STORIA MODERNA - TURCHIA E RUSSIA

LA MINACCIA TURCA

Durante tutto il XVI secolo, l'Impero turco impegnò militarmente gli Stati europei del Mediterraneo e dei Balcani, riuscendo a penetrare sino in Ungheria e a scacciare i Veneziani dall'isola di Cipro. Dopo la sconfitta di Lepanto del 1571, l'Impero turco conobbe un periodo di profonda crisi che si protrasse per gran parte del '600.
Il ritorno della Turchia ha una politica espansionistica, si ebbe con l'elezione di Mehmet Köprülü a gran visir, il quale guardò sub con grande interesse alle terre austriache di Leopoldo II.
Dopo la disastrosa avventura polacca del principe Ràkòczy, gli Stati transilvani, nella speranza di placare le mire espansionistiche dei Turchi, elessero come nuovo principe Rédei; ma Ràkòczy, non contento di questa decisione, si fece riconoscere nuovamente principe e, dimostrando una grande forza di volontà e di coraggio, nel maggio del 1658 si scontrò contro gli invasori Turchi ottenendo la vittoria di Lipova. Nel settembre dello stesso anno però l'esercito dell'Impero ottomano ritornò nuovamente all'attacco e, dopo aver sopraffatto le strenue forze difensive, proclamò principe vassallo di Transilvania Akos Barcsay. Ràkòczy decise così di chiedere aiuto a Leopoldo d'Austria; essendo però l'esercito austriaco impegnato nel Baltico, nel maggio del 1660 lo stesso Ràkòczy fu ferito mortalmente e la città di Oradea cadde nelle mani dei Turchi, prima che potessero giungere i rinforzi richiesti.
L'avanzata ottomana non si fermò, ma proseguì in tutta la Transilvania, giungendo persino ad uccidere anche il successore di Ràkòczy, Janos Kemeny, a Segesvar, nel 1662. La caduta del principato di Transilvania nelle mani dei Turchi terrorizzò l'intera cristianità, oltre che l'imperatore Leopoldo, al quale non fu lasciato il tempo di cercare alleati e di rafforzare il proprio esercito. Nell'aprile del 1663, il gran visir fece avanzare le sue truppe con l'intenzione di risalire direttamente il Danubio sino a Vienna. La gravissima situazione sensibilizzò tutti gli Stati europei che inviarono uomini e aiuti a sostegno di Leopoldo II: la Francia, Filippo IV di Spagna, papa Alessandro VII, il grande elettore del Brandeburgo Federico Guglielmo e altri principi germanici furono i primi a rispondere all'appello.
Venne così armato un grande esercito cristiano e costituita una linea difensiva nella Raàb, a circa ottanta chilometri da Vienna. Lì, e più precisamente a San Gottardo, il grande esercito di Fahil Ahmed (che nel frattempo era succeduto al padre Mehmet Köprülü) venne distrutto dalle truppe cristiane, comandate dal generale Raimondo Montecuccoli. La grande vittoria non eliminò la minaccia turca contro Vienna, ma soltanto la rinviò di vent'anni: con la Pace di Vasvàr infatti, che sancì una tregua ventennale, fu, per il momento, stabilito che la Transilvania, pur rimanendo sotto la sovranità del sultano, doveva essere liberata sia dalle truppe imperiali che da quelle turche.
Gli anni che seguirono, videro il completo disinteressamento da parte di Leopoldo II nei confronti delle questioni turche, a causa del problema della successione spagnola che in quel periodo polarizzò l'attenzione degli Stati europei. Nel frattempo i magnati magiari, intenzionati a salvare quanto ancora rimaneva del regno d'Ungheria, cominciarono a cospirare contro Leopoldo. Essi intendevano stipulare un'alleanza con la Turchia che avrebbe dovuto portare all'unione e all'indipendenza di tutti i territori ungheresi.
I particolari della congiura vennero svelati all'imperatore quando, nel 1670, il giovane Ferenc Francopan prese le armi e cercò di conquistare Zagabria senza successo. La congiura fu così svelata e, dopo aver giustiziato i suoi capi, Leopoldo II abolì tutte le libertà politiche dell'Ungheria.

LA RIVOLTA BOEMA

La guerra di successione spagnola, in cui era impegnato anche Leopoldo II, indusse la politica degli Asburgo ad un aggravio fiscale, soprattutto a danno dei territori sottomessi. Fra questi vi era la Boemia, in cui già nel 1652, nel 1668 e nel 1673 si erano accesi focolai di rivolta contro la famiglia degli Asburgo. La nuova pressione austriaca, accompagnata da una epidemia di peste e dalla carestia del 1679, portò la popolazione allo stremo e originò nuovi motivi di rivolta. La ribellione scoppiò con tutta la sua violenza nel 1680: alle devastazioni dei contadini contro i signori venne risposto inviando truppe armate che soffocarono rapidamente, ma con notevole spargimento di sangue, la rivolta.
Ma le aspirazioni nazionali ungheresi non furono del tutto soffocate e coloro che erano stati costretti a prendere la via dell'esilio nel 1671 cominciarono ad organizzare un esercito di patrioti, i famosi Kurucok, sotto il comando del giovane Imre Thököly.

L'ASSEDIO DI VIENNA

Thököly passò alle vie di fatto nell'estate del 1678: con l'aiuto di un gruppo di ufficiali francesi e di mercenari polacchi incominciò infatti la cacciata degli Austriaci dall'Ungheria settentrionale. I Kurukoc ungheresi riuscirono così ad occupare le città minerarie della Slovacchia centrale, la Slesia e la Moravia. Questa difficile situazione, accompagnata alla crescente minaccia turca, spinse il nuovo papa Innocenzo XI a prendere l'iniziativa per una riconciliazione tra l'imperatore Leopoldo, il re di Francia Luigi XIV e gli Ungheresi.
L'intervento di Innocenzo XI ebbe risultati positivi e Leopoldo riuscì a riconciliarsi con l'aristocrazia magiara, ripristinando gli antichi diritti del regno d'Ungheria. Dal canto suo Thököly si rese immediatamente conto dell'impossibilità di liberare il suo Paese dall'oppressione asburgica senza l'aiuto esterno dei Turchi.
Nell'estate del 1682 Maometto IV si fece promotore della causa magiara e, dopo aver nominato principe d'Ungheria e suo vassallo Thököly, incominciò la marcia su Vienna.
La capitale austriaca fu raggiunta nel luglio del 1683 e il suo assedio si protrasse sino al 12 settembre dello stesso anno. Su iniziativa del papa l'esercito cristiano fu ricostituito e sotto il comando del re polacco Giovanni Sobieski ottenne una grande vittoria nella battaglia combattuta alle pendici del monte Kahlenberg.
Il 19 agosto del 1691 i Turchi furono allontanati anche dalla Transilvania, dopo la battaglia di Zalànkémen e nel settembre del 1697 l'esercito ottomano fu completamente distrutto a Senta, per opera delle truppe imperiali comandate da Eugenio di Savoia.
Nel gennaio del 1699, nei pressi del villaggio di Carlowitz, i rappresentanti dell'imperatore, del sultano, della Polonia, della Russia e di Venezia, conclusero la pace che riconobbe la sovranità della casa d'Asburgo su tutta l'Ungheria e la Transilvania.

I ROMANOV

La Russia, retta dalla nuova dinastia dei Romanov, si presentava, intorno alla metà del XVII secolo, come un Paese molto povero, arretrato e retto da un'economia basata su un'agricoltura rudimentale e sulla produzione del legname e delle pelli. Rimanevano vaste aree desertiche, scarsa era la popolazione e poche le città. Suo unico sbocco verso occidente era, a nord, il porto di Arcangelo che rimaneva bloccato dai ghiacci per metà dell'anno. A sud, la Crimea, stato tributario dell'impero ottomano, era abitata dai Tartari le cui incursioni costituivano una costante minaccia per la sicurezza dell'Ucraina e della Russia meridionale.
Ma l'isolamento della Russia non era dovuto soltanto alla sua posizione geografica ma anche alla sua storia, alle profondissime divergenze religiose e all'orgoglio nazionale, che spesso si spingeva sino all'arroganza. La sua estromissione dalla vita europea era pressoché assoluta, sia in campo politico che in campo economico.
Questa era la situazione della Russia quando, nel 1645 salì al potere il giovane zar (appena sedicenne) Alessio Michajlovic della dinastia dei Romanov. Il regno di Alessio fu inizialmente caratterizzato da una politica di pace, dopo le gravi perdite territoriali subite in seguito alle guerre nei decenni precedenti, che erano costate la cessione della costa baltica alla Svezia, nonché quella dei distretti di Smolensk e Novgorod alla Polonia e di Azov all'impero turco. Ma a partire dal 1650 la Russia fu coinvolta nelle lotte che da tempo i Cosacchi ucraini conducevano contro la Polonia, a cui erano sottoposti. La Prima guerra del Nord, che impegnò la Russia e la Polonia dal 1654 al 1660, si concluse con un armistizio che fissò i confini sulla riva sinistra del Don, permettendo quindi allo zar di mantenere il possesso dell'antica città di Kiev.
Ma l'acquisto dell'Ucraina da parte dei Russi non migliorò certo la situazione e lo zar fu subito impegnato nella repressione di una rivolta, guidata dal cosacco Stefano Razin. Questi suscitò l'entusiasmo delle masse popolari promettendo che, eliminati i nobili e i funzionari governativi, avrebbe fondato una nuova comunità egualitaria, ispirata ai princìpi liberali. La sommossa del Razin fu soffocata nel 1671, quando gli uomini dello zar catturarono il rivoluzionario e lo giustiziarono. Stefano Razin, soprannominato dai Russi Stenka, è rimasto nella memoria dei sovietici e ancora oggi viene annoverato fra gli eroi nazionali.
Nel 1676 lo zar Alessio morì lasciando il trono al figlio Fiodor, che dopo soli quattro anni perì a sua volta. Nel 1682 venne assunta la reggenza dalla principessa Sofia, figlia dello zar Alessio, per conto dei due fratelli minori, Pietro e Ivan.

PIETRO IL GRANDE

Alla morte del padre, Pietro aveva solo quattro anni e di conseguenza non era in grado di opporsi alle manovre della sorella Sofia e, in pratica, venne isolato insieme con la madre Natalia Kirillovna Naryskina, seconda moglie dello zar Alessio. Nel suo isolamente il giovane Pietro poté meglio coltivare il suo interesse per ogni forma di lavoro manuale specializzato, acquisendo un'esperienza insolita per una persona del suo rango. Poco incline allo studio sui libri e appassionato cultore dell'arte militare, Pietro dimostrò sin da piccolo un'inestinguibile curiosità per tutto ciò che di nuovo poteva apprendere; proprio per questi suoi interessi egli frequentò moltissimo la nemecka sloboda (cioè il «quartiere tedesco») dove il governo russo relegava gli stranieri (detti genericamente «tedeschi») per timore di una contaminazione da parte di nuove ideologie. Da queste amicizie, Pietro poté apprendere le idee fondamentali che ispirarono la politica del suo regno: il progetto di ampliare i contatti con l'occidente; la tendenza a scegliere amici e collaboratori a prescindere dalle loro origini (tanto che si sposò per la seconda volta con una domestica straniera); la passione per il mare (che lui non conosceva) che lo portò a promuovere la costruzione di grosse flotte militari e mercantili; il rifiuto della xenofobia della chiesa ortodossa; il desiderio di porre fine alla segregazione femminile che lo portò, sull'esempio francese, ad organizzare delle riunioni speciali in cui uomini e donne potevano liberamente discutere.
Nel frattempo la sorellastra Sofia, appoggiata dal primo ministro Golicyn, non si dimostrò molto incline a cedere il potere nelle mani del giovane Pietro. Quest'ultimo, sostenuto a sua volta dai partigiani della famiglia della madre, i Naryskin, diede vita ad una lotta per il potere che si concluse nel settembre del 1689 con la segregazione di Sofia in un convento e con l'esilio nelle lande desertiche della Russia settentrionale del primo ministro Golicyn.
Pietro non assunse però immediatamente la direzione degli affari di Stato, che lasciò nelle mani di alcuni esponenti dell'alta burocrazia direttamente dipendenti dalla madre, e continuò a dedicarsi ai suoi studi militari e navali. A partire dal 1695, quando ormai aveva ventiquattro anni, Pietro assunse la carica di zar e incominciò a guidare il Paese autonomamente. Da sei anni si era sposato con Eudocia Lopuchina (imposta da sua madre) che, nel 1698, fu costretta a ritirarsi in un convento. Nel 1707 Pietro si risposò con la futura Caterina I, una ex domestica, che nel 1724 fu incoronata imperatrice. Una delle prime azioni militari fu l'attacco alla fortezza turca di Azak che fu conquistata nel luglio del 1696, primo passo verso la conquista dello stretto di Kerc, porta d'accesso al Mar Nero.
Alcuni mesi dopo Pietro condusse in occidente quella che fu detta la grande ambasceria. Rompendo la tradizione di isolamento del suo Paese, nel marzo del 1697, sotto il falso nome di Piotr Mikhailov, lasciò la Russia accompagnato fedelmente da un gruppo di nobili e, attraverso la Livonia svedese, il ducato di Curlandia, la Prussia orientale e il Brandeburgo, giunse nei Paesi Bassi.
L'obiettivo del giovane zar era quello di apprendere personalmente le più recenti innovazioni tecnologiche e soprattutto la tecnica della costruzione navale. Proprio a questo scopo, lavorò come carpentiere nei cantieri di Amsterdam e nel gennaio del 1698 si recò in Inghilterra dove si trattenne per quattro mesi. Quindi riattraversò i Paesi Bassi e raggiunse Vienna dove soggiornò per circa un mese.
Prima di rientrare in patria Pietro concluse con il re di Polonia, Federico Augusto II, un'intesa contro la Svezia che, nel 1700 darà origine alla Seconda guerra del Nord.
Questa guerra si concluse nel 1720 con le Paci di Stoccolma e di Nystadt: la prima prevedeva la cessione, da parte della Svevia, della Pomerania alla Prussia e del ducato di Schleswig alla Danimarca; mentre la seconda sanciva il passaggio alla Russia della Livonia, dell'Ingria e della Carelia in cambio della restituzione della Finlandia.
Con quest'ultimo documento, Pietro il Grande riuscì a realizzare il suo progetto di influenza russa sul Baltico. Nel 1703, inoltre, il saggio zar dispose la costruzione di Pietroburgo che diventerà capitale dell'impero: questa nuova città permise alla Russia un contatto più stretto con il mondo europeo, proprio grazie alla sua particolare posizione geografica.
Pietro, che ormai aveva nelle sue mani uno Stato vasto e potente, fu eletto zar di tutte le Russie nel 1721.
Egli ebbe un alto concetto delle sua missione regale e le sue riforme investirono tutti i settori della vita pubblica, trasformando la Russia in un Paese laico e largamente europeizzato. Importanti furono le innovazioni per incrementare le attività industriali e commerciali e per assicurare al Paese un sistema scolastico adeguato alle nuove esigenze del progresso. Le riforme, frutto della personale volontà di Pietro, ebbero l'approvazione entusiastica di una minoranza di giovani occidentalizzati, ma incontrarono l'ostilità della grande maggioranza dei sudditi, sia perché si innestavano su di un territorio del tutto impreparato e restio, sia perché comportavano un gravoso onere finanziario.
L'opposizione maggiore giunse dagli ambienti ecclesiastici, tipicamente conservatori, e da coloro che erano indotti dal fanatismo a vedere nello zar l'Anticristo in persona. Tale fanatismo ebbe una parte importante nella grande rivolta scoppiata nell'Astrakan nel 1705. Nella sua opera di rinnovamento, Pietro fu osteggiato anche dal figlio Alessio che, sotto l'influenza della madre e dei suoi consiglieri, arrivò a considerare la politica paterna pericolosa per la Russia e per le sue tradizioni.
L'antagonismo tra padre e figlio sfociò in un punto di rottura nell'autunno del 1716, quando Alessio fuggì all'estero.
Egli ritornò da Napoli nel febbraio del 1718, dietro promessa di avere salva la vita, ma non gli fu riservata sorte migliore di quella di molti altri suoi partigiani: arrestato, interrogato e torturato, morì nel luglio successivo.

CATERINA I

Pietro il Grande morì nel 1725, lasciando un Paese potente, vincitore sulla Svezia e considerato ormai una parte integrante dell'Europa.
Pur avendo stabilito che la designazione del successore spettava allo zar in carica, egli non provvide a designarlo aprendo in tal modo un nuovo periodo di incertezze.
L'unico discendente diretto in linea maschile era il figlio di Alessio, Pietro, i cui diritti al trono erano appoggiati dalle grandi famiglie dell'aristocrazia moscovita, in particolare dai Golicyn e dai Dolgorukij, che facevano assegnamento sulla minore età del nuovo zar per riconquistare potere a corte e poter abolire così molte delle innovazioni introdotte da Pietro. Il potente feldmaresciallo Mensikov appoggiava invece la candidatura dell'imperatrice Caterina e, poiché come presidente del collegio di guerra, aveva ai suoi ordini anche la guardia imperiale, fece circondare il palazzo di Pietroburgo mentre si stava discutendo la nomina dell'erede, costringendo i nobili che vi erano riuniti a cedere e a riconoscere la sovranità dell'imperatrice Caterina. Apparve evidente a quel punto che il capo effettivo del governo sarebbe diventato lo stesso Mensikov. Per assicurarsi il potere anche dopo la morte di Caterina, piuttosto debole di salute, egli adottò una soluzione di compromesso accordandosi con il partito avversario e riconoscendo il giovane Pietro come primo nella linea di successione, ma riservandosi di dargli in moglie una delle sue due figlie. In tal modo, le sorelle Anna e Elisabetta, nate dal matrimonio del defunto zar con Caterina, passarono in secondo piano. Quando, nel maggio del 1627, Caterina morì Mensikov tenne fede ai propri impegni e prestò giuramento di fedeltà al dodicenne Pietro. Approfittando di una sua malattia, i Dolgorukij lo spodestarono, procedendo a consolidare la loro posizione con il fidanzamento del giovane zar con la figlia di Alessio Dolgorukij.
La sede del governo e della corte fu riportata da Pietroburgo a Mosca, mentre il sistema di amministrazione locale, istituito da Pietro il Grande, fu abbandonato in luogo di un sistema più centralizzato.
Quando sembrava ormai che tutta l'opera del grande zar dovesse essere spazzata via, nel gennaio del 1730 il non ancora quindicenne Pietro morì di vaiolo. Si scatenò allora una nuova lotta per la successione tra le famiglie della grande nobiltà, che finì col portare sul trono una nipote di Pietro il Grande (figlia di suo fratello Ivan), la duchessa Anna di Curlandia affiancata da E.J. Biron, il consigliere amante che l'aveva seguita a Mosca dalla Curlandia. La morte di Anna nell'ottobre del 1740 fu preceduta e seguita da febbrili trattative, intrighi e torbidi giochi tra quanti intendevano assicurarsi il potere attraverso la ascesa al trono di un proprio candidato. Intervennero anche le varie potenze straniere e, con l'intenzione di far saltare l'alleanza austro-russa, l'ambasciatore francese avviò trattative con la figlia superstite di Pietro il Grande, Elisabetta, appoggiata anche dall'ambasciatore di Svezia. Ella godeva di molta popolarità e, pur non nutrendo ambizioni politiche, si lasciò indurre a dare il proprio assenso a un piano che prevedeva una dichiarazione di guerra della Svezia alla Russia, con lo scopo di sottrarre il Paese all'influenza tedesca e di permettere la sua elezione al trono. La notte del 24 novembre del 1741, Elisabetta fu acclamata imperatrice e alla testa di una compagnia del reggimento mosse dalla caserma Preobrazenskij verso il palazzo imperiale, deponendo Ivan VI (figlio di un nipote della defunta imperatrice). Elisabetta giustificò la propria azione con il fatto di essere stata designata, insieme alla sorella Anna, al secondo posto nella linea di successione alla morte del padre.
Come gesto di grazia alla sovrana ella promise che nessuna condanna a morte sarebbe stata pronunciata durante il suo regno e graziò gli avversari. Non avendo figli, Elisabetta designò come proprio erede il duca di Holstein, figlio della sorella Anna e dell'ex pretendente al trono svedese. Il giovane duca di Holstein, dal debole fisico e psichicamente instabile, straniero e poco al corrente della politica russa, non si preoccupò molto di adeguarsi alla nuova società. Ben altra tempra aveva invece sua moglie, la principessa Sofia Augusta di Anhalt Zerbst, sposata nel 1745 e ribattezzata con il nome di Caterina al momento della sua conversione alla religione ortodossa. Decisa, intelligente e ambiziosa, Caterina si dedicò ben presto allo studio dei problemi del suo Paese di adozione, intenzionata a farsi proclamare imperatrice-consorte, con rango e poteri uguali a quelli del marito.
Quando Elisabetta morì nel dicembre del 1761, le sue disposizioni testamentarie vennero applicate senza incontrare difficoltà e il duca di Holstein, che viveva ormai in Russia da vent'anni, venne proclamato zar con il nome di Pietro III.

PICCOLO LESSICO

ANTICRISTO

╚ l'oppositore di Cristo che, secondo l'Apocalisse, scenderà sulla Terra prima della fine del mondo per predicare una nuova religione opposta a quella cristiana. Nel Medioevo venne talora identificato con personaggi noti, quali imperatori e papi.

FELDMARESCIALLO

Particolare carica militare tipica dell'esercito zarista.

XENOFOBIA

Termine di origine greca (composto dalle parole xeno e fobia) che significa letteralmente «paura dello straniero». In realtà viene utilizzato per indicare l'odio e il rifiuto delle innovazioni provenienti dall'esterno in nome del tradizionalismo e delle usanze preesistenti. A proposito della Russia si parla di Chiesa xenofoba, cioè contraria alle idee innovative europee, frutto di rivoluzioni culturali tipiche della cultura occidentale.

TARTARI O TATARI

Con questo termine furono chiamati nel XIII secolo i Mongoli che facevano capo a Gengis Khan e che confluirono nel regno turco-mongolico chiamato Orda d'oro. Più tardi con questo nome si era soliti indicare tutti i popoli dell'Europa orientale: Balcani, Baschiri, Nogai ecc, che parlavano lingua turca e che oggi si sono stabiliti nelle regioni dell'U.R.S.S. I Tatari della Siberia erano molto evoluti e diedero un grande impulso soprattutto alla metallurgia, alla tessitura e alla pastorizia. Col passare del tempo, molti di loro si dedicarono all'agricoltura.

PERSONAGGI CELEBRI

CATERINA II LA GRANDE

(1729-1796). Figlia di Cristiano Augusto di Anhalt Zerbst e di Giovanna Elisabetta di Holstein-Gottorp, si recò in Russia su invito della zarina Elisabetta Petrovana, sua zia, e fu maritata a Pietro, duca di Holstein ed erede al trono di Russia. Nel 1762 lo zar Pietro III, accusato di favorire i legami con la Prussia, fu deposto e Caterina assunse il trono. Fu una donna molto influenzata dalla cultura dell'Illuminismo, colta e intelligente, realizzò un complesso di riforme ispirate a quelle dei sovrani dell'Europa occidentale. Lo Stato russo, sotto la zarina, si centralizzò; vennero riformati i codici (sulla base del Beccaria e del Montesquieu), e confiscati alcuni beni del clero. Caterina domò la rivolta di Pugacev, un contadino che aveva saputo accattivarsi le simpatie dei generali dell'esercito, e sconfisse i Turchi (il cui confine fu portato al fiume Bug) ottenendo l'indipendenza della Crimea e il diritto di protezione sugli ortodossi balcanici. La zarina precisò con alcune leggi la condizione dei servi della gleba e fu presente alla spartizione della Polonia, riuscendo a strappare per il suo Paese alcune province orientali. Dopo l'inizio della Rivoluzione Francese perseguitò i democratici, avendo diffidenza per le riforme troppo radicali. Oltre alla sua attività di politica, fu autrice di opere teatrali e di saggi e mantenne un interessante carteggio con Grimm, Diderot e Voltaire.

RIASSUNTO CRONOLOGICO

1654-1667: scoppia la prima Guerra del nord che vede opposte la Polonia e la Russia. La pace conseguente fissa i confini fra i due Stati sul fiume Dniepr.

1664: i Turchi vengono sconfitti nella battaglia del S. Gottardo (nei pressi del fiume Raab) per opera dell'esercito asburgico comandato da Raimondo Montecuccoli.

1667-1671: l'eroe nazionale russo Stefano Razin induce il popolo russo alla rivolta. Dopo essere stata catturato viene giustiziato dalle autorità zariste.

1682-1689: dopo la morte dello zar Alessio, Sofia, sorella di Pietro il Grande, mantiene la reggenza.

1683: Vienna viene assediata dai Turchi e liberata dal re polacco Giovanni Sobieski.

1683-1697: l'esercito cristiano attacca l'impero ottomano. Partecipano all'impresa gli Austriaci, i Veneti, e i Polacchi.

1689-1725: Pietro il Grande è zar della Russia. In questo periodo prendono il via le riforme innovatrici proposte dall'energico reggente.

1700-1721: seconda Guerra del Nord. Danimarca, Prussia, Polonia e Russia si schierano contro la Svezia, dominatrice del Baltico.

1715: Pietroburgo è la nuova capitale del regno russo.

1720: pace di Stoccolma che sancisce la fine della seconda Guerra del nord, a favore della coalizione antisvedese.

1721: Pace di Nystadt che permette alla Russia di impossessarsi dei domini della Livonia, dell'Ingria e della Carelia in cambio della restituzione alla Svezia della Finlandia.

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