Geografia America del Nord e Centro Territorio Storia Economia del Nicaragua.

bandiera del Nicaragua

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GEOGRAFIA - AMERICA DEL NORD E CENTRO - NICARAGUA

PRESENTAZIONE

Situato a metà del cordone istmico che costituisce l'America Centrale, il Nicaragua confina a Nord con l'Honduras, a Sud con la Costa Rica e si affaccia a Est sul Mare delle Antille e a Ovest sull'Oceano Pacifico. Su un'estensione di 131.812 kmq vivono 6.243.931 (2021) abitanti, con una densità di 42 abitanti per kmq. I meticci (63%) rappresentano il gruppo etnico predominante; seguono bianchi (14%), neri (8%) e Amerindi (5%). La lingua ufficiale è lo spagnolo, affiancata da dialetti amerindi (chibcha). La religione predominante è la cattolica (76,7%), seguita dalla protestante (15,2%). Il Nicaragua è una Repubblica. In base alla Costituzione del 1987, modificata nel 1995, il presidente della Repubblica è capo dell'Esecutivo ed è eletto a suffragio universale per un periodo di sei anni. Il potere legislativo è esercitato dall'Assemblea Nazionale che comprende 90 deputati, eletti per sei anni a suffragio universale diretto. L'unità monetaria è il córdoba oro. La capitale è Managua (1.098.000 ab.).

IL TERRITORIO

Il territorio del Nicaragua è caratterizzato da un profondo avvallamento che attraversa il Paese da Nord-Ovest a Sud-Est, segnando una linea di separazione tra l'America Settentrionale e quella Meridionale. Questa depressione, un tempo sommersa dalle acque, fu poi colmata da sedimenti di origine vulcanica, che hanno agito anche sull'assetto strutturale della dorsale montuosa. Sulla costa del Pacifico si allineano circa 20 vulcani, detti marabios: questa zona, tuttora in fase di assestamento, è soggetta a violenti terremoti ed eruzioni. Lungo il confine settentrionale si estendono la Cordigliera Isabella e i Monti di Huapí, che raggiungono la massima altitudine nel Pico Mogotón (2.107 m). Verso la costa orientale (Mar Caraibico) le montagne lasciano il posto alle colline e quindi ad una vasta pianura malsana e paludosa di origine quaternaria, detta «Costa dei Mosquitos». I fiumi scendono con direzione Nord-Ovest e Sud-Est verso la costa caribica. Il principale è il Río Coco (750 km), seguito dal Río Grande de Matagalpa. Brevi sono invece i corsi d'acqua che si gettano nel Pacifico. Due grandi laghi occupano la zona occidentale del Paese: il Lago Managua e il Lago Nicaragua, che tributano entrambi al Mar Caraibico tramite il Río San Juan. La stretta fascia costiera sul Pacifico è bassa e poco articolata. Il litorale sul Mar Caraibico è anch'esso basso ma assai paludoso. Il clima è tropicale, caldo e umido. La piovosità è abbondante e distribuita per tutto l'arco dell'anno nelle zone orientali esposte all'aliseo di Nord-Est; diminuisce procedendo verso l'interno, fino a diventare addirittura scarsa nella zona occidentale del Paese, dove le precipitazioni sono per lo più concentrate nel periodo estivo-autunnale. Il territorio è coperto per il 32% circa da foreste e boschi.

Cartina del Nicaragua

Nicaragua-Map

LE CORN ISLANDS

Le Corn Islands o Islas del Maiz (Isole del Mais) si trovano al largo della costa orientale nicaraguense, a 45 minuti di volo da Managua.

Si tratta di due isole, la Grande e la Pequeña (Piccola), di cui la seconda è disabitata in quanto priva di fonti d'acqua dolce.

Corn è vicina all'equatore, immersa nell'azzurro del Mar dei Caraibi, un paradiso di pace e serenità, lontano dalle tensioni che lacerano la vicina capitale dello Stato.

Gli abitanti sono circa 3.500, in maggioranza di provenienza africana, a differenza del Nicaragua ove la popolazione è per la maggior parte di origine maya e spagnola.

Pur con una forte cadenza locale, gli abitanti parlano l'inglese anziché la lingua nazionale che è lo spagnolo.

La religione è protestante.

L'isola è verdeggiante e ricca di alberi da frutto:

palme da cocco e banani;

vi abbondano inoltre aranci, papaya e mango.

La principale risorsa economica è la pesca, in particolare di aragoste, spedite in tutto il mondo.

La zona del porto è il centro della vita commerciale e sociale.

Un'altra attività dell'isola è l'artigianato, imperniato sulla lavorazione del corallo da cui si ricavano monili (bracciali, collane, orecchini, ecc.).

Il Governo nazionale ha lasciato all'isola ampia autonomia, e forse in ciò va ricercato il motivo per cui questo microcosmo avviluppato nei ritmi reggae e nei profumi tropicali, si distacca così profondamente dal modello e dalle tensioni del Nicaragua.

L'ECONOMIA

Per la sua posizione geografica e la sua storia travagliata, il Nicaragua è esposto a notevoli difficoltà di ordine politico ed economico, che lo pongono tra i Paesi più poveri e arretrati dell'America Centrale. Lo sviluppo economico, in passato immobilizzato e vincolato agli interessi di una ristretta borghesia legata agli USA e detentrice del potere, è stato ulteriormente frenato, in tempi recenti, dal regime dittatoriale e dalla guerra civile. Le misure adottate alla fine degli anni Settanta dal Governo sandinista si sono concentrate principalmente su: razionalizzazione di alcuni istituti di credito e industrie; rafforzamento del settore industriale; eliminazione dei maggiori latifondi, soprattutto nel settore delle piantagioni. I rapporti con gli USA sono stati difficili per tutti gli anni Ottanta, a causa dell'appoggio cubano-sovietico al Paese, e ciò ha creato nuove difficoltà allo sviluppo economico. La politica di pianificazione attuata dal regime sandinista, concentrata sulla produzione di derrate esportabili (caffè e cotone) per arginare il deficit del commercio estero, ha conosciuto il fallimento, come tutte le politiche di pianificazione economica dei Paesi comunisti. Le più importanti piantagioni, oltre che caffè e cotone (sul versante orientale), producono canna da zucchero, banane e cacao (sul versante pacifico). Destinati al consumo interno sono invece mais, riso, patate, manioca, fagioli, sesamo. Le foreste sono ricche di legname pregiato (mogano, cedro, palissandro), di caucciù e di ipecacuana. L'allevamento, praticato sui rilievi centrali, è in fase di espansione e riguarda soprattutto bovini e suini. L'industria si basa esclusivamente sul settore alimentare (zuccherifici, oleifici, conservifici, birrifici). Vi sono inoltre manifatture di tabacco e cementifici. Esiste una raffineria di petrolio a Managua e un cantiere navale a Puerto Cabezas. L'apparato produttivo va comunque completamente ristrutturato, a causa dei guasti causati dalla guerra civile, dalla pianificazione economica e dalle difficoltà di approvvigionamento che il Paese conobbe durante il Governo dei sandinisti. La produzione mineraria è scarsa: l'unico minerale estratto in misura apprezzabile è l'oro; seguono zinco, rame e argento. Di rilevanza solo locale è la pesca. La bilancia commerciale è passiva: si esportano cotone, caffè, carne, zucchero e banane; si importano beni di consumo e macchinari. La rete delle comunicazioni è alquanto carente: esistono solo 344 km di rete ferroviaria e 18.712 km di strade di cui solo 2.058 asfaltati. L'autostrada panamericana copre 383 km. L'aeroporto principale è quello di Managua; i maggiori porti si trovano a Corinto, San Juan, Puerto Cabezas, Bluefields.

CENNI STORICI

Abitato da tribù indigene di ceppo diverso (Maya, Chibcha, Chorotegas o Mengues, Nicarao), il territorio del Nicaragua fu esplorato nel 1522 da Gil Gonzáles Dávila e occupato nel 1524 da F. Hernández de Cordoba che lo assoggettò alla Spagna. Entrato a far parte del Capitanato generale del Guatemala, seguì le vicende dei vicini territori dipendenti dalla Spagna. Anche dopo l'indipendenza (1823) rimase unito agli Stati vicini, nella Federazione dell'America Centrale (1823-38), e solo dopo lo scioglimento di questa, nel 1839, divenne Stato sovrano. Nel Paese convivevano in quel periodo due grandi gruppi di interesse: da un lato l'oligarchia, composta dai grandi proprietari delle piantagioni di caffè e zucchero, dall'altro i piccoli artigiani e i piccoli proprietari, più disposti al libero commercio. Fu così che nacquero, rispettivamente, lo schieramento conservatore e quello liberale. Le precarie condizioni economiche e le furiose lotte politiche tra conservatori e liberali, arroccati rispettivamente a Granada e a León, resero la situazione del Nicaragua quanto mai precaria. Date queste sue debolezze, il Paese non riuscì a contrastare né le iniziali interferenze britanniche (amministrazione della Costa dei Mosquitos, 1840-60) né le successive crescenti pressioni degli Stati Uniti, che avevano scelto il Nicaragua in alternativa a Panamá per l'apertura di un canale interoceanico. La posizione geopolitica del Nicaragua era infatti cruciale nell'ambito dell'espansione verso Ovest degli Stati Uniti. È in un tale contesto che va inquadrato lo sbarco in Nicaragua nel 1855 di un gruppo di 120 Statunitensi, capeggiati da un avventuriero, William Walker, che si autoproclamò presidente del Nicaragua grazie all'appoggio non ufficiale, ma decisivo, di Washington. L'intenzione di Walker era quella di trasferire in Nicaragua il sistema di schiavitù che stava per essere abolito negli Stati Uniti. Nel 1857 Walker venne sconfitto dagli eserciti alleati dell'America Centrale e morì fucilato nel 1860. I porti del Nicaragua vennero prima occupati dalle milizie tedesche nel 1875 e poi da quelle inglesi nel 1895. Tali milizie amministravano le dogane, intascandone i profitti. Nel 1893, dopo una lunga egemonia conservatrice, le elezioni furono vinte dal Partito liberale, e José Santos Zelaya divenne il nuovo presidente. I liberali si rifiutarono di accogliere alcune richieste nordamericane e nel 1912 il presidente USA William Taft ordinò lo sbarco in Nicaragua dei marines, che uccisero il leader liberale Benjamín Zeledón e rimasero nel Paese fino al 1933, data d'inizio della rivoluzione nazionalista guidata dal generale A.C. Sandino.

Quest'ultimo, generale di origini contadine, aveva opposto un'eroica resistenza al secondo intervento militare da parte nordamericana: alla testa di un esercito popolare composto da tremila persone, fu il protagonista della guerriglia, durata più di sei anni, contro i dodicimila marines, appoggiati dall'aviazione e dalle forze dell'oligarchia locale. Nel 1933 Sandino poté finalmente mantenere la sua promessa di deporre le armi nel momento in cui l'ultimo dei marines avesse abbandonato il Nicaragua. Ma gli Stati Uniti sostituirono l'esercito nicaraguense con una Guardia nazionale il cui comandante, Anastasio Somoza García, approfittò di un incontro tra il generale Sandino e il presidente Sacasa per uccidere il leader guerrigliero. Somoza destituì il presidente in carica per impadronirsi del potere, che esercitò dittatorialmente fino a quando, nel 1956, venne giustiziato per mano del patriota Rigoberto López Pérez. Nel corso dei vent'anni al potere, Anastasio Somoza raggiunse un controllo assoluto dell'economia nazionale: una minoranza deteneva tutto il potere economico, politico e militare. Ad Anastasio Somoza García successe il figlio, l'ingegnere Luis Somoza Debayle, che, tuttavia, morì poco dopo, lasciando il posto al fratello Anastasio. Con una sanguinosa repressione, Anastasio Somoza jr mise fuori legge i sindacati, soffocò i movimenti di protesta e bandì tutti i partiti di opposizione. Per opporsi a tale situazione negli anni Sessanta nacque il Fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN), che, nella clandestinità, organizzò azioni di guerriglia armata per oltre diciassette anni. Nel 1978 uno dei leader dell'opposizione, Pedro Joaquín Chamorro, venne assassinato per ordine di Somoza: il fatto provocò uno sciopero generale e numerose manifestazioni di protesta. Nel marzo del 1979 le tre correnti interne al FSLN si ricompattarono e i sandinisti presero la guida dell'opposizione, coalizzati nel Fronte patriottico. Nel maggio del medesimo anno ebbe inizio la cosiddetta «offensiva finale», che costrinse Anastasio Somoza jr a fuggire dal Paese. La dinastia di Somoza lasciò un saldo di 50.000 vittime. Il potere venne assunto da una Giunta di governo costituita da cinque membri, affiancata da un Consiglio di Stato cui era affidata la funzione legislativa. I primi provvedimenti della Giunta furono l'espropriazione dei beni dei Somoza, la nazionalizzazione delle banche private e il ristabilimento dei rapporti diplomatici con Cuba. Uno dei compiti più importanti, ma di più difficile attuazione, era il rilancio economico del Nicaragua, la cui economia già fragile era stata prostrata dalla guerra civile. Era necessario inoltre ridurre il debito estero e il deficit della bilancia commerciale. Il Nicaragua si orientò sempre più verso il campo dei Paesi comunisti, diventando dipendente, per quanto riguardava gli aiuti economici, da URSS e Cuba.

Nel maggio 1980 la Giunta, alla ricerca di consenso internazionale, tentò di coinvolgere la Chiesa nicaraguense nell'esercizio del potere allargando la presenza dei religiosi a tutti i livelli del Governo. In più occasioni, però, l'arcivescovado di Managua impose ai sacerdoti di dimettersi dalle cariche politiche. La sempre più marcata impronta totalitaria del Governo sandinista, nel frattempo fece nascere nel Paese una nuova opposizione. Nel luglio 1981 i contrasti interni al Governo stesso provocavano le dimissioni dei viceministri della Difesa e degli Interni e dei comandanti sandinisti Eden Pastora e José Valdivia. Pastora, dopo aver lasciato per breve tempo il Paese, nel 1983 ritornò in Nicaragua alla testa di un gruppo armato, iniziando azioni di guerriglia contro il regime nel Sud del Paese. L'esercito sandinista si trovò quindi impegnato su due fronti: quello nord ai confini con l'Honduras e quello sud confinante con la Costa Rica. Gli Stati Uniti, che vedevano nel Nicaragua la nuova centrale sovversiva sovietica in America Latina, intensificarono le pressioni economiche, politiche e militari. In un clima di crescente difficoltà economica e di isolamento e nonostante le sempre più frequenti azioni condotte dai contras (guerriglieri sostenitori del passato regime, stanziati in Honduras) con il sostegno degli USA, il regime sandinista per il novembre 1984 indisse le elezioni che decretarono la vittoria del fronte sandinista e riconfermarono capo dello Stato Daniel Ortega, il quale promulgò l'amnistia per i contras disposti a cedere le armi. Nonostante gli aiuti devoluti al Nicaragua dai Paesi europei, dal Canada, dall'Unione Sovietica e dai Paesi del blocco comunista, gli Stati Uniti sostennero con ingenti aiuti militari l'attività dei somozisti e, nel 1985, dichiararono pubblicamente l'intenzione di rovesciare il sistema politico nicaraguense. Nel 1986 Reagan decise drastiche sanzioni economiche e l'embargo totale nei confronti del Nicaragua, nonostante le reazioni dei Paesi latino-americani e della CEE. Il provvedimento mise a dura prova l'economia del Paese, già prostrato dalla guerriglia. Nel 1987 Ortega si dichiarò disposto a trattare con i contras e ad avviare un processo di democratizzazione. Durante il 1988, le sempre più forti pressioni statunitensi, sommate ai disastrosi effetti dell'uragano «Juana», provocarono il fallimento delle misure di risanamento economico varate dal Governo. La riforma monetaria e la riduzione del 10% del bilancio statale, decisi in febbraio, non riuscirono a impedire un fenomeno di iperinflazione. Nel 1989 il presidente Ortega riprese le trattative: i sandinisti in questa occasione proposero di anticipare le elezioni al febbraio del 1990, dichiarandosi inoltre pronti ad accettare le modifiche alla legge elettorale proposte nel 1988 in cambio dello smantellamento dei contras dalle loro basi presenti in Honduras.

Gli Stati Uniti continuarono comunque ad appoggiare la guerriglia antisandinista: Il presidente Bush ottenne dal Congresso la concessione di ennesimi «aiuti umanitari» a favore dei contras sotto forma di finanziamenti pari a 40 milioni di dollari. Per le elezioni del febbraio 1990 il FSLN ripresentò Daniel Ortega quale candidato alle elezioni, mentre l'opposizione, riunitasi in una coalizione formata da 14 partiti chiamata Unione nazionale d'opposizione (UNO), scelse quale proprio candidato Violeta Barrios de Chamorro, vedova di Pedro Joaquín Chamorro. Contrariamente a tutti i sondaggi elettorali che assegnavano la vittoria con ampio margine ai sandinisti, la UNO vinse le elezioni con il 55% dei voti a fronte del 41% ottenuto dai sandinisti e Violeta de Chamorro venne eletta alla presidenza del Paese. Prima di assumere ufficialmente la carica di presidente, la Chamorro e il Fronte sandinista firmarono un «protocollo di transizione» in cui la neopresidente si impegnava a rispettare la Costituzione, le istituzioni e le conquiste sociali della rivoluzione sandinista, nonché a procedere al disarmo dei contras. La Chamorro decise che avrebbe assunto personalmente la carica di ministro della Difesa e che avrebbe mantenuto a capo dell'esercito il generale Humberto Ortega. Quest'ultima decisione fece scattare le dimissioni dal Governo di alcuni gruppi della UNO e di Virgilio Godoy, vicepresidente della coalizione della Uno, che accusò la Chamorro di aver tradito gli accordi pre-elettorali. Nel maggio del 1990 venne indetto uno sciopero dei lavoratori statali, che chiedevano un aumento salariale del 200%: il Governo dichiarò illegale lo sciopero. Come risposta i lavoratori intensificarono la protesta, estendendo lo sciopero a tutto il Paese. Alla fine di uno strenuo braccio di ferro il Governo dovette in parte accettare le richieste avanzate dai lavoratori, favorendo così la conclusione dello sciopero. A partire dalla metà del 1990, il Governo nicaraguense ricevette numerose offerte da parte di società internazionali interessate allo sfruttamento della zona settentrionale del Paese, ricoperta da circa 270.000 ettari di foreste, più della metà del territorio nazionale. Quando trapelò la notizia di negoziati segreti fra le autorità governative e una società di Taiwan che mirava ad ottenere il diritto di sfruttamento delle foreste della regione, divenne anche pubblico che il Nicaragua ospitava giacimenti d'oro, argento, rame e tungsteno. Nel 1991 il presidente prese accordi con il FSLN per l'attuazione della riforma agraria e per la concessione di almeno il 25% delle azioni ai lavoratori impiegati nelle aziende pubbliche sottoposte a privatizzazione. L'inflazione calò dal 7.000% del 1990 al 3,8% del 1992 soprattutto grazie a una manovra promossa congiuntamente dalla Banca Mondiale e dal FMI. Vennero ridotti gli investimenti nelle attività produttive e le spese nei settori dell'educazione e della sanità. La disoccupazione arrivò a sfiorare il 60%. Le divergenze fra il presidente e la UNO condussero nel 1993 ad una rottura, a seguito della quale la Chamorro iniziò a cercare appoggio nel Partito sandinista e nel Gruppo di centro della UNO.

Nel giro di un mese la UNO decise l'espulsione di questo gruppo e cambiò il proprio nome in quello di Alleanza politica d'opposizione. Nel frattempo la crisi economica si andava acutizzando a causa di un periodo di siccità che aveva irrimediabilmente danneggiato 80.000 ettari di coltivazioni e lasciato senza cibo 200.000 contadini. La denutrizione infantile colpì in questo periodo ben 300.000 bambini. Nel 1994 gli scontri tra esercito regolare, bande di delinquenti e piccoli gruppi di guerriglieri continuarono. Il generale Humberto Ortega annunciò l'intenzione di dimettersi a condizione che fosse approvato un nuovo codice militare, entrato effettivamente in vigore qualche mese più tardi e volto a depoliticizzare l'esercito popolare sandinista e ad accrescerne la dipendenza dall'autorità civile. Venne intanto approvata la legge per cambiare nome all'esercito, eliminare il servizio militare obbligatorio e concedere garanzie alla proprietà privata. Invece l'approvazione della legge sul nepotismo (che impediva la rielezione tra parenti alle più importanti cariche pubbliche) venne rimandata, favorendo la permanenza al governo del genero del presidente, Lacayo. Nel 1996 l'ex sindaco di Managua, l'imprenditore conservatore Arnoldo Alemán, vinse le elezioni presidenziali con il 49% dei voti. Nonostante inizialmente fossero state denunciate irregolarità nello svolgimento delle elezioni, i rappresentanti del Fronte sandinista decisero di continuare a prendere parte alla vita politica del Paese. Nel 1997 il Governo e l'opposizione si accusarono reciprocamente di armare e addestrare forze paramilitari. Nonostante le successive trattative, non fu possibile raggiungere un'intesa e i rapporti fra il partito al Governo e i sandinisti si fecero più tesi. Nello stesso anno l'Esecutivo rese noto il proprio parere contrario alla restituzione agli eredi di Anastasio Somoza dei beni confiscati dai sandinisti nel 1979. Secondo le stime del 1998, gli Stati Uniti erano intanto tornati a ricoprire il ruolo di maggiore partner commerciale di Managua. Le esportazioni nicaraguensi verso gli USA nel 1997 raggiunsero i 375 milioni di dollari, segnando un incremento del 30% rispetto a due anni prima. Il passaggio dell'uragano «Mitch» nel novembre del 1998 uccise 3.000 persone, lasciandone decine di migliaia di senzatetto. Alla fine del 1999 si aprì invece una crisi diplomatica con l'Honduras: il Governo honduregno aveva infatti ratificato il Trattato Ramirez-Lopez, che riconosce alla Colombia la sovranità sulle Isole San Andrés e Providencia e sulle acque circostanti, rivendicate anche dal Nicaragua. Nel 2000 al confine tra i due Paesi si verificarono scambi di artiglieria al largo tra le due flotte. Nello stesso anno si risolse invece positivamente la crisi con il Costa Rica, determinata dalla disputa sui diritti di navigazione sul San Juan, il fiume che segna il confine tra i due Stati. Sempre nel 2000 il FSLN vinse le elezioni municipali di Managua.

Nelle elezioni presidenziali del novembre 2001, nonostante lo scenario politico favorevole all'opposizione sandinista (grave crisi economica, accuse di corruzione al presidente in carica Aleman), Daniel Ortega venne sconfitto dal candidato conservatore Enrique Bolaños, 73 anni, il quale, durante il regime sandinista (1979-90) era stato arrestato un paio di volte, incarcerato ed espropriato dei suoi beni. Nonostante il terzo insuccesso elettorale consecutivo dal 1990, nel marzo del 2002 Ortega venne rieletto alla guida del Partito sandinista. Nel dicembre 2003 Arnoldo Aleman venne condannato a 20 anni di reclusione e arrestato: un anno più tardi sarebbe stato posto agli arresti domiciliari. Nel gennaio 2004 la Banca Mondiale decise di cancellare l'80% del debito del Paese e nel luglio dello stesso anno una simile manovra venne fatta dalla Russia. Nell'aprile 2005 la situazione economica interna portò a un aumento dei prezzi che scatenò proteste e violente manifestazioni di piazza. Intanto una crisi di tipo politico relativa all'applicazione di riforme costituzionali minò i rapporti tra il Governo e il Congresso, ma la decisione di rimandare a dopo la scadenza del mandato di Bolaños (2007) ogni decisione riportò la calma tra esecutivo e legislativo. Nell'aprile 2006 venne attivato il Cafta, l'accordo di libero scambio centroamericano approvato dal Congresso nell'ottobre precedente.

LA COSTA DEI MOSQUITOS

La costa orientale del Nicaragua e dell'Honduras, compresa tra il Río Patuca e la laguna delle perle, è denominata «costa dei Mosquitos», dal nome della tribù dei Mosquitos o Miskito, popolazione di origine amerindia e di lingua cibcha.

I loro caratteri somatici non sono ben definiti poiché gli studi in proposito hanno preso in esame soltanto piccoli gruppi di individui, da cui risulta comunque che i tratti dominanti sono: viso largo, capelli neri e dritti, colore della pelle non molto scuro e naso largo Attualmente ammontano a circa 15.000 individui e, come molti superstiti delle antiche tribù dell'Honduras, in seguito alla convivenza con i negri stanziati da secoli nella zona, hanno perso i tratti salienti della propria cultura originaria.

Della cultura indigena, i Mosquitos conservavano comunque l'organizzazione in clan, l'uso di maschere funerarie formate da un impasto di terra e di polvere d'oro, oltre al tipo di abitazioni, capanne a tetto conico costruite su palafitte.

Anticamente, invece, i Mosquitos fabbricavano le loro case fra i rami degli alberi, anche a notevole altezza da terra, e si dedicavano un tempo prevalentemente alla caccia e alla pesca; attualmente lavorano nelle piantagioni di banane e nelle foreste.

I Mosquitos sono contraddistinti da un carattere molto bellicoso, che li incita a una perenne lotta con le tribù confinanti, in particolare i Paya e i Suma (respinti nelle zone dell'interno) a causa di conflitti territoriali, definitivamente risolti dall'intervento dei Governi dell'Honduras e del Nicaragua.

LE CITTÀ

Managua

(1.098.000 ab.). Capitale del Nicaragua e capoluogo del dipartimento omonimo (3.672 kmq; 1.380.339 ab.), è una città portuale situata sul lago omonimo. Vi si commerciano prodotti agricoli e zootecnici; sono inoltre presenti industrie conserviere, tessili, del cemento, del tabacco, chimiche e siderurgiche. La città possiede anche un'università. Antico insediamento indio, Managua era già centro fiorente nel XVI secolo quando fu occupata dagli Spagnoli. Gravemente colpita da un terremoto il 23 dicembre 1972 (la città sorge infatti in una zona ad altissimo rischio sismico) fu ricostruita secondo un nuovo piano regolatore. Oltre a possedere un aeroporto, è servita dalla ferrovia e dall'autostrada.

León

(123.865 ab.). Città del Nicaragua e capoluogo del dipartimento omonimo (5.107 kmq; 389.628 ab.), è sede vescovile, con università, belle chiese ed edifici pubblici. Sorge in una fertilissima pianura coltivata a caffè e a canna da zucchero. Costruita dagli Spagnoli nel 1523, fu la capitale del Paese fino al 1855.

La cattedrale di León, in Nicaragua

La cattedrale di León, in Nicaragua

Chinandega

(97.387 ab.). Città del Nicaragua e capoluogo del dipartimento omonimo (4.926 kmq; 441.308 ab.), è importante per la produzione dello zucchero. Situata a 120 km dalla capitale, è ben collegata con il resto del Paese per mezzo di due linee ferroviarie: la ferrovia del Pacifico e quella che collega la città con il golfo di Fonseca.

Granada

(71.783 ab.). Città del Nicaragua e capoluogo del dipartimento omonimo (929 kmq; 190.604 ab.), è situata sulla sponda occidentale del Lago di Nicaragua, ai piedi del vulcano Mombacho. È unita per mezzo della linea ferroviaria alla capitale Managua. Venne semidistrutta e ricostruita per ben quattro volte (1524, 1562, 1610, 1855).

Masaya

(88.971 ab.). Città del Nicaragua e capoluogo del dipartimento omonimo (590 kmq, 317.499 ab.), è situata tra i Laghi di Nicaragua e Managua, a 238 m s/m., a metà strada fra Managua e Granada. Si trova in una regione molto fertile dove si coltivano soprattutto frutta, riso e tabacco. La sua popolazione è formata in gran parte da indigeni.

Matagalpa

(59.397 ab.). Città del Nicaragua e capoluogo del dipartimento omonimo (8.523 kmq; 484.902 ab.), è stazione della ferrovia interamericana, nonché importante centro agricolo e commerciale. È situata a 617 m s/m.

Juigalpa

(36.999 ab.). Città del Nicaragua e capoluogo del dipartimento del Chontales (6.378 kmq; 182.019 ab.), è situata in una zona di altipiani sui quali si coltivano caffè, cacao, cotone, nell'alta valle del Río Tuma.

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