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Geografia Italia Territorio Storia Economia della Valle d'Aosta

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PRESENTAZIONE

A causa della sua posizione geografica e della sua morfologia completamente montuosa, la Valle d'Aosta ha conservato più di altre regioni italiane modelli di vita tradizionali e dialetti, di cui i Valdostani sono gelosi custodi da sempre. La regione occupa l'estremo angolo Nord-occidentale della penisola; tra le venti regioni è la più piccola (3.262 kmq) e la meno popolata (popolazione totale: 119.993 abitanti; densità: 37 abitanti per kmq). Confina a Nord con la Svizzera, a Est e Sud con il Piemonte, a Ovest con la Francia. È stata la prima regione ad avere lo statuto speciale e ha ottenuto un'ampia autonomia amministrativa e politica. Aosta è il capoluogo e l'unica provincia. Web Trapanese Trapani Cartina della Valle d'Aosta

IL TERRITORIO

Il territorio è completamente montuoso (il 60% compreso tra i 1.500 e i 2.700 metri), costituito dalle catene delle Alpi Occidentali. La regione si è formata attorno ad una valle principale, solcata dalla Dora Baltea, affluente di sinistra del Po. Questa si forma a Entrèves, dalla Dora di Ferret e dalla Dora di Veny, entrambe alimentate dai ghiacciai del Monte Bianco; dopo aver ricevuto le acque provenienti dal colle del Piccolo San Bernardo, il fiume scorre nel tratto valdostano per quasi 100 km. Sulla valle della Dora si innestano le vallate laterali: sulla sinistra, la valle del Gran San Bernardo la Valpelline la Valtournenche, la Valle d'Ayas e la valle di Gressoney; sulla destra la valle del Piccolo San Bernardo, la Valgrisenche, la valle di Rhêmes, la Valsavarenche, la valle di Cogne e la valle di Champorcher. Il territorio della regione è occupato dalle Alpi Graie e dalle Alpi Pennine, che includono le più alte vette d'Europa, cime famose nella storia delle conquiste alpinistiche: il Monte Bianco (4.801 m), il Monte Rosa (4.637 m), il Cervino (4.418 m) e il Gran Paradiso (4.061 m). Il fiume più importante è la Dora Baltea, che riceve numerosi affluenti, come la Dora di Valvény, la Dora di Verney, la Dora di Valgrisanche e i torrenti Lys, Marmore, Grand Eyvia, e Buthier; i laghi sono circa quattrocento. Il clima è alpino e varia a seconda dei dislivelli e dell'esposizione. È quello caratteristico delle zone alpine, con temperature molto basse d'inverno e notevolmente fresche d'estate. Le piogge sono più intense nella fascia meridionale. Al di sotto dei 1.000 metri si trovano boschi di latifoglie; sopra i 1.000 metri fino ai 2.000 ci sono boschi di aghifoglie; oltre questa altitudine vi sono arbusti che, superati i 2.700 metri, sono sostituiti da piante erbacee di breve fioritura (muschi e licheni). Un sesto del territorio della regione è occupato dal Parco del Gran Paradiso, in cui viene gelosamente protetto ciò che resta della fauna d'alta e media montagna: marmotte, camosci, stambecchi e aquile reali.

Web Trapanese Trapani Pascoli nella valle di La Thuile (Valle d'Aosta)

Web Trapanese Trapani Il lago Bleu nei pressi di Breuil-Cervinia; sullo sfondo, il Cervino

Web Trapanese Trapani Valle d'Aosta: Il campanile di S. Martino ad Antagnod. Sullo sfondo, il Monte Rosa

Colle del Piccolo San Bernardo

Il valico alpino, che collega l'Italia alla Francia, si apre tra il Monte Belvedere (2641 m) e la punta Lancebranlette (2.902 m). Fu frequentato sin dalla prima Età del Ferro, come testimonia il cromlech (blocchi di pietra irregolari disposti a circolo) ritenuto un recinto funerario. Di epoca romana sono i resti della "mansio" costruita sulla via delle Gallie. In età moderna fu via di transito delle truppe francesi e piemontesi. Intorno all'anno Mille venne fondato l'Ospizio del Piccolo San Bernardo: distrutto e ricostruito più volte, è ora in stato di degrado. Poco oltre si trova il monumento bronzeo (1902) di S. Bernardo, patrono degli alpinisti e degli abitanti delle Alpi. Superato il confine si perviene al Giardino alpino Chanousia, di proprietà dell'Ordine Mauriziano. Fondato dall'abate Pietro Chanoux (lo ricorda un monumento del 1964) fu inaugurato nel 1897. Il giardino comprende circa 1600 specie, con prevalenza della flora alpina di alta quota.

Colle del Gran San Bernardo

Il celebre passo è posto a 2.473 metri d'altitudine, tra il gruppo del Grand Combin e il massiccio del Monte Bianco. Prima di arrivare al valico si costeggia il lago che occupa il fondo del Plan de Jupiter, dove sorgeva un tempio dedicato alla divinità e rinvenuto alla fine dell'Ottocento. Il Passo del Gran San Bernardo fu attraversato dall'esercito napoleonico, ma prima ancora vi transitarono Carlo Magno nel 775, Federico Barbarossa nel 1174-75. Sul colle, intorno al 1050, venne eretto un Ospizio per il ricovero dei viandanti. L'attuale edificio risale al terzo decennio dell'Ottocento e comprende un Osservatorio meteorologico, collegato alle strumentazioni di Zurigo. Nell'ospizio venivano allevati e addestrati i famosi cani che prestavano soccorso ai viaggiatori dispersi nella neve. Il Museo del colle del Gran San Bernardo accoglie reperti d'epoca romana ritrovati nel Plan de Jupiter, tra cui notevole una mano bronzea che si riferisce al culto di Giove Sabazio. La Chiesa del passo, tardo-seicentesca, custodisce all'interno la tomba del generale Louis-Charles Desaix, realizzata per volontà di Napoleone da Jean-Guillaume Moitte nel 1806, e il corpo di Santa Faustina, proveniente dalle catacombe romane. Interessante il tesoro della Chiesa, che ospita preziosi oggetti liturgici medioevali.

PARCHI NAZIONALI E REGIONALI

Oltre un quinto del territorio valdostano è classificato come riserva per la protezione di fauna e flora. La Valle d'Aosta conta il Parco Nazionale del Gran Paradiso, il Parco Regionale del Mont Avic e 11 aree classificate come riserve naturali regionali: Parco Passerin d'Entrèves e Parco Baron-Gamba, Riserva Naturale Côte de Gargantua, Riserva Naturale Lago di Lozon, Riserva Naturale Lago di Villa, Riserva Naturale Les Iles, Riserva Naturale Lolair, Riserva Naturale Marais, Riserva Naturale Mont Mars, Riserva Naturale Stagno di Holey, Riserva Naturale Tsatelet. Vi sono inoltre altre quattro aree protette classificate come giardini alpini.

Il Parco Nazionale del Gran Paradiso

Il territorio del Parco si estende per 70.318 ettari, entro un perimetro di circa 160 km, in un ambiente di tipo prevalentemente alpino. è contenuto fra le province di Torino e Aosta e confina per 12 km con il Parco nazionale francese della Vanoise. Il Parco del Gran Paradiso è il primo Parco nazionale italiano, essendo stato istituito con decreto regio il 3 dicembre 1922. Le sue vicende sono indissolubilmente legate alla protezione dello stambecco: già nel 1856 il re Vittorio Emanuele II aveva dichiarato Riserva Reale di Caccia una parte dell'attuale territorio del Parco, salvando in questo modo dall'estinzione lo stambecco che in quegli anni aveva ridotto la sua popolazione a livelli allarmanti. Il re aveva poi formato un corpo di guardie specializzate e fatto costruire sentieri e mulattiere che ancora oggi formano il nucleo dei sentieri escursionistici. Nel 1920 il re Vittorio Emanuele III donò allo Stato italiano i 2.100 ettari della riserva di caccia, affinché vi creasse un Parco nazionale. Due anni dopo veniva istituito il Parco nazionale. L'area protetta fu gestita fino al 1934 da una commissione dotata di autonomia amministrativa, quindi direttamente dal Ministero dell'Agricoltura e Foreste fino a dopo la seconda guerra mondiale, durante la quale il Parco subì purtroppo gravissimi danni. Dal 1947 fu gestito ancora da un ente autonomo. Nel 1991 è stata promulgata una legge quadro sui parchi, uno strumento legislativo indispensabile per regolare la nascita e la vita delle aree protette in Italia, compreso il Parco del Gran Paradiso. Il Parco Nazionale del Gran Paradiso comprende cinque valli: quelle di Rhêmes, di Savarenche e di Cogne nella Valle d'Aosta, e quelle dell'Orco e della Soana in Piemonte. Vi sono inclusi, in tutto o in parte, i territori dei comuni di Aymavilles, Cogne, Introd, Rhêmes- Saint-Georges, Rhêmes-Notre-Dame, Valsavarenche e Villeneuve in provincia di Aosta; Ceresole Reale, Locana, Noasca, Ribordone, Ronco Canavese e Valprato Soana in provincia di Torino. Il territorio del Parco va dagli 800 m dei fondovalle ai 4.061 m della vetta del Gran Paradiso. Nei boschi dei fondovalle gli alberi più frequenti sono i larici, misti agli abeti rossi, ai pini cembri e più raramente all'abete bianco. Man mano che si sale lungo i versanti gli alberi lasciano lo spazio ai vasti pascoli alpini, ricchi di fiori nella tarda primavera. Salendo ancora sono le rocce e i ghiacciai che caratterizzano il paesaggio; questi ultimi occupano un nono dell'intero territorio del Parco. Numerosi sono i laghi, soprattutto intorno al colle del Nivolet. Le montagne del gruppo del Gran Paradiso sono state in passato incise e modellate da grandi ghiacciai e dai torrenti, fino a creare le attuali vallate. Le rocce che costituiscono il gruppo del Gran Paradiso sono di varia età e provenienza. In particolare vi si trova un complesso di gneiss stratificati (rocce metamorfiche derivate da graniti o da dioriti, ancora conservati qua e là). In alcuni casi gli gneiss hanno uno spesso ricoprimento di scisti calcarei variamente metamorfosati, derivati da sedimenti marini dell'era mesozoica. Da segnalare la presenza di ricchi filoni di minerale di ferro in Val di Cogne che ha notevolmente influenzato la vita delle popolazioni della vallata. I boschi ricoprono poco meno del 20% della superficie totale del Parco e hanno grande importanza, non solo perché sono rifugio per un gran numero di specie animali ma anche perché contribuiscono a mantenere l'ambiente in una condizione di equilibrio ecologico. Inoltre costituiscono in moltissimi casi l'unico sistema naturale di difesa contro i pericoli del dissesto idrogeologico (frane, valanghe, esondazioni). Diverse sono le tipologie di bosco che si possono incontrare nel Parco, che generalmente vengono suddivise in due grandi gruppi: i boschi di latifoglie e i boschi di conifere. Il larice (Larix decidua), l'unica conifera a perdere gli aghi in autunno, è una pianta pioniera, capace di crescere in breve tempo anche sui terreni nudi dell'alta montagna, dove la vegetazione è quasi assente. Oltre ai boschi, nel parco sono presenti altre tipologie ambientali assai diverse tra loro, ma caratterizzate tutte dalla presenza dominante di arbusti. Gli arbusteti più diffusi nel territorio del Parco possono essere ricondotti, per semplificazione, a tre grandi gruppi: i saliceti delle rive dei corsi d'acqua, siano questi di bassa quota e di notevole portata (fiumi o torrenti) o di alta quota (torrenti e ruscelli alpini); le formazioni arbustive di luoghi aridi e caldi che generalmente rappresentano gli stadi intermedi verso un ritorno del bosco in luoghi un tempo coltivati dall'uomo (Berberis vulgaris, Prunus spinosa, Rubus fruticosus); le praterie steppiche, formazioni vegetali erbacee tipiche dei pendii rocciosi soleggiati e aridi, con suolo permeabile e magro, in cui crescono per lo più graminacee; queste praterie sono abbastanza frequenti nel Parco, soprattutto nel versante valdostano, e si trovano a quote relativamente basse; non vengono quasi più utilizzati dall'uomo se non con rari casi di pascolamento, per lo più ovino. Gli ambienti rocciosi sono molto diffusi nel Parco, soprattutto sopra il limite della vegetazione dei boschi e dei pascoli alpini, e sono caratterizzati dalla presenza costante di roccia e detrito in superficie, con conseguente riduzione dello strato di terreno: tutto ciò impone condizioni di vita molto difficili e le piante alpine, qui più che altrove, mostrano la loro grande capacità di adattamento assumendo caratteristiche (nanismo, pelosità, intensa colorazione dei fiori, radici molto sviluppate) che consentono loro di sopravvivere in luoghi impossibili per altre specie. Simbolo dell'alta montagna, la stella alpina (Leontopodium alpinum) è diffusa dai 1.500 ai 3.200 metri di altezza. Piuttosto localizzata, questa pianta è caratterizzata da una soffice peluria che ricopre il lato superiore delle foglie. Il giglio di monte (Paradisea Liliastrum) è stato scelto come simbolo per il giardino botanico Paradisia di Valnontey (Cogne), un'esposizione all'aperto della flora alpina. Simbolo del Parco, lo stambecco è abbastanza facilmente osservabile al pascolo nei prati alpini. I maschi, riconoscibili dalle lunghe corna ricurve, vivono in piccoli gruppi, mentre le femmine, dalle corna più corte, e i piccoli formano branchi separati. Quasi sempre annunciata dal suo particolare fischio, la marmotta è il tipico roditore degli ambienti montani. Con le forti unghie scava nel terreno lunghe gallerie che le consentono di nascondersi all'arrivo di un pericolo e di trascorrere l'inverno in letargo. La fauna del Parco comprende anche popolazioni di camosci, lepri alpine, volpi, tassi, martore, ermellini, donnole. Numerose le specie di uccelli tipici dell'ambiente montano, come l'aquila reale, la pernice bianca, la civetta capogrosso, il rondone alpino, il corvo imperiale e il fringuello alpino. Scomparso dal Parco nel 1912, il gipeto sta ritornando sull'arco alpino grazie a un progetto di reintroduzione internazionale. Nella zona nidifica invece un altro grande rapace, l'aquila reale, non poi così difficile da osservare. Il crociere, uccello tipico dei boschi di conifere, è caratterizzato dal becco con le punte che si incrociano, peculiarità che gli permette di far leva sulle pigne per estrarne i semi. Anche l'aspetto antropico del Parco è di grande interesse: villaggi e alpeggi raccontano la lunga storia della civiltà dei pastori. Popolazioni che per centinaia di anni sono vissute autosufficienti su queste montagne, con frequenti contatti con le genti d'oltralpe piuttosto che con le popolazioni della pianura. Le abitazioni del versante piemontese sono costruite interamente di pietra, mentre sul versante aostano si affianca il legno. Il modello più comune, con le dovute varianti a seconda della valle, prevede un edificio in pietra e legno con in basso la stalla, al primo piano l'abitazione e al di sopra il fienile, in modo da mantenere i locali abitativi più al caldo possibile. Il Parco si prefigge anche di valorizzare il patrimonio culturale della montagna e favorirne un certo sviluppo economico compatibile con l'ambiente.

Parco naturale regionale del Mont Avic

Istituito nell'ottobre 1989, è stato il primo Parco naturale regionale valdostano. Il Parco del Mont Avic occupa la media e l'alta valle dal torrente Chalamy, nel comune di Champdepraz. L'area di 3.500 ettari è caratterizzata da ambienti modificati in misura assai limitata dall'attività dell'uomo; si tratta infatti di una zona marginale, di accesso non agevole, che ha quindi circoscritto le tradizionali attività agro pastorali e, più di recente, ha impedito lo sviluppo del turismo di massa sia estivo che invernale. La Regione Autonoma Valle d'Aosta nel maggio 2003 ha approvato l'inclusione nell'area protetta dell'alto vallone di Dondena, portando a complessivi 5.747 ettari la superficie del Parco. Oltre un terzo dell'area protetta è ricoperto da vaste foreste di pino uncinato, pino silvestre, larice e faggio. La Val Chalamy, d'altronde, pur posta ai margini del settore tendenzialmente arido della media Valle d'Aosta, è influenzata dal clima più umido della bassa Valle d'Aosta; passando dal versante con esposizione Nord a quello a Sud, il contrasto è evidenziato dalla progressiva sostituzione del faggio da parte del pino silvestre, essenza meglio adattata a condizioni di aridità ambientale. I boschi del Parco hanno recuperato in buona parte le caratteristiche originali dopo il pesante depauperamento del patrimonio forestale della vallata causato in passato dall'attività mineraria svolta in zona. Infatti, la necessità di disporre di grandi quantità di combustibile per la fusione dei metalli ha provocato nei secoli scorsi estesi ripetuti tagli per la produzione di carbone di legna. Un'attrattiva del Parco è rappresentata dai numerosi ed estesi laghi e da alcune decine di specchi d'acqua, di acquitrini e torbiere ospitanti una flora relitta estremamente interessante; il paesaggio è dominato da varie cime, su cui spicca quella del Mont Avic (3006 m). La morfologia della Val Chalamy è caratterizzata da rilievi elevati e profonde incisioni vallive. L'azione dei ghiacciai quaternari (erosione, ablazione e deposito) è particolarmente evidente nel settore meridionale della valle, ricco di rocce levigate, striate e montonate, nonché di numerosi circhi glaciali occupati attualmente da specchi d'acqua. Nella porzione orientale sono evidenti notevoli depositi morenici e numerosi massi erratici. I corsi d'acqua hanno profondamente inciso la valle, contribuendo al trasporto di materiali solidi verso il suo sbocco: gli imponenti depositi fluvioglaciali esistenti immediatamente a Valle di Chevrère sono resi evidenti dai processi di dissesto che hanno portato a vistose formazioni di calanchi, piuttosto insolite in ambiente alpino. Altri depositi che concorrono a caratterizzare i paesaggi del Mont Avic sono i coni e le falde di detrito che ricoprono ampie superfici alla base delle pareti rocciose, nonché i depositi di colmatura di antichi bacini lacustri con conseguente formazione di torbiere. Le serpentiniti (silicati idrati di magnesio) sono le rocce che affiorano sulla maggior parte del territorio del Parco, caratterizzandone in modo spiccato gli aspetti paesaggistici e biologici. Di colore verde azzurrino o ricoperte da una patina rossastra ove non recentemente fratturate, divengono più scure con l'aumentare del tenore di vari metalli ed in particolare del ferro (ad esempio magnetite nei dintorni del Lac Gelé). L'area del Mont Avic presenta un ricco reticolo idrografico superficiale e numerosi specchi lacustri anche di grandi dimensioni: fra questi ultimi va menzionato il Gran Lac, il bacino naturale più esteso della Valle d'Aosta. In assenza di consistenti apparati glaciali (un unico piccolo ghiacciaio è presente sul versante Nord del Mont Glacier), l'alimentazione estiva dei principali corsi d'acqua è garantita dal tardivo scioglimento delle nevi sugli alti pendii esposti a settentrione e dall'acqua contenuta nelle coltri detritico-moreniche. La circolazione di acque sotterranee è copiosa e diffusa, con conseguente presenza di numerose sorgenti. Le particolari caratteristiche geologiche e la posizione geografica della Val Chalamy determinano alcune conseguenze di tipo fisico e chimico che condizionano notevolmente la flora e la vegetazione. Esse sono profondamente influenzate dalla presenza di un gran numero di zone umide, nonché dagli abbondanti affioramenti di serpentiniti, rocce che danno origine a suoli poveri e poco profondi. L'interessante flora legata alle aree umide può essere osservata non soltanto in corrispondenza dei bacini lacustri, ma anche nella miriade di aree torboso-acquitrinose e di risorgive presenti in tutta l'area protetta. Gli ambienti umidi ospitano vegetali boreali ormai rari o in via di scomparsa sulle Alpi; fra le specie più rare e localizzate presenti nelle torbiere possono essere ricordate Carex limosa, Carex pauciflora, Eriophorum vaginatum e Trichophorum alpinum. Notevole è pure la presenza della pianta insettivora Drosera rotundifoli e di uno stagno con isolotti galleggianti di sfagni. In piena estate su alcuni specchi lacustri si osserva un abbondante sviluppo del ranuncolo d'acqua, con vistose fioriture bianche galleggianti. La flora delle serpentiniti - adattata alla presenza di suoli superficiali, poco fertili e ricchi di elementi tossici quali nichel, cromo e cobalto - è caratterizzata da un basso numero di specie e dalla frequenza delle crucifere. I licheni rupicoli delle serpentiniti sono inaspettatamente numerosi (oltre 100 specie rinvenute nel Parco), se si considerano le difficili condizioni ambientali cui devono far fronte. Di notevole interesse è l'elevata frequenza dei "licheni lichenicoli", che si sviluppano a spese di altre specie di licheni precedentemente insediati sul substrato roccioso. Il Parco naturale del Mont Avic ospita la più estesa foresta di pino uncinato presente nella regione (oltre 1.100 ettari); questa conifera, poco diffusa sulle Alpi italiane, è perfettamente adattata alla presenza dei suoli poveri originati dalle serpentiniti e riesce a crescere anche ai margini delle torbiere. In Val Chalamy sostituisce in larga misura le conifere più diffuse nel resto della regione (larice e abete rosso). Il pino uncinato si differenzia dal congenere pino silvestre per avere tronco e rami interamente grigio bruni (e non in parte giallo-rossastri) e per le squame dei coni munite di vistosi uncini. Presente sui Pirenei e sulle Alpi centro-occidentali, è poco diffuso in Italia. I pini uncinati radicati in torbiera o nelle fenditure delle rocce, caratterizzati da un lentissimo sviluppo, possono formare dei veri e propri "bonsai" naturali. In stretta simbiosi con le radici del pino uncinato si sviluppano numerosissimi funghi (accertata nel Parco la presenza di almeno 100 specie di ectosimbionti), organismi che agevolano in notevole misura la colonizzazione di suoli poveri da parte dell'albero. La fauna del Parco è rappresentativa di tutti i più noti animali a diffusione alpina presenti nella regione. è caratterizzata in primo luogo dall'elevato numero di specie di insetti presenti, dovuto alla notevole varietà ambientale della Val Chalamy; sono state ad esempio sinora segnalate: oltre 1.100 specie di farfalle e quattro specie di microlepidotteri nuove per la scienza; 22 specie di coleotteri legati alle zone umide; 111 specie di coleotteri fitofagi forestali (ben 32 delle quali mai segnalate prima in Valle d'Aosta). Fra i vertebrati, sono presenti tutti i mammiferi e gli uccelli di ambiente montano diffusi nella regione. Ad eccezione delle specie forestali, favorite dalla grande estensione dei boschi, i vertebrati non raggiungono elevate densità all'interno del Parco a causa delle difficili condizioni ambientali e delle ridotte disponibilità alimentari. L'avvistamento di mammiferi assai conosciuti, come la marmotta o il camoscio, richiede quindi un maggiore impegno da parte dell'osservatore rispetto a quanto riscontrato in altre vallate valdostane. Il camoscio è comunque presente con un buon numero di individui, in parte localizzati nel settore forestale; decisamente più raro è lo stambecco, osservabile soprattutto sulle pendici del Mont Avic. Anche i micromammiferi non sono particolarmente abbondanti e in molti ambienti il toporagno comune e il toporagno nano prevalgono sui roditori (topi e arvicole). Nella Val Chalamy sono state sinora osservate 116 specie di uccelli, 91 delle quali nidificanti. L'avifauna forestale annovera specie assai localizzate come la beccaccia. Sono presenti otto differenti specie di rapaci diurni, numerosi nella medio-bassa Val Chalamy e sui costoni della valle centrale, unico settore ricco di prede di piccole e medie dimensioni. La locale coppia di aquile reali frequenta un territorio che include tutto il Parco e il versante destro della Dora Baltea fra Pontey e Issogne. Oltre ai rapaci diurni, altre specie di uccelli sono stati oggetto di studi approfonditi nell'area del Mont Avic: la pernice bianca, prezioso relitto glaciale legato alla tundra alpina, è presente al di sopra dei 2.100-2.200 metri di quota in tutti gli ambienti idonei del Parco; il fagiano di monte, caratteristico ospite delle foreste con sottobosco di mirtilli e rododendro, scava nella neve polverosa igloo nei quali trascorre in inverno tutta la notte e gran parte del giorno; il picchio nero, presente con una densità di una coppia ogni circa 300 ettari di bosco; la nocciolaia, corvide solitamente legato sulle Alpi al pino cembro e qui in una situazione ambientale simile a quella nota per l'Europa centro-settentrionale: boschi di conifere per la nidificazione e cespuglieti di nocciolo, dai quali la specie raccoglie i frutti nella tarda estate e li accumula come scorta in nascondigli sotterranei. Due specie di anfibi e pesci, la rana temporaria e la trota fario, popolano in buon numero le zone umide del Parco. Le attività umane nell'area dell'attuale parco erano volte ad un'economia di sussistenza basata su pastorizia e agricoltura. I pochi appezzamenti pianeggianti erano coltivati a cereali e patate, il castagno rappresentava una fondamentale fonte di alimento (frutti), strame per il bestiame (foglie), legname da opera e legna da ardere; presso i villaggi di Boden e Gettaz des Allemands sono ancora presenti imponenti alberi da frutto, un tempo assai più numerosi e attualmente censiti e monitorati a cura della Regione Valle d'Aosta. Nei due villaggi citati sono ancora visibili numerosi edifici funzionali all'immagazzinamento ed alla trasformazione dei prodotti della terra. L'allevamento del bestiame (prevalentemente bovini, caprini e ovini) era capillarmente diffuso sui monti, anche se ostacolato dall'aspra natura dei luoghi. Innumerevoli piccoli pascoli, ricavati mediante il disboscamento dei terreni più profondi e produttivi posti fra 1.500 e 2.200 metri di quota, consentivano di alimentare gli animali durante la bella stagione e di produrre formaggio e burro; al di sotto dei 1.500 metri di altitudine i prati-pascoli irrigati e regolarmente concimati fornivano fieno per la stagione invernale e foraggio fresco in autunno e primavera. Attualmente vengono ancora utilizzati i pascoli di maggiori dimensioni. Dal XVII alla metà del XX secolo la Valle Chalamy è stata interessata dall'attività estrattiva per la presenza di miniere di ferro e rame. La più alta è la miniera di magnetite del Lac Gelé (2.600 metri di quota), sfruttata nel Seicento e nel Settecento; il minerale estratto veniva trasportato sino al forno della Serva (1.550 m) lungo una pista lastricata slittabile ancor oggi a tratti percorribile. Al di fuori dell'area protetta sono agevolmente visibili i resti della miniera di rame di Hérin: oltre ai fabbricati, agli ingressi ormai inagibili e all'ampia discarica, sono ancora presenti alcuni tralicci della teleferica che collegava il punto di estrazione (1.700 m) alla laveria di Fabbrica (380 m), convertita a fabbricato commerciale. Una cava di ruote da macina, in parte asportate ed in parte ancora visibili abbozzate sulla parete rocciosa, è presente sulle basse pendici del Mont Avic, in corrispondenza di due gallerie di saggio scavate presumibilmente nel XIX secolo.

Parco Passerin d'Entrèves

Questo bel parco è parte integrante dell'omonimo castello, posto su un'altura, entro i confini del comune di Châtillon. La superficie del parco è di circa tre ettari, ma quella fruibile dai visitatori si aggira intorno ai due ettari Il parco, come il castello ed il giardino rinascimentale in stile francese, assunsero l'attuale conformazione a partire dal 1706. Infatti, grazie alla volontà di Paolina Solaro di Govone, sposa di Giorgio Francesco di Challant, venne effettuata la completa ricostruzione del maniero e la messa a dimora di nuovi alberi nel parco. In questo parco sono stati individuati ben 32 alberi tali da poter essere dichiarati "piante monumentali", tutelati da un'apposita legge regionale. Tra questi, un tiglio che raggiunge i cinque metri di circonferenza e 35 metri di altezza, il vecchio e maestoso faggio che ha una circonferenza di circa 5,5 metri ed un'altezza di 32 metri, il cedro dell'Atlante con una circonferenza di 4,5 metri ed un'altezza di 30 metri; e poi frassini, querce, aceri con misure imponenti, considerate le caratteristiche di ciascuna specie, senza dimenticare il famoso e maestoso "viale dei Tigli e dei Faggi" che offre una visione veramente suggestiva del luogo.

Parco Baron-Gamba

Situato ad Ovest di Châtillon, il Parco Baron-Gamba circonda il castello fatto costruire nel 1911 da Charles Maurice Gamba, marito di Angélique d'Entrèves, figlia del conte Christin. Di piccole dimensioni - si estende infatti su soli 7.000 mq - il parco conserva tuttavia due esemplari unici di vegetazione: la sequoia ed il cipresso calvo, entrambi di grandi dimensioni. Il cipresso calvo, originario dei terreni paludosi della Florida. fu introdotto in Europa nel 1840; la sequoia fu introdotta in Europa dalla California. Questa conifera raggiunge ragguardevoli sviluppi: il più grande esemplare conosciuto misura 81 metri di altezza, 24 metri di circonferenza e si trova nell'America settentrionale.

L'ECONOMIA

Settore portante dell'economia aostana è il terziario, che produce circa il 70% del prodotto interno lordo (PIL) e impiega il 66% della popolazione attiva; è dominato dalle attività turistiche (oltre tre milioni di presenze l'anno) basate sull'attrattiva di prestigiose località montane. Data la sua scarsa pendenza, la valle della Dora Baltea permette un'agevole comunicazione con i territori d'Oltralpe. Ferrovia, strade e autostrade, grazie ai trafori del Gran San Bernardo e del Monte Bianco, hanno consentito un facile collegamento con la Francia e la Svizzera. Con l'apertura di questi ed altri valichi alpini, il turismo si è ulteriormente sviluppato e costituisce la voce più importante dell'economia valdostana. La regione possiede grande varietà di interessi e di richiami, tale da farne una delle mete più frequentate del turismo nazionale e internazionale: i suoi meravigliosi paesaggi d'alta montagna, la ricchezza di flora e fauna, specialmente nel Parco Nazionale del Gran Paradiso, i monumenti d'età romana e medievale, gli efficienti impianti ricettivi e sportivi, tra i quali l'ardita funivia che collega La Palud, sul versante italiano, con Chamonix, su quello francese, superando il massiccio del Monte Bianco. Circondano la Valle d'Aosta stazioni alpine di fama consolidata, come Gressoney, Champoluc, Valtournenche, Cervinia, Pila, Cogne, Courmayeur, La Thuile, dotate di strutture ricettive di prim'ordine e di impianti per le attività sportive, sia invernali che estive. Altrove, nelle valli minori, dove prevalgono tuttora condizioni economiche silvo-pastorali, è in atto il fenomeno dello spopolamento montano. L'industria è per importanza il secondo settore produttivo (25% degli attivi, 28% del PIL), ma nei primi anni Novanta del XX secolo la crisi ne ha colpito i due comparti portanti: la siderurgia e l'edilizia; quest'ultima, che assorbiva il 49% degli addetti al secondario, ha subito i contraccolpi della riduzione dei finanziamenti governativi per opere pubbliche. La crisi della siderurgia ha colpito la principale industria locale, le acciaierie Cogne. L'abbondanza di energia elettrica, prodotta dalle centrali idroelettriche sorte lungo la Dora Baltea e i suoi affluenti, aveva consentito un certo sviluppo industriale, favorito dalla presenza di giacimenti di antracite a La Thuile e di magnetite a Cogne, che avevano dato impulso all'industria siderurgica. Ma anche il settore estrattivo, con antiche tradizioni nella regione, ha importanza limitata dopo la chiusura delle principali miniere. Abbastanza solide appaiono le piccole e medie industrie (chimiche, alimentari, del legno) e tuttora fiorente è l'artigianato, attivo specialmente nei settori della lavorazione artistica del legno (tipiche le grolle), del ferro battuto, della fabbricazione di mobili rustici e del ricamo dei pizzi a tombolo. L'energia idroelettrica viene prodotta in quantità superiore al fabbisogno locale, per cui ne è possibile l'esportazione verso il Piemonte. Date la morfologia del territorio e le caratteristiche climatiche, l'agricoltura non riveste molta importanza nell'economia della regione, occupando poco più del 9% degli attivi. Essa concorre solo per il 2% alla formazione del PIL regionale, ma viene praticata con metodi moderni ed è sostenuta da sovvenzioni pubbliche anche per scoraggiare l'abbandono dei campi, che avrebbe conseguenze molto serie su un ambiente già particolarmente fragile. Le colture si concentrano nel fondovalle, dotato di moderni impianti di irrigazione e densamente coltivato a cereali, foraggi e alberi da frutto. La viticoltura costituisce il 20% del valore della produzione agricola vendibile; tra i prodotti locali si annoverano alcuni pregiati vini D.O.C. L'altra voce del settore è l'allevamento di pregiate razze bovine (70% del valore prodotto), con ricca produzione casearia; famoso marchio locale è il formaggio fontina. Grazie alla presenza di vasti pascoli, il patrimonio zootecnico è in aumento. All'inizio degli anni Novanta del XX secolo la Valle d'Aosta si situava al secondo posto dopo la Lombardia per reddito medio, con un tasso di disoccupazione (3,6% contro una media italiana del 10%) tra i più bassi d'Italia. Questa prosperità era in buona misura il risultato dei consistenti finanziamenti erogati dall'Ente regione per i vari settori produttivi, una sorta di "assistenzialismo" che, prescindendo da verifiche sul miglioramento della produttività, ha finito di fatto con il rendere poco competitive le attività economiche della regione. Un cambiamento nella politica regionale si è delineato dopo che, con l'abolizione, nel 1993 delle barriere doganali dei paesi CEE, la regione ha perso una delle sue maggiori fonti di entrate, ossia le imposte riscosse sullo sdoganamento delle merci, imposte che, per le prerogative legate all'autonomia, tratteneva nella misura del 90%.

CENNI STORICI

Le origini e l'età romana

Fondamentale via di collegamento alpino verso l'Oltralpe occidentale, la valle della Dora Baltea fu frequentata da Liguri e Celti, attratti anche dalla presenza dei giacimenti metalliferi. I primi insediamenti umani stabili si ebbero a partire dal II secolo a.C.; la popolazione locale dei Salassi si dedicava all'agricoltura e al commercio. Essa si difese strenuamente dalla conquista romana, che si compì del tutto solo in età augustea. Nel 143 a.C. le legioni di Appio Claudio furono sconfitte dai Salassi, che poco dopo vennero a loro volta sconfitti. I Romani riuscirono ad insediarsi in Valle d'Aosta nel 141 a.C., ma la guerra durò ancora un secolo prima della vittoria definitiva, ottenuta da Terenzio Varrone nel 25 a.C., a prezzo della decimazione delle popolazioni locali. Ambita dai Romani come transito per le Gallie e per il controllo dei valichi alpini, la regione fu del tutto sottomessa e stabilmente insediata. Venne costruita una grande strada attraverso il valico di collegamento con la Gallia e lungo tutta la valle vennero costruiti ponti, strade e fortificazioni. Sulle rovine dell'antica capitale dei Salassi, alla confluenza del Buthier con la Dora, fu edificata Augusta Praetoria (Aosta), dove si installarono tremila coloni romani. Secondo l'ordinamento di Augusto la regione fece parte della XI Regione transpadana, mentre con Diocleziano e Costantino fu riunita nella prefettura delle Gallie. La decadenza dell'Impero romano vide la regione divenire passaggio obbligato dei barbari; fu invasa dai Visigoti, dai Franchi e, nel V secolo, dai Burgundi, cui seguirono gli Ostrogoti, i Bizantini e, nel 570, i Merovingi. La Valle d'Aosta subì addirittura, nel X secolo, un'invasione da parte dei Saraceni, penetrati attraverso la Borgogna e il Giura. Con la divisione dell'Impero di Carlo Magno, nell'XI secolo, la Valle passò a Ludovico II, re d'Italia, poi a Carlo il Calvo e quindi ai re d'Italia Guido da Spoleto, Lamberto, Berengario I e Rodolfo re di Borgogna.

L'Alto Medioevo

La storia della Valle si legò organicamente alle vicende degli Stati e dei territori "alpini" a partire dall'XI secolo, quando l'ultimo re di Borgogna, Rodolfo III, ne affidò la giurisdizione a Umberto Biancamano, capostipite dei Savoia. Nel 1032 egli fu riconosciuto conte di Aosta dall'imperatore Corrado II, subentrando così ufficialmente ai vescovi conti. La Valle fu quindi unita da Umberto ai propri domini feudali della Savoia e della Moriana. Un periodo di pace e stabilità riportò le popolazioni che avevano trovato rifugio sulle montagne a prendersi cura delle terre del fondovalle, impoverite da secoli di incuria e abbandono. La particolare conformazione del territorio, con la valle centrale e una serie di valli affluenti, permetteva il controllo dei valichi e di intere vallate, tanto da favorire l'insediarsi di signorie locali - primi fra tutti gli Challant -, con il conseguente proliferare di torri e castelli, che costituiscono ancora oggi uno dei tratti salienti del paesaggio valdostano. Nel 1191 Tommaso I, conte di Savoia, concesse franchigie alla Valle in cambio della fedeltà della nobiltà valdostana alla monarchia sabauda. Si crearono così gli Stati Generali ed altre istituzioni che garantirono alla regione una larga autonomia dai Savoia. In questo arco di tempo si venne formando l'identità specifica del "Pays d'Aoste", rispettata dai sovrani e ammessa dalla Chiesa di Roma, che accettò la sopravvivenza di un "rito valdostano" fino al 1828; ma soprattutto orgogliosamente conservata e difesa dai valdostani stessi. Ne è testimonianza, oggi, l'uso corrente dei patois franco-provenzali e della lingua francese, riconosciuta lingua ufficiale della Valle da Emanuele Filiberto di Savoia nel 1561.

L'età moderna e contemporanea

Nel 1611, nel 1704 e nel 1706 la Valle d'Aosta fu invasa dai Francesi, per passare successivamente sotto l'amministrazione diretta del Regno di Sardegna, vista anche la decadenza del governo e delle istituzioni locali. Nel 1782 subì un'altra invasione dei Francesi e divenne un arrondissement (distretto) della Repubblica francese, aggregato alla Doire. Ritornò ai Savoia nel 1814 e da allora seguì le sorti del Regno Sabaudo e del Regno d'Italia. L'integrazione della Valle nel nuovo Stato unitario e, nel contempo, la difesa dell'autonomia culturale dalla tradizione peninsulare furono processi che tesero piuttosto al conflitto che ad una armonica composizione. La Valle tendeva a conservare la lingua materna, il francese; in questo perciò era osteggiata dal Parlamento italiano, poichè lo Stato unitario non intendeva accogliere nessuna delle istanze autonomistiche della regione. Anzi la Valle divenne una parte della provincia di Torino, e solo nel 1921 i problemi della regione tornarono d'attualità, grazie anche alla rivista "Augusta Pretoria", redatta in lingua francese. Ma con il fascismo le speranze di una soluzione dei problemi aostani caddero nuovamente; anche se Aosta fu eretta a capoluogo di provincia, fu imposta l'italianizzazione dei toponimi. La politica autoritaria del ventennio non bastò comunque a spegnere il senso d'appartenenza a una libera "petite patrie", che animò in Valle d'Aosta la resistenza durante la seconda guerra mondiale e che sta alla base dell'attuale autonomia regionale. Nel 1943 si formarono nuclei partigiani che nel 1945, nonostante le offensive tedesche, riuscirono a liberare la Valle d'Aosta prima ancora dell'arrivo delle truppe alleate. La regione fu dichiarata circoscrizione autonoma nel settembre del 1945 e riconosciuta Regione autonoma a statuto speciale con legge costituzionale del 26 febbraio 1948. Grazie allo statuto speciale ha ottenuto un'ampia autonomia; anche il patois, dialetto francese dei Valdostani, è stato riconosciuto lingua ufficiale alla pari con l'italiano.

LA CONQUISTA DEL MONTE BIANCO

Le "dentate scintillanti vette" celebrate da Giosuè Carducci, oggi meta di turismo internazionale in ogni stagione, sono rimaste inviolate per millenni. Infatti è stata un'impresa alquanto difficile superare gli altipiani ai piedi del massiccio del Monte Bianco, che si snodano tra pietraie, pascoli e laghetti, e affrontare le aiguilles (guglie) e i dômes (cupole), fino alle vette più ardite. La loro conquista è stata costellata di fallimenti ed è passata attraverso la smitizzazione delle leggende che dicevano che le montagne nascondessero caverne coperte di brillanti e fossero popolate da spiriti. I primi che calcarono la larga cresta nevosa che forma la cima del Monte Bianco, furono due valligiani di 24 e 29 anni, Jacques Balmat e Michel Paccard, che sfatarono la leggenda della sua inviolabilità l'8 agosto 1786. L'anno seguente H. B. de Saussure, il padre dell'esplorazione alpina, organizzò una spedizione che, giunta alla meta seguendo una variante del percorso precedente, svolse le prime rilevazioni scientifiche. Successivamente furono aperti tracciati più ardui ed interessanti, come la via dello sperone della Brenva (1865) e l'itinerario della Cresta di Peutérey (1893). Le ascensioni più difficili sono state compiute nel XX secolo, tra cui quella della parete Nord delle Grandes Jorasses (Meyer e Peters nel 1935) e quella della parete Ovest dell'Aiguille Noire (Ratti e Vitali nel 1939). Ma l'alpinista che più di ogni altro ha raccolto la sfida del Bianco è stato l'italiano Walter Bonatti. Una lunga serie di vittorie costella il suo curriculum di alpinista: nel 1951 ha vinto con Ghigo la parete Est del Grand Capucin; nel 1955 ha scalato il pilastro Sud-Ovest del Dru e ancora nel 1963 ha conquistato, per la prima volta in inverno, la Punta Walzer delle Grandes Jorasses.

Web Trapanese Trapani La vetta del Monte Bianco

IL PERCORSO ARTISTICO E CULTURALE

Il territorio della Valle d'Aosta conta diversi siti preistorici; reperti risalenti al III millennio a.C. si trovano nelle necropoli di Villeneuve, Montjovet e Vollein; e nelle aree megalitiche di Saint-Martin-de-Corléans (a Ovest di Aosta) e del Piccolo San Bernardo. L'ampia area archeologica megalitica (III millenio a.C.) di Saint-Martin-de-Corléans era adibita al culto e alla sepoltura. Vi si conservano pali totemici, stele antropomorfe, menhir e tombe di diverse tipologie. Resti dell'Età del Bronzo e del Ferro e residui di insediamenti romani e altomedievali testimoniano della successiva occupazione del territorio. A otto chilometri da Aosta, nell'area del villaggio di Vollein, si trova un'estesa necropoli di epoca eneolitica (III millennio a.C.). La dominazione romana ha avuto conseguenze durature sull'assetto territoriale, segnato da importanti opere civili e dalla fondazione, nel 25 a.C., di Augusta Praetoria, l'odierna Aosta. Un'area archeologica romana di particolare rilevanza si trova a Nord del capoluogo, in regione Consolata. Qui, verso la metà del 1970 sono stati scoperti i resti di una villa romana suburbana tardo-repubblicana. Dell'edificio, a pianta rettangolare, si conservano strutture murarie e preziosi mosaici pavimentali con decorazioni geometriche. L'elemento caratterizzante del paesaggio valdostano è costituito dai numerosi castelli, sorti in posizione strategica per il controllo del fondovalle. La loro edificazione iniziò dopo l'unificazione iniziata dai Savoia nel 1191 e si protrasse nel tempo tanto da documentarci in modo puntuale l'evoluzione tipologica del castello alpino tra Medioevo e Rinascimento. Alla famiglia degli Challant, fedeli vassalli dei Savoia e visconti di Aosta, si deve la costruzione della maggior parte delle fortezze valdostane. Nella forma primitiva (X-XI sec.) i castelli erano costituiti da una torre centrale, una cappelletta e un'ampia cinta muraria (castello di Graines); nel XII secolo si aggiungono edifici residenziali, rustici e locali di servizio (Saint-Germain a Montjovet). Nel Duecento, torri cilindriche centrali sostituiscono i torrioni prismatici (Villeneuve, Valgrisenche e La Salle). Prevalgono in seguito edifici fortificati di grande rigore geometrico (Torre Bramafam ad Aosta), che preludono ai complessi monoblocco privi di torre, di epoca gotica (Ussel e Verrès). Nel Trecento si interviene su edifici più antichi con aggiunte di nuovi corpi di fabbrica e di torri (Quart, Sarriod de La Tour, Fénis). In tale evoluzione il castello medievale si trasforma in dimora signorile: tipico esempio, il celebre castello di Issogne. Questa fastosa residenza signorile (1480) fu voluta da Giorgio di Challant, un dotto ecclesiastico che aveva viaggiato nei principali paesi europei ed aveva subito l'influenza delle culture italiana e nordica, aprendosi all'Umanesimo. Il segno delle nuove correnti artistiche è presente nell'edificio, che unisce una struttura rinascimentale ad ambienti, decorazioni e volte ancora gotici. La decadenza delle famiglie feudali in epoca moderna determinò spesso l'abbandono e il degrado dei castelli; alcuni, rimaneggiati e restaurati nell'Ottocento, subirono vere e proprie trasformazioni, come il castello di Saint-Pierre. Il Forte di Bard, sorto su uno sperone roccioso attorno all'anno Mille, fu protagonista di un fatto militare dell'epopea napoleonica: ultimo baluardo prima della Pianura Padana, nel maggio del 1800 fu espugnato da Napoleone che aveva attraversato il Gran San Bernardo diretto a Marengo. Il castello di Fénis, iniziato nel 1340 per volere di Aimone di Challant e terminato dal figlio di questo, Bonifacio, fu residenza stabile della famiglia fino al 1700. È una costruzione imponente e suggestiva, con una doppia cinta muraria, numerose torri, cammini di ronda e torricelle angolari, ed è un tipico esempio di castello valdostano fortificato ed adibito ad abitazione. All'interno vi è un bel cortile con una scalinata semicircolare che conduce alla parte residenziale. Da visitare sono anche la roccaforte di Verrès (1360-90) che domina la Valle di Challant, e il castello di Aymaville (1357), dalle belle torri angolari.

Web Trapanese Trapani La fontana del cortile nel castello di Issogne, in Valle d'Aosta

Web Trapanese Trapani Il castello di Cly, sopra Chambave (Valle d'Aosta)

IL CAPOLUOGO

Aosta

(35.767 ab.). Capoluogo della Regione Autonoma Valle d'Aosta e unica provincia - che coincide con la regione stessa -, la città si distende in una conca pianeggiante larga circa 3 km, presso la confluenza del torrente Buthier con la Dora Baltea. La conca di Aosta è chiusa a Nord dal monte Vélan (3.708 m) e dal Grand Combin (4.314 m), a Sud-Ovest dai ghiacciai del Rutor (3.486 m) e dalle vette della Valle di Rhêmes, a Sud dal monte Emilius (3.559 m). Il lato sinistro della valle, le cui prime coltivazioni risalgono probabilmente all'epoca romana, è denominato tradizionalmente "adret". Sul lato opposto, detto "envers", si trova la località turistica di Pila. Centro con tradizioni agricolo-forestali e con caratteristiche tipicamente alpine, ha conosciuto un nuovo sviluppo a partire dagli inizi del Novecento, quando furono creati gli stabilimenti siderurgici di Cogne, che ravvivarono l'economia cittadina e comportarono un notevole afflusso di manodopera. In seguito il settore industriale si è ulteriormente sviluppato, con l'insediamento di medie e piccole aziende che operano nei settori alimentare, chimico, tessile, elettrotecnico e della lavorazione del legno. Con l'apertura dei grandi trafori alpini (Gran San Bernardo e Monte Bianco), Aosta è divenuta un importante centro commerciale e un fondamentale nodo di transito dove convergono vie di comunicazione per le valli laterali e strade internazionali che collegano la Valle con Francia e Svizzera. Oggi nella città si concentra circa un terzo della popolazione della regione. STORIA. Sede di abitati umani a partire dal III millennio a.C., Aosta divenne un insediamento militare romano posto sul percorso che portava al Piccolo San Bernardo. Nacque ufficialmente nel 25 a.C. con il nome di Augusta Praetoria, da cui discende l'attuale appellativo di Aosta. Sede militare e amministrativa dell'Impero romano, alla caduta di quest'ultimo la città subì un impoverimento progressivo, aggravato dalle successive dominazioni barbariche. Sede vescovile dal V secolo, Aosta fu ceduta dai Longobardi al re della Borgogna nel 575 e all'inizio del IX secolo entrò a far parte della provincia ecclesiastica della Tarantasia. La progressiva importanza assunta dall'autorità ecclesiastica favorì il concentramento urbano intorno ai due complessi religiosi di maggior rilievo: la Cattedrale e la collegiata dei Ss. Pietro e Orso al di fuori delle mura cittadine. La rinascita della città ebbe inizio intorno all'anno Mille; nel 1025 Aosta venne ceduta dal re di Borgogna a Umberto Biancamano di Savoia, e riprese il suo ruolo di crocevia delle Alpi. Nel 1301 venne nominata capitale del ducato omonimo, ma il trasferimento della capitale sabauda a Torino (1560) ne determinò il declino. Salvo brevi periodi di dominazione francese, rimase sempre legata alla dinastia sabauda sino all'Unità d'Italia. ARTE. La struttura urbanistica del centro storico ricalca quella dell'antica Augusta Praetoria, costruita secondo una planimetria geometrica, tipica degli accampamenti militari. Un rettangolo di mura con torri di guardia fortificate da torri cingeva la città romana, la cui entrata principale, la monumentale Porta Praetoria, preceduta dal maestoso Arco di Augusto, era posta a Est, in linea con l'antica via delle Gallie. Degli importanti monumenti dell'Aosta romana rimangono, all'ingresso della città storica, l'Arco di Augusto, eretto nel 25 a.C. per celebrare la vittoria di Augusto sui Salassi e la fondazione della città. L'imponente opera è a un solo fornice (altezza 11,50 m, larghezza 8,89 m); vi figura una copia di un Crocifisso ligneo, detto "Saint Voult" (Sanctum votum) che, secondo la tradizione, fu collocato nel XV secolo dopo un'inondazione; il tetto a spioventi fu aggiunto nel Settecento e sostituito con quello attuale nel 1912. Sopravvive anche la possente Porta Praetoria (I sec. a.C.), che costituiva l'entrata orientale della città, in corrispondenza del decumanus maximus. A tre arcate, di cui la centrale di maggiori dimensioni (8,24 m) rispetto alle laterali (2,64 m), è formata da due cortine che racchiudono un vasto cortile interno, e presenta ai lati due torri quadrangolari; quella settentrionale è inglobata nella casa-forte romanica dei signori di Quart. Poco lontano si innalza il Teatro Romano, uno dei monumenti dell'architettura imperiale provinciale di maggior interesse. Dell'imponente struttura originaria si conserva parte della facciata esterna (larghezza 81,20 m, lunghezza 64,10 m, altezza 22 m), scandita verticalmente da massicci contrafforti e divisa in quattro piani da altrettanti ordini di finestre. Dietro la facciata sono visibili la "cavea", le gradinate e le fondamenta della "scena". Originariamente un portico collegava il teatro all'anfiteatro, risalente all'età dell'imperatore Claudio (I sec. d.C.), lungo 86 metri e largo 76, con 60 arcate per ognuno dei due piani; i resti furono inglobati all'interno della cinta del duecentesco convento di S. Caterina. Sono visibili anche le vestigia del Foro, centro nevralgico della città romana e risalente alla fine del I secolo a.C. Il complesso, edificato nel luogo dove poi fu eretta la Cattedrale, è costituito dall'area sacra, dalla platea e dalla basilica. La città romana era racchiusa entro mura in travertino in gran parte conservate, che formavano un rettangolo di 727,5 x 574 metri. Lungo tale perimetro sorgevano a intervalli regolari venti torri quadrangolari di due piani. Di quest'ultime si conservano oggi soltanto la Torre del Pailleron, a pianta quadrata, con doppio ordine di finestre (restaurate tra il 1891 e il 1892), e la Torre del Lebbroso, così detta perché nel 1774 venne adibita a lebbrosario, oggi sede espositiva. Le altre torri sono rifacimenti medievali, poiché il potere dei signori feudali si espresse anche con la costruzione di case-forti addossate alla cinta muraria, riutilizzando strutture e materiali delle precedenti torri romane. La più celebre tra le torri medievali è la Torre dei Balivi, così denominata perché fu occupata nel 1263 dai rappresentanti dei Savoia ad Aosta. Tra le altre torri medievali si segnalano la Torre Fromage, dal nome della famiglia che la costruì, a pianta quadrangolare, oggi sede di mostre d'arte contemporanea, e la Torre Bramafam, un torrione cilindrico merlato, inserito poi nel Castello degli Challant, ai quali appartenne anche la Torre Neuve. Testimonianze romaniche sono invece la Cattedrale e la collegiata di S. Orso, i due più insigni monumenti del periodo medievale. La Cattedrale di S. Maria, elevata sull'area dell'antico foro al tempo del vescovo Anselmo (X-XI sec.), era una chiesa a tre navate con cinque absidi, due delle quali vennero abbattute alla fine del Duecento per costruire il deambulatorio, rifatto poi nel tardo Quattrocento. La facciata della chiesa subì nel tempo vari rimaneggiamenti: l'attuale facciata è in stile neoclassico, mentre la sontuosa decorazione in terracotta policroma risale al 1522-30 ed è concordemente riconosciuta come opera di maestranze lombarde. La Cattedrale è fiancheggiata da due campanili romanici absidali, con cuspidi di età gotica. All'interno, la copertura con volte a crociera della navata centrale, commissionata alla fine del Quattrocento da Giorgio di Challant al posto delle capriate lignee romaniche, ha nascosto per secoli un importante ciclo di affreschi, recuperato negli anni 1986-91. Gli affreschi, databili al 1030-1040, sono probabilmente stati eseguiti dalle stesse maestranze attive nel complesso di S. Orso. Sempre per volere di Giorgio di Challant, le finestre furono sostituite con un importante ciclo di 23 vetrate, che richiamano la cultura oltrealpina, databili tra XV e XVI secolo. Il pavimento conserva due antichi frammenti di mosaico databili tra XII e XIII secolo. Nella zona del presbiterio (XII sec.) si trova il monumento funebre di Tommaso II di Savoia, attribuito allo scultore valdostano Stefano Mossettaz, autore della tomba di Francesco di Challant conservata nel Museo del Tesoro; altri sepolcri sono posti nel deambulatorio: il monumento funerario del vescovo Emerico di Quart; la tomba del vescovo Oger Moriste, anch'essa opera di Stefano Mossettaz. Di particolare interesse il coro ligneo intagliato e scolpito, con due ordini di stalli, opera dei savoiardi Jean Vion de Samoens e Jean de Chetro (1469-1470). La cripta si fa risalire per la parte più antica all'IX secolo, con colonne a capitelli carolingi e longobardi. Dalla navata sinistra della cattedrale si accede al prezioso chiostro, iniziato nel 1442 da Pietro Berger di Chambéry e terminato entro il 1460 da Marcello Gerard di Saint-Marcel. Il Museo del Tesoro della Cattedrale, allestito nel deambulatorio, conserva oggetti di notevole pregio, provenienti anche da altri edifici della valle: un cammeo romano in agata con profilo di testa femminile, del I secolo d.C. entro cornice d'oro del XIII; un dittico consolare in avorio dell'imperatore Onorio, datato 406 d.C.; due tondi vitrei con storie della Vergine della fine del XII secolo, provenienti dall'antica Cattedrale; il messale del vescovo Oger Moriset con una miniatura a piena pagina raffigurante la Crocifissione, della scuola di Giacomo Jaquerio (1420 c.). La Collegiata dei Ss. Pietro e Orso è un complesso monumentale sorto nel X secolo al di fuori della cinta muraria. Il complesso si compone di tre parti essenziali: la collegiata, il chiostro e il priorato. Si tratta di costruzioni di epoche diverse ma armoniosamente accostate, che si raccolgono intorno a uno spazio la cui sistemazione fu voluta dal priore di S. Orso, Giorgio di Challant, tra il 1490 e il 1510. La parte più antica del complesso è la collegiata, sorta su una precedente chiesa altomedievale, rimaneggiata per volere del vescovo Anselmo (994-1026): la chiesa a navata unica e pianta quadrata fu trasformata in un edificio a tre navate, con absidi semicircolari, cripta e copertura a capriate. La facciata gotica, con portale quattrocentesco a ogiva sormontato da una caratteristica, slanciatissima ghimberga, ingloba sulla sinistra anche il pregevole campanile romanico (1311). Verso la fine del Quattrocento, Giorgio di Challant chiamò a operare nella collegiata il gruppo di artisti che aveva operato nel castello di Issogne. A quest'epoca (1492-94) risalgono le volte a crociera della navata centrale, del presbiterio e dell'abside poligonale, la loro decorazione, la ricostruzione del chiostro con il reimpiego di capitelli originari. Anche il priorato fu rifondato da Giorgio di Challant secondo uno stile tardo-gotico, tra il 1494 e il 1506. All'interno della chiesa, le parti più antiche (inizio XI sec.) sono costituite dalla cripta a cinque navate rette da colonne romane riutilizzate, dai resti del campanile e dai frammenti dell'originaria decorazione, scoperti nel sottotetto. Questi affreschi raffigurano Episodi della vita degli apostoli e dei santi e scene della vita di Cristo. Nel presbiterio è conservato il coro ligneo intagliato, ritenuto opera del maestro di Janinus Braye (fine del XV secolo), attivo anche nel castello di Issogne. Di notevole interesse le cinque vetrate policrome dell'abside centrale, opera dell'inizio del XVI secolo. Nella sagrestia si trova il pregevole dipinto La guarigione della storpia Willerine per intercessione di S. Orso, ex voto datato 1514, opera del Maestro di Willerine. Nel XII secolo vennero edificati il chiostro romanico e l'imponente torre campanaria isolata, a pianta quadrata e alta 46 metri. Nel suggestivo chiostro rettangolare i capitelli figurati, degli ultimi decenni del XII secolo, costituiscono il maggior esempio di scultura romanica locale. Riferibili a maestranze della valle del Rodano, raffigurano un ciclo iconografico, comprendente scene bibliche ed evangeliche, storie di santi, temi profani, uomini e animali. Il ricco Tesoro della collegiata comprende preziosi oggetti medievali d'arte sacra, tra i quali il braccio reliquiario di S. Orso del XIII secolo, con integrazioni a smalto del XV; la cassa reliquiario del santo patrono in argento, del 1359; la statua reliquiario di S. Orso d'argento, del tardo Quattrocento, il messale di Giorgio di Challant miniato da Josse von Silenen; il messale di Francesco della Rovere miniato da Monte di Giovanni, fiorentino (1502). Rare sono ad Aosta le testimonianze rinascimentali e barocche, spesso rimaneggiamenti di edifici precedenti. Risale all'inizio del Seicento il Palazzo Roncas, fatto costruire da Pierre-Léonard Roncas, primo segretario di stato dei Savoia. All'interno si trovano decorazioni a grottesche in stile tardo-manierista; le volte dell'atrio dello scalone e del loggiato sono affrescate con scene mitologiche, paesaggi e segni zodiacali. Seicentesco anche il Palazzo del Vescovado, restaurato nel 1790. Ricostruita nel 1728 su un edificio di antica origine, la chiesa S. Stefano conserva sulla facciata affreschi coevi raffiguranti santi; all'interno, un notevole altar maggiore barocco in legno, un coro ligneo intagliato del Settecento. All'Ottocento risale invece la creazione del nuovo centro civico, con il grandioso Palazzo municipale in stile neoclassico. L'edificio fu realizzato dall'architetto Michelangelo Bossi tra il 1839 e il 1842; la monumentale ma sobria facciata, scandita da colonne e timpano triangolare, è decorata con sculture. All'interno, la Sala ducale (visibile in particolari occasioni) presenta affreschi dei fratelli Artari. Il Museo Archeologico Regionale, alloggiato presso l'ex convento della Visitazione, raccoglie oggetti, prevalentemente rinvenuti negli scavi urbani e regionali, cronologicamente ordinati a partire dai più antichi reperti di epoca neolitica (3500 a.C.) fino a testimonianze dell'età tardo-antica (V secolo d.C.). Al piano interrato si percorre un'area archeologica musealizzata, che comprende un tratto delle mura romane e una parte di torre antica.

Web Trapanese Trapani Aosta: il Municipio in piazza Chanoux

La fiera di S. Orso

Negli ultimi due giorni di gennaio si svolge ad Aosta l'annuale fiera di S. Orso, le cui origini si fanno risalire convenzionalmente all'anno Mille. L'area in cui ancor oggi la fiera si svolge corrisponde sostanzialmente all'area fissata dai Savoia nel 1243, che comprendeva l'attuale via S. Anselmo, dalla Porta Pretoria fino al priorato di S. Orso. La fiera rappresenta una vetrina per i manufatti di oltre 600 espositori, prevalentemente maestri artigiani nel tradizionale settore del legno intagliato e scolpito. La vocazione della manifestazione riporta ad un regolamento del 1327 che aveva sancito il carattere propriamente artigianale del mercato, escludendo la vendita del bestiame. La fiera richiama sempre grande folla ed è occasione di incontro per valligiani e savoiadi, favorita anche dalle iniziative culturali e folcloristiche che vi fanno da contorno.

PICCOLO LESSICO

Fontina

Prodotto per antonomasia dell'agricoltura valdostana ed elemento base della gastronomia locale, la Fontina è un formaggio grasso a pasta semicotta, fabbricato con il latte bovino intero proveniente da una sola mungitura. Un Decreto del Presidente della Repubblica del 1955 ha ufficialmente riconosciuto la Fontina come prodotto a denominazione di origine e nel 1996 essa ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta (DOP) dall'Unione Europea. La tipica attività casearia risale però a molto tempo prima e già nel XV secolo fu oggetto di un'accurata descrizione da parte del medico vercellese Pantaleone da Confienza, nel cui trattato sono annotate con chiarezza e precisione le tecniche di lavorazione e le caratteristiche organolettiche di questo formaggio. Il termine "fontina" compare per la prima volta nel 1717, in un documento dei monaci dell'Ospizio del Gran San Bernardo. Due le tesi etimologiche: secondo alcuni deriverebbe dal nome di alcuni alpeggi locali, ove ne viene prodotta una qualità particolarmente pregiata, secondo altri sarebbe da collegare alla spiccata attitudine alla fusione (fontis o fondis nell'antico francese). Le essenze fresche e profumate dei pascoli d'alta quota, che si estendono tra le montagne più imponenti d'Europa, sono l'alimentazione ideale per le mucche autoctone (pezzata rossa e pezzata nera), dalle quali si ricava l'elemento base della Fontina: il latte. Appena munto viene trasformato, evitando la pastorizzazione e i lunghi trasporti, secondo una procedura tuttora artigianale. Le forme (circa 9 kg caduna) sono cilindriche a facce piane con scalzo leggermente concavo e vengono riposte in grotte e magazzini, umidi e freschi, ove stagioneranno per un minimo di tre mesi. La salatura viene fatta a secco e periodicamente vengono spazzolate o strofinate affinché il sale si distribuisca uniformemente su tutta la superficie. La Fontina, dal gusto dolce e gradevole, ha un alto contenuto energetico ed è ricca di fosforo, calcio e vitamine (A e B). Viene consumata cruda o nell'ambito di prelibate ricette di cucina. Autentiche leccornie sono la fonduta, che si ottiene riscaldando il formaggio fino ad ottenere una pasta cremosa, che ben si accompagna con carni e verdure, e la zuppa alla vapelenentse, preparata con brodo, cavolo verza e pane integrale.

Fromadzo

Formaggio preparato con latte vaccino di due mungiture, al quale è possibile aggiungere piccole quantità di latte caprino. Semidolce quando è fresco, diviene più pronunciato, leggermente salato, talvolta con una punta di piccante, quando raggiunge una maggiore stagionatura. Spicca il suo gradevole profumo di latte. Il disciplinare consente la produzione di diverse tipologie: semigrasso, semigrasso con aggiunta di erbe aromatiche (ginepro, cumino selvatico, ecc.), magro, misto vaccino-caprino. Le forme del Fromadzo, "invecchiate" dai sessanta giorni ai quattordici mesi, si presentano con una crosta di colore paglierino o grigia con sfumature rossastre. La pasta ha una struttura compatta con occhiature sparse di piccole e medie dimensioni.

Genepì

Nome comune di una pianta erbacea di alta montagna (Artemisia glacialis), appartenente alla Famiglia delle Composite, con foglie aromatiche e fiori verdi, molto usata in liquoreria. Genepì, per estensione, è anche il nome del liquore digestivo prodotto in Valle d'Aosta dalla distillazione di questa pianta e di altre erbe aromatiche. A seconda delle erbe utilizzate per la sua produzione, il genepì, invecchiato per circa un anno e mezzo, può avere un colore variabile dal giallo al verde e una gradazione di circa 40°.

Grolla

La Grolla, definita dallo studioso Brocherel coppa valdostana per il vino ("Coupe à vin valdôtaine"), rappresenta uno degli oggetti in legno più tipici dell'artigianato valdostano. Al giorno d'oggi ha un valore perlopiù ornamentale e simbolico, mentre una volta veniva usata per bere il vino "à la ronde". Veniva passata infatti di mano in mano allo scopo di consolidare o istituire un legame di amicizia tra i presenti che si dissetavano con lo stesso calice. Analogo significato di fratellanza e convivialità si attribuisce alla Coppa dell'amicizia che però è un recipiente più largo e basso, dotato di vari beccucci per bere il famoso caffè alla valdostana, il cui uso è ancora molto frequente. La tradizione popolare valdostana ha designato la Grolla come la discendente del Sacro Graal. Secondo Brocherel la coppa sarebbe arrivata in Valle grazie ai "pellegrini provenienti dalla Borgogna, probabile origine della Grolla". Egli ha scoperto, consultando un vecchio scritto, che alcuni nobili come il duca di Orléans o Amedeo VIII di Savoia, hanno tutti posseduto almeno una grolla che presentava caratteristiche analoghe a quelle descritte nelle vicende del Graal; era infatti un calice in oro munito di coperchio, adornato di perle e zaffiri. I rapporti intercorsi tra questi personaggi con i valdostani conti di Challant e la presenza ad Aosta di diverse botteghe orafe, fanno presumere che le Grolle d'oro dovessero essere presenti in Valle d'Aosta nelle chiese, ma anche nei castelli. In seguito con il passare del tempo, la Grolla da raro suppellettile d'oro dell'aristocrazia è diventato un oggetto in legno del popolo; una coppa per il vino che ha raggiunto una grandissima diffusione e che rappresenta una delle più belle forme d'arte del nostro artigianato.

Jambon de Bosses

Prosciutto crudo speziato con erbe di montagna, prodotto a 1600 metri di altitudine, nell'omonima località di Saint-Rhémy-en-Bosses, nella Valle del Gran San Bernardo. I primi documenti che ne testimoniano la produzione risalgono al 1397, nei Contes de l'Hospice du Grand-Saint-Bernard. Le notizie storiche si susseguono poi nei secoli, confermando la notorietà di questo pregiato prosciutto. Le particolarità gustative del Jambon, per la cui maturazione serve almeno un anno, sono dovute all'abilità dei "maturatori", tramandata di padre in figlio, oltre che alle caratteristiche ambientali. L'incrocio delle correnti provenienti dal Col Citrin, dal Gran San Bernardo, dal Malatrà e dal Serena gli consentono infatti di acquisire, durante la maturazione, quel gusto aromatico con una delicata venatura di selvatico. Momento ideale per gustare il Jambon è la sagra che si tiene annualmente a Saint-Rhémy-en-Bosses, la seconda domenica di luglio.

Lard d'Arnad

Complessa alchimia di acqua, sale, erbe aromatiche e spezie, sapientemente miscelate e unite al lardo. Il sapore è piacevole e ricorda le erbe usate nella salamoia: ogni fetta è bianca al taglio, con possibile leggero strato di carne e cuore leggermente rosato. Viene conservato in appositi contenitori (doïls) di castagno, rovere o larice. Nel primo inventario del Castello di Arnad, del 1763, si trova già indicazione della presenza di quattro doïls all'interno della cucina. La "Féhta dou lar" (festa del lardo), ormai divenuta tradizione, si festeggia l'ultima domenica di agosto e richiama migliaia di turisti.

Patois francoprovençal

Dialetto valdostano. Sin dall'antichità hanno convissuto in Vallée d'Aoste il francese, come lingua scritta, ed i vari idiomi francoprovençaux derivati dal latino, come lingue parlate. Il francese divenne sola lingua ufficiale della Vallée d'Aoste nel 1561, imponendosi come lingua scritta accanto al latino. Il binomio francese-francoprovençal rimase forte sino all'unificazione d'Italia, nel 1861, quando l'introduzione dell'italiano diede vita ad una nuova serie di rivendicazioni culturali, linguistiche e politiche. Oggi, comunque, circa il 50% della Vallée d'Aoste parla il patois francoprovençal e si assiste all'uso di questo patois, seppur limitatamente e insieme al francese, in certe riviste e periodici quali "Le Flambeau", o "Les Cahiers du Ru". Bisogna, comunque, tenere presente che in Vallée d'Aoste esiste una grandissima varietà di dialetti patois, che rende spesso difficile una classificazione precisa. é possibile tracciare un confine tra la Haute Vallée e la Basse Vallée: nella prima il patois è fortemente influenzato da quelli savoyards e valaisans; nella seconda esistono aspetti più conservatori del patois, che però ha subito anche penetrazioni da parte del piemontese. Ogni patois, comunque, ben connota l'origine dell'interlocutore essendo, così, prezioso strumento per leggere la cultura del territorio, gli aspetti della vita quotidiana, i racconti antichi e tutto quello che può sfuggire alla letteratura ufficiale. Alcune particolarità del patois valdôtain rispetto al francese si possono ritrovare per esempio: - nell'accento tonico, in francese l'accento tonico cade sull'ultima sillaba delle parole, mentre il patois utilizza un'accentuazione che può variare ponendo l'accento sia sull'ultima sillaba, che sulla penultima (come avviene in italiano; - nella declinazione di nomi e aggettivi - esiste una doppia serie grammaticale di quei nomi che in latino appartenevano alla prima declinazione (rosa, ae); Per quanto concerne l'ortografia tre sono le tappe importanti per il patois francoprovençal valdôtain: - nel 1967 il primo volume del dizionario di patois valdôtain di Aimé Chenal e Raymond Vautherin; - negli anni '70 Joseph Henriet propone un sistema ortografico che miri a differenziare il patois valdôtain da quelli limitrofi, ma ha scarsa diffusione; - il lavoro congiunto del Centre d'Etudes Francoprovençales Réné Willien, di Saint-Nicolas, e del Bureau Régional pour l'Ethnologie et la Linguistique (B.R.E.L.) ha avanzato una proposta per un sistema ortografico che semplifichi al massimo la lettura e la scrittura, senza sacrificare le caratteristiche peculiari di ciascun patois.

Polenta

Con il termine polenta viene inteso un impasto cotto a base di farina di mais, sale e acqua. In gastronomia, la polenta, data sua versatilità e il suo sapore neutro, si abbina a moltissime preparazioni, per le quali diventa un contorno ideale, e può essere consumata come piatto unico mangiata semplice o con l'aggiunta di altri ingredienti. Preparata nel tipico paiolo, la ricetta base di questa vivanda prevede acqua, farina gialla di mais, sale, e l'apposito cucchiaio di legno, per schiacciare i grumi e mescolare il tutto continuamente e piuttosto a lungo. Partendo da questa ricetta la polenta può venire arricchita con elementi diversi (pancetta, formaggi, fagioli, ecc.) aggiunti all'impasto durante la cottura, come avviene, ad esempio, con i 'calzagatti' ricetta tipica dell'apennino emilano, che prevede l'aggiunta di fagioli borlotti, pancetta, cipolla e salsa di pomodoro, o come descritto nella ricetta della polenta 'concia' bergamasca, cotta con pezzetti di fontina e toma fresca. Alla polenta semplice, una volta cotta, possono essere aggiunti ingredienti diversi, come formaggi o lardo, si può anche friggere, grigliare o mettere al forno. Ottima, ad esempio, affettata e messa a strati in tortiera, condita con burro, gorgonzola e formaggio grana. La ricetta può essere anche più elaborata e prevedere un condimento più ricco, a base di cipolla, salsiccia, funghi porcini e salsa di pomodoro. La polenta è particolarmente indicata per accompagnare alcuni tipi di pesce, come il baccalà o le aringhe affumicate. A seconda delle caratteristiche della farina usata, che può essere mista o integrale, la polenta può risultare, a fine cottura, soda o molle e più o meno liscia. Esistono farine diverse che danno origine a prodotti differenti; nel Bergamasco si usa farina a grana grossa, che origina una polenta dura e asciutta; in Veneto si preferisce quella a grana fine, adatta a fare polentine morbide da servire con pietanze in umido, esiste anche la cosiddetta 'polenta bianca' considerata la più delicata, derivata da farina di granturco bianco.

Rascard

Baite ad uso promiscuo, con abitazione, stalla e deposito. I primi rascard vennero edificati soltanto con due livelli: il piano terra, costruito in pietra, ed il primo piano, realizzato in legno di larice. Al piano terreno, in un unico grande ambiente, c'erano la stalla, spesso delimitata da un semplice recinto, l'abitazione e, nella parte posteriore, una piccola cantina interrata. Il primo piano era adibito, invece, a deposito per i cereali. Non era costruito direttamente sulla parte inferiore di pietra, bensì si appoggiava su di essa, mediante dei sostegni di legno e pietra. In questo modo veniva a crearsi una sezione vuota che consentiva una buona circolazione dell'aria, disperdendo l'umidità della stalla; inoltre non permetteva la salita dei topi, certamente dannosa alle scorte immagazzinate. Col passare degli anni i rascard divennero sempre più grandi e completi. Il piano terreno in pietra venne raddoppiato; il livello inferiore ospitava la stalla e la cantina, quello superiore il soggiorno e la cucina. Ciò nonostante, un piccolo spazio abitativo venne conservato all'interno della stalla che, essendo riscaldata dagli animali, consentiva di trascorrere i periodi più freddi dell'inverno limitando il consumo di legna. Un tavolo, una panca e le sedie arredavano il soggiorno, separato dalla zona notte da una tenda. La cucina, utilizzata per la preparazione dei pasti e per la lavorazione del latte, era divisa dal soggiorno da una parete costituita, nella maggior parte dei casi, da lastre di pietra ollare. Ad essa veniva accorpato il camino, in modo che il fuoco potesse riscaldare la pietra, e rilasciare quindi calore al soggiorno adiacente senza dispersione di fumo. All'interno del camino, agganciato ad una catena che lo sorreggeva sul fuoco, veniva posizionato il paiolo. Anche il piano superiore, cioè quello in legno, venne ingrandito ed in alcuni casi disposto su due livelli. Il suo perimetro era formato da travi di larice sovrapposte, unite solidamente negli angoli da precisi e sicuri incastri. All'interno trovavano spazio diversi ambienti ben distinti, utilizzati per immagazzinare i cereali dopo la mietitura, per effettuare la trebbiatura mediante battitura, per conservare alcune riserve alimentari per l'inverno. I balconi, ai lati del rascard, erano in gran parte chiusi da tavole di legno poste in verticale; diventavano così dei funzionali e riparati essicatoi. Nel sottotetto venivano appese delle particolari rastrelliere in legno, sulle quali venivano conservati il pane, i salumi e la carne secca. Il tetto, infine, era ricoperto da lastre di pietra, le cosiddette beole, sorrette da robuste travi in legno.

PERSONAGGI CELEBRI

Jean Baptiste Celogne

Poeta dialettale (Saint Nicolas, Aosta 1826-1910). Scrisse un dizionario del patois valdostano, saggio storico sulle origini e sulla grafia del dialetto parlato nella Valle.

Challant

Nobile famiglia valdostana. Discendenti di Guido, figlio di Goffredo, primo visconte della Valle e fratello di Bosone, conte di Savoia, appartengono al ramo dei Visconti di Aosta. Si divisero nei rami di Aymaville, che si estinse nel 1565 con Renato, e di Madruzzo di Trento e di Fénis che si estinse nel 1804 con Filippo Marrizio. I più famosi membri della casata furono: Ibleto, governatore del Piemonte dal 1379 al 1404, cui si deve la costruzione del castello di Verrès; Bonifacio, Maresciallo di Savoia dal 1384 al 1418, governatore del Piemonte nel 1410; Giorgio, priore di S. Orso ad Aosta, che fece costruire il castello di Issogne.

Pierre Chanoux

Botanico (Champorcher, Aosta 1828 - Piccolo S. Bernardo 1909). Si dedicò allo studio della flora alpina fondando nel 1897 la Chanousia, un giardino situato a 2.200 metri sul Gran S. Bernardo, che raccoglie piante alpine di diversi paesi.

Sant'Anselmo

(Aosta 1033 - 1109). Dottore della chiesa e Arcivescovo di Canterbury. Nato ad Aosta (o forse nella vicina Gressan) nel 1033, emigrò in Francia come tanti altri valdostani dopo di lui. Nel 1060 entrò nell'abbazia benedettina di Bec, in Normandia, della quale divenne abate nel 1078. Chiamato in Inghilterra da Lanfranco di Pavia, vi riorganizzò la vita monastica e nel 1093 fu eletto arcivescovo di Canterbury. In un'epoca di forte ingerenza del potere secolare, Anselmo si oppose strenuamente all'invadenza del potere politico dei re Guglielmo il Rosso ed Enrico. Morì nel 1109. Nel pensiero di Anselmo l'indagine razionale è avvertita come indispensabile alla fede e in accordo con la rivelazione. Credo ut intelligam (credo per capire) è la formula efficace con cui Anselmo sintetizza tale metodo. Famosa è la sua dimostrazione dell'esistenza di Dio, la cosiddetta "prova ontologica". Non è il patrono della Valle d'Aosta, che è invece San Grato, vescovo della diocesi nel V secolo, festeggiato il 7 settembre con una processione per le vie di Aosta

CENTRI MINORI

Antey-Saint-Andrè

(554 ab.). Rinomata località di soggiorno della bassa Valtournenche. Percorsa dal torrente Marmore, la valle termina sotto il massiccio del Cervino; essa fu popolata fin dall'Età del Ferro (I millennio a.C.), come mostrano i reperti ritrovati a La Magdaleine e a Torgnon; dal V secolo a.C. vi si insediarono i Celti. Incassato tra i monti, il comune è frammentato in una serie di villaggi. Il capoluogo è stato abitato fin dall'Età del Bronzo; nel Medioevo fu importante centro giurisdizionale. Notevole la parrocchiale, edificata nel XII secolo e rimaneggiata nel XV e nel XIX, con portale tardo-gotico in pietra. L'isolato campanile quattrocentesco incorpora l'antica torre del castello di Cly. A otto chilometri sorge La Magdeleine (m 1644, 108 ab.), località di soggiorno e di sport invernali tra le più piccole e caratteristiche della Valle d'Aosta; a circa sette chilometri, Torgnon (m 1489, 471 ab.) è anch'esso un rinomato centro turistico, che conserva alcune tipiche 'rascard' del Settecento. La parrocchiale di S. Martino, ricostruzione neogotica dell'Ottocento, conserva un pregevole pulpito intagliato e un Crocifisso ligneo.

Arnad

(1.338 ab.). Il borgo sorge nella bassa valle della Dora Baltea, sulla strada ottocentesca che riprende in parte l'antica via romana. è dominato da una torre rettangolare e dal seicentesco Castello della famiglia Vallaise, con all'interno vivaci affreschi coevi. Sovrastano l'edificio i ruderi di un altro castello merlato, edificato nel XII secolo da Saverio di Arnad e rimaneggiato nel XIII e nel XIV secolo. La parrocchiale, dedicata a S. Martino, fu eretta tra l'XI e il XII secolo e rimaneggiata nel XV. La facciata, restaurata negli anni Cinquanta del Novecento, conserva un portale gotico in tufo scolpito (XV sec.); frammenti di affreschi quattrocenteschi sul fianco destro della chiesa. Campanile del XII secolo.

Avise

(327 ab.). Centro della valle della Dora Baltea, a circa 15 chilometri da Aosta. L'abitato sorge in una piana nella quale si innesta la Comba di Vertosan; fu feudo nel Medioevo della famiglia omonima, proprietaria di due castelli. Il più antico è il castello Blonay, del XII secolo e rimaneggiato nel Quattrocento; è un edificio monoblocco aperto da finestre, con un torrione merlato. Il castello di Avise fu invece edificato alla fine del Quattrocento; a forma di parallelepipedo, con un torrione nello spigolo occidentale, presenta sulla facciata una serie di bifore. La parrocchiale di S. Brizio è affiancata da un bel campanile quattrocentesco.

Ayas

Comune della Valle d'Ayas, percorsa dal torrente Evançon, denominata nella parte bassa Valle di Challand. La sede del comune è ad Antagnod, rinomata località turistica. La parrocchiale di S. Martino, edificata nel 1497 e rimaneggiata nell'Ottocento, presenta all'interno un maestoso altar maggiore barocco, in legno intagliato, opera di artisti della Val Sesia, che vi inserirono sculture raffiguranti santi provenienti dall'altare tardo-gotico originario. Di interesse il tesoro della chiesa, che custodisce dipinti, icone lignee e oggetti liturgici del XV e XVI secolo.

Aymavilles

(1.723 ab.). Località estiva collocata allo sbocco della valle di Cogne, nota anche per le cave di marmo. Notevole il castello di Aymavilles, risalente al XIII secolo; dall'originaria torre quadrata prese avvio l'ampliamento voluto da Aimone di Challant e che comportò la costruzione di quattro torrioni cilindrici merlati angolari. Tra il 1713 e il 1728 il castello fu trasformato in residenza signorile stile barocco-rococò. Situata oltre l'abitato, la chiesa di Saint-Léger fu ricostruita nel Settecento su strutture precedenti; la facciata è decorata da una prospettiva architettonica a trompe-l'oeil. Il campanile tardo trecentesco è cuspidato, con doppio ordine di bifore. All'interno della chiesa vi è l'interessante cripta che risale alla fine del X secolo. Non lontano si incontra l'imponente architettura del ponte-acquedotto romano, che scavalca il torrente Grand Eyvia. A un'arcata, è lungo m 56 e largo m 2,40. Un'iscrizione ricorda la sua edificazione nel 3 a.C. per uso privato di Caio Avillo e Caio Aimo Patavino. Risalendo il vallone del Loson si raggiunge il rifugio "Vittorio Sella" (2584 m), uno dei più noti osservatori faunistici del Parco nazionale del Gran Paradiso.

Bard

(149 ab.). Antico borgo medievale, sovrastato dal celebre forte eretto come castello nell'XI secolo da Ottone di Bard, e trasformato in fortezza nel 1242 dopo la conquista di Amedeo IV di Savoia. Demolito nel 1800 per ordine di Napoleone, l'edificio odierno è il risultato del rifacimento voluto da Carlo Alberto e comprende tre distinti complessi uniti da passaggi coperti. Di particolare rilievo è il Palazzo dei conti Nicole, ricostruito alla metà del Settecento su una struttura del secolo precedente.

Brusson

(917 ab.). Centro già noto in epoca romana, appartenuto in età medievale agli Challant. Brusson è posto nella valle percorsa dal torrente Evançon, denominata nella parte bassa valle di Challand, e nella parte alta, dopo Brusson, Valle d'Ayas. La valle, di origine glaciale con la caratteristica sezione a U, forma una S allungata aprendosi in conche ridenti e verdeggianti. Numerosi edifici del paese sono testimonianze dell'architettura rurale del XVII e XVIII secolo; la parrocchiale di S. Maurizio, edificata a fine Ottocento su progetto di Giuseppe Lancia, fu decorata internamente dai fratelli Artari di Verrès; la pala dell'altar maggiore è opera di Carlo Morgari (1931). A Valle di Brusson, la Valle di Challand si apre presso Arcésaz in un ampio pianoro formato dal prosciugamento dell'antico lago e dominato dal castello di Graines, edificato nell'XI secolo e restaurato all'inizio del Novecento da Alfredo d'Andrade.

Cervinia

(765 ab.). Celebre e frequentata località turistica, posta nella conca di Breuil- Cervinia, racchiusa entro un anfiteatro di montagne: a Ovest le vette de Les Jumeaux (3875 m) e del Dent d'Hérens (4179 m), a Nord il Cervino (4478 m), a Est il Corno di Téodulo (3468 m), la Testa Grigia (3480 m) e la Gobba di Rollin (3902 m). Dotata di un comprensorio sciistico che si estende per 175 km (collegato con la Valtournenche e con Zermatt, nel Vallese, tramite la funivia del Klein Matterhorn, la più alta d'Europa) e punto di partenza per svariate escursioni: al ghiacciaio del Plateau Rosa (3472 m), alla cresta del Furggen (3488 m), entrambi raggiungibili tramite funivia, al rifugio "Duca degli Abruzzi" (2802 m) e alla Croce Carrel (dal nome della guida alpina Jean Antoine Carrel).

Champdepraz

(657 ab.). Borgo della bassa valle della Dora Baltea. La seicentesca parrocchiale, dedicata a S. Francesco di Sales, mostra un monumentale altar maggiore intagliato (XVIII sec.). Champdepraz possiede inoltre interessanti esempi di architettura rurale, costruiti con materiali reperiti in loco (pietra e legno), che ricalcano modelli diffusi in altri comuni della bassa Valle d'Aosta. Le abitazioni rurali possono essere "dissociate" (più corpi separati destinati a diversi usi) o "concentrate" con un unico fabbricato comprendente l'alloggio ("lo pejo"), la stalla ("l'htabio") e il fienile ("lo payi(c)"). Si possono poi distinguere: la "grisse", piccolo edificio in pietra usato per essiccare le castagne (disposte su un soffitto a griglia e affumicate per ucciderne i parassiti); il "reucard", granaio per covoni costruito in tronchi squadrati di larice; lo "dzerbì" deposito per covoni chiuso su tre lati e affacciato sull'aia di trebbiatura. Risalendo il vallone percorso dal torrente Chalamy si entra in una zona interessata dall'intensa attività mineraria (magnetite, pirite, calcopirite) che vi si svolse dalla fine del XVII secolo alla metà del XX. La media e l'alta valle sono invece occupate dal Parco naturale del Mont Avic.

Champoluc

(343 ab.). Rinomata località di villeggiatura e sport invernali nella Valle di Ayas. Il comune copre un territorio che è denominato anche "Canton des Allemands"; comprende le pittoresche frazioni di Periasc, Frachey e Saint-Jacques, dalle quali partono interessanti escursioni e passeggiate verso laghi (lago Bleu e Gran Lago), ghiacciai e rifugi (rifugio "Mezzalama" 3004 m) di particolare suggestione.

Champorcher

(216 ab.). Comune nella Valle di Champorcher, percorsa dal torrente Ayasse. L'asprezza dell'entrata da Bard vincolò la percorribilità della valle, limitando anche lo sviluppo turistico, ma preservando il paesaggio alpino originario. Sopra le rovine del castello di Champorcher, di cui rimane una torre merlata, sorge la parrocchiale di S. Nicola, costruita nella prima metà del XVI secolo e più volte rimaneggiata; conserva all'interno pregevoli altari seicenteschi.

Châtillon

(4.648 ab.). Centro commerciale e industriale (stabilimenti tessili), allo sbocco della Valtournanche. La cittadina sorge in un sito abitato sin dall'Età del Bronzo; ebbe sempre un ruolo di primo piano nei traffici commerciali tra la Valle d'Aosta e i paesi transalpini, acquisendo particolare importanza a partire dal XVII secolo. L'antica parrocchiale di S. Pietro, completamente ricostruita all'inizio del Novecento, conserva però un campanile quattrocentesco. A fianco della chiesa sorge il duecentesco Castello degli Challant, ristrutturato nel XVIII secolo, che conserva all'interno affreschi quattrocenteschi. Domina la conca di Châtillon il castello di Ussel, il più antico esempio di monoblocco fortificato valdostano, edificato su una rocca alla metà del XIV secolo da Ebalo di Challant. A qualche chilometro da Châtillon si trova la piccola (4 ettari) Riserva naturale del Lago di Lozon, l'ambiente palustre più ricco della valle dal punto di vista fioristico.

Cogne

(1.448 ab.). Località di soggiorno estivo e di sport invernali, situata in parte nel Parco nazionale del Gran Paradiso, nella Valle di Cogne. La valle si estende per 25 chilometri lungo il bacino del torrente Grand Eyvia e si addentra nel massiccio del Gran Paradiso. Originariamente fu popolata da abitanti provenienti dalla valle del torrente Soana; dall'XI secolo fino al 1730 fu sotto la giurisdizione dei vescovi di Aosta. Cogne è nota soprattutto per le sue miniere di ferro che, nonostante l'altitudine tra i 2.000 e i 2.500 metri, vennero utilizzate fin dall'epoca romana. Ampiamente sfruttate nei secoli successivi (in particolar modo nel XIX secolo), vennero chiuse nel 1979 per esaurimento delle vene. L'aggregarsi degli insediamenti intorno al giacimento di Cogne, nell'alta valle, determinò scarsi legami con la valle della Dora Baltea, e privilegiò invece i collegamenti con le valli del Canavese, attraverso i passi del Gran Paradiso. Facili valichi portano inoltre alle attigue Valli di Champorcher e di Valsavarenche. Nell'abitato di Cogne sorge la parrocchiale di S. Orso, già esistente nel 1202, ristrutturata nel 1642 e rimaneggiata nell'Ottocento, quando venne rifatto il campanile. Sulla facciata, entro una nicchia, è collocata la statua di S. Orso, d'inizio Quattrocento. Sulla medesima piazza si trova il Castello reale, una casa-forte di epoca romanica, dove i vescovi aostani amministravano la giustizia, in seguito dimora di caccia di Vittorio Emanuele II. Nella piazza del Municipio una fontana in ferro ottocentesca ricorda la lunga attività della miniera, a cui sono legati anche alcuni edifici industriali e nuclei abitativi del comune; all'archeologia industriale è dedicato il Museo Minerario Alpino, allestito nell'ex villaggio dei minatori. Prodotti tipici dell'artigianato locale sono "les dentelles", pizzi lavorati al tombolo. A breve distanza da Cogne si trova il Giardino alpino Paradisia (che deve il nome al giglio bianco "Paradisea"), fondato nel 1955. Su un'estensione di 10.000 metri quadrati si possono ammirare oltre 1500 specie appartenenti sia alla flora alpina locale sia a quella di altre catene montuose europee ed extraeuropee.

Courmayeur

(3.000 ab.). Stazione turistica tra le più rinomate d'Europa, è disposta in un'ampia conca naturale dominata dal Monte Bianco. Nota ai Romani per le miniere di quarzo aurifero presenti nel suo territorio, nel Medioevo fu chiamata Curia Maior, da cui deriva l'attuale denominazione. Alla fine del Seicento la scoperta di acque minerali curative diede il via alla fortuna turistica del luogo. Lo sviluppo successivo si deve alle attività alpinistiche ed escursionistiche, tanto che nel 1850 vi nasce la prima "Società italiana di guide di alta montagna" per le esplorazioni del Monte Bianco (Courmayeur diede i natali a celebri guide alpine). La località è frequentatissima per le ampie possibilità di svolgervi gli sport invernali e per gli stupendi paesaggi. Nonostante gli accrescimenti edilizi e le modifiche urbanistiche, il centro storico offre ancora antiche testimonianze. La parrocchiale dei Ss. Pantaleone e Valentino, rifatta nel 1722, conserva il campanile romanico. All'interno della chiesa, altari barocchi in legno dorato nelle navate laterali e altar maggiore in marmo, di forme barocche. Notevole il Museo Alpino "Duca degli Abruzzi" aperto nel 1929, che ospita reperti di interesse naturalistico.

Web Trapanese Trapani La valle di Courmayeur e il massiccio del Monte Bianco

Dondenaz

Comune dell'alta Valle di Champorcher, percorsa dal torrente Ayasse. Dall'abitato partono interessanti escursioni e ascensioni. Seguendo le tracce della strada reale di caccia diretta a Cogne, fatta costruire da Vittorio Emanuele II di Savoia, si giunge al Lago Miserin (2578 m), uno dei luoghi più pittoreschi delle Alpi Graie, posto ai piedi del Monte Rosa dei Bianchi (3164 m). Sulle sponde del lago sorge il santuario della Madonna della Neve. Dal lago si giunge alla Finestra di Champorcher (2826 m), passaggio per la valle di Cogne.

Entrèves

Ultimo centro abitato della valle della Dora Baltea; da qui si dipartono nelle opposte direzioni le due valli Veny e Ferret, che costeggiano il massiccio del Monte Bianco verso la Francia e la Svizzera. A breve distanza da Entrèves si trova il traforo (lungo 11,6 km) che attraversa il massiccio del Monte Bianco collegando Entrèves a Chamonix- Mont-Blanc, inaugurato nel 1965. Il gruppo del Monte Bianco (4807 m) è il più elevato d'Europa e si estende per una superficie di 645 kmq tra l'Italia, la Francia e la Svizzera (il punto di contatto dei tre confini è il Mont Dolent, 3819 m). Il più lungo impianto di funivie del mondo attraversa il massiccio partendo da La Palud, presso Entrèves, e arriva fino a Chamonix-Mont-Blanc in territorio francese, offrendo un panorama straordinario sul Monte Bianco e sulle Alpi.

Etroubles

(428 ab.). Centro turistico montano, nella valle del Gran S. Bernardo. Sciovie. Vista della Grande Rochère (3.326 m).

Fénis

(1.593 ab.). Centro abitato sin dall'epoca romana, nel Medioevo feudo degli Challant. Il celebre Castello è uno dei monumenti medievali più importanti della regione. La fortezza difensiva risale al 1242, ma la costruzione attuale fu voluta intorno al 1340 da Aimone di Challant, che trasformò l'originario edificio fortificato in un palazzo residenziale, arricchito nella prima metà del secolo successivo da importanti cicli decorativi. L'edificio, a pianta pentagonale con torrette angolari, è attorniato da una doppia cinta di mura merlate. Dal cortile interno, con loggiato affrescato, si sale ai piani superiori; i dipinti delle pareti sopra lo scalone, raffiguranti S. Giorgio e il drago e santi che reggono cartigli, sono attribuiti ad artisti vicini a Giacomo Jaquerio e datati intorno al 1420. Sulla parete orientale i dipinti dell'Annunciazione e santi sono di Giacomino da Ivrea (1440 circa). Degna di nota all'interno la sala baronale con arredi d'epoca, e la cappella, che conserva affreschi del Quattrocento (Madonna della Misericordia, Crocifissione, Annunciazione). Proprietà degli Challant fino al 1716, il castello fu restaurato a fine Ottocento da Alfredo d'Andrade; la Regione Autonoma lo ha destinato a sede del Museo del Mobile valdostano.

Gressoney-la-Trinité

(274 ab.). Centro turistico estivo ed invernale nella valle di Gressoney, detta anche valle del Lys, dal nome del torrente che nasce dal Monte Rosa e la percorre interamente. L'ampia conca, attorniata dalla catena del Monte Rosa, fu feudo dei vescovi di Sion; questa terra fu occupata intorno al XIII secolo dalla popolazione Walzer, di origine sveva, che vi portò cultura e tradizioni proprie, ancora oggi presenti. L'abitato è località turistica di grande fama e offre modernissime attrezzature per gli sport invernali e per le ascensioni al Monte Rosa. Il massiccio è il secondo in Europa per elevazione: la quota più alta è raggiunta dalla Punta Dufour (4637 m) al confine tra l'Italia e la Svizzera. Il comprensorio sciistico del Monterosaski conta 86 impianti di risalita e 79 piste, che si estendono per ben 180 chilometri.

Gressoney-Saint-Jean

(803 ab.). Centro turistico ed invernale, a valle di Gressoney-la-Trinité, posto nella conca dominata dal ghiacciaio del Lyskamm. Fu fondato nel Duecento da pastori provenienti dal Vallese. Oltre a tipici edifici dei secoli XVII-XVIII, il centro conserva la chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, edificata nel Settecento da un originario edificio cinquecentesco. è preceduta da un portico seicentesco, con quattordici edicole recanti affreschi della Via Crucis, opera di Johan Joseph Franz Curta di Chamonal. All'interno della chiesa, nel Museo parrocchiale, si conserva un Crocifisso ligneo, della prima metà del Duecento. Immerso in un bosco di conifere, si erge il Castel Savoia, costruito nei primi anni del Novecento su progetto dell'architetto Emilio Stramucci per la regina Margherita di Savoia, che vi abitò fino al 1925.

Introd

(540 ab.). Comune posto all'inizio della valle di Rhêmes. Bacino del torrente Dora di Rhêmes, la valle si articola in diverse unità paesaggistiche di grande interesse naturalistico dove, grazie al limitato sviluppo turistico, si possono incontrare villaggi montani che conservano antiche architetture rurali. L'abitato di Introd è sovrastato dal Castello, il cui torrione centrale, già esistente nel 1244, è circondato da un fabbricato circolare, ampiamente rimaneggiato nel 1910 da Giovanni Chevalley durante la costruzione della cinta muraria merlata. Sulla strada che conduce al castello sorge un edificio rurale del XV secolo di particolare bellezza, detto l'"Ola", che fungeva da magazzino dei prodotti agricoli destinati al castello. La parrocchiale cinquecentesca presenta all'interno l'altare maggiore barocco in legno intagliato e all'esterno il campanile, con la parte superiore rifatta nel Seicento.

Issime

(386 ab.). Villaggio della bassa Valle di Gressoney, situato nel tratto in cui la valle si apre in una conca. La chiesa di S. Giacomo Maggiore, ricostruita a fine Seicento su antiche strutture dei secoli VI-IX, presenta sulla facciata un grande affresco con il Giudizio universale, opera del ginevrino Francesco Biondi (1698). L'edificio, a tre navate, conserva pregevoli altari dei secoli XVII-XIX; l'altar maggiore del 1698 è opera degli intagliatori Giuseppe il Vecchio e Giovanni Gilardi di Campertogno. Nel Museo parrocchiale si conserva un'interessante raccolta di arte sacra.

Issogne

(1.373 ab.). Centro ubicato nella bassa valle della Dora Baltea, sorge sulla destra orografica del fiume. L'edificio più rappresentativo è il Castello, già casa-forte, trasformato nell'assetto attuale, tra Quattro e Cinquecento, da Giorgio di Challant, protonotario apostolico e priore di S. Orso. è un ampio complesso quadrangolare con torri laterali, senza decorazioni esterne. Attraverso il portale gotico si accede al vasto cortile dove si trova la celebre fontana del Melograno, ottagonale con l'albero in ferro battuto, un tempo dipinto. Sette lunette sono affrescate con vivaci scene raffiguranti botteghe artigiane, ascrivibili alla scuola del maestro Colin (1499-1509), già attivo nella collegiata di S. Orso ad Aosta. Di particolare interesse gli ambienti interni, tra i quali la Sala baronale di Giustizia con affreschi che raffigurano paesaggi, scene di caccia e di vita cortese entro raffinate architetture illusionistiche; la cappella, con affreschi della scuola del Colin e altare gotico ligneo con trittico fiammingo; la camera di Giorgio di Challant detta anche "dei Cavalieri Mauriziani" e la stanza del re di Francia, detta anche "dei Gigli". Il castello venne acquistato nel 1872 dal pittore Vittorio Avondo il quale vi effettuò ampi lavori di restauro.

La Thuile

(777 ab.). Rinomata stazione di villeggiatura e di sport invernali, per i quali utilizza un comprensorio che, con la stazione francese di La Rosière, offre 135 km di piste. Fondato dai Romani, l'insediamento ebbe a partire dal XIX secolo un importante ruolo economico. Il nucleo originario del paese si articola intorno alla parrocchiale di S. Nicola, ricostruita nel 1796; all'interno si conserva un Crocifisso ligneo del XVI secolo. Numerose e suggestive le escursioni, tra cui quella alle spettacolari cascate del Lago del Rutor, dominato dal rifugio "Deffeyes" (2494 m), dal quale si risale al ghiacciaio del Rutor (3486 m). Dal colle di S. Carlo (m 1971) si sale alla Tête d'Arpy (2022 m), da cui si gode un'incantevole vista sulla conca di Courmayeur.

Montjovet

(1.454 ab.). Paese della bassa valle della Dora Baltea, deriva il nome dalla denominazione romana Mons Jovi. Su uno sperone roccioso a picco sulla Dora sorge il castello di Saint-Germain, con al centro una torre quadrangolare risalente al X-XI secolo, attorniata da edifici residenziali successivi. Poco sotto i ruderi del castello si trova la chiesa di Saint-Germain con campanile romanico. Nella frazione di Borgo, di impianto medioevale, la chiesa romanica di S. Rocco e la chiesa di S. Maria al Borgo, ricostruita nel XVIII secolo su strutture del XIV, con campanile in pietra trecentesco. All'interno altar maggiore ligneo seicentesco, alcune sculture in legno del XV secolo e, nel presbiterio, un Crocifisso trecentesco.

Morgex

(1.825 ab.). Centro situato in un'ampia conca della Valdigne. Costituita dall'alta valle della Dora Baltea, dalla valle di La Thuile e dalle ultime valli afferenti al Monte Bianco, la Valdigne trae il nome dal toponimo di origine celtica Vaudigne cioè "valle dei pini", dovuto alla grande estensione delle foreste fino all'epoca medievale. Anche il nome di Morgex deriva da un toponimo celtico (Morgam). La parrocchiale di S. Maria Assunta, di antica origine, fu ricostruita nel Seicento; la facciata conserva un bel portale gotico. All'interno affreschi cinquecenteschi e resti di sinopie romaniche, altar maggiore in legno scolpito del Settecento e notevole ciclo pittorico (datato 1492) di un maestro di cultura franco-fiamminga. Il Castello, con torre merlata centrale e fortificazioni addossate, risale alla seconda metà del XII secolo. A breve distanza dal paese, uno sbarramento idroelettrico della Dora Baltea ha creato una zona umida, ora Riserva naturale Marais, dove sostano e nidificano uccelli acquatici stanziali e di passo.

Pila

(50 ab.). Centro posto sul versante destro della Dora Baltea, a 18 chilometri da Aosta, in un'ampia conca di pascoli e prati. è una rinomata località di soggiorno e di sport invernali, collegata ad Aosta anche da una cabinovia.

Pont-Saint-Martin

(3.870 ab.). Cittadina al confine con il Piemonte e attraversata dal torrente Lys che nasce e trova alimento dai ghiacciai del Monte Rosa. Deriva il nome dall'antico ponte romano a un arco, costruito nel I secolo a.C., alto 23 metri e largo cinque, in uso fino al 1831, quando gli fu affiancato un ponte di legno, sostituito nel 1876 dall'attuale ponte in pietra. Dominano il centro i ruderi del castello risalente ai secoli X-XIV. Sulla rocca adiacente sorge il neogotico castello di Baraing.

Pré Saint-Didier

(997 ab.). Località di villeggiatura della Valdigne, nota sin dall'antichità per la sorgente di acque minerali curative. La parrocchiale di S. Lorenzo, di origine romanica, fu ristrutturata nel XV e XVII secolo. Notevole la vista sull'orrido scavato nella parete rocciosa dalla Dora di La Thuile.

Rhêmes-Notre-Dame

Comune sparso con sede a Bruil (53 ab.), nell'alta valle del torrente Dora di Rhêmes. Località di soggiorno estivo disposta in una conca verdeggiante attorniata da boschi, conserva abitazioni rustiche del Sei e del Settecento. La parrocchiale dell'Assunta, di origine quattrocentesca, fu ricostruita nel Settecento.

Rhêmes-Saint-Georges

Comune sparso con sede a Coveyrand-Vieux (118 ab.), situato nella bassa valle del torrente Dora di Rhêmes. Nel borgo si segnala la settecentesca chiesa di S. Giorgio, ricostruita sulle strutture di un edificio quattrocentesco. Notevoli le architetture rustiche con case a più piani del XVII e XVIII secolo.

Saint-Nicolas

(288 ab.). Località di soggiorno posta su un'altura dalla quale si ha una vista panoramica sull'area naturalistica del Bois de la Tour. Nel territorio sono state rinvenute tombe a cista dell'Età del Ferro, con arredi funerari. La parrocchiale di Saint-Nicolas, attorniata dal cimitero, fu costruita nel Seicento su strutture precedenti; conserva un bel campanile quattrocentesco, con aperture a bifore e copertura a cuspide. Nelle vicinanze si trovano il piccolo Museo "Jean Baptiste Cerlogue", dedicato al primo poeta in patois, e il Centro studi franco-provenzali "René Willien".

Saint-Pierre

(2.387 ab.). Paese della Valle della Dora Baltea. Il sito era già abitato nel tardo Neolitico (fine IV-inizi III millenio a.C.), come indicano i resti di insediamenti rinvenuti. Il castello, a strapiombo su un'altura rocciosa, domina il borgo. Già esistente nel XII secolo, nella seconda metà dell'Ottocento subì l'aggiunta di quattro torrette circolari e merli che gli conferirono l'attuale aspetto fiabesco. All'interno è ospitato l'importante Museo regionale di Scienze naturali della Valle d'Aosta. Accanto al Castello sorge la chiesa di S. Pietro, con uno splendido campanile romanico (metà XI sec.), con bifore decorate. Presso l'abitato sorge su un roccione il bellissimo Castello Sarriod de la Tour (XIV-XV sec.). All'interno, il salone presenta un soffitto ligneo quattrocentesco con mensole scolpite; gli ambienti conservano affreschi del XV secolo di cultura franco-fiamminga; nella cappella più antica si trovano frammenti di un duecentesco ciclo di affreschi con scene cristologiche.

Saint-Vincent

(4.989 ab.). Rinomato centro di villeggiatura della bassa valle della Dora Baltea. è divenuto un'importante stazione idrotermale dopo che nel 1770 fu scoperta una sorgente di acqua minerale curativa. Lo stabilimento termale "Fons Salutis", ampio complesso costruito nel 1900, è raggiungibile anche tramite funicolare. Oltre che alle terme, la rinomanza di Saint- Vincent è legata alla presenza del Centro Congressi, ospitato dal Grand Hotel Billia, in stile liberty (1907), e del Casino de la Vallée, dove hanno luogo prestigiose manifestazioni ("Grolle d'oro" per il cinema, Gran Gala Rouge et Noir, Gran Gala di S. Silvestro, ecc.). La cittadina conserva anche interessanti testimonianze del passato, a cominciare dal ponte romano, di cui rimane la spalla sinistra lastronata. La chiesa romanica di S. Vincenzo è stata in parte ricostruita nei secoli XV (abside centrale, arco trionfale), XVII (volte a crociera) e XIX (facciata e prime due campate interne). Del nucleo originale rimane la cripta a tre navate (XI sec.). Anche il campanile romanico è stato rifatto nella parte superiore tra XVI e XVII secolo. All'esterno l'abside romanica presenta archetti pensili e monofora; l'abside centrale quattrocentesca è affrescata con scene della Passione. All'interno, l'abside maggiore conserva le storie di S. Vincenzo Ferrer, dipinte da Giacomino da Ivrea nel 1445, alle quali si sovrapposero nel 1553 le scene della Passione di Filippo Cavallazzi da Varallo; nell'abside della navata sinistra sono dipinti i Ss. Pietro e Paolo (circa 1440), con stile che ricorda Konrad Witz.

Web Trapanese Trapani Panorama della conca di Saint-Vincent

Sarre

(3.832 ab.). Centro della valle della Dora Baltea, situato a pochi chilometri da Aosta. Il comune ha sede a Saint-Maurice. La parrocchiale, fondata intorno alla metà dell'XI secolo dai Benedettini e ricostruita nel XVII secolo, conserva un pregevole campanile romanico (XI sec.). Dell'originario edificio, costruito nel 1242 da Giacomo di Bard, il castello di Sarre conserva il torrione, mentre il resto fu costruito ad opera di Jean-François Ferrod che l'acquistò il castello nel 1708; Vittorio Emanuele II lo destinò a residenza di caccia. Curioso il salone decorato con trofei di stambecchi e camosci.

Valgrisenche

(189 ab.) Località di soggiorno estivo della Valgrisenche. La valle, tra le meno note della regione, conserva ambienti alpini di grande interesse; percorsa della Dora di Valgrisenche, si sviluppa per 26 chilometri terminando nella catena montuosa che domina la val d'Isère, al confine con la Francia. Nel 1957 la Valgrisenche venne sbarrata da una diga alta più di m 100, che formò il Lago di Beauregard, lungo quattro chilometri. Il villaggio è disposto su un pianoro coperto da prati e foreste. La chiesa di S. Grato, ricostruita nel 1894 da Giuseppe Lancia, ha un campanile tardo-romanico cuspidato, e ospita il Museo di Arte sacra, con oreficerie dei secoli XIII-XVI e sculture lignee sei-settecentesche di produzione locale.

Valsavarenche

Comune sparso della Valsavarenche, situato nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. Percorsa dal torrente Savara, la Valsavarenche si sviluppa con andamento rettilineo per 26 chilometri circa fino al confine con la piemontese valle della Soana; è dominata dal Gran Paradiso, il gruppo più considerevole delle Alpi Graie, il cui punto più elevato è raggiunto dalla vetta omonima (4061 m). Il comune ha sede a Degioz (m 1541, ab. 201), il cui nome in patois significa "foresta". Da notare la parrocchiale della Madonna del Carmine, di fondazione quattrocentesca e ricostruita nel 1887 in forme neoclassiche. Conserva una ricca collezione di arte sacra, con sculture lignee e oreficerie, di epoca medievale e moderna. Il campanile isolato fu eretto nel 1483, e presenta una finestra contornata da stemmi sabaudi.

Valtournenche

(2.263 ab.). Rinomata località di soggiorno e di sport invernali della Valtournenche. Legata alle imprese alpinistiche sul Cervino, è patria di famose guide e punto di partenza per numerosissime escursioni e ascensioni. La parrocchiale di S. Antonio, ottocentesca, fu costruita su strutture del XV secolo; nel presbiterio è sistemato un Museo d'Arte sacra che ospita oreficerie e sculture dei secoli XV e XVI.

Verrès

(2.694 ab.). Paese della bassa valle della Dora Baltea, posto all'imbocco della valle di Challand. Importante centro commerciale in passato, è oggi tra i più attivi centri industriali della valle. Domina l'abitato il castello, una delle espressioni più alte dell'architettura militare tardo-gotica. Fu eretto nel 1390 da Ibleto di Challant su strutture del XIII secolo, e completato nel 1536 da Renato di Challant. Si tratta di un'imponente struttura interamente in pietra, di forma cubica e senza torri angolari; ogni lato misura 30 metri, con muri di 2,50 m di spessore. All'interno ampi ambienti conservano camini di grandi dimensioni e di diverse tipologie; notevole lo scalone, retto da archi rampanti.

Villeneuve

(1.031 ab.). Centro della Valle della Dora Baltea. Su una ripida altura rocciosa sorge l'antica parrocchiale di S. Maria, eretta nella seconda metà dell'XI secolo su un battistero paleocristiano del V secolo. La facciata e il campanile romanico sono stati largamente rimaneggiati. L'interno, a tre navate irregolari, conserva sotto la zona absidale l'antica cripta. In posizione strategica per l'accesso alla Valdigne, dominano il paese le rovine del Castello di Châtel-Argent (così denominato perché vi si batteva moneta) risalente al XII-XIII secolo e a lungo controllato dai Savoia.

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