FAUNA - AFRICA

CLIMA E VEGETAZIONE DEL CONTINENTE NERO

Il Continente Africano si divide comunemente in sette zone climatiche, in corrispondenza con altrettante zone di vegetazione. Questa divisione è dovuta al fatto che l'Africa è il più simmetrico dei Continenti. Infatti è tagliato dall'Equatore pressappoco a metà del suo asse longitudinale.
Le sette zone climatiche sono così suddivise:
a) Una zona equatoriale, molto calda, con scarse differenze di temperatura e piogge in tutte le stagioni. Qui domina la foresta vergine: alberi giganteschi si innalzano in mezzo a numerosissime piante minori; lungo i loro tronchi piante rampicanti formano un groviglio inestricabile.
b) Due zone tropicali, molto calde ma con piogge periodiche, che cadono nella stagione più calda. In queste regioni la vegetazione cresce abbondante solo lungo le rive dei fiumi. Nelle zone tropicali non attraversate da corsi d'acqua si stende la savana, vasta prateria caratterizzata da alte erbe, che crescono fitte ed altissime solo dopo il periodo delle piogge, e da pochi alberi, fra cui spiccano i giganteschi baobab. Dopo le savane, man mano che ci si allontana dall'Equatore sia verso Nord che verso Sud, s'incontrano le steppe, vaste regioni pianeggianti in cui scarseggia l'acqua, mancano o quasi gli alberi e c'è ricchezza soltanto di vegetazione erbacea nel tempo delle piogge.
c) Due zone desertiche, Sahara e Calahari, con alte temperature e forti differenze di calore diurno. Le piogge sono scarsissime e, di conseguenza, scarsissima la vegetazione. Ove si trova un po' d'acqua vi è un'oasi verdeggiante.
d) Due zone di clima mediterraneo con una stagione calda secca e una meno calda piovosa. Può dirsi che l'una e l'altra zona (quella cioè bagnata dal mar Mediterraneo e quella del Capo di Buona Speranza) hanno lo stesso clima e quindi una vegetazione simile a quella dell'Europa meridionale.

PREFAZIONE

Senza dubbio perché è più vicina a noi, l'Africa, molto prima degli altri Continenti più lontani, ha destato la nostra curiosità con l'incanto della sua natura, con il rigoglio della sua flora, con l'originalità della sua fauna. Già i naturalisti dei tempi antichi, trascrivendo le novelle e i racconti della loro epoca, hanno riservato largo spazio all'Elefante, alla Giraffa, al Rinoceronte, al Fenicottero rosa, e le loro descrizioni, quasi poetiche, esagerarono senza motivo le bizzarrie delle forme singolari di questi animali.
Gli autori del Rinascimento e quelli dell'Era moderna, favoriti dall'entusiasmo per i viaggi lontani, poterono dedicarsi all'osservazione diretta degli animali e delle piante e nelle descrizioni poterono «dipingere» con una giusta preoccupazione di maggior verità, di maggior precisione, i soggetti incontrati o quelli trasportati dagli esploratori. Dallo stesso amore per il reale furono spinti ad importare da terre sconosciute qualche esemplare vivente che esposero in pubblico nei primi «serragli», segnando la nascita dei giardini zoologici moderni.
Nell'ultimo secolo, le ricerche degli zoologi non cessano di svilupparsi e moltiplicarsi. Le loro pubblicazioni, sempre più numerose, diffondono le nuove conoscenze a dei lettori la cui avidità e quantità aumentano senza sosta. Le descrizioni, che una minuziosa esattezza rende talvolta aride, sono accompagnate da disegni, da incisioni, da composizioni decorative che aggiungono ad un maggior rigore scientifico una preziosa ed intensa forza evocativa. Grandi artisti legano il loro nome alla raffigurazione pittorica o scultorea di forme animali e creano così una nuova espressione estetica: l'arte «animalista».
La fotografia, infine, giungerà ai giorni nostri, con tutta la forza delle sue tecniche, per completare il valore didattico della illustrazione e donare così alla nostra conoscenza del mondo vivente, insieme, più precisione e più piacere.
Antilopi e Otarde dei deserti, Zehre e Gazzelle, Belve, Pachidermi e Cinocefali degli altipiani erbosi e delle paludi, Gorilla, Scimpanzé, Serpenti mostruosi delle alte foreste, sfilano a turno in questa sorta di «carosello» selezionato degli animali africani. Si farà conoscenza con qualcuna delle bestie più famose del globo, con la loro dimora e con il loro modo di vita, presentate semplicemente, senza parole difficili, con una intelligenza e una sensibilità che ci incantano.
La densità della fauna diminuisce a poco a poco, complice l'uomo; certe specie, particolarmente rappresentative dell'ambiente africano, sono minacciate di estinzione.
La caccia, praticata dapprima per nutrimento, in seguito per rendere più vantaggiosi gli scambi commerciali e soprattutto per soddisfare sconsiderevolmente un piacere umano, con gli abusi ai quali trascina, è responsabile di questa diminuzione.
Si cercherebbe invano la Zebra Quagga, l'Asino della Somalia, il Rinoceronte bianco, il docile Lamantino e lo strano uccello «Becco a Scarpa:» sono divenuti rarissimi e sopravvivono in virtù di speciali misure di protezione. Andando più in là in questa politica conservatoria sono state create delle Riserve Naturali e dei Parchi Nazionali. Il loro ruolo fu così efficace che alcuni di essi passano per i più popolati ed i più attraenti del mondo. Il parco Kruger, il parco nazionale del Kenya, quello del Tanganyka, la grande riserva di Wankie sono altrettanti territori dove, sotto un cielo leggiadramente terso, si può assistere, in tutta tranquillità, in un luogo d'incomparabile bellezza, ai divertimenti ed alle scene più toccanti e più bizzarre del regno animale.
Questo testo ci permette di comprendere il fascino di questo paese eccezionale. Espressivo ed animato come i soggetti di cui parla, ci fornisce una documentazione fra le più suggestive e fedeli della vita animale in Africa.

CERVO BERBERO (Elaphus Barbarus)

Se si prende il continente nero dal Nord al Sud, in modo da studiarne la fauna meravigliosa dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza, non si tarda a trovare le tracce di un animale che appartiene più all'Europa che all'Africa e che è, qui, il solo rappresentante della famiglia dei Cervidi: è il Cervo Berbero o Cervo d'Algeria. A dire il vero, l'animale tende a scomparire e gli avvenimenti di questi ultimi anni non sono accaduti per aiutarlo a sopravvivere. Egli fu, un tempo, molto diffuso in Algeria e Tunisia su una vasta zona, ma oggi non pratica più che le foreste situate ad Est di Bône, nella regione di La Calle e al Nord di Souk-Ahras. La macchia e la foresta di sugheri che coprono la montagna, ad una altitudine di 900 metri, gli sono particolarmente favorevoli, per il clima più umido che altrove. Si riteneva, una ventina d'anni or sono, che il branco contasse circa 400 bestie. E' difficile dire quello che è rimasto ora, benché la sua caccia sia stata totalmente interdetta dal 1939. Il Cervo Berbero è un po' più piccolo del suo cugino d'Europa, un po' meno pesante - 200 chilogrammi al massimo - e un po' meno bene coronato. In particolare, le sue corna non portano mai il secondo ramo che orna tradizionalmente la testa dei cervi d'Europa. Inoltre, sempre in confronto con questi ultimi, il Cervo Berbero porta delle macchiettature chiare sul suo fulvo mantello. I vecchissimi maschi, che portano spesso sul robustissimo corpo le cicatrici di ferite ricevute nelle battaglie per amore, vivono soli, in una vasta zona della foresta, molto in alto sui monti. All'avvicinarsi dell'inverno lasciano le parti alte della foresta e scendono là dove le condizioni di vita sono meno difficili.
Il Cervo Berbero è senza dubbio il solo rappresentante, nato sul posto, dei Cervidi in Africa; e si può anche notare che il Cervo Sika e il Cervo Rusa, tutti e due di origine asiatica, sono stati importati nel Madagascar e vi hanno ben attecchito. Ora, geograficamente, la Grande Isola fa parte dell'Africa. La natura, però, non aveva previsto colà la loro presenza.

GAZZELLA DORCADE (del deserto) (Gazella Dorcas)

La Gazzella Dorcade è senza dubbio la più popolare dell'Africa del Nord. Infatti i poeti arabi paragonano questo simpatico animale alle donne più graziose del loro paese; inoltre «corna di gazzella» è il nome di un dolce celebre in tutto il Medio Oriente ed in tutto il Maghreb. La Gazzella Dorcade si addomestica facilmente, ma i maschi, in primavera, sono presi da un ardore bellicoso capace di renderli molto pericolosi. Si è troppo cacciato, un tempo, questi graziosi animali, particolarmente spossandoli con l'aiuto d'una vettura, nonostante fosse formalmente vietato. Malgrado le loro puntate veloci (85 chilometri all'ora) le povere bestie erano incapaci di tenere molto a lungo la corsa davanti ai loro cacciatori.
La piccola Dorcade è stata vittima dell'epoca della macchina, tempo infausto per tutti gli animali selvaggi, specialmente per gli erbivori diurni e per gli abitanti sahariani. La natura ha donato a quest'unica creatura del deserto pianeggiante, capace di vivere là dove quasi tutti gli erbivori sono scomparsi, occhi immensi che adopera senza risparmio. Quando ode il rombo di un'automobile che sfreccia sulla pista, anche se lontana, si ferma, alza la testa e guarda, guarda immobile la nube di polvere che si alza. Poi si volta e riprende a camminare. Ma questo volgersi è spesso fatale alla Gazzella del deserto per il contrasto di colore fra la parte posteriore delle cosce, bianca, ed il fondo del terreno più scuro e per l'oscillare continuo della nera coda in campo bianco. Comincerà la terribile gara fra l'uomo, entusiasta inseguitore, e la terrorizzata Gazzella. La sorte del povero animale è definitivamente segnata. Prima dell'avvento della macchina solo i beduini del deserto insidiavano la sua pacifica esistenza, rincorrendola sui loro veloci destrieri, ma non facevano grandi stragi.
Attualmente esistono degli esemplari della Gazzella Dorcade nella fascia costiera tra il Nilo e il Mar Rosso, in Algeria, in Egitto, in Palestina, in Siria e in parte dell'Asia Minore. E' facile imbattersi in branchi di quaranta o cinquanta capi, ma normalmente vive in piccoli gruppi familiari.
Durante le calde ore del giorno rimane accovacciata all'ombra di qualche cespuglio a ruminare le dure fronde d'acacia ed a togliersi qualche noioso parassita. Nelle fresche ore del mattino e della sera si mette in movimento, seguendo le stesse vie, dal luogo del riposo al pascolo. Una sentinella veglia di continuo sulla sicurezza comune. L'acqua non sembra esercitare su questa Gazzella l'attrattiva che ha sulle altre consorelle delle foreste tropicali. I «Bir Gazal», pozzi del deserto, non hanno perciò nessun riferimento, nel nome, con il parsimonioso e modesto animale.
Alcuni cacciatori, dopo aver catturato delle giovani gazzelle, non hanno il coraggio di ucciderle e ridanno loro la libertà.
Gli indigeni del deserto, invece, se ne prendono qualcuna, pensano che una gazzella giovane ha poca carne e la lasciano in vita per tentare di venderla.
Infatti ogni presidio sahariano ha le sue gazzelle che, munite di collaretto di cuoio, simbolo della schiavitù, passano la vita in un recinto.
Crescendo, esse non sentono affatto il bisogno di andare verso il deserto; legate alle abitudini contratte, alla facilità di avere il cibo in abbondanza, vivono in perfetta domesticità.
La Dorcade, come tutte le gazzelle in genere, è estremamente curiosa. Infatti, quando giunge all'improvviso l'urlo d'un animale che ha notato un essere estraneo, forse nemico, la Dorcade, con i grandi occhi sbarrati per lo spavento, rimane ferma per qualche istante.
Non scappa subito; vuole rendersi conto del pericolo e, nello stesso tempo, soddisfare la sua curiosità nel vedere. Solo al segnale del maschio si metterà in fuga.

PROCAVIA DALLA TESTA ROSSA (Procavia Ruficeps)

Ecco una piccola bestia estremamente interessante per i naturalisti. Tutti coloro che hanno visto il bel film «Vivere libero», storia di una leonessa addomesticata, si ricorderanno della Procavia con la quale essa giocava presso la padrona Joy Adamson. Questo grosso roditore, che si chiama persino «topo di lava» e che la Bibbia definisce molto semplicemente «coniglio» - perché ne esiste pure una varietà in Israele - è tozzo, di tinta unita grigiastra, ha corte orecchie, con dei grossi occhi di seminotturno e delle zampe che non possono non attrarre la nostra attenzione: infatti, in luogo degli artigli che si potrebbero attendere, porta delle grosse unghie arrotondate.
Per questa ragione i naturalisti classificano la Procavia, nella loro «sistematica», come un parente poco lontano dei «Perissodattili», cioè degli elefanti e dei rinoceronti. E' una particolarità che sorprende in questa bestiola.
Va sottolineato, inoltre, che una delle dita delle zampe posteriori non porta l'unghia arrotondata, ma solo un artiglio incurvato. Fantasia della natura, fra molte altre...
Poco conosciuta, notturna, discreta, ben nascosta nelle pietraie rocciose dove scava la sue tane, abbastanza comune in tutta l'Africa Centrale, in varietà differenti, la Procavia, sebbene quasi sconosciuta fra il grande pubblico, ad eccezione della specie dalla testa rossa, resta assai copiosa dappertutto dove abita. Si è potuto notare che all'occorrenza la Procavia sa essere una graditissima compagna dell'uomo.
La presenza di questo animale nell'inospitale ambiente sahariano, dove vive, con un piccolo numero di esemplari, nei grandi gruppi montuosi che si innalzano fra il ventesimo e il quindicesimo parallelo settentrionale, fu segnalata soltanto nel 1864 dal viaggiatore francese Henri Duveyrier il quale diede le prime informazioni.
Mezzo secolo più tardi una Procavia venne catturata e studiata al Museo di Storia naturale di Parigi. Poiché a tutt'oggi il numero di esemplari catturati nel deserto è alquanto limitato, nonostante che molti viaggiatori si siano avventurati nelle infuocate distese di sabbia, poco si conosce dei costumi e delle abitudini di questo «Elefante lillipuziano».
Tuttavia non devono differire di molto dai modi di vita propri di altre specie che vivono in zone meno ostili. «Kau-Kau» è il nome che i Tuaregh hanno assegnato alla sospettosa e veloce Procavia dalla testa rossa che meriterebbe il titolo di «Accademica della montagna» per le eccezionali qualità di arrampicatrice.

VOLPE FAMELICA (Vulpes Famelica)

Quando si parla di volpe africana, si pensa immediatamente al Fennec. Tuttavia prima di parlare di questa incantevole e piccola bestia, così apprezzata dagli amatori europei, conviene notare l'esistenza, sul Continente Nero, delle molte volpi autentiche, come quella del Nord (Vulpes atlantica), discretamente diffusa in Tunisia, e la volpe famelica (Vulpes famelica), più rara, presente solamente nelle regioni a Sud della linea Gafsa-Gabes.
Quest'ultima è, come il Fennec, un meraviglioso animale dal pelame pallidissimo, dagli occhi magnifici, dal muso aguzzo e dalle grandissime orecchie. La Volpe famelica, frugatrice notturna, si nutre d'ogni bestiola, dalla Cavalletta fino al Dipo, facendo perpetuamente la «pulizia» sanitaria del deserto e dei suoi confini.
E' vero, perciò, come qualcuno ha giustamente osservato, che l'uomo può trovare nella volpe, dopo aver chiuso in ripari sicuri e sotto accurata vigilanza il suo bestiame, un utile alleato per la liberazione delle sue coltivazioni dai «parassiti a quattro zampe». L'ingordo canide, instancabile distruttore di roditori, è tuttavia cacciato dall'uomo con ogni mezzo, perché responsabile di innumeri ecatombe d'animali domestici. Oltre che per le sue malefatte, la volpe è ricercata e perseguitata anche per la sua bella e pregiata pelliccia. L'interesse dell'uomo, in tal caso, è particolarmente sollecitato dalle varietà più settentrionali il cui manto presenta, in inverno, migliori caratteristiche e particolari toni di colore.
In talune zone, la caccia alla volpe diventa spettacolo di eleganza e di mondanità che nulla conserva della vera passione venatoria. Si segue un preciso «rituale» proprio di epoche passate. I cacciatori a cavallo sono guidati da un «capocaccia» e sono preceduti da mute di cani con il compito di stanare l'animale, inseguirlo, circondarlo e trattenerlo sino all'arrivo dei cavalieri. Più semplicemente e forse più efficacemente, i contadini e i cacciatori di professione usano metodi tradizionali: dal fucile all'esca avvelenata, al trabocchetto, alla tagliola... Solo la proverbiale astuzia ed il noto coraggio hanno evitato la sua estinzione.
Si narra di volpi che «incappate» in una tagliola si sono troncate la coda o una zampa per riacquistare la libertà; altre sono sopravvissute a ferite d'arma da fuoco anche gravi. Verso la fine dell'inverno ha inizio l'epoca degli amori ed i maschi corteggiano le femmine e se le contendono con furia, mordendosi a volte gravemente.
E' soprattutto in questo periodo che i maschi lanciano le loro grida che somigliano al guaito di un cane ed emanano dal corpo un odore ancora più intenso del solito.
Dopo una gestazione di nove settimane, la femmina depone da tre a dodici piccoli. La nascita della prole si verifica di solito in aprile o in maggio.
Durante i primi giorni, la madre non lascia mai i suoi piccoli, ed è il padre e marito che va a caccia con più ardore del solito e con maggiore scaltrezza, per procurare a se stesso ed alla sua famigliola il cibo necessario.
Il genere delle Volpi è uno dei più vasti dei Carnivori, comprendendo un'ottantina di specie e sottospecie, che differiscono le une dalle altre per le dimensioni, per i caratteri concernenti il capo e specialmente il cranio, per il rapporto di lunghezza tra tronco e coda, per la colorazione, ecc.
La distribuzione geografica è vastissima. Si trovano Volpi in tutto l'emisfero settentrionale e negli ambienti più disparati, tanto sui monti, sino ad alcune migliaia di metri sul livello del mare, quanto nelle regioni caldissime, nei deserti, nelle foreste.
E' noto come ogni animale cerca l'ambiente in cui può meglio procurarsi il cibo, sfuggire ai nemici e trovare il clima a lui più adatto. La varietà degli «habitat» (ambiente in cui si svolge interamente la vita), propri della volpe, è una dimostrazione della sua grande capacità di adattamento e della sua proverbiale furbizia.

ADDAX (Addax Nasomaculatus)

Ecco, in lontananza, il più bell'animale del deserto e forse anche una delle più belle antilopi del mondo. Bella e rara, l'Addax è, senza dubbio, l'animale che meglio resiste alla sete ed alla mancanza di cibo, perché esso vive, e vive benissimo, là dove non c'è praticamente null'altro che sabbia infuocata.
Per incontrare l'Addax bisogna discendere lontano verso il centro del grande deserto.
In molti casi, questo fatto è giovato a proteggere la specie; ma in certe regioni sono stati operati dei veri massacri, generalmente con l'aiuto di automezzi e con fucili da guerra.
L'Addax abita il Ciad, il Niger, il Sudan e la Costa d'Oro. Ne resta qualche esemplare in Libia e in Mauritania, ma deve essere impossibile incontrarlo nel Sud-Algerino e nel Sud-Tunisino, dove la specie fu un tempo tanto abbondante. Il profilo dell'Addax è caratteristico. E' una grande bestia dall'aspetto assai pesante, solidamente costruita. La tinta della sua pelle è più chiara in estate, d'un bianco grigiastro, e color sabbia in inverno. Le sue corna sono importanti, leggermente attorcigliate (tre volte per i maschi, due per le femmine) con in mezzo alle due forti difese, sulla fronte, una sorta di ciuffo che, essendo di peli marrone scuro, assomiglia ad una parrucca di cui non si sa spiegare la presenza. Gli zoccoli dell'Addax sono larghi, e ciò per la natura sabbiosa del terreno dove essa vive; questa particolarità le evita di sprofondare, mentre marcia.
La più affascinante caratteristica di questa antilope, oltre la resistenza ad un clima estremo, è la non comune capacità che le permette di vincere le avversità dell'ambiente: infatti, il suo stomaco, come quello di un cammello, contiene delle riserve d'acqua; non già sotto forma di borsa piena, come si potrebbe immaginare: le pareti dello stomaco funzionano come delle spugne e sono colme di liquido in permanenza.
Si conoscono numerosi casi di esploratori che, smarriti, hanno potuto sopravvivere uccidendo un Addax e bevendo l'acqua del suo stomaco per non morire di sete. Unica scusante per uccidere un animale così raro e così interessante. Abbiamo detto che l'Addax è una delle più belle antilopi. Questo spiega, in parte, lo stupore che colse l'esploratore del deserto, quando, pervenuto nelle regioni più abominevolmente morte, dove nulla attrae, dove sembra che la pioggia non cada mai (ciò è inesatto perché piove qualche volta anche nel cuore del deserto), vide fuggire davanti a sé improvvisamente, al grande galoppo, questa creatura meravigliosa, tutta bianca, dalle lunghe corna, la quale sembrava nata dalla sabbia incandescente, là dove non c'era nulla, qualche minuto prima.

AMMOTRAGO (Ammotragus Lervia)

Questo cugino assai lontano dei nostri montoni domestici è molto conosciuto dal grande pubblico perché fa parte delle collezioni di tutti i grandi giardini zoologici. Si notano, da lontano, le belle corna ricurve all'indietro e, insieme, sul fianco, la frangia, dai lunghi peli chiari, la quale pende sotto l'incollatura e sulla parte superiore delle zampe anteriori, a partire dalle ginocchia, specialmente presso i vecchi maschi.
Nella bella stagione, l'Ammotrago ha il pelo raso, sul resto del corpo. I vecchi esemplari raggiungono il peso rispettabile di 120 chilogrammi per un'altezza di 1 metro al garrese. La loro tinta generale è simile al colore della roccia: d'un fulvo brunastro.
L'ambiente naturale dell'Ammotrago, sebbene sia un animale sempre più raro, fu vastissimo: esso andava dalle montagne del Sud di Marrakech sino al Niger, cioè quasi dappertutto dove c'è roccia e non forzatamente in alta montagna. L'Atlas, il Tibesti, l'Ennedi, l'Hoggar, le montagne di Libia e del Sudan racchiudono tutti gli esemplari, più o meno in gran numero, sempre inseguiti, ma capaci di mettersi al riparo quando si sentono troppo in pericolo. Infatti, l'Ammotrago è un animale non solamente diffidente, ma furbo, per non dire molto intelligente.
Di una agilità senza limiti sulle rocce, e ciò resta vero per tutte le varietà del mondo, coraggioso come nessun altro, capace di saltare qualsiasi ostacolo senza uccidersi, l'Ammotrago gode in più, presso gli Autoctoni africani, di una reputazione strana. Lo si considera come una emanazione diabolica, lo si crede, anzi si afferma, che sia in grado di caricare il suo nemico per precipitarlo nel vuoto e lo si sa capace di tutte le astuzie immaginabili.
E' una cacciagione ricercata dagli amatori di carne e soprattutto dai cacciatori desiderosi di conservare un trofeo eccezionale. Infatti la misura massima delle sue corna è di 84 centimetri misurati sulla curvatura esterna. Molti cacciatori sarebbero pronti a fare il viaggio, verso qualsiasi regione dell'Africa, se fossero sicuri di riportare una spoglia equivalente allo sforzo, anche se sembra ormai impossibile battere quel record già vecchissimo.
A questo proposito, spieghiamoci una volta per tutte, sull'argomento della caccia. Siccome non può essere pensabile, allo stato attuale delle cose, d'interdire definitivamente questo sport, sarebbe meglio tentare di orientarlo in due direzioni: la ricerca del trofeo eccezionale, con esclusione di ogni altro animale e, dunque, una caccia selettiva che termina con la scelta precisa del soggetto, il più bello fra i molti esemplari; ed, inoltre, una caccia fotografica, sola capace di procurare dei ricordi indimenticabili senza causare torti alla fauna.
Meglio di ogni altra soluzione sarebbe uccidere, di tanto in tanto, un vecchissimo Ammotrago armato di meravigliose corna, invece di massacrare follemente tutto il branco come si usa fare da molto tempo.
Certamente la specie è stata ben «sfoltita» da quando, per la prima volta, nel lontano 1561, Caio Britannico, basandosi su una pelle proveniente dalla Mauritania, descrisse la grande pecora selvatica che popola le assolate solitudini montane del gran deserto. Simbolo del Sahara, la «Pecora crinita» è conosciuta da tutte le genti del luogo.
Le cacce degli esploratori e degli zoologi del passato agli Ammotraghi hanno sapore di leggenda. Lunghe ore d'attesa in zone impervie, precedute da ricerche affannose in un clima infuocato, pericoli d'ogni genere e sofferenze non comuni contrassegnarono le imprese avventurose dei pochi che hanno preso contatto con questo crinito ruminante nel suo desolato ambiente.
Vive solitario per la massima parte dell'anno, ma in autunno i maschi si avvicinano ai piccoli branchi formati da femmine e dai giovani e combattono tra loro lotte cruente per avere la supremazia sul gruppo. Gli Arabi del Marocco e dell'Algeria attribuiscono alle corna di questa pecora il valore di amuleto, capace di tenere lontani i cattivi geni.
L'Ammotrago è uno dei più tipici ed interessanti abitatori delle montagne del Nord Africa, anzi l'animale più grosso e massiccio che si possa incontrare nelle desolate, assolate solitudini del grande deserto.
Esso vive da poche centinaia di metri di altitudine sino ad oltre duemila metri, nelle zone più tormentate e difficili, dove non esistono insediamenti umani, dove l'acqua è molto scarsa e dove la vegetazione, se pure un po' più abbondante che nell'immenso deserto pianeggiante, è sempre scarsissima.
L'Ammotrago, conosciuto da tutte le genti del deserto, ha un nome diverso, a seconda delle regioni.
Questo animale ci ricorda altri caprini fra i quali primeggia per la maggior mole il Markor, che può raggiungere alla spalla l'altezza di un metro e dieci centimetri e che si caratterizza per la forma delle corna, foggiate a cavatappi.

GAZZELLA DAMA (Gazella Dama)

La Gazzella Dama è una graziosa bestia, molto slanciata, con un lungo collo, alto sulle zampe, e un elegante profilo delle sue corna a forma di lira, ricurve indietro e poi in avanti: Essa può pesare una cinquantina di chilogrammi, per una altezza di 1 metro al garrese ed è soprannominata Gazzella Mahor, o, più comunemente, Cervo Roberto. Il suo mantello e uniformemente chiaro, i suoi occhi scuri sono molto espressivi.
La si incontrava soprattutto nelle regioni Nord-Ovest dell'Africa, un po' più a Sud delle Dorcadi, e un po' più a Nord della zona del Senegal, dove ancora molto diffusa.
Nella grande quantità di Gazzelle di media statura che si incontrano dal Nord al Sud dell'Africa, la Dama, che non è molto conosciuta nei giardini zoologici, occupa un posto scelto, per la sua eleganza e la sua bellezza.
In Africa essa si incontra assai spesso, perfettamente addomesticata, presso gli amatori di animali in semilibertà. Come la Dorcade, in quello che concerne i maschi, essa è capace di caricare chiunque, quando è sovraeccitata dagli effluvi della primavera: in questa stagione è prudente abbordarla con circospezione. La Dama, che abita in regioni meno inospitali dell'Addax, ha maggiori possibilità di questa di sopravvivere. Ma, come tutte le altre gazzelle, occorrerà una protezione accurata per conservare la specie negli anni che verranno.

ORICE ALGAZEL (Oryx Algazel)

Esistono moltissime varietà d'Orice, oltre la Algazel: l'Orice Gazzella (il più grande di tutti), l'Orice dal pennello e l'Orice bianco. L'Algazel pesa sino a 120 chilogrammi per un'altezza di m. 1,20 al garrese. Il suo mantello è interamente bianco con l'eccezione di alcune macchie nere sulla fronte e sotto gli occhi. Le corna, più o meno ricurve, leggermente inanellate, sono lunghissime, giacché si parla di primato di oltre 1,25 metri di lunghezza.
Come tutti gli Orici, forse un po' meno bene del Gemsbock (è il nome dell'Orice Gazzella), l'Algazel è capacissimo di ferire con le corna chi osa attaccarlo di fronte. Sembra che l'Algazel, che abita il margine Sud del grande deserto, sia stato un tempo addomesticato dagli Egizi: si può riconoscerlo in alcuni affreschi antichi. Esso è vissuto anche in Arabia, dall'altra parte del Mar Rosso, ma notizie più recenti confermano che esistono meno di dieci esemplari e si può dunque considerare la specie come estinta in quel paese. Vittima, anche là, degli abominevoli inseguitori con automezzo e anche di abominevoli eccidi con il fucile a ripetizione.

GAZZELLA BIANCA (Gazella Leptoceros)

La Gazzella Leptoceros è soprannominata anche Gazzella bianca e Gazzella delle dune. Essa è assai prossima, morfologicamente, della Dorcade e della Dama con la quale divide l'ambiente, nelle dune del grande deserto.
Essa raggiunge quasi la stessa statura ma la tinta della sua pelliccia è più chiara e le corna sono più lunghe. Molto cacciata in una regione dove le ondulazioni del terreno formano altrettante barriere per la vista, vestita color della sabbia, la Leptoceros è forse meglio sfuggita agli inseguimenti dei bracconieri in automobile che non le altre specie. E' certo che dappertutto dove dei militari hanno occupato una zona, sia negli antichi possedimenti francesi, come nelle colonie spagnole o nei paesi arabi d'Africa o del vicino Oriente, le stesse catastrofi si sono abbattute sui branchi d'animali selvaggi «commestibili» e facili da forzare con l'automezzo e da uccidere con delle armi da guerra. Il male così fatto sarà senza dubbio irreparabile.
Non vi è dubbio che la Gazzella bianca, volgarmente nota nelle regioni in cui vive con vari nomi fra cui Rhim e Ghazal Abiad, nonostante la protezione offerta dalla natura contro l'assalto dell'uomo, è oggi fortemente diminuita di numero. Scoperta verso la metà del secolo scorso, la bellissima Gazzella Leptoceros si distingue, dalle specie che hanno caratteristiche affini, per le corna. Esse, nel primo tratto vicino alla testa sono parallele, poi leggermente divergono ed, infine, nella parte terminale ritornano ad essere parallele. Anellate per quasi tutta la lunghezza, sono d'una eleganza eccezionale. Nei maschi possono raggiungere anche la notevole misura di 45 centimetri. Ha le stesse abitudini e gli stessi modi di vita delle altre specie africane.
Vive in gruppi non molto numerosi composti di un maschio e di un esiguo numero di femmine. Durante le ore calde del giorno si riposa ruminando tranquilla e si mette in movimento nelle ore fresche del mattino. Abitudinaria, come tutti gli animali, batte sempre le medesime piste. Se questo grazioso ruminante riesce spesso ad eludere la caccia dell'uomo che si serve delle macchine, non gli risulta facile evitare l'inseguimento degli indigeni pazienti ed astuti. Dopo aver individuata la posizione del branco, si avvicinano, strisciando carponi sul terreno, per cercare il posto più favorevole e scoccare la freccia che non dovrà fallire il bersaglio.
Le gazzelle sono per la grandissima maggioranza adatte alla vita in regioni molto aride, con vegetazione scarsa, che alle volte possono addirittura dirsi deserti.
Sono creature molto contentabili in fatto di cibo, capaci di rimanere a lungo, anche per dei mesi, senza abbeverarsi, perché traggono dal magro cibo l'elemento liquido necessario alla vita.

CARACAL (Lynx Caracal)

Il Caracal si riconosce facilmente dalla sua corta coda, dal suo pelo rosso e raso e dai pochi e rari ciuffi neri che ornano bizzarramente l'estremità delle sue orecchie. Questi ciuffi ricordano evidentemente quelli che si vedono sulle orecchie delle linci d'Europa e del Nuovo Mondo. Ma il Caracal è sopratutto africano, tenendo conto che si incontra anche in Asia, dalle Indie sino all'Arabia. Abita dappertutto, nelle regioni non forestali dal deserto sino al limitare dei grandi alberi, e bracca qua e là gli animali selvatici o domestici che può trovare, dalla gazzella alla capra, rispondenti al suo gusto.
Questa piccola belva coraggiosa, che non teme l'uomo, misura 1 metro di lunghezza, più 30 centimetri per la coda, con una altezza di 45 centimetri al garrese. Mirabilmente proporzionata, tutta muscoli, la Lince rossa d'Africa, come la si chiama talvolta, non si lascia addomesticare e preleva un tributo preoccupante dalla fauna erbivora delle regioni che frequenta. E' il suo modo di partecipare all'equilibrio naturale. Si crede, non si sa con quanto fondamento di verità, che nel passato, presso alcuni signori dell'Asia, il Caracal fosse tenuto in domesticità insieme al Ghepardo. Mentre quest'ultimo veniva usato nella caccia alle grosse antilopi e gazzelle, il Caracal invece veniva impiegato per la caccia ai piccoli ruminanti e più ancora per catturare uccelli, lepri e volpi.
Si organizzava una vera e propria gara fra molti esemplari e vinceva quello che riusciva ad uccidere il maggior numero di animali prescelti, nel minor tempo.
Si racconta di Caracal lanciati in uno stormo di colombi a terra, capaci di ammazzarne una dozzina. Sembra invece che nel Continente africano il Caracal non venisse addestrato a questo scopo. La pelliccia di questo animale è sempre stata apprezzata e ricercata avendo un impiego simile a quella del leopardo.

SERVALO (Felis Serval)

L'incantevole Servalo è della taglia del Caracal, ma più snello, meno muscoloso e più slanciato. Macchiettato, vestito di una pelliccia magnifica, la coda lunga e folta, le orecchie immense su una piccola testa rotonda, questo grande gatto selvatico rifugge generalmente l'addomesticamento. E' un cacciatore inveterato che mostra un gusto assai marcato per gli uccelli, ciò che non sorprende da parte di un gatto.
Il Servalo ama assai la foresta, dove va volentieri a cacciare. Esso abita l'Africa dal Sud del Sahara fino al Capo di Buona Speranza, con caratteristiche differenti, per l'esistenza di diverse sottospecie. Ha pressappoco gli stessi costumi del suo cugino, il Caracal, con una predilezione per l'acqua e per gli alberi, dove arrampica facilmente e senza sforzo, sia per mettersi in agguato sia per sfuggire ad un nemico.

GALLINA FARAONA (Numida Meleagris)

La Numida meleagris è africana come la Faraona ordinaria. Porta un sontuoso collare di piume striate ed il suo becco è adunco, con delle escrescenze bianche o rosse al posto delle orecchie. Abita l'Abissinia, le Somalie ed il Tanganica.

IENA STRIATA (Hyaena Hyaena)

Le Iene, sia che si tratti della grande macchiata, della rara bruna o della piccola striata, sono degli animali ripugnanti. Esse si nutrono di carogne, di cadaveri e di animali feriti. Pertanto il ruolo che esse assumono nella natura è importantissimo.
Che cosa sarebbero le nostre città senza il servizio della Nettezza urbana? Che cosa sarebbe la steppa, la boscaglia, la giungla o la foresta senza gli sciacalli, gli avvoltoi, i marabù e le iene, vere «pattumiere viventi»?
La Iena striata ha il pelo lungo e non supera i 35 chilogrammi di peso. La si incontra piuttosto nella metà Nord del Continente africano, talvolta anche molto a Nord, poiché essa vive sino al Marocco. Non la si vede perché e risolutamente notturna, ma essa è là, nel fondo d'una faglia, tra le rocce e, la notte, uscirà per divorare tutto quello che può mangiare. Infatti mangia tutto, anche l'innominabile, e onora così, perfettamente, il suo contratto di pulitore professionista. Come le altre iene, la striata possiede delle mascelle terribili, proporzionalmente alla sua taglia, e non esiste osso capace di resistere ai suoi denti più che solidi. Al contrario della Iena macchiata, vive solitaria lo, di rado, a coppie. Quando si prospetta la possibilità di una caccia, la Iena, per chiamare a raccolta le compagne, emette un caratteristico urlo che risuona sinistramente nella boscaglia. Ha una grande resistenza fisica e quando la si crede moribonda, può accadere che scappi a cercare un rifugio. Non è priva di astuzia e, grazie ad essa, sfugge spesso alle insidie dell'uomo penetrando nei villaggi senza essere vista.
Sono dovunque cacciate con accanimento per mezzo di tagliole e trappole preparate da persone che hanno particolare attitudine a questo genere di insidie.
In proposito, esiste un episodio che merita di essere riferito. Noah fu inviato da un esploratore a porre una tagliola vicino ad un sicomoro per catturare una Iena. Noah, sfregiato da una Iena, aveva giurato di ucciderne quante più poteva ed accettò di buon grado la proposta. Si mise al lavoro e in breve tempo tutto fu pronto. Cadde la notte e l'esploratore in attesa del grande evento andò a caccia di ranocchie un po' dubbioso sulla riuscita dell'operazione. Non trascorse molto tempo che l'abile Noah corse ad avvertire l'interessato dell'avvenuta cattura del carnivoro. Si era portata attorno alla Iena molta gente, quando arrivò lo zoologo. Il cerchio si aprì e la bestia incurante del dolore balzò indietro e dette uno strappo, ma cadde impotente a terra. Allora avvicinò il muso nero alla gamba ferita e cercò di dilaniarla con i denti aguzzi: voleva scappare.
Gli spettatori non tardarono di munirsi di sassi per ucciderla prima che potesse liberarsi, ma intervenne l'esploratore ammazzandola con un'arma da fuoco. Uomini e bambini si avventarono sulla bestia, la insultarono e la colpirono. Più tardi fu spellata: è un'impresa non difficile, ma disgustosa. L'odore ributtante non tardò ad espandersi nella foresta che si riempì di urla lamentose d'altre iene e sciacalli.
Ci sono degli individui tra gli abitanti di queste zone, che, imitando l'urlo della fiera, le rivolgono domande credendo di ottenere delle risposte in base alle quali regolano i loro atti e quelli della tribù.
Gli esemplari catturati giovani si abituano con facilità a vivere in stretta vicinanza delle persone, e dimostrano verso coloro che offrono il cibo e le carezzano la stessa riconoscenza e lo stesso affetto di un cane lupo. Quando un animale domestico, grande o piccolo che sia, si perde nella boscaglia, è quasi certo che finisce nello stomaco delle iene.
Queste lo inseguono, lo stancano, lo snervano con finti assalti, lo feriscono ripetutamente, poi, con un assalto decisivo, lo finiscono. Certamente non gode presso l'uomo di buona considerazione, ed è giustificabile. Non dobbiamo, però, lasciarci suggestionare dalle apparenze e trascinare dal sentimento: se ben riflettiamo scopriamo che la Iena, non è poi tanto inutile come si pensa.
La iena, lo spazzino delle savane

SCIACALLO DORATO (Canis Aureus)

Diffuso in tutta l'Africa e in gran parte dell'Asia, lo Sciacallo è molto conosciuto da tutti. Frugatore, furtivo, diffidente, astuto, sempre affamato, tollerato da certune belve, cacciato da altre, esso vive di resti che la Pantera o il Leone dimenticano, di animali morti e di tutte le bestie che è capace di ghermire, ivi compresi gli insetti e i rettili.
La notte lo si sente gemere, talora non lontano dagli accampamenti perché sembra essere attirato e insieme spaventato dagli uomini. Infatti si addomestica benissimo, e non sembri strano se si può ammettere lo sciacallo fra gli antenati di certuni nostri cani domestici, mentre ciò è considerato impossibile per le differenti varietà di volpi. Nella letteratura araba, lo sciacallo tiene sovente il ruolo della volpe.
E' un animale vigoroso sebbene la sua altezza non superi i 45 centimetri; ha il tronco snello come quello di una volpe, le zampe di media lunghezza, il muso appuntito e le orecchie assai corte. Gli occhi dl colore giallo-bruno hanno pupilla rotonda. E' fornito di un mantello di peli grossolani, di colore giallo-rossastro più o meno mescolato di nero nella regione dorsale e bianchiccio sul ventre. Ha eletto come sua dimora le caverne e le buche abbandonate da altri animali, abili scavatori. Vive sia isolato, sia a coppie, sia in gruppi discretamente numerosi. E' di indole scaltra per cui spesso riesce a sfuggire alle insidie dell'uomo. Per impadronirsi del cibo usa mettere in atto particolari furbizie ed astuzie che gli hanno valso il titolo di «Sapiente» (Thaleb). Esso ha dato vita alle più strane leggende. Gli Arabi e gli Indù ritengono che i deboli brontolii emessi all'avvicinarsi di una grossa fiera servano ad indirizzare questa sulle tracce della selvaggina, scovata dallo Sciacallo che funge da spia in cambio della sua parte di bottino.
In India si crede che sulla testa dei capi che sono al comando dei branchi erranti nella macchia, si trovi un corno il cui possesso darebbe all'uomo la possibilità di soddisfare ogni suo desiderio.
Fanno parte della numerosa schiera di sciacalli africani lo Sciacallo striato con strisce longitudinali giallognole orlate di nero nella regione del petto e dei fianchi, lo Sciacallo grigio di forme eleganti e svelte e lo Sciacallo lupastro, uno dei più grossi del genere, cordialmente odiato dagli Arabi. Durante il periodo degli amori, cioè in primavera, gli sciacalli, specialmente i maschi, si abbandonano ai più clamorosi concerti. Circa nove settimane dopo l'accoppiamento, le femmine depongono nella tana da cinque ad otto piccoli che in capo ad un paio di mesi, sono già in grado di seguire la madre nelle prime escursioni in cerca di avanzi o di prede.
Gli uomini cacciano molto gli sciacalli perché è opinione comune che siano dannosi.
In realtà essi possono rubacchiare animali da cortile e uccidere qualche agnello o qualche capretto, ma se si mettono a confronto danni e vantaggi, si deve convenire che prevalgono questi ultimi.
Gli sciacalli infatti, facendo sparire molte sostanze putrescenti, mangiando roditori in gran numero, sono decisamente animali più utili che nocivi.
Gli sciacalli dorati hanno una vastissima distribuzione geografica: oltre che in Africa si trovano nella Grecia, nella Dalmazia e nell'isola di Curzola, nella Turchia, nella Russia meridionale, in Palestina, in Asia Minore, nel Caucaso, in Persia, nell'Afghanistan, nel Belucistan, nell'India, nell'Isola di Ceylon e si trattengono ovunque, sia nelle pianure che sulle montagne, sino ad una altitudine di oltre un migliaio di metri sul livello del mare.

FENNEC (Fennecus Zerda)

Il Fennec è senza dubbio, con il Koala d'Australia e il Gatto, l'animale che più si amerebbe accarezzare e prendere in braccio; la sua morbida pelliccia chiara, le sue orecchie immense ma mai sgraziate, il suo piccolo muso furbo, i suoi neri occhi vivi, i suoi graziosi mustacchi, tutto attira in esso. Conduce una vita discreta, notturna, cacciando delle prede minute, sovente degli insetti o dei piccoli rettili. Abita l'intera Africa dal Nord del Sahara, in forme leggermente differenti, sino alle Indie in Asia, passando per il Medio Oriente.
In cattività si addomestica, certamente, ma non è molto espansivo; esso ha un udito finissimo, raspa di notte e qualche volta morde. Quando esce dal covo si guarda attentamente attorno, ascolta muovendo i grandi padiglioni auricolari e solo quando è certo che non ci siano nemici nelle vicinanze, avanza.
I suoi passettini eleganti non provocano alcun rumore e sembra quasi che voli. Sulle dune è facile riconoscere fra le impronte di topi del deserto quelle più profonde di un carnivoro: il Fennec. In teorie lunghissime queste impronte si arrampicano al sommo delle colline sabbiose, scendendo negli avvallamenti «disegnando» geroglifici complicatissimi. Sebbene non sia agevole, il Fennec corre sulla sabbia con una tale velocità da sembrare lanciato da una catapulta.
E' interessante il modo con cui insidia gli uccelli. Striscia lentamente e cautamente nei pressi del volatile che saltella alla ricerca del cibo: prende la giusta posizione e supera d'un balzo l'ultimo tratto mettendo subito in azione i denti. Ma ciò non gli basta. Ricerca spesso anche i nidi dell'allodola del deserto, per divorare sia le uova che i piccini.
Poiché il Fennec, detto anche Megaloto, abita zone lontane dai luoghi d'acqua è da dedurre che non abbia bisogno di bere ogni giorno e che ricavi l'acqua che gli è necessaria dal sangue delle sue vittime.
Ciò che stupisce nella vita della «Volpe del deserto» è il grande amore per i suoi piccoli. Li accudisce con cura e se durante le sue escursioni viene inseguita non si dirige mai verso la tana dei figlioletti onde evitare che il nemico possa fare loro del male.
Il Fennec è ordinato e pulito come pochi animali. Per ripararsi dal freddo che particolarmente teme, imbottisce la tana con frasche, pelo e piume ed ha cura perché ogni cosa sia al suo posto.
E' molto difficile poter ammirare qualche esemplare nei giardini zoologici. Perché? Non è facile la sua cattura e facilissimo l'allevamento poiché accetta ogni sostanza alimentare? E' vero, ma dobbiamo fare i conti con il clima che, quando è umido e freddo, conduce ad una sicura morte il piccolo Fennec.
Quando hanno raggiunto il massimo sviluppo i Fennec sono lunghi una sessantina di centimetri, compresa la coda assai abbondante che non ne misura meno di venti.
Sono quindi delle minuscole volpi che si differenziano nettissimamente da tutte le altre tanto da costituire un genere a sé chiamato appunto Megaloto o Fennecus.
Megaloto significa grandi orecchie, e questi animali, infatti, hanno i padiglioni auricolari sviluppatissimi, larghi più della metà del capo e più lunghi del capo medesimo, che è piccolo, col muso appuntito, graziosissimo. Il Fennec ha occhi grandi vivacissimi, scaltri, intelligenti.
Il suo corpo elegante, molto più proporzionato di quello delle nostre volpi, è coperto di una pelliccia abbondante, non molto lunga, la quale nelle parti superiori ha una colorazione gialliccia uniforme, che ben si intona con quella dell'ambiente in cui il Fennec vive.
Nelle parti inferiori, invece, è bianca; il musetto è chiaro. In vicinanza degli occhi vi sono due sbarrette scure. Il Fennec si mostra di solito durante la notte, quando le sabbie delle dune si sono un po' raffreddate, e quando escono altri animali: roditori ed anche torme di insetti di varie specie.

ANTILOPE ROANA (Hippotragus Equinus)

Con l'Ippotrago Equino o Antilope Cavallo, noi facciamo conoscenza con una bella bestia, molto diffusa inizialmente in Africa, avendo abitato dappertutto, dal Sud del Continente sino al Sudan e all'antica Africa Occidentale Francese.
Come indica il suo nome, assomiglia ad un cavallo - piccolo: m 1,50 al garrese - di tinta grigiastra con un curioso disegno nero sulla faccia, con lunghe orecchie mobilissime terminate da peli neri e con una corta criniera della stessa tinta sulla incollatura. Porta delle belle corna, più corte di quelle della sua cugina Antilope nera e soprattutto di quelle dell'Ippotrago gigante che abita solo l'Angola portoghese.
L'Antilope roana vive ancora in una buona metà dell'Africa, ad eccezione delle zone desertiche, in piccoli gruppi da venti a cinquanta esemplari.

GAZZELLA DALLA FRONTE ROSSA (Gazella Rufifrons)

Accompagnate da un Picchiabove, queste graziose gazzelle vengono a bere di fronte all'Ippotrago. Si chiamano anche Gazzelle Korin. Esse hanno la stessa taglia della Leptoceros, una tinta un po' più scura della Dorcade con in più una riga nera su ciascun fianco ed un ciuffo nero all'apice della coda. E' evidente che la loro fronte è colorita, ma piuttosto di rossiccio che di rosso. Sono bestie eleganti, graziose e timide, come si può vedere dal modo con cui si avvicinano all'acqua.
Oltre alle belve, che possono essere in agguato nelle vicinanze, e ai coccodrilli, questi timidi animali devono temere altri pericoli. Si vedono qualche volta perfino degli elefanti scacciare senza provocazioni una gazzella o un' antilope che hanno avuto il torto di abbeverarsi troppo vicino a loro.
La Gazzella dalla fronte rossa vive nel Senegal, nel Camerun, nel Ciad, nel Sudan, ma non frequenta le zone desertiche. Essa possiede numerose «cugine» molto prossime, che si chiamano Gazzella d'Heuglin, di Cuvier, di Pelzen, di Speek, di Thompson o di Mongala, simili nelle forme, nel colore, nei costumi. Ritornando alle gazzelle e antilopi già citate, Dorcade o Leptoceros, e ad altre ancora, ci si rende conto dell'estrema ricchezza della fauna africana, soggetto di quest'opera.
Che cosa ne sarà di questi animali se non saranno meglio protetti negli anni futuri? L'Africa è ancora il più bel paese del mondo, da questo punto di vista, il paese degli innumerevoli animali. La soluzione migliore si conosce: l'organizzazione di grandi riserve ben protette, uno sforzo immenso di addomesticamento di tutte le specie possibili degli erbivori ed una regolamentazione della caccia.

COBO

COBO DEFASSA E COBO DALL'ELLISSE (Kobus Defassa - Kobus Ellipsyprimnus)

Ci rimangono ancora da conoscere numerosissime specie, giacché siamo ancora, nel nostro viaggio immaginario attraverso l'Africa, molto lontani dal centro del Continente nero.
Le due antilopi appartengono alla grande famiglia dei bovidi: sono spesso chiamate con il nome generico di «Antilopi d'acqua», in inglese «Waterbucks».
Solo i maschi portano delle corna anellate, inclinate leggermente in avanti. Pesano in media 200 chilogrammi ed hanno una taglia oscillante fra 1,20 e 1,30 metri al garrese.
Il Cobo dall'Ellisse, il più grande, è caratterizzato da una falce bianca sulle natiche. Esso abiterebbe piuttosto il Sud e l'Est dell'Africa, sino alla Somalia, mentre il Defassa occupa un territorio molto più vasto, dall'Est all'Ovest, limitato al Nord del Sahara. Tutti e due vivono il più possibile vicino all'acqua e soprattutto alle paludi, ed il pelo untuoso permette loro di non soffrire della umidità. Sono animali graziosi, facilmente addomesticabili, di colore marrone, più scuro nei maschi che nelle femmine.
A seconda delle regioni, beninteso, si contano varietà diverse di Cobo defassa e Cobo dall'Ellisse: questa distinzione ha scarso valore scientifico. Gli esemplari più belli, le cui corna raggiungono un metro di lunghezza, vivono in Oubangui-Chari dove la specie locale è generalmente soprannominata Cobo «untuoso», precisa allusione al suo pelo molto grasso.

CERVICAPRA REDUNCA o COBO DEI CANNETI (Redunca Aurundinum)

I Cobi dei canneti sono animali più piccoli dei precedenti. Le femmine non portano le corna, i maschi, invece, ne hanno e sono molto caratteristiche: di piccola taglia e ricurve in avanti. La pelliccia è marrone chiaro. Hanno una coda folta, bianchissima, che alzano ed agitano in occasione di pericolo come un segnale d'allarme, molto bene compreso da tutto il gregge.
Essi vivono in piccoli gruppi generalmente nell'alta vegetazione che cresce presso i corsi d'acqua ed i piccoli laghi del Capo sino ai confini meridionali del Sahara.
Si conoscono due varietà di cui una, un po' più grande dell'altra, abita generalmente il Sud dell'Africa. Raggiunge in altezza 1 metro al garrese, pesa circa 60 chilogrammi e possiede delle corna lunghe 40 centimetri. Sono animali agili e graziosi, molto comuni, fortunatamente non ricercati dagli amatori di trofei perché non trovano in essi una spoglia abbastanza interessante.
Oltre alle due varietà menzionate di Cobi dei canneti, gli zoologi uniscono a questa specie un altro Cobo, detto «di montagna» che abita l'Africa del Sud, ed una piccola antilope abitatrice delle stesse montagne, che non pesa più di 25 chilogrammi e che gli inglesi chiamano «Vaal Rhebok». A questo proposito, è interessante notare che in tutta la fauna compresa nella metà Sud del Continente Nero, i nomi delle antilopi in inglese, sono stati inventati dai primi coloni del Capo, i Boeri. E' per questo motivo che si incontra così spesso nelle denominazioni la parola «Buck» (caprone) seguita da una indicazione del colore o dell'ambiente dell'animale: rosso, grigio, di roccia, d'acqua, di colata...

CUDU' MAGGIORE (Tragelaphus Strepsiceros)

Trascinati dall'entusiasmo, si è spesso tentati di dire di questa o di quella antilope: «E' la più bella, è la più grande, è la più rara d'Africa!». E ciò non è sempre molto esatto. Per quanto riguarda il Cudù maggiore, non può esservi la minima esitazione: è con l'Elano derbiano e l'Ippotrago gigante d'Angola, l'antilope più ricercata dagli amatori di trofei.
Le corna del Cudù maggiore maschio, raggiungono sulla curvatura esterna della loro spirale una lunghezza di m. 1,80 negli esemplari più belli. Il peso totale di queste bestie si avvicina ai 350 chilogrammi e sono alte m. 1,50 al garrese. Le femmine non portano corna e questo mette in risalto le loro grandi orecchie, mobili e rotonde. Il maschio porta, sotto il collo, una spessa frangia ricadente. Tutti e due i sessi hanno il dorso e la groppa ornati di grandi righe bianche su fondo bigio. Una mezzaluna chiara è disegnata sulla faccia dell'animale, da un occhio all'altro in alto sul frontale. Il Cudù maggiore abita tutta l'Africa a Sud del Sahara, ma in nessuna parte è abbondante e diffuso. Il luogo dove sarebbe possibile vederne il maggior numero sarebbe l'Eritrea, ma degli esemplari si sono pure visti dall'Africa del Sud - dove la specie è ancora discretamente diffusa nelle riserve come quella del Parco Kruger - sino all'Angola, al Katanga ed al Congo ex-belga.
Il Cudù maggiore è un animale prudentissimo e molto circospetto; le femmine si spostano a piccoli gruppi seguiti da lontano da qualche giovane maschio o da qualche adulto maturo. Amano la savana ma non si allontanano mai dai gioghi rocciosi che costituiscono il loro ambiente preferito.
Sono animali notturni, che si vedono perciò, raramente, al cadere o al levare del giorno, e di sfuggita perché non perdono mai la loro grande prudenza. Tutti i cacciatori sanno che il Cudù maggiore si diletta spesso ad unirsi alle mandrie degli animali domestici. Forse nella speranza di meglio passare inosservato?
E' molto probabile, ma difficile a provarsi.
Bisogna riconoscere che molti esploratori e cacciatori hanno percorso lungamente l'Africa senza mai incontrare questa antilope meravigliosa. Si sono potuti consolare ammirandola nei giardini zoologici europei o americani, dove la sua presenza non è tanto eccezionale. Avranno notato, allora, che è un animale tranquillo, che porta con noncuranza il suo magnifico paio di corna ed il suo mantello delicatamente striato, senza accorgersi dell'ammirazione che gli dedicano gli osservatori.
Esiste anche un Cudù minore che non supera 1 metro di altezza al garrese ed i 100 chilogrammi di peso. E' privo di barbetta pelosa sotto la gola, ha le corna uguali al maggiore nella forma, ma raggiungono appena gli ottanta cm. di lunghezza, abita l'Est Africa, tra Abissinia Somalia e Kenya; timidissimo e delicato non resiste la vita di prigionia. D'altronde è assai comune trovare accanto alle specie animali di grande taglia, un altro animale che, più piccolo, assomiglia loro, come se la natura fosse presa dalla sollecitudine di ricopiarsi addolcendo il suo progetto iniziale.
E' così che dell'Ippopotamo esiste una versione nana, che l'Elano del Capo è un'imitazione dell'Elano derbiano e che il Cudù minore è la replica migliorata del Cudù maggiore.
Ciò che è più ammirevole è che queste specie conservano le loro caratteristiche indefinitamente e non si mescolano mai, anche quando esistono nelle stesse regioni.
E' proprio vero che la natura è più complessa di quanto possa sembrare e parallelamente alle mutazioni che nel tempo subiscono le speci per dar luogo all'evoluzione, ogni forma specifica difende la sua identità e non si mescola mai con altre speci per non creare ibridi che genererebbero una confusione indistricabile. Ma questo discorso ci porterebbe troppo lontano.

ANTILOPE DERBIANA O ELANO GIGANTE (Taurotragus Oryx Derbianus)

Intorno a questa antilope che è impossibile non classificare come la più grande, esiste una piccola controversia: bisogna dire «Alce» o «Elano»?
Poiché c'è fra i Cervidi un animale che già da lungo tempo si chiama Alce o Grande Alce del Nord (Moose per gli americani e Orignal o Orignac per i canadesi di lingua francese), ci è sembrato più logico e più esatto scrivere Elano come nome della maggiore antilope africana, seguendo così l'esempio di un certo numero di studiosi che si sono specializzati nella conoscenza di questa fauna.
Si evita, in questo modo, un errore che ha recentemente avuto degli echi nella stampa europea. Si era letto, infatti, un dispaccio annunciante che i biologi russi avevano ottenuto un prodotto d'incrocio fra una vacca ed un alce. Tutti hanno creduto che si trattasse del Grande Alce del Nord, animale relativamente comune in Russia... Ciò sembrava propriamente inverosimile poiché le vacche e le alci non hanno grandi cose in comune se non l'essere ambedue ungulate. Riflessione fatta, si è compreso che non poteva trattarsi che d'un Elano africano e precisamente d'un Elano del Capo, molto prossimo dell'Elano Derbiano e, nello stesso tempo, con caratteristiche poco lontane da quelle dei bovidi domestici.
Si è saputo che queste esperienze continuavano da molto tempo, e che avevano per scopo una razza rustica di animali da macello, capace di resistere al clima africano e di fornire a questo Continente quella carne di cui ha tanto bisogno. Non ci resta che attendere per sapere se il prodotto così ottenuto si rivelerà indefinitamente fecondo.
Purtroppo la discussione ci ha trascinato fuori tema. Ritorniamoci per dire che l'Antilope Derbiana è un animale veramente gigantesco, con un peso che può raggiungere 900 chilogrammi con una taglia al garrese di m. 1,80 e forse più. Le sue corna potenti, diritte a forma di spirale dalla base sino a tre quarti della lunghezza totale, possono raggiungere m. 1,20 dal principio alla punta.
L'Antilope Derbiana si caratterizza anche per il mantello bigio-pallido, tredici o quattordici volte finemente rigato di bianco sul dorso, i fianchi e la groppa. Una criniera corta e diritta corre dalle corna sino al coccige ed una giogaia spessa gli pende dal mento, sotto il collo, sino al pettorale, senza pertanto togliere alcunché di eleganza alla sua alta e pesante figura. Le zampe sono vigorose e ben proporzionate, la lunga coda è terminata da un ciuffo di peli neri, come quella d'una bella mucca europea. L'Elano gigante è un animale raro. Numerosi cacciatori anche fra i migliori, non sono riusciti a catturarne un solo esemplare. Rare sono pure le fotografie che sono state scattate su di esso.
Abita la savana boscosa, la pianura, le colline elevate e la foresta rada, fra il Nilo, il Sudan, fino all'antica Africa Occidentale Francese, e al Sud, sino al Camerun Settentrionale. Attualmente, il Grande Elano africano è annoverato fra le specie che sono più minacciate. Ciò accade innanzitutto perché il suo magnifico trofeo resta sempre molto ricercato dai cacciatori, ma anche perché la mole imponente di carne che rappresenta attira gli amatori. Infine la specie è minacciata perché le rassomiglianze sue con il bestiame domestico giungono spesso a trasmettergli la peste bovina, dappertutto dove questa epizoozia terribile appare.
Evidentemente, l'Elano gigante, che non è affatto vaccinato contro questa malattia importata di recente in Africa quando ne è colpito muore. Le misure di protezione che erano state prese altre volte in favore di questa specie devono essere mantenute e rinforzate nella maniera più tassativa e delle riserve devono essere costituite specialmente per essa se non si vuole che venga estinta.
La vita e la stessa sopravvivenza dell'Antilope Derbiana, è ugualmente legata ad una questione di nutrizione. Infatti, l'animale preferisce fra tutti un arbusto, l'Isorbelinia Doka, di cui egli mangia le foglie. Se la pianta non esiste in una zona, è inutile cercarvi l'Elano gigante. Ecco un fattore essenziale che deve interessare gli ordinatori futuri del Continente Nero se vogliono frenare la scomparsa della sua fauna: d'altronde gli specialisti conoscono bene il valore di un determinato biotopo, cioè l'insieme ambientale di piante e clima indispensabile per la sopravvivenza di determinate specie.

ALCELAFO MAGGIORE (Alcelaphus Maior)

Ciò che caratterizza il genere degli Alcelafi e in una certa misura anche quello dei Damalischi è la loro ineleganza: infatti, sono delle grandi bestie dinoccolate, un po' gobbe, più alte nel garrese che nel posteriore, con una lunga testa piatta all'estremità di un collo troppo corto, il tutto coronato da piccole corna a forma di lira più o meno somiglianti, a una U, a seconda delle varietà di Alcelafi.
L'Alcelafo Maggiore? ad esempio, o Grande Alcelafo, abita l'Ovest dell'Africa, dalla Guinea al Camerun. Misura m. 1,40 al garrese e pesa 200 chilogrammi. Il suo pelo è uniformemente rosso, con una mezzaluna più chiara fra i due occhi. Gli Alcelafi abitano in gruppi più o meno numerosi la savana e la pianura. Sono estremamente curiosi, capaci di ritornare ad osservare da vicino il cacciatore, anche quando questi abbia sparato su di loro. Definitivamente allarmati, gli Alcelafi scappano ad un galoppo oscillante molto caratteristico, galoppo che possono sostenere per lungo tempo, anche con diverse pallottole in corpo. La loro resistenza sembra senza limite, ciò che non impedisce ai cacciatori, da sempre, d'inseguirli per la semplice ragione che gli Alcelafi sono con i Damalischi, loro cugini, le antilopi più diffuse in tutta l'Africa. Le varietà sono numerose, eccone alcune: Alcelafo Maggiore, Alcelafo Torà, Alcelafo Cook, Alcelafo Lelwel, Alcelafo di Lichtenstein, Antilope di Hunter, i Tre Damalischi (Korrigum, Tiang, Topi), il Bontebok, il Blesbok, il Sassaby.
Tutte queste bestie, senza essere identiche, si rassomigliano più o meno e condividono pressappoco gli stessi costumi, dall'Africa Centrale sino alle province del Capo. Alcune, come il Bontebok, sono semidomestiche, e non esistono quasi più completamente allo stato selvaggio, là dove esse vivevano a centinaia di migliaia non meno di un secolo fa...

ADENOTA KOB (Adenota Kob)

Noi abbiamo considerato, in un capitolo precedente, qualche esemplare dei Cobi e sappiamo che ne esiste un certo numero. Quello detto di «Buffon» è uno dei più diffusi, nel territorio fra il Sud del Sahara ed il Nord della Rodesia.
Le loro differenze riguardano la taglia e, sovente, anche la forma delle corna simili ad una lira. L'Adenota Kob, visto di fronte, mostra delle corna con un disegno ad angoli più marcati di altre specie, ma bisogna avere una certa familiarità con l'oggetto per riconoscere a prima vista gli uni dagli altri: l'Adenota Kob, il Cobo di Thomas, il Cobo dalle orecchie bianche, il Cobo di Wardon... In generale sono animali di media statura, da 90 centimetri ad 1 metro, e pesano da 70 a 100 chilogrammi, con delle corna da 55 a 65 centimetri; le femmine ne sono prive, e la tinta del mantello di tutti questi animali varia leggermente intorno al rosso giallastro.
Tutti si addomesticano facilmente e ne abbiamo conosciuto uno, nel serraglio dell'orto botanico, a Parigi, che si dilettava a leccare lungamente le mani dei visitatori che si arrestavano per accarezzarlo, attraverso le inferriate. Ciò non toglie che qualche volta queste bestie fantastiche aggrediscano pericolosamente il loro abituale guardiano.

SCOIATTOLO

Quando si parla della fauna africana, il pensiero corre subito ad animali giganteschi, stupefacenti o feroci. In realtà, sulla superficie del continente Nero, esistono moltissime bestiole più o meno visibili, più o meno conosciute (sovente molto male), spesso di abitudini notturne: roditori e insettivori, brutti o graziosi, aggressivi o pacifici, che trascorrono la loro vita tranquillamente. A conferma di ciò, ecco il ritratto di due scoiattoli terrestri, veramente incantevoli, che vivono nelle foreste dell'Africa Centrale, ma che farebbero la loro bella figura anche fra le conifere canadesi o nella tundra asiatica.
Sono animali notturni, hanno molti nemici, soprattutto fra i serpenti, e meritano di essere inclusi in questa rassegna della fauna africana a parità di diritto con tutti gli altri animali.
La famiglia degli Sciuridi o degli Scoiattoli, che prende il nome dalle forme più comuni e note dei suoi componenti, comprende Roditori di dimensioni variabili, da piccole a relativamente grandi, con tronco slanciato, testa subtondeggiante, coda ora corta ora assai lunga sempre coperta di peli che possono avere un notevole sviluppo.
Caratteri importanti sono offerti dallo scheletro; ad esempio, le ossa del braccio, e rispettivamente della gamba, non sono mai fuse assieme e la clavicola è sempre presente.
Gli Sciuridi comprendono specie che scavano il terreno, specie che si trattengono in superficie e specie arboricole per eccellenza. La distribuzione geografica abbraccia l'Europa, l'America Settentrionale e la Meridionale, l'Asia e il Continente Nero. La famiglia è suddivisa in due sottofamiglie: Sciuridi e Petauristini, comprendente i cosiddetti Scoiattoli volanti, diffusi nel Nordamerica, nell'Asia e in piccola parte dell'Europa.

SCOIATTOLO TERRESTRE (Paraxerus Cepaci)

Gli scoiattoli terrestri sono abbondanti particolarmente nell'Africa Orientale e comunissimi nelle aride, sterminate boscaglie della Somalia, dove ne esistono non poche specie e sottospecie che differiscono poco tra di loro.
Vivono nelle zone a cespugli più o meno fitti o nelle savane e, pur arrampicandosi sugli alberi per un innato bisogno di movimento e per ricercare cibo, stanno di preferenza sul terreno dove scavano complicatissime gallerie le cui uscite sono nascoste sotto i sassi o tra le radici delle piante. Nelle gallerie hanno l'abitudine di immagazzinare una certa quantità di cibo che consiste in semi, bulbi, frutta, insetti. Alla fine dell'inverno, gli scoiattoli vanno in amore, ed i baldanzosi maschi si abbandonano a lotte furibonde. I contendenti si inseguono con rabbia, si aggrappano gli uni agli altri, rotolano a terra, si rialzano, fuggono stridendo per il dolore delle ferite riportate. Conclusa la lotta, il vincitore raggiunge la sua compagna e rimane con lei per un periodo di tempo abbastanza lungo.
La gestazione dura da trentacinque a quaranta giorni e la deposizione avviene nell'interno dei nidi che per l'occasione, vengono resi più morbidi ed accoglienti con l'aggiunta di nuovi materiali.
I piccoli, da tre a sette per ogni parto, sono ciechi, nudi, completamente inetti. Concluso l'allattamento, i piccoli, ormai coperti di pelo, vengono condotti all'aperto e addestrati, tanto dalla madre quanto dal padre, nell'arte di arrampicarsi, di saltare, di cercare cibo.
In estate, di solito, si ha un secondo parto e nell'autunno tutti i nuovi nati sono atti alla vita indipendente.
Avvicinandosi l'inverno, gli scoiattoli che abitano zone situate ad una certa altitudine sul livello del mare si spostano verso i boschi più bassi, compiono insomma delle piccole migrazioni. Aumentando il freddo rallentano l'attività sino a che si riducono a passare la maggior parte del tempo nell'interno del nido, immersi in uno stato letargico o semiletargico. I nemici degli scoiattoli sono numerosi: rapaci diurni e qualche volta anche notturni, nonché carnivori di piccola taglia capaci di arrampicarsi sugli alberi, quali le martore.

MANGOSTA STRIATA (Herpestes Mungo)

Fra le Mangoste, la Striata è una specie poco conosciuta. Ha anch'essa abitudini notturne e si nutre divorando «a tappeto» ogni specie di insetti che incontra sul suo cammino. Per i suoi costumi di vita e per la sua corporatura può essere benissimo paragonata al Tasso Europeo.
Come gli scoiattoli, essa è un animale prudente e, perciò, tanto poco conosciuto che le stesse popolazioni locali ne mettono spesso in dubbio l'esistenza. Non la si vede mai in alcun giardino zoologico, dove d'altronde nessuno vi farebbe caso, tanto le forme del suo corpo sono comuni: è una «bestia» simile a quelle che disegnano generalmente i fanciulli, e nulla di più. Gli stessi scienziati, infatti, non hanno molto da raccontare sul suo conto. Esistono molti animali di questo genere, tanto poco conosciuti da non poterli descrivere, ma anche questi partecipano assai attivamente al mantenimento dell'equilibrio naturale nell'interno delle grandi foreste.
Le mangoste hanno in genere un aspetto che ricorda assai quello delle Civette e degli Zibetti, hanno cioè il corpo allungato, gli arti brevi, la coda non eccessivamente lunga. Posseggono inoltre orecchie piccole tondeggianti, unghie ben sviluppate ma non retrattili. Queste bestiole, che non hanno grandi dimensioni, vivono in ambienti più o meno aridi e frequentano le zone cespugliose, quelle stesse preferite da piccoli mammiferi, come ad esempio molti roditori, e da rettili, in modo particolare da serpenti.

DA: "IL SECONDO LIBRO DELLA JUNGLA" DI R. KIPLING

Se leggete i vecchi libri di storia naturale, troverete ch'essi dicono che quando la mangusta attacca il serpente e le capita di essere morsicata, corre a mangiare un'erba che la guarisce. Ciò non è vero. La vittoria è solo questione di sveltezza d'occhio e di gambe, la sferzata del serpente contro il salto della mangusta; e siccome nessun occhio riesce a seguire i movimenti della testa del serpente quando colpisce, il meraviglioso sta in questo, molto più che nell'effetto di qualunque erba magica. Rikki sapeva d'essere una giovane mangusta, e perciò il pensiero di aver schivato un colpo da dietro lo rendeva più fiducioso di se stesso, e quando Teddy giunse correndo giù per il viale, Rikki-Tikki si aspettava di esser accarezzato. Ma proprio mentre Teddy si chinava, qualche cosa si contorse lievemente nella polvere e una vocetta disse:
- Bada, io sono la Morte!
Era Karait, il serpentello color di terra scura, che sta di preferenza in mezzo alla polvere. Il suo morso è pericoloso quanto quello del cobra, ma Karait è così piccolo, che nessuno bada a lui e per questo è tanto più nocivo.
Gli occhi di Rikki-Tikki diventarono rossi di nuovo; egli si avvicinò a piccoli salti verso Karait, col passo caratteristico dondolante e oscillante che aveva ereditato dalla sua famiglia. E' un'andatura che pare molto buffa, ma è così bene equilibrata che permette di spiccare il salto verso qualunque direzione voluta; e quando si ha a che fare coi serpenti offre un grande vantaggio.
Rikki-Tikki non se lo immaginava, ma stava per fare una cosa molto più pericolosa che attaccare Nag, poiché Karait è così pericoloso e può girarsi così rapidamente, che se Rikki-Tikki non fosse riuscito a morderlo proprio dietro la testa, avrebbe ricevuto il contraccolpo sugli occhi o sui labbri. Ma Rikki-Tikki non lo sapeva, aveva gli occhi rossi come la brace e si dondolava avanzando e retrocedendo in cerca del punto buono per la presa. Karait scattò avanti, Rikki-Tikki balzò di fianco, poi cercò di corrergli sopra, ma la perfida testolina grigia come la polvere fischiò ad un capello di distanza dalla sua spalla, e la mangusta dovette saltare sopra il corpo del serpente che schizzò dietro. Teddy gridò verso la casa:
- Oh, guardate! La nostra mangusta sta ammazzando il serpente.
Rikki-Tikki udì la madre di Teddy gettare un grido. Il padre si precipitò fuori armato di un bastone, ma quando arrivò, Karait aveva, per una volta, sbagliato la misura, ricadendo troppo lontano e Rikki-Tikki era scattato e saltato sul dorso del serpente, aveva affondato il muso fra le zampe davanti, addentato il dorso più su che aveva potuto ed era ruzzolato via. Il morso aveva paralizzato Karait e Rikki-Tikki stava per divorarselo, cominciando dalla coda, per pranzo, com'era costume nella sua famiglia, quando si ricordò che un pasto troppo abbondante rende pigra e lenta una mangusta e che se egli voleva aver pronta la sua forza e la sua sveltezza doveva mantenersi magro. Andò a fare un bagno di polvere sotto i cespugli di ricino, mentre il padre di Teddy batteva il corpo di Karait.
- A che serve batterlo? - pensò Rikki-Tikki. - L'avevo già conciato bene io.

MANGOSTA ICNEUMONE (Herpestes Ichneumon)

Non si farebbe tanto caso alla Mangosta Africana, sorella di quelle asiatiche, se non dimostrasse pure lei, come tutte le altre specie di Mangoste, una spiccata attitudine a rendere dura la vita ai serpenti, compresi quelli più velenosi.
Bestiola agile e veloce, essa ha una coda lunga e folta, orecchie rotonde e una vista molto acuta. La Mangosta, lo si sa da quando Kipling l'ha scritto, ama la compagnia degli uomini. E' persino probabile che essa provi gusto e difenderli contro i serpenti, per combattere i quali il suo motto è: rapidità e decisione.
Essa sa con la massima precisione ciò che può fare e ciò che non può fare e il suo scatto è ancora più fulmineo e infallibile di quello della Vipera Soffiante, che essa non indugia ad uccidere.

VIPERA SOFFIANTE (Bitis Arietans)

Questo grosso e corto serpente batte certamente ogni record di lunghezza delle zanne velenose e di grandezza delle ghiandole che contengono il veleno. Soprattutto notturna, non molto aggressiva, assai lenta quando si muove, la Vipera Soffiante, se deve difendersi, scatta come una molla ed inietta una forte quantità di veleno ad azione paurosamente rapida. La sua pelle è notevolmente ornata di disegni a forma di losanga, dai colori brillanti che fanno pensare ai più splendidi tappeti orientali.
Mangoste e Vipere si incontrano in quasi tutta l'Africa. Le serpi vivono specialmente nelle foreste dove di giorno si nascondono sotto la terra tiepida e, di notte, cacciano le loro prede favorite: uccelli, anfibi senza coda, roditori di piccola taglia.
E' proprio là che, talvolta, la Mangosta va a cercarla, ma non bisogna dimenticare che i serpenti velenosi non sono i soli piatti del suo menù, giacché essa è molto eclettica. Anch'essa, infatti, mangia uccelli e roditori quando le si presenta la occasione.

VIVERRA AFRICANA O CIVETTA (Civettictis Civetta)

Sotto la coda, la Civetta ha una ghiandola in cui si elabora una sostanza fortemente odorosa, non sgradevole, di cui essa lascia traccia sul suo cammino, strofinando la parte posteriore contro le rocce e gli alberi.
Questo prodotto, conosciuto col nome di Zibetto, serve per la preparazione dei migliori profumi e si vende a peso d'oro.
L'Etiopia fornisce l'80% dello Zibetto venduto nel mondo: un chilogrammo di Zibetto grezzo è sufficiente per la preparazione di 2000 litri del miglior profumo. Le Viverre sono catturate vive in Etiopia e nell'Africa Orientale e, chiuse in gabbie oscure, forniscono per 4-5 anni, ogni 3 giorni, da 8 a 10 grammi di Zibetto. Allo stato libero sono animali notturni, raramente visibili, che cacciano e pescano nel bosco o ai margini delle boscaglie.
La famiglia delle Viverre, una delle più complesse dei carnivori, comprende un buon numero di generi e di specie.
I suoi componenti, lunghi da trenta a ottanta centimetri, esclusa la coda, hanno forme agili, testa allungata e sottile, collo esile, arti poco lunghi con dita munite di unghie più o meno retrattili; la coda è spesso assai lunga.
Le Viverre sono, per la maggior parte, strettamente carnivore; poche specie hanno una dieta mista.
Alcune forme vivono sulle montagne, altre a scarsa altitudine sul livello del mare, negli ambienti più disparati.
Esistono anche Viverre che nuotano abilmente.
Molte conducono vita diurna, altre sono quasi esclusivamente notturne; tutte hanno un'intelligenza assai vivace e sono dotate di sensi acutissimi.
La loro distribuzione geografica interessa prevalentemente l'Asia Meridionale e l'Africa, ma alcune forme sono anche reperibili in Europa.
Le due Americhe ed il Nuovissimo Mondo mancano invece di rappresentanti di questa famiglia, la quale comprende alcune sottofamiglie: Viverre vere o Viverrini, Paradossurini, Emigalini, Galidini, - Erpestini, Criptoprottini.
Le Civette sono Carnivori lunghi talvolta un metro, di cui trenta centimetri o poco più spettano alla coda. Alti alla spalla una trentina di centimetri, robusti, hanno muso assai aguzzo, occhi di una certa grandezza, orecchie piccole un po' appuntite. Il pelame, abbastanza lungo e non fitto, ha un tono di fondo grigio brunastro sul quale spiccano macchie e strisce nere variamente disposte.
Dalla nuca sino all'attaccatura della coda vi è una lunga criniera che può erigersi a volontà dell'animale. Le Civette, diffuse nel Continente Africano a sud del Sahara, sono creature agilissime, rapide nella corsa, ottime arrampicatrici; svolgono la loro attività quasi esclusivamente durante la notte, ma possono essere vivacissime anche di giorno.
Gli ambienti preferiti da questi animali sono i terreni ricchi di cespugli e di alberelli, dove vivono in abbondanza rettili, piccoli mammiferi e uccelli.
Verso tali animali le Civette dirigono le loro aggressioni quasi sempre coronate da successo. Sembra anche che le Civette siano ghiotte di uova e che, per procurarsele, si inerpichino sugli alberi alla ricerca dei nidi. Si nutrono però anche di sostanze vegetali, come frutta e radici.

ORITTEROPO (Orycteropus Afer)

L'Oritteropo, chiamato dalle popolazioni indigene del Sud Africa «Maiale di terra», è uno degli animali più bizzarri che siano stati creati. Insettivoro, esso non apre mai la bocca, ma con la sua lunga lingua vischiosa arraffa le formiche e le termiti a migliaia. Armato di potentissimi artigli, esso è capace di sgretolare il «cemento» più duro di un termitaio. Gli Oritteropi sono suddivisi in una dozzina di sottospecie di cui una, l'Oritteropo afro etiopico, si trova in Eritrea, ed una, l'Oritteropo afro somalo, in gran parte della Somalia; nell'insieme le numerose sottospecie, che si distinguono più che altro per la colorazione, sono distribuite dal sud del Sahara sino al Capo di Buona Speranza, e vivono tanto nelle boscaglie rade e aride quanto dove l'ambiente ha quasi i caratteri del deserto.
Sono solitari, paurosi della loro stessa ombra, ed hanno un'intelligenza piuttosto limitata.
Il loro odorato e il loro udito sono estremamente acuti, e di essi si servono tanto per scoprire le minuscole prede di cui si nutrono, quanto per avvertire la presenza di nemici.
La meta delle escursioni notturne dell'Oritteropo è quasi sempre costituita dai termitai e dai formicai che abbondano nell'Africa tropicale e hanno, alle volte, dimensioni gigantesche. Giunto alla base di un castello turrito innalzato dalle termiti, l'Oritteropo ne esplora prima le pareti col muso, drizza le orecchie, ascolta, riesce a percepire dove è più propizio muovere all'assalto. Poi incomincia a scavare.
Le costruzioni delle termiti sono robustissime, non è facile spaccarle nemmeno usando il piccone, ma l'Oritteropo, vera scavatrice fatta di ossa e di muscoli, riesce sempre ad avere ragione.
Nella spaccatura prodotta dalle formidabili zampe introduce il muso, e insinua la lingua nelle gallerie e nelle grandi camere dove si addensano le termiti. Con la distruzione continua di termiti e di formiche, insetti che in certe zone costituiscono un vero flagello, l'Oritteropo si rende molto utile, perciò dovrebbe essere considerato un ausiliario dell'uomo, e come tale severamente protetto. Invece non sempre è così. Indigeni e bianchi lo cacciano con lo stesso accanimento col quale lo perseguitano molti carnivori della macchia.
La ragione è soprattutto una: la sua carne grassa ha un ottimo sapore, paragonabile a quella dei Suidi selvatici e domestici.
L'Oritteropo è un animale tranquillo e non molesta nessuno; ma se viene assalito e intuisce che non c'è la possibilità di sparire, sostiene l'attacco con grande energia, e le sue unghie potenti, atte a scavare la terra, sono capacissime di strappare larghi brani di carne all'aggressore.
Per impadronirsi di questo strano animale, i cacciatori si valgono di trappole tese nei luoghi ove le termiti sono abbondanti, o si mettono alla posta nelle notti di luna.
Verso l'estate, le femmine, nascoste in una tana più profonda e sicura di quelle normali, mettono al mondo un piccolo, il quale succhia il latte per un periodo di tempo assai lungo.

NANDINIA BINOTATA (Nandinia Binotata)

La Nandinia è un altro piccolo animale poco conosciuto, con grossi occhi aventi la pupilla a fessura. Frequenta la foresta sui cui alberi si arrampica e si sposta con agilità. Si nutre di ogni piccola preda che sorprende: uccelli, rettili, batraci e piccoli roditori; si nutre, però, anche di sostanze vegetali, specialmente di frutta. Non è un animale molto feroce. Ho conosciuto, infatti, una Nandinia addomesticata, catturata ancora giovane in Africa e portata in Francia dai suoi padroni, la quale si comportava con tanta dolcezza e gentilezza, quanto il gatto più affettuoso.
Nelle notti serene, illuminate dalla luna, è prudente e silenziosa; nelle notti buie, invece, fa sentire spesso il suo grido monotono, consentendo così agli uomini di cacciarla e di ucciderla con una certa facilità. Di notte penetra spesso nei pollai dove sgozza tutti i polli che vi trova, poi sazia completamente il suo formidabile appetito. Malgrado questo suo «vizietto» e la poco simpatica abitudine di compiere delle vere scorrerie nelle cucine, la Nandinia è un animale addomesticabile, che facilmente si affeziona al padrone, a cui si rende molto utile liberandogli la casa dai topi e da altri animaletti molesti.
Le Nandinie fanno parte della famiglia dei Viverridi, una delle più ricche non solo dell'ordine dei carnivori, ma di tutta la classe dei mammiferi.
Comprende un gran numero di specie di animali, i cui caratteri comuni sono la taglia modesta, le forme notevolmente allungate, con tronco esile, coda lunga, folta di peli alla base e terminante a punta, ed il capo piccolo con muso appuntito, fornito di lunghi baffi. Le zampe, sempre molto corte, terminano ordinariamente con cinque dita, e solo eccezionalmente con quattro.
La dentatura dei Viverridi è quella tipica dei carnivori, salvo qualche piccola differenza relativa ai molari, che presentano una caratteristica cresta di smalto a forma di V.
Un acuto e persistente odore di muschio emana dalla secrezione di due ghiandole situate alla base della coda di tutte le Viverre: in taluni casi le due ghiandole sboccano in una plica cutanea, che forma una tasca di dimensioni considerevoli e di struttura particolare.
Quanto mai varie sono le abitudini di vita di questi carnivori. Alcune specie prediligono le zone aride, desertiche o steppose o montagnose, mentre altre trovano il loro naturale ambiente nelle regioni fertili, lungo corsi d'acqua o in foreste lussureggianti; vi sono specie che non temono la vicinanza dell'uomo e non esitano a frequentare le sue abitazioni, altre invece che non abbandonano mai le gole più impenetrabili; alcune forme sono prettamente arboricole, e altre tipicamente terragnole però all'occorrenza sanno arrampicarsi sulle piante; tutte sanno destreggiarsi in acqua per quanto questo elemento non sia particolarmente gradito.
Per la bellezza delle spoglie, i negri cacciano volentieri le Nandinie e usano la pelliccia per adornarsene. Sembra che non sia difficile abituarle alla prigionia.
Si citano casi di Nandinie tenute in piena libertà nelle case, docili e affettuose con i padroni e che rendevano ottimi servigi facendo strage di topi e di altri animali molesti.

GENETTA COMUNE (Genetta Genetta)

Le Genette sono caratterizzate dal corpo allungatissimo, dalla presenza di cinque dita tanto negli arti posteriori quanto negli anteriori, dalle unghie retrattili, dalla pianta dei piedi sprovvista di peli.
Esse hanno il muso lungo, elegante, la coda slanciatissima e sottile all'estremità, la borsa anale assai ridotta, per cui esse non producono sostanze odorose come vari altri Viverrini.
Il genere è assai ricco: si conoscono infatti oltre quaranta tra specie e sottospecie, distribuite in parte nell'Europa meridionale e in parte nel Continente Nero. Queste specie possono essere comprese in tre gruppi. Nel primo si pongono le Genette con pelame lungo, con cresta dorsale assai sviluppata e macchie nere grandi; queste specie sono distribuite nell'Europa meridionale, più precisamente nel sud della Spagna e in parte della Francia.
Nel secondo gruppo si comprendono Genette che hanno il pelame breve e morbido, mancano di cresta dorsale ed hanno le macchie nere grandi; queste specie si incontrano dal Capo di Buona Speranza sin verso il Tropico del Cancro.
Nel terzo gruppo sono comprese le specie che possiedono pelliccia morbida ma con macchie piccole, e una brevissima criniera dorsale; queste sono diffuse nelle regioni occidentali del Continente Africano. La Genetta comune è un animaletto dalle forme eleganti e snelle e dalla corporatura quasi simile a quella della Nandinia binotata. Si pensa che questa graziosa bestiolina, di origine africana, sia stata introdotta in Europa (dove la si trova ancora nelle isole Baleari), in Spagna e in Francia dal VI al VII secolo, durante l'invasione araba. Molto rara in Francia, essa è comune ai nostri giorni nel suo paese natale, ma la si vede poco perché è un animale notturno.
Più elegante d'aspetto e più piccola di corporatura della Civetta, la Genetta ha una pelliccia non molto morbida, ma chiazzata in maniera più piacevole di quella della cugina.
Ama l'acqua, cattura e mangia pesci, saccheggia e preda nidi, aggredisce ogni sorta di piccole prede, compresi talvolta i polli. I suoi artigli sono semiretrattili e la pupilla dei suoi occhi è più stretta di giorno che di notte, come i felini, di cui essa presenta certi caratteri. Il suo nome fa allusione all'ambiente da lei preferito: luoghi collinosi e montani, sassosi, aridi, poco ricchi di vegetazione; in realtà essa non vive solo in questi luoghi, ma la si trova pure in boscaglie umide, vicino a corsi d'acqua. In Africa sembra che la sua dimora abituale sia la foresta, ma la si vede anche nella savana e nella boscaglia.
A differenza delle Viverre vere, le quali durante la prigionia si mostrano più o meno ribelli e facilmente irritabili, le Genette si addomesticano con molta facilità e, salvo casi eccezionali, non compiono maldestri né tentano di mordere.
Non è molto piacevole, però, tenerle vicine, perché da tutto il loro corpo emana un intenso odore di muschio che ammorba l'aria. Nel Nordafrica, tuttavia, passando sopra a questo difetto, si tengono spesso in domesticità perché liberano gli ambienti dai topi, dai ratti e da ogni altro animale infestante.
Anche la pelliccia di questi piccoli carnivori, per quanto non molto morbida, è apprezzata.
Le Genette mettono al mondo, una volta all'anno, da due a tre piccoli. Il parto si compie sopra uno spesso strato di foglie secche, nell'interno di un albero cavo, o magari nella tana abbandonata da un altro animale. Capaci di allungarsi e appiattirsi al suolo più dei gatti, capaci di strisciare con una lentezza grandissima, le Genette possono insinuarsi nelle fessure e attraverso pertugi strettissimi, e possono rimanere a lungo perfettamente immobili tanto che si può passare vicinissimi senza accorgersi della loro presenza.

ALCUNI UCCELLI

I grandi corsi d'acqua ed i laghi africani hanno una fauna alata particolarmente varia e numerosa.
Alcuni di questi uccelli sono migratori e vengono a popolare le nostre regioni nella bella stagione: è il caso del Fenicottero rosa. La Gru coronata e il Pellicano restano, invece, sul suolo africano e si può vederli sulle rive dei grandi laghi, dove se ne riuniscono delle colonie talvolta numerose.

GRU CORONATA (Balearica Pavonina)

E' un uccello particolarmente bello e colorato, i cui stormi si abbandonano talvolta alla gioia della danza, una danza perfettamente organizzata e concertata, con esecutori e spettatori che si alternano.
Queste danze hanno influenzato il folklore locale e certe tribù africane, durante le loro feste, imitano perfettamente le danze della Gru coronata.

PELLICANO (Pelecanus Roseus)

E' un uccello più calmo: eccellente volatore esso si libra senza posa sopra le acque, nelle quali piomba improvvisamente come un razzo per afferrare un pesce, che esso ha visto dall'alto e che, catturatolo, conserva nella sua ampia borsa situata sotto la mandibola inferiore del suo grande becco. Dopo la pesca il Pellicano si asciuga al sole, allargando le sue grandi ali bianche una dopo l'altra; poi si addormenta con il becco nascosto fra le piume.
Esistono numerose varietà di Pellicani in tutte le regioni calde del globo e, generalmente, in prossimità del mare.
Quelli che vivono nell'interno dell'Africa hanno esattamente gli stessi costumi e lo stesso aspetto degli altri Pellicani del resto del mondo.
Sono tutti uccelli pacifici che si abituano molto bene a vivere in cattività. Il giardino zoologico di Vincennes, a Parigi, presenta tutte le varietà esistenti di Pellicani.

FENICOTTERO ROSA (Phoenicopterus Ruber)

E' conosciuto in tutto il mondo. Contrariamente a ciò che si potrebbe credere vedendolo, non è un trampoliere, ma un palmipede: i giovani hanno completamente l'aspetto di una piccola anitra o di una piccola oca.
Il loro grosso becco malfatto costituisce un vero filtro. Essi lo riempiono, portandolo a passeggio nell'acqua, davanti alle loro zampe, poi lo svuotano dell'acqua raddrizzando la testa.
I minuscoli crostacei di cui si nutrono, restano nel becco e sono inghiottiti.
Il pigmento verde di questi crostacei ha la proprietà, una volta digerito, di colorare in rosa la carne dei pesci (le trote salmonate, per esempio) e il piumaggio degli uccelli. E' per questo motivo che l'interno delle ali dei Fenicotteri presenta quella tinta magnifica alla quale essi devono il loro nome.

ANATRA DEL NILO (Alopochen Aegyptiacus)

E' un bell'uccello delle regioni africane che può essere lungo sino a settanta centimetri ed avere un'apertura d'ali anche di un metro e quaranta: ha forme eleganti, collo sottile, becco relativamente corto, zampe alte e nude sino al calcagno ed ali ampie con le remiganti secondarie molto sviluppate e munite all'angolo di un forte sprone. Queste anatre, che furono spesso raffigurate dagli antichi Egizi, sono ottime nuotatrici, sanno tuffarsi e spingersi sino ad una certa profondità.

MITTERIA DEL SENEGAL (Ephippioirhynchus Senegalensis)

Cugina delle cicogne, ha un bel piumaggio nero e bianco, possiede un grande becco diritto e appuntito, bizzarramente incavato. Dimora lungo le paludi ed i corsi d'acqua; si nutre infatti di pesci, anfibi, insetti, particolarmente di locuste, delle quali fa grandi stragi.
All'epoca della riproduzione, le mitterie si uniscono coppia a coppia, ed i coniugi, che si dice dimostrino un grande, reciproco affetto, costruiscono il nido sull'alto degli alberi, deponendovi due uova bianche dal guscio ruvido.

COCCODRILLO DEL NILO (Crocodylus Niloticus)

E' uno dei rettili più lunghi e più grossi.
Esso era comune, un tempo, anche lungo il corso del Nilo che attraversa l'Egitto e gli antichi Egizi lo annoveravano tra gli dei. Molto ricercato e cacciato per la sua pregiata pelle, il coccodrillo resta un animale pericoloso per gli animali e persone in tutto il mondo.
Può raggiungere negli esemplari più vecchi e più grandi 5 o 6 metri di lunghezza.
Esso si nutre esclusivamente di carne: di solito mangia animali di media e grossa taglia, ma, all'occorrenza, si accontenta anche di piccoli uccelli, roditori e pesci.
Annega le sue prede trascinandole sott'acqua; poi le sotterra nella melma o le nasconde in una anfrattuosità della riva, per lasciarle marcire prima di divorarle.
Il suo peggiore nemico è il Varano del Nilo, una specie di grande lucertola che ne mangia le uova sotterrate nella sabbia.

LAMANTINO (Trichechus Senegalensis)

Appartenente alla famiglia dei Sirenidi, come la Ritina, il Dugongo e il Monato americano, il Lamantino africano è un animale molto raro e poco conosciuto. Questo mammifero acquatico non esce mai dai fiumi in cui dimora, sulla costa dell'Africa, a sud dell'Equatore; si nutre di piante acquatiche che strappa con il labbro superiore molto sviluppato dai fondi dei corsi d'acqua producendo un rumore simile a quello che fanno le mucche. Poiché per saziare il suo formidabile appetito ha bisogno di una considerevole quantità di erba, il Lamantino, spazzino-falciatore, tiene sgombri i corsi d'acqua dalle piante che li ostruirebbero.
Esso nuota con le due spatole che sostituiscono in lui i due arti anteriori; gli arti posteriori, invece, sono riuniti in una larga pinna caudale, arrotondata e appiattita nello stesso tempo. Se non è minacciato viene a galla ogni dieci minuti circa, per respirare, ma se è in pericolo può rimanere sott'acqua anche mezz'ora.
I Lamantini sono sempre stati cacciati accanitamente e indiscriminatamente sia per il grasso che per la pelle e soprattutto per le loro carni che gli abitanti del luogo consumano fresche oppure seccate al sole o affumicate.
Sireni o Sirenidi è un ordine di Mammiferi, comprendente specie acquatiche che vennero anticamente accostate ai Cetacei, mentre hanno maggiore affinità con gli Ungulati. Il corpo è fusiforme, coperto di pelle nuda e rugosa, terminante con una espansione caudale piatta e orizzontale.
Il capo è arrotondato, con labbra molto grandi e mobili; gli occhi sono piccoli e le orecchie mancano di padiglione.
La dentatura è incompleta per mancanza dei canini e degli incisivi almeno inferiori.
Gli arti inferiori sono foggiati a pinna, con cinque dita coperte dalla pelle e gomito articolato.
Vivono lungo le coste del mare e dei fiumi, nutrendosi di erbe acquatiche.
Le quattro specie attualmente esistenti appartengono ai generi Dugong (Dugongo: una specie diffusa dal mar Rosso al Pacifico) in cui gli incisivi superiori sono presenti e la coda è biloba, e Trichechus (Lamantini: tre specie, due americane e una dell'Africa occidentale) in cui gli incisivi superiori mancano e la coda è arrotondata.
Col nome di Trichechidi si contraddistinguevano grandi Pinnipedi con i canini superiori sviluppatissimi e sporgenti a fior di labbra. Oggi questi pinnipedi sono stati ribattezzati col nome di Odobenidi, e Trichechi sono invece chiamati i componenti di un genere e di una intiera famiglia di Sirenidi.
I Trichechidi hanno caratteri simili a quelli dei Dugonghi, ma la distinzione è facile senza dover ricorrere all'anatomia interna: essi hanno la pinna caudale col margine posteriore diritto.
La famiglia comprende due generi: Trichechus e Hydrodamalis.
Il primo è diffuso con poche specie lungo le coste atlantiche dell'Africa tropicale e dell'America tropicale, nonché nei grandi fiumi sboccanti nell'Oceano. Il secondo genere, invece, comprende una sola specie scomparsa in epoca storica;

IPPOPOTAMO (Hippopotamus Anphibius)

Gli Ippopotami costituiscono una distinta famiglia di Artiodattili non ruminanti che, diffusa un tempo in gran parte dell'Europa centrale e meridionale, nell'Asia meridionale e nell'Africa, oggi è presente solo nel Continente Nero con due generi: l'Ippopotamo comune o Ippopotamo anfibio e l'Ippopotamo pigmeo. Gli Ippopotami, dopo gli elefanti ed i rinoceronti, sono gli animali più massicci e pesanti della terraferma. Esemplari maschi adulti possono raggiungere quattro metri e cinquanta centimetri di lunghezza e pesare anche tre tonnellate.
Tutto il corpo di questi giganti è sgraziato.
Il tronco è enorme, lungo, grosso e un po' convesso tanto che il punto di maggior altezza è situato alla groppa e non al garrese.
I piedi sono piccoli rispetto alle dimensioni del corpo, muniti di quattro dita riunite da membrana e con zoccoletti aventi tutti pressappoco le medesime dimensioni.
Il collo è grossissimo e addirittura mostruosa la testa, che è forse la parte più caratteristica degli ippopotami. Le orecchie, piccole e mobilissime, sono impiantate molto all'indietro; gli occhi, di modesta dimensione, sono assai sporgenti, e le narici hanno la forma di una fessura obliqua e possono chiudersi compiutamente. E' molto probabile che gli antichi esploratori greci dell'Africa abbiano chiamato «Cavallo di fiume» questo grosso animale dopo averlo sentito nitrire, ma senza averlo visto completamente perché è difficile trovare anche la minima rassomiglianza di forma tra un cavallo ed un ippopotamo, tranne nelle orecchie che, tanto l'uno quanto l'altro, hanno molto mobili. Un tempo l'ippopotamo viveva in ogni luogo dell'Africa dove c'era presenza di acqua, di cui non può assolutamente fare a meno: la sua pelle infatti si dissecca se non è frequentemente bagnata e l'animale muore molto presto.
La pelle, assai spessa, gli dona nell'acqua una straordinaria abilità e le sue due o tre tonnellate di carne si muovono con estrema facilità nell'elemento liquido, come se fosse un pesce.
Gli ippopotami che ancora sopravvivono nel Continente Nero, dimorano nelle regioni centrali, dove scorrono i fiumi più ricchi d'acqua e dove si estendono i laghi più vasti.
Ogni famiglia vive separata dalle altre, sotto la guida di un patriarca, in un luogo che essa si riserva e che difende ferocemente contro ogni intruso.
Questi grandi e grossi mangiatori si nutrono di piante acquatiche e di foraggio che essi ricercano di notte a qualche distanza dall'acqua. Di giorno essi dormono con gli occhi e le narici appena sopra la superficie dell'acqua.
Sono gelosi, brutali, terribilmente forti, capaci di capovolgere una piroga con un colpo di reni e di uccidere un uomo con le loro formidabili mascelle, armate di grandi zanne d'avorio, taglienti. Ma non è raro che un Ippopotamo selvaggio si lasci addomesticare e allora prende l'abitudine di avvicinarsi alle sbarre del recinto, tutte le sere alla stessa ora, perché le persone gli offrano dei biscotti, del pane o altre leccornie. Ciò prova che questi grossi bestioni hanno la capacità di capire e di ricordare, malgrado la modesta massa della loro materia cerebrale. Tutti i giardini zoologici importanti ospitano degli Ippopotami, animali che dimostrano di sopportare facilmente la prigionia.

RINOCERONTE (Diceros Bicornis)

Ecco un altro gigante africano, il Rinoceronte nero, il cui muso, che termina con un labbro superiore prensile a forma di becco, è sormontato da due corna, il primo dei quali è più lungo dell'altro. Queste corna, ridotte in polvere, costituiscono, secondo le popolazioni indigene, un farmaco afrodisiaco. E' questa la causa per cui questi animali sono ricercati avidamente dappertutto con un ardore terribile ed è per questo motivo che la famiglia dei Rinoceronti è in procinto di scomparire completamente dalla faccia della terra. Il Rinoceronte nero, come il Rinoceronte bianco suo cugino, è protetto in Africa, ma è diventato raro anche nelle regioni dove vive ancora, nella metà Sud del Continente.
Il grazioso Airone guardabuoi che l'accompagna spesso approfitta del suo passaggio per inghiottire gli insetti e le larve che il grosso bestione fa uscire dal suolo calpestandolo e, sovente, si posa sul corpo di questo per snidarvi alcuni parassiti che vi dimorano. Talvolta è la fuga di questi «commensali» che avverte il Rinoceronte, corto di vista, dell'avvicinarsi di nemici.

BUFALO CAFRO (Syncerus Caffer)

In Africa c'è una sola specie di Bufali, il Bufalo cafro, che si presenta, però, sotto aspetti molto differenti, secondo l'ambiente in cui vive: i più grandi e pesanti dimorano nella savana delle province del Sud; i più piccoli, ma non i meno pericolosi, abitano la foresta. Non tanto tempo fa ne esisteva un branco anche in Tunisia. Dotati di un coraggio e di una forza eccezionali, i Bufali caricano cacciatori e leoni con uguale impeto. La loro mole imponente (un Bufalo può raggiungere il peso di una tonnellata) unita ad una sorprendente agilità e ad una notevole astuzia, li rende estremamente temibili. Con le pesanti e aguzze corna assai sviluppate e lunghe, essi riescono a sventrare qualsiasi avversario. Ci sono stati più esploratori e cacciatori feriti o uccisi da Bufali che da Elefanti, da Rinoceronti e da Leoni insieme.
I Bufali cafri, come la maggior parte dei Boviai, sono animali socievoli che in qualunque periodo dell'anno se ne stanno in piccoli branchi o, in certi casi, in bande composte da un altissimo numero di individui dei due sessi e di ogni età.
Non si allontanano mai dall'acqua, e preferiscono soprattutto le zone paludose, dove rimangono nascosti durante il giorno e dove, nelle ore più calde, stanno sdraiati pigramente nella melma. Nelle ore più fresche del giorno, lasciano le paludi e cominciano a spostarsi lentamente nelle macchie fitte e ombrose.
Le Bufaghe africane o «dal becco giallo» sono dei piccoli uccelli che trascorrono le loro giornate camminando sul dorso, sui fianchi, sull'addome e sul capo dei Bufali in cerca d'insetti e di acari parassiti, che formano il loro principale nutrimento.

ELEFANTE AFRICANO (Loxodonta Africana)

L'ordine dei proboscidati è costituito ai nostri giorni da un numero limitatissimo di specie. Uno dei caratteri salienti che lo contraddistingue, ed anche il più appariscente, è offerto dal muso; esso è allungato, con il labbro superiore ed il naso fusi assieme in un organo cilindro-conico, mobilissimo, forte, dotato di grande prensilità: la proboscide.
La dentatura degli elefanti è composta da un modesto numero di elementi i quali hanno costituzione ben lontana dal normale. Gli incisivi superiori, fatti di sola dentina ed avorio, ed a crescenza continua, sono le ben note zanne le quali, negli individui di sesso maschile, raggiungono una dimensione notevole.
Esse, ovviamente, non hanno alcun compito nella masticazione, ma sono invece destinate a servire come armi di offesa e come strumenti di lavoro che spesso coadiuvano la proboscide. I denti canini mancano compiutamente, ed i molari sono forse ancora più strani delle zanne. Raggiungono dimensioni imponenti, hanno la corona assai depressa e sono formati da molte lamine di avorio rivestite di smalto, disposte verticalmente e saldate l'una all'altra mediante cemento.
E' facile rendersi conto di questa insolita costituzione osservando la superficie superiore del molare di un individuo che abbia raggiunto una certa età, superficie che, di conseguenza, è assai consumata.
In seguito al continuo, formidabile lavoro al quale sono assoggettati con la masticazione, i denti si consumano; ma quando sono già quasi completamente logorati, nell'interno della mascella e rispettivamente della mandibola, sono pronti ad entrare in funzione altri denti della medesima forma e della medesima grandezza.
Il corpo gigantesco dei Proboscidati, i più grandi mammiferi terragnoli della nostra era, è ricoperto da una pelle molto spessa, abbastanza ricca di terminazioni nervose quindi non poco sensibile, scarsamente provvista di peli ed anche di ghiandole. Peli di dimensioni proporzionate a quelle del corpo sono presenti all'estremità della coda che ha media lunghezza e ghiandole caratteristiche sono situate tra l'orecchio e l'occhio. Esse sono particolarmente attive durante il periodo degli amori e secernono una sostanza di colore nerastro e di odore intenso e non gradevole. Altre ghiandole di tipo sebaceo si trovano in connessione con le lunghe ciglia, le quali contribuiscono a dare agli occhi un aspetto caratteristico.
Il merito di essere chiamato «re degli animali» spetta più all'Elefante africano che al Leone, non solamente per la straordinaria statura (più di tre metri al garrese) e per il suo peso (da 5 a 6 tonnellate), ma anche in omaggio alla sua intelligenza e alle sue abitudini di vita.
Il grosso pachiderma africano, all'estremità della tromba prensile, ha due «dita» agilissime, mentre l'Elefante asiatico ne possiede una sola. Un Elefante, con la proboscide, può ammazzare ma può anche raccogliere oggetti piccoli come un fagiolo. La proboscide, inoltre, gli serve per bere, per spruzzarsi l'acqua sulle varie parti del corpo, per gettarsi addosso la polvere con lo scopo di scacciare i parassiti, per sentire tutto ciò che accade intorno a lui, per afferrare delicatamente o brutalmente il cibo da terra, per distaccare un gemma dall'albero, per portare alla bocca i vegetali che costituiscono il suo nutrimento. Gli occorrono, in media, da due a tre quintali di foraggio al giorno.
La proboscide, strumento di forza e di precisione, dona agli Elefanti una sensibilità nel tatto che manca alla maggior parte degli altri animali e contribuisce notevolmente allo sviluppo della loro intelligenza.
Le abitudini di vita non sono meno interessanti. La femmina che sta per diventare mamma, è aiutata ed assistita dalle altre femmine con una commovente sollecitudine. Un Elefante ferito è accompagnato da compagni che lo sostengono, lo sospingono con la proboscide e gli permettono talvolta di sfuggire all'uomo che lo insegue.
I giovani sono costantemente sorvegliati, guidati, aiutati, puniti, se occorre, dagli anziani che fanno ciò con un'abnegazione straordinaria. Bisogna essere stati testimoni di tali scene o averne visto il film per crederci.
I grossi branchi di Elefanti dimorano attualmente nel centro dell'Africa, dopo essere stati presenti in tutto il continente in tempi più o meno recenti. Essi sono tanto intelligenti da comprendere il vantaggio di rifugiarsi nei parchi nazionali e nelle riserve per essere al sicuro sia dalle fucilate dei cacciatori bianchi, sia dalle lance dentate che i piccoli negri Pigmei tentano di conficcare nel loro ventre.
Il commercio più o meno lecito dell'avorio, della carne (molto apprezzata dalle popolazioni indigene) e delle diverse spoglie li fanno accanitamente ricercare e cacciare, con logica conseguenza di una forte diminuzione della specie.

TASSO DEL MIELE (Mellivora Capensis)

Nelle aride boscaglie dell'Africa orientale e meridionale è abbastanza diffuso il Tasso del miele, un mustelide appartenente ad una delle due specie comprese nella sottofamiglia dei Mellivorini. Si distingue facilmente dagli altri mustelidi per la caratteristica colorazione della sua folta ed ispida pelliccia che non ha alcun valore commerciale. La parte superiore del corpo, dalla fronte alla corta coda compresa, è di tinta grigiastra; il resto è ricoperto di pelo molto scuro, quasi nero. Animale di abitudini notturne, il Tasso del miele riposa, di giorno, nella tana che si scava nel terreno con rapidità eccezionale, usando i robustissimi unghioni delle zampe anteriori. Nel suo menù piuttosto vario (insetti, piccoli mammiferi, rettili, uccellini, radici e frutta) il piatto preferito è rappresentato dal miele delle api selvatiche che, in Africa, costruiscono i loro favi in buche del terreno.
Quando viene assalito, esso si difende abilmente con le potenti unghie delle zampe anteriori, a morsi e spruzzando sul nemico un liquido nauseabondo e asfissiante simile a quello della Moffetta. Malgrado certe stragi di polli di cui si rende colpevole ogni tanto, è un animale molto utile perché caccia e uccide senza pietà roditori e serpenti velenosi.

LEONE (Panthera Leo)

I romanzieri che si sono sempre divertiti un mondo con le denominazioni pompose, hanno assegnato al Leone il titolo di «re degli animali». In realtà il Leone non merita tale primato, perché, pur essendo il più grosso carnivoro africano, non è il più forte né il più grande, né il più veloce, né il più audace, né il più nobile, né il più feroce degli animali. Possiede inoltre altre qualità poco regali: il suo corpo è quasi sempre coperto di mosche ed emana un odore poco gradevole; esso si nutre frequentemente di carogne di animali selvatici uccisi e abbandonati dai cacciatori. Il titolo gli è stato attribuito, forse, per la folta criniera che dona al maschio un aspetto veramente regale e per il tremendo e potente ruggito che emette quando è irritato, quando è sazio, quando si scuote dall'ozio e nella stagione degli amori.

DOVE VIVE
Il leone non vive nella foresta o nel deserto come si crede ma nelle tipiche boscaglie africane a sud del Sahara, caratterizzate da erbe alte in mezzo alle quali si elevano qua e là delle acacie ombrellifere. E' pure inesatto, perciò, chiamarlo «re della foresta» e «re del deserto». Di solito l'agile felino dimora stabilmente nel territorio prescelto e lo abbandona soltanto quando vi scarseggiano gli erbivori di media taglia e i Facoceri costituenti la sua selvaggina. A differenza di quanto si credeva fino a pochi anni fa, il Leone, alla vista dell'uomo, è più propenso alla fuga che all'aggressione se non viene molestato; diventa però pericolosissimo anche per l'uomo se questo compie gesti che lo irritano.

LEONESSA (Panthera Leo)

Come tutti sanno, la Leonessa è sprovvista di criniera e tale fatto la rende immediatamente distinguibile dal Leone. Essa, inoltre, ha la testa più piccola ed il suo corpo è più snello e di dimensioni un po' minori di quello del maschio. Quando sta per diventare madre, la leonessa sceglie un luogo appartato, tranquillo e sicuro nel folto della boscaglia, a poca distanza da un corso d'acqua o da uno stagno, e là mette al mondo da uno a sei figli alla volta che allatta per circa sei mesi e alleva con grande amore. Essa è l'unica responsabile della loro custodia e della loro difesa nei primi tre mesi di vita, poiché, per tutto questo tempo, rimane, con i piccoli, volontariamente distaccata dalla sua comunità; quando fa il rientro in famiglia con i cuccioli sopravvissuti, le si affianca il maschio e i due, a turno, sorvegliano i figli fino a quando questi non saranno in grado di procurarsi il nutrimento e di difendersi da soli. Ha pure l'incarico di addestrarli alla caccia e lo assolve con la massima diligenza e sollecitudine.
Va a caccia da sola o in compagnia verso l'imbrunire o all'alba, quando i ruminanti, le zebre, i facoceri e i bufali escono dalla foresta per pascolare o per abbeverarsi. Strisciando fra le alte erbe e tenendosi sempre sottovento per non far notare la sua presenza, essa si avvicina silenziosamente e cautamente alla vittima prescelta; giunta a breve distanza esce allo scoperto e scatta con una rapidità sbalorditiva. Per l'animale assalito la fine è quasi certa, poiché l'assalitrice, per brevi distanze, è uno dei più rapidi animali terrestri. Uccide la preda azzannandola al collo o al ventre con gli aguzzi canini o spezzandole le vertebre dorsali con potenti zampate. Dopo una fruttuosa battuta di caccia, la preda viene, di solito, trascinata da lei o dal maschio nella fitta boscaglia, dove i due felini e i piccoli, se ce ne sono, possono saziare in pace il loro formidabile appetito prima di abbandonare i resti alle iene, agli sciacalli e agli avvoltoi.

LICAONE (Lycaon Pictus)

I guardiacaccia africani fanno bene ad avvertire, quando si incontra un gruppo di Licaoni, di «sparare a vista». Le orde di questi canidi selvaggi, composte spesso da decine di capi, tanto durante il giorno come durante la notte più buia, non temono nemici di sorta e non ristanno dalle aggressioni più ardite. Perseguono nei loro «colpi di mano» una tattica precisa: innanzitutto individuano fra le grandi e medie Antilopi il gruppo da assalire, mentre pascola tranquillo; si avvicinano cautamente; si slanciano all'attacco emettendo forti gridi che ricordano quelli dei lupi. Spesso fingono un falso attacco per spostare il branco di Antilopi in zona a loro favorevole dove interverranno altri individui capaci di sviluppare una velocità superiore ottenendo sempre successo. Questo espediente viene usato per fiaccare le vittime che diventano così facile preda. Per l'indole violenta questi canidi pezzati godono di una trista fama. Il Licaone, parola che significa «simile al lupo», ha dimensioni quasi uguali a quelle del suo parente, che esso ricorda non poco anche nella forma d'assieme. Il mantello ha una colorazione caratteristica, assolutamente inconfondibile con quella di altri canidi perché porta macchie di tre colori: nero, bianco e giallastro. La predominanza di una tinta sulle altre, associata ad alcune particolarità, permette di distinguere le varie sottospecie. Il capo e la coda si fanno subito notare per la foggia e la colorazione interessanti. Il Licaone è il tipico abitatore delle macchie e delle boscaglie non molte fitte. Sta in pianura quanto sulle colline e sulle montagne. Non ha fissa dimora, ma erra di zona in zona, dal confine meridionale del Deserto Sahariano sino al Capo di Buona Speranza, fermandosi per qualche tempo dove c'è maggiore abbondanza di prede.

CAAMA (Alcelaphus Caama)

Di statura assai alta, il Caama misura un metro e trentacinque al garrese. Il capo è stretto e lungo; le corna, presenti nei due sessi, sono molto vicine fra loro, sono solcate da rozzi anelli e s'incurvano secondo una linea simile alla lira. Nei maschi, misurate lungo la curva della parte esterna, sono lunghe più di cinquanta centimetri; le corna delle femmine, invece, hanno uno sviluppo minore. Il mantello ha colore fondamentale bruno-rosso, tranne la fronte, i crini della coda e una striscia sul collo che sono neri. Un tempo numerosi e comuni nell'Africa meridionale, oggi i Caama sono molto ridotti di numero. Sebbene non siano molto agili nelle forme, essi raggiungono nella corsa le più alte velocità di cui sia capace un mammifero. Si trattengono nelle zone a carattere semidesertico in branchi anche numerosi.

IMPALA (Aepyceros Melampus)

Nonostante le notevoli falcidie operate dai cacciatori, caratterizza il paesaggio di estese zone dell'Africa, un antilopino fra i più eleganti ed agili della sottofamiglia: l'Impala. E' alto al garrese non più di novanta centimetri ed è lungo, compresa la coda, circa due metri. Il tronco è straordinariamente snello e le zampe sono estremamente sottili, da sembrare, a chi non le avesse mai viste all'opera, assai fragili. La testa porta, nei soli maschi, delle corna leggere, rozzamente anellate alla base, ricurve a forma di lira, lisce nella parte terminale alquanto aguzza e lunghe anche cinquanta centimetri.
Il mantello, coperto di peli abbastanza ruvidi, è di color rosso fulvo o giallastro nella parte anteriore e superiore del tronco, mentre si schiarisce nella parte inferiore e sulle natiche che sono quasi bianche. La coda lunga è ornata di un ciuffo di peli e percorsa da una striscia mediana di colore scuro.
L'Impala, presente con varie sottospecie in una vasta zona dell'Africa sud-orientale, ama le grandi praterie dove è facile trovare un buon pascolo. E' un animale socievole che si riunisce in branchi talvolta assai numerosi, composti da parecchie femmine e da due o tre maschi adulti mentre i maschi giovani vivono appartati in piccoli gruppi. Nelle ore calde del giorno restano infrascati nella macchia e il mattino o la sera si recano nei pascoli sotto la vigile sorveglianza dei maschi più vecchi.
Quando il branco è sazio, le femmine si rotolano per terra per liberarsi delle zecche fastidiose ed i piccoli giocano mentre i maschi adulti continuano a svolgere con zelo la loro opera di sentinelle. Poiché hanno bisogno di molta acqua, gli Impala si recano più di una volta al giorno all'abbeverata. Davvero spettacolo interessante è assistere alla fuga di un branco, fuga che si svolge secondo precise regole e senza spezzare l'unità del gruppo.

LEOPARDO (Panthera Pardus)

Il Leopardo, dopo il Leone, è il più noto felino del continente africano. La classificazione di questo bellissimo animale, diffuso non solo in quasi tutta l'Africa, ma anche nella maggior parte dell'Asia, è stata ed è ancora oggi motivo di contrasto fra gli studiosi. Per la colorazione del mantello e per le dimensioni del corpo, il principe dei felini è attualmente suddiviso in una trentina di sottospecie, diciassette delle quali vivono nei più disparati ambienti di pianura e di montagna del territorio africano. Le sottospecie più note del Continente Nero sono la Panthera pardus mahelica e la Panthera pardus antinorii, diffuse in Eritrea e la Panthera pardus manopardus, abbastanza diffusa in Somalia, la cui magnifica pelliccia è considerata una delle più pregiate e delle più desiderate dalle signore dell'alta società. Più rapido ed agile della Tigre e del Leone, il Leopardo piomba fulmineamente sulla preda compiendo balzi di oltre dieci metri; si arrampica sugli alberi con la sveltezza e la sicurezza di un gatto o di una scimmia; riesce a camminare sugli alberi tenendosi in perfetto equilibrio e, all'occorrenza, è capace anche di saltare da un albero all'altro. E' tanto astuto, veloce, forte ed intelligente che la vittima prescelta ben difficilmente può sfuggire alla morte. Esso caccia specialmente di notte e le sue prede sono di solito animali di piccola taglia, ma non è raro il caso che aggredisca anche animali piuttosto grossi e grandi come la giraffa e il bufalo. Se l'animale ucciso è di grossa mole, il felino, dopo essersi saziato, lo trascina al sicuro in una folta macchia o lo porta su un albero, sistemandolo su una forcella a parecchi metri d'altezza da terra. Esso non si limita a cacciare e ad uccidere soltanto animali selvatici, ma semina la morte anche fra quelli domestici; in certe zone, infine, aggredisce ed uccide anche l'uomo, di cui poi si ciba.

FACOCERO (Phacochoerus Aethiopicus)

Molti hanno definito il Facocero o Facochero «l'animale più grottesco che esista». Il suo nome deriva dal greco e significa Porco dalle verruche. Le grosse protuberanze del piatto muso sono, infatti, la caratteristica più saliente di questo suide comunissimo nel Continente Nero. Ha una testa enorme e due orecchie piccole dotate di molta mobilità. Assai interessante è la dentatura formata da 34 elementi. I canini superiori, privi di rivestimento di smalto, si dirigono lateralmente e verso l'alto, sporgendo fuori dalla bocca. Poiché crescono in continuazione, raggiungono nei vecchi maschi una dimensione notevole. Anche i canini inferiori sporgono dalle grosse labbra, ma non raggiungono la misura dei primi.
Il Facocero vive nelle boscaglie e nelle steppe delle regioni africane a sud del Sahara. Riunito in famiglie composte, spesso, di un grosso maschio, di una femmina e di un certo numero di giovani, erra di giorno e di notte rimanendo accuratamente lontano dai luoghi controllati dall'uomo. I Facoceri nelle loro escursioni procedono in fila indiana e tutti hanno l'abitudine di tenere la coda eretta. Se vengono impauriti corrono veloci alla ricerca di riparo nel fitto della boscaglia o nel profondo di una tana. Si vuole che entrino a ritroso in questi nascondigli, pronti a mettere in uso le poderose zanne.

AVVOLTOIO ORECCHIUTO (Torgos Tracheliotus)

Se fra gli avvoltoi fosse indetto un concorso di... bruttezza, il titolo spetterebbe quasi sicuramente all'Avvoltoio orecchiuto, uno dei giganti della famiglia. Il brutto volatile, che dimora in tutta l'Africa e specialmente nella parte orientale, allo stato adulto può raggiungere la lunghezza di un metro e mezzo ed avere un'apertura alare di circa tre metri. Le maggiori dimensioni sono raggiunte però soltanto dalle femmine che hanno il corpo più grande e più grosso di quello dei maschi. Sono chiamati Orecchiuti per la presenza di parecchie e facilmente distinguibili pieghe della pelle nella regione degli orecchi. La testa e quasi tutto il collo sono colorati vivacemente; il becco, fortemente uncinato, è di colore scuro. Una specie di collare di piume brunastre copre la parte bassa del collo. E' un avidissimo ed insaziabile divoratore di carogne, probabilmente più vorace degli altri rapaci che hanno le sue stesse abitudini di vita. Nella stagione autunnale o all'inizio dell'inverno esso costruisce il suo nido tra le rocce o su un albero; la femmina vi depone un solo uovo col guscio biancastro chiazzato di macchie brune; il piccolo che nasce ha il corpicino ricoperto di un soffice piumaggio bianco.

SCIACALLO DALLA GUALDRAPPA (Canis Mesomelas)

Ha una statura uguale a quella dello Sciacallo grigio; le sue orecchie sono lunghe e aguzze ed il suo mantello offre caratteristiche assai particolari: è di color rossastro su tutte le parti del corpo eccettuato il dorso dove il pelame, più lungo, ha colorazione grigio-argentea. Questa specie di gualdrappa naturale porta una fitta macchiatura nera. E' ampiamente diffuso dalla Nubia al Capo di Buona Speranza. Di abitudini notturne ha coraggio, ardire ed astuzia incredibili.

IENA MACULATA (Crocuta Crocuta)

Diffusa in tutta l'Africa a sud del Sahara, la Iena macchiata è più grande e più robusta di tutte le altre Iene e, conseguentemente, è la più temibile. Essa vive spesso in piccoli branchi e, spinta probabilmente dalla fame, penetra di notte nei villaggi dove fa strage di animali domestici e aggredisce le persone, specialmente i ragazzi che, verso l'imbrunire, si allontanano dal centro abitato.

MARABU' (Leptoptilos Crumeniferus)

Non esiste un uccello così ricco di contrasto e di contraddizione: tanto è comico nei suoi movimenti sul terreno quanto è superbo nel volo; tanto è sgraziato il corpo quanto è splendido il piumaggio; tanto è vorace divoratore di immondezze quanto è utile alla comunità.
Possiede un collo grosso e nudo dal quale pende una specie di sacco a forma di gozzo. Il capo massiccio e robusto porta un becco lungo, diritto, appuntito. I suoi piccoli occhi hanno un'espressione scaltra. Questo uccellaccio può essere lungo sino ad un metro e cinquanta centimetri. Ha zampe forti, ali poderose, coda di media lunghezza. Le signore, probabilmente, non sanno che le piume dei loro cappellini sono un dono del Marabù, dalla coda del quale sono state tolte le candide e leggerissime copritrici inferiori. La colorazione, comunque, del repellente volatile è poco appariscente: tutte le parti superiori del corpo, le ali e la coda sono grigio-lavagna; le parti inferiori sono invece bianche. La sua indole è tranquilla.
La rigida e compassata andatura gli è valsa l'epiteto di «aiutante». Quando è inseguito non perde mai la calma, ma si mette al riparo con calcolata velocità. Si nutre di topi, molluschi, ragni, insetti, rettili; essendo ghiotto anche di carogne, è il più fedele commensale dell'avvoltoio. Si trova in tutta l'Africa tropicale, vicino ai luoghi d'acqua. E' un assiduo frequentatore della periferia dei villaggi. Sugli alberi e spesso anche sul terreno, con la testa incassata nelle spalle, esso fa buona guardia e, se vede una persona gettare qualche rifiuto, va lento a controllare di che cosa si tratta, ghermendo, poi, con il grande becco anche il rifiuto più putrido.

GNU STRIATO (Connochaetes Taurinus)

Sembrerebbe impossibile, eppure anche gli animali spesso sanno fingere. Alcuni, consci del loro aspetto bizzarro e dell'espressione feroce, pare vogliano impaurire il nemico, ma in realtà sono pronti a fuggire quando incombe il pericolo. Sono dei classici «fanfaroni», come lo Gnu striato, il quale però, non si comporta sempre così, ma in alcune circostanze dà prova di un certo coraggio. Ciò è confermato, per esempio, dal Maugham, il quale ebbe l'occasione di sparare contro un grande maschio che, ferito non gravemente, riuscì a fuggire lontano. Il Maugham ed un altro cacciatore indigeno lo inseguirono e lo raggiunsero in un palmeto. Il giovane indigeno, vedutolo, si slanciò contro scagliandogli una lancia. Lo Gnu, toccato di striscio, gli si avventò contro muggendo. Il giovane, fuggendo, inciampò e cadde e la bestia lo colpì duramente prima che potesse intervenire l'altro cacciatore. E' così resistente alle ferite che, pur con i fianchi squarciati dai proiettili espansivi, continua a correre per poi crollare all'improvviso.
Lo Gnu striato vive nell'Africa meridionale, dove è poco frequente, e nell'Africa orientale, dove, specialmente nelle zone in cui è vietata la caccia, è molto comune. E' socievole e sta in branchi formati da molti individui. Preferisce le zone pianeggianti aperte e le radure nel mezzo delle boscaglie e ama la compagnia di altri animali, anche di specie diversa.
Può misurare al garrese un metro e sessanta centimetri ed è lungo, compresa la coda, tre metri circa. Il muso, se guardato in profilo, assomiglia a quello di un montone. Le corna, non molto lunghe, sono decisamente curvate verso l'interno, cosicché le punte acute si guardano l'una con l'altra. Porta una lunga criniera sul collo ed un ciuffo abbondante di crini orna la parte superiore del muso. La colorazione predominante del mantello è grigio-cinerina con dei riflessi azzurri i quali gli hanno meritato il nome volgare di Gnu azzurro. Sui fianchi di questa estrosa ed irrequieta Antilope spiccano numerose strisce nere trasversali alle quali la specie deve il suo nome. In cattività si comporta tranquillamente e vive per un tempo assai lungo. In passato era mostrato nei circhi con il fantasioso nome di «cavallo con le corna».

GAZZELLA DI GRANT (Gazella Granti)

In gran parte delle boscaglie dell'Africa orientale vive la più grande delle Gazzelle il cui nome ricorda il noto esploratore Grant. Può raggiungere al garrese l'altezza di novanta centimetri e può pesare sino a settantacinque chilogrammi. Il mantello nelle parti superiori è di color fulvo, mentre il ventre e le natiche sono bianchi. Bianchi sono pure la gola, il mento e due strisce che, partendo dalla base delle corna, toccano le narici. Sui fianchi spiccano due grandi fasce brune e bruna è una macchia di forma triangolare situata sopra le narici. Le corna inanellate con cerchi in rilievo hanno un notevole sviluppo e presentano la forma di una lira non eccessivamente allargata. Capita di frequente d'incontrare branchi non numerosi di queste Gazzelle nelle larghe radure erbose, accompagnate ad Antilopi di altra specie. Molti autori ne hanno descritto la corsa caratteristica e velocissima ed hanno sostenuto che può superare i settanta chilometri orari.

ANTILOPE GIRAFFA (Lithocranius Walleri)

E' stata denominata volgarmente dai bianchi Antilope giraffa per la lunghezza del collo. Il nome latino invece allude al capo dal profilo appiattito come una pietra levigata. La testa, comunque, è di forma elegante ed è animata da occhi grandissimi, un po' sporgenti e fortemente espressivi, Le corna, presenti nei soli maschi, fortemente anellate, sono lunghe una trentina di centimetri. Il mantello è di colore marrone, un po' scuro nelle parti superiori e più chiaro nelle inferiori. Il ventre e la regione delle natiche sono bianchi. La coda è breve e termina con un fiocco di peli bruno-scuri.
La femmina ha il mantello più scuro di quello del maschio il quale porta una macchia bianca alla base delle corna.
Si tratta di un'Antilope di medie dimensioni: misura un metro di altezza al garrese ed è lunga circa un metro e settanta centimetri.

DOVE VIVE
E' l'antilope più comune di tutta la parte centro-settentrionale della Somalia dove è chiamata Gherenuk. Si trova nelle boscaglie spinose ed abbastanza fitte del Benadir e dell'Oltregiuba, ma è pure presente dove la vegetazione è molto rada, ridotta a cespugli sparsi sul terreno.

COME VIVE
Vive in piccoli branchi e la sua innata timidezza la tiene lontana dalle piste automobilistiche e dai sentieri. Solo con il favore del crepuscolo o alle prime luci del giorno nascente, essa abbandona le foreste nascoste per portarsi dove la vegetazione erbacea è abbondante e verso i luoghi d'acqua, sebbene sia limitata la sua necessità di bere. L'Antilope giraffa e molto prudente. All'approssimarsi del pericolo non si abbandona alla fuga precipitosa, ma resta per breve tempo immobile nella speranza di passare inosservata. Nella fuga adotta una tattica precisa ed intelligente: si insinua nei cespugli cercando di eludere la vista del nemico; di tanto in tanto interrompe la corsa per controllare la situazione e prendere le decisioni per fronteggiarla. Le sue carni sono giudicate molto buone mentre la pelliccia ha un valore scarsissimo.

GAZZELLA DI THOMSON (Gazella Thomsoni)

E' facile incontrare la Gazzella di Thomson, in gruppo, con Antilopi di genere diverso. Non c'è meraviglia per questa apertura sociale giacché appartengono tutte alla stessa sottofamiglia degli Antilopini.
La Gazzella di Thomson ha il capo piccolo con muso breve in cui spiccano gli occhi grandi e vivaci. Le orecchie sono lunghe ed appuntite e le corna ricurve sono rozzamente anellate. Il colore del mantello è giallo-rossiccio nella parte superiore e bianco nella inferiore. Una striscia scura fa da confine sui fianchi. La corta coda porta un ciuffo di peli scuri mentre gli unghielli degli zoccoli sono addirittura minuscoli. Come la grandissima maggioranza delle Gazzelle, essa è adatta alla vita in regioni molto aride, con scarsa vegetazione. E' molto contentabile in fatto di cibo. E' dotata di sensi acuti fra i quali predominano la vista, l'odorato e l'udito. E' velocissima nella corsa. Essendo di abitudini notturne va al pascolo e si reca all'abbeverata solo di notte. Ciò non toglie che i cacciatori e le fiere le tendano l'agguato. Il modo di vita e le abitudini sono simili a quelli di altre specie.
Ricordiamo una particolarità storica: anticamente i nobili persiani, turchi e mori cacciavano attivamente le Gazzelle non solo con il Falcone, ma anche col Ghepardo.

GHEPARDO (Acinonyx Jubatus)

Neppure le Gazzelle, se non si tratta di un lungo percorso, sono capaci di competere in velocità con il Ghepardo. L'Howell ha pubblicato nel 1946 una graduatoria sulla velocità massima che può essere raggiunta dai mammiferi assegnando il primo posto al Ghepardo. La forma snellissima del tronco e le lunghe gambe nervose fanno subito intendere come sia un corridore di prima forza. Consapevole della sua abilità, esso vive nella pianura aperta cosparsa di pochi cespugli dove può meglio catturare le prede. E' il più temuto fra i carnivori perché aggiunge alla forza e alla sua agilità una buona dose di astuzia. Quando avvista la preda, si acquatta e strisciando contro il suolo, nascosto dai cespugli, si avvicina lentamente, sceglie la bestia che gli sembra migliore, poi balza improvvisamente all'aperto, incalza velocissimo la vittima, la raggiunge e l'azzanna. Esistono diverse sottospecie distribuite in varie zone dell'Africa e nell'Asia dove vengono chiamate con nomi particolari. Le differenze sono relativamente notevoli, ma l'occhio di un esperto non riuscirebbe a rilevarle. Esistono, infatti, grandi somiglianze sulla taglia e sul mantello. Il tronco è magro, il collo è breve, la testa è piccola, gli occhi sono grandi, le orecchie brevi ed arrotondate, il pelame è breve e raso ed ha un colore di fondo giallo ocraceo chiarissimo, cosparso di macchie nere.

CUDU' MINORE (Tragelaphus Imberbis)

I rappresentanti di questa specie possono dirsi fratelli minori dei Gran Cudù. Hanno la stessa forma corporea del maggiore, ma una taglia più piccola, sono alti, al garrese, un metro e quindici centimetri e pesano meno di un quintale. Le loro corna sono più corte e più strettamente spiralate.
Nei maschi la colorazione di fondo è grigio-ardesia e nelle femmine giallo-rossastra. Sui fianchi invece di quattro o cinque strisce se ne contano da dieci a quindici. I Cudù Minori sono privi di criniera ed assolutamente senza ciuffi di pelo nella regione della gola. Di qui, il nome di imberbe dato alla specie.
A differenza dei loro fratelli maggiori vivono nelle pianure boscose e sono distribuiti nell'Africa orientale dal Kilimangiaro alla Abissinia e alla Somalia.
Sono timidi e sensibili per cui vivono in gruppi poco numerosi e lontani dai luoghi abitati dall'uomo. Non è facile sorprenderli nella macchia. Agili, eleganti, graziosi, i Cudù sono passibili di un perfetto addomesticamento.
Oggi sono severamente protetti dalle leggi che ne limitano la caccia, ma un tempo venivano uccisi per la carne, la pelle, le corna.
I Cudù appartengono agli Antilopini, una delle sottofamiglie dei Bovidi più ricca di generi e di specie.
In questa sottofamiglia sono riuniti oltre una dozzina di generi, i cui componenti hanno statura media ed anche molto piccola, lacrimatoi sempre presenti, corna di vario sviluppo, che possono essere presenti solo nei maschi o anche nelle femmine, coda a volte rudimentale, altre volte molto lunga e modo di vita molto vario.
La maggior parte degli Antilopini vive nel Continente Nero, di solito nelle zone aride o addirittura semidesertiche.

KONZI (Alcelaphus Lichtensteini)

E' una delle Antilopi più comuni che vivono nella zona dello Zambesi. Alta un metro e venticinque centimetri al garrese, il Konzi si associa in branchi composti da dieci a trenta individui. Abita le zone boscose ed in modo particolare quelle prossime alle montagne. Ama la fresca ombra delle piante e non si allontana molto dai corsi d'acqua. E' una creatura vivace, veloce nella corsa e prudente.

ANTILOPE SASSABY (Damaliscus Lunatus)

Vive nelle zone aperte lontano dalle foreste e dalle fittissime boscaglie dove può sviluppare, nella corsa, velocità notevoli a cui spesso deve la sua salvezza. Sta in branchi assai numerosi che abitano le regioni del Sudafrica fino al Nord del fiume Zambesi. Porta delle corna anellate come negli altri Damalischi, che raggiungono la lunghezza massima di quaranta centimetri.

TORA' (Alcelaphus Torà)

Somiglia molto al Caama; ma si distingue facilmente dalle corna fortemente divaricate descriventi una curva abbastanza dolce. La loro lunghezza, nei maschi, può anche raggiungere i sessanta centimetri. I maschi si differenziano, inoltre, dalle femmine, per la statura maggiore: al garrese misurano un metro e trenta centimetri. Il Torà è distribuito dall'Etiopia al Cordofan.

DAMALISCO KORRIGUM (Damaliscus Korrigum)

Questo genere di Antilopi si distingue per le dimensioni rilevanti, la linea declinante del dorso, le corna anellate per tre quarti della lunghezza e la colorazione quasi uniforme del mantello. Come tutte le Antilopi, il Korrigum teme l'insidia dei grandi carnivori. Vive in branchi che trascorrono la notte infrascati nella densa boscaglia.

ZEBRA REALE (Equus Grevyi)

«Fare la Zebra» è un modo di dire che significa non avere preoccupazioni, vivere secondo il proprio estro, insomma non lavorare. La Zebra, infatti, non lavora, a differenza dell'asino e del cavallo. Sola tra gli Equini è rimasta libera. Un proverbio africano conferma: «Se hai lavorato da giovane potrai fare la Zebra in vecchiaia». Poiché le grandi pianure dell'Africa le offrono erbe per nutrirsi e spazio per divertirsi non c'è motivo perché debba impegnarsi a fare qualcosa. Ogni altro animale nelle sue condizioni si comporterebbe allo stesso modo, anche l'asino ed il cavallo che con essa hanno molti punti in comune. La somiglianza stretta fra questi due animali notissimi e la Zebra, ha suggerito agli studiosi la suddivisione del genere in due gruppi principali: la Zebra asino e la Zebra cavallo a seconda dei rispettivi punti d'identità. Al primo gruppo appartiene la Zebra reale o di Grévy (Presidente della Repubblica Francese alla fine del secolo scorso) diffusa nella parte meridionale della Somalia ed in particolare nell'Oltregiuba, dove è nota col nome di Ferù. La più bella fra le Zebre è alta un metro e cinquantacinque centimetri al garrese. E' sempre riunita in branchetti a non grande distanza dall'acqua di cui non può fare a meno. Si ciba di foglie e germogli piuttosto che di erba.

ORICE BEISA (Oryx Beisa)

Gli antichi Egizi conoscevano bene gli Orici i quali, come si deduce dalle raffigurazioni rimasteci, erano oggetto di caccia. Intorno ad essi si narravano storie molto strane, che si moltiplicarono durante il Medioevo. Tra le varie specie la più nota è l'Orice Beisa che abita le regioni del Sudan, della Somalia, dell'Abissinia e del Tanganica, dalle rive del mare sino ai monti dell'interno ed è chiamata con vari e diversi nomi locali. Il colore del mantello è assai caratteristico: avana sul dorso e grigio biancastro sul capo e sulle zampe ove spiccano delle fasce nere. Sia al passo come al trotto la sua andatura è alquanto rapida. Sta in branchi di numerosi individui, per lo più femmine, mentre i maschi amano la vita indipendente e solitaria.

STAMBECCO NUBIANO (Capra Nubiana)

Vive sulle montagne nell'Africa Orientale. In pieno giorno si mantiene molto in alto, lontano dai sentieri e spesso sulle cime. Verso il tramonto scende dal suo rifugio e va a pascolare sui dirupi erbosi. La sua capacità di correre e saltare sulle rocce è forse superiore a quella dei Camosci.
Per risalire un vertiginoso costone, si attacca alle asperità con le unghie delle zampe anteriori, così come farebbe un provetto rocciatore con la punta delle dita. Sa innalzarsi sicuro e rapido quasi conoscesse la parete centimetro per centimetro.
E' incurante del freddo e non tollera molto il caldo. I giovani hanno un'indole mite per cui sono facilmente addomesticabili.
In prigionia si comportano come capre domestiche.
La caccia allo Stambecco presenta le stesse difficoltà di quella al Camoscio; anche per questa insomma occorrono doti non comuni di pazienza, tenacia, robustezza fisica. I nemici naturali degli Stambecchi sono le Aquile e gli Avvoltoi, ma questi si limitano ad insidiare i giovani, poiché non hanno l'ardire di competere con gli adulti che sono assai più forti e decisi.

NYALA DI MONTE (Tragelaphus Buxtoni)

Il Nyala di monte, è una delle Antilopi più belle e meno conosciute dell'Africa.
Assomiglia agli altri Tragelafi soprattutto al rarissimo Bongo, ma è più robusta.
Misura alla spalla un metro e trenta centimetri ed il suo peso si aggira sui 250 chilogrammi.
Le belle corna, proprie dei soli maschi, possono raggiungere la lunghezza di un metro e dieci centimetri ed hanno una doppia spirale. Scoperto piuttosto recentemente, nel 1908, da Buxton, lo si vede raramente tra le montagne a sud dell'Abissinia, da cui non discende mai al di sotto dei tremila metri. Assai poco visibile tra la folta vegetazione di queste regioni, discreto e prudente, il Nyala di monte è molto ricercato per il suo trofeo rarissimo, ma riesce ancora a sfuggire alle leggi feroci di sterminio a cui sono soggette le specie più belle e più rare.
Tuttavia gli appartenenti a questa rara specie non potranno resistere a lungo a questa costante pressione e bisognerà al più presto raggiungere un accordo internazionale che classifichi il Nyala di monte tra gli animali integralmente protetti.

ANTILOPE DI CLARKE (Ammodorcas Clarkei)

Nella seconda metà del secolo scorso, un viaggiatore, il Clarke, scoperse nella Somalia centrale una strana Antilope alla quale gli indigeni davano il nome di Dibatag.
L'agile ed elegante Antilope di Clarke, che poi doveva essere rinvenuta anche nel Benadir, è alta al garrese circa ottanta centimetri e pesa una trentina di chilogrammi. Alcune caratteristiche particolari ci permettono di riconoscerla facilmente: collo assai lungo ricordante quello dell'Antilope giraffa; coda assai slanciata, provvista di un ciuffo di peli; due strisce bianche sul muso, dalle narici alla base delle corna; le corna piccole anellate nella metà inferiore e ricurve in avanti descrivendo un arco di cerchio. Vive in piccoli branchi nelle zone di rada boscaglia. Non è diffusa ovunque, ma si trattiene permanentemente in distretti di piccola estensione.

GAZZELLA DI SOEMMERING (Gazella Soemmeringi)

E' una delle più eleganti Gazzelle dell'Africa orientale. E' assai alta, oltre ottanta centimetri al garrese. Il mantello è di color fulvo chiaro nella parte superiore, bianco nella inferiore. Pure bianche sono le parti interne degli arti, la parte superiore alta delle cosce, la gola e due semicerchi al di sopra degli orecchi. Due strisce nere partendo dalle sommità del capo si fondono, sulla fronte, in un'unica grande linea che continua sin all'estremità del muso.
Le corna rugose, anellate, fortemente curvate all'indietro, prima, e all'indietro ed infuori poi, misurano lungo la curva estrema, anche quaranta centimetri di lunghezza.
Ha le stesse abitudini e modi di vita della Gazzella Isabella con la quale divide spesso l'ambiente.
Conta diverse sottospecie residenti in regioni diverse e con nomi particolari assegnati ad esse dagli abitanti del luogo.

LICHI DEL NILO (Onotragus Leeche)

Fra le Antilopi d'acqua è quella che più di ogni altra è legata all'ambiente idrico. Va subito detto che esistono due varietà di Liki: il Cobo Liki o Liki rosso ed il Liki del Nilo o Liki di Gray. Essi hanno gli stessi costumi e vivono in piccoli gruppi nelle regioni più paludose. Il Liki del Nilo è caratterizzato dal pelo scuro, simile al colore del cioccolato. Porta una grande chiazza bianca sul garrese, la quale raggiunge la nuca. Ha, inoltre, delle macchie bianche attorno agli occhi. Le orecchie sono pure bianche come la coda che si fa notare perché porta un raggio nero nel mezzo e per tutta la sua lunghezza. I suoi zoccoli, largamente spaccati, sono adatti alla marcia nella fanghiglia. Abita unicamente le regioni prossime al Nilo Bianco. Porta le corna anellate, dalla leggiadra foggia a «S», molto larga, con le punte avvicinate a forma di lira. Sono dei trofei tanto più ricercati dai cacciatori quanto maggiore è la difficoltà di avvicinare questo animale.
I Liki sono Antilopi di taglia media, misurano circa un metro di altezza al garrese ed il loro peso non supera i cento chilogrammi. Sono animali assai rari e, perciò, poco conosciuti. Gli studiosi, infatti, non sono d'accordo sul nome da assegnare loro, né sulle caratteristiche che li contraddistinguono. Probabilmente non esistono più e, comunque, i giardini zoologici non hanno la più pallida idea di queste Antilopi nere macchiate di bianco.
Gli Africani hanno smesso di ricercarle tanto è inospitale l'ambiente paludoso in cui vivono. Non dimentichiamo che un discreto numero di esemplari della fauna africana non sono stati ancora fotografati. Sul modo di vita di queste graziose Antilopi, ecco che cosa scrisse il Livingstone: «Il Liki non si allontana mai dall'acqua; gli isolotti e le sponde dei fiumi sono gli ambienti che esso abita di preferenza. Dotato di vivissima curiosità, presenta un aspetto veramente nobile quando, con la testa alta e fiera, guarda un estraneo che si avvicina. Quando poi decide di andarsene, piega la testa all'indietro in modo che le corna si trovino parallele al garrese; poi trotterella ed ondeggia ed infine prende il galoppo e compie salti agili per superare gli ostacoli. Esso si dirige sempre verso i fiumi e li attraversa con una serie di salti successivi, dando l'impressione che ad ogni salto debba toccare il fondo con gli zoccoletti. La carne di questi animali ci sembrò buona in un primo tempo, ma poi finimmo per stancarcene».

PUKU (Adenota Vardoni)

Il Puku fa parte degli Reduncini, una sottofamiglia che comprende numerose -antilopi di medie e grandi dimensioni, fornite di corna generalmente vistose per forma e sviluppo, e che, nella struttura somatica, ricordano vagamente gli equidi.
Abitano le savane, le praterie attraversate da corsi d'acqua o anche le pianure semidesertiche, evitando di norma boschi e foreste. Assai veloci nella corsa, sono animali socievoli e costituiscono branchi anche abbastanza numerosi, guidati da uno o più maschi forti e vigorosi.
Alle sottofamiglie Ippotrangini e Reduncini appartengono i seguenti generi: Kobus, Adenota, Onotragus, Redunca, Pelea, Hippotragus, Oryx, Addax, Damaliscus, Alcelaphus, Beatragus, Connochaetes.
Alcune tribù negre, intorno all'anno 1876, sconfinate nel Nyassaland, operarono una notevole falcidia di questa graziosa antilope. Un tempo questi agilissimi animali erano molto comuni ed abbondanti, oggi sono alquanto rari a causa dell'attiva caccia di cui furono oggetto. Una spiegazione sulla diminuzione del numero è da ricercarsi anche nelle, spesso, avverse ed ostili condizioni naturali in cui vissero. I Puku, diffusi in Africa in tutto il bacino dell'Alto Zambesi e presso i laghi Moero e Nyassa, sono molto amanti dell'acqua. Nonostante non si allontanino mai più di alcune centinaia di metri dai corsi d'acqua, ove si rifugiano quando sono inseguiti, si recano a pascolare su terreni asciutti, nei quali è possibile incontrarli in branchi di 30 o 40 individui, accovacciati a ruminare.
Questi eleganti animali sono alti al garrese non più di 1 metro: sono perciò di medie dimensioni. Il pelame è di color giallo-arancione, abbastanza vivace nelle parti superiori e un po' più pallido, schiarito intorno agli occhi, sotto il collo e nella regione ventrale. Le orecchie sono nere sulla punta e rivestite internamente di lunghi peli bianchi. Le zampe, sulla parte anteriore, proprio sopra gli zoccoli, portano una macchia nera. Le corna, presenti solo nei maschi, sono caratterizzate dalla leggiadra foggia simile ad una «S» molto larga, con l'estremità rivolta in avanti, sono lunghe circa 40 centimetri e presentano degli anelli per due terzi della lunghezza. Il genere a cui appartengono i Puku è molto vicino, per proprietà somatiche, al genere «Kobus». I Puku hanno, tuttavia, il mantello più morbido e la coda più riccamente fornita di pelo. Le loro carni, inoltre, non sono così disgustose come quelle dei Cobi Veri.

ASINO NUBIANO (Equus Asinus Africanus)

L'uomo è, spesso, poco generoso con questo animale mite e paziente, perché lo sfrutta misconoscendo le sue qualità buone. Fa un torto alla giustizia quando lo presenta come il modello della «testardaggine». Infatti sa essere anche intelligente: come almeno sa esserlo un animale. Si racconta che un asino fu imbarcato a Gibilterra su una nave diretta a Malta. Durante una burrasca l'imbarcazione toccò una secca. L'asino, per i suoi possenti ragli, fu portato sul ponte: un'ondata lo trascinò in mare. Il mattino di tre giorni dopo, il padrone che abitava a Gibilterra trovò l'asino che aspettava davanti alla porta di casa: l'animale, raggiunta a nuoto la riva, era riuscito a trovare la strada di casa. E' evidente che il solo pregio dell'asino, ivi compreso quello domestico, non è di mangiar poco, lavorare molto e pigliarsi le bastonate con rassegnazione. Sebbene non sia un animale di lusso come il cavallo, è doveroso interessarci di esso. Si ritiene che gli asini che abitano nelle nostre case derivino dall'asino selvatico africano. Di esso esistono due sottospecie: l'asino Nubiano e l'asino Teniopo.
Ad entrambe le sottospecie appartengono individui veloci nelle corse, resistenti alla fatica, adatti alle alte temperature e dotati di sensi molto fini. Legati all'acqua, spesso si portano alle abbeverate. Questa circostanza fu fatale per la specie: gli uomini ed i grandi carnivori li attendevano per catturarli. Il Teniopo vive tuttora, assai raro e severamente protetto da apposite leggi di caccia, nella Dancalia, nella Somalia e nell'Ogaden. Di taglia media, si distingue per il colore avana del suo mantello. Queste creature selvagge, veloci nella corsa, resistentissime alla fatica e alle alte temperature, di indole mite, attrassero l'attenzione degli uomini sin da epoca molto lontana, e alcuni esemplari, strappati alla vita libera degli immensi deserti, vennero ridotti in prigionia, addomesticati, abituati al lavoro. Ed essi furono, secondo l'opinione più diffusa, i capostipiti di tutte le razze domestiche di varia natura, di vario colore, di varia qualità di pelo, che si trovano diffuse oggi in quasi ogni parte del mondo dove la temperatura, anche nel periodo invernale, non è mai molto bassa.

UNA LEGGENDA... QUASI VERA

Se è difficile sorprendere il Dik-Dik nell'intimità, raro, addirittura impossibile, è riuscire a scoprirne uno mentre dorme. Tra i cacciatori indigeni si narra una leggenda che spiega la ragione per cui una continua paura lo tenga, durante il riposo, bene infrascato nel folto dei cespugli e, sebbene addormentato, sempre pronto a percepire l'avvicinarsi del pericolo.
Una volta, durante la stagione secca, tutti gli animali della boscaglia, tormentati dalla sete, giunsero ai bordi di una pozza che, essendo stata protetta dalla vegetazione in quel punto molto fitta, non era stata asciugata dal sole. C'era anche il leone Sibàh il quale, data un'occhiata torva all'intorno, ruggì in modo da far tremare i poveri assetati e principiò a parlare: «Dividiamo». Nessuno voleva prendersi il delicato e pericoloso incarico. Finalmente dal gruppo uscì la iena Uaràbba.
«La metà dell'acqua spetta di diritto al leone - disse - perché è il più grande fra noi. Di ciò che rimane, la metà spetta ancora al leone perché è il più forte. Quello che avanza, diviso in parti uguali, spetta a noi». «Che prepotenza è questa?» ruggì il re della foresta e replicò: «Avanti un altro e divida giustamente». Nessuno ebbe il coraggio di prendere il posto della iena ed il leone, squadrato il gruppo dei tremanti assetati, scorse il Dik-Dik che faceva capolino dietro alla groppa di un orice accosciato a terra ed ordinò: «Egli venga avanti». Mentre il leone si leccava le labbra con la lingua rasposa, la povera antilope, comprendendo anche troppo bene la minaccia, disse con un filo di voce: «La metà dell'acqua spetta al leone perché è il nostro re. Di ciò che rimane la metà spetta al leone perché è il più bello. Di ciò che rimane la metà spetta al leone perché...».
Il discorso fu interrotto da un coro di bramiti, muggiti, miagolii, ululati, soffi. Tutti gli animali protestarono ad eccezione del leone che, soddisfatto della spartizione fatta dal Dik-Dik, bevve l'acqua lasciando solo poche gocce in fondo alla pozza. Quando il leone, ristorato, se ne andò, tutti gli animali urlarono: «Perfida antilope, perché ti sei comportata così?». «Per salvar la pelle, amici cari» rispose il piccolo essere. Ma gli altri non intesero la giustificazione e si scagliarono sul misero animale che dovette la salvezza alle sue gambe d'acciaio. Da allora, però, il Dik-Dik non osa dormire per paura d'essere aggredito dagli altri animali che gli giurarono odio eterno. Non osa nemmeno avvicinarsi ai corsi d'acqua, sempre frequentati dal popolo della boscaglia smanioso di vendicare l'onta subita dai loro antichi padri.
Questa, come tutte le leggende, ha un fondo di verità: il Dik-Dik, infatti, non è mai stato visto dormire perché, quando riposa nel folto della foresta, ode anche il minimo rumore destandosi immediatamente; il Dik-Dik, infine, si accosta solo in casi eccezionali alle abbeverate poiché trae acqua a sufficienza dalle erbe dei pascoli.

DIK- DIK (Madoqua)

Esistono in Africa molte varietà di piccole Antilopi raggruppate sotto il nome di Dik-Dik: sono le Damara e le Madoqua. Non superano una quarantina di centimetri d'altezza, al garrese, e tutte sono relativamente abbondanti nelle regioni secche, sabbiose dell'Est e del Sud-Est del Continente. Queste piccole bestie hanno il muso aguzzo, delle corna brevissime orientate verso l'indietro e dei grandissimi occhi scuri. La più interessante particolarità dei Dik-Diks è di poter balzare in modo sorprendente e senza mostrare il minimo sforzo, esattamente come se fossero saliti sopra un'invisibile molla.
Quando si incontrano, questi animali manifestano un attimo di esitazione e riguardano quello che giunge loro addosso, poi cominciano a correre e saltare veloci attraverso la macchia per scomparirvi in un batter d'occhio, qualunque sia la sua foltezza. Si può, inoltre, proporzionalmente alla loro piccola taglia, annoverarli fra i migliori saltatori del mondo...

RAFICERO (Raphicerus Campestris)

Anche il Raficero è una piccolissima Antilope, appartenente, con altre specie, ad un gruppo localizzato nell'Africa orientale, fino al Mozambico ed alla stessa isola di Zanzibar. Il Raficero, però, è il meno conosciuto. Frequenta, particolarmente, la fascia Sud-Est dell'Africa e non si sanno grandi cose della sua indole e dei suoi modi di vita. Non esiste alcuna fotografia di questo esemplare. E' nota l'eleganza estrema del suo profilo, la sottigliezza delle sue zampe e la graziosa forma delle sue corna acute e diritte. Come i Dik-Diks anche i Raficeri abitano la boscaglia arida e spinosa difficilmente penetrabile da parte dell'uomo. Questa, forse, è una delle ragioni che hanno impedito di conoscere meglio questo interessante animale.

BABUINO (Papio Cynocephalus)

Le dimensioni massime delle scimmie appartenenti a questa specie sono raggiunte dai maschi che possono misurare complessivamente anche più di un metro e cinquanta di cui press'a poco un terzo spetta alla coda. La loro altezza alla spalla è di sessantacinque o settanta centimetri.
Si tratta insomma di scimmie assai grandi e dotate, nonostante una certa snellezza di forme, di una forza grandissima.
La pelliccia da cui sono ricoperti questi animali è liscia, non molto abbondante, di lunghezza pressoché uniforme su tutto il corpo e di colore tendente al giallo bruno nelle parti superiori, e della stessa tinta ma un po' più chiara nelle inferiori.
Un babuino, catturato da giovane, era diventato abbastanza domestico, per cui il padrone gli permise, legandolo ad una catena, di salire sopra un muro per osservare quanto accadeva intorno. Perro, così si chiamava il protagonista dell'episodio, durante queste soste si copriva il capo con una stuoia per ripararsi dal sole, ma lasciava la coda penzoloni, rasente il muro. Uno struzzo, pure domestico, si divertiva a ghermirla con il becco provocando il furore di Perro che afferrava il volatile al collo scuotendolo con tutte le sue forze. Aveva una tale antipatia per il volatile che non tralasciava occasione per graffiarlo. Nonostante la sua irritabilità aveva un cuore tenerissimo per gli animali piccoli d'ogni specie; se ne vedeva uno, lo prendeva per vezzeggiarlo. Ma le sue carezze erano troppo pesanti per le bestioline ed era necessario togliergliele suscitando la sua più grande indignazione. Possiamo ben comprendere come i temibili divoratori di carni non osino avvicinarsi ad un branco di babuini: è facile che il carnivoro, sopraffatto, sia costretto a vergognosa fuga, inseguito dai maschi, inferociti, che lanciano urla simili a latrati. Le bande dei babuini non hanno una sede fissa, né si muovono con preciso ordine di marcia: avanti procede il vecchio maschio, lo seguono le femmine ed i piccoli; la retroguardia è formata dagli altri maschi. Queste bande non stanno mai nelle foreste, ma errano in zone aperte di pianura e montagna, divorando allegramente erbe di ogni specie e frutta di varia sorte. Non disdegnano, però, l'alimento animale e la loro abilita nell'afferrare i velocissimi sauri è superiore ad ogni immaginativa. I babuini, grossi animali dal pelo folto e di tinta variabile, contano numerose specie e sottospecie che vivono in Egitto e in gran parte dell'Africa centrale e orientale.

AMADRIADE (Lapio Hamadryas)

L'Amadriade è alta alla spalla una cinquantina di centimetri ed è lunga oltre un metro, compresi venti o venticinque centimetri della coda provvista di un ricco ciuffo terminale.
Essa si distingue da tutti gli altri cinocefali per il colore del pelo che è grigiastro chiaro e anche per un altro carattere tipico dei soli maschi: un ricco mantello di crini lunghi anche oltre trenta centimetri, che ricopre il collo, le spalle e quasi tutto il torace. Oltre al mantello, i maschi hanno anche una sorta di capigliatura grigiastra che ricopre la fronte e si estende alle parti laterali del muso.
Nei monumenti dell'antico Egitto si incontra di frequente l'immagine dell'Amadriade, perché tale animale era identificato col Dio Thoth. Migliaia di Amadriadi mummificate furono rinvenute, strettamente addossate, in speciali mausolei. Queste scimmie, comunque, non esistono oggi in Egitto, ma sono diffuse nel Sudan, nell'Etiopia, in Eritrea, in Somalia ed, una varietà, anche in Arabia. Delle Amadriadi si occuparono celeberrimi scrittori dell'antichità, da Erodo all'arabo Sceicco Kemal E. Demiri che nella sua opera «Vita degli animali» narra come e perché Allah trasformò tutti gli abitanti di una città in Amadriadi.
Ancora più interessante delle leggende è la vita vera di questi animali. Sono particolarmente legati alle montagne ed è facile incontrarli sui dirupi più aspri. Sembra, quasi per un tacito accordo, che ogni banda abbia la sua zona di influenza senza mai invadere i territori limitrofi. Se ciò dovesse accadere, la zuffa fra i gruppi è inevitabile. Al calar del sole si stabilisce una sorta di tregua e le varie famiglie si dirigono verso una località alta e scoscesa ove trascorrono la notte in tranquillità evitando l'agguato dei leopardi e delle iene. Quando la tribù arriva ai piedi della roccia, gli scimmioni maschi si siedono sulla prateria mentre la maggior parte delle femmine e dei piccoli si arrampicano sulla parete. Abili scalatori, salgono con velocità portentosa. Altri branchi arrivano dall'abbeverata ed «affollano» le cavità, le spaccature, i terrazzi. Sulla roccia le scimmie urlano, stridono, gemono. I maschi salgono per ultimi dopo aver fatto buona guardia. Le Amadriadi hanno le stesse abitudini dei Babuini e come questi si nutrono di sostanze animali e vegetali. Conosciute anche con moltissimi altri nomi, sono considerate le più celebri di tutte le scimmie dal muso di cane. L'orrendo aspetto è dato dal colore grigiastro del pelo, dagli arti tozzi e massicci, dalla folta criniera, dalle terribili mascelle munite di denti robusti e sviluppati e dalle callosità ischiatiche di un acceso colore rosso. Sono scimmie assai addomesticabili; imparano con facilità esercizi che mandano in visibilio il pubblico. Le Amadriadi erano conosciute sino dalla remota antichità ed ebbero ed hanno una parte importante nel folklore e nella religione. Nei monumenti dell'antico Egitto si incontra molto di frequente l'immagine dell'Amadriade, poiché tale animale era identificato col Dio Thoth, il Dio Luna, il Chiaro, ecc. Le migliaia di Amadriadi trovate nei mausolei conservano lo stesso atteggiamento che ebbero in vita, cioè gravemente sedute e con le mani appoggiate alle ginocchia.
A seconda poi del grado che le varie Amadriadi dovettero occupare, si presentano con aspetti diversi: alcune avvolte in bende e altre no, alcune con gli arti avvolti in lini pregiati, col nome con cui evidentemente furono distinte in vita scritto sulle bende stesse.

CERCOPITECO MONA (Cercopithecus Mona)

Il Cercopiteco Mona, diffuso nelle foreste dell'Africa occidentale, è lungo un metro e venti centimetri circa, di cui settanta spettano alla coda.
La colorazione degli appartenenti a questa specie è assai vivace: la testa nella parte superiore e la regione occipitale sono brune con intonazioni giallastre; il dorso è bruno; la parte inferiore del collo, il petto e il ventre sono bianchi; il muso e gli arti sono di colore nero intenso, mentre la fronte, le guance ed il mento ornato di una specie di larga barba, sono bianco-giallognoli.

GUEREZA (Colobus Polykomos)

Gli antichi Greci affascinati dai crini bellissimi chiamarono questa scimmia col nome di Collitrice. La sua pelliccia ha sempre stuzzicato la cupidigia dell'uomo, per cui è sempre stata oggetto di caccia spietata. Non è comunque agevole sorprenderla perché non è tanto lenta, vive sui rami più alti degli alberi ed, anche se ferita, è assai raro che cada dal suo vertiginoso rifugio. E' assai diffusa nelle zone più interne dell'Etiopia.

CERCOPITECO NEGLECTO (Cercopithecus Pygerythrus)

Eminentemente gregario vive in tribù composte di una trentina di individui, tra i quali c'è sempre un maschio assai vecchio che ha funzione di capo: sorveglia i compagni, getta l'allarme, guida al saccheggio. Il Cercopiteco Negletto dalla curiosa barbetta appuntita, di indole vivace, arboricolo, è una delle scimmie più comuni del Continente africano. I coloni, nonostante gli assalti alle loro piantagioni, non disdegnano la compagnia di queste bestiole.

SCIMMIA ROSSA (Erythrocebus Patas)

E' stato scritto che il suo muso può essere paragonato a quello di una persona sofferente di coliche. Ha, infatti, un'espressione arcigna che corrisponde al suo carattere. Vive in una zona dell'Africa comprendente le regioni Occidentali e Centrali del Continente. Anche se agile nei movimenti è capace di arrampicarsi bene sugli alberi, tuttavia preferisce la steppa e la macchia rada. Gode di poche simpatie per il suo carattere poco socievole.

GELADA (Theropithecus Gelada)

I Gelada presentano, nell'insieme, l'aspetto delle Amadriadi, ma in realtà le differenze tra i primi e le seconde sono notevoli. I Gelada hanno dimensioni assai grandi. La struttura del corpo è snella e potente insieme; relativamente grossi sono gli arti e grandissima è la testa, che presenta notevole sviluppo in altezza ed ha arcate sopraorbitali molto pronunciate. Il muso è lungo, assai compresso lateralmente e tronco; le narici, invece di aprirsi alla sua estremità, si trovano proprio nella parte superiore.
Mascella e mandibola sono fortissime; fortissima è la dentatura ed i canini assumono dimensioni ancora maggiori di quelle che hanno nelle Amadriadi.
Il mantello è abbondante su tutto il corpo, ad eccezione di una zona a forma di clessidra, la quale occupa parte del petto e parte della gola.
Il Gelada ha una distribuzione geografica limitata alle montagne dell'Abissinia nella stessa regione occupata dall'Amadriade. Nonostante la comunanza d'ambiente i due generi di scimmie non sono legati da buoni rapporti. Quando un branco di Gelada viene a contatto con un branco di Amadriadi, scoppia un vero e proprio conflitto, preceduto da urla e minacce che accompagnano la battaglia sino al suo epilogo, spesso cruento. Il branco è composto di 20 o 30 coppie e di un buon numero di giovani ed è comandato da quattro, sei vecchi maschi che camminano solennemente davanti al gruppo. Le femmine badano agli individui più giovani mantenendo la disciplina, usando talvolta anche della violenza. In caso di pericolo uno dei maschi lancia l'allarme e la tribù si prepara alla difesa. Gli anziani perdono ogni baldanza, mentre le femmine per difendere i loro piccoli si gettano contro l'aggressore mostrando minacciosamente i denti. Alla vista dell'uomo i Gelada fuggono di gran corsa, ma qualora ciò fosse impossibile cercano di far fronte ai cacciatori. Allora è sufficiente un colpo di fucile per far impazzire di spavento i neri scimmioni che perdono la grande decisione loro abituale contro i nemici quadrupedi od alati. E' piuttosto difficile lo studio sulle abitudini ed i modi di vita di tali scimmie. Alcuni esploratori che videro dei branchi di Gelada, riferirono che queste grosse scimmie si nutrono di sostanze vegetali ed animali. La struttura del corpo ha colpito la fantasia delle popolazioni locali per cui furono inventate molte leggende intorno a questi Teropitechi.

MANDRILLO (Mandrillus Sphinx)

I primi rappresentanti del più alto ordine dei Mammiferi, quello dei Primati o delle Scimmie, comparvero sulla superficie del nostro pianeta in un periodo relativamente recente della storia della Terra, chiamato Oligocene, e che si chiuse parecchi milioni di anni fa.
Questi animali sono caratterizzati dalla dentatura completa, composta cioè di denti di quattro tipi: incisivi, canini, premolari e molari; dalle fosse orbitali nettamente separate da quelle temporali e rivolte in avanti; dagli arti plantigradi.
Altri caratteri sono offerti dai piedi prensili, dalle palme delle mani e dalle piante dei piedi completamente sprovviste di peli, da due mammelle situate sempre nella regione pettorale.
Questi animali dal corpo rivestito di una pelliccia avente a volte colori anche assai vivaci mettono al mondo, normalmente, un solo piccolo per volta, dopo una gestazione che varia, a seconda della specie, da tre a nove mesi. Moltissimi sono arboricoli e hanno abitudini diurne, pochi dimorano quasi esclusivamente sul terreno, pochissimi hanno abitudini notturne. Tra gli animali appartenenti ai Primati, ve ne sono alcuni che possono essere detti belli, almeno per la colorazione del pelame, altri che per l'espressione del muso meritano di essere definiti piacevoli, altri ancora assai brutti.
Nessuno, tuttavia, per quanto riguarda la bruttezza, può essere paragonato, sia pure da lontano, coi Mandrilli e coi Drilli. Happy Jerry era un gigantesco mandrillo, vissuto nell'ottocento, che si esibiva in un famoso circo inglese. Happy dormiva in un letto, fumava come... «un turco» e beveva volentieri grandi bicchieri di birra. La fama di questo scimmione si diffuse rapidamente, tanto che fu presentato per due volte a Giorgio IV e pranzò con il Re nel palazzo di Windsor. Certamente la patetica storia di Happy non intende porre un velo sulla bruttezza della specie a cui appartenne il singolare esemplare, né vuole nascondere l'indole cattiva. I Mandrilli presentano delle caratteristiche fisiche che, oltre a distinguerli da altri generi di Primati, lasciano intravvedere la loro natura collerica e feroce. Hanno la testa grande un po' convessa all'apice; un muso allungato e notevolmente alto; due narici in mezzo a due rilievi longitudinali e all'estremo del muso; la colorazione del pelame bruna nelle parti superiori, giallognola sul petto, bianchiccia sul dorso; le orecchie puntute, nude e scure; la coda ridotta ad un mozzicone, il tronco relativamente corto. Le femmine si riconoscono non solo per le dimensioni minori rispetto ai maschi, ma per alcune differenze nella tinta. Una semplice descrizione, comunque, non riesce a dare un'idea precisa di questi orridi animali, intorno ai quali si è tanto sbizzarrita la fantasia popolare. I Mandrilli vivono nell'Africa occidentale, dalla Senegambia al Congo, con un rilevante numero di esemplari. La loro introduzione in Europa non ha permesso di conoscere il loro modo di vita allo stato libero. Poche sono le notizie, in proposito, in nostro possesso. Si sa che vivono in bande molto numerose; che si trattengono nelle boscaglie preferendo la vita sul terreno a quella sugli alberi; che sono fortissimi e temuti dai carnivori perché dotati di tali armi offensive (i canini) da incutere rispetto anche ai leoni.

DRILLO (Mandrillus Leucocephalus)

Il Drillo ha una taglia un po' minore di quella degli appartenenti alla specie dei Mandrilli, forme un po' più gracili, con i rilievi del muso assai meno pronunciati e con la coda cortissima ricoperta di peli in ogni sua parte e non depilata inferiormente come nel Mandrillo.
Anche la colorazione è diversa.
La pelliccia è olivastra nella parte superiore del corpo, di un bianco sporco nell'inferiore; bianco fulva è la barba assai ampia e nerissimo il muso il quale, nonostante le minori dimensioni dei rilievi, non è meno brutto di quello del Mandrillo.
Mani e piedi presentano una tinta simile a quella del rame imbrunito, mentre le callosità delle natiche e lo scroto spiccano per la colorazione rosso-scarlatta. Le popolazioni indigene narrano intorno a questa scimmia una quantità di storie più o meno immaginose, ma tutte con un sottofondo di violenza e a volte di brutalità. Il grande Cuvier, trattando di questa specie di scimmie, scriverà: «Il grido, la voce, lo sguardo... indicano impudicizia brutale...»; effettivamente l'indole dei Drilli non è mai pacifica. Solamente nella prima gioventù sono briosi, allegri e divertenti nei loro modi di fare e di atteggiarsi; ma appena raggiungono una discreta maturità ed una certa consistenza corporea, senza alcuna distinzione fra i maschi e le femmine, diventano sgraziati, insolenti e perfidi. Nei loro occhi è sempre accesa la malignità e la cattiveria. E' sufficiente, talvolta, uno sguardo per far scoppiare una collera tale da farli sembrare pazzi. Uno studioso italiano di zoologia così si esprime: «Lanciano urla rauche che ricordano i grugniti dei porci infuriati, saltano nella gabbia, tentano di sporgere fra le sbarre le brune mani per afferrare e graffiare il supposto offensore, digrignano i denti, tremano». Aveva ragione un autore inglese di affermare che, in paragone alla collera del Drillo o Mandrillo, quella delle altre scimmie è come un soffio di vento rispetto ad un ciclone. Il Drillo, perciò, si differenzia dagli appartenenti alla specie affine solo per avere una dimensione fisica un po' minore, ma possiede la medesima cattiveria. Rispetto al Mandrillo, il Drillo ha forme più gracili, i rilievi del muso meno pronunciati; una colorazione diversa: più chiara con guance d'una tinta bianco fulva e la faccia nera; la coda un po' più sviluppata. Anche il Drillo, come il Mandrillo, vive nella foresta fitta ed umida, sebbene sia facile incontrarlo anche in zone rocciose ed aride; nonostante le dicerie sulla paura che incutono e sulle difficoltà per catturarli, ogni anno molti di questi esemplari vengono ad arricchire i giardini zoologici di tutto il mondo.

SCIMPANZE' (Pan Troglodytes)

I Primati, o Scimmie, vengono ripartiti in due sottordini assai ben distinti l'uno dall'altro: quello delle Catarrine e quello delle Platirrine.
Le Catarrine sono le scimmie più evolute, le quali hanno di solito le narici rivolte più o meno verso il basso e separate da un setto nasale molto stretto. Tali scimmie, inoltre, sono sempre provviste di un condotto acustico osseo ed hanno due denti premolari per ogni mezza mascella, cosicché la loro dentatura è composta, come nell'uomo, di trentadue elementi. Molte Catarrine mancano di coda e quando questa esiste, pur avendo una lunghezza notevole, non è dotata di prensilità; essa non assume quindi mai la funzione di una quinta mano, come avviene invece per molte scimmie dell'altro sottordine.
Le scimmie Catarrine, diffuse nell'Africa e nell'Asia, nonché nell'estremo lembo sud-occidentale dell'Europa, comprendono la maggior parte delle specie dell'ordine dei Primati e le forme più grandi, quelle che attirarono l'attenzione degli uomini sino dalla più remota antichità, le specie più intelligenti e che presentano anche caratteri morfologici assai simili a quelli propri della specie umana.
Una volta, Moritz, avendo trovata aperta la porta del suo... ferreo... «appartamento» uscì tranquillo per una passeggiata in campagna. Inforcata una bicicletta percorse più volte i viali del Parco e, giunto in prossimità d'un cancello di servizio, l'aprì ed uscì libero. Attraversò la città, si fermò a ristorarsi in un frutteto di periferia. Fece larga raccolta di frutta e poi prese celermente la via del ritorno. Tutto sarebbe regolare se l'abile e coraggioso Moritz non fosse stato un famoso Scimpanzè del Parco Zoologico di Hagenbek, presso Amburgo. Questo fatto, però, non desta grande meraviglia perché non v'è chi non abbia assistito alle famose prodezze compiute da un qualsiasi Scimpanzè: dalla celebre Cita, all'ultima scimmia del più povero circo. E' la più intelligente e meglio conosciuta delle scimmie. Porta occhi piccoli in orbite profonde, e spesso vivaci e allegri.
Il grande capo è fiancheggiato da orecchie accartocciate ed ampie. Nella grande bocca la dentatura è solidissima. Le mani ed i piedi sono prensili. Tutta la faccia è completamente priva di peli mentre il resto del corpo, eccezion fatta per mani e piedi, è coperto da un lungo pelame di color nero negli individui giovani e grigiastro in quelli più vecchi. Essenzialmente arboricolo, il docile animale vive nelle foreste e nelle boscaglie ricche d'acqua e di vegetazione delle regioni centro-occidentali dell'Africa.
Gli scimpanzè vivono in gruppi molto numerosi composti da un vecchio maschio, di grosse proporzioni, che ha il compito di guidare e di difendere tutti gli altri membri del gruppo; da un numero vario di femmine con i loro piccoli; da alcuni giovani di varia età. Gli scimpanzè isolati sono senz'altro malati o vecchi decrepiti. Ogni banda esercita la sua influenza in una zona entro cui si sposta di continuo alla ricerca del cibo. A sera ogni individuo si costruisce il proprio nido sui rami degli alberi. Il cibo di queste scimmie è costituito principalmente di sostanze vegetali e per procurarsele non esitano ad entrare in zone coltivate mettendole «al sacco». Questi antropomorfi sono molto ricercati, ma ben protetti da inflessibili leggi sulla caccia, per cui sono ancora assai numerosi. La crescita di questa «stirpe dei vellosi quadrumani» è molto rapida: a tre anni un individuo pesa circa 15 chilogrammi, a sette o otto anni è adulto (le femmine, come avviene nell'uomo, toccano la maturità un po' prima dei maschi). Ma l'intera vita non supera mai i quarant'anni ed in cattività è ancora più breve. Gli scimpanzè ricordano l'uomo in molte loro manifestazioni. Sono certamente dotati di buona memoria e nella funzione materna appaiono incredibilmente umani. Lo sviluppo psichico ed intellettuale è molto veloce, ma ben presto si arresta per cui gli individui adulti appaiono sempre molto torpidi ed indifferenti. Le somiglianze anatomiche e fisiologiche tra lo Scimpanzè e l'uomo e le molteplici prove di vivacità di mente indussero alcuni scienziati ad intraprendere studi seri, accurati e metodici sull'intelligenza di queste scimmie antropomorfe. Tra i molti merita di essere ricordato il tentativo compiuto da studiosi tedeschi, tra il 1912 e il 1920, nell'isola di Teneriffa. Le ricerche furono raccolte in un prezioso volume dal prof. Koelez dell'università di Berlino. La colonia di Scimpanzè contava diversi esemplari dalla spiccata personalità. Gli esperimenti consistettero nell'indurre gli animali a compiere determinati atti saggiamente predisposti secondo le difficoltà: in modo particolare dovevano raggiungere, con un facile giro, un determinato oggetto molto desiderato; dovevano usare (casse) o fabbricare (aste ad incastro) strumenti destinati ad essere adoperati per prendere una banana. L'insieme delle azioni compiute comportava una serie di ragionamenti, non sempre semplici. Ci fu persino qualcuno che notò con sicurezza la presenza in queste bestiole di un linguaggio, sia pure rudimentale, e sostenne d'essere riuscito ad interpretare alcune parole di esso. Cerchiamo d'essere spassionati. Ci sono somiglianze innegabili fra la scimmia e l'uomo, ma c'è una grande differenza fra i due: uno un giorno accese il fuoco, l'altro non pensò nemmeno di farlo.

GORILLA (Gorilla Gorilla)

I Gorilla appartengono alla sottofamiglia dei Pongini, detta anche delle Antropomorfe.
Il nome di Antropomorfe induce sovente in errore: siccome Antropomorfe significa somiglianti agli uomini, molti credono che le somiglianze tra l'uomo e tali scimmie siano molto evidenti. In realtà le somiglianze esistono quando si confrontano feti di Antropomorfe e feti umani, ma si attenuano quanto più il feto si avvicina alla compiuta formazione, e divengono molto blande quando si confrontano esemplari adulti con uomini anche appartenenti a gruppi meno evoluti.
Le affinità tra uomini e Antropomorfe si riscontrano più che nella struttura fisica d'insieme, in quella di vari organi ed anche in qualità psichiche.
In epoca remota, le scimmie Antropomorfe ebbero una distribuzione geografica molto più vasta di quella attuale e furono rappresentate da numerosissime specie e generi, alcuni dei quali ci sono noti solo attraverso parti dello scheletro trovate in vari giacimenti.
Oltre duemila anni fa, Annone cartaginese organizzò una spedizione sulla costa occidentale africana. Si avventurò oltre le Colonne d'Ercole e dopo lunga navigazione e perigliose imprese riuscì a fondare nel Continente Nero ben sette colonie. Sulla via del ritorno scoprì nell'insenatura di Corno d'Espero una isoletta che sorgeva in mezzo ad un grande lago, popolata da torme selvagge di uomini chiamate, dagli indigeni, Gorilla. I marinai di Annone riuscirono a catturare alcuni esemplari, di sesso femminile, di tali presunti selvaggi, che dovettero uccidere per poterli imbarcare. La conoscenza della più grande scimmia fra le antropomorfe risale, perciò, a molti anni or sono, ma solo recentemente sono stati raccolti dati precisi sulla struttura fisica, sulla zona di distribuzione, sulla indole e sulle abitudini. Le prime descrizioni furono tutte, più o meno, improntate a quelle fantasiose dei naturalisti antichi. Diversi esploratori, dal Missionario Savage al viaggiatore Ford, al naturalista De Chaillu, si portarono in Africa raccogliendo materiali, osservazioni ed episodi riguardanti il massiccio animale. Le notizie andarono spogliandosi del loro contenuto leggendario e nei primi anni di questo secolo il grande gorilla era ormai conosciuto. Tutte le parti del corpo di questo animale danno l'impressione di potenza. E' un gigante che allo stato adulto, se di sesso maschile, può misurare due metri di altezza, con spalle larghe quasi un metro, per un peso totale di 300 chilogrammi. Le altre parti del corpo sono proporzionate all'alta statura: massicce e forti. Uno sviluppo poderoso ha anche il capo, sostenuto da un collo robusto, breve e sormontato, nei maschi, da una specie di cimiero. Gli occhi sono infossati, il naso è schiacciato con le narici separate da un esile setto, la bocca è ampia con grandi labbra che coprono una dentatura impressionante, le orecchie sono abbastanza piccole e aderenti alla testa.
Tutto il corpo, ad eccezione del muso, è coperto di pelame molto folto, poco morbido e nerastro. Tra i maschi e le femmine non vi sono grandissime diversità; queste ultime non raggiungono le dimensioni dei compagni e non portano la caratteristica ala ossea sulla testa. Per quanto facenti parte di una sola specie, i Gorilla presentano leggere differenze, a seconda della zona in cui vivono. Esistono, perciò, due sottospecie: il Gorilla della costa che abita la parte occidentale della foresta equatoriale, il Gabon, il Congo francese ed il Camerun; il Gorilla delle montagne che vive molto più ad Est del precedente, nelle ricche foreste montagnose del Congo Belga e nella regione del Kivu, sino ai duemila metri di altezza. Preziose ci sono le osservazioni di Akeley e di altri esploratori per descrivere il modo di vita di questa scimmia. I Gorilla vivono in piccoli branchi, composti di un maschio attempato, di alcune femmine e di un certo numero di giovani d'ambo i sessi. E' una vera e propria famiglia che si sposta non sugli alberi, ma sul terreno servendosi di tutti e quattro gli arti e raggiungendo una notevole velocità. Lo scopo delle scorribande è la ricerca del cibo, costituito da sole sostanze vegetali. Quando penetrano nell'interno di una zona coltivata provocano un vero disastro. Avvicinandosi la sera, i Gorilla si inoltrano nel folto della foresta e mentre le femmine ed i giovani riposano su rudimentali piattaforme poggiate sui rami, i maschi adulti si accovacciano al suolo. Al levar del sole la famiglia abbandona il rifugio notturno e ben difficilmente vi ritorna una seconda volta.
Nonostante la forza di cui sono dotati, questi scimmioni non sono molto feroci. Se proprio non sono incolleriti da uno spietato inseguimento o non sono feriti, preferiscono la fuga all'aggressione. Prove lampanti della mitezza del temperamento e della intelligenza sono riferite dal Prof. Scortecci che le raccolse studiando il comportamento dei Gorilletti, Albert, Bata e Bouba, graditi ospiti dello Zoo di San Diego in California. Scherzosi ed affettuosi insieme, i tre giovani esemplari giocavano con la direttrice e con una studiosa di psicologia, ridevano, si coprivano, facevano le capriole, ripetevano gesti ed atteggiamenti propri dell'uomo.

GATTO AURATO (Profelis Aurata)

E' un felino di taglia media, ma ancora assai impressionante poiché misura quasi la stessa lunghezza e segna lo stesso peso di una pantera, pure essa di media statura. Il Gatto aurato africano è una bestia assai poco conosciuta che abita la grande foresta e che si vede assai raramente. E' un animale più notturno che diurno, sta di preferenza sul suolo e poco sugli alberi, si nutre di piccoli mammiferi e di uccelli e non si allontana molto da un nascondiglio che ha sistemato nel cavo di un tronco d'albero o di una roccia. La sua piccola testa dal fiero e feroce sguardo, la tinta rosso-bruna del suo lucido pelo, punteggiato di chiazze scure sul petto, sul ventre e l'interno delle gambe anch'esse assai chiare, ne fanno un animale particolarmente elegante. Questi felini di taglia media, nel gruppo dei quali si trova il Puma americano e la Pantera delle isole Indo-malesiane, da Formosa al Borneo sono chiamati, in linguaggio scientifico Profelis, e fanno da legamento fra le grandi fiere ed i piccoli Gatti selvaggi.
Infatti ce ne sono molti e, a meno che non li abbia particolarmente studiati, il grande pubblico si smarrisce fra i nomi di tutti questi individui che si rassomigliano. E' da notare che esiste in Asia il corrispondente esatto del Gatto aurato africano: il suo nome scientifico è Profelis Temmink. Ha lo stesso aspetto e gli identici costumi e non è molto più conosciuto. Questi animali, senza dubbio, non si incontrano nei giardini zoologici, dove si considererebbero probabilmente dei Puma.
Veramente questo ramo del regno animale è intricato e fitto di specie che si rassomigliano più o meno e sarebbe gran fatica descriverle tutte.

ELEFANTE DELLE FORESTE (Loxodonta)

Veramente, questo capitolo rischia di sollevare, una volta ancora e di più, interminabili polemiche: per certuni autori, non c'è che un solo Elefante africano, con discreto numero di razze locali. E' così che si è notata la presenza di Elefanti più villosi di altri, nel Congo, e che si è ammessa l'esistenza di Elefanti di piccola taglia in talune zone dell'Africa Occidentale. Ma per alcuni studiosi non si deve andare oltre ed essi negano assolutamente che possano esistere Elefanti Pigmei, dei quali parlano altri zoologi. Altri autori e non pochi esploratori della foresta Africana affermano, al contrario, che queste specie esistono; che essi le hanno viste e che se sono parzialmente sconosciute, è perché non si è preso mai l'impegno di studiarle seriamente. E' vero che non si hanno prove inconfutabili sull'esistenza dell'Elefante della foresta: le fotografie ed i films mancano. Stando alle dichiarazioni di testimoni degni di fede, in base a qualche spoglia e a qualche frammento di scheletro si può affermare che trattasi d'un animale per un terzo inferiore alla taglia media dell'Elefante d'Africa (alto due metri, invece di tre, al garrese). Ha proporzionalmente una grossa testa e porta delle zanne assai lunghe, ma più gracili del normale e delle orecchie più piccole. Esso non abbandona le zone più folte della foresta equatoriale e possiede la reputazione d'una bestia particolarmente irascibile. Alcuni scrittori lo paragonano agli Elefanti usati da Annibale per combattere i Romani: si trattava di bestie provenienti, probabilmente, dall'Africa del Nord e la cui altezza doveva avvicinarsi a quella degli Elefanti della foresta. Ciò confermerebbe, una volta ancora, che l'Elefante africano è pure suscettibile di addomesticamento come il suo cugino asiatico. L'addestramento, infatti, dell'Elefante d'Africa, continua a praticarsi presso il dipartimento dell'ex Congo belga ed i risultati sono sempre assai soddisfacenti: quanto al nostro Elefante della foresta, esso costituisce un mistero della fauna capace di attirare i cercatori. Ci sono ancora giorni prestigiosi per gli esploratori e gli scopritori, in Africa...

TRAGELAFO STRIATO (Tragelaphus Scriptus)

Il Tragelafo appartiene ad un gruppo di animali dei quali alcuni sono rari e poco conosciuti, come il Bongo, il Nyala di montagna, il Sitatunga.
Tutti questi animali si assomigliano e le loro corna hanno più o meno lo stesso profilo.
Il Tragelafo è dotato di sensi finissimi ed è straordinariamente timido. La sua agilità gli consente un'andatura veloce nella corsa. In presenza di grave pericolo non esita a gettarsi a nuoto in corsi d'acqua. Altro particolare di questa specie è uno strano belato che, contrariamente ad altri antilopini, fa udire spesso. La tattica militare prevede l'impiego della mimetizzazione come una delle tecniche più efficaci per eludere la sorveglianza del nemico e operare di sorpresa. Nel regno animale questo espediente è molto conosciuto e viene applicato da alcune specie con puntualità e scrupolo.
Anche il Tragelafo, nel profondo della foresta, si confonde facilmente con l'ambiente circostante grazie alla colorazione e macchiettatura del suo mantello. Benché sia tutt'altro che raro, è difficile vederlo, non solo perché si mimetizza perfettamente, ma anche a causa della sua timidezza che lo rende schivo e pauroso d'ogni incontro con l'uomo.
Delle varie sottospecie ricordiamo quella somala, cioè il Tragelafo striato, detto dalle genti del luogo, Dol.

COME VIVONO
I Tragelafi vivono in branchi non molto numerosi. Particolarmente le femmine sentono forte l'istinto gregario e si riuniscono in gruppi, insieme ai loro piccoli.
I maschi solo in determinati periodi si uniscono al branco trascorrendo l'altro tempo in solitudine.

I MASCHI
Misurano al garrese circa novanta centimetri di altezza. Sono lunghi un metro e novanta centimetri compresa la coda che da sola ha una lunghezza di trenta centimetri. Hanno le corna aperte con un largo movimento elicoidale: sono lunghe, con leggere differenze secondo la curva, circa quaranta centimetri. Le punte terminali distano tra loro di quindici centimetri al massimo. Il pelame è di un bel rosso ruggine nelle parti superiori e grigiastro nelle inferiori. Una striscia scurissima, quasi nera, si stende dal muso all'orbita. La coda, non lunga, termina con un fiocco di peli neri. Alcune parti del corpo sono bianche: il mento, la zona interna e superiore degli arti, la parte inferiore della coda. Porta inoltre alcune macchie e strisce bianche sulla parte laterale e posteriore del capo; una fascia bianca in prossimità dell'attaccatura del collo; una trentina circa di chiazze tondeggianti bianche sulla parte posteriore del tronco; ed, esattamente, sette strisce trasversali sui fianchi, di color bianco. Una modesta criniera si sviluppa dal garrese sino alla radice della coda; è bianca con qualche pelo nero. Gli arti portano zoccoletti sottili ed appuntiti.
La sua indole mite lo costringe a vivere, per la maggior parte del giorno, nascosto dalla boscaglia. Esce solo per pascolare, ma è prontissimo a rientrarvi se avverte il benché minimo pericolo. Nella velocissima ritirata si infila nei più angusti passaggi con una tale rapidità, che sembra sfondare, letteralmente, il verde muro della foresta.
Poco si conosce sulle abitudini ed i modi di vita del Dol, ma certamente non si discostano molto da quelli comuni alle altre Antilopi. Le differenze esistenti fra i maschi e femmine non sono molto rilevanti.

LE FEMMINE
Queste ultime sono prive di corna e portano strisce bianche più marcate di quelle proprie dei maschi. Queste strisce fanno assomigliare il Tragelafo ad un quadrupede già bardato, cioè con addosso i finimenti per attaccarlo al biroccino.
Da ciò deriva il nome che gli indigeni dei luoghi gli hanno dato: di Antilope bardata.

BONGO (Boocercus Eurycerus)

Il Bocerco (volgarmente chiamato Bongo) è una delle più grandi antilopi africane.
Esso è alto al garrese un metro e venticinque centimetri circa, ha un tronco robusto ed agile. La coda è piuttosto corta, terminante in un folto ciuffo di peli e ricorda per la forma quella di un bovino. Le zampe sono alte. Le corna, presenti nei due sessi, di colore giallastro all'apice, sono lisce, massicce, impiantate assai vicine, diritte all'indietro ed in alto e descriventi una spirale allargata. Nei maschi, in cui presentano le massime dimensioni, sono lunghe sino a sessanta centimetri circa.
Il mantello è liscio, d'un bel colore rosso-arancione che sul ventre e sugli arti si scurisce in bruno nerastro. Numerose macchie nere sul capo e sulle zampe ed una quindicina di striature bianche trasversali nella regione dei fianchi interrompono l'uniformità del pelame. I grandi Bocerchi sono diffusi nell'Africa occidentale e preferiscono l'ambiente costituito dalle foreste d'alberi ad alto fusto e dalle folte macchie di canneti palustri che vegetano in prossimità di stagni e corsi d'acqua. Essi si celano con facilità in mezzo alle altissime erbe o nel breve spazio sabbioso delle rive, sottraendosi facilmente alla vista ed alla caccia da parte dell'uomo e dei grandi carnivori.
Si crede che, un tempo, quando la civiltà non era ancora entrata nel Continente Nero, i Bocerchi vivessero in gruppi numerosi. Oggi è molto difficile vederne una decina, riuniti nello stesso branco. Mangiano erbe, fronde e scorze di giovani piante. Si procurano il cibo servendosi delle robuste corna. E' difficile cacciarli perché con il loro finissimo udito intendono anche i rumori più lontani e sottili e si danno alla fuga.
Sarebbe davvero un'impresa ardua se non avessero l'abitudine di percorrere sempre gli stessi sentieri per raggiungere i luoghi del pascolo e del riposo, rivelando così la zona in cui normalmente si trattengono.

IEMOSCO ACQUATICO (Hyemoschus Acquaticus)

E' opinione diffusa che questo rappresentante dell'unica specie del secondo genere dei Tragulidi, abbia abitudini e modi di vita assai simili a quelli dei suini selvaggi, distribuiti nelle medesime zone e nello stesso ambiente.
Vive sulle rive dei fiumi e dei laghi africani dal Senegambia al Congo. Non si allontana mai dai corsi d'acqua nei quali si rifugia immediatamente, quando qualche cosa lo minaccia.
E' un animale di piccola taglia, alto appena trentacinque centimetri al garrese e lungo settantacinque. I maschi possiedono i canini meno robusti di quelli delle femmine. La pelliccia è di un bel colore bruno vivo, con macchie fitte e regolari di color bianco sulla parte superiore del tronco. Sui lati porta una lunga striscia bianca, accompagnata da altre strisce più brevi. Altre strisce bianche spiccano sul musetto e ai lati del capo; bianchi sono pure il petto ed il collo. Il suo alimento è costituito da grasse erbe palustri e da frutta caduta dagli alberi.

CEFALOFI (Cephalophus)

I Cefalofini costituiscono una piccola sottofamiglia dei Bovidi diffusa esclusivamente nel Continente africano. Questi animali hanno taglia piccola, la testa arrotondata ed il muso nudo con ghiandole facciali assai sviluppate, le corna piccole, dritte, anellate alla base e lisce invece all'estremità. Esse possono essere presenti nei due sessi, comunque nelle femmine sono sempre più gracili che nei maschi. Un carattere appariscente di questi graziosi Bovidi è offerto dal ciuffetto di peli che si erge sulla fronte tra i due cornetti. La sottofamiglia comprende tre generi: Cefalofo, Filantomba e Silvicapra.

CEFALOFO DI DORIA (Cephalophus Doriae)

E' una delle più piccole antilopi del genere. Essa è caratterizzata dal vario mantello rosso arancione sul quale spiccano strisce verticali color blu scuro o nero, che partono dalla linea mediana del dorso per raggiungere, restringendosi, i fianchi. La specie è diffusa nella boscaglia della Liberia e della Sierra Leone.
E' chiamata Antilope Zebra.

CEFALOFO DORSALE (Cephalophus Dorsalis)

E' alto appena una cinquantina di centimetri alla spalla. Ha un mantello d'un bel rosso con una striscia nera che seguendo il dorso del muso e la linea vertebrale del corpo unisce il naso con la base della coda.
Esso è diffuso dalla Costa d'Oro alla Sierra Leone. Porta un ciuffo di peli al sommo del capo come gli altri esemplari del genere.

CEFALOFO DEI BOSCHI (Cephalophus Silvicultor)

E' un'agile antilope, alta alla spalla non più di ottanta centimetri. Porta un mantello bruno scuro con una fascia giallastra a forma di triangolo allungato nella seconda metà del dorso.
E' diffuso nelle boscaglie, dall'Angola alla Liberia, nella cui intricata vegetazione si cela.
E' pure noto col nome di Duiker dal dorso giallo.

CEFALOFO DI GRIMM (Cephalophus Sylvicapra Grimmia)

Il Cefalofo di Grimm non abita la foresta, ma la savana. E' un animale, come altri dello stesso genere, non del tutto erbivoro: si vede spesso mangiare dei molluschi terrestri, delle chiocciole, degli insetti ed anche dei piccoli roditori, senza disdegnare la carne. Non bada all'origine del cibo che l'attira ed è disposto a divorare anche carogne putrefatte.

CEFALOFO NERO (Cephalophus Niger)

E' una minuscola Antilope, che vive spesso in tane, generalmente scavate da altro animale, lungo i fiumi della zona forestale che si estende nell'Africa Occidentale, dal Niger verso l'Ituri e il Congo. Porta piccole corna assai acute e rivolte all'indietro. E' un animale notturno e discreto e ben poco si sa delle sue abitudini.

ANTILOPE REALE (Neotragus Pygmaeus)

L'Antilope reale batte il record della piccolezza, sebbene il nome alluda al contrario. Più piccola di una lepre, ha il muso aguzzo di una estrema sottigliezza. Si alleva assai difficilmente in cattività e, infatti, si sa molto poco sulla sua indole e sui modi di vita. Esistono poche fotografie di questa bestia strana e spesso poco osservata.

SITATUNGA (Tragelaphus Scriptus)

Non a torto gli Inglesi hanno chiamato questa Antilope «Bush buck» ovverossia Antilope dei boschi. Basta prestare un po' di attenzione alle preferenze di questo animale per convincersi sulla giustezza della definizione. Le graziosissime Antilopi Deculà sono relativamente comuni tanto nelle zone pianeggianti quanto in quelle montane, ma si incontrano sempre là dove la vegetazione è molto fitta, quasi impenetrabile. Solo durante la notte le agili bestioline abbandonano i loro nascondigli e si portano ai margini delle radure; si recano a pascolare. Il loro alimento è costituito da tenere foglie, germogli ed erbe. Sembra però che spesso si spostino sui campi coltivati e dissotterrino bulbi e tuberi. Sono, tra le Antilopi africane, quelle che hanno abitudini spiccatamente notturne. I Tragelafi sono alti alla spalla una settantina di centimetri e raggiungono al massimo il peso di cinquanta chilogrammi. Insomma, le loro dimensioni non superano quelle di una capra. La forma d'insieme non si distacca da quella della sottospecie somala: il Tragelafo striato. Le corna, di lunghezza non superiore ai trentacinque centimetri, osservate di fronte, assumono l'aspetto di una lira. Esse hanno un andamento elicoidale leggero, per cui lo spigolo, appena accentato, si vede nella sua completezza; dalla base sin verso la punta. La colorazione fondamentale del mantello è giallorossastra, ovvero bruno chiara, particolarmente nel maschio. Sul collo ed anche sulla fronte dove i peli si allungano costituendo una pseudocriniera di scarsa altezza, la colorazione è invece bruno scura. Pure d'un color bruno scuro è una striscia che va dalla fronte alla estremità del muso ed il ciuffo di peli che sta all'apice della coda. Di tinta bianca sono una striscia che attraversa il petto, la parte alta interna degli arti, varie macchiette che si vedono nella regione dei fianchi ed alcune parti del capo: sopra e sotto gli occhi ed in prossimità della gola. I Deculà vivono in piccoli gruppi familiari. Sono deboli, di sensi finissimi e di straordinaria timidezza per cui è difficile vederli. La loro agilità che consente un'andatura velocissima nella corsa e balzi di straordinaria lunghezza, rende impossibile l'accostamento. In presenza di grave pericolo non esitano a gettarsi a nuoto in corsi d'acqua. Il maschio, comunque, è alquanto battagliero, e se ferito, si rivolta contro l'assalitore servendosi delle sue aguzze corna. Altro particolare interessante di questa specie di animali è uno strano belato, che, contrariamente ad altri antilopini, fanno udire spesso.
Questi eleganti animali non furono oggetto di una caccia spietata per cui abitano numerosi le regioni africane a sud del Sahara. Gli individui maschi che sono stati costretti alla prigionia nei giardini zoologici, non hanno addolcito il loro carattere selvaggio, solo le femmine si sono dimostrate docili e riconoscenti.

ILOCHERO (Hylochoeurus Meinertzhageni)

Il nome deriva dal greco e significa porco della foresta. Poche decine di anni fa, infatti, nella foresta del bacino del Congo, fu scoperto un grosso mammifero che gli zoologi ascrissero alla famiglia dei suidi: era l'Ilochero, denominato in seguito cinghiale gigante delle foreste, come vuole il suo nome. E' tra i suidi selvaggi del Continente Nero quello di maggiori dimensioni e rivaleggia con il cinghiale del Borneo. I maschi della specie possono misurare due metri in lunghezza ed essere alti un metro.
Presenta alcuni caratteri primitivi, ormai scomparsi nei suidi viventi, per cui può essere considerato benissimo un loro antenato. Nella fauna africana non è un solo caso isolato. Ci sono altri animali che hanno conservato intatte le loro primordiali caratteristiche attraverso le ere ed i secoli. Infatti, analoghe constatazioni e considerazioni possono essere fatte per la Gazzella muschiata nana.
La conformazione dell'Ilochero è più allungata di quella di altri individui della stessa famiglia. La testa grande e pesante è munita di grosse zanne e porta due orecchie allargate, alla base delle quali v'è una selva di peli neri e ispidi. Al di sotto dei piccoli occhi circondati da rughe, presenta una grossa verruca cornea. Il corpo è coperto da un fitto, lungo, pelame di color nero che sul dorso assume l'aspetto e la consistenza di aculei.
Gli Ilocheri sono ampiamente diffusi nelle foreste dell'Africa centrale, e relativamente presenti anche nell'Etiopia meridionale ed occidentale. Si nutrono prevalentemente di sostanze vegetali.
Sono cacciati per le carni, per le zanne, per le pelli. Non è difficile vedere questi animali nei giardini zoologici.

POTAMOCERO (Potamochoerus Porcus)

I Potamoceri costituiscono un genere della famiglia dei Suidi, i cui rappresentanti hanno press'a poco l'aspetto del cinghiale. Però hanno dimensioni un po' minori, la testa molto lunga a causa specialmente del grande sviluppo del muso, le orecchie grandi, falcate, appuntite e provviste alla sommità di un ciuffo di setole; due verruche cornee poste lateralmente agli occhi raggiungono il massimo delle dimensioni nei vecchi maschi.
Come tradisce il nome (che in greco significa porco di fiume) questo animale vive sempre in stretta vicinanza dei luoghi d'acqua: fiumi, ruscelli, acquitrini; ama, forse più degli altri suidi, rimanere sdraiato nella melma. Possiede abitudini notturne: solo con il calare della sera i branchi, composti da più di dodici individui, si mettono in movimento alla ricerca di cibo costituito in prevalenza da sostanze vegetali.
Allo stesso genere appartengono altre specie africane abbastanza simili fra loro per qualità fisiche e modo di vita.
Il Potamocero dai ciuffetti, ovvero Potamocero occidentale, per la vivace e varia colorazione è senza alcun dubbio il più bello tra i suidi selvaggi. Raggiunge la lunghezza di un metro e mezzo ed è alto alla spalla sino ad una sessantina di centimetri. Il corpo è coperto di setole abbastanza fini e morbide disposte sul dorso a criniera. Due ciuffetti bianchi ornano le orecchie; pure bianchi sono i crini della parte bassa delle guance.
I Potamoceri sono d'indole mite, agili e vivaci. Si abituano con facilità alla vita di prigionia.

ATERURA (Atherurus Africanus)

Questo strano animale africano, appartenente alla famiglia delle Istrici, vive nel territorio compreso fra l'Angola e la Sierra Leone. Dalla profonda tana che si scava, di solito, nelle vicinanze di termitai disabitati, esce solo al tramonto e di notte in cerca di sostanze vegetali, che costituiscono il suo esclusivo nutrimento. La testa, le zampe, la prima metà del dorso e dei fianchi sono ricoperti di peli e danno a questo animale l'aspetto di un ratto; la parte posteriore del tronco è, invece, fornita di setole piuttosto dure e di aculei piatti, sottili ed uncinati verso l'estremità.
Ciò che desta particolare curiosità nel corpo dell'Aterura africana è la coda lunga circa 20 centimetri, coperta di squamette fino all'estremità, dove si nota una specie di spazzolino biancastro che l'animale agita fortemente quando è irritato.

PANGOLINO (Manis Longicaudata)

Molto simile al cugino «dalla coda lunga», questo Pangolino è chiamato «Tricuspide» perché le squame che coprono il suo corpo sono a tre punte. Animale di abitudini notturne, vive solitamente più sugli alberi che sul terreno, perché in quelli trova il suo alimento preferito: formiche ed altri insetti. Pur non essendo attivamente cacciato, viene talvolta ucciso dagli indigeni che ne mangiano le carni e si fanno oggetti d'ornamento con le squame.

OKAPIA (Okapia Johnstoni)

L'Okapia appartiene ai Giraffidi, una delle famiglie più piccole, ma al tempo stesso più strane ed interessanti dei Ruminanti. Essi sono inconfondibili con qualsiasi altro Artiodattilo non solo per l'aspetto esteriore, ma anche per i caratteri anatomici. Le corna, proprie dei soli maschi in uno dei due generi in cui la famiglia è divisa (Okapia), sono invece presenti nei due sessi dell'altro genere (Giraffa).
In ogni caso si tratta di brevi prominenze dell'osso frontale, rivestite di pelle: non hanno quindi alcuna somiglianza né con quelle dei Cervidi, né con quelle delle Antilopi.
Questi animali, inoltre, mancano sempre di denti canini e incisivi nella mascella e posseggono tre molari e tre premolari per lato, nella mandibola invece hanno tre incisivi, un canino, tre molari e tre premolari per lato.
Complessivamente insomma hanno trentadue denti. La famiglia dei Giraffidi comprende due soli generi: Giraffa, nota sin dalla remota antichità, ed Okapia, che è stata conosciuta solo all'inizio del presente secolo.
Ambedue sono distribuite esclusivamente nel Continente Africano.

LA SCOPERTA...
dell'Okapia ebbe inizio con un errore. Uno zoologo, il dott. Sclater, nel febbraio del 1901, comunicò alla Società Zoologica di Londra di aver individuato una nuova specie di Zebra. Per la descrizione non si era basato né su un esemplare intiero, né su uno scheletro, ma su alcune strisce di pelle che gli indigeni usavano come ornamento e che un suo amico, certo Harry Johnston, aveva rinvenuto e gli aveva spedito. Erano strisce larghe una ventina di centimetri e lunghe un metro. La loro colorazione era tale da destare curiosità: ad una estremità portavano una tinta bruna, unita, nella parte bassa presentavano una bella zebratura scura su un fondo bianco. Poiché le specie di Zebre si distinguono principalmente per la diversa striatura del mantello e poiché nessuna Zebra sino allora conosciuta mostrava un mantello simile a quello descritto, doveva apparire logico che si trattasse di una nuova forma.
Qualche mese dopo un altro studioso, il dott. Lankaster, ricevette dall'Africa una pelle completa del raro animale ed un cranio. Poté così accorgersi dell'errore in cui era incorso il suo collega. Non si trattava di una nuova specie di zebra, ma di giraffa o, per meglio dire, di giraffide: lo confermavano i caratteri delle zampe e del cranio.
Al nuovo esemplare venne dato il nome locale di «Okapia» ed il nome specifico di «Johnstoni» in onore del primo scopritore. L'interesse destato nel mondo dei naturalisti dal nuovo giraffide fu enorme. Tutti si precipitarono a ricercare notizie intorno ad esso e non tardò ad essere bene conosciuto. L'Okapia è di dimensione intermedia tra quella di un asino e quella di un cavallo, assomiglia però alla giraffa in tutto, eccezion fatta per la lunghezza del collo e per la tinta del mantello. E' molto più elegante: possiede una testa esile, orecchie sviluppate, narici larghe, occhi miti. La sua distribuzione geografica non è molto estesa: si trova nel Congo, tra i fiumi Ituri e Uelle, in vicinanza della frontiera con l'Uganda dove la foresta è molto fitta, quasi impenetrabile.
Questo fatto ha permesso che venisse scoperta solo in epoca recente. Prima che si sapesse della sua esistenza aveva da temere solo le popolazioni indigene che la catturavano, di tanto in tanto, con lo stesso metodo di oggi. Si scavano in una zona precisa, e con l'autorizzazione del Governo locale, delle buche profonde un metro ed ottanta centimetri, in prossimità di una strada carrozzabile. Le buche vengono coperte da un leggero strato di fogliame. Le trappole vengono ispezionate due volte al giorno al fine di controllare se dentro vi sia caduto qualche esemplare che transita alla ricerca di acqua o di cibo. Quando ci si accorge che una Okapia è caduta nella trappola, si costruisce immediatamente intorno un recinto con un corridoio che conduce sino alla strada. Al termine di questo corridoio si sistema un autocarro-gabbia con un piano inclinato. Terminata la preparazione dello steccato, con un badile si allarga la buca in modo che il timido animale possa uscirne. Risalita alla superficie, l'impaurita Okapia, raggiungerà da sola l'autocarro.
Numerose spedizioni scientifiche, dopo le pubblicazioni dello Sclater e del Lankaster, si diressero verso le foreste congolesi e le povere bestie, per quanto ben nascoste, non ebbero più pace.
Dato il numero ristretto di individui che la specie contava, avrebbe corso il rischio di scomparire se non fossero state vietate tassativamente la cattura e l'uccisione. Comunque un certo numero di esemplari fu preso vivo per tentare l'acclimatazione nei giardini zoologici dove si affeziona facilmente ai suoi custodi. Non va scordato che l'Okapia si reca al pascolo solo di notte, mentre durante il giorno si ritira nel folto della foresta per riposare e ruminare.

LONTRA AFRICANA (Aonyx Capensis)

Simile alla Lontra, l'Aonice capense vive isolata o a coppie o in piccoli gruppi a sud del Sahara, sempre in prossimità di un fiume, di un lago, di una distesa d'acqua qualsiasi in cui abbondano pesci e crostacei che rappresentano il suo «piatto» preferito. Lungo le rive, fra le canne palustri e i giunchi, essa si prepara la tana dove trascorre di solito la giornata, essendo animale prettamente notturno. Come tutte le specie di Lontre, sono abili tuffatrici e prestigiose nuotatrici. Il dorso e i fianchi sono di colore marrone, mentre le guance, la gola e il ventre sono biancastri. Una caratteristica interessante di questo animale, che è attivamente cacciato per la sua pregiata pelliccia, è data dalle lunghe dita delle zampe.
Aonyx costituisce un genere della sottofamiglia delle Lontre.
Le Lontre sono Carnivori che abitano di preferenza nelle acque dolci; hanno un tronco lungo, estremamente flessuoso e una coda slanciatissima che può assumere la funzione di timone.
La testa è depressa, larga, con muso cortissimo.
La mascella e la mandibola sono armate complessivamente di trentasei denti molto adatti per afferrare prede dalla pelle viscida come quella dei pesci.
Le zampe delle Lontre sono molto corte, munite ognuna di cinque dita che possono essere armate di unghie o esserne prive, ma sono sempre collegate da una membrana di varia lunghezza che contribuisce molto a facilitare il nuoto.
Questi carnivori sono diffusi in quasi ogni parte del mondo, all'infuori dell'Australia, e sono compresi in sei generi di cui i più importanti e interessanti sono: Lutra, Paraonyx, Pteronura, Amblonyx, Aonyx, Enhydra.

POTAMOGALE (Potamogale Velox)

Lungo i fiumi che scorrono nelle foreste e nelle boscaglie dell'Africa Occidentale vive questo strano animale appartenente all'ordine degli Insettivori, ma straordinariamente somigliante alle Lontre, sia nella struttura del corpo sia nelle abitudini di vita.
La Potamogale ha il capo largo e, ai lati del labbro superiore, ha lunghissime vibrisse che, quando mangia, si muovono come cespugli agitati da un forte vento. Ha occhi molti piccoli, orecchie con padiglione assai ridotto e narici che può aprire a suo piacimento. All'estremità del corpo slanciato e depresso si nota la coda lunga quasi come il tronco e il capo assieme, appiattita ai lati come quella dei girini e terminante in una punta acuta. Gli arti sono brevi e ciascuna zampa posteriore ha alcune dita saldate assieme in modo da formare, con gli arti, una specie di remo. Come le Lontre, essa stabilisce la sua dimora nelle vicinanze dei corsi d'acqua, nei quali si tuffa di notte alla ricerca del suo cibo preferito: pesci, anfibi, crostacei e insetti acquatici. Abilissima nuotatrice, può resistere a lungo sott'acqua.
A causa della sua pregiata pelliccia morbida e lucente, essa è sempre stata accanitamente cacciata dagli indigeni e si prevede l'estinzione della specie entro pochi anni se non interverranno leggi protettive più severe di quelle attuali.
La famiglia dei Potamogalidi appartiene all'ordine degli Insettivori ed eccelle per la stranezza dei suoi componenti fatti per una vita puramente acquatica.
I Potamogalidi hanno il capo largo e depresso, il tronco molto allungato, la coda lunga e compressa lateralmente. Gli arti sono brevi con le dita dei piedi saldate assieme ma non palmate.
Tutti i Potamogalidi mancano della clavicola e sono coperti da una pelliccia densissima, breve, che ricorda molto quella delle Lontre.
La famiglia dei Potamogalidi e propria dell'Africa Occidentale.

GALAGONE DEL SENEGAL (Galago Senegalensis)

Un piantatore, disturbato dai concerti che i Galagoni, assai numerosi sugli alberi e sui cespugli vicini alla sua casa, organizzavano con grida stridule e dolorosi lamenti, irritatissimo perché incapace di prender sonno, si affacciò alla finestra e lanciò contro la pianta più scura un bicchiere di birra. Gli animali tacquero. La notte seguente il concerto riprese con maggiore vivacità e durò sino al momento in cui furono esparsi di altra birra. Il fatto si ripeté per altre notti perché i Galagoni non si indispettivano affatto per il lancio della birra, anzi la leccavano e, ebbri, si addormentavano. Le loro geremiache lamentazioni avevano un solo scopo: ottenere la birra, ed il piantatore poté avere sonni tranquilli ponendo sulla finestra, ogni sera, un vaso del biondo liquido.
Queste bestiole non vivono mai in branchi, ma isolate o in piccoli gruppi: ciò perché la loro natura battagliera ed irrequieta li porta spesso a considerare nemico anche un proprio compagno.
E' facile che due maschi si azzuffino con ferocia. La lotta si conclude o con la fuga d'uno dei contendenti o con la morte. Il vincitore, allora, si avventa sul ferito o sul morto per divorarne il cervello. Nonostante questi duelli cruenti e attitudini cannibalesche, i Galagoni non sono bestiole cattive. In prigionia, infatti, si comportano con grande rispetto ed affezione (nei limiti di quanto può esserlo una proscimmia) per le persone che offrono del cibo.
Tra le numerose specie di Galagone, molto affini tra loro, la più comune è il Galagone del Senegal. Si incontra soprattutto nelle savane arboree del Senegal fino all'Africa orientale, e giù fino al fiume Limpopo. La luce sembra essere grande nemica dei Galagoni. Di giorno se ne stanno rannicchiati nelle cavità dei tronchi o nel folto delle chiome degli alberi con gli occhi chiusi e con il padiglione auricolare contratto per attutire i rumori. Vogliono vivere indisturbati... Col calare delle ombre della notte si destano dal sonno, diventano attivi dando prova di agilità e di una finezza di vista e di udito simili a quelli dei carnivori.
Si nutrono di sostanze vegetali e animali costituiti da insetti e piccoli vertebrati.
Durante le corse ed i salti, di ramo in ramo, hanno l'abitudine di umettarsi le mani ed i piedi. Non si sa bene se abbiano copiato dall'uomo o se sia stato l'uomo a copiare da loro.

LEPRE SALTATRICE CAFRA (Pedetes Cafer)

Propria dell'Africa meridionale, la Lepre saltatrice cafra ha abitudini notturne. Di sera, verso il tramonto, esce dalle lunghe ed intricate gallerie che si scava con straordinaria maestria e, saltellando come un canguro, da sola o insieme con altre, va in cerca di erbe e radici che costituiscono il suo alimento. Deve difendersi dai carnivori di ogni specie e dagli abitanti del luogo che la cacciano senza tregua per mangiarne le carni saporite come quelle delle comuni lepri.
Durante i piccoli spostamenti, le lepri saltatrici camminano a quattro zampe e, data la brevità di quelle anteriori, l'andatura è lenta e goffa. Per mangiare o per riposarsi si siedono sulle zampe posteriori, così come fanno i canguri o i topi saltatori del deserto. Se un carnivoro le insidia e non fanno in tempo a trovare rifugio nelle loro gallerie, fuggono con una certa velocità, servendosi solo delle zampe posteriori.

POTTO (Perodictus Potto)

L'esploratore che, durante un viaggio in Guinea, scoperse nel 1705 questo animale, ci ha lasciato di esso un triste ritratto.
Il Bosman così si esprime: «... non posso dire altro di questo animale all'infuori che è così brutto da poter essere guardato solo con orrore, e che la sua caratteristica principale è la pigrizia».
E' una creatura lenta, ma tranquilla, che passa la giornata appesa con le quattro zampette ai rami per evitare la luce che spesso sembra offenderla. Questo animale ha una lunghezza totale di circa 35 centimetri. Il tronco è tozzo, la testa è rotonda, il musetto è largo. Il pelame, egualmente lungo su tutto il corpo, è di color bruno giallastro. E' molto caratteristica la presenza di una serie di tubercoli cornei, lungo la linea medio dorsale del collo. Possono essere usati come arma di difesa. Nelle mani e nei piedi prensili, l'indice è ridotto ad un corto tubercolo senza unghia.

DENDROIRACE DORSALE (Procavia Dendrohyrax Dorsalis)

Molte varietà del Dendroirace Dorsale abitano le foreste Sud-orientali del Continente Africano, altre l'Africa occidentale ed alcune le montagne del massiccio del Kilimangiaro. E' un animale notturno, si nutre di ogni sorta di piccole prede e si riconosce dal ciuffo di peli che crescono sulla parte bassa del dorso e che sa arruffare in caso di pericolo. Come tutti gli Iracoidi (nome di questo piccolo gruppo di mammiferi), il Dendroirace Dorsale ha degli zoccoli doppiamente spaccati la cui forma assai particolare obbliga i naturalisti ad annoverarlo tra gli Ungulati.

BUFALO DELLE FORESTE (Bubalus)

I Bufali delle foreste, in Africa, sono di diversi tipi, ed i più classici vivono nella boscaglia della parte occidentale del Continente. La loro taglia è di molto inferiore a quella del grande Bufalo del Capo, il loro colore è fulvo, le loro corna piccole. Sono caratterizzati da grandi orecchie cadenti e frangiate da lunghi peli. In verità si fanno notare anche per il cattivo temperamento che li porta ad assalire anche l'uomo, senza essere provocati. Feriti, o semplicemente infastiditi da uno sparo, mettono in atto una singolare tattica, in cui sono specialisti e per la quale molti cacciatori ed esploratori hanno perduto la vita: aggirano alle spalle i loro avversari senza farsi vedere ed intendere, poi li caricano improvvisamente con furore.
Come gli altri Bufali selvaggi d'Africa, non è mai stato possibile addomesticarli. Malgrado la loro mole dall'aspetto assai pesante, sono tuttavia assai agili e rapidi e probabilmente i più pericolosi di tutta l'Africa. Sono stati la causa d'innumerevoli incidenti e quasi sempre realizzati nelle stesse condizioni. Il loro avvicinarsi è sempre da temere, in modo particolare quando si ha come arma una semplice macchina fotografica o una cinepresa. Ciò non impedisce ai bravi specialisti di realizzare delle sorprendenti fotografie, sulle quali si possono contare le mosche intente a molestare i bovidi selvaggi. I bufali sono ancora numerosi in Africa, ma esso ha il merito di mostrare l'animale tale e quale è, minaccioso, brutale, tutto teso nella carica...
Riprendendo l'accenno alle mosche, che volentieri si attaccano ai grandi erbivori, va detto che non è un fatto da trascurare: molte delle furie subite, apparentemente senza ragione, da questi animali hanno per causa le punture degli insetti particolarmente insolenti. E' già grave ciò che accade in Europa, con gli animali domestici tormentati dai tafani, ed è certamente ancora peggio in Africa dove esiste, oltre alla mosca Tse-Tse, tutto quello che si può immaginare come insetti picchiatori e succhiatori di sangue. Ora si spiega perché i grandi erbivori sopportino con tanta pazienza la presenza di molte varietà d'uccelli che volano attorno a loro o si posano sul loro dorso.

IPPOPOTAMO PIGMEO (Choeropsis Liberiensis)

In una limitata zona dell'Africa occidentale, dalla Nigeria sino alla Sierra Leone, vive il parente nano dell'Ippopotamo anfibio: il Pigmeo.
Differisce moltissimo dal suo cugino. Le sue dimensioni corrispondono a quelle di un grosso maiale; alto ottanta centimetri; lungo circa un metro e novanta centimetri, compresa la coda di venti centimetri; pesa al massimo trecentocinquanta chilogrammi. La sua dentatura inoltre ha uno sviluppo mediocre, conta trentotto denti (quaranta nell'Ippopotamo anfibio) mancando di due incisivi nella mascella.
Il capo è piccolo e gli arti relativamente slanciati e robusti in un corpo a forma decisamente tondeggiante. La colorazione della pelle è di un bruno cupo con riflessi verdastri.
Nemmeno le abitudini ed il modo di vita ha in comune con il gigante dei fiumi.

DOVE VIVE
Il Pigmeo è abitatore delle foreste umide, e trascorre la sua vita in prossimità dei laghi, piccoli fiumi, acquitrini o paludi. Sembra non prenda una dimora fissa ma preferisca spostarsi continuamente. E', comunque, difficile definire con esattezza il suo comportamento perché ancora discordi rimangono le opinioni degli esploratori e degli studiosi, essendo stato scoperto in epoca relativamente recente ed essendo timido, pauroso e schivo, riesce difficile conoscere i suoi costumi. Si sa che è un buon nuotatore e che affronta senza paura anche fiumi impetuosi. Non si allontanerebbe mai dall'acqua perché può rimanere all'asciutto solo per breve tempo, però ama stare spesso a terra, isolato e lontano dagli altri individui della stessa specie.
Il Pigmeo è una creatura notturna e fortemente scontrosa. Si nutre esclusivamente di piante acquatiche, di canne palustri, di radici e di bulbi.
I nativi lo cacciavano per la carne saporita. Oggi la caccia è limitatissima perché la specie è in via di estinzione.

RINOCERONTE BIANCO (Ceratotherium Simum)

L'aspetto più strano di questo mammifero è la sua esistenza. Infatti ricorda molto gli animali preistorici e la forma del suo corpo è molto arcaica.
Nel 1907 furono rinvenuti, in Polonia, due scheletri di Rinoceronte in buono stato di conservazione. Fu possibile ricostruire con una certa facilità la forma completa degli animali, anche per le indicazioni fornite dai disegni e graffiti lasciati sulle pareti delle caverne dagli uomini primitivi.
Avevano una struttura fisica molto simile a quella degli attuali Rinoceronti bianchi del Continente africano. Le figurazioni delle caverne ci dicono che gli uomini preistorici avevano una conoscenza precisa di questi grandi animali. Il nostro stupore è, perciò, fondato quando pensiamo alla loro storia millenaria, ricca di vicissitudini e lotte per la sopravvivenza.
Il Rinoceronte è citato nella Bibbia ed era conosciuto presso gli antichi egizi. Giunse a Roma per opera di Pompeo nel 61 a.C. e fu utilizzato per i combattimenti nel Circo. Più tardi altri imperatori romani opposero il Rinoceronte all'Elefante in lotte sanguinose e spettacolari. Marco Polo vedendolo a Sumatra lo definì «Leone cornuto».
Esistono oggi, nella famiglia dei Rinocerontidi, generi diversi con diversa distribuzione geografica.
Il Rinoceronte Bianco, noto anche col nome di Rinoceronte Camuso, è il più grande di tutti i componenti.
La pelle non ha il colore da cui sembra sia derivato il nome. Probabilmente il nome si riferisce al colore biancastro che la pelle assume quando è coperta da una crosta di fango disseccato.
Alcuni studiosi attribuiscono il nome ad una confusione fatta tra la parola olandese «weit» (largo, riferito al muso) e l'inglese «white» (bianco). Comunque circa il colore dei Rinoceronti africani possiamo prendere come guida la testimonianza autorevole di un famoso cacciatore del secolo scorso, Selons, il quale scrisse: «... l'una e l'altra sono ben lontane dall'essere nere o bianche, per conto mio non potrei nemmeno dire quale sia la più scura...».
Il Rinoceronte Bianco presenta inoltre un complesso di caratteri che nessuna altra specie vivente possiede. I maschi possono raggiungere, alla spalla, un'altezza di quasi due metri ed una lunghezza complessiva di quasi cinque metri, di cui cinquanta centimetri spettano alla coda. Il peso supera quello dei più grossi e grassi Ippopotami. Dopo l'Elefante è il più grande degli animali viventi sulla terra. Riconoscerlo è cosa assai agevole. La testa è straordinariamente allungata e corrisponde a circa un terzo della distanza che va dall'estremità del muso alla radice della coda. Il muso è privo della piccola proboscide presente in altre specie e perciò appare mozzo. Gli occhi sono minuscoli ed un po' appuntite sono le orecchie. Sull'orrido muso spuntano due corni: l'anteriore, diretto verso l'alto ed un poco in avanti, è il più lungo; il posteriore, a brevissima distanza dal primo, raggiunge abitualmente una lunghezza, varia, da venti a sessanta centimetri. Il mostruoso corpo è ricoperto da una robusta pelle, spessa e completamente priva di setole.
Ama le zone aperte, pianeggianti, ricche di erbe delle quali si nutre quasi esclusivamente.
Una volta al giorno si reca all'abbeverata e ne approfitta per rotolarsi nel fango, abitudine comune a tutti i rinoceronti.
Venne scoperto nel Bechuenaland da John Burchell, nell'anno 1812. Venne più tardi ritrovato in altre zone dell'Africa meridionale e centrale, dallo Zululand al Congo.
La caccia ed altre cause non bene precisate, decimarono la specie tanto da sembrare quasi estinta. Invece, nel 1899, alcuni gruppi furono segnalati nel distretto di Lado e nello Zululand. Per evitare lo sterminio la caccia fu proibita e la specie è aumentata di numero.

ORICE GAZELLA (Oryx Gazella)

L'Orice Gazzella, chiamato anche Antilope Camoscio, Orice del Capo, Passan, Gemsbok, è una delle specie più note del genere. Raggiunge una taglia notevole; è alto al garrese anche un metro e venti centimetri; la sua lunghezza raggiunge i due metri e cinquanta centimetri, dei quali oltre quaranta spettano alla coda. Il suo mantello e grigio giallastro con macchie e strisce di un bruno intenso o nere, localizzate sul capo, sui fianchi, sugli arti. Una criniera bruno scura percorre superiormente il collo. La coda porta un ciuffo nero di crini. La lunghezza delle corna, assai maggiore nelle femmine che nei maschi, oscilla intorno al metro: «sono delle ottime lance naturali, delle quali gli animali che le possiedono sanno fare ottimo uso».
La bellissima Antilope camoscio vive esclusivamente nelle zone desertiche dell'Africa meridionale, dove stentatamente crescono radi arbusti che le servono da alimento. Vive in gruppi notevoli i quali si recano all'abbeverata ad intervalli abbastanza lunghi.
E' un animale rapido nella corsa, ma difficilmente riesce a sottrarsi all'assalto dei grossi carnivori. L'indole non è diversa da quella degli altri Orici.

ANTILOPE ALCINA (Taurotragus Oryx)

La più grande Antilope africana, dotata di una robusta corporatura, vive in una zona compresa tra la Colonia del Capo, il Congo ed il Kenia settentrionale. E' un animale socievole che vive in branchi abbastanza numerosi. Nonostante le rilevanti dimensioni del corpo, non molto discoste da quelle di un bue, sa essere veloce. Il branco, all'avvicinarsi di un pericolo, si dispone in fila indiana, con i piccoli in testa ed i maschi nella retroguardia, e con galoppo pesante, ma rapido, si dilegua ben presto in lontananza. Si nutre di erbe delle praterie e delle radure e può bere di rado, ma se il pascolo è arido deve avvicinarsi quasi ogni giorno ai luoghi dell'acqua, dove spesso è assalita dai carnivori. E' stato tentato l'addomesticamento con risultati soddisfacenti.

PROTELE (Proteles Cristatus)

Apparentemente simile ad una iena striata, il Protele crestato differisce dalla iena menzionata sia nella dentatura, sia nel numero delle dita degli arti anteriori, sia nelle dimensioni del corpo, sia sul modo di vita: ha, infatti, 32 denti, 2 in meno della iena; è più piccolo ed ha il corpo più snello della sua simile; i suoi arti anteriori sono muniti di 5 dita invece di 4 come quelli della iena. Il mantello bianco-rossastro, formato da peli morbidi e ruvidi, ha alcune strisce trasversali bruno-nere; sul dorso e sulla coda, lunghi peli formano una folta criniera che si erige a volontà dell'animale.
Il Protele ha abitudini notturne e trascorre le ore del giorno nascosto in una profonda tana che egli stesso si è scavato o in quella abbandonata da qualche altro animale scavatore. Di notte esce alla ricerca del cibo preferito: le termiti. E' diffuso nelle aride boscaglie e nei territori stepposi del Sud-Africa e di alcune zone dell'Africa centrale.
Se durante le scorribande notturne i Protele sono minacciati da vicino da cacciatori e quindi non hanno la possibilità di trovar scampo nella fuga, cercano di difendersi lanciando acutissime urla; sono comunque minacce mai seguite dai fatti, poiché i Protele non hanno quasi mai il coraggio di assalire l'uomo.

SURICATO (Suricatus Tetradactylus)

Questo piccolo animale ha una lunghezza complessiva, dal muso alla punta della coda, di circa mezzo metro. Riunito in piccoli branchi, vive in alcune zone dell'Africa meridionale dove il terreno è adatto alla escavazione.
Esso, infatti, scava continuamente sia per prepararsi la tana dove riposa e si rifugia in caso di pericolo, sia per ricercare bulbi, radici e anche insetti che mangia tenendoli delicatamente fra le zampe anteriori come i roditori.
Il suo mantello è formato da peli piuttosto ruvidi di tinta grigio-giallastra sul dorso e biancastra sul ventre, con alcune strisce trasversali sul dorso.
Sulla piccola testa bianchiccia, un po' simile a quella di alcune specie di insettivori, si notano occhi grandi, orecchie piccole e tondeggianti e un muso che termina a forma di piccola proboscide.
I corti arti hanno 4 dita munite, specialmente quelle delle mani, di unghie fortissime adatte particolarmente a scavare.
Molto spesso il Suricato sta in posizione verticale, seduto sulle zampe posteriori, davanti all'apertura del suo rifugio sotterraneo per riscaldarsi al sole; quando si trova in tale posizione, annusa senza sosta l'aria per avvertire l'avvicinarsi di prede o di nemici.

VOLPE CAMA (Vulpes Chama)

Le Volpi sono sempre state considerate simbolo di astuzia e di perfidia.
Esse si distinguono da tutti gli altri canidi per il corpo relativamente lungo, gli arti brevi ma vigorosi, il muso molto appuntito, le orecchie grandi e la coda rivestita di folto pelo.
Il genere Volpe è uno dei più vasti dei Carnivori, comprendendo un'ottantina tra specie e sottospecie, che differiscono le une dalle altre per le dimensioni, per caratteristiche riguardanti il cranio, per il rapporto di lunghezza tra tronco e coda, per la colorazione, ecc. La distribuzione geografica è vastissima.
Si trovano Volpi in tutto l'emisfero settentrionale e negli ambienti più diversi, tanto sui monti, sino a diverse migliaia di metri di altezza, quanto nelle regioni più calde, nei deserti, nelle foreste.
In Africa si trovano dalle rive del Mediterraneo al Capo di Buona Speranza.
Il genere Volpe manca soltanto nell'Australia e nella Nuova Zelanda.
La Volpe Cama è una specie tipica dell'Africa, che abita nella regione bagnata dal fiume Orange.
E' un animale molto grazioso e di forme eleganti; la sua pelliccia, di un bel colore fulvo, è screziata di irregolari striature dorsali di colore grigio o nero. Ha taglia leggermente più ridotta di quella della Volpe europea e se ne distingue a prima vista per il notevole sviluppo dei padiglioni auricolari.
Si nutre prevalentemente delle uova dei volatili di cui è avidissima; riesce ad avere ragione persino delle uova di struzzo, dal guscio troppo resistente per la debole dentatura del carnivoro. Essa li sospinge ripetutamente su sassi e rocce finché le uova si infrangono.

OTOCIONE (Otocyon Megalotis)

Quest'animale, con le sue sottospecie, è diffuso soprattutto nell'Africa orientale e meridionale, preferendo abitualmente le zone dove la boscaglia, più o meno folta, e arida.
Timidissimo, vive isolato o in coppie, e durante il giorno se ne sta nel più fitto della macchia, dove la luce penetra a malapena, oppure nelle tane abbandonate dagli Oritteropi, dalle Iene, dalle Istrici.
L'Otocione è alto alla spalla pressappoco trentacinque centimetri.
Ha il tronco snello, le zampe sottili, la coda slanciata ed elegante.
Il capo è piccolo, col muso appuntito; gli occhi hanno pupilla rotonda ed un'espressione un po' spaurita. Le orecchie hanno un tale sviluppo in altezza ed in larghezza da sembrare addirittura sproporzionate. Di questo genere si conoscono diverse sottospecie che si differenziano l'una dall'altra per la colorazione della pelliccia. Questa è abbondante, abbastanza lunga sul tronco e molto lunga sulla coda, un po' ruvida.
Il piccolo Otocione, dalla coda assai folta e dalle grandi orecchie, è il Canide selvaggio che possiede il maggior numero di denti: da quarantasei a quarantotto. Elegante, con occhio vivo, abita l'Africa Sudorientale, dove durante la notte dà la caccia a ciò che trova, particolarmente ad ogni sorta di insetti. Lo si conosce assai male, non si sa se sia Cane selvaggio, Volpe o Fennec, ma esso esiste e ciò gli basta. Infatti, lo si vede raramente, lo si ignora, non se la prende per le prede che l'uomo gli impedisce di mangiare, e non è, dunque, inseguito. Non è difficile incontrarlo in un giardino zoologico, ma molto rari sono i visitatori capaci di dargli il suo nome. Forse, gli stessi specialisti possono trovarsi nell'imbarazzo... Un po' dappertutto nel mondo ci sono cani selvatici, più o meno difficili da identificare, e non e sempre da domandarsi come classificarli, tanto essi si rassomigliano o tanto sono differenti gli uni dagli altri. Quando cala la sera l'Otocione vaga come un'anima in pena uscendo dal suo nascondiglio. Va alla ricerca degli avanzi di carne abbandonata dai più grossi e audaci cacciatori, ma si nutre anche d'insetti, particolarmente di cavallette.

NYALA (Tragelaphus Angasi)

Il bellissimo Nyala ama le zone di fitta boscaglia umida e gli acquitrini. E' un animale estremamente scontroso; si allontana raramente dal suo ambiente, spesso impenetrabile, per cui non e facile vederlo o catturarlo. Non è però una specie rara come si potrebbe essere indotti a pensare. Vive infatti in tutta l'Africa sud orientale ed ogni museo zoologico possiede un esemplare di questa interessante Antilope. La forma del suo corpo ricorda quella del Cudu: ha al garrese l'altezza di un metro. Ci sono, però, delle notevoli differenze nelle corna e nel mantello. Le corna, possedute dai soli maschi, misurano una settantina di centimetri e descrivono una o due spire con carena anteriore poco accentuata. Il mantello, di color grigio scuro, porta numerose macchie e strisce bianche verticali. Una piccola criniera si estende sul collo e sul dorso, sino alla coda. Una piccola barba e presente sotto la gola e si prolunga a modo di frangia sul petto e sulla linea mediana del ventre.

GNU DALLA CODA BIANCA (Connochaetes Gnu)

Questa Antilope e tanto strana nell'aspetto quanto e strano il nome che porta, derivato dal grido che emette. La struttura del tronco, della coda, delle zampe, ricorda molto quella dei cavalli; mentre gli zoccoli, il capo e le corna, presenti in ambo i sessi, ricordano i bovini.
Lo Gnu dalla coda bianca era un tempo abbastanza comune nel Sud Africa, oggi per cause naturali e per la caccia, e molto raro. Vive in branchi numerosi nelle pianure erbose in compagnia di zebre, di altre antilopi e di struzzi.

BONTEBOK (Damaliscus Pygargus)

E' un animale grande, ossuto, assai dinoccolato e sgraziato. Si giudica che, oggi, non esistano più di cento esemplari in tutto il Continente Africano. Con i pochi individui rimasti sarebbe possibile ricostruire i branchi immensi dei bei tempi antichi? Non e senza una certa malinconia che si aprono le vecchie opere di avventura dell'ultimo secolo e che vi si leggono le descrizioni delle bestie selvagge che coprivano la pianura durante i loro spostamenti. Queste bestie che vissero accanto alle pantere ed ai leoni non resistettero ai fucili dei coloni.

BLESBOK (Damaliscus Albifrons)

Ha il pelo bruno-rosso con delle chiazze bianche distribuite sul posteriore, sul ventre, all'interno delle zampe e sulla fronte. Rapido nella corsa, resistente al male, praticamente infaticabile, è servito da riserva di carne, come il Bontebok, ai primi coloni dell'Africa del Sud. E' certo, anche, che gli uomini l'hanno eliminato coscientemente, non potendo sopportare la sua presenza là dove l'agricoltura cominciava a diffondersi.

PELEA (Pelea Capreolus)

Imparentate coi Cobi dei canneti, esistono in Africa alcune piccole Antilopi che gli Inglesi chiamano Reedbucks. Una di queste è il Reedbuck di montagna. Esso è assai pericoloso, pesa quasi trenta chilogrammi, ed è isolato nell'Africa del Sud. Un'altra varietà pesa venticinque chilogrammi, vive ugualmente in Africa del Sud. Essa è caratterizzata, inoltre, da due piccole corna molto diritte e si chiama Vaal Rhebok (letteralmente «capriolo delle piccole valli»). Nelle montagne di queste regioni, il Vaal Rhebok o Pelea interpreta un po' il ruolo del Camoscio nelle montagne del centro Europa, ovvero quello dell'Izoard nei Pirenei. Salta di roccia in roccia e mostra una fisionomia particolarmente seducente, soprattutto nei maschi, soli a portare le corna, con il piccolo muso nero ben disegnato e la loro lunga coda, bianca di sotto, che alzano in caso di allarme. Questa piccola Antilope di montagna abita nelle regioni desertiche e non offrendo trofei ricercati resiste assai bene alle stragi dei cacciatori. Se essa è rara, arriva comunque a mantenersi. Non è stata spesso fotografata nel suo ambiente naturale.

SALTARUPE (Oreotragus Oreotragus)

Il Saltarupe è un grazioso abitatore delle montagne. Lo si incontra sempre al di sopra dei duemila metri in una vasta zona geografica che si estende dal Capo di Buona Speranza all'Abissinia ed alla Nigeria settentrionale. E' abbastanza frequente anche in Eritrea e nella Somalia del nord.
Questi graziosi ruminanti, detti Sassà o Klippspringer, vivono in coppie o in piccoli gruppi di cinque-sei individui. Non si allontanano dalla zona abituale. Si spostano di giorno, uscendo all'alba dalle anfrattuosità. Camminano sulla punta degli zoccoletti percorrendo le creste più vertiginose e le cenge più strette. Trovano sempre uno spazio sufficiente per appoggiare il piccolo zoccolo. Posseggono una vista acutissima che permette loro di scorgere un animale ostile anche a notevole distanza.
La fuga veloce e spericolata lascia, in chi ha la fortuna di osservarla, un ricordo incancellabile. Sulla irta e scoscesa parete, dove uno scalatore provetto procederebbe lento, alla ricerca di qualche appiglio, il Saltarupe corre rapido, agile, elegante, balzando di roccia in roccia come una palla di gomma.
Per la potenza dei sensi, per l'agilità dei movimenti, per l'ambiente inospitale riesce a fuggire alla caccia dei suoi nemici naturali, ma spesso cade vittima dell'agguato dell'uomo.
Alcuni esemplari, catturati vivi, si sono dimostrati, nello zoo, tranquilli e fidenti come capretti.
Le loro dimensioni sono modeste: altezza, al garrese, cinquanta centimetri; tronco corto e tozzo; piccola coda. Lungo è il collo e corte le orecchie, arrotondate sull'estremità. Portano, i soli maschi, cornetti quasi perfettamente diritti, anellati alla base e non più lunghi di dieci centimetri. La pelliccia è di un colore grigiastro nelle parti superiori e biancastra nelle inferiori. Un bianco anello circoscrive gli occhi.

ANTILOPE NERA (Hippotragus Niger)

Una delle caratteristiche più interessanti di queste poderose Antilopi sono le corna, fortemente anellate sino alla punta, sono tozze alla base e vanno gradatamente diminuendo di diametro.
Esse si ergono sulla fronte descrivendo un'ampia curva.
Nonostante nell'età adulta siano piuttosto bellicose, se catturate da giovani è ben difficile che queste antilopi si dimostrino cattive con gli uomini.
Un cacciatore, aggirandosi un giorno nella boscaglia, trovò un grosso felino morto: aveva il tronco trapassato dalle grandi corna di un'Antilope nera. I segni della cruenta lotta erano evidenti sul terreno, bagnato di sangue, ma la trionfatrice, come indicava la pista lasciata, se n'era andata tranquillamente. L'Egocero nero, altro nome del superbo animale, è molto pericoloso; ferito o irritato si avventa contro l'assalitore con le formidabili armi di cui la natura l'ha dotato. Il naturalista Selous, raccontò che un'Antilope nera, nel breve tempo di pochi minuti, gli uccise quattro dei migliori segugi che componevano la sua muta. Questo animale si incontra principalmente nelle zone montagnose della Rhodesia, del Transwaal, del Mozambico, del Nyassa.
Vive in branchi composti di alcune decine di individui, guidati da un solo vecchio maschio. Le Antilopi compiono i loro spostamenti con la luce, offrendo uno spettacolo magnifico... «forse uno dei più belli che si possano vedere nella boscaglia africana», secondo il parere dello Scortecci. Trascorrono la notte tra la folta vegetazione, mentre di giorno stanno nei pascoli a brucare le ricche erbe o a riposarsi mollemente sdraiate al suolo.

ANTILOPE SALTANTE (Antidorcas Marsupialis)

Simili a Gazzelle, come allude il loro nome scientifico, le Antilopi saltanti o Springbok, hanno un aspetto elegante. Il capo snello è sorretto da arti sottili ma robusti. Sono alte, al garrese, ottanta centimetri e lunghe circa un metro e cinquanta centimetri, compresa la coda. La testa, di media grandezza, è provvista di corna (presenti in ambedue i sessi) che si ergono, tra le due orecchie lunghe e appuntite, a forma di lira. Nei maschi sono lunghe sino ad una quarantina di centimetri. Il mantello ha una caratteristica colorazione che da sola sarebbe sufficiente a distinguere la specie. Un particolare interessante contraddistingue queste Antilopi. Sulla parte posteriore del dorso, lungo la colonna vertebrale, presentano una duplicatura della pelle, simile ad un marsupio, ricca di ghiandole che secernono una sostanza simile a sebo emanante un odore di miele. Questa zona è coperta da peli bianchi, e le ghiandole rimangono chiuse quando l'animale è calmo, mentre si aprono quando l'animale si muove o si agita. Sono creature per eccellenza gregarie e perciò vivono in branchi di diverse decine di individui, maschi e femmine. Esse accettano la compagnia di antilopi di altra specie. Hanno un'indole vivace, sensi acuti, carattere sospettoso, per cui, sia quando nelle sconfinate lande pascolano, sia quando si ristorano all'ombra di un'acacia, sempre vigilano, pronte a fuggire in presenza del pericolo. La velocità che sviluppano nella corsa è sorprendente; né leopardi, né leoni possono raggiungerle. Sino alla fine del secolo scorso le belle Antilopi saltanti erano numerose in tutto il Sud-Africa ed ogni anno compivano lunghe migrazioni alla ricerca di pascoli più ricchi e di acqua più abbondante. Come un'orda vandalica distruggevano ogni cosa che potesse essere d'ostacolo alla loro marcia. Oggi non sono abbondanti, ma nemmeno scarse: vivono indisturbate, nei diversi parchi dell'Africa.

GIRAFFA

GIRAFFA DAL MANTELLO DI LEOPARDO (Giraffa Camelopardalis)

Il nome «giraffa», di origine non precisata, secondo alcuni vorrebbe significare mite, buona, cara. In verità la sua indole è davvero molto tranquilla. Il termine «camelopardalis» fu ad essa attribuito da Orazio, il quale vedeva nella strana creatura del Continente nero, un misto di Cammello e di Leopardo. Detiene il primato dell'altezza nel mondo animale: infatti negli individui maschili può superare i cinque metri. E' quanto mai sproporzionata perché il tronco è breve e perché tra il garrese e la groppa esiste un'evidente differenza in altezza.

GIRAFFA DEL MASAI (Giraffa Camelopardalis)

Esistono dodici sottospecie di questo strano animale che si distinguono per la diversa chiazzatura del mantello. Si noti il tipo particolare di chiazze sul mantello di un esemplare che vive nelle regioni del Masai. Anche questa giraffa ha le abitudini ed i modi di vita comuni, senza alcuna eccezione. Se ne sta di preferenza nelle zone a vegetazione erbacea, dove non manchino alberelli alti sette od otto metri.
Di giorno il branco va al pascolo, di sera si porta all'abbeverata. Trascorre la notte nel folto della boscaglia ove si accascia per dormire o ruminare.

GIRAFFA RETICOLATA (Giraffa Camelopardalis Reticulata)

Questa sottospecie vive nella Somalia ed è chiamata dagli indigeni col nome di Gherì. I branchetti di Gherì si incontrano quasi esclusivamente nelle zone dove crescono le alte e caratteristiche acacie. La Giraffa è quasi muta: soltanto in primavera emette uno speciale belato.
E' resistente e veloce nella, corsa anche se la sua andatura è apparentemente curiosa. Incute rispetto a molti abitatori della foresta. Teme solo il leone, ma se è attaccata e vede che i piccoli non riescono a fuggire, si ferma ed affronta il re della savana. Ma il suo più terribile nemico è l'uomo cacciatore: bianco o indigeno.

ZEBRA

ZEBRA REALE (Equus Grevyi)

Vive nella parte meridionale della Somalia ed in particolar modo nell'Oltregiuba. E' forse la più bella tra tutte le zebre; alta alle spalle sino ad un metro e quarantasei centimetri, è lunga circa due metri e mezzo. Il colore di fondo del mantello è molto chiaro, le strisce nere, molto fitte, interessano anche gli arti. Il muso è nero e le parti ventrali bianche. E' sempre riunita in branchetti e non si trova a grande distanza dall'acqua.

ZEBRA DI MONTAGNA (Equus Zebra)

Abita nelle zone montagnose dell'Africa meridionale e sud occidentale. Simile nell'aspetto alla zebra reale, è alta, al garrese, un metro e venticinque centimetri e presenta zebrature più larghe, sia sul collo, sia sulle cosce. Le strisce nere si spingono sino agli zoccoli e formano sulla groppa una caratteristica figura a scala. E' una specie in continuo regresso numerico e sembra destinata a scomparire. Ciò è dovuto anche alla caccia intensa.

ZEBRA DI CHAPMAN (Equus Chapmanni)

Il fondo del mantello è di colore giallo-bruno. Le zebrature, molto ampie sui fianchi, raramente raggiungono lo zoccolo. Fra le strisce nere esistono altre strisce più sottili e sfumate, di color bruno. L'aspetto d'insieme non si discosta molto da quello delle altre specie. Le zebre di Chapman sono soprattutto presenti nelle vaste praterie della Rhodesia meridionale. La criniera nucale è breve e zebrata.

ZEBRA DI GRANT (Equus Granti)

Il fondo del mantello è di color bianco sporco o gialliccio più o meno scuro, con strisce nere, larghe e molto spaziate. Ha il muso un po' corto, il collo slanciato e le orecchie di dimensioni ridotte. Il temperamento è vivace: più cavallino che asinino. E' alta alla spalla un metro e trenta centimetri e lunga circa due metri. La coda è assai ricca di crini. E' diffusa nell'Africa orientale equatoriale e nell'estremo meridione della Somalia.

GATTO

GATTO LIBICO (Felis Lybica)

Il Gatto Libico è molto probabilmente l'antenato autentico del nostro gatto domestico. Si sa che esiste in Europa un altro Gatto selvatico, Felis sjlvestris. Ma non può essere questo l'avo, perché non si «mescola» con il nostro piccolo compagno a quattro zampe come, invece, accade con il Gatto Libico. Addomesticato dagli antichi Egizi, fu adoperato nella custodia dei granai e divenne una divinità.

GATTO DEL DESERTO (Felis Margarita)

Notturno, prudente, basso sulle zampe, abita nelle buche scavate nella sabbia. Lo si incontra, con difficoltà, in tutte le zone desertiche del Continente Nero, dal Sud dell'Algeria sino all'Est del Sudan, con dei rappresentanti in Arabia, in Russia, sino al sud del Mar Caspio. Si sottolinea la sua fisionomia placida, illuminata da due occhi belli e lucenti.

GATTO DELLA GIUNGLA (Felis Serval)

Il Gatto della Giungla è grosso, con una pelliccia assai caratteristica e delle orecchie lunghe ed appuntite. Abita anche l'Africa orientale, ma è soprattutto asiatico ed il suo dominio si estende sino in Birmania. La sua tinta bruno-fulva, la sua coda relativamente corta, l'altezza delle sue zampe, tutto concorre ad annoverarlo a mezza distanza fra le Linci ed i Gatti selvaggi. E' un eccellente cacciatore di uccelli.

GATTO DAI PIEDI NERI (Felis Nigripes)

E' poco conosciuto. Assomiglia più o meno al Gatto selvatico comune, eccettuato la pianta dei suoi piedi neri ed eccettuate le marezzature differentemente disposte. Abita soprattutto l'Africa del Sud, ma lo si è visto spesso più a Nord, nel Sudan, per esempio. Conduce un'esistenza discreta e segreta. E' il più piccolo dei Gatti selvatici africani ed è il più raro e il meno conosciuto dal grande pubblico.

TOPO

TOPO DALLA CRINIERA (Lophiomys Imhausi)

I Topi dalla criniera, divisi in poche specie dalle caratteristiche somatiche quasi simili, vivono nell'Africa orientale. Hanno 4 dita nelle zampe anteriori e 5 nelle posteriori e il pollice è opponibile alle altre dita. I peli del dorso, che possono misurare quasi 10 centimetri di lunghezza, si drizzano a volontà dell'animale. Una caratteristica che permette di riconoscere questi roditori è data da una striscia di peli grigiastri che si nota lungo i fianchi.

RATTO GIGANTE DEL GAMBIA (Cricetomys Gambarius)

Diffuso nelle zone con folta vegetazione, allo stato adulto è lungo quasi un metro, coda compresa. Assomiglia ad un Ratto vero, con pelliccia più o meno ruvida e con la lunga coda coperta di squame.

ELEFANTULO DI ROZET (Elephantulus Rozeti)

Grande come un topolino delle nostre case, l'Elefantulo di Rozet è uno dei più strani componenti l'ordine degli Insettivori. Le caratteristiche più notevoli di questa bestiolina sono il lungo naso a forma di proboscide e i lunghi e numerosi baffi che crescono all'inizio della proboscide stessa.

TOPO DELLE PIRAMIDI (Jaculus Jaculus)

Questo grazioso animaletto dalle lunghe zampe posteriori dimora nelle zone desertiche dell'Africa settentrionale. Esso esce solo all'imbrunire dalla tana scavata nella sabbia e va alla ricerca di semi, che sono il suo alimento preferito. Quando si muove procede a passi lenti o a balzi più o meno lunghi, tenendo le corte zampette anteriori raccolte e strette contro il petto.

ZORILLA CAPENSE (Zorilla Capensis)

Animale notturno, la Zorilla del Capo o capense preferisce dimorare in caverne naturali o in tane che essa stessa si scava nelle zone rocciose del Sud-Africa. Il suo corpo è ricoperto da un folto e soffice pelo nero lucente con macchie e striature bianche variamente distribuite. Pur essendo facilmente addomesticabile, gli indigeni si guardano bene dall'avvicinarla a causa del liquido nauseabondo che essa lancia contro ogni importuno.

ISTRICE CRESTATA (Hystrix Cristata)

Presente anche in Sicilia, l'Istrice crestata è diffusa nell'Africa settentrionale e occidentale. Essa, quando è in pericolo, si raggomitola come una palla e drizza i suoi appuntiti aculei lunghi alcune decine di centimetri, ad anelli bianchi e neri, di cui si serve per difendersi dai nemici. Non è però vero che le Istrici possano lanciare i loro aculei contro gli avversari.

STRUZZO (Struthio Camelus)

E' il più grosso degli uccelli dell'epoca attuale. Inadatto al volo, ma velocissimo nella corsa e camminatore instancabile, lo Struzzo è tanto ingordo che inghiottisce ogni oggetto che vede, specialmente se è di metallo lucido.

OTARDA DI KORI (Choriotis Kori)

L'Otarda di Kori, conosciuta anche col nome di Otarda imperiale, è uno dei più grandi esemplari della famiglia. Essa è facilmente distinguibile dalle altre Otarde, uccelli tipici del Continente africano, per la presenza di un ciuffo occipitale appuntito e per il colore nero con bordo bianco delle copritrici alari.

BUCORNO D'ABISSINIA (Bucorvus Abyssinicus)

Parecchi sono i caratteri distintivi di questo strano uccello diffuso non solo in Abissinia, ma in quasi tutta l'Africa tropicale: è grosso come un tacchino; ha un enorme becco su cui, dalla metà fino alla testa, spicca una protuberanza cornea simile ad un elmo; il piumaggio è quasi tutto nero con riflessi metallici; la zona intorno agli occhi è rossa; la pelle nuda della gola è azzurra al centro, rossa ai lati e in basso.

SERPENTARIO (Sagittarius Serpentarius)

Vero maestro nell'arte di uccidere i serpenti, il Sagittario o Segretario, volatile falconiforme diffuso in gran parte del Continente africano, è veloce corridore e buon saltatore.

SERPENTE

COBRA COMUNE (Naia Haie)

Il veleno di questo serpente è potentissimo e può cagionare la morte di una persona sana e robusta in brevissimo tempo; quattro gocce del suo veleno sono sufficienti a far morire un cavallo o un cammello e tre bastano per uccidere una Gazzella dorcade.

MAMBA VERDE (Dendroaspis)

Il micidiale veleno di questo serpente, lungo di solito oltre due metri e mezzo, uccide in pochi istanti una persona adulta. Estremamente irritabile ed aggressivo, il Mamba è agilissimo nell'arrampicarsi e nello scendere dagli alberi ed è rapido anche quando striscia sul terreno.

VIPERA DEL GABON (Bitis Gabonica)

La Vipera del Gabon detiene il primato di bellezza fra i Viperidi per i magnifici colori della sua pelle ed occupa uno dei primi posti nella graduatoria mondiale degli avvelenatori. Le sue lunghe zanne penetrano profondamente nella carne della vittima, iniettando una forte dose del terribile veleno che ha azione paurosamente rapida per la presenza in esso di sostanze neurotossiche. Diffusa in gran parte dell'Africa tropicale, essa è in continuo aumento per merito della sua abbondante prolificità. Allo stato adulto raggiunge quasi due metri di lunghezza.

AQUILA DI MARE (Haliaetus Albicilla)

Questo maestoso rapace raggiunge in alcuni esemplari la lunghezza totale di un metro e dieci centi metri.
Possiede una struttura alquanto massiccia; ha il capo di media grandezza e un becco fortemente uncinato.
L'apertura alare è imponente mentre la coda è di media lunghezza.
Questo magnifico uccello è uno dei più grandi rapaci che si possano trovare non solo lungo le coste del mare, le sponde dei laghi e dei fiumi dell'Africa settentrionale, ma anche dell'Europa e dell'Asia. Piuttosto timida, l'Aquila di mare si ciba di piccoli uccelli e mammiferi, di pesci, di crostacei e di molluschi.

AQUILA DAL CIUFFO (Lophaetus Occipitalis)

L'aquila dal ciuffo, a differenza dell'aquila di mare, dimostra di non essere troppo diffidente, tanto è vero che si porta volentieri nei pressi dei centri abitati allo scopo di predare animali domestici.
Serpentelli, lucertole, roditori e anfibi rappresentano il menù preferito dall'Aquila dal ciuffo, così chiamata per il ciuffo di penne lanceolate che ha sul capo, erigibili a sua volontà. E' diffusa dal Nilo al Sud Africa, nelle zone boscose poco lontane da corsi d'acqua.

CUCULO DAL CIUFFO (Clamator Glandarius)

Diffuso nell'Africa settentrionale e centrale, il Cuculo dal Ciuffo si distingue facilmente dal Cuculo comune per la presenza, sulla sommità del capo, di un ciuffo di penne erigibili. Superiormente il piumaggio è grigio-bruno con macchie bianche; inferiormente è bianco, tranne la gola e il mento che hanno sfumature fulve.

GRUCCIONE (Merops Apiaster)

Bellissimo uccello dal piumaggio multicolore, il Gruccione è diffuso, oltre che in Africa, anche in Europa ed in Asia. Una caratteristica che ne facilita la distinzione è data dalla maggiore lunghezza, nella coda, delle due penne mediane. Vive in stormi nelle vicinanze dei corsi d'acqua e si nutre di insetti d'ogni specie, particolarmente di vespe, calabroni e api.

GHIANDAIA MARINA (Coracias Abyssinica)

Il verde mare con i riflessi azzurri, il rossiccio e l'azzurro cobalto sono i colori predominanti nel bellissimo piumaggio multicolore della Ghiandaia marina diffusa nelle regioni settentrionali del Continente africano. Questi uccelli sono ottimi volatori, vivono nelle zone boscose e si nutrono principalmente di insetti.

UPUPA (Upupa Africana)

Questa specie di Upupa è diffusa nell'Africa settentrionale e centrale, in quasi tutta l'Europa e in buona parte dell'Asia. E' facilmente riconoscibile per il lungo becco incurvato, adatto a far uscire larve e insetti dai propri nascondigli e per il lungo ciuffo di morbide e lunghe penne che ha sul capo.

INDRI DALLA CODA CORTA (Indri Brevicaudata)

Gli abitanti di un villaggio, assaliti dai loro nemici, fuggirono nella foresta. Un gruppo di Indri prese ad ululare. I persecutori, scambiando le voci lamentose degli animali per quelle di uomini, si diressero verso di loro ed ebbero la sorpresa di trovarsi dinnanzi ad una banda di lemuri. Pensando che un prodigio avesse tramutato gli abitanti in animali, fuggirono terrorizzati. Da allora i Malgasci venerarono questi esseri rapidissimi e scaltri. Infatti la loro distribuzione geografica interessa la striscia costiera orientale del Madagascar. Gli Indri sono animali diurni e vivono quasi sempre sugli alberi sui quali si spostano servendosi soprattutto degli arti posteriori che sono robusti. Della vita in prigionia e del temperamento di queste proscimmie si sa assai poco, sembra tuttavia che siano docili, ma non piacevoli, e scarsamente intelligenti.

MACHI MACACO (Lemur Macaco)

La foresta densissima è il suo regno e della foresta sceglie le parti più nascoste e gli alberi più alti. Quando calano le ombre della sera, il Machi si desta, lancia grida fortissime e lugubri ed incomincia le sue scorribande spericolate sui tronchi e sui rami. Va alla caccia di cibo: frutta, foglie e qualche piccolo animale. L'attività dura tutta la notte. Al comparir dell'alba ritorna sul suo albero preferito e cade in una profonda sonnolenza. I Machi vivono in gruppi di pochissimi individui. Hanno nel Madagascar una distribuzione assai modesta. Questa specie è caratteristica per la varietà di colore esistente tra i maschi e le femmine; mentre i maschi sono completamente neri, le femmine mostrano un pelo di colore variabile, tendente al giallo rossiccio.

VARI (Lemur Variegatus)

Gareggia in bellezza con il Catta. Misura novanta centimetri di lunghezza con la coda compresa. Il pelame lunghissimo che si allunga sul corpo e sulle orecchie, forma due caratteristici cuscinetti remiformi, che sporgono dietro il muso. In tutti gli esemplari la coda, il capo, le mani ed i piedi sono neri. Le restanti parti del corpo sono bianche e nere. I bellissimi Vari vivono nelle regioni interne del Madagascar. Si muovono in piccoli branchi nel folto della foresta alla ricerca di cibo. Si nutrono in prevalenza di frutta che raccolgono durante il giorno. Posseggono una indole fiera e la loro voce è così forte e rauca da somigliare molto a quella del leone. Al levar del sole, quando i primi raggi baciano la terra, il Vari si alza, si scuote e allarga le braccia rimanendo fermo. Questo comportamento ha colpito la fantasia delle popolazioni indigene per cui dicono che i Vari adorano il sole.

CATTA (Lemur Catta)

Una corvetta francese ospitò per un certo tempo un Catta molto domestico. Riconosceva il padrone, scherzava con i mozzi, nutriva particolare tenerezza per un'altra scimmia imbarcata sulla stessa nave. Mostrava invece antipatia per una gallina alla quale usava ogni villania.
Certamente questo episodio si riferisce ad un esemplare eccezionale, perché normalmente il Catta è dotato di scarsa intelligenza, anche se è facile l'addomesticamento. I Catta sembrano limitati alla piccola provincia di Quassi, nel Madagascar centrale. Vivono in branchetti formati da non più di quindici individui. Sono poco arboricoli, per cui si possono incontrare anche in zone rocciose e nude. Non temono la luce del sole e non sono animali notturni. Misurano da ottanta a novanta centimetri di lunghezza. La pelliccia di queste proscimmie è fine, morbida e lanosa.

AYE-AYE (Daubentonia Madagascariensis)

L'arido elenco delle qualità caratteristiche non darebbe un'idea esatta di questo strano animale. Può essere paragonato ad uno scoiattolo nero, di forma un po' tozza e lungo novanta centimetri, di cui cinquanta spettano alla coda.
Il carattere che più colpisce è la dentatura che lo ha fatto, un tempo, classificare fra i roditori. E' tipicamente notturno; dimora nel folto delle foreste e nelle grandi macchie di bambù ed il suo cibo è costituito soprattutto da larve di insetti. Vive nel Madagascar nord occidentale e centro orientale.
E' classificato tra le Proscimmie.

MIRZA (Mirza Coquereli)

Il grazioso Mirza è un animale molto vicino ai Galagoni africani, dei quali ha la bella pelliccia spessa e soffice. Si incontra, sebbene sia alquanto raro, nella regione occidentale della Monrodova. Ha abitudini di vita notturna.

TENREK (Tenrec Ecaudatus)

E' il più interessante e noto rappresentante della famiglia dei Tenrecidi, animaletti grandi pressappoco come i nostri ricci, a cui assomigliano molto, tranne nel muso terminante in una breve proboscide. Animale notturno, esso ha il corpo ricoperto di peli sottili, di setole e di aculei che sono, però, meno rigidi e meno aguzzi di quelli del riccio. Lo si trova facilmente nei luoghi boscosi dell'isola di Madagascar e delle isole vicine. Durante il giorno i Tenrek amano rimanere nascosti e profondamente addormentati nelle loro tane.
Lasciano la loro dimora solo all'imbrunire per raggiungere il più vicino corso d'acqua dove, raspando con le unghie, catturano vermi, piccoli insetti e larve di cui sono molto ghiotti.

FOSSA (Cryptoprocta Ferox)

L'unico, grosso carnivoro presente nell'isola di Madagascar è protagonista di molte curiose storielle raccontate dagli abitanti del luogo. Non è vero che esso riesce a spegnere il fuoco gettando via i tizzoni accesi con gli artigli e non è neppure vero che emette una puzza tanto terribile da uccidere a distanza tutti gli animali domestici che dimorano nel pollaio vicino al quale si è fermato; è, invece, vero che uccide molti animali domestici per cui viene spietatamente cacciato dagli indigeni. Il Fossa, con questo nome viene indicato dai Malgasci, è un animale che presenta caratteri arcaici, un vero e proprio fossile vivente.

L'AFRICA (DI BERNARDO DADIE')

Asciuga le tue lacrime, Africa!
Per aver bevuto a tutte le fontane
di sventura e di gloria,
i nostri sensi si sono aperti
all'aroma delle tue foreste,
all'incanto delle tue acque,
alla carezza del tuo sole
ed alla malia del rugiadoso tuo verde.

Asciuga le tue lacrime, o Africa!
I tuoi figli ritornano,
colme le mani di trastulli,
colma l'anima d'amore.
Ritornano per vestirti
di speranze e di sogni.

Bernardo Dadiè
(poeta del Senegal)
Trad. di Cristina Brambilla
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