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GEOGRAFIA - ITALIA - TOSCANA

PRESENTAZIONE

La Toscana è la regione più settentrionale dell'Italia centrale. Di forma vagamente triangolare, confina a Nord con la Liguria e l'Emilia, ad Est con le Marche e l'Umbria, a Sud con il Lazio e ad Ovest con il Mar Tirreno. Il confine con la Liguria è costituito da quella netta demarcazione geografica che è l'alta e media valle del Magra (Lunigiana); quello con l'Emilia, dal tratto dell'Appennino Tosco-Emiliano compreso tra il Passo del Bratello (845 m) e il Monte Fumaiolo (1.408 m). Il confine della Toscana con il resto dell'Italia centrale (Marche, Umbria e Lazio) non è nettamente delimitato. Infatti si addentra nelle Marche e oltrepassa il confine naturale rappresentato dall'Appennino Tosco-Marchigiano; quindi scende tortuosamente verso il Meridione sfiorando il Lago Trasimeno, in Umbria, e lasciando al Lazio la zona che domina il Lago di Bolsena, fino a raggiungere il litorale tirrenico tra Orbetello e Civitavecchia. è una regione prevalentemente collinosa, tra le più estese d'Italia (22.997 kmq). La sua popolazione totale raggiunge i 3.516.296 abitanti, con una densità media di 154 abitanti per kmq. Si ripartisce in nove province, tutte con antica storia e antiche tradizioni. Oltre al capoluogo, Firenze, ricordiamo Massa e Carrara, Lucca, Pistoia, Pisa, Prato, Livorno, Siena, Arezzo e Grosseto.

Cartina della Toscana

IL TERRITORIO

Il territorio toscano è per la maggior parte collinoso (oltre il 60%). Solo una superficie molto esigua è pianeggiante, mentre il restante 25% è montuoso. La pianura si snoda soprattutto lungo la costa, che si estende sul Mar Tirreno. Ha una lunghezza di 329 km; la sua estremità settentrionale è costituita dal centro balneare di Marina di Carrara, subito a Sud del Golfo di La Spezia; quella meridionale dal territorio dove nasce il fiume Fiora. Partendo da Nord, la zona costiera inizia con la stretta striscia pianeggiante della Versilia. Qui sorgono i maggiori centri balneari e di villeggiatura tirrenici: Marina di Carrara, Marina di Massa, Marina di Pietrasanta, Forte dei Marmi, Viareggio. La Versilia finisce dopo Torre del Lago Puccini. Ha quindi inizio la pianura deltizia del fiume Arno, celebre per le meravigliose pinete marittime di Migliarino, Tombolo e San Rossore. La fascia costiera, bassa e sabbiosa fino a Livorno, poi si restringe sempre più e si incurva in ampi golfi da Livorno a Punta Ala. Qui diviene elevata e piuttosto rocciosa, per poi tornare bassa presso Grosseto e presso la piana del delta del fiume Ombrone, dove sorgono numerose pinete; termina infine con la laguna di Orbetello, sovrastata dal Monte Argentario. Nella parte più meridionale s'allarga la Maremma toscana, un tempo paludosa e acquitrinosa ed oggi bonificata. Di fronte alla costa si estende l'Arcipelago Toscano (1.330 kmq), di cui la maggiore isola è l'Elba. Essa si trova a dieci chilometri dal litorale, da cui è separata dal Canale di Piombino. Le altre isole sono: Capraia, Pianosa, Montecristo, Giglio e Giannutri; esse si allargano ad arco, sempre davanti alla costa toscana, tra il Canale di Piombino e il promontorio del Monte Argentario. Alle spalle di quest'ultimo si estende la zona protetta del Parco dell'Uccellina, ricca di fauna e flora tipiche della fascia litorale tirrenica.
La zona collinare è costituita dall'Anti-Appennino che, ad eccezione del Monte Amiata (1.734 m) e del Monte Favetto (1.082 m), ha cime inferiori ai 1.000 metri di altezza. Questi rilievi sono coperti, specialmente nella vasta zona della Maremma, da macchie arbustive, vale a dire dalla cosiddetta macchia mediterranea. Sulle pendici collinari sono anche presenti i lecci, i pini, le querce, che danno a gran parte del paesaggio collinoso toscano quel tipico aspetto verdeggiante. Non mancano tuttavia colline argillose e sabbiose, soprattutto nel Senese, nel Volterrano e nell'alto Valdarno. Tra Firenze e Siena si estendono le colline del Chianti, ricoperte da ricchi vigneti e uliveti. Al centro della regione si elevano le Colline Metallifere, che si trovano in provincia di Siena, così chiamate perché un tempo vi era intensa l'attività mineraria. I rilievi collinari talvolta mostrano i segni di profonde erosioni causate dalla friabilità dei terreni; frequenti sono quindi anche le formazioni franose. Tra queste colline si aprono numerose vallate: quella dell'Arno nel suo tratto medio, che prende il nome di Valdarno; la Val di Chiana, a Sud di Arezzo; la Val di Nievole, a Sud di Pistoia; le valli dell'Albegna e dell'Ombrone, nella parte meridionale della regione.
L'area montana è formata dall'Appennino Tosco-Emiliano che, con alcune cime, supera i 2.000 m. Da esso si dipartono numerose vallate, solcate da fiumi: la Lunigiana, percorsa dal Magra, la Garfagnana dal Serchio, il Mugello dalla Sieve, il Casentino dal corso superiore dell'Arno. Tra la Garfagnana e il mare si innalzano le Alpi Apuane, dalle cui cave si ricavano marmi pregiati. Dal versante meridionale del Monte Falterona nasce l'Arno, il più lungo fiume toscano. Esso aggira il massiccio del Pratomagno e, superata Firenze, attraversa l'ampia pianura del Valdarno, sfociando poi nel Mar Tirreno. Tra gli altri fiumi ricordiamo: il Magra, di 62 km, che nasce dal Monte Borgognone presso la Cisa e si getta in mare in territorio ligure; l'Ombrone, di 160 km, che nasce presso i Monti del Chianti e sfocia nel Tirreno nei pressi di Grosseto, e infine l'Albegna e il Cecina. Il clima è quello tipico delle regioni tirreniche, caratterizzato da inverni abbastanza miti e piovosi ed estati secche e calde.

Panorama della Maremma

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PARCHI NAZIONALI E REGIONALI

Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano

Istituito con Decreto del presidente della Repubblica 22 luglio 1996, comprende le isole di Capraia, Giannutri, Gorgona e Montecristo, parte dell'Isola d'Elba, del Giglio e l'intera Isola di Pianosa. Gli ambienti marini occupano i tre quarti dell'intero Parco nazionale, e rappresentano un patrimonio ecologico di grande valore. Si estendono, in parte o interamente, attorno alle isole di Capraia, Giannutri, Gorgona, Montecristo e Pianosa. Caratteristica abbastanza diffusa è la profondità dei fondali, spesso rocciosi e ripidi. Nelle parti ecotonali, tra i due livelli di marea, è ancora possibile rinvenire il pomodoro di mare, un ottimo indicatore della qualità delle acque. A maggiori profondità sono presenti: il corallo rosso, alcune spugne, il falso corallo, le corna di cervo e alcuni celenterati come le gorgonie. I mammiferi marini comprendono delfini e tursiopi, mentre sono più rare le balene e altri cetacei, come la foca monaca, ormai presente occasionalmente nei mari dell'Arcipelago. Tra le numerosissime specie di pesci, si segnala la presenza di cernia, ormai poco diffusa e rara, e del pesce spada. Sono comunque presenti anche molti pesci di importanza commerciale, come dentici, orate, paraghi.

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Isola d'Elba

Con una superficie di 223,5 kmq, l'Isola d'Elba, che si protrae tra la terraferma e la Corsica, è la terza isola italiana per grandezza dopo la Sicilia (25.460 kmq circa) e la Sardegna (24.100 kmq). La perimetrazione del Parco, che si estende anche agli scogli e isolotti minori che la circondano, copre il 57,7% della sua superficie ed è limitata alla terraferma. L'isola ha natura prevalentemente montuosa e culmina nel Monte Capanne (1.019 m), un massiccio situato nella parte occidentale. Il versante orientale dell'isola, con la dorsale montuosa della Cima del Monte (516 m) e del Monte Calamita (413 m) presenta consistenti giacimenti ferriferi, oggetto di estrazione da millenni. La costa, che ha uno sviluppo di 147 km, presenta pareti rocciose a cui si alternano ampie insenature sabbiose. La varietà morfologica e climatica rende l'isola particolarmente ricca dal punto di vista vegetale: oltre alla macchia mediterranea che caratterizza gran parte dell'isola, nelle pendici settentrionali più fresche del Monte Capanne troviamo anche alcuni boschi di castagno, di tasso e agrifoglio. Di notevole interesse è la vegetazione delle coste rocciose con l'importante presenza del ginepro fenicio. Molte le pinete, di origine antropica, per gran parte costituite da pino domestico o pino marittimo. La vegetazione delle dune con le sue specie caratteristiche è quasi del tutto scomparsa, ad eccezione della duna di Lacona, a causa dell'utilizzo a fini turistico-balneari delle coste sabbiose. La fauna dell'isola, con gli scogli e gli isolotti che la circondano, presenta specie rare, marine e terrestri, di uccelli nidificanti, alcune legate agli isolotti e alle scogliere meno accessibili, come il gabbiano corso e il marangone dal ciuffo, altre alle pareti rocciose, come il falco pellegrino, altre ancora alle macchie basse e alle garighe mediterranee, come la sterpazzola di Sardegna, la magnanina sarda o il venturone corso. L'Elba, insieme alle altre isole dell'Arcipelago, rappresenta inoltre un'area di primaria importanza per la sosta durante le migrazioni. Tra i mammiferi, oltre al muflone e al cinghiale, introdotti o reintrodotti in tempi recenti, sono da ricordare la martora, unico carnivoro presente nell'isola, il ghiro e il topo selvatico. Sono da segnalare fra gli anfibi la raganella, fra i rettili i gechi presenti anche nelle altre isole dell'Arcipelago, il biacco, la vipera e la testuggine terrestre di Hermann. L'Elba fu abitata sino dai tempi più remoti. Gli Etruschi ne sfruttarono i giacimenti di ferro per rifornire le fornaci di Populonia di materiali ferrosi, e i Romani la trasformarono in un'importante base navale. Durante il Medioevo e nei secoli successivi fu contesa dalle Repubbliche marinare di Pisa e Genova, da Lucca, dalla Spagna, dalla Francia, dall'Inghilterra e dal Regno di Napoli. Dal 3 maggio 1814 al 26 febbraio 1815 fu residenza di Napoleone che vi si ritirò in esilio. Il Congresso di Vienna la assegnò al Granducato di Toscana di cui seguì le vicende storiche. Molto caratteristici sono i paesi di Capoliveri, Marciana Marina, Marina di Campo, Porto Azzurro, Procchio, Rio Marina. Il capoluogo è Portoferraio e conserva la Villa Napoleonica di San Martino, residenza estiva dell'Imperatore, la casa di Napoleone, la villa romana e le terme di San Giovanni.

Marciana Marina (Isola d'Elba): veduta della spiaggia

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Isola del Giglio

Seconda isola per grandezza dell'Arcipelago l'Isola del Giglio (lunga 8,7 km, larga 4 km e con 28 km di coste) dista appena 14 km dalla terraferma. La provenienza del nome di quest'isola è facilmente deducibile: già per i Romani questo luogo era Igilium, lillà bianco. Tuttavia le fitte foreste descritte dagli antichi oggi sono completamente scomparse. Ha natura montuosa con coste alte e rocciose e rare insenature. è di natura granitica, ad eccezione del promontorio del Franco che ha substrato calcareo. Il Parco interessa circa il 43% della superficie terrestre dell'isola, e comprende anche i principali scogli e isolotti che la circondano. La vegetazione naturale ha subito profonde modificazioni ad opera dell'uomo: dell'originaria foresta di leccio non rimangono che pochi lembi isolati. La lecceta si presenta più frequentemente nei suoi stadi di degradazione, in cui compaiono anche il corbezzolo e l'erica. Per quanto riguarda la fauna, il Giglio, come l'Isola d'Elba, costituisce un'importante area di sosta per gli uccelli migratori, ed ospita numerose specie nidificanti terrestri e marine, oppure legate ad habitat rocciosi o alle garighe mediterranee. Fra queste citiamo il comune gabbiano reale, il gabbiano corso e il falco pellegrino. Le coste più inaccessibili una volta ospitavano la foca monaca, oggi considerata la specie più minacciata del Mediterraneo. Lo sviluppo storico, influenzato da Etruschi, Romani, Pisani, Genovesi e pirati, è grossomodo equivalente a quello dell'intero gruppo di isole toscane: la popolazione veniva costantemente minacciata, deportata e trucidata. A metà del XVI sec. i Piccolomini, all'epoca i signori dell'isola, inviarono su Giglio 40 famiglie per ripopolarla dopo che era stata completamente devastata. Oggi su Giglio vivono circa 1.800 persone, la cui fonte principale di reddito sono il turismo e la viticoltura, quest'ultima favorita dal clima mite e secco. Le tre località principali sono Giglio Porto, con la sua bella insenatura, Giglio Castello, centro storico circondato da alte mura con un castello che domina su tutta la località e Giglio Campese, sorto in seguito allo sviluppo turistico lungo la spiaggia sabbiosa di 500 m.

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Isola di Capraia

Isola prevalentemente vulcanica, ha un'estensione di 1.930 ettari, di cui circa l'80% ricadono nel perimetro del Parco. Questo si estende anche a mare, tranne che nella fascia antistante il porto ed il paese, e prevede una zona a maggiore tutela da Punta del Trattoio a Punta della Manza, sulla costa occidentale. La costa, alta e frastagliata, ha uno sviluppo di 27 km. Nell'isola è presente l'unico specchio d'acqua dolce naturale dell'Arcipelago, lo Stagnone, sul crinale occidentale. La vegetazione, spesso condizionata dalla passata azione antropica, è costituita da macchia alta a corbezzolo ed erica, da macchia bassa a cisto, da macchia ad euforbia arborea, da gariga ad erba gatta, elicriso e stregona spinosa; da segnalare la presenza di boscaglie riparie ad oleandro lungo il Vado del porto e il Vado dell'Aghiale. Per quanto riguarda la fauna, l'isola è un importante sito di nidificazione per diverse specie ornitiche marine rare, come marangone dal ciuffo, gabbiano corso, berta minore, o terrestri come falco pellegrino, magnanina sarda, sterpazzola di Sardegna, venturone corso. Rappresenta inoltre un'area strategica di sosta per gli uccelli migratori. Fra i mammiferi, oltre al coniglio selvatico e alla crocidura minore, sono da ricordare il muflone, introdotto anche a seguito dell'estinzione delle capra selvatica, e l'ormai estinta foca monaca. L'unico anfibio presente è la raganella. Fu soprannominata dai greci Aegilon; il suo attuale nome gli venne attribuito dai Romani. Dal 1987 è tornata a essere accessibile liberamente. Fino ad allora era invece riservata ai detenuti e alle guardie penitenziarie. Dopo la chiusura del carcere nel 1986, sull'isola, ricoperta solo da una folta macchia e abitata da appena 350 persone, si è sviluppato un modesto turismo. Le poche attrazioni isolane si possono raggiungere tutte a piedi, poiché la rete stradale di Capraia è lunga appena 800 m. La chiesetta della Vergine Assunta sorveglia già da 700 anni il pittoresco porto, mentre nelle vicinanze si trovano le rovine di una villa patrizia romana, nonché un busto marmoreo di Venere ben conservato. La torre del porto, che domina l'abitato, fu eretta nel 1516 dai Genovesi su un nucleo originario pisano e insieme all'imponente Forte di San Giorgio per proteggere gli abitanti dagli assalti dei pirati. Nella zona centrale del Piano gli eremiti edificarono nel V secolo una cappella per Santo Stefano, una delle chiese cristiane più antiche dell'arcipelago, che però fu distrutta nel XII secolo dai predatori del mare.

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Isola di Giannutri

Piccola isola calcarea, la più meridionale dell'Arcipelago, è estesa per 241 ettari, interamente compresi nel territorio del Parco; questo interessa anche parte del mare circostante per due zone a Nord e a Sud dell'isola: sono escluse pertanto Cala Maestra ed il Golfo dello Spalmatoio. La vegetazione originaria, costituita da macchia mediterranea e lecceta, è stata profondamente modificata soprattutto a causa dei frequenti incendi. Boschi di leccio, prevalentemente cedui, rimangono nella parte Nord dell'isola; altrove domina la macchia mediterranea con lentisco, mirto, euforbia e cisto. Vicino al mare prevalgono il ginepro, il lentisco, l'olivastro, l'alaterno. Presenti anche rimboschimenti a pino d'Aleppo presso la Villa Romana. Molte sono le specie rare ornitiche nidificanti, sia marine, come berta maggiore e marangone dal ciuffo, sia legate ad habitat rocciosi, come falco pellegrino, o alle garighe mediterranee, quali ad esempio la magnanina sarda. Rappresenta inoltre un'importante area di sosta per gli uccelli migratori. La minuscola isola venne definita dai Romani Dianum in onore alla dea della caccia Diana. Alcune parti di Giannutri sono oggi destinate a riserva di caccia. I numerosi e interessanti reperti archeologici testimoniano la presenza dei Romani. Tra questi ci sono i resti di una villa del I sec. con mosaici, affreschi decorativi e colonne di granito, rovine di un bagno termale nonché di cisterne e fontane. Le acque ricche di fauna ittica e la rigogliosa vegetazione mediterranea hanno reso l'isoletta un meraviglioso paradiso per il turismo.

Isola di Montecristo

Isola granitica di 1.043 ettari, il suo territorio è interamente compreso nel Parco. Già Riserva naturale dello Stato dal 1971, è entrata a far parte del Parco fin dall'emanazione del Decreto di perimetrazione provvisoria del 1989. Il Parco comprende anche una parte a mare che la circonda completamente, estesa per un raggio di 3 miglia dalla linea di costa; vi vige, unica isola del Parco dell'Arcipelago, anche il divieto di balneazione. Vi si accede solo con visite guidate. L'isola è totalmente montuosa. La vegetazione, fortemente degradata da frequenti incendi e da un intenso pascolo caprino, conserva ancora tuttavia un notevole interesse dal punto di vista floristico e fitogeografico, soprattutto per quanto riguarda la vegetazione erbacea. Per la fauna, anche Montecristo rappresenta un'importante area di nidificazione per uccelli marini o legati ad ambienti rocciosi. Si segnalano gabbiano corso, falco pellegrino e berta minore. Presente la capra selvatica, introdotta nei tempi antichi; da ricordare l'importanza rivestita una volta da quest'isola come sito riproduttivo per la foca monaca, la cui presenza risulta solo da sporadici avvistamenti ormai datati.

Isola di Pianosa

L'isola, completamente compresa nel Parco, ha una superficie di circa 1.032 ettari; la sua caratteristica morfologia pianeggiante, con il suo punto più alto a 27 m, la rende diversa da tutte le altre isole dell'Arcipelago. La presenza di un carcere di massima sicurezza, dismesso dal 1998, l'ha resa pressoché inaccessibile ed ha consentito la conservazione dell'ambiente marino e costiero; la vegetazione dell'interno, invece, ha subito profonde modificazioni a causa dell'agricoltura e del pascolo, praticate in passato dai detenuti. Gli unici lembi di vegetazione naturale sono situati lungo la costa e comprendono prevalentemente macchia bassa a lentisco, a ginepro e ad olivastro. Nell'isola nidificano specie di avifauna marina rare e localizzate come berta maggiore e marangone dal ciuffo; alle scogliere sono legati il falco pellegrino e il gheppio, mentre nella macchia sono segnalate anche magnanina e magnanina sarda. Le zone un tempo pascolate sono luogo di alimentazione e riproduzione per molte specie, tra le quali calandrella, rondine e balestruccio, che contribuiscono, insieme alle specie presenti negli altri habitat dell'isola, a fare di Pianosa la seconda isola per numero di specie nidificanti, nonostante le sue dimensioni e l'assenza di rilievi. Il limitatissimo disturbo e la presenza di pascoli e coltivi rendono inoltre l'isola di grande interesse per lo svernamento e per la sosta degli uccelli migratori. Tutta la fascia a mare a un miglio dalla costa è Area naturale marina di interesse nazionale.

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Isola di Gorgona

L'isola più settentrionale dell'Arcipelago, con i suoi 228 ettari è la minore per superficie, ad eccezione degli isolotti di Cerboli e Palmaiola, ed è interamente compresa nel Parco, che include anche una vasta porzione a mare. La presenza, fin dal 1863, di una colonia penale che ha utilizzato solo una parte limitata del territorio insulare, ha consentito il mantenimento di buone condizioni di naturalità nell'isola. La fruibilità è attualmente garantita in accordo con le autorità carcerarie e gli stessi detenuti partecipano in qualche misura al progetto di fruibilità dell'isola. La morfologia è distinta in due settori, con il versante occidentale più scosceso e inaccessibile, e quello orientale degradante fino alla linea di costa. Sono presenti pinete a pino d'Aleppo e pino domestico, nella parte centrale dell'isola, a Nord e a Nord-Est; nei versanti meridionali, occidentali e orientali domina invece la macchia mediterranea, con rosmarino, erica e lentisco. La fauna è conosciuta in modo incompleto, a causa della relativa difficoltà di accesso all'isola, che costituisce tuttavia un importante sito di nidificazione per diverse specie di uccelli rare, marine e terrestri ed area di sosta per i migratori.

Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, del Monte Falterona e di Campigna

Vedi Emilia-Romagna, Parchi Nazionali e Regionali.

Parco Nazionale dell'Appennino Tosco-Emiliano

Vedi Emilia-Romagna, Parchi Nazionali e Regionali.

Parco naturale regionale della Maremma

Istituito con Leggi Regionali 5 giugno 1975 n. 65 e 16 marzo 1995 n. 24 e con Decreto del presidente della Repubblica 22 luglio 1996, il Parco Regionale della Maremma, noto anche come Parco dell'Uccellina, si estende lungo il tratto di costa compreso tra Principina a Mare e Talamone ed è delimitato verso l'interno dalla ferrovia Livorno-Roma. Dal punto di vista paesaggistico l'area è ricca e suggestiva, caratterizzata da elementi geografici diversi: la dorsale dei monti dell'Uccellina con i 417 m di Poggio Lecci, l'ultimo tratto del fiume Ombrone, che separa la pianura alluvionale parzialmente bonificata, dall'area palustre della Trappola, la costa caratterizzata ora da lunghi tratti sabbiosi, ora da ripide falesie. La palude della Trappola costituisce uno dei più vasti lembi di palude salmastra della Toscana. Per quanto riguarda i beni storico-architettonici, interessanti sono i ruderi del periodo etrusco-romano, rinvenibili nei pressi di Talamone e lungo l'Ombrone, e L'Abbazia di San Rabano, di epoca medioevale come le torri costiere.
La vegetazione rispecchia, nella sua ricchezza, la varietà paesaggistica; i tratti di costa sabbiosa sono caratterizzati dalla tipica successione della vegetazione disposta in fasce parallele, dal litorale verso le formazioni boschive interne. Già a breve distanza dal mare sono presenti le prime formazioni pioniere di specie alofile, legate cioè a terreni ricchi di sali, quali ruchetta di mare e convolvolo delle sabbie. Questa fascia precede i caratteristici cordoni dunali ove si localizzano specie perenni consolidatrici quali sparto pungente e gramigna delle spiagge, accompagnate da altre specie quali giglio marino, eringio marino e camomilla marina; la zona retrodunale è invece occupata da lentisco e ginepri, che precedono l'ampia pineta di impianto granducale. Questa è costituita da pino marittimo e soprattutto da pino domestico, specie non autoctona ma che qui, a differenza di altre pinete toscane, riesce a rinnovarsi naturalmente. Nella zona del padule della Trappola le zone umide retrodunali sono ampie ed occupate da formazioni vegetali che si differenziano a seconda del grado di salinità dell'acqua che affiora: dove l'acqua è più salmastra sono presenti i salicornieti, mentre dove prevale l'acqua dolce si osservano i giuncheti, cariceti e scirpeti. Sono anche presenti alcuni lembi di bosco mesofilo con olmo, frassino ossifilo e pioppo bianco, che si alternano a brevi tratti di pineta e a siepi di lentisco. La vegetazione palustre si estende a tratti anche a Sud dell'Ombrone, dove viene gradualmente sostituita dalla pineta. Le fasce costiere rocciose sono caratterizzate da specie esclusive di questi ambienti, come la cineraria, la barba di giove, l'elicriso e la rara palma nana. Il versante marino delle colline è dominato dalla macchia mediterranea bassa, mentre sul versante occidentale, più fresco, è presente il leccio, il corbezzolo, l'acero trilobo, la roverella e l'orniello; qui si trovano anche la sughera, insieme a ginestra spinosa ed erica, soprattutto nelle aree interessate in passato dagli incendi. Tra i monti dell'Uccellina e la via Aurelia è inoltre presente un'area occupata da attività agricole con seminativi, vigneti ed oliveti.
La fauna è varia e ben rappresentata; numerosi gli ungulati, come capriolo, daino e cinghiale (su queste ultime due specie sono in atto interventi di controllo della popolazione con lo scopo di ridurre i danni alla vegetazione naturale e alle colture). Fra le altre specie di mammiferi che caratterizzano il Parco sono da menzionare istrice, tasso, volpe e faina. Il gatto selvatico, sicuramente presente fino al 1970, è probabilmente presente ancora oggi anche se con densità assai basse. La fauna ornitica si presenta particolarmente ricca e concentrata nelle zone umide prossime alla foce del fiume Ombrone e nel tratto finale dell'Ombrone stesso, dove svernano germano reale, alzavola, fischione, codone (raro), mestolone, canapiglia (rara), e oca selvatica. Quest'ultima specie in particolare è presente con uno stormo insediato nei primi anni di vita del Parco, giunto oggi a sfiorare le 500 unità. Durante la migrazione primaverile sono presenti marzaiola e pittima reale. Cospicua anche la presenza di chiurlo, pavoncella e piviere dorato. è noto da alcuni anni lo svernamento dell'occhione, che in quest'area è anche nidificante. Presenze significative dell'ornitofauna del Parco sono anche gheppio, biancone e falco pellegrino fra i rapaci diurni, magnanina e passero solitario fra i passeriformi. Fra le specie estive è da sottolineare la presenza di importanti popolazioni di ghiandaia marina e gruccione. Anche se non fanno parte della fauna selvatica, sono senz'altro da ricordare le tipiche vacche maremmane che, assieme ai cavalli semibradi, sono divenute uno degli elementi più caratteristici del paesaggio agro-pastorale della Maremma.

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La bonifica maremmana

La Trappola, con altri piccoli lembi palustri relitti, è ciò che resta della vasta area palustre maremmana, oggetto di interventi di bonifica a fini agricoli e sanitari fin dal '500 con i Medici, dopo l'annessione del territorio al Granducato di Toscana. L'aspetto sanitario ha pesantemente condizionato questi luoghi: basti pensare che la "malaria", oggi completamente debellata, fino al 1925 colpiva in estate l'80% della popolazione. Se i Medici nel '500 attuarono i primi tentativi di bonificare l'area, fu solo tre secoli più tardi con Leopoldo II di Lorena che la palude maremmana divenne oggetto di un progetto globale di recupero. L'Azienda di Alberese, (che rimase ai Lorena anche dopo l'Unità d'Italia) fu frazionata, provvista di canali per lo scolo delle acque, ma soprattutto posta sotto la vigilanza di un ufficio che garantiva l'adozione di misure gestionali d'avanguardia. Quando nel 1859 la Toscana fu annessa al Regno d'Italia, il volto del territorio era già profondamente mutato: l'Azienda di Alberese, ad esempio, era nota a livello nazionale per le produzioni agricole e per la presenza di numerose greggi. Con l'avvento del fascismo, infine, le nuove tecnologie per il pompaggio dell'acqua con l'utilizzo di idrovore hanno completamente trasformato l'aspetto dei luoghi, riducendo le aree palustri a pochi lembi relitti, che rivestono oggi una grande importanza per la conservazione anche in ragione della loro rarità.

Parco naturale regionale delle Alpi Apuane

Istituito con Leggi Regionali 21 gennaio 1985 n. 5 e 11 agosto 1997 n. 65 il Parco Regionale delle Alpi Apuane interessa una delle aree di maggior valore naturalistico della Toscana e dell'Italia. La nascita del Parco è stata conseguente ad un lungo periodo di "gestazione" iniziato negli anni '70 e culminato in una petizione popolare.
Le Alpi Apuane sono localizzate nella Toscana settentrionale a costituire un massiccio montuoso parallelo alla catena appenninica e delimitato dai bacini del fiume Magra a Nord, del fiume Serchio a Est e a Sud e dalla costa tirrenica a Occidente. La sua collocazione geografica e la sua estrema diversità geomorfologica e climatica sono il presupposto per l'altrettanto elevata varietà faunistica, floristica e vegetazionale. La peculiarità geologica delle Apuane risulta evidente osservando il netto contrasto morfologico con la vicina catena appenninica: le rocce metamorfiche e prevalentemente carbonatiche delle Apuane creano una caratteristica morfologia alpina con pinnacoli, guglie e pareti verticali che contrastano con gli ampi crinali prativi del vicino Appennino (costituito prevalentemente da arenarie e marne). In particolare nel territorio del Parco affiora l'intera sequenza metamorfica apuana. I vasti affioramenti di marmo sono conosciuti in tutto il mondo (in particolare quelli del prezioso marmo statuario) e sono sfruttati da una sviluppata attività estrattiva che costituisce per l'area apuana una importante risorsa economica, ma che, negli ultimi decenni, ha causato notevoli problemi di compatibilità con le emergenze ambientali del Parco. All'estrema complessità morfologica delle Alpi Apuane, il cui rilievo più elevato (Monte Pisanino) sfiora i 2.000 m, ha contribuito, oltre al condizionamento geologico e tettonico, l'azione erosiva operata dagli agenti atmosferici, dai fiumi, ma soprattutto dai ghiacciai Wurmiani. Alle importanti emergenze ambientali si uniscono testimonianze della secolare presenza umana che ha modellato, insieme ai fattori ambientali, il paesaggio apuano. La presenza umana risale probabilmente al Paleolitico medio, quando gruppi di cacciatori trovavano rifugio nei numerosi anfratti naturali, oggi sede di importanti ritrovamenti (Grotta di Equi, Grotta all'Onda). Per tutta la seconda metà del I millennio a.C. le Apuane furono popolate dai Liguro-Apuani una popolazione di pastori-guerrieri che ha lasciato importanti testimonianze della sua cultura nelle numerose e caratteristiche statue stele che oggi si possono ammirare nel Museo di Pontremoli. Ancora più visibili sono le tracce dell'occupazione romana (dal II secolo a.C.), evidenti nella struttura di alcuni centri abitati, ma soprattutto legate all'escavazione del marmo nell'attuale entroterra carrarese. Secoli di storia e di invasioni di popoli stranieri hanno modellato la locale cultura, condizionata nella sua struttura sociale e territoriale soprattutto dal lungo periodo del Medioevo: la presenza di borghi medioevali e centri fortificati (Careggine, Trassilico, Minucciano, ecc.) è infatti una caratteristica del territorio apuano, soprattutto nei versanti della Garfagnana. Le tracce di questa secolare cultura montana, ricca di alpeggi, metati e antiche mulattiere, costituisce, insieme alle testimonianze della millenaria storia del marmo, come le cave romane o le vie della lizza (le antiche vie di trasporto del marmo dalle cave al fondovalle), un patrimonio di assoluto valore la cui tutela e valorizzazione rappresenta una delle finalità del Parco Regionale.
Le diverse condizioni altitudinali, morfologiche e di esposizione che caratterizzano l'area apuana creano particolari e localizzati microclimi evidenziabili dalla presenza di altrettanto particolari habitat (faggete a bassa quota, stazioni relitte di vegetazione mediterranea oltre i 1.000 m). I versanti tirrenici, grazie alla vicina presenza del mare, presentano un clima oceanico, con estati relativamente fresche e inverni miti, mentre i versanti settentrionali che si affacciano sulla Lunigiana e sulla Garfagnana, presentano un clima più continentale con brevi estati ed inverni lunghi e freddi. Questa estrema diversità climatica crea anche le condizioni per una notevole diversità vegetazionale e floristica. In una zona relativamente ristretta si incontrano formazioni mediterranee con boschi di leccio, macchie degradate e pinete di pino marittimo nelle basse colline della costa apuana, boschi di roverella e querceto-carpineti nei caldi versanti calcarei ed infine cerreto-carpinete e castagneti nell'orizzonte submontano. Nelle Alpi Apuane l'attuale distribuzione delle faggete interessa soltanto una parte dell'areale potenziale del faggio, una situazione conseguente non solo alla morfologia dei luoghi ma derivante soprattutto dall'intensa antropizzazione. Da secoli questi boschi sono utilizzati dall'uomo per produrre legna da ardere e per ottenere la materia prima per la lizzatura del marmo (antico sistema di trasporto del marmo dalle cave al fondovalle); sono stati oggetto di incendi e tagli per ottenere nuovi pascoli o per realizzare nuovi bacini estrattivi.
L'importanza faunistica delle Alpi Apuane si deve soprattutto alla presenza di popolazioni isolate di specie montane legate agli ambienti sommitali oltre che ad un ricco contingente di specie che vivono nelle grotte. L'ornitofauna delle alte quote annovera le uniche popolazioni toscane di gracchio corallino, specie in diminuzione in Europa e scelta come uno dei due simboli del Parco, e di gracchio alpino; altre importanti specie nidificanti negli ambienti rocciosi sono aquila reale, nota fin da tempi storici, falco pellegrino, picchio muraiolo, piuttosto facile da avvistare nella parete Nord del Pizzo d'Uccello, sordone e una piccola popolazione in espansione di corvo imperiale. Nelle praterie e negli ambienti rupestri sono presenti un buon numero di specie ormai rare o minacciate, come calandro, culbianco, codirossone e, nelle zone più basse, ortolano e passero solitario, mentre le specie più comuni sono spioncello e codirosso spazzacamino. Piuttosto scarse sono invece le possibilità di effettuare osservazioni di grandi mammiferi (è presente una piccola popolazione introdotta di muflone nella zona delle Panie, nei boschi più in basso vi sono capriolo e cinghiale), mentre è da segnalare la presenza, nelle grotte, di alcune specie di chirotteri; tra i roditori sono da citare l'arvicola delle nevi, rimasta localizzata sui rilievi più alti e freschi in seguito al ritirarsi dei ghiacci alla fine dell'ultima glaciazione e l'arvicola di Fatio, specie alpino-nordappenninica che raggiunge qui il suo limite di distribuzione più meridionale. Nella fauna minore occorre segnalare la presenza di numerosi anfibi quali il tritone delle Apuane.

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L'ECONOMIA

Una delle principali fonti di reddito della Toscana è l'agricoltura, anche se negli ultimi anni i lavoratori di questo settore sono passati a rappresentare neppure il 10% della popolazione attiva. Analogamente a quanto si è verificato in quasi tutte le regioni italiane, sono aumentati gli addetti alle attività industriali e terziarie. La regione presenta un alto livello produttivo specialmente per quanto riguarda la vite, l'olivo e il castagno.
Molto importante e fiorente è dunque la viticoltura e celebre è il vino prodotto sulle colline del Chianti; la coltivazione dell'olio ha invece il suo centro nella zona del Lucchese. I castagneti poi, presenti sulla media collina, tra i 600 e i 400 metri di altezza, danno il 25% della produzione nazionale di castagne. Discreta è la produzione cerealicola. L'orticoltura produce soprattutto ortaggi, patate, barbabietole da zucchero, tabacco e girasoli. Nel Pistoiese sviluppata è la coltura di fiori e piante ornamentali. L'allevamento del bestiame bovino ha una certa rilevanza, insieme a quello suino e ovino.
Recentemente la campagna toscana ha subito notevoli trasformazioni, a causa dell'esodo rurale e della meccanizzazione dell'agricoltura. Inoltre i coltivatori diretti hanno preso il posto dei mezzadri, che un tempo gestivano il 70% delle aziende agricole, e si sono diffuse le grandi aziende capitalistiche.
Antiche origini hanno le attività industriali in Toscana. Già nel Medioevo l'industria fiorentina della lana era una delle prime in Europa e ancora più remota è l'attività estrattiva delle numerose miniere. Tuttavia quest'ultima, pur conservando una certa importanza, è oggi in declino a causa dei costi elevati, anche se tuttora dalle Alpi Apuane si estrae marmo pregiato, che rappresenta il 90% della produzione nazionale. In Valdarno vi sono cave di lignite; nell'Isola d'Elba, in Valdaspra e nel Grossetano vi sono giacimenti di ferro, ematite e piriti di ferro. Assai ricche sono le miniere di mercurio del Monte Amiata. Numerosi nella regione sono i giacimenti di antimonio, piombo, zinco, rame e magnesite. A Volterra sono attive le cave di alabastro e salgemma. A Larderello sono sfruttati i soffioni boraciferi, potenti getti di vapore provenienti dal sottosuolo e utilizzati per produrre energia elettrica. La grande industria è presente con i grossi impianti metallurgici e siderurgici di Piombino, Firenze, S. Giovanni Valdarno e Massa.
Tra le industrie meccaniche più fiorenti, citiamo i cantieri navali di Livorno, le officine ferroviarie di S. Giovanni Valdarno e di Arezzo, l'industria automobilistica di Firenze e di Marina di Pisa. Per la meccanica di precisione, ricordiamo le Officine Galilei di Firenze. Nel settore della chimica sono importanti gli impianti di Follonica, Rosignano Solvay e Pescia. Industrie farmaceutiche si trovano a Firenze e Pisa, mentre Livorno è sede di un'industria petrolchimica di impianti per la lavorazione del pesce. Un settore che ha avuto un notevole sviluppo è quello tessile e laniero, che ha come centro principale Prato; altrettanto importanti sono le attività calzaturiere e dell'abbigliamento (Firenze, Empoli e Arezzo). Attiva è anche l'industria del mobile presente soprattutto nel Valdarno. Le vetrarie di Pisa, Empoli e Val d'Elsa sono famose in tutto il mondo, così come la lavorazione della ceramica, che è concentrata a Signa, Doccia, Sesto Fiorentino e Firenze. Tradizioni antiche ha pure l'artigianato: permane tuttora quello dell'intreccio della paglia (le famose paglie di Firenze), del ricamo, della fabbricazione di cuoi artistici, bigiotteria, ferri battuti a Siena, mobili a Firenze e Lucca, della lavorazione dell'alabastro a Volterra.
La regione toscana è inoltre rinomata meta del turismo nazionale e internazionale, ricca com'è di tesori d'arte, di paesaggi incantevoli, di celebri località termali (Montecatini, Chianciano, ecc.) e di luoghi di villeggiatura estiva (la Versilia) e invernale (Camaldoli, l'Abetone).
Grande richiamo hanno infine le numerose e suggestive manifestazioni folcloristiche che vi si tengono: il Palio del Saracino ad Arezzo e il Palio di Siena, il Carnevale di Viareggio e il Rodeo della rosa, folcloristico combattimento tra butteri (guardiani di cavalli della Maremma), che si tiene annualmente a Grosseto.

CENNI STORICI

Dalla civiltà etrusca a quella romana

L'attuale collocazione dei confini della Toscana ha avuto origine, più che dalla conformazione geografica, dalle vicende storiche della regione. Una prima consapevolezza territoriale è associabile, dopo il X sec. a.C., alla civiltà etrusca, peraltro corrispondente a un'area che oltre alla Toscana d'oggi includeva parte dell'Umbria e del Lazio: una civiltà dalla compattezza assai più etnico-linguistica che politico-amministrativa, organizzata attorno alle relazioni fra città-stato indipendenti una dall'altra, contingentemente in conflitto o federate in lega, sempre costruite in posizione elevata, ben difendibile. Sotto gli Etruschi la Toscana raggiunse un alto grado di civiltà e primeggiò fra le province italiche. Divenne, infatti, sistematico l'impiego delle risorse del suolo e del sottosuolo, con importanti conseguenze per l'assetto del territorio. Razionalizzazione ed estensione dell'agricoltura comportarono l'avvio di opere di regimazione delle acque e di bonifica delle paludi, nonché di ampi diboscamenti effettuati anche per ottenere il legname necessario alla metallurgia. Lo sviluppo del commercio, poi, indusse progressivamente alla creazione della prima maglia viaria della regione: strade a fondo battuto o erboso, ancora fortemente vincolate dalla morfologia del territorio, tracciate a mezza costa o lungo i percorsi di crinale. Il loro andamento era principalmente trasversale, dai porti sul mare ai centri dell'interno lungo le vie naturali di penetrazione costituite dalle valli; solo più tardi si delinearono anche assi di collegamento da Sud a Nord, da Veio ad Arezzo, da Volterra a Fiesole, da Cerveteri a Pisa. Quando i Romani, nel corso del III secolo a.C., occuparono l'Etruria (antico nome della regione) ne fecero propria la cultura. Costruirono grandi strade lungo i litorali (Via Aurelia) e attraverso la regione (Cassia) e bonificarono le aree più meridionali. La superiorità tecnologica e militare consentiva ai Romani, infatti, di realizzare strade lastricate e tracciate nelle pianure, portando così al declassamento dei centri etruschi esclusi dai nuovi itinerari e al formarsi, o consolidarsi, di città (Pisa, Lucca, Pistoia) che erano insieme punti di riferimento per la centuriazione del territorio, crocevia di percorsi, controllo dei passi appenninici. I confini della Regio VII - strutturata in presidi militari, municipia amministrativi, colonie centuriate - erano, a parte il mare, la Magra, l'Appennino Tosco-Emiliano e il Tevere. Alla fine del III sec. d.C., con la riforma di Diocleziano, quella che ormai aveva assunto il nome di Tuscia venne unita all'Umbria, sotto un "corrector" che risiedeva a Florentia.

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Dalla marca carolingia alla terra di città

Dopo la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, fu occupata dai Goti di Alarico. Quindi subì il dominio degli Ostrogoti di Teodorico e in seguito quello bizantino. Una nuova configurazione aggregante si ripresentò, nella forma di un ducato, con l'avvento dei Longobardi (dal 569), per i quali l'esigenza principale era di collegare il regno di Pavia ai ducati di Spoleto e di Benevento attraverso aree sotto il loro controllo. Il nuovo percorso che ne scaturì fu quello 'interno' di Monte Bardone (l'odierno passo della Cisa), ossia la "Via Langobardorum" che nell'VIII secolo, al formarsi della marca di Tuscia sotto il regno dei Franchi, si sarebbe chiamata "Via Francigena". I Franchi ne fecero una potente contea, che nel IX sec. assurse al rango di marchesato. Attorno al Mille, la fase di ripresa economica apertasi in quasi tutta l'Europa occidentale interessò anche il territorio toscano, facendo superare all'agricoltura la grave crisi in cui si trovava da tempo; vi concorse anche l'azione propulsiva esercitata dagli ordini monastici che realizzarono, attraverso bonifiche e dissodamenti, un consistente ampliamento dello spazio coltivato che rimodellò l'aspetto fisico della regione. In parallelo alla rinascita dell'agricoltura si verificò quella delle città, fondata sul crescere e sull'addensarsi sempre più esclusivo delle attività manifatturiere e commerciali, in precedenza di minore entità e diffuse capillarmente nel territorio. Ne fu conseguenza la spinta alle autonomie comunali, che incrinarono l'orizzonte unitario della marca e divennero strutturalmente avversarie del dominio feudale sulle campagne, che ostacolava il funzionamento e lo sviluppo del commercio. Le dimensioni del fenomeno appaiono particolarmente evidenziate dall'incremento demografico urbano, che si fece straordinario tra Duecento e Trecento e al quale corrispose urbanisticamente una crescita anche qualitativa, espressione di una orgogliosa volontà di rappresentarsi e di competere. è questo il momento in cui vengono attuate le pianificazioni che fisseranno i tratti caratterizzanti delle città. Innovativi furono anche i termini contrattuali della conquista, che si precisarono progressivamente nella forma della mezzadria accorpando le parcelle di terreno, rispetto a un loro precedente eccessivo frazionamento, nella più razionale dimensione del "podere": con al centro la casa del lavoratore e la divisione a metà del ricavato che orientava le tipologie produttive del mezzadro non verso il mercato ma in funzione dell'autoconsumo. La tendenza espansiva si arrestò alla metà del Trecento, anche a seguito della peste del 1348. Da questa frattura - che determinò una crisi demografica di lunghissimo periodo, conclusa solo attorno al terzo decennio del Quattrocento - non tutti i centri riuscirono a riemergere, anche per vicende di natura politico-militare. Nel corso del Trecento - con l'affermarsi della forma politica della Signoria - il ghibellino Uguccione della Faggiuola, signore di Lucca e di Pisa, parve sul punto di instaurare un dominio a dimensione regionale, così come successivamente fece Castruccio Castracani. Fu invece Firenze che finì per imporsi, nell'arco di circa un secolo, assoggettando successivamente Pistoia, Arezzo, Pisa, mentre al suo interno si consolidava il potere ancora non istituzionale della famiglia dei Medici.

L'"Etruria Nova" di Cosimo

Il nome Toscana si trasforma da espressione geografica in connotazione politica dopo la caduta della repubblica fiorentina e con il ritorno al potere dei Medici: a coronamento di un grande progetto di ricomposizione territoriale, avviato da Alessandro (1530-37), sostanzialmente realizzato da Cosimo I e completato dai suoi successori. Con la conquista dello Stato senese nel 1555, infatti, le dimensioni del dominio mediceo acquistano un'ampiezza regionale che nel 1569 verrà legittimata con la concessione del titolo granducale da parte del papa, Pio V. L'annessione del territorio senese, tuttavia, non significò mai fusione perfetta con quello fiorentino. Sul piano amministrativo, parallelamente, il potere centrale dovette tener conto di questa e altre assimilazioni imperfette, elaborando raffinate modalità di equilibrio tra potere centrale, autonomie locali, oligarchie interne alle città che rimasero i poli di organizzazione del territorio, nel frattempo segnato da nuovi processi di feudalizzazione. Con Cosimo, fra l'altro, la consapevolezza delle difficoltà del progetto di unificazione si tradusse anche nella elaborazione di un preciso piano di politica culturale: ai particolarismi e alle divisioni interne si oppose così la ricerca e la valorizzazione della 'comunanza' delle origini toscane, prevalentemente individuata nella cultura etrusca.

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Dal granducato dei Lorena al Regno d'Italia

L'identità regionale si consolidò nel corso del Settecento per effetto di eventi internazionali: dopo la morte dell'ultimo dei Medici, Gian Gastone, e nel quadro dei nuovi equilibri conseguenti alla guerra di successione polacca il granducato venne assegnato ai Lorena, che ne ridisegnarono la struttura statuale attraverso importanti interventi di riforma. Era un'eredità difficile quella che si trovarono a dover amministrare Francesco Stefano (1737-65) e Pietro Leopoldo (1765-90): il meccanismo socio-economico vigente era ormai più tradizionale che funzionale, impastoiato dal sopravvivere di privilegi di ceto e di corporazioni, dai tanti vincoli che ostacolavano il commercio, dagli attardamenti tecnologici nel settore manifatturiero. Francesco Stefano fece immediatamente intravvedere le linee del nuovo corso imponendo nel 1739 il censimento sul patrimonio "de' luoghi pii", foriero delle successive riduzioni e soppressioni dei conventi e dei beni ecclesiastici. Ugualmente ridimensionato fu il ruolo complessivo della nobiltà, mentre per favorire la ripresa economica vennero adottati vari provvedimenti tra cui la ripopolazione e coltivazione della Maremma senese e l'abolizione (1749) dei diritti feudali. Di rilievo, quale esempio di attenzione scientifica al territorio, la fondazione (1753) dell'Accademia dei Georgofili, che per almeno un secolo animerà un dibattito di livello europeo attorno ai problemi dell'agricoltura. Con Pietro Leopoldo viene ulteriormente rafforzato il senso illuministico del programma, ed è sotto il suo governo che l'attività edilizia nelle aree urbane viene interpretata principalmente quale occasione per creare strutture di pubblico interesse (biblioteche, scuole, ospedali), spesso ricavate dai conventi soppressi con la legge del 1776. Quanto alla centralità assegnata all'agricoltura e alla scelta a favore del superamento della mezzadria, se il tentativo non ebbe successo e finì anzi per rafforzare la grande proprietà privata, gli interventi infrastrutturali che lo accompagnarono contribuirono a ricompattare ulteriormente il territorio. I rivolgimenti napoleonici culminarono col Trattato siglato a Fontainbleau del gennaio 1808: il granducato veniva annesso all'Impero francese e affidato al governo di Elisa Bonaparte Baciocchi mentre il territorio si trovò riorganizzato nei tre dipartimenti dell'Arno, dell'Ombrone e del Mediterraneo; ai capoluoghi -rispettivamente Firenze, Siena, Livorno - e alle altre città veniva assegnata esplicita funzione direzionale che avrebbe dovuto 'rappresentarsi' attraverso poli urbani qualificanti. Rimase comunque inalterato, anche dopo il quindicennio francese il ruolo di fulcro economico esercitato dall'agricoltura mezzadrile: a lungo discussa ma conclusivamente ribadita in quanto valutata come la forma contrattuale più adatta per una classe dirigente che temeva i rischi sociali legati all'industrialismo, preferendo soluzioni in cui la convenienza economica non voleva prescindere dal mantenimento della quiete fra le classi. Ne derivò un modello originale, antistorico ma non meramente arretrato, che caratterizzerà ancora a lungo il panorama socio-economico della Toscana. L'obiettiva scarsa redditività dell'agricoltura spinse anche a impieghi di capitale in settori diversi, come la fondazione di banche o lo sfruttamento delle risorse minerarie. Altri in vestimenti vennero indirizzati verso il neonato sistema ferroviario e continuò, dopo il 1830, con il miglioramento complessivo della rete viaria. Ma proprio quando la definizione e l'organizzazione unitaria del territorio sembrano concludersi (è del 1847 l'annessione del ducato di Lucca) intervengono i traumi politici che portano alla fusione della Toscana nel Regno d'Italia: Leopoldo II, già rifugiatosi a Gaeta nel 1848 e rientrato l'anno seguente in compagnia delle truppe austriache, abbandona definitivamente Firenze sotto la spinta della celebre pacifica dimostrazione del 27 aprile 1859.

Dall'Unità nazionale alla prima guerra mondiale

"Compartimento toscano" veniva definito nel primo censimento generale del 1861 l'ex granducato, la cui unione al regno sabaudo era stata sancita dal plebiscito dell'11-12 marzo 1860. Rilevanti, per il territorio toscano, furono le conseguenze del suo riposizionarsi nel contesto nazionale, dove assunse una collocazione atipica, tra originalità e marginalità. Nell'orizzonte economico, infatti, la Toscana si presentava con i suoi ormai consolidati connotati forniti dalla centralità dell'agricoltura mezzadrile, dallo sfruttamento intenso delle risorse minerarie e dalle dimensioni consistenti del comparto finanziario e creditizio. Su queste basi però il quadro regionale rimase a lungo sostanzialmente statico con le eccezioni di Firenze (capitale d'Italia dal 1865 al 1871) e Livorno, che conobbero veloce succedersi di fasi diverse, dalle espansioni ai ristagni. Non movimentò la struttura industriale della Toscana neppure la prima guerra mondiale, dopo la cui conclusione tornò ancora una volta a risultare determinante il panorama agrario: da un lato per le rivendicazioni contadine; dall'altro per la connotazione appunto 'agraria' del fascismo toscano, che nel sostegno alle attività contadine inserì il mito del `ruralismo'. Per il suo significato, più che per i numeri che poteva esprimere, emerse nel quadro produttivo del 'ventennio' una realtà nuova: localizzata prevalentemente nella valle dell'Arno, consisteva in una forma di industria leggera (vetri, terrecotte, paglia, conceria, mobili) profondamente collegata a precedenti tradizioni artigiane e, in molti casi, alla crescente presenza del turismo.

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Il modello toscano: l'industrializzazione diffusa

Traumi profondi determinò anche in Toscana la seconda guerra mondiale. Ma dimensioni maggiori, e certamente effetti di più lungo termine, vanno riconosciuti al crollo socio-economico rappresentato dal disgregarsi del rapporto di mezzadria: ricordando che nell'immediato dopoguerra un toscano su quattro era un mezzadro. A entrare rapidamente in crisi fu una forma di vita secolare, più volte sostenuta anche contro le ragioni della storia. L'esodo conseguente, consumato nella sostanza tra gli anni '50 e '60, ha significato anzitutto forti mutamenti ambientali. Ma di maggior interesse è che la fine della mezzadria ha contribuito in larga misura alla creazione di quello che è stato definito "modello toscano di sviluppo"; in realtà riscontrabile anche in altre regioni e forse meglio connotato da formule quali "industrializzazione diffusa" o "campagna urbanizzata": un proliferare di piccole aziende sostenute da un mercato nazionale e internazionale le cui domande non erano e non sono soltanto di serialità ma anche di varietà. Il fenomeno si è nel tempo consolidato: pur non mancando insediamenti industriali di notevoli dimensioni (Piombino, Pistoia, Firenze), il profilo identitario attuale appare costituito da un sistema produttivo di unità di media e piccola impresa con distretti industriali precisi e differenziati. Confermando poi la tendenza già evidente tra le due guerre, è deflagrato il ruolo del turismo, con risvolti non solo positivi intrecciati oggi al grande problema della gestione dei beni culturali. Su questo terreno va delineandosi una grossa sfida per il futuro a cui la regione non arriva impreparata, come paiono indicare analisi recenti che la valutano quale area "in ascendenza". La qualità delle sue diverse risorse e della sua impalcatura socio-economica sembra anzi destinarla a un ruolo di prestigio nella sorgente logica delle 'reti transregionali' di scala mediterranea comunitaria.

IL PERCORSO ARTISTICO E CULTURALE

Dalle origini all'Alto Medioevo

Numerose scoperte archeologiche, anche recenti, attestano che la Toscana è stata popolata in modo uniforme fin alla preistoria; assieme a reperti minori, si ricordano le circa 60 stele antropomorfe della Lunigiana, databili fra il 2800 a.C. e la conquista romana. Dall'inizio del primo millennio a.C. si sviluppa la cultura villanoviana, caratterizzata dall'incinerazione dei defunti e dall'uso di urne biconiche; a questa si sovrappone, con molti aspetti di continuità e con elementi di rottura che sono stati spesso spiegati con una migrazione dall'Asia minore, quella etrusca, individuabile a partire dall'VIII-VII sec., documentata soprattutto da una ricca suppellettile funeraria, nel territorio fra l'Arno e il Tevere, nei centri principali di Chiusi, Cortona, Populonia, Vetulonia, Volterra, Fiesole, Arezzo. Nonostante gli intensi rapporti con il mondo greco, l'arte etrusca si distingue per un carattere anti-classico che l'ha fatta spesso apprezzare dai moderni. La conquista militare romana (III secolo a.C.) dà l'avvio a scambi proficui: gli Etruschi accolgono elementi romani nelle urne volterrane o nell'Arringatore (Firenze, Museo archeologico), mentre alcuni aspetti della loro architettura, come il tempio su podio, l'ordine tuscanico e la tecnica dell'arco (di origine asiatica), divengono patrimonio romano. Le principali città etrusche vengono romanizzate e sorgono nuovi centri come Florentia: il tracciato di molti centri urbani, l'assetto viario e territoriale e la toponomastica recano ancora segni della presenza romana. I primi secoli del Medioevo sono documentati dai ritrovamenti archeologici (in particolare le catacombe cristiane e le necropoli longobarde) o da resti inseriti in edifici più recenti.

Ricostruzione virtuale di una tavola imbandita in un castello medioevale

Il Romanico

Dopo l'anno Mille, mentre Guido d'Arezzo compie una fondamentale sistemazione della teoria musicale, la rinascita dell'architettura religiosa, con il rifacimento delle antiche pievi e la costruzione di nuovi edifici, segna l'avvento del Romanico, declinato in forme che si riallacciano all'eredità paleocristiana (come la copertura a travi piuttosto che a crociera). L'architettura pisana, rappresentata da Buscheto, Rainaldo e Diotisalvi, è attenta agli aspetti volumetrici, ma anche a quelli decorativi e luminosi, e si arricchisce a contatto con il mondo islamico e bizantino. Al confronto, il Romanico fiorentino, così classicheggiante da essere considerato un'anticipazione del Rinascimento, resta un fenomeno importante ma circoscritto, che non influisce neppure sugli edifici del contado. Fin dall'inizio del Duecento, inoltre, nasce con i palazzi comunali (il primo è quello di Volterra) un'architettura civile di notevole originalità. All'architettura si lega intrinsecamente la scultura: Bonanno Pisano, a cui si attribuisce tradizionalmente il progetto della Torre di Pisa, raggiunge alti livelli nella fusione in bronzo ed esegue non solo le porte della cattedrale della sua città, ma anche quelle del Duomo di Monreale. Al XII sec. risalgono le prime opere di pittura (Croce dipinta di Guglielmo, 1138; Sarzana, Duomo), mentre nella prima metà del Duecento opera la famiglia lucchese dei Berlinghieri. Ma la prima grande personalità della pittura toscana è, nel Duecento, Giunta Pisano, che, a contatto con le più avanzate correnti bizantine, introduce il Crocifisso doloroso; a Pisa opera anche il Maestro di San Martino, forse da identificare con Ugolino di Tedice.

Il Gotico e la nascita delle scuole di pittura e scultura

Nei primi decenni del XIII secolo, con la costruzione dell'abbazia cistercense di San Galgano, oggi ridotta a una suggestiva rovina, approda in Toscana il Gotico, che, adottato dagli ordini mendicanti (Francescani, Domenicani, Serviti), si diffonde nelle città, in una variante semplificata nella pianta (spesso a una sola navata) e nella struttura.

Visita virtuale all’abbazia Cistercense di San Galgano, nei pressi di Massa Marittima

Visita virtuale all’esterno dell’abbazia cistercense di San Galgano, nei pressi di Massa Marittima

A Siena e a Pisa opera, nella seconda metà del secolo, il grande scultore Nicola "de Apulia", poi detto Pisano, che importa in Toscana il gusto classicheggiante appreso nell'Italia meridionale di Federico II. Il figlio Giovanni, attivo anche a Pistoia e Prato (oltre che a Padova e a Genova), ne accentua i caratteri gotici, seguendo modelli di probabile fonte francese. Attorno alla metà del Duecento inizia l'ascesa di Firenze, in letteratura con Brunetto Latini e i poeti stilnovisti, in pittura con Cimabue, che, forzando le coordinate della sua formazione bizantina, produce immagini di inedita potenza espressiva e influenza molti centri dell'Italia centrale, in particolare Siena. è poi Arnolfo di Cambio a determinare il volto gotico di Firenze: originario di Colle di Val d'Elsa e allievo di Nicola Pisano, dopo aver nutrito la sua cultura anticheggiante con una lunga esperienza romana, diviene architetto e progetta la chiesa francescana di Santa Croce, il Palazzo della Signoria e la cattedrale di Santa Maria del Fiore. All'inizio del Trecento Dante, scrivendo in esilio la Commedia, sanziona in modo definitivo il primato, anche linguistico, della sua città, mentre Giotto, allievo di Cimabue, affranca definitivamente la pittura dai canoni bizantini e crea un'arte aderente al vero, con effetti plastici e spaziali. Con la sua attività ad Assisi, Roma, Rimini, Padova, Napoli e Milano, egli diffonde ovunque il nuovo linguaggio; a Firenze lascia alcune tavole e gli affreschi di Santa Croce, mentre al culmine della carriera, nel 1334, il Comune gli affida, per il suo prestigio, compiti di architetto (campanile della cattedrale, terminato dopo la sua morte). La maniera giottesca trova un'alternativa in quella diffusa dalla scuola senese, sorta, dopo malferme esperienze duecentesche, con Duccio di Buoninsegna. Questo genio della sintesi rinvigorisce la grammatica bizantina con la monumentalità cimabuesca, con fremiti gotici e perfino con la spazialità di Giotto, inaugurando nel 1311 un capolavoro di significato civico come la Maestà (Siena, Museo dell'Opera Metropolitana). Si formano con lui tutti i pittori senesi della prima metà del Trecento: dai più fedeli come Ugolino di Nerio a personalità originali e grandissime come Simone Martini, a cui va il merito della diffusione della cultura pittorica senese con il suo soggiorno alla corte papale di Avignone, e i fratelli Pietro e Ambrogio Lorenzetti, attivi anche a Firenze. La volontà di documentare le conquiste territoriali dello stato senese è alla radice di una nuova attenzione per il paesaggio, che raggiunge un alto grado di verità topografica e poetica nel ciclo del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti (Siena, Palazzo Pubblico). Nelle altre città, il cantiere del Camposanto pisano riunisce artisti di svariate provenienze, mentre anche a Lucca, Arezzo, Prato e Pistoia si sviluppano significative realtà cittadine. Tra gli scultori, Andrea da Pontedera, detto anche Pisano, traduce nel marmo e nel bronzo la plasticità delle figure di Giotto, mentre Tino di Camaino, Agostino di Giovanni e Giovanni di Agostino sono in rapporto con i grandi della pittura senese. A metà secolo, la crisi economica e la peste (1348) provocano il crollo demografico delle città e l'arresto di ambiziose imprese architettoniche, come l'ampliamento del Duomo di Siena. Ma al realismo letterario del Decameron di Giovanni Boccaccio fa da contraltare una pittura antinaturalistica e accademica, rappresentata fra gli altri da Andrea Orcagna e Agnolo Gaddi. Più attenti al vero sono Giovanni da Milano e Giottino, mentre alla fine del secolo si afferma il neogiottismo di Spinello Aretino, operoso in quasi tutti i centri della regione. Infine, la Toscana porta un originale contributo alla civiltà musicale della "ars nova" con Gherardello da Firenze e Francesco Landini.

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Il Quattrocento: Umanesimo e Rinascimento

Il Tardogotico, che trova i suoi culmini nella pittura visionaria di Lorenzo Monaco e in quella raffinata di Gentile da Fabriano, si arricchisce degli apporti internazionali di Gherardo Starnina, di ritorno dalla Spagna, e del portoghese Alvaro Pírez. Ma a cavallo del 1400 non sono meno significative la ripresa edilizia di Firenze e le ricerche di umanisti come Coluccio Salutati e Leonardo Bruni che riscoprono, sulle orme di Petrarca, il valore civile della letteratura greca e latina. Nei primi decenni del Quattrocento nasce a Firenze il Rinascimento, destinato a propagarsi per tutta la Penisola e a influenzare buona parte dell'arte europea. Se nel 1401, al concorso per la seconda porta del Battistero, Filippo Brunelleschi si contrappone invano alle eleganti soluzioni tardogotiche di Lorenzo Ghiberti, già dal 1415 Donatello e Nanni di Banco emulano l'arte classica con sculture di salda costruzione per il Duomo e per Orsanmichele; in parallelo si pongono le architetture di Brunelleschi (lo Spedale degli Innocenti e la cupola di Santa Maria del Fiore, poi le chiese di San Lorenzo e di Santo Spirito) e la breve vicenda di Masaccio, che trasferisce in pittura le ricerche brunelleschiane sulla prospettiva e apporta una profonda cesura con il decorativismo gotico, evidente soprattutto nella Cappella Brancacci (Firenze, chiesa del Carmine), dove si confronta con Masolino. Brunelleschi, Donatello e Masaccio vengono celebrati (insieme con Ghiberti e Luca della Robbia) da Leon Battista Alberti, umanista e architetto, nel suo trattato Della pittura (1436). La seconda generazione rinascimentale attenua il radicalismo dei pionieri. Michelozzo è sicuramente più adatto di Brunelleschi e Alberti a soddisfare le richieste della committenza privata e Desiderio da Settignano incontra più fortuna del longevo Donatello, che si afferma soprattutto lontano da Firenze (in particolare con il lungo soggiorno a Padova). I maggiori continuatori di Masaccio sono il Beato Angelico, che ne piega il linguaggio a profonde istanze religiose, e Domenico Veneziano, catalizzatore della "pittura di luce"; di qui nasce Piero della Francesca, operoso nella natia Sansepolcro, ad Arezzo e nelle corti dell'area adriatica, alla cui sintesi formale si ispirano molti pittori, dai toscani Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli fino ad Antonello da Messina e Raffaello. A Firenze ha più seguito la tendenza ornata e lineare di Filippo Lippi, che trova sbocco nell'arte cerebrale e virtuosistica dell'età di Lorenzo il Magnifico (Sandro Botticelli, Antonio del Pollaiolo, Andrea del Verrocchio). Le altre città della Toscana accolgono per tutto il secolo opere fiorentine, spesso importanti. Questo incarico viene assegnato al Verrocchio per scelta di Lorenzo il Magnifico, che si serve della cultura per la sua opera di mediazione politica, riunendo attorno a sé filosofi come Marsilio Ficino e letterati come il Poliziano, promovendo il volgare toscano e inviando artisti fiorentini in tutta Italia. Il suo interesse per l'architettura è meno spiccato; tuttavia la villa di Poggio a Caiano rivoluziona la tipologia della residenza suburbana e il suo architetto, Giuliano da Sangallo, membro di una famiglia di artisti, sperimenta nuovi schemi architettonici (come la pianta centrale in Santa Maria delle Carceri a Prato). Non meno significativo è lo scambio con la cultura fiamminga, rappresentata fra l'altro dal musicista Guillaume Dufay (con una sua composizione viene consacrata nel 1436 la cupola del Duomo) e dall'arrivo, nel 1483, del Trittico Portinari di Hugo van der Goes. Con l'indipendenza politica, mantengono una maggiore autonomia artistica Siena e Lucca, accomunate dall'attività dello scultore Jacopo della Quercia, con la sua personalissima fusione di elementi gotici e classici. Da lui e da Donatello dipendono gli altri scultori senesi, come Francesco di Valdambrino, Domenico di Niccolò dei Cori e Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta; in parallelo, pittori come il Sassetta e Domenico di Bartolo conoscono le novità fiorentine, ma le rielaborano con un'originalità che diviene, in Giovanni di Paolo, evocazione di un mondo goticamente allucinato. In terra senese sorge, su progetto di Bernardo Rossellino, Pienza, città ideale voluta dal papa umanista Pio II, dove gli edifici richiamano da vicino idee dell'Alberti e la decorazione pittorica della cattedrale è realizzata, secondo precetti rinascimentali, con tavole inquadrate da cornici di gusto classico. Nell'ultimo ventennio del secolo un artista poliedrico come Francesco di Giorgio, pittore, scultore e architetto, pone Siena in rapporto con esperienze avanzate come quelle di Urbino.

Il Cinquecento: l'apogeo di Firenze

Se negli ultimi anni del Quattrocento la discesa di Carlo VIII (1494) e la predicazione di Girolamo Savonarola hanno per effetto una crisi interpretata sul versante artistico da Filippino Lippi e Piero di Cosimo, l'inizio del Cinquecento, con l'ultima fase della repubblica: è illuminato da grandi personaggi: Niccolò Machiavelli fonda, con il Principe, la teoria dello stato moderno; Leonardo da Vinci (tornato a Firenze dopo il lungo soggiorno a Milano), Michelangelo e Raffaello si trovano a operare insieme, dando luogo a una fitta rete di scambi reciproci. Michelangelo scolpisce il David, emblema della libertà fiorentina, e inizia la Battaglia di Cascina, a gara con Leonardo, incaricato di dipingere quella di Anghiari. La pittura armoniosa e monumentale di Leonardo e Raffaello trova due alti continuatori in Fra' Bartolomeo e Andrea del Sarto. Ma già prima del 1520 inizia la fase della maniera: il passaggio si coglie in modo evidente con gli esordi di Pontormo e Rosso Fiorentino nel chiostro dei Voti della Santissima Annunziata a Firenze e in parallelo, a Siena, con il trapasso dal leonardesco Sodoma a Domenico Beccafumi. L'inquietudine dei giovani pittori si esprime in prospettive irrazionali, composizioni instabili, pose forzate e colori innaturali e risente dell'ansia religiosa del tempo; restano un modello i grandi maestri, in particolare Michelangelo, impegnato anche come architetto (Biblioteca Laurenziana e Sagrestia nuova, con le tombe medicee) prima della definitiva partenza per Roma nel 1534. Il ripiegamento della seconda metà del secolo, annunciato dal pessimismo di Francesco Guicciardini, si esprime, con l'assolutismo mediceo, nella cultura delle accademie, che decreta la supremazia della lingua e dell'arte toscana. Emergono artisti eleganti come i pittori Agnolo Bronzino e Francesco Salviati o gli scultori Benvenuto Cellini e Giambologna, ma soprattutto Giorgio Vasari, artista letterato (le sue Vite sono una tappa fondamentale della storiografia artistica), imprenditore e cortigiano, che trasforma Firenze in una vera capitale. Il Palazzo degli Uffizi da lui progettato diviene sede teatrale e museale con gli adattamenti di Bernardo Buontalenti. Firenze accentua il controllo, anche artistico, sul territorio (di cui entra a far parte, nel 1555, anche lo stato senese), sottolineandone la conquista con nuove fondazioni (come la trasformazione del porto-castello di Livorno in una città pentagonale ideata dal Buontalenti) e con il sistema delle ville medicee. In tutto il secolo, gli artisti fiorentini lavorano quasi ovunque: tuttavia a Siena, oltre ai già citati Sodoma e Beccafumi, emergono Baldassarre Peruzzi (attivo a Siena e a Roma come architetto e pittore), Marco Pino (che lavora soprattutto a Roma e a Napoli) e vari pittori che, alla fine del secolo, si ispirano all'esempio di Federico Barocci.

Il Seicento e il Settecento

L'inizio del Seicento è segnato da due eventi di grande portata: la nascita del melodramma, con la prima rappresentazione, a Firenze, dell'Euridice di Jacopo Peri, su testo di Ottavio Rinuccini (1600), e l'attività di Galileo Galilei, svoltasi in gran parte tra Pisa e Firenze. Nonostante le persecuzioni ecclesiastiche, la sua lezione si impone sia in campo astronomico che per l'indicazione del metodo sperimentale, di cui è erede l'Accademia del Cimento, fondata nel 1657 dal cardinal Leopoldo de' Medici (importante anche come collezionista d'arte). Tuttavia, Firenze e la Toscana hanno perso il loro ruolo trainante. Nessuna città assume un volto barocco: gran parte delle architetture del Sei-Settecento consistono in rifacimenti interni. Mentre molto spesso si continuano a seguire schemi manieristi (in particolare a Firenze, dove è emblematica la Cappella dei Principi, dal ricco e funereo rivestimento in pietre dure), a Siena e a Pistoia, città di origine dei papi Alessandro VII e Clemente IX, giungono riflessi romani. Molti grandi artisti nati in Toscana si formano e lavorano altrove: il pittore pisano Orazio Gentileschi, lo scultore di Montevarchi Francesco Mochi o Pietro da Cortona, pittore e architetto che giunge a Firenze soltanto al culmine della sua carriera, impressionando i pittori locali, abituati a un fare meno grandioso. Tra questi, l'estroso Giovanni da San Giovanni, il sensibile Francesco Furini e i più diligenti Matteo Rosselli e Lorenzo Lippi; a Siena, Rutilio Manetti approda a modi caravaggeschi e Bernardino Mei e Giuseppe Nicola Nasini hanno un fare più largo e barocco; informati sulle novità romane sono il pistoiese Giacinto Gemignani e il lucchese Pietro Paolini. Gran parte degli artisti toscani del Seicento sono stati oggetto di studi e rivalutazioni recenti: è questo anche il caso di scultori come il senese Giuseppe Mazzuoli e il fiorentino Giovan Battista Foggini. Sotto gli ultimi Medici, tra gli ultimi decenni dei Seicento e i primi del Settecento, le presenze di Luca Giordano, Sebastiano Ricci, Giuseppe Maria Crespi e Alessandro Magnasco riescono a ravvivare un panorama un po' stanco: il pittore toscano che più si apre agli stimoli del rococò è Giovan Domenico Ferretti. A corte si svolge un'intensa vita musicale, segnata dall'invenzione del pianoforte (Bartolomeo Cristofori,1698-1700) e la presenza di Alessandro Scarlatti e Georg Friedrich Händel. Ma gli architetti fiorentini Alessandro Galilei e Ferdinando Fuga e il pittore lucchese Pompeo Batoni incontrano grande fortuna a Roma, mentre compositori come Domenico Zipoli, Francesco Geminiani e Luigi Boccherini sono attivi fuori d'Italia. Con l'estinzione della dinastia medicea, Firenze entra in possesso dei tesori d'arte accumulati dalla famiglia per effetto del testamento della sua ultima esponente, Anna Maria Luisa, elettrice palatina. Nella prima fase del granducato lorenese (reggenza), nasce la Manifattura Ginori, tra le prime fabbriche italiane di porcellana; sotto Pietro Leopoldo, granduca illuminato e riformatore, riprende l'attività edilizia (stabilimenti termali di Montecatini, di Gaspare Maria Paoletti), mentre la scultura e la decorazione degli interni, con Innocenzo Spinazzi, Giuliano Traballesi e i ticinesi Giocondo e Grato Albertolli, si aggiornano sul primo classicismo francese.

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L'Ottocento

Il neoclassicismo domina in età napoleonica, alla corte di Elisa Baciocchi (1809-1814), e nei primi anni della restaurazione. Tra i protagonisti di questo stile, si segnalano l'architetto Lorenzo Nottolini, a Lucca, e il pittore Pietro Benvenuti, mentre il più grande scultore del tempo Antonio Canova, lascia a Firenze opere importanti come la tomba di Vittorio Alfieri. Un compositore fiorentino, Luigi Cherubini, raccoglie grandi consensi a Parigi e Vienna. Da quest'epoca in poi diventa difficile tener conto di tutti gli artisti e gli intellettuali, italiani e stranieri, la cui presenza contribuisce a esaltare l'immagine della città e della regione. Dopo la restaurazione, prevale nel complesso un gusto storicizzante, fra neogotico (giardino di Scornio a Pistoia, voluto da Niccolò Puccini) e purismo neoquattrocentesco, che ha per protagonista lo scultore Lorenzo Bartolini. Le spinte romantiche si esprimono nella pittura a soggetto storico, a cui si affianca dopo l'Unità l'illustrazione dell'epopea risorgimentale. Alla seconda metà del secolo risalgono le facciate 'in stile' di Santa Croce e del Duomo e il rinnovamento urbanistico di Firenze capitale, legato soprattutto all'opera di Giuseppe Poggi: più tardo è lo sciagurato sventramento del centro storico. Dal 1855 si manifesta, tra Firenze e altri centri della regione, il gruppo dei pittori chiamati "Macchiaioli", tra cui spiccano le figure di Giovanni Fattori e Telemaco Signorini. Negli anni Ottanta il movimento si disperde, lasciando spazio a una pittura naturalistica di soggetto campestre; in parallelo, la regione trova spazio nella letteratura della seconda metà dell'Ottocento, con Carlo Collodi, Giosuè Carducci e Giovanni Pascoli, romagnolo, ma grande cantore della Garfagnana e della sua gente.

Il Novecento e la Toscana di oggi

La cultura del Novecento oscilla tra i due poli del cosmopolitismo e del recupero della tradizione, dagli Etruschi al Rinascimento. Non è facile né opportuno, dunque, distinguere i nativi della regione dagli intellettuali che vi soggiornano, né seguire i molti toscani, da Amedeo Modigliani a Ferruccio Busoni, che partecipano in pieno a culture straniere. Fin dal primo Novecento questa dialettica è rispecchiata dalle riviste: "La Voce" di Prezzolini e Papini (dal 1908) e la futurista "Lacerba" di Papini e Soffici (dal 1913) si battono per svecchiare la cultura nazionale; tra le due guerre, "Il Selvaggio" e il movimento di "Strapaese" propugnano, all'interno del regime fascista, un ritorno alle radici locali, mentre al voluto disimpegno di "Solaria" fa riscontro la nascita della poesia ermetica, rappresentata ancor oggi da Mario Luzi. Nel secondo dopoguerra, la cultura laica si esprime con "Il Ponte" di Piero Calamandrei e quella cattolica (rappresentata anche dal percorso umano ed educativo di don Lorenzo Milani) con "Testimonianze" di padre Ernesto Balducci. Dopo un'intensa stagione liberty (con esempi importanti a Firenze e a Viareggio) e l'adesione al Futurismo di alcuni giovani artisti, la produzione figurativa, pur ricca e variata, non riesce più a inserirsi nel circuito nazionale e internazionale: anche un pittore come Ottone Rosai, con la sua ispirazione ai rioni popolari e ai dintorni di Firenze, resta una gloria locale. Il dibattito architettonico, spesso condizionato dai problemi dei centri antichi, ha un protagonista autorevole in Giovanni Michelucci, sempre animato da forti istanze morali e civili. L'evocazione della realtà regionale toscana ottiene maggiore risonanza nell'opera degli scrittori: in ciò si distinguono soprattutto il grande Federigo Tozzi e, più recentemente, Vasco Pratolini e Carlo Cassola. Di alto profilo la vita musicale: dopo il grande successo dei melodrammi di Giacomo Puccini e Pietro Mascagni, il Novecento è segnato dalla ricerca dodecafonica di Luigi Dallapiccola e dallo sviluppo di importanti istituzioni nel campo della formazione e dello spettacolo, tra cui l'Accademia Chigiana di Siena. Oggi hanno sede in Toscana università e istituzioni di ricerca che, insieme al peso della sua tradizione plurisecolare, ne fanno, oltre che una meta turistica, una destinazione irrinunciabile per gli uomini di cultura di tutto il mondo.

LE CITTà

Firenze

(352.940 ab.). La città di Firenze si trova in una conca sulle rive del fiume Arno (tra il Valdarno Inferiore e il Valdarno Superiore) ed è circondata da colline. è un centro commerciale ed industriale (industrie metallurgiche, chimico-farmaceutiche, meccaniche, della pelle, tessili, tipografico-editoriali), con un fiorente artigianato (merletti, paglia, ferro battuto, lavorazione del cuoio, del legno, oreficeria, bigiotteria). Importante risorsa è il turismo: infatti la città, per le sue bellezze artistiche e il suo patrimonio culturale, è meta di turisti di ogni parte del mondo.
STORIA. Di probabili origini etrusche, Florentia fu municipio in età romana. La sua importanza andò gradatamente aumentando nel corso dei secoli: Carlo Magno la nominò contea e ne fece uno dei centri della rinascita carolingia. Lotario I unì poi le contee di Fiesole e di Firenze in un feudo con capitale Firenze.
Fino al XII sec. Firenze rimase in posizione subordinata rispetto alle altre città della Toscana, ma, raggiunta l'autonomia comunale, iniziò una politica espansionistica. Nel XIII sec. fu teatro delle lotte fra Guelfi e Ghibellini, mentre continuava la conquista del territorio toscano. Con la cacciata dei Ghibellini (1268) si affermò alla guida del Comune la borghesia mercantile, bancaria e industriale grazie alla quale Firenze diventò una delle principali città italiane per ricchezza e potenza. Dopo la scissione dei Guelfi nei partiti dei Bianchi e dei Neri (1300), conclusasi con il predominio dei Neri, la città, più volte attaccata e sconfitta dai Ghibellini (Montecatini, 1315; Altopascio, 1325), si diede in Signoria al duca di Calabria (1326-1328). Verso la metà del secolo fu sotto la Signoria di Gualtieri di Brienne, duca di Atene (1342-43), attraversò poi un periodo di crisi finanziaria ed entrò in lotta con il papato a causa delle sue mire espansionistiche (sottomissione di Pistoia, 1331, Cortona, 1332, e Arezzo, 1337). I territori occupati vennero riconosciuti parte del dominio fiorentino con la Pace di Tivoli, conclusa nel 1378. Nello stesso anno i contrasti tra i ceti abbienti e il popolo sfociarono nel tumulto dei Ciompi (lavoratori del settore laniero). Nel 1382 l'oligarchia mercantile ritornò al potere e Firenze estese il suo dominio su quasi tutto il territorio toscano. Nel 1434 ne divenne signore Cosimo de' Medici e sotto questa famiglia, soprattutto con Lorenzo il Magnifico, Firenze arrivò al culmine della sua potenza ed importanza politica e culturale. Fu infatti la culla dell'Umanesimo e del Rinascimento. Dopo la morte di Lorenzo (1492), la discesa di Carlo VIII in Italia (1494), a cui Piero, figlio del Magnifico, non riuscì a far fronte, portò alla proclamazione della prima Repubblica Fiorentina (1494-1512). La seconda Repubblica Fiorentina ebbe inizio nel 1527 e cadde nel 1530. Ripristinato il governo dei Medici, venne fondato il principato e nel 1569 Cosimo I fu nominato granduca di Toscana. Firenze divenne capitale del Granducato e seguì le vicende storiche della regione sotto gli Asburgo-Lorena fino all'annessione al Regno d'Italia nel 1860. Dal 1865 al 1871 ne fu la capitale del Regno d'Italia. Gli intenti di rinnovamento dovettero bruscamente ridimensionarsi dopo il 1870, con il trasferimento a Roma della capitale. Nel 1871 gli abitanti scesero a 167.999 dai quasi 200.000 dell'anno precedente, con pesanti riflessi economici anche sull'amministrazione comunale che, nel marzo 1878, dichiarò fallimento. Negativo, per qualità estetica, risultò inoltre l'esito del 'risanamento' del centro, ottenuto demolendo la zona del Mercato vecchio e del ghetto ebraico, degradata ma ricca di rilevanti memorie architettoniche. A partire dagli anni Ottanta la crisi prese ad attenuarsi e dagli inizi del Novecento l'incremento demografico fu costante: 232.860 abitanti nel 1911, 253.565 nel 1921, 316.350 nel 1931. L'industria trovò nell'economia cittadina, pur senza caratterizzarla, una sua identità precisa e qualificata: altalenanti inoltre le vicende dell'artigianato, particolarmente promosso dall'alto durante il regime fascista, e cifre ormai 'di massa' quelle raggiunte dal turismo (160.221 presenze nel 1933). L'espansione urbana procedette in questi stessi anni senza strategie qualificate: a macchia d'olio nelle periferie. Solo nel 1924 Firenze potrà disporre di un Piano regolatore, in vigore fino al 1958, che si limiterà ad assecondare il `riempimento' degli spazi liberi. Sul versante invece delle grandi opere di regime si collocarono lo stadio 'Giovanni Berta'), (ora comunale;1932), la Biblioteca nazionale (1935), la stazione di Santa Maria Novella (1934-35), l'Accademia aeronautica delle Cascine (1937). Dopo la guerra Firenze contava 16.400 vani distrutti, infrastrutture primarie, trasporti e servizi sanitari quasi azzerati, 150.000 disoccupati: ma nel 1946 gli abitanti erano 390.972 e gli anni 50'-60' produssero mutazioni decisive. Il settore secondario passò al 58%, tra i più alti della Penisola, in larga parte per effetto dell'esodo dalle campagne: la popolazione salì nel 1961 a 436.516 unità. Il turismo poi si trasformò in vera industria, toccando punte di 2 milioni di presenze annue. Dinamicità complessiva non significò purtroppo qualità edilizia: gli appetiti speculativi stravolsero il pur eccellente Piano regolatore del 1962 producendo, salvo episodi isolati, la cementificazione di ogni periferia: esemplare in merito la `colmata' di Nòvoli. In seguito l'inurbamento si è progressivamente esaurito e il numero degli abitanti è andato prima stabilizzandosi e quindi a decrescere: 457.803 nel 1971, 403.294 nel 1991. Molte industrie, in particolare dopo l'inondazione del 1966, si sono trasferite nei comuni limitrofi; l'occupazione nel terziario ha toccato il 70%; il turismo ha valicato anche il tetto dei 6 milioni di presenze annue. All'alba del terzo millennio vanno comunque delineandosi importanti segnali di speranza; dalla razionalizzazione degli accessi ai grandi monumenti alla progressiva eliminazione del traffico nell'area interna alle mura trecentesche. Dove appunto il ritorno ai vecchi ritmi pedonali è realizzazione ed emblema di miglior futuro.
ARTE. Celebre città d'Arte, Firenze deve la sua straordinaria forza d'attrazione turistica ad un eccezionale patrimonio culturale, formatosi in seguito alle sue vicende storiche facendone un centro di altissimo interesse artistico, amato e celebrato nei secoli da italiani e stranieri. Luogo ideale per studiarvi la storia dell'arte, Firenze si presenta con una struttura urbana chiara e ben definita, che si fonde in equilibrata armonia con il circostante paesaggio naturale. Nel centro storico il complesso architettonico rappresentato dalla Piazza del Duomo esercita un fortissimo richiamo sui visitatori. Nonostante appartengano ad epoche diverse, il Battistero (XI-XII sec., arricchito dalle tre splendide porte di bronzo tra cui la Porta del Paradiso di L. Ghiberti), il Duomo (dedicato a Santa Maria del Fiore) e il Campanile (iniziato da Giotto nel 1334 e portato a termine dal Talenti nel 1359) costituiscono un insieme unitario e di grande fascino in cui si fondono gli stili romanico e gotico.
La Cattedrale di Santa Maria del Fiore, progettata da Arnolfo di Cambio (1296), fu consacrata nel 1436, un paio d'anni dopo la conclusione dei lavori per la grandiosa cupola ogivale progettata dal Brunelleschi e considerata il simbolo di Firenze. La facciata è una creazione ottocentesca di Emilio de Fabris. Come molte altre chiese fiorentine Santa Maria del Fiore può essere a ragione ritenuta un museo per le pregevoli opere d'arte in essa custodite, dai due affreschi con i ritratti a cavallo di Giovanni Acuto di Paolo Uccello (1436) e di Nicolò da Tolentino di Andrea del Castagno (1456) alle vetrate trecentesche e quattrocentesche eseguite su cartoni di Donatello, A. del Castagno, Ghiberti e P. Uccello, alla Pietà, incompiuta, di Michelangelo. Notevole la Sagrestia Nuova in cui si trova la porta in bronzo di L. della Robbia, autore anche della splendida Resurrezione in terracotta (1444) collocata nel timpano della porta stessa. Luoghi turistici obbligati sono altresì le due chiese di Santa Croce (fatta costruire dai francescani nel 1294 su disegno di Arnolfo di Cambio) e di Santa Maria Novella (chiesa dei domenicani risalente al 1246, ma completata nella parte superiore e nel portale della facciata da L. B. Alberti nel 1456). Nell'interno della prima, dichiarata Pantheon delle glorie nazionali (vi si trovano, tra le altre, le tombe di Michelangelo, N. Machiavelli, G. Rossini, U. Foscolo), sono custodite molte opere insigni. In Santa Maria Novella si segnalano la grande Trinità di Masaccio, capolavoro prospettico, il Crocifisso di Brunelleschi, gli affreschi del Ghirlandaio (Storie di Maria e del Battista, 1485-90), il Cappellone degli Spagnoli, con il famoso ciclo pittorico di Andrea da Firenze (1355 ca.). Costruita tra il XIII e il XIV sec., Piazza della Signoria racchiude il famoso Palazzo Vecchio, dalla massiccia mole cubica con duplice ordine di bifore e la snella Torre detta d'Arnolfo, la Fontana di Piazza, eseguita dall'Ammannati e collaboratori, la loggia della Signoria detta anche dei Lanzi (1376-82), in cui sono ospitati numerosi gruppi scultorei (il Perseo di Cellini; il Ratto delle Sabine del Giambologna). Proseguendo lungo il fianco del Palazzo Vecchio si giunge al Piazzale degli Uffizi, cinto dall'omonimo palazzo ideato dal Vasari come sede degli uffici amministrativi, dei tribunali e degli archivi di Stato e attuale celeberrima Galleria d'Arte. Una passeggiata lungo l'Arno che scorre nei pressi offre l'opportunità di ammirare il più antico ponte della città: il Ponte Vecchio (seconda metà XIV sec.), costituito da 3 arcate e occupato da caratteristiche botteghe di artigiani orafi. Dall'altro lato del fiume, percorrendo via Guicciardini, si arriva a Palazzo Pitti, iniziato da Luca Fancelli nel 1458 su disegno del Brunelleschi e portato a termine da B. Ammannati che edificò la facciata ed eresse il cortile interno in stretta connessione con il giardino detto di Boboli (dal nome della collina retrostante). Puri esempi di stile rinascimentale sono le chiese di S. Spirito, ultima creazione del Brunelleschi; di S. Lorenzo, iniziata dallo stesso architetto nel 1419 per incarico di Cosimo il Vecchio e proseguita dall'allievo Manetti (la Sagrestia Vecchia è del Brunelleschi, 1420/29, quella Nuova di Michelangelo che eseguì anche la facciata interna della chiesa e la nota Biblioteca Laurenziana nel chiostro); il complesso della Piazza della SS. Annunziata, con portici brunelleschiani; i Palazzi Medici-Riccardi (Michelozzo, 1440-60), Strozzi (Benedetto da Maiano e il Cronaca, 1489-1504) e Rucellai (eretto su disegno di Leon Battista Alberti). A Firenze si sono espressi una serie di artisti geniali che hanno impresso con la forza e l'originalità del loro talento una svolta decisiva in campo artistico e culturale: Giotto (affreschi delle Cappelle Peruzzi e Bardi nella chiesa di Santa Croce), Masaccio (affreschi della Cappella Brancacci nella chiesa del Carmine), Donatello (Crocifisso, Annunciazione in Santa Croce), Beato Angelico (ciclo di affreschi nel convento di S. Marco), Paolo Uccello (affreschi alle pareti del Chiostro Verde in Santa Maria Novella). A conclusione della visita fiorentina è consigliabile un'escursione al Parco delle Cascine, interessante esempio di giardino granducale, aperto al pubblico nel XVIII sec., alla chiesa di San Miniato al Monte (XI sec., di pure linee romaniche, con la facciata rivestita di marmi bianchi e verdi) e, al termine dell'elegante e ampio Viale dei Colli, al Piazzale Michelangelo, conosciuto in tutto il mondo per lo spettacolare panorama che offre della città e delle colline fiesolane.
LA PROVINCIA. La provincia di Firenze (935.883 ab.; 3.514 kmq) comprende il territorio della media valle dell'Arno, il Mugello, parte dell'Appennino Tosco-Emiliano settentrionale e delle colline del Chianti. Prodotti dell'agricoltura sono frutta e verdura, cereali, tabacco, vino e olio. Diffuso è l'allevamento bovino.
L'attività industriale è presente con lanifici, vetrerie, zuccherifici, industrie meccaniche, del cemento, alimentari, delle maioliche e delle porcellane, del pellame, del cuoio e della paglia. Fra i centri principali ricordiamo Bagno a Ripoli, Campi Bisenzio, Castelfiorentino, Certaldo, Empoli, Fiesole, Fucecchio, Lastra a Signa, Pontassieve, San Casciano in Val di Pesa, Scandicci, Sesto Fiorentino.

Panorama di Firenze

Visita tra i tesori artistici di Firenze

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Luoghi di interesse

Basilica di Santa Maria del Fiore
Il Duomo di Firenze è la quarta chiesa della cristianità: 153 m di lunghezza, 39 di larghezza alle navate e 90 al transetto. Sul progetto di Arnolfo di Cambio, avviato nel 1296 per sostituire la vecchia cattedrale di S. Reparata, intervennero successivamente Giotto, Andrea Pisano e Francesco Talenti. E solo nel 1421 fu completata la parte absidale, con il tamburo previsto per una cupola che Filippo Brunelleschi avrebbe terminato nel 1436. Apparve dieci anni più tardi la lanterna che infine, nel 1468, il Verrocchio coronò con la grande palla sormontata da una croce di bronzo: a 172 anni di distanza dall'inizio dei lavori. La facciata, in parte realizzata da Arnolfo, venne distrutta nel 1587 perché 'fuori moda': quella attuale fu costruita alla fine dell'Ottocento. Sul fianco destro è notevole, prima della tribuna, la porta dei Canonici, in gotico fiorito (fine secolo XIV).La parte tergale è un vasto insieme di absidi e absidiole coperte da semicupole e contraffortate da archi rampanti. L'alto tamburo ottagonale è coronato in parte da un ballatoio di Baccio d'Agnolo. La grande cupola ottagonale di Brunelleschi, la più ardua e audace impresa architettonica del Quattrocento, si libra nell'aria, completando il Duomo, di cui raccoglie e unifica, senza appesantire, le tensioni verso l'alto. La particolare difficoltà dell'impalcatura, date le dimensioni della cupola (diametro 42 m circa), fu genialmente risolta con l'invenzione di una nuova tecnica, maturata nei suoi studi sulle antiche cupole romane, che non prevedeva il ricorso alle tradizionali armature in legno. Sul fianco sinistro la prima porta è quella, incantevole, detta della Mandorla per l'elemento contenuto nella cuspide gotica con l'altorilievo dell'Assunta, opera di Nanni di Banco (1414-21). Nella lunetta compare un mosaico (Annunciazione) realizzato da un cartone di Domenico e Davide Ghirlandaio e databile al 1491. L'interno del Duomo, a croce latina, diviso in tre lunghe navate collegate da ampie arcate sostenute da poderosi pilastri, produce un effetto di austera grandiosità. Il pavimento in marmo policromo, con il motivo del labirinto, fu iniziato su disegno di Baccio d'Agnolo e terminato solo a metà del secolo XVI. La crociera è sormontata dall'immensa cupola interamente ricoperta dall'affresco del Giudizio universale (di Giorgio Vasari e di Federico Zuccari,1572-79). Al centro il recinto ottagonale del coro, in marmo, decorato da notevoli bassorilievi di Baccio Bandinelli e Giovann Bandini, che circonda l'altare maggiore, sempre del Bandinelli, sovrastato da un Crocifisso, opera di Benedetti: da Maiano (1497). Attorno alla crociera si aprono le tre tribune del transetto e del presbiterio. Fra la tribuna di destra e quella centrale è la Sagrestia vecchia o dei Canonici: sulla porta lunetta di Luca della Robbia (Ascensione; 1450) e all'interno tavole di artisti del'400 e'500. Sotto l'altare della tribuna centrale si trova l'arca S. Zanobi (1432-42), capolavoro di Lorenzo Ghiberti. Nella lunetta della sagrestia delle Messe, altra terracotta (Risurrezione;1444) di Luca della Robbia, cui si deve pure la splendida porta in bronzo (1445-69) Nella quarta campata della navata sinistra, si trova la famosa tavola di Domenico di Michelino (1465), illustrante Dante e i suoi mondi. Nella terza e seconda campata giganteggiano i due cosiddetti monumenti equestri, dedicati a Giovanni Acuto e a Niccolò da Tolentino, condottieri dell'esercito fiorentino, affrescati rispettivamente da Paolo Uccello (1436) e da Andrea del Castagno (1456).
Campanile di Giotto
Innalza alla destra del Duomo i suoi 84 m, progressivamente alleggeriti da bifore e trifore e rivestiti in marmi policromi. La base è quadrata, di 14,45 m, rafforzata agli angoli da contrafforti ottagonali. Il progetto si deve a Giotto, che ne avviò l'esecuzione nel 1334: tre anni dopo, alla sua morte, la costruzione non era andata oltre il basamento. La direzione passò prima ad Andrea Pisano, cui si devono il piano con le feritoie e le nicchie per statue, e quindi a Francesco Talenti che, con gli ultimi tre piani, concluse l'opera nel 1359. Parte integrante della struttura, e non semplice elemento decorativo, sono sculture, rilievi e statue, i cui originali sono conservati nel Museo dell'Opera del Duomo. Le formelle del basamento illustrano, nella prima fascia le attività umane (originali di Andrea Pisano e, nel lato verso la chiesa, di Luca della Robbia), e nella seconda i Pianeti, le Virtù, le Arti liberali e i Sacramenti (attribuiti ad Alberto Amoldi). Nelle nicchie al piano soprastante, le statue originali, di Andrea Pisano, furono sostituite con opere di Donatello e Nanni di Bartolo. Salendo i 414 gradini di una scala a spirale si raggiunge una terrazza posta sulla sommità del campanile: con straordinaria visione ravvicinata della cupola e grandioso panorama sull'intera città.

Firenze: il Duomo e il campanile di Giotto

Battistero di S. Giovanni
Espressione ìdeale del romanico fiorentino, cui guardarono tutti i grandi innovatori dell'architettura cittadina. Da Arnolfo a Brunelleschi a Michelangelo. Pur non derivando da un tempio pagano, come voleva una tradizione medioevale, è uno tra i più antichi edifici religiosi di Firenze, eretto tra l'XI e il XIII sec. su costruzioni di epoca romana. A pianta ottagonale con rivestimento esterno a motivi geometrici in marmo di Luni (bianco) e di Prato (verde), è circondato da una trabeazione continua che divide il piano inferiore, formato da lesene e colonne, da quello superiore, a semicolonne ottagonali che sostengono tre archi a tutto sesto; un terzo ordine, di epoca posteriore, sormontato da un tetto a piramide, nasconde la cupola. Al 1202 risale l'abside rettangolare. La porta a Sud di Andrea Pisano, la più antica (1330) delle tre, è suddivisa in ventotto formelle: nelle venti superiori episodi della vita del Battista (il santo protettore di Firenze), nelle otto inferiori l'Umiltà e le Virtù cardinali e teologali. La porta a Nord è la prima delle altre due, opera di Lorenzo Ghiberti (1403-24). Nelle venti formelle superiori scene del Nuovo Testamento, nelle otto inferiori gli Evangelisti e i quattro Padri della Chiesa: lo stile ancora tardo-gotico evidenzia linearità sciolta e realismo delle fisionomie (nell'imposta di sinistra un autoritratto dello stesso Ghiberti). La porta a Est, chiamata da Michelangelo del Paradiso è una copia dell'originale commissionato al Ghiberti nel 1425: espressione della maestria e della maggiore autonomia raggiunte dall'artista, illustra in dieci formelle scene del Vecchio Testamento. L' interno a pianta ottagonale (diametro 25,60 m) e la disposizione delle colonne ricordano il tempio romano del Pantheon. Le otto pareti sono rivestite di marmi bicromi. la pavimentazione a tarsie in marmo presenta davanti alla porta del Paradiso, un interessante disegno con il Sole e i segni dello Zodiaco. In mezzo all'ottagono centrale si trovava l'antico fonte battesimale, rimosso nel 1576 e sostituito con un altro fonte decorato da sei bassorilievi di scuola pisana (1371) collocato lungo la seconda parete. A destra dell'abside è il sepolcro di Baldassarre Cossa, l'antipapa Giovanni XXIII, mirabile opera di Donatello eseguita in collaborazione con Michelozzo (1421-27). La decorazione del Battistero è completata dallo splendore delle tessere dorate dei mosaici, d'influenza bizantina, dell'abside (iniziati nel 1225 da Jacopo da Torrita) e da quelli della cupola, caratterizzati da un andamento concentrico culminante nella figura del Cristo troneggiante.

Visita virtuale all’interno del battistero di San Giovanni a Firenze

Ricostruzione virtuale del Battistero di San Giovanni a Firenze

Esplorazione virtuale della sezione interna del Battistero di San Giovanni a Firenze

Ponte Vecchio
Costruito nel 1345, da allora le sue tre arcate sono scampate a tutto: anche alle mine tedesche dei 1944 e all'inondazione dei 1966. Sino alla fine del Cinquecento ospitava macellai e verdurai: attività divenute inopportune quando sopra di loro venne fatto passare il Corridoio vasariano. Per decreto granducale vi si insediarono allora orafi e argentieri, che, nel Settecento, lo contrassegnarono con le caratteristiche vetrine sporgenti dette "madielle". Sulla mezzeria, uno slargo permette la vista sul fiume. Ponte Vecchio è oggi soprattutto spazio di passeggio, frequentatissimo e variegato per stili, generazioni e provenienze. L'artigianato orafo convive, non senza problemi, con quello ambulante.

Il Ponte Vecchio a Firenze

Palazzo Vecchio
Simbolo del potere politico in Firenze, venne iniziato nel 1299 da Arnolfo di Cambio. Nato come Palazzo dei Priori, suprema magistratura comunale detta anche "Signoria", ospitò i Medici dal 1540 al 1565 divenendo poi "vecchio" con il loro trasferimento in Palazzo Pitti. Fu sede del Parlamento italiano negli anni di Firenze capitale (1865-71) e attualmente lo è del Municipio. Il nucleo originario è un compatto parallelepipedo a bugnato rustico di pietra forte, diviso in tre piani e con due ordini di bifore di gusto gotico. Lo corona un alto ballatoio fortemente aggettante su mensole. La torre, alta 94 m, fu conclusa nel 1310: in alto si allarga in una rocca che riprende il motivo del ballatoio del palazzo e si completa con una cella campanaria a forma di edicola con quattro robuste colonne. Sul lato sinistro del palazzo si distinguono i successivi ampliamenti: quello trecentesco con la porta detta di Tramontana, che dà accesso alla camera dell'Arme; quello del 1495, realizzato per creare il salone dei Cinquecento; quello conclusivo, della seconda metà del XVI secolo, allorché l'interno del palazzo venne completamente ristrutturato dal Vasari, diventando un modello per le regge europee. Il cortile ha impianto medioevale, venne ristrutturato nel 1453 da Michelozzo e decorato nel 1565 - per le nozze di Francesco de' Medici con Giovanna d'Austria - con vedute di città dell'impero asburgico. Coeva la fontana al centro con l'agile Putto col delfino di Andrea del Verrocchio (copia dell'originale ora all'interno, nel terrazzo di Giunone). Nel passaggio tra questo cortile e il successivo della Dogana, un grande scalone a due rampe, progettato dal Vasari, porta al primo piano. Il salone dei Cinquecento è ambiente vasto (53 m per 22 m, alto m 18), costruito tra il 1495 e il 1496 da Antonio da Sangallo, dal Cronaca e da Francesco di Domenico per ospitare i cinquecento membri del Consiglio generale del popolo. Cosimo I (1540) ne fece il simbolo del proprio potere assoluto trasformandolo in Sala delle udienze e creando una tribuna sopraelevata, detta Udienza alla testata sinistra, opera di Baccio Bandinelli destinata al trono ducale e ospitante statue di personaggi della famiglia Medici. Tra il 1563 e il 1565 fu alzato di circa sette metri il soffitto a cassettoni, successivamente decorato con un ciclo di pitture del Vasari e aiuti: cui si devono anche i dipinti sulla parete d'ingresso (raffiguranti tre episodi della guerra di Pisa) e quelli sulla parete di fronte (tre episodi della guerra di Siena). Al centro di quest'ultima spicca il Genio della Vittoria di Michelangelo, scolpito nel 1533-34 per la tomba di papa Giulio II, ma non utilizzato e quindi donato dal nipote dell'artista a Cosimo I. A destra dell'ingresso, si apre lo studiolo di Francesco I de' Medici. è una minuscola "camera delle meraviglie", realizzata sotto la guida del Vasari tra il 1570 e il 1575 e affrescata in sintonia con gli interessi del principe per le scienze naturali. Al secondo piano è il quartiere degli Elementi (1555-58), con vari ambienti splendidamente decorati. Nel terrazzo di Giunone, chiuso da Bartolomeo Ammannati alla fine del Cinquecento, spicca il Putto col delfino dei Verrocchio. Nel quartiere di Eleonora (moglie di Cosimo I) è pregevole la Cappella di Eleonora realizzata da Giovanni Battista del Tasso e decorata a più riprese (1540-45) dal Bronzino. Dopo il quartiere di Eleonora si incontrano la Cappella dei Priori o della Signoria, costruita tra il 1511 e il 1514 da Baccio d'Agnolo, e la Sala dell'Udienza, con soffitto dorato a cassettoni di Giuliano da Maiano e affreschi alle pareti di Francesco Salviati (1560). Superata la porta marmorea con la statua della Giustizia, di Benedetto e Giuliano da Maiano, si accede alla Sala dei Gigli così chiamata per la decorazione del soffitto ligneo - di Giuliano da Maiano, 1478 - che allude al simbolo degli Angiò). Il grande affresco sulla parete opposta all'ingresso è di Domenico Ghirlandaio (1482-85). La sala ospita l'originale restaurato del gruppo in bronzo di Giuditta e Oloferne, di Donatello. Attigui gli ambienti della Cancelleria della Repubblica fiorentina, dove lavorò Machiavelli, e la Sala delle Carte geografiche.

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Basilica di S. Lorenzo
Consacrata nel 393, fu la prima cattedrale di Firenze fino all'VIII secolo: riedificata in forme romaniche nell'XI, si presenta oggi nella completa ristrutturazione commissionata dai Medici a Filippo Brunelleschi. I lavori si protrassero oltre la morte del maestro (1446) e vennero ultimati nel 1461 da Antonio Manetti: ne risultò uno dei capolavori del primo Rinascimento fiorentino. Alla facciata in pietra grezza si contrappone il movimentato insieme dell'alto tiburio, con la grande cupola della Cappella dei Principi, della cupoletta della Sagrestia nuova, e del campanile del Settecento. Mirabile all'interno l'armonia delle proporzioni brunelleschiane. Le tre navate sono divise da due file di colonne con capitelli corinzi, su cui si impostano le arcate a tutto sesto. La navata centrale è chiusa da un soffitto a cassettoni, mentre quelle laterali hanno volte a vela. La facciata interna è di Michelangelo. Nella seconda cappella a destra è il Matrimonio della Vergine, del Rosso Fiorentino (1523). Tra l'ultima cappella e il transetto di destra si trova il marmoreo altare del Sacramento, raffinata opera di Desiderio da Settignano (1460 c.). In fondo al transetto sinistro una porta introduce alla Sagrestia vecchia, realizzata da Brunelleschi (1421-26) e dove perfetta è la fusione tra l'impianto architettonico e la decorazione plastica di Donatello. Lo schema è quello di un cubo sovrapposto da una cupola emisferica, con spicchi divisi da costolo di pietra grigia. A Donatello si devono: il fregio di cherubini e serafini, i lunettoni sopra le porte, i tondi nelle pareti e nei pennacchi. Probabilmente di Desiderio da Settignano, anche se attribuito a Donatello, è il busto di S. Lorenzo. Il suggestivo affresco del volta dell'abside rappresenta l'aspetto del cielo a Firenze nella notte del 4 luglio 1442. Di Donatello sono anche i battenti delle porte in bronzo, con vivaci figure. Alla parete sinistra è il complesso e raffinato monumento funebre a Piero e Giovanni de' Medici, realizzato dal Verrocchio nel 1472, utilizzando in un felice accostamento materiali diversi.
Ospedale degli Innocenti
Tra i primi e più riusciti esempi di architettura civile rinascimentale: voluto dalla coscienza cittadina per risolvere razionalmente il dramma dei bambini abbandonati. La costruzione venne iniziata nel 1419, su progetto di Brunelleschi, e conclusa da Francesco della Luna. Nel bellissimo porticato sono soprattutto innovative le proporzioni: la larghezza degli archi è uguale all'altezza delle colonne e alla profondità del portico, creando una successione di cubi sormontati da semisfere. Nei pennacchi tra gli archi sono otto tondi in terracotta invetriata, di Andrea della Robbia. All'interno è una interessante Pinacoteca: Madonna col Bambino e un angelo di Sandro Botticelli; Madonna col Bambino, terracotta invetriata di Luca della Robbia; Adorazione dei Magi di Domenico Ghirlandaio.
Chiesa di Santa Maria Novella
I frati domenicani ne iniziarono la costruzione nel 1278: su progetto di Sisto e Ristoro, cui seguirono Jacopo Talenti e Giovanni da Campi, tutti confratelli. Attorno alla metà del Trecento restava da terminare solo la facciata, completata a partire dal 1458 per volontà di Giovanni Rucellai (il suo nome è inciso sotto il timpano triangolare) e merito di Leon Battista Alberti. I preesistenti elementi gotici vennero riassorbiti nel nuovo linguaggio rinascimentale con esiti di spettacolare armonia: grazie allo studio attento delle proporzioni e all'adozione del cromatismo originale (marmo bianco e nero-verde) tipico del Romanico toscano. Invenzione particolarmente felice, nella parte superiore, è l'inquadramento di una precedente finestra circolare in uno schema tripartito. Originalissime, quanto imitate in seguito, le due volute rovesciate ai lati. Il sole radiante, nel timpano, è simbolo dell'ordine domenicano. L'interno, a croce latina, è diviso in tre navate da pilastri polistili, con archi e volte ogivali a crociera. Dal soffitto della navata centrale pende un Crocifisso, tavola giovanile di Giotto (anteriore al 1312), recentemente restaurato. Nella navata destra, alla seconda campata, tomba della beata Villana, opera dei Rossellino e Desiderio da Settignano (1451); in fondo al braccio destro del transetto, la trecentesca Cappella Rucellai, al cui altare spicca una marmorea Madonna col Bambino di Nino Pisano (metà del sec. XIV). Nel transetto, Cappella di Filippo Strozzi con affreschi di Filippino Lippi. La cappella maggiore o Tornabuoni ospita un celebre ciclo affrescato di Domenico Ghirlandaio e aiuti (1485-90). Il coro ligneo, sotto gli affreschi, è di Baccio d'Agnolo (1485-90 c.), ampiamente rimaneggiato dal Vasari nel 1566. Nella Cappella Gondi un'architettura in marmi bianchi e neri e porfido rosso, opera di Giuliano da Sangallo (1503), inquadra il Crocifisso di Brunelleschi, la sola scultura in legno dell'artista. Alla testata del braccio sinistro del transetto è la Cappella Strozzi, con grandi affreschi di Nardo di Cione, fratello dell'Orcagna (1350). Nella sagrestia: un lavabo marmoreo in una nicchia in terracotta invetriata di Giovanni della Robbia (1498). Nella navata sinistra, alla terza campata, si trova la Trinità con la Madonna, S. Giovanni e i committenti Lenzi inginocchiati, affresco di Masaccio (1427 c.) considerato tra i vertici dell'arte occidentale.
Basilica di Santa Croce
Basilica di S. Croce. Celebre per la concentrazione di opere d'arte, e per il grande numero di 'italiani illustri' sepolti all'interno, è opera probabile di Arnolfo di Cambio che coniuga il gotico francese con la tradizione romanica locale. Iniziata nel 1295, per sostituire una chiesa precedente, venne terminata verso il 1385 ma consacrata solo nel 1443. La facciata è un completamento in stile neogotico (1853-63), così come il campanile (1847). Sulla sinistra del sagrato è collocato l'ottocentesco monumento a Dante. Solo da lontano, inconfondibili nella "skyline" cittadina, si apprezzano le fiancate, con caratteristici nudi timpani triangolari, e l'abside, coronata da cuspidi. L'interno, ampio e solenne, ripete lo schema a T (croce egizia) di molte grandi chiese conventuali, con transetto esteso e abside poligonale. Le tre navate sono divise da due file di grossi pilastri a sezione ottagonale sostenenti grandi archi ogivali; quella centrale, di notevole ampiezza, ha copertura a capriate. Notevole l'insieme delle vetrate, risalenti ai secoli XIV e XV. Ai dodici altari laterali, i dipinti su tela di Santi di Tito, Vasari, Cigoli e di altri sviluppano un tema comune (storie della Passione). Nella navata destra, tra il 1° e il 2° altare è la cinquecentesca tomba di Michelangelo; sul pilastro di fronte Madonna del Latte di Antonio Rossellino (1478); tra il 2° e il 3° altare, cenotafio di Dante Alighieri (1829); quindi il monumento a Vittorio Alfieri di Antonio Canova (1810); sul 3° pilastro, verso la navata centrale, pulpito di Benedetto da Maiano, raffinato e solido insieme; dopo il 4° altare, tomba di Niccolò Machiavelli (1787). Segue, oltre il 5° altare, l'edicola in pietra serena con la splendida Annunciazione di Donatello (1435 c.). Dopo una porta laterale è il monumento a Leonardo Bruni di Bernardo Rossellino (1444-45): sintesi di scultura e architettura molto imitata nel Rinascimento. Accanto, la tomba di Gioacchino Rossini (1900) e, dopo l'ultimo altare, la sepoltura di Ugo Foscolo (1939). Nel braccio destro del transetto è la grande Cappella Castellani, con affreschi di Agnolo Gaddi e aiuti; il bel tabernacolo è opera di Mino da Fiesole. Alla testata del transetto, si apre la Cappella Baroncelli, affrescata con Storie della Vergine da Taddeo Gaddi (1332-38). Da un portale, opera di Michelozzo, si passa in un corridoio e quindi, a sinistra, nella vasta sagrestia trecentesca. Sulla parete destra affreschi di Niccolò Gerini, Spinello Aretino e Taddeo Gaddi. In fondo è la Cappella Rinuccini, affrescata da Giovanni da Milano tra il 1363 e il 1366. Al termine del corridoio della sagrestia si entra nella Cappella Medici, nitida struttura rinascimentale di Michelozzo. All'altare splendida pala in terracotta smaltata di Andrea della Robbia (1480 c). Rientrati in chiesa particolarmente significative le Cappelle Peruzzi e Bardi con frammenti degli ultimi due cicli affrescati di Giotto, (1320-25), dai ritmi liturgici e dalla spazialità grandiosa. Nella Cappella Peruzzi è il ciclo con le Storie di S. Giovanni evangelista (parete destra) e di S Giovanni Battista (parete sinistra). Tema della Cappella Bardi sono le Storie di S. Francesco, che si alternano cronologicamente tra le due pareti. Nella navata sinistra si trovano i monumenti, ottocenteschi, a Luigi Cherubini e Leon Battista Alberti.

Firenze: la chiesa di S. Croce

Palazzo Pitti
Dominatore di una vasta piazza in accentuata pendenza, i lavori per la realizzazione di questo palazzo iniziarono nel 1458, diretti da Luca Fancelli, ma è probabile che appartenga al genio di Brunelleschi l'impianto originario: un cubo perfetto, in potenti bozze di pietra forte, con tre portoni al piano terra e sette finestre ai due piani superiori. Dopo la morte di Luca Pitti, nel 1472, il palazzo rimase incompleto e fu acquistato nel 1550 dai Medici che vi si trasferirono da Palazzo Vecchio. Nel 1558 Bartolomeo Ammannati iniziò gli ampliamenti, e inserì finestre 'inginocchiate' nei due portali laterali. Nonostante i lavori di allargamento della facciata, lunga 205 metri, si siano protratti per oltre due secoli, la sequenza modulare originaria è stata sempre rispettata, fino a creare l'attuale grandiosa quanto armonica scenografia. Dopo i Medici, il palazzo fu residenza dei Lorena e infine dei Savoia. Dal portale centrale si accede al cortile porticato, dell'Ammannati (1558-70), struttura potente dai marcati contrasti luministici. Palazzo Pitti ospita la Galleria Palatina e gli Appartamenti reali, la Galleria d'Arte moderna, il Museo degli Argenti, il Museo delle Carrozze.
Giardino di Boboli
Avvolge sui fianchi e sul retro Palazzo Pitti, completandone così lo splendido isolamento garantito sul davanti dalla piazza. L'accesso principale è dal cortile dell'Ammannati o dal forte di Belvedere. Il giardino, tra i più grandiosi (45 mila metri quadrati) di quelli all'italiana, venne creato a partire dal 1550 su disegno di Niccolò Tribolo, progressivamente elaborato da interventi protrattisi fino all'Ottocento. Nella trama variegata delle essenze vegetali, scandita da siepi, viali e sentieri, si innestarono opere di scultura, gustosi episodi architettonici, grotte con giochi d'acqua, scenografie complesse. Dal cortile dell'Ammannati si sale alla spianata superiore, con il grande anfiteatro, formato da gradinate con edicole e statue: al centro un obelisco egizio (1500 a.C.) e una vasca in granito. Verso il retro del Palazzo è la seicentesca Fontana del Carciofo, di Francesco Susini. A sinistra un grande viale porta alla Fontanina del Bacchino (oggi sostituito da una copia), di Valerio Cioli (1560). Proseguendo si arriva alla grotta detta del Buontalenti, di fantasia tipicamente manieristica (1583), con decorazioni di finte stalattiti e spugne. I tre ambienti interni sono ispirati al tema della metamorfosi della materia, dal caos all'armonia delle creature; nella seconda è un gruppo marmoreo rappresentante Paride ed Elena di Vincenzo de' Rossi (1560); nella terza, una squisita fontana del Giambologna (1570 c.). Tornati alla spianata superiore, si salgono le rampe al fondo dell'anfiteatro. Il secondo ripiano è dominato dal vivaio di Nettuno o Fontana del Forcone, ampio bacino con uno scoglio centrale su cui è la statua di Nettuno, bronzo di Stoldo Lorenzi. Sull'ultimo ripiano sorge la colossale statua dell'Abbondanza, iniziata dal Giambologna (1608). A destra si giunge alla scala che sale alla palazzina nota come Casino del Cavaliere, eretta intorno al 1700 per Gian Gastone de' Medici e ristrutturata al tempo dei Lorena; oggi ospita il Museo delle Porcellane. Una gradinata scende verso il prato dell'Uccellare, circondato da lecci e cipressi; da qui inizia il Viottolone, lungo viale di cipressi secolari, fiancheggiato da statue antiche e dei secoli XVII-XVIII. Al termine è il grandioso piazzale dell'Isolotto, complesso tardo-manieristico iniziato nel 1618 da Giulio e Alfonso Parigi: circondato da alte siepi in cui sono accolte statue, è occupato da un bacino circolare, con al centro un'isola, collegata a terra da due passerelle; dall'acqua emergono le statue di Perseo e di Andromeda, di scuola del Giambologna (1637). Sull'isola è la Fontana dell'Oceano, del Giambologna (copia dell'originale, collocato al Museo del Bargello). Dopo il prato delle Colonne si giunge al rondò di fondo. Al termine del viale in salita si apre il piazzale con la Palazzina della Meridiana, iniziata d Gaspare Maria Paoletti (1778) e terminata da Pasquale Poccianti (1822-40); è sede della Galleria del Costume.

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Chiesa di S. Miniato al Monte
Vertice del romanico fiorentino, assieme al Battistero di S. Giovanni, e corona scenografica del monte alle Croci. Fu costruita tra il 1018 e il 1207 come basilica benedettina. Domina in facciata il tema del contrasto cromatico tra marmo bianco e verde, che esalta le proporzioni geometriche dell'edificio. Cinque arcate cieche a tutto sesto compongono l'ordine inferiore (sec. XI), più semplice. Quello superiore (sec. XII), presenta al centro una finestra a edicola, sormontata da un mosaico con Cristo benedicente in trono tra Maria e S. Miniato (seconda metà sec. XIII). Sul frontone nove finti archetti e, al di sopra, figure simboliche intarsiate (inizio sec. XIII). Sulla cuspide, l'aquila artigliante un "torsello" (balla di stoffa), ricorda l'Arte di Calimala patrona della chiesa. Sul fianco sinistro è il campanile, edificato nella prima metà del Cinquecento su disegno di Baccio d'Agnolo. L'interno, essenziale e rigoroso, è coperto a capriate e articolato su tre livelli: cripta, piano principale e presbiterio fortemente rialzato. Le tre navate sono formate dal ritmico alternarsi di colonne e pilastri polistili raccordati da archi trasversali. Di recupero classico i capitelli in marmo bianco: romanici quelli in cotto dipinto di bianco a foglie d'acqua. Nella navata centrale, il pavimento è decorato da finissimi intarsi marmorei con figure simboliche. In fondo è la Cappella del Crocifisso, di Michelozzo (1448), con tavole di Agnolo Gaddi (1394-96). La decorazione in maiolica della volta a botte e la copertura esterna sono di Luca della Robbia. Nel presbiterio, a destra, è l'accesso alla sagrestia, grande ambiente quadrato con volta a crociera (1387), interamente affrescato da Spinello Aretino e dal figlio Parri con un ciclo, il primo in Toscana, dedicato alle Storie di S. Benedetto: di estrema chiarezza narrativa, essenziale nella decorazione, plastico nelle figure. Sulla destra del presbiterio si trova l'altare con tavola cuspidata (episodi della vita di S. Miniato), capolavoro di Jacopo del Casentino (1320 c.). L'area presbiteriale ospita importanti opere romaniche (1207) con ricca decorazione a motivi geometrici: oltre all'altare, notevolissimi sono un recinto a transenne marmoree (alto circa 3 m) e il pulpito quadrangolare. Sopra l'altare maggiore, Crocifisso in terracotta invetriata, attribuito a Luca della Robbia. L'abside è scandita da sei semicolonne in marmo; nella calotta, grande mosaico con Cristo in trono benedicente tra Maria e S. Miniato e i simboli degli evangelisti (sec. XIII). La cripta - la parte più antica della chiesa (sec. XI)-è costituita da sette navatelle con volte a crociera sostenute da trentasei colonnine molto diversificate nei materiali, nella lavorazione e nei capitelli. Negli spicchi delle volte del presbiterio, dipinti su fondo dorato di Taddeo Gaddi di notevole effetto cromatico (1341). Dalla navata sinistra, si entra nella Cappella del cardinale del Portogallo (1473), complesso omogeneo di architettura, pittura e scultura tra i più riusciti e meglio conservati del Rinascimento fiorentino. L'architettura dovuta ad Antonio di Manetto (allievo Brunelleschi), che si ispirò alla Sagrestia vecchia di S. Lorenzo. Nella volta, di Luca della Robbia, quattro medaglioni in terracotta invetriata. A destra è il monumento del Cardinale, capolavoro di Antonio Rossellino con l'aiuto del fratello Bernardo. Nella navata sinistra, grande e raro Crocifisso dipinto (fine sec. XIII), dai begli effetti di luce su panneggi.
Palazzo Strozzi
Ideale di perfezione, realizzato in pietra forte da Benedetto da Maiano guardando al Palazzo Medici di Michelozzo. I lavori iniziati nel 1489 continuarono fino al 1538 lasciando incompiuti il lato meridionale e metà del cornicione. Il palazzo si sviluppa su tre piani, con facciate ricoperte da un bugnato a 'cuscino' digradante verso l'alto e in cui si aprono due ordini di finestre bifore ai piani superiori e uno di finestre rettangolari al piano terreno. Grandiosi i portali e di raffinata esecuzione le lumiere sugli angoli, i bracciali portafiaccole e, in basso, gli anelli per legare i cavalli: opere del Caparra, cui si deve anche il cornicione in forte aggetto. Dall'elegante cortile interno, del Cronaca, si accede alle sale del palazzo, sede di importanti mostre e di vari istituti culturali.
Palazzo Medici-Riccardi
Primo superbo esempio di residenza signorile della Firenze rinascimentale. Venne costruito tra il 1444 e il 1462 da Michelozzo di Bartolomeo per i Medici, che ne fecero la loro residenza principale fino al 1540. Caratteristico il digradare del rivestimento esterno: bugnato a forte rilievo al pianterreno, bozze squadrate al primo piano, superficie liscia nel secondo. Dalle facciate, con finestre bifore, aggetta fortemente un cornicione di gusto classico. Nel 1517 vennero collocate le grandi finestre 'inginocchiate' appoggiate su mensoloni. I Riccardi, che acquistarono il palazzo nel 1659, lo ingrandirono di un'ala con sette finestre sul fronte principale. Oggi è sede della Prefettura. Il primo cortile è costituito da un portico a colonne corinzie, bifore al primo piano e loggia al secondo. Sotto il porticato è ospitata gran parte della collezione Riccardi, tra le più ricche raccolte archeologiche non statali di Firenze: busti, teste, frammenti di rilievi, urne, sarcofagi. La prima scala a destra porta alla Cappella dei Magi, capolavoro del primo Rinascimento fiorentino dovuto a Michelozzo (l'architettura) e a Benozzo Gozzoli (gli affreschi). Lungo le pareti corrono stalli lignei scolpiti e intarsiati: di legno intagliato, dipinto e dorato, è anche il soffitto, mentre il pavimento presenta una decorazione a tarsie di marmi e porfido. Alle pareti, la celebre Cavalcata dei Magi, grande narrazione affrescata dal Gozzoli (1459-60). La seconda scala a destra conduce alla Galleria, rilevante episodio di barocco fiorentino: nella volta l'Allegoria dei Medici, dipinta da Luca Giordano (1682-85).
Chiesa di S. Spirito
La facciata settecentesca, essenziale, nasconde una delle più pure architetture rinascimentali, iniziata nel 1444 da Brunelleschi e continuata da Antonio Manetti, Giovanni da Gaiole e Salvi d'Andrea. A quest'ultimo si deve anche la costruzione della cupola (1479-81), su progetto di Brunelleschi, mentre il solido e snello campanile è opera di Baccio d'Agnolo. L'interno, diviso in tre navate da splendide colonne monolitiche con capitelli corinzi, riprende e movimenta lo schema di S. Lorenzo inserendo la cupola centrale e prolungando le navate laterali nei bracci minori della crociera. L'altare maggiore, di Giovanni Caccini (1599-1607) con la collaborazione di Gherardo Silvani e Agostino Ubaldini, è testimonianza barocca di notevole complessità. In due delle cappelle del braccio destro della crociera spiccano una tavola di Filippo Lippi (1493-94) e un sarcofago marmoreo attribuito a Bernardo Rossellino (1458). II braccio sinistro della crociera ha meglio conservato l'originario carattere quattrocentesco. La Cappella Corbinelli è opera giovanile di Andrea Sansovino (1492). Dalla navata sinistra, attraverso un vestibolo rettangolare con ricchissima volta a botte cassettonata, realizzato dal Cronaca (1492-94), si accede all'ottagonale sagrestia (1489-94 con membrature in pietra serena, progettata da Giuliano da Sangallo e coperta da una cupola a costoloni e lanterna (1495-96; modello di Antonio Pollaiolo e Salvi d'Andrea).

I musei di Firenze

Biblioteca Mediceo-Laurenziana
Fondata da Cosimo il Vecchio, vi si accede dal pregevole primo chiostro, in stile brunelleschiano, con due ordini di arcate. La biblioteca è una delle più interessanti architetture fiorentine del Cinquecento, dovuta al genio di Michelangelo, e vi è conservata la più importante raccolta italiana di manoscritti. I lavori iniziati nel 1524, vennero portati a termine nel 1568 da Bartolomeo Ammannati e Giorgio Vasari. L'ingresso è caratterizzato da spiccato verticalismo, con forte contrasto tra la pietra viva delle strutture architettoniche e il bianco uniforme degli intonaci; originalissima la scalinata (realizzata nel 1559 dall'Ammannati, seguendo fedelmente un modello di Michelangelo) composta da tre rampe affiancate. Il salone di lettura è ambiente vasto e solenne, caratterizzato dai grandi banchi di legno, anch'essi disegnati da Michelangelo.
Cenacolo di Santa Apollonia
Il museo occupa una parte dell'antico monastero delle Benedettine di Sant'Apollonia, fondato nel 1339 e ingrandito nel Quattrocento. Nel 1447 circa Andrea del Castagno affrescò la parete di fondo del refettorio con l'Ultima Cena, la Crocifissione, la Deposizione e la Resurrezione. Nel museo sono esposti anche altri affreschi staccati di Andrea del Castagno con le relative sinopie e dipinti di Paolo Schiavo e di Neri di Bicci, provenienti dal monastero.
Museo di Santa Maria Novella
Ospita affreschi di assoluto rilievo nei chiostri e in vari locali del convento. Il chiostro verde, di Fra' Jacopo Talenti, deve il suo nome al colore dominante negli affreschi (Storie della Genesi) stesi intorno al 1425-30, su tre lati del portico, da Paolo Uccello e altri artisti. Tra i momenti più alti, dovuti a Paolo Uccello: il Diluvio universale e L'ebrezza di Noè caratterizzati dall'uso innaturale della prospettiva e del colore. Il cappellone degli Spagnoli, ex sala capitolare del convento, costruito da Jacopo Talenti (1345-55) nel Cinquecento fu destinato alle funzioni religiose degli spagnoli al seguito di Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo I. L'ampia aula rettangolare fu interamente affrescata da Andrea di Buonaiuto e collaboratori con un grande ciclo pittorico che esalta il ruolo dei Domenicani nella lotta contro l'eresia. L'adiacente chiostro dei Morti, gia esistente prima dell'arrivo dei Domenicani, venne ristrutturato intorno alla metà del '300. Dal chiostro verde si accede alla sezione espositiva: dipinti, reliquiari, arredi sacri, parati, ecc. appartenenti al complesso domenicano.
Galleria degli Uffizi
La Galleria degli Uffizi è il più antico museo dell'Europa moderna e uno dei più famosi e importanti del mondo relativamente alla pittura italiana ed europea dal XII al XVIII secolo: fondamentali le opere toscane fino al Cinquecento e importantissime quelle venete e nordiche nonché la raccolta di autoritratti e la collezione di antichità. Molte le trasformazioni intervenute da quando, nel 1581, il Buontalenti, per volere del granduca Francesco I, chiuse il loggiato al secondo piano dell'ala Est, per accogliere una raccolta di sculture e dipinti: ampliatasi progressivamente per il costante interessamento dei Medici verso l'arte ma anche le armi, i reperti naturalistici, gli oggetti di interesse tecnico e scientifico. Nel 1631, con il matrimonio di Ferdinando II con la figlia dell'ultimo duca di Urbino, arrivarono agli Uffizi quadri di Piero della Francesca, Raffaello, Tiziano, Federico Barocci; i pittori veneti vi giunsero grazie al cardinale Leopoldo, che iniziò anche la raccolta dei disegni, delle miniature e degli autoritratti. Tra la fine del Seicento e l'inizio del Settecento, Cosimo III ingrandì la raccolta con quadri di fiamminghi e con l'acquisto a Roma di preziose statue. Nel 1737 Anna Maria Luisa, ultima dei Medici, lasciò tutte le raccolte ai duchi di Lorena, a condizione che restassero per sempre a Firenze, incedibili e a disposizione del pubblico. Tra il 1771 e il 1772 i Lorena riorganizzarono l'immenso materiale concentrandosi sulle opere d'arte e allontanando le raccolte scientifiche e l'armeria. Ma soltanto dai primi del Novecento, soprattutto con l'ampliamento delle sezioni dedicate al Trecento e al Quattrocento, gli Uffizi si avviarono a diventare un'esposizione cronologicamente completa della grande pittura italiana. Attualmente sono esposte 2.000 opere, mentre 1.800 giacciono ancora nei depositi: è prevista una profonda ristrutturazione degli spazi espositivi che si estenderanno anche al primo piano, dove fino al 1988 era l'Archivio di Stato. Cancellati i danni dell'attentato del 27 maggio 1993, il Corridoio vasariano è visitabile ma in maniera discontinua.

Visita virtuale nelle sale della Galleria degli Uffizi a Firenze

Galleria dell'Accademia
Famosa soprattutto per le sculture di Michelangelo e per la raccolta di dipinti fiorentini dei secoli XIV-XVI. La volle nel 1784 il granduca Pietro Leopoldo per offrire agli studenti della vicina Accademia di Belle Arti esempi eccelsi dell'arte fiorentina. Nell'Ottocento si arricchì progressivamente di sculture del Buonarroti fino ad acquisire, agli inizi del Novecento, il carattere di "museo di Michelangelo". Dopo gli smembramenti della raccolta di dipinti, verificatisi negli anni Venti e Trenta, si è provveduto dopo il 1980 a un ampio riordino, per recuperare le origini storiche della Galleria e arricchirla di altre testimonianze della cultura artistica fiorentina contemporanea a Michelangelo. Nella tribuna neoclassica è conservato il celeberrimo David di Michelangelo realizzato tra il 1502 e il 1504 da un gigantesco blocco di marmo già abbozzato da Agostino di Duccio e da Antonio Rossellino, ma poi abbandonato perché ritenuto inadatto.
Museo Archeologico
Ospitato dal 1881 nel Palazzo della Crocetta, è il primo in Italia per la cultura etrusca e il secondo per quella egizia. Il museo ha origine dalle collezioni etrusche medicee e lorenesi, originariamente agli Uffizi, mentre la sezione egizia era stata costituita nella prima metà dell'Ottocento da Leopoldo II di Lorena acquisendo raccolte preesistenti e con una spedizione sul campo. La prestigiosa collezione di grandi bronzi annovera fra l'altro la celeberrima Chimera, trovata ad Arezzo nel 1553; l'Arringatore, statua bronzea dell'etrusco Aule Meteli; e notissimi bronzi, quali l'Idolino, trovato a Pesaro nel 1530, la colossale testa di cavallo, modello per molte statue equestri d'età rinascimentale, le teste di poeti e filosofi greci dalle acque della Meloria e un torso della prima età classica, anch'esso proveniente dal mare di Livorno. Altrettanto ricca e prestigiosa la collezione di ceramica attica figurata in cui spicca il grande cratere a figure nere noto come "Vaso François", firmato dal vasaio Ergòtimos e dal pittore Kleitìas (570 a.C. circa). Il Museo accoglie anche una ricca collezione di sculture in marmo di cui fanno parte due koùroi arcaici greci, gli unici esistenti nell'Italia continentale, acquisiti al Museo da L. A. Milani insieme a numerose statue, per lo più varianti o copie ellenistico-romane di importanti originali greci. Non meno rilevante risulta la raccolta di sculture etrusche, di carattere funerario: urne cinerarie chiusine o volterrane, e sarcofagi in pietra e marmo fra cui il notissimo sarcofago dipinto detto "delle Amazzoni" (350-25 a.C.).
Museo Bardini
Il Museo fu donato alla città di Firenze da Stefano Bardini (1836-1922), fine conoscitore d'arte ed abile mercante di fama internazionale, che allestì la propria prestigiosa galleria antiquaria nel complesso architettonico di San Gregorio della Pace, trasformato in un imponente palazzo neo-rinascimentale. Altari, scale, portali, colonne e soffitti provenienti da chiese e palazzi furono utilizzati per realizzare ambienti dalla suggestiva atmosfera antica, che ancora oggi costituiscono uno dei motivi di maggior fascino di questo Museo. La collezione contiene opere che vanno dall'epoca romana al Settecento, tra le quali capolavori di pittura e scultura come la Carità di Tino di Camaino, la Madonna dei Cordai di Donatello, il San Michele Arcangelo di Antonio del Pollaiolo, e numerose pregevoli opere di arti minori: ceramiche, medaglie, bronzetti, tappeti orientali, strumenti musicali, una piccola ma importante armeria. All'ultimo piano del palazzo è in via di ordinamento la Galleria Corsi, donata al Comune nel 1937 da Fortunata Carobbi Corsi, costituita da circa 700 dipinti dal XIV al XIX secolo.

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Museo nazionale del Bargello
Ha sede in uno dei palazzi pubblici più antichi di Firenze e uno dei più belli d'Italia: la sua costruzione risale addirittura al 1255. Dapprima sede del Capitano del Popolo e poi del Podestà, divenne nel secolo XVI residenza del Bargello, o capo degli sbirri (dal quale prese il nome) e svolse una sua triste funzione di carcere per tutto il secolo XVIII. Tra le sue mura avvennero importanti episodi della storia cittadina: sedute del Consiglio dei Cento cui partecipò anche Dante Alighieri; assedi, incendi, esecuzioni, tra le quali la più nota è forse quella del Baroncelli, congiurato insieme ai Pazzi contro i Medici, alla quale assistette anche Leonardo da Vinci. Nel corso dei secoli XIV e XV una serie dì interventi e aggiunte ne ha modificato l'impianto originale, conservando però al palazzo il suo carattere di armonica severità, bene apprezzabile nel bellissimo cortile, nel verone, nel grande salone al primo piano. La destinazione del complesso a Museo nazionale si ebbe alla metà dell'Ottocento, ma il palazzo ha finito per raccogliere soprattutto opere di sculture e sezioni ricchissime di arti cosiddette "minori". Il Bargello rappresenta veramente quello che gli Uffizi sono per la pittura, poiché nelle sue sale e nel cortile raccoglie alcuni tra i massimi capolavori del Rinascimento toscano. Nel grande salone trecentesco al primo piano troviamo esposte alcune opere di Donatello (1386-1466): il giovanile David in marmo; il San Giorgio qui trasportato dalla sua nicchia di Orsanmichele; il più maturo e ambiguo David in bronzo. Sono opere nelle quali la visione dell'artista da linearistico-decorativa, ancora legata a moduli tardo-gotici, si fa sempre più corposa ed "umana", piena di dignità civile e morale. Accanto al maestro, sono riunite le opere più delicate dei suoi scolari Desiderio da Settignano (1430 ca-1464) e Antonio Rossellino (1427-1479 ca). Accostate troviamo le due formelle che Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi presentarono al concorso del 1401 per la porta del Battistero fiorentino. Tra i pezzi più smaglianti, le terrecotte smaltate di Luca della Robbia (1400 ca-1482) occupano un posto a sé: le dolci e piene Madonne col Bambino splendono di riflessi bianchissimi e blu come appena uscite dalla bottega robbiana. Al secondo piano, una sala raccoglie una serie di eccezionali busti di personaggi fiorentini dovuti ai più importanti scultori del Quattrocento, per i quali la ritrattistica era veramente un mezzo per approfondire oltre che l'aspetto, il carattere umano. Nel salone del piano terreno, recentemente allestito, sono invece esposte le opere del Cinquecento toscano: fra le prime, quattro capolavori di Michelangelo (1475-1564): il Bacco, il tondo a rilievo con la Madonna e il Bambino, il Bruto e il David-Apollo; seguono poi le opere dell'Ammannati (1511-1592), Bandinelli (1488-1560), Andrea (1460-1529) e Jacopo (1486-1570) Sansovino, Cellini (il modellino per il Perseo e le piccole sculture in bronzo trasportate qui dalla Loggia dell'Orcagna), fino al Giambologna (1529-1608) del quale si ammirano il Mercurio e sul verone gli splendidi animali in bronzo, eseguiti per il giardino della Villa Medicea di Castello. Ma le meraviglie del museo non si esauriscono qui: pregevolissime raccolte incrementate dalle collezioni Carrand, Ressman e Franchetti di arti decorative o "minori", sono distribuite nelle molte altre sale del Palazzo, al primo e al secondo piano.
Museo dell'opera del Duomo
Conserva fin dal XIV sec., opere d'arte provenienti dal Battistero, dal Duomo e dal Campanile. Nell'ex cortile, sei formelle della porta del Paradiso del Ghiberti. Al piano terreno: modelli in legno e attrezzi di lavoro relativi alla costruzione della cupola; sculture della facciata del Duomo, demolita nel 1587, tra cui la pregevole statua di Bonifacio VIII, di Arnolfo di Cambio; codici miniati, oreficerie liturgiche, una Madonna col Bambino, santi e donatrici, di Bernardo Daddi. Al mezzanino: gruppo marmoreo incompiuto della Pietà che Michelangelo concepì (1550-53) per il proprio monumento funebre.Al piano superiore: due cantorie marmoree, classicamente serena quella di Luca della Robbia (1431-38), dionisiaca l'altra, di Donatello (1433-39); 16 statue, una volta nelle nicchie del Campanile, tra cui quattro Profeti e due Sibille attribuiti ad Andrea Pisano, il Sacrificio di Isacco, collaborazione di Nanni di Bartolo e Donatello (1421) e Abacuc, di Donatello, autore anche della Maddalena penitente, statua lignea della sua maturità (1453-55); le formelle del Campanile, eseguite da Andrea Pisano e Luca della Robbia; dossale d'argento del Battistero, capolavoro dell'arte orafa, iniziato nel 1366 e portato a termine nel 1477-80; la Nascita di Gesù di Antonio Pollaiolo, la Decollazione di Andrea Verrocchio; mosaici bizantini su tavola (XIV sec.).
Opificio delle Pietre dure
Voluto nel 1588 dal granduca Ferdinando I de' Medici come laboratorio per la lavorazione di pietre rare e pregiate per la cappella dei Principi in S. Lorenzo, era originariamente ospitato negli Uffizi. L'interessante museo annesso raccoglie lavori in pietra dura e scagliola, pitture su pietra e un campionario mediceo di materiali litici.
Galleria Palatina
Creata da Cosimo II e Ferdinando II, venne aperta al pubblico nel 1823. Nacque con la parte delle collezioni medicee che non aveva trovato posto agli Uffizi e che Anna Maria Luisa, ultima dei Medici, donò a Firenze nel 1743. L'allestimento attuale risale alla prima metà dell'Ottocento: con i dipinti che occupano le pareti in sapienti simmetrie, finallizzate soprattutto a esaltare le bellissime cornici intagliate e dorate; le sale sono arricchite di splendidi tavoli con piani in commesso di pietre dure o in scagliola. La raccolta comprende capolavori della pittura italiana ed europea soprattutto dei secoli XVI e XVII. Oltre all'eccezionale nucleo di opere di Raffaello, di Andrea del Sarto e di Tiziano, sono presenti tutte le personalità della scuola fiorentina, cospicui esempi della scuola veneta del secolo XVI, opere insigni di Caravaggio, Rubens, Van Dyck.

Arezzo

(92.448 ab.). La città di Arezzo è situata su una collina dell'Appennino Toscano allo sbocco delle valli del Casentino, della val di Chiana e del Valdarno. è un importante centro agricolo e commerciale con attive industrie (tessili, meccaniche, chimiche, olearie, vinicole, del legno e dell'argento).
STORIA. Arezzo vanta un'origine antichissima. Fu una delle maggiori lucumonie etrusche e successivamente città romana d'importanza strategica, snodo di fiorenti attività economiche e sede di pregevoli monumenti tra i quali l'Anfiteatro, giunto fino ai nostri tempi con i suoi cospicui resti. Rinomate furono le sue fonderie e le fabbriche artistiche di vasi a vernice rossa (detti vasi corallini), la cui tecnica di costruzione si diffuse in tutto il mondo romano. Nel Medioevo Arezzo fu libero Comune, in cui spesso prevalsero gli interessi di parte ghibellina, in antagonismo con la vicina Firenze, di consolidata tradizione guelfa. La disfatta subita dai Ghibellini a Campaldino (1289), dove muore lo stesso vescovo di Arezzo Guglielmino Ubertini, mette Firenze e Siena in possesso di larghe porzioni di territorio aretino. L'ascesa di Guido Tarlati, della potente "casa" ghibellina dei Pietramala (nel 1312 vescovo, nel 1321 signore a vita), risolleva la città dalla sconfitta di Campaldino ed avvia nei primi decenni del Trecento un nuovo, intenso periodo di sviluppo. A Guido Tarlati succede nella Signoria il fratello Pier Saccone (1327), con il quale inizia un rapido processo di decadenza; nel 1337 la città viene ceduta una prima volta a Firenze, che porta al potere la parte guelfa. Recuperata l'indipendenza e falliti diversi tentativi di instaurare un governo signorile, si giunge tra il 1376 ed il 1384 ad una prolungata crisi politica, durante la quale la città è ripetutamente saccheggiata. Nello stesso 1384, con la Signoria dei Tarlati, nuovamente ceduta a Firenze dal condottiero Enguerrand de Coucy per 40.000 fiorini d'oro e definitivamente legata alle sorti di quest'ultima, Arezzo perde, assieme all'indipendenza, gran parte della sua autonomia culturale ed artistica. Nel corso del '400 aretino l'avvenimento di maggior portata è l'affidamento a Piero della Francesca degli affreschi del coro della chiesa di S. Francesco; dall'incarico, conferito nel 1453, nasce il celebre ciclo della Leggenda della Vera Croce, destinato ad entrare nel novero dei capolavori dell'arte italiana ed universale. Falliti nel 1502 e nel 1529-30 gli ultimi tentativi di riconquistare l'indipendenza, l'egemonia stabilita sulla città dal patriziato, d'intesa con il principe, spegne per tutta l'età moderna ogni conflitto politico e sociale. Il Cinquecento aretino è dominato dalla poliedrica figura di Giorgio Vasari (1511-1574), architetto, pittore, storiografo dell'arte, consigliere granducale e come tale arbitro della vita artistica toscana. Il lungo periodo della dominazione fiorentina - dapprima sotto la Signoria medicea (1434-1569), poi entro lo Stato granducale dei Medici (1569-1737) e dei Lorena (1737-1859) - vede la città di Arezzo, al pari di gran parte della Toscana, declinare progressivamente sotto il profilo economico, sociale e culturale. All'epoca leopoldina risale la riforma territoriale del 1772 che, riunificando la città e le sue "camperie" (fascia di un miglio e mezzo esterna alle mura) con le cortine (territorio extraurbano fino a cinque miglia), segna la nascita del moderno Comune di Arezzo. L'ultima fase del governo lorenese, preceduta nel primo Ottocento dalla breve parentesi della conquista napoleonica - e, ad Arezzo, dalla violenta insorgenza antigiacobina del Viva Mama (1799) - segna un nuovo risveglio. Prende avvio la bonifica della Valdichiana, progettata e sostenuta dall'aretino Vittorio Fossombroni, ingegnere idraulico e per lungo tempo primo ministro del Granducato; si intensifica la realizzazione di opere pubbliche nel settore della viabilità stradale e ferroviaria e dell'arredo urbano. Nel 1825, raggruppando 49 Comunità già facenti parte delle province fiorentina e senese, è istituito il Compartimento Aretino, primo nucleo della futura Provincia di Arezzo. All'indomani dell'annessione al nuovo Stato unitario, la riconquistata autonomia amministrativa e l'apertura delle comunicazioni ferroviarie con Firenze e Roma (1866) stimolano nuovi fermenti. Nella prima metà del Novecento, in parallelo con l'impianto delle prime attività a scala industriale, l'espansione edilizia oltrepassa le vecchie mura, che tra le due guerre vengono drasticamente abbattute lungo tutto il settore sud-Ovest, e si spinge lungo le principali direttrici stradali. Al secondo conflitto mondiale, sanguinoso epilogo del ventennio fascista, Arezzo paga un elevato tributo in termini di vite umane e di distruzioni materiali, provocate dai ripetuti bombardamenti aerei e dal passaggio del fronte. La ricostruzione ed il successivo boom economico degli anni '50 e '60 conferiscono ad Arezzo l'attuale conformazione architettonica e socio-economica.
ARTE. Il centro storico di Arezzo conserva l'impianto urbanistico medioevale. Sulla sommità del colle è il Passeggio del Prato, ampio giardino alla cui estremità sorgono il gotico Duomo (XIII-XIV sec.) e la Fortezza Medicea (XVI sec.). Testimonianze artistiche del Medioevo sono le chiese gotiche di San Domenico e di San Francesco (XIII-XIV sec.; custodisce gli affreschi della Leggenda della Croce, capolavoro del grande pittore aretino Piero della Francesca, 1453-64), e la Pieve di Santa Maria (XIII sec., uno dei migliori esempi di architettura romanica in Toscana). Durante il Rinascimento, oltre al già citato Piero della Francesca, lavorarono ad Arezzo gli architetti G. Vasari (Palazzo delle Logge) e Antonio e Giuliano da Sangallo (Fortezza Medicea). A B. Rossellino si deve il Palazzo della Fraternita dei Laici situato nella piazza Grande (piazza Vasari), dove ogni anno si svolge la Giostra del Saracino. Interessanti sono anche la casa del Vasari, affrescata dall'artista; la Galleria e il Museo Medioevale e Moderno, con opere di scuola aretina e toscana; il Museo Archeologico Mecenate, dove sono raccolte le testimonianze etrusche e romane.

La chiesa di San Domenico ad Arezzo

LA PROVINCIA. La provincia di Arezzo (326.172 ab.; 3.232 kmq) si estende su un territorio montuoso e collinare comprendente la val di Chiana, il Casentino, l'alta val Tiberina, parte delle colline del Chianti e del Valdarno. La provincia trae le sue risorse principali dall'agricoltura (cereali, tabacco, olive, ortaggi, frutta, barbabietole). La coltivazione della vite alimenta l'industria vinicola (produzione di passiti, malvasia, vinsanti), mentre grazie all'allevamento è sviluppata la produzione dei formaggi e dei salumi. L'industria è anche presente con stabilimenti siderurgici. Fra i centri principali ricordiamo Bibbiena, Castiglion Fiorentino, Cortona, Montevarchi, San Giovanni Valdarno, Sansepolcro.

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Luoghi d'interesse

Chiesa di S. Francesco
Costruzione gotica di origine duecentesca, fu riedificata tra il 1318 e il 1377, manomessa e restaurata ai primi del '900; ha facciata incompiuta in pietra e mattoni e campanile quattrocentesca. L'interno, a navata unica, conserva uno dei documenti pittorici più giustamente celebrati della storia dell'arte: si tratta della Leggenda della Vera Croce, ciclo di affreschi eseguito da Piero della Francesca tra il 1453 e il 1466 sulle pareti del coro, rifacendosi alla duecentesca "Legenda aurea" di Jacopo da Varagine. Nel rosone della facciata, vetrata a colori di Guillaume de Marcillat, raffigurante S. Francesco e Onorio III (1524). Sulla parete destra, edicole gotiche e rinascimentali, alcune rimaneggiate all'inizio del XIX sec., e numerosi affreschi; nella cappella Carbonati, Storie di S. Bernardino, affreschi di Lorentino d'Arezzo (1463) ispirati a Piero della Francesco; nella cappella di Preghiera, Annunciazione di Spinello Aretino. La cappella Guasconi è interamente affrescata da Spinello Aretino (1390) sull'altare, trittico (Vergine e cinque santi) di Niccolò di Pietro Gerini. Nella cappella Tarlati alla parete destra, Crocifissione, di Spinello Aretino; sull'altare, Annunciazione, tavola di Neri di Bicci; alla parete sinistra, Annunciazione, affresco attribuito a Luca Signorelli prima maniera o a Bartolomeo della Gatta; nel pilastro sinistro, ciborio in marmo quattrocentesco. Nella cappella a sinistra, monumento funebre di Francesco Roselli, opera in terracotta attribuita a Michele da Firenze (secolo XV). Sotto la basilica, la chiesa inferiore a tre navate.
Pieve di S. Maria
Uno degli esempi più autorevoli del romanico in Toscana e testimonianza dell'architettura del primo nucleo medioevale aretino. Venne edificata dopo il 1140 come rifacimento di una chiesa di poco posteriore al Mille, continuata con l'aggiunta di motivi gotici fino ai primi decenni del '300, in seguito manomessa da Giorgio Vasari e restaurata a fine '800. La facciata romanica (XIII sec.), è formata da cinque arcate cieche nel basamento, e nella parte superiore da tre ordini di loggiati sovrapposti che si reggono su 68 colonne diseguali, sormontate da capitelli. Il portale mediano è decorato con rilievi del 1216, e nell'archivolto è scolpita a bassorilievo la raffigurazione allegorica dei Mesi di artista antelamico. Il portale destro (1227), ornato di intagli, è affiancato dal poderoso campanile (1330) detto "delle cento buche" per la regolare struttura a bifore abbinate, su cinque piani. L'interno è a tre navate con soffitto a capriate e grandi arcate leggermente ogivali; sulla facciata interna, notevole bassorilievo con l'Epifania (secc. XI-XII); al principio della navata destra, fonte battesimale esagonale con formelle scolpite da Giovanni di Agostino. Il presbiterio, sopraelevato sulla cripta, è la parte più antica, con archi a pieno centro e una galleria a bifore in alto.

Carrara

(65.871 ab.). Città associata a Massa nella provincia, situata a 100 m s/m, alle falde delle Alpi Apuane, sulle sponde del torrente Carrione. La città deve la sua notorietà in tutto il mondo ai marmi pregiati che si estraggono dalle cave delle Alpi Apuane. Oltre all'industria dei marmi sono attive anche quelle chimiche e dei materiali da costruzione.
STORIA. Originata dalla "curtis de Cararia", divenne feudo nel 963 e libero Comune nel 1261. Fu poi governata dalla Signoria di Castruccio Castracani dal 1322 e dalla città di Lucca dal 1328. Nel 1343 possò ai Visconti ai quali rimase sino al 1402; dal 1473 fu governata dai Malaspina e da allora Carrara vedrà legati i suoi destini a quelli di Massa. La città di Carrara è da molti considerata il capoluogo economico della provincia di Massa-Carrara, essendo il centro più importante dell'attività estrattiva del marmo che dalla città ha preso la denominazione di "marmo di Carrara".
ARTE. Nella città si trovano diversi edifici degni di nota, fra i quali il Duomo, dell'XI-XIII sec.; la chiesa di San Francesco, la chiesa della Madonna delle Lacrime (barocca); la rocca dei Malaspina (XII sec.), in cui si trova l'Accademia di Belle Arti; il Palazzo di Diana, del XVI sec.; il Palazzo del Medico, del XVIII sec.; la chiesa del Carmine ecc.

Carrara: il monumento ai caduti in piazza San Francesc

Grosseto

(71.378 ab.). La città di Grosseto sorge nella Maremma toscana al centro di un territorio pianeggiante attraversato dal fiume Ombrone, a pochi km dal Mar Tirreno. è un centro commerciale e agricolo (prodotti ortofrutticoli, cereali, uva, olive, lana) con industrie alimentari, metalmeccaniche, dei materiali da costruzione.
STORIA. Le prime tracce di un piccolo abitato nella città di Grosseto, risalgono fin all'epoca degli Etruschi. Il nome della città però lo troviamo per la prima volta in una pergamena dell'803 d.C. dove appare la testimonianza scritta di un insediamento "in loco Grossito", il quale, nel 973 risulta già essere un feudo degli Aldobrandeschi. Iniziò così il "dominio" di questa potente famiglia lucchese che trasformò Grosseto da castello a corte e successivamente, nell'aprile del 1138, in civitas, in concomitanza con il trasferimento della sede vescovile dall'antica citta' etrusco-romana di Roselle a Grosseto. Nel 1551, mentre cominciavano a profilarsi le prime idee di Comune, Siena cominciò a porre le basi per l'espansione in questa parte della Maremma e vennero così stipulati i primi patti di fedeltà. Nel 1224 tuttavia, la città tentò una prima ribellione all'egemonia senese, ma i 3.200 valorosi soldati, pur opponendo una resistenza accanita, dovettero cedere al numericamente superiore esercito avversario. Per oltre un secolo, mentre in tutta Italia divampavano le lotte tra i sostenitori del papa (Guelfi) e quelli dell'Imperatore (Ghibellini), i grossetani continuarono a sollevare agitazioni ad ogni occasione propizia, senza però riuscire mai a scuotersi dal giogo senese. Nel 1328 la città seppe resistere all'attacco dell'Imperatore tedesco Ludovico il Bavaro, il quale fu costretto a ripiegare verso Pisa, e lo stemma cittadino si adornò in questa occasione di una spada che ancora oggi porta alla memoria quel lontano episodio di amor patrio. Gli anni 1334-1336 furono segnati dalla cacciata di Vanni degli Abati e la conseguente sottomissione a Siena. Il sogno di libertà era così definitivamente tramontato. In seguito a questi eventi, nel 1421, venne emesso lo statuto cittadino; il Comune di Grosseto, per inserito come "dominato", manteneva comunque una certa autonomia soprattutto in ambito amministrativo. Il primo periodo della sottomissione senese fu letteralmente drammatico. A Grosseto, come del resto in tutta Europa, imperversava la peste nera (1348), in questa zona inoltre l'impaludamento dei terreni, lo spopolamento, la malaria, ed altre epidemie, falcidiarono la popolazione che nel 1369 si era ridotta ad un centinaio di nuclei familiari. Al progressivo degrado della città si accompagnarono inoltre frequenti incursioni e devastazioni del territorio, tra le quali vanno segnalate quella del 1447 ad opera delle truppe napoletane del re Alfonso d'Aragona e quella del 1455 con la spedizione della compagnia di ventura di Jacopo Piccinino. Il dominio senese tramontò definitivamente nel 1559 quando per l'intervento armato dell'Imperatore Carlo V, i territori di Siena vennero incorporati nel Granducato di Toscana sotto Cosimo I de' Medici. Nel 1574 sotto Francesco I, fu iniziata la costruzione della cinta muraria (tuttora ottimamente conservata), terminata poi nel 1593 sotto Ferdinando I. Furono intraprese altre opere di fortificazione e nello stesso tempo la pianura di Grosseto venne interessata da interventi di bonifica. Tuttavia il periodo di ripresa ebbe breve durata, e con l'abbandono delle opere di risanamento e di bonifica, la città rivisse un nuovo grave periodo di decadenza fin quasi a scomparire; all'inizio del 1700 gli abitanti erano ormai poco più di 700. La dominazione medicea durò fino al 1735, e due anni più tardi con il trattato di Vienna che poneva fine alla guerra di successione polacca, al duca Francesco Stefano fu tolta la Lorena e gli fu assegnato, a titolo di indennizzo, il Granducato di Toscana. In questi secoli intanto la città aveva continuato a reggersi in base agli statuti del 1421 che nel tempo avevano subito modifiche soltanto marginali, fino a quando, nel marzo 1783 Pietro Leopoldo di Lorena sancì la loro abolizione a favore dell'unificazione legislativa della Toscana. Pietro Leopoldo staccò la Maremma da Siena e stabilì a Grosseto il capoluogo, furono attuate una serie di concessioni di terre, abolizioni di tasse e rimborsi parziali delle spese. Con questi interventi Pietro Leopoldo si attirò le simpatie di tutta la popolazione maremmana che gli eresse un monumento nella piazza principale della città. Alla fine del XVIII secolo la storia di Grosseto fu legata alla Rivoluzione francese, al dominio napoleonico ed alla restaurazione che riportò sul trono i Lorena. Infine con il plebiscito del 15 maggio 1860 le sorti della città seguirono quelle dell'unità d'Italia.
ARTE. Principali monumenti di Grosseto sono il Duomo, opera di Sozzo di Rustichino (1294-1302) e la chiesa gotica di San Francesco (XIII sec.) che sorgono nel centro storico circondato dalle mura bastionate costruite da B. Lanci per volere dei Medici (XVI sec.; nel XIX sec. gli spalti e i bastioni vennero trasformati in giardini). Interessante è la fortezza Medicea (XVI sec.; situata sul lato Nord-Est delle mura) a pianta esagonale. Nel Museo Diocesano d'Arte Sacra sono conservati dipinti di scuola senese dal XIII al XVII sec.

Palazzo della Provincia a Grosseto

LA PROVINCIA. La provincia di Grosseto (212.001 ab.; 4.504 kmq) occupa la parte meridionale della Toscana ed è bagnata dal Mar Tirreno. Il territorio comprende la Maremma, resa molto fertile dopo opere di bonifica. Importanti per l'economia della provincia sono l'agricoltura (cereali, frutta e verdura, olive, vini, foraggi) e lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo (pirite, piombo, rame, zinco, antimonio, lignite, caolino, mercurio) a cui sono collegate le principali industrie (alimentari, estrattive, delle macchine agricole). Fra i centri principali ricordiamo Castiglione della Pescaia, Follonica, Gavorrano, Manciano, Massa Marittima, Orbetello, Roccastrada.

Saturnia (Grosseto): le Terme

I cavalieri d’Italia dell’oasi naturalistica di Orbetello

Livorno

(156.198 ab.). La città di Livorno, situata sul Mar Tirreno a Sud della foce dell'Arno, è un centro commerciale con un attivo porto. Importante per l'economia della città è l'attività industriale (industrie siderurgiche, metallurgiche, delle costruzioni navali).
STORIA. Inzialmente Livorno sorgeva all'estremità Sud del cosiddetto Arco di Stagno e dotato anch'esso di una piccola struttura portuale. Da questo primo agglomerato nacque quel Castellum, di cui si trova per la prima volta menzione nei documenti del 1017, designato col nome di Livorna. La tradizione orale riporta che nel 1103 la contessa Matilde, marchesa di Tuscia, donò all'Opera del Duomo di Pisa il "Castrum Liburni et curtem". L'erezione del fortilizio detto "Quadratura dei Pisani" e di una cinta muraria intorno ad esso, nel 1392, segnò il passaggio di Livorno a città fortificata. Nel 1405 Gabriello Maria Visconti, signore di Pisa, vendette il suo territorio ai Fiorentini ma pose Livorno e il Porto Pisano sotto la protezione della Francia. Fu il governatore della zona costiera per conto di Carlo V, Baucicauet, a vendere, nel 1407, Livorno e Porto Pisano a Genova. Nel 1421 sopraggiunti motivi economici costrinsero però Genova a cedere tali possedimenti a Firenze. Livorno iniziò pienamente a fruire della reggenza fiorentina soltanto con il ritorno dei Medici nel 1513 dopo che, a causa della morte di Lorenzo Il Magnifico (1492), si erano scatenate guerre di successione (si ricordi la celebre invasione di Massimiliano d'Asburgo, alleato con Genova e Venezia, che voleva accaparrarsi Livorno dopo che Firenze era riuscita a riottenerla combattendo con Carlo di Valois). I lavori della Fortezza furono intrapresi nel 1519-20 sotto la tutela del cardinale Giulio de' Medici. Fu isolata con il fosso nel 1525 e terminati sotto Alessandro nel 1534. Decisivo fu, però, l'operato dei figli prima di Francesco I (1574-1587), che affidò all'architetto Bernardo Buontalenti il compito di fare di Livorno una vera e propria città, e poi di Ferdinando I, che portò avanti il progetto e la rese in grado di accogliere 20.000 persone entro le mura e 300 navi nel porto, attuando l'espansione dell'area portuale e l'ampliamento dell'abitato nell'area orientale con la Piazza d'Arme (Piazza Grande), il Duomo, la via Ferdinanda (Via grande) e una nuova cinta muraria di forma pentagonale, comprendente una nuova Fortezza (1590). Proprio sotto Ferdinando I, il 19 marzo 1606, si ritiene che Livorno venga ufficialmente dichiarata città. Un ulteriore cambiamento di fisionomia si ebbe sotto Ferdinando II de' Medici e sotto il figlio Cosimo III con la costruzione del quartiere della Venezia Nuova nell'area nord-occidentale della città, che comportò la distruzione di parte della Fortezza Nuova e l'erezione del Rivellino di San Marco e del Forte San Pietro d'Alcantara in difesa della nuova area. Nel 1737 la morte di Giangastone segnò la fine della dinastia medicea e l'inizio di quella lorenese sotto la quale Livorno cominciò a perdere la sua immagine di città-fortezza grazie al Motu Proprio di Pietro Leopoldo (dal 1790 Imperatore d'Austria) che nel 1776 abolì il divieto di costruire al di fuori delle mura. Con un'interruzione di 15 anni (1799-1814) a causa dell'invasione francese, durante la quale fu operato un ampliamento della città verso il Rivelllino di San Marco, la dinastia lorenese regnò a Livorno fino al 1859, anno in cui l'allora granduca Leopoldo II, che nel 1834 aveva fatto costruire la nuova Cinta esterna, abbandonò per sempre la Toscana, scossa dalle guerre d'indipendenza. Nel frattempo con decorrenza 1° gennaio 1868 fu decisa la soppressione del porto franco e mentre iniziava la decadenza dei traffici commerciali si avviò la trasformazione industriale dell'economia della città.
ARTE. Gravemente danneggiata dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale, Livorno è stata in gran parte ricostruita e ha un aspetto prevalentemente moderno. Il centro storico si affaccia sul Porto Mediceo (1571-1618; Porto Vecchio): vi si trovano il Duomo (ricostruzione di un edificio della fine del XVI sec.), il Monumento dei Quattro Mori (inizio XVII sec.), costruito in onore del granduca Ferdinando I, e il caratteristico quartiere seicentesco della Venezia Nuova attraversato da numerosi canali.
LA PROVINCIA. La provincia di Livorno (327.472 ab.; 1.218 kmq) si estende lungo una stretta fascia costiera fra Livorno e Piombino. Risorse della provincia sono l'agricoltura (cereali, foraggio, frutta e verdura, vigneti) e l'industria (industrie siderurgiche, chimiche, estrattive). Il turismo balneare è praticato lungo la Riviera degli Etruschi (Castiglioncello, Marina di Cecina) e nelle isole, soprattutto all'Elba). Fra i centri principali ricordiamo Bibbona, Castagneto Carducci, Cecina, Marciana, Piombino, Porto Azzurro, Portoferraio, Rosignano Marittimo.

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Lucca

(81.871 ab.). La città di Lucca si trova al limite della piana di Lucca nei pressi del punto in cui la valle del Serchio sbocca in pianura. è un attivo centro agricolo e commerciale ed un mercato ortofrutticolo e zootecnico. Industrie principali sono quelle tessili, alimentari, metalmeccaniche, chimiche, del legno, della ceramica.
STORIA. Il centro ligure di Lucca divenne colonia romana sotto Ottaviano e durante l'occupazione longobarda (VI sec.) fu nominato capitale del ducato di Tuscia. Coinvolta nelle lotte fra impero, papato e feudatari, Lucca, dopo aver in un primo tempo sostenuto il papato, si schierò con l'Imperatore (IX-XII sec.). Nel frattempo si operò una trasformazione delle istituzioni cittadine che portò alla costituzione del Comune, che venne riconosciuto nel 1162. Verso la fine del XII sec. Lucca entrò in conflitto con gli altri comuni della Toscana, soprattutto con Pisa, che venne sconfitta nel 1293. All'inizio del XIV sec. la città attraversò una grave crisi istituzionale (lotte fra magnati e artigiani) di cui approfittò il signore di Pisa Uguccione della Faggiuola (1314) che venne esiliato nel 1316 a causa della sua politica repressiva. Al suo posto fu nominato Castruccio Castracani e, sotto la sua guida, Lucca raggiunse l'apice della sua potenza politica e militare. Alla morte di Castruccio la città venne venduta dall'Imperatore Lodovico il Bavaro a Francesco Antelminelli e poi ad altri signori finché l'Imperatore Carlo IV non le concesse nuovamente la libertà (1369). Lucca ristabilì l'ordinamento repubblicano che durò per circa quattro secoli, interrotto solo dalla Signoria di Paolo Guinigi (1400-30). Alle guerre con Firenze (prima metà del XV sec.) seguì un periodo di relativa tranquillità che durò sino all'inizio del XVI sec., quando una rivolta dei tessitori di seta (Rivolta degli straccioni, 1531-32) provocò una crisi economica a cui si aggiunse la repressione di un movimento religioso ispirato alla Riforma protestante. Di fronte a questi avvenimenti la repubblica in breve tempo si trasformò in una oligarchia forma di governo che venne mantenuta fino all'arrivo delle truppe napoleoniche (1799) che instaurarono un governo democratico provvisorio. Nel 1805 Napoleone istituì il principato di Lucca e Piombino. Dopo il Congresso di Vienna, Lucca fu assegnata a Carlo Lodovico di Borbone Parma e fu retta fino al 1824 dalla madre di questi, Maria Luisa. Nel 1847 fu ceduta al granduca di Toscana Leopoldo II e seguì le vicende storiche del Granducato fino all'annessione al Regno d'Italia.
ARTE. Il centro storico di Lucca, chiuso da una cerchia di mura bastionate (XVI-XVII sec.), conserva la caratteristica struttura urbanistica medievale. Principale monumento della città è il Duomo (XI-XIII sec.; ricostruito nel XIV-XV sec.) che dell'originaria costruzione romanica conserva la facciata asimmetrica, opera di Guidetto da Como (1204), con pregevoli rilievi attribuiti a Nicola Pisano (Natività, Deposizione). Nell'interno gotico si trovano la pala della Madonna e Santi di D. Ghirlandaio, la statua di San Giovanni Evangelista di Iacopo della Quercia e il monumento funebre di Ilaria del Carretto, sempre del della Quercia (1408) che rappresenta una delle più alte realizzazioni della scultura italiana del XV sec. Nel Tempietto del Volto Santo (1484), situato nella navata sinistra, è un antico crocifisso ligneo dell'XI-XII sec. L'area del Foro romano è occupata dalla piazza San Michele su cui domina la chiesa di San Michele in Foro (XII-XIV sec.), tipico esempio di architettura pisano-lucchese. Proseguendo per la via Cesare Battisti fiancheggiata da bei palazzi del XVII-XVIII sec., si arriva alla chiesa di San Frediano (1112-47) dalla semplice facciata ornata da un mosaico. All'interno vi è una bella fontana lustrale romanica (XII sec.); nella Cappella dei Trenta si trova il dossale d'altare a forma di polittico scolpito a rilievi da Iacopo della Quercia (1422). Altre belle vie del centro cittadino, con case e torri medievali, sono via Fillungo, nei pressi della quale è l'anfiteatro romano, ora piazza del Mercato, dalla caratteristica forma ellittica, e via Guinigi dove si trovano le case della famiglia Guinigi (XIV sec.). Sede del Museo Nazionale è la Villa Guinigi (XV sec.).
LA PROVINCIA. La provincia di Lucca (373.820 ab.; 1.773 kmq) occupa un territorio prevalentemente montuoso (Alpi Apuane; Appennino Tosco-Emiliano). Lungo la costa è la pianura della Versilia, bagnata dal Mar Tirreno. Principali risorse sono l'agricoltura (foraggi, olivi, viti, frutta, cereali, legumi), l'allevamento (bovini) e l'industria estrattiva (cave di marmo). Altre industrie sono quelle metallurgiche, della carta, cantieri navali, calzaturifici. L'industria turistico-alberghiera è situata nelle località della Versilia e nei centri dell'interno. Fra i centri principali ricordiamo Altopascio, Barga, Camaiore, Capannori, Castelnuovo di Garfagnana, Forte dei Marmi, Pietrasanta, Viareggio.

Luoghi di interesse

Chiesa di S. Michele in Foro
Romanico e gotico vi convivono, a causa della lunga elaborazione costruttiva dell'edificio: iniziato nel 1070, sostanzialmente messo a punto nel XII sec., continuato fino al 1383. Lo stesso forte effetto di singolarità provocato dalla parte terminale della facciata, isolata sopra al tetto, deriva dal mancato compimento di una prevista sopraelevazione, mentre la colossale statua di S. Michele arcangelo posta al suo vertice, pur di fattura romanica, accentua, al pari delle due statue ai lati, il verticalismo della struttura, secondo un'esigenza proprio del gotico; non mancano comunque parti decisamente romaniche: tra queste, la notevole abside di derivazione pisana. L'interno è basilicale, a tre navate su colonne con notevoli capitelli romanici.
Duomo
La romanica facciata, di grande esuberanza plastica nella varietà delle decorazioni e delle figurazioni allegoriche, si deve a Guidetto da Como, che terminò il lavoro nel 1204. Al '200 inoltrato, e sempre a maestri lombardi, vanno assegnate le decorazioni scultoree dei portali: nella lunetta di quello centrale un Redentore in mandorla portato da due angeli e, sulla destra, Storie di S. Martino e I lavori dei dodici mesi dell'anno; nel portale di destra l'architrave ha un Incontro di S. Martino con gli Ariani e nella lunetta una Decapitazione di S. Regolo; nel portale di sinistra l'architrave presenta Annunciazione, Presepio e Adorazione dei Magi e, nella lunetta, una Deposizione, opere attribuite a Nicola Pisano. Fu terminato nel XIII sec. il campanile di foggia lombarda; al XIV sec. rinviano i fianchi, scanditi da contrafforti, e l'abside, di derivazione pisana.L'interno, completamente rinnovato a partire dal 1372, è a tre navate con transetto sporgente. Una porta nella navata destra dà accesso alla sagrestia dove è stata collocata la tomba di Ilaria Del Carretto, moglie giovinetta di Paolo Guinigi, morta nel 1405, celeberrimo capolavoro di Jacopo della Quercia. In sagrestia, all'altare Madonna e Santi di Domenico Ghirlandaio e aiuti. Nel transetto destro cappella con altare di S. Regolo, di Matteo Civitali (1484). Sempre dello stesso, al centro della navata sinistra, è il tempietto del Volto Santo, in marmo bianco di Carrara e specchi di porfido rosso (1482-84), che contiene il venerato crocifisso ligneo detto Volto Santo, copia duecentesca di un originale siriaco forse dell'VIII sec.

Il Duomo di Lucca

Massa

(68.005 ab.). La città di Massa, capoluogo della provincia di Massa Carrara, si trova ai piedi delle Alpi Apuane. Prodotti dell'agricoltura sono cereali, ortaggi, frutta. Le industrie principali sono quelle dell'estrazione e della lavorazione del marmo; vi sono inoltre industrie siderurgiche e meccaniche.
STORIA. Nel X sec. Massa venne donata al vescovo di Luni da Ottone III e fu dominata dai Malaspina fino a che questi non la cedettero ai Fieschi di Genova. Nei secoli XIV e XV la città fu dei Lucchesi, dei Pisani, dei Rossi di Parma, degli Scaligeri e dei Visconti. Ritornò ai Fieschi e infine divenne una repubblica autonoma sotto la protezione di Firenze. Verso la metà del XV sec. ritornarono i Malaspina con Antonio Alberigo, marchese di Fosdinovo, che assunse la Signoria della città. Il suo successore, il figlio Giacomo, estese il suo dominio anche sulla città di Carrara (1473) e in seguito si costituì uno stato rimasto autonomo fino al 1859, quando si unì allo Stato Sabaudo.
ARTE. Il nucleo antico della città (Rocca), in cima a un colle, è caratterizzato dal castello medievale e dalla residenza dei Cybo-Malaspina, accanto alla quale sorge il palazzo rinascimentale costruito in seguito dalla stessa famiglia. Attorno a questo complesso architettonico fu eretta, tra il XVI e il XVII sec., una poderosa cinta muraria. Le costruzioni più significative della parte nuova della città sono la Prefettura, ex Palazzo Cybo-Malaspina (XVI-XVII sec.) e il Duomo (XV sec.).
LA PROVINCIA. La provincia di Massa-Carrara (197.562 ab.; 1.157 kmq) si estende su un territorio prevalentemente montuoso (Appennino Tosco-Emiliano, Alpi Apuane) e confina con le province di Lucca, La Spezia, Parma e Reggio Emilia. Risorse principali sono l'agricoltura (produzione di olio, cereali, ortaggi, frutta, uva, castagne) e l'industria estrattiva (marmi pregiati), chimica, siderurgica, del cemento. Lungo la costa è diffusa l'attività turistico-alberghiera. Fra i centri principali ricordiamo Aulla, Carrara, Fivizzano, Pontremoli.

Panorama di Massa

Pisa

(88.964 ab.). La città di Pisa si trova nel Valdarno Inferiore, a pochi chilometri dalla foce del fiume Arno, che la divide in due parti. è un importante nodo stradale e ferroviario ed un centro industriale (industrie metalmeccaniche, tessili, chimico-farmaceutiche, dei profumi e del vetro). Altra risorsa è il turismo.
STORIA. Incerta è l'origine di Pisa. Esistono tesi di una sua origine ligure e di una greca. Insediamento etrusco e successivamente colonia romana, Pisa fece parte del Regno longobardo, dell'Impero carolingio e del Regno d'Italia. Il Medioevo coincide con il periodo di massima fioritura economica, politica ed artistica, di cui restano vive testimonianze, nella forma urbis del centro storico, nei numerosi edifici religiosi e civili, nelle piazze, nei tipici vicoli stretti che corrono perpendicolari all'Arno, la grande via di comunicazione che per secoli ha brulicato di vita, con i suoi numerosi scali cittadini. Infatti, mentre non restano tracce tangibili dell'insediamento alto medioevale, di cui peraltro gli studiosi hanno ricostruito l'estensione, rimangono ampi tratti delle mura comunali, costruite a partire dal 1154-1155 e concluse intorno alla metà del XIV secolo, che dopo aver difeso l'abitato dagli attacchi nemici, per secoli hanno separato la città dalla campagna, ed oggi sono un documento attraverso cui ripercorrere le alterne vicende della storia pisana. Da sempre città di foce, sorta in ambiente lagunare, la rinascita di Pisa non avviene intorno all'antico nucleo romano ma al fiume che l'attraversa: nella zona nord-est dell'Arno si sviluppa l'abitato di "Forisportam" e sulla riva sinistra quello di "Chinzica", che insieme a "Mezzo" e "Ponte" formano i quartieri medioevali. Dall'XI secolo Pisa, importante base navale già in epoca romana, intensifica i commerci nel Mediterraneo riportando con la sua flotta numerose vittorie su città e navi musulmane: a Reggio Calabria nel 1005, in Sardegna nel 1015 e nel 1016, a Bona in Africa nel 1034, a Palermo nel 1063, ad Al-Mahdiya nel 1087. Le crociate, poi, sono l'occasione per estendere i traffici commerciali nel Mediterraneo orientale e ben presto lungo le coste africane sorgono colonie pisane fornite di grandi magazzini e fondachi, abitazioni e chiese. Tra i primi comuni sorti in Italia, nel 1092 Pisa vede la sua diocesi trasformarsi in arcivescovado con giurisdizione metropolitana sulla Corsica e sulla Sardegna e l'arcivescovo Daiberto eletto primo patriarca latino di Gerusalemme. Orientata verso una politica filoimperiale, Pisa è l'unica città ghibellina in Toscana a sostenere apertamente la politica dei sovrani svevi, trovandosi spesso in contrasto con il papato, tanto da meritarsi la scomunica nel 1241, per aver catturato e consegnato a Federico II alcuni alti prelati diretti ad un concilio a Roma. Il lento declino della città è segnato dalla sconfitta inflitta dalla rivale Genova nella battaglia navale presso le secche della Meloria, nel 1284, in seguito alla quale circa diecimila uomini furono condotti nelle prigioni genovesi, mettendo in ginocchio l'economia pisana. Dopo un breve periodo di ripresa politica ed economica, riaccesa dalla scesa in Italia dell'Imperatore Arrigo VII (1310-1313), negli anni successivi avviene la perdita della Sardegna, con grave danno per le finanze del Comune; intanto, anche sul piano politico alle antiche istituzioni comunali si succedono nuovi governi signorili, malgrado perduri il forte attaccamento agli ordinamenti del Comune garanti di una maggiore libertà, spesso insanguinata da cruenti lotte di fazione. Dopo il breve dominio sulla rivale Lucca (1341-1368) nel 1406 Pisa sarà conquistata da Firenze, iniziando un lungo periodo di profonda crisi che terminerà solo con l'ascesa politica dei Medici. Dalla seconda metà del Cinquecento si ebbe una ripresa caratterizzata dallo sviluppo dell'Università e dall'istituzione dell'Ordine dei Cavalieri di Santo Stefano, destinato alla lotta per mare contro i Turchi. La città visse la sua vita tranquilla all'ombra del potere dei Medici. Nel 1848 i volontari del battaglione universitario presero parte alla prima fase della guerra contro l'Austria, distinguendosi nella gloriosa battaglia di Curtatone. Pisa ottenne l'annessione al Regno di Sardegna, base del Regno d'Italia proclamato nel 1861. La seconda guerra mondiale portò lutti e distruzioni. Gli aerei alleati bombardarono a tappeto la città, specialmente il 31 agosto 1943, e nell'estate dell'anno successivo Pisa visse la triste esperienza di essere tagliata in due dal fronte bellico. La ricostruzione fu rapida, anche se i suoi modi suscitarono varie critiche.
ARTE. La fioritura artistica di Pisa coincise con il suo ruolo di potenza politica e, infatti, i grandi monumenti architettonici, che hanno reso la città meta di turisti provenienti da ogni parte del mondo, risalgono ai secoli XI-XIV. Di questo periodo è il Campo dei Miracoli (Piazza del Duomo), dove si trovano il Duomo, il Campanile (Torre Pendente), il Battistero e il Camposanto. Il Duomo (1064-XII sec.) è la realizzazione più notevole dell'architettura romanico-pisana ed uno dei capolavori dell'arte italiana di ogni tempo per la sua bellezza ed unità stilistica. All'interno è custodito il pergamo di Giovanni Pisano (1302-11), capolavoro della scultura gotica italiana. Dietro al Duomo si innalza il cilindrico campanile, detto Torre Pendente (1173-metà XIV sec.) per l'inclinazione dovuta ad un cedimento del terreno. Dalla sua sommità si gode un bel panorama della città. Di fronte al Duomo si trova l'imponente Battistero romanico (1152-seconda metà XIV sec.) a pianta circolare sormontato da una cupola piramidale. Nell'interno è il pergamo di Nicola Pisano (1260), la prima opera italiana di scultura gotica. Il Camposanto (XIII sec.; gravemente danneggiato da un incendio nel 1944) è delimitato all'esterno da un recinto marmoreo rettangolare ad arcate cieche. L'interno è costituito da un'area sempre rettangolare cinta da un portico con arcate trasformate in delicate quadrifore gotiche. Parte degli affreschi che ornavano le pareti è andata perduta. Lasciato il Campo dei Miracoli si possono visitare le belle chiese di Santa Caterina (1251-1300) con facciata marmorea e campanile in cotto, di San Francesco (1211 - metà XIV sec.) con affreschi di Taddeo Gaddi (1342), di Santa Maria della Spina (XIII sec.), notevole esempio di architettura romanico-gotica, e di San Paolo a Ripa d'Arno (XI-XII sec.). Centro della città in epoca comunale era la Piazza dei Cavalieri, che nel XVI sec. venne sistemata ad opera di G. Vasari (Palazzo dei Cavalieri, 1562; chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri, 1569). Nel Museo Nazionale di San Matteo sono custodite pregevoli opere di pittori e scultori toscani del XII-XV sec.
LA PROVINCIA. La provincia di Pisa (386.466 ab., 2.448 kmq) occupa il territorio della Toscana centro-occidentale, comprendente le pianure del Serchio e dell'Arno e parte dell'Anti-Appennino Toscano. Confina con le province di Lucca, Firenze, Grosseto, Siena, Livorno ed è bagnata dal Mar Tirreno. Prodotti dell'agricoltura sono cereali, frutta, verdure, vino, olio, barbabietole da zucchero, tabacco. L'agricoltura incentiva le industrie alimentari e vinicole. Altre industrie sono quelle tessili, del legno, metalmeccaniche, chimiche, vetrarie, della ceramica, dei pellami. Il turismo è diffuso nelle località termali, di interesse artistico e lungo il litorale. Fra i centri principali ricordiamo Cascina, Pomarance, Ponsacco, Pontedera, San Giuliano Terme, San Miniato, Santa Croce sull'Arno, Vecchiano, Volterra.

Pisa: piazza dei Miracoli

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Luoghi d'interesse

Duomo
Intitolato a S. Maria Assunta, l'edificio venne progettato dall'architetto Buscheto secondo una concezione di estrema apertura, che fuse la tradizione classica con elementi paleocristiani, bizantini, lombardi, arabi, normanni. Consacrato nel 1118 in forma ancora non compiuta, venne terminato, con la facciata opera di Rainaldo, alla fine dello stesso secolo. La facciata è a doppio spiovente, con arcate cieche in basso e nella parte alta quattro ordini di loggette con tarsie e sculture: nelle ante di bronzo dei tre portali, storie della Vergine e storie del Redentore, eseguite da seguaci del Giambologna (fine XVI secolo). Sui fianchi si sviluppa omogenea una soluzione a tre ordini: in basso arcate cieche includenti finestre, rombi e cerchi, in mezzo lesene sottili sostenenti la cornice che delimita le navatelle, in alto tornano le arcate cieche ma qui sostenute da piccole colonne. La parte absidale è mediazione tra il partito dei fianchi e quello della facciata. Davanti alla torre si apre la porta di S. Ranieri con ante in bronzo lavorate da Bonanno Pisano nel 1180. L'interno a croce latina, è acinque navate nel corpo principale e a tre navate nei transetti: sopra a questi e alla navata centrale corrono le logge del matroneo e sulla crociera si eleva una cupola ellissoidale. Nella navata centrale, all'inizio, coppia di acqusantiere con statuette in bronzo di Felice Palma; in fondo, pergamo in marmo di Giovanni Pisano (1302-11), ricomposto nel 1926: uno dei vertici della scultura gotica italiana che in una articolata volumetria plastica e architettonica addensa simboli e storie legate al rinnovamento religioso dell'epoca. Quasi di fronte è la cosiddetta lampada di Galileo, in bronzo, su modello di Battista Lorenzi (1587); è così chiamata perché lo scienziato avrebbe compreso l'isocronismo del pendolo osservando le sue oscillazioni. Nella navata destra, sul pilastro in controfacciata, una Crocifissione affrescata del '400; tra gli altari, grandi tele di Antonio Cavallucci, Domenico Corvi, Francesco Mancini; al 1° altare, Vergine in Gloria di Cristofano Allori, al 3°, Madonna delle Grazie di Andrea del Sarto e Giovanni Antonio Sogliani. Nel transetto destro, in alto, nel catino originario dell'abside seminascosto dalla cappella di S. Ranieri, Madonna in Gloria. mosaico trecentesco nella navatella sinistra tomba di Arrigo VII (1313-15) di Tino di Camaino. Nella crociera del transetto, sotto la cupola, pavimento cosmatesco del XII secolo. Nel presbiterio, all'estremità della balaustrata, due angeli in bronzo del Giambologna (1602), nell'interno stalli intarsiati del'400; ai lati tele di Andrea del Sarto (S. Agnese, Ss. Margherita e Caterina, Ss. Pietro e G Battista) e di Giovanni Antonio Sogliani; sull'altare maggiore Crocifisso in bronzo del Giambologna Nel catino dell'abside grande mosaico duecentesco con il Redentore fra Maria e S. Giovanni evangelista: a Cimabue (1302) è attribuito il volto del santo; in basso, ciclo di dipinti opera di Domenico Beccafumi, Sodoma, Ventura Salimbeni, Orazio Itiminaldi. Nel transetto sinistro, sopra il catino originario dell'abside, mosaico trecentesco con l'Annunciazione e, sull'altare, ciborio in argento di G.B. Foggini (1678-56). Nella navata sinistra, tra gli altari grandi tele di Placido Costanzi, Gaetano Gandolfi, Giuseppe Collignon; al 3° altare, l’Eterno in Gloria di Ventura Salimbeni, al 2° Il Paracleto e martiri, opera del Passignano.
Battistero
Grandioso edificio romanico, concluso e decorato secondo i modi del gotico nascente, fu costruito a partire dal 1152 su progetto di Diotisalvi; vi intervennero nella seconda metà del XIII secolo Nicola e Giovanni Pisano, e nel 1358, soprintendente ai lavori Cellino di Nese, venne avviata la copertura con la cupola. Tra i quattro portali notevole soprattutto quello di fronte al Duomo, con colonne decorate ai fianchi e nella lunetta copia (l'originale è nel Museo dell'Opera) della Madonna di Giovanni Pisano. L'interno presenta una navata anulare coperta a volte sostenute da colonne e pilastri e sormontate da matroneo: al centro, fonte battesimale a immersione, ottagonale, con quattro fonti minori per il battesimo dei bambini, di Guido Bigarelli da Como (1246); a sinistra, pergamo di Nicola Pisano (1260), a pianta esagonale, sorretto da sette piccole colonne e da una centrale su un alto plinto: nei pennacchi degli archi figure di profeti e di evangelisti, sui capitelli figure allegoriche e di santi, negli specchi del parapetto storie della vita di Cristo.
Campanile
La celeberrima torre pendente si presenta come una colossale colonna che si sviluppa sovrapponendo alle arcate cieche della base sei ordini di leggere loggette che ripropongono lo stesso motivo presente nell'abside del Duomo. Fondata nel 1173, probabilmente da Gerardo di Gerardo, si elevò rapidamente fino al quarto ordine: il cedimento del terreno determinò, attorno al 1185, la sospensione dei lavori che vennero ripresi nel 1275 da Giovanni di Simone e conclusi nella seconda metà del '300, secondo tradizione, da Tommaso Pisano, che portò la torre a 55 metri d'altezza. La sua proverbiale pendenza già alla fine del '200 era di 90 centimetri. Nel 1992, quando lo strapiombo misurava quasi 3 metri, sono stati avviati importanti lavori, che si sono conclusi alla fine del 2001, permettendo così al pubblico di accedere nuovamente alla scala a spirale che sale con 294 gradini fino alla cima. L'intervento di restauro e consolidamento, oltre a compattare il terreno in modo da ridurre le infiltrazioni d’acqua, ha ridotto la pendenza del campanile di 39,6 centimetri, riportandola a quella di due secoli fa.
Camposanto
Realizzato a partire dal 1277 (ma concluso solo nel 1464), è una grandiosa galleria a pianta rettangolare in cui si inseriscono due semplici portali (su quello destro tabernacolo gotico della scuola di Nino Pisano del 1350). Per secoli luogo di sepoltura dei cittadini nobili e illustri, il vasto portico era decorato dal più grande complesso di pitture murarie medioevali, cui contribuirono, tra gli altri, Bonamico Buffalmacco, Taddeo Gaddi, Andrea Bonaiuti, Antonio Veneziano, Spinello Aretino; nel XV secolo si ebbe il consistente apporto di Benozzo Gozzoli. Gravemente danneggiato a causa del bombardamento americano del 27 luglio 1944, il ciclo ha conosciuto da allora una lunga vicenda di restauro, che ha determinato il distacco delle opere dalle pareti, la scoperta delle sinopie e l’avvio di una nuova sistemazione. Le pareti si presentano quindi spoglie, mentre il pavimento si è mantenuto interamente coperto da lastre tombali. Notevoli alcuni monumenti funebri del braccio orientale: quello di Giovanni Boncompagni è opera di Bartolomeo Ammanati (1574), mentre quelli del conte Mastiani è adornato dalla statua dell’Inconsolabile di Lorenzo Bartolini (1842). Molti e talora di eccelsa fattura i sarcofagi romani distribuiti nei quattro bracci; la loro quantità si spiega con il riutilizzo sepolcrale che ne venne fatto nel Medioevo. Gli affreschi già compiutamente restaurati sono stati collocati in un ampio ambiente attiguo al portico, a cui si accede dalla galleria settentrionale. Si tratta del Trionfo della Morte del Giudizio universale e Inferno, eseguiti molto probabilmente da Buffalmacco, le Storie di Giobbe di Taddeo Gaddi e di Vita degli anacoreti nella Tebaide. Nella cappella che si apre sul lato orientale si si trovano frammenti di affreschi distaccati e restaurati, tra gli altri, di Antonio Veneziano, Taddeo Gaddi, Benozzo Gozzoli, Buffalmacco.

Pistoia

(84.243 ab.). La città di Pistoia si trova ai piedi dell'Appennino, al limite settentrionale della piana omonima. è un centro industriale (fonderie, cementifici, industrie tessili, delle calzature, delle costruzioni ferroviarie) e commerciale.
STORIA. La città di Pistoia, che si ritiene debba la sua origine nel II secolo a.C. alla necessità per l'esercito romano di disporre di un insediamento fortificato che fungesse da base logistica nelle guerre contro i Liguri per la conquista della zona appenninica, si sviluppò celermente, anche grazie al fatto di essere attraversata dalla Via Cassia. Fu sulle alture sovrastanti la città che, nel 62 a.C., venne accerchiato da due legioni romane e ucciso il ribelle Catilina. Al tempo delle prime invasioni barbariche dovette subire distruzioni e conseguenti spopolamenti che restrinsero sensibilmente l'area urbana; alla fine del V sec. è comunque documentata la presenza in Pistoia di un proprio vescovo. Elevata al rango di città regia dai Longobardi (che ne fecero sede di un gastaldo indipendente dai duchi di Lucca e di Firenze), al centro di un comitatus in epoca carolingia, durante la quale gran parte del territorio pistoiese finì con l'essere spartito in una serie di possessi detenuti da alcune dinastie signorili come i conti Guidi e i Cadolingi, i suoi abitanti seppero darsi assai precocemente un'organizzazione comunale, come risulta dalla prima menzione dei consoli pistoiesi, che risale al 1105, mentre la più antica redazione statutaria è ascrivibile al 1117. Nel XII secolo la città era in piena espansione e allargava i propri confini con una seconda cerchia muraria. Sotto l'influenza di notevoli impulsi commerciali la sua politica si orientò verso un'alleanza con Pisa, della quale si ha testimonianza anche attraverso l'attività artistica di Giovanni Pisano, conservatasi nella chiesa di Sant'Andrea. L'importanza di Pistoia crebbe col crescere degli scambi e dei traffici commerciali nel basso Medioevo, grazie alla sua posizione al punto di confluenza degli itinerari verso il Nord Italia, il Valdarno Inferiore e Firenze. Nel corso del XIII secolo combatté una lunga serie di conflitti contro Prato, Firenze, Lucca e Bologna e al tempo stesso si divise al suo interno per le lotte di fazione tra Guelfi e Ghibellini, aggravatesi sulla soglia del Trecento con la scissione tra Bianchi e Neri, espressione in origine di una divisione interna della famiglia Cancellieri. Nel 1306, per punire un governo di parte bianca filo-ghibellino, gli eserciti dei Fiorentini e dei Lucchesi uniti, dopo un assedio durato undici mesi, conquistarono per fame la città e ne rasero al suolo le mura. Negli anni successivi episodi di lotta e brevi momenti di indipendenza si alternarono alle avventure signorili di alcuni esponenti del ceto magnatizio locale e del lucchese Castruccio Castracani (signore di Pistoia dal 1322 al 1328) e alla sempre più cogente tutela fiorentina, impersonata in loco dalla magistratura dei capitani di custodia. Dal 1401 si affermava definitivamente su Pistoia il dominio di Firenze, agevolato non poco dalla lotta civile che continuava a dividere i maggiorenti locali nelle due contrapposte fazioni dei Panciatichi e dei Cancellieri. Prendendo pretesto da questa secolare faida che continuò in città e nel territorio ancora per più di un secolo, Cosimo I nel 1538 abolì per un decennio ogni forma di autogoverno, affidando la città e il suo territorio a quattro commissari plenipotenziari e successivamente (1556) ad un consiglio della Pratica Segreta, cosicché nei tempi seguenti Pistoia seguì del tutto soggiogata le scelte e le sorti della politica medicea. Nel 1643 fu assalita dalle bande dei Barberini, nella guerra tra i Farnese di Parma e papa Urbano VIII, ma seppe respingerle. Durante l'epoca leopoldina, che segnò senza dubbio un momento di ripresa economica e culturale della città, fu attuata una politica di più dinamica attenzione alle esigenze della popolazione con riforme amministrative, messa in cantiere di ingenti opere pubbliche, incentivi per il rinascente ceto imprenditoriale. L'incoraggiamento del granduca sostenne anche l'importante sinodo diocesano convocato nel settembre 1786 dal vescovo Scipione dè Ricci con l'intento di attuare molte riforme in senso giansenistico, pronunciandosi tra l'altro in favore della subordinazione della Chiesa allo Stato; tuttavia le decisioni sinodali furono definitivamente condannate nel 1794 con la bolla Auctorem fidei dal pontefice Pio VI. La dominazione francese dell'inizio dell'Ottocento fu vissuta senza particolari tensioni, anzi con la piccola soddisfazione di vedere la città designata sede di una sottoprefettura. La restaurazione lorenese determinò in un primo tempo un sensibile arretramento delle facoltà giurisdizionali, con l'istituzione di un commissario regio in città e il ripristino delle podesterie in contado, per poi stabilire un allargamento della giurisdizione territoriale con la nomina di Pistoia a capoluogo di compartimento e infine a un nuovo declassamento (1851), allorché emersero vivaci focolai di attività antigranducale. I centri culturali cittadini, come l'Accademia di scienze, lettere ed arti, promuovevano infatti adunanze letterarie a scopo patriottico e Niccolò Puccini, un proprietario terriero del luogo, fu un personaggio di non scarso rilievo nell'ambito dei moderati toscani. Fra Ottocento e Novecento un altro pistoiese di adozione si segnalò per la sua intensa attività politica oltre che per i suoi interessi culturali: Ferdinando Martini. Durante il ventennio fascista, fondato nel pistoiese sul consenso degli agrari e dei dirigenti dei maggiori complessi industriali, gratificati con la concessione dell'autonomia provinciale nel 1927, l'opposizione al regime, sia pure duramente repressa, era sopravvissuta nella clandestinità a opera di gruppi che si riconoscevano nel Partito comunista italiano, ma anche di orientamento diverso, soprattutto fra gli studenti: comunisti libertari, anarchici, cattolici. L'occupazione di Pistoia all'indomani dell'armistizio da parte dell'esercito tedesco durò per dodici mesi, con continue sofferenze da parte della popolazione, e fu resa ancora più grave dai frequenti bombardamenti degli alleati; pur tra varie difficoltà il movimento partigiano ebbe modo di distinguersi sia con azioni in città che attestandosi in basi poste sulla montagna pistoiese. Nel dopoguerra ci si impegnò alacremente nell'opera di ricostruzione, mentre il potere amministrativo locale era affidato alle forze politiche di sinistra. Il sensibile miglioramento del tenore di vita, evidente a partire dagli anni Sessanta, ha portato a una consistente crescita della popolazione residente e a un rapido sviluppo edilizio nelle periferie, senza che tensioni evidenti attraversassero la tranquilla e industriosa società pistoiese.
ARTE. Centro del nucleo antico di Pistoia èla piazza del Duomo, dove si trovano i begli edifici trecenteschi del Duomo e del Battistero. Il Duomo è in stile pisano e ha una facciata marmorea con terrecotte invetriate di Andrea della Robbia (1505). All'interno, nella Cappella di San Iacopo, è il prezioso dossale del santo in argento, opera di orafi toscani (XIII-XIV sec.). Accanto al Duomo sorge il poderoso campanile (XIII sec.) che domina la piazza. Il Battistero (1338-1359), realizzato da Cellino di Nese su disegno di Andrea Pisano, è un'elegante costruzione gotica ottagonale. Completano la piazza il Palazzo del Comune (1294-1325) e il Palazzo del Podestà (1367). Le chiese di San Giovanni Fuorcivitas (XII-XIV sec.) e di Sant'Andrea (XII sec.; all'interno pergamo di G. Pisano, 1298-1301) sono tipiche realizzazioni dell'architettura romanico-pisana. Interessante è anche l'Ospedale del Ceppo (XIII-XIV sec.) con un bel portico ad arcate (1514) ornato da un pregevole fregio in terracotta invetriata di Giovanni della Robbia e bottega (1525).
LA PROVINCIA. La provincia di Pistoia (271.443 ab.; 965 kmq) è situata nella zona centro-settentrionale della Toscana e comprende il versante meridionale dell'Appennino Tosco-Emiliano, la Valdinievole, la pianura del Pistoiese e il monte Albano. L'agricoltura produce frutta e verdura unitamente a piante e fiori. Importante è la produzione di vino e olio. L'attività industriale è presente con mobilifici, concerie, calzaturifici, industrie tessili, cartiere. Fra i centri principali ricordiamo: Agliana, Monsummano Terme, Montecatini Terme, Pescia, Quarrata.

Pistoia: veduta del Battistero e del Palazzo Pretorio

Luoghi d'interesse

Duomo
L'imponente edificio romanico, del XII-XIII secolo ma di origini anteriori al Mille, è fiancheggiato da un notevolissimo campanile coevo, alto 67 metri, con logge di tipo pisano e cuspide cinquecentesca. La facciata, in pietra e a tre ordini di logge; è preceduta da un portico, addossatovi nel corso del '300 e del '400. La decorazione della volta e la lunetta, in terracotta invetriata, sono di Andrea della Robbia (1505). Alla base della cuspide due statue settecentesche di Andrea Vaccà raffigurano i patroni della città: S Zeno, al quale è dedicata la chiesa, e S Jacopo apostolo. L’interno risalta per l'imponenza dei colonnati che dividono le tre navate e per la ricchezza decorativa dei capitelli. All'ingresso, nella campata della navata destra si trova il monumento tombale di Cino da Pistoia eseguito da un maestro di Siena poco dopo il 1337. Subito dopo, alla parete, è il Crocifisso dipinto da Coppo di Marcovaldo con la collaborazione di suo figlio Salerno (1275). Si incontra infine la cappella dedicata a S. Jacopo, con il dossale di S. Jacopo, capolavoro in argento dell'oreficeria gotica, che si completa, per opera di orafi pistoiesi e fiorentini, dalla seconda metà del'200 alla prima metà del'400; nella grande pala e nel paliotto, che cinge l'altare su tre lati, sono raffigurate Storie del Vecchio del Nuovo Testamento e di Jacopo. In fondo alla navata in una nicchia è un trittico di scuola pistoiese (1424); una scala scende nella cripta romanica. Nella cappella a sinistra del presbiterio, sulla parete destra, coperta da un telo, è collocata la tavola raffigurante la Madonna in trono fra i Ss. Giovanni Battista e Zeno, dipinta da Lorenzo di Credi (1485) su cartone probabilmente del Verrocchio. Sempre nella cappella si trova la stele funeraria del vescovo Donato de'Medici attribuita ad Antonio Rossellino o al Verrocchio. Ritornati all'ingresso, fra le due porte, è i il fonte battesimale disegnato da Benedetto da Maiano.
Battistero
La costruzione,,da poco restaurata, fu iniziata da Cellino di Nese nel 1337, ma conserva un più antico fonte (1226), opera di Lanfranco da Como. L’edificio, di forma ottagonale, è rivestito di marmo bianco e verde a fasce alternate. Pregevoli i capitelli finemente scolpiti dell'entrata principale, i bassorilievi dell'architrave, il portale ligneo (1532), l'arco coronato dalla cuspide con il rosone gotico a otto raggi e il pergamo sul1a destra.
Chiesa di S. Andrea
La bella chiesa, prototipo del romanico pistoiese, assunse l'aspetto attuale nella seconda metà del XII secolo su disegno che si ritiene del tedesco Maestro Buono. La bella facciata (incompiuta nell'alto), a cinque arcate con colonne e con rombi incavati, è attribuita a Gruamonte, che con il fratello Adeodato firmò nel 1166 l’architrave con il tema istoriato della Cavalcata e Adorazione dei Magi. Nell'interno, che si impone per l'ardita ascesa di colonne e di archi, si trova il pergamo di Giovanni Pisano, uno dei capolavori della scultura dell'epoca (1298-1301), che colpisce per la drammaticità figurativa. Il pergamo è sorretto da sette colonne di porfido: due poggiano su leoni, una su una figura umana ricurva che vuol evocare Adamo schiacciato dal peccato e quella centrale su una base attorniata dal grifo, dall'aquila e dal leone che simboleggiano le qualità di Cristo. Sugli spigoli, appoggiati ai capitelli, sono raffigurati i Profeti e le Profetesse dell’Antico Testamento. Negli specchi della cassa sono illustrati Annunciazione e Presepio, Adorazione dei Magi, Annuncio a Giuseppe, Strage degli Innocenti, Crocifissione, Giudizio universale. Sugli spigoli della cassa sono figure di apostoli, di evangelisti e di Cristo. Di Giovanni Pisano è anche il Crocifisso custodito, a metà della navata destra, in un tabernacolo del '400; allo stesso autore sono attribuiti il fonte battesimale all'inizio della navata sinistra e il Crocifisso al 1° altare sinistro.

Prato

(174.631 ab.). Città di Prato, divenuta capoluogo di provincia dal 1991, è situata nel punto in cui il Bisenzio sbocca in pianura. L'economia della città si basa soprattutto sulle produzioni tessili. Caratteristica fondamentale dell'industria tessile pratese è la frammentazione del ciclo produttivo in unità specializzate in singole fasi di lavoro utilizzando largamente il lavoro a domicilio. Si ricordano inoltre le industrie dell'abbigliamento, metallurgiche, dei laterizi, alimentari.
STORIA. Alcuni importanti reperti archeologici rinvenuti sulla collina di Galceti nella provincia di Prato, testimoniano che questo territorio è stato occupato fino al V sec. a.C. da popolazioni liguri, succedute poi dagli Etruschi e dopo ancora dai Romani. Ai Romani viene attribuita l'inizio della bonifica della piana della Val del Bisenzio, con la costruzione delle caratteristiche gore ancora esistenti in città, divenute nell'ultimo secolo importantissime per la fornitura di energia per l'industria tessile e laniera, che ha reso Prato celebre in tutto il mondo. Già nell'antichità Prato ha rivestito un importante ruolo commerciale e politico per il passaggio nel suo territorio di importanti vie di comunicazione, tra le quali la Via Cassia oltre a precedenti vie Etrusche. Dopo la caduta dell'Impero romano il territorio fu occupato dai Bizantini, i quali costruirono una strategica via che attraversando tutto il territorio pratese collegava la Toscana a Ravenna. Successivamente nel VI sec. d.C. il territorio fu occupato dai Longobardi, in seguito a questa invasione la popolazione trovò in un primo momento rifugio presso le vicine montagne, per poi in seguito tornare in città e convivere con il popolo invasore. Nell'XI secolo, il governo della città e del suo territorio circostante passò alla famiglia degli Alberti, nominati conti per investitura imperiale. Sotto la dinastia degli Alberti la città visse un periodo di grande sviluppo fino all'anno 1107, quando fu semi-distrutta dall'esercito di Matilde di Canossa, lì mandato per annientare la potenza degli Alberti. Matilde riuscì sì ad anientare la potenza degli Alberti, ma favorì involontariamente la nascita del libero Comune, amministrato dalla società del popolo, formata dalla classe artigiana. La città trae il suo nome dal grande prato in cui si svolgevano i mercati, oggi divenuta piazza Mercatale simbolo dello spirito imprenditoriale presente fin dall'antichità nella città. In seguito alle lotte tra Guelfi e Ghibellini, Prato chiese aiuto al re di Napoli, ma questa protezione gli fu fatale, perché nel 1351 la regina Giovanna la vendette alla vicina Repubblica di Firenze, perdendo così l'autonomia. Prato seguirà le sorti della Repubblica fiorentina prima e del Granducato di Toscana poi, perdendo la sua importanza politica, ma non quella commerciale, artistica e culturale. Fino al 1992 Prato e il suo territorio facevano parte della provincia di Firenze, quando fu istituita la provincia con l'assegnazione di sette comuni. Riscattando così dopo molti secoli la sua autonomia.
ARTE. Nel periodo romanico la città di Prato ebbe un proprio stile architettonico inglobando gli influssi lucchesi, pisani e lombardi. Di questo gusto è il Duomo caratterizzato all'interno da colonne di marmo verde su cui poggiano archi a fasce bicolore (bianco-verde). Numerosi sono gli affreschi tra i quali ricordiamo una Madonna di G. Pisano e il coro affrescato da Filippo Lippi.
Nel Palazzo Pretorio (secc. XIII-XIV) ha sede la Galleria comunale che custodisce dei dipinti della scuola fiorentina dei secc. XIV e XV. Di notevole interesse sono anche il Palazzo comunale, che conserva affreschi del primo Quattrocento, e il Palazzo Datini.
I grandi conventi agostiniani, francescani e domenicani hanno lasciato un'importante traccia: la chiesa di S. Agostino (che conserva opere del Vasari), quella di S. Francesco e quella di S. Domenico sono infatti un notevole patrimonio artistico.

Il Duomo di Prato

LA PROVINCIA. La provincia di Prato (231.207 ab.; 365 kmq) comprende 7 comuni fra cui ricordiamo Cantagallo, Carmigliano, Montemurolo e Vaiano. L'economia è in prevalenza quella tessile.

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Siena

(52.775 ab.). La città di Siena si trova a 332 m s/m., su tre colline all'interno della Toscana. è un importante centro culturale, agricolo e commerciale. Principali industrie sono quelle alimentari, farmaceutiche, meccaniche, dell'abbigliamento. Per la bellezza dei suoi monumenti e per il tradizionale Palio, Siena è meta di turisti di tutto il mondo.
STORIA. Di origini romane, Siena fu un importante centro longobardo. L'istituzione comunale si sviluppò nei secoli XI e XII e durò fino al XV sec., facendo della città un centro prospero e potente (conquista delle miniere di argento di Montieri, della Maremma e di Grosseto). Siena prese parte alle lotte tra Guelfi e Ghibellini, schierandosi con questi ultimi ed entrando in conflitto con le città guelfe, soprattutto con Firenze. Nel 1269 i Fiorentini sconfissero i Senesi a Colle Val d'Elsa e la città attraversò un periodo di crisi, che fu aggravato dal fallimento di alcune potenti compagnie bancarie. Nel XIV sec. riprese le lotte con Firenze con cui si riappacificò nel secolo successivo. All'inizio del XVI sec. si affermò la Signoria di Pandolfo Petrucci (1502-1512), che favorì la ripresa economica della città. Morto Pandolfo e coinvolta nelle lotte tra Francesi e Spagnoli per il predominio sull'Italia, Siena cedette agli Spagnoli nel 1555. Filippo II la assegnò al duca di Firenze Cosimo I de' Medici. Persa definitivamente l'indipendenza, Siena seguì le sorti della Toscana fino all'annessione allo Stato Sabaudo nel 1859.
ARTE. La Siena medievale, dalle caratteristiche vie strette che si diramano dalla Croce del Travaglio, affiancate da solenni edifici (via di Città, i Banchi di Sotto, i Banchi di Sopra), ha il suo centro nella magnifica Piazza del Campo, dove si svolge il Palio. A forma di conchiglia e cinta da un giro di antichi palazzi, la piazza è chiusa dall'elegante edificio gotico del Palazzo Pubblico (1297-1342), alla cui sinistra si eleva la Torre del Mangia (1348, 102 m). In Piazza del Campo si trova la riproduzione della Fonte Gaia (gli originali sono conservati nel Museo Civico), opera di Iacopo della Quercia. Il più importante monumento di Siena è il Duomo, che domina da un'alta piattaforma la piazza omonima. La basilica è una delle migliori realizzazioni del gotico senese (metà XII sec. - 1382) ed ha un suggestivo interno con una preziosa pavimentazione (56 riquadri lavorati a graffito e tarsia, 1359-1547). Il Duomo custodisce capolavori come la rinascimentale libreria Piccolomini, affrescata dal Pinturicchio (1502-1509), ed il pergamo in marmo di Nicola Pisano (1266-1268). Da Piazza San Giovanni, scendendo una lunga scalinata situata a fianco dei resti del Duomo Nuovo (la costruzione della nuova cattedrale, in cui doveva essere inglobata quella già esistente, venne iniziata nel 1339 e non fu mai portata a termine) si accede al Battistero (XIV sec.). Nell'interno si trova un fonte battesimale di Iacopo della Quercia (1417-1430) con statue alternate a bassorilievi, in bronzo dorato, opera dello stesso scultore e di Giovanni di Turino, Turino di Sano, Lorenzo Ghiberti e Donatello. Fra i bei palazzi che fiancheggiano le vie della città e testimoniano il suo illustre passato, sono il rinascimentale Palazzo Piccolomini (1469), il Palazzo Chigi-Saracini (XIV sec.), il Palazzo Arcivescovile (1723; all'interno la Madonna del Latte di A. Lorenzetti), il Palazzo del Magnifico (1508), residenza di Pandolfo Petrucci, il Palazzo Tolomei (seconda metà del XIII sec.), il Palazzo Buonsignori (prima metà del XV sec.) e il Palazzo Salimbeni (XIV sec.). Interessanti sono anche le chiese di Santa Maria dei Servi (XIII sec.) con dipinti di scuola senese, di San Francesco (1326-1475) con affreschi di A. e P. Lorenzetti e di San Domenico (1226-1465) con pregevoli affreschi del Sodoma. I musei sono importantissimi per la conoscenza dello sviluppo dell'arte in Toscana e soprattutto della scuola pittorica senese. All'interno del Palazzo Pubblico è il Museo Civico con gli affreschi di Simone Martini (Maestà, 1315; Guidoriccio da Fogliano all'assedio di Montemassi, 1328) e di A. Lorenzetti (Allegorie ed effetti del Buono e del Cattivo Governo, 1338-1340), massimi esponenti della pittura senese del XIV sec., e i resti della Fonte Gaia (1419). Il Museo dell'Opera Metropolitana (nella navata destra del Duomo Nuovo) custodisce opere di Iacopo della Quercia, Giovanni Pisano, Duccio di Buoninsegna (Maestà, 1308-1311), P. Lorenzetti e Simone Martini. Nella Pinacoteca Nazionale sono raccolte le opere dei più grandi maestri della pittura senese dal XII al XVII sec. e di altri importanti artisti: Guido da Siena, Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, A. e P. Lorenzetti, Giovanni di Paolo, Sassetta, Francesco di Giorgio Martini, Pinturicchio, Sodoma, Beccafumi, L. Lotto.

Veduta aerea di Siena, al centro Piazza del Campo

Visita virtuale alla Sala dei Nove del Palazzo Pubblico di Siena

LA PROVINCIA. La provincia di Siena (254.270 ab.; 3.821 kmq) confina con le province di Arezzo, Firenze, Pisa, Grosseto, Viterbo, Perugia e si estende su un territorio collinare (monti del Chianti, Val di Chiana, Colline Metallifere, Monte Amiata). Principale risorsa è l'agricoltura che produce cereali, ortaggi, olivi, viti. Importanti sono l'industria enologica, alimentare, farmaceutica, del vetro, metalmeccanica. Fra i centri principali ricordiamo: Castelnuovo Berardenga, Chianciano, Chiusi, Colle Val d'Elsa, Montalcino, Montepulciano, Monteriggioni, Pienza, Poggibonsi, Rapolano Terme, Sinalunga, Sovicille.

Luoghi di interesse

Piazza del Campo
Principale spazio pubblico della città è uno dei più belli fra quelli creati nelle città italiane del Medioevo. Già piazza del Mercato, fu sistemata nella forma attuale tra la fine del XIII e la prima metà del XIV secolo. Fin dal 1347 la parte centrale è lastricata in mattoni disposti ‘a coltello’ e suddivisa da strisce di pietra grigia in 9 settori, in memoria del governo dei Nove, fautore della costruzione del Palazzo Pubblico e della piazza stessa. Inconfondibile per la caratteristica forma a valva di conchiglia, in discesa verso il Palazzo Pubblico, che la chiude a Sud-Est con la Torre del Mangia e vari palazzi privati, sugli altri lati è delimitata da una cortina di antichi edifici (alcuni ristrutturati nel XVIII secolo e modificati in forme neogotiche nel XIX), aperti da stretti “chiassi” che la collegano con le vie circostanti. Maestoso il Palazzo Sansedoni, con mole curvilinea e tre ordini di trifore gotiche, e il Palazzo d’Elci, coronato da merli, che conserva l’aspetto medioevale nonostante gli interventi cinque-seicenteschi. Il 2 luglio e il 16 agosto la piazza fa da scenografica quinta al celeberrimo Palio.

Visita virtuale a Piazza del Campo a Siena

Palazzo Pubblico
Capolavoro di architettura gotica civile, fu costruito ne1297-1310 e ampliato più volte. La facciata presenta un corpo mediano a tre piani e due ali a due piani, di cui il secondo aggiunto alla fine del '600; in pietra fino al primo ordine di trifore e poi in laterizio, ha coronamento a merli e un grande disco in rame col monogramma di Cristo (1425). Sul lato sinistro del Palazzo è la Torre del Mangia (1338-48), alta 88 m, in laterizio, con il coronamento in pietra, a beccatelli, che fa da base a una cella campanaria, anch'essa in pietra. Ai suoi piedi è la Cappella di Piazza, loggia marmorea eretta a partire dal 1352 su disegno di Domenico di Agostino per voto fatto durante la peste del 1348 (trecentesche anche le cancellate e le statue delle nicchie dei pilastri), completata tra il 1463 e il 1468. A destra della loggia un portico conduce al cortile del Podestà: sulla sinistra la scalinata che porta in cima alla torre del Mangia; in fondo il teatro dei Rinnovati, Sala del Gran Consiglio della Repubblica adattata a teatro nel 1560 e ricostruita nel 1753.
Duomo
Dedicato all'Assunta, è uno dei massimi esempi di architettura medioevale (gotica, ma con significative impronte romaniche) in Italia. Costruito tra la fine del XII e l'inizio del XIII secolo sul sito di una chiesa cattedrale, regolarmente officiato nel 1215, subì modifiche e ampliamenti nei secoli successivi. Ricca e piena di movimento è la decorazione della facciata, con tre grandi portali sormontati da cuspidi triangolari e un grande rosone centrale. La parte inferiore, in stile romanico con forti influssi gotici, è opera di Giovanni Pisano, autore insieme alla sua scuola di quasi tutte le statue (gli originali sono nel Museo dell'Opera), mentre la parte superiore, stile gotico fiorito, è di Giovanni di Cecco. Completano la facciata i mosaici di Augusto Castellani (fine'800) su cartoni di Luigi Mussini e Alessandro Franchi, un bassorilievo con storie della vita della Vergine, di Tino di Camaino, e il portale centrale, in bronzo di Enrico Manfrini (1958). Il campanile, di struttura romanica, fu eretto verso la fine del secolo XIII a fasce bianche e nere, come la muratura della chiesa. L’interno, di suggestione straordinaria, è a croce latina, a tre vaste navate su pilastri polistili che sostengono le volte azzurre con stelle d'oro. La bicromia delle fasce bianche e nere raggiunge qui un effetto di grande enfasi, accentuato dallo stupendo pavimento marmoreo: 56 riquadri a graffito o tarsie, con scene sacre e profane, realizzati tra il 1369 e il 1547 da oltre 40 artisti tra cui il Beccafumi che ne eseguì ben t trentacinque. Ai primi pilastri della navata centrale, due eleganti acquasantiere di Antonio Federighi (1466 c.). Verso la fine della navata destra, nei pressi della porticina del campanile, monumento funerario del vescovo Tommaso Piccolomini del Testa, di Neroccio di Bartolomeo (1484-85). La cupola a pianta esagonale è segnata da sei statue dorate di santi, attribuite a Giovanni di Stefano (1488), sovrastate da una galleria cieca con 42 patriarchi e profeti dipinti dalle botteghe di Guidoccio Cozzarelli e Benvenuto di Giovanni (1481). Nel transetto destro, la barocca cappella della Madonna del Voto di Gian Lorenzo Bernini (1661), autore anche di due statue marmoree ai lati dell'ingresso. All'altare, duecentesca Madonna del Voto, della scuola di Guido da Siena. Al 2° altare del transetto, Predica di S. Bernardino, capolavoro del caravaggesco Mattia Preti (1650). Nel presbiterio, rialzato, l'altare maggiore, opera di Baldassarre Peruzzi (1532), sormontato da un ciborio bronzeo del Vecchietta (1467-72), trasferito qui dallo spedale di S. Maria della Scala per sostituire la Maestà di Duccia. Ai lati del ciborio, due angeli di Giovanni di Stefano (1489), più in basso due angeli di Francesco di Giorgio Martini (1497-99), ai pilastri vicini altri otto angeli del Beccafumi (1548-50). Nell'abside, bellissimo coro ligneo (XV-XVI secolo), con specchi intarsiati di Fra' Giovanni da Verona (1503). In alto, la vetrata circolare (1288) con storie della Vergine, una delle più antiche vetrate piombate di manifattura italiana, eseguita su disegno di Duccio. A sinistra del presbiterio si accede alla sagrestia. Nel transetto sinistro, il celebre pergamo a pianta ottagonale, in marmo bianco, capolavoro di Nicola Pisano (1266-68) con l'aiuto del figlio Giovanni e degli allievi Arnolfo di Cambio, Donato e Lapo di Ricevuto. La scala è attribuita al Riccio (1543). Dietro al pergamo si apre la cappella di S. Ansano, con il monumento funebre del cardinale Riccardo Petroni, opera gotica di Tino di Camaino (1317, ricomposta nel 1951) e, nel pavimento, lastra tombale del vescovo Giovanni Pecci, opera in bronzo di Donatello (1426). All'altare, S. Ansano che battezza il popolo senese, di Francesco Vanni (1596). All'inizio del transetto sinistro, la cappella di S. Giovanni Battista, rinascimentale, di Giovanni di Stefano (1482), con la statua di S. Giovanni Battista, vigoroso bronzo di Donatello (1457), statue di Giovanni di Stefano (S. Ansano, 1487), Neroccio di Bartolomeo (S. Caterina d’Alessandria,1487), dipinti del Pinturicchio dell'inizio del'500, in parte ridipinti dal Rustichino nel secolo successivo. All'estremità della navata sinistra l'ingresso alla libreria Piccolomini, fatta erigere a partire dal 1492 dal cardinale Francesco Todeschini Piccolomini (poi Pio III), per custodirvi la biblioteca dello zio, papa Pio II; la facciata marmorea è opera del Marrina (1497) mentre l'intera decorazione pittorica, sorprendente per luminosità, fantasia e freschezza dei colori, fu eseguita dal Pinturicchio (scene della vita di Pio II e Incoronazione di Pio III, 1502-1509). Sotto la mensa del piccolo altare a destra, gruppo ligneo policromo Compianto su Gesù morto, eseguito nel 1421 da Alberto di Betto di Assisi. Al centro della sala, gruppo delle Tre Grazie, copia romana del III secolo da un originale di età ellenistica. Dopo la libreria, nella navata sinistra, il grande altare Piccolomini, di Andrea Bregno, commissionatogli nel 1481, con statue di S. Paolo, S. Pietro, S. Pio e S. Gregorio di Michelangelo (1501-1504); la Madonna col Bambino, al centro in alto, è attribuita a Paolo di Giovanni Fei (1371).

IL PALIO DI SIENA

La corsa del Palio si svolge nella città di Siena due volte all'anno: il 2 luglio e il 16 agosto, nella celebre piazza del Campo (detta anche, per la sua forma, la conchiglia). Si tratta di una corsa di cavalli, rappresentanti i diversi quartieri o contrade della città, 17 in tutto. Questa gara si svolgeva già, a quanto sembra, nel XIII secolo. Pare infatti che la sua origine coincida con la costituzione dei liberi comuni, durante il Medioevo, quando la città fu ripartita in terzieri e compagnie, sotto la potestà civile di un priore e quella militare di un capitano. Le compagnie, comandate dal capitano del popolo, costituivano l'esercito cittadino. Ogni gruppo di compagnia assunse più tardi il nome di contrada. Il Palio del 2 luglio fu istituito per onorare la Madonna di Provenzano; quello del 16 agosto per Maria Assunta in Cielo, patrona di Siena. I capitani delle contrade sono scelti, di solito, tra i nobili senesi e le insegne delle più importanti contrade recano vari distintivi araldici ottenuti per concessione dei sovrani. Alcune delle contrade minori si alleano con le più importanti, come l'Oca e la Torre. Altre contrade sono l'Istrice, la Tartuca, il Liocorno, l'Onda, la Lupa, il Nicchio, il Bruco, il Montone. I cavalli vengono tirati a sorte ed ogni contrada porta il proprio nella sua chiesa per la benedizione; poi la benedizione viene data a tutti i cavalli in Duomo. Suona il campanone della Torre, suona una fanfara; tra le insegne delle contrade che sventolano, risplendono i costumi dei personaggi del Palio: capitano del popolo, alfieri, mazzieri, trombettieri, paggi, palafrenieri. Sfilano i sei cavalieri delle contrade che non esistono più, eliminate per gravi falli commessi in passato. Sfila poi il Carroccio, tirato da quattro buoi, con sopra il Palio. I fantini si preparano: quando il canapo cade, i cavalli si lanciano nella corsa. Alla corsa del Palio, in una suggestiva scenografia, tra variopinti costumi medievali, e in un clima di accesa rivalità, partecipa tutta la città e numerosi sono i turisti che accorrono per assistere allo straordinario spettacolo.

PICCOLO LESSICO

Argentario

Promontorio di 60 kmq tra i più suggestivi del Mediterraneo, Monte Argentario è paradossalmente un "comune montano" con i suoi 635 metri s.l.m. di Punta Telegrafo e include le frazioni di Porto Santo Stefano (5 metri s.l.m. e sede comunale), Porto Ercole e Santa Liberata. Distante 46 km da Grosseto e 142 da Roma, colpisce lo sguardo con il suo panorama fatto di isolotti, insenature, scogliere coperte di vegetazione mediterranea. Monte Argentario era probabilmente in origine un'isola successivamente "ancorata" alla costa tirrenica dai tomboli della Feniglia e della Giannella, formatisi per l'accumulo dei detriti trasportati dai fiumi e dalle correnti marine. Ritrovamenti archeologici testimoniano la sua frequentazione in epoca preistorica, conosciuto dai Fenici che, probabilmente, hanno fondato Porto Ercole, acquisisce rilievo con la colonizzazione da parte dei romani. Il suo stesso nome potrebbe derivare dalla professione di banchieri - quindi argentarii - esercitata dalla famiglia dei Domizi Enobarbi ivi stabilitasi intorno al I secolo a.C. In epoca Medioevale fa parte dei possedimenti dell'Abbazia delle Tre Fontane e, in quanto tale, passa agli Aldobrandeschi tra il XII e il XIII secolo. La posizione strategica rende questo promontorio appetibile anche per i senesi che lo controllano tra il XV e il XVI secolo, costruendo opere di fortificazione, anche perché era facile preda di attacchi pirateschi. Caduta Siena, larga parte dei suoi territori sono assegnati al Granducato di Toscana (1557), salvo Porto Santo Stefano, Porto Ercole, Orbetello, Talamone, Monte Argentario che vanno a costituire lo Stato dei Presidi, dipendente dal Re di Spagna e sottoposto al Viceré di Napoli che lo controlla mediante un Governatore stanziato ad Orbetello. L'Argentario conosce, comunque, un periodo abbastanza lungo di immobilismo economico, è fatto oggetto di varie dominazioni sino a quando, dopo il Congresso di Vienna, viene nuovamente consegnato al Granducato di Toscana. Durante il regno dei Granduchi viene data una decisiva sistemazione idraulica alla zona, quindi in seguito viene annesso al Regno d'Italia.

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Brunello di Montalcino

Il Brunello di Montalcino è nato poco più di cento anni fa ed è il frutto di una assidua ricerca e sperimentazione di alcuni produttori, fra i quali si è distinto Biondi Santi. Il colore di questo vino è rosso rubino intenso, tendente al granato grazie all’invecchiamento, il delicato bouquet ricorda il giaggiolo, la rosa, il sottobosco; sapore secco e vellutato, e, nel contempo, morbido e lievemente tannico. Questi sono solo alcuni dei tanti pregi che contraddistinguono questo vino prestigioso. Un severo disciplinare stabilisce il vitigno, la zona di produzione e la gradazione alcoolica (minimo di 12% vol.), imponendo inoltre che la commercializzazione del prodotto avvenga in bottiglie bordolesi, ed infine l’invecchiamento, che deve essere di almeno quattro anni, cinque per la riserva. La temperatura ideale per la degustazione è di 18°. Non è necessario che la stappatura avvenga con molto anticipo, anche se è importante l’ossigenazione del vino affinché questo riacquisti i profumi ed il bouquet primario. Anche la scelta del bicchiere è rilevante; deve essere di vetro o cristallo liscio, senza sfaccettature o decorazioni; l’ideale è il “Ballon”: grande e panciuto; il vino non deve essere superiore ad 1/3 della sua capacità. Tipico è l’accoppiamento del Brunello con arrosti di cacciagione nobile come lepre e cinghiale, tordi, fagiani e beccacce. Ben si accosta ad alcuni formaggi quali il pecorino toscano e il parmigiano.

Caciucco

Piatto di pesce tipico della cucina livornese. Gli storici della cucina dicono che il cacciucco non sia soltanto il frutto di un miscuglio di ingredienti diversi, ma anche di molte ricette diverse. La sintesi dei tanti modi importati da tutto il mondo, come fatalmente accadde nei porti di mare, di preparare un piatto che, in fondo, è universale: la zuppa di pesce. Il Devoto-Oli fa risalire l'origine della parola cacciucco al turco kuzuk, che significa piccolo e quindi, traslatamente, minutaglia: donde il significato di cacciucco come minestra di minutaglie (di pesce, sottinteso). Aldo Santini sostiene che il piatto trova le sue radici a bordo delle galere cinquecentesche, ove si preparava per sfamare i vogatori alla catena; e rievoca addirittura, in questa palingenesi, tradizioni marinare più antiche, compresa quella fenicia. Rispetto agli usi antichi, negli ultimi lustri anche il modo di preparare il cacciucco è cambiato: gli ingredienti sono meno vari di una volta e più improntati alla qualità, meno pesci ma più buoni.

Chianina

è una delle antiche ed impoprtanti razze bovine d'Italia, e deve il proprio nome alla zona di allevamento: la Valdichiana. Tra le ipotesi sulla sua origine sembra avvalorata quella, fondata su ragioni storiche, che la vede come razza autoctona o quanto meno esistente da tempo immemorabile. La Chianina è conosciuta ed apprezzata fin dall' antichità: gli Etruschi e i Romani usavano animali dal candido manto nei cortei trionfali e per i loro sacrifici agli dei, bovini bianchi e grandi che molto probabilmente furono i progenitori degli attuali bovini della Valdichiana. Ancora, secondo alcuni studiosi, la testa di toro scolpita sopra un' ara romana del I sec. d.C. , rinvenuta nei pressi di Asciano (Comune confinante con la Valdichiana), e il toro italico che figura nel rame manufatto nel Lazio ai primi del sec. IV a.C. sono due riproduzioni di un animale che per le sue caratteristiche morfologiche è molto somigliante al "chianino". Interessante notare che alcune acconciature degli animali "aggiogati" agli aratri o ai carri, come l' intrecciatura a fiocchi posta sulla fronte dei bovini, presenti su sculture etrusche e romane, sono in uso ancora oggi in Toscana e nelle Marche. L'uomo ha dimostrato da sempre una spiccata ammirazione per questa razza, per la sua bellezza e vivacità di temperamento, per la sua attitudine al lavoro e qualità della carne. E' un animale facilmente riconoscibile per il suo manto porcellanato e per le sue dimensioni straordinarie: è il bovino più grande del mondo, il toro chianino "Donetto", della Fattoria di San Polo, all'età di otto anni raggiunse i 1.780 Kg! Nel secolo scorso, dopo il completamento della bonifica della Valdichiana, l' allevamento della "Chianina" ebbe un notevole sviluppo e diffusione, tanto da divenire una delle razze più pregiate d'Italia. Nello stesso periodo fu avviato un importante lavoro di selezione morfologica a cura dell' Istituto di zootecnia dell' Università di Firenze, divenuta oggi selezione geno-morfo-funzionale e curata dall' Associazione Allevatori Bovini Italiani dI Carne, allo scopo di migliorare l'attitudine alla carne dell'animale.

Chianti classico

Il nome Chianti riferito al vino appare per la prima volta in documenti notarili nel 1404 ma fin dall' antichità in questo territorio si coltiva la vite e reperti etruschi testimoniano che già in quei lontani secoli si trattava di una coltura importante. Il vino prodotto su queste colline acquistò grande prestigio nel tempo, tanto da indurre nel 1716 il Granducato di Toscana Cosimo III a tutelarne il nome, fissando in un bando i confini della zona di produzione, che corrispondono approssimativamente agli attuali 70.000 ettari. Il bando granducale è il primo documento legale nella storia che prevede la delimitazione di un'area viticola di produzione, precedendo di circa duecento anni ogni altra inziativa del genere. In epoca moderna, proprio per la notorietàche aveva acquistato il Chianti, si trovò conveniente produrlo in tutti i territori toscani dotati di una certa vocazione viticola, adottando le stesse pratiche e gli stessi uvaggi messi appunto nel territorio di origine. Questo vino per convenienza veniva commercializzato con il nome di Chianti, cioè fatto all'uso del Chianti, e fu così che l'indicazione geografica si trasformò in una denominazione enologica e accanto all'originario Chianti (definito poi Classico a riconoscimento della sua primogenitura) nacquero altre sei diverse tipologie. Un decreto ministeriale del 1932 sancì questo stato di cose ma confermò definitivamente la particolare vocazione della zona classica, distinguendo il Chianti prodotto nell'area storica da quello prodotto nel resto della Toscana, e la definì la "zona di origine più antica". Per Poter acquistare questa denominazione non è sufficiente che il vino sia prodotto nelle regioni del Chianti Classico, deve anche rispettare tutta una serie di regole previste nel disciplinare la produzione: prima fra tutte la particolare base ampelografica. L'uva più importante per percentuale (dal 75 fino al 100%) e per tipicità è il Sangiovese, vitigno a bacca rossa originario dell'Italia centrale, che dà vita a vini dal colore rosso rubino che con l'invecchiamento tende al granato, dal profumo di spezie e piccoli frutti di bosco, dalla buona struttura, eleganti, rotondi, vellutati. Assieme al Sangiovese possono essere presenti un'altra uva a bacca rossa, il Canaiolo (con percentuale massima fino al 10%) e due a bacca bianca, il Trebbiano e la Malvasia (fino al 6%). Possono anche essere utilizzate fino a un massimo del 15%, altre uve a bacca rossa, dal Colorino, tipico vitigno del Chianti, agli internazionali Cabarnet e Merlot. Altri aspetti peculiari del Chianti Classico sono: l'entrata in produzione dei nuovi vigneti a partire dal quarto anno dall'impianto, la bassa resa sia a pianta (max 3 chilogrammi di uva a ceppo) che ad ettaro (max 52,90 ettolitri di vino), la gradazione alcolica minima di 12° per vino normale e di 12,5° per quello destinato a diventare riserva. L'immissione al consumo del vino non può avvenire prima del 1° ottobre dell' anno successivo alla vendemmia, per dare modo alle varie componenti di raggiungere un perfetto equilibrio. Con il 1996, il Chianti Classico è diventato finalmente una Docg autonoma. Con il Decreto ministeriale del 5 agosto del 1996 è stato infatti approvato il disciplinare separato per la denominazione Chianti Classico, un traguardo di grande importanza che restituisce al Chianti Classico la sua dignità di zona più antica e riconosce definitivamente la peculiarità e la tipica di questo grande vino.

Etruschi

Antico popolo pre-indoeuropeo dell'Europa occidentale. Secondo Erodoto gli Etruschi erano originari dell'Asia Minore: tuttavia il luogo di origine di questa popolazione è assai dubbio. Stanziatisi in Etruria, estesero il loro dominio sino all'Isola d'Elba, alla Corsica, alla Campania e all'Emilia. Fondarono numerose città, spesso fortificate, quali Volterra, Chiusi, Fiesole, Arezzo, Tarquinia, Volsino, Felsina, Nocera. Fu grazie agli Etruschi che l'Italia ebbe la sua prima civiltà (VII-V sec. a.C.). Alleati dei Cartaginesi, in rivalità con i Greci, essi esercitarono grande influenza su Roma, e, tra l'altro, furono anche il tramite per un'alleanza Roma-Cartagine. Il loro ordinamento politico si basava non sull'unità dello Stato, ma sulle monarchie delle varie città-Stato; dopo il V sec. a.C. il governo di queste divenne aristocratico. La loro decadenza iniziò nel V sec.: spinti verso il mare dai Siracusani, da Nord dai Galli, da Sud dai Sanniti, furono infine sottomessi dai Romani, sui quali avevano precedentemente dominato. I Romani, assimilando la loro civiltà, ne dispersero i caratteri originali, tanto che della loro lingua non si è potuta avere una decifrazione completa. Riguardo alla loro religione, si è appurato che era compenetrata di elementi greci ed orientali, profondamente rielaborati anche attraverso l'inserimento di componenti originali, quali il culto dell'oltretomba, il rigido ritualismo e la pratica della divinazione. Gli dei venivano generalmente riuniti in triadi: la più importante era quella costituita da Tinia, Uni e Minerva. A questa triade erano dedicati, in ogni città etrusca, tre templi e tre porte. Quando Roma fu governata dai Tarquini, la suddetta triade entrò in Campidoglio sotto le specie di Juppiter Optimus Maximus, di Juno Regina e di Minerva.

Garfagnana

Regione della Toscana, tra le Alpi Apuane e l'Appennino, percorsa dal fiume Serchio. è una zona collinare e montuosa, con clima rigido ed abbondante piovosità. La popolazione è dedita generalmente alla coltivazione di olivi e viti e all'allevamento del bestiame. I centri principali sono: Castelnuovo di Garfagnana, Barga, Camporgiano, Coreglia e Gallicano. La Garfagnana fu in passato colonia di Lucca, poi dell'Impero di Federico II e, per breve tempo, di Firenze e degli Estensi. Fece parte, fino al 1523, della provincia di Massa Carrara; appartiene, ora, alla provincia di Lucca.

Lardo di Colonnata

Strato grasso della schiena del maiale tagliato in corrispondenza della pancetta e ripulito della parte più grassa, detta sugnosa. è prodotto nell'omonima frazione montana del comune di Massa Carrara. Da secoli si prepara immergendo i pezzi di lardo in vasche di marmo dette conche, alternandoli a strati di sale marino grosso, aglio, pepe, rosmarino e salvia. La vasca viene chiusa con una lastra di marmo e qui il lardo rimane per sei mesi, prima di essere messo in commercio. Al termine, il lardo esce asciugato dal sale, profumato ed insaporito dagli aromi. Privato della cotenna viene tagliato a fette sottili e servito come antipasto, o contorno a determinati piatti. Il marmo estratto dalle cave di Colonnata si presta particolarmente a tale funzione poiché ha delle caratteristiche particolari di traspirazione e impermeabilità e soprattutto è ricco di carbonato di calcio. Il lardo lavorato in questa maniera ha origini antichissime in quanto rappresentava uno degli alimenti principali dei cavatori che, passando giorni interi nelle sperdute cave, avevano trovato con questo sistema di stagionatura il modo ottimale per avere a disposizione un prodotto sempre fresco e in perfette condizioni di mantenimento. Colonnata, essendo un paesino di cavatori, ha valorizzato questo alimento e nel tempo ne ha mantenuto la tradizione.

Lunigiana

Regione della Toscana morfologicamente e amministrativamente divisa: la sua porzione più consistente è formata da territorio collinare e montuoso che accompagna il fiume Magra nel suo fluire verso il mare, mentre è pianeggiante la significativa appendice che si apre alla sinistra della foce; l'alta e media Lunigiana appartengono a Massa-Carrara, quella bassa alla Liguria provincia di La Spezia. I centri principali sono: Aulla, Villafranca in Lunigiana, Pontremoli, Equi Terme.

Maremma

Regione che occupa la cimosa costiera tirrenica dai monti di Rosignano a Civitavecchia, con una superficie di circa 5.000 kmq. é formata da una serie di pianure separate fra loro da speroni montuosi protesi verso il mare. Di queste zone pianeggianti, le più note sono quelle di Cecina, di Follonica, del Grossetano, di Albegna e di Tarquinia. Un tempo paludose e malariche, ora quasi completamente bonificate, stanno sempre più acquistando valore economico, sia per l'intenso sviluppo agricolo, sia per lo sfruttamento delle ricchezze minerarie (mercurio, ferro, antimonio). Sviluppato è il turismo nei centri balneari.

Panforte

Il Panforte e il dolce più celebre di Siena. Una volta tipicamente natalizio oggi e venduto durante tutto I'anno. Si racconta che questa ghiottoneria sia stata inventata nel Medioevo da una monaca preoccupata per le condizioni di salute dei senesi debilitati per l'assedio della città. Sorella Berta - questo il nome della suora - prepararò un dolce altamente energetico impastando miele, canditi, mandorle, spezie e molto zenzero. Creo cosi il Panpepato, l'antenato del panforte. Un tempo venivano addirittura attribuite virtù afrodisiache a questo dolce che, secondo gli anziani, "teneva insieme le famiglie" e impediva cosi le baruffe fra moglie e marito. Fu in occasione della visita a Siena della Regina Margherita di Savoia che il maestro di cerimonie che la precedeva, ritenne il Panpepato sconveniente per il "real palato" e chiese di attenuarne il sapore mettendo la zucca fra gli ingredienti e la vaniglia al posto del pepe nero. Nacque cosi il più delicato Panforte Margherita.

Versilia

Regione della Toscana delimitata a Nord dalla foce del Cinquale, ad Est dal crinale delle Alpi Apuane, a Sud dal Lago di Massaciuccoli e ad Ovest dal Mar Tirreno. La sua estensione è di circa 165 kmq.; la costa, sabbiosa e con fondale basso, si sviluppa per 20 km. e, le sue montagne raggiungono vette di 1800 m ed oltre. L'origine del nome "Versilia" risale all'idronimo Ves(s)idia (l'antico germanico Wesser/Wasser = acqua), da cui, nell'Alto Medioevo derivò per dissimilazione consonantica la forma "Versilia". Il nome alla regione fu dato principalmente dal canale di Ruosina che storicamente corrispondeva al fluvius Vesidia della "Tabula Peutingeriana", il quale nei pressi di Seravezza, si congiunge con il Riomagno, proveniente dal versante Sud del Monte Altissimo. La Versilia è divisa nei comuni di Pietrasanta, Forte dei Marmi, Seravezza, Stazzema, Camaiore, Massarosa e Viareggio. Tutti quanti appartengono amministrativamente alla provincia di Lucca. Il territorio è reso fertile da una fitta rete di torrenti e canali che lo attraversano; il più importante, nasce dalla confluenza tra il Serra ed il Vezza e sfocia in mare nei pressi del Cinquale dopo un tortuoso percorso di 15 km. Lungo la costa, a pochi metri dal mare, si trovano innumerevoli pinete che si estendono per chilometri. Quella forse più rinomata, il parco della Versiliana (80 ettari), si trova a Marina di Pietrasanta ed è stata resa celebre da alcune poesie del poeta G. D'Annunzio che vi soggiornò e ne fu ispirato.

PERSONAGGI CELEBRI

Dante Alighieri

Poeta (Firenze 1265 - Ravenna 1321). Appartenne ad una nobile famiglia fiorentina di parte guelfa. In gioventù s'innamorò di Beatrice Portinari, che gl'ispirò le sue maggiori opere poetiche.
Nel periodo dell'esilio, cui fu condannato nel 1302, scrisse le sue opere maggiori: Vita Nova, Convivio, le Rime, De Vulgari Eloquentia, De Monarchia ed il suo capolavoro, La Divina Commedia. Questo grande poema rappresenta un po' il compendio dell'intera cultura medievale, in cui Dante ha espresso le sue conoscenze filosofiche e scientifiche, i sentimenti, le passioni politiche e la sua globale concezione ed esperienza della vita.

Giovanni Boccaccio

Scrittore (Certaldo 1313-1375). Figlio di un mercante, compì gli studi letterari prima a Firenze e poi a Napoli. In quest'ultima città s'innamorò di una nobildonna di nome Fiammetta. Dal 1340 si stabilì a Firenze, dove compose la maggior parte delle sue opere, compreso il suo capolavoro, il Decamerone, che descrive la civiltà borghese e comunale del Trecento.

Michelangelo Buonarroti

Scultore, pittore, poeta, architetto (Caprese 1475 - Roma 1564). Formatosi presso la bottega del Ghirlandaio, operò a Firenze fino al 1494.Si trasferì a Roma nel 1505, chiamato da papa Giulio II. E` una delle principali figure artistiche del tardo Rinascimento. Famosi il David, il Mosè e la Pietà. Progettò la cupola della Basilica di San Pietro a Roma. Negli affreschi della Cappella Sistina, che conserva tra l'altro il celebre Giudizio Universale, il sommo artista raggiunse la più alta potenza espressiva.

Giosuè Carducci

Poeta (Valdicastello, Lucca 1835 - Bologna 1907). Studiò presso gli Scolopi e si laureò in lettere e filosofia presso l'università di Pisa. Dal 1860 insegnò eloquenza all'università di Bologna. Gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura nel 1906. Tra le sue pubblicazioni sono, oltre che raccolte poetiche, studi letterari, discorsi, e prose di vario genere, tra cui ricordiamo Juvenilia, Levia gravia, Giambi ed epòdi, Rime nuove e Odi Barbare.

Santa Caterina da Siena

(Siena 1347 - Roma 1380). A diciassette anni entrò nel terz'Ordine domenicano. Nel 1370 iniziò la sua vita pubblica: predicò la crociata contro gli infedeli, intercedette presso il papa per far togliere l'interdetto a Firenze, e andò dovunque, divulgando la parola di Dio, consolando e beneficando. Nel 1357 ricevette le stimmate, e in seguito dettò il Libro della divina dottrina. Oltre a questo e alle Orazioni, ci restano di lei numerose lettere.

Galileo Galilei

Matematico, fisico e astronomo (Pisa 1564-1642). è considerato il fondatore della fisica sperimentale. Inventò il cannocchiale, il microscopio, il telescopio, il termometro e la bilancia idrostatica; scoprì l'isocronismo del pendolo; determinò la teoria dei gravi. Fece sua, modificandola, la condizione eliocentrica dell'universo proposta da Copernico e per questo cadde in disgrazia presso la Santa Sede. Processato, ritrattò parte delle sue idee; si ritirò poi dalla vita pubblica e continuò i propri studi. Tra le sue opere si ricordano: Dialogo sui massimi sistemi e Nuncius Sidereus.

Giotto di Bondone

Pittore (Vespignano del Mugello 1266 - Firenze 1337). Discepolo di Cimabue. Tra le sue opere, i tre cicli di affreschi della chiesa di S. Francesco ad Assisi, della Cappella degli Scrovegni a Padova e della chiesa di Santa Croce a Firenze

Leonardo da Vinci

Pittore, architetto e scienziato (Vinci 1452 - Cloux Loira 1519). Si occupò di matematica e geometria, di fisica, geologia, astronomia, anatomia e botanica. Primeggiò in ogni campo del sapere. Fra i massimi personaggi del Rinascimento, fu inventore e progettista fecondissimo. Celeberrimi sono i suoi dipinti, tra cui la Gioconda e L'Ultima Cena.

Niccolò Machiavelli

Pensatore e letterato (Firenze 1469-1527). La sua prima opera, i Canti Carnascialeschi, furono scritti secondo la moda fiorentina dell'età di Lorenzo il Magnifico. Fu al servizio dei Medici, per quattordici anni, nella Segreteria della Signoria.
Trascorse l'ultima parte della sua vita a S. Casciano Val di Pesa, dove attese alla stesura dei suoi scritti più importanti: il Principe, i Discorsi e le due commedie Mandragola e Clizia.

Masaccio

Pittore (S. Giovanni Valdarno 1401 - Roma 1428). Fra i maggiori artisti del Quattrocento, ruppe ogni rapporto con l'arte gotica, creando le basi di quella pittura da cui trassero ispirazione i pittori del Rinascimento. La Cappella Brancacci al Carmine di Firenze e la chiesa di San Clemente a Roma conservano le sue opere maggiori. Altre opere sono in Santa Maria Novella a Firenze e nella chiesa del Carmine di Pisa.

Pietro Mascagni

Musicista (Livorno 1863 - Roma 1945). Nel 1890 rappresentò al Teatro Costanzi di Roma la sua prima opera in un atto, Cavalleria rusticana, ispirata ad una novella di Verga. Il successo riportato lo rese immediatamente celebre in Italia ed all'estero. Altre opere della sua produzione sono L'amico Fritz, Guglielmo Ratcliff, Le maschere.

Antonio Meucci

Inventore (Firenze 1808 - Long Island, USA 1889). Impiegato del dazio a Firenze, si trasferì negli USA dove, pur trovandosi in ristrettezze economiche, non desistette dall'idea di realizzare la sua invenzione, il telefono. Non avendo trovato i capitali necessari, nel 1866 fu preceduto dal Bell, che presentò il brevetto per l'apparecchio. Ebbe così inizio una famosa vicenda giudiziaria che si concluse nel 1886 con una sentenza della Corte Suprema, con la quale veniva definitivamente accertata la priorità dell'invenzione italiana.

Amedeo Modigliani

Pittore (Livorno 1884 - Parigi 1920). Dal 1906 si stabilì a Parigi entrando in contatto con i maggiori artisti del tempo. Famosi ed inconfondibili i suoi ritratti dalla linea allungata e fluente.

Francesco Petrarca

Poeta e scrittore (Arezzo 1304 - Arquà 1374). Tra i più grandi lirici della letteratura italiana, figlio di un notaio, studiò legge a Montpellier e poi a Bologna. Visitò la Francia e la Germania, poi si raccolse nella solitudine di Valchiusa, dove trascorse la maggior parte della vita dedicandosi ad intensi studi letterari e filologici. Nel 1341 cinse in Campidoglio la corona poetica. Dal 1353 al 1361 fu a Milano, dove lavorò assiduamente al riordinamento del suo epistolario e scrisse i 253 dialoghi Sui rimedi per la prospera e per l'avversa fortuna. Svolse inoltre un'intensa attività diplomatica, compiendo diverse missioni come ambasciatore straordinario a Venezia, a Parigi e a Praga, presso l'Imperatore Carlo IV.

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Piero della Francesca

(Borgo Sansepolcro, Arezzo 1415 circa - 1492). Pseudonimo del pittore Piero dei Franceschi. Fu allievo di Domenico Veneziano e di Masaccio. Nel 1445 ricevette a Firenze la prima commissione nota, la Pala della Madonna della Misericordia, ancora al Palazzo comunale. Si recò a Ferrara, a Rimini (Sigismondo Malatesta ai piedi del suo santo protettore, nel Tempio Malatestiano) e a Urbino, dove dipinse la Flagellazione. Dal 1452 dipinse ad Arezzo nella chiesa di San Francesco le Storie della Croce. Fra le altre opere: la Pala di Sant'Agostino, la Madonna del Porto, la Maddalena.

Giacomo Puccini

Compositore (Torre del Lago, Lucca 1858 - Bruxelles 1924). Fu discepolo del maestro Catalani, sotto la cui guida studiò al Conservatorio di Milano. Le sue opere liriche più famose sono: Bohème, Tosca, Butterfly; la Turandot, rimasta incompiuta, fu terminata da Franco Alfano.

CENTRI MINORI

Bibbiena

(11.020 ab.). Centro in provincia di Arezzo. Bibbiena è posta su un colle dominante una fertile pianura ove il torrente Archiano confluisce nell'Arno, circonadata dai gioghi del Pratomagno e di Camaldoli e dai monti della Verna e di Catenaia. Bibbiena, la cui origine sembra risalire al periodo etrusco, apparteneva fin dal X sec. ai vescovi di Arezzo. Nel 1289, dopo la battaglia di Campaldino, fu conquistata e devastata dai Fiorentini. Passò quindi sotto il controllo del Vescovo Guido Tarlati di Arezzo nel XIV sec. e, dopo la sua morte, del fratello Pier Saccone, il quale, cedendo Arezzo ai Fiorentini nel 1237 ottenne di mantenere il dominio di Bibbiena. Il territorio fu conquistato dai Fiorentini nel 1360, che ne fecero sede di podesteria. In passato Bibbiena incentrava la sua economia sulla produzione agricola: cereali, vino, olio e ortaggi erano oggetto di attivo e fiorente commercio. Nell'Ottocento si sviluppò la manifattura dei panni lani e l'artigianato del legno. Ha larghe e ben lastricate vie e bei palazzi. Tra le residenze signorili del centro primeggia l'antico Palazzo Dovizi (casa natale del cardinale Bernardo Dovizi), pregevole per l'impianto architettonico rinascimentale con un bel portale (XVI sec.); di fronte, la quattrocentesca chiesa di San Lorenzo con annesso un chiostro rinascimentale a due piani, con pareti affrescate. In cima al paese si trova la chiesa di S. Ippolito (XII sec.) rimaneggiata più volte.

Camaiore

(30.826 ab.). Centro in provincia di Lucca presso Viareggio, alla confluenza del Nocchi e del Camaiore. La storia della città di Camaiore risale circa al 190 a.C. quando i Romani, fondata Lucca, decisero di edificare alcune fortificazioni ai piedi del Monte Prana. Sorse così la Colonia Lucensis nella grande pianura (Campus Maior) da cui deriva il nome Camaiore. Dopo la caduta dell'Impero d'Occidente, il territorio fu sottoposto ad innumerevoli invasioni barbariche soprattutto condotte da Goti e Bizantini. Lucca riprese il controllo della città con l'aiuto dei Longobardi e, con il diffondersi del Cristianesimo, sorsero le prime chiese come la Pieve di S. Maria e S. Stefano. Potenti signori feudali sottrassero ai lucchesi il dominio della città di Camaiore che, intorno al 1230, tornò ad essere inclusa tra i comuni di Lucca dei quali divenne capoluogo nel 1308. La città, non sufficientemente protetta, dovette subire altre dominazioni come quella dei Pisani e nuove distruzioni come quella da parte di mercenari tedeschi nel 1329. Gli anziani di Lucca, ripreso ancora una volta il controllo della città, decisero l'edificazione delle mura, la cui costruzione terminò nel 1380. Ciò non fu abbastanza da proteggere i Camaioresi, che, intorno al 1440, caddero preda di Francesco Sforza e subirono la dominazione dei Fiorentini. La città tornò sotto Lucca nel 1470 e nel 1532 fornì prova della sua fedeltà sedando la rivolta detta "degli straccioni". Per celebrare questa vittoria, e per riconoscenza al popolo camaiorese, fu fatto erigere l'Arco Trionfale fuori della Porta Lombricese. Tuttavia nel 1620 Camaiore perse il titolo di capoluogo della Vicaria e con esso molti territori a favore di Viareggio che, in quel periodo, assunse una maggiore rilevanza per i traffici commerciali di Lucca. Nel 1801 per volere di Napoleone Bonaparte si costituì la nuova repubblica lucchese. Dopo l'era napoleonica, Maria Luisa di Borbone governò fino al 1824. Alla sua morte subentrò il figlio Carlo Ludovico. Nel 1847, la città passò a far parte del Granducato di Toscana sotto Leopoldo II, e nel 1860 ci fu il plebiscito con il quale fu annessa al neonato Regno d'Italia. Notevoli monumenti sono la Collegiata del XIII sec., la chiesa di San Michele e la Badia. Lido di Camaiore è stazione balneare assai frequentata.

Capalbio

(3.868 ab.). Centro agricolo in provincia di Grosseto, 58 km a SE del capoluogo, nella Maremma, a 217 m s.m. in posizione dominante il litorale tirrenico. Comune di 187,59 kmq con produzione di uva, olive, ortaggi. Turismo. Situato su un colle alto 209 m è citato per la prima volta nella Bolla Leonino-Carolingia nell'805, con la quale Carlo Magno lo donava all'abbazia delle Tre fontane in Roma. Il nome Capalbio sembra derivare da caput album (testa calva), che è anche il simbolo del paese; sulla porta senese è ancora visibile lo stemma con il leone senese che sorregge una testa calva. Importanti reperti archeologici testimoniano la presenza di insediamenti umani fin dalla più remota antichità. Fu assoggettato ai conti Aldobrandeschi successivamente agli Orsini e dal 1416 appartenne alla Repubblica di Siena. Nel 1552 Capalbio fu occupata per un brevissimo periodo dalle truppe spagnole di Carlo V. Caduta la Repubblica senese il territorio fu assegnato dalla Spagna a Cosimo I de' Medici, nel 1765 fu aggregata a Manciano e nel 1842 ad Orbetello. Con il plebiscito del 1860 fu annesso al Regno d'Italia e soltanto dal 14 settembre 1960 recuperò la sua autonomia amministrativa. Oltre alla torre aldobrandesca, ha un certo interesse il salone del palazzotto risalente al XVI secolo che sembra aver ospitato personaggi illustri quali Puccini e D'Annunzio. Sotto il castello, nella pieve di S. Nicola, si possono ammirare affreschi di scuola senese del XIV sec. e quelli di scuola umbra del XV sec. Meritano infine menzione le mura del camminamento dalle quali si può ammirare un panorama di rara bellezza.

Castiglioncello

(18.801 ab.). Centro balneare del comune di Rosignano Marittimo in provincia di Livorno, alla base di un promontorio tra Livorno e Cecina. Situato ai margini estremi dell'impero etrusco, ebbe origine approssimativamente tra la fine del IV e l'inizio del III sec. a.C. con il ruolo di avamposto pisano a guardia della Via Aurelia e della costa limitrofa. Gli scavi archeologici effettuati nel XVIII sec. hanno portato alla luce una grande necropoli (oltre trecentocinquanta tombe) che testimonia oltre agli stretti rapporti avuti con la vicina Volterra, anche la grande prosperità di Castiglioncello tra il III ed il II secolo a.C. A partire dal I secolo a.C. tuttavia il paese decadde velocemente, le ragioni sono da attribuire probabilmente alla costruzione della Via Aemilia Scauri che, con il suo percorso interno, lo tagliava fuori dai grandi traffici. Dall'età romana il luogo divenne sede di villeggiatura, come dimostrano i ritrovamenti di ampie e lussuose ville dell'epoca. Nel primo Medioevo i conti pisani Del Porto vi edificarono un castello al quale attribuirono il nome di Castiglione Mondiglio, nome medievale dell’attuale Castiglioncello. Verso il XV sec. la potente famiglia dei Medici vi costruì una torre di avvistamento facente parte del progetto di fortificazioni poste a protezione del litorale contro le numerose scorrerie dei pirati Saraceni. Tuttavia la fortuna turistica del luogo iniziò nella seconda metà dell'800, quando il critico d’arte e mecenate Diego Martelli, costruì una propria dimora, oggi Castello Pasquini, dove ospitò in maniera continuativa il famoso gruppo dei pittori Macchiaioli, tra i quali: Abbati, Fattori, Sernesi, Borrani , Cabianca ecc. che dettero vita alla “Scuola di Castiglioncello".

Veduta di Castiglioncello (Livorno)

Certaldo

(15.996 ab.). Cittadina in provincia di Firenze. Centro agricolo in Val d'Elsa. Produzione di vini pregiati (Chianti, Verdea). Vi sgorga una sorgente minerale detta Acqua Lucano, ricca di sali e di fosfati.
Come testimoniano alcuni ritrovamenti nel territorio, si fanno risalire ad epoca etrusco-romana. Deriva il suo nome dal latino cerrus (o dal germanico cerrus aldo) col significato di "altura ricoperta di cerri". La sua storia è documenta dal 1164 quando Federico il Barbarossa concesse il territorio ai conti Alberti che vi esercitarono il dominio fino alla fine del 1200. Assoggetto alla Repubblica di Firenze, Certaldo divenne dal 1415 sede del Vicariato, tanto che anche nel periodo Mediceo fu il centro politico e giudiziario più importante della Valdesa. Si divide in città vecchia e nuova, quest'ultima si estende nella pianura. In Certaldo Alto si trova la casa del Boccaccia che qui morì nel 1375; la chiesa dei Santi Jacopo e Filippo (XIII sec.); il Palazzo pretorio, rifacimento quattrocentesco della costruzione originaria del XII sec., con ambienti affrescati nei secc. XV e XVI; la chiesa sconsacrata dei Santi Tommaso e Prospero (XIII sec.) con ciclo di affreschi di Benozzo Bozzoli. A Certaldo Basso si trova la pieve di Santa Maria a Chianti (XIII sec.) di belle forme romanico-pisane e lucchesi.

Chianciano Terme

(7.396 ab.). Centro in provincia di Siena. A 2 km dal paese, in frazione Bagni di Chianciano, sorgenti solfato-calciche, ricche di acido carbonico (le antiche fonti etrusche di Porsenna). La sorgente più comunemente nota è quella detta Santa, che appartiene alle alcaline-bicarbonato-solfato-calciche e contiene una notevole quantità di magnesio e di ferro. La storia di Chianciano inizia con gli Etruschi, che si stanziarono nella "Tuscia", regione comprendente l'attuale Toscana e l’Alto Lazio. Anche se la successiva dominazione romana portò cambiamenti sia nella lingua che nella civiltà, il popolo etrusco cercò di mantenere il più possibile la propria identità culturale, tanto che sono giunte fino ai nostri tempi testimonianze della loro altissima civiltà e della loro arte. Già prima dell’avvento della dominazione romana era nota a "Clancianum" (probabile nome di Chianciano a quel tempo) l'importanza dell'acqua come cura benefica per il corpo. Pare che i romani eressero, intorno al II sec. d.C., uno stabilimento per i bagni di pulizia con acqua normale, localizzandolo presso la zona Valli-Pieparcia. Queste "terme" vengono denominate "Camerelle” o “Camarelle" per le brevi volte che caratterizzavano le altrettanto piccole stanze con vasche. Nel Medioevo Chianciano usufruì dell'appoggio di diverse realtà politiche talvolta anche in lotta tra loro come Orvieto, Siena e Montepulciano, ma non si può tralasciare il periodo di controllo da parte dei conti Rimbotti-Manenti che, mantenendo in un primo tempo i rapporti con Orvieto e Siena, decisero poi di distaccarsi da esse e di amministrare autonomamente il proprio territorio che comprendeva oltre a Chianciano anche altri centri come Sarteano, Paciano, Panicale, Castiglioncello del Trinoro, Pietra Porciana e le piccole località adiacenti. Verso il 1280 i Conti Rimbotti-Manenti furono definitivamente cacciati a causa della miseria nella quale avevano ridotto il paese, e Chianciano tornò sotto la sudditanza di Orvieto, pur governandosi secondo i propri statuti. Intorno al 1287 infine Chianciano si eresse a Libero Comune. Cacciati i conti Rimbotti-Manenti, Chianciano divenne libero Comune ed il castello dove i conti vivevano si trasformò in palazzo comunale, pur continuando a rappresentare un valido baluardo di difesa. Con la conquista di Siena da parte dei Fiorentini, anche Chianciano passò sotto il dominio dei Medici; Cosimo prima e Francesco poi contribuirono a rianimare il paese, e sostituirono l'aspetto medioevale che aveva conservato fino a quegli anni con un'immagine più adatta alla nuova epoca. Durante il regno dei Lorena, la Toscana conobbe un particolare sviluppo sia economico che sociale: basti pensare alle grandi bonifiche di Maremma e Valdichiana e alla costruzione della nuova rete viaria e ferroviaria. In questo periodo Chianciano poté vantare l'operato dell'insigne architetto e cittadino Leonardo Massimiliano De Vegni. Nel 1777 Chianciano venne offesa nel proprio prestigio a causa dell'aggregazione alla comunità di Sarteano; mediante tali aggregazioni, operate dall'allora sovrano Pietro Leopoldo d'Asburgo, vennero soppressi insieme a Chianciano molti altri comuni dello Stato Senese. Il Granduca Pietro Leopoldo fu artefice, negli anni successivi, anche di una grande riforma ecclesiastica, che portò cambiamenti anche a Chianciano; furono infatti chiuse al culto numerose chiese: la "Compagnia", "SS. Fabiano e Sebastiano", "chiesa del Monte Pio", "chiesa dei Monti", "chiesa del Castagnolo" e "chiesa della Pace". Venne in seguito restaurato lo stabilimento "Bagni di Sant'Agnese" e furono apportate migliorie atte a rendere più agibili le vie e le piazze del paese. Iniziava così l'ambizioso progetto di inserire la Toscana tra gli Stati più moderni e progrediti di quel tempo. Nel corso del 1800 e precisamente prima della dominazione francese, a Chianciano si assiste ad un nuovo fervore di iniziative, soprattutto rivolte al potenziamento delle proprie strutture termali. Nel corso del secolo vennero ristrutturante per opera di Luigi De Vegni anche la chiesa "Collegiata" e la Chiesa della "Madonna della Rosa". Dopo il tramonto di Napoleone, l'esiliato Ferdinando III poté tornare a regnare sul Granducato con enorme entusiasmo di tutti i propri sudditi. Grazie a Ferdinando III Chianciano raggiunse il suo massimo splendore, tanto che ricevette più volte gli appellativi di "catino d'oro" e "miniera d'oro" per le ricchezze che la natura gli aveva regalato e che ora poteva godersi, senza limitazioni. Tra il 1849 e il 1867 vi furono a Chianciano due fugaci apparizioni di Garibaldi, che servirono al generale per riorganizzare le azioni militari su Venezia e su Roma. Nel 1860 la Toscana fu annessa con un plebiscito al Piemonte, e Chianciano subì ovviamente la stessa sorte. Tra il 1925 e il 1930 la cittadina termale raggiunse il livello delle più famose stazioni termali italiane; furono costruiti in quegli anni molti alberghi, dotati di tutti i comfort per un soggiorno sempre più piacevole. Dopo la fine della guerra e la conseguente liberazione di Chianciano avvenuta il 29 giugno 1944, il paese riuscì a risollevarsi con vigore, e la riapertura delle terme al pubblico nel maggio del 1945 restituì entusiasmo e coraggio a tutta la cittadina. Nel centro storico si possono ammirare la collegiata di S. Giovanni Battista, con portale romanico e il Palazzo del Podestà, del XIII sec.

Chiusi

(9.071 ab.). Centro in provincia di Siena. Situato su una collina che domina la Val di Chiana: a Nord di Chiusi si trova il lago omonimo (3 kmq). Fondata dagli Etruschi, si sviluppò rapidamente sino a divenire ben presto uno dei centri più importanti e potenti di quella civiltà. Importanti ritrovamenti archeologici sono ben conservati ed esposti nel Museo Nazionale della città. Al suo interno possono essere ammirati reperti ceramici in buschero e sculture in pietra fetida, urne cinerarie in pietra e terracotta provenienti dalle Necropoli ed i famosi canopi: si tratta di antichi vasi cinerari dell’area etrusca chiusina recanti coperchi a forma di testa umana, spesso deposti su troni in terracotta e bronzo. I tratti dell’evoluzione storica della città sono strettamente collegati alla sua antica potenza politica e militare. Già nel 520 a.C. Lucumone Porsenna mosse all’occupazione di Roma, la quale tuttavia, approfittando del declino di Chiusi coincidente con l’assedio subito nel 391 a.C. ad opera dei Galli Senoni, nel 351 la sottomise a sua volta, riducendola al rango di Provincia. Solo nell’89 a.C. agli abitanti dell’antica Camars, ribattezzata Clusium, venne concessa la cittadinanza romana. Clusium non cessò tuttavia di rivestire grande rilevanza, anche in ragione del passaggio nel suo territorio dell’antica consolare Cassia. Dopo aver subito l’aggressione dei Goti di Totila nel 543, fu occupata dai Longobardi ed eretta a Ducato, poi, in corrispondenza della successiva dominazione franca ad opera di Carlo Magno, assunse il titolo di Contea. Tra i secoli XI e XIV Chiusi subì un progressivo decadimento, collegato all’impaludamento della Valdichiana. Terra di Battaglia tra Firenze e Siena quale fedele alleata di quest’ultima, nel 1415 divenne a pieno titolo e definitivamente parte della Repubblica Senese. Solo nel secolo XIX, dopo la completa bonifica della valle, Chiusi tornò a fiorire. Chiusi è oggi centro agricolo e industriale. Il soggiorno a Chiusi, offre la possibilità di interessantissimi incontri con la civiltà del passato, in primo luogo con quella etrusca, con la visita all’importante Museo Archeologico Nazionale, ed alle diverse tombe diffuse sul territorio; tra le altre, la Tomba del Leone (V sec. a.C.) e la Tomba della Pellegrina (II sec. a.C.). A proposito di testimonianze delle civiltà romana e medioevale, si segnalano le catacombe di S. Mustiola e S. Caterina; le mura etrusco-romane, la cattedrale paleocristiana di S. Secondiano, la chiesa di San Francesco, ed il quartiere medioevale.

Collodi

(1.775 ab.). Frazione del comune di Pescia in provincia di Pistoia. Da Collodi trasse il suo pseudonimo lo scrittore Carlo Lorenzini. La storia di Collodi è molto segnata dalle vicende svoltesi intorno alla famiglia Garzoni, che secondo gli storici ha forti analogie con la storia della famiglia Uberti a Firenze. La famiglia Garzoni apparteneva ai Ghibellini ed è per questo che ebbe sempre come nemica la guelfa Firenze. Nel momento in cui (1339) Firenze ebbe consolidato il suo potere su tutta la Valdinievole, la famiglia Garzoni fu costretta ad emigrare a Lucca dove fu accolta con benevolenza. Per tutto il XIV sec. Collodi ebbe una vita intensa. Partecipò dalla parte dei Ghibellini alle battaglie di Montecatini (1315) e dell'Altopascio (1325), al fallito tentativo di riprendere Pescia, alle disastrose vicende della guerra fra Pisa e Firenze. La famiglia Garzoni dopo essere diventata lucchese conservò i suoi possedimenti a Collodi, a San Martino, a Sesto. L'antico borgo la cui esistenza è stata attestata a partire dalla fine del XII secolo, ha una origine simile a quella di molti altri borghi medioevali, per motivi prevalentemente militari la popolazione fu costretta a salire sulla collina per meglio difendersi da eventuali attacchi di nemici. Il borgo si presenta come una vera e propria "cascata" di case piccole e arrampicate sul pendio di un colle scosceso e disposte sui lati di due triangoli che si toccano con i vertici. Una base del triangolo è costituita dall'antica rocca, l'altra, invece, dalla maestosa Villa Garzoni, che sorge sulle rovine dell'antico castello medioevale. Si possono ancora ammirare le pietre che lastricano le piccole vie in mezzo alle case che perlopiù mantengono il loro aspetto medioevale, i resti delle strutture fortificate come alcune porte del borgo, e, all'estremità scorgiamo la rocca con un ampio recinto ed alcune torri, di cui una trasformata in campanile. Collodi oggi concentra le sue attività intorno alle attrazioni turistiche che sono: la Villa Garzoni, ll Giardino Garzoni e il famosissimo Parco di Pinocchio.

Cortona

(22.546 ab.). Centro in provincia di Arezzo, situato a 494 m di altitudine nella Val di Chiana. Cortona un tempo centro agricolo di notevole importanza oggi invece si sta affermando sul piano turistico anche per la sua antica storia che si perde nella notte dei tempi. Sembra ormai certo che sia stata fondata dagli Umbri, tuttavia alcuni la vogliono edificata dai Pelasgi e altri dai Tirreni e successivamente conquistata dagli Etruschi che ne fecero una delle più importanti lucumonie. Questo popolo lasciò in questi luoghi anche a testimonianza della lunga presenza: tombe, materiale di vario genere emerso nel corso degli scavi. Infatti anche nei pressi di Cortona esistono ipogei dove erano soliti riporvi le ceneri o le salme dei defunti, con stanze ricoperte artificialmente di terra e di sassi accumulati in tanta quantità da formare alti cumuli denominati meloni, dalla gente del luogo. Sotto tali manufatti (Extructi montes) le famiglie cospicue degli Etruschi tumulavano i loro morti. Fu poi occupata dai Goti e non se ne hanno notizie precise fino al 1200, quando inizia la sua ascesa come comune, battente una propria moneta con l'effigie intera di S. Vincenzo, circolante in Toscana, in Umbria e in qualche località delle Marche dal 1267 al XVI sec. In questo periodo Cortona, divisa nelle fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini, dovette sostenere dure lotte interne ed esterne, specie con Perugia ed Arezzo. Nel 1312, divenuta ghibellina, accolse Arrigo VII di Lussemburgo, riconoscendolo signore della città e del suo territorio. A testimonianza della sua accresciuta importanza il papa Giovanni XXII vi istituì (1325) la diocesi, di cui fu vescovo Ranieri Ubertini. A questo stesso periodo risale l'ascesa della famiglia Casali, i cui rappresentanti per circa un secolo ressero la Signoria della città. Nel 1409 fu conquistata da Ladislao, re di Napoli, che la cedette (1411) ai Fiorentini e così la città passò rispettivamente prima sotto i Medici e, dal 1737 sotto i Lorena. Poi con il plebiscito del 1860 fece parte del Regno d'Italia. Da allora Cortona seguì le sorti della nazione dando un notevole contributo di soldati durante la "grande guerra" e nel secondo conflitto mondiale, rimanendo illesa durante i tremendi bombardamenti che devastarono i centri maggiori della Valdichiana. Conserva poderose mura e numerosissime tombe a testimonianza dell'epoca etrusca. Fra i monumenti medioevali più notevoli vanno ricordati: il Palazzo Passerini-Crivelli, Sant'Angelo a Metelliano, la chiesa di San Francesco, quella di Sant'Antonio, la chiesa di Sant'Agostino, la chiesa di Santa Margherita che conserva la tomba della santa e la chiesa di San Domenico in stile romanico-gotico, con uno stupendo affresco del Beato Angelico. Grandiosa testimonianza rinascimentale è la bella chiesa di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio. Durante questo periodo numerosi artisti lasciarono i segni della loro permanenza a Cortona: fra essi ricordiamo il pittore Luca Signorelli e lo scultore Urbano da Cortona. Numerosi i palazzi, le chiese, i dipinti e le sculture che documentano l'attività dei secoli successivi. Altri edifici degni di nota sono: il Palazzo Zeffirini, il Palazzo Brunelleschi-Lovari, il Palazzo del Pretorio, del XIII sec., ove ha sede il Museo con numerose collezioni romane, egizie, etrusche e quadri di insigni artisti (Pinturicchio, Signorelli, ecc.), e il Palazzo Ferretti del XVIII sec. La cittadina diede i natali a Luca Signorelli e a Santa Margherita di Loviano.

Empoli

(43.563 ab.). Città in provincia di Firenze, alla sinistra del corso inferiore dell'Arno, 26 km a Sud-Ovest del capoluogo, in una fertile regione pianeggiante. Commercio agricolo. Industrie alimentari, tessili, del vetro. Appare nei documenti fin dal secolo VIII come castello in località detta tuttora Empoli Vecchio (Santa Maria a Ripa), ma la città si andò formando dopo il 1119 intorno alla Pieve di S. Andrea. Feudo dei conti Guidi nel 1182 giurò fedeltà alla Repubblica Fiorentina. Nel 1260, dopo la battaglia di Montaperti che segnò la sconfitta dei Guelfi fiorentini, nel palazzo dei conti Guidi fu tenuto il famoso parlamento ghibellino, nel quale Firenze fu salva per le generose parole di Farinata degli Uberti citate da Dante nel suo poema (Inferno, Canto X). A ricordo dello storico congresso, il Palazzo Guidi venne ribattezzato Palazzo Ghibellino e con questo nome è conosciuto tuttora. Le mura cittadine, diroccate dalla grande piena dell'Arno del 1333, furono rinnovate pochi anni dopo, mentre alla seconda metà del Quattrocento risale la costruzione di una terza cinta muraria, quadrangolare, della quale sono tuttora visibili ampi tratti. La città soffrì molto dalle soldatesche di Castruccio Castracani (1315) dai Pisani e dai Visconti. Nel 1501 fu saccheggiata dal duca Valentino e nel 1530 dalle truppe imperiali spagnole, dopo la disperata difesa organizzatavi da Francesco Ferrucci. Dal sacco del 1530 fino alla seconda metà del XVIII secolo Empoli visse un periodo di oscurità durante il quale perse in parte quelle caratteristiche che l'avevano resa, per qualche secolo, un centro estremamente vitale. I primi sintomi di risveglio si ebbero con le riforme per il rilancio delle imprese e dell'economia del granduca Leopoldo I di Lorena. Dalla metà dell'Ottocento, di pari passo allo sviluppo manifatturiero, specie vetraio, si assisté ad un notevole sviluppo urbanistico e demografico che portò alla creazione della ferrovia "Leopolda" fra Firenze e Pisa e al nuovo ponte sull'Arno. Le mura cittadine e le porte furono demolite per lasciare spazio alle abitazioni. Il vecchio centro storico fu ulteriormente impoverito dai gravi danni provocati dall'ultimo conflitto mondiale. Nel dopoguerra si è assistito ad un progressivo e paziente recupero delle antiche strutture architettoniche ed urbane. Conserva: la chiesa della Madonna del Pozzo, eretta, nel 1621, dove sorgeva l'osteria della Cervia, andata poi distrutta in un incendio; la chiesa di Santo Stefano, costruita nel 1367, annessa a un convento di Agostiniani e ristrutturata alla fine del Cinquecento.

Empoli (Firenze): scorcio del centro storico

Fiesole

(15.089 ab.). Cittadina in provincia di Firenze, sul pendio del Monte Ceceri, in posizione dominante le valli dell'Arno e del Mugnone. La maggior risorsa di Fiesole è il turismo, integrato da piccole industrie, legate all'attività agricola (olii, vini, farine). Sui colli di Fiesole, che da lontano richiamano la forma caratteristica di una falce di luna (Colle di S. Francesco a Ovest, colle di S. Apollinare a Est) la presenza dell'uomo risale almeno all'Età del Bronzo (circa 2000 a.C.). Le tracce di vita si prolungano fino alla successiva Età del Ferro entro la quale matura la civiltà etrusca (circa VIII-IV sec. a. C.); i caratteri principali di quest'ultima sono l'uso di una lingua diversa da quella delle popolazioni italiche e latine, una forte integrazione con la cultura ellenica, l'organizzazione politico-territoriale in città-stato, una economia ricca e complessa. A Fiesole il centro urbano si sviluppa dai primitivi abitati sulle alture. La formazione della città, con una cinta difensiva di mura di oltre 2.500 metri attorno ai due colli, risale all'età ellenistica (fine IV - inizio III sec. a.C.). La posizione geografica faceva della cittadina un punto strategico per il controllo delle vie di comunicazione tra l'Etruria centro-meridionale a Sud e l'Etruria padana a Nord e un baluardo contro le invasioni dei popoli del Nord, primi fra tutti i Galli. Nel 217 a.C. Fiesole risulta alleata di Roma contro Annibale. Nel 90 a.C. la città è distrutta da Porzio Catone per la sua posizione antiromana nella guerra sociale. Dieci anni dopo i veterani di Silla la colonizzano espropriando gli agricoltori locali. Successivamente Fiesole diventa centro della rivolta di Catilina contro la Repubblica romana e deve sopportare le conseguenze di una nuova sconfitta. Nella seconda metà del I sec. a.C. la città è trasformata in una tipica città romana. Viene edificato un teatro con una capacità di tremila posti, un nuovo tempio sopra quello etrusco, un complesso termale (i resti monumentali dell'area archeologica appartengono soprattutto a questo periodo). Tra le poche notizie tramandate sul periodo successivo c'è il ricordo delle battaglie tra Stilicone e Radagaiso (405 d.C., invasione dei Goti) e di Belisario contro l'ostrogoto Vitige (539) che si svolsero sul suo territorio. Dopo la caduta dell'Impero romano anche Fiesole conobbe l'occupazione dei Longobardi (VI-VII sec.) testimoniata dal ritrovamento di numerose sepolture e di oggetti. L'importanza della città come piazzaforte militare viene sempre più a diminuire nel tempo a favore di Firenze. La Chiesa si era organizzata a Fiesole, come altrove, entro i confini amministrativi romani in una vasta diocesi. I suoi vescovi avevano acquistato grande influenza politica unendo alle funzioni religiose quelle civili e governando su di un vasto territorio che ancora oggi abbraccia, oltre al fiesolano, parte di due importanti regioni storiche: il Casentino e il Chianti. Nel secolo XI il vescovo Jacopo il Bavaro fondava la cattedrale. Nel XII secolo Firenze si organizza in libero Comune, conquista e distrugge Fiesole e costringe il vescovo entro il territorio fiorentino. Quel momento segna la decadenza della cittadina ridotta ad un cumulo di rovine ed usata come cava di materiali per la vicina città dominante. Celebrata da Poliziano, frequentata da Lorenzo il Magnifico e da Pico della Mirandola, Fiesole a partire dal Rinascimento viene scelta per la residenza o la villeggiatura delle famiglie benestanti fiorentine e più tardi anche straniere. Le ricche case e ville che tuttora si incontrano sulle pendici della collina ne sono la testimonianza. Dal XIV secolo gli abitanti del capoluogo sono in maggior parte dediti al lavoro di cavatori e scalpellini nelle rinomate cave di pietra serena (materia prima già usata da Etruschi e Romani per architetture e ornati). A partire dalla seconda metà del XIX secolo (quando Firenze diventa capitale d'Italia, 1865-1870) a Fiesole si intraprende un vasto lavoro di ricostruzione e di ampliamento urbano, con nuove residenze signorili e abitazioni popolari e borghesi. La cittadina assume fondamentalmente l'aspetto odierno. Nel 1873 si portano in luce i resti del teatro romano e si crea la zona archeologica e il Museo Civico (1878). Nel 1914 si costruisce la sede attuale del Museo (restaurato, ampliato, riorganizzato nel 1981-1990). L'ampliamento della città di Firenze, decisa con legge dal neonato Stato italiano nel 1865, finirà col sottrarre al comune di Fiesole, nel 1910, importanti porzioni di territorio (Rovezzano, Settignano, Pellegrino, Coverciano e Mensola) che restano tuttavia segnate da una storia comune ai dintorni di Firenze fatta di insediamenti di pregio, antichi e moderni, di opere stradali e idrauliche di alta qualità, di giardini e coltivi disegnati con gusto e funzionalità. Centro notevolissimo dal punto di vista artistico,conserva ancora vari resti di epoca etrusca e di epoca romana. La cattedrale (1028) contiene opere notevoli di Ferrucci e di Mino da Fiesole. Dipinti di Lorenzo di Credi e dell'Angelico si trovano nel vicino convento di San Domenico. Interessanti raccolte di dipinti e di oggetti d'arte sono conservate al Museo Bandini.

Follonica

(21.365 ab.). Centro in provincia di Grosseto. Il territorio di Follonica (oggi con una superficie di 56 kmq) è abitato sin dalla preistoria, come dimostrano i reperti rinvenuti sulle pendici collinari e pianeggianti. Antichi forni lungo la costa, il ritrovamento di resti di un villaggio nella Valle della Petraia (datato tra il VII e il VI secolo a.C.), la scoperta di uno stabilimento, prossimo alla città, dove si fondeva e si lavorava il ferro proveniente dall'Elba stanno a significare lo stretto legame della città con l'arte fusoria. Il più antico insediamento medioevale è il Castello di Valli, possedimento della diocesi di Lucca e attestato in un atto dell'884. Nel '600 la zona subisce un serio decadimento a causa della malaria e solo agli albori del XVIII secolo, quando il principato di Piombino viene assegnato al Granducato di Toscana, riceve un impulso dall'azione di Leopoldo II di Lorena, deciso a bonificare la "maledetta Maremma". Follonica per la prossimità a l'Isola d'Elba e a Massa Marittima, per i boschi, dai quali ricavare il carbone necessario a far funzionare le fucine e, probabilmente, per la sua antica tradizione nella lavorazione dei materiali ferrosi, viene individuata come il centro più adatto per questo nuovo programma di sviluppo. Diviene così nel 1832 la sede delle Imperiali Regie Fonderie, allora all'avanguardia nel settore e vero e proprio villaggio-fabbrica intorno al quale è nato e cresciuto quell'agglomerato urbano che dal 1923 diviene comune, abbandonando le precedenti spoglie di frazione di Massa Marittima. La città, dal boom economico ai primi anni '80 cresce quanto a popolazione in modo vertiginoso. Conserva la chiesa di S. Leopoldo (1836-38), singolare esempio di archeologia industriale sacra dove con fusioni di ghisa vennero realizzati pronao, pulpito, balaustra dell'altare, candelabri.

Forte dei Marmi

(8.748 ab.). Centro in provincia di Lucca. Il nome della città è sufficiente a farci capire quali siano state le sue origini. Forte dei Marmi sorge, infatti, dove finiva la strada fatta costruire per volere di Michelangelo Buonarroti, attraverso la quale trasportava i marmi provenienti dalle Apuane. La prima costruzione, della quale si abbia notizia, è appunto il "Magazzino dei marmi" voluto da Cosimo de' Medici nel 1618. Intorno a questa prima costruzione nacque ben presto un piccolo borgo di pescatori e naviganti che assunse dimensioni maggiori quando, a piccoli passi, fu bonificata la campagna circostante e fu eretta una costruzione fortificata che indusse molti nuclei a spingersi verso la costa divenuta più vivibile e sicura. Si svilupparono progressivamente numerose attività tra cui quella della cantieristica che si affiancò a quella dei carratori che trasportavano i marmi all'imbarco. Solo nell'800, i nobili toscani, scoprirono Forte dei Marmi come località turistica e contribuirono così alla nascita dei primi stabilimenti balneari, che in futuro, costituirono la principale attività cittadina. A poco a poco si crearono le condizioni perché la città si staccasse da Pietrasanta, dalla quale dipendeva, e divenisse Comune autonomo nel 1914. Da allora, nonostante innumerevoli difficoltà, tra cui la seconda guerra mondiale, quando vi si fermò la "Linea Gotica", la città sviluppò la propria vocazione turistica divenendo l'importante centro che tutti conosciamo e raggiungendo il suo massimo splendore negli anni '60 allorché fu eletta quale dimora estiva delle più prestigiose famiglie italiane che eressero le loro ville nella pineta di Roma Imperiale. Le maglie regolari dell'abitato collegano affascinanti ville private e locali di ritrovo che hanno segnato la storia del costume italiano. Tra questi, il più celebre è La Capannina, celeberrima discoteca sul lungomare meridionale che furoreggiò negli anni Cinquanta e Sessanta.

Larderello

Frazione del comune di Pomarance (Pisa). Conosciuta per le sue industrie boracifere. Le manifestazioni naturali della zona di Larderello (lagoni, soffioni e sorgenti d'acqua calda) erano già note agli Etruschi e ai Romani, che utilizzavano i sali di boro per uso farmaceutico e per la preparazione di smalti. Nel Medioevo e nel Rinascimento proseguì l'utilizzazione termale e farmaceutica delle acque. Nella seconda metà del Settecento, in seguito alla scoperta dell'acido boracico nei lagoni volterrani, iniziarono i primi tentativi di sfruttamento economico. Nel 1818 Francesco Giacomo Larderel, un commerciante di origine francese, impiantò presso Montecerboli il primo nucleo industriale per la produzione del borace. In pochi decenni l'industria boracifera, grazie alle continue innovazioni tecniche, divenne un modello d'avanguardia nel panorama industriale e tecnologico toscano. Fu così che nel 1846 il granduca Leopoldo II, per rendere omaggio al fondatore dell'industria boracifera, dette ad un abitato della zona il nome Larderello. Attualmente i soffioni sono utilizzati nel settore dell'energia geotermoelettrica.

Massa Marittima

(8.957 ab.). Centro in provincia di Grosseto. Conobbe un rapido sviluppo attorno all'XI sec., grazie allo sfruttamento delle risorse minerarie del contado. Massa Marittima esisteva già in epoca preistorica, come attestano i ritrovamenti di manufatti che vanno dall'ultimo paleolitico fino all'Età del Bronzo effettuati nelle grotte di Tane e Panizzoli, i ritrovamenti di reperti dell'Età del Ferro avvenuti a Perolla e i ritrovamenti di reperti etruschi e romani effettuati sulle rive del Lago dell'Accesa, a Marsiliana e a Poggio Castiglione dove è stato rinvenuta una bella statua di bronzo ellenistico raffigurante Ercole Callinico. Dopo alcuni secolo di oblio l'importanza di Massa Marittima andò aumentando nel IX sec. quando vi fu trasferita la sede vescovile da Populonia: distrutta dai Saraceni, risorse sotto l'influenza politica ed artistica di Pisa e il Duecento segna il culmine della sua grandezza perché Massa, chiamata "Massa Metallorum" (Massa dei metalli) diviene libero Comune nel 1225 e si arricchisce con le sue miniere tanto da redigere, prima in tutta Europa, un codice minerario: il "lex mineraria". Nel 1228, a seguito di una regolare pianificazione, sorge la Città Nuova con una rete viaria a scacchiera che poggia su tre arterie principali e di cui è perno la piazza di S.Agostino, eretta nel 1299; nel 1335 viene assoggettata da Siena, che vi erige una fortezza a segno del suo dominio: fra i castellani più illustri che vi hanno dimorato anche il pittore senese Pietro di Giovanni. La peste (1348), la decadenza e la cessazione dell'attività estrattiva (1396), le condizioni di insalubrità ambientale, ne determinarono la decadenza; nel 1515 passò sotto il dominio dei Medici, ma non si arrestò il suo declino tanto che nel 1737 contava appena 527 abitanti. L'avvento dei Lorena, che bonificarono le zone circostanti e ripresero l'attività estrattiva, riavviò la ripresa economica e la popolazione tornò ad aumentare. La città è divisa in due nuclei: Massa Vecchia, nella parte bassa, e Massa Nuova, nella parte alta; entrando in città nella parte vecchia il primo edificio che si incontra è il Palazzo dell'Abbondanza, che poggia su tre archi ogivali ed era il granaio della città e nel cui porticato si trova la antica fonte pubblica costruita nel 1265. Proseguendo si entra in piazza Garibaldi, fulcro della città comunale, sulla quale si affacciano: il Duomo, il Palazzo Pretorio, la Casa e la Torre del Biserno, il Palazzo Comunale. La cattedrale, dedicata a San Cerbone, è l'edificio per cui Massa Marittima è famosa nel mondo: è un'opera insigne dell'architettura romanico-gotica ed è stata eretta dal 1287 al 1304 su disegno di un architetto pisano che si suppone essere Giovanni Pisano. La Città Nuova si apre con la doppia Porta alle Silici (XIV sec.) che congiunge le musa costruite dai massetani con le mura erette dai senesi: la porta immette in piazza Matteotti ove sorge la quadrangolare "Torre del Candeliere o dell'Orologio", avanzo dell'antica fortezza costruita dai massetani nel 1228 che fu poi unita alla fortezza eretta dai senesi nel 1335 mediante un ardito arco molto singolare. Sulla sinistra di piazza Matteotti insiste il "Palazzo delle Armi", costruito nel 1443.

Montalcino

(5.072 ab.). Centro in provincia di Siena. Domina da un colle le valli dell'Asso, dell'Ombrone e dell'Arbia. La nascita di Montalcino, come insediamento di una certa importanza, si può far risalire al X sec. Nell’814 il territorio di Montalcino venne donato dall’Imperatore Ludovico il Pio al monastero di Sant’Antimo, che fu una delle più ricche e potenti Abbazie della Toscana, i cui abati ebbero, per lungo tempo, giurisdizione spirituale e temporale sulla cittadina con il titolo di Conti Palatini e Consiglieri. Nel 935 si registrò un notevole sviluppo urbanistico ed economico. L’incremento demografico fu probabilmente dovuto all’arrivo di numerosi profughi provenienti da Roselle, (in Maremma, vicino a Grosseto) che, per sfuggire alle continue aggressioni dei Saraceni, ripararono nel colle ilcinese (Mons Ilcinus, dal latino Ilex - leccio). Un secolo dopo il borgo, già autonomo, ha un ulteriore sviluppo dovuto al miglioramento della produttività, sia agricola che pastorale. Ben presto si assiste ad un rigoglioso sviluppo delle attività artigianali, prima fra tutte quelle ceramiche, e di seguito la calzoleria, la concia, la lavorazione della lana, del ferro e del legname. Per la sua posizione strategica, Montalcino divenne una roccaforte della Repubblica di Siena la quale, nel 1110, la fece cerchiare di mura in occasione della guerra contro Montepulciano ed Orvieto. Ritrovata l’autonomia nel 1202, visse momenti di grande sviluppo e di rinato prestigio, ma questo la rese ulteriormente appettibile agli occhi di Siena che, mal sopportandone l’indipendenza, la cinse d’assedio. Nel 1212 fu stipulato tra l’Abate di Sant’Antimo, i Senesi e gli abitanti di Montalcino un accordo che prevedeva la cessione di una parte del territorio a Siena. Nel 1252 è di nuovo libera e questa volta alleata con i Fiorentini. I Senesi ripresero Montalcino dopo che questa, ancora alleata con Firenze, subì nel 1260 la clamorosa sconfitta di Monteaperti. Passarono molti anni in un'apparente tranquillità, fino a quando, nel 1355, i Montalcinesi ribadirono la loro autonomia rifiutando di sottomettersi all’Imperatore Carlo IV e sei anni più tardi, nel 1361, furono definitivamente riconosciuti cittadini di Siena. Per quanto riguarda l’amministrazione politica ed economica, Montalcino, ad imitazione di Siena, fu ripartita in terzieri: a ponente il terziere di S. Salvatore, a levante il terziere di Sant’Angelo in Castelvecchio e verso settentrione nel terziere di S. Egidio. Montalcino fu elevata al grado di città ed eretta a diocesi insieme a Pienza nel 1462, da Enea Silvio Piccolomini, salito al soglio Pontificio col nome di Pio II. Nel 1553 subì l’ultimo grande assedio della sua storia da parte delle milizie Imperiali e Medicee, capeggiate dal comandante spagnolo Don Garzia di Toledo. Dopo ottanta giorni di lotte, durante i quali emersero figure di insigni montalcinesi, gli assedianti rinunciarono ai loro progetti e si ritirarono. Due anni più tardi, nell’aprile del 1555, dopo che Siena si era arresa ai Medici, oltre quattrocento famiglie di esuli senesi si rifugiarono nel libero Comune di Montalcino e sotto la guida del maresciallo Piero Strozzi dettero vita alla “Repubblica di Siena in Montalcino”, dotandosi di leggi e ordinamenti civici simili alla vicina Siena. Nel 1559, con il Trattato di Cateau-Cambrésis, venne stipulata la definitiva pace tra Spagna e Francia e la piccola Repubblica di Montalcino si arrese; il capitano del popolo Alessandro Vannucci ricevette nel Palazzo Civico l’ambasciatore spagnolo Don Giovanni Guevara e alcuni rappresentanti del Duca dei Medici, consegnò loro le chiavi della città e firmò la definitiva capitolazione dell’antico borgo. Tra il ‘600 e il ‘700 vi fu un periodo di particolare ripresa economica, dovuta sopratutto al gran numero di artigiani che operavano all’interno della città, e insieme rifiorì l’agricoltura e l’allevamento del bestiame. Quando lo Stato di Siena fu annesso al Granducato mediceo, Montalcino divenne sede di un Capitanato territorialmente corrispondente all’odierno comune. Il nucleo antico, cinto di mura, è disposto lungo un asse principale che si allarga nella piazza del Popolo, centro medioevale della città. In angolo si trova il Palazzo dei Priori (secc. XIII-XIV), di scuola senese con gli stemmi marmorei dei podestà. Sulla piazza prospetta anche una loggia a porticato con arcate a tutto sesto, edificata nel XIV-XV secolo e successivamente restaurata. Il Duomo è un grandioso esempio di architettura neoclassica, costruito tra il 1818 e il 1832 su progetto di Agostino Fantastici nel luogo dell'antica pieve di S. Salvatore.

Visita virtuale all’abbazia di Sant’Antimo, nei pressi di Montalcino: deambulatorio absidale

Visita virtuale all’abbazia di Sant’Antimo, nei pressi di Montalcino, Siena

Montecatini Terme

(20.292 ab.). Centro in provincia di Pistoia, celebre per le rinomate fonti che si trovano nella ridentissima Valdinievole, ai piedi delle propaggini dell'Appennino pistoiese. La storia di Montecatini Terme è per molti secoli quella di Montecatini Alto, il cui primo ricordo risale ad una lite tra vescovi per il possesso di due chiese, contesa talmente accesa da far intervenire il re Liutprando ed il vescovo di Firenze Spezioso (716). Nel 1164 una compatta comunità si organizza muovendo guerra ai Ghibellini del vicino castello di Marliana distruggendolo. Dopo questo primo successo i Montecatinesi resistettero anche ai Lucchesi cedendo la loro roccaforte strategica solo in cambio di un congruo compenso. Nel 1300 Montecatini Alto aveva una fisionomia imponente, oltre 1.000 metri di mura, 7 porte e ben 25 torri. Per la sua posizione fu al centro di una delle battaglie più sanguinose e fratricide della storia medioevale. Avendo accolto i Guelfi fuggiti da Lucca per l'avanzare di Uguccione della Faggiola, venne assediata dai Ghibellini, capitanati da Castruccio Castracani degli Antelminelli. In soccorso degli assediati vennero ben 50.000 fanti fiorentini al comando dei reali di Napoli. La battaglia fu tremenda e rivelò il genio militare di Castruccio che riuscì, benché ferito, a giungere per primo sulla rocca il 31 agosto 1315, mentre poco lontano Dante Alighieri meditava sull'immane carneficina. Montecatini ebbe in sorte altre vicende ed altri assedi fin quando Cosimo de' Medici, seguendo il suggerimento del Machiavelli, di distruggere i luoghi dove la gente vuole vivere con leggi proprie, la rase al suolo smantellandone le mura e bruciando tutto ciò che ne poteva ricordare le tradizioni. Ma la storia più importante per i riflessi che ha ai giorni nostri è quella della scoperta delle acque. I primi studi risalgono al 1300 e già nel 1477 le Terme sono organizzate con impianti efficienti. Nel 1572 vengono circondate da mura e risultano frequentate da importanti personalità dell'epoca. Il vero grande fondatore dell'attuale Montecatini Terme è il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena che affidò a valenti idraulici la sistemazione delle fonti, avviando la costruzione del Bagno Regio (1773), delle Terme Leopoldine (1779) e del Tettuccio nello stesso anno. La città venne anche regolata da un ordinato piano urbanistico dell'architetto Nicolò Gasparo Paoletti. Le acque attualmente utilizzate sono due deboli, la Rinfresco e la Tettuccio, una media, la Regina, e due forti, la Torretta e la Tamerici. Montecatini Terme nella sua storia e nella sua realtà termale rivela una notevole diversificazione di interessi turistici tale da fame un'occasione completa anche per chi non abbia specifico bisogno della cura termale.

Montepulciano

(13.950 ab.). Centro in provincia di Siena. Sorge in splendida posizione sulla cresta di un'altura, tra la val d'Orcia e la Valdichiana. Fu certamente abitata in epoca etrusca, ma nota col nome di Mons Politianus solo dal 715, si può dire che la sua organizzazione cittadina si affermi in maniera definitiva non prima della seconda metà del XIII secolo, in corrispondenza delle trasformazioni territoriali dovute all'impaludamento della Valdichiana e al relativo spostarsi verso occidente delle comunicazioni: il nucleo primario di Montepulciano si attesta proprio sul nuovo asse viario per la Val d'Orcia e Siena. Questa prima fase dell'impianto cittadino può essere riconosciuta nella parte più rilevata della città attuale (cioè la sua zona meridionale), articolata essenzialmente attorno ai poli emergenti della Rocca e della Pieve di S. Maria (scomparsa). Il circuito murario, che partiva dalla Rocca (Sasso) era strettamente conseguente alla stessa conformazione fisica del Poggio, opportunamente spianato e tagliato per permettere gli insediamenti abitativi. Ma la crescita del centro risultava particolarmente importante per i due potenti comuni di Siena e Firenze, che, tramite il possesso della città avrebbero potuto di fatto assicurarsi il controllo della Valdichiana e della Val d'Orcia. Infatti, Fiorentini e Senesi si scontrarono più volte per il possesso di Montepulciano, e nel 1232 i Senesi riuscirono a impadronirsi della città dopo averne raso al suolo le mura. Da questo momento, e per circa tre secoli, la città entra alternativamente nell'orbita senese o fiorentina, mentre si consolida al suo interno, la presenza di un'alta borghesia mercantile e di una borghesia manifatturiera e agricola, le quali fondano la loro ricchezza e potenza sugli scambi e sul commercio. Dal Trecento in poi il ruolo di Montepulciano appare in quest' epoca chiaramente delineato: le sue attività mercantili di largo raggio traggono vantaggio dalla posizione privilegiata della città su importanti assi viari, mentre i commerci locali si appoggiano ad un mercato che fa da nodo di scambio fra i prodotti agricoli della Valdorcia e di buona parte della Valdichiana. Ne deriva una precisa articolazione del tessuto cittadino in rapporto alle diverse funzioni. Ma se il Trecento è un secolo di grande floridezza cittadina, è anche il momento in cui si assiste al maturare di vivaci conflitti interni ai gruppi dominanti, fino all'instaurarsi della Signoria della famiglia Del Pecora, che vi governò con alterne vicende, fino alla sottomissione di Montepulciano ai Fiorentini nel 1390 (trattato sottoscritto nel 1404). Nel corso del Quattrocento si riscontrano nella città gli effetti del dominio fiorentino non solo per quanto riguarda l'aspetto politico-amministrativo, ma anche nel campo più propriamente architettonico-urbanistico. Infatti sull'impianto insediativo già definito interviene un'opera di riqualificazione degli spazi e degli assi viari principali. Dopo un ultimo periodo di dominazione senese (1495-1511) Montepulciano conosce nel XVI secolo un processo di rinnovamento ineguagliato dalla sua immagine urbana; con la presenza di Antonio da San Gallo il Vecchio, che attende ai lavori della Fortezza, costruisce la chiesa della Madonna di S. Biagio e numerosi Palazzi signorili (Contucci, Cecconi, Cervini), prende il via un'attività di ricambio edilizio senza precedenti, alla quale poi contribuiscono anche altri architetti come Baldassarre Peruzzi, Jacopo da Vignola, Ippolito Scalza. L' importanza della città è sottolineata dalla sua erezione a sede vescovile a partire dal 1561. Dal 1609 al 1636 Montepulciano fu destinata per testamento di Ferdinando I al libero governo della sua vedova Cristina di Lorena; e a partire da tale periodo vi si realizzarono numerose e grandiose realizzazioni costruzioni religiose (completamento del Duomo; chiese del Gesù, di S. Lucia, di S. Bernardo, di S. Giuseppe, di S. Lorenzo). Dalla metà del XVIII secolo, in concomitanza con il programma lorenese mirante a una sistemazione della Valdichiana, si assiste ad un lento processo di riqualificazione all'interno del tessuto cittadino, che ha il suo momento più significativo nella costruzione del Teatro Poliziano (1793-96). Ma la definitiva incidenza sulle funzioni della città ebbe luogo al termine delle bonifiche della Valdichiana, quando fu tracciata la nuova viabilità di pianura collegante Arezzo, Foiano, Bettolle, Chiusi (1835). La costruzione della linea ferroviaria di fondovalle (1844) favorisce un primo slittamento a valle di attività commerciali e produttive che vedono impegnata la borghesia locale. Questa borghesia fin dai primi anni postunitari trova in Chianciano e Chiusi i centri di interesse per le proprie attività imprenditoriali. Per tutto il XIX secolo invece Montepulciano si definisce con crescente incisività come mercato agricolo e luogo di trasformazione di prodotti agricoli; e ciò trova conferma nella realizzazione dello Stabilimento Bacologico (1869) ubicato nella Rocca, e nella Scuola Pratica di Agricoltura (1882). A partire dai primi anni del Novecento si assiste ad uno spostamento delle attività produttive e della residenza lungo la viabilità esterna in direzione Chianciano-Chiusi, fatto che genera una evidente trasformazione d'uso della città. Vi nacque il grande poeta rinascimentale Agnolo Ambrogini detto il Poliziano.

Orbetello

(15.321 ab.). Centro in provincia di Grosseto. Vari ritrovamenti di utensili, nonché la presenza delle mura di cinta testimoniano che la città fu abitata dagli Etruschi almeno fin dal VII sec. a.C. Della città di Orbetello per un lungo periodo storico non si hanno notizie precise fino a ritrovarla, nell'805, nella Bolla Leonino-Carolingia con la quale Carlo Magno e papa Leone III la donavano all'Abbazia delle Tre Fontane. Nel XIII fece parte del dominio degli Aldobrandeschi e all'inizio del XIV fu conquistata dal Comune di Orvieto per poi passare agli Orsini di Pitigliano. Dal 1410 al 1414 fu posseduta dal re di Napoli Ladislao, mentre è del 1417 la conquista senese con la costruzione di nuove mura. Nel 1557 fu fatta capitale del nuovo stato spagnolo dei Presidi. A questa fase storica risale gran parte delle fortificazioni ancora conservate che, insieme con quelle dell'Argentario, trasformarono questo tratto di costa in un enorme macchina da guerra. Dopo lo stato dei Presidi si insediarono ad Orbetello gli Austriaci nel 1707 e i Borboni di Napoli nel 1736; tornò provvisoriamente toscana con Napoleone nel 1801 ed in modo definitivo con la Restaurazione. Nel 1860 con il plebiscito Orbetello veniva annessa al Regno d'Italia. Importante nel centro storico: la porta Medina Coeli (1697); le fortificazioni spagnole, realizzate tra '500 e '600; la polveriera Guzman (1692); la seicentesca Torre dell'Orologio; il Palazzo comunale; il Duomo, costruito nel 1376, dalla facciata gotica paliotto in marmo, preromanico. Nell'ex convento delle Orsoline è esposto il frontone del tempio di Talamone, opera etrusca del periodo ellenistico.

Pescia

(18.030 ab.). Centro in provincia di Pistoia, nella Valdinievole, di cui è il centro principale. La città di Pescia ha antiche origini medioevali; divisa dal fiume, è nettamente contraddistinta da due settori urbani: quello della Cattedrale e quello del Palazzo Comunale, ove si estende la grande piazza. Antichi palazzi ed eleganti chiese caratterizzano il centro storico che, nonostante abbia subito notevoli interventi, possiede ancora la sua forma originaria. Ad Est è il nucleo urbano di forma circolare che prese origine dalla Pieve di S. Maria, oggi Cattedrale; ad Ovest invece si sviluppa con un singolare disegno urbano longitudinale il nucleo della civitas, con appunto la piazza ed i palazzi delle rappresentanze comunali; quest'ultimo ebbe origine dal castello di Pescia che in età medioevale era sotto la giurisdizione del vescovo di Lucca. Il Ponte del Duomo unisce questi due poli così nettamente divisi, il "religioso e il civile". Pescia, proprio per il suo assetto urbano e per la sua storia ricca di avvenimenti, è da tempo immemorabile considerata il capoluogo della Valdinievole. Ricca di testimonianze documentarie ed artistiche, Pescia appare ancora oggi un luogo affascinante dove si possono trascorrere giorni tra i verdi colli circostanti e le caratteristiche strade che raccontano una tradizione e una storia plurisecolare. Le prime immagini di Pescia risalgono al Quattrocento e mettono in risalto le due postazioni (castello-pieve) e la collina ripida che scende proprio verso il fiume. Nel 1339 il castello di Pescia, dopo una storia plurisecolare sotto il dominio lucchese, passò sotto Firenze. Il 6 febbraio 1339 i Fiorentini entrarono in Pescia e da quel momento la comunità seguì le sorti del Governo del "giglio". Le grandi strutture chiesastiche, pur avendo quasi tutte una fondazione medioevale, hanno subito forti rimaneggiamenti architettonici e decorativi nel Sei-Settecento. Nel XVII secolo, infatti, Pescia conobbe la sua stagione artistica e politica migliore; la comunità iniziò ad avere un assetto più cittadino; le piccole realtà istituzionali, che fino a quel momento avevano avuto un carattere più famigliare, iniziarono, per così dire, a diventare veri e propri servizi per la società locale. Oggi la città di Pescia è nota per la produzione florovivaistica e per il centro di commercializzazione dei fiori dell'Italia Centrale.

Pienza

(2.308 ab.). Centro in provincia di Siena, su un'altura del bacino dell'Orcia, a 491 m s/m. Rappresenta la "città ideale" dell'urbanistica rinascimentale. Borgo medioevale assurto a dignità di città, nel XV secolo, per volontà di papa Pio II che vi era nato. Il borgo medievale che insieme alla sua immagine avrebbe, nel corso del Quattrocento, cambiato anche l'antico nome di Corsignano in quello di Pienza, aveva fino a quella data le caratteristiche di uno dei nuclei fortificati della valle. In sostanza il tessuto insediativo si articolava secondo un disegno urbano a impianto regolare nel quale assumeva peso prevalente l'asse viario longitudinale (corso Rossellino) che collegava le due principali porte (Porta al Ciglio e Porta al Prato). Lungo tale asse si attestavano palazzi e palazzetti di una certa importanza, oltre a edifici religiosi notevoli dei quali rimane ancora oggi la chiesa di S. Francesco. Doveva poi esistere, nei pressi dell'attuale Palazzo Pretorio, la Piazza del Mercato. Inoltre sul luogo dell'attuale Palazzo Piccolomini, si trovavano le proprietà della famiglia, che certamente aveva un ruolo emergente nel paese. A seguito della sua visita del 1459, il pontefice umanista e letterato mise a punto un programma di trasformazione completa del borgo di Corsignano, con lo scopo di rinnovare l'abitato e di dare prestigio al luogo natale. Il progetto papale consisteva, oltre che nella edificazione della cattedrale, con la piazza e del palazzo di famiglia, anche in un disegno di progressiva riqualificazione degli edifici esistenti, mediante la loro ristrutturazione e il loro adeguamento ai valori e ai modelli del Quattrocento fiorentino. A realizzare l'idea fu chiamato l'architetto Bernardo Rossellino, già collaboratore di Leon Battista Alberti nelle opere fiorentine, e al quale si deve la realizzazione di parte dell'intervento. I lavori iniziarono nello stesso 1459, partendo dall'edificazione della Cattedrale e del Palazzo Piccolomini, ambedue ubicati in vicinanza del ciglio roccioso che caratterizza la parte sud dell'insediamento. La struttura del borgo medievale fu fondamentalmente rispettata: il complesso di edifici realizzati dal Rossellino insieme alla nuova piazza, si attesta sull'antico percorso senza variarlo. Il programma di intervento comprendeva poi la costruzione di numerosi altri palazzi destinati ai cardinali del seguito papale, mentre per le esigenze della popolazione povera si costruirono dodici case nuove in prossimità delle mura e della Porta al Ciglio. Anche il Palazzo Pubblico, fronteggiante la Cattedrale, fu edificato negli stessi anni. Ma se è vero che l'operazione di ricostruzione doveva interessare tutto il tessuto cittadino, il programma fu però interrotto dalla morte del pontefice (1464); e così il processo di rinnovamento di Pienza si arrestò ed essa tornò ad essere uno dei numerosi centri agricoli della valle. Nel corso del XVI secolo la città subì varie traversie; durante i conflitti tra Senesi e Fiorentini fu distrutta la parte nord delle mura urbane, mentre nel XVII e XVIII secolo l'abitato si trovò in condizioni di povertà e spopolamento. Nel XIX secolo e nei primi decenni del Novecento, Pienza rimase in una sorta di immobilismo che tuttavia non impedì un sotterraneo processo di sostituzioni, accrescimenti, rifacimenti in stile, di molti edifici e parti della città. Questi fatti, anche se apparentemente non stravolgono l'edificato, sono però assai significativi per quanto riguarda sia l'uso che l'immagine del tessuto abitativo; a partire dal 1950 circa si è registrata una certa crescita di edilizia residenziale all'esterno di Porta al Prato e oltre la via delle Mura.

Pietrasanta

(24.566 ab.). Centro in provincia di Lucca. Le origini di Pietrasanta possono essere fatte risalire alla metà del XIII secolo quando il podestà di Lucca, Guiscardo da Pietrasanta, vi concentrò i soldati della soprastante Rocca di Sala e del vicino borgo di Brancagliano, dopo che ebbero distrutto i castelli di Corvaia e Vallecchia. Già da allora la città fu caratterizzata da uno schema ortogonale che rappresenta, in Toscana, il primo esempio d'urbanistica programmata. L'ubicazione fu certamente influenzata dalla vicinanza dell'approdo marittimo di Motrone che assunse una certa rilevanza nel XI secolo. Subito dopo la sua fondazione passò in mano ai Pisani che ne tennero il controllo fino al 1267 e ne tornarono padroni dal 1312 al 1314. Il periodo di maggiore sviluppo fu sotto il governo di Castruccio Castracani, il quale, nel 1324, fece costruire la "Rocchetta". Nello stesso periodo si edificò anche la "Rocca Ghibellina, ristrutturando la già esistente "Rocca di Sala". Sorsero inoltre il Duomo e il convento di S. Agostino, nonché il Palazzo Pretrorio. Dopo la morte di Castruccio Castracani la città su assegnata in Ducato alla vedova ma in seguito, fu data in pegno a Genova insieme allo scalo marittimo di Motrone e a 150.000 ducati d'oro. Verso la metà del 1300 fu distrutta in buona parte da un incendio ma fu prontamente ricostruita grazie a validi aiuti dei Fiorentini che, in quel periodo, ne detenevano il controllo. Passata nuovamente sotto il dominio di Lucca nel 1400, alla comunità di Pietrasanta furono donate alcune terre confiscate ai signori di Corvaia e Vallecchia. A causa di alterne vicende, la città passò in mano a Genova che ne assunse il controllo per più di mezzo secolo quando nel 1484 fu occupata dai Fiorentini. Dieci anni dopo, Piero de' Medici, figlio di Lorenzo, consegnò questa terra al Re di Francia Carlo VIII. Il duca d'Antragos, governatore del Re di Francia, ne restituì il controllo ai lucchesi in cambio di 29.000 ducati d'oro. In questo periodo la città conobbe vari padroni fino a che il Papa Leone X, arbitro della disputa tra Lucca e Firenze, assegnò il territorio di Pietrasanta a quest'ultima. Gli anni a venire, rappresentarono un periodo di prosperità, grazie anche all'apertura delle cave di marmo ad opera di Michelangelo Buonarroti, all'apertura di alcune miniere di ferro e alla bonifica della campagna da attribuirsi all'impegno di Cosimo I de' Medici. Nella seconda metà del 1700, con l'avvento dei Lorena al trono di Toscana, la città cambiò la sua denominazione di Capitanato, in quella di Vicariato Regio. Pietro Leopoldo ne promosse l'ulteriore espansione economica, dando un nuovo assetto al territorio, operando nuove bonifiche e migliorando il già esistente acquedotto. Incentivò inoltre, la costruzione di alberghi e case rurali, e concesse agevolazioni fiscali e doganali. La ripresa economica e culturale di Pietrasanta, conobbe una battuta d'arresto quando nel 1799, la Versilia fu invasa dai Francesi e, in seguito alla pace di Lunéville fu annessa all'Impero francese in quanto territorio facente parte del Regno d'Etruria. Dopo la caduta dell'Impero napoleonico e il ripristino degli antichi ordinamenti, lo sviluppo riprese e la città divenne importante centro economico e culturale legato soprattutto all'estrazione dei marmi delle Apuane. Il centro storico è annunciato da Porta a Pisa, addossata ai resti della Rocca Arrighina detta anche Rocchetta. Oltrepassata la porta si giunge alla piazza del Duomo, altamente scenografica: su piani diversi si allineano il Duomo (metà del '200), la Torre delle Ore (1530-34), la facciata della chiesa di S. Agostino, le mura che salgono sulla collina disegnata dagli olivi, la fontana a tre vasche (1545) al centro dell'ampio rettangolo, la colonna del Marzocco (1514) e il monumento a Leopoldo (secolo XIX).

Pitigliano

(4.239 ab.). Centro in provincia di Grosseto. Costruita su uno sperone di tufo e raccolta all'ombra del magnifico Castello Orsini fiancheggiato dalle arcate di un acquedotto mediceo, presenta tutt'ora le case in stile rustico del particolare colore di questa roccia che si arrampicano intervallate da grotte naturali, oggi adibite a cantine o stalle. Vari reperti archeologici oltre alle necropoli rinvenute lungo il torrente Meleta, ci testimoniano che la città sia stata abitata fin dall'età arcaica. Di origine senza dubbio etrusca, vi succedettero prima i romani e successivamente i Longobardi. Sin dal IX sec. a.C. la vita politica di questo paese fu strettamente legata a Sovana, sede principale della famiglia Aldobrandeschi. Successivamente con il declino inesorabile che stava conoscendo Sovana, l'importanza di Pitigliano divenne sempre maggiore e nel 1293, con il matrimonio tra Romano Orsini ed Anastasia, figlia di Margherita Aldobrandeschi e di Guido di Montfort, la sede della contea fu trasferita da Sovana a Pitigliano, ritenuta evidentemente più sicura. Alla morte del più illustre esponente della famiglia Orsini, papa Nicolò III, l'intera contea fu travagliata da conflitti interni e dagli assalti della Repubblica senese. Nel 1547 i cittadini di Pitigliano proclamarono signore delle loro città Niccolò IV, ma il suo governo durò poco e finì male. Il tribunale dell'Inquisizione pontificia infatti lo sottopose a giudizio e lo imprigionò. Dopo alterne vicende ed intrighi politici, nel 1604 Cosimo de' Medici prese possesso della città ma il dominio mediceo non portò gli effetti sperati ed il progressivo impoverimento cessò soltanto con l'avvento dei Lorena. Di qui in poi le sorti del paese seguirono quelle del Granducato di Toscana. Infine con il plebiscito del 1860, Pitigliano aderì al Regno d'Italia seguendone le vicissitudini. Conserva il Palazzo Orsini di fondazione medioevale ma ridefinito da interventi eseguiti tra XV e XVI secolo; il Duomo con facciata settecentesca e sul fianco sinistro il campanile a tre ordini rastremati, alto 35 m; la chiesa di Santa Maria, a pianta trapezoidale si presenta nelle forme assunte nel corso del '500 con la facciata molto sobria, divisa da una cornice orizzontale.

Panorama di Pitigliano (Grosseto)

Poggibonsi

(26.380 ab.). Centro in provincia di Siena, presso la confluenza dello Staggia con l'Elsa. Risorse dell'agricoltura. Importante zona di produzione e commercio del Chianti. L’attuale centro storico di Poggibonsi corrisponde all’antico assetto urbanistico di Borgo Marturi, appartenente all’Abbazia e al Castello omonimi che lo sovrastano. Un borgo che, già ai primi del XII secolo, era divenuto un insostituibile "carrefour", viario sul più antico tracciato della Francigena, punto di passaggio obbligato ai confini fra gli stati di Siena, Volterra e Firenze e alla confluenza dei torrenti Staggia e Foci con il fiume Elsa. Tanto importante questa collocazione da provocare, nel corso dei secoli e a più riprese, distruzioni, rivolgimenti e disastri che hanno accompagnato a lungo la storia di questa città. Già nel 1115 l’esercito fiorentino occupò e distrusse il castello sovrastante costringendo i suoi abitanti ad emigrare nel borgo ai suoi piedi. Una delle ragioni, questa, per la quale Guido Guerra dei Conti Guidi dette inizio, nel 1155, d’accordo con i senesi, ai quali riservava un ottavo dell’insediamento, alla costruzione di una nuova città sul poggio di Bonizio, di connotazione politica ghibellina, cioè opposta alla guelfa Firenze. La qual cosa non poteva lasciare indifferenti i Fiorentini che, nel 1270, nel momento cioè di massima affermazione della nuova città, la distrussero, imponendo il divieto assoluto a reinsediarvisi. Nel 1313 l’Imperatore Arrigo VII riaccese le speranze dei poggibonsesi, nel frattempo ritornati nel loro antico borgo, al quale avevano dato il nome di Poggiobonizio, dando inizio alla ricostruzione della città sul colle che, grazie a lui, si chiamerà Poggio Imperiale. Continuarono ancora a lungo le controversie con Firenze, conseguenti alla forte e pressante ingerenza dei Senesi nelle loro cose di confine, sottolineate sempre da distruzioni, da abbattimenti di mura e fortificazioni anche nel nuovo, cioè ripristinato, insediamento del Piano, dove la comunità, dopo le tremende esperienze delle pestilenze che avevano ovunque decimato la popolazione, i nuclei familiari avevano ripreso ad espandersi. Nel periodo che va dal 1340 al 1360 prendono vigore le istituzioni comunali attraverso gli statuti, così come avviene per gli altri Comuni limitrofi. Tuttavia con l’affermarsi della Signoria dei Medici a Firenze, anche Poggibonsi ne subisce pesantemente gli effetti, soprattutto in ragione delle sue rinnovate intese e ripristinati accordi con Siena e i Senesi; effetti che si concretizzano in demolizioni delle mura e delle fortificazioni (esercito di Papa Clemente VII nel 1529) e avranno termine con la definitiva sottomissione di Siena a Firenze. Una sottomissione che aveva tuttavia convinto Lorenzo de’ Medici dell’opportunità di far costruire dal Sangallo la grande Fortezza di Poggio Imperiale, la cui inutilizzazione peraltro sembrò aprire le porte a speranze di pace di più a lungo periodo. Ma né la dominazione spagnola del Seicento né il consolidarsi del Regno dei Lorena nel secolo successivo portarono a Poggibonsi granché di nuovo se non gli echi delle prime esperienze industriali in Toscana. Un buon quarto dell’Ottocento poggibonsese è caratterizzato poi dall’occupazione francese, dal lento diffondersi delle idee della Rivoluzione, e in qualche misura, dall'attesa della nostra unificazione politica, che produrrà qualche favorevole effetto sociale ed economico con Firenze capitale. Ma è il Novecento che ha fatto registrare i più profondi cambiamenti della città degli ultimi seicento anni: un più moderno assetto urbanistico dei primi anni, con il libero accesso al centro, sottratto al vincolo delle mura di cinta e delle porte; la nascita di una intensa attività commerciale e industriale con l’esportazione del vino Chianti e con la conseguente intensa produzione vetraria, la distruzione pressoché totale della città sotto oltre 50 bombardamenti aerei, con rovine e morte, dal dicembre '43 all’aprile '44; la ricostruzione un po' caotica della città, sotto la sferza dell’emergenza, la nascita e la prodigiosa affermazione di uno dei poli industriali più importanti della regione; il miracolo economico degli anni Cinquanta e Sessanta, con il conseguente massiccio fenomeno dell’inurbamento, che trasformò socialmente e strutturalmente la città. Nel territorio è il convento di San Lucchese la cui chiesa trecentesca con facciata a capanna è preceduta da un portico; interno ricostruito dopo la guerra in stile gotico-francescano. Nelle vicinanze sono resti della Rocca di Poggio Imperiale, iniziata da Giuliano da Sangallo (1478) per Lorenzo il Magnifico e rimasta incompiuta.

Pontremoli

(8.628 ab.). Centro in provincia di Massa Carrara, in Val Lunigiana, a 235 m s/m. Allevamento del bestiame e produzione di frutta, vino e olio. Oppidum medioevale dalle altissime torri e borgo mercantile situato in mezzo ad un ventaglio di verdi vallate e punto d’incontro di vie storiche, quali quelle di Monte Bardone (oggi della Cisa), del Fò Crosà (oggi dei due Santi), del Borgallo, del Bratello e del Cirone o Lombarda, Pontremoli è da sempre luogo di accoglienza e di ospitalità come attestano i tanti Ordini religiosi che nel corso dei secoli vi hanno avuto sede. Fu libero Comune e la sua autonomia venne riconosciuta dagli imperatori Federico I Barbarossa e Federico II. Strinse alleanze alternativamente con Parma e Piacenza e fu sempre in lotta con i marchesi Malaspina, signori del resto della Lunigiana, che mai riusciranno a conquistare il pieno governo di questo borgo. Dal XIV sec., tramontato il libero Comune, Pontremoli venne conteso ed ambito dalle varie Signorie italiane che vedevano nel suo possesso il mezzo per espandere il loro dominio territoriale data la sua importanza strategico-viaria. Si ebbe, così, un’alternanza di dominazioni (Rossi di Parma, Scaligeri, Visconti, Sforza, Francesi, Spagnoli) anche per periodi talvolta brevissimi, ma, sempre, il dominante di turno riconobbe ai Pontremolesi la loro particolare organizzazione amministrativa espressa nei loro antichi Statuti. Nel 1650 Pontremoli entra nel Granducato di Toscana e inizia un periodo di stabilità politica e prosperità economica favorita dall’essere sulla via commerciale che collegava il Nord Europa col porto di Livorno. Il miglioramento economico-sociale porta alla trasformazione dell’oppidum medioevale: è in questi anni che il borgo si arricchisce di palazzi signorili, vengono costruite o abbellite chiese, viene edificato il Teatro della Rosa e il territorio circostante viene impreziosito da numerose ville di campagna. Nasce così la Pontremoli settecentesca frutto dell’opera dei Natali, di Gherardini, dei Galeotti, dei Contestabili, dei Portugalli, i maggiori esponenti di quello che è stato definito il “Barocco pontremolese”. Nel 1778 Pontremoli è dichiarata “città nobile” dal Granduca Pietro Leopoldo di Lorena e, qualche anno più tardi, nel 1787, viene innalzata da Pio VI a sede episcopale. La venuta delle truppe napoleoniche, all’inizio dell’800, sancisce la fine del primo periodo granducale; dopo la Restaurazione, Pontremoli torna, dapprima, sotto il Granducato di Toscana, quindi viene annessa al Ducato di Parma, al quale rimane fino all’Unità d’Italia. Ha notevoli monumenti tra cui il Castello del Piagnaro (X sec.), la cattedrale di Santa Maria Assunta (XVII sec.), il Teatro della Rosa (XVIII sec.), il Palazzo Pavesi (XVIII sec.), la Villa Dosi (XVII sec.).

Portoferraio

(11.505 ab.). Centro in provincia di Livorno, nell'Isola d'Elba, su di un colle elevato. Olivi, frutta, viti. Ferro e marmo; pesca delle acciughe e del tonno. Ampie saline. Insediamento romano col nome di “Fabricia”, poi insediamento medioevale col nome di “Ferraia”, di cui restano poche tracce, Portoferraio è la prima, in ordine di tempo, delle tre città costruite ex novo sulla base di un razionale piano urbanistico dal principato mediceo cinquecentesco. La sua fondazione risalente al 1564, seguita da Città del Sole (odierna Terra del Sole) in Romagna nel 1564 e dal grande porto tirrenico di Livorno nel 1571, rientra nella vasta opera di riorganizzazione dello stato promossa da Cosimo I. Il ruolo strategico di Portoferraio quale caposaldo militare e difensivo per la navigazione marittima è confermato dal continuo perfezionamento del meccanismo difensivo per tutto il periodo granducale mediceo e lorenese. Nel corso del XVIII secolo il ruolo della città, il cui nome odierno fu assunto agli inizi della dominazione lorenese, sembra orientarsi verso quello di scalo commerciale legato all’attività estrattiva, alla produzione delle saline e alla pesca del tonno. La vitalità economica del capoluogo, in questo periodo, sembra confermata dalla presenza di numerose rappresentanze consolari come Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda, Genova e Malta. A Napoleone e al suo esilio elbano nel 1814 è legato l’ultimo episodio rilevante nella storia della città, che l’anno dopo viene riunita, insieme al resto dell’isola, al Granducato di Toscana. Alla fine del secolo XIX, con l’istallazione dello stabilimento Alti Forni dell’Ilva, Portoferraio diviene un importante centro metallurgico. Ma lo stabilimento, insieme all’adiacente quartiere operaio del Ponticello, verrà distrutto dai bombardamenti aerei nell’ultimo conflitto mondiale. Conserva numerosi edifici di epoca napoleonica tra i quali si ricordano Villa San Martino, residenza di campagna di Napoleone e la Palazzina dei Mulini, residenza ufficiale.

Porto Santo Stefano

(9.504 ab.). Frazione del comune di Monte Argentario, in provincia di Grosseto. Centro balneare e peschereccio, sulla costa nord del Monte Argentario. Vigneti, uliveti. Industria conserviera. A causa della sua ottima posizione geografica fu sicuramente frequentato già dagli antichi popoli che navigavano nel Mediterraneo. Solo i Romani tuttavia hanno lasciato tracce tangibili delle loro remote presenze e nelle loro carte indicavano Porto Santo Stefano con nomi vari, quali Portus Traianus, Portus ad Cetarias o Portus Incitaria. Sotto la dominazione senese che va dagli inizi del XV sec. alla metà del XVI a Porto Santo Stefano si segnala solo un approdo di irrilevante importanza e soggetto a frequenti incursioni piratesche. A questo periodo risalgono le costruzioni della Torre Argentiera nel 1442 ed alcune torri costiere. Lo sviluppo del centro iniziò soltanto intorno al 1550 sotto il governatore spagnolo Nunez Orejon de Avila, e continuò di pari passo con la creazione dello stato dei presidi e la costruzione della fortezza spagnola (inizio del XVII sec.) posta a controllo del porto. Il 9 maggio del 1646 Porto Santo Stefano fu conquistato dai Francesi per poi tornare sotto la dominazione spagnola nel luglio dello stesso anno, nel 1707 insieme a tutto lo stato dei presidi fu conquistato dagli Austriaci, nel 1737 fu dei Borboni ed in questo periodo si registrò il primo sviluppo demografico derivante dalla stanziamento nel luogo di molte famiglie provenienti dal Napoletano, dall'isola d'Elba, e dalla Liguria. Nel 1801 si unì al Regno di Etruria e nel 1815 con il Trattato di Vienna fu assegnato al Granducato di Toscana. Nel 1842 il granduca Leopoldo II istituì la comunità di Monte Argentario, dove Porto Santo Stefano rappresentava il capoluogo e Porto Ercole la frazione. Infine nel 1860 insieme a tutta la Toscana andò ad unirsi al Regno d'Italia. La Fortezza spagnola è la più interessante costruzione presente nel paese; fu costruita durante il viceregno di Don Parafan de Ribera e visto lo scarso spazio dedicato agli alloggi, molto probabilmente aveva più funzioni d'avvistamento che non di difesa. Da segnalare inoltre la presenza di numerose torri costiere oltre alla già citata Torre dell'Argentiera, lontana dal mare situata sull'omonimo colle, è alta 25 metri ha una pianta quadrata e non si riscontrano porte d'ingresso ma un'unica apertura a metà parete. Fino alla fine della seconda guerra mondiale, le fonti principali dell'economia santostefanese furono rappresentate dall'agricoltura, dalla pesca e dalla navigazione. Dagli anni sessanta invece si è sviluppato notevolmente il settore turistico arrivando ad essere la pricipale risorsa nell'economia del paese.

San Gimignano

(7.027 ab.). Centro in provincia di Siena. Si staglia sui colli della Valdelsa prospicienti il Volterrano, costituisce una testimonianza eccezionale di urbanistica medioevale. Sviluppatasi fra IX e XII secolo in un'area già abitata in epoca etrusca e all'incrocio di due importanti assi stradali - il tracciato più antico della Via Francigena e la Via Pisana che conduceva al mare - fu presto sede di un fiorente mercato. Nel 1227 contava 7.000 abitanti e nel 1262 vi si annoveravano 9 "hospitatores" per mercanti. è di quegli anni la costruzione di gran parte dei palazzi e delle celebri torri, simbolo della ricchezza del ceto mercantile locale; ben 72 nel momento di massimo splendore della città, protette fin dal 1282 da una legge che vietava la demolizione delle case se non per costruirne di più belle. La crescita d'importanza del tracciato nuovo della Francigena nel fondovalle, con il conseguente sviluppo di Poggibonsi e Colle, determinerà la decadenza economica di San Gimignano e il conseguente congelamento, durato fino al XIX secolo, di ogni inziativa edilizia di rilievo. Tra gli edifici più significativi ricordiamo: la Collegiata, chiesa romanica dedicata a Santa Maria Assunta, consacrata nel 1148 e ampliata nel 1460 su progetto di Giuliano da Maiano; il Palazzo del Popolo, sede del Comune, costruito nel 1288, ampliato nel 1323 e coronato da merli nel 1882; la chiesa di S. Agostino, costruita in stile romanico-gotico nel 1280-98; il Palazzo del Podestà, del 1239 e ampliato nel 1337, dominato dalla possente Torre Rognosa con al piano terreno una loggia con tre file di sedili in pietra.

Visita virtuale a San Gimignano: piazza del Duomo, il palazzo del Podestà e le torri del Salvucci

Visita virtuale in un cortile di una casa-torre medievale a San Gimignano

San Miniato

(25.426 ab.). Centro in provincia di Pisa, a 117 m s/m sulla sommità di un poggio innalzantesi tra le valli dell'Elsa e dell'Evola. Nell'alto Medioevo borgo fortificato, forse già da Ottone I fu scelto come sede dei vicari imperiali. Vi dimorarono più volte gli imperatori Enrico IV, Ottone IV e Federico II. Alleato di Manfredi e centro di una lega ghibellina, il comune di San Miniato, caduti gli Svevi e cessato l'appoggio di Pisa dopo la Meloria (1284), si schierò con i Guelfi e con gli Angiò, mantenendosi poi sempre fedele a Firenze. Occupato dagli Spagnoli durante l'assedio di Firenze del 1529, fu ripreso e nuovamente perduto dal Ferrucci. Nel 1612 ottenne dai Medici il titolo di città. La torre imperiale (XIII sec.) andò distrutta per eventi bellici nel 1944 e fu ricostruita. La cattedrale (XII sec., ingrandita nel 1488 e restaurata nel XVIII sec.) conserva notevoli opere d'arte, tra cui un rilievo, Annunciazione, di Giroldo da Como (1274). Nella chiesa dei Domenicani (XV sec.), quadri fiorentini dei secc. XIV - XV e tomba di G. Chellini, attribuita a B. Rossellino; affreschi del XV sec. in San Francesco.

Sansepolcro

(15.658 ab.). Centro in provincia d'Arezzo, fra alti monti, nella valle superiore del Tevere. Secondo la tradizione Borgo San Sepolcro si sarebbe sviluppato all'inizio del X sec. intorno ad un oratorio, nel luogo in cui due pellegrini provenienti dalla Palestina avevano deposto alcune reliquie del Santo Sepolcro. In origine fu terra di proprietà dei Benedettini (che qui avevano fondato un'abbazia nel 1012), poi passata ai Camaldolesi nella seconda metà dei XII sec.; solo nella prima metà del XIII sec. il borgo riuscì a divenire libero Comune, seppure sotto l’autorità degli Aretini, i quali arrivarono ad annetterselo ufficialmente al tempo di Uguccione della Faggiola, nel 1301. Dal 1318 Sansepolcro passò prima sotto la Signoria di Guido Tarlati e poi sotto quella di suo fratello Pier Saccone, fino a quando una lega di Ghibellini, capeggiata da Neri della Faggiola e dai conti di Montefeltro e di Montedoglio, conquistò il centro (1335), che fu così annesso al comune di Perugia per la durata di sedici anni. Alterne vicende lo portarono di nuovo sotto il dominio di Pier Saccone, quindi dei della Faggiola, di Città di Castello ed infine dei Malatesta di Rimini (1370); durante quest’ultimo periodo Sansepolcro dette i natali a Piero della Francesca (1420), che vi mantenne per tutta la vita la sua fissa dimora. Dal 1430 al 1440 divenne feudo prima di Niccolò Fortebraccio - che lo ebbe per privilegio papale - poi di Bartolomeo d'Alviano e quindi di Niccolò e Francesco Piccinino; nel 1441 Sansepolcro passò definitivamente sotto il dominio di Firenze, che lo comprò da papa Eugenio IV. Dopo un periodo di tensioni interne dovute allo scontro tra le due importanti famiglie dei Graziani e dei Pichi, nel 1515 fu elevato a sede vescovile da Leone X, assurgendo così al rango di città e rivestendo un ruolo di grande importanza strategica nello Stato fiorentino come avamposto ai confini con lo Stato Pontificio e il Montefeltro. Fra il 1670 e il 1723, sotto il governo dei Lorena, Sansepolcro cominciò lentamente a rifiorire da un breve periodo di decadenza; in questo periodo furono avviati importanti lavori di bonifica che permisero il popolamento di una parte del territorio fino ad allora insalubre. Fino dai secoli passati Sansepolcro si è caratterizzato come un importante centro agricolo e manifatturiero: già nel Quattrocento erano assai fiorenti l'industria e il commercio della lana e della seta, mentre particolarmente redditizia era la coltura del guado, da cui veniva estratta una sostanza color indaco usata per la tintura dei panni. Col passare del tempo queste attività diventarono sempre meno fiorenti, per cessare poi quasi del tutto in periodo napoleonico. Nel corso del XIX secolo cominciò a rivestire notevole importanza la coltura e la lavorazione del tabacco e grande rilievo assunse l'industria alimentare. Attualmente l'agricoltura, che fornisce grano, tabacco, patate, mais, uva da vino e olive, riveste comunque un ruolo subalterno rispetto all'attività industriale nel settore alimentare – dolciario, ed in quelli dei manufatti per l'edilizia, degli autotrasporti, delle confezioni, delle calzature, delle terrecotte, del mobilio e del tabacco. Per quanto riguarda l'artigianato, è sviluppata la lavorazione dell'oro, la produzione di tele e la fabbricazione di balestre. Il commercio, assai intenso, riguarda in special modo i cereali, la lana, il formaggio, il vino, il bestiame, l'avicoltura e i legni pregiati. Conserva la casa di Piero della Francesca, raffinata testimonianza di architettura quattrocentesca; la Fortezza medicea, Pregevole esempio di architettura militare, opera dell'architetto Giuliano da Sangallo, che ingloba precedenti elementi militari; la Cattedrale, frutto di rifacimenti avvenuti tra il 1301 e il 1350, dell'originaria abbazia camaldolese del secolo XI dedicata a San Giovanni Evangelista.

Viareggio

(57.541 ab.). Città in provincia di Lucca, allo sbocco del canale della Burlamacca, emissario del Lago di Massaciuccoli, che le serve da porto-canale. Viareggio ebbe origine da un castello che Lucchesi e Genovesi, alleati contro Pisa, edificarono nel 1172 sulla riva del mare, a difesa della costa e del territorio circostante. Il fortilizio, di imponenti dimensioni, fu denominato "Castrum de Via Regia"; era infatti costruito al termine di quella strada, così chiamata in onore dell’Imperatore Federico Barbarossa, che serviva da collegamento tra il forte stesso e l’entroterra. Il forte di Viareggio e la modesta foce del Canale Burlamacca che gli scorreva accanto assunsero importanza nel 1441, quando Lucca perse il suo potere sul castello e sull’approdo marittimo di Motrone; Viareggio divenne così l’unico sbocco al mare dello Stato lucchese, cosa di cui guadagnò il territorio circostante, peraltro fino ad allora in condizioni di abbandono. Furono presi infatti provvedimenti e misure per bonificare la palude che orlava la costa, per favorire la crescita urbana e demografica di quello che stava divenendo un piccolo borgo e per incrementare il traffico alla foce del Canale. Già nel 1480 il movimento marittimo aveva assunto una discreta importanza e Lucca decise di offrire gratuitamente terreno a chi decideva di costruire una casa a Viareggio. L’inospitalità dei luoghi e l’alto tasso di mortalità dovuto alla malaria, però, ne ostacolarono lo sviluppo e il continuo regredire del mare rese scarsamente valido il castello di Viareggio come difesa dello scalo marittimo e delle attività commerciali che vi si svolgevano. Per questo, nel 1534, fu eretta un’altra fortificazione, la Torre Matilde, che garantiva una miglior protezione e che fece da nucleo attorno al quale si formò un piccolo centro abitato. Nel 1559 fu costruita la prima chiesa, dedicata a San Pietro prima e, ampliata e trasformata, alla SS. Annunziata poi. Nel 1617 Viareggio fu destinata a sede di Vicaria per le località che fiorivano sulle colline alle sue spalle e iniziò ad ingrandirsi tanto che, nel 1701, il Consiglio generale della Repubblica Lucchese lo dichiarò "Comunità", dando agli abitanti il diritto di riunirsi in consiglio per decidere propri provvedimenti. Lo sviluppo di Viareggio, però, procedeva con difficoltà, perché nella zona retrostante continuava ad estendersi una vasta zona paludosa. Allora Lucca decise di intraprendere una radicale bonifica del territorio, incaricando l’ingegnere veneto Bernardo Zendrini di risolvere il grave problema. Furono così ideate speciali cateratte sul Canale Burlamacca per regolare il flusso e il deflusso delle acque e fu intrapreso il totale abbattimento della macchia palustre. Dal 1741, anno in cui terminarono i lavori di bonifica, la malaria cominciò a diminuire progressivamente, fino a scomparire del tutto. Un altro grave problema sorse, però, per il fatto che la vegetazione abbattuta non creava più protezione per le colture dell’entroterra, violentemente spazzate e danneggiate dal vento di mare. Ecco che venne deciso di innalzare lungo la spiaggia una barriera artificiale, una striscia di bosco a pini: le future pinete di Viareggio, incomparabile oasi di verde, l’una – quella di Ponente – inserita ora nel tessuto urbano e l’altra – quella di Levante – lussureggiante di vegetazione, costituita in Parco naturale con i territori di Massaciuccoli, Migliarino e S. Rossore. Viareggio richiamò gente dalle località vicine e anche molte famiglie nobili lucchesi si stabilirono nella zona. Il paese si ampliò, le attività di pesca, cantieristica e marineria velica assunsero notevole importanza, tanto che nel 1819 la duchessa di Lucca Maria Luisa di Borbone decretò la costruzione della prima darsena e nel 1820 elevò Viareggio al rango di "città". Nel 1822 la principessa Paolina Bonaparte Borghese, sorella di Napoleone, fece costruire vicino alla riva del mare una graziosa villa, in cui soggiornò nei suoi ultimi anni di vita. Era l’inizio di una nuova stagione per Viareggio, quella caratterizzata dall’usanza dei bagni di mare: per la bellezza della spiaggia, per la felice posizione geografica, per il senso di ospitalità degli abitanti, la città si avviava ad essere un centro balneare rinomato. Nel 1828 furono costruiti i primi stabilimenti: il Nereo per gli uomini, il Dori per le signore, in ossequio alla morale del tempo, che proibiva il bagno promiscuo. Accanto alle modeste case del popolo si elevarono quelle signorili e l’espansione urbanistica si spostò dall’antico nucleo stretto attorno alla Torre Matilde verso il mare e lungo la spiaggia. All’inizio del Novecento la città era già la "Perla del Tirreno", un centro mondano, culturale e turistico apprezzato in tutta Europa e caratterizzato da una particolarissima architettura sospesa tra eclettismo e liberty. Nel corso della seconda guerra mondiale violenti bombardamenti distrussero interi quartieri, provocando centinaia di vittime tra i civili, ma – nonostante le immani ferite – Viareggio seppe subito risorgere, ricostruendo case, alberghi, cantieri e attrezzature balneari. Oggi la città si è notevolmente ingrandita e la sua popolazione supera i 60.000. abitanti. Vivacissima località turistica, non solo estiva, è nota in tutto il mondo per il suo tradizionale Carnevale. è attivo centro commerciale, con insediamenti industriali e artigianali di rispetto, soprattutto nel campo della cantieristica navale. Importanti anche i settori della pesca, con un’attrezzata flottiglia nel caratteristico porto che ospita anche le barche dei diportisti, e della floricoltura, con notevole esportazione di fiori recisi. Tra i monumenti principali conserva: la Torre Matilde, edificata nel 1534; il Palazzo Bernardini, (XVIII sec.); il Palazzo Paolina, fatto costruire da Paolina Bonaparte, oggi sede di due musei; il Palazzo della Cittadella, divenuto in seguito albergo Vittoria.

Volterra

(12.782 ab.). Cittadina in provincia di Pisa, a 555 m s/m sulle alture che dividono i bacini dell'Era e del Cecina. Edificata su un dorsale collinoso del pliocene, fra le valli dell’Era e del Cecina, cinta da una doppia cortina di mura, l’etrusca e la medioevale, Volterra è uno dei centri più importanti della Toscana, sia per la presenza di monumenti che attestano le civiltà che si sono succedute nel corso di trenta secoli, sia per la lavorazione dell’alabastro toscano i cui manufatti costituiscono oggi uno dei più tipici e tradizionali prodotti di esportazione dell’artigianato italiano. Abitata fin dal periodo neolitico, la città conosce il periodo della cultura villanoviana sulla quale fiorisce nel sec. VIII la Civiltà degli Etruschi. Divenuta una delle dodici lucumonie della nazione etrusca, alla metà del III sec. a. C., e assoggettata da Roma di cui diventa un ragguardevole municipio. Sorto il Cristianesimo, Volterra segue ben presto la nuova fede e alla caduta dell’Impero romano (476 d.C.) si trova già sede di vescovado a capo di una vastissima diocesi. Dopo la dominazione barbarica e la Signoria vescovile si afferma il libero Comune, il quale formula i propri statuti fin dalla prima metà del sec. XII. Ma la sua autonomia non fu di lunga durata: liberata dalla potenza del vescovo-conte e dalla Signoria dei Belforti (1361) essa dovette lottare contro la politica egemonica di Firenze. Aperti tentativi di ribellione(1429) accorgimenti di sopportazione, di compromesso e di apparente amicizia servirono solo a ritardare la definitiva soggezione a Firenze, che avvenne nel 1472 per la questione delle cave di allume del territorio volterrano (Sacco di Volterra). Un ultimo episodio della sua storia registra Volterra nel 1530 quando, ribellatasi alla repubblica fiorentina per seguire la parte medicea, venne riconquistata e difesa da Francesco Ferrucci. Da allora seguì sempre le sorti del ducato di Firenze e del Granducato di Toscana. Volterra, oggi, e una città non ancora contaminata dal ritmo vertiginoso della vita contemporanea e chi giunge sul colle volterrano ha subito l’impressione di trovarsi davanti ad una città particolare, dove si ha la sensazione di vivere nell’antico, fra le strette viuzze di un borgo medioevale, fra mestieri che affondano le radici in un passato etrusco. Gli scavi hanno riportato alla luce una importante necropoli con urne cinerarie di tufo e di alabastro, di epoca etrusca e romana. Famosi i monumenti medioevali come il Palazzo dei Priori (XIII sec.), il Duomo romanico-pisano (XIII sec.), la Fortezza (XIV sec.), il Museo etrusco Guarnacci, la cinta muraria, etrusca, comprendente l'Arco etrusco.

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