicce; la coda non è altro che un lieve moncone. Gli altri suoi caratteri sono: orecchie molto larghe e lunghe, grandi occhi, circondati da un cerchio nudo e provvisto di lacrimatoi; zoccoli alti, piatti all'estremità, arrotondati di sotto, divaricati; il pelame è ruvido, arruffato, finissimo. Il maschio porta brevi corna nere e diritte che stanno verticalmente sul capo e sono cerchiate alla base. In complesso, il colore ricorda quello del capriolo. E' d'un giallo-olivastro al di sopra e all'infuori, spruzzato di nero, più pallido inferiormente, ma sempre spruzzato; solo la gola e la faccia interna delle zampe sono d'un bianco uniforme. Le labbra sono più chiare ancora della gola, le orecchie esternamente sono coperte di peli neri brevi, all'interno di peli lunghi bianchi, orlate di peli d'un bruno-scuro. I singoli peli sono alla radice di un bigio-bianco, più scuri verso il ventre, fino a diventare brunicci o neri, ed all'estremità stessa sono di un bianco-giallo o d'un giallo-scuro alquanto bruniccio. «Sovente, guardando in un precipizio», dice Gordon Cumming, «ho veduto due o tre di quelle gentili creature giacenti l'una accanto all'altra, generalmente sopra qualche grande sasso piano che era contro l'ardore del sole di mezzogiorno all'ombra amica del sandalo o di qualche altra pianta montana. Se io spaventavo le graziose bestie, balzavano con incredibile velocità di rupe in rupe, con la forza di una palla di gomma elastica, passando sopra crepacci e precipizi e sempre con una sicurezza uguale alla loro agilità». Il Sassa, difatti, si trova sopra giogaie piuttosto alte, fra i 700 e i 1.200 metri di altitudine sul livello del mare. Al Capo preferisce ad ogni altra rupe le arenaie; nell'Abissinia frequenta senza distinzione ogni sorta di rocce. Le montagne sono ricche di quel che abbisogna alle bestiole, poiché un fitto manto di vegetazione riveste le loro falde: là si trova il nostro Sassa, piuttosto nell'altura scarsa di vegetazione che non nella bassura, sebbene talvolta scenda assai giù nelle valli. Vive in oppie come l'antilope dal ciuffo; perciò se ne incontrano sovente piccoli branchi, composti di tre o di quattro individui: sono famiglie con un figlio, oppure due coppie che si sono associate, e che per qualche tempo hanno deciso di girare in compagnia. Se il tempo è bello quelle brigate ricercano le alture; la pioggia persistente le fa scendere nelle vallate. Nelle ore serali e mattutine le coppie si arrampicano sopra grossi massi, a preferenza sul culmine del monte, e colà appostate, con gli zoccoli stretti l'uno contro l'altro, se ne stanno lunghe ore immobili, simili a sentinelle. Finché l'erba è umida di rugiada, si aggirano tra i sassi; nelle ore del meriggio cercano ricovero sotto gli alberi oppure all'ombra dei grandi massi; a preferenza si adagiano sopra qualche rupe ombreggiata, d'onde possono con comodo sorvegliare i dintorni. Di quando in quando uno dei coniugi fa capolino dalla vetta più vicina per esplorare a sua volta il paesaggio. Ogni coppia si affeziona con grande tenerezza al luogo scelto per dimora: si alimenta di mimose e d'altre foglie, di erba, delle succose piante alpestri, che va a cercare nelle ore mattutine e in quelle della sera. Nell'intervallo si nasconde tra i cespugli di euforbie, oppure nell'erba alta attorno ai massi rocciosi, ed invano il cacciatore si affatica per scoprire la bestiola pressoché invisibile; mentre nelle ore del mattino e della sera, grazie alla stranezza del suo atteggiamento sopra i sassi più elevati ed anche alla limpidezza dell'aria, gli viene facilmente dato di vederla e di distinguerla da più di mezzo miglio di lontananza. Non si può dire che il Sassa sia veramente timido: tuttavia, questo deriva probabilmente dall'essere tormentato dagli abissini. Varie volte l'abbiamo visto da moderata altezza contemplarci pacatamente in fondo alla valle, sebbene fossimo proprio a tiro di fucile. Se ne stava immoto come una statua, ritto sopra una sporgenza della roccia, gli occhi fissi sopra di noi, le grandi orecchie sporgenti sul capo, senza dare altro segno di vita, tranne il girare ed il muovere queste orecchie. Era chiaro che non aveva ancora avuto da soffrire dagli uomini, poiché dappertutto dove fu esposto a persecuzioni, esso delude le astuzie del cacciatore, e scappa di botto almeno a duecento passi da lui. Il suono di uno sparo produce sull'animale un notevole effetto: se il cacciatore ha fallito il colpo, lo vede appena un quarto di minuto; dopo si è dileguato. Con la velocità dell'uccello, l'agile bestiola balza da una sporgenza all'altra sulla parete rocciosa più scoscesa e sull'orlo dei precipizi più spaventosi, salendo o scendendo con eguale leggerezza. La più lieve sporgenza le basta per puntare saldamente il piede; le sue mosse sono sicure quanto agili in ogni circostanza. Si ammira di più la forza delle sue zampe, quando il Sassa fugge verso la vetta: ogni muscolo è in azione, e il corpo sembra ancora più robusto; le forti zampe sembrano fatte di acciaio temperato. Ogni balzo solleva l'animale nell'aria: ora si presenta liberamente allo sguardo, ora sparisce tra le pietre o fra le piante alte un mezzo metro che rivestono i declivi. Esso corre con incredibile fretta: pochi momenti bastano per porlo oltre il tiro del fucile, lasciando il cacciatore spesse volte con tanto di naso. Ma talvolta avviene che si può seguirlo e sparargli una seconda volta. Nelle regioni dove le armi da fuoco sono poco note, ancora oggi, esse fanno all'inizio poco effetto sugli animali, e specialmente i sassa sembrano tanto avvezzi allo scoppio ed al rumore dei sassi che rotolano giù dal monte che appena badano al suo sparo. Il tempo del parto ricorre per il Sassa all'inizio della stagione delle grandi piogge, mentre fino a non molti decenni fa gli indigeni di alcune zone avevano la singolare credenza che il grido del Sassa facesse piovere. Quando infieriva la siccità, essi cercavano d'impossessarsi al più presto possibile di un sassa vivo e tormentavano la povera innocente creatura con ogni sorta di percosse, di pizzicotti, di punture, affinché le sue forti grida facessero venire la pioggia. In Abissinia non si tiene mai il Sassa in schiavitù, ma gli si fa la caccia per la sua carne, mentre con la sua pelle vengono confezionati cuscini, selle e simili.

GORAL (Nemorhoedus goral)

Appartenente al gruppo delle antilopi dell'India, ha la mole d'una capra. La sua lunghezza è di circa un metro e 20, la coda misura 10 centimetri, e col fiocco ne ha 20; l'altezza al garrese è di 70 centimetri. Le corna del maschio hanno circa 10 centimetri di lunghezza, sono brevi e tondeggianti; alla radice i due fusti stanno molto accostati, verso l'estremità si divaricano. Si possono ritenere come caratteri della specie: corpo compresso, con un dorso orizzontale e non inclinato, zampe esili e di mediocre lunghezza, collo anch'esso mediocre, capo breve, ristretto sul davanti, con grandi occhi ovali, orecchie lunghe e strette. Il corpo è rivestito di pelame breve; fitto, alquanto irto sul corpo e sul collo di color bigio o bruno-rossiccio sopra i fianchi ed anche di sotto, ad eccezione di una stretta striscia longitudinale sulla parte inferiore macchiettato di nero o di rossiccio, bianco sul mento, sulla gola e su una striscia che dietro la guancia scorre sino all'orecchio, poi nero lungo il dorso. Il Goral abita soltanto una piccola parte dell'Asia, principalmente il Nepal. Vive nelle giogaie di quella terra così ancora poco nota, più nell'alto che non nel basso. E' comune sulle scoscese falde che formano qua e là irti burroni. Si raduna in grossi branchi, mangia le varie erbe del monte e il fogliame degli alberi; al mattino si reca dal bosco nelle gole e alle sorgenti, e durante il giorno sale sempre più in su lungo il monte, tornando però al bosco la sera. I movimenti del Goral la cedono appena in velocità a quelli del saltarupe; gli abitanti del Nepal vedono in esso il più veloce degli animali. Timidissimo, pauroso, pronto a fuggire, dotato di sensi eccellenti, prudente, scaltro, si lascia difficilmente sorprendere e tanto meno inseguire. Perciò vive in grande tranquillità, e quasi senza molestia, nei suoi monti. I piccoli del Goral, se presi giovani, diventano facilmente mansueti, mentre i prigionieri più vecchi, anche col miglior trattamento, sono sempre ombrosi e selvaggi. Sono difficili da tenere prigionieri, perché, come gli stambecchi, si arrampicano sulle muraglie e riescono quasi sempre a scappare se non si usano speciali accorgimenti.

CAMOSCIO (Rupicapra rupicapra)

Alle antilopi esotiche possiamo aggiungere l'antilope nostrana, il grazioso e perseguitato figlio dei nostri monti: il Camoscio, che chiamiamo anche «Camozza». Esso rappresenta un genere proprio, i cui principali caratteri sono le corna dirette all'insù e ricurve all'indietro verso l'estremità; la mancanza di fosse inguinali e di ghiandole sopra le ciglia. Il Camoscio rassomiglia molto alla capra, da cui si distingue per la struttura breve, compressa, le zampe più robuste e più lunghe, il collo allungato, le orecchie aguzze, dirette in avanti, e per le sue corna. In lunghezza misura circa un metro, la coda sette centimetri; l'altezza al garrese è di 70 centimetri ed alla groppa qualche cosa di più; le corna sono lunghe 26 centimetri. Nei maschi le corna sono discoste tra loro, e sono anche più grosse che non nella femmina; del resto i due sessi sono perfettamente simili. A seconda delle stagioni si modifica l'abito del Camoscio. In estate il colore generale è bruno-rossiccio o rosso-ruggine, che passa al giallo-rosso chiaro sulla parte inferiore. Lungo la linea del dorso scorre una striscia bruno-nera la gola è fulva, la nuca bianco-gialliccia. Sulle spalle, sulle cosce, sul petto e all'inguine il colore generale passa al bigio-bruno cupo. La parte posteriore delle cosce è bianca, la coda bigio-rossa, nella parte superiore e nella radice, nella parte inferiore e nella punta. Dall'orecchio all'occhio scorre una fascia stretta, nericcia, che spicca decisamente sul color fulvo. Punti rosso-gialli si trovano all'angolo anteriore degli occhi, tra le narici e il labbro superiore. Durante l'inverno il Camoscio è di sopra bruno-scuro o di un lucido bruno-nero, bianco sul ventre; ha le zampe più chiare sotto che non sopra e più vicine al rosso; i piedi e la testa sono di un bianco-gialliccio, alquanto più scuro sul cranio e sul muso. I due pelami si trasformano tanto lentamente che i veri rivestimenti, estivo ed invernale, sono portati poco tempo nella loro purezza. I giovani sono bruno-rossi e di colore più chiaro intorno agli occhi. La vera patria del Camoscio sono le Alpi. Dalla Savoia esso scende a ponente sino al mezzogiorno della Francia, e nel meridione sino agli Abruzzi. Dal sud-est dei monti Dalmati passa in Grecia, dove si trova alle falde del Veluzi; al nord i Carpazi e soprattutto l'alta vetta del Tatra limitano il suo soggiorno. Si trovano inoltre camosci nel Caucaso, nella Tauride, nella Georgia e nella Slesia. Dappertutto dove esiste, il Camoscio abita le alte giogaie; durante l'inverno scende nelle vallate profonde della regione boscosa. Allo spuntar dell'alba se ne va pascolando sulle cime; verso mezzogiorno si adagia sull'orlo dei burroni, all'ombra di qualche masso o del fogliame dei bassi cespugli, si riposa alquanto e di nuovo risale pascolando verso le cime, cercando ancora una volta colà un luogo ove riposarsi e ruminare. Durante la notte si nasconde tra i dirupi ed i massi, nelle grotte e sotto le sporgenze; nel maggior caldo dell'estate preferisce i declivi occidentali e quelli settentrionali; nelle altre stagioni abita quelli esposti al mezzogiorno e quelli a levante. Anche nelle notti di luna pascola sulle rupi, perché non è affatto quell'animale interamente diurno come generalmente si crede. Come la maggior parte delle altre antilopi, il Camoscio vive solitario, fatta sola eccezione per il tempo in cui entra in amore. Allora si raduna in modo da formare branchi più o meno numerosi. Al tempo degli amori i vecchi maschi si uniscono alle vecchie femmine. Attualmente i branchi sono poco numerosi, anche nei luoghi dove il camoscio viene risparmiato. Nei movimenti i camosci possono gareggiare con gli arrampicatori che già conosciamo della loro famiglia. Sono arrampicatori snelli, abili saltatori, arditi e robusti montanari che si muovono nei luoghi più pericolosi, dove neppure una capra alpina oserebbe salire, e con sveltezza e sicurezza, e senz'altro bisogno tranne quello di cercare qualche pianta alpina che cresce lassù. Quando il Camoscio si muove lentamente, il suo incedere è goffo, pesante e tutto il suo complesso non ha nulla di bello; ma, svegliata la sua attenzione, indotto a fuggire, l'animale si trasforma tutto. Sembra più vivace, più ardito, più mobile, più robusto, e mentre se ne va, a rapidi balzi, svela in ogni suo movimento forza e grazia ad un tempo. Basta al Camoscio che una pietra si sia staccata da un muro, o che si presenti una piccola sporgenza, perché possa raggiungere la cima in pochi salti: prende perciò la rincorsa, e cerca di balzare su obliquamente. Corre sui massi più erti con la medesima sicurezza dei suoi affini di struttura e d'indole, e là ove si crederebbe impossibile che un animale della sua mole possa reggersi in piedi, esso corre con la rapidità del lampo. Balza con maggior facilità in su che non in giù, e posa con straordinaria cautela i piedi anteriori, nei quali ha una grande elasticità, affinché nessun sasso si distacchi. Anche pericolosamente ferito, corre nei posti più scabrosi, ed anche con una zampa rotta la sua agilità non scema gran che. Nelle sue temerarie gite, il Camoscio dimostra una straordinaria conoscenza dei luoghi. Si ricorda di ogni sentiero che abbia percorso, foss'anche una sola volta; conosce, per così dire, ogni sasso del suo dominio. Perciò si dimostra tanto sicuro nelle sue alte giogaie, mentre quando le lascia, appare in sommo grado impacciato. Il Camoscio è l'emblema della vigilanza: i suoi squisitissimi sensi lo servono per questo forse più di ogni altro animale. L'olfatto, la vista, l'udito, sono in esso egualmente sviluppati. Non mai dimentica la sua sicurezza; persino nel sonno i suoi sensi fanno il loro dovere. Per riposarsi, di rado si stende sul suolo; la sua abituale posizione è tale che all'istante può prendere la fuga. Volentieri il Camoscio si nasconde per riposare sotto un cespuglio, ma preferisce, tuttavia, una sporgenza rocciosa ove il dorso è coperto, i fianchi sono liberi e non ha in faccia il minimo ostacolo alla prospettiva. Il duce della schiera assume la guardia; ma alcuni dei più vecchi lo assistono. Senza badare all'allegra agitazione del suo branco, il capo pascola solo a qualche distanza, ad ogni momento si guarda intorno, si rizza fiuta e sbircia di continuo. Un cacciatore sotto il vento, anche se rimane immobile è scorto dal Camoscio ad una incredibile distanza. Abitualmente il nemico è scoperto in tempo, e ciò rende la caccia molto difficile e impegnativa. Appena i camosci sentono all'odorato un cacciatore, tutte le potenze visive ed uditive sono messe in opera per scoprire quel pericolo. L'orecchio e l'occhio gareggiano con il naso che fiuta. La scoperta del cacciatore dà un po' di calma, perché se lo sente senza vederlo, l'animale si dimena come pazzo, nell'impossibilità in cui si trova di determinare la vicinanza e l'esatta posizione del persecutore, e quindi di dirigere la sua fuga. Inquieti, i camosci corrono qua e là, o stanno raccolti insieme, stendendo il collo e sforzandosi di scovare il nemico. Ciò fatto, se ne stanno un istante a contemplarlo curiosamente: se non si muove, pure essi stanno fermi, ma appena questi fa un cenno, essi prendono la fuga nel modo ordinario e nella direzione di qualche ricovero loro noto e non molto distante. Quando il Camoscio che funge da capo avverte il pericolo, fischia come la marmotta, percuote il suolo con uno dei piedi anteriori, e fugge. Gli altri gli galoppano dietro. Il fischio o, per meglio dire, lo starnuto è un suono rauco, incisivo, alquanto cupo, che si sente da lontano. Da quanto precede risulta chiaramente che le facoltà intellettuali del Camoscio sono molto sviluppate. In ogni suo movimento, in tutto il suo essere, è facile riconoscere una notevole intelligenza. Il Camoscio, a dire il vero, non è pauroso, ma prudentissimo; esamina prima di agire, riflette, pondera, giudica. La sua memoria è eccellente: per parecchi anni si ricorda del luogo dove venne inseguìto e conosce molto bene quelli che lo tengono protetto e tranquillo. Diviene subito ardito e fidente nelle cosiddette montagne libere, o nei luoghi dove non si osa sparare sopra un camoscio. Là sembra disposto a fare amicizia con l'uomo; ma nei luoghi di caccia scansa quanto più è possibile il pericoloso nemico. Sa benissimo che qui gli sarà di gran nocumento, mentre là non gli può recar danno. In estate, il nutrimento dei camosci consiste nelle migliori piante alpine, soprattutto quelle che crescono presso il limite delle nevi; mangiano le giovani gemme, le rose alpine, persino i teneri rampolli delle conifere, vale a dire dei pini e degli abeti. In inverno debbono contentarsi della lunga erba che spunta sopra la neve, e di diversi muschi o licheni. Sono animali sobri, che possono digiunare a lungo; ma l'acqua per essi è una necessità, e il sale una particolare leccornìa. Quando il pascolo è buono, il Camoscio cresce visibilmente di peso e di circonferenza: diventa tanto grasso che lo riveste un fitto strato di lardo. Dopo il periodo degli amori dimagra, e quando cade la neve, ha molto da fare per procacciarsi il cibo. Allora deve scendere nei boschi e cibarsi dei lunghi licheni, che, a modo di barbe, pendono dai rami. In tale caso esso si mette al coperto sotto i larici e se ne va, appena la neve lo consente, lentamente da un albero all'altro. Talvolta, trova una vera benedizione celeste in quei fienili che si lasciano al l'aperto in certe località alpestri: branchi interi si raccolgono allora intorno a tanta grazia di Dio, e vi forano così grandi buchi da potersi riparare dalla bufera. Verso la fine dell'autunno ricorre il tempo degli amori; allora i vecchi maschi, che vivevano solitari, si uniscono al branco, dando inizio ad una vita allegra e spensierata. Per intere ore si può vedere un intero branco sollazzarsi con le più allegre capriole: se ne vanno lentamente lungo le sporgenze più strette, e gli innamorati maschi impegnano serie lotte. Spesso le cose volgono a male: ora uno dei campioni è balzato giù dal culmine, ora è gravemente ferito dal rivale più robusto che gli regala dall'alto in basso un violento colpo di corna da cui viene sventrato. I giovani fanno soltanto finta di battersi, esercitandosi così di buon'ora alle battaglie che sono una necessità dell'età. Se nel corso di tali aspri combattimenti compare all'orizzonte un uomo, la faccenda cambia subito aspetto: dal maschio più vecchio sino al più piccino si preparano alla fuga; ed anche se l'osservatore non si muove, l'allegra spensieratezza non torna più. Lentamente s'aggirano per il monte senza perdere di vista il possibile pericolo, poi l'intero branco si apposta sull'orlo dell'ultimo cornicione, sbircia di continuo in giù, e non cessa di muovere il bianco e lucente capo. In estate i camosci si rivedono raramente dove già furono spaventati, mentre d'inverno, quando sanno che gli uomini non osano tanto, essi scendono al galoppo giù per le falde alpine, e visitano i luoghi dove si trastullarono. Così, si alternano i sollazzi e i combattimenti per tutto il tempo dell'amore, finché i più forti riportano il premio. Le femmine seguono volentieri il maschio e vivono con esso sino all'entrare dell'inverno: allora tutti tornano al branco. Venti settimane dopo l'accoppiamento, abitualmente dalla fine di aprile a quella di maggio, le femmine partoriscono uno e talvolta due piccoli, sotto qualche sporgenza rocciosa asciutta e nascosta. Poche ore dopo la nascita il neonato segue la madre, e dopo due giorni e già press'a poco lesto al pari di essa. La madre tiene per sei mesi con sé il piccolo: attentissima ad esso e insegnandogli tutte le faccende della vita. Al contrario, il padre non si dà pensiero della prole, anche perché già da prima del parto la sua sposa si è appartata per conto suo, cercando un pascolo adatto al suo stato di gestante. Nel luogo prescelto conduce il suo piccolo, e belando gli impartisce tutte le istruzioni necessarie ad un camoscio, gli insegna ad arrampicarsi, a saltare, fa espressamente davanti ad esso parecchi salti fin tanto che il piccolo sia abbastanza lesto per eseguirli alla perfezione. Anche il figlio ha per la madre un infinito amore e non l'abbandona neppure morta. Più d'una volta i cacciatori hanno veduto giovani camosci, di cui avevano ucciso la madre, venire e rimanere presso di essa lamentandosi. Sono persino noti esempi di povere bestiole rimaste pacatamente accanto al cadavere della madre, e malgrado lo spavento che provavano e che davano a riconoscere dalla bocca spalancata e dai suoni rauchi e gementi che emettevano, si lasciavano portar via dal cacciatore. Del resto i camosci orfani sono adottati da altre madri che prodigano loro ogni cura necessaria. I neonati crescono molto rapidamente: nel terzo mese spuntano le corna, e nel terzo anno possono considerarsi adulti. I camosci presi giovani si addomesticano facilmente. Si nutrono con latte di capra, con erbe succose, con cavoli, rape e pane. Se si ha una capra di buona indole, le si può affidare una tale missione materna. I vivaci ed allegri figli del monte prosperano perfettamente allo stato di schiavitù: i giovani camosci hanno nel loro contegno molta somiglianza con le capre, e più ancora i piccoli che i vecchi. Giuocano allegramente con i capretti, con i cani sono scherzosi e sfacciatelli, seguono chi ha cura di essi, vengono con piglio confidente a domandare il cibo. Il loro istinto li spinge sempre in alto; i massi di pietra, le mura ed altre prominenze sono i luoghi che ricercano e dove stanno fermi per ore intere. Non diventano mai tanto robusti come i camosci che vivono allo stato libero, ma si trovano ugualmente bene in schiavitù. In alcuni, con l'inoltrarsi dell'età, appare talvolta una certa selvatichezza; allora fanno uso troppo frequente delle loro piccole corna. La loro sobrietà ne rende facile il mantenimento, e, quando sono vecchi, sono ancora meno schizzinosi per il cibo che non in gioventù. Non s'adattano a star rinchiusi in una stalla: a loro sono necessari spazio per muoversi, acqua fresca per bere e muri per saltare. Molti nemici, molti pericoli minacciano i camosci. L'uomo e i grossi carnivori non sono i loro unici avversari. Hanno da temere i massi che precipitano giù, schiacciando or questo or quello, ma anche le valanghe di neve che seppelliscono interi branchi. In verità, essi conoscono quei pericoli e cercano di scansarli: tuttavia, non sempre vi riescono. Fra i mammiferi, quelli che fanno guerra al Camoscio, sono la lince, il lupo e l'orso. Durante l'inverno la perfida lince lo insidia nei boschi solitari, ed il robusto lupo sa bene ghermire l'uno e l'altro quando scendono giù dalle loro alture. Ma i peggiori nemici sono quelli che volano per l'aria. L'aquila, l'avvoltoio degli agnelli, spiano i camosci che stanno tranquilli al pascolo, e come lampo precipitano giù dal cielo sereno sul branco attonito. La prima abbranca qualche piccolo prima che la madre lo possa difendere; l'altro spinge nel tremendo abisso anche gli adulti che pascolano tranquilli. Naturalmente, il nemico più agguerrito del Camoscio, come di tutti gli altri animali, è l'uomo. Egli insegue i fuggitivi sino alle vette più elevate, sin nelle gole più nascoste; egli li insegue sui sentieri più pericolosi, e trova un piacere infinito nel cacciare il piombo micidiale nel cuore dei poveretti. Se si leggono le antiche relazioni, veniamo a conoscenza anzitutto che i camosci dovevano essere allora assai più numerosi che non oggi. I geni della montagna avevano allora ancora il governo del gregge e potevano con la loro mano divina proteggere le perseguitate bestiole. Ma da quando l'arma da fuoco prese il posto della balestra, la loro potenza si dileguò, mentre i camosci sono diminuiti sempre più. La caccia al Camoscio non è affatto una di quelle della domenica; essa richiede uomini induriti, sobri, temprati alle variazioni della temperatura, familiarizzati con le montagne come col modo di vivere di quegli animali. Il cacciatore ha bisogno di una vista acuta, d'una testa che non conosca la vertigine, d'un corpo indurito, robusto, che sia capace di sopportare senza disagio l'inclemenza della regione delle nevi, di un coraggio temerario ed in pari tempo di un estremo sangue freddo, di un animo pieno di prudenza oppure capace di rapida decisione, e soprattutto di sani polmoni e d'una forza muscolare a tutta prova. Non soltanto deve essere buon tiratore, ma anche eccellente camminatore, e più agile della capra più snella. Talvolta il cacciatore di camosci deve prendere gli atteggiamenti più strani, sforzare all'estremo ogni membro del suo corpo, adoperare come leva groppa, gomito, denti, schiena, ginocchio, spalle, ogni muscolo del corpo insomma, per spingersi, per voltarsi, per tenersi, per portarsi avanti. I cacciatori si vestono per lo più d'un abito bigio molto caldo, si muniscono d'un carniere pieno di cartucce, di pane, di burro e di formaggio, con un fiaschetto di kirsch ed un poco di farina salata ed abbrustolita. Sono poi assolutamente necessari scarponi da montagna che non scivolino sullo specchio levigatissimo del ghiacciaio ed un eccellente fucile. Di sera, o prima dell'alba, al lume delle stelle, il cacciatore si mette in cammino per raggiungere allo spuntar del giorno il luogo frequentato dai camosci. Egli ha bisogno di conoscere a puntino i passaggi, i pascoli prediletti, i luoghi di rifugio della selvaggina; di essere familiare col vento ed i suoi tiri nelle montagne, di aver imparato a memoria, per così dire, tutte le particolarità degli animali. I camosci dei boschi sono più cauti ancora di quelli che abitano le vette, perché sono esposti a più frequenti contatti con l'uomo, ed hanno imparato a discernere quello che è sospetto da quello che non lo è. Generalmente, prima di andare alla caccia, il cacciatore ha esplorato i luoghi e ha interrogato i cortesi pastori della zona. Forse ha già spedito l'arma lassù per non dare nell'occhio. Già un'ora prima di raggiungere il luogo favorevole, scansa ogni rumore, ogni accento forte, e rimane quanto più può silenzioso durante le sue investigazioni. La caccia ha inizio da una delle Alpi superiori. Il cacciatore ne esce a mezzanotte, striscia spiando attentamente il vento sino al luogo frequentato dai camosci, e, se è lesto, può avvicinarsi carponi a 40 e persino a 20 passi dalle bestie che riposano. Colà giunto, sosta dietro un sasso, od un cespuglio, per aspettare che albeggi. Lentamente si rizza il condottiero del branco, e si stira; gli altri lo imitano. Il cacciatore sceglie allora la sua vittima, a preferenza qualche bel maschio robusto che si fa riconoscere dall'occhio esperto alle corna più grosse che si dirigono all'indietro. Se l'animale cade, tutto il branco si dà ad una precipitosa fuga nella direzione opposta, dopo di esser rimasto un istante compreso di stupore, guardando con inquietudine il fumo della polvere che s'innalza. La caccia alla battuta è ancora più sicura se si hanno buone indicazioni. In questo caso il cacciatore deve disturbare i camosci nel pascolo del mattino e spingerli lentamente all'insù. Egli conosce i sentieri, i passaggi dell'animale, e si apposta nei punti favorevoli, d'onde pensa di poter sparare sopra quelli che gli passano davanti. I buoni cacciatori seguono a miglia di distanza la loro selvaggina per intere giornate, e la spingono veramente davanti a sé. Debbono conoscere la montagna come gli stessi camosci, perché la loro sorte è una lotta continua fra la vita e la morte. Se riesce ad essi di spingere con indicibili fatiche la loro selvaggina in qualche stretta da cui non si possa svincolare, il bottino è generalmente ricco, anche se gli angosciati animali, dimenticando il loro timore dell'uomo, tornano ad un tratto indietro, passando nella fuga precipitosamente avanti al cacciatore. A tante fatiche, a tanti pericoli, che non sono qui tutti enumerati, per il cacciatore s'aggiunge il dispiacere di dover sovente aggirarsi nella montagna per giorni e settimane intere, senza vedere un solo camoscio; si aggiunge la meravigliosa tenacità di vita dell'animale, che spesso, malgrado le più gravi ferite, s'invola con tanta rapidità che sfugge al cacciatore, e che questi deve, per giorni interi, andarsene sulle sue piste, per trovare infine il suo bottino più che a metà divorato dalle aquile e dagli avvoltoi. Ma quando riesce, la caccia al Camoscio dà pure innumerevoli gioie. Già pregio dell'opera è l'allegro, libero spaziare sopra monti e valli, il senso d'intima contentezza svegliato nell'uomo dalla difficoltà vinta. Eppoi quale godimento offre l'osservazione! Ogni mossa è considerata, ogni particolarità del Camoscio è riconosciuta, e colui che ne ha visti già a migliaia trova sempre in quelli che osserva alcunché di nuovo, di interessante, qualcosa da potersene rallegrare. Quando la selvaggina è morta, il cacciatore la sventra, lega insieme i piedi, l'afferra per le corna, e con le zampe passate sulla fronte la porta a casa per i sentieri più pericolosi. Sull'utilità della pelle del Camoscio, conosciuta con il nome omonimo, non ci soffermiamo, perché è a tutti nota. Tuttavia, l'utilità della caccia non regge di fronte ai pericoli che essa comporta; ma l'uomo è fatto così: piuttosto che lasciare la caccia molti rischiano volentieri di dire addio alla vita. L'uomo che è abituato alla caccia del Camoscio quando torna dal suo viaggio, ci appare addirittura diverso nel carattere: le lotte incessanti col pericolo ed il bisogno, i lunghi agguati, i prudenti e lunghissimi preparativi del colpo finale, la risolutezza nell'afferrare il momento opportuno, tutto ciò ha un'influenza su di lui. Diventa silenzioso e chiuso, pieno d'espressione nelle parole e negli atti, moderato, sobrio, economo e paziente. Se non ci ha rimesso la pelle, per il cacciatore è forse questo il maggior utile ricavato dalla caccia al nobile e gentile Camoscio.

Il camoscio d'Abruzzo

I camosci nel loro habitat

ANTILOPE AMERICANA (Antilocapra americana)

E' un animale distinto sotto tutti i punti di vista, ed ha uno speciale carattere rispetto alla forma delle corna, tanto nella sua famiglia, quanto fra tutti gli altri ruminanti cornuti. Le sue corna sono divise a foggia di forca, almeno nella maggior parte dei maschi. Nella mole è quasi uguale al nostro capriolo: la sua lunghezza è di metri 1,47, di cui spettano al capo 29 centimetri e 18 centimetri alla coda. L'altezza alle spalle giunge a 75 centimetri, alla groppa è di 90 centimetri: le corna misurate in linea retta sono lunghe 23 centimetri e 28 misurate con la curva. Le forme dell'animale sono snelle: il corpo posa sopra alte zampe, e porta un lungo collo ed una testa piccola, alquanto aguzza. Il suo occhio grande, ombreggiato da lunghe ciglia, non ha lacrimatoio; l'orecchio è grande, affilato, il muso è peloso. Soltanto intorno alle narici ha una breve striscia nuda. Le corna nascono a 26 millimetri al di sopra degli occhi; si dirigono in su curvandosi dolcemente innanzi. Hanno una estremità a mo' d'uncino, fortemente ricurva, e nel mezzo della parte anteriore hanno un ramo compresso, largo, lungo 65 millimetri, che manca al giovane e non di rado anche all'adulto. Gli zoccoli sono aguzzi, fatti come quelli della pecora, l'unghia posteriore si vede soltanto nella parte interna. Il pelo è lungo, duro, e tanto irto che si rompe al minimo contatto, e, se vien sottomesso ad una pressione, può essere adagiato, senza riprendere la sua primitiva forma. E' fittissimo, ma non ricopre nessuna lanugine. E' breve sul naso e sulle orecchie, intorno agli occhi ed alle labbra; sulla parte posteriore delle cosce è più lungo che non sulle altre parti del corpo; è assolutamente nuda una striscia tra l'ano e la parte posteriore delle cosce. Secondo le stagioni è più o meno lungo, più o meno fitto. Il colore è piuttosto variegato: predomina il bigio-fulvo-rossiccio, che copre tutta la parte superiore; invece sono bianche le parti inferiori e la faccia interna delle cosce; nel la parte anteriore del collo e nella gola si trova una macchia bianchiccia che una fascia rossiccia separa dal petto che è bianco. La testa è disegnata graziosamente: la fronte e la regione oculare, una striscia che comincia dietro le corna e che scorre tra gli occhi e le orecchie, sono d'un giallo-fulvo-rossiccio, press'a poco color caffè e latte; i lati del capo, un margine largo circa un dito attraverso il labbro superiore, il labbro inferiore e la gola sogliono essere di un giallo-bianchiccio più chiaro; il naso invece è bruno-rossiccio carico, ed una striscia d'eguale colore scende d'ambe le parti sino alla fascia bianca che limita il labbro superiore; la fronte è bianca, mista di giallo-bruno, e sono pure d'un colore molto chiaro la regione dietro le orecchie e tutta la parte posteriore del capo. Le orecchie sono al di fuori rivestite di pelo d'un rosso-fulvo chiaro, che diviene scuro verso l'estremità. La parte interna è bianca. Gli zoccoli e le corna sono neri; la femmina, più piccola e più esile, è anch'essa provvista di corna, le quali, in verità, sono piccolissime, lunghe tutt'al più da 50 a 80 millimetri. L'Antilocapra è diffusa discretamente nel l'America settentrionale, ma il nord-ovest è la sua patria. I luoghi che predilige sono le ampie pianure, o praterie, ed in queste soprattutto le strisce aride e sassose, sebbene la si trovi pure nelle bassure scarsamente boscheggiate, o lungo le fertili sponde dei fiumi. Secondo il costume delle altre antilopi, essa forma dei branchi; i vecchi maschi sogliono isolarsi o tutt'al più si associano a pochi altri del loro sesso; le femmine, invece, ed i giovani formano veri branchi di trenta, quaranta, cento individui, più numerosi in autunno e durante l'inverno che non in primavera o nell'estate. Tali branchi sogliono abbandonare le pianure, dove sono molestati dai freddi venti, oppure la fitta neve rende loro difficile la ricerca del cibo, portandosi sulle giogaie poco elevate, le cui gole offrono loro pascoli riparati. Nell'inverno emigrano a grandi distanze; in primavera tornano in piccoli branchi al soggiorno estivo. Alcuni individui prendono generalmente dimora sopra le piccole colline, d'onde l'occhio può spaziare sopra le ampie distese. Là, nel percorrere le praterie, il viaggiatore li vede ritti, o, più spesso, sdraiati, premesso naturalmente che conosca i costumi di quegli animali e li sappia riconoscere, poiché, generalmente, l'Antilope americana vede il cacciatore prima d'esserne veduta. Tutti i cacciatori sono concordi nell'ammirare la velocità e la leggerezza di queste antilopi. E' vero che mancano loro, per farne il confronto, le altre specie della famiglia dai piedi leggeri, e quindi li possiamo compatire quando esaltano il kabri come il più veloce di tutti gli animali. Tuttavia, le antilopi americane sono effettivamente veloci: esse passano nella pianura come la bufera, e la loro velocità è congiunta ad una grazia e ad una leggerezza che meravigliano. La loro andatura è un passo lento pieno di dignità, il trotto è vivo e grazioso, il galoppo di una rapidità incomparabile. Corrono sulle colline salendo e scendendo con la medesima velocità, con la sicurezza che dimostrano in pianura, ed alzano così rapidamente le loro elastiche zampe che non si possono distinguere l'una dall'altra. Quando fuggono, sogliono trottare per trenta o quaranta passi a mo' del daino sollevando ugualmente tutte le quattro zampe. Dopo questo avviamento, esse allungano il corpo e percorrono in piena fuga parecchie miglia nel corso di pochi minuti. L'animale che guida la schiera, quando fissa l'uomo che s'inoltra, dirige le orecchie verso di lui, l'osserva attentamente, poi scalpita, nell'istante opportuno, fortemente sul suolo con una delle zampe anteriori e fa sentire un soffio sibilante acuto, come le altre antilopi. Questo è il segnale della fuga, la quale ha luogo subito, ed è continuata con instancabile perseveranza finché sia necessario. Talvolta, soltanto la curiosità, in esse innata, le spinge a tener gli occhi fissi sopra qualche oggetto che si avvicina, e sopra questa sua debolezza l'uomo astuto e lo scaltro indiano soprattutto fondano i loro perfidi disegni. Il tempo degli amori comincia in settembre. Per circa sei settimane i maschi si mostrano molto eccitati, e combattono con coraggio, quasi ferocemente. Se un maschio ne vede un altro passargli davanti, o per caso due s'incontrano, anziché salutarsi come due bravi parenti, si guardano biecamente, poi si precipitano l'uno sull'altro furiosamente a capo basso e la lotta comincia. Ognuno dei campioni regala all'altro, con una violenza e una rapidità straordinaria, cornate, sovente pericolose, sino a che l'uno o l'altro ne abbia il suo conto ed abbandoni il campo di battaglia. La femmina partorisce nel mese di maggio, al più tardi verso la metà di giugno. Per lo più sono due i piccoli, simili di colore ai genitori, e senza macchie; nel primo parto la giovane femmina ne ha raramente più d'uno. Per i primi giorni dopo la sua nascita, la madre non lascia il piccino e pascola accanto ad esso; ma quando il neonato ha compiuto due settimane, ha acquistato una forza ed una velocità bastanti per sfuggire con la madre all'inseguimento di un lupo, o di qualunque altro nemico quadrupede. Talvolta avviene che il lupo scopra qualche piccino nato da poco; allora la madre spiega un coraggio ammirevole in faccia al nemico; gli balza incontro, tenta di trafiggerlo con le brevi corna, gli vibra forti calci con le zampe anteriori, di modo che se il lupo non è dei più robusti, o se la fame non lo tormenta troppo, esso batte in ritirata. Quindi la madre cerca per sé e per il figlio un pascolo più tranquillo, ordinariamente al di sopra di qualche parete rocciosa, difficile a salirsi. L'erba breve e succulenta delle praterie costituisce il nutrimento principale dell'Antilocapra, che mangia, inoltre, muschio, ramoscelli e simili. Come la maggior parte dei ruminanti, gusta molto il sale puro e l'acqua salsa. Quando il pascolo è buono, è molto grossa all'autunno; ma nell'inverno ha spesso da soffrire grandi privazioni. La neve ricopre allora di 30 centimetri e più il suolo, e il povero animale si deve accontentare del più parco cibo. In quel tempo non è difficile impossessarsi di questi animali; un cacciatore munito di scarpe per la neve può senza molta fatica prendere vivo l'animale spossato. Si è ripetutamente tentato di addomesticare i prigionieri, ma pochi riescono a sopravvivere. I vecchi presi durante il rigore dell'inverno e nell'alta neve, lasciati liberi in un recinto, si dimostrano graziosi, quasi fidenti; ma soltanto per quel tempo in cui durano il loro spossamento e il loro timore: appena la fame si calma, rinasce in essi il desiderio della sconfinata libertà e ricompare la natia selvatichezza. Allora prendono a correre e a balzare come fuori di senno contro la cinta del loro carcere, infierendo in tal modo che non tardano ad uccidersi. Anche i piccoli, presi poco dopo la nascita, soccombono in capo ad una breve prigionia; ma se si dà loro come nutrice una capra di buona indole, riescono a sopravvivere, sebbene mai cessino di mostrarsi, alla fine, sempre desiderosi della libertà che in un recinto non possono godere. Si fa la caccia all'Antilocapra soltanto nei casi di bisogno, quando, cioè, manca la carne di bisonte, perché la sua non è eccessivamente apprezzata. Gli americani la disdegnano, anche se affumicata; tuttavia v'è qualcuno che la vanta e fa questione soltanto del modo come va preparata.

KUDU (Strepsiceros strepsiceros)

Quest'antilope forma con pochi altri animali il gruppo dei torticorni. Il Kudu è un'antilope grossa e maestosa: i maschi adulti misurano tre metri dal naso all'estremità della coda, lunga 45 centimetri. La femmina è molto più piccola. Ma non è la sola struttura che distingue quest'antilope, bensì le belle forme, le magnifiche corna e gli eleganti disegni del pelame. Nella conformazione del corpo il Kudu ricorda molto il cervo. Il corpo è compresso, il collo di media lunghezza, la testa piuttosto breve, larga alla fronte, aguzza al muso, il labbro superiore è peloso sino alla solcatura, gli occhi sono grandi, le orecchie oltrepassano in lunghezza la metà della testa. Le corna gli dànno un superbo ornamento: sono le più grandi che si vedano in una antilope. Già nei maschi d'età media, i singoli fusti misurano in linea retta, dalla radice all'estremità, più di 60 centimetri; nei vecchi raggiungono circa il doppio di tale lunghezza. Si capisce appena come possa l'animale portare un tal peso, o meglio come gli sia possibile, con corna siffatte, fuggire nel fitto bosco. Dalla radice le corna si dirigono di sbieco all'indietro e più o meno all'insù. In alcuni le corna sono divaricate alla cima fino a 90 centimetri. Il pelame breve, aderente, liscio, ruvido, si allunga sul culmine del collo e del dorso; il suo colore fondamentale è un bruno-bigio-rossiccio, difficile da descrivere. La parte posteriore del ventre e la faccia interna delle zampe sono d'un bigio-bianchiccio; la criniera del collo che si trova nei maschi è d'un bruno-scuro o nero; negli animali vecchissimi è d'un bianco-bigio lungo tutto il davanti del collo. La coda è bruno-scura di sopra, bianca di sotto e nera sul fiocco. Gli occhi sono circondati da cerchi rossicci. Sopra questo colore fondamentale spiccano vivamente strisce bianche, di cui alcune si biforcano. Esse scorrono ad intervalli uguali lungo i fianchi dal dorso in giù. Tra i due occhi si trova una mezzaluna di simile colore, volta verso la punta del naso. Nella femmina le strisce sono più deboli e più pallide; gli individui giovani ne hanno un numero maggiore di quello dei vecchi, che ne presentano tutt'al più otto o nove. Il Kudu abita esclusivamente i boschi, a preferenza quelli, in Africa tanto comuni, di piante spinose. Nell'Abissinia preferisce la montagna alla pianura, raggiungendo altezze che vanno dai 700 ai 2.500 metri sul livello del mare. Nel suo modo di vivere e nell'indole, il Kudu somiglia al nostro cervo. Esso percorre un territorio abbastanza esteso, e frequenta regolarmente i medesimi luoghi. Anche il comportamento e l'andatura ricordano il cervo: il primo è ugualmente altero, la seconda è ugualmente graziosa e misurata come nel cervo dei nostri boschi. Finché il Kudu non è disturbato, esso cammina lentamente lungo la falda, evitando accuratamente i cespugli spinosi e pascolando nei punti favorevoli. Le gemme e le foglie di vari cespugli formano una gran parte della sua alimentazione; pure non disprezza l'erba e per questo, specie di sera, se ne va nei posti verdeggianti del bosco. Se viene spaventato, trotta via con qualche difficoltà, e può fuggire veramente solo nei luoghi piani, sebbene anche qui la sua corsa non si possa definire molto lesta. Per non rimanere incagliato ad ogni passo nei boschi poco elevati, esso deve abbassare in tal modo le corna che la loro punta viene quasi in contatto col dorso. Prima di fuggire emette uno starnuto che s'ode da lontano, e talvolta anche un cupo belato. In Abissinia il tempo degli amori comincia verso la fine di gennaio. Verso sera, allora, si ode dall'alto il grido col quale il maschio sfida alla battaglia i suoi rivali. Del resto il Kudu non lascia perdere nessuna occasione. Il parto ha luogo all'inizio delle piogge, generalmente verso la fine di agosto; la gestazione dura dai sette agli otto mesi; raramente, dopo il parto, capita di incontrare un maschio in compagnia della femmina, giacché solo la madre nutre, protegge e custodisce il figlio. In tutte le regioni dove esiste, il superbo e bel Kudu è esposto ad una assidua caccia; la sua carne è eccellente, di sapore analogo a quello del nostro cervo. Il midollo dell'osso di quest'animale passa per una impareggiabile leccornia presso molte popolazioni dell'Africa meridionale. I cafri specialmente, quando hanno ucciso un kudu, non hanno nulla di più importante da fare che staccare la carne dalle ossa, rompere queste e succhiarne il midollo bell'e crudo così come si trova, malgrado esso non sia molto gustoso al palato e non venga considerato dagli stessi indigeni come una vera leccornia. Anche la sua pelle è molto stimata nel mezzogiorno dell'Africa, passando come impareggiabile per certi usi. I coloni olandesi la comprano a caro prezzo per farne delle fruste, od almeno il cosiddetto cordoncino, condizione necessaria per far scoppiettare una frusta. Inoltre, il cuoio serve per fare cinghie con le quali si cuciono insieme le pelli o si legano i pacchi; serve anche per fare delle coperte da sella, finimenti, scarpe, ecc. In Abissinia si concia la pelle, e con le corna, dopo che la putrefazione ha consumato il contenuto dei fusti, si preparano recipienti per conservare il miele, il sale, il caffè, e così di seguito. Il modo di dare la caccia al Kudu è lo stesso di quello usato per il cervo; solo che quest'animale si mostra ancora più prudente e, a chi non è fornito di buoni fucili a doppia canna fa sudare le proverbiali sette camicie prima di cadere vittima del cacciatore. Ma più che alla caccia in sé vogliamo qui accennare alla festa che si fa attorno al Kudu morto da parte degli indigeni. Appena l'animale cade ucciso, si accende un fuoco, mentre il fumo richiama i più lontani compagni. Molti si affaccendano a sbranare la preda, altri a mantenere il fuoco, in cui gettano, quando si è trasformato in un mucchio di carboni ardenti, delle pietre per farle arroventare. Intanto la selvaggina è già sventrata e squartata. Si forma con le pietre una specie di focolare, dove si stendono i pezzi staccati; poi, mentre questi si abbrustoliscono lentamente, la comitiva affamata si getta sulle ossa, ed ognuno succhia intorno al fuoco, piantando sull'arrosto sguardi cupidissimi, con le ossa fra le mani e i denti. Ancora sanguinolento, l'arrosto è tolto dalle pietre ed ingordamente trangugiato. Press'a poco nello stesso modo trattano la selvaggina gli abissini; con la sola differenza che questi non rosicano le ossa crude, né succhiano il midollo, ma, estraendolo dalle ossa frantumate, lo usano per ungere la carne.

ANTILOPE AZZURRA (Hippotragus leocophaeus)

Fra le antilopi che, a causa della colonizzazione del Capo di Buona Speranza, sono divenute molto rare, merita particolare attenzione l'Antilope Azzurra. Questa misura metri 1,80 in lunghezza e metri 1,20 in altezza; porta corna rivolte all'indietro ed un poco all'infuori in forma di sciabola, cerchiate da 20 a 30 volte e che, misurate nel senso della curva, vanno da 50 a 60 centimetri. Le forme dell'animale sono molto robuste, ma non prive d'eleganza. L'Antilope Azzurra è un animale forte, resistente, e questo conferma tutte le relazioni che abbiamo intorno al suo modo di vivere. Sul davanti e sui lati del collo i peli si allungano sensibilmente; lungo la linea superiore di questo fino al dorso si rizzano a foggia di pettine. Il colore è un bigio-argenteo-azzurrognolo, sul quale spiccano decisamente la regione facciale d'un bianco abbagliante, la parte inferiore del corpo e la faccia interna delle cosce. Le antilopi azzurre, come tutte le altre antilopi equine, al cui genere appartengono, abitano tutta l'Africa meridionale, fatta eccezione per la regione del Capo, dove sono state quasi interamente distrutte. Socievoli come le altre antilopi, esse vivono in piccole schiere di dieci o dodici individui al massimo. Ogni loro movimento dimostra forza e resistenza, e non meno delle congeneri sono favorite per squisitezza di sensi e per intelligenza. Una delle loro singolarità è che solo i maschi, e non mai le femmine, sono chiamati all'alto onore di capitanare la banda: il vigile duce annunzia il pericolo per mezzo di uno starnuto che fa raccogliere tutti intorno a sé, e ne segue una precipitosa fuga. Il tempo degli amori comincia quando terminano le piogge. Sarebbe questo un momento favorevole per fare delle cacce, ma appunto allora i maschi spargono un odore tanto penetrante che neppure un palato di ottentotto potrebbe mangiare della loro carne. La caccia a queste antilopi è difficilissima per la loro grande prudenza e per la loro velocità: in caso di pericolo, i maschi, prima di decidersi a fuggire, vanno arditamente contro l'avversario, adoperando a suo danno le poderose corna.

COBO (Kobus ellipsyprimnus)

Appartenente al gruppo delle antilopi acquaiuole, è un animale della mole di un cervo, che misura da metri 1,80 a 2 in lunghezza, ha la coda di 50 metri ed è alto, alla groppa metri 1,28. Le corna, distanti 30 centimetri al punto di massima curva, si avvicinano all'estremità sino a 20 centimetri, oltrepassando in lunghezza i 75 centimetri. Il pelame è bigio, ma la punta dei peli è bruna, e prima di essa sono cerchiati una o parecchie volte. Il giallo-rosso e il rosso-bruno dominano sulla testa, sul dorso, sulla coda e sulle cosce; le sopracciglia, una fascia stretta sotto le palpebre, il labbro superiore, il muso e i lati del collo ed una stretta fascia sulla gola, sono bianchi. Il pelo è duro; breve e folto sul capo, sulle labbra, sulla faccia esterna delle orecchie e delle zampe; altrove, invece, è lungo ed increspato. Le corna sono cilindriche, hanno alla base da 12 a 20 anelli ben distinti, e sono lisce alla punta. La femmina è di colore più sbiadito e di forme più esili. Il Cobo è una delle antilopi più massicce: la sua struttura è quasi tozza, sebbene non assolutamente priva d'eleganza. Le orecchie sono grandi e larghe, vivacissimi gli occhi e pieni d'espressione, riflettendo l'indipendenza, quasi la selvatichezza dell'animale. Quando pascolano, i cobi sembrano alquanto impacciati, ma, se si muovono, il complesso del loro corpo acquista in grazia e in maestosità: alzano il capo e presentano un aspetto intelligente e vivace. Se il capo della banda fiuta qualche pericolo, esso scappa al galoppo, e gli altri gli tengono dietro. Abitualmente la corsa si dirige verso il fiume, e, se gli animali sono veramente angosciati, si gettano giù nell'acqua d'un botto, sia pur essa un tranquillo stagno o un profondo e vorticoso fiume. Le antilopi acquaiuole sono avvezze a cercare un tal riparo contro le aggressioni del loro più terribile nemico, il leone, cui sfuggono, appunto, gettandosi in acqua. Per questo non si allontanano mai dalle sponde dei fiumi o dei laghi, e si alimentano delle piante acquatiche o di palude ed in parte dell'erba succosa, che si trova in ogni vallata dell'Africa meridionale. Generalmente, gli indigeni lasciano in pace le antilopi acquatiche, perché la loro carne è dura, filamentosa e d'un sapore caprigno, talmente pronunziato da renderla insopportabile.

Un cobo (Kobus defassa)

Un cobo (Kobus defassa)

ORICE LEUCORICE (Oryx leucoryx)

Più note delle antilopi acquaiuole sono quelle, già celebri da tempi remoti, che portano il nome di «orici». Rappresentante tipica di questo genere è l'Orice Leucorice, che è comunemente raffigurata negli antichi monumenti dell'Egitto e della Nubia. Nelle costruzioni della grande piramide di Cheope si vede il medesimo animale raffigurato sovente con un corno solo, il che diede argomento ad alcuni naturalisti di affermare che l'Orice ha dato occasione alla leggenda dell'Unicorno, mentre certamente il solo rinoceronte può essere riconosciuto nel Reem od Unicorno della Bibbia. Dell'Orice gli antichi narrano cose veramente meravigliose: assicurano che conoscesse tanto bene, quanto le capre, lo spuntare del Sirio che si mettesse in faccia a questa stella e la pregasse di intorbidare l'acqua (per questo era odiato dai sacerdoti dell'Egitto), che, infine, avesse il potere di cambiare dl corna a piacimento, portandone ora quattro, ora due soltanto, ed anche una sola. Passando dalla favolistica alla presentazione dell'animale, troviamo che l'Orice Leucorice ha lunghe corna che la distinguono nettamente dalle altre antilopi. Esse sono lunghe circa la metà del corpo; nei maschi robusti misurano oltre un metro, e sono cerchiate da 20 a 40 volte, grosse alla base da 45 a 54 millimetri, e quindi di uguale mole fino alla punta liscia, e qui solo più piccola. Alla radice stanno piuttosto vicine, poi si piegano all'infuori e all'ingiù con una dolce curva. Il pelame è breve, ruvido, liscio e aderente; si allunga alquanto solo sul dorso e sulla nuca. Il colore è giallo-bianchiccio, piuttosto uniforme, che si fa più chiaro sulla parte inferiore e sulla faccia interna delle zampe, passando al colore ruggine sul collo. Sul capo si trovano sei macchie d'un bruno-cupo: una tra le corna, due tra le orecchie, due tra le corna e gli occhi, e la sesta a mo' di striscia sul naso. I vecchi maschi giungono ad una lunghezza di almeno metri 1,80 ed all'altezza alla groppa di m. 1,20. Nell'indole e nel modo di vivere non si discosta dalle sue affini dell'Africa meridionale.

ADDAS DELLA NUBIA (Addax nasomaculatus)

Le antilopi addas si avvicinano molto alle orici. Le loro corna, leggermente ritorte in forma di vite o arrotondate a foggia di cetra, scannellate nella lunghezza, sottili e lunghe, sono l'unico carattere differenziale; né sono mancati i naturalisti che credessero di poter includere questi animali nella schiera dei precedenti. Sopra i monumenti egiziani l'antilope Addas della Nubia si trova varie volte rappresentata: le corna che adornano la testa degli idoli, dei sacerdoti e dei re dell'Antico Egitto sono conformi a quelle di questa antilope. L'Addas propriamente detto è più tozzo, più robusto della maggior parte dei suoi affini. Il suo corpo è compresso, notevolmente rialzato al garrese, tondeggiante alla groppa; la testa è allungata, larghissima posteriormente; le zampe sono forti e proporzionatamente robuste, le corna sono dirette in su e all'indietro, e fanno due curve, scostandosi gradatamente all'estremità. Dalla radice in su sono obliquamente cerchiate da 31 a 45 volte non molto regolarmente: nell'ultimo terzo sono diritte e perfettamente lisce. Il pelame è folto, breve, ruvido, ad eccezione di alcune parti del corpo. Alla radice delle corna ha un ciuffo che scende giù sulla fronte; dall'occhio alla nuca scorre una striscia di peli allungata, mentre la parte anteriore del collo è adorna di una criniera che ha circa 8 centimetri di lunghezza. Sul fondo bianco-gialliccio spicca vivamente il bruno della testa, del collo e della criniera; sotto gli occhi scorre una larga fascia bianca, mentre macchie di uguale colore si presentano dietro gli occhi e sul labbro superiore. Il fiocco della coda, alquanto lunghetta, è fatto di peli bianchi e bruni. Durante la fredda stagione il colore giallo-bianco passa gradatamente al bigio; nel maschio il pelo è più scuro e la criniera più grossa. L'Addas abita soltanto l'Africa orientale: s'incontra talvolta in numerosi branchi nella Nubia meridionale, specie nel Bolmida, e spesso in piccole famiglie. Vive nei luoghi sterili, dove non si trova una sola goccia d'acqua; è timido ed ombroso, come le altre antilopi, agile e resistente nella corsa, tuttavia esposto a molte persecuzioni. Fra gli animali, il licaone ed il caracal sono i soli che gli fanno paura; ma gli dànno assidua caccia i signori del paese. Gli indigeni, anzi, vedono in esso l'oggetto della più nobile caccia: lo perseguitano in parte per mangiarne la carne, in parte per mettere alla prova la velocità dei loro cavalli e dei loro veltri, oltre che per impossessarsi d'individui giovani che allevano. Nei giorni caldi i cacciatori muovono alla caccia con cavalli e cammelli. Un certo numero di questi ultimi porta le provviste di grano, di acqua e di foraggio necessarie per la schiera dei cacciatori, le tende, l'occorrente per l'accampamento, le donne e quelli che hanno meno interesse alla faccenda; gli uomini cavalcano superbi destrieri. Appena le antilopi si mostrano, si abbeverano i cavalli, poi ha inizio la caccia agli animali dal pie' veloce, finché, per la spossatezza, siano incapaci di andare oltre. I beduini sono i più zelanti per tale caccia: per essi è un virile esercizio, un gioco, un trattenimento quasi. Il valore dell'antilope non è neppure considerato; l'importante è di attestare la destrezza dell'uomo e la velocità del cavallo o del veltro. Giunti in prossimità delle antilopi, i servitori balzano giù dai cammelli o dai cavalli e stringono il muso dei cani che sono tenuti al guinzaglio, al fine di impedire loro di abbaiare. Si fa allora osservare agli intelligenti animali la preda che si trova ancora lontana, e ad un tratto si lasciano liberi: i valorosi veltri si lanciano, come saette, per la vasta distesa, e tutti i cavalieri li seguono, incitandoli con lusinghe e comandi: «O fratello, amico, signore, affrettati! Affrettati, tu dal piede leggero, tu nato dall'uccello, tu simile al falco, affrettati! Eccola là, mio diletto, corri, tu cui non si oltrepassa». Così la lusinga, la minaccia, la lode e il biasimo si alternano a seconda che il cane si accosti più o meno all'Addas, I migliori veltri sogliono raggiungerla dopo una caccia di dieci o quindici chilometri; gli altri hanno bisogno di trenta e talvolta anche di quaranta chilometri per ridurre la fuggitiva a sostare spossata. Al momento in cui il primo cane raggiunge la preda, la caccia diventa in sommo grado attraente e dilettevole: il nobile veltro si precipita sempre sull'animale più forte del branco, ma non ci va ciecamente; fa uso invece di molta cautela, dà prova di una insuperabile agilità, e d'una leggerezza veramente degna d'ammirazione. L'antilope cerca di sfuggirli, descrive curve a destra e a manca, balza indietro, scansa il cane. Questo le chiude ogni via e le si avvicina sempre più; infine essa si apposta e mostra le corna aguzze; ma poco le giova. Nell'atto in cui abbassa il capo per regalare un forte spintone al suo assalitore, questo le si lancia sulla nuca, e con pochi morsi la getta a terra, traforandole il cranio e le arterie. Quando la bestia è caduta, gli arabi accorrono con allegre grida, saltano giù dal cavallo e tagliano la gola alla vittima, esclamando: «Be ism lillahi el rachmalm, el rachilm Allahu alebar!» (In nome di Dio il misericordioso e clemente, Dio è sommo!), in modo che il sangue si sparga tutto come ordina la legge del profeta. Ma se temono di non giungere in tempo sul luogo dell'esecuzione, gridano da lontano ai cani le parole citate, nella ferma persuasione che da parte loro avrà luogo il sacrificio secondo la legge divina. Naturalmente, ora anche gli arabi si servono del fucile per uccidere la preda e per risparmiare fatica ai loro cani, tuttavia pretendono che lo sparo, grazie a quelle parole, adempia perfettamente la legge del profeta di Allah. Verso sera la caccia ha termine: uno dei cavalieri torna ai cammelli, o indica ai loro conducenti il luogo di riunione dove si vuol pernottare. Tutti si avviano al luogo indicato, ed una particolare allegria ed animazione dominano nelle tende. I cacciatori si nutrono delle loro prede. Presso molte tribù arabe si vedono in stato di schiavitù la gazzella e l'Addas, ed anche altre belle antilopi. La bellezza degli occhi di questi animali è tanto ammirata da quei popoli che le donne gravide sogliono tenere con sé gazzelle per comunicare al loro nascituro la bellezza di quegli animali. Sovente stanno a lungo sedute davanti ad essi, gli sguardi fissi sopra quegli occhi belli, passando le dita sopra i candidi denti e toccando dopo i propri, nonché recitando varie sentenze alle quali attribuiscono speciali virtù. Preferiscono le gazzelle; tuttavia in alcune tende si trova anche l'Addas. Attualmente l'Addas è discretamente rappresentato nei nostri giardini zoologici, dove vive abbastanza bene, riproducendosi anche, sebbene rimanga sempre nella sua indole tenacemente attaccato all'amore per l'indipendenza e la libertà.

L'antilope Addas (Addax nasomaculatus)

L'antilope Addas (Addax nasomaculatus)

CANNA O ELANO (Taurotragus oryx)

E' la rappresentante di una specie che rappresenta l'anello di congiunzione tra le Antilopi e le Bovine. Ha una lunghezza di circa 2 metri e 70 centimetri, con una coda lunga oltre 45 centimetri; al garrese è alta circa 2 metri; il suo peso può raggiungere 350 o 400 chilogrammi. Il suo colore si modifica secondo l'età: i maschi adulti sono sul dorso di un colore bruno-chiaro o bigio-gialliccio, sparso di rosso-ruggine; sui fianchi esso è bianco-gialliccio, come pure sotto e sulla faccia esterna della parte inferiore delle cosce; il capo è bruno-gialliccio-chiaro, mentre la criniera della nuca ed un ciuffo di peli sotto il collo sono bruno-giallicci o bruno-rosso-scuri. Ancora oggi quest'antilope gigantesca si trova nella maggior parte dell'Africa meridionale, nel paese dei cafri, degli ottentotti e dei boscimani, ad est della regione del Capo ed in una gran parte dell'Africa meridionale. Le Canna, come tutte le antilopi alcine, al cui genere appartengono, hanno nel fare molta somiglianza col bue. Trottano in masse compatte, ed in linea retta, né si peritano di correre addosso all'uomo, che deve affrettarsi a far loro largo se non vuole essere rovesciato ed orribilmente conciato a furia di cornate. Dove hanno imparato a conoscere l'effetto delle armi da fuoco sono timide, e le femmine e i piccini, soprattutto, scappano, appena vedono un uomo. I vecchi maschi sono troppo grassi per poter fare altrettanto, e quindi rimangono in pianura, dando sempre un gran da fare al cavallo da caccia più svelto, prima di arrendersi spossati. Il tempo degli amori per questi animali non ricorre in periodi determinati, mentre la gestazione è di 282 giorni, dopodiché la femmina dà alla luce uno o due piccini, che cura e protegge con grande amore.

NILGAU (Boselaphus tragocamelus)

E' un'antilope che vive in India, conosciuta in Europa appena due secoli orsono. Il Nilgau è, tanto per la forma quanto per il colore, una delle più distinte specie della grande famiglia delle antilopi: sembra stare in mezzo tra il cervo e il bue. Il capo, il collo, le zampe sono brevi, mentre le altre parti del corpo ricordano il toro. Il corpo è poco allungato, piuttosto massiccio, più alto al garrese, col petto più robusto e più largo che non la parte posteriore; sulle spalle ha una piccola gibbosità. Il collo è di mediocre lunghezza, la testa è esile, stretta, debolmente ricurva alla fronte, larga al muso, con ampie radici molto fesse, labbro superiore villoso, occhi di media grandezza, vivaci, lacrimatoi piccoli, ma profondi, orecchie grandi, lunghe e ritte, corna coniche, curve a foggia di mezzaluna, che sono comuni ad ambo i sessi, ma più brevi nella femmina che non nel maschio; hanno soltanto 18 centimetri di lunghezza, sono grosse alla radice e lievemente carenate sul davanti. Le zampe sono corte e relativamente forti; i piedi hanno grossi e larghi zoccoli ed unghie posteriori appiattite ed ottuse. La coda scende sino all'articolazione del garretto, ed è coperta ai due lati ed all'estremità da lunghi peli, che si accorciano di sopra in modo che abbia l'aspetto di una penna con la canna di grossezza uniforme. La femmina ha due paia di capezzoli. Il corpo è rivestito di un pelame breve, aderente, liscio e fitto; sulla nuca si allunga in una criniera che sta ritta, mentre sul collo e sotto la gola forma un ciuffetto che scende molto in basso. Il colore generale è cinerino e bruno-cupo, con una lieve sfumatura di azzurro. La parte anteriore del ventre, le zampe anteriori, la faccia esterna delle cosce posteriori sono d'un bigio-nericcio; le zampe posteriori sono nere, bianche invece la parte posteriore e media del ventre e la faccia interna delle cosce. Due fasce trasversali del medesimo colore scorrono alla radice del piede, circondando il pasturale come un anello; sulla gola si trova una gran macchia a mezzaluna. Il cranio, la fronte, la criniera della nuca e il ciuffetto del collo sono nericci. Questo animale abita l'India orientale, il Cashemir e soprattutto la striscia del paese tra Delhi e Lahore. Sulle coste è raro, nell'interno numeroso. Vive abitualmente in coppie, per lo più sul margine delle giungle, nell'interno delle quali non s'azzarda di penetrare, per timore delle tigri. I maschi in soprannumero vivono solitari e si azzuffano accanitamente coi loro simili per la conquista delle femmine. Il Nilgau è assai più risoluto e maligno dei suoi affini: inseguìto, si rivolta furiosamente contro il cacciatore, si abbassa sulle ginocchia piegate, striscia per qualche passo, poi balza contro il nemico con la rapidità del lampo, mandando cupi ruggiti, e tenta di ferirlo pericolosamente, rialzando in fretta la testa e le corna. Nello stesso modo combattono tra di loro i maschi per motivi di amore, e molti di essi cadono uccisi per effetto di poderosi colpi di corna. Allo stato di schiavitù, invece, si mostra presto addomesticato e mansueto, ma non conviene mai prestargli molta fiducia, specialmente quando è in calore. I movimenti del Nilgau hanno qualcosa di singolare per gli strani atteggiamenti che l'animale prende: abitualmente, il suo passo somiglia a quello delle altre antilopi, ma, appena è alquanto irritato, incurva il dorso e ritrae il collo e striscia lentamente, guardando intorno a sé con biechi sguardi e con la coda tre le zampe. Nella fuga, invece, ha un contegno altero, dignitoso, e, quando alza verticalmente la coda, prende un aspetto meraviglioso. Il Nilgau passa il giorno nascosto nelle foreste; poi, dopo il tramonto e nelle prime ore del giorno, se ne va in cerca di cibo, ed è cordialmente odiato nelle regioni coltivate, a causa dei grandi danni che cagiona. Prima di mangiare, fiuta accuratamente ogni cosa, sceglie attentamente le piante, e per questo fatto si rende assai molesto. La caccia al Nilgau viene fatta con grande passione dagli indiani, mentre i signori del luogo sogliono chiamare numerose schiere di uomini, cui dànno l'incarico di perlustrare ampie distese, per snidare e convogliare verso i cacciatori la selvaggina. Sin dai tempi più remoti, del resto, i sudditi indiani si ricoprivano di onore nel portare ai loro padroni il Nilgau prigioniero.

ANTILOPE QUADRICORNE (Tetraceros quadricornis)

Nei ruminanti addomesticati se ne trovano alcuni che portano quattro, persino otto corna; ma essi non formano una specie particolare, bensì sono da considerare come straordinarie eccezioni. All'infuori dell'Antilope Quadricorne, nessun altro ruminante presenta una siffatta escrescenza cornea. Quest'antilope è una piccola e graziosa bestiola, che misura in lunghezza 70 centimetri, 13 centimetri alla coda e 52 all'altezza del garrese. Le corna anteriori si trovano al di sopra dell'angolo anteriore dell'occhio, e sono alquanto inclinate all'indietro; l'altro paio sporge al di sopra dell'angolo posteriore dello stesso, si inclina nella metà inferiore all'indietro e si ricurva in su in quella superiore. Sono cerchiate alla base, lisce e tondeggianti alla punta. Grandi orecchie tonde, lacrimatoi allungati, naso largo e nudo, zampe snelle e pelo ruvido, che è bruno-fulvo al di sopra, bianco al di sotto, e più chiaro nella femmina che non nel maschio, concludono la descrizione dell'animale. Queste antilopi vivono in discreto numero in India, ma, a causa della loro grande timidezza, sono assai difficili ad essere osservate allo stato libero. Vi abitano le colline e le località boscose. Allo stato di schiavitù i maschi si mostrano assai eccitati, soprattutto al tempo degli amori, tanto che senza ragione alcuna, vale a dire anche senza essere aizzati, si precipitano con violenza sugli altri animali domestici, ed aggrediscono pure i custodi con cattive intenzioni.

CAAMA (Alcelaphus caama)

Quest'antilope eguaglia il cervo in grandezza, ma è di corporatura più tarchiata ed ha una testa così brutta che alcuni naturalisti le hanno dato il nome di «testa d'alce». Il dorso più grosso, con la gibbosità piuttosto sporgente sul garrese, ma più di tutto le corna dirette in su, ricurve a mo' di cetra e ad un tratto volgentisi indietro in angolo ottuso nel loro ultimo terzo, distinguono questa specie dalle altre, facendola facilmente riconoscere. Il colore fondamentale è un bruno cannella chiaro, piuttosto vivo, che sulla fronte passa al nero, mentre sulla parte posteriore del ventre, sulla faccia interna delle zampe e delle natiche tende al bianco. Dalla parte posteriore del collo scorre una striscia nera sino al garrese, e due altre scendono dalla fronte al naso. I maschi adulti misurano metri 2,10 circa. Le corna, con la curva, sono lunghe circa 60 centimetri. La femmina si distingue dal maschio per la minor mole, per le corna più brevi e più sottili e per il colore più scuro; i piccoli, invece, sono di un bruno-giallo uniforme. Il Caama abita, oltre al Capo - dove è molto ridotto di numero per l'accanita caccia cui è sottoposto - anche l'Africa meridionale. Ama le solitudini e si trova anche nelle regioni più infeconde. Ordinariamente, si trova in branchi da 6 a 8 individui, e in certi tempi migra in numerose schiere, che possono raccogliere da duecento a cinquecento individui. Quest'antilope è una selvaggina assiduamente inseguita, perché è un animale dai movimenti pesanti e impacciati, sebbene non manchi di dar da fare al cacciatore, una volta che ha preso il trotto. Il Caama ha olfatto fine e vista acuta, il che ne rende difficile la caccia. In caso di pericolo, il duce del branco prende ciecamente la fuga, e dietro di esso se ne vanno in fila compatta tutti gli altri. Finché è illeso, il Caama fugge, ma, se si vede ferito o messo alle strette, compie un improvviso voltafaccia, precipitandosi come toro furioso sopra il suo avversario. Durante il tempo degli amori i maschi affrontano sovente terribili zuffe tra di loro, divenendo pericolosi anche per quelli che non vi partecipano. La femmina partorisce un solo figlio, che segue subito la madre e rimane con questa sino al successivo periodo degli amori. La carne, la pelle e le corna servono a vari usi: la prima, tagliata in lunghe fette, viene fatta essiccare all'aria per essere poi mangiata più tardi; la pelle serve per fare coperte, oppure, se conciata, cinghie e bardature di cavalli; le corna sono trasformate in diversi oggetti, grazie alla loro lucentezza.

GNU (Connochaetes taurinus)

E' l'ultimo ruminante che presentiamo della numerosa famiglia delle antilopi; strana creatura che sta tra l'antilope, il bue e il cavallo, vera caricatura delle belle ed eleganti forme che abbiamo imparato a conoscere. Quando per la prima volta si guarda uno gnu, si rimane per un pezzo nel dubbio rispetto all'essere che si ha sotto gli occhi. Questo animale ha l'aspetto di un cavallo con le unghie aperte e con la testa di un toro, e con il suo fare prova che tutto il suo essere è in perfetto accordo con tale ibrida forma. E' impossibile definire lo Gnu un bell'animale, sebbene possa sembrare elegante la struttura di alcune parti del suo corpo. Lo Gnu dei coloni olandesi ha la mole e la forma di un puledro di un anno, corna grosse e ricurve, coda di cavallo, criniera che sta ritta, e singolari fiocchi di peli sulla fronte e sul petto. Il colore è uniformemente bigio-bruno, più chiaro in alcune parti, più scuro in altre, tendendo talvolta più al giallo o al rossiccio, talvolta più al nericcio. La criniera nella nuca appare bianchiccia; i peli sono bigio-bianchi nella radice, neri nel mezzo, rossicci nella punta. I peli della coda sono bruno-bigi alla radice, bianchicci all'estremità, almeno quelli del fiocco. La criniera sul petto e sul collo è bruno-bigio-scura, bianchiccia è la barba del mento, bruni sono i ciuffetti sul naso e sotto gli occhi, mentre le setole intorno agli occhi e i mustacchi sono bianchi. Tanto il maschio che la femmina hanno le corna. Queste, piatte e lisce, s'incurvano all'indietro e all'infuori. Gli individui adulti oltrepassano in lunghezza metri 2 e 20 centimetri, di cui la coda senza fiocco ha 45 centimetri, e, con il fiocco, da 60 a 90 centimetri. L'altezza al garrese è di oltre un metro. La femmina è più piccola e ha le corna più esili. Attualmente, lo Gnu è poco comune nelle regioni del Capo, specie da quando vi hanno messo piede gli europei. Esso non è un animale che emigra, perché, anzi, non abbandona il posto neppure se è perseguitato da un gran numero di cacciatori. Descrivendo infiniti circoli, spiccando i salti più strani e più notevoli, queste bizzarre antilopi dallo strano aspetto si aggirano intorno ai cacciatori; mentre questi si dirigono verso l'uno o l'altro per colpirlo, l'animale gira intorno al branco e torna al punto dove il cacciatore cavalcava pochi minuti prima. Talvolta, si vedono maschi solitari, ed in piccoli branchi di 4-5 individui, stare per mattinate intere a qualche distanza sulla pianura, osservando con occhio fisso i movimenti degli altri animali, ed emettendo un brontolio sbuffante ed un soffio acuto, breve, singolare. Appena un cacciatore si avvicina ad essi, cominciano a dondolare di qua e di là la bianca coda, poi spiccano un gran salto, s'inalberano e trottano via l'uno dietro l'altro con la maggiore velocità. Ad un tratto sostano, e talvolta due di essi impegnano una tremenda lotta. Correndosi contro con violenza, precipitano in ginocchio, di nuovo si rialzano d'un balzo, corrono in circolo dondolando la coda in un modo stranissimo e pigliano a correre a precipizio per la pianura, ravvolti in una nuvola di polvere. I movimenti dello Gnu sono rapidi, arditi, pieni di fuoco e d'indipendenza. Manifesta una voglia, un gusto per i sollazzi che non mostra nessun altro ruminante. Se poi si tratta di una seria lotta, i maschi mostrano il medesimo valore dei caproni. La loro voce ricorda il muggito del bue. Questi animali hanno sensi eccellenti, specie la vista, l'olfatto e l'udito; le loro facoltà intellettuali sembrano invece assai limitate. L'utilità che si ricava dallo Gnu morto è la medesima di quella che si ha dalle altre selvaggine dell'Africa: se ne mangia la carne, che è tenera e succulenta, con la pelle si fa il cuoio, mentre con le corna si fanno manichi di coltello ed altri oggetti.

CAPRE

Le Capre sono ruminanti di mediocre mole. Il loro robusto e tarchiato corpo posa sopra quattro forti zampe non molto alte; il collo è compresso, la testa relativamente breve, larga alla fronte, gli occhi sono grandi e vivaci, le orecchie ritte, strette ed aguzze, mobilissime. Le corna, ornamento d'ambo i sessi, sono quadrangolari, tondeggianti, oppure piane, distintamente nodose a seconda dell'età; s'incurvano in una direzione semi-circolare all'indietro, e si voltano ancora a foggia di cetra verso la punta. Nei maschi sono molto più pesanti, in generale, che non nelle femmine. I lacrimatoi mancano sempre: la femmina ha due capezzoli. Il mantello ha due sorta di peli: la lanugine fina è ricoperta di ruvido pelame. In alcune specie i peli sono fittissimi e aderenti, in altre si allungano in alcune parti a guisa di criniera, e nel maggior numero formano al mento un lungo pizzo. Il colore del pelame è sempre scuro, di color terra o di sasso, bruno o bigio. In origine, le Capre abitavano l'Asia centrale e quella meridionale, l'Europa, l'Africa settentrionale del nord. Oggi alcune specie sono diffuse sopra tutta la Terra. Sono generalmente abitatrici delle montagne, specie di quelle alte, dove ricercano i luoghi più solitari, meno frequentati dagli uomini. Per dimorarvi scelgono i luoghi soleggiati con pascoli secchi, i boschi radi, le brughiere e le falde, come pure gli spigoli nudi e le rocce che si drizzano al di sopra delle nevi e dei ghiacciai. Nell'inverno scendono più in basso nelle valli rispetto all'estate. Tutte sono socievoli. Sono animali mobili, vivaci, inquieti, intelligenti, astuti. Corrono e balzano senza tregua e se ne stanno tranquilli ed immobili solo quando ruminano. Soltanto vecchissimi maschi, espulsi dal branco, vivono solitari, altrimenti stanno fedelmente uniti ai loro compagni. Sono in attività notte e giorno, sebbene preferiscano il giorno. Le loro qualità si manifestano in ogni occasione: sono agilissime nell'arrampicarsi e nel saltare, dimostrando in ciò un coraggio, una risolutezza ed uno spirito di calcolo che veramente fanno loro molto onore. Camminano con piede sicuro nei passi più sdrucciolevoli delle montagne, si posano senza soffrire di vertigini sulle più acuminate vette, e guardano con indifferenza il tremendo abisso sottostante; mentre pascolano con una temerarietà senza pari nei luoghi più scoscesi. Hanno una forza relativamente straordinaria ed una meravigliosa resistenza. Con tali qualità sono adattissime ad abitare il più povero territorio, in cui ogni fogliolina, ogni filo d'erba deve essere conquistato a prezzo di lotte e di pericolo. Scherzevoli tra di loro ed amanti del sollazzo, si dimostrano anche caute ed ombrose dinanzi ad altri esseri e fuggono, generalmente, al più lieve fruscio sebbene non si possa veramente asserire che sia la paura che le consiglia a fuggire, poiché in caso di bisogno combattono coraggiosamente e con una certa voluttà. Le piante montane più saporite d'ogni sorta formano la loro alimentazione: sono abbastanza ghiotte per volere le migliori, e sanno trovare benissimo i luoghi dove il pascolo è buono; per questo amano viaggiare dall'uno all'altro luogo, spesso a parecchie miglia di distanza. Tutte, le specie amano molto il sale, e visitano assiduamente i luoghi dove può trovarsi questa loro prediletta ghiottoneria. Hanno bisogno di acqua, e perciò fuggono i luoghi dove non si trovano né sorgenti né ruscelli. I sensi più elevati sono in essa sviluppati: vedono, odorano bene, ed alcune specie da distanze veramente incredibili. Le loro facoltà intellettuali, come già abbiamo accennato, sono abbastanza elevate: si possono considerare come animali svegli ed intelligenti. La loro memoria, in verità, non è molto notevole; ma sanno presto mettere a profitto le lezioni dell'esperienza, scansando allora con molta scaltrezza e con astuzia i pericoli che le minacciano. Alcune specie sono capricciose, altre sono cattive. Il numero dei loro piccoli varia da uno a quattro. I capretti nascono ben sviluppati e con gli occhi aperti, e dopo pochi minuti sono in grado di seguire la madre. Le specie selvatiche corrono sin dal primo giorno della loro vita sulle montagne con tanta arditezza e sicurezza come i loro genitori. Con ragione possiamo dire che tutte le capre sono animali utili: i danni che cagionano sono tanto minimi che meritano appena che se ne parli, mentre l'utile è notevole, specie in quelle località dove la Capra serve a trar profitto da terreni che senza di essa sarebbero inutili. Le deserte giogaie del mezzogiorno del nostro continente sono letteralmente coperte di branchi di Capre che vanno a pascolare l'erba sotto certi pendii, dove nessun piede umano potrebbe posarsi. Delle specie selvatiche come di quelle domestiche si può utilizzare quasi tutto, carne e pelle, corna e pelame, mentre le Capre domestiche non sono soltanto le amiche più care del povero, ma nel sud anche fornitrici esclusive di latte. Le specie che compongono la famiglia delle capre sono numerosissime, ed ancora oggi i naturalisti non sono perfettamente concordi sul numero di esse, soprattutto a causa della forte somiglianza che esiste fra molte specie. Noi presenteremo quelle più note e più importanti di esse.

STAMBECCO (Capra ibix)

E' una superba, maestosa, magnifica creatura, di metri 1,30-1,50 di lunghezza, con un'altezza dai 60 ai 90 centimetri, e del peso che va dai 75 ai 100 chilogrammi. Tutto il complesso dell'animale ha un aspetto di forza e di resistenza: il corpo è forte e compresso, il collo di media lunghezza, la testa relativamente piccola, molto arcuata sulla fronte; le zampe sono robuste, di media altezza, le corna sono maestose. Occhi vivaci e di media grandezza dànno allo Stambecco un aspetto intelligente ed ardito, mentre la sua intera vita conferma e giustifica questa nostra opinione. Il pelame è ruvido e folto e differente secondo la stagione; d'inverno è più lungo, più ruvido, più increspato e meno lucido; d'estate è più breve, più fino, più lucente. Durante l'inverno è misto di una folta lanuggine, la quale cade con il sopraggiungere del caldo. Sotto il mento nei maschi adulti, i peli si allungano, senza formare un vero pizzo, come spesso si nota in antiche e cattivissime stampe, poiché quei peli non superano mai la lunghezza di 5 centimetri e sovente mancano del tutto. Del resto il pelo è pressoché di uniforme lunghezza. Anche il colore è uniforme, sebbene alquanto vario a seconda dell'età e della stagione. In estate domina il bigio-rossiccio, in inverno il bigio-gialliccio, o fulvo. Il dorso è poco più scuro della parte inferiore; la fronte, il naso, il dorso, la gola sono di un bruno-scuro; nel mento, davanti agli occhi, e dietro le narici, il colore è più fulvo; l'orecchio è all'esterno bruno-fulvo, bianco all'interno. Sulla parte inferiore, sul petto, sulla parte anteriore del collo e nell'inguine il colore è più chiaro che non sugli altri punti, mentre sulle zampe il colore passa al bruno-nero. Il ventre è bianco, la coda bruna di sopra, e d'un bruno-nero all'estremità; sui lati delle zampe posteriori scorre una striscia longitudinale più chiara, di un fulvo-bianchiccio, mentre, con l'inoltrarsi dell'età, il colore si fa sempre più uguale. Le corna, comuni ai due sessi, sono nel maschio adulto di una grossezza e di una robustezza estreme: s'incurvano semplicemente all'indietro a foggia d'arco o di semicerchio. Alla radice, dove sono più grosse, si presentano vicinissime, poi si allontanano, assottigliandosi gradatamente sino all'estremità. Il loro diametro forma un rettangolo, soltanto di poco rientrato all'indietro, che si fa piano verso la punta. I cerchi di cui sono ornate sporgono, principalmente sulla superficie anteriore, in forti protuberanze rilevate, nodose, e scorrono anche sui lati delle corna, dove però non sporgono come davanti. Alla radice e verso la punta gradatamente diminuiscono. Le corna possono giungere alla lunghezza di circa un metro ed al peso da 7 sino a 15 chilogrammi. Le corna della femmina somigliano di più a quelle della capra domestica che non a quelle dello stambecco maschio: sono relativamente piccole, quasi tornite, rugose trasversalmente e semplicemente ricurve all'indietro. La loro lunghezza negli individui adulti non è mai superiore a 15-18 centimetri. Già nel primo mese della sua vita, nel giovane Stambecco spuntano le corna; in un maschio di un anno sono ancora brevi monconi, che presentano, al di sopra delle radici, fusti ricurvi e bernoccoluti, nelle corna del maschio di due anni si riconoscono già 2 o 3 rigonfiamenti nodosi; a 3 anni le corna misurano 45 centimetri di lunghezza e presentano molti nodi che vanno sempre crescendo, mentre negli animali vecchi giungono a 24. Lo Stambecco è veramente la capra più perfetta: fa parte della selvaggina nobile. Questo animale abita le giogaie dell'Antico Continente, e si mostra adatto a vivere in alture dove altri grossi mammiferi intristirebbero. Pochi ruminanti seguono gli stambecchi in quei tratti elevati dove s'aggirano tutto l'anno. In verità, non è così dappertutto, perché, delle specie che vivono in Europa, parecchie si trovano ad altezze inferiori, ma tutti evitano accuratamente la vera pianura. Con tale modo di vivere è facile comprendere che lo Stambecco ha una limitata diffusione. Per lungo tempo, anzi, si è creduto che il nostro bell'animale fosse del tutto scomparso, perché erano trascorsi molti anni senza che se ne vedesse almeno uno. Il timore non era fondato, perché fortunatamente la superba selvaggina abita ancora le nostre montagne, sebbene il suo numero sia molto scemato. Gli stambecchi vivono in piccoli branchi: i vecchi maschi, sempre di cattivo umore, ne vengono espulsi. Di giorno, giacciono o stanno immobili, talvolta, per molte ore nel medesimo posto, per lo più sopra sporgenze delle rupi, dove hanno il dorso coperto e l'occhio può spaziare liberamente. Di notte, il branco scende nei boschi montani per pascersi; risale allo spuntare del sole. In estate, gli stambecchi frequentano i lati settentrionali e le vicinanze dei ghiacciai, mentre d'inverno ricercano i luoghi caldi del sud. I raggi cocenti del sole estivo sono per questi animali altrettanto contrari quanto un rigidissimo freddo, sebbene a questo sembrano insensibili. Pochissimi ruminanti, fatta eccezione per il camoscio, il goral e il saltarupi, sono atti a salire, come lo Stambecco, sulle cime più alte e pericolose. Tutti i movimenti dello Stambecco sono rapidi, robusti, eppure leggeri: esso corre velocemente e a lungo, si arrampica con una ammirevole leggerezza e corre con una incredibile sicurezza, e tale che non si può spiegare, lungo pareti rocciose, dove gli è grazia se trova da posare il piede. Una scabrosità della parete, che l'occhio dell'uomo appena scorge anche da vicino, gli basta per posare un piede sicuro; una screpolatura della roccia, un bucherello nella rupe, costituiscono per esso una comoda gradinata, posando lo zoccolo tanto saldamente che può mantenersi nello spazio più ristretto. Quando salta, lo Stambecco sembra toccare appena il muro o la roccia, e il suo corpo s'innalza come una palla nell'aria. Anche sopra i ghiacciai, se viene inseguìto, corre assai più velocemente del camoscio; però tenta di scansare il nemico. Veramente meravigliosa è poi la sicurezza con la quale costeggia precipizi e burroni. Balza trastullandosi dall'una all'altra vetta e salta, senza darsene pensiero, da considerevoli altezze. Quando lo Stambecco s'accorge che deve morire, sale sopra la guglia più alta del monte, appoggia le corna contro un sasso e gira sempre intorno a questo, finché le corna siano interamente rotte; allora cade e muore. La voce dello Stambecco somiglia al fischio del camoscio, ma è più estesa. Se è spaventato, lo si ode emettere un breve starnuto; incollerito, sbuffa rumorosamente attraverso le narici. Quando è giovane, bela. Dei suoi sensi, i migliori sono l'olfatto e la vista; ma anche l'udito è eccellente, come pure le facoltà intellettuali non sono scarse. Lo Stambecco non è soltanto timido, ma è anche prudente e calcolatore, e s'accorge subito da quale parte viene il pericolo. Un vecchio maschio può essere raggiunto molto difficilmente. NelLe sue altre qualità somiglia molto alle capre, senonché è più calmo e più noioso. Ha il medesimo coraggio e, almeno finché è giovane, la medesima indole scherzosa del nostro pregiato animale domestico. Gli stambecchi si cibano delle ottime piante alpine: durante l'inverno e quando imperversa il cattivo tempo, mangiano le gemme dei salici nani, delle betulle, degli ontani, dei rododendri, e vari licheni. Amano il finocchio, come pure il carice, mentre leccano con gusto il sale che si trova sulle superfici friabili delle rocce. Quando pascola, lo Stambecco s'imbatte sovente nei camosci e nelle capre domestiche: dai primi si tiene sempre lontano, con le altre non teme di avere a che fare, perché riconosce in esse le sue strette parenti. Lo Stambecco, del resto, si accoppia con le capre domestiche senza grande difficoltà. Il tempo degli amori ricorre in gennaio: il periodo in cui i maschi fanno buon uso delle poderose corna, azzuffandosi con valore e resistenza. Si corrono l'un contro l'altro, come fanno i caproni, saltano sulle zampe posteriori e tentano di dirigere le percosse sui fianchi. Durante queste battaglie, si ode echeggiare per il monte il cozzo delle loro corna. Le femmine, che durante la zuffa se ne sono state dignitosamente appartate, si concedono, senza far cerimonie, al vincitore. Cinque mesi dopo, per lo più nelle ultime settimane di giugno, o all'inizio di luglio, nasce un piccolo della mole di un capretto. La madre lo lecca amorevolmente, poi comincia a scorrazzare allegramente con esso. Il piccolo è una creatura piena di grazia e gentilezza; viene al mondo coperto di una finissima lana, che costituisce, verso l'autunno, un buon abito di peli lunghi e ruvidi. Poche ore dopo aver visto la luce, il nuovo nato si arrampica per le balze con arditezza quasi uguale a quella della madre. Questa lo ama teneramente, lo lecca di continuo, lo guida, lo ammonisce con soavi belati, né lo abbandona se non quando il permaloso maschio lo prende in uggia ed essa ha da badare alla propria vita, senza della quale il figlio sarebbe perduto. Se qualche pericolo incalza, essa si affretta a cercare la sua salvezza in gole inaccessibili; mentre il piccino sa nascondersi per bene dietro sassi o in spaccature delle rocce, dove se ne sta quatto quatto, sbirciando, fiutando, origliando attentamente da ogni parte. Il suo abito bigio è meravigliosamente adatto a surrogare, talvolta, la protezione materna: è tanto perfettamente del colore delle rocce e dei massi che anche l'occhio più acuto di falco non è in grado di discernere uno stambecco accoccolato a terra e di distinguerlo dalla roccia. Appena cessato il pericolo, la madre, salva, cerca senza pena la via che la conduce al figlio; ma, se tarda troppo, questo fa capolino fuori del nascondiglio, chiama la mamma, e poi subito si nasconde. Se questa è ferita o uccisa, il poveretto fugge dapprima impaurito e dolente, poi torna e rimane sempre presso il luogo dove ha perduto la tenera protettrice, menando misera e desolata vita. Un fatto singolare è questo, che quando la madre ferita gli si affaccia, lo Stambecco le corre incontro allegro e festoso; ma, appena sente l'odore del sangue, fugge angosciosamente, né si lascia indurre dalle carezze materne a tornare con essa. Questo si osserva anche in altri ruminanti. Nel pericolo, la madre difende il figlio con tutte le sue forze. Il famoso cacciatore di stambecchi, Fournier di Galles, vide, una volta, sei madri al pascolo con i figli, mentre un'aquila aleggiava sulle loro teste. Le madri si raccolsero con i piccoli sotto un masso sporgente, e presentarono tutte le corna al pennuto rapace, dirigendole verso il lato minacciato, secondo che l'ombra dell'uccello sul suolo ne indicava la posizione. Il cacciatore osservò per qualche tempo quell'interessante spettacolo, ed infine mise in fuga l'aquila. Insieme a questo rapace, il lupo, la volpe, ed anche l'avvoltoio sono nemici temuti dallo Stambecco, sebbene non osino attaccare i vecchi maschi. Senza l'uomo, il più feroce nemico delle bestie, gli stambecchi sarebbero più numerosi di quel che sono sulle nostre Alpi. La caccia di questo animale alletta potentemente, non soltanto a causa del guadagno, ma anche per le straordinarie difficoltà che presenta. E' uno dei divertimenti più difficili e più pericolosi che si conoscano. Attualmente, è fatta da cacciatori furtivi o da naturalisti: i primi per motivi di guadagno, i secondi per ragioni facili ad intendere. I mesi di agosto e di settembre sono i preferiti per tale caccia, perché gli stambecchi sono allora più grossi. Il cacciatore che vuole arrischiarsi, deve essere uomo energico, perché si tratta nientemeno di stare lontano dal consorzio umano da otto a quindici giorni, di vivere nella solitudine più desolata e di rischiare la vita centinaia di volte al giorno; egli deve passare la notte in quelle alture ghiacciate ed essere familiare con tutta la montagna. Abitualmente, due o tre uomini se ne vanno assieme con lo zaino pieno di viveri; e, talvolta, dormono in piedi sulla roccia tra loro legati per non precipitare nell'abisso. «Lo Stambecco», dice Tschudi, «non si caccia come l'altra selvaggina. Se il cacciatore non si trova al di sopra di esso, non può pensare di raggiungerlo: per questo il cacciatore deve, prima dell'alba, trovarsi sulla più alta vetta; allo spuntare del giorno la selvaggina appare. Il pernottare all'aria libera, sul limite delle nevi, difendendosi talvolta dal gelo solo con un continuo agitarsi lanciando sassi, o saltando, è, in verità, una stilla d'assenzio nel calice del piacere della caccia allo Stambecco». In un vecchio libro si racconta che un cacciatore, intento alla caccia dello Stambecco, precipitò in un crepaccio di ghiacciaio; passò, colà, ore d'angoscia nella più tremenda posizione in continuo timore e pericolo di morte, ed infine fu riportato alla luce del giorno con le braccia fracassate. «In quel carcere senza fondo», dice il narratore, «congiuravano a mio danno l'acqua, l'aria, il ghiaccio, di cui la prima voleva trascinarmi, la seconda soffocarmi ed opprimermi con crescente difficoltà, e il terzo col non permettermi d'aggrapparmi alle pareti sdrucciolevoli». Alle difficoltà senza fine della caccia si aggiunga la beffa che talvolta rimane al cacciatore che ha preso di mira uno stambecco; l'animale, ferito, fugge ancora, e fugge tanto finché, ormai privo di forze, cada in un precipizio, sfracellandosi nel fondo e servendo, semmai, da preda per gli avvoltoi, ma non per lo sfortunato cacciatore che ha tutto perduto, compresa la speranza di tornarsene a casa con la bestia morta. I giovani stambecchi, allevati con cura, sono docilissimi: si mostrano fidenti, si avvicinano senza pensiero e si lasciano toccare ed accarezzare. Vivono nella più perfetta unione con la capra che magari è stata la loro nutrice. Sono creature allegre e gentili che dànno sulle prime molto sollazzo, per essere, poi, causa di molto fastidio. Si sa che lo Stambecco ha un accoppiamento fecondo non solo con altre specie del suo genere, ma anche con le capre domestiche, e ciò, tanto in schiavitù come allo stato libero. Da quelle unioni risultano ibridi che sono forti, robusti, e somigliano ordinariamente più allo Stambecco che alla capra, sebbene le loro corna abbiano una grande rassomiglianza con quelle di questa. Per il colore si avvicinano ora al padre ora alla madre. Se si incrocia di nuovo con uno stambecco uno di tali ibridi prodotti dalla capra domestica, si ottiene un individuo molto più simile allo Stambecco, e questo, a sua volta, unito ancora al medesimo, ha prodotti pressoché simili al genuino figlio delle Alpi.

EGAGRO (Capra hircus)

Molti naturalisti concordano nell'affermare che l'Egagro ha il diritto di arrogarsi l'onore di averci dato quell'utilissimo animale domestico che è la nostra capra. Tuttavia, quest'animale è assai più grosso della capra domestica, sebbene sia pure alquanto più piccolo dello stambecco d'Europa. La lunghezza di un maschio adulto è di circa metri 1,50, quella della coda 20 centimetri, 90 centimetri l'altezza al garrese, e 2 centimetri di più alla groppa. La femmina è un poco più piccola. Il corpo è piuttosto allungato, il dorso a spigolo, il collo di media lunghezza, breve la testa, ottuso il muso, larga la fronte, pressoché diritto il naso. Le zampe sono relativamente alte e robuste, gli zoccoli terminanti in punte ottuse. La coda breve è adorna di peli lunghi e folti. Nella testa colpisce la piccolezza degli occhi rispetto al resto; le orecchie sono di media lunghezza, le corna del maschio lunghissime e robuste; già negli individui giovani misurano 60 centimetri, e in quelli vecchi oltrepassano sovente un metro. Formano, ad iniziare dalla radice, un arco molto pronunciato, semplice ed uniformemente curvo all'indietro, che descrive un semicerchio nei maschi adulti. Alla base, si accostano strettamente, poi s'incurvano sino quasi a metà, dirigendosi gradatamente all'infuori, quindi tornano verso la punta ad incurvarsi in avanti e all'indietro, cosicché alla punta si incastrano da 13 a 15 centimetri più che non nel mezzo, dove la distanza fra essi è da 30 a 40 centimetri. Il corno destro ha la punta debolmente rivolta a destra, quello sinistro a sinistra. Sono d'ambo i lati compressi ed a spigoli dietro e davanti, ma sulla parte esterna sono arrotondati e convessi. I nodi o rigonfiamenti trasversali sono in numero di dieci o dodici negli individui vecchi; inoltre, le corna sono coperte da numerose rughe trasversali. Il pelame è fatto di una lanugine nera, di media finezza, e di setole lunghe, ruvide, lisce ed aderenti. I due sessi hanno un folto e lungo pizzo. Il colore è bigio-rossiccio-bruno o bruno-giallo-rugginoso, e si fa più chiaro sui lati del collo e sul ventre: il petto e le parti inferiori del collo sono bruno-neri; bianchi il ventre e le parti interne e posteriori delle cosce. Una striscia longitudinale ben delimitata, bruno-nera, che si va restringendo dall'avanti all'indietro, scorre lungo la linea dorsale sino alla coda. Dietro le zampe anteriori comincia una striscia analoga, che divide la parte superiore da quella inferiore. Le zampe anteriori sono, davanti e lateralmente, bruno-nere fasciate di bianco come quelle posteriori al di sopra del dorso. La testa è sui lati bigio-rossiccio-nera, bruna sulla fronte, bruno-fosca davanti agli occhi ed alla radice del naso, come il mento e il pizzo. L'Egagro abita una vasta distesa dell'Asia centrale e quella occidentale. S'incontra nella parte meridionale del Caucaso, nell'Armenia, nella Persia, dove ama le cime delle montagne, mentre la vicinanza delle nevi e quella dei ghiacciai gli piacciono come allo stambecco. Socievole come tutti i suoi affini, vive in piccoli branchi da 10 a 20 individui e più, che sono guidati da un vecchio maschio pieno d'esperienza. Anche i giovani si radunano in piccoli branchi, mentre i vecchi, brontoloni e battaglieri, vengono scacciati dal consorzio dai maschi più robusti e più validi. Nell'indole gli egagri ricordano gli stambecchi: corrono rapidi e sicuri nei passaggi difficili, e stanno a lungo a guardare senza vertigini i più spaventevoli precipizi, ritti sull'estremo margine delle sporgenze delle rocce. Sono timidissimi, e sanno sfuggire alla maggior parte dei pericoli. I loro sensi sono perfettamente sviluppati: odorano da incredibile distanza e percepiscono il più lieve sussurro. Le succose erbe montane offrono loro un corroborante cibo, mentre le foglie dei boschi alpini sono per essi una vera leccornia. Per tempo, al mattino, si recano, dal bosco dove hanno dormito, sulle vette; pascolano sul limite dei ghiacciai e tornano la sera al bosco. L'accoppiamento avviene in novembre, e il parto in aprile. La femmina dà alla luce ordinariamente due piccoli, che poche ore dopo la nascita trotterellano allegramente sulle orme materne; crescono rapidamente e manifestano l'amore ai trastulli come tutte le capre. Allo stato di schiavitù, se preso giovane, l'Egagro diventa mansueto, si avvezza presto ai nuovi compagni, se ne va al pascolo con i figli delle capre domestiche, ritorna la sera alla stalla e finisce per affezionarsi ai suoi affini domestici, entrando con essi nella più stretta intimità.

CAPRA PIGMEA (Capra hircus)

Tra le capre propriamente dette, questa e la più piccola, da cui il suo nome, vive nel centro dell'Africa ed in India. Ha appena la metà della mole della nostra capra domestica, avendo soltanto 60 centimetri di lunghezza, al garrese 45 centimetri d'altezza e pesando, al massimo, 23 chilogrammi. La sua forma è compressa, le zampe sono brevi e robuste; la testa relativamente larga porta, nei due sessi, due piccole corna, lunghe appena un dito, che dalla radice piegano dolcemente all'indietro ed all'infuori e nell'ultimo terzo s'incurvano di nuovo debolmente in avanti. Il pelame breve, ma fitto, è di solito di colore scuro: vi dominano il nero ed il rossiccio-fulvo misti. Sovente, sopra il fondo scuro, tutto il corpo è macchiettato di bianco: sono generalmente neri il cranio, l'occipite, il naso ed una striscia che scorre sopra il dorso; i fianchi sono d'un fulvo bianchiccio. Dalla gola al petto scende una fascia nera, che si divide in due e scorre lungo le spalle fino al garrese. La parte inferiore e quella interna sono nere, ad eccezione di una larga fascia bianca che scorre nel mezzo del ventre. Le capre pigmee sono animali rarissimi. L'uomo non si preoccupa molto di accudire e di proteggere le capre pigmee, preferendo lasciarle andare a loro talento, dove vogliono. La mattina presto, appena sono munte, esse si avviano al pascolo nel bosco; di sera tornano, talvolta non tutte, giacché il leopardo riesce, di quando in quando, ad arraffarne qualcuna, a dispetto di colui che guida la schiera.

CAPRA D'ANGORA (Capra Hircus)

La Capra d'Angora è un bello e grande animale, di corporatura compressa, con zampe robuste, collo e capo brevi, corna ritorte in modo tutto particolare, e pelame singolarissimo. I due sessi portano le corna, che nel maschio sono fortemente compresse, non tornite, a spigoli acuti ed acuminati ottusamente all'indietro. Generalmente, partono dal capo orizzontalmente, formano una larga doppia spira e si dirigono all'insù con la punta, presentando, così, una triplice curva. La femmina ha corna più piccole, più tondeggianti, più esili, semplicemente ricurve; si aggirano solo all'intorno dell'orecchio, senza innalzarsi sul capo o sul collo; cioè s'incurvano soltanto all'infuori, e, dopo, in avanti o all'ingiù di modo che l'estremità che giunge presso l'occhio è diretta all'infuori. Il vello è estremamente ricco, fitto, lungo, fine, morbido, lucido, sericeo ed increspato. La faccia sola, le orecchie e la parte inferiore delle zampe sono coperte di peli brevi, lisci e aderenti. Il colore dominante della Capra d'Angora è un bianco uniforme ed abbagliante; raramente se ne trovano che siano macchiettate di colore scuro sopra un fondo chiaro. Da quanto si sa, pare che la Capra d'Angora fosse totalmente sconosciuta agli antichi. Belon è il primo, nel sedicesimo secolo, che faccia menzione di una capra lanosa, il cui pelame è fino come la seta, bianco come la neve, e che si adopera per la preparazione del cammellotto, o filo di cammello. A poco a poco fu meglio conosciuto questo animale, che deve il suo nome alla piccola città d'Angora nel Pascialicco turco di Anadoli, nell'Asia Minore. Di là, poi, la Capra d'Angora si diffuse notevolmente, e due secoli fa venne introdotta con buon esito anche in Europa. La patria della Capra d'Angora è asciutta e calda d'estate, freddissima d'inverno, sebbene questo duri appena tre o quattro mesi. Quando non ha più nulla da brucare sul monte, la Capra d'Angora, viene ricoverata nelle stalle; mentre, per tutto il resto dell'anno, deve pascolare allo scoperto. Queste capre sono molto delicate, sebbene il cattivo trattamento non sia fatto per infiacchirle. Un'aria pura e secca è la condizione necessaria al loro trattamento, mentre, durante la stagione calda, si suole lavare e pettinare varie volte al mese il loro vello per mantenerne e accrescerne la bellezza. Si nutrono con fieno, paglia e crusca e preferiscono il cibo secca a quello verde. Mangiano il sale con avidità e non possono vivere senz'acqua pura e buona. Non temono né il caldo, né il rigido freddo; soltanto dopo la rasatura sono così sensibili che un lieve raffreddore le può uccidere: ciò che ad esse è sommamente pericoloso è l'umidità. Come ben si capisce, la loro grande utilità è data dalla lana.

CAPRA DEL CASCEMIR (Capra hircus)

Utile quasi quanto quella precedente è la Capra del Cascemir. E' piccola, ma di eleganti forme; un maschio adulto è lungo circa metri 1,35, ed alto 60 centimetri. Il corpo è allungato, il dorso tondeggiante, la groppa appena più alta del garrese. Le zampe sono robuste, con lo zoccolo molto aguzzo; il collo è breve, la testa è piuttosto grossa, gli occhi piccoli; la lunghezza delle orecchie penzolanti oltrepassa quella della metà della testa. Le corna sono lunghe, compresse, ritorte a foggia di vite e fortemente angolose nella parte anteriore. Dalla base s'incurvano lateralmente e s'innalzano in diagonale all'indietro; le punte sono nuovamente rivolte all'indietro. Un pelo setoloso, lungo, fitto, fino e liscio ricopre una lanugine breve, morbidissima a mo' di piumino. Il colore varia: ordinariamente i lati del capo, la coda e le altre parti del corpo sono bianco-argentini o gialliccio-pallidi; ma si trovano anche capre del Cascemir di colore uniforme, sia bianco-puro, sia giallo-pallido o bruno, come pure bruno-fosco o nero. Dal grande e piccolo Tibet questa bella capra giunge sino al paese dei kirghisi. Per molto tempo, nei secoli andati, si è dubitato dell'ottima qualità del suo pelame, ma poi tutto è stato chiarito ed oggi il suo pelo fine è largamente usato ed apprezzato: chi di noi non conosce gli scialli di Cascemir, tanto più apprezzati se sono genuini? Il mantenimento delle capre del Cascemir non dà grande fatica, né richiede grandi cure. L'animale si contenta di qualsiasi cibo; e non abbisogna d'altro che di movimento durante l'estate e di calore durante l'inverno. I piccoli crescono rapidamente: già al settimo mese i maschi, e le femmine passato il primo anno, sono atti alla riproduzione. Tanto i maschi che le femmine, poi, si accoppiano facilmente, e con effetto fecondo, con altre specie di capre, senza però dare prodotti di uguali caratteri e di maggiore elevatezza.

CAPRA MAMBRICA (Capra hircus)

Si rassomiglia un poco alla capra del Cascemir per il suo lungo pelo; ma se ne discosta per le orecchie lunghissime, che penzolano flosciamente, e non si trovano di tale lunghezza e forma in nessun'altra capra. Il suo corpo è grosso, alto e di struttura complessa; la testa lunghetta è lievemente arcuata alla fronte diritta lungo il naso. I due sessi hanno le corna; ma quelle del maschio sono di solito più robuste e più ritorte di quelle della femmina. Le corna descrivono un semicerchio, la cui estremità è volta in avanti e all'insù. Gli occhi sono piccoli, le orecchie misurano quasi tre volte e mezzo la lunghezza del capo, sono relativamente strette, tondeggianti all'estremità ed un poco rivolte all'infuori: giungono sino a metà del collo. Un pelame folto, spesso, increspato, sericeo e lucido ricopre il corpo, ad eccezione del muso delle orecchie e dei piedi, che hanno brevi peli. I due sessi hanno anche un pizzo scarso e di media lunghezza. Da moltissimi secoli questo animale è in domesticità: Aristotele già conosceva la Capra Mambrica. Dall'Asia Minore si diffuse sopra una gran parte del Continente: ad esempio, i tartari kirghisi ne tengono in gran numero. Il nome di Mamber sotto il quale si sogliono designare le capre dalle lunghe orecchie, deriva dal monte Mamber o Mamer della Palestina. Colà, gli antichi viaggiatori ebbero occasione d'incontrare branchi di quelle capre orecchiute.

CAPRA TEBAICA (Capra hircus)

Questa capra costituisce il passaggio dalla capra alla pecora e sta, indubbiamente, tra le sue affini come una forma nuovissima. Nella mole, è alquanto inferiore alla nostra capra; è tuttavia più alta di zampe e più breve di peli. I caratteri che presenta la testa sono i più importanti: è piccola e di forma così strana che non si può scambiare questa capra con nessun'altra. Specie nel maschio, spicca la singolare curva del naso, la quale è divisa, grazie ad una insenatura, dalla fronte anch'essa molto arcuata: scende in linea retta nel muso incavato, trae indietro la mandibola superiore e quindi anche il labbro, lasciando, così, allo scoperto i denti anteriori della mandibola inferiore. Le narici sono strette ed allungate, gli occhi relativamente piccoli; le orecchie penzolanti hanno press'a poco la lunghezza della testa, sono piuttosto strette, ottuse, tondeggianti e piatte. Le corna, generalmente, mancano nei due sessi, o, se esistono, sono piccolissime, sottili. Non si trova mai pizzo, ed il pelame è liscio ed uniforme. Il colore ordinario è un bruno-rosso vivacissimo, che tende al giallo sulle cosce. La Capra Tebaica abita l'Egitto superiore sin dai tempi più remoti. Di ciò fanno fede gli antichi monumenti sui quali appare la sua fedele immagine. In Europa fu introdotta nel diciottesimo secolo, e da quel momento non solo fu un'ospite abituale dei nostri giardini zoologici, ma da tutti riconosciuta la sua utilità, è finita per essere diffusa per tutta la terra o poco meno. Le capre tebaiche vivono nelle condizioni più diverse, ma per lo più come animali da gregge, liberi, che di giorno se ne vanno a pascolare a loro talento e di notte si ricoverano presso l'uomo. In Germania, si sogliono tenere le capre nelle stalle, e questo si nota subito, perché la capra di stalla non è che l'ombra di quella che può dar sfogo alla sua naturale mobilità. La Capra Tebaica è creata per la montagna, e tanto più ripida, più dirupata è questa, tanto meglio vi si trova l'animale. Tutte le qualità della capra la distinguono dalla pecora che pure le è tanto affine. E' una creatura allegra, capricciosa, curiosa, sempre pronta ad ogni scherzo, che arreca, in verità, molta gioia a chi la osserva per la prima volta. Lenz l'ha descritta meravigliosamente: «Già il capretto, dopo due settimane dalla nascita, oltre ai salti imprudenti, ha grandissima voglia di arrischiarsi in imprese, dove pone a repentaglio il suo collo. Il suo istinto lo spinge sempre a salire: per esso il piacere supremo è quello di dare la scalata a mucchi di legna o di pietre, a mura, a rocce, e di arrampicarsi per le scale. Sovente gli riesce impossibile o quasi, lo scendere dal luogo dove è salito a gran fatica. Non conosce cosa sia la vertigine, e va o resta tranquillo sull'orlo del più spaventoso precipizio. I duelli combattuti tra maschi cornuti destano addirittura raccapriccio, ed anche quelli che si svolgono tra due capre che s'incontrano per la prima volta: il cozzo delle corna risuona da lontano e fa accapponare la pelle. Si urtano spietatamente agli occhi, alla bocca, al ventre, dove capita, e sembrano assolutamente insensibili. Uno di quegli scontri, che dura, a volte, per un buon quarto d'ora, non lascia altra traccia che qualcosa come un occhio rosso. Capre cornute si misurano con altre che non lo sono, o queste tra loro, e nessuno bada al sangue che scorre giù dalla testa e dalla fronte. Quelle che non hanno corna ricorrono ai denti, ma ciò non è pericoloso; nessuna fa uso dei piedi. Se è lasciata sola, una capra avvezza a vivere con altre, bela compassionevolmente, rimanendo sovente a lungo senza bere e senza mangiare. Come l'uomo, la capra ha i suoi capricci; la più coraggiosa, talvolta, si prende paura di qualche oggetto insignificante e si dà alla fuga senza che vi sia verso a trattenerla». Il caprone ha qualcosa di maestoso nel suo comportamento: si distingue dalla capra per maggior arditezza e sfacciataggine. «Se si tratta di ghiottoneria, di giuoco o di battaglia», dice Tschudi, «essi manifestano tutta la loro agilità La pecora è vivace solo in gioventù, così pure lo stambecco; ma la capra rimane tale più a lungo. Senza essere veramente rissosa, essa provoca volentieri vivaci zuffe. Un inglese, Jul Grimel, a poca distanza dall'albergo, si era seduto sopra un tronco d'albero ed era tutto assorto nella lettura quando scorse un caprone che s'aggirava poco lontano. L'animale s'avvicinò curiosamente, prese per una sfida il capo abbassato del lettore, si atteggiò a battaglia, misurò la distanza e s'avventò a capo basso urtando poderosamente con le corna l'infelice suddito di Sua Maestà che, colpito dall'urto, precipitò al suolo, bestemmiando, con le gambe in aria. Il vittorioso caprone, quasi spaventato dall'inattesa resistenza di cui è capace un cranio inglese, posò una delle zampe anteriori sul tronco dell'albero e guardò curiosamente la sua vittima, strillante e sgambettante». Raramente, nelle zuffe con uomini o con altri animali le capre fanno sul serio; piuttosto sembra che vogliano provare il loro valore, anziché rendersi veramente pericolose all'avversario. E' certo che la capra ha per l'uomo una naturale amorevolezza: è piena d'amor proprio e sommamente sensibile alle carezze. Se una s'accorge d'essere vista di buon occhio dal padrone, si mostra gelosa come un cane male avvezzo, distribuendo cornate alle altre se giudica che il signore la trascuri per esse. E' intelligente e capisce se si compie a suo riguardo una ingiustizia, oppure se è punita giustamente. Capre ammaestrate tirano per lunghe ore, e volentieri, le carrozzelle dei bambini, ma rifiutano la loro opera nel modo più deciso appena sono tormentate o stuzzicate senza necessità. L'intelligenza di queste eccellenti bestie va ancora oltre: si conoscono capre tebaiche che capiscono letteralmente la parola dell'uomo. Si sa che capre ammaestrate ubbidiscono al comando e che la loro capacità intellettuale va sino a comporre parole con lettere alfabetiche sciolte; ma, il fatto d'esservi capre capaci di dare, per così dire, una risposta a voce a certe domande, senza essere per questo specificamente ammaestrate, prova sin dove giunge la loro intelligenza. Sull'indole delle capre, e soprattutto sul loro comportamento capriccioso e bizzarro, ci sarebbe molto da dire e molte storie da raccontare, ma siccome a tutti è possibile, prima o poi, vedere e osservare questi animali da vicino, ci asteniamo dal farlo e piuttosto ci soffermiamo un po' sul loro modo di vivere. In molti luoghi, come nelle Alpi, le capre vengono abbandonate a sé stesse: si avviano in un pascolo vicino, determinato, e si raccolgono in autunno, non senza che manchi, all'appello, più d'una cara testa. Talvolta, si manda loro ogni giorno, od ogni settimana, un ragazzo a portare del sale ed esse vengono ansiosamente ad aspettare, all'ora solita; nel luogo prefisso. Avviene, inoltre che, spinte dalla curiosità, alcune capre si associno ai camosci e che facciano con essi vita indipendente per qualche settimana, sebbene per esse torni molto difficile il gareggiare in velocità con quei maestri rampicatori. Nell'interno dell'Africa, le capre vanno pure a pascolare a loro talento, ma alla sera tornano alla Serieba, o recinto spinoso, dove sono al sicuro dalle fiere. Non di rado in mezzo alle foreste vergini s'incontra un gregge di capre: si può allora osservare che metà degli animali si arrampica letteralmente sugli alberi, mentre gli altri pascolano a terra. Oppure, ad un tratto, nelle steppe, vi trovate circondati da quelle allegre creature che vi assediano mendicando. Allora, si scorge una povera tenda in cui abitano due miseri arabi cenciosi ed abbronzati, la cui unica ricchezza consiste in un otre per l'acqua, un sacco di grano, una pietra da macina ed un vaso d'argilla per tostare la loro farina. Le capre dormono meno di tutti gli altri animali; qualcuna è sempre in movimento; nella più profonda oscurità si combattono duelli, come se a gara si compissero esercizi ginnici. Ma spaventevole è la costernazione in cui le getta l'avvicinarsi di una belva, specie se si tratta d'un leone. Sembra che una sola capra faccia udire nel medesimo tempo dieci suoni di voci. L'ardito belato si trasforma in un grido o gemito sommamente angoscioso, e, se le povere rinchiuse scorgono tra le fessure del recinto gli occhi sfavillanti di una fiera, lo spavento non ha più limiti. Corrono come spiritate per la Serieba, si precipitano contro le pareti spinose, si arrampicano disperatamente su queste, facendo loro una corona d'uno strano effetto. I nomadi asseriscono che il leone assale un branco di capre solo se è spinto dalla fame più viva, mentre è sempre dannosissimo alle bovine; al contrario, il leopardo è il peggior nemico delle nostre bestie, in Africa. Le preziose capre asiatiche sono l'oggetto di molti riguardi, perché, ancora oggi in molte zone, da esse dipende unicamente il benessere del padrone. L'America deve la capra agli europei; oggi è sparsa ovunque; tuttavia, non si dà gran cura al suo allevamento, ed in molte regioni è addirittura dimenticata o quasi: così, ad esempio, avviene nel Perù nel Paraguay, nel Brasile, mentre è grandemente apprezzata nel Cile. Nelle Antille se ne trovano tre specie diverse; in Australia, dove è stata introdotta da appena due secoli, è largamente diffusa. Stando alle osservazioni fatte sino a non molti decenni fa, la capra mangia 449 specie di erbe su 576. La sua capricciosa ed incostante indole si manifesta chiaramente nel mangiare: essa anela di continuo a nuove piante, ne assaggia un pochino, esamina, bruca di questa e di quella, né una volta si attiene al meglio. E' particolarmente ingorda di foglie d'alberi, e, perciò, arreca notevoli danni. E' degno d'osservazione il fatto che mangia senza inconvenienti erbe che ad altri animali sono nocive; così il titimalo, la celidornia, la camalca, la coccola del silio e l'abrotano, il fortissimo semprevivo, la tussilaggine, la melissa, la salvia, la cicuta, il prezzemolo e simili, ed anche le foglie di tabacco, i mozziconi di sigaro, la cui nicotina è dannosissima ad altri animali. Il titimalo, ordinariamente, le dà la diarrea, ma non le cagiona altri inconvenienti sebbene si tratti di un deciso veleno. I veleni, per essa, sono unicamente l'evoninmo e la digitale, mentre la pulicaria e la fusaggine le convengono poco. Ciò che preferisce sono le tenere foglie ed i fiori delle leguminose, le foglie delle varie specie di cavolo e di rapa e quelle della maggior parte degli alberi. Le erbe che le giovano di più sono quelle che crescono sulle alture asciutte, soleggiate e fertili. Tutte le praterie che sono concimate o innaffiate con materie fetenti non possono servire da pascolo alla capra, che sdegna persino il suolo concimato lungo tempo prima. Le capre che vivono allo stato libero bevono soltanto acqua, quelle che stanno in casa ricevono una bevanda tiepida, con dentro crusca di segala e sale. A sette mesi la capra è atta alla riproduzione. Le sue voglie amorose, che ricorrono da settembre a novembre, e talvolta anche in maggio, si esprimono con belati e con uno scodinzolare continuo. Se non sono appagate, si ammalano. Il maschio è in calore tutto l'anno ed è sufficiente dal secondo all'ottavo anno di età, per un centinaio di femmine. Dalle venti alle ventidue settimane dopo l'accoppiamento, la capra partorisce uno, due, raramente tre ed eccezionalmente quattro o cinque, figli, ma in questo caso soccombono madre e prole. Pochi minuti dopo la loro nascita i capretti si alzano e cercano le mammelle della madre; il giorno seguente corrono già intorno ad essa e dopo quattro o cinque giorni la seguono dappertutto. Essi crescono rapidamente: nel secondo mese fanno capolino le corna e a fine d'anno sono adulti. L'utilità della capra è grande. In molte regioni, come già abbiamo accennato, è la migliore amica del povero, perché il suo mantenimento costa poco, e nell'estate quasi nulla: essa provvede intanto il latte per la casa ed il concime per il campicello del povero padrone. In molti luoghi, come, ad esempio, in Egitto, si conducono le capre con le mammelle turgide davanti alle case dei compratori di latte e si munge, così, dinanzi all'uscio, la quantità desiderata. Il compratore ha il vantaggio di ricevere un latte puro e caldo e il venditore non ha bisogno di ricorrere ad artifizi chimici, specialmente al miglioramento per mezzo dell'acqua, che gli sembra così necessario. Persino nelle città più importanti d'Egitto si può incontrare una donna, dietro cui corre, belando, un numeroso gregge di capre, e che va gridando leben, leben helone, (latte, latte dolce); qua e là si apre una porticina ed una sorta di fantasma femminile più o meno velato, od un bruno etiopico che ha da accudire alla cucina di qualche celibe, spunta fuori, siede sulle calcagna; la venditrice munge nel recipiente che le viene porto, riscuote il prezzo della fornitura e s'allontana con la sua belante compagnia. Le capre dei nomadi e dei sudanesi con dimora stabile vengono munte due volte al giorno, e, quando il latte le tormenta, corrono come dissennate alla tenda o alla povera casa del padrone. Più importante del guadagno che produce con il latte è quello che la capra reca con la fine lanugine delle razze superiori. Le capre d'Angora, di Cascemir e la capra increspata sono tenute quasi esclusivamente allo scopo di produrre lana, e le prime soprattutto recano rilevanti benefici. Oltre al latte, al cacio che se ne fa e che gode in Grecia d'un ampio favore, oltre al burro e alla lana, la Capra è ancora utile per la carne, il cuoio e le corna. I capretti giovani sono molto saporiti, sebbene forse troppo teneri; la carne delle capre più vecchie non è da disprezzare. Il cuoio è trasformato in cardovano e in marocchino, raramente in pergamene.

THAOR O TAHIR (Hemigragus jemlaicus)

Rappresentante del genere delle mitraglie, il Tahir è un bello e grande animale che misura in lunghezza del corpo metri 1,25, in lunghezza della coda 9 centimetri, ed in altezza al garrese 84 centimetri; le corna hanno tutt'al più 30 centimetri. Per la forma del suo corpo è una vera capra, poiché anche le corna, che in parte sono causa della sua distinzione, non differiscono molto da quelle delle altre specie della famiglia. Si presentano piuttosto alte al di sopra degli occhi e si toccano quasi alla base. Da questa s'innalzano in direzione obliqua, pressoché ricurve sul vertice, con l'estremità che tende all'indietro, scostandosi alquanto al di fuori tra loro; nell'ultimo terzo della loro lunghezza si rivolgono di nuovo all'indietro e all'ingiù con la punta al di fuori. Il pelame è fatto di lunghe setole, ruvide, strettamente aderenti e di finissima lanugine, sommamente morbida; abbonda in tutto il corpo, e in certe parti si allunga straordinariamente, mentre il maschio adulto porta una criniera perfettamente uguale in lunghezza a quella del leone. La faccia, la parte inferiore del capo, i piedi sono rivestiti di un pelame breve, che si allunga a foggia di criniera sul collo, sul davanti della coscia e sulle parti posteriori; nella femmina la criniera è soltanto accennata, mentre nel maschio è composta di peli che raggiungono i 30 centimetri di lunghezza. I due sessi sono senza pizzo. Quanto al colore, i maschi sono d'un bruno-fulvo, bianchiccio, qua e là d'un bruno-scuro; una striscia longitudinale nera e larga scorre dalla fronte alla punta del muso ed all'indietro per tutta la schiena sino alla punta della coda. I giovani di ambo i sessi sono di colore bruno-scuro, ed i loro piedi, ad eccezione di una striscia più chiara, sono quasi neri sulla parte posteriore. Non è raro che il colore dominante sia un bigio d'ardesia fulvo, cui si associa sui fianchi un rosso-ruggine. La fronte, la parte superiore del collo e quella del dorso sono rosse o di un bruno-scuro; la gola, la parte inferiore del collo, il mezzo del ventre e la faccia interna delle zampe sono d'un gialliccio-sporco, con sfumature bigio-ardesia. Un anello rossiccio o bruno-cupo gira intorno agli occhi e scende lateralmente sino alla bocca, dove impallidisce dilatandosi. Una macchia simile si trova sulla mandibola inferiore; le corna e gli zoccoli sono d'un nero-bigiastro. I luoghi dove suole abitare il Tahir sono i pendii rocciosi ed erbosi delle colline, e soprattutto di quelle che sono sboscate. Il bell'animale abita anche nei boschi stessi se il suolo ne è roccioso dirupato. I giovani tahir prigionieri si abituano senza pena allo stato di domesticità, sono presto contenti e docili, manifestano grande tendenza all'arrampicarsi, sono scherzosi ed allegri come le altre capre e potrebbero, secondo ogni apparenza, essere presto e facilmente trasformati in animali perfettamente domestici. Il Tahir stringe subito amicizia con il piccolo bestiame, e specialmente i maschi considerano come creature simpatiche le pecore e le capre del vicinato. Le seguono sovente con fare libertino e sono sempre pronti ad azzuffarsi con i caproni che non sono disposti a tollerare il ficcanaso nelle loro faccende d'amore. Il Tahir, questo figlio della montagna, si accoppia con esito fecondo e senza ripugnanza con le capre e persino con le pecore; anche quest'animale, come i suoi affini, è caparbio, capriccioso, osservatore, prudente, indipendente, mobile, perseverante e previdente, devoto all'altro sesso, e, quindi, geloso e battagliero con i compagni.

PECORE

Per la loro conformazione, le Pecore sono molto affini alle capre; ma per le facoltà intellettuali solo le specie che vivono allo stato libero hanno somiglianza con queste ultime. Le Pecore si distinguono dalle capre per i grandi lacrimatoi, la fronte piana, la mancanza di pizzo, le corna a spigoli alquanto triangolari, rugose trasversalmente e ritorte a foggia di chiocciola. In generale, sono animali snelli, di corpo esile, di alte e sottili zampe, e dalla coda breve, con il capo molto ristretto anteriormente, occhi ed orecchie mediocremente grandi, e pelame fitto, increspato e lanoso. Nello scheletro non si osserva nessuna grande differenza tra esse, da una parte, e le capre, le antilopi ed i cervi dall'altra. Hanno tredici vertebre dorsali, sei lombari e la coda ne ha da tre a ventidue. La struttura interna non presenta alcuna particolarità. Tutte le Pecore, allo stato selvatico, abitano le regioni montuose dell'emisfero settentrionale; la loro area di diffusione si estende per tutta l'Europa, l'Asia centrale e quella settentrionale, l'Africa e la parte settentrionale dell'America. La maggior parte delle specie proviene dall'Antico Continente. Ogni gruppo di montagne ha specie particolari di Pecore che si distinguono soprattutto per la diversa direzione delle spire delle corna. Nelle une il corno destro le ha volte a sinistra dalla radice all'apice e quello sinistro le ha volte a destra, mentre le punte si scostano all'infuori; nelle altre il corno destro ha le spire a destra e quello sinistro a sinistra, con le punte volte all'indietro, e ricordano la forma delle corna delle capre. Tutte le Pecore sono vere figlie del monte: alcune di esse sembrano stare bene solo a considerevoli altezze: oltrepassano persino il limite delle nevi, ed alcune giungono sino ad oltre 6.000 metri sopra il livello del mare, dove, assieme ad esse, si trovano ancora appena alcune capre, una specie di bovine, il mosco e rari uccelli. Nelle regioni piane vivono unicamente pecore domestiche, e in quelle che sono allevate in montagna si riconosce di quanto giovamento sia per esse un clima così confacente. I pascoli erbosi, i boschetti poco folti, le rupi scoscese, le lande deserte, dove qua e là sorge qualche pianticella, sono i soggiorni prediletti delle pecore selvatiche. A seconda della stagione, migrano dall'alto verso il basso o viceversa: in estate dimorano generalmente in alto; il freddo inverno le spinge nelle pianure più abitabili, trovando sulle falde tutto il loro nutrimento. Questo consiste, durante la estate, in fresche ed aromatiche piante alpine, durante l'inverno in musco, licheni ed erba secca. Le Pecore sono ghiotte quando hanno da scegliere ed in sommo grado sobrie quando le vettovaglie scarseggiano. Spesso, nell'inverno, non hanno altro pasto che la corteccia degli alberi, erba secca, ramoscelli nudi; eppure, non si nota in esse nessuno sconforto. In nessun altro animale domestico, fatta eccezione per la sola renna, si avverte come nelle Pecore l'effetto degradante della schiavitù: la pecora addomesticata non è più che l'ombra di quella libera. La capra, come già abbiamo visto, conserva nella schiavitù la sua indipendenza; la Pecora, al servizio dell'uomo, è una schiava senza volontà. La vivacità, la sveltezza, l'indole allegra ed intelligente, l'agilità nell'arrampicarsi, la sagacia nel riconoscere, nell'evitare, nel sottrarsi al pericolo, il coraggio e l'amore battagliero proprio della Pecora selvatica scompaiono del tutto nella Pecora domestica, che è, a dire il vero, l'opposto della sorella libera. Sembra che l'intelligenza sia scomparsa, cedendo il campo alla lana. Nulla di caratteristico si manifesta in tutta la loro indole: il montone più robusto scansa codardamente il più piccolo cane, mentre un gregge intero può essere sbaragliato da un animale quasi innocuo; il grosso del branco segue ciecamente il suo conduttore, o scelto appositamente, o rivestito a caso di quell'incarico, seguendone le orme al momento del pericolo e saltandogli appresso nei flutti impetuosi, sebbene vedano che tutte quelle che vi si sono precipitate prima sono perite. Non v'è animale così facile da custodire e da governare come la Pecora domestica, sembrando essa addirittura rallegrarsi se un'altra creatura le toglie il pensiero di badare a sé. Pertanto, non dobbiamo stupirci se tali animali sono buoni, docili, affettuosi, innocui, senza passione; la loro indole si fonda sulla scempiaggine. Nei paesi meridionali, dove le Pecore sono più abbandonate a sé stesse che non fra noi, le loro facoltà intellettuali si sviluppano assai di più: là, sono più intelligenti, più coraggiose, più indipendenti che non nei nostri paesi e impegnano persino lotte con altri animali. La prolificità delle Pecore è piuttosto notevole: dopo una gestazione che dura da 20 a 25 settimane, la femmina partorisce uno, due, raramente tre o quattro piccoli, che poco dopo la nascita sono in grado di seguire la madre. Le madri selvatiche difendono i figli ponendo a repentaglio la propria vita e manifestando loro uno straordinario amore; quelle domestiche sono ottuse verso i propri figli come verso tutto, si contentano di guardare scioccamente con gli occhiacci indifferenti chi rapisce loro gli agnelli, e, tutt'al più, belano qualche volta. Dopo un periodo relativamente breve, i piccoli sono indipendenti ed atti alla riproduzione prima che abbiano compiuto l'anno. Quasi tutte le specie selvatiche si addomesticano senza grande fatica, mantenendo la loro allegrezza almeno per due generazioni e riproducendosi facilmente. Si affezionano strettamente alle persone che si occupano molto di esse, ubbidiscono alla chiamata, rispondono volentieri alle carezze e giungono ad un tal grado di docilità da poter essere mandate al pascolo con altri animali domestici, senza che nasca, in esse, un gran desiderio di cogliere l'istante opportuno per riprendere la loro libertà perduta. Le Pecore domestiche, già da tempo immemorabile, sono diventate animali di casa; eppure di esse non si conoscono i progenitori. Grazie alla loro grande utilità, l'uomo le ha condotte con sé sopra tutta la terra, introducendole con successo in paesi dove erano del tutto sconosciute. Tutte le parti della Pecora vengono adoperate; ma la lana ed il concime producono il maggior provento. Per le molte difficoltà che presenta, la caccia alle Pecore selvatiche è praticata con passione, ricavando buoni risultati pecuniari con la vendita della saporita carne, delle corna ricercate e dell'eccellente pelle. Collochiamo, come sempre, in prima fila una specie selvatica che può essere considerata come l'anello di congiunzione tra le capre e le Pecore.

Modello tridimensionale di pecora

PECORA CRINITA (Ammotragus lervia)

In molti libri di storia naturale, questa si trova classificata tra le capre, perché presenta con queste una somiglianza che è uguale a quella che presenta con le pecore. Le sue corna sono diverse da quelle delle vere capre, sebbene le ricordino; al contrario, mancano i lacrimatoi ed il naso ricurvo della pecora, con la quale, in complesso, ha in comune l'aspetto e il fare. Il carattere più spiccante dell'animale è una folta criniera che ha inizio sulla parte superiore del collo e scende sino al petto, prolungandosi sulle zampe davanti sino all'articolazione del ginocchio. Le corna, che sono lunghe quasi 60 centimetri, sono quasi quadrangolari inferiormente, compresse di sopra, profondamente scanalate sulla faccia esterna. Cominciano ad innalzarsi verticalmente, poi si curvano all'indietro, rivolgendo anche l'estremità in tale direzione. Ad eccezione della criniera e del breve fiocco caudale, il pelame somiglia a quello delle capre, essendo ruvido e aderente al corpo. La Pecora Crinita è, sulla parte superiore, d'un rosso fulvo o d'un giallo-scuro; ma l'estremità dei peli è bianca, perciò il pelame appare screziato. La parte inferiore e quella interna delle zampe è bianca, mentre una fascia scura scorre lungo il dorso. Un maschio perfettamente sviluppato ha circa metri 1,80 di lunghezza ed oltre un metro di altezza. La Pecora Crinita è molto diffusa nell'Algeria meridionale, dove gli arabi la chiamano Arni. Vive, di preferenza, sulle alte montagne, per lo più solitaria. Soltanto in novembre, al tempo degli amori, si radunano insieme alcune femmine ed un maschio; fanno società per breve tempo, poi ognuno se ne va per la sua strada. Al tempo dell'accoppiamento, i maschi impegnano spesso dure lotte. Dai quattro ai cinque mesi dopo l'accoppiamento, la femmina partorisce uno o due agnelli, che per circa quattro mesi stanno presso la madre, ma diventano indipendenti molto tempo prima del successivo accoppiamento della loro genitrice. Il nutrimento della Pecora Crinita è il medesimo di quello delle altre pecore e capre allo stato libero: in estate, piante succose alpine e licheni secchi, erbe in inverno. Sottoposte allo stato di schiavitù, queste pecore si addomesticano facilmente e, come tutte le altre domestiche, perdono la loro già limitata intelligenza ed allegria. Del resto, da prigioniere dànno occasione a poco gradevoli osservazioni: sono animali pigri nel fisico come nel morale, e, come tutte le altre pecore, riescono soltanto ad essere terribilmente noiose.

Modello tridimensionale di pecora crinita

MUFLONE (Ovis musimon)

E' la pecora selvatica d'Europa, la quale, attualmente molto rara, ma fino ad un secolo fa numerosissima, abita le montagne dirupate della Corsica e quelle della Sardegna. In generale, si crede che sia esistita nei tempi andati anche nelle altre parti d'Europa, ed è possibile che sia vero, giacché si trova anche, sebbene in rari esemplari, nelle isole Baleari e in Grecia; tuttavia, la pecora selvatica che abita l'isola di Cipro è d'una specie distinta ed indipendente. Oggi, il Mufflone non si trova più in Sardegna e in molte altre zone dove un tempo si crede fosse presente. Anche i muffloni d'Asia si distinguono molto da quelli d'Europa, sebbene non si possa negare che esista tra loro una certa somiglianza.
Il Muflone è una pecora piuttosto robusta, di metri 1,20 di lunghezza, di cui 8 o 10 centimetri appartengono alla coda. Le corna giungono alla lunghezza di oltre 60 centimetri e pesano da 4 a 6 chilogrammi. La sua corporatura è quella compressa di tutte le pecore selvatiche; il pelame, piuttosto breve, è liscio, aderente e fittissimo, e, soprattutto durante l'inverno, la fina ed increspata lanugine si mostra in abbondanza. Il mento è privo di pizzo, ma sul petto il vello si allunga alquanto, formando una breve criniera. Il colore è d'un rosso-volpino che tende al cinerino sul capo, passando al bianco sul muso, sulla groppa, sui margini della coda, sull'estremità dei piedi e sulle parti inferiori. La linea dorsale è d'un bruno-scuro; alcuni peli sono rosso-volpini, altri neri; ma la lanugine sottostante è cinerina. Nell'inverno, il pelame si oscura e passa al bruno-castano. Sopra i fianchi spicca una grande macchia quasi quadrata, giallo-pallida o bianca. Per lo più, le corna spettano al solo maschio, rarissimamente la femmina presenta rudimenti di corna. Le corna del maschio sono lunghe e robuste, molto grosse dalla base sino alla metà, d'onde si toccano, ma si scostano rapidamente e s'incurvano in una direzione obliqua pressoché falciforme all'indentro, all'infuori e all'ingiù, con la punta volta infuori, indietro e in avanti. Il corno destro è rivolto a sinistra, quello sinistro a destra. La superficie delle corna presenta dalla radice sino alla punta da trenta a quaranta rughe che stanno le une presso le altre e che sono più o meno irregolari. Le corna della femmina sono sempre brevissime, tutt'al più di sei od otto centimetri di lunghezza, paragonabili a piramidi ottuse. Al contrario delle pecore crinite, il Mufflone conduce vita socievole. Esso forma branchi da 50 a 100 individui, sotto la guida di un vecchio maschio robusto. Al tempo degli amori, i branchi si dividono in piccole brigate composte di un maschio e di alcune femmine, che il capo della schiera ha conquistato con dure lotte. Per quanto sia timido e pauroso, il Mufflone si mostra temerario nelle zuffe con i suoi simili: in dicembre e gennaio si ode nelle montagne echeggiare il cozzo delle corna violentemente urtate, e, se si segue attentamente il rumore, si vedono i robusti maschi del branco, con il capo basso, l'uno in faccia all'altro, avventarsi con tale violenza da rendere inconcepibile che i combattenti possano resistere a simili assalti. Sovente, avviene che uno dei rivali soccomba, cioè venga gettato dall'alto del burrone, sfracellandosi sul fondo. Ventuno settimane dopo l'accoppiamento, in aprile o maggio, la femmina partorisce due piccoli, i quali, appena nati, sono così vispi e robusti da scorrazzare subito presso la madre. Pochi giorni dopo le vanno dietro con la maggior sicurezza lungo i sentieri più pericolosi e presto la eguagliano in tutti gli esercizi. All'età di quattro mesi all'agnello spuntano le corna; compiuto l'anno, pensa già all'accoppiamento, sebbene non sia perfettamente adulto prima del terzo anno. I movimenti del Mufflone sono assai diversi da quelli della pecora domestica: sono vivaci, agili, rapidi e sicuri, ma, da quanto sappiamo, non sono molto durevoli, specialmente su un terreno piano, dove un cane può raggiungerlo dopo una breve corsa. La sua maggior abilità consiste nell'arrampicarsi. Il Mufflone è molto timido ed al più lieve rumore, pieno di angoscia e di spavento, prende a tremare in tutto il corpo e fugge quanto più presto può. Se i suoi nemici lo incalzano in modo che, stretto in qualche angolo, non possa più salvarsi con la sua facilità nell'arrampicarsi, esso orina per l'angoscia, oppure lancia la sua orina sugli assalitori. Questi sono per lo più i lupi e le linci; mentre gli agnelli cadono preda anche delle aquile e, a volte, degli avvoltoi. L'uomo, da parte sua, mette in uso ogni mezzo per impadronirsi del prezioso bottino. Durante il tempo degli amori, i maschi vengono attratti nei lacci, senza difficoltà, dall'imitazione perfida del belare delle pecore; la caccia abituale, tuttavia, è uno degli agguati che si fanno in montagna e che vengono conclusi per mezzo del fucile a doppia canna. I prigionieri si avvezzano presto al loro custode; pur tuttavia, serbano la loro indole vivace e l'agilità che distinguono gli animali selvatici. In Sardegna e in Corsica, si trovano nei villaggi molti muffloni domestici, ed alcuni di essi si avvezzano in tal misura agli uomini che seguono il padrone per ogni dove come un cane, ubbidendo alla sua chiamata. Si fanno un piacere di frugare in tutti gli angoli della casa, fanno cadere ed andare in frantumi le stoviglie, senza parlare d'altri guasti, specie in quella parte della casa dove esercitano assoluta autorità. I vecchi maschi, talvolta, sono decisamente cattivi, né v'è educazione o castigo che li possa domare: perdono ogni timore dell'uomo appena hanno imparato a conoscerlo, ed allora si battono non per semplice difesa, ma anche per tracotanza. I prigionieri dimostrano che la loro intelligenza è assai limitata: sono deboli di spirito e con pochissima memoria. Si apprestano loro trappole dove sono adescati dal cibo che ci si mette, principalmente da certe leccornìe: senza ricordarsene, cascano sempre nei lacci e nelle reti, sebbene sembri loro molto sgradevole l'essere presi in tal modo. Tutto quello che si può osservare in essi, quanto a facoltà intellettuali, sono un certo istinto dei luoghi, una debole memoria dei benefici ricevuti, l'attaccamento ai compagni abituali e l'amorevolezza verso i bambini. Il Mufflone si riproduce con pecore d'altre specie. Si sono ottenuti ibridi tanto dal maschio, quanto dalla femmina.

ARGALI (Ovis ammon)

Si tratta della pecora propriamente asiatica, la quale sta alle altre specie nello stesso rapporto in cui sta con le altre parti del mondo il continente che abita; vale a dire, è il gigante di tutta la famiglia. Un maschio adulto pesa più di 150 chilogrammi, le sue corna pesano da 15 a 25 chilogrammi, mentre la forma del corpo attesta una singolare forza e resistenza. Le poderose corna dànno all'animale un aspetto molto particolare: alla loro radice coprono tutto l'occipite, crescono molto vicine, poi piegano lateralmente all'indietro, si volgono quindi in avanti e all'infuori e fanno, in tutto, un giro e mezzo. In lunghezza, misurano da un metro a un metro e venti centimetri ed hanno, alla base, una circonferenza da 15 a 18 centimetri. La pelle è ricoperta da una folta lana morbidissima; in estate, il colore generale è d'un bruno-bigio scuro, che tende al giallo presso la coda, al bigio sulla testa, al bianco sulla parte inferiore. Durante l'inverno, vi si mischia di più il rosso, ma le cosce, la coda ed il muso rimangono bianchi. Le femmine sono più leggere di oltre 50 chilogrammi; le corna sono più sottili, pressoché diritte, meno rugose e più chiare. Le regioni deserte delle giogaie alpine dell'Asia centrale sono i luoghi che abita l'Argali. Esso si diffonde dalla grande Tartaria sino all'India ed alla Cina e dalla fredda Siberia orientale sino oltre l'Altai. L'animale scansa le montagne umide coperte di boschi ed anche le notevoli alture. Preferisce le giogaie da 500 a 1.000 metri, le cui falde sono scarsamente vestite d'alberi, e le vallate piuttosto larghe. Colà vive, d'inverno come d'estate, press'a poco sopra il medesimo territorio, poiché, tutt'al più, passa da una giogaia all'altra. Abitualmente lo si incontra in branchi da 8 a 10 individui, guidati dal maschio più robusto. Al tempo degli amori, tra maschi si verificano accaniti combattimenti, che terminano, come nelle altre pecore, con la morte del più debole, scaraventato dal più forte nel precipizio, se non cerca per tempo la sua salvezza nella fuga. La femmina partorisce in marzo uno o due piccoli, bigi di colore, increspati di peli, i quali, dopo due mesi, mettono cornetti neri, che al principio stanno ritti come pugnali. Gli agnelli seguono la madre sin dal primo giorno della loro vita, e rimangono con essa sino al successivo accoppiamento. Durante l'estate, l'Argali si ciba delle erbe che crescono in grande quantità nelle valli alpine; durante l'inverno, si accontenta di muschi, di licheni e di erbe secche. Allora s'arrampica anche sino al culmine, dove il vento, spazzando la neve, lascia a nudo i licheni. Le saline sono assiduamente visitate dall'animale per amore delle predilette leccornìe. Nei momenti di malessere, si purga con pulsatilla od altri forti anemoni. Fintanto che la neve non è molto fitta, l'Argali si dà poco pensiero dell'inverno, perché il suo folto vello lo difende egregiamente dalle intemperie. L'Argali robusto non si lascia avvicinare facilmente: dotato di sensi acuti, è molto timido, malgrado la sua forza. Se da lontano scorge un uomo, di botto prende la fuga: il capo apre la strada e tutto il branco lo segue sveltamente. Tutti corrono in modo veramente meraviglioso lungo i più pericolosi ciglioni, balzano arditamente al di sopra dei precipizi, e, in caso di necessità, si arrampicano in luoghi dove un piede umano troverebbe appena da posarsi. Per le località dove si effettua, la caccia di questo animale presenta molte difficoltà, e l'Argali potrebbe sfuggire senza pena a tutte le persecuzioni, se non fosse mosso da una stupida curiosità che lo spinge sovente in faccia al pericolo. In alcune parti della Siberia, i cacciatori sogliono appendere i loro vestiti ad un'asta nella speranza che l'Argali, intento a contemplare quel fantoccio, non si accorga del loro avvicinarsi per obliqua via. Inoltre, si appostano lacci e trappole nei luoghi frequentati dall'animale, oppure si fa uso, nelle regioni più basse, di veloci cani, che arrestano la robusta bestia, dando al cacciatore il tempo di avvicinarsi a tiro, di fucile. L'Argali non pensa a difendere la sua pelle; fugge davanti all'uomo angosciosamente come davanti al cane. Tuttavia, la caccia fa vittime ogni anno: la montagna stessa è, per esso, molto pericolosa. La carne di questa pecora selvatica passa per molto saporita. Con la pelle si confezionano abiti e coperte caldissime per l'inverno, delle corna si fanno calici, cucchiai ed altri utensili per la casa. I giovani argali prigionieri si possono addomesticare; ma non fanno buona fine trasportandoli dai luoghi dove hanno vissuto allo stato libero, perché, prima che si siano acclimati in altri paesi, quasi sempre muoiono.

BIGHORN (Ovis canadensis)

E' la pecora selvatica d'America ed è molto affine all'argali d'Asia: ha quasi la stessa mole di quest'ultimo e molte volte è stato scambiato per esso. Ancora oggi il Bighorn popola le giogaie più selvagge e più inaccessibili delle regioni montuose dell'America settentrionale, e specialmente una parte delle Montagne Rocciose. Le vette coniche salgono verticalmente a qualche centinaio di metri aldisopra delle pianure, ove hanno la base, e solo in alcuni punti queste sono accessibili all'uomo. L'acqua produce terribili fenomeni ed ogni scroscio di pioggia ne rende impossibile la salita. In alcuni punti si trovano poche piante, sotto la cui protezione cresce un'erba saporita; in altri si trovano profonde cavità, e qua e là saline dove si ammucchia il sale sciolto dalla pioggia. Le pecore selvatiche hanno, quindi, in montagne siffatte, tutto quel che giova ai loro bisogni: le cavità e le spelonche offrono loro sicure dimore, l'erba saporita dà un pascolo confacente e, infine, le saline provvedono all'appagamento di un bisogno comune a tutti i ruminanti. Si capisce che, dopo che hanno imparato a conoscere gli uomini, preferiscono le parti più selvagge di quel deserto; tuttavia, si possono vedere abbastanza frequentemente quando si percorra sul battello qualcuno degli affluenti del padre dei fiumi. I maschi adulti del Bighorn dell'America settentrionale giungono alla lunghezza di metri 1,80, di cui 13 centimetri spettano alla coda; l'altezza alle spalle è di un metro, con metri 1,10 di circonferenza dietro le spalle. La femmina misura, in lunghezza, metri 1,15 e un metro d'altezza; pesa 125 chilogrammi, mentre il maschio ne pesa 175: solo le corna pesano da 20 a 22 chilogrammi. La corporatura è compressa, robusta, muscolosa, assai simile a quella dello stambecco e lo ricorda specialmente nella testa, grande, perfettamente diritta di profilo, con l'occhio grande, le orecchie piccole e brevi, il collo grosso, il dorso largo, il petto aperto e robusto, la coda esile, le cosce molto robuste, le zampe forti e tozze e gli zoccoli brevi. Il maschio ha magnifiche corna, la cui lunghezza, misurata dall'esterno lungo la curva, è di 65 centimetri, mentre nell'interno, sempre lungo la curva, misura 44 centimetri; la circonferenza, alla base, è di circa 40 centimetri, mentre quella nel mezzo è di 34 centimetri; la distanza fra le punte delle due corna è di circa 54 centimetri. Alla base le corna si toccano; poi, piegando alquanto in avanti e in fuori, si volgono all'indietro, s'incurvano in un arco pressoché circolare, abbassandosi e tornando in avanti, con la punta di nuovo rivolta all'insù. Sembrano compresse e presentano molte rughe trasversali. Il paragone tra le corna del Bighorn e quelle dell'argali dà i seguenti risultati: nel primo le corna non sono mai lateralmente compresse e piane, ma rimangono larghe di diametro trasversale e portano rughe assottigliate, mentre quelle dell'argali sono fortemente compresse sui lati ed hanno un aspetto alquanto piatto. Nel Bighorn le insenature, o come si chiamano, i «cerchi ansenali», si presentano distinte e lasciano riconoscere soltanto solchi trasversali stretti, sovente interrotti e poco visibili, mentre i rigonfiamenti stanno vicinissimi nelle corna dell'argali e si estendono assai più lontane, sino a circa quattro quinti della loro lunghezza totale. Inoltre, le corna del Bighorn sono ordinariamente ancora più robuste dell'ornamento della testa del suo affine. Quelle della femmina, ben s'intende, sono molto più deboli e simili a quelle della capra. S'incurvano in un semplice arco all'insù, all'indietro e all'infuori e sono acute e affilate. Il pelo non è diverso da quello dello stambecco europeo. Non ha assolutamente alcuna somiglianza con la lana: è duro, sebbene molle al tatto, leggermente ondulato e tutt'al più un poco più lungo di 5 centimetri. Il colore è d'un bruno-bigio sudicio, come nello stambecco, mentre la striscia dorsale è alquanto più scura. Sono bianchi il ventre, la parte interna e posteriore delle zampe, quella posteriore delle cosce, una striscia dalla coda al dorso, che può essere paragonata allo specchio di molte specie di cervi, il mento ed una macchia sopra il fondo bruno-bigio della regione della gola; la parte anteriore delle zampe è più scura che non il dorso: è di un bruno-bigio-nericcio; la testa è bigio-chiara, l'orecchio, al di fuori, simile alla testa, bianco all'interno; la striscia caudale è più chiara di quella dorsale. Durante l'autunno e nell'inverno al bigio si mischia molto bruno, ma rimangono sempre di un bianco puro la parte posteriore del corpo e il margine delle cosce. Le prime notizie intorno al Bighorn si ebbero da due missionari che erano andati a convertire i selvaggi della California nel 1697. «Trovammo», lasciò scritto Padre Piccolo, «in quel paese, due specie di animali che non conoscevamo e che abbiamo chiamato "pecore", perché hanno con queste qualche somiglianza. L'una è grossa come un vitello d'un anno o due; ma la sua testa somiglia a quella del cervo, e le sue corna, che sono lunghissime, ricordano quelle del montone. La coda ed il pelame sono punteggiati e più brevi che nel cervo; gli zoccoli, al contrario, sono grandi tondeggianti e fessi come nel bue. Di questo animale ho mangiato la carne, che è molto saporita e tenerissima. L'altra specie di pecore, di cui alcune sono nere ed altre bianche, si distingue poco da quella nostrana ed è alquanto più grossa; ha molta più lana e migliore tanto che si può facilmente filare e tessere». Allo stato attuale, il Bighorn si trova discretamente numeroso, nella stessa California, nei luoghi che maggiormente gli convengono. Le pecore e gli agnelli sogliono formare greggi distinte, mentre i montoni, ad eccezione del tempo degli amori, si associano per conto loro, o vivono solitari. Nel mese di dicembre si avvicinano alle pecore ed allora, secondo l'uso generale, avvengono accanite battaglie tra i più forti per la conquista della bella. Passato quel tempo, vivono in serena pace gli uni con gli altri, come fanno le pecore domestiche, cui somigliano molto nell'indole. Le femmine partoriscono in giungo o in luglio; per la prima volta un solo agnello, più tardi due, che, dopo pochi giorni, possono seguire la madre ovunque; del resto, da essa stessa vengono condotti anche fra le più inaccessibili alture. Nel loro modo di vivere, questi animali non si distinguono dai loro affini o dagli stambecchi. Come questi, sono insuperabili maestri nell'arte di arrampicarsi, come pure nel crearsi sentieri intorno alle loro vette coniche, e, spesso, in punti dove la vetta scende a picco per centinaia di metri: certe sporgenze che hanno appena 30 centimetri di larghezza rappresentano per essi dei sentieri su cui si muovono con sorprendente maestria e sicurezza, senza minimamente provare cosa sia la vertigine. Vi corrono galoppando, con grande stupore dell'uomo che, da sotto, li guarda con il naso all'insù senza poter fare uso del fucile e che non riesce a concepire come un animale con quattro zampe riesca a galoppare su un così stretto sentiero con sotto l'abisso. Appena la bestia s'accorge di qualche cosa d'insolito, fugge verso le sue alture dirupate e si ferma sul margine esterno delle sporgenze per esplorare con l'occhio il suo impero. Nel pericolo, uno sbuffante suono nasale dà il segnale della fuga, e, appena risuona, tutta la banda irrompe in precipitosa fuga. Se il luogo è tranquillo, queste pecore selvatiche scendono volentieri al basso, sicché vengono spesso nei punti erbosi delle gole e sulla sponda dei fiumi per pascolarvi. Le caverne delle montagne, le cui pareti sono ricoperte di salnitro e di altri sali, ricevono giornalmente la loro visita e, quindi, in quei luoghi cadono più facilmente in balìa dell'uomo. Nelle località non molto frequentate da costui, queste pecore non sono tanto ritrose, sicché la caccia diventa oltremodo più facile; ma quando hanno imparato a conoscere l'uomo lo temono al pari del loro più mortale nemico, il lupo, e diventano pertanto guardinghe e paurose. Naturalmente anche la caccia diviene in tal modo più difficile e molte volte riuscire ad uccidere il Bighorn diventa un'impresa ardua e disagevole, per lo meno quanto quella di cui abbiamo già parlato a proposito di altre specie affini di questo animale.

PECORA DOMESTICA (Ovis aries)

Per alcuni naturalisti la nostra pecora domestica proviene da qualche specie selvatica; per altri, invece, vale l'opinione che la specie originaria sia del tutto estinta da tempi immemorabili, oppure che sia passata allo stato domestico, e che quindi, non si possa più trovare. La maggioranza di essi ammette una sola specie originaria, ma i pareri sono, anche qui, diversi: alcuni vogliono che sia l'argali, altri il mufflone, altri l'arni. Naturalmente, accade qui come per altri animali domestici: non abbiamo nessuno indizio sicuro sull'origine di questo utile, ma poco attraente animale domestico. Sappiamo che, come il bue e la capra, la pecora vive da tempi remotissimi sotto il dominio dell'uomo e che, a poco a poco, si è diffusa su tutta la Terra; ma la diversità delle sue razze è tanto grande che a stento si può capire come tutte queste differenze possano essere state prodotte dall'allevamento e dalle influenze climatiche. In verità, vediamo ancora oggi quanto la pecora domestica possa essere cambiata dall'incrocio con altre razze; ma appunto le razze impiegate nell'incrocio sono rimaste per secoli le medesime, né possiamo trovare nessun indizio che siano diventate quelle che ora sono, in grazia di un incrocio. E', tuttavia, degno di nota il fatto che solo pochissime razze di pecore domestiche hanno qualcosa di somigliante con le specie selvatiche: concordano, appunto, nel non somigliare alle specie selvatiche. Nel centro dell'Africa vivono pecore che hanno grande somiglianza con l'arni, tuttavia, non si può affermare che provengano da esso. La diversità tra le razze consiste specialmente nella curva delle corna, nella lunghezza e nella forma della coda e nel pelame. E' il caso della Pecora Merinos, che da alcuni naturalisti è creduta originaria dell'Africa settentrionale, mentre altri sostengono che essa, sin dai tempi più remoti, abbia abitato la Spagna e il Portogallo. Questo animale, anzitutto, si distingue dagli altri suoi affini per la straordinaria finezza del suo pelame. E' di media mole, di corporatura tozza, ha testa grossa, muso ottuso, fronte piatta, con il naso arcuato. Gli occhi sono piccoli, grandi i lacrimatoi, le orecchie di media lunghezza, terminate in punta aguzza. Solo i maschi hanno le corna, per lo più molto robuste, che misurano fino a 60 centimetri; il collo è breve e grosso, con profonde pieghe della pelle e con la giogaia separata a mo' di gozzo. Il corpo è compresso, il garrese alquanto rialzato; le zampe relativamente basse sono forti e robuste, gli zoccoli sono ottusamente aguzzi. Un vello fittissimo, breve, morbido, fine, increspato e per lo più d'un bianco-gialliccio ricopre il corpo. Gli spagnoli dividono i loro merinos in pecore stazionarie e in quelle migranti. Queste ultime sono, senza dubbio, le più importanti: percorrono vaste distese delle province del mezzogiorno e dell'ovest. Fino a circa due secoli fa, queste pecore si contavano a decine di milioni in Spagna, godendo su di esse incontrastati privilegi i re e l'aristocrazia, che le facevano pascolare dovunque e attraversare anche le altrui proprietà, naturalmente provocando ingenti danni. Attualmente sono pure numerose, ma per lo più le greggi non superano il numero di mille individui, per i quali vi sono pascoli ben determinati.

PECORA TORTICORNA (Ovis anes)

Assai più strana di quella precedente ci appare la più singolare di tutte le pecore, che appartiene ugualmente all'Europa, cioè la Pecora Torticorna. Oltre che per le corna torte in modo veramente strano, questa pecora si differenzia dalle altre per avere un vello fatto di setole lunghe, umide, d'una lucentezza opaca e di una lana mediocremente fina e breve, di cui si possono fare solo tessuti grossolani. Per tale ragione, questo animale viene allevato più per la carne che per la lana ed è apprezzato specialmente dai turchi, che a tutto preferiscono la carne del montone. Abita soltanto la Turchia e le valli danubiane, dove si trova in numerose greggi, specie sulle montagne.

PECORA STEATOPIGA (Ovis aries)

Questa pecora si trova in sterminato numero in tutta l'Africa centrale. I nomadi delle regioni centrali e di quelle settentrionali e i liberi neri l'allevano tutti. Questa pecora africana è un animale piuttosto grosso, che si distingue dalle altre specie domestiche per il vello completamente setoloso, da cui non si ricava lana che possa essere filata e tessuta. La brevità e la quantità di peli fanno somigliare il suo vestimento a quello della pecora selvatica e nessuna somiglianza presenta con un vello veramente lanoso.

PECORA DI PERSIA (Ovis aries)

Affine a quella precedente, si distingue specialmente per la sua regolare struttura e per il singolare colore del suo pelame. E' un animale di media mole, con le corna piccole e con pelame bianchiccio per tutto il corpo e nero crespo ben distinto sulla testa e sulla parte superiore del collo. E' comune in Abissinia e nello Yemen quanto in Persia. Questa pecora, come tutte quelle precedenti già descritte, non ha nulla di attrattivo, non solo nel corpo, ma soprattutto nella indole. E' una creatura mansueta, tranquilla, paziente, stupida, servile, senza volontà, timida e codarda, in una parola noiosa, o, come si vuole, niente più di una pecora. Non ha qualità proprie, non l'ombra di carattere, solo al tempo degli amori somiglia, alla lontana agli altri ruminanti; allora dimostra almeno alcune qualità che le potrebbero meritare l'interesse dell'uomo. Del resto, la pecora possiede una tale scarsità di facoltà intellettuali quale non si incontra in nessun animale domestico. La pecora non impara mai niente, né sa, perciò, aiutarsi da sé: se l'uomo che pensa al suo tornaconto non la prendesse sotto la sua protezione, in brevissimo tempo sarebbe completamente distrutta. La timidezza di questo animale è ridicola; la sua viltà miseranda: ogni sussurro inaspettato mette in iscompiglio tutto il gregge; il lampo, il tuono e l'uragano lo gettano fuori di senno, rendendo spesso vani tutti gli sforzi dell'uomo. I pastori hanno un bel da fare, in Africa, in Europa, come in Asia: quando imperversa la bufera, gli animali corrono, come spiritati, attraverso le steppe o i campi, si buttano nell'acqua, persino nel mare, rimangono stupidamente piantati nel medesimo posto, si lasciano pacatamente seppellire sotto la neve e gelare, senza minimamente pensare a ripararsi in qualche altro modo dalle intemperie o a procacciarsi il cibo. Concludendo su questa famiglia, lasciamo volentieri ad altri il compito di descrivere le altre varietà e specie di pecore, soprattutto perché abbiamo motivo di credere che questo sia un argomento privo di attrattive per i nostri lettori.

BUOI

Nella famiglia dei Buoi sono riuniti dei ruminanti assai grossi e robusti, i cui principali caratteri familiari consistono nelle corna più o meno cilindriche e lisce, nel muso largo con le narici poste ai lati di esso, nella lunga coda terminante a fiocco, e nella mancanza di lacrimatoi. Molti hanno una giogaia che pende dal collo. Anche lo scheletro offre forme tozze e robuste. Il cranio è largo alla fronte, non molto più stretto verso il muso, le orbite degli occhi poste quasi lateralmente; le sporgenze frontali, sulle quali spuntano le corna, appaiono nella parte posteriore e laterale del cranio; le vertebre del collo sono brevi, ma hanno lunghe apofisi spinose; le vertebre dorsali sono da 13 a 15; il diaframma si attacca alla dodicesima o alla quattordicesima vertebra; nella regione lombare sono sei o sette vertebre, la regione sacrale ne presenta 4 o 5 fuse insieme; il numero delle vertebre caudali giunge fino a 19. I denti incisivi mediani sono più grossi e gli esterni più piccoli. I margini sono larghi, a forma di pala, ma facilmente logorabili. In ogni mandibola sono quattro molari, dei quali gli anteriori sono piccoli, i posteriori, invece, molto sviluppati. Le corna, soprattutto, distinguono le varie specie. In alcune sono lisce, cilindriche, alquanto rugose alla base; in altre crescono talmente vicino alla radice da ricoprire quasi tutta la fronte che, generalmente, è libera. In alcune specie s'incurvano all'infuori, in altre all'indentro, in avanti, all'indietro, all'insù o all'ingiù, oppure sono foggiate a somiglianza di una lira. I Buoi hanno, in genere, un breve, liscio pelame che aderisce perfettamente al corpo; in alcune specie, però, esso si allunga a guisa di criniera, specialmente in determinate parti del corpo. I Buoi sono originari dell'Europa e dell'Africa, dell'Asia centrale e meridionale e dell'America settentrionale; ora sono diffusi in tutto il globo. Allo stato selvaggio, i Buoi abitano nei luoghi più diversi, nei folti boschi, nelle pianure, nelle steppe, sulle montagne fino ad un'altezza di 5.700 metri. Alcune specie preferiscono il clima umido delle paludi, altre, invece, quello asciutto. Generalmente, si spostano di continuo: infatti, quelli che vivono sui monti, scendono al piano durante l'inverno; quelli che abitano al nord, vengono verso il sud. Tutte le specie amano la società dei loro simili e vivono in branchi. I più vecchi e robusti fanno da capi, e, qualche volta, accade che un capo inetto venga scacciato dal branco. I Buoi riposano durante la notte: di giorno, invece, sono operosi. Contrariamente alle apparenze, essi non sono tardi e pigri nei loro movimenti; hanno, anzi, un'agilità che stupisce, quando si pensi alla loro mole. Riescono, infatti, a trottare e perfino a galoppare, talvolta, in maniera goffa, ma comunque valida per spingersi avanti rapidamente. Le specie che abitano nelle montagne riescono ad arrampicarsi senza difficoltà e sanno spiccare grandi salti. Tutte le specie riescono ad attraversare a nuoto i larghi fiumi. Sono forti e resistenti. L'olfatto è, fra i loro sensi, il più sviluppato; anche l'udito è buono, ma non altrettanto la vista. Hanno intelligenza più che modesta, soprattutto i Buoi domestici che, per nessuna ragione, sono costretti ad esercitarla. I Buoi sono docili e fiduciosi; a volte, però, divengono irosi e ostinati; se vengono irritati, si slanciano coraggiosamente contro l'aggressore, anche se si tratta di una belva più grande di loro, ed in tal caso sanno molto bene far uso delle formidabili armi fornite loro dalla natura. Fra di loro sono assai tolleranti; tuttavia, nell'epoca degli amori, si azzuffano anche ferocemente. Le specie selvatiche emanano un forte odore di muschio che rende immangiabile la loro carne. La voce è un muggito cupo, o un brontolio o grugnito, che è indice di commozione nell'animale. I Buoi mangiano foglie, gemme, ramoscelli, erbe, cortecce, muschi e licheni, piante di palude. Il sale è una ghiottoneria per essi. Sentono fortemente il bisogno dell'acqua; infatti, li vediamo giacere a lungo nei ruscelli e negli stagni. Durante il periodo dell'accoppiamento i maschi divengono feroci e pronti alla zuffa. La gestazione dura da 9 a 12 mesi, al termine dei quali la femmina dà alla luce un vitello, raramente due. Essa allatta il proprio nato, lo ama con grande tenerezza, lo lecca, lo cerca continuamente, lo difende da qualunque pericolo. Il piccolo diviene adulto dai 3 agli 8 anni. I Buoi vivono da 15 a 50 anni. Tutte le specie bovine si addomesticano con grande facilità e si affezionano all'uomo. La cattura del Bue selvatico è delle più ardite e pericolose, perché un toro irritato viene preso da un furore cieco. I pochi danni che possono arrecare i Buoi selvatici sono largamente compensati dai grandi vantaggi che procurano all'uomo le specie addomesticate: carne, pelle, ossa, latte, corna, tutto è utilizzato.

Modello tridimensionale di mucca

BUE MUSCHIATO (Ovibos moschatus)

Un Bue Muschiato può pesare 350 chilogrammi; la sua lunghezza, da adulto, è di metri 1,80; le corna, misurate lungo la curva, raggiungono i 60 centimetri. Fin dal secolo decimosesto, furono trovati, nel Messico, dei buoi muschiati. Il Bue Muschiato abita le malinconiche terre ricoperte di muschi che noi denominiamo tundre. Queste terre paludose sono disseminate di basse collinette e numerosi ruscelli e stagni. Là vivono anche molti rosicanti, nonché la renna, il lupo, la volpe polare, il ghiottone ed alcune martore. Sono quelle tundre, terre desolate, infestate da milioni di zanzare. Il Bue Muschiato ci vive in branchi di 20 o 25 individui; il fitto manto che lo ricopre lo difende dall'inclemenza del tempo. Spesso ne passano dei branchi perfino sulla neve per recarsi in cerca di migliori pascoli. Durante l'inverno si accampano lungo i fiumi, nell'autunno ritornano ai boschi. Le femmine sono in numero superiore ai maschi. Nel tempo degli amori, questi diventano violenti ed aggrediscono i più giovani che, spesso, lasciano la vita in tali lotte. Il Bue Muschiato è agile nel muoversi: sa arrampicarsi e balzare con facilità da un luogo all'altro. Non ha sensi molto sviluppati ed un cacciatore può agevolmente sorprenderlo mentre pascola. Questi animali, se fatti segno al tiro di più cacciatori, invece di disperdersi, si stringono fra loro, offrendo così maggiore probabilità di essere colpiti. Quando sono feriti, divengono furenti e guai a chi capita di fronte alle terribili corna! L'epoca degli amori ricorre alla fine di agosto e nel mese di maggio; le femmine partoriscono un figlio che rimane di colore molto chiaro fino alla crescita completa. L'appellativo di «muschiati» viene loro dal forte odore di muschio che li compenetra e rende immangiabile la loro carne; fanno eccezione la femmina ed il vitello che non hanno quell'odore e la cui carne perciò offre un eccellente cibo. Gli esquimesi dànno volentieri la caccia al Bue Muschiato per procurarsi la sua carne come nutrimento. Anche la lana, il pelo e la pelle si sono rivelati di grandissima utilità per quei popoli, i quali se ne servono per i più svariati usi.

JAK O BUE GRUGNENTE (Poephagus grunniens)

Vive nelle alture dell'Himalaya allo stato selvaggio, ma viene addomesticato agevolmente dagli indigeni. Era conosciuto fin dai tempi più remoti. Eliano dice: «Gli indiani presentano altre due specie di buoi, dei quali alcuni sono mansueti, altri sono molto selvaggi. Il loro colore è nero, ma hanno una coda bianchissima. L'animale è pauroso e corre via velocemente». Altri viaggiatori ci hanno parlato di quest'animale, finché, introdottolo nei giardini zoologici, avemmo modo di osservarlo diligentemente. Il Jak s'incontra ancora allo stato selvatico, ma solo nei pascoli più elevati, ad altezze sorprendenti. Lo Schlaginturik riferisce: «La regione in cui vive il Jak è una delle più interessanti della terra dal punto di vista zoologico. Quei vasti altipiani sono un deserto per tutto l'anno e la vegetazione vi è scarsa. Eppure vivono in essa un gran numero di quadrupedi: jak antilopi, sciacalli, e perfino volpi e lepri». Tra le aree di diffusione dei grandi mammiferi, quella del Jak è una delle più limitate: infatti, la sua esistenza è legata ad un clima asciutto e di moderata temperatura. Esso può vivere fino a 6.000 o 6.500 metri, molto al disopra, perciò, del limite della vegetazione. Troviamo il Jak allo stato selvatico nella Mongolia, nel Tibet, nel Turkestan. Sull'Himalaya esso non si trova altro che allo stato domestico; sembra non possa sopportare un clima al disotto dei 2.600 metri. Questo è veramente strano, poiché nessun altro bovino potrebbe resistere ad una pressione atmosferica pari alla metà di quella esistente a livello del mare. L'andatura del Jak è rapida, i suoi movimenti improvvisi, il galoppo velocissimo. I suoi sensi sono molto sviluppati; è molto pauroso e pronto a darsi alla fuga. Il Jak deve il suo nome latino alla sua voce che non somiglia né al muggito, né al belato, né al nitrito, ma soltanto al grugnito del maiale. La femmina partorisce in primavera un solo piccolo che, appena nato, si mostra irrequieto, vivace e pronto a seguire la madre ad altezze e per sentieri aspri e difficili. Si dà la caccia a questo animale per il suo bel pelame; ma si tratta di una caccia pericolosa ed ardua, perché il Jak, ferito, diviene furente ed è in vantaggio sull'uomo per la sua velocità e la maggiore capacità nell'arrampicarsi. I giovani si addomesticano agevolmente, ma, volendo accoppiarlo ad una vacca domestica, non si riesce a vincere la sua ripugnanza. Il Jak misura da metri 1,80 a 2,10 di lunghezza, compresa la coda che raggiunge i 45 centimetri. Riguardo alla struttura, è un che di mezzo tra il bue, il cavallo e la pecora. La sua testa rassomiglia a quella del bue; il rimanente del corpo è un composto di forme di vari animali. La fronte è corta ed arcuata, il muso rialzato, le narici strette e scostate, le labbra grosse e penzolanti, gli occhi grandi, le orecchie ovali, le corna alte, sottili ed affilate che nel maschio sono volte dalla base in su a forma di mezzaluna, dirette all'infuori, all'avanti ed all'insù coll'estremità di nuovo ricurva in dentro e all'indietro; nella femmina hanno la stessa forma di mezzaluna all'infuori ed all'insù, con la punta rivolta all'indentro ed all'indietro. La giogaia manca. Il dorso è quasi diritto. Le zampe, brevi, sono grosse e robuste. Il pelame è lungo e folto; soltanto il muso, la pianta dei piedi ed un piccolo spazio sul petto fanno eccezione. Sul cranio sono peli ruvidi ed increspati. Sulla fronte formano un rialzo, un altro sulle spalle e sul garrese. I fianchi, le cosce, le zampe anteriori sono coperti di lunghi peli increspati che talvolta toccano terra; intorno al collo e lungo la linea dorsale essi formano una specie di criniera. Il colore dominante è il nero, ma spesso la coda ed il ciuffo del cranio sono bianchi. Negli stessi paesi nei quali esiste il Jak allo stato selvaggio lo si trova anche addomesticato nelle case, ove si rende utilissimo. Il Jak domestico assume un colore diverso dal suo fratello selvatico. Non è raro vederlo tutto bianco; ma se ne trovano anche di bruni, di rossi, di macchiettati. Tuttavia in alcuni luoghi anche i jak domestici si sono rinselvatichiti ed hanno ripreso il loro colore originale. Il Jak si alleva soprattutto nell'Asia centrale e specialmente nelle zone montuose, fredde ed alte. Soffre moltissimo il caldo e ricerca avidamente dell'acqua in cui tuffarsi. Le femmine dimostrano un grande affetto verso i figli; li lasciano la mattina quando vanno al pascolo e tornano a loro la sera per vederli e per leccarli teneramente. Gli abitanti del Tibet si servono del Jak come animale da cavalcatura e da soma. Esso si comporta molto bene con le persone che conosce e si lascia condurre docilmente. Schlaginturik dice che il Jak non si cavalca senza difficoltà, perché, prima di riuscire a convincerlo alla sosta, si volge e si rivolge circolarmente intorno a sé stesso. Percorre le vallate delle montagne a testa bassa e con la coda fra le zampe; ma nessun altro animale lo supera in destrezza e calma se si tratta di attraversare passaggi difficili e dirupati. Il Jak non gradisce che gli si avvicinino gli estranei. Spesso diviene collerico, sferza l'aria con la coda, guarda minacciosamente il padrone. Con gli altri buoi è socievole, si accoppia perfino ad altre specie della sua famiglia. Il Jak porta agevolmente grandi pesi a considerevoli altezze, anche cento o centocinquanta chilogrammi; è capace di portare a 4.000 o 5.000 metri, senza soffrire né per lo sforzo né per la rarefazione dell'aria, pesi notevolissimi. Eccellenti sono il latte e la carne del Jak. Dalla pelle si ottiene un ottimo cuoio; dai peli, delle buone funi. La coda del Jak è molto apprezzata e ricercata per la sua bellezza. Il Jak domestico è soggetto a varie malattie; le sue unghie si ammalano facilmente e guariscono assai lentamente. Il cambiamento di clima e l'insufficienza del nutrimento fanno nascere spesso delle vere epidemie fra i jak. Nei giardini zoologici il Jak riesce a vivere meglio di quanto si sospettasse, dato il suo amore per il freddo.

BUFALO CAFRO (Syncerus caffer)

E' questo il maggiore rappresentante dei bufali. Fra i caratteri generali della famiglia diremo che questi animali hanno corpo compresso, la fronte bassa ed arcuata. Le corna sono spinte piuttosto indietro e si abbassano subito; spesso sono munite di anelli irregolari o di protuberanze e terminano in forma cilindrica. Dapprima si piegano in basso e indietro, poi in fuori e all'insù e finalmente si volgono in avanti; in alcune specie si dirigono prima in linea quasi retta indietro, abbassandosi poi con una dolce curva volta in fuori. Il Bufalo Cafro è il più grande, il più tarchiato, il più forte e il più selvaggio fra i bufali. Le sue corna sono veramente particolari. Si ingrossano notevolmente alla base a causa di enormi bernoccoli che coprono completamente la testa; le corna dapprima si piegano in giù e si volgono indietro, poi si rialzano spingendosi in avanti, in modo che di nuovo si curvano l'una verso l'altra. Gli occhi sono molto incavati, le orecchie pendono per una lunghezza di 30 centimetri; il corpo è grosso e tozzo, i piedi larghi e robusti; la coda completamente nuda tranne alla punta, dove si trova un ciuffo di peli. Sotto la mandibola inferiore si nota un pizzo di lunghi peli. Il colore del pelame è un nero scuro, tendente al bruniccio; la pelle è di un colore nero-azzurro. E' un animale, come abbiamo detto più su, furioso e terribile; si aggira in branchi nelle regioni boscose dell'Africa meridionale e centrale, terrorizzando le popolazioni indigene. Vive in numero notevolissimo nelle giogaie del Capo di Buona Speranza, nelle vaste foreste vergini del centro dell'Africa e nei boschi a mezzogiorno del Cordofan. Gli indigeni dei luoghi in cui vive il Bufalo Cafro assicurano concordemente che è di una ferocia terribile, tanto che essi lo temono assai più del leone o della tigre e che in nessun caso penserebbero a partecipare ad una battuta di caccia contro questo animale. Il Kolbe, un naturalista che si appassionò molto allo studio dei bufali, concorda anch'egli con quanto affermano gli indigeni circa la ferocia del Bufalo Cafro. «Sono animali», scrive il Kolbe, «molto pericolosi. Se si ha la disgrazia di irritarli, mostrando loro panni rossi o sparando, o inseguendoli, non si può sfuggire alla loro feroce vendetta; cominciano a muggire e a scalpitare con forza; non temono né risparmiano più nulla e non hanno paura nemmeno di molti uomini armati. Nel loro furore, balzano nel fuoco o nell'acqua con decisione. Ricordo che una volta un bufalo cafro inseguì un ragazzo che aveva una camicia rossa e lo seguì fino al mare dove si tuffò dietro di quello. Per fortuna l'inseguito, ottimo nuotatore, sapeva tuffarsi bene, cosicché nuotando a lungo sott'acqua fece perdere le sue tracce alla bestia inferocita, che tuttavia nuotò attraverso il porto per oltre un'ora e mezza fino a quando non fu uccisa da una palla di cannone sparatale da un vascello». Anche Sparman dice che il Bufalo «ha un aspetto cupo e feroce, né dà con l'indole una smentita al suo aspetto». Generalmente si nasconde dietro gli alberi e vi resta in agguato finché qualcuno passi; allora bruscamente esce ed aggredisce il passante. Dopo aver ucciso un animale o un uomo, gode nell'infierire sul morto, calpestandolo con gli zoccoli, lacerando il corpo con le corna e tornando più volte a sfogare sulla vittima il suo furore. Un atteggiamento veramente singolare, che assume un branco di bufali accerchiati, è quello di formare un circolo al centro del quale si dispongono in gruppo i giovani protetti all'esterno dai vecchi, che si mostrano molto resistenti al dolore e alle ferite. Il Bufalo Cafro, come tutti i suoi affini, si rotola volentieri nel fango e a volte resta per lunghe ore nell'acqua. Le sue larghe e robuste corna gli aprono il varco fra le più intricate boscaglie in luoghi ove, oltre a lui, solo gli elefanti e i rinoceronti possono farsi strada. Ho notato, presso il Nilo Azzurro, che il Bufalo Cafro, a preferenza, prende la strada tracciata dagli elefanti attraverso il bosco. A causa della forma del suo muso, questo animale non può vedere bene davanti a sé; è capitato perciò spesso che delle persone gli si fossero avvicinate molto di fronte senza essere da esso osservate, mentre sarebbero state oggetto di un'immediata aggressione se si fossero accostate di fianco, esposte così alla sua vista. Il cieco furore del Bufalo si sfoga anche sopra gli innocenti, e, per questo motivo, non vi è animale più odiato di questo dagli africani. Come un'irresistibile bufera, l'animale furioso si precipita sulla sua vittima, le trafigge il corpo con le corna e la calpesta finché tutte le sue ossa non siano sfracellate. Tra gli africani è conosciuto sotto il nome di Inyati o Insumba. Il capitano Drayson ci ha fornito sul Bufalo Cafro la migliore descrizione: «La pelle del Bufalo», egli dice, «è tanto dura da opporre alla palla del fucile una notevole resistenza e da essere traforata solo se gli si spara da vicino. Il Bufalo è una bestia rabbiosa, vendicativa, scaltra e perfida più di ogni altra. La sua indole lo porta ad essere socievole con i suoi affini, ma in certi periodi dell'anno i tori si contendono la supremazia nelle cose d'amore e quindi, spesso, avviene che un branco di giovani maschi scacci qualche vecchio prepotente, che si ritira allora nelle località più desolate e remote, passando i giorni a brontolare sul suo destino e sull'ingratitudine del mondo. Questi esiliati sono i più terribili della loro specie. Si sa che gli animali fuggono generalmente davanti all'uomo, se questi non li aggredisce, ma quei vecchi misantropi non accettano scuse; corrono contro ogni uomo che vedono e impegnano battaglie per appagarsi col sangue dell'ingiustizia che i loro simili hanno fatto loro, scacciandoli dal gruppo». Il soggiorno prediletto dei bufali è il bosco. Là seguono le orme dell'elefante o del rinoceronte oppure si aprono, con le potenti corna, una nuova strada fra i rami intricati. Di sera, di notte e di mattina presto, percorrono i paesi muggendo, ma, quando si alza il sole, si ritirano nelle gole dei monti o nelle boscaglie ove si godono il riposo, ben nascosti. Le orme del Bufalo somigliano a quelle del bue comune; solo gli zoccoli di un individuo vecchio stanno discosti, mentre quelli di un giovane sono vicini. L'orma della femmina è più lunga, più stretta, più piccola di quella del maschio. Si sono visti branchi di bufali comprendenti da 600 a 800 individui e si può ben capire quale grave pericolo rappresenti un così numeroso esercito di cornuti irascibili. Presi giovani, tuttavia, anche questi animali, così feroci allo stato libero, si addomesticano facilmente e diventano a volte mansueti come i nostri buoi.

ARNI (Bubalus bubalus)

Si tratta di una delle specie di bufali selvatici indiani; anzi è questo il gigante di tutta la famiglia. Alle spalle misura d'altezza 2 metri e dieci centimetri, mentre la lunghezza del suo corpo, dal muso alla punta della coda, è di oltre 3 metri. Le punte delle corna sono a una distanza, l'una dall'altra, di circa 1 metro e 80 centimetri. Hanno tre spigoli sulla superficie, sono rugose, diritte ed hanno le estremità dirette all'interno e indietro. Sono piantate in modo tale che l'animale è sempre pronto all'attacco. Il corpo dell'Arni è coperto di lunghi peli di colore nero-bruniccio. In India è noto come il più terribile abitante delle foreste vergini e la sua caccia è di gran lunga la più pericolosa. Malgrado l'indomabile furore di questo animale, si è tentato, spesso con buon successo, di addomesticarlo. In Cina e in India molti bufali di questa specie vengono utilizzati, sia per i lavori agricoli, sia come cavalcatura, sia, infine, per la produzione del latte.

BUFALO COMUNE (Bubalus bubalus)

E' da molti naturalisti considerato come una varietà dell'arni e come questo vive nell'India allo stato selvatico. Il suo corpo è allungato, pieno e arrotondato; il collo è grosso e corto con pieghe di pelle nella parte anteriore, ma senza giogaia. La testa è più corta e più larga di quella del bue, la fronte è spaziosa, il muso corto; le zampe sono di media lunghezza, robuste e forti; la coda è piuttosto lunga. Il garrese s'innalza in forma gibbosa, il dorso si abbassa, la groppa è alta e curva, il petto stretto, il ventre pieno, l'inguine rientrante; gli occhi piccoli hanno un'espressione selvaggia e feroce; le orecchie sono lunghe e larghe, poco pelose all'esterno, fornite all'interno di lunghi ciuffi di peli, collocate lateralmente in direzione orizzontale; le corna sono lunghe, grosse, massicce alla base e vanno restringendosi fino a terminare in un'estremità ottusa. Vicino alla radice si toccano, poi piegano lateralmente abbassandosi, poi si volgono all'indietro e in su; all'estremità si curvano in su e nello stesso tempo in dentro e in avanti, formando così un triangolo. L'ultima parte è tondeggiante; alla superficie presentano distinte rughe trasversali dalla base fino alla metà; verso la punta e nella parte posteriore sono perfettamente lisce. Gli zoccoli sono convessi, grandi, larghi. Il petto delle femmine è dotato di quattro capezzoli, collocati quasi trasversalmente. Il pelo è rado, irto, setoloso; si allunga sulle spalle, lungo la parte anteriore del collo, sulla fronte e al fiocco situato nella parte terminale della coda. La parte posteriore del dorso, la groppa, il petto, il ventre, le cosce e la maggior parte delle zampe sono quasi completamente senza pelo. Il colore è generalmente bigio-nero-scuro o completamente nero e rossiccio nella parte inguinale. La pelle è nera e i peli tendono al bigio-azzurrognolo o al bruniccio o al rossiccio. Raramente si incontrano individui bianchi o macchiettati. Il Bufalo Comune vive anch'esso nelle zone paludose ove cerca il suo cibo fra gli alti carici. Si nutre di quelle sostanze che ogni altro animale rifiuta. I suoi movimenti sono estremamente pesanti, ma forti e durevoli; nel nuoto si rivela maestro di grande abilità. Fra i suoi sensi primeggiano l'udito e l'olfatto; la vista è assolutamente cattiva. La sua voce è un muggito profondo e cupo. Non la cede agli altri affini in ferocia e collera; perfino in schiavitù esso conserva questo particolare carattere. I bufali comuni vengono utilizzati in India nella lotta contro le tigri, delle quali sono per natura acerrimi nemici. Rice racconta in proposito che vide una volta i bufali di un branco seguire inferociti le tracce lasciate da una tigre ferita, correre, sradicando gli alberelli e rompendo i rami degli alberi, scavare con le corna la terra in cerca della vittima odiata, e infine, giunti al parossismo del furore, mettersi a combattere l'uno contro l'altro. Questi animali trascorrono molto del loro tempo nell'acqua, dove si tuffano profondamente, tanto che ne spuntano fuori solo la testa e una piccola parte del dorso. Sembra quasi che l'acqua sia il loro proprio elemento: si tuffano, si mettono di fianco, a volte si lasciano trascinare dalla corrente coricati col dorso nell'acqua e tenendo le zampe all'aria. Trascorrono nell'acqua ogni giorno da 6 a 8 ore e, stando così in fresco, trovano comodo ruminare a lungo. Ogni bufalo diventa molto inquieto se deve restare privo di questo refrigerio per qualche tempo. Sul terreno, esso è molto più impacciato che non nell'acqua. Il suo passo è pesante e la sua corsa è un goffo e stentato spingersi avanti; quando è in grande furore, si mette a galoppare, compiendo una serie di salti sguaiati e disordinati, al che non regge per più di cento o duecento metri, dopo di che ricomincia a trottare, poi a camminare, per riprendere poi di nuovo quello strano galoppo. Il Bufalo domestico, molto diffuso in Egitto, in Italia e in altri Paesi, ha anch'esso un aspetto feroce e indomito. Il suo sguardo rivela l'astuzia e la perfidia di cui è dotato. In effetti, però, esso è assai meno feroce di quel che si potrebbe credere, giudicandolo a prima vista. In Egitto, ad esempio, greggi di venti e più di questi bufali vengono affidate alla custodia di un bambino, cui essi obbediscono pacificamente. Per la sua indole intellettiva, il Bufalo si distingue da ogni altro animale per la sua perfetta indifferenza per ogni cosa che non sia il suo cibo o l'acqua. Per il resto si rassegna filosoficamente e con stupida indifferenza a tutto quello che non può evitare: tira l'aratro e il carro, si lascia ricondurre alla stalla e di nuovo ai campi con la stessa monotona aria stanca. Una straordinaria virtù del Bufalo è la sua sobrietà veramente senza pari. Il cammello, citato come modello di moderazione, l'asino che trova nel cardo un cibo squisito, non superano di certo il Bufalo in questa virtù. Esso sdegna le erbe succose e saporite, cerca le piante più secche, più dure, più insipide. Le erbe acquatiche e delle paludi, i giunchi, le canne, tutti i cibi che gli altri animali disprezzano, sono per il Bufalo le più squisite leccornie. Il latte che questo animale produce, cibandosi di così scadenti vettovaglie, è eccellente, squisito, ricco di panna e di burro. Il Bufalo è un animale molto sudicio: esso somiglia a un maiale che si sia crogiolato in una pozzanghera di fango; con perfetta indifferenza il Bufalo si rotola nella fanghiglia fino a rimanere coperto da una crosta di terra che gli appiccica il pelame, o esce da un lungo bagno nelle acque profonde perfettamente pulito. Le sue opinioni politiche sono nettamente denunciate dalla carica di furore con cui accoglie lo sventolio della bandiera rossa; tuttavia, in grazia soprattutto dei notevoli servizi che esso rende, gli si permette una libertà di opinioni così apertamente dichiarate. Forse, se non sapesse rendersi spesso indispensabile all'uomo, ben diversamente sarebbe trattato questo libero pensatore! Fra i tudas - membri di una tribù indiana che differisce molto per le abitudini e la religione dagli Indù - il Bufalo è onorato come un dio. Il vitello del Bufalo, poi, è il capro espiatorio carico dei peccati umani; e spesso, alla morte di un ricco, si uccide un bufalo perché lo accompagni nell'altro mondo, portandone i peccati; mentre il vitello porta i peccati del paese intero. Tuttavia, mentre vive, il Bufalo è sottoposto dai tudas ad un lavoro continuo e al trasporto di carichi pesanti, probabilmente nella buona intenzione di prepararlo davvero al peso ancora più pesante dei peccati che dovrà poi portare da morto! E' questo un animale silenzioso: quando sguazza nell'acqua o nel fango, non apre bocca e resta con un'aria felicemente ebete per ore intere. Solo le femmine quando allattano o i maschi inferociti lasciano udire la loro voce, che è un forte muggito. Il periodo dell'accoppiamento cade in primavera, cioè in aprile o maggio; dieci mesi dopo la femmina partorisce. Il piccolo è un animale deforme; la madre lo cura, lo allatta e lo difende con amore e coraggio. Nel quarto o nel quinto anno esso diventa adulto e vive generalmente fino a 20 anni. Il Bufalo si accoppia pure facilmente con la femmina dello zebu. Con la mucca domestica, invece, l'accoppiamento ha bisogno dell'aiuto dell'uomo e il feto è generalmente così sviluppato nel seno materno che alla nascita muore o è causa della morte della madre. L'utile del Bufalo è maggiore di quello che produce il nostro bue, anche perché, per il tipo di cibo di cui si nutre, non richiede alcuna spesa. La sua scarsa intelligenza viene ben compensata dalla grande forza di cui è dotato. La carne degli individui giovani è eccellente, non altrettanto quella degli adulti, che è intrisa di uno spiacevole odore di muschio. Il grasso è apprezzato; la pelle grossa e dura è molto pregiata e oggetto di un vasto commercio; con le corna si fabbricano utensili vari. I soli nemici del Bufalo sono i lupi e le tigri, e anche questi, tuttavia, non sono tanto temibili, poiché esso li affronta con coraggio e forza e spesso riesce a metterli in fuga.

Bufalo asiatico

Bufalo asiatico

KERABAU (Bubalus bubalus)

E' questo un bufalo che vive in parte allo stato selvatico, in parte allo stato domestico nelle isole delle Indie orientali e della Sonda, cioè nel Borneo, a Sumatra, a Giava, nel Timor, nelle Molucche e nelle Filippine. Per la mole, esso somiglia al gigante del genere; soprattutto le sue corna hanno un'enorme lunghezza. Il suo pelame è molto rado; i peli sono corti, duri e dovunque, fra questi, appare la pelle. Il collo, il cranio, la parte anteriore delle zampe sono più pelose; fra le corna i peli formano un ciuffo. Il colore fondamentale è cinerino-azzurrognolo chiaro, ma nella parte interna delle cosce e nella zona inguinale è rosso-carnicino. I Kerabau di mole media misurano 1 metro e 80 centimetri; l'altezza al garrese è di un metro e 35 centimetri. Le corna misurano metri 1,50. Per il genere di vita e per le abitudini il Kerabau somiglia perfettamente agli altri della famiglia. Come i suoi affini, è considerato, nei Paesi in cui vive, l'animale più terribile, e la caccia che gli si fa è considerata fra le azioni più coraggiose che un uomo possa compiere. Il Kerabau domestico viene utilizzato come animale da sella. Quando non è attivo, l'animale se ne sta tranquillo nell'acqua per ore intere. Nell'isola di Manila capita di vedere in ogni ruscello e in ogni lago branchi interi di questi animali immersi nell'acqua fino alla testa. Un fatto veramente strano è che il Kerabau non viene mai aggredito dal coccodrillo, che attacca invece ogni altra specie di animale. Nella stagione delle piogge i bufali sono assolutamente indispensabili agli abitanti di quelle isole, perché dànno loro la possibilità di circolare nelle strade sfasciate dalla pioggia e dal gelo. Gli indigeni pongono allora il carico su una specie di slitta, che scivola sul terreno umido: vi si attacca il Bufalo, il conducente siede sul dorso dell'animale e lo guida come desidera.

BISONTE D'EUROPA (Bison bonasus)

Si tratta del maggiore rappresentante del genere dei bisonti; un genere che si distingue dagli altri della famiglia dei buoi, per le corna piccole, tonde, piegate in avanti e in su, per la fronte larga molto convessa, il pelame lungo e morbido e il grande numero di costole di cui sono forniti i suoi individui. Il Bisonte d'Europa, adulto, misura 2 metri e 30 centimetri di lunghezza ed ha un'altezza al garrese di un metro e 50 centimetri; il suo peso oscilla fra i 550 e i 600 chilogrammi. La corporatura del Bisonte è robusta, tarchiata, esageratamente grossa nella parte superiore, soprattutto rispetto alla parte posteriore piuttosto esile. Il garrese forma una specie di gobba, dalla quale il dorso si va abbassando verso la groppa. La testa poderosa poggia sopra un collo corto, grosso, senza giogaia. Gli occhi e le orecchie sono di media grossezza e le corna sono, in proporzione alla grossa mole del corpo, assai piccole. Misurate lungo la curva, esse raggiungono i 45 centimetri appena. Spuntano quasi nel centro del cranio, s'incurvano dalla radice in fuori, abbassandosi, poi si piegano in su e in avanti e volgono le loro estremità in dentro, cosicché si presentano l'una di fronte all'altra. Alla base hanno alcune rughe anelliformi; la punta è invece perfettamente liscia. Le zampe sono di media altezza, ma più lunghe e più sottili di quelle del nostro bue. Gli zoccoli sono grandi, larghi, alti; la coda giunge fino alla metà della tibia senza peli, e fino al calcagno con il ciuffo di peli terminali che raggiunge spesso una lunghezza di 40 centimetri. Il pelame è dovunque piuttosto lungo; sulla parte anteriore del corpo, sul capo e sulle zampe anteriori esso è anche increspato. Sulle guance il pelo forma una folta barba; sulla fronte, sul collo, sul mento, sulla gola, sulle zampe anteriori, fino a metà della tibia, si allunga in forma di criniera che può misurare perfino 30 centimetri di lunghezza. Nella parte posteriore del corpo è lanoso. Negli individui giovani il pelame è più morbido e più corto che negli adulti. In inverno il pelame è più lungo, più lanoso e meno lucido che in estate, per lo più è di un colore bruno-scuro tendente al nericcio, più chiaro sui lati del collo e sulle spalle, più scuro ai piedi; in estate il colore è più chiaro, generalmente di un bruno-castano chiaro tendente al bigio-fulvo; la barba, il pelo delle guance e il fiocco della coda sono sempre nero-bruni; l'estremità del muso è bianco-gialliccia. Gli animali più giovani sono più chiari; i neonati sono di colore bruno-castano sbiadito. Il maschio si distingue dalla femmina per la maggior mole, la testa più grossa, la fronte più larga e le corna più corte. Nei periodi estivi e autunnali il Bisonte vive nelle umide regioni boscose; d'inverno preferisce i luoghi più alti e più asciutti. I maschi molto vecchi vivono solitari; i giovani, invece, formano branchi di 15 o 20 individui nell'estate e di 40 o 50 individui nell'inverno. Ogni branco ha la sua dimora dove torna sempre. Essi vivono fra loro in perfetta concordia fino al tempo degli amori. I bisonti sono attivi di giorno e di notte, ma pascolano per lo più nelle fresche ore serali o mattutine; a volte anche di notte. Si cibano di corteccia d'albero, di foglie, di gemme e di erba; scorticano gli alberi fin dove possono arrivare, rovinandone così un gran numero. I movimenti del Bisonte, malgrado la grande pesantezza, è un passo rapido, la corsa è simile ad un pesante galoppo; esso è tuttavia un animale molto resistente ed è capace di continuare a correre per molto tempo, tenendo sempre la testa bassa e la coda ritta. Il Bisonte è un animale allegro e vivace che volentieri si trastulla con i suoi simili. Spesso è dato vedere due individui che saltellano l'uno intorno all'altro, minacciandosi per scherzo con le lunghe corna. In generale, se non sono molestati, i maschi lasciano che l'uomo si avvicini ad essi, ma basta la minima molestia perché si scateni la loro ira e allora diventano davvero terribili. A volte capita, soprattutto nell'inverno, che un bisonte occupi il sentiero e che non lasci passare nessuno per molte ore, talvolta per giornate intere. L'indole del Bisonte è infatti dispettosa e una grande irascibilità domina il carattere soprattutto del maschio, come nella maggior parte delle specie selvatiche della famiglia. Nell'ira protende fuori la lingua di un colore rosso-turchiniccio, straluna gli occhi macchiettati di rosso, il suo sguardo diventa terribile e si precipita con spaventoso furore sull'oggetto della sua ira. Gli individui giovani sono meno furenti dei vecchi, fra i quali primeggiano in irosità i vecchissimi individui che vivono isolati. Infatti, nella maggior parte dei casi, i bisonti che vivono in branchi, si allontanano non appena si accorgono della presenza dell'uomo, presenza che, in virtù dei loro sensi sviluppatissimi, avvertono assai prima di essere visti; i vecchi solitari, invece, pare provino un particolare piacere ad azzuffarsi con l'uomo. I cavalli, in modo particolare, sembra abbiano una grande paura dei bisonti: mostrano il loro spavento appena hanno sentore della presenza, sia pure lontana, di uno di questi animali; se poi un bisonte compare sul loro cammino, si dimenano come fuori di sé, s'impennano, si gettano a terra e dimostrano il loro terrore in ogni modo. Il periodo degli amori per i bisonti ricorre generalmente in agosto a volte in settembre e dura due o tre settimane. In quel tempo l'animale appare più grasso e robusto. Lotte e strani giuochi precedono, fra i maschi, il periodo dell'accoppiamento. I bisonti in amore sradicano con gioia alberi di mole notevole e li fanno cadere. Capita a volte che le radici restino intricate fra le corna e l'animale non riesca a liberarsene; in questi casi si vede il bisonte infuriarsi e correre velocemente nei campi ornato di quello strano trofeo. Le lotte fra gli innamorati si fanno a volte veramente furenti, si precipitano l'uno contro l'altro, urtandosi con le corna in modo che pare debbano sfracellarsi, ma la loro fronte resiste agli urti più violenti e le corna sono elastiche come fossero di acciaio. Nel periodo degli amori, poi, anche i vecchi solitari si uniscono ai branchi e, quelli che soccombono, sono allora, generalmente, i più giovani maschi, ma anche le stesse femmine più deboli la cui spina dorsale non ha resistito al peso del toro! Appena cessato e sfogato l'impulso amoroso, i vecchi maschi si dividono dal branco e tornano alla loro vita contemplativa. Le femmine, nove mesi dopo l'accoppiamento, partoriscono, avendo prima ben cura di allontanarsi dagli altri animali e di farsi un nido nel fitto del bosco. Là esse nascondono i figli e li difendono coraggiosamente contro ogni nemico. Il piccolo, al minimo cenno di pericolo, si accovaccia a terra, alza e gira le orecchie, spalanca gli occhi e le narici, guarda spaventato alternativamente il nemico e la madre, quasi a invocare soccorso. Allora è molto pericoloso avvicinarsi alla femmina: con un coraggio degno del leone, essa si avventa contro il nemico con la forza quadruplicata dalla disperazione, lo getta a terra e lo dilania con le corna. Pochi giorni dopo la nascita, il piccolo segue la madre passo a passo; finché il piccolo non si sente completamente sicuro sulle sue zampe, la madre lo spinge dolcemente col capo; se si insudicia, essa lo lecca e lo liscia; quando il piccolo poppa, essa sta ritta su tre zampe per offrire il capezzolo più comodamente alla bocca del piccino, e, mentre esso dorme, la madre veglia per proteggerlo. I bisonti raggiungono il pieno sviluppo verso l'ottavo o il nono anno di vita; possono vivere fino a 50 anni; le femmine muoiono circa dieci anni prima dei maschi. In vecchiaia, questi animali perdono i denti e diventano quasi completamente ciechi. Rispetto agli altri bovini, i bisonti si moltiplicano molto lentamente. La femmina partorisce ogni tre anni circa, quando è giovane, via via gli intervalli fra un parto e l'altro aumentano. I bisonti hanno come nemici gli orsi e i lupi, dai quali tuttavia si difendono con coraggio e con risultati notevoli. Questi animali sono difficilmente addomesticabili. Da giovani sembrano socievoli, ma l'età sviluppa in loro la ferocia nascosta ed i loro padroni non possono mai completamente fidarsi di essi. L'utile che si ricava dal Bisonte è notevole: la sua carne è ottima; la pelle dà un cuoio forte e resistente; con le corna e con gli zoccoli si ottengono oggetti vari. Se si leggono gli scritti degli antichi naturalisti a proposito di questo animale, si giunge presto al convincimento che in epoche antiche due specie di bovini vivevano nell'Europa, contemporaneamente, e ambedue allo stato selvatico. Tutti gli scrittori più antichi ci parlano di essi, designandoli esattamente con i nomi che venivano loro dati in quei tempi: Seneca, Plinio, Alberto Magno, vecchie leggende tedesche e decreti di caccia dei secoli passati, parlano chiaramente di due buoi selvatici che vivevano nella stessa epoca, descrivendoli con grande esattezza. Le descrizioni ci forniscono, infatti, i dati precisi del Bisonte e dell'Auroch, quest'ultimo noto a noi solo attraverso le ossa e i crani pietrificati, che sono rinvenuti in molti paesi europei. Plinio, per primo, distingue il Bonassus o Bisonte - che era stato portato a Roma perché prendesse parte ai combattimenti nel Circo - dall'Urus, e afferma che l'uno si riconosce per la folta criniera e l'altro per le grandi corna. Cesare, poi, nel «De bello gallico», accenna ad un bue selvatico esistente in Germania, non molto diverso dal bue domestico, ma fornito di corna ben più grosse e di una mole pari a quella dell'Elefante; evidentemente Cesare parlava dell'Urus. Potremmo citare ancora molti altri scrittori antichi e meno antichi che studiarono e approfondirono l'argomento, giungendo tutti alla conclusione che non si poteva trattare di due variazioni di una stessa specie, ma che ci si trovava necessariamente di fronte a due specie ben distinte. Le due specie hanno assunto nomi diversi a seconda del paese e dell'epoca in cui vivevano: troviamo perciò di volta in volta l'Urus nominato Tru fra i polacchi; Auroch fra i tedeschi; e il Bisonte chiamato Subr fra i polacchi, Visent fra i tedeschi e Suber in Lituania. Una prima descrizione precisa dei caratteri somatici del Bisonte ci è fornita dall'Oken. Egli dice: «I bisonti hanno una criniera, dei lunghi peli intorno al collo e alle spalle, una specie di barba al mento, dei peli che odorano di muschio. La testa è corta, gli occhi grandi, feroci, sfavillanti; la fronte larga; le corna sono così distanti l'una dall'altra che tre uomini corpulenti potrebbero comodamente sedervisi in mezzo. Il dorso si eleva in una specie di gobba, abbassandosi in avanti e indietro. La caccia a questo animale richiede molta forza e sveltezza. Sono buoi selvatici; niente affatto diversi da quelli domestici, se non per il colore che nei bisonti è nero con una striscia bianca lungo la linea dorsale. Si accoppiano spesso con vacche domestiche; ma i figli di questi incroci non sono tollerati nei branchi di bisonti e i figli di questi ultimi nascono generalmente morti. Con la loro pelle si fanno cinte e altri graziosi oggetti molto apprezzati dalle donne». Un'altra descrizione degna di essere riferita è quella tramandataci dal Gesner. In essa si legge: «Il Bisonte ci fu descritto dagli antichi come una bestia brutta, spaventosa, ferocissima, con lunghi peli al collo, come il cavallo, con una barba anche essa molto lunga. Tutti questi caratteri li ritroviamo nel Bisonte attuale che è una grande, spaventosa specie del bue selvatico, con delle corna che si scostano di due buoni piedi e sono di colore nero. Questo bue è una bestia feroce, il cui pelo cade in estate, rimanendo poco e rado; d'inverno, invece, esso si allunga e si infoltisce. Si ciba di fieno come gli altri buoi comuni. Vive numeroso in Ungheria, in Prussia, nella Schiavonia, preferendo a ogni altra dimora quella nei grandi, solitari e selvaggi boschi. «L'Auroch è del tutto simile al toro domestico: è nero ed ha delle corna di una forma del tutto particolare. Vive soprattutto nella Selva Nera e nella Lituania. Gli auroch sono bestie molto robuste, agili, rozze e feroci; non risparmiano nessuno, né persone, né animali e non possono assolutamente essere addomesticati. L'unico modo per prenderli è quello di farli precipitare in profonde buche. Sono animali molto utili: oltre al vantaggio che si ricava dalla loro pelle e dalla loro carne, anche le corna vengono utilizzate come ornamenti». Abbiamo riferito queste due descrizioni per documentare la nostra affermazione che già in epoche passate le due specie erano ben distinte ed erano state profondamente studiate le caratteristiche di ambedue. Nel diciassettesimo secolo, tuttavia, gli studiosi affacciarono alcuni dubbi sulla divisione di questi animali, in due specie nette, e più tardi i naturalisti, concordemente, parlano di un solo bue selvatico che chiamano Bisonte. In realtà l'Auroch si era frattanto estinto completamente e di esso non restava altro che le tracce pietrificate, testimonianza di un'epoca di transizione fra i colossi dei tempi antichissimi e gli animali attuali. Vale la pena di ricordare alcuni dei sistemi per la caccia al Bisonte così come ci sono stati narrati da cacciatori e naturalisti che ad essa si appassionarono. La caccia al Bisonte per gli indiani della prateria è un'occupazione con cui non solo si procurano il cibo, ma rappresenta per essi anche il più straordinario dei piaceri. Montato su un cavallo - generalmente preso selvaggio nelle steppe - l'indiano è in grado di andare a cercare la selvaggina nelle pianure in cui questa si nasconde. Egli tiene nella mano sinistra l'arco e le frecce e con la destra manovra una pesante frusta con la quale sferza continuamente il suo cavallo durante gli inseguimenti della selvaggina. Il cavallo, ben addestrato, capisce a volo quale sia l'animale prescelto dal padrone e dietro questo si lancia a velocità straordinaria per dare al cavaliere modo di piantare nel punto giusto la sua appuntita freccia. La corda dell'arco vibra ancora e la freccia comincia appena a penetrare nella carne della vittima, che già il cavallo, con un rapido salto, si allontana dall'animale ferito, reso furente dal dolore, e si lancia sulla pista di un'altra vittima. Così, con la velocità del lampo, il cacciatore percorre la vasta pianura, finché la stanchezza del cavallo non lo consiglia a porre fine all'ebbrezza della caccia. Intanto i bufali feriti si sono divisi dal branco e giacciono sfiniti a terra. Di questi si prendono cura le donne indiane che si precipitano sulle bestie moribonde, le finiscono a colpi di ascia e poi si occupano di farne bottino, portandone a casa la pelle e i pezzi migliori. La carne, tagliata in sottili strisce, viene poi messa al sole a seccare per i periodi di carestia; il cuoio viene conciato e utilizzato dal rudimentale artigianato locale. Gran parte della carcassa del Bisonte viene poi caritatevolmente, lasciata ai lupi. Anche durante l'inverno la caccia al Bisonte non subisce soste. Perfino quando la neve copre col suo bianco, soffice manto, le grandi distese delle praterie, rendendo impossibile la descritta caccia col cavallo, l'infaticabile uomo non pone sosta a questo suo nobile lavoro. Nell'inverno il branco, reso meno veloce dal freddo e dalla fame, si muove lentamente su quel profondo strato di neve; ma i furbi indiani applicano ai loro piedi delle larghe scarpe da neve - per molti aspetti simili alle nostre racchette da neve - e senza affondare nel suolo malsicuro, si avvicinano rapidamente ai grossi animali, le cui zampe sprofondano nella candida coltre, e colpiscono con sicurezza e precisione le vittime rese inermi dalla natura matrigna. Molti, troppi bisonti vengono così sacrificati al piacere della caccia più che alla necessità, di fronte alla quale potremmo umanamente piegare il capo, facendo nostro il detto dei saggi latini «Homo homini lupus»; ma una caccia così, fine a se stessa, fatta per il solo piacere di esercitare e mostrare agli altri l'abilità della nostra mira, una caccia contro animali che con la loro mole testimoniano la potenza di tempi oramai trascorsi non è, forse, un titolo di merito ma piuttosto dimostra la nostra debolezza. Prosegue, così, tuttavia, senza tregua, la guerra di sterminio contro questo caratteristico ornamento delle steppe erbose e nessun pensiero di pietà entrerà nel cuore degli uomini finché l'ultimo Bufalo - e con esso l'unica poesia naturale di quelle terre riarse - non sia per sempre sparito. Numerosi viaggiatori ci forniscono descrizioni dettagliate su altri sistemi di caccia. Ricorderemo, fra gli altri, quanto ci riferì John Franklin, il quale ebbe modo di assistere a questa caccia particolare. «Si era circondata di pali un'immensa distesa li terreno, chiusa inoltre da un muro di neve, che era ammucchiata al di fuori fino all'altezza dei pali, in modo però che somigliasse a una dolce salita. In questo recinto i cacciatori spinsero un branco di bisonti, costringendoli a precipitare nella fossa attraverso la salita nevosa con urla spaventose e spari. Nella fossa furono poi facilmente uccisi a fucilate». E quanto raccontò il Fröbel, a proposito di un messicano che faceva parte della sua carovana. «Quest'uomo aveva seguito, per anni, come schiavo, alcuni Comanchi e si mostrava perciò molto abile nel maneggio del laccio. Egli riusciva a prendere non solo i giovani, ma anche le femmine adulte. Gettava loro il laccio intorno al collo e, se rimanevano immobili per sciogliersi, egli si avvicinava, attorcigliava il laccio intorno alle loro zampe e poi tirava a sé in modo che le bestie cadevano; allora, balzando rapidamente giù da cavallo, legava saldamente il capo della fune intorno ai piedi di quegli animali, e, dopo averli resi innocui, passava a squartarli. La pelle, lo scheletro e le interiora di cui non sapeva servirsi, venivano lasciati agli avvoltoi e ai lupi». Per consolazione di tutti i nostri lettori che sono rimasti colpiti dalla ferocia che può raggiungere un uomo, durante la caccia, diremo che il Bisonte vende ben cara la sua pelle, e che spesso la caccia non ha quell'esito felice che si potrebbe supporre da quanto detto finora. Wyeth, ad esempio, vide un indiano che affrontò un bisonte ferito e fu duramente punito della sua temerarietà. La bestia gli si volse improvvisamente contro, il cavallo si impennò, gettò giù l'uomo e prima che questi si potesse rialzare il bisonte, con le corna, gli aveva già traforato il petto. Anche Richardson racconta un fatto simile: «Un inserviente della Compagnia della Baia di Hudson sparò su un bisonte; l'animale stramazzò a terra e il tiratore si affrettò a correre su di esso per raccoglierne il corpo. Ma la bestia, ferita, balzò in piedi e si precipitò sul nemico. L'uomo era dotato di grande forza e di una notevole presenza di spirito: quando l'animale gli andò contro con le corna, egli afferrò i lunghi peli del la fronte e combatté valorosamente per salvarsi la vita. Disgraziatamente, però, si slogò la mano e, reso così inerme, cascò in terra e ricevette nello stesso momento due o tre colpi di corno che lo lasciarono svenuto. I suoi compagni lo trovarono, immerso in una pozza di sangue, gravemente ferito in varie parti del corpo, mentre il Bisonte, sdraiato accanto a lui, aspettava che l'avversario desse qualche segno di vita, per finirlo davvero. Solo dopo molte ore l'inviperito animale si allontanò, e il ferito poté essere portato via. Di lì a qualche giorno però il malcapitato morì».

BISONTE AMERICANO O BUFALO AMERICANO (Bison bison)

E' il fratello americano del Bisonte propriamente detto. La lunghezza del maschio varia da metri 2,45 a metri 2,70; la coda misura, con i crini, 60 centimetri di lunghezza; l'altezza al garrese è di un metro e 80 centimetri e alla groppa di 1,50. Il peso varia fra i 600 e 1.000 chilogrammi. La femmina raggiunge i quattro quinti della mole del maschio. Per la forma e per l'aspetto, il Bisonte Americano somiglia molto al precedente; tuttavia, un conoscitore non stenta a riconoscerli. Quello d'America ha le zampe e la coda più corte, la regione pettorale più sviluppata, la parte posteriore più assottigliata e il pelame più lungo. La testa è molto larga alla fronte e più grossa proporzionalmente che non nel bisonte d'Europa, il collo è corto, il garrese particolarmente alto; le corna grosse e corte si piegano dolcemente in fuori e in su ed hanno le estremità rivolte in dentro. Le orecchie sono corte e strette, di forma elegante; gli occhi sono piuttosto grandi, di colore scuro e perfino la parte bianca appare gialliccio-torbida. Il pelame somiglia a quello del bisonte d'Europa. La testa, il collo, le spalle, la parte anteriore del corpo, la parte anteriore e posteriore delle cosce e l'estremità della coda hanno i peli lunghi. Le spalle sono coperte da una criniera, il mento e la gola hanno la barba; la testa è lanosa e increspata. Tutte le altre parti del corpo hanno un pelame corto e folto che si va allungando nell'inverno. All'inizio della primavera, il pelame invernale cade a larghi fiocchi. Anche il colore varia con le stagioni: quello invernale è di un bruno-bigio che si va scurendo alla criniera e sul davanti della testa e del collo. Il pelo estivo, invece, è molto più pallido ed ha una tinta bigio-gialliccia. Le corna, gli zoccoli e il muso nudo sono di un bel nero lucido. Vi sono, poi, varietà bianche e macchiettate di bianco, ma sono rarissime. Il Bisonte Americano abbonda nelle regioni occidentali e settentrionali del Missouri. E' un animale particolarmente socievole; gli individui vivono in numerose schiere; i due sessi si riuniscono solo nel periodo degli amori, altrimenti i maschi formano branchi separati e le femmine stanno con i figli finché questi sono piccoli. La vita dei bisonti si svolge in luoghi diversi a seconda delle stagioni. In estate essi dimorano nelle vaste pianure: in inverno si riuniscono in grossi branchi e scendono nelle località boscose. Ogni anno, con regolarità, essi migrano; in luglio si avviano al sud verso le fertili regioni dell'Arkansas; all'inizio della primavera tornano verso il nord, divisi in piccoli branchi. Queste migrazioni si estendono dal Canadà fino alle sponde del golfo del Messico e dal Missouri fino alle Montagne Rocciose. I viaggi migratori sono accompagnati da bande di avvoltoi, di aquile, di corvi e da branchi di lupi affamati. I bisonti seguono sempre, durante questi viaggi, certe vie ben determinate; quelle vie, cioè, che sono a tutti note col nome di «sentieri dei bufali». Per lo più i «sentieri dei bufali» vanno in direzione dritta, paralleli gli uni agli altri, attraverso torrenti e fiumi, nei luoghi ove le sponde sono comode per salire e scendere e corrono per miglia e miglia attraverso le steppe. Il Bisonte vive in società in due periodi: al cambiamento di stagione e al tempo degli amori; in primavera il branco si sparpaglia e ognuno fa una vita indipendente. Nei mesi di luglio e agosto invece, i maschi lustri e ben nutriti si presentano alle femmine e ognuno si sceglie la sua compagna. A volte, però, due o più maschi pongono i loro occhi accesi dalla cupidigia sulla stessa femmina; allora scoppiano lotte furiose che terminano con la sconfitta di uno dei contendenti, mentre l'altro va a godersi il conquistato premio. Gli osservatori concordano tutti nell'affermare che non si può immaginare uno spettacolo più bello della lotta fra due di quei grossi animali. Il Bisonte che si prepara alla lotta, scalpita furiosamente, mugge con forza, scrolla il capo abbassato, vibra la coda con la quale sferza l'aria e a un tratto si precipita con furia sul suo avversario. Le corna e le fronti rimbombano. Tuttavia - assicura Audubon che ebbe modo di assistere a queste tenzoni amorose - non è mai avvenuto che un maschio fosse ucciso dall'altro in una di quelle zuffe. Il forte cranio, rivestito di uno spesso strato lanoso, riceve senza danno un potente urto e inoltre le corte corna non sono armi adatte a colpire mortalmente un avversario dotato anch'esso di grande forza. In mancanza di un rivale, il maschio innamorato cerca di sfogare i suoi sentimenti in altro modo e generalmente dà inizio a un singolare combattimento col suolo. Nel luogo scelto, comincia a raspare la terra con le zampe anteriori, poi entrano in azione le corna, con le quali scava e sradica l'erba e la lancia in ogni direzione, formando una buca a forma di imbuto di maggiore o minore profondità. Altri maschi, poi, continuano a scavare la buca iniziata dal primo. Alcuni naturalisti attribuiscono a questo lavorio un altro scopo. Essi dicono che nel fondo della buca non tarda a raccogliersi l'acqua, cosicché i bisonti possono in quelle pozzanghere, che avrebbero scavato a questo scopo, godere di un bel bagno... di fango. Al Mollhausen dobbiamo la descrizione di questo: «Lentamente il Bisonte», scrive quel naturalista, «scende sempre più giù nel pantano, scalpita e si rigira ed esce dal bagno fangoso soltanto quando ci si è trattenuto a lungo. Allora non somiglia più a un essere vivente. La lunga barba e la ricciuta criniera sono trasformate in una gualdrappa gocciolante e appiccicaticcia e gli occhi sfavillanti sono l'unica cosa che sia rimasta del superbo bufalo in quel mucchio di fango. Appena la pozzanghera viene abbandonata dal prima bisonte un altro se ne impadronisce e poi la lascia a un terzo, e così via. Così ognuno continua, finché tutti recano sul dorso il ricordo ben visibile di quel bagno di nuovo genere, che presto si asciuga formando una solida crosta, che poi si stacca sia con il rotolarsi dell'animale nell'erba, sia con i bagni di pioggia». Il periodo degli amori dura circa un mese; ma i maschi che non hanno potuto soddisfare i loro sensi, rimangono per settimane irascibili e feroci, tanto che aggrediscono perfino gli uomini, alla vista dei quali, normalmente, fuggono. L'aria è in questo periodo intrisa di un intollerabile odore di muschio e la carne stessa degli animali è così compenetrata di questo odore da essere assolutamente immangiabile. La violenta commozione da cui è travagliato il Bisonte in amore lo rende fuori di sé a un punto tale che dimentica persino di mangiare, dimagrisce e perde completamente la sua forza; rimane indietro ai suoi compagni e cerca soltanto la solitudine contemplativa. Oh, potenza dell'amore! In autunno, tuttavia, esso ha dimenticato il suo infelice amore e volge allora tutta la sua attenzione al corpo, nutrendosi abbondantemente e rinfrescandosi nel fango. Nove mesi dopo l'accoppiamento, la femmina partorisce un solo piccolo, generalmente nei mesi di marzo o di aprile. Prima di partorire, essa si divide dal maschio con il quale ha vissuto per alcune settimane e si unisce alle altre femmine gravide. Il branco delle future madri cerca, allora, verdi ed abbondanti pascoli dove rimane con i figli finché vi trovi cibo. I piccoli sono trattati dalle madre con grande amore e vengono difesi con coraggio contro tutti i nemici. In effetti, si tratta di animali graziosissimi, allegri, vivaci, sempre disposti a far salti e scherzi. Del resto anche il Bisonte adulto non è affatto un animale lento e pesante nei suoi movimenti, come si potrebbe credere, vedendolo: esso si muove in realtà con sorprendente leggerezza ed è vivacissimo soprattutto nelle ore del mattino e della sera. Nonostante le corte zampe, esso corre con notevole velocità e non cammina mai con il fare indolente che è caratteristico del nostro bue domestico, ma, al contrario, cammina sempre con passo affrettato. Trotta svelto e a lungo e, quando galoppa, va così velocemente che un buon cavallo stenta a rimanergli vicino. I suoi movimenti sono particolari, interrotti, e, soprattutto galoppando, si muove in una linea ondeggiante, che è causata dal suo gettare il corpo ora in avanti ora indietro; quando è infuriato, poi, corre in modo straordinario. Anche nell'acqua nuota con forza e resistenza. Fra i sensi del Bisonte, primeggiano l'udito e l'olfatto. La vista, invece, è mediocre, anche perché il fitto pelame che scende dal capo gli impedisce di vedere bene. Per le facoltà intellettive esso non si distingue dai suoi affini: è timido, pacifico, incapace di ire improvvise, ma, se viene molestato, diventa cattivo e vendicativo. L'indole di questi animali è, tuttavia, suscettibile di educazione: imparano presto a distinguere l'utile dal dannoso; in stato di schiavitù, stringono relazioni amichevoli con l'uomo che sappia trattarli bene, imparano a conoscere e fino ad un certo punto anche ad amare il loro custode; in verità, ci vuole molto tempo prima che dimentichino la loro innata selvatichezza. Il maschio, in ogni circostanza, si dimostra più cocciuto, più caparbio, più coraggioso e più combattivo della femmina. La voce del Bisonte è un cupo brontolio, simile a un grugnito che provenga dal fondo del petto; e quando migliaia di questi animali fanno udire la loro voce si ode un suono indescrivibile, che ricorda il rimbombo del tuono lontano. Fra gli altri nemici del Bisonte bisogna ricordare l'orso grizzly e il lupo. Ma, senza dubbio, fra i nemici viventi il più pericoloso è l'uomo. «In tempi antichi», dice Möllhausen, «quando il Bufalo era considerato dagli indiani un animale domestico, esso prosperava e si moltiplicava nelle lussureggianti praterie. Poi, i bianchi giunsero in quelle regioni; il pelame fitto e abbondante piacque loro, lo trovarono di loro gusto; e da parte di essi bianchi e degli indiani si intravide la possibilità di lauti guadagni». Vari sono i metodi usati per cacciare questo animale, ma i più sicuri rimangono quello indiano con le frecce e quello con il fucile. I nemici quadrupedi del Bisonte stentano molto ad averne ragione. Esso sa bene difendersi contro gli attacchi sia dei lupi che dei cani. Se uno di questi gli azzanna la carne, il Bisonte sa, con un unico movimento, liberarsi dell'importuno, scaraventandolo a grande distanza, oppure, con straordinaria sveltezza, allarga le zampe anteriori, ritira quelle posteriori e cade con tutto il suo ragguardevole peso sul nemico, soffocandolo. Dalla caccia al Bisonte si traggono notevoli vantaggi. Innanzi tutto la carne di questo animale, seccata, viene spedita in ogni luogo ed è considerata gustosissima. La lingua, poi, è una vera leccornia. Con la pelle si fanno cinte, selle, borse e scarpe. Dalle ossa si ricavano oggetti graziosi; i tendini servono per la fabbricazione delle corde per gli archi; i piedi e gli zoccoli, ben cotti, dànno una colla resistentissima; perfino gli escrementi servono come combustibile. La lana, poi, che copre il corpo del Bisonte soprattutto in inverno, si lavora come quella delle pecore ed è particolarmente morbida e calda. I bisonti vivono in molti giardini zoologici; all'inizio, appena presi, essi sono timidissimi, indietreggiano in fretta appena vedono avvicinarsi qualcuno e spesso prendono un'aria minacciosa; ma non tardano ad abituarsi alla stalla ed alla greppia. In pochi mesi si affezionano all'inserviente, ne accettano la superiorità, gli si sottomettono e ubbidiscono alla sua chiamata. Per il cibo hanno poche esigenze e si contentano di quello che mangiano i nostri buoi domestici. Manifestano, tuttavia, sempre una certa indipendenza: rimangono nella stalla pochissimo tempo e preferiscono stare fuori anche con il cattivo tempo. Di giorno, se ne stanno immobili in un posto; verso sera, invece, sono più allegri e galoppano, saltando, intorno al recinto; di notte, sono vivacissimi.

Bisonti nella prateria

Bisonti nella prateria

GAYAL (Bos frontalis)

E' questo uno dei rappresentanti del genere o gruppo dei buoi propriamente detti (bos), i cui caratteri generali si possono così riassumere: la fronte è larga e piana, le corna sono poco ingrossate alla base e s'innalzano all'altezza della linea frontale; sono dotati di 13 vertebre dorsali, 6 lombari e 4 sacrali; il corpo è coperto di un pelame corto e folto. Il Gayal vive nella parte meridionale e centrale di Ceylon e nell'India e dimora sulle alture boscose fra i 1.000 e i 1.300 metri d'altezza. L'individuo adulto misura metri 2,70 di lunghezza ed ha la coda lunga 75 centimetri; l'altezza al garrese è di metri 1,50; ha il corpo tozzo e robusto, il collo corto, la testa grossa, le corna sono relativamente piccole, ma robuste e molto grosse alla radice; hanno la punta ottusa, si incurvano a semicerchio all'infuori e in su, mentre le estremità tornano a voltarsi in dentro. Alla base sono schiacciate davanti e di dietro e presentano rughe trasversali; all'apice, invece, sono lisce. Il pelame è corto e fitto, i peli sono sottili e ruvidi, lunghi e crespi sulla fronte; il colore è ora nero, ora bruno-scuro, raramente rossiccio. Il fiocco della coda ed il pelame della fronte sono bianchi. Il Gayal è fornito di 14 vertebre dorsali (mentre le altre specie ne hanno 13), di 5 lombari, di 5 sacrali e di 5 caudali. Che si tratti di un animale di montagna è provato anche dalla grande agilità di cui il Gayal è dotato. Esso dimostra, nell'arrampicarsi, una sicurezza pari a quella dello jak. Il suo modo di vivere somiglia molto a quello degli altri buoi. Vive in branchi; va al pascolo la mattina, la sera e nelle notti serene; durante il giorno giace sdraiato nel folto dei boschi. Ama molto l'acqua pura, ma disdegna i bagni di fango. La sua indole è mansueta e fiduciosa. Evita accuratamente l'uomo e non osa in nessun caso aggredirlo; al contrario, però, si difende coraggiosamente dalle belve, mettendo spesso in fuga perfino la tigre e la pantera. I suoi sensi eccellenti e la sua agilità e rapidità nella corsa lo salvano da molte insidie. Fra alcune tribù indiane, il Gayal viene considerato un animale sacro; in altre, invece, viene addomesticato e utilizzato per vari lavori. Della riproduzione di questo animale sappiamo che la femmina partorisce, otto o nove mesi dopo l'accoppiamento, un solo piccolo, che allatta per nove mesi circa. L'anno dopo quello del parto, essa è assolutamente infeconda.

GAUR (Bos gaurus)

E' molto simile al gayal, ma la sua colonna vertebrale è formata da sole 13 vertebre, da 6 lombari, 5 sacrali e 19 caudali; l'osso frontale ha una forma assai diversa. La mole del Gaur supera quella del gayal. Un individuo adulto misura metri 3,30; l'altezza al garrese è di un metro e 65 centimetri; le corna hanno una lunghezza di 65 centimetri e un diametro, alla base, di oltre 30 centimetri. Le sue zampe sono particolarmente alte ed il suo corpo appare molto svelto. Il suo pelame si allunga leggermente sulla fronte e all'estremità della coda; su tutto il resto del corpo è corto e fitto. Il colore è nero-bruniccio cupo o nero-azzurrognolo; i piedi e il ciuffo sulla fronte sono di un bianco sporco. Il suo soggiorno prediletto sono le piccole alture che si innalzano a 700 metri sul livello del mare, con ripidi pendii ricchi di torrenti e di ruscelli e con valli coperte di fitta boscaglia. Là, questi animali vivono in pace. Il Gaur vive in piccoli gruppi di 10 o 20 individui; i maschi vecchi sono costretti dagli altri a condurre una vita solitaria. E' anche questo un animale timido, che si nasconde appena vede l'uomo, ma sa bene difendersi con coraggio se è attaccato da qualunque belva. Se s'infuria, sa trasformarsi repentinamente in un animale feroce. Il tempo degli amori è in agosto; dodici mesi dopo, la femmina partorisce un piccolo che allatta a lungo, avendone grande cura e difendendolo da ogni nemico. I tentativi fatti per addomesticare questo animale sono falliti; infatti, appena preso, il Gaur si ammala e muore poco dopo.

BANTENG (Bos banteng)

E' anch'esso un bue selvatico, comune in alcune isole della Sonda di cui abita le montagne boscose. La sua lunghezza è di m. 2,25, quella della coda è di 80 centimetri, l'altezza al garrese di m. 1,40. Le corna sono corte, grosse alla base, aguzze in punta; dalla radice fino alla metà della loro lunghezza si piegano dolcemente a semicerchio, poi all'indentro e all'infuori, innalzandosi di nuovo e piegando alquanto verso il davanti. Il pelame è fitto, corto, ruvido, molto più lungo sul cranio dove è crespo; il colore è nero-bruno-lucido con sfumature rossicce nei vecchi maschi; mentre è bruno-rosso-gialliccio nelle vecchie femmine con macchie ora più chiare, ora più scure, nere sul petto, bianche sulla gola. Il fiocco della coda è sempre scuro. Il Banteng differisce dalle altre specie del suo genere per l'impalcatura ossea: infatti, esso ha tredici vertebre dorsali, sei lombari, quattro sacrali, diciotto caudali. I banteng vivono in piccoli branchi, dai quali scacciano quelli più vecchi che sono costretti a vivere in solitudine, come gli individui troppo giovani. Essi pascolano durante il giorno nei luoghi tranquilli, mentre di notte si riposano dove non hanno motivo di temere insidie. Si nutrono di foglie e di gemme. La loro voce è un debole grugnito. Gli indigeni dànno loro la caccia per utilizzare la pelle e la carne. I giovani banteng si possono addomesticare facilmente. Si incrociano assai bene con altre specie bovine e, perciò, si cerca di fare in modo che le femmine domestiche dello zebù vengano fecondate dai banteng.

BUE DOMESTICO (Bos taurus)

Ignoriamo completamente l'origine remota di questo animale, come quella di molti altri animali domestici. Certamente, esso era conosciuto fin dalla antichità; ne fanno fede le effigie scolpite negli antichi monumenti. Cuvier ammette che il toro primogenito (bos primigenius) debba essere considerato come il progenitore del bue domestico; tuttavia, per alcuni segni distintivi rilevati soprattutto nelle corna e per la grande diversità delle varie razze, si possono ammettere per il Bue Domestico parecchi progenitori. Probabilmente, ogni continente aveva i suoi buoi selvatici ed oggi, nonostante le numerose esplorazioni nella zona africana, non sappiamo ancora con certezza quante e quali specie di buoi selvatici esistano in quella come nell'India e in tutta l'Asia occidentale. Bisogna, quindi, procedere con grande cautela nel determinare i buoi; neppure per quelli della nostra Europa abbiamo notizie perfettamente chiare. Sarà bene, perciò, seguire la teoria di coloro che ascrivono ad una sola specie i buoi domestici e credono a parecchie altre specie indipendenti. Fitzinger afferma che le specie di buoi domestici, a noi note finora, sono sette e cioè: Zebù dell'India, Zebù dell'Africa, Bue delle Alpi, Bue delle valli, Bue delle maremme, Bue delle steppe, Bue di Scozia.

ZEBU' DELL'INDIA (Bos indicus)

Differisce dal nostro bue domestico perché manca di una vertebra sacrale e di tre caudali. Tuttavia, questi particolari non furono giudicati sufficienti da alcuni naturalisti per farne una specie distinta; noi riteniamo, invece, che lo siano, dato che in altri animali viventi allo stato selvatico basta una vertebra o un tubercolo sopra un dente per farne il tipo di un genere distinto. Riteniamo, quindi, lo Zebù, una specie perfettamente distinta. Lo Zebù ha una spiccata gibbosità sulle spalle, le corna piatte in tutta la loro lunghezza e cortissime; è un animale di sorprendente mitezza e di movimenti vivaci; ha una voce rauca che assomiglia vagamente ad un grugnito. Lo Zebù, in unione con il nostro bue domestico, produce degli ibridi che sono anch'essi fecondi. Tra gli zebù si riconoscono parecchie razze diverse di mole, di orecchie, di colore e di pelame. La più nota è lo Zebù dei bramini, un bellissimo animale, tarchiato, con corte zampe, con la testa corta e grossa, con un'alta gobba e con una coda munita di un lungo fiocco. Le corna sono più corte delle orecchie, la giogaia molto grande, il corpo è rivestito di corti peli ad eccezione del cranio, della fronte e della parte superiore della gobba. Il colore è un bruno-rossiccio o gialliccio chiaro; se ne trovano, però, anche di giallo-fulvi, bianchi o macchiettati. Lo Zebù dei bramini vive soprattutto nel Bengala.

ZEBU' D'AFRICA (Bos indicus)

Lo distinguono le alte zampe e le formidabili corna. Vive nell'Abissinia e nelle montagne del Capo di Buona Speranza. E' grande, robusto, ha la coda corta, oltre alle alte zampe di cui abbiamo parlato: le corna sono forti; alla base hanno un diametro di 15 centimetri ed una lunghezza che va da un metro a un metro e venti centimetri. Dapprima spuntano ravvicinate, piegano lateralmente, s'innalzano formando una dolce curva e nell'ultimo terzo della loro lunghezza rientrano alquanto per scostarsi all'estremità. Il pelame, liscio e fine, è di un bel bruno-castano.

BUE ALPINO (Bos taurus)

Questo animale prospera solamente sulle alture. Esso ha la testa piuttosto corta, la fronte larga, il muso ottuso; le corna sono corte, sottili, piegate ai lati ed all'insù; ha il collo non molto lungo, grosso, robusto e una giogaia che scende fino al petto; il corpo è allungato, il garrese largo, il dorso corto e dritto, la groppa dritta e non cadente, la coda lunga e sottile, le spalle sono robuste, le zampe corte e forti, gli zoccoli robusti. Il colore è vario, ma più frequentemente di un bruno-nero-lucido, con una striscia fulva lungo il dorso; è bianco intorno alla bocca.

BUE DELLE VALLI (Bos taurus)

Vive soprattutto nelle vallate delle montagne e sulle colline. Ha la testa conformata come quella del bue delle Alpi; le corna sono piuttosto lunghe, grosse, robuste, dirette lateralmente in su o in giù, talvolta piegate all'indietro; il collo è corto, grosso, forte e una lunga giogaia pende fin sul petto; il corpo è pieno ed allungato, il garrese largo, la groppa alta, il petto largo, le spalle ed i lombi sono robusti, la coda non è tanto lunga, attaccata molto in alto, le zampe sono corte, grosse e robuste. A questo Bue delle Valli possono collegarsi molte razze che vivono nella Svizzera, nel Baden, nella Carinzia, nella Svevia, nella Boemia, nella Francia, nell'Inghilterra e nella Spagna.

BUE DELLE STEPPE (Bos taurus)

Questo animale proviene dalle estese pianure dell'Asia Centrale e del mezzogiorno dell'Europa. Oggi si trova in Russia, in Bulgaria, in Ungheria, in Transilvania, in Serbia e qualche volta, seppure molto raro, nelle zone dell'Italia meridionale. Esso ha la testa lunga e stretta con le corna gigantesche, molto discoste fra loro, il muso aguzzo, il collo sottile, la giogaia piccola, il corpo corto, la groppa acuminata, la coda attaccata in basso, formata da tre vertebre in meno delle altre razze bovine di Europa.

BUE DI SCOZIA (Bos taurus)

Si trova addomesticato sulle montagne della Scozia e allo stato semi-selvaggio in alcuni parchi inglesi. L'animale è tutto bianco, tranne il naso, la bocca e l'orecchio esterno che sono scuri; ha le corna e gli zoccoli non tanto grandi, ma robusti. Le corna, di media lunghezza, sono sottili ed aguzze; dalla radice piegano verso l'alto e l'esterno e tornano all'indentro alla punta. La colonna vertebrale ha tredici vertebre dorsali, sei lombari, quattro sacrali e venti caudali: il Bue di Scozia rassomiglia al banteng, allo zebù ed al bufalo. Esso si differenzia dal bue comune per il numero inferiore di vertebre caudali e sacrali. Il pelame è fitto, corto, aderente, più lungo ed increspato sul cranio e sul collo. I maschi portano una scarsa criniera dalla nuca al garrese. Il Bue di Scozia è timido per sua natura e si inferocisce soltanto se perseguitato. Vedendo l'uomo, si ritrae in disparte. Con grande difficoltà sono riuscito a vederne alcuni in un parco, durante l'estate. In questa stagione, infatti, gli animali, non appena si avvedono della presenza di qualcuno, si ritirano nei loro boschetti impenetrabili per l'uomo. D'inverno, al contrario, pascolano allo scoperto e si lasciano avvicinare anche dall'uomo a cavallo. E' interessante vedere come la loro tranquillità venga talmente turbata dall'apparire di qualcuno che fuggono via al galoppo, a interi branchi, per rintanarsi nei boschi. Quando essi scendono nella parte inferiore del parco, si dispongono a schiera; i tori fanno da avanguardia. Il Bue di Scozia ha forme bellissime: le zampe corte, il dorso diritto, le corna finemente granulose, la pelle sottile. La sua voce si direbbe piuttosto quella di una belva che non di un animale addomesticato. Riferisco un esempio atto a dimostrare la tenacità della sua vita: «Un vecchio toro doveva essere ucciso ed il custode lo allontanò dal branco. L'animale tentò invano di riunirsi ai compagni; poi, invaso dal furore, si scagliò sul custode, lo lanciò tre volte in aria, lo pestò, schiacciandogli le costole. Un ragazzo, presente alla scena, aizzò, contro il toro, un robusto mastino che azzannò il furente animale, lo morse ai calcagni, senza però che questo lasciasse del tutto l'uomo che giaceva a terra, anzi tornò a lanciarlo in aria. Soltanto molte palle di fucile, una delle quali gli penetrò nel cervello attraverso un occhio, ebbero ragione del bue furioso». Questi animali, soprattutto quando si muovono in massa, hanno qualche cosa di superbo e di elegante. La loro bianchezza immacolata, interrotta soltanto dal bruno del muso, degli occhi, delle ciglia e dell'interno delle orecchie, creano un insieme piacevole a vedersi. I tori si contendono il primato finché non giungano individui più giovani e più forti, ai quali debbono cedere. Le femmine non sono feconde prima dei tre anni e per pochi anni soltanto. Quando dànno alla luce i figli, li nascondono per alcuni giorni, ma li visitano più volte al giorno per allattarli. L'allattamento dura per nove mesi, dopo i quali le madri mandano via i figliuoli. Uno dei custodi del parco riuscì ad addomesticare una giovane coppia; il toro visse per diciotto anni, la femmina soltanto cinque o sei. Accoppiata con un toro domestico, la femmina dette alla luce dei figli che assomigliavano ad essa. I tori del parco sopportano bene l'inverno; quando il freddo è molto forte, vengono nutriti con fieno. In genere, vengono uccisi al sesto anno, perché dopo l'ottavo scemano di peso. La loro carne è un po' grassa, ma saporita; il loro latte è grasso. Nel suo importante lavoro sui mammiferi Fitzinger dice: «Se capita che un estraneo riesca ad avvicinarsi ad un branco, i tori cominciano a battere col piede il terreno per richiamare i compagni. Poi tutto il branco scappa al galoppo senza però allontanarsi troppo: quindi si mettono a correre a larghi giri intorno all'estraneo finché gli si avventano contro. Giunti ad una distanza di 25 metri circa, lo guardano adirati. Se l'uomo fa un piccolo gesto, la comitiva riprende la fuga, allontanandosi un po' di meno della prima volta. Di nuovo, i giri concentrici, di nuovo la sosta ad una distanza di venti metri. A questo punto è sempre bene per l'uomo prendere il largo al più presto». I buoi che attualmente popolano gli altipiani della Scozia, dando grazia e bellezza al paesaggio, sono considerati discendenti di questo animale per quanto ne differiscano per il colore che è un semplice nero, bruno, rosso, o giallo bruno, mentre intorno agli occhi ed alla bocca esiste un cerchio nero che si ritrova in quelli che vivono allo stato selvatico. I tori tanto ricercati in Spagna per i combattimenti nell'arena, provengono da una specie domestica, ma vivono come quelli selvatici: durante tutto l'anno, non entrano mai in una stalla; né sono custoditi. Questi tori sono allevati specialmente nell'Andalusia e nelle province basche. Non sono di grande mole, ma sono bellissimi e robustissimi; hanno lunghe corna aguzze, ricurve all'infuori. A due anni si aggregano ai grossi branchi composti di soli tori, perché i buoi dei branchi misti si ucciderebbero fra loro al tempo degli amori. Si sa che i tori sono vendicativi e, se sono stati battuti, non lo dimenticano più e cercano prima o poi di sfogare il rancore accumulato. Nelle alte giogaie della Spagna o nei boschi della Castiglia s'incontrano spesso grandi branchi di tori che sarà sempre bene scansare. Neppure i lupi, né gli orsi aggrediscono tali schiere, perché avrebbero certamente la peggio. Durante l'estate, i tori salgono verso la cima dei monti e solo la neve li obbliga a discendere. Essi evitano con cura i villaggi; ma spesso aggrediscono i viaggiatori isolati. Non sopportano la catena, non tollerano i maltrattamenti. Nella maggior parte dei Paesi dell'America meridionale, il Bue di Scozia vive, allo stato libero, sulle alture della Cordigliera. Talvolta, i contadini gli dànno la caccia quasi unicamente per divertirsi. Il clima dell'America meridionale è assai favorevole alla moltiplicazione del Bue, che fu portato da Colombo a San Domingo durante il suo secondo viaggio alla scoperta dell'America. Uno sguardo alla vita del bue domestico è istruttivo e interessante. I nomadi del Sudan orientale allevano mandrie di buoi come già i loro antenati migliaia di anni fa. La loro ricchezza è il bestiame e non altro: vi sono tribù arabe in lotta fra di loro a causa delle loro mandrie. In quelle zone si allevano i buoi liberamente, all'aperto; soltanto nelle zone ove vivono i leoni si protegge il recinto in cui sono racchiusi buoi, capre, pecore per mezzo di un'alta siepe di mimose e di spine. I più ricchi allevatori europei, gli olandesi e gli svizzeri possono difficilmente farsi un'idea del numero degli individui che formano le mandrie di quei nomadi. In certe località, esistono varie cisterne intorno alle quali sono state scavate sei o otto pozze allo scopo di abbeverare il bestiame: alla sera, lo straordinario numero di animali che si muovono intorno a quegli abbeveratoi (spesso oltre 60.000 capi) dà l'idea di una foresta ondeggiante. Migliaia e migliaia di pecore e di buoi vanno e vengono, lasciando sul terreno un alto strato di letame. Anche i popoli del Sud Africa possiedono armenti bovini incredibilmente numerosi. Nella Russia meridionale, nella Tartaria e in gran parte dell'Asia centrale si mantengono mandrie numerose di bovini che nell'estate vivono in assoluta libertà, mentre nell'inverno trovano riparo dietro un muro di terra appositamente costruito. Nella maggior parte delle regioni, gli armenti sono abbandonati a loro stessi; i pastori intervengono soltanto per tenerli insieme e per dividere i vitelli dalle madri quando sono semi-adulti. Anche in Italia esistono molti buoi allo stato semi-selvatico. Nelle Maremme, quelle distese di spiagge, perfettamente piane, qua e là fertili, si aggirano numerosi branchi di buoi che vivono tutto l'anno a cielo scoperto e compiono lunghe migrazioni sotto la sorveglianza degli uomini più rozzi, più induriti. La nazione che possiede uno dei più cospicui patrimoni bovini è la Svizzera. Per quelli che vivono nelle montagne, la vita è piuttosto difficile. Le vacche pascolano l'erba saporita e durante le nevicate cercano un riparo davanti alle casupole e a stento trovano un tetto, ma neppure un pugno di fieno. Eppure il tempo del soggiorno in montagna è piacevole per questi animali. Se in primavera nella valle si fa risuonare qualcuna di quelle grosse campanelle che si appendono al collo delle vacche tutta la mandria dà segni di allegria, credendo di udire il segnale della partenza. Bisognerebbe vedere con quale docilità quelle bestie si ordinano in fila, mugghiando. Infatti, se il tempo è bello, il soggiorno in montagna è delizioso per le vacche. Erbe aromatiche, timo, camomilla, offrono loro il cibo più saporito ed eccellente. Il sole non scotta, i tafani non le tormentano. La vacca alpina sa bene ove si trovano i migliori pascoli; quando è l'ora di essere munta, è più intelligente, più vivace; riconosce la voce del mandriano, avverte l'avvicinarsi d'un temporale, sa quando è l'ora di bere o di rientrare nella stalla. In ogni mandria alpina si trova un toro che gode dei suoi diritti con la massima intolleranza. Nei bassi pascoli si hanno soltanto tori addomesticati e d'indole pacifica; ma nelle alte montagne si trovano spesso animali molto selvatici e pericolosi. Nella maggior parte degli altri Paesi la buona bestia domestica non prova il piacere che procurano quelle migrazioni. Nelle regioni alpestri della Norvegia il bestiame vive molto all'aperto, ma di sera, ritorna sempre nella stalla. Più verso il nord, l'inverno è una brutta stagione per le bovine. L'estate, troppo breve, non può produrre pascolo sufficiente e perciò si ricorre ad uno strano mezzo d'alimentazione. Servono da foraggio non solo il fieno e la paglia, le foglie e i ramoscelli di betulla, i licheni, le piante marine, ma anche i pesci. Negli altri paesi d'Europa, il bestiame bovino è uno sventurato schiavo dell'uomo. Sono purtroppo famosi i crudeli combattimenti di tori in Spagna, spettacolo gradito alla folla, ma non altrettanto al toro. Le vacche sono atte alla riproduzione nel secondo anno di vita. Esse rivelano la loro eccitazione con l'inappetenza l'irrequietezza, il continuo muggire. Questo stato di agitazione dura per poche ore, ma, se l'istinto non viene soddisfatto, ritorna assai spesso. La gestazione dura circa 285 giorni. Poco dopo la nascita, il vitello si alza in piedi e poppa fin dal primo giorno. La madre accudisce il figlio per qualche tempo. Il vitello ha otto incisivi; alla fine del primo anno cambia i due di mezzo, un anno dopo cambia i due vicini a questi; dopo il secondo anno cambia il terzo paio, e un anno dopo i due ultimi. Nel quinto anno i denti ingialliscono e tra il sedicesimo e il diciottesimo anno cominciano a cadere o a rompersi. Da quel momento la vacca non dà più latte. La durata della vita sembra essere di venticinque anni, di trenta al massimo. Il cibo preferito del Bue di Scozia si compone di diverse piante verdi e secche, di piselli, di veccia, di grano e di erbe succose. Sono erbe nocive per esso il lino, la cicuta, le lenticchie, il colchico, l'aconito, il fogliame di quercia, le foglie di nocciuoli, il trifoglio bagnato. Il prezzemolo, il sedano, la cipolla, impediscono la produzione del latte; le frutta, le patate, le carote sono, invece, divorate con avidità. Il sale è una necessità per la vita di questi animali. Il bestiame bovino è ritenuto, a ragione, come quello che procura all'uomo la maggiore utilità. «L'intelligenza», dice Scheitlin, «si manifesta meglio nel bestiame bovino che vive in libertà, che non in quello che rimane nella stalla. Le vacche alpine sanno più presto riconoscere il loro padrone, sono più vivaci, si trastullano tra loro con maggiore animazione, sono più attente al suono delle campanelle, meno paurose, più valorose nelle loro lotte. Il loro amor proprio è tuttavia debole. Se l'una ha vinto l'altra, questa non se ne dà molto pensiero, né si vergogna, né se ne stizzisce: si tira da un lato, abbassa la testa e si mette a pascolare. La vincitrice non s'insuperbisce, né lascia intravedere nessuna gioia; essa pure si mette tosto a pascolare. In verità, la vacca che guida il gruppo si sente più importante delle altre. Ciò si vede dal suo maestoso andamento; non permette nemmeno che un'altra vacca la preceda. Per concludere, diremo che il toro è meglio dotato della vacca ed è più intelligente. E' più robusto ed ha meglio sviluppati, il coraggio, l'agilità e la rapidità».

SUINI

Rispetto ai pachidermi, membri della loro stessa famiglia, i Suini ci appaiono animali quasi elegantemente conformati. Il loro corpo è compresso lateralmente, le loro zampe sono agili e sottili; le dita appaiate; le mediane sono più grandi, raggiungono il suolo e sostengono il peso del corpo. La testa ha una forma conica, con un muso ottuso anteriormente; la coda è sottile, lunga, cerchiata. Il corpo è setoloso. Il muso termina con un disco a forma di proboscide, nel quale si aprono le narici. Le orecchie hanno una grandezza media, generalmente stanno ritte; gli occhi si aprono obliquamente e sono piuttosto piccoli. La femmina porta sul suo ventre due lunghe file di capezzoli. Lo scheletro presenta forme eleganti e leggere; la spina dorsale è formata da 13 o 14 vertebre, l'osso sacro da 4 a 6, le vertebre lombari sono 5 o 6, la coda conta da 9 a 20 vertebre. Il diaframma è all'undicesima vertebra. Le costole sono piccole e tondeggianti. Tutti i Suini hanno le tre specie di denti nella mascella superiore e in quella inferiore. Il numero degli incisivi varia tra 2 e 3, ma spesso con l'avanzare dell'età cadono; i canini hanno una forma particolare e sono noti col nome di «zanne»; sono a tre spigoli, robusti, ricurvi in sù, sia nella mandibola inferiore che in quella superiore: essi rappresentano l'arma più formidabile dei Suini. Gli altri denti sono compressi, larghi, forniti di molti tubercoli; il loro numero è vario. Fra i muscoli, i più sviluppati sono quelli che regolano il movimento delle labbra e in particolar modo quelli del labbro superiore. Sono anche sviluppatissime le ghiandole salivali. Lo stomaco è tondeggiante, e l'intestino misura una lunghezza pari a dieci volte quella del corpo. Sotto la pelle si forma generalmente uno strato adiposo, il cui spessore può raggiungere parecchi centimetri. I Suini vivono in tutti i paesi del globo. Abitano generalmente nei grandi e umidi boschi, nelle zone paludose, nelle regioni montuose o piane, fra i cespugli, nelle pianure. Si può affermare, in definitiva, che evitino di prendere dimora solo nelle piazze asfaltate delle grandi città industriali. Tutti amano la vicinanza dell'acqua, si presenti in forma di ruscelli, di fiumi, di pozzanghere o di laghi; là scavano nella melma un giaciglio dove riposano a volte con metà del corpo coperto dall'acqua. Una specie cerca ricovero nelle cavità degli alberi. Sono quasi tutti animali socievoli e tuttavia i loro branchi sono poco numerosi. Una specie vive in coppie. Il loro modo di vita è prevalentemente notturno. I loro movimenti sono, relativamente alla mole del corpo, leggeri; la loro andatura è veloce e la corsa rapida. Nuotano tutti a perfezione, ma sono poco resistenti; il loro galoppo è una successione di salti particolari, a ognuno dei quali fa seguito un grugnito. I sensi dei Suini sono buoni, soprattutto l'olfatto e l'udito. La vista, invece, è appena sufficiente e poco sviluppati sono il gusto e il tatto. Tutte le specie sono molto timide: fuggono il pericolo e solo nel caso in cui non possano fuggire affrontano il nemico. Soprattutto i vecchi verri si dimostrano aggressivi con i loro avversari; cercano di colpirli di fianco con le affilate zanne, che sanno usare con grande abilità. Sono animali stupidi, cocciuti e ostinati. La loro voce è un grugnito speciale che esprime soddisfazione e benessere. I Suini sono onnivori; mangiano qualunque cosa; soltanto alcune specie si cibano solo di vegetali, radici, erbe, frutta, cipolle e funghi. Gli altri mangiano anche insetti, chiocciole, vermi, lucertole, topi e perfino pesci e carogne. L'acqua è per loro indispensabile. Sono animali molto prolifici; il numero dei nati di ogni parto oscilla fra 1 e 24. Sono, questi animali, causa di gravi danni per le colture e vengono perciò perseguitati in tutti i luoghi. La caccia che si dà loro è considerata uno dei migliori divertimenti, anche perché alcune specie, soprattutto, vendono a caro prezzo la loro pelle. I Suini si addomesticano con grande facilità, ma con altrettanta facilità rinselvatichiscono. Nelle regioni più settentrionali, l'uomo è il peggior nemico di questi animali; nei paesi sotto i tropici, invece, le grosse specie feline e canine hanno il primato nella lotta ai Suini. Anche le volpi, i piccoli felini e gli uccelli di rapina contribuiscono alla lotta contro i Suini, prendendo di mira i piccoli che sono, tuttavia, sempre ben difesi dalla loro madre.

Maiale domestico (Sus scrofa domestica)

Maiale domestico (Sus scrofa domestica)

Modello tridimensionale di maiale domestico

CINGHIALE (Sus scrofa)

E' l'unico rappresentante dei pachidermi viventi in Europa. Nei tempi passati esso era largamente diffuso; attualmente si trova solo in pochi luoghi d'Europa, ma è ancora numeroso in Asia e nell'Africa settentrionale. Nell'Asia esso si spinge fino al massiccio dell'Himalaya, attraverso la Siberia e la Tartaria; in Africa è molto comune in Marocco, in Algeria, in Tunisia e in Egitto. Il Cinghiale è un animale che misura 1 metro e 80 centimetri di lunghezza e la sua coda supera i 26 centimetri. L'altezza al garrese è di 90 centimetri, il peso varia fra 100 e 250 chilogrammi. La mole e il peso di questi animali subiscono modifiche a seconda della dimora, della stagione, del tipo di nutrimento. I cinghiali che vivono nei luoghi paludosi sono generalmente più grossi di quelli che vivono nei boschi asciutti; quelli che abitano nelle isole del Mediterraneo sono molto diversi da quelli del continente. Per la forma del corpo i cinghiali somigliano ai maiali domestici; le zampe sono però più robuste, la testa è più larga e più aguzza. Le orecchie stanno ben ritte e sono più lunghe e più sottili di quelle del maiale comune. Il colore è nero, donde il nome di «selvaggina nera» che i cacciatori dànno a questi animali, ma si trovano anche individui bigi o color ruggine o bianchi e macchiettati. I piccoli presentano un fondo bigio-rossiccio con strisce giallicce che scorrono in linea retta dal davanti verso il dietro; ma queste scompaiono sin dai primi mesi di vita. Il pelame è formato da setole dure, lunghe, aguzze, forcute all'estremità, alle quali, in certe stagioni, si mischia una lanugine più o meno fine. Sul petto e sul ventre le setole si spingono in avanti; in tutte le altre parti del corpo tendono all'indietro e sul dorso formano una specie di criniera. Il colore delle setole è bruno-nericcio, ma le punte sono giallicce, rossicce o bige e perciò il colore in generale sembra molto più chiaro. Le orecchie sono nero-brune; il grugno, la parte inferiore delle zampe e le unghie sono nere. Nella parte anteriore del muso il pelo è macchiettato. I cinghiali di colore rossiccio, macchiettati di bianco o metà bianco e metà nero, sono considerati dai naturalisti discendenti da maiali domestici, rinselvatichiti. Il soggiorno preferito dai cinghiali sono le regioni umide e paludose, sia fra i boschi, sia fra le erbe palustri. Il Cinghiale europeo, infatti, preferisce le ombrose foreste, mentre quello asiatico e africano pone la sua dimora fra i pantani e nei campi aperti. In Egitto se ne trovano numerosi nei campi di canne da zucchero; nell'India si nascondono fra cespugli impenetrabili di piante spinose. Il maschio adulto si reca ogni giorno al suo giaciglio dove trascorre alcune ore dormendo; il branco dei giovani, invece, si ritira nella sua tana solo d'inverno, quando il freddo pungente gli consiglia di cercare un riparo dove passare la notte. I cinghiali sono animali socievoli; fino al periodo degli amori si vedono aggirarsi in gruppetti formati da parecchie femmine e qualche debole maschio: solo i verri fanno una vita da misantropi. Di giorno i branchi se ne stanno silenziosamente sdraiati con aria meditabonda; verso sera si alzano e vanno in cerca di cibo. La loro prima operazione però è, come per tutti gli esseri umani, dedicata alla... pulizia. Essi si precipitano alla prima pozzanghera e in quella sguazzano e si rivoltano per oltre mezz'ora. Sembra che questa originale forma di pulizia sia per i cinghiali indispensabile; poiché talvolta percorrono molti chilometri pur di realizzare questo semicupio. Quando il frumento è alto e maturo, essi si sentono in dovere di invadere i campi, devastando enormi distese di raccolto con le loro massicce e pesanti zampe. Il Cinghiale, per quanto riguarda il cibo, è un egregio rappresentante dei suini: esso divora, infatti, tutto quanto incontra sulla sua strada, perfino il bestiame morto e i cadaveri dei suoi simili; ma non aggredisce mai gli animali vivi. Rispetto al maiale, esso è un animale più forte e più coraggioso; ma il modo di vita e le qualità dell'uno e dell'altro sono perfettamente uguali. I movimenti del Cinghiale sono rapidi e impetuosi, anche se pesanti; la sua corsa è veloce e prevalentemente orizzontata in linea retta. E' veramente interessante osservare un cinghiale quando penetra in una macchia in apparenza assolutamente impenetrabile. I cinghiali sono animali molto cauti. Fra i loro sensi primeggiano l'olfatto e l'udito. Anche le sue facoltà intellettive sono discrete; se non è molestato, se ne sta quieto per i fatti suoi, ma non sopporta assolutamente le offese. In questo caso, infatti, sa ben difendere il suo diritto alla tranquillità. La femmina è molto coraggiosa ed è solita infierire sull'avversario vinto, calpestandolo e strappandogli brandelli di carne, fino a renderlo irriconoscibile, vendetta questa che il maschio ignora. Se si pensa per un solo attimo alla potenza delle armi del Cinghiale, si è presi veramente dal terrore. In tutte le specie il suino maschio si distingue dalla femmina per la forza e la lunghezza delle zanne; queste cominciano a spuntare dalle mandibole nel secondo anno di vita e vanno, poi, via via, allungandosi. Nel terzo anno le zanne inferiori sono già molto più lunghe di quelle superiori e continuano a crescere, spingendosi obliquamente e curvandosi all'insù; sono di un bianco abbagliante, affilate e taglienti. Man mano che l'animale invecchia, i suoi denti si allungano e si incurvano di più; nel cinghiale vecchio le zanne inferiori s'incurvano al di sopra del grugno e, quindi, sono del tutto inutilizzabili nelle lotte. A questo scopo, però, esso si serve egregiamente delle zanne inferiori, armi terribilmente pericolose che il cinghiale pianta con sicurezza e ferocia nelle gambe e nel corpo dei suoi nemici, producendo lunghe e profonde ferite. In caso di pericolo i cinghiali dimostrano uno spiccato senso di solidarietà fra loro e soprattutto i vecchi sono pronti a correre in aiuto dei giovani. Fra tutti i cinghiali, quelli di gran lunga più feroci e più pericolosi sono le scrofe cui venga tolto il figlio: esse sono capaci di rincorrere il rapitore per decine di chilometri, senza mai mostrarsi stanche e insistendo fino ad aver ucciso il nemico, sul cadavere del quale poi infieriscono a lungo, o fino ad aver recuperato il proprio piccolo. La voce del Cinghiale somiglia molto a quella del maiale domestico. Esso fa udire il suo grugnito soddisfatto mentre cammina tranquillamente; in caso di dolore si ode, invece, un acuto gemito che viene emesso però solo dalle femmine o dai giovani. Il maschio, invece, anche se gravemente ferito, non si lamenta; solo in caso di pericolo trasforma il suo abituale grugnito in un minaccioso brontolio. Il tempo degli amori comincia verso la fine di novembre e dura cinque o sei settimane. Le scrofe selvatiche partoriscono una sola volta, quelle che discendono da maiali domestici figliano invece due volte. A 18 o 19 mesi di vita, i giovani cinghiali di ambo i sessi sono atti alla riproduzione. Quando si avvicina il periodo degli amori, i solitari vecchi cinghiali si uniscono al branco, ne scacciano i giovani e vanno in giro a conquistare le femmine. Fra rivali di pari forze s'impegnano delle lotte feroci. I loro colpi, tuttavia, non sono mai mortali. Ritengo di fare cosa gradita al lettore, riportando la pittoresca descrizione che Dietrich di Winckel ci dette del modo in cui questi animali risolvono le loro faccende di... cuore. «Mesto ed abbandonato», egli scrive, «il reietto deve, durante il tempo del calore, unirsi a branchi poco numerosi, composti di compagni di infortunio, con i quali si aggira malinconicamente, tentando di soffocare le sue tendenze amorose, finché il più forte, già satollo e snervato, gli lasci il posto e si ritiri nella solitudine. Tuttavia rimane ancora qua e là qualche fiorellino da cogliere, che compensa questo o quel membro della sua gioventù». Un particolare davvero singolare è dato dalle affettuose manovre di approccio del Cinghiale alla sua bella. Le carezze che gli innamorati prodigano alla femmina consistono in violenti cozzi in tutte le parti del corpo. Le belle, a loro volta, sanno apprezzare queste gentilezze e mostrano anzi di gradirle. Perfino durante l'accoppiamento, che si compie con difficoltà, la prediletta riceve grandi prove di tenerezza del genere di quelle su descritte. «L'innamorato, nella sua estasi - è sempre il Dietrich di Winckell che racconta - morde così vigorosamente il collo della sua bella che questa deve avere una considerevole dose di insensibilità o una grande abbondanza di sentimento voluttuoso per sopportare tali prove d'amore senza dare il minimo segno di fastidio». Dopo 18 o 20 settimane la femmina partorisce. Se si tratta di un individuo debole, i nati sono 4 o 6, ma le più robuste partoriscono fino a 11 o 12 figli per volta. La madre ha grande cura dei suoi piccoli che allatta con amore, difendendoli da ogni insidia. Dopo pochi giorni dalla nascita, essi sono già in grado di uscire e la madre guida fuori il suo branco e insegna ai piccini a fare uso del proprio grugno. Spesso parecchie madri si uniscono insieme con i loro figlioli ed è allora possibile vedere delle vere e proprie schiere di piccoli, vivacissimi, allegri e vispi, in perfetto contrasto con l'indolenza e la pesantezza delle madri. E' veramente commovente il modo in cui le madri difendono i loro piccoli cinghiali. Lasciamo di nuovo la parola alla penna poetica di Winckell, che ebbe modo di osservare di persona quanto sviluppato fosse in questi animali l'istinto materno. Egli scrive: «Nulla supera il coraggio e l'imperturbabilità con cui una madre vera o d'adozione difende la prole in caso di bisogno. Al primo lamento di un piccolo, la scrofa corre con la rapidità di un lampo. Senza badare al pericolo, essa si lancia sul nemico. Vidi una volta un uomo che, passeggiando a cavallo, aveva trovato sul suo cammino una schiera di giovani cinghialetti e ne voleva portare uno a casa. Appena sollevò e mise sul cavallo la bestiolina, questa prese a lagnarsi in uno strano modo. Immediatamente irruppe la madre furiosa e, malgrado il rapinatore si lanciasse al galoppo, essa lo rincorse, lo raggiunse, si lanciò con le zanne contro il petto del cavallo e certamente lo avrebbe conciato molto male, se l'uomo non avesse opportunamente deciso di restituire alla madre il maltolto. Appena il rapitore lasciò cadere dalla sella il piccino, la buona madre lo prese con delicatezza e lo riportò nella famiglia». La durata media della vita dei cinghiali è di 20 o 30 anni. Questi animali sono soggetti a poche malattie; solo un freddo eccezionale e la neve alta, rendendo loro impossibile di trovarsi il cibo, possono essere causa di decimazione. Fra gli esseri viventi, dopo l'uomo, i loro nemici sono il lupo, la lince, e la volpe, dai quali, tuttavia, i cinghiali sanno difendersi abbastanza bene. Ma il loro peggiore nemico è sempre l'uomo; la caccia al Cinghiale è stata sempre considerata come un piacere cavalleresco e già ai tempi dei cavalieri della Tavola Rotonda scene di caccia al Cinghiale decoravano elegantemente drappi e arazzi. La carne del Cinghiale è molto apprezzata, perché al sapore della carne porcina unisce quello della vera cacciagione; i piccoli soprattutto sono veramente squisiti e in modo particolare la testa e le cosce. Anche la pelle e le setole, sono molto ricercati.

CINGHIALE DEL GIAPPONE (Sus leucornastrix) - CINGHIALE D'INDIA (Sus cristatus) - CINGHIALE D'AFRICA O CINGHIALE DELLE SIEPI (Potamochoerus africanus) - CINGHIALE DAI CIUFFETTI (Potamochoerus porcus)

Tutti questi animali sono considerati i progenitori del maiale domestico. Il Cinghiale del Giappone ha il corpo corto, la testa allungata, le orecchie piccole, ma molto villose. Il suo colore è bruno-scuro-bianchiccio di sotto. Sulle guance, a partire dall'angolo della bocca, scorre una striscia più chiara. Il Cinghiale d'India è più piccolo del nostro ed ha il corpo ricoperto di poche setole. La parte posteriore del ventre ed una larga macchia dietro le orecchie sono quasi nude. Sulla metà inferiore delle guance, i peli formano una specie di barba; sulla fronte ed all'estremità del dorso formano una criniera aderente. La maggior parte delle setole sono nere con punte bruno-giallicce. Il colore generale risulta, perciò, bruno-gialliccio chiaro, macchiettato di nero. I piedi ed il muso sono di un bruno più chiaro, i peli del ventre sono di un bianco sudicio. Il Cinghiale Papu è assai inferiore per la mole a tutti gli altri suini ed ha forme piuttosto eleganti. Misura 90 centimetri di lunghezza e da 47 a 52 centimetri di altezza. I piedi sono bassi, la pelle è bruna, rugosa dietro le orecchie, quasi nuda sulle guance e sul ventre. Il pelame è sottile e rado, il muso nericcio interamente coperto dalla mandibola inferiore. La parte superiore è nera e rossiccia; le membra sono di un bruno-scuro, le guance, la gola, il ventre sono bianchi, gli occhi sono circondati da un cerchio nero. I piccoli sono bruno-scuri ed hanno da due a cinque strisce longitudinali bruno-chiare. Al maschio mancano le grandi zanne. Il Cinghiale dai Ciuffetti è un bellissimo animale più piccolo del cinghiale comune con pelame fine sul dorso e peli lunghi ed arruffati sui fianchi e sul ventre, con le zampe e il muso quasi nudi, ma con una bella barba sopra le guance ed un ciuffetto alle orecchie ed alla coda. Il colore fondamentale è il giallo-rosso scuro nella parte superiore del corpo; il muso, le zampe e la coda sono di un nero bigio cupo. I ciuffetti ed una striscia che scorre sulla groppa sono bianchi, gli anelli intorno agli occhi sono giallicci. Il Cinghiale delle Siepi ha quasi tutto il corpo coperto di peli di media lunghezza. Soltanto sulla nuca si forma una criniera aderente e sulle guance una barba molto lunga. Il colore del corpo è bigio-bruno-rossiccio; il muso è bigio-fulvo, la barba e la criniera sono bigio-bianchicce. Gli occhi sono circondati da cerchi neri ed una striscia nera scorre sulle guance. Le orecchie e le zampe sono d'un nero bruno scuro. Tutti i suini summenzionati vivono allo stato selvatico ed hanno caratteristiche analoghe a quelle del cinghiale; si lasciano addomesticare con grande facilità. In questo nostro studio vogliamo considerare soltanto le varietà più importanti di quest'utile animale domestico. In Europa esistono moltissime razze diverse che, secondo Fitzinger, si riportano a due divisioni principali: al maiale domestico arricciato ed a quello dalle lunghe orecchie. Dal primo si ritiene debbano provenire le razze diffuse nel sud dell'Europa; dal secondo quelle diffuse nel nord. Si distinguono fra i primi i maiali di Turchia, d'Ungheria, di Polonia, di Spagna ed i maiali nani; dall'altro derivano i maiali di Moravia, di Germania, quelli dalle lunghe setole, quelli di Baviera, dello Jutland, di Francia e d'Inghilterra. Importanti più di tutti gli altri, per il fatto che raggiungono pesi eccezionali, perfino di 5 o 6 quintali, sono i maiali d'Ungheria e di Polonia, di Germania e d'Inghilterra. Le femmine di tali razze dànno alla luce perfino diciannove piccoli. Il maiale cinese discende invece dal cinghiale del Giappone che è stato incrociato con le altre razze. La specie primitiva vive allo stato selvatico nelle selve del Giappone e si distingue dal nostro cinghiale per la minore mole, le zampe più corte, le orecchie piccole e corte, la forma diversa della testa ed il colore. Il vero maiale cinese è molto piccolo, facile ad ingrassare, quanto mai prolifico. I cinesi sono molto esperti nell'allevamento dei suini e curano in modo speciale che essi si muovano il meno possibile. Il maiale domestico che vive nel Siam è un discendente dei cinghiali d'India. Esso è diffuso in tutta l'Asia meridionale e nelle isole del Sud; qui fu trovato già dagli europei al tempo della loro scoperta. Più tardi fu introdotto nelle montagne del Capo di Buona Speranza, nella Guinea e nell'America meridionale. Attualmente esso si trova anche in Europa; la sua carne è tenera, gustosa e saporita, il lardo è assai consistente. Fitzinger afferma che il maiale di Sardegna derivi da un incrocio con il maiale del Siam. Il maiale papu è certo un diretto discendente del cinghiale papu. Ancora oggi nella Nuova Guinea si dà la caccia al piccolo cinghiale per ingrassarlo e mangiarne la carne saporita. Poche sono le popolazioni che abbiano cercato di addomesticare il maiale d'Africa. Una delle cause di ciò è certamente la proibizione dell'islamismo ad usare la carne porcina. I maiali che vivono in America assomigliano a varie razze di maiali esistenti in altre parti del mondo, perché furono tutti animali importati. In nessuna parte del mondo, come nella America settentrionale, si pratica l'allevamento dei suini su così vasta scala. In certe zone i contadini traggono soltanto da questo lavoro il sostentamento. Nella primavera conducono gli animali nei boschi e nei campi coltivati unicamente a questo scopo con segala, cavoli, avena, piselli, granturco. Nell'autunno si porta a termine l'ingrassamento con pastoni di granturco, di patate, di frutta, di zucche. I branchi, nutriti a dovere ed ingrassati, vengono poi spinti all'ammazzatoio dove vengono uccisi: il sangue, raccolto in grandi recipienti, viene trasformato in bleu di Prussia; la carne, salata o affumicata, viene racchiusa in barili e smerciata. Spesso anche il grasso viene separato per farne olio o stearina, la pelle viene conciata. Nel maiale appaiono frequenti deformità: se ne trovano alcuni con un solo zoccolo ed altri con cinque dita. Nel maiale che ha lo zoccolo, le due unghie anteriori si sono fuse in un solo pezzo; in quello a cinque dita, un terzo dito rudimentale si insinua fra i due anteriori. Oggi il maiale è diffuso quasi su tutta la terra. Esso vive domestico fin dove il suolo è coltivato verso il nord; nelle regioni meridionali esso vive con maggior libertà. Al maiale conviene il clima umido; quando viene portato in montagna, esso subisce dei cambiamenti somatici: il corpo si fa più piccolo, la testa più corta e meno aguzza, la fronte più larga, il collo più corto e tozzo e le gambe più robuste. Naturalmente, i maiali di montagna sono meno grassi, ma la loro carne è più saporita. Il clima, le condizioni del suolo, l'allevamento e l'incrocio influiscono sul colore e perciò in una regione predomina un colore, uno diverso in un'altra. In Spagna, infatti, vediamo un maggior numero di maiali neri che non in Germania. Il modo di allevare questi animali è vario; alcuni allevatori preferiscono tenerli rinchiusi nelle stalle, al fine di ottenere una maggiore pinguedine; altri scelgono l'allevamento all'aperto che, se rende meno nel peso, dà maggior sicurezza per la salute e la resistenza dell'animale alle malattie. Questo allevamento nelle selve è praticato non solo in America, ma anche in alcune province della Russia, nelle pianure del Danubio, nella Grecia, nell'Italia, nel mezzogiorno della Francia, nella Spagna. Nella Scandinavia, durante l'estate, si usa lasciar liberi i maiali di scorazzare ove desiderano, con l'unica avvertenza di legare al loro collo un piccolo collare triangolare di legno che, pur senza procurare il minimo fastidio, impedisce all'animale di penetrare nei campi recintati. Nell'Ungheria meridionale e nei paesi limitrofi, i maiali vengono abbandonati a sé stessi per l'intero anno, badando solamente a che non si smarriscano. Essi si cibano di ghiande che trovano ai piedi delle querce. In Spagna salgono sulle montagne fino ad una certa altezza; nella Sierra Nevada giungono fino a 2.600 metri sul livello del mare, sfruttando così località nelle quali non troverebbero gran che altri animali. La libertà ha sviluppato straordinariamente le loro facoltà fisiche e intellettive. Essi corrono con molta agilità, si arrampicano e vegliano alla propria sicurezza. Dimostrano un grande coraggio. Non è vero affatto che il sudiciume giovi al benessere del maiale. Approfondite esperienze hanno dimostrato che il maiale prospera molto meglio nella pulizia. I veri allevatori non chiudono più i maiali in quei luoghi orribili, bui, sudici, detti «stalle da maiale», ma li tengono in luoghi spaziosi, pieni d'aria, che possono essere facilmente ripuliti. Il maiale rassomiglia molto al suo selvatico progenitore. E' vorace, cocciuto, impacciato, e dimostra poco affetto all'uomo. I maiali che hanno vissuto con l'uomo fin dai primi anni di vita superano moltissimo i loro simili per lo sviluppo dell'intelligenza. Un forestale raccontò di aver posseduto un maiale cinese che lo seguiva come un cagnolino, obbediva alla chiamata, saliva le scale, era capace di cercare i tartufi e metteva tutto l'impegno possibile in questo lavoro. Si raccontano episodi straordinari di maiali ammaestrati: a Londra ve ne fu uno che sapeva riconoscere le lettere dell'alfabeto e formare con esse varie parole. Vi fu anche un maiale il quale fu ammaestrato per la caccia ed assolse egregiamente il suo compito. Il suo olfatto era ottimo, tanto che era capace di sentire l'odore di un uccello a 40 metri di distanza. Vi furono perfino maiali ammaestrati a tirare le carrozze. Da quanto sopra appare chiaramente che il maiale è suscettibile di ammaestramento. I maiali dimostrano una grande avversione per i cani. Essi, infatti, ed i cinghiali, che pure si gettano senza scrupoli perfino sulle carogne, non mangiano mai carne di cane. In Ungheria molti branchi di maiali vengono guidati dai pastori senza cani perché verrebbero dilaniati da quei loro nemici. Il maiale mangia di tutto: esso, fatta esclusione di alcune piante, divora qualunque cosa commestibile, sia vegetale che animale. Nei campi di stoppie esso è utilissimo perché distrugge sorci, larve di insetti, locuste, lombrici e tutte le piante parassite; inoltre dissoda il terreno. Se il maiale ha poco spazio per muoversi, presto la sua schiena s'irrigidisce e diviene impacciato e insensibile, tanto che i topi gli rosicano la pelle senza che esso se ne accorga. I maiali destinati all'allevamento devono avere spazio e libertà sufficienti, oltre a stalle calde e pulite. Al principio di aprile e di settembre ha luogo l'accoppiamento. Dopo 16 o 18 settimane, la femmina partorisce da 4 a 6 piccoli, ma talora perfino 12 o 15 ed in casi rarissimi 20 o 24. La madre non si preoccupa troppo di preparare un giaciglio alla prole. Talvolta accade perfino che, infastidita dai piccoli, ne schiacci e divori qualcuno. I piccoli poppano per 4 settimane, dopodiché si possono prendere e nutrire con cibo leggero. All'ottavo mese il maiale è già atto alla riproduzione.

PECARI (Tayassu pecari)

E' un piccolo suino lungo da metri 1,35 a metri 1,50, e alto da 30 a 38 centimetri. La testa è corta, ottuso il musetto. Le setole sono piuttosto lunghe e folte. Alla radice sono bruno-scure, indi cerchiate di fulvo e di nero, ed infine, verso l'estremità, sono di nuovo bruno-nere. In mezzo alle orecchie e lungo la linea centrale del dorso, le setole si allungano senza però formare criniera. Il colore predominante è il bruno-nericcio che si fa bruno-gialliccio sui fianchi e si mescola al bianco. Il ventre è bruno, bianco il petto, dal quale parte una fascia gialla che passa sopra e sotto le spalle. Dalla ghiandola dorsale si secerne un liquido di odore penetrante. Questi animali vivono comunemente in tutte le regioni boscose dell'America meridionale fino a 1.000 metri di altezza. Guidati dal più robusto, essi percorrono i boschi, cambiando ogni giorno dimora. Rengger afferma che si può tener loro dietro per ore ed ore senza riuscire a vederli. «Nelle loro escursioni non li trattengono né le acque né i campi aperti che tuttavia, in genere, cercano di evitare. Se giungono ad uno di questi, lo attraversano di corsa; valicano a nuoto un fiume od un torrente. In questo caso, il branco procede compatto: i maschi avanti, seguiti dalle femmine e dai piccoli. Il loro sopraggiungere si annunzia da lontano per i rami dei cespugli che spezzano al loro passaggio». Il naturalista Bonpland, una volta, fu avvisato dalla guida indiana di tenersi nascosto dietro un albero nel timore che l'urto del branco potesse gettarlo violentemente a terra. Gli indigeni affermano che perfino la tigre teme d'incontrarsi con un branco di questi suini che sarebbero capaci di schiacciarla. I pecari sono soliti andare in cerca di cibo tanto di giorno che di notte: mangiano frutta di qualunque specie e radici che scavano con il loro forte grugno. Mangiano anche serpenti, lucertole, vermi e larve. Essi assomigliano al nostro cinghiale; ma non sono né altrettanto sucidi né così voraci: si accontentano di saziare la propria fame e ricercano le pozzanghere solamente per rinfrescarsi durante i grandi caldi. Amano nascondersi nel cavo degli alberi o sotto le radici. I loro sensi sono deboli, scarse le facoltà intellettive. Parecchi viaggiatori hanno descritto lo straordinario coraggio dei pecari. Wood così scrive: «Spesso, irritato, il Pecari è uno dei peggiori nemici dell'uomo e degli animali. Non conoscendo il pericolo, non conosce neppure il timore, sa fare ottimo uso degli acutissimi denti. Sembra che nessun animale sia in grado di resistere all'aggressione di un branco di pecari. Lo stesso ferocissimo giaguaro fugge, se ne scorge un branco». Il Rengger dice che il Pecari è accanitamente perseguitato per la sua carne e per il danno che cagiona alle piantagioni. Aggiunge inoltre che lo si va a scovare nei boschi per mezzo di cani e lo si uccide a colpi di arma da fuoco. Secondo il Rengger, la caccia a questo animale, sia pure riunito in branchi, non sarebbe pericolosa per l'uomo, a meno che egli non pretenda di affrontarlo da solo ed a piedi. Alcuni osservatori raccontano che quando un certo numero di pecari trova un rifugio sotto le radici di grandi alberi, lascia fuori un'individuo come sentinella e se questo viene ucciso, è subito surrogato da un altro e così via, tanto che si può agevolmente uccidere un discreto numero di sentinelle appostandosi nelle vicinanze dell'albero. La femmina partorisce due piccoli che prestissimo seguono ovunque la madre. Si lasciano addomesticare con facilità e divengono domestici come il nostro maiale e il capriolo. Rengger dice: «La sua tendenza alla libertà scompare e vi subentra l'affezione verso il nuovo soggiorno e gli uomini e gli animali che vivono nella casa. Talvolta gioca perfino; ma per l'uomo, poi, ha una gran sottomissione. Si tiene vicino a lui lo cerca quando non l'ha veduto per qualche tempo, dà segni di gioia quando lo rivede, ubbidisce alla sua voce se si sente chiamare, o lo accompagna per giorni interi. Annunzia con grugniti o con l'arricciare il pelo la presenza di sconosciuti che si avvicinano alla casa del padrone. Assalta i cani stranieri e spesso li ferisce con morsi». I pecari possono vivere anche a lungo nei giardini zoologici. Sopportano bene qualunque clima; ma in genere si mostrano collerici col custode. La pelle del Pecari viene usata per fare guanti e cinghie: anche la carne viene mangiata da alcuni. Non ha, come il maiale, uno strato di lardo, ma soltanto un leggero e sottile adipe.

BARBIRUSA (Babirusa babirusa)

E' un suino di una specie tutta particolare che vive nelle Celebes e in qualche piccola isola delle Molucche. E' molto più snello ed ha zampe più lunghe degli altri dai quali si distingue in modo particolare, perché appare provvisto di corna. I suoi denti giungono ad una tale lunghezza ed i superiori sono così stranamente incurvati, che si possono paragonare a una corona. Infatti, per questo, gli europei gli hanno dato il nome di Babi-rusa che significa cinghiale e cervo. La sua mole è piuttosto ragguardevole; alcuni esemplari possono gareggiare nella statura con un asino. La sua lunghezza si può valutare ad oltre un metro, e a ventitré centimetri quella della coda. La altezza al garrese è di 75 centimetri. Per gli altri caratteri somatici il Babirusa somiglia molto agli altri suini. Il corpo è allungato, cilindrico, pieno, un po' compresso lateralmente; il dorso è leggermente arcuato, il collo grosso e corto, la testa allungata, poco convessa alla fronte, terminante in un grugno aguzzo, sporgente oltre il labbro inferiore, mobile e robusto che finisce in un disco nudo, con gli orli callosi e con le narici che vi si aprono dentro. Le zampe sono forti, con quattro dita davanti e dietro, con le anteriori alquanto più divaricate che negli altri suini. Il grugno è sottile, la testa ha occhi piccoli, senza ciglia e orecchie di media lunghezza, strette, aguzze, erette. Il principale ornamento sono i denti canini della mandibola inferiore. Nel maschio sono straordinariamente lunghi, sottili ed aguzzi, rivolti all'insù e all'indietro, tanto che a volte, con l'andar degli anni, penetrano nella pelle della fronte. Le zanne della mandibola superiore traforano la parte superiore del grugno, s'incurvano a mezzaluna o più ancora verso l'indietro. Nella parte anteriore sono tonde, compresse lateralmente all'indietro, ottusamente aguzze all'estremità. Le zanne della mandibola inferiore sono più corte, più grosse e più ritte nella loro curva all'insù. Nella femmina i denti canini sono molto corti ed i superiori che, come nel maschio, forano il muso, sporgono di pochi millimetri. La dentatura viene completata da quattro incisivi anteriori nella mandibola superiore, sei nell'inferiore e cinque molari d'ambo i lati. Il corpo del Babirusa è coperto di setole che stanno divise e sono più fitte soltanto lungo la spina dorsale, tra le numerose grinze della pelle ed all'estremità della coda, ove formano un piccolo fiocco. La pelle è grossa, dura, ruvida, molto grinzosa e solcata da profonde rughe sulla faccia, intorno alle orecchie ed al collo. Il colore generale è cinerino sudicio sulla parte esterna e superiore e rosso-ruggine nella parte interna delle zampe. Sulla linea centrale scorre una striscia più chiara, d'un giallo-bruno, formata dalle punte delle setole. Le orecchie sono nericce. Il Babirusa, oltre alle Celebes, abita le isole minori di Bura e di Malado. Qualche esemplare esiste anche nella Nuova Guinea e nella Nuova Irlanda. Esso vive come tutti gli altri suini, soltanto dimostra molto più grande amore per l'acqua. Predilige i luoghi paludosi, i canneti, le pozzanghere ed i laghi dove abbondano le piante acquatiche. Presso queste località si raccoglie in numerose schiere; dorme durante il giorno, mentre di notte va in cerca di cibo. Tra i sensi, l'olfatto e l'udito sono i più sviluppati. La voce è un lungo e debole grugnito. Le facoltà intellettuali sono quelle di tutti gli altri suini, quindi poco apprezzabili. Il Babirusa cerca di evitare l'uomo; se però viene da lui attaccato, si difende arditamente. I suoi canini inferiori lo pongono in posizione di vantaggio anche di fronte all'uomo più coraggioso. In febbraio la femmina partorisce uno o due piccoli, lunghi da 18 a 20 centimetri, amati e difesi dalla madre. Questi piccoli possono essere addomesticati facilmente; si affezionano all'uomo, lo seguono e gli dimostrano la gratitudine con lo scuotere le orecchie e la coda. Il governatore olandese delle Molucche regalò una coppia di Babirusa a due naturalisti francesi, Quoy e Gaymard. Questi animali erano i primi che venivano portati vivi in Europa; erano abbastanza addomesticati, specialmente il maschio. I due prigionieri si mostrarono sensibilissimi al freddo: tremavano, si stringevano insieme. In marzo la femmina partorì un piccolo di un bruno-scuro e da allora divenne cattiva. Si avventava anche contro il custode se osava toccare il piccolo. Purtroppo i tre animali non riuscirono a sopportare il clima europeo e morirono presto.

Una babirusa

Una babirusa

FACOCERO ETIOPICO O CINGHIALE CORRIDORE (Phacochoerurus aethiopicus)

Appartiene alla famiglia dei facoceri che sono i più mostruosi e i più massicci. Soprattutto la loro testa è bruttissima. Gli occhi, tagliati obliquamente e le orecchie sono piccoli, mentre il grugno è di una larghezza sproporzionata, la faccia è tutta tempestata di escrescenze della pelle e ornata di zanne gigantesche. Il Facocero etiopico abita le montagne del Capo; misura circa metri 1,80 di lunghezza, di cui 45 centimetri spettano alla coda. L'altezza alle spalle è di circa un metro. Ha il corpo grosso, il collo tozzo, il dorso largo, i piedi robusti, la testa massiccia con muso piatto, il grugno enorme con narici molto distanti l'una dall'altra, il labbro superiore duro, sporgente, gli occhi piccoli, posti in alto e all'indietro; nelle orecchie, corte, spuntano fitti peli. La pelle, grossa e rugosa, è coperta di rade setole. Tra le orecchie si nota una cresta di crini che si prolunga sul dorso a guisa di criniera. Il colorito è bruno; la testa e il dorso sono più scuri, le orecchie sono bianche, la criniera di un bruno-scuro. La dentatura presenta strane particolarità: nelle due mandibole mancano gli incisivi; ma le zanne superiori che sono ottuse all'estremità e scanalate nel senso della lunghezza, sono enormemente grosse. Hanno 13 centimetri di circonferenza alla radice e misurano 23 centimetri di lunghezza.

Esemplari di facocero (Phacocerus aethiopicus)

Esemplari di facocero (Phacocerus aethiopicus)

HAROCHA DEGLI ABISSINI (Phacochoerus aethiopicus aellani)

E' poco meno brutto del facocero etiopico e di colore del tutto simile ad esso. Le zanne sono più piccole; a differenza del suo simile dell'Africa meridionale, possiede due incisivi. Questa seconda specie è diffusa un po' in tutta l'Africa centrale. Vive in branchi di dieci o quindici individui nelle regioni boscose, o almeno coperte di macchie. Si ciba prevalentemente di radici; quando cerca il cibo, striscia sulle articolazioni anteriori ripiegate e così sbarbica le radici delle piante. Facendo ciò, si spinge in avanti, rimanendo nella medesima posizione coi piedi posteriori e scavando, perciò, profondi solchi nelle macchie. Nell'Abissinia l'Harocha non è perseguitato perché la sua carne è considerata impura dai cristiani e dai musulmani. Il vecchio Sparrmann scrive: «Questo animale si chiama porco boschereccio. E' giallo, vive in spelonche ed è molto pericoloso, giacché si precipita sull'uomo come una freccia e gli lacera il ventre con le sue zanne. Lo si trova in branchi di parecchi individui. Questi, se devono fuggire, prendono ognuno un piccolo in bocca. A volte s'incrociano con maiali domestici e dànno alla luce figli fecondi». Cumming racconta: «Scelsi per mia preda un vecchio maschio e lo spinsi fuori del branco. Dopo che per 18 chilometri gli ebbi galoppato alle calcagna, decisi di misurarmi con esso. Quando mi volsi contro di lui, esso si piantò sulle zampe e mi fissò con espressione furibonda. La bocca gli schiumava per la rabbia. Mi affrontò poi con estrema risolutezza. Incollerito, decisi di scendere dalla mia cavalcatura per affrontarlo; ma dovetti accorgermi ben presto che esso cercava di raggiungere un luogo ove si trovavano innumerevoli buche, in una delle quali, infatti, scomparve velocemente». Il Facocero difficilmente cerca scampo nella fuga; in genere attacca con violenza. Nel 1775 venne in Europa, dall'Africa, il primo facocero vivo. Fu messo nel giardino zoologico dell'Aja e si credeva di possedere un animale di buona indole. Purtroppo ci si accorse di quanto esso fosse feroce il giorno in cui, lanciatosi sul custode, gli inferse un colpo mortale con le sue terribili zanne.

IPPOPOTAMO (Hippopotamus amphibius)

Più massiccio ancora, e in modo veramente incomparabile, dell'elefante e del rinoceronte, è l'Ippopotamo, il più ruvido senza dubbio di tutti i mammiferi terragnoli. Nell'epoca preistorica quest'animale aveva moltissimi prossimi affini, ma ora è solo nel suo genere. L'Ippopotamo ha quattro zoccoli per ogni piede, un muso largo, tozzo, che non si allunga in proboscide, e pelle nuda. Presenta due o tre incisivi, un canino e sette molari per parte. Lo scheletro è estremamente massiccio in tutte le sue parti. Il cranio si presenta press'a poco in forma quadrangolare, piatto e schiacciato, mentre la regione cervicale è piccola; le altre ossa sono grosse e pesanti. I denti di quest'animale sono veramente strani: si distinguono da quelli di tutti i pachidermi conosciuti e ricordano, alla lontana, la dentatura dei maiali. E' degno di speciale attenzione l'enorme dente canino della mandibola inferiore, ricurvo a forma di mezzaluna, e che nei maschi può benissimo giungere ad una lunghezza di venti centimetri. I denti superiori sono più piccoli, sebbene ricurvi allo stesso modo, ed alla punta obliquamente ottusi. Malgrado la loro enorme mole, questi denti non sporgono oltre il muso, tanto questo è grande e spaventosamente brutto. Il nome di Ippopotamo, traduzione dell'antica denominazione greca, indica molto male la massiccia creatura, giacché la sua corporatura ha somiglianza ben maggiore con quella di un gigantesco maiale impinguato che non con quella di altri animali. Il nome arabo Gamuhs el Bahr, che vuol dire bufalo dei fiumi, è certamente più appropriato di quello che usiamo, sebbene anche qui la rassomiglianza sia minima. Più d'ogni altra parte del suo corpo, la testa dell'Ippopotamo, anche fatta astrazione dalla dentatura, si distingue da quella di altre creature. E' di forma quasi quadrata, come abbiamo detto sopra, caratterizzata dal muso lungo, alto, straordinariamente largo e rigonfio, il quale è informe come tutto l'animale, ma è tuttavia singolarmente conformato. La parte superiore di esso si presenta molto piatta ed alquanto ristretta all'indietro, ma di là va allargandosi e ricade poi lateralmente a guisa di labbro superiore sulla bocca, che ricopre e chiude da tutte le parti. Le narici si presentano oblique e assai all'indietro, gli occhi collocati in alto sul capo, poco al di sotto e sul davanti delle orecchie. Il corpo grosso e pesante è allungato, quasi cilindrico, alquanto rigonfio nella sua parte centrale. Il dorso si innalza alla groppa più che non sul garrese; mentre il ventre pende fino a toccare il suolo, quando l'animale, con le sue brevi e sproporzionate zampe, corre sopra un suolo melmoso. Persino negli ippopotami adulti le zampe non hanno più di 60 centimetri d'altezza. La coda si presenta breve e sottile, lateralmente compressa alla sua estrema punta, ed ornata di setole simili a fili di ferro. Il rimanente del corpo è quasi nudo, giacché sulla grossa pelle, spessa più di 26 millimetri, che forma al collo e sul petto profonde e brutte pieghe, spuntano tutt'al più alcuni brevi peli setolosi. Le solcature che si incrociano fanno sì che la pelle si presenti divisa in tanti spazi squamosi, ora più grandi ora più piccoli. Il colore dell'animale è di un bruno-rame particolare, che tende ad un più scuro-sudicio sulla parte superiore, mentre su quella inferiore tende più al bruno porporino chiaro. Molte macchie brunicce o azzurrognole, che sono abbastanza regolarmente sparse, dànno un certo aspetto cangiante all'uniforme massa. Del resto il colore subisce modifiche a seconda che l'animale sia bagnato o asciutto. Quando esce dall'acqua, la sua parte superiore si presenta d'un colore azzurro-bruniccio e la parte inferiore quasi color carnicino, mentre, quando la pelle è asciutta, il colore sembra più scuro, d'un bruno quasi nero, o color d'ardesia. Sotto la pelle si trova uno strato adiposo di dieci o quindici centimetri di spessore, che circonda l'intero corpo e rende, come già negli altri mammiferi acquatici, assai minore il peso dell'animale messo in rapporto alla sua mole. Un ippopotamo perfettamente adulto può essere lungo metri 4,50, di cui la coda non prende più di 45 centimetri. Al garrese non misura, però, al tempo stesso, più di metri 1,65, mentre il corpo giunge ad una circonferenza che va da tre metri e sessanta centimetri a quattro metri. Un tale gigante può pesare da 2.500 a 3.500 chilogrammi, poiché la sola pelle di un animale di media statura pesa da 400 a 500 chilogrammi. Attualmente occorre addentrarsi molto nell'Africa centrale per incontrare le forme gigantesche, che noi chiameremmo ultimi avanzi di un'epoca favolosa. Lungo il più santo dei fiumi, gli antichi e famosi animali vennero respinti verso il centro del Continente, verso i paesi ad oriente del fiume che nasconde la sua sorgente. Soltanto quando si penetra più addentro nel centro si vedono vive le immagini della Sacra Scrittura, dipinte da quattromila anni sui templi dell'Egitto; ancora oggi, come migliaia di anni fa, gli stessi animali si trovano fra gli stessi uomini. Là incontriamo, accanto al cinocefalo, al coccodrillo, all'ibis sacro e al tantalo, quegli avanzi di altri tempi: l'elefante, il rinoceronte e l'Ippopotamo. Dove l'uomo è giunto ad una incontrastata signoria, questi animali hanno dovuto soccombere alle terribili armi da fuoco; laddove, invece, l'uomo ha per sole armi ancora le lance o le frecce, ancora oggi gli stanno ostilmente in faccia. Nell'estate del 1600 il napoletano Zarenghi poté impadronirsi presso Damiata, sopra lo sbocco di un affluente del Nilo, di due ippopotami, che catturò in un trabocchetto, e le cui pelli furono portate a Roma, come un tempo si faceva dei progenitori di questo mostro. Da un secolo fa, invece, il bestione risulta distrutto in tutto l'Egitto ed anche nella Nubia, dove Rüppell lo aveva trovato in discreto numero all'inizio del secolo scorso. E' rarissimo che passi attraverso i fiumi al di là della catena dei monti Rherri, che vale quale limite meridionale del "Paese del Sole"; mentre la cosa è diversa nel Sudan orientale. Soltanto là l'Africa si manifesta nel suo vero essere; là i boschi e i fiumi dànno asilo a creature veramente meravigliose, e l'Ippopotamo è ospite dei maggiori fiumi e laghi dell'Africa centrale. La città di Karthum, alla confluenza tra il Nilo Bianco e l'Azzurro, ha dirimpetto a sé una piccola isola ricca d'alberi. Fino a non molti anni or sono era possibile vedere ancora la famosa coppia dei bufali acquatici scendere ogni anno, con le onde ingrossate, dalle foreste vergini del territorio superiore, ed invano spedirle molte palle di carabina. Più distante, verso il sud, gli ippopotami erano più numerosi tanto sull'uno come sull'altro fiume. Diversamente avviene sugli altri fiumi dell'Africa. Lander vide sul Niger un incredibile numero di ippopotami. Il maggiore Denham li trovò numerosissimi anche sul fiume Mehabie. Ladislao Magiar li osservò presso le coste; Anderson nell'Africa meridionale, nel fiume Tumbi. Gordon Cumming li trovò nel paese dei cafri e ne vide una volta settanta insieme sopra una grande penisola del fiume Limpopo. Nell'Africa meridionale ed occidentale essi vanno nei fiumi molto più vicino alle coste che non nella parte settentrionale. Nella descrizione che segue ci riferiamo, principalmente, alle nostre proprie osservazioni, perché abbiamo avuto sovente la occasione d'incontrarci col Gamuhs el Bahr. L'Ippopotamo, cominciamo col dire, più di ogni altro pachiderma è vincolato all'acqua. Soltanto eccezionalmente esce dal fiume per andare a terra durante la notte in cerca di alimenti nei luoghi in cui il fiume stesso risulta povero di piante; talvolta ne esce anche di giorno per godersi il sole sopra i banchi di sabbia. A pochi chilometri da Karthum, «Capitale dell'inferno», come la chiamano i sudanesi, si vedono, sui banchi melmosi della riva del fiume, frequenti le tracce del nostro animale in buche, profonde sessanta centimetri, delle dimensioni di un tronco di albero, che stanno d'ambo i lati di uno scavo, il quale sembra prodotto dallo scolo delle acque. Sono, esse, le tracce dell'Ippopotamo quando esce dall'acqua per le sue spedizioni notturne in cerca di pascolo nelle foreste vergini ricche di piante, o in un campo coltivato. I buchi sono prodotti dalle zampe, il solco dal ventre che striscia sulla melma, perché l'enorme animale, come abbiamo accennato, affonda addirittura sino al corpo nel suolo cedevole e molle. Queste orme, generalmente, si possono seguire per quasi un miglio sulla spiaggia per lo più piana dell'Abiad, o Fiume Bianco, il quale, durante il tempo delle piogge, sommerge le sue sponde per una profondità di parecchie miglia nei terreni circostanti e, talvolta, inondando anche intere foreste. Sul Fiume Azzurro superiore, o laddove le sponde dell'Abiad sono irte, si riconosce la presenza dell'Ippopotamo dalle salite che traccia quando si arrampica sull'alta sponda. Tali salite non sono affatto in relazione con la pesantezza dell'animale, giacché spesso sono così irte che un uomo vi si può arrampicare solo se si accompagna, tenendosi ai rami di destra e di sinistra. Non si comprende assolutamente come sia possibile all'enorme e pesante pachiderma percorrere siffatti sentieri. Dalla salita, noi, un breve tratto conduce all'interno del bosco. Questo sentiero si distingue facilmente da quelli che gli elefanti fanno, quando attraversano le foreste vergini; perché i cespugli d'ambo i lati o nel mezzo non sono rotti e rigettati da una parte, ma semplicemente abbassati. E' facile scorgere il gigante acquatico nei punti favorevoli del fiume, dove i campi giungono sino alle sponde, o queste sono coperte da folte boscaglie, e meglio ancora dove l'alveo del fiume stesso può servire da pascolo, vale a dire quando vi crescono molte piante acquatiche. Ad intervalli di tre o al massimo di quattro minuti si notano getti d'acqua simili a getti di vapore, i quali s'innalzano a circa novanta centimetri sulla superficie delle onde, e si ode al tempo stesso uno speciale rumore, un rifiatare rumoroso, un soffiare, forse anche un cupo brontolio, che ricorda il muggito di un bue: in quel punto uno di essi è salito a galla per prender aria. Se si è a breve distanza, si può anche scorgere l'informe testa dell'enorme animale, la quale si presenta all'occhio come una massa rossa, o di un rosso-bruniccio, su cui sporgono due punte, le orecchie, e quattro collinette, gli occhi e le narici. E' molto raro che un ippopotamo che si muove nell'acqua faccia vedere più del solo capo, e questo capo, chi lo vede per la prima volta, può benissimo non riconoscerlo. Se il curioso si trova controvento e rimane immobile, meglio se nascosto in un cespuglio, può osservare a bell'agio l'animale, che nuota su e giù, sollazzandosi nell'acqua, senza di nulla darsi pensiero se non del suo passatempo preferito. Si vede allora che, sulla fronte compressa, tra gli occhi e le orecchie, gli rimane, quando emerge dall'acqua, come un piccolo stagno, tanto grande che vi ci potrebbe stare un pesce dorato. Con un grande battello si può osare di avvicinarsi a quella testa, perché il bestione, se non viene aizzato, non si spaventa assolutamente delle barche, anzi le contempla con una stupida meraviglia, quasi si domandasse cosa mai esse rappresentino, e, tuttavia, senza interrompere per esse o per gli uomini che vi sono sopra, i suoi sollazzi acquatici. Tutt'al più rimane qualche minuto sott'acqua. A questo proposito diciamo che le relazioni di quei viaggiatori, che parlano di immersioni di dieci minuti o di un quarto d'ora dell'animale, sono da rettificare in questo senso, e cioè che un ippopotamo che non sia stato ferito non rimane più di quattro minuti sott'acqua, e anzi sovente viene alla superficie con le sole narici e poi s'affonda di nuovo, appena ha fatto una provvista d'aria. Dubitiamo che un ippopotamo possa stare immerso più di cinque minuti. Come la maggior parte dei pachidermi, l'Ippopotamo è un animale socievole e raramente lo si trova solo. Una volta ne vedemmo di giorno quattro sopra un'isola arenosa, un'altra ne trovammo sei in un lago, poco lontano dal Fiume Azzurro. Non incontrammo società più numerose che potessero essere considerate come facenti parte immediata di una schiera; ma altri viaggiatori, come già accennammo, parlano di branchi numerosi. L'area di diffusione di un branco è limitata, perché sta sempre nelle immediate vicinanze di un buon pascolo, e così, in determinate circostanze, un grande stagno può bastare alla dimora prolungata di parecchi ippopotami. Se il pascolo scarseggia in un luogo, l'Ippopotamo se ne va lentamente verso un altro; ma durante il tempo delle piogge pare che intraprenda lunghe migrazioni. Di giorno, la schiera esce dall'acqua soltanto nelle regioni deserte per abbandonarsi ad un sonnolento assopimento nelle vicinanze della sponda, in parte nell'acqua bassa, in parte sulla terra. Gli animali allora, comodamente sdraiati, manifestano la loro soddisfazione di maiali che guazzano nel fango, o di bufali che si bagnano. Di quando in quando i maschi grugniscono come porci e l'un dopo l'altro sollevano languidamente il capo per rassicurarsi. Vari uccelli si affaccendano senza timore intorno e sopra gli indolenti che riposano. E veniamo ora a descrivere particolareggiatamente l'indole e il modo di vivere degli ippopotami, che non meritano minore attenzione degli altri pachidermi di cui abbiamo già parlato. Il guardiano del coccodrillo (hyas aegyptiacus) corre senza tregua intorno ai giganti e becca gli insetti e le mignatte attaccate alla loro pelle. Il piccolo airone ibis passeggia a passi gravi sul loro dorso col nobile intento di ripulirli dai parassiti, ma in verità per cercarsi del cibo a buon mercato. Nell'Africa meridionale la bufanga, già ricordata quando abbiamo presentato il rinoceronte, occupa il posto di questi piccoli amici. Gli arabi del Sudan orientale assicurano che il guardiano del coccodrillo si assume l'incarico di avvisare del pericolo l'Ippopotamo, e, in verità, questo ascolta il grido del piccolo ed attento suo amico, e se ne va nell'acqua se l'uccello è particolarmente agitato e commosso per qualche apparizione sospetta. Altrimenti gli ippopotami badano poco al movimento che si fa intorno ad essi. Soltanto nelle regioni dove hanno imparato a conoscere l'uomo e le sue terribili ed infernali armi da fuoco, essi vi fanno maggiore attenzione che non nelle terre che si trovano ad oriente ed a ponente dell'Africa, dove non si preoccupano minimamente di lui. Così il giorno passa tra il sonno e la veglia. Senza dubbio, gli ippopotami dormono anche nell'acqua, nel medesimo modo dei bufali, rimanendo cioè presso la superficie, dove si mantengono per mezzo di un moto regolare delle zampe, di modo che le narici, gli occhi e le orecchie sporgano al di sopra dell'acqua e la respirazione possa compiersi senza difficoltà. Verso sera la società si anima: il grugnito dei maschi diventa un ruggito, e la banda s'immerge trastullandosi nel fiume. Di quando in quando s'impegna un'allegra caccia. Allora sembrano mostrarsi molto volentieri presso i bastimenti; almeno così abbiamo noi osservato, giacché la sera solevano sovente accompagnare per lunghi tratti il nostro battello. Gli ippopotami nuotano con meravigliosa destrezza, immergendosi e tornando a galla; si muovono a sbalzi o all'indietro, si volgono da tutte le parti con una straordinaria agilità, e possono gareggiare in velocità col miglior battello a remi. Il denso strato adiposo che circonda tutto il loro corpo diminuisce in tal misura il loro peso che è uguale, o quasi, a quello dell'acqua. Perciò è facile all'Ippopotamo lo starsene ad ogni profondità nell'acqua. Se si valuta l'enorme volume dell'animale, non fa più meraviglia che una simile massa possa spostare 2.500 o 3.000 chilogrammi d'acqua. Quando l'animale nuota tranquillamente, l'acqua rimane tranquilla e immobile; mentre avviene esattamente il contrario quando l'animale infuriato si precipita sopra un nemico, o quando prende la fuga dopo una ferita. Allora le zampe posteriori si agitano energicamente all'indietro, l'animale si slancia a sbalzi in avanti, mette in sussulto tutta l'acqua, in modo che si producono alti cavalloni, e la forza dei suoi movimenti e tale che può sollevare vascelli di media grandezza e addirittura spezzarli. Viaggiatori che scendono il fiume sopra leggeri battelli sono sovente messi in pericolo dall'animale infuriato, e nel Sudan orientale i marinai scansano sempre più accuratamente l'enorme animale, indispettendosi quando dal battello si spara contro di esso. Nelle regioni abbondanti di vegetazione, e nei laghi dell'Abiad, l'Ippopotamo non lascia, od almeno molto raramente, anche durante la notte, l'alveo del fiume. E come sovente capita, che le cose delicate ed elevate siano sottoposte alle ruvide e volgari, così, anche qui, il loto, santificato dall'assennatezza dei popoli da lungo tempo estinti, considerato come la immagine della Divinità, il loto, dicevamo, quest'elegante e sovrano fratello della nostra graziosa e gentile ninfa, rappresenta il maggiore nutrimento dell'Ippopotamo, il quale, se ha un diritto, quanto a bellezza, è quello di poter esser considerato non brutto, ma bruttissimo. Le piante di cui anche la sola forma è poesia, i cui fiori si distinguono tanto per il colore quanto per il profumo, sono divorate dal più rozzo di tutti i mammiferi del continente. Inoltre, in quei luoghi gli ippopotami mangiano anche altre piante acquatiche, specialmente le rampicanti, che affondano le radici nel suolo melmoso e spiegano le loro foglie ora sotto ora sopra l'acqua. Pure i giunchi e le canne costituiscono alimenti graditi per gli ippopotami, almeno quando non v'ha altro di meglio. In quella pianura liquida che forma l'Abiad, e dove esso si presenta ora come un tranquillo e limpido lago, ora come una palude corrotta ed ora come un pantano ricoperto di celeste vegetazione, o in tutto lo sfoggio di queste ricchezze, mostrandosi solo di quando in quando come un fiume che scorre lentamente, vivono a centinaia gli ippopotami e i coccodrilli che rimangono di continuo nell'acqua, dandosi poco o nessun pensiero del mondo che li circonda. Là, il papiro antico, il loto, l'ambahhi, il giglio d'acqua ed altre infinite piante a noi ignote offrono in abbondanza un cibo eccellente agli ippopotami. Li si vede affondarsi e galleggiare per andare a cercare gli alimenti e masticarli, e le lunghe zanne prestano alla bisogna un meraviglioso servizio, perché con esse strappano le erbe dal fondo. Agli amici a tutti i costi degli animali diciamo che un ippopotamo che mangia offre uno spettacolo veramente ributtante. Ad una distanza di oltre settecento metri si può vedere ad occhio nudo lo spalancarsi delle fauci, mentre ad un centinaio di passi non si perde un solo movimento della masticazione. La informe e bruttissima testa scompare nell'acqua, e va a sbarbicare le piante dal fondo, mentre tutt'intorno la medesima acqua s'intorbida per il fango smosso. Dopo ricompare l'animale con un grosso fascio d'erbe strappate, tanto grosso che la bocca non lo può tener tutto, quel fascio viene deposto sulla superficie dell'acqua, ed è poi masticato con lentezza e grande soddisfazione. Il sugo verdognolo delle erbe scende misto alla saliva dalle gonfie labbra; alcuni bocconi semi-masticati vengono rigettati e poi di nuovo ingoiati. Gli occhi incerti guardano senza movimento a distanza, e le mostruose zanne appaiono in tutta la loro mole. La faccenda è completamente diversa in tutte le regioni dove spiagge altissime limitano i fiumi come si può dire dell'Asrah, il cui rapido corso non permette la formazione di laghi. Là, l'Ippopotamo è costretto ad andare a terra per pascolare. Un'ora circa dopo il tramonto, al quale, come si sa, succede nei Tropici con una magica rapidità la chiara e bella luna, l'animale esce dal fiume guardando ed origliando con la maggiore prudenza possibile, e quindi si arrampica per il ripido sentiero della riva. Nelle foreste vergini si vedono i suoi sentieri dappertutto dove la ricchezza della vegetazione promette un migliore bottino. Nelle località abitate, i sentieri si dirigono verso i campi coltivati, dove l'animale irrompe provocando grandi devastazioni, e talvolta distruggendo in una sola notte il raccolto d'un campo intero. La sua voracità è spaventevole, e malgrado la fertilità della sua patria, esso diventa, nei luoghi dove è frequente, un vero flagello; ciò perché assai più di quanto gli abbisogna per mangiare, viene schiacciato sotto gli enormi piedi, o quando si sdraia comodamente a mo' di maiale in qualche fondo umido, dove si avvoltola nella melma. L'Ippopotamo si rende nocivo non solo per le sue devastazioni delle piantagioni, ma diventa anche una creatura minacciosa per la vita dell'uomo e degli altri animali, poiché con un cieco furore si precipita dal suo pascolo sopra tutti gli esseri che si muovono e li annienta se li raggiunge. E' poi sommamente pericoloso specialmente nei luoghi dove già è venuto a contatto con l'uomo. Di fronte agli altri animali le quattro poderose zanne delle mascelle sono terribili armi di offesa: con esse l'Ippopotamo è capacissimo di sbranare un bue. Dove abitano gli ippopotami le greggi debbono essere accuratamente custodite, altrimenti, quando meno lo si aspetta, quegli innocui animali vengono sbranati da quei furiosi bestioni. Rüppell racconta che un ippopotamo sbranò quattro buoi da tiro che stavano tranquillamente pascolando. Noi stessi abbiamo udito sovente narrare storie simili. Molto raramente un ippopotamo prende la fuga, quando è al pascolo, dinanzi ad un uomo; se viene aizzato, infine, non la prende affatto. Pare, come vogliamo raccontare più sotto, che conservi a lungo la memoria dell'offesa ricevuta. Il povero abitatore dell'interno dell'Africa, che è difficile possegga armi da fuoco, è assolutamente inerme di fronte all'Ippopotamo, ma non si può dire, tuttavia, che gli sia nemico pericoloso. Oltre le mignatte, le zanzare e i vermi intestinali, l'Ippopotamo non viene attaccato da nessuna creatura, in quelle zone scarsamente popolate; mentre le lotte, così poeticamente descritte, tra l'Ippopotamo ed il coccodrillo, l'elefante, il rinoceronte ed il leone, debbono confinarsi nel regno delle favole. Tutt'al più qualche grosso felino potrebbe aggredire un giovane ippopotamo, a patto però che la madre non sia sempre a poca distanza e pronta a resistere a tutti i pericoli. L'uomo tenta in vari modi di combattere il nocivo bestione. Al tempo del maturare delle frutta, sulle sponde abitate dei fiumi si vedono brillare fuochi in quantità: vengono accesi unicamente come mezzo di intimidazione per l'Ippopotamo, e sono accuratamente alimentati per tutta la notte dagli indigeni che all'uopo si dànno il cambio. In alcune zone, inoltre, accanto ai fuochi, si fa un indiavolato chiasso con i tamburi per spaventare i giganti del fiume. E tuttavia, questi sono talvolta così arditi da ritornare in acqua soltanto se una massa di uomini si precipita contro di essi schiamazzando, battendo tamburi e brandendo fiaccole. Disgraziatamente non è applicabile all'Ippopotamo un mezzo di difesa che con altri animali, dicono i musulmani, produce buoni od ottimi effetti: mentre l'indole diabolica di questo animale si manifesterebbe proprio in questa circostanza. La parola dell'inviato di Dio, di Maometto (la pace sia con lui!) è abbastanza potente per allontanare gli altri animali dai campi che protegge sotto la forma di un amuleto ivi appeso; ma un ippopotamo, ed altri animali che si fanno beffe della giustizia, disconoscono anche la parola divina più energica, più efficace, fosse essa pure detta personalmente di nuovo dall'inviato dell'Onnipotente. L'Ippopotamo è dunque un demonio, un terribile stregone, uscito dall'inferno per fare danno agli uomini: ecco perché occorre combatterlo per difendersi, con le sue stesse armi, vale a dire con il fuoco, con quel fuoco, o quei fuochi, che gli indigeni, come abbiamo visto, accendono a centinaia per spaventare gli ippopotami. Così la pensano i maomettani, mentre i negri dell'Abiad e dell'Asrah, superiori, la pensano diversamente, giacché sono uomini che debbono essere considerati come gente coraggiosa e scaltra. Essi scavano fosse, od apprestano altri ostacoli sul cammino dell'animale, oppure, durante la notte, gli muovono contro in numerose schiere per distruggerlo. Tuttavia non sono in grado di nuocere molto al loro temuto nemico. Contro di esso, soltanto le armi da fuoco sanno essere e sono efficaci. Più pericoloso del solito è l'Ippopotamo che ha da difendere il figlio. Le osservazioni sulla riproduzione, sulla nascita del piccolo e la durata della gestazione sono state sufficienti, perché si son potute fare su prigionieri già riprodotti varie volte. Della riproduzione di quello che vive allo stato libero, invece, e nonostante le troppo facili affermazioni che hanno l'aria di essere scientifiche, sappiamo di certo soltanto che il figlio nasce nel primo terzo del tempo delle piogge, quando il cibo è più abbondante e più succoso; vale a dire che il momento della nascita varia, essendo vario nei paesi dell'Equatore il tempo della primavera. La madre, teneramente preoccupata del suo piccolo, vede un pericolo nella cosa più innocente, e si precipita con tremendo furore sul suo nemico. Pare che il figlio venga per molto tempo guidato e condotto dalla madre. Livingstone vide dei piccoli poco più grossi, da quel che dice, di cani bassotti, mentre noi non ne abbiamo mai visti di così piccoli, e tutt'al più ne osservammo alcuni che avevano la mole d'un cinghiale perfettamente adulto, senza parlare di quelli notevolmente più grossi, che andavano con la madre. Il medesimo viaggiatore assicura che la madre all'inizio porta il suo piccolo sul collo, e più tardi sul garrese; noi non abbiamo mai visto questo e crediamo che un tale asserto sia frutto di una errata osservazione. La cosa certa è solo quella che la madre ama teneramente la sua creatura e che la difende contro ogni insidia. Essa non abbandona mai il suo figliolo con lo sguardo, vigila la così poco pieghevole bestia, gioca addirittura col proprio figlio. Ambedue si tuffano scherzando e scambiandosi i brontolii. Il piccolo generalmente poppa nell'acqua: abbiamo visto sovente la grossa bestia starsene immobile al medesimo punto, col capo di poco al di sopra della superficie dell'acqua, mentre il figlio di quando in quando faceva capolino accanto alla madre, senza dubbio per respirare. Non è cosa prudente né consigliabile avvicinarsi allora alla vecchia madre, perché, avendo con sé il figlio, aggredisce al minimo sospetto, sia di giorno che di notte, sia uomini isolati che battelli, od anche schiere di uomini. Il battello di Livingstone venne a metà sollevato dall'acqua, ed uno degli uomini venne lanciato fuori, senza alcuna provocazione, da un ippopotamo femmina, il cui figlio era stato ucciso il giorno precedente con lo spiedo. Nei paesi del Nilo sono frequenti analoghi esempi di ippopotami in tal modo infuriati, e si raccontano molte storie di disgrazie causate da essi. Noi stessi, una volta dovemmo espiare l'imprudenza commessa nell'aizzare un ippopotamo e il suo piccolo, fatto che qui vogliamo raccontare, perché serve a far conoscere questo animale. A breve distanza dalla sponda sinistra dell'Asrah avevamo trovato uno stagno, o lago, che si era prodotto in seguito ad uno straripamento del fiume, ed era ancora abbastanza ricco d'acqua al nostro arrivo in febbraio. Oltre ad una quantità di uccelli, lo stagno ospitava alcuni coccodrilli e ippopotami con i loro figli. Probabilmente questi piccoli e relativamente gentili animali erano nati in quel lungo almeno ci parve un luogo adatto allo scopo quel laghetto tranquillo, solitario, circondato da boschi e, da un lato, da campi. La nostra attenzione e il nostro desiderio di caccia erano grandissimi, e destati principalmente dai magnifici ploti, sebbene, per poter far fuoco sopra questi abilissimi tuffatori, fossimo costretti ad entrare nell'acqua fino al petto, malgrado la presenza dei coccodrilli e degli ippopotami, dei quali, in verità, non ci davamo molto pensiero. Il mio cacciatore Tomboldo, che praticava la caccia vestito come Adamo, aveva già felicemente ucciso il quarto uccello, cacciandogli una palla attraverso il collo, sola parte visibile di esso sulla superficie dell'acqua. Il mio amico camminava nell'acqua per raggiungerlo, quando, ad un tratto, dall'altra sponda prende ad urlare e a dimenarsi come un ossesso un sudanese. Tomboldo si guarda intorno e vede un ippopotamo schiumante di furore che gli vien sopra a giganteschi sbalzi. L'animale ha già sotto i piedi un suolo fermo, e corre nell'acqua come un cinghiale ferito. Il povero amico prende la fuga in una mortale angoscia, e, seguito sino alla spiaggia dal suo terribile nemico, raggiunge felicemente il bosco. Io ero corso in aiuto del mio amico negro con la mia carabina, la quale disgraziatamente era carica a pallini soltanto, e trovai l'uomo steso a terra che pregava e gemeva: «La il laha il Alah, Mohammed, rusulhl Allah! - Non v'è che un Dio e Maometto è il suo profeta. Solo in Allah, il forte, si trova la forza, solo in Dio, che aiuta, si trova il soccorso! - O Signore, guarda i tuoi fedeli dai diavoli che precipitasti dai tuoi cieli nell'interno. Tu, cane, figlio di cane, nipote di cane, pronipote di cane, tu prodotto da un cane ed allattato da una cagna, tu oseresti mangiare un musulmano? Ti danni l'onnipotente, ti precipiti egli nel fondo dell'inferno!». Queste e simili giaculatorie uscivano dalle sue labbra tremanti di paura. Quindi d'un balzo si drizzò, mise una palla nel suo fucile e la sparò sull'ippopotamo che continuava a strepitare davanti a noi. La palla rimbalzò allegramente sull'acqua, passando davanti al mostro, il quale non se n'accorse neppure. «Per la barba del profeta! Per il capo di tuo padre, amico», mi disse allora supplichevole «manda a quel maledetto negatore di Dio una palla della tua carabina!». Aderii al suo desiderio, sparai, ed udii il rumore secco della palla sul cranio. L'ippopotamo ruggì forte, s'affondò, poi riapparve nuotando verso il centro del lago, senza trovarsi, da quel che sembrava molto disturbato dal colpo. Il suo furore, peraltro, andava sempre crescendo; ed in verità il nostro desiderio di vendetta era tale da indurci a prendere per bersaglio la sua testa, che faceva capolino qua e là, ogni volta che la si vedeva. Sapevo, del resto, e per esperienza, che le deboli palle della mia carabina potevano appena traforare la pelle della bestia ad una distanza di quaranta passi, ma non volevo perdere il piacere di attestare la mia collera all'inviato dell'inferno. Alcuni giorni dopo quell'incidente tornammo a quel medesimo lago e ci dilettammo, durante la caccia agli altri animali, a tirare di nuovo al bersaglio sulla testa degli ippopotami. Nell'acqua, in verità, non osavamo avventurarci più; ed anche gli ippopotami sembravano diffidare della terra, di modo che ogni avversario regnava sul proprio territorio: noi sul suolo, gli ippopotami nell'acqua. Dopo una felicissima caccia agli uccelli, tornammo al nostro battello con l'intenzione di ricominciare il mattino seguente. Verso il tramonto mi si venne ad avvisare che un gran numero di ippopotami era sceso sul lago per passarvi la notte. Di conseguenza, ci recammo di nuovo al lago e cominciammo a dar la caccia agli uccelli che, in mezzo agli ultimi raggi del sole, sullo specchio oscuro e qua e là indorato del lago apparivano come grandi ninfe. In pochi minuti avevamo ucciso due pellicani. Tomboldo cacciava dall'altra parte e faceva un fuoco infernale. Attendendolo, rimasi al mio posto sin dopo il tramonto, ma, siccome non si vedeva, decisi di tornare indietro con il nubiano che mi accompagnava e portava il bottino. Il nostro sentiero passava attraverso un campo di cotone che era stato lasciato di nuovo incolto, ed era tutto ricoperto di rovi e d'altre piante pungenti. Camminavamo allegramente in mezzo a quell'intricata macchia, lieti del bottino e della fresca e bella notte che succedeva ad una calda giornata. Ad un tratto il mio amico nubiano esclamò sorpreso: «Che cosa è questo?». Egli indicava tre oggetti scuri, simili a monticelli, che, per quanto ci ripensassi, non ricordavo d'averli visti durante il giorno. Sostai e guardai attentamente all'intorno; ed ecco che uno dei monticelli prese a muoversi, ed ecco il ben noto ruggito di collera dell'Ippopotamo rintronarci nelle orecchie ad una sgradevole vicinanza, rivelandoci perfettamente l'errore di aver scambiato l'animale per un mucchio di terra: ecco l'animale furibondo precipitarsi verso di noi. Il nubiano gettò via la carabina e il bottino, urlando con voce strozzata: «Haccen aleihn ja rabbi! - Aiutaci, o Signore del cielo; fuggi, amico, per grazia dell'Onnipotente, altrimenti siamo perduti!». Ed in men che non si dica, il nero corpo era scomparso nel cespuglio. Io sapevo, però, che il mio chiaro abito da caccia avrebbe attratto necessariamente l'attenzione dell'animale, e senz'armi com'ero, perché le mie armi erano semplicemente dei magnifici trastulli contro il corazzato gigante, mi cacciai ciecamente nel più fitto del la spinosa boscaglia. Dietro di me ruggiva, scalpitava il furente mostro; davanti, a destra e a sinistra, s'intrecciavano le spine e i rovi in un impenetrabile intrico. Le punte della mimosa del Nilo mi traforavano in tutte le parti il corpo, le spine ricurve del nabakh mi strappavano a brandelli gli abiti, ed io continuavo a fuggire, grondante di sudore e di sangue, camminando sempre, senza meta, senza direzione, incalzato dalla distruzione e dalla morte nella forma del mostro che mi perseguitava. Non v'era ostacolo che mi potesse fermare: le spine mi trafiggevano, le ferite mi dolevano, ma non ci badavo, e andavo disperatamente avanti, sempre avanti. Non ricordo quanto tempo sia durata quella spaventosa caccia: certo non fu lunga, perché altrimenti il furioso animale mi avrebbe certamente raggiunto, ma quell'istante mi parve una eternità. Davanti, la notte oscura; dietro, alle calcagna, lo spaventevole nemico: non sapevo più dove mi trovassi. Quand'ecco, o Cielo!, io caddi, e caddi dall'alto sopra un morbido letto d'acqua: ero nel fiume. Quando tornai a galla, sull'alto della sponda da dove ero precipitato vidi il mio ippopotamo, ritto come un grande masso; ma dall'altra parte luccicava allegramente, quasi salutandomi, il fuoco del nostro battello. Attraversai a nuoto una stretta baia, e fui salvo, sebbene portassi ancora per qualche tempo le tracce di quella ritirata. Del mio abito non rimanevano che brandelli. Tomboldo era incorso nel medesimo pericolo al suo ritorno a bordo; anch'esso era stato aggredito dall'ippopotamo ed incalzato sino a quel medesimo posto dal quale io ero precipitato in acqua. Ed ora, con grande eccitazione, gridava da lontano: «Fratelli, miei fratelli, lodate il profeta, il messaggero di Dio! Dite due Rakaaht in più per la salvezza dell'anima mia! Il figlio dell'inferno e del diavolo era presso di me e la mano della morte mi abbrancava, ma Dio, il grande, il sublime, è misericordioso, e la sua grazia è infinita. Lodate il profeta, fratelli! Ma io, poiché sono sfuggito al mostro, voglio offrire in olocausto un sacco pieno di datteri!». Queste due prove possono bastare per dipingere il cieco furore di un ippopotamo irritato, e dimostrano chiaramente che la caccia di questo animale senz'armi da fuoco di grosso calibro non è un divertimento da cacciatori della domenica. Le piccole palle di carabina possono dirsi assolutamente inefficaci, anche se vengono sparate a breve distanza. Quelle palle di carabina traforano la pelle del coccodrillo, ma sono troppo deboli per attraversare il cuoio di 30 millimetri di spessore ed il cranio, spesso il doppio, dell'Ippopotamo. «Combattemmo per quattro ore con uno degli ippopotami che avevamo abbattuto», racconta Rüppell, «e poco mancò che l'animale non rovesciasse la barca e noi con essa. Le venticinque palle di fucile, scoccate ad una distanza di appena un metro e mezzo sulla testa del mostro, avevano appena traforato la pelle e le ossa del naso. Tutte le altre erano rimaste conficcate nello spessore del cuoio. Ad ogni sbuffo esso lanciava sulla barca abbondanti getti di sangue, ma non moriva. Infine usammo una specie di mortaio che ci sembrava dover essere di poco effetto a così breve distanza. Fu soltanto dopo aver ricevuto cinque di quelle palle, sparate da pochi passi, le quali producevano le più terribili ferite nella testa e nel corpo, che il gigante spirò. L'oscurità della notte accresceva ancora l'orrore della lotta che durava da quattro ore, mentre l'animale, appena aggredito, aveva fatto capovolgere nell'acqua un piccolo battello, sconquassandolo. Il battello più grosso, invece, lo aveva trascinato qua e là a suo talento, per mezzo della fune della fiocina che gli uomini gli avevano indirizzato». Ancora oggi la fiocina e la lancia sono le uniche armi che i sudanesi adoperano nella caccia e nell'assalto all'Ippopotamo. Nell'Africa settentrionale non si conoscono quegli ordigni fissati agli alberi che scattano da sé a danno dell'Ippopotamo che pascola, mentre i soli negri dell'Abiad scavano fosse nelle quali può per caso precipitare un ippopotamo nel corso delle sue scorrerie notturne. Il giavellotto dei sudanesi, - naturalmente, parliamo di quelle popolazioni o gruppi di esse rimaste lontane dalla «civiltà» del fucile, o che se ne tengano lontane per motivi religiosi, almeno nei confronti del rinoceronte e degli ippopotami - il giavellotto dei sudanesi, dicevamo, consiste in un pezzo di ferro, in un fodero di corno, una fune ed un'asta. Il ferro è aguzzo, o affilato dalle due parti come un rasoio, ed ha un robusto uncino; si pianta saldamente in un guaina di corno che si assottiglia alle due estremità, ed è consolidato per mezzo di una fune talvolta attorcigliata intorno al ferro ed alla guaina. Ad una delle estremità dell'asta si trova un cavo nel quale viene inserito il fodero, mentre all'altro capo è legata la fune. Scagliata, la punta di ferro penetra sino alla lancia con la guaina di corno; la lancia è respinta dall'urto e pende ancora soltanto con l'altro capo alla corda legata all'estremità della fiocina. Altri cacciatori attaccano un capo della fune a questa e l'altro ad un leggero ceppo, senza unirla alla lancia. Con quell'arma ed una lancia ordinaria il sudanese s'accinge alla caccia per sorprendere la sua selvaggina, se si abbandona nel sonno del meriggio, o per spiarla. L'impresa richiede non solo una forza non comune, ma anche destrezza, agilità e sagacia. Verso la mezzanotte, e di giorno soltanto nei luoghi non deserti, l'uomo striscia lungo la sponda sino ad un luogo d'uscita dell'animale, e vi si nasconde fra i cespugli, ponendosi controvento. Se l'Ippopotamo esce dall'acqua soltanto dopo il suo arrivo, lo lascia tranquillamente passare dinanzi ed attende il suo ritorno. Non si aggredisce mai un ippopotamo che va a terra, ma si attende che sia, per così dire, di nuovo a metà nell'acqua. Allora il cacciatore gli scaglia nel corpo, con tutta la forza che possiede, la sua fiocina, e fugge nella speranza che l'animale impaurito dall'urto si cacci nel fiume. Così avviene, generalmente, mentre il mostro, se colpito all'uscita dall'acqua, va sempre contro il suo avversario. Dopo quell'esordio, il cacciatore e i suoi compagni salgono in battello, sia subito, sia il mattino successivo, e vanno alla ricerca dell'animale ferito, cioè dell'estremità galleggiante della lancia e del ceppo. Alla più lieve trazione l'Ippopotamo appare in furiosa collera alla superficie dell'acqua, e si precipita sul battello; ma viene accolto con una grandine di lance e di fiocine, che lo induce generalmente ad indietreggiare. Capita anche sovente che raggiunga, nonostante tutto, la barca, infrangendola con le sue zanne. Allora i cacciatori hanno da vivere brutti momenti e debbono cercare la loro salvezza in una rapida fuga a nuoto, oppure affondandosi, per sottrarsi alla vista del bestione che li insegue. Si è riconosciuto che il mezzo migliore per sfuggire all'Ippopotamo in questi casi è l'affondarsi quanto più profondamente è possibile e rimanervi alcuni secondi, perché l'Ippopotamo, quando ha distrutto il battello guarda intorno a sé per trovare l'uomo, e, se non lo trova, se ne va. Nei casi più favorevoli, una parte dei cacciatori, dopo il secondo attacco, sale sopra un secondo battello, e cerca di ripescare il capo della fune della seconda fiocina. L'animale, domato dal dolore che la trazione della fune gli fa provare, sovente sale senza resistenza a galla, venendo così ad esporsi ad essere crivellato di lance a tal punto che la sua vasta schiena presenta l'aspetto di un'istrice. Del resto, la caccia termina subito se si hanno a disposizione armi da fuoco. In caso contrario si lascia che la perdita del sangue, naturalmente più considerevole in acqua che non a terra, faccia il suo effetto per indebolire l'animale, e si torna il giorno dopo per finirlo, poiché il segnale sempre galleggiante tradisce il luogo in cui si trova. Un buon colpo di lancia nel midollo spinale, o fra le costole nella cavità pettorale, spegne infine il soffio vitale del martoriato figlio dell'inferno. Allora si trasporta il cadavere sino al più vicino banco di arena, sul quale viene squartato, dopo essere stato tirato a terra con funi. Il prodotto della caccia è molto importante, e per questo merita che se ne parli. La carne del mostro è molto apprezzata: si mangia dappertutto, e nel buon tempo antico i coloni del Capo non potevano immaginare una più grande festa che una caccia all'Ippopotamo per mangiarne la carne. Sul posto si tagliavano la carne e il lardo del gigante ucciso, e con i carri si trasportavano a casa. I coltivatori vendevano soltanto per far piacere agli amici il gradito cibo, e si facevano pagare a caro prezzo un chilogrammo d'ippopotamo. I giovani ippopotami hanno una carne tanto saporita da piacere persino agli europei, che vi si abituano presto, del resto, quando l'hanno cominciata a mangiare. La lingua affumicata passa per una leccornia; il lardo è preferito a quello del maiale; il grasso serve alla preparazione di intingoli d'ogni genere, e si mangia anche con il pane. Gli ottentotti, poi, lo bevono con il medesimo gusto con cui gli europei bevono il brodo. Nell'Africa orientale passa per la migliore base di un unguento, chiamato «Delka», che i neri africani sogliono adoperare per la pelle ed i capelli. Insomma, se il cacciatore sa fare uso del suo bottino, può ricavarne un bel provento. Per l'utilità che ne ricava, dunque, ma anche per la passione verso le avventure pericolose, l'uomo fa accanita caccia all'Ippopotamo, che attualmente, come abbiamo detto sopra, è molto difficile incontrare nello stesso centro dell'Africa, in quanto anche lì ormai si penetra con non molte difficoltà ed in compagnia di formidabili armi da fuoco. Per fare prigioniero un ippopotamo, però, si deve ricorrere ancora allo stesso modo di caccia, e tutti gli ippopotami che ora vediamo in Europa sono stati colpiti dalla fiocina nella loro gioventù. S'intende che la madre deve essere uccisa prima che si possa pensare di impossessarsi del figlio, perché altrimenti sarebbe impossibile prendere vivo il piccolo. Tuttavia, la cieca tenerezza della piccola creatura per la madre agevola la faccenda: il figlio segue ovunque la madre ferita, e non ne abbandona neppure il cadavere. Allora gli si getta la fiocina in qualche punto meno sensibile del corpo, e lo si tira così a terra. Dapprima tenta di sciogliersi, emette un grido stridulo e penetrante, simile a quello di un maiale che venga ammazzato, e dà molto da fare alla gente che lo circonda. Ma presto si avvezza agli uomini e li segue. Da quanto afferma Sparrmann, gli ottentotti sogliono stropicciare ripetute volte la mano sul muso dell'ippopotamo preso da poco, per avvezzarlo alle loro emanazioni. Allora l'animale prende ad accarezzare l'uomo, come prima faceva con la madre. Il latte di una sola vacca, poi, subito non basta più per mantenerlo, ed il giovane gigante ne richiede quello di due, tre e quattro. Secondo tutte le osservazioni fatte finora, l'Ippopotamo sopporta la schiavitù facilmente e a lungo, anche in Europa. Se è alloggiato e appaiato in un luogo dove possa soddisfare il suo istinto di andare ora nell'acqua ora sulla terra, si può fare assegnamento sulla prole. Ogni cibo gli piace, soprattutto poi quello che si suole dare al maiale. Nel Cairo vedemmo uno dei prigionieri che poi venne in Europa. Si era avvezzato in tal modo al suo custode che gli correva dietro dappertutto come un cane, lasciandosi facilmente governare. Si nutriva con un miscuglio di latte, di riso e di crusca. Più tardi si nutriva volentieri di vegetali freschi. Per il tragitto gli si fabbricò una cassa speciale, e si presero a bordo parecchi grandi recipienti d'acqua del Nilo per poter dare ogni giorno all'abitante del fiume diversi bagni. Quando arrivò a Londra, era già lungo due metri e dieci centimetri; poi, raggiunto il suo completo sviluppo, si accoppiò con una femmina, che gli era stata portata per consorte. I primi ippopotami che vennero portati in Europa furono quelli del 1851 che sbarcarono a Londra; seguirono due, nel 1859, a Parigi, ed altri nello stesso anno raggiunsero la Germania. Erano tutti docilissimi e si distinguevano per una pesante e rozza bonarietà. Giuocavano allegramente con il loro custode, e, come già accennammo parlando del licaone, con uno di questi animali che si affaccendava invano di scuotere i due suoi compagni dalla grossa pelle. Più tardi i due di Londra vennero portati ad Amsterdam, dove vissero a lungo. In verità perdettero molto della loro primitiva bonarietà, tuttavia non divennero mai selvatici. Nel settembre 1861 erano in calore; l'accoppiamento avvenne verso la metà del mese nell'acqua ed in breve tempo, come per i cavalli. Il parto avvenne dieci mesi dopo. Il figlio ben conformato e vivace venne mal trattato dai genitori: la madre non lo lasciava poppare, lo respingeva, lo gettava qua e là, e, quando fu divisa dal maschio, essa si dimostrò sommamente irritata. Il piccolo morì il secondo giorno dopo la nascita, malgrado tutti i tentativi di alimentarlo artificialmente. Un giorno dopo la madre era nuovamente in calore: evidentemente si era data pensiero più del suo consorte che non del neonato. Dopo un nuovo accoppiamento, e quindi una nuova gestazione di dieci mesi, quella stessa madre partorì un altro figlio, cui questa volta accudì con tenerezza facendolo crescere sano e, è inutile dirlo, abbastanza massiccio. Da quel tempo gli ippopotami son vissuti allo stato di schiavitù nei nostri Zoo, in verità non in gran numero, ma sufficienti per essere osservati e, perché no?, ammirati nella loro mostruosità. Per finire su quest'animale, ci chiediamo come mai facessero i Romani a prendere e a trasportare a Roma gli ippopotami. Non facevano figurare nei loro trionfi e nelle lotte del Circo soltanto giovani o semi-adulti animali, ma anche vecchi. Nel 58 avanti Cristo l'edile Scauro presentò al popolo romano un grosso ippopotamo e cinque coccodrilli; un secondo figurava al trionfo di Augusto dopo la disfatta di Cleopatra. Commodo ne fece uccidere cinque nel Circo romano, e più tardi parecchi altri ancora furono visti sotto Antonio, Pio e Gordiano. Nessuno, però, in Europa tra il terzo secolo dell'era cristiana e il 1850. L'Ippopotamo è senza dubbio il Behemot della Bibbia, del quale vien detto che le ossa sono dure come il bronzo e le zampe come stanghe di ferro; che si giace volentieri all'ombra di canneti e nella melma; che si lascia ricoprire dai salici del ruscello; che ingoia il torrente e che con la sua bocca sembra voler disseccare il Giordano. L'animale passa, fra gli antichi israeliti, per un vero mostro, e con questo si accorda perfettamente il modo attuale di vedere degli arabi. Il sudanese non vede in esso un essere naturale, ma un reietto dell'inferno. Già l'appellativo sudanese Aeësint, il cui significato preciso non è conosciuto, accenna a qualcosa di straordinario. A ciò s'aggiunga l'amarezza per il disprezzo del mostro di fronte alle più energiche lettere di protezione. «Possa Dio nella sua collera maledire le scimmie», ci diceva un sudanese «perché sono uomini traviati e distruttori, e figli, nipoti e pronipoti di distruttori; ma possa Egli scamparci dai figli dell'inferno, da quegli ippopotami! Per essi quel che v'è di più sacro è schiuma, e un soffio vano la parola del messaggero di Dio! Essi calpestano con i loro piedi le lettere di Dio!». Per gli indigeni il mostro del Nilo non è affatto un essere creato da Allah, ma soltanto la maschera d'una creatura maledetta, il diavolo, uno stregone in corpo ed anima, un figlio dell'inferno, che prende talvolta quella forma da Satana, ma appare anche sotto umane spoglie per allettare e sviare altri figli d'Adamo dal sentiero della Salute! In altre parole, l'Ippopotamo è un vero demone, con piedi e coda di cavallo che son tutt'altro che eleganti! Se poi a tutto si aggiunge che molti, molti uomini inermi, in quelle regioni dove abita, hanno perduto la vita per l'Ippopotamo, ben possiamo comprendere come, per quelle popolazioni, questo mostro debba sul serio rappresentare il figlio incarnato del diavolo.

Esemplari di ippopotamo

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Modello tridimensionale di ippopotamo

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