Geografia Italia Territorio Storia Economia Cultura Calabria.

La scuola consegue tanto meglio il proprio scopo quanto più pone l'individuo in condizione di fare a meno di essa.
(Ernesto Codignola)

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GEOGRAFIA - ITALIA - CALABRIA

PRESENTAZIONE

Estremo lembo della Penisola e in massima parte protesa nel mare la Calabria è, dopo la Puglia, la regione che ha il maggior sviluppo costiero:

infatti ben 738 km della sua terra sono bagnati dal Mediterraneo, e solamente una striscia sottilissima di 80 km la collega al continente, tramite il suo confine con la Basilicata.

La Calabria si allunga tra due mari:

ad Ovest il Mar Tirreno e ad Est il Mar Ionio.

Occupa una superficie di 15.080 kmq.

La Calabria conta 1.877.728 (2021) abitanti, ed ha una densità di 137 abitanti per kmq, che è al di sotto della media nazionale, ma non è eccessivamente bassa, se si considera che circa il 50% della regione è montagnoso e che l'economia versa ancora in condizioni arretrate, costringendo molti ad emigrare, con il conseguente innalzamento dell'età media degli abitanti.

Le province sono cinque:

Reggio Calabria, Cosenza, Crotone, Vibo Valentia e Catanzaro, che è anche capoluogo della regione.

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IL TERRITORIO

Il paesaggio calabro è dominato dalla montagna.

I rilievi sono formati da un alternarsi continuo di massicci montuosi collegati tra loro da piccole ed aspre catene rocciose. La zona montuosa può essere distinta in cinque gruppi principali.

A Nord, al confine con la Basilicata, si trova il massiccio del Pollino (2.248 m), che costituisce la continuazione dell'Appennino Meridionale.

Scendendo verso Sud, lungo il Tirreno, si innalza la catena Costiera (Monte Cocuzzo 1.512 m);

ad Ovest di questa, separato dal solco del fiume Crati, si leva il gruppo della Sila (Monte Botte Donato 1.928 m), che occupa un quinto dell'intera superficie regionale.

A Sud della Sila il territorio si restringe tra i due golfi di S. Eufemia e Squillace, il rilievo montuoso continua con la catena Le Serre (Monte Pecoraro 1.423 m) e si collega all'ultimo rilievo della penisola, il massiccio dell'Aspromonte (Monte Montalto 1.955 m).

I rilievi calabri hanno una propria individualità geologica e morfologica; sono montagne dall'aspetto assai vario.

Molto spesso desolate, si presentano aspre ed erose dagli agenti atmosferici e a volte coperte di foreste di pini e abeti che vi conferiscono un aspetto alpino caratteristico, come succede nella Sila.

Tra i grandi massicci montuosi si aprono all'improvviso brevi pianure:

tra il massiccio del Pollino e quello della Sila Greca troviamo la piana di Sibari;

tra la Sila Grande e la Sila Piccola vi è la piana del Marchesato;

tra il massiccio della Sila Piccola e i monti del Poro si apre la piana di S. Eufemia;

tra il Poro ed il massiccio dell'Aspromonte, la piana di Gioia Tauro.

La costa può essere ripartita geograficamente nei due versanti ionico e tirrenico.

Il versante ionico è sinuoso, con coste piatte e, soprattutto nella zona del Marchesato, molto frastagliate.

Il versante tirrenico è caratterizzato da coste prive di porti e uniformi, a parte i due vasti golfi di S. Eufemia e di Gioia.

La costa è altissima e con strapiombi rocciosi a picco sul mare, e offre un andamento simile anche presso lo Stretto di Messina, in cui i porti di Reggio Calabria e di Villa San Giovanni sono stati resi possibili solo con grandi lavori di adattamento artificiale.

Per quanto riguarda la rete idrografica, è impedita la formazione di corsi d'acqua lunghi e ampi, conseguenza naturale della configurazione fisica del territorio e soprattutto della scarsità di precipitazioni, particolare che fa della Calabria una tra le regioni più aride d'Italia.

Il fiume più importante della regione è il Crati che, snodandosi per 93 km attraverso la Sila, sfocia nello Ionio presso i ruderi dell'antica città di Sibari;

la sua portata d'acqua massima è molto scarsa, raggiungendo in pieno inverno i 990 metri cubi al secondo.

Tutti i corsi d'acqua calabresi sono caratterizzati da un andamento torrentizio, che provoca spesso franamenti e smottamenti del terreno.

Tipiche della Calabria sono le fiumare, torrenti scoscesi e sassosi che rendono il suo paesaggio aspro e selvaggio.

La Calabria è soggetta a terremoti abbastanza frequenti;

ancora è vivo il ricordo di quello che sconvolse la città di Reggio il 28 dicembre 1908, sisma che distrusse quasi totalmente la città e le zone vicine causando migliaia di morti.

Essendo quasi interamente circondata dal mare, il clima è mite ma non troppo caldo neanche d'estate.

Inverni freddi nelle zone montuose.

Cartina della Calabria

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PARCHI NAZIONALI E REGIONALI

Parco Nazionale della Sila

Il Parco Nazionale della Sila (73.695 ettari) si estende nelle province di Catanzaro, Cosenza e Crotone. è stato costituito nell'ottobre del 1997. è un territorio ricco di itinerari suggestivi e paesaggi emozionanti caratterizzati da un eccezionale patrimonio di biodiversità. L'altopiano della Sila si caratterizza per la sua struttura geologica granitico-cristallina determinata da un'orogenesi molto antica. I laghi sono una peculiarità di questo territorio e costituiscono anche un'importante riserva di acqua e di energia elettrica. Un altra risorsa naturalistica sono i boschi di pino laricio e di ontano nero. La fauna, stanziale e migratoria, è varia e numerosa.

Parco Nazionale del Pollino

Costituito nel 1993, il parco Nazionale del Pollino (192.565 ettari) è la più grande area protetta d'Italia. Si estende tra la Calabria e la Basilicata occupando il territorio delle province di Cosenza, Matera e Potenza. Emblema del parco, abbarbicato alle pareti rocciose, è il pino loricato, dalla sua forma contorta, qui conservato e tutelato, che si affianca ai paesaggi dolci delle valli ricche di fiori. Le cime più alte sono dominate dalle maestose aquile reali e si contrappongono alla realtà diffusa del paesaggio antropico, piccoli borghi dove le donne indossano ancora il costume tradizionale, accanto a paesi più grandi; in questo territorio sopravvivono nuclei italo-albanesi (arbëreshe). La programmazione del parco è indirizzata prioritariamente alla salvaguardia delle risorse naturalistiche: il capriolo autoctono di Orsomarso e il lupo appenninico, oltre all'aquila reale e al pino loricato, già citati. Lo sviluppo si basa sulla conservazione e mette in atto specifiche azioni volte a proteggere la diversità dei sistemi naturali e ad assicurare l'uso sostenibile delle risorse rinnovabili, garantendo una capacità di carico ambientale in equilibrio con le possibilità e i limiti della natura. Accanto agli interventi di tutela, soprattutto ai giovani vengono rivolte iniziative per promuovere la crescita economica delle popolazioni residenti attraverso attività compatibili con l'ambiente.

Parco Nazionale dell'Aspromonte

Costituito nel 1989, il Parco Nazionale dell'Aspromonte si estende per 76.000 ettari nella provincia di Reggio Calabria. Il massiccio dell'Aspromonte è situato tra il Mar Ionio e il Mar Tirreno; le caratteristiche ambientali e climatiche dell'area determinano una vegetazione ricca e variegata, infatti la zona bassa, sempreverde, è caratterizzata da ulivi, agrumi e dalla macchia mediterranea. Segue una zona caratterizzata da castagni, quindi aceri, frassini, ontani neri e napoletani fino, nell'area più montana nel litorale ionico, diverse specie di querce. Nei valloni del pendio tirrenico si trova, grazie all'elevata umidità, alla poca luce e alle minime escursioni termiche, la felce tropicale Woodwardia radicans. Protetti dalla fitta vegetazione e dal clima molte specie animali trovano qui il loro habitat naturale. Il parco ospita diversi tipi di uccelli, tra cui il picchio nero. I rapaci costituiscono forse l'elemento di spicco della fauna vertebrata presente nel parco, come l'aquila reale, il gufo reale, il più grande rapace notturno europeo, il biancone, l'astore, lo sparviero e il falco pecchiaiolo. Tra i mammiferi l'area del parco ospita il lupo, il gatto selvatico, il roditore driomio, la martora e lo scoiattolo nero. Tra gli anfibi si segnala la presenza della salamandrina dagli occhiali e della testuggine comune. Anche le attività dell'uomo contribuiscono a rendere particolare quest'area. L'artigianato è fiorente e tramanda tecniche e sapienze antiche. Con il legno si realizzano oggetti d'uso agricolo e pastorale, strumenti musicali (tamburelli e zampogne) e pipe, ricavate dalla radice dell'erica arborea calabrese. L'attività della tessitura, soprattutto a Samo, dà origine a stoffe di stile bizantino, le "pezzare". A Gerace si realizzano pizzi e merletti al tombolo e all'uncinetto, ma è anche un importante centro per la ceramica. L'Aspromonte è sede di molti monasteri e santuari, quello di Polsi è meta dei pellegrini che vi si recano per pregare la Madonna della Montagna.

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Parco naturale regionale delle Serre

Costituito nel 2004, il Parco naturale delle Serre si estende su 17.687 ettari tra le province di Catanzaro, Reggio Calabria e Vibo valentia. Il gruppo montuoso delle Serre è un'area di elevata valenza paesaggistica-naturale, che si salda a Sud con il massissio montuoso dell'Aspromonte. è formato da due lunghe e opposte catene montuose, divise in parte dalle alti valli dei bacini dell'Ancinale e dello Stilaro. Vanta la presenza di numerose cascate, le più imponenti sono le Cascate del Marmarico che, con un dislivello di 90 metri, si tuffano nello Stilaro generando architetture di incredibile suggestione. L'area del parco è caratterizzata dalla diffusa presenza di boschi, foreste, macchie mediterranee, pascoli e colture agrarie. Anche i luoghi di culto hanno considerevole importanza, tra questi la secolare abbazia dei monaci Certosini di Serra S. Bruno, ancora attiva, e la tomba di S. Bruno di Colonia, fondatore dell'Ordine dei Certosini. La vegetazione è molto ricca e diversificata, il soprassuolo naturale del territorio è interessante per le caratteristiche ecologiche e selvicolturali dell'abete bianco; anche la fauna è presente con diverse specie animali. Data la varietà degli ambienti naturali compresi nell'area del parco, si è ricorso alla zonizzazione, cioè alla suddivisione del territorio del parco in quattro zone, soggette a regimi di tutela graduati e differenziati in relazione alle caratteristiche vegetazionali e geomorfiche.

Riserva naturale marina "Capo Rizzuto"

Costituita nel 1991 fa parte del territorio della provincia di Crotone. L'area della riserva, estesa su 14.721 ettari di costa, è compresa tra il promontorio di Capocolonna, con il tempio dedicato alla dea Hera Lacinia, e la punta di Le Castella con il suo castello-fortezza. La costa dell'area marina è stata frequentata dall'uomo fin dall'antichità e numerose sono, infatti, le testimonianze dell'avvicendarsi di importanti civiltà del passato. La Riserva ha il prioritario obiettivo della protezione ambientale, ma manifesta anche l'esigenza di salvaguardare lo sviluppo economico del territorio, compatibilmente con la necessaria tutela dell'ambiente. Per promuovere la conoscenza dell'area, l'ente gestore propone ai visitatori alcuni servizi, quali corse su battelli a fondo trasparente per osservare i fondali, e l'acquario, dove sono esposti gli esemplari di specie marine rintracciabili. La riserva è suddivisa in due zone, una di riserva integrale (zona A) e una con vincoli più larghi (zona B). I fondali, ricchi di Posidonia Oceanica, banchi madreporici di Cladocora Caespitosa, fanno dell'area un ambiente unico dal punto di vista naturalistico, da proteggere e conservare, in cui trovano rifugio e cibo numerose specie ittiche quali il sarago fasciato, cernie, barracuda, tonnetti e più raramente delfini.

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L'ECONOMIA

La Calabria è una regione italiana con il più basso reddito per abitante ed anche quella in cui l'emigrazione è stata più elevata nell'ultimo decennio. L'agricoltura tradizionale base dell'economia calabra trova ostacolo nella natura montuosa del terreno e il suo futuro è affidato alle pianure, dove opere di bonifica hanno reso coltivabili terreni prima acquitrinosi e zone aride sono state dotate di impianti d'irrigazione. Si sono così ottenuti buoni risultati nella produzione di ortaggi come peperoni, pomodori e melanzane. Le risorse essenziali della regione provengono dalla coltivazione degli agrumi. Il 20% delle arance prodotte in Italia, così come il 20% della produzione italiana di mandarini viene raccolto in questa regione, che produce anche altre specie di agrumi: limoni, cedri, chinotti, bergamotti, limette, pompelmi; globalmente rappresentano il 90% del quantitativo nazionale di tali prodotti. Questi, assieme alla coltura di alcuni fiori, in particolare del gelsomino, alimentano le lavorazioni degli olii essenziali, soprattutto nella provincia di Reggio. Sulle colline è diffusa la coltivazione per la produzione di olive ed olio. Non trascurabile è la silvicultura, che fornisce legname da costruzione, proveniente principalmente dalla zona silana. La pesca, malgrado i chilometri di coste, non è un'attività importante. Famosa è la pesca dei tonni e dei pesci spada, che si svolge tra Palmi e Scilla. Essa rimane comunque una voce secondaria rispetto al complesso dell'economia della regione. L'industria calabrese non è ancora riuscita a decollare, nonostante sia stato eliminato uno dei principali ostacoli al suo sviluppo, ossia la mancanza di energia. Oggi infatti la Calabria ha risolto il problema energetico grazie alla costruzione di grandi centrali idroelettriche nella Sila ed a installazioni termoelettriche a Catanzaro e Rossano. Molto si è fatto per migliorare le vie di comunicazione e in questi ultimi anni, con l'intervento della Cassa per il Mezzogiorno, la rete viaria è stata completamente rinnovata. Tra le industrie sono importanti particolarmente il lanificio di Praia a Mare, la metallurgia dello zinco e gli stabilimenti chimici di Crotone, i cementifici e l'industria siderurgica di Vibo Valentia. Sono inoltre stati programmati interventi per lo sviluppo industriale a Gioia Tauro, Lamezia Terme e Castrovillari. Industrie artigianali tradizionali sono quelle olearie e quelle degli estratti di agrumi e dei distillati di bergamotto e gelsomino. Negli ultimi anni si è notevolmente sviluppato il settore turistico, in particolare nelle zone balneari di Tropea, Paola e Rossano.

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L'INDUSTRIA SIDERURGICA IN CALABRIA PRIMA DELL'UNITÀ D'ITALIA

Nella seconda metà del XVIII sec. i Borboni realizzarono in Calabria uno dei centri siderurgici più importanti d'Italia.

Il complesso siderurgico calabrese era situato nella zona compresa fra i centri di Monasterace Marina e Serra San Bruno ed era costituita da miniere per l'estrazione del ferro (a Stilo, Pazzano e Bivongi), ferriere (a Stilo fino al 1770, poi a Ferdinandea e Mongiana) e fonderie (a Ferdinandea e Mongiana).

Il ferro estratto lungo le pendici dei monti Stella e Campanaro venne lavorato negli stabilimenti di Stilo ed Assi fino al 1770, poi nel complesso di Mongiana costituito da una moderna fonderia e quattro ferriere.

Nel 1808 Mongiana passò sotto l'amministrazione militare e gli stabilimenti furono ampliati con la costruzione di una fabbrica d'armi e di altre due ferriere.

La fonderia venne potenziata e nel 1855 i suoi tre grandi altiforni producevano circa 10 tonnellate di ghisa al giorno.

La fonderia di Ferdinandea fu iniziata nel 1798 e venne portata a termine durante il regno di Ferdinando II di Borbone (seconda metà del XIX sec.).

Gli operai del centro siderurgico dividevano il loro lavoro fra i campi, le miniere e le fonderie.

D'estate, quando nelle gallerie delle miniere non c'era più acqua, estraevano il minerale e lo accumulavano nei depositi;

nel frattempo provvedevano al raccolto e alla semina.

Durante l'inverno le gallerie delle miniere si allagavano a causa dello straripamento delle fiumare e diventavano impraticabili, allora il lavoro si concentrava sulla lavorazione e sulla raffinazione.

Dopo l'Unità d'Italia il complesso industriale passò allo Stato, che verso il 1870 lo vendette a privati i quali, non potendo permettersi di affrontare le spese che il mantenimento degli impianti comportava, li chiusero.

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CENNI STORICI

Dalle origini al dominio romano

La regione è una delle terre più anticamente abitate dell'Italia;

esistono infatti testimonianze di popolazioni qui stanziatesi già in epoca preistorica.

La sua storia cominciò ad essere significativa nel periodo della colonizzazione greca, che data dall'VIII secolo a.C.; in questa epoca sorsero infatti alcune tra le sue maggiori città come Crotone, Locri, Reggio, Sibari, una delle principali città della Magna Grecia.

Il contributo delle poleis è stato decisivo per la formazione della cultura occidentale.

Basti ricordare i poeti Glauco e Ibico e lo storico Ippy di Reggio, la poetessa Nosside e il musico Senocrito di Locri, e soprattutto Pitagora, che a Crotone fondò la famosa scuola filosofica.

Locri, la prima città ad avere un codice normativo scritto (la legislazione di Zaleuco nota per la sua severità), presenta istituzioni particolari come il matriarcato, la successione matrilineare, la prostituzione sacra.

Crotone era famosa per i suoi atleti, come Milone il vittorioso condottiero nella battaglia contro Sibari, e la straordinaria bellezza delle sue donne.

Sibari è passata alla storia e alla leggenda per la sua raffinatezza.

Nel IV secolo inizia la decadenza delle colonie magno greche, che, assediate dai Lucani e dai Bruzi, chiedono l'aiuto di Roma, che stabilirà il suo dominio su tutto il territorio.

L'alleanza delle popolazioni con i Cartaginesi e poi le lotte antiaristocratiche e antiromane, a fianco di Spartaco (73-71 a.C.), danno origine al mito dei Bruzi ribelli, indomabili, oppositori degli stranieri.

La conclusione delle guerre puniche (216 a.C.) permette a Roma il controllo ferreo di tutta la penisola bruzia.

Da questo periodo la Calabria greca comincia a trasformarsi in una regione greco-latina.

Durante l'età imperiale le antiche poleis si riducono a piccoli municipi;

la piccola e media proprietà contadina vengono trasformate in complessi agricoli sempre più vasti, con le caratteristiche del latifondo a conduzione schiavistica (villae).

Ai disboscamenti indiscriminati, soprattutto nella Sila, all'ingovernabilità delle acque piovane e al conseguente propagarsi della malaria nelle pianure, le popolazioni rispondono con l'arroccamento nell'interno.

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Il periodo bizantino e il Basso Medioevo

Con l'arrivo a Reggio di S. Paolo, in viaggio verso Roma (64 d.C.), sembra avere inizio la diffusione del Cristianesimo nel Bruzio e nella penisola italiana.

Con l'invasione dei Visigoti, la regione diventa sempre più periferica, terra di transito e di passaggio.

Nel 596, con l'occupazione di Crotone, comincia la conquista longobarda e un periodo convulso di guerre e di frantumazioni delle province meridionali.

Dalla metà del VI alla metà dell'XI secolo, la Calabria è parte dell'Impero bizantino i cui funzionari ed ecclesiastici riportano, questa volta cristianizzata, la lingua e la civiltà dei Greci.

L'arrivo nella regione dei profughi dalla Sicilia, dall'Oriente, dall'Africa ex romana, aggrediti dall'avanzata dell'Islam, fanno della regione un centro di civiltà nel mezzo della barbarie prevalente nel resto d'Europa, nonostante le invasioni, gli assedi, e le conquiste da parte dei musulmani dal VII all'XI secolo, che contribuiscono all'arretramento della popolazione nelle zone interne.

Il clero della Calabria resta sottoposto all'autorità del patriarca di Costantinopoli sino alla fine dell'XI secolo.

Un ruolo centrale nella vita religiosa e sociale delle popolazioni svolgono i monaci italo-greci, la cui presenza nel Bruzio risale al IV secolo e si rafforza, dal VI all'XI secolo, nel corso di diverse ondate di arrivi dall'Oriente, da Costantinopoli, dalla Sicilia.

Anche i numerosi monasteri femminili influenzano fortemente la vita quotidiana delle comunità.

I monaci coniugano la spiritualità con il lavoro, s'impegnano nelle diverse attività agricole e artigianali, contribuiscono forse all'introduzione dell'arte della seta, che avrebbe reso famosa la regione in tutta Europa.

Soprattutto nella parte meridionale della Calabria si afferma, dal IX all'XI secolo, una tradizione monastica letteraria con un impegno in campo culturale che va dall'istruzione dei fanciulli alla pratica della trascrizione e della miniatura dei codici, alla produzione artistica.

Da tale tradizione pervengono contributi eccezionali alla cultura europea e all'Umanesimo.

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La conquista normanna e la nascita del sistema feudale

Tra il 1056 e il 1060 Roberto e Ruggero d'Altavilla portano a termine la conquista della Calabria.

L'azione dei Normanni, inizialmente violenta, ha effetti benefici su una regione devastata dai Saraceni e soffocata dall'oppressione fiscale.

L'agricoltura e la sericoltura si sviluppano in maniera significativa.

La conquista normanna comporta la novità del sistema feudale, che avvia una forma di organizzazione economica e sociale diversa da quella dell'Italia centro-settentrionale, dove il contrasto tra borghesia e grandi proprietari terrieri porta alla nascita dei Comuni.

Nei divergenti processi di questo periodo è stata segnalata l'origine delle differenze tra le "due Italie".

Insieme alla feudalizzazione, la Calabria conosce la rilatinizzazione delle strutture ecclesiastiche, anche se la dinastia normanna mantiene ottimi rapporti con l'elemento greco.

Vengono rinsaldati i rapporti con la Chiesa romana e create nuove sedi vescovili e tra queste Mileto, dove il conte Ruggero, ottenuto il titolo di conte della Calabria, stabilisce la sua corte.

Tra la fine del periodo angioino (1265-1442) e la dominazione aragonese (1442-1503), la Calabria vive una situazione drammatica.

I contrasti dinastici del XIV secolo favoriscono l'espansione della grande feudalità.

La regione imbocca la strada della decadenza economica e civile;

i ceti popolari vivono nell'insicurezza e nella precarietà quotidiana. In questo contesto si svolge la vicenda di Francesco di Paola che fonda l'Ordine dei Minimi.

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La dominazione spagnola

Durante i primi decenni della dominazione spagnola (1503-1734) la regione conosce una certa ripresa demografica ed economica, ma anche il potenziamento della struttura burocratica centrale e periferica che avrà effetti negativi, quali l'inasprimento del fiscalismo regio e baronale e il diffondersi di corruzione e clientele. La feudalità si rafforza anche grazie alle usurpazioni che i baroni compiono a danno delle terre e delle università demaniali. In un contesto di prepotenza baronale e di capillare azione del clero sulla società si colloca uno degli episodi più cruenti della storia calabrese in età contemporanea: l'eccidio dei valdesi di Guardia Piemontese e San Sisto nel 1561. Tuttavia, già nel 1541 gli ebrei, protagonisti nei secoli precedenti della vita economica e culturale della regione, erano stati definitivamente cacciati dal Regno. Per l'evangelizzazione della regione un ruolo fondamentale svolgono le Confraternite religiose che, istituite tra il XVI e il XVIII secolo, si prefiggono scopi di rinnovamento religioso e di sostegno ai ceti più bisognosi e che caratterizzano ancora oggi la vita religiosa e culturale di diverse comunità della Calabria. L'oppressivo dominio baronale e gli interventi violenti da parte del potere centrale determinano forti contrasti sociali, ma le rivolte spontanee e antifeudali di intere comunità vengono soffocate. Nel '500 il brigantaggio, che spesso ha carattere sociale, raggiunge il massimo sviluppo, e molte bande agiscono autonomamente sul territorio, come Re Marcone che nel 1559 si impossessa di Crotone. Il fenomeno, tuttavia, viene spesso strumentalizzato da baroni in lotta tra loro o per domare le popolazioni riottose. Un'altra risposta popolare alle prepotenze dei baroni è quella dei cosiddetti rinnegati. La posizione geografica della Calabria è decisiva, anche in questa occasione, nel conferire alle incursioni dei pirati degli stati barbareschi (Tripolitania, Tunisia e Algeria) un aspetto drammatico per la frequenza e la ferocia che le caratterizzano. L'ammiraglio turco Ariademo Barbarossa, il più famoso e terribile pirata, funesta le coste calabresi e nel 1536 approda a Le Castella, porta a Costantinopoli 3.000 prigionieri, tra cui Ulacci Ali, detto Ucciali, che combatterà eroicamente come comandante dell'ala sinistra della flotta turca a Lépanto. Il folclore conserva ancora memoria del terrore provocato e i resti delle numerose torri costiere e fortificazioni testimoniano le originali forme di difesa messe in atto dalle popolazioni e dagli Spagnoli, che potenziavano sistemi difensivi risalenti spesso al periodo bizantino. Tanti scelgono di fuggire per mare, così Tripoli, Tunisi e Algeri si popolano di calabresi e a Costantinopoli nasce il quartiere "Calabria nuova". In questo contesto di oppressione e di violenze matura la rivolta (1598-99) di Tommaso Campanella, in rapporto con i Turchi, che fallisce anche per il tradimento di alcuni congiurati. Con gli inasprimenti fiscali del 1620, la peste del 1630 e del 1656 e il terremoto del 1638 i fattori negativi dell'economia e della società calabrese diventano più gravi e si va verso una depressione irreparabile. Quando il Viceregno, dopo la breve presenza dei Borbone di Spagna dal 1701 al 1707, passa sotto il dominio degli Asburgo d'Austria, gli Spagnoli lasciano pochi rimpianti nella popolazione.

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Il grande sisma del 1783

Un terremoto, ondulatorio, sussultorio e rotatorio colpisce la Calabria meridionale producendo gravissimi danni il 5 febbraio 1783. Le scosse si succedono fino al 28 marzo. La popolazione viene decimata: le cifre ufficiali parlano di 30.000 morti. Vengono distrutti paesi, chiese, conventi, si aprono montagne e voragini, il paesaggio subisce una rovinosa trasformazione. I tenui segnali di politica innovatrice, con tratti antifeudali, e di rinnovamento, grazie all'iniziativa riformatrice di tanti intellettuali calabresi, che si erano sviluppati dal 1734 vengono inibiti dalla pestilenza del 1743-44, dalla grande carestia del 1763-64, e dal terremoto del 1783. Il Governo centrale interviene rapidamente: vengono inviati sui luoghi del sisma chirurghi, ingegneri, scienziati. Nel 1784 viene istituita la Cassa Sacra, poi disciolta nel 1796, un organo di intervento straordinario, che tra l'altro si occupa dell'amministrazione e della vendita dei beni ecclesiastici censiti e posti sotto sequestro per incamerare denaro per la ricostruzione e dare la terra ai contadini poveri.

I risultati dell'intervento straordinario non rispettano le attese: con pressioni di vario tipo, le terre vendute vanno a vecchi e a nuovi benestanti, mentre il patrimonio, ma anche il potere e il prestigio, ecclesiastico viene notevolmente ridimensionato e si afferma una nuova borghesia rurale, capace di mettere a frutto il proprio denaro. Secondo criteri urbanistici innovativi, con precise scelte di localizzazione e con tipologia aprioristicamente disegnata viene realizzata la ricostruzione di numerosi centri. Il disastroso terremoto della Calabria diventa un laboratorio per la riflessione filosofica e scientifica in tutta Europa.

La Calabria dai moti sanfedisti all'Unità

Alla vigilia dei moti del 1799 i ceti popolari conducono una vita di estrema miseria, sono sempre più ostili ai vecchi proprietari terrieri e alla nuova borghesia in espansione. Alla repubblica napoletana aderiscono subito i Giacobini calabresi, ma anche gli appartenenti alla vecchia aristocrazia, alla piccola e media borghesia, alla recente nobiltà, mossi da aspettative diverse e spesso contrastanti. Il 25 gennaio la corte borbonica, che si era rifugiata in Sicilia, nomina il cardinale Fabrizio Ruffo vicario generale, col compito di capeggiare la rivolta antigiacobina dalla Calabria. Ruffo recluta truppe sotto l'emblema della Santa Fede e, aiutato da alcuni funzionari civili e militari fedeli ai Borbone, seguito dai ceti popolari che sperano in sgravi fiscali, inizia da Bagnara la sua impresa di riconquista. Con la caduta di Cosenza la Calabria è riconsegnata ai Borbone. La repressione contro i Giacobini è ferocissima. Numerose le condanne a morte, a Napoli e nelle province si verifica una cruenta resa di conti tra classi e famiglie contrapposte. La confisca dei beni e dei feudi di importanti famiglie giacobine, aristocratiche e borghesi, avvantaggia esponenti della media borghesia e della nuova nobiltà. Malgrado la tenace opposizione della popolazione, il Regno conosce l'occupazione francese nel 1806. I calabresi, di fronte all'arroganza e alla prepotenza straniera, riscoprono il senso e l'orgoglio dell'appartenenza dando inizio a una guerriglia senza fine. La dominazione napoleonica del Regno termina nel 1815, con la cattura e la fucilazione, a Pizzo, di Gioacchino Murat, marito di Carolina, sorella di Napoleone. I Francesi, nonostante la breve e ostacolata presenza, realizzano l'ammodernamento delle strutture economiche e amministrative. Con la legge del 2 agosto 1806 viene abolita la feudalità e vengono venduti i beni sequestrati alla Chiesa, ma le famiglie nobili e possidenti non perdono il loro potere. Durante il Risorgimento i calabresi, soprattutto quelli appartenenti alla Carboneria, contribuiscono all'affermarsi delle idee liberali. I moti insurrezionali si svolgono soprattutto nel Cosentino nel 1829 e nel 1837. I fratelli Attilio ed Emilio Bandiera, dall'esilio di Corfù, decidono di promuovere un'insurrezione partendo da Crotone: l'impresa si conclude tragicamente nei pressi di Cosenza, con la loro fucilazione nel vallone di Rovito nel 1844. Sul versante jonico del Reggino, nel 1847, si verificano altri moti soffocati nel sangue: Michele Bello, Gaetano Ruffo, Rocco Verduci, Domenico Salvatori, Pietro Mazzoni vengono fucilati e passano alla storia del Risorgimento italiano come i "Cinque martiri di Gerace". Il 19 agosto 1860 Garibaldi sbarca a Mèlito. I garibaldini arrivano a Cosenza senza quasi incontrare resistenza da parte delle truppe borboniche e la regione venne annessa al Regno d'Italia. Il proclama che Garibaldi emana da Rogliano garantisce alle popolazioni dei Casali l'uso dei demani silani, ma poi non trova concrete applicazioni a causa del trasformismo dei maggiorenti locali, schierati a favore del nuovo ordine. Non vengono mantenute le promesse di assegnazione delle terre e le lotte contadine per la terra caratterizzeranno altri momenti della storia regionale. La mancata soluzione della questione contadina e provvedimenti impopolari, come la leva obbligatoria e la tassa sul macinato, generano malcontento popolare, sostenuto dai maggiori intellettuali, che avevano aspramente combattuto i Borbone. Nasce una nuova forma di ribellione della popolazione, in sostituzione del brigantaggio, l'emigrazione.

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Il grande esodo e la nascita di una nuova identità

Dal 1876 al 1905 lasciano la Calabria quasi 500.000 persone, la terza parte della popolazione d'allora. L'emigrazione viene vissuta come rovina, distruzione, sconvolgimento delle famiglie, fine dell'antico mondo, come attestano diversi canti popolari in cui si inveisce contro Cristoforo Colombo. Francesco di Paola, che aveva attraversato su un mantello lo stretto di Messina, diventa il santo protettore degli emigranti che devono affrontare la traversata dell'Oceano. Tuttavia, l'emigrazione interrompe il secolare circolo vizioso clima-carestia-fame che teneva il contadino vincolato alla terra e soggetto ai proprietari. Il volto tradizionale dei paesi calabresi cambia in pochi anni: le linde e bianche case mutano l'antico assetto urbanistico dell'abitato e anche l'organizzazione dello spazio. Si verifica, inoltre, una profonda mutazione antropologica: i calabresi perdono l'identità di popolazioni isolate, arroccate, stabili e diventano "gente in viaggio". Naturalmente sono molte le cause che, a partire dall'unificazione italiana, concorrono al frantumarsi dell'antica identità calabrese. Le piccole unità produttive familiari contadine, pastorali e artigianali, su cui si era retta la società tradizionale, le importanti iniziative industriali e minerarie, le ferriere di Ferdinandea-Mongiana o alle miniere di Longobucco, devono adattarsi alla logica di un mercato più ampio, vengono marginalizzate, ridotte a iniziative residuali diventando infine antieconomiche. Ma i cambiamenti erano iniziati dalla fine del Settecento, quando molti abitanti delle zone interne avevano cominciato la loro discesa verso le marine, grazie alla fine delle incursioni barbaresche. Il ritorno sul mare nasce dall'esigenza di esportare i propri prodotti sfuggendo agli impedimenti burocratici e al fiscalismo esasperato. La scelta, poi, del Governo di costruire la linea ferroviaria lungo la costa jonica, per modernizzare e controllare un territorio in prossimità della Sila e del latifondo, significa l'inizio di un nuovo equilibrio tra le due coste, che tuttavia resteranno tra loro separate ancora per molti anni. Comincia sia sullo Jonio sia sul Tirreno quel fenomeno di sdoppiamento dei paesi soprattutto a partire dal Novecento, quando le zone costiere vengono bonificate e la malaria comincia a essere sconfitta. La grande guerra, l'esperienza che i contadini vivono al fronte e il Fascismo, che introduce elementi di modernizzazione, sono ulteriori fattori di dissolvimento dell'antica Calabria. Tuttavia, alla fine degli anni Trenta, le condizioni di vita dei ceti popolari peggiorano e scoppiano ribellioni spontanee. Dalla fine della seconda guerra mondiale fino al 1949 si verificano diverse rivolte per l'occupazione della terra, famosa è la quella di Caulonia del 1945. La parziale assegnazione delle terre (grazie ai sei decreti emessi nel 1944-45 dal ministro calabrese Fausto Gullo) arriva quando ormai le popolazioni riprendevano la fuga. Questa volta in modo ancora più massiccio, indirizzata in Canada, Stati Uniti, Argentina, Australia e verso le città del Nord. Con le partenze si spopolano paesi, campagne, si disgregano soprattutto le zone interne, vengono meno le residue forme di economia e di impresa familiare, scompaiono i riti e le culture tradizionali. Negli anni Settanta, la Calabria sale di nuovo alla ribalta nazionale, rivelando un profondo disagio delle popolazioni in cui s'incontrano aspettative di varia natura. La classe politica, nazionale e locale, non coglie la portata di quegli avvenimenti, non decifra la richiesta di presenza delle popolazioni. Reggio conosce, da allora, un degrado devastante, un intreccio perverso tra ceto politico e 'ndrangheta, una guerra violenta tra cosche con un migliaio di morti in un ventennio. Gli anni Settanta e Ottanta rappresentano il periodo della cementificazione delle coste, dell'assistenza e delle clientele, delle opere pubbliche incompiute. Solo in questi ultimi anni, si cerca di recuperare quel grande patrimonio di tradizioni e di cultura che la Calabria ha conquistato grazie all'alternarsi di numerosi popoli e di culture provenienti da tutto il bacino del Mediterraneo.

LA MAGNA GRECIA

Nel II millennio a.C. gruppi di emigranti provenienti dalla Grecia si stabilirono nel territorio dell'Italia meridionale compreso fra il Golfo di Taranto, lo Stretto di Messina e il fiume Volturno, zona che prese il nome di Magna Grecia. Le migrazioni dalla Grecia all'Italia si susseguirono nel tempo e divennero sempre più frequenti fino ad assumere nell'VIII sec. le caratteristiche di una vera e proprie colonizzazione. I fattori che spinsero le popolazioni di alcune regioni greche alla ricerca di nuove terre furono l'incremento demografico, i dissidi con l'aristocrazia e il desiderio di migliori condizioni di vita. I coloni provenivano dall'Eubea, dall'Argolide, dalla Locride, dalla Ionia asiatica, dalle isole della Doride e da Creta e si insediarono in diverse zone dell'Italia meridionale, dove trasferirono le istituzioni religiose e civili della madrepatria, fondando città-stato e sviluppando le attività artigianali, il commercio marittimo e con l'entroterra.

In breve le città della Magna Grecia diventarono molto importanti e potenti: Locri Epizefiri (fondata dai Locresi verso la metà dell'VIII sec. a.C.) fu la prima città del mondo greco ad avere una legislazione scritta (codice di Zaleuco): Crotone (fondata dagli Achei nel 710 a.C.) fu scelta da Pitagora come sede della scuola pitagorica e dopo la sconfitta di Sibari accrebbe la sua importanza politica, economica e culturale; Sibari (fondata nel 720 a.C. dagli Achei del Peloponneso) era la maggiore città greca dell'Occidente ed era famosa per il suo raffinato tenore di vita; Taranto (fondata dagli Spartani nell'VIII sec. a.C.) divenne nel VI sec. uno dei porti principali dell'antichità per la navigazione e i traffici commerciali. All'alto tenore di vita e di civiltà non corrispondevano, però, un'adeguata maturità politica e un sufficiente spirito di collaborazione. Infatti le città erano travagliate da lotte intestine fra le diverse classi sociali e nascevano frequenti conflitti per la conquista della supremazia.

IL PERCORSO ARTISTICO E CULTURALE

Dall'era paleolitica all'Età del Ferro

I primi abitanti della Calabria erano nomadi, utilizzavano come ripari le grotte naturali e praticavano caccia e pesca per il loro sostentamento. Il panorama culturale dell'età paleolitica è caratterizzata dalla presenza di un'industria del ciottolo chopper tipologicamente molto articolata e diversificata rispetto ad altre industrie della Penisola; il rinvenimento più antico è quello di Casella di Màida. Oltre a queste attività legate alla sopravvivenza, nel periodo paleo-mesolitico vengono elaborate credenze relative alla morte, riti e culti di cui esiste una documentazione anche in Calabria. Nella Grotta del Romito a Papasìdero, in provincia di Cosenza, ad esempio, su un grande masso sono rappresentate tre figure di bovidi, di diverse dimensioni, incise secondo i canoni stilistici del verismo paleolitico mediterraneo. Cambiamenti culturali radicali, e non solo per la Calabria, avvengono nell'età neolitica. In questa fase l'uomo diventa stanziale, si aggrega in comunità, dando vita a veri e propri villaggi, pratica l'agricoltura e l'allevamento del bestiame. Connessa alla pratiche agricole è la tecnica di costruzione della ceramica, denominata "impressa" dal tipo di decorazione, e che rappresenta il più antico stile decorativo apparso sulle coste del Mediterraneo. In questo periodo la Calabria è molto abitata: alcune aree del territorio, quali la piana di Sìbari e quella di Sant'Eufemia, le zone costiere di Crotone, Locri, Vibo Valentia, Amantea, Scalea e altre, sono particolarmente adatte all'agricoltura neolitica, e si trovano lungo le rotte del commercio dell'ossidiana, che dalle Eolie si dirige verso le coste adriatiche. La peculiarità della cultura calabrese nelle prime fasi del Neolitico, sia antico sia medio, è data dalla presenza del rito funerario dell'incinerazione, rinvenuto nella grotta della Pavolella, in provincia di Cosenza, che rappresenta un'anomalia rispetto all'usanza mediterranea di seppellire i morti col rito dell'inumazione in fossa singola. Anche una serie di vasi con dipinti o graffiti, il cui rinvenimento è stato effettuato nella grotta di S. Angelo a Cassano allo Jonio, è stato interpretata per la semplicità dei disegni come il documento di un processo di linearizzazione che ebbe inizio autonomo in questa zona della Calabria. Il Neolitico recente è invece caratterizzato da una comunanza culturale con il resto dell'Italia centro meridionale e con la Sicilia. I primi contatti commerciali col mondo egeo (necropoli di Santa Domenica di Ricadi e Briàtico) sono documentati nell'Età del Bronzo e caratterizzano la cultura calabrese fino al periodo compreso tra la seconda metà del XII e il X secolo a.C. In questo periodo le popolazioni indigene acquisiscono le tecniche di origine egea di lavorazione della ceramica (manifattura al tornio e cottura in forni ad alta temperatura). Contestualmente, la regione sembra avere rapporti culturali con l'Europa centrale, attraverso l'Italia del Nord, come testimoniano i rinvenimenti di armi nel ripostiglio di Cotronei e nella necropoli greca di Vibo Valentia. L'Età del Ferro rivela in Calabria una situazione culturale piuttosto omogenea malgrado alcune differenze nella fase finale. Sulla costa jonica del territorio locrese è documentato, infatti, l'uso della sepoltura in tombe a grotticella artificiale scavate nella roccia, mediato dalla Sicilia e nel territorio della Sibaritide è ampiamente diffusa l'inumazione in tombe a fossa. Alla fine del IX secolo, vi è il recupero dei rapporti con il mondo egeo.

Le poleis magno-greche dall'VIII al III secolo a.C.

Nell'VIII secolo a.C., in seguito alla crisi della società greca, la Calabria viene interessata dal flusso migratorio che da varie regioni della Grecia giunge in Italia, e che prende il nome di "colonizzazione". Con la fondazione di Rhegion, l'attuale Reggio di Calabria, e Zancle, Messina, i Calcidesi si assicurano il controllo dello Stretto di Messina; gli Achei del Peloponneso, che miravano al possesso della fascia meridionale del golfo di Taranto, fondano sulla costa jonica Sibari, Crotone e Caulonia, l'attuale Monasterace; i Locresi delle regioni occidentali fondano invece Locri Epizephiri, l'attuale Locri. Nei primi tempi è facile per i Greci asservire, anche con la forza, gli indigeni. Alla fine del IV secolo a.C., le popolazioni relegate all'interno, tra cui prevalgono i Bretti, si organizzano militarmente e addirittura a conquistano le poleis, accelerandone la decadenza. Pur nella generale appartenenza alla cultura greca, le città e le subcolonie danno luogo a espressioni autonome e a diverse identità culturali, che si esprimono nell'elaborazione di forme nuove e di uno stile originale. Nell'ambito delle attività artistiche delle poleis calabresi è possibile individuare alcune aree culturali ben definite: per Sibari e Crotone, entrambe di provenienza achea, si è riscontrata una certa omogeneità nella tecnica e nella decorazione di vasi, mediati da prototipi corinzi. Solo in questa zona sono presenti oggetti identificati come "lucerne del Sele". Un'altra area culturalmente omogenea è quella di Locri e delle sue subcolonie, Hipponion e Medma, soprattutto per la produzione in terracotta, coroplastica. Anche se non ancora ben documentata, l'area culturale di Reggio sembra essere indipendente. Tra le varie espressioni artistiche delle città calabresi si segnala l'artigianato artistico locrese, sia nella bronzistica, specchi dai manici per lo più figurati, vasi, armi, appliques, sia nelle opere in terracotta, maschere, statuette, pinakes, arule, che raggiunge livelli tecnico-stilistici di notevole prestigio artistico. Estremamente originali sono anche le sculture in marmo di grandi dimensioni: il gruppo dei due Dioscuri di Marasá, opera della seconda metà del V secolo e il coevo trono Ludovisi, oggi a Roma, in Palazzo Altemps.

L'età romana

La fine della prima guerra punica, nel III secolo a.C., segna la definitiva decadenza delle poleis sul territorio calabrese e l'arrivo di nuovi coloni, soprattutto dal Lazio e dalla Campania, determinando radicali sconvolgimenti culturali e sociali. Alcune delle città greche subiscono ridimensionamenti territoriali e perdono la loro autonomia economica. Cambiano i modelli insediativi, con il moltiplicarsi di insediamenti sparsi nel territorio, le villae. Le aree famose in età greca per la loro redditività vengono abbandonate e la fiorente proprietà contadina di tradizione magno greca viene sostituita dai latifondi che impiegano manodopera schiavile. Artisticamente questo periodo consente solo considerazioni di carattere molto generale. La produzione riferibile all'età tardo-repubblicana e alla prima età imperiale romana mostra un alto livello qualitativo: il ritratto di Agrippa da Vibo Valentia è, al momento, la migliore replica del tipo. Di ottimo livello artistico sono, inoltre, i ritratti di Germanico e dei togati rinvenuti a Scolacium. Durante il II e III secolo d.C. si è ipotizzata la presenza di alcune botteghe in seguito al rinvenimento di due sarcofagi in marmo: il primo con amazzonomachia proveniente da Vibo e reimpiegato in età normanna a Mileto; il secondo, con la caccia di Meleagro, riutilizzato nella Cattedrale di Cosenza. Sembra, invece, più modesta la produzione di età tardo-imperiale. Grande sviluppo hanno, sempre in epoca romana, i pavimenti musivi, le cui testimonianze vanno dalle semplici espressioni del periodo compreso tra il I secolo a.C. e il I d.C. (mosaici in bianco e nero, tra cui si segnala il pavimento proveniente da Crotone con il nome dei magistrati), alle testimonianze del II e III secolo d.C., che presentano precisi confronti con esempi dell'Africa settentrionale, quale il mosaico con le quattro stagioni da Vibo Valentia. I pavimenti delle villae di Casignana, Briàtico Trainiti, e della Sinagoga a Bova, testimonianza della più antica presenza ebraica in Calabria, sono esempi di buona qualità del periodo tardo-imperiale.

Il periodo bizantino

In Calabria, è attestata l'"iconodulìa", cioè la libertà della venerazione delle immagini. Le teorie iconoclaste circolarono soprattutto tra l'élite militare e vescovile; infatti proprio allora si compie un passo decisivo per l'ellenizzazione, cioè l'allontanamento della Chiesa locale dalla giurisdizione romana. Alcuni oggetti, datati tra il VI e IX secolo, sono ritenuti prova dell'inserimento della regione nella sfera di cultura medio orientale di ampio raggio mediterraneo. Sono enkolpia, brattee, anelli, sigilli e anche il celebre Codex purpureus rossanensis. La Calabria ha restituito poco materiale artistico relativo al medioevo bizantino. Del IX-X secolo è l'interessante affresco dell'Achiropita, di Rossano, importante centro di cultura bizantina, che, nonostante le manipolazioni successive, rivela legami stilistici con l'ambito degli scriptoria locali, che fra l'altro evidenziano contatti con soluzioni figurative beneventano-volturnesi. Il X secolo, inoltre, è da considerarsi come un'epoca di particolari sperimentazioni anche nell'urbanistica, nell'architettura e nella modellazione plastica.

La cultura medievale occidentale in Calabria

Con i Normanni giunsero gli abati-architetti, che trasmisero forme franco-cluniacensi nella costruzione delle grandi abbazie benedettine (San Marco Argentano, Sant'Eufemia di Nicastro, Mileto). A Mileto, già residenza del Granconte Ruggero, sono conservate molte reliquie: capitelli ellenistici nuovamente lavorati secondo modelli bizantini, vetri decorati, ceramiche. Tra questi pezzi, ora riuniti nel Museo statale, il Sepolcro di Eremburga, un manufatto tardo-ellenistico (II-III secolo d.C.), riadattato a sepoltura della seconda moglie di Ruggero I, a conferma del nuovo interesse per le forme di arte antica. La nuova concezione del monachesimo greco, invece, determinò la costruzione di chiese abbaziali, nelle quali l'elemento occidentale si fonde con le particolari esigenze dello spazio liturgico ortodosso. Proprio in queste elaborazioni si coglie il nesso della cultura calabrese dell'epoca con quella della Sicilia normanna. La circolazione dell'arte siciliana ebbe sicuramente maggiore importanza di quanto non documentino gli affreschi (San Demetrio Corone, Birongi, Sant'Andrea A.J., Stilo), gli stucchi (Rossano, Staletti) e il poco conosciuto cofanetto in avorio di Lamezia Terme-Nicastro, oggi custodito al Museo Diocesano. La Stauroteca di Cosenza, uno degli oggetti medievali più belli, arrivò probabilmente in età sveva come dono di Federico II. In ambito pittorico, per tutta l'età normanno-sveva si registra la continuità del riferimento a Bisanzio, interrotta solo durante il periodo angioino, quando si assiste all'omologazione delle tendenze artistiche alla cultura di indirizzo francese, promossa dalla corte napoletana. Con evidente anticipo sui tempi, nel 1271 circa viene scolpito a Cosenza, da un artista francese, il sepolcro di Isabella d'Aragona. Dalle testimonianze artistiche trecentesche emergono quelle di Altomonte, dove si distinguono sia accezioni filo-francesi e martiniane che filo-fiorentine e giottesche. Un altro esempio è il medaglione di Polistena, di valenza umbro-assisiate. Importante per la scultura locale è il percorso del cosiddetto Maestro di Mileto, che presenta persistenze bizantino-romaniche e influenza della cultura napoletana, con matrici arnolfiane e pretinesche. Questo singolare percorso artistico è documentato anche in altri rilievi marmorei e ancora in un gruppo di affreschi, pitture su tavola e miniature (Amendolara, Rocca Imperiale, Santa Severina, Scalea, Tropea, ecc.).

Dall'età aragonese all'età borbonica

Nell'età aragonese l'espressione artistica calabrese è ormai inserita nella nuova cultura mediterranea, Napoli e Messina sono i centri di riferimento più importanti dell'Italia meridionale. In architettura, pittura, scultura e nell'oreficeria, si registrano esperienze innovative. L'aderenza alle correnti durazzesche-catalane è documentata nelle chiese degli ordini mendicanti e nell'edilizia civile. In pittura, oltre all'interesse catalaneggiante-napoletano, vi è quello per le elaborazioni calantoniane di annessione fiamminga e poi antonellesche. La presenza di Antonello da Messina in Calabria è documentata (Reggio, Cosenza) e sicuramente la sua arte è conosciuta come si evince da alcune produzioni locali, e in particolare nella tavola denominata la Madonna delle Pere di Altomonte. La cultura di matrice antonellesca influenzerà il gusto calabrese sino alle soglie del XVI secolo. Intanto, a Morano Calabro e a Zumpano, arrivano le opere di Bartolomeo Vivarini, espressioni di cultura adriatica apprezzata in Calabria. Il trittico di Laino Castello (1500) testimonia le tendenze mediterranee, mentre quello di Cosenza, attribuito a Cristoforo Faffeo, presenta già elementi protomanieristici. Nello stesso periodo, giungono dalla Sicilia le sculture di Domenico e Antonello Gagini: influenza che continuerà fino alla seconda metà del XVI secolo, anche attraverso l'innesto di scultori toscani quali G.B. Mazzolo e Giovanni Angelo Montorsoli, artefici dell'aumento d'interesse locale per il manierismo espresso dall'arte di Pietro Negroni e perseguito con l'arrivo di pitture di Giovanni De Mio e di Marco da Pino, nonché di nuovo con le immissioni della scultura siciliana, specialmente di Rinaldo Bonanno. Da Napoli giungono le opere di numerosi artisti. La cultura controriformistica introduce, in Calabria singolari soluzioni artistiche. Emergono orientamenti verso la pittura caravaggesca, il Naturalismo napoletano e poi il Barocco: a quest'ultimo, nel XVIII secolo, si ispireranno sia le opere di importazione, sia quelle delle scuole locali. Un posto a parte occupa la produzione artistica di Mattia Preti, il cui nucleo principale si trova nelle chiese di Taverna. Quello che forse rimane il più importante pittore calabrese, assieme al fratello Gregorio e a Francesco Cozza, rappresenta e conferma l'avvenuta apertura della cultura regionale all'esterno, e in particolare a Roma.

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