GEOGRAFIA - AMERICA DEL SUD - BOLIVIA

PRESENTAZIONE


La Bolivia, situata nella zona centro-occidentale dell'America Meridionale, confina a Nord e a Est col Brasile, a Sud-Est con il Paraguay, a Sud con l'Argentina, a Ovest e a Sud-Ovest con il Cile e a Nord-Ovest col Perù. Con i suoi 1.098.581 kmq è il quinto Stato dell'America latina per superficie. Conta 8.741.000 abitanti con una densità media di 8 abitanti per kmq. La popolazione è composta da amerindi (55%, con i due gruppi principali dei Quechua e degli Aymará), meticci (30%) e bianchi (15%). La maggioranza della popolazione parla lo spagnolo, ma lingue ufficiali sono anche il quechua e l'aymará. L’88% degli abitanti è di religione cattolica, mentre il 9% è protestante. La Bolivia è una Repubblica di tipo presidenziale, indipendente dal 1825. In base alla Costituzione del 1947 e ai successivi emendamenti, il potere legislativo è esercitato dal Parlamento, il cui mandato ha una durata di cinque anni. È composto da due camere: il Senato, costituito da 27 membri (tre per ogni dipartimento) e la Camera dei deputati, composta da 130 membri; il presidente della Repubblica detiene il potere esecutivo. Il presidente, eletto a suffragio universale, resta in carica per cinque anni, è coadiuvato da un Gabinetto di ministri ed è allo stesso capo di Stato, di Governo e delle Forze Armate. Nel caso in cui nessun candidato raggiunga la maggioranza assoluta nelle consultazioni elettorali, la scelta del Presidente della Repubblica spetta al Parlamento. La Bolivia è divisa amministrativamente in 9 dipartimenti. L'unità monetaria è il boliviano. La capitale costituzionale è Sucre (193.873 ab.); la capitale amministrativa, nella quale ha sede il Governo, è La Paz (789.585 ab.).

IL TERRITORIO


Il territorio della Bolivia si estende verso occidente sulla catena andina e verso oriente sui bassopiani che digradano nei bacini del Río delle Amazzoni (Brasile) e del Río de la Plata (Argentina). La regione andina è formata da due catene montuose: la Cordigliera Occidentale, che si estende lungo il confine cileno, e la Cordigliera Orientale o Reale che si allunga verso Est. Esse comprendono alcune delle vette più elevate delle Ande quali l'Illampu (6.421 m) e l'Illimani (6.457 m) nonché vulcani attivi e spenti. Tra le catene montuose si allargano immensi altopiani che raggiungono un'altezza di 3.500-4.000 m. Verso Est i rilievi discendono in profonde vallate costituendo la cosiddetta regione delle yungas. Ai piedi delle Ande la vasta pianura ha un'altitudine media di 200 m. Questa è attraversata al Nord e al centro da più di 30 fiumi, di cui i principali sono il Río Beni e il Río Mamoré, affluenti del Río delle Amazzoni; a Sud scorrono il Paraguay e i suoi affluenti. Famoso è il lago Titicaca che si trova nell'altopiano andino (a più di 4.000 metri d'altezza) al confine col Perù. Il Río Desaguadero, suo emissario, si getta nel lago Poopó. Il clima dipende dalle grandi differenze di altitudine: le zone più alte sono battute da venti freddi e la rigidità del clima si attenua solo sulle rive dei laghi. Scendendo verso le yungas il clima si fa più mite ma le piogge e le nebbie sono frequenti. La zona orientale gode invece di un clima caldo, con piogge abbondanti a Nord-Est, nelle zone amazzoniche, e scarse a Sud, verso il Chaco.
Cartina della Bolivia

Paesaggio della Cordigliera Orientale, in Bolivia

La Cordillera Real (Bolivia)


L'ECONOMIA


La situazione economica della Bolivia è sempre stata molto difficile nel XX secolo. Si tratta di un Paese arretrato, con un tasso d'inflazione particolarmente oscillante, dove gli effetti distorsivi del colonialismo hanno continuato a farsi sentire fino ai nostri giorni. Le grandi disparità economiche che lo caratterizzano si riflettono chiaramente nella composizione sociale: da una parte, la grande massa povera dei contadini, dei minatori e dei piccoli artigiani, costituita quasi esclusivamente da popolazioni indigene, e, dall'altra, le élite benestanti urbane, per lo più di discendenza spagnola, che tradizionalmente hanno sempre controllato non solo l'economia, ma anche la politica locale. Qualcosa, tuttavia, è iniziato a cambiare con il nuovo millennio, in particolare dopo l'elezione a presidente della Repubblica di Evo Morales (dicembre 2005), il primo indio a ricoprire tale carica. In tal senso, uno dei primi provvedimenti del nuovo Governo è stato particolarmente significativo, vale a dire la nazionalizzazione del settore estrattivo-energetico, settore di vitale importanza per la Bolivia.
Il sottosuolo del Paese è assai ricco di risorse, soprattutto stagno e piombo, a cui si aggiungono bismuto, tungsteno, antimonio e zinco. Consistenti anche le riserve di gas naturale, esportato in notevoli quantità soprattutto in Argentina e Brasile, e di petrolio. Scarse le scorte di oro e argento. L'approvvigionamento elettrico è garantito dalla centrale termica di Cochabamba e da numerosi bacini idroelettrici che sfruttano le acque del Río Beni e del Río Negro. L'attività agricola si differenzia a seconda delle fasce climatiche: nelle regioni andine prevalgono colture di sussistenza basate su cereali, legumi e patate; scendendo verso le vallate, si incontrano coltivazioni di mais, grano, ortaggi, banane, alberi da frutto, caffè e cacao. Le pianure, infine, si presentano come le più fertili e sono occupate da piantagioni di canna da zucchero, cotone e tabacco per il commercio. La coltura più diffusa rimane tuttavia quella della pianta di coca, dalla cui lavorazione illegale si ricavano quantitativi di cocaina sufficienti a soddisfare quasi il 30% del mercato mondiale degli stupefacenti. Tale fenomeno risulta ancor oggi di difficile soluzione, nonostante negli anni Novanta il Governo abbia approntato, in collaborazione con l'ONU e gli Stati Uniti, degli strumenti per convincere i contadini a riconvertire i campi di coca concedendo sostanziosi incentivi economici. Parte della popolazione è impegnata nell'allevamento, soprattutto di ovini, e nello sfruttamento delle foreste, ricche di piante di caucciù. L'industria è in generale poco sviluppata: i settori più attivi riguardano i generi alimentari e l'abbigliamento. La Bolivia deve tuttavia ricorrere alle importazioni per i prodotti relativi alle industrie pesanti. Il settore artigianale è attivo soprattutto per quanto riguarda le produzioni tessili. Le esportazioni sono costituite principalmente dalla vendita di gas naturale e stagno e, in misura minore, di zinco, petrolio, argento, legname, soia e prodotti manufatti. Le vie di comunicazione sono costituite da una rete stradale che si sviluppa per 60.282 km, di cui 4.200 asfaltati, e da una rete ferroviaria estesa per 3.698 km, di cui solo una minima parte elettrificata. La navigazione delle acque interne è effettuata prevalentemente sul lago Titicaca. Gli aeroporti principali sono a La Paz, Santa Cruz e Oruro. La Bolivia non ha sbocchi al mare, ma dal 1992 gode di libero accesso al porto peruviano di Ilo.

CENNI STORICI


Già nel 2000 a.C. l’odierna Bolivia era abitata nella parte andina da agricoltori e pastori, mentre raccoglitori vivevano nelle foreste della parte orientale. Più tardi si svilupparono diverse civiltà, tra cui quella Tiahuanaco-huari (600 a.C.-1000 d.C.). Per questo popolo non esisteva la proprietà privata della terra, sebbene la società fosse divisa in ayllu formate da contadini, artigiani e gruppo dirigente, cioè sacerdoti e guerrieri. L'ayllu era inizialmente una piccola comunità agricola formata da famiglie che si riconoscevano in una discendenza comune, nel possesso collettivo della terra e in eguali riferimenti religiosi: questa struttura, con l'istituzione di figure rappresentative e momenti decisionali tali da configurare un micro Stato, era praticamente autosufficiente dal punto di vista economico e politico. Verso il IX secolo i Tiahuanaco cominciarono a espandersi, creando l’Impero panandino, fino a quando gli Incas, verso il 1100, li sottomisero dando vita a una confederazione di Stati denominata Tahuantinsuyo, meglio conosciuta come Impero incaico. Vennero rispettate in parte le tradizioni della cultura Tiahuanaco, in particolare la struttura dell’ayllu. Attraverso la mita (un tributo in seguito altamente sfruttato dagli Spagnoli), ogni lavoratore contribuiva con dei servizi alla struttura centralizzata dello Stato. Si trattava di un’organizzazione basata su un modo di produzione collettivista e autosufficiente. All’inizio del secolo XVI, quando arrivarono gli Spagnoli, il Tahuantinsuyo si estendeva dal Sud della Colombia, all’Ecuador e Perù, fino al Nord del Cile e dell’Argentina. Era la regione più popolata del Sudamerica: nel solo territorio boliviano si calcola abitassero un milione di persone, e in tutto l’Impero almeno 13 milioni. Nel 1545 vennero scoperte le miniere di Potosí: gli Spagnoli cominciarono a sfruttarle, estraendone immense quantità d’argento. Milioni di indigeni morirono lavorandovi in condizioni disumane. Venne costruita Potosí, una delle tre città più importanti durante il XVII secolo, centro economico in cui crebbe una ricca borghesia mineraria. Contro gli Spagnoli iniziarono ben presto lotte che si protrassero per vari decenni, culminate nelle ribellioni di Túpac Katari (1780-82) e nel Comitato di difesa di La Paz (1809), guidato dal meticcio Pedro Domingo Murillo. In seguito all’embargo imposto da Londra al commercio del mercurio (fondamentale per la produzione dell’argento), l’oligarchia mineraria iniziò a decadere, con il conseguente disinteresse per la regione da parte della borghesia commerciale di Buenos Aires. Non ci fu quindi resistenza quando essa venne liberata da Simón Bolívar, originario del Venezuela: il Paese fu battezzato col suo nome nel 1825, quando l’Assemblea dei Rappresentanti riunita a Quiquisaca proclamò l’indipendenza (poco dopo lo Stato sarebbe stato ribattezzato Bolivia). Primo presidente fu il generale Antonio José da Sucre. Fino al 1841 la politica interna venne condizionata dall’influenza del vicino Perù. Al maresciallo Andrés de Santa Cruz, spettò poi il compito di modernizzare il Paese, occupandosi anche di cultura (egli fondò l’università) e di giustizia (egli riuscì a far funzionare la Corte di Giustizia). La modernizzazione, anche dal punto di vista economico, venne soprattutto sfruttata dai proprietari delle miniere Patiño che la strumentalizzarono per i propri interessi, e in particolare per il commercio dello stagno. L’interesse dell’imperialismo britannico per il salnitro di Antofagasta, prima, e per il petrolio dopo, scatenò inoltre due sanguinose guerre nell’area: quella del Pacifico (1879-83) tra il Cile, la Bolivia e il Perù, e quella del Chaco (1932-35) tra il Paraguay e la Bolivia. La Bolivia uscì da questi conflitti impoverita delle sue coste oceaniche e di tre quarti dei territori coltivati. La cessione al Brasile dell’Acre Amazzonico, dopo l’invasione del 1904, completò lo smembramento del Paese. Nel 1946 il presidente Gualberto Villaroel, in carica dal 1943, venne deposto e ucciso. Prima di lui, un altro militare, Germán Bush, aveva nazionalizzato il petrolio ma i suoi legami con le potenze europee dell’epoca gli erano valsi l’accusa, da parte del Dipartimento di Stato nordamericano, di sostegno al nazismo. Intanto il sentimento di frustrazione nazionale prodotto dalle pesanti perdite territoriali aprì la strada a un movimento riformatore antimperialista. Accanto alle sinistre sindacali nacque il Movimento nazionalista rivoluzionario (MNR). Nel 1952 il MNR guidò un’insurrezione che sconfisse l’esercito dell’oligarchia e portò al Governo Víctor Paz Estenssoro, e poi Hernán Siles Zuazo. Vennero subito nazionalizzate le miniere di stagno, approvata la riforma agraria e concesso il suffragio universale. L’esercito, eliminato dai rivoluzionari, venne in seguito riorganizzato sotto la pressione degli Stati Uniti, mentre le divisioni politiche interne indebolirono il MNR fino a quando, nel 1964, una giunta militare guidata da René Barrientos, riuscì a sconfiggerlo. Seguirono anni di repressione e lotta e le ragioni dei lavoratori e dei guerriglieri trovarono voce nel medico rivoluzionario Ernesto «Che» Guevara. La sua uccisione, l’8 ottobre 1967, pose fine, però, alle speranze di cambiamento, lasciando campo libero, salvo alcune rare parentesi, all’oligarchia militare boliviana. Nel 1969 andò al potere, approfittando delle divisioni interne, una formazione antimperialista, guidata dal generale Juan José Torres. Durante il suo breve Governo le organizzazioni popolari si riorganizzarono, dando vita all’Assemblea Popolare con base nella COB (Centrale operaia boliviana) e nei partiti di sinistra. Nel 1971 Torres venne scalzato dal colonnello Hugo Bánzer Suárez, che formò un Governo con l’appoggio del MNR. Questo Governo civile-militare prese misure a favore dell’industria agraria e per lo sviluppo di infrastrutture, favorito dagli alti prezzi del petrolio e dei minerali. Tra il 1978 e il 1980, i colpi di Stato militari e le successive elezioni presidenziali si ripeterono a fasi alterne. Occuparono la presidenza Juan Pareda Asbún, David Padilla Arancibia, Alberto Natusch Busch con successivi colpi di Stato; Walter Guevara Arce e Lidia Gueiler Tejada attraverso il potere costituzionale. Nelle elezioni del 1980 vinse l’Unione democratica e popolare (UDP), coalizione di centrosinistra, il cui candidato Hernán Siles Zuazo non arrivò ad assumere il potere a causa di un nuovo colpo di Stato del generale Luis García Meza. Secondo Amnesty International in quel periodo migliaia di cittadini vennero assassinati e torturati. Nel 1982 il discredito internazionale del regime dovuto anche ai suoi legami con il traffico di droga e alla tenace resistenza popolare guidata dalla COB, provocarono la caduta dei militari. In ottobre Hernán Siles Zuazo assunse la presidenza dopo quasi vent’anni di regimi militari, iniziando un periodo di legalità costituzionale. Siles Zuazo iniziò una gestione nazionalista, cedendo ai sindacati l’amministrazione delle miniere statali; annunciò una moratoria sul debito estero; furono approvate diverse leggi che gli consentirono forme di intervento nella gestione economica delle imprese, nei comitati popolari di rifornimento alimentare, nei settori della sanità e dell’educazione. Per tutta risposta, le banche creditrici e le istituzioni internazionali come la Banca Mondiale e il FMI bloccarono i crediti e il commercio internazionale, aprendo una crisi finanziaria e una spirale iperinflazionistica incontrollabile. Sotto la forte pressione di tutti i settori sociali, il Governo si trovò costretto a ridurre il proprio mandato. Nel 1985 si tennero le elezioni e nessun candidato ottenne più del 50% dei voti. Il Congresso elesse allora come presidente Víctor Paz Estenssoro, del MNR. Il Governo di Paz Estenssoro iniziò un programma neoliberista, soppresse i sussidi, chiuse le imprese statali, eliminò il controllo sui prezzi e sulla quotazione del dollaro. La chiusura e l’affitto delle miniere lasciò senza lavoro migliaia di operai, e con un alto costo sociale, con i licenziamenti e la riduzione dei salari si riuscì a contenere l’inflazione. Nelle elezioni del 1989, il MIR (Movimento della sinistra rivoluzionaria) di Jaime Paz Zamora emerse come nuova forza politica, ottenendo il 19% dei voti e collocandosi al terzo posto. Il candidato del MNR, Gonzalo Sánchez de Lozada, ottenne il 23% dei consensi e la ADN (Azione democratica nazionalista) di Bánzer Suárez il 22,6%. Il cosiddetto «Accordo Patriottico» tra MIR e ADN rese comunque possibile la nomina di Paz Zamora come presidente. Cominciò un programma di privatizzazione delle imprese pubbliche, eccettuate quelle strategiche. Il Governo promosse le associazioni di capitali tra la Corporazione dei Minatori (COMIBOL) e le imprese private. La Federazione dei Minatori rispose con scioperi della fame e la minaccia di occupare le miniere, a difesa della proprietà statale. Nel 1991, il Parlamento autorizzò l’ingresso dei militari USA per addestrare i boliviani impegnati nella lotta alla droga. Nonostante le azioni militari e l’imposizione di cambio di coltivazione, la superficie di terre coltivate a coca aumentò. Nel 1992 erano almeno 200 mila le persone coinvolte nel circuito di produzione coca-cocaina, mentre gli introiti erano di 950 milioni di dollari all’anno. Presero intanto forza in quegli anni le organizzazioni per i diritti delle popolazioni indigene: le principali rivendicazioni riguardavano l’assegnazione di terre, la salvaguardia dell’ambiente e l’uso delle lingue locali nelle scuole. La popolazione della Bolivia orientale comprendeva circa 250 mila indigeni, divisi in 33 gruppi etnico-linguistici. Nel 1990 si svolse un’imponente marcia di protesta con il motto «Terra e Dignità». Il Governo approvò un piano grazie al quale, nel 1991, vennero assegnati otto mila ettari come proprietà collettiva della «Comunidad Mosetana de Santa Ana de Horachi». Nel 1992 i presidenti Paz Zamora e Alberto Fujimori, firmarono un accordo con cui il Perù cedette alla Bolivia una zona franca di 327 ettari nella zona costiera. In questo modo la Bolivia ottenne un porto libero per il suo commercio internazionale. Intanto il MNR vinceva le elezioni del 1993, con il 36% dei voti: Gonzalo Sánchez de Lozada fu nominato presidente e Víctor Hugo Cárdenas, sociologo e dirigente aymara del Movimento Túpac Katari, vicepresidente. Nel primo anno del nuovo Governo venne introdotto il diritto all’educazione nelle lingue native. Venne inoltre approvata la legge sulla capitalizzazione che consentì la privatizzazione al 50% delle principali industrie, trasferendo ai cittadini boliviani la metà delle azioni sotto forma di fondi pensione, con l’obiettivo di attirare gli investimenti stranieri. Nel 1995, però, i lavoratori, spaventati dall’idea che la legge potesse diventare un pretesto per aumentare i licenziamenti, si organizzarono ed effettuarono una serie di scioperi. Contemporaneamente la distruzione delle piantagioni di coca voluta dagli USA provocò numerosi scontri tra i contadini e l’esercito. Per due volte il Governo proclamò lo stato di emergenza, conferendo poteri speciali alla polizia e ordinando il coprifuoco. Nel 1997 gli Stati Uniti chiesero al Parlamento boliviano di approvare una legge contro il riciclaggio del denaro proveniente dal narcotraffico. Nelle elezioni nazionali di giugno, ADN vinse con il 22% dei voti: il dibattito parlamentare per eleggere come presidente Hugo Bánzer fu però molto difficile, a causa della grande frammentazione dei partiti. I cento sindacati di produttori di coca nell’agosto dello stesso anno si accordarono con il Governo per ridurre spontaneamente la produzione, venendo incontro alle richieste degli USA, che si impegnarono a contribuire con 40 milioni di dollari alla lotta contro il narcotraffico. Nel 1998 il Governo di Bánzer affrontò una grave crisi sociale, quando alla mobilitazione della COB per migliorare la condizione di piccoli commercianti, contadini e «cocaleros», si unirono anche i pensionati, a cui il Governo aveva sospeso il pagamento del buono di solidarietà. Il MNR avvertì che un’eventuale intesa tra il Governo e gli amministratori dei fondi pensionistici (AFP) al fine di non pagare questi vitalizi avrebbe provocato la rivolta. Vista la grave crisi economica e sociale, nel 2000, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale concessero alla Bolivia uno sconto significativo sul debito estero, mentre l’aumento del costo dell’acqua potabile provocava scioperi e manifestazioni in varie parti del Paese. Il presidente Bánzer proclamò ancora una volta lo stato d'emergenza, revocato solo dopo l’accordo raggiunto tra Governo e agricoltori. Nell’aprile dello stesso anno il Governo si dimise, ufficialmente in seguito a contrasti interni tra i ministri. Durante l’estate, per protestare contro l’aumento del prezzo del gasolio, gli autotrasportatori boliviani diedero inizio a uno sciopero che paralizzò l’intero Paese. Nell’agosto 2001 il vice presidente Jorge Quiroga prese il posto del presidente Bánzer, gravemente malato di cancro. In dicembre il Governo cercò di porre un freno alla coltivazione della coca destinata alla produzione di cocaina, offrendo a ogni agricoltore 900 dollari l'anno per la riconversione delle colture: la proposta non venne però accettata. Nel 2002, in giugno, si tennero sia le elezioni legislative, sia quelle presidenziali. Queste ultime furono vinte dal rappresentante del Movimento nazionale rivoluzionario, Gonzalo Sánchez de Lozada, che fu eletto presidente per la seconda volta. Nel febbraio 2003 de Lozada istituì una serie di nuove imposte fiscali, al fine di soddisfare le richieste del FMI per la concessione di prestiti. Tali misure scatenarono la violenta reazione della popolazione, culminata in scontri di piazza. Dopo mesi di crisi sociale repressa nel sangue, in ottobre de Lozada fu costretto a dimettersi; venne sostituito dal vicepresidente Carlos Mesa, noto giornalista e storico di rilievo. Anche Mesa, tuttavia, non riuscì a portare a termine il suo mandato, rassegnando le dimissioni nel giugno 2005: al centro dello scontro politico tra Governo e opposizione vi fu la gestione delle riserve energetiche del Paese. Nel luglio 2004, infatti, un referendum popolare aveva decretato che tali riserve dovessero essere gestite dallo Stato. La successiva legge che ridisegnò in parte i rapporti tra Stato e compagnie straniere (maggio 2005) non fu gradita alle opposizioni, coordinate dal MAS (Movimiento al Socialismo) di Evo Morales, che nelle settimane seguenti organizzarono scioperi e manifestazioni di massa, paralizzando La Paz ed El Alto e provocando, infine, le dimissioni di Mesa. La massima carica del Paese passò così nelle mani del presidente della Corte Suprema, Edoardo Rodriguez Veltzé, fino all'indizione delle nuove elezioni presidenziali. Queste si tennero in dicembre e videro la vittoria di Morales, che ottenne il 53,7% delle preferenze. Per la prima volta un indio (dell'etnia degli Aymará) si trovò alla testa del proprio Paese, suscitando l'entusiasmo e la speranza dei poveri e dei nativi. Il 1° maggio 2006 il nuovo Governo decretò la nazionalizzazione dell'industria energetica: alle compagnie straniere furono concessi sei mesi di tempo per vendere allo Stato boliviano almeno il 51% delle proprie azioni e rinegoziare nuovi contratti; in caso contrario avrebbero dovuto abbandonare il Paese. Qualche giorno dopo, il presidente Morales annunciò il piano di una nuova e controversa riforma agraria, per la redistribuzione della terra ai contadini.

LE CITTÀ


La Paz

(789.585 ab.; 1.480.000 ab. l'agglomerato urbano). Capitale amministrativa della Bolivia e capoluogo dell’omonimo dipartimento (133.985 kmq; 2.350.450 ab.). Sede del Governo, sorge a 3.630 m di altitudine, in una vallata della Cordillera Nordorientale, detta Cordillera Real, fra i due colossi dell'Illampú e dell'Illimani. La Paz venne fondata nel 1548 da Alonso de Mendoza che ne fece iniziare la costruzione in una località abitata fino ad allora da indiani Aymará. Sotto il dominio spagnolo divenne un punto di controllo della «strada dell'argento» che, dalle miniere di Potosí, scendeva fino a Lima, capitale del vicereame. Il nome fu scelto a ricordo della fine delle ostilità fra i due conquistadores rivali Francisco Pizzarro e Diego d'Almagro. Nella città moltissimi monumenti sono chiari esempi di architettura in stile spagnolo coloniale. Lo sviluppo di La Paz è dovuto in parte all'accrescersi delle attività industriali ma, soprattutto, alle attività commerciali; essa è infatti il più importante centro mondiale del commercio della coca. Attualmente è centro politico, economico e culturale della Bolivia (la capitale ufficiale, però, è Sucre). Il nucleo storico, commerciale, amministrativo, culturale e residenziale si è sviluppato in fondo alla valle, mentre i quartieri popolari, abitati dalla popolazione india, sono scaglionati sulle scarpate montuose.
Veduta di La Paz

Scorcio di La Paz


Sucre

(193.873 ab.). Capitale legale della Repubblica di Bolivia e capoluogo del dipartimento di Chuquisaca (51.524 kmq; 531.522 ab.). Sorge a 2.850 m s/m. Possiede industrie alimentari, manifatture di tabacco, fabbriche di calzature. Importante per anni è stato lo sfruttamento dei giacimenti di argento situati nei dintorni. Fondata nel 1538 col nome di Ciudad de La Plata, per volere di Francisco Pizzarro, fu chiamata anche Charcas, e più tardi Chuquisaca, divenendo in breve tempo il centro più importante dell'Alto Perù. Al 1624 risale la sua università (Universitad San Francisco Xavier de Chiquisaca). Fu la prima città del Sudamerica spagnolo a rivoltarsi contro il Governo di Spagna, il 25 maggio 1809. Capitale provvisoria della Bolivia dal 1826, nel 1839 divenne capitale legale, acquisendo il quel momento il nome di Sucre, in onore del generale Antonio José de Sucre, primo presidente della Repubblica. Perse molta della sua importanza per il trasferimento della sede governativa a La Paz nel 1900. Ricca di edifici dell'epoca coloniale ben conservati; tra i più notevoli monumenti troviamo le chiese di S. Lazzaro (1540), S. Francesco (1581), S. Agostino (1585), S. Michele (1612) e la cattedrale barocca. Nel 1991 la città è stata riconosciuta dall'Unesco quale patrimonio dell'umanità.

Santa Cruz de la Sierra

(1.116.060 ab.). Città della Bolivia, capoluogo del dipartimento di Santa Cruz (370.621 kmq; 2.029.470 ab.), il più esteso del Paese. Risalente al XVI sec., è situata ai piedi della Sierra di Cochabamba, a 423 m s/m, in una regione in massima parte pianeggiante e che rappresenta una delle poche zone relativamente ricche del Paese. La sua collocazione geografica la rende molto diversa dalla maggior parte delle altre città boliviane, situate sulle Ande. Sede di spinte autonomistiche, è attualmente il centro economico più dinamico della Bolivia. Nonostante abbia ancora notevoli carenze infrastrutturali, gode di settori con moderni servizi pubblici, telecomunicazioni, hotel e banche. Inoltre vi sono industrie produttrici di calzature, sigarette, cioccolata, concerie e raffinerie di zucchero. Santa Cruz è collegata tramite ferrovia con Argentina e Brasile, e con le zone andine e le città di Cochabamba e La Paz tramite strade costruite ed asfaltate negli ultmi anni. Il monumento più importante è la maestosa Cattedrale, risalente al 1605, ma ricostruita alla fine del XIX secolo.

Cochabamba

(516.680 ab.). Città della Bolivia, capoluogo dell’omonimo dipartimento (55.631 kmq; 1.455.711 ab.). Sorge in una delle poche zone fertili del Paese. Venne fondata nel 1574, in una conca a 2.570 m di quota; il suo nome deriva dalle parole quechua "cocha" (lago) e "pampa" (pianura). Nel suo territorio si trovano miniere di piombo e antimonio. Tra i luoghi di maggiore interesse della città, vi sono Plaza 14 de Septiembre (grande piazza coloniale omogenea, circondata da palme e scandita da portici, dalla prefettura, dalla cattedrale e dalla Chiesa della Compania), il lussuosissimo Palacio de Portales, costruito agli inizi del Novecento, e il museo archeologico. Sulla città veglia il gigantesco Cristo de la Concordia.

Oruro

(201.230 ab.). Città della Bolivia, capoluogo dell’omonimo dipartimento (53.588 kmq; 391.870 ab.). È un importante centro di comunicazioni per tutto il Paese e sede di fabbriche metallurgiche. Sorse come centro minerario (stagno, argento) in una zona arida e assai fredda, a 3.706 m d'altezza. È anche un attivo centro commerciale.

Potosí

(132.965 ab.). Città della Bolivia, capoluogo dell’omonimo dipartimento (118.218 kmq; 709.100 ab.). È situata a un'altezza di 4.020 m, alle falde del Cerro de Potosí, in quella che una volta era una ricca zona argentifera estremamente arida. Fondata nel 1546, conobbe un notevole progresso fin quando non si esaurì il filone d'argento. Riprese importanza dopo la scoperta di miniere di stagno nelle vicinanze. Il territorio circostante è infatti ricco di risorse minerarie note agli Inca fin dall'epoca precolombiana.


PERSONAGGI CELEBRI


Juan Evo Morales Ayma

Sindacalista e uomo politico argentino (n. Orinoca 1959). Nacque da genitori indios Aymará nella remota frazione di Isallavi, a Orinoca, una cittadina mineraria nel dipartimento di Oruro, sull'altopiano boliviano. La sua famiglia, spinta dalla povertà, al pari di molti altri indigeni che stavano perdendo il lavoro nelle miniere in via di privatizzazione, emigrò negli anni Ottanta del XX sec. verso i bassopiani tropicali dell'Est della Bolivia, stabilendosi nel Chapare (dipartimento di Cochabamba), regione caratterizzata dalla coltivazione di frutta e di coca. Qui iniziò la sua attività di coltivatore e di sindacalista. Alla testa dei cosiddetti cocaleros, si oppose strenuamente alla pressione esercitata dagli Stati Uniti sul Governo boliviano per lo sradicamento della coltura della coca (materia prima per la fabbricazione della cocaina, ma altresì unica fonte di reddito per migliaia di contadini poveri, nonché pianta appartenente alle tradizioni secolari dei popoli boliviani Quechua e Aymará). Sulla base di questa esperienza, fu tra i promotori del Congresso campesino che, nel 1995, decise di dotarsi di "uno strumento politico" al fine di ridare "la sovranità al popolo": di lì a poco sarebbe nato il partito politico denominato MAS (Movimiento al Socialismo). Nel 1997 fu eletto alla Camera dei Deputati come rappresentante delle province del Chapare e del Carrasco, ricevendo il 70% dei voti: un risultato eccezionale che legittimava pienamente a livello politico l'attivista indio e il MAS. Nel gennaio 2002, tuttavia, venne rimosso ingiustamente dal suo seggio in Parlamento con l'accusa di terrorismo: il pretesto fu dato dai duri scontri che si verificarono in quel mese nella città di Sacaba, allorché persero la vita alcuni coltivatori di coca e quattro militari. Presentatosi comunque alle elezioni legislative e presidenziali del giugno successivo, e nonostante le pressioni dell'ambasciatore degli Stati Uniti a La Paz, che si intromise nella campagna elettorale invitando i cittadini a non votarlo, sorprese di nuovo il Paese e gli osservatori internazionali poiché ottenne personalmente il 19% dei voti mentre il MAS sfiorò il 21% dei consensi a livello nazionale, risultando il secondo partito politico boliviano, dietro soltanto al Movimento nazionale rivoluzionario di Gonzalo Sánchez de Lozada, che fu eletto presidente della Repubblica. Ma l'appuntamento con la storia fu solo rimandato. Infatti, dopo un triennio drammatico per il Paese sul piano economico, sociale e istituzionale, alla nuova tornata delle elezioni presidenziali del dicembre 2005, Morales ottenne oltre il 53% delle preferenze, risultando così il primo presidente della Repubblica di Bolivia eletto in virtù di una maggioranza assoluta di voti. Ma, soprattutto, fu il primo indio a divenire capo dello Stato boliviano. Coerentemente con la propria ispirazione socialista e con l'estrazione popolare, esordì nella sua azione di Governo dando impulso a politiche di sostegno alla cultura indigena, pianificando una redistribuzione della terra ai contadini e riportando sotto il controllo statale le ingenti risorse energetiche del Paese.


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