... trapaninfo.it Tweet

Geografia Italia Territorio Storia Economia del Friuli-Venezia Giulia Geografia Italia

Web Trapanese di Trapanesi trapaninfo.it Enciclopedia
All together, we can do a better world. World goes where we like and wish He goes. It's up to all of us.

Web Trapanese di Trapanesi Attività Commerciali Artigianali Servizi Eventi

Richiesta inserimento in trapaninfo.it !

To whom it may concern. Ask for inserting a banner of Your business logo or portal !

a  b  c  d  e  f  g  h  i  j  k  l  m  n  o  p  q  r  s  t  u  v  w  x  y  z Attività Commerciali Artigianali Professionisti e Servizi a Trapani.

a  b  c  d  e  f  g  h  i  j  k  l  m  n  o  p  q  r  s  t  u  v  w  x  y  z In Frame

Biglietti da Visita a  b  c  d  e  f  g  h  i  j  k  l  m  n  o  p  q  r  s  t  u  v  w  x  y  z

trapaninfo.it

Geografia Italia Territorio Storia Economia del Friuli-Venezia Giulia

-^

Geografia Italia

-^

GEOGRAFIA - ITALIA - FRIULI-VENEZIA GIULIA

-^

-^

PRESENTAZIONE

Tra le più piccole regioni italiane, il Friuli-Venezia Giulia è stato istituito nel 1947, unendo Trieste e la provincia di Udine con quella di Gorizia, ridotta al territorio intorno al corso inferiore dell'Isonzo; nel 1968 è nata la provincia di Pordenone, separandosi da quella di Udine. Il capoluogo regionale è Trieste. La regione copre una superficie di 7.855 kmq e conta 1.191.588 abitanti, con una densità per kmq non molto elevata (152 abitanti). Dopo il decollo economico del Nord-Est, nello scorcio del secolo scorso, la popolazione della regione si è mantenuta sostanzialmente stabile: il basso tasso di natalità è stato infatti compensato dall'immigrazione dall'estero (il numero degli stranieri è pari al 3,6% della popolazione residente). Il Friuli-Venezia Giulia confina a Est con la Slovenia, a Nord con l'Austria, a Ovest con il Veneto e a Sud col Mare Adriatico. Sia per la sua particolare posizione geografica, sia per la presenza sul suo territorio di minoranze etniche, la regione Friuli-Venezia Giulia è regolata dal 1964 da uno statuto speciale, grazie al quale ha ottenuto una notevole autonomia. La legge costituzionale 31 gennaio 2001, n. 2, ha sancito le modalità di aggiornamento degli statuti delle regioni autonome in base all'evoluzione della Costituzione e al mutato quadro istituzionale dell'Unione Europea. Tale legge auspica la ridefinizione dei poteri, dei diritti e della specialità regionale. Caso del tutto singolare tra le regioni italiane, il Friuli-Venezia Giulia è posto al confine delle tre principali realtà etnico-linguistiche del continente europeo: latina, slava e germanica, che qui si sono armonizzate ma anche scontrate, creando nei secoli molteplici diversità. Ed è proprio questa natura di terra di confine a fare della regione un mosaico di ambienti naturali, culturali e linguistici. Intanto, come dice il nome stesso, la regione è composta da due aree principali, dalle caratteristiche geografiche e storiche diverse: il Friuli, formato dalle province di Udine e Pordenone, e la Venezia Giulia, comprendente i territori di Trieste e Gorizia. Il Friuli, di tradizione rurale, si contrappone ad una città di cultura mitteleuropea come Trieste; Pordenone, la più vicina al Veneto per mentalità e vocazioni imprenditoriali, contrasta con Gorizia, dove si respirano ancora oggi atmosfere asburgiche e mitteleuropee. Una sua storia complessa ha avuto inoltre la Carnia, la zona montana del Friuli. Mondi di tradizioni disomogenee, ma ora ugualmente consapevoli di essere diventati, da confine orientale, centro dell'Europa dopo che il crollo del blocco socialista dell'Est ha del tutto mutato il quadro geo-politico in cui il Friuli-Venezia Giulia ha vissuto per sessant'anni. Il Friuli-Venezia Giulia è sempre stato una porta d'entrata in Italia, sia attraverso gli agevoli varchi esistenti nelle Alpi Giulie (che permisero molte delle invasioni barbariche), sia per mare, dal momento che il Mediterraneo raggiunge qui il suo punto più settentrionale, avvicinandosi al cuore dell'Europa. Oggi queste particolarità consentono alla regione di diventare quadrivio d'Europa sulle direttrici Sud-Nord e Ovest-Est restituendole un ruolo baricentrico rispetto a una zona assai vasta in senso economico. L'entrata, nel 2004, della Slovenia nell'Unione Europea ha già aperto interessanti prospettive economiche per tutto il Friuli-Venezia Giulia. Nel secondo dopoguerra, tuttavia, la sua posizione di confine ha costituito un fattore di instabilità e di impedimento per lo sviluppo della regione. Infatti, per quella che oggi, dopo la ricostruzione seguita al terremoto del 1976, è una delle realtà economiche più vivaci del Nord-Est, le vicende legate alla seconda guerra mondiale si conclusero soltanto nel 1975, quando la firma del Trattato di Osimo pose la parola fine a contenziosi fra Italia e Jugoslavia circa i territori della Venezia Giulia. Variegatissimo anche il panorama linguistico: il friulano, antica lingua di ceppo neolatino, si parla soprattutto nell'Udinese, nel versante orientale del Pordenonese e nella parte occidentale del Goriziano. Ma anche tra queste zone esistono disomogeneità e il friulano assume diverse inflessioni e pronunce. Nella zona occidentale della provincia di Pordenone la parlata è decisamente veneta; come d'origine veneta è il dialetto che negli ultimi due secoli è diventato corrente a Trieste. Ed è emblematico il caso della provincia di Gorizia: mentre nel capoluogo si parla un dialetto simile al triestino, nella Sinistra Isonzo, che ha in Monfalcone la città principale, ci si esprime in un'altra variante del veneto, che è il bisiaco (da bis aghe, che significa "tra due acque", in questo caso i fiumi Isonzo e Timavo). Ancora diverso è il dialetto gradese, cui il grande poeta Biagio Marin ha dato dignità di lingua letteraria. Esistono ancora, nelle province di Gorizia e Trieste, minoranze di lingua slovena, mentre antichi idiomi d'origine tedesca o slava sono parlati nelle isole alloglotte di Sauris, Timau, Resia e in parte del Tarvisiano.

Trapani Cartina del Friuli

-^

IL TERRITORIO

La varietà culturale e linguistica regionale è anche una conseguenza delle diversità geografiche interne della regione, ben esemplificate dal contrasto fra le alte montagne della Carnia e le distese pianeggianti attraversate dal fiume Tagliamento, o dal Golfo di Trieste, cui fanno da sfondo le brulle colline del Carso. La Carnia costituisce la zona montana settentrionale, la quale copre il 43% del territorio regionale. Le Alpi Carniche, che superano in media i 2000 metri di altitudine (la cima più alta è il Monte Coglians, 2780 m), segnano il limite settentrionale; le Alpi Giulie segnano il limite orientale (Jóf di Montasio, 2753 m). Ai rilievi alpini, costituiti in prevalenza da calcari del Paleozoico e del Mesozoico, si contrappone il sistema prealpino friulano, composto in prevalenza da rocce calcareo-dolomitiche del Mesozoico e diviso dal solco del fiume Tagliamento in Prealpi Carniche (Ovest) e Prealpi Giulie (Est). La parte pedemontana e collinare è pari al 19% della superficie regionale; un'incantevole fascia collinare d'origine morenica, disseminata di antichi castelli, forma un anfiteatro intorno a Udine e si estende fino a San Daniele e Buia. Il rimanente 38% del territorio regionale è costituito dalla pianura friulana che, come tutta la pianura padano-veneta, si può suddividere in alta e in bassa pianura, separate dalla linea delle risorgive, cioè laddove l'acqua ritorna a scorrere in superficie dopo un percorso sotterraneo. Un interessante ambiente naturale tipico dell'alta pianura friulana sono i magredi, terreni alluvionali recenti, molto permeabili e poveri di vegetazione. Fertilissima è la bassa pianura, a Sud delle risorgive, dove l'acqua abbonda e il terreno acquitrinoso è stato reso coltivabile dalle bonifiche iniziate negli anni Trenta del Novecento e proseguite nel dopoguerra. La costa adriatica da Lignano a Monfalcone è bassa e sabbiosa, con la zona intermedia delle lagune di Marano e Grado. Infine, il settore Sud-orientale della regione è occupato dalle spoglie colline del Carso. Questo particolare territorio, arido in superficie, è ricco d'acqua nel sottosuolo. Costituito da roccia calcarea, particolarmente solubile, è stato lavorato per millenni dalle acque piovane, dando luogo a quei fenomeni di erosione superficiale e sotterranea noti appunto con il nome di "carsismo". Il paesaggio, molto accidentato nel dettaglio, presenta infatti elementi caratteristici come le doline, oppure depressioni a fondo pianeggiante a volte occupate da laghetti; nel sottosuolo l'azione erosiva delle acque ha scavato reticoli di gallerie, cavità (la più profonda è l'abisso di Trebiciano, di 329 m), grotte che raggiungono in molti casi vertici impressionanti di grandiosità; un buon esempio è quello della Grotta del Gigante, presso Trieste. In corrispondenza del Carso la costa è prevalentemente rocciosa, alta e dirupata. L'idrografia, nella sua complessa articolazione, è un'ulteriore prova della varietà dei paesaggi naturali del Friuli-Venezia Giulia. Il fiume principale è il Tagliamento il cui grande bacino interessa un terzo della regione. In un corso di 172 chilometri attraversa la Carnia e la pianura per sfociare nel Mare Adriatico, segnando nel suo tratto terminale il confine con il Veneto. Del fiume Isonzo (136 km) appartiene alla regione solo il corso inferiore. L'Isonzo nasce in Slovenia ed entra in Italia appena a Nord di Gorizia, per gettarsi in mare tra Grado e Monfalcone. Il Livenza (115 km), il più occidentale dei fiumi friulani, scorre nell'ultimo tratto del Veneto sfociando nelle vicinanze di Càorle. Tagliamento e Isonzo sono fiumi alpini, il Livenza ha origini carsiche, come carsico per antonomasia è il Timavo il cui corso, sotterraneo per ben 40 chilometri, riemerge improvvisamente gettandosi in mare dopo appena due chilometri, tra Monfalcone e Duino. Altri corsi d'acqua della regione (Natisone, Cellina, Meduna, Torre) nascono dal versante meridionale delle Prealpi. Una caratteristica originale di alcuni fiumi friulani è quella di attraversare l'alta pianura con amplissimi alvei sassosi, talvolta privi di acque superficiali perché lo scorrimento avviene sotto le ghiaie; il loro corso riprende quindi in superficie all'affiorare della falda freatica. Tra questi il Noncello, lo Stella, l'Ausa. Il clima varia dal tipo marittimo del Sud a quello alpino procedendo verso Nord, però più mite di quanto comporterebbe la posizione geografica, grazie all'influenza del mare. Abbondanti le piogge, tanto che questa regione è annoverata tra le più piovose d'Italia. Un fenomeno atmosferico caratteristico delle coste giuliane e di Trieste è la bora, vento che spira da Nord-Est, le cui raffiche possono superare i 100 km all'ora. Strettamente legata alla morfologia della regione è la sua sismicità, cioè il fatto di essere soggetta a scosse telluriche. Posta a cerniera tra la penisola italiana e la zolla dell'Europa centro-orientale, essa risente notevolmente delle pressioni convergenti che spingono il continente europeo verso quello africano. I terremoti che hanno funestato la vita dei friulani sono molti; tra i più disastrosi, ricordiamo quello del 1976, che ha colpito duramente la regione per un ammontare di danni di 4.000 miliardi di lire, provocando morti e distruzioni. L'alacre solerzia della sua popolazione ha permesso che la ricostruzione si svolgesse in tempi brevi, con risultati ammirevoli.

-^

PARCHI NAZIONALI E REGIONALI

Lo sviluppo industriale nel Golfo di Trieste (cantieri navali di Monfalcone, industrie di Muggia) e nella laguna di Marano (complesso dell'Ausa-Corno, Torviscosa), in aree che si trovano a pochissima distanza da mete turistiche balneari come Duino, Grado e Lignano Sabbiadoro, hanno comportato danni piuttosto gravi al paesaggio e all'ambiente. Altre modificazioni negative alla varietà dei paesaggi naturali del Friuli-Venezia Giulia sono state portate anche dallo sfruttamento dovuto all'agricoltura intensiva e dal turismo di massa. Così come l'abbandono delle montagne, solo in parte frenato negli ultimi anni del Novecento, ha avuto come effetto collaterale quello di una minor cura dell'ambiente e dell'aggravarsi di fenomeni di dissesto. La risposta a questi aspetti distorti dello sviluppo regionale è stata, negli ultimi anni del Novecento, l'istituzione di aree protette. Tuttavia, nonostante il grande interesse naturalistico di aree geografiche come il Carso e il Tarvisiano, la percentuale del territorio regionale attualmente protetta è solo del 7%. A frenare lo spopolamento delle montagne, a tutelare antiche minoranze linguistiche e a promuovere la conoscenza di zone poco note della regione provvedono le comunità montane, che in alcuni casi svolgono, d'intesa con analoghe istituzioni d'oltreconfine, un'opera meritoria nel riavvicinare terre oggi divise da confini statali, ma abitate dalle stesse popolazioni. Due i parchi regionali: il Parco naturale delle Dolomiti Friulane e il Parco naturale delle Prealpi Giulie; due anche le Riserve naturali statali: Cucco e Rio Bianco (entrambe in provincia di Udine). Le Riserve naturali regionali sono undici: Foci dello Stella, Lago di Cornino, Valle Canal Novo (in provincia di Udine); Foce dell'Isonzo (province di Udine e Pordenone), Valle Cavanata, Laghi di Doberdò e Pietrarossa (in provincia di Gorizia); Forra del Cellina (in provincia di Pordenone); Falesie di Duino, Monte Lanaro, Monte Orsario, Val Rosandra (in provincia di Trieste). A queste si aggiunge la Riserva marina di Miramare, classificata come area marina protetta.

-^

Parco naturale regionale delle Dolomiti Friulane

Istituito nel 1996 con legge regionale, il Parco ha una superficie di 36.950 ettari, compresi nelle province di Udine e Pordenone. è inserito nel settore occidentale del comprensorio montuoso che sovrasta l'alta pianura friulana, racchiuso tra i corsi dei fiumi Tagliamento e Piave; abbraccia la Valcellina (comuni di Andreis, Cimolais, Claut, Erto e Casso), l'alta Valle del Tagliamento (comuni di Forni di Sopra, Forni di Sotto) e territori confluenti verso la Val Tramontina (comuni di Frisanco, Tramonti di Sopra). Di notevole importanza è la "biodiversità" (presenze floristiche e faunistiche estremamente varie), favorita dai notevoli dislivelli, dalla particolare posizione geografica e dal clima. Di notevole interesse naturalistico sono senz'altro i recenti ritrovamenti di impronte di dinosauro, che in questi ultimi anni hanno arricchito la curiosità e l'interesse per la zona. Il paesaggio predominante è quello caratteristico delle Prealpi Orientali, determinato da un contorno dolomitico e da vallate strette e lunghe. I gruppi montuosi sono costituiti prevalentemente da calcari e dolomie del Trias superiore. Un fattore che ha caratterizzato l'aspetto geomorfologico delle zone più interne è stata la presenza diffusa dei ghiacciai, protratta fino ad alcune migliaia di anni fa, in tutte le valli del comprensorio prealpino. Le testimonianze sono evidenziate da alcune sezioni vallive e dai grandi e piccoli "circhi" glaciali modellati nei fianchi montuosi. Bisogna inoltre ricordare i grandiosi depositi della frana del Monte Toc (o del Vajont), che evocano la catastrofe del 1963 e costituiscono un esempio unico di colossale evento franoso. L'asprezza e la severità dell'ambiente hanno reso minimo l'impatto causato dalla pressione antropica: priva di agevoli strade e centri abitati al suo interno, quest'area è caratterizzata da un alto grado di "wilderness" (selvatichezza) difficilmente riscontrabile in altre zone dell'intero arco alpino e prealpino. L'assenza di strutture ricettive attrezzate in quota scoraggiano il turismo di massa per favorire quello degli alpinisti, degli escursionisti e degli appassionati della natura. Le strutture presenti sono infatti essenziali e proporzionate. Le valli del Parco, molto strette, presentano spesso dei fenomeni di stratificazione inversa della vegetazione. Vaste superfici sono occupate da boschi di faggio. Nella porzione più esterna del parco questi boschi costituiscono la vegetazione forestale terminale, mentre in quella interna vengono sostituiti da peccete subalpine. Nelle aree più ripide dei rilievi esterni il faggio viene sostituito dal pino nero, specie pioniera su suoli calcarei primitivi. Vi sono anche notevoli esempi di pinete a pino rosso. Al di sopra del limite del bosco la vegetazione zonale è costituita da praterie calcaree. La notevole ricchezza floristica di tutto il comprensorio del Parco dipende soprattutto dalla particolare funzione di rifugio svolta da diversi massicci rocciosi durante le glaciazioni. Oltre quindi alla molteplicità di specie tipiche della fascia temperata, sopravvivono numerosi endemismi, cioè organismi differenziatisi in loco in tempi lontani e rimasti oggi isolati in aree originarie circoscritte. Tra questi endemismi citiamo l'Arenaria huteri, la Gentiana froelichi, la splendida pianella della Madonna e soprattutto l'endemismo balcanico Daphne blagayana, un esemplare di Timeleacea rinvenuto in Italia nel 1989 solo in quest'area. Qui crescono inoltre specie rare fra i quali cinque specie della Lista rossa, come il Lilium carniolicum. La vastità dell'area interessata e la ridotta antropizzazione che caratterizzano il Parco garantiscono la sopravvivenza di un patrimonio faunistico molto ricco. Vi sono popolazioni stabili di camosci, caprioli, marmotte, cervi ed una consistente colonia di stambecchi in continua espansione. Sono presenti specie avifaunistiche dell'arco alpino: gallo cedrone, gallo forcello, francolino di monte, pernice bianca; in particolare, nelle zone più meridionali del parco sono ben rappresentati diversi importanti rapaci, tanto diurni quanto notturni, quali il gufo reale, il biancone, il falcone pellegrino e il nibbio bruno. Segno dell'elevato grado di naturalità dell'ambiente del Parco è la densità di popolazione dell'aquila reale; stimabile in quattro coppie nidificanti all'interno del Parco o ai suoi margini. Trattandosi di un super-predatore piuttosto eclettico nella dieta alimentare, tale presenza testimonia una buona complessità della catena trofica comprensiva di mammiferi ungulati, roditori e specie ornitiche anche di rilevanza internazionale. Non mancano osservazioni di grifone, mentre va sottolineata la buona rappresentanza di specie legate ad habitat forestali non troppo disturbati, come il falco pecchiaiolo, il picchio nero, la civetta capogrosso e la civetta nana. Sono anche presenti, seppure in misura ridotta rispetto all'area orientale della regione, anche specie di enorme importanza quali il re di quaglie e la coturnice.

-^

Parco naturale regionale delle Prealpi Giulie

Istituito nel 1996 con legge regionale, il Parco ha una superficie di 9.402 ettari, compresi nella provincia di Udine. Geograficamente è situato a cavallo di due unità distinte: le Alpi e le Prealpi Giulie tra le quali si trova, al centro, l'alta Val Resia; a Est il territorio del Parco corre presso il confine sloveno. Delle Alpi è compreso nell'area protetta il versante italiano del Monte Canin, l'intero altopiano del "Foran del Muss", il "Bila Pec" e il "Col Ladris"; delle Prealpi Giulie sono invece comprese le catene dei Monti Musi, del Monte Guarda e del Monte Plauris che, disposte parallelamente in senso Est-Ovest, a quinte degradano verso la pianura friulana. I rilievi meridionali raggiungono quote modeste (Monte Plauris 1858 m), mentre quelli alpini toccano i 2500 metri (Monte Canin 2587 m). Nei pressi della cima del Canin si possono vedere i resti dell'unico ghiacciaio della regione. I rilievi montuosi costituenti il parco sono costituiti per la gran parte da sedimenti calcarei, calcareo-dolomitici e dolomitici risalenti al Norico, Retico e Giurassico, sebbene siano rappresentati, sia pure con affioramenti limitati dal punto di vista quantitativo, numerose altre formazioni rocciose. Gli imponenti fenomeni di carsismo, sia superficiali che sotterranei, fanno del Parco una delle aree di maggior interesse speleologico d'Italia. Si possono inoltre notare begli esempi di circhi glaciali di cui l'altopiano del "Foran del Muss" è il più recente ed imponente. Numerose valli glaciali sospese con dislivelli di oltre 200 m formano alte cascate e in alcuni casi sono conservate le tracce di ghiacciai posteriori all'ultima glaciazione che hanno formato i cosiddetti archi morenici. Il clima è di tipo oceanico caratterizzato da temperature relativamente miti ed escursioni termiche ridotte. A causa della elevata piovosità della zona e della scarsa larghezza della base delle catene montuose, la vegetazione arborea si sviluppa sino ad una quota massima di 1600 m oltre i quali sono presenti estese praterie. Sui versanti più assolati, caratterizzati da suoli piuttosto poveri, permeabili e poco profondi, si sviluppano pinete a pino nero e popolamenti misti di carpino nero ed orniello con presenza di acero montano e faggio; a quote più elevate e su terreni migliori si sviluppano le faggete, che rappresentano la copertura più rispondente alle condizioni ecologiche dominanti: piovosità elevatissime e suoli ben drenanti. Oltre i 1400 m. sono presenti qualche lariceto e diffuse mughete. Le pendici più scoscese ospitano consorzi a dominanza di pino mugo in grado di scendere a quote molto basse (fenomeno di dealpinizzazione). Le peccete si sviluppano dove il clima tende a divenire di tipo continentale. La ricca flora del parco è di transizione tra l'alpina e la Nord-illirica, con molti endemismi e specie rare, in alcuni casi uniche in l'Italia; infatti il sistema montuoso del Parco costituì, durante le glaciazioni del Neozoico, una zona rifugio da cui trae origine il suo grande interesse floristico e fitogeografico. Sul Monte Canin, oltre ai numerosi endemismi, vi sono le uniche stazioni italiane di Gentiana froelichii e alcune fra le poche di Thlaspi minimum, di Aurinia petraea e di Androsace helvetica. Sul Monte Plauris si registra la più alta concentrazione di endemismi dell'intera regione, in particolare di tipo julico come Saxifraga tenella, Campanula zoysii, Genziana froelichii, Ranunculus traunfellneri, Pedicularis julica, Festuca calva. Anche la fauna di queste montagne si presenta ricca e variata, in modo del resto proporzionale alla straordinaria varietà ambientale. Dal punto di vista avifaunistico, l'area del parco assume una rilevanza internazionale per la presenza consistente del re di quaglie, specie di interesse comunitario prioritario. Il valore della zona è confermato anche dall'esistenza di discrete popolazioni di una specie tipica di habitat minacciati quale la coturnice delle Alpi. Coesistono inoltre specie delle quote elevate o delle pareti rocciose (come i Tetraonidi, alcuni rapaci come l'aquila reale e il falcone pellegrino, il picchio muraiolo, il rondone ecc.), con specie degli ambienti forestali freschi e umidi (come il falco pecchiaiolo, l'allocco, la civetta capogrosso, il picchio nero e cenerino, ecc.), nonché specie tipiche di climi mediterranei, caldi e secchi, come ad esempio il biancone, il succiacapre, il codirossone e la già citata coturnice che frequenta prati e pascoli. Si osservano spesso, inoltre, esemplari o gruppi di grifoni in transito tra il Golfo del Quarnero e le Alpi Salisburghesi. Le popolazioni di mammiferi di queste montagne sono notevoli per diversi aspetti. Tra le presenze di maggior spicco deve essere citato l'orso, censito con regolarità a partire dal 1968 (Monte Plauris). Anche la lince fa regolari comparse in queste zone. Notevoli le popolazioni di martora e tasso; comune è pure il moscardino. Le popolazioni di marmotta si debbono a recenti interventi di reintroduzione. Sono presenti anche la faina, la puzzola, la lepre, il capriolo, il camoscio, il cervo nonché lo stambecco, reintrodotto recentemente.

-^

Riserva naturale Lago di Cornino

Istituita con legge regionale nel 1996, la Riserva si trova in provincia di Udine ed occupa una superficie di 487 ettari nell'estremo margine Sud-orientale delle Prealpi Carniche. Per una lunghezza di quasi sei chilometri la Riserva occupa l'ampio alveo del fiume Tagliamento che la separa dalle Prealpi Giulie, dalle fasce collinari e dall'alta pianura friulana. Include prati e coltivi limitrofi agli abitati e si estende verso Ovest interessando il Lago di Cornino e le ripide pareti e i coni detritici che, a Nord, separano il Tagliamento dai rilievi. L'area è caratterizzata da un'elevata diversità ambientale e da rilevanti valori naturalistici. La morfologia e l'esposizione dei rilievi, la presenza del fiume e del settore prealpino orientale determinano situazioni faunistiche e vegetazionali di estremo interesse, con specie animali e vegetali presenti spesso al limite del loro areale di distribuzione. Osservando le componenti paesaggistiche del territorio della Riserva si coglie immediatamente il contrasto tra la quasi assoluta piattezza della Piana del Campo di Osoppo, occupata lateralmente dal corso del fiume Tagliamento, e l'accidentato e scosceso ciglione roccioso dell'altopiano del Monte Prat (700 m). Il contrasto è anche cromatico, per la diversa copertura vegetale che caratterizza le balze rocciose, le frane e i ghiaioni, i boschi, i prati e i coltivi e le bianche ghiaie alluvionali. Le specie termofile, legate agli ambienti caldi, sono favorite dalle peculiari condizioni climatiche, con grande sviluppo della vegetazione xerofila (amante degli ambienti aridi) delle rocce e dei ghiaioni, oltre a quella delle golene del Tagliamento, di cui uno degli aspetti più interessanti è legato alla presenza del leccio. Le peculiarità geografiche, geologiche e morfologiche del paesaggio determinano la presenza di una fauna particolarmente ricca e diversificata, con specie rare che si trovano in vari casi al limite del loro areale. La permeabilità e la conseguente aridità del substrato determinano condizioni favorevoli a numerosi rettili come la vipera dal corno, l'orbettino, il biacco e il saettone, mentre consentono la presenza di limitate popolazioni di anfibi (comune la salamandra pezzata, il rospo comune e il rospo smeraldino). L'area è particolarmente interessante per l'avifauna per la presenza del grifone (Gyps Fulvus), un avvoltoio di grandi dimensioni, con un'apertura alare di quasi tre metri e un peso di 7-12 kg. Tutti gli avvoltoi possiedono ali ampie e sfrangiate che consentono di sfruttare le correnti termiche per compiere spostamenti pari anche a centinaia di chilometri in un giorno. Le loro caratteristiche sono il risultato dell'evoluzione di un gruppo di uccelli che ha raggiunto un alto livello di specializzazione, che consiste nella necrofagia. In Europa sono presenti quattro specie di avvoltoi (grifone, avvoltoio monaco, gipeto e capovaccaio) e, fino al secolo scorso, erano ben rappresentate anche nel nostro Paese.

-^

Riserva naturale della Foce dell'Isonzo

Compresa nelle province di Gorizia e Udine, la riserva è stata istituita nel 1996 con legge regionale. La superficie di 2.338 ettari (di cui 1.154 in mare) comprende gli ultimi 15 km del corso del fiume Isonzo e la sua foce; questa, deltizia in origine, presenta ora due rami principali separati da un'area di terreni emersi, chiamata ''Isola della Cona'', oggi collegata alla terraferma attraverso una diga che consente un agevole accesso. Nel recente passato l'isola è stata sottoposta, come molte aree circostanti, a parziali opere di prosciugamento e bonifica ed è stata adibita dapprima a pascolo, quindi alla coltivazione. Solo la parte marina, periodicamente sommersa dalle maree e molto paludosa, è stata risparmiata dalle trasformazioni e questa circostanza ha consentito di avviare una serie di iniziative di tutela e restauro ambientale. Recentemente un'area è stata ripristinata a zona umida con pascoli allagati, canali, canneti, isole arborate e nude. La realizzazione di nuovi habitat tra loro diversificati ha notevolmente incrementato la già elevata diversità biologica del sito, con la presenza di moltissime specie botaniche e faunistiche. La Riserva permette di osservare una vasta gamma di specie vegetali, tipiche degli ambienti sia di acqua dolce che salmastra o salata. Nelle ampie zone a palude di acqua dolce sono presenti ampie superfici a canneto, si può osservare la vegetazione delle golene fluviali, con i pioppi, l'ontano nero e il salice bianco; è inoltre presente, nell'area della Riserva, uno degli ultimi lembi della foresta planiziale che occupava originariamente la bassa pianura padano-veneta. Si osservano specie come la farnia, il carpino bianco o il frassino ossifillo. Risulta molto interessante e particolare la bassa vegetazione tipica delle barene e delle velme, adattata a condizioni di elevata salinità, caratterizzata da specie come la salicornia o l'astro delle saline. Dal punto di vista avifaunistico la Riserva riveste importanza internazionale quale habitat per uccelli acquatici, come Anas Penelope (presente fino a 7000 individui) e gli anatidi svernanti (oltre 14.000 individui). Particolarmente significativa la presenza di specie nordiche: l'edredone si può osservare in tutti i mesi dell'anno, mentre sono riscontrabili con regolarità, durante l'inverno o durante le migrazioni, le strolaghe, la sula, varie specie di oche (selvatica, granaiola, lombardella) e numerosi altri (cigno reale, orco ed orchetto marino, quattrocchi, pesciaiola, ecc.). Tra i limicoli si può ricordare il chiurlo minore, il voltapietre, il piviere dorato, la pivieressa, il combattente, il totano moro. Di rilievo anche specie a prevalente distribuzione mediterranea, presenti nella Riserva al limite superiore dell'areale: cavaliere d'Italia, garzetta, mignattino piombato, berta minore, gabbiano reale mediterraneo, sterpazzolina. A completamento dell'ecosistema sono stati immessi anche due branchi di bianchi cavalli Camargue, una razza che, per le sue caratteristiche fisiche (zoccolo largo e dimensioni contenute) è specialmente adatta alla vita nelle zone umide. Uno dei due gruppi è composto da animali addestrati, utilizzati dal personale della Riserva e per le visite guidate, l'altro gruppo è invece allo stato brado, con la finalità di controllare la vegetazione mediante il pascolo in alcune aree della Riserva.

Riserva naturale marina di Miramare

Istituita nel 1986 con decreto del Ministero dell'Ambiente che ne affidava la gestione al WWF Italia, la Riserva copre una superficie di 30 ettari ed è circondata da un tratto di mare di 90 ettari. è situata ai piedi del promontorio di Miramare, davanti all'omonimo castello, in provincia di Trieste. L'ambiente della Riserva è un tratto marino-costiero, roccioso nella sua porzione costiera e che digrada in massi, ciottoli e formazioni fangose mano a mano che ci si sposta dalla costa al mare. I fondali sono rocciosi, ciottolosi e sabbiosi sino alla profondità di otto metri circa, poi sono costituiti da fango; la profondità massima è di 18 metri. La costa è formata da roccia calcarea tipica del Carso, territorio di cui il promontorio di Miramare rappresenta una piccola estensione del litorale. La Riserva rappresenta un vero e proprio banco di prova per la sperimentazione di nuove metodologie didattiche e scientifiche per la conoscenza e la conservazione dell'ecosistema marino. Realtà culturale, educativa e scientifica di primo piano, la Riserva rappresenta un prezioso contenitore di biodiversità dell'Alto Adriatico. La "zona di marea", compresa tra il limite della bassa e dell'alta marea, risulta essere un ambiente particolarmente ostile; gli organismi marini devono infatti essere in grado di sopravvivere per un certo periodo di tempo fuori dall'acqua e per fare ciò hanno sviluppato strategie adattative che consentono loro di colonizzare la fascia più alta e più lontana dal mare o gli scogli affioranti che rimangono per lungo tempo emersi. Dalla riva al mare si possono incontrare, nell'ordine, i crostacei cirripedi, detti comunemente denti di cane, molluschi bivalvi come le cozze e gasteropodi (la patella e la comune chiocciola di mare), accompagnati dal Fucus virsoides, alga bruna endemica dell'alto Adriatico, e dall'alga verde, detta comunemente lattuga di mare. Sotto i sassi, ma in prossimità dell'ambiente più umido, si trovano crostacei come il porcellino di mare e l'anfipode, detto pulce di mare. Scendendo verso la fascia più prossima al mare si incontrano decapodi come il granchio dalle chele nere e il granchio dalle chele piatte, e i due celenterati Actinia equina e Actinia cari, detti rispettivamente pomodoro di mare e anemone tigrato. Tra i pesci ossei vi sono alcune specie che permangono fuori dall'acqua nel corso delle bassa marea, tra questi le comuni bavose pavone ed il succiascoglio. La "zona di scogliera" è uno degli ambienti più ricchi della Riserva. La massicciata che protegge a mare lo zoccolo su cui sorge il Castello di Miramare garantisce, infatti, numerosi anfratti utili sia come nascondiglio per i pesci che come substrato di ancoraggio per differenti specie di alghe e di invertebrati. Una specie di alga comune nella Riserva e nel Golfo di Trieste è l'alga verde Acetabularia acetabulum. Tra i poriferi che hanno colonizzato le pareti delle rocce e si distinguono per la forma e le diverse colorazioni, spiccano le chiazze gialle della spugna a canne d'organo e quelle nere dell'ircinia. Gli anemoni di mare, che appartengono ai celenterati, occupano intere pareti rocciose e sono visibili in acqua sin dai primi metri; il madreporario, detto cervello di mare per la sua particolare morfologia, è invece l'unico rappresentante dei coralli duri in alto Adriatico. Tra i molluschi più frequenti vanno ricordate le cozze e le ostriche, accanto ai coloratissimi nudibranchi. I crostacei tipici o per lo meno di facile avvistamento sono la Maja verrucosa, il granciporo o favollo ed il piccolo gamberetto trasparente, detto localmente schila. Vi è una grande varietà di pesci: numerosi le bavose e i ghiozzi che colonizzano i buchi e le cavità delle rocce; possiamo incontrare inoltre le salpe e lo sciarrano che spicca per la sua grande macchia azzurra sul corpo tigrato. A tutte le profondità vivono un gran numero di occhiate, saraghi, orate e cefali, tipici nuotatori che però mantengono uno stretto contatto con il fondale per cibarsi e rifugiarsi. Sotto i quattro metri è possibile incontrare le corvine, mentre tra gli scogli si può incontrare lo scorfano nero che, perfettamente mimetizzato, assume l'aspetto di una roccia. Nel corso degli anni hanno assunto un ruolo importante all'interno della Riserva le castagnole, dei piccoli pomacentridi di cui si è studiato dettagliatamente il comportamento. Se si eccettuano i rari avvistamenti di squali, che generalmente preferiscono acque più profonde, i super-predatori per eccellenza sono le spigole, che spesso si possono vedere mentre rincorrono i piccoli latterini. L'"ambiente di sabbia e fango" appare piuttosto spoglio e monotono ma, osservando più attentamente, si possono scorgere alcune tracce che tradiscono la presenza di organismi viventi. Al gruppo degli echinodermi appartengono l'oloturia chiamata anche cetriolo di mare, le ofiure o stelle serpentine, l'Astropecten aranciacus, una stella marina di colore arancione. Tra i crostacei sono numerosi i paguri, che trascinano la pesante conchiglia ricoperta da una tipica spugna di colore arancione. Tra gli anellidi che risiedono in questo ambiente è possibile trovare lo spirografo, un polichete sedentario esteticamente molto appariscente, che vive in un tubo costituito da una concrezione di sabbia e muco e all'occorrenza estroflette una corona di tentacoli spiralata. In zone sabbiose più riparate è possibile incontrare la pinna nobile che, con i suoi 35-50 centimetri di conchiglia, è il mollusco bivalve più grande esistente nel Mediterraneo. Altri molluschi bivalve sono le telline, le vongole ed i prelibati tartufi di mare. Sono visibili le tracce dei murici, gasteropodi che nella sabbia lasciano una scia che indica il percorso fatto per stanare i bivalve insabbiati di cui si nutrono. L'ambiente sabbioso e fangoso non offre rifugio per le specie animali che intendono sfuggire ai predatori o predare indisturbate; per ovviare a questo inconveniente alcuni animali hanno adottato la strategia del mimetismo, come il mollusco cefalopode Sepia officinalis e pesci piatti come la sogliola e la passera.

-^

L'ECONOMIA

Per secoli l'agricoltura è stata la fonte primaria di ricchezza del Friuli-Venezia Giulia e tuttora, per quanto lo sviluppo industriale abbia cambiato il volto dell'economia regionale, questo settore rimane importante benché fortemente ridimensionato, occupando appena il 3,2% della popolazione attiva. Il territorio interessato alle coltivazioni è superiore ai 4.000 kmq, concentrati soprattutto nella pianura friulana. Aree fortemente vocate alla vitivinicoltura di qualità sono il Collio goriziano e i rilievi nei dintorni di Cividale (nelle quattro province, sono nove le zone a Denominazione di Origine Controllata), ma la coltivazione della vite e la produzione vinicola si sono sviluppate con ottime rese anche nel basso Friuli occidentale. Tra i tipi di coltura più diffusi vi sono il mais e la pioppicoltura, la quale alimenta l'industria cartaria. All'allevamento si collega una delle produzioni tipiche del Friuli, insignita della dicitura DOP (Denominazione di Origine Protetta): il prosciutto crudo di San Daniele, originario del distretto di San Daniele del Friuli. L'industria, a partire dal secondo dopoguerra, si è rivelata il settore economico più dinamico ed occupa il 33,2% della manodopera della regione. Inoltre, un evento luttuoso come il devastante terremoto che colpì il Friuli nel 1976 si è rivelato un elemento catalizzatore per il rilancio dell'economia della regione: la ricostruzione fu rapida e gestita con oculatezza e lungimiranza, mentre i consistenti aiuti statali furono motore per stabili attività imprenditoriali. Il Friuli si inserì a pieno titolo nel tumultuoso sviluppo del Nord-Est italiano sviluppando il cosiddetto "modello friulano": piccole imprese locali nate e sostenute da un forte spirito imprenditoriale. L'industrializzazione decollata negli anni Settanta aveva comunque illustri precedenti in alcune grandi industrie storiche, tra le quali la pordenonese Zanussi, i cantieri navali di Monfalcone (Gorizia) e il complesso chimico di Torviscosa (Udine), voluto dal regime fascista. La Zanussi, produttrice di elettrodomestici "bianchi" (lavatrici, frigoriferi, piani di cottura) con i marchi storici Zoppas e Rex e rilevata dalla svedese Electrolux negli anni Ottanta del XX secolo, rappresenta ancora oggi una delle più grandi risorse della zona, pur risentendo molto della crisi economica internazionale forse a causa di un eccesso di frammentazione nel comparto produttivo. Nei grandi impianti della Fincantieri di Monfalcone, città eminentemente industriale, vengono varate quasi ogni anno le più imponenti e lussuose navi da crociera del mondo. Il porto sta conoscendo uno sviluppo continuo, con buone prospettive soprattutto nell'import-export mediante container. A Nord di Udine si trova invece il polo industriale di Osoppo, sede di grandi e medie industrie (acciaierie e complessi mobilieri tra i maggiori d'Italia). Di grande tradizione sono anche i due tipici distretti industriali friulani: la lavorazione dei coltelli di Maniago (Pordenone) che risale alla metà del XV secolo (dalle fabbriche locali esce circa il 50% della produzione nazionale) e il cosiddetto "triangolo della sedia", costituito dai comuni di Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo, dal quale esce l'80% della produzione nazionale di sedie e il 50% di quella europea; anche questa lavorazione risale al XV secolo. Nonostante la crisi degli ultimi anni, del resto generalizzata, quella della sedia resta un esempio di economia industriale su base diffusa, con centinaia di piccole aziende che determinano ancora tassi d'occupazione tra i più alti in Italia. La parte montana della regione appare invece ancora in ritardo in termini di reddito rispetto al resto della regione. Il capoluogo della Val Canale, Tarvisio, dopo l'applicazione degli accordi di Schengen ha visto la sparizione delle attività doganali e dei traffici confinari su cui si reggeva la sua economia. La situazione di disagio ha portato la Carnia e la Val Canale, pur intimamente legate da storia e tradizioni al resto del Friuli, a proporre la creazione di una nuova provincia montana con un referendum (marzo 2004), che ha però bocciato l'ipotesi. Oggi si punta soprattutto sull'innovazione (sta dando buoni risultati il polo tecnologico di Amaro, specializzato in biotecnologie) e su un ancora più deciso rilancio del turismo montano, che oggi ha i suoi punti forti nei centri di Forni di Sopra e Ravascletto, in Carnia, e nell'attrezzato comprensorio sciistico del passo Pramollo, al confine tra Italia e Austria. Diverso è il quadro di Gorizia e Trieste: nel secondo dopoguerra, a risarcimento delle perdite dei loro territori, divennero oggetto di un'economia assistita, con forti investimenti statali nella grande industria, che non stimolarono l'iniziativa privata. Perdute negli ultimi cinquant'anni le industrie del settore tessile, Gorizia ha visto inoltre ridurre notevolmente il commercio transfrontaliero, soprattutto dopo l'indipendenza della Slovenia e il passaggio del nuovo Stato a un'economia liberista. Oggi la città punta a un rinnovato ruolo commerciale, rimodulato sull'apertura delle frontiere e propiziato dall'istituzione di numerosi corsi universitari da parte degli atenei di Trieste e Udine, che con una popolazione di oltre duemila studenti hanno portato una boccata d'ossigeno all'economia cittadina. Dopo una lunga fase di stagnazione, all'inizio del XXI secolo Trieste è a sua volta in fase di trasformazione dopo l'adesione di Slovenia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca all'Unione Europea. Il porto di Trieste, pur restando il primo scalo italiano per merci imbarcate e sbarcate, dopo un periodo di decadenza comincia a dare segnali di ripresa, mentre la riconversione del porto vecchio in moderno centro direzionale rappresenta uno dei più promettenti progetti per un nuovo ruolo di emporio a livello continentale. Inoltre, forte delle sue tradizioni culturali, Trieste punta buona parte del suo futuro sulla ricerca scientifica, con strutture di interesse mondiale quali il Centro internazionale di Fisica teorica, l'AREA Science Park, la Scuola superiore di Studi avanzati. Il settore terziario resta in ogni caso il più sviluppato in termini di occupazione, riguardando il 63,6% della popolazione attiva. Oltre al commercio e alla pubblica amministrazione, il terziario si basa sul turismo regionale: località balneari come Grado e Lignano Sabbiadoro attraggono una nuova utenza proveniente dall'Est europeo e dalla Russia. Mete turistiche sono rappresentate anche da Grado, Aquileia, Cividale del Friuli e Venzone, oltre alle due città principali, Udine e Trieste.

-^

CENNI STORICI

Le origini e l'età romana

Le più antiche testimonianze archeologiche relative ad insediamenti umani nella regione risalgono alla metà del secondo millennio a.C. (tra la media e la tarda Età del Bronzo) e riguardano i cosiddetti castellieri, cioè villaggi posti su alture e circondati da mura a secco oppure da terrapieni. Nella Venezia Giulia e in Istria ne sono stati individuati centinaia e in Friuli esistono anche castellieri in pianura, a terrapieno: la collina sulla quale si erge il castello di Udine potrebbe avere questa origine. Coloro che fondarono e abitarono questi insediamenti furono probabilmente i Veneti e gli Istri, popolazioni di origine indoeuropea. Nel corso del IV secolo a.C. iniziarono le invasioni e le infiltrazioni dei Celti, provenienti d'oltralpe, che si insinuarono a cuneo tra i Veneti, costretti a migrare più a Ovest, e gli Istri, che si stabilirono nella Penisola che da loro prende il nome. Nel III secolo a.C. i Romani iniziarono la penetrazione nelle regioni subalpine orientali, con l'obiettivo di attestarsi sul litorale per consolidare il controllo dell'Adriatico. Nel 181 a.C. venne fondata la colonia di Aquileia, come avamposto militare per la conquista del territorio; tra il 177 e il 115 a.C., infatti, i Romani sottomisero le tribù degli Istri, dei Giapidi e dei Galli carni. Aquileia divenne un centro amministrativo e commerciale di fondamentale importanza, dalla quale si dipartivano strade di collegamento sia con la penisola italiana che con il Norico, a Nord, e con la Pannonia, a Est. Sulle direttrici provenienti da Aquileia furono fondate nuove città: Iulium Carnicum (oggi Zuglio), in Carnia, sulla strada di Monte Croce; Forum Iulii (Cividale), all'imbocco delle valli del Natisone, colonia dal cui nome deriva quello di Friuli; Tergeste (Trieste) e Pietas Iulii (Pola). Aquileia diventò così il capoluogo della Venetia et Histria, decima regione d'Italia che sotto l'imperatore Marco Aurelio raggiunse la sua massima espansione territoriale, estendendosi fino a Emona (Lubiana). Fervida di commerci, circondata da una fertile pianura, sede del comando dell'esercito danubiano e della flotta dell'alto Adriatico, Aquileia era tra le più popolose ed opulente città d'Italia. Fu centro irradiatore della romanità, tanto che dopo il crollo dell'Impero, nonostante il susseguirsi di invasioni germaniche e slave, la popolazione dell'area mantenne fondamentalmente inalterati i suoi caratteri celto-romani, a partire dalla lingua neolatina che tuttora contraddistingue l'identità friulana.

I Longobardi

La crisi di potere interna all'Impero romano determinò nel 238 d.C. il bellum aquileiense, un conflitto tra il Senato di Roma e l'imperatore Massimino, che ne uscì sconfitto. Nel 394 Teodosio, ultimo imperatore romano prima della divisione dell'Impero tra Occidente e Oriente, saccheggiò Aquileia dopo la vittoria riportata sull'usurpatore Eugenio presso il Vipacco, fiume affluente dell'Isonzo. Nel 452 la città fu rasa al suolo dagli Unni di Attila. Intanto, sin dal III secolo il vescovo di Aquileia aveva conquistato un ruolo sempre più importante fino a diventare il metropolita di un largo sistema di vescovati che si estendeva sulle Venezie e l'Istria, comprendendo anche parte del Norico e della Pannonia. Ad Aquileia si tenne un sinodo provinciale per confermare l'adesione al Concilio di Calcedonia, che aveva condannato definitivamente l'Arianesimo. Ma l'imperatore Giustiniano, per motivi politici vicino alla parte ariana della Chiesa, con il Concilio di Costantinopoli (553) fece emettere tre capitoli di condanna degli scritti di teologi fedeli ai principi di Calcedonia, obbligando papa Vigilio a sottoscriverli e a riammettere di fatto l'Arianesimo. Il fatto suscitò grande indignazione nel clero aquileiese che, confermandosi fedele al Concilio di Calcedonia, si contrappose al papa e avviò lo "Scisma dei Tre capitoli". La riconciliazione tra il papa e il patriarcato d'Aquileia sarebbe avvenuta solo nel 699. Intanto i Longobardi si erano stabilmente insediati in Friuli; nel 568 avevano valicato le Alpi provocando la fuga a Grado del vescovo di Aquileia che, nel frattempo, si era fregiato del titolo di patriarca, appellandosi alla tradizione della predicazione ad Aquileia dell'evangelista Marco. I Longobardi fissarono a Forum Iulii (Cividale) la capitale del loro primo ducato (la Civitas, la "città" per eccellenza, da cui l'odierno toponimo di Cividale) e occuparono il territorio attraverso il sistema insediativo delle fare, integrandosi progressivamente con il tessuto sociale celto-romano, soprattutto convertendosi dall'Arianesimo al Cattolicesimo. Il patriarca di Aquileia lasciò Grado per stabilirsi dapprima a Cormòns e quindi a Cividale, dove ebbe la protezione dei Longobardi. La città, assalita e depredata dagli àvari nel 610, si riprese fino a diventare, nella prima metà dell'VIII secolo, uno dei centri più vivaci dell'Italia longobarda. Vi nacque intorno al 720 lo storico Paolo Diacono, autore dell'Historia Langobardorum, in un clima di prosperità politica e culturale.

-^

Il patriarcato di Aquileia

I Franchi, subentrati ai Longobardi nel 774, introdussero un regime feudale di cui beneficiò soprattutto la Chiesa patriarcale. Carlo Magno fondò la Marca del Friuli e d'Istria, includendola nel Regno italico. Ottone I, al contrario, la staccò dal Regno italico per unirla al ducato di Baviera e di Carinzia. La rinascita carolongia e ottoniana fu bruscamente frenata dalle devastazioni apportate dagli Ungari (fine IX-X secolo); Aquileia risorse per opera del patriarca Poppone (1019-42), che favorì le relazioni con i sovrani franchi. L'imperatore Enrico IV diede inizio nel 1077 al potere temporale dei patriarchi aquileiesi con l'investitura feudale del patriarca Sigeardo; pur facendo parte formalmente dell'Impero, il patriarcato era dotato di una notevole autonomia e comprendeva un territorio molto vasto, includendo la contea del Friuli, il Cadore e le marche della Carniola e d'Istria. Per tutto il XII secolo i patriarchi appartennero per lo più a potenti famiglie tedesche e attuarono una politica filo-imperiale, impegnandosi inoltre in un'aspra lotta contro i potenti conti di Gorizia, che estendevano la loro influenza alla Carinzia e all'Istria. Sotto Bertoldo di Andechs (1218-51), appoggiato dagli Svevi, il patriarcato di Aquileia raggiunse il massimo sviluppo economico: i traffici con i mercati d'oltralpe attiravano capitali dalla Lombardia, dalla Toscana e, soprattutto, da Venezia, desiderosa di assicurarsi domini territoriali sulla terraferma. Intanto il feudalesimo d'impronta germanica arretrava di fronte all'affermarsi dei liberi comuni. Fra Trecento e Quattrocento Udine divenne il centro principale della regione al posto di Cividale; a Udine si insediò il Parlamento del Friuli, istituzione di tipo romano-germanico in cui sedevano baroni, ecclesiastici e laici, e rappresentanti delle città con la funzione di approvare le imposizioni finanziarie e militari. Con l'indebolimento dell'Impero anche l'autonomia politica del patriarcato cominciò a affievolirsi e ai potenti feudatari germanici succedettero esponenti della nobiltà locale, per lo più di orientamento guelfo.

-^

La Serenissima

Fu proprio l'insofferenza dei ceti borghesi cittadini e dei feudatari locali verso il residuo potere patriarcale, sostenuto dall'Impero germanico, a determinare nel 1420 il passaggio della Patria del Friuli sotto la Serenissima Repubblica di Venezia, che già controllava l'Istria. Intanto, per sfuggire alla crescente egemonia veneziana, a partire dal 1382 Trieste, Gorizia e il loro territorio erano entrate nell'ambito politico degli Asburgo. Si venne così a creare un'altra significativa frattura storica tra i due mondi, quello friulano e quello giuliano, ancora percepibile se non altro nel toponimo. La dominazione veneziana durò in Friuli per oltre tre secoli e mezzo, durante i quali si verificarono pochi fatti rilevanti, tra cui si segnalano le rovinose scorrerie turche nella seconda metà del XV. Il governo era esercitato da un luogotenente veneziano, mentre il patriarcato aquileiese esauriva la sua parabola temporale e spirituale, fino alla sua soppressione avvenuta per bolla papale nel 1751. Il Parlamento del Friuli continuò a radunarsi, pur senza mai deliberare su fatti essenziali. Formalmente Venezia mantenne istituzioni e privilegi, ma cercò di tenere lontani dalle cariche pubbliche gli esponenti della nobiltà locale. Nel 1515 anche Pordenone entrò nell'orbita della Serenissima, la quale cercò di espandersi anche verso oriente, dove prevalevano gli Asburgo. Simbolo di questa contrapposizione tra i blocchi veneziano e asburgico è la fondazione della città fortezza di Palmanova (1593), voluta dalla Serenissima per creare un estremo baluardo difensivo al confine orientale. Il XVIII secolo fu contrassegnato dallo sviluppo di Trieste, il cui porto divenne il più importante dell'Impero austro-ungarico ed uno dei primi del Mediterraneo. Carlo VI, con la concessione dello statuto del porto franco (1719), e poi Maria Teresa favorirono l'ascesa di Trieste come crocevia di numerose e ricche correnti di traffico. La città, che presto si profilò addirittura come antagonista di Venezia, attrasse numerosi operatori economici di varia provenienza, come pure la popolazione dell'immediato retroterra, creando così un ceto caratterizzato da spirito d'intraprendenza e mentalità cosmopolita e moderna.

La riunione all'Italia

Il ciclone napoleonico sconvolse l'assetto vigente nella regione: dopo aver sconfitto gli Austriaci, nel 1797 Napoleone firmò con essi il Trattato di Campoformido (un piccolo centro alle porte di Udine), con il quale cedeva agli Asburgo il Friuli e la millenaria Repubblica di Venezia in cambio della Lombardia e di parte dei Paesi Bassi. Solo otto anni dopo, all'Austria subentrò di nuovo la Francia grazie alla quale, con la Pace di Presburgo (1805), il Friuli fu unito al Regno d'Italia. Gorizia e Trieste rimasero invece austriache. Con la caduta di Napoleone e il Congresso di Vienna il Friuli venne riconsegnato all'Austria come parte integrante del Lombardo-Veneto, mentre i feudi di Gorizia e di Gradisca vennero accorpati al Regno illirico, Trieste e l'Istria inclusi nel Litorale austriaco. Tale situazione si protrasse fino al 1866, quando a seguito della terza guerra d'indipendenza il Friuli entrò a far parte del nuovo Regno d'Italia; la Venezia Giulia rimase invece assoggettata agli Austriaci fino al 1918. Fu proprio la questione dei confini orientali, ovvero delle "terre irredente" Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, uno dei motivi principali dell'entrata in guerra dell'Italia nel 1915. La valle dell'Isonzo e il Carso furono teatro di atroci e sanguinose battaglie; sulla pianura friulana si riversarono le truppe italiane in rotta dopo la Disfatta di Caporetto (l'odierna Kobarid, in Slovenia). Soltanto grazie alla strenua difesa sul fronte del Piave e al crollo degli Imperi centrali l'Italia potè figurare tra le nazioni vittoriose e annettere Trieste e l'Istria. Non fu invece riconosciuto all'Italia il controllo di Fiume, tra Istria e Dalmazia; la reazione contro la cosiddetta "vittoria mutilata" condusse nel 1919 un corpo di volontari guidati da Gabriele D'Annunzio a occupare la città, assegnata al controllo internazionale. Alla conclusione del conflitto mondiale le vaste province di Gorizia e Trieste formarono la regione italiana della Venezia Giulia, insieme a quelle di Fiume e di Pola. Il Friuli fu incorporato nel Veneto.

La seconda guerra mondiale

Con il Fascismo furono messe a tacere le rivendicazioni da parte slava che, tra il 1942 e il 1945, esplosero nelle ritorsioni perpetrate dai partigiani comunisti agli ordini del maresciallo Tito nel corso della guerra di resistenza. Da parte loro i nazisti, dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, attuarono una feroce repressione, organizzando a Trieste l'unico campo di sterminio in territorio italiano: la famigerata Risiera di S. Sabba, utilizzata per eliminare oppositori politici e membri della numerosa comunità ebraica triestina. Al termine della guerra, con il Trattato di Parigi del 1947 la penisola istriana fu ceduta alla Jugoslavia e Trieste fu privata del suo naturale retroterra. In seguito a questa cessione territoriale si ebbe l'esodo di 300.000 istro-dalmati di origine italiana. Altri tragici episodi si verificarono durante i 40 giorni dell'occupazione iugoslava di Trieste, quando migliaia di italiani e sloveni contrari al regime comunista di Tito furono gettati nelle foibe, cavità naturali del Carso. Alla fine della seconda guerra mondiale Gorizia e Trieste avevano perduto i nove decimi dei loro territori provinciali; i 678 kmq di superficie residua erano troppo pochi per fare regione a sé, quindi furono unite alla grande provincia di Udine e nacque il Friuli-Venezia Giulia. Nel dopoguerra l'afflusso dei profughi istriani non riuscì a compensare nuove correnti migratorie verso l'Europa centrale (Svizzera, Germania, Francia e Belgio), Oltreoceano (Stati Uniti e Canada, ma anche Australia) e verso le regioni (Piemonte, Lombardia e Liguria) del triangolo industriale. La regione, del resto, era stata da sempre terra di emigranti: nella seconda metà dell'Ottocento e ai primi dei Novecento molto intensa era stata l'emigrazione diretta soprattutto verso l'Argentina e gli Stati Uniti. Tale deflusso si era fermato momentaneamente con la prima guerra mondiale, riprendendo fra i due conflitti.

-^

Le novità del XXI secolo

Solo nel 1954 fu siglato un accordo tra Italia e Jugoslavia grazie al quale Trieste e Muggia (dove cessò l'occupazione militare angloamericana) tornavano ufficialmente sotto l'amministrazione italiana. Infine il trattato di Osimo (1975) chiuse il contenzioso, favorendo finalmente tra i due paesi l'avvio di più costruttive relazioni, in campo economico e culturale. Alla fine degli anni Ottanta la dissoluzione dello Stato federale iugoslavo e la progressiva integrazione dei paesi del blocco orientale nel sistema economico e politico europeo ha tolto il Friuli-Venezia Giulia dalla sua storica dimensione di terra marginale, soprattutto di marca di confine. L'indipendenza della Croazia e della Slovenia (1991), quindi la loro adesione all'Unione Europea (la Slovenia nel 2004 con Ungheria, Repubblica ceca e Slovacchia; la Croazia ha presentato domanda nel 2003) lasciano intravedere prospettive di estremo interesse. Alcuni effetti sono già operanti: a Gorizia è stato aperto lo storico confine ferreo che divideva l'Occidente dal blocco socialista; in Friuli, per decenni presidiato da decine di migliaia di militari, le caserme e le strutture militari sono ora progressivamente chiuse e dismesse. Nel passaggio da ultimo lembo di Occidente a centro di una nuova Europa il Friuli-Venezia Giulia riacquista per certi aspetti una dimensione nota, se si pensa ad alcuni momenti, non a caso mitizzati, della storia della regione: la romana Aquileia e la Trieste mitteleuropea.

-^

IL PERCORSO ARTISTICO E CULTURALE

Aquileia e la romanità

Una produzione artistica propriamente detta si ebbe, nella regione, solo con l'affermarsi della civiltà romana. Fondata nel 181 a.C. come città di frontiera, Aquileia divenne presto fulcro di un sistema di vie commerciali (la Via dell'Ambra verso il Baltico è la più nota) e un attivo porto fluviale, nonché un centro di eccellenza nella lavorazione del vetro e dell'ambra. Alla metà del I secolo a.C. la civiltà romana poteva dirsi ormai assimilata: lo dimostra una serie di ritratti in marmo di Aurisina conservati al Museo Archeologico di Aquileia, in cui l'arte centro-italica portata dai primi coloni si armonizza con modelli ellenistici, in un'elaborazione tutta personale delle botteghe aquileiesi. Ma Aquileia conserva soprattutto numerosissimi esempi di mosaico pavimentale, attraverso i quali è possibile ricostruire lo sviluppo cronologico e stilistico di quest'arte. A una produzione musiva che utilizza motivi decorativi geometrici realizzati con tessere bianche e nere se ne affianca un'altra, dove la rappresentazione naturalistica dei soggetti (per esempio, la Nereide sul toro del I secolo a.C.) è ottenuta con tessere policrome, piccolissime e molto accostate, nell'evidente intento di avvicinarsi il più possibile all'effetto pittorico. L'architettura si esprimeva intanto negli edifici tipici della società romana (teatro, foro, terme) non solo ad Aquileia - dove l'imperatore Costantino si fece costruire un palazzo -, ma anche nelle altre città della decima regione d'Italia Venetia et Histria, mentre nelle fertili campagne sorgevano ville rustiche i cui resti sono stati portati alla luce da scavi archeologici condotti soprattutto nel Novecento nelle aree di Montereale Valcellina, San Giovanni al Timavo, Monfalcone, Torre.

-^

L'Aquileia cristiana

Nel 313, per iniziativa del vescovo Teodoro, furono erette ad Aquileia due basiliche rettangolari a tre navate; negli splendidi mosaici pavimentali si ritrovava il repertorio figurativo animale e vegetale della cultura pagana, investito però di significati cristiani. La scuola di mosaico di Aquileia si distingueva per l'uso del colore, che rendeva vivaci ed eleganti le forme di animali organizzate entro cornici geometriche. Più tardi, verso la fine del V secolo e per tutto il VI, alla funzione didattica affidata alle rappresentazioni musive si sostituì una mera funzione decorativa, ottenuta attraverso motivi geometrici stilizzati quale, ad esempio, il motivo dell'onda della basilica di Grado. Alla fine del IV secolo l'Aquileia cristiana fu in prima linea nella lotta contro l'Arianesimo, prima ancora del vescovato milanese di S. Ambrogio. Fautore dell'ortodossia contro l'eresia ariana fu specialmente il vescovo Cromazio (388 - 407). Sull'onda di un ritrovato vigore spirituale egli modificò le basiliche teodoriane e costruì il battistero ottagonale (con vasca però esagonale) davanti alla facciata principale, in asse con il percorso verso la mensa eucaristica: questo impianto fu poi il modello adottato, con alcune modifiche, in tutti gli edifici di culto che si costruirono in regione (Pola, Concordia, Zuglio, Colle Zuca presso Invillino, tutti del V secolo).

I Longobardi e il Patriarcato

Cividale, la romana Forum Iulii, divenne la capitale del primo ducato longobardo in Friuli. Nei due secoli del loro dominio (568 - 774), i Longobardi finirono per assimilare la cultura latino-cristiana, tanto da far affermare a Paolo Diacono, nativo di Cividale, la loro ideale continuità con la civiltà romana. La conversione longobarda dall'Arianesimo al Cattolicesimo (610) determinò lo spostamento della sede vescovile da Cormòns a Cividale ad opera del patriarca Callisto (737). A lui si deve il battistero ottagonale la cui decorazione a traforo si svolge secondo una sequenza continua di immagini figurative simboliche di matrice paleocristiana. Coeve al battistero vi sono tuttavia opere come l'altare di Ratchis (a Cividale), dove l'esecuzione molto approssimativa delle figure fa pensare ad una rilettura "barbarica" di modelli antichi. Del tutto diverso è il caso dagli stucchi del cosiddetto tempietto longobardo di Cividale (760 circa), il monumento più interessante lasciato dai Longobardi in Friuli: le sei figure di sante, con le loro vesti dai fitti panneggi, ripropongono forme classiche passate attraverso il vaglio dell'arte bizantina. Intanto, l'azione diretta del patriarca sul territorio ebbe un valido ausilio nel nascente ordine benedettino, i cui monasteri cominciavano a sorgere con il favore delle autorità: è di questi anni la fondazione dell'abbazia benedettina di Sesto al Réghena. Dopo la conquista carolingia (774) fu ancora il patriarcato d'Aquileia a detenere il primato culturale in Friuli; si distinsero alcune eminenti figure di patriarca, quali Paolino, poeta e uomo di lettere, Massenzio, che costruì nella basilica la cripta destinata al culto dei martiri di tradizione aquileiese; Poppone, che nel 1031 promosse la rinascita di Aquileia e della sua basilica dopo le devastazioni degli Ungari; Voldorico di Treffen, che chiamò da Venezia maestranze bizantine (1081) per realizzare nella cripta della basilica l'importantissimo ciclo pittorico della Passione e delle Storie di S. Ermacora. L'impulso costruttivo dato da Poppone proseguì per tutto l'alto Adriatico nell'utilizzo della pianta basilicale, come nel rinnovamento dell'abbazia di Sesto al Réghena, in S. Maria di Castello a Udine, in S. Giovanni al Timavo, in S. Giusto a Trieste.

-^

Il Romanico e il Gotico

Dalla metà del Duecento fortificazioni e castelli vennero muniti ed ampliati dai feudatari locali, spesso in conflitto tra loro in conseguenza del progressivo indebolimento del potere imperiale. Del resto i territori friulani e giuliani sono stati per secoli un fervore di costruzioni fortificate: fondamentale era presidiare le vie di comunicazione e i guadi dei fiumi. Furono i Romani a creare il primo sistema di fortificazioni e di torri d'avvistamento, utilizzato poi dai Longobardi per controllare il ducato cividalese, che aveva in Nimis, Artegna, Ragogna, Gemona, Ibligine (Invillino) e Cormòns i nodi principali. Tra il 1077 e il 1420, nel periodo patriarcale, vennero eretti, fra gli altri, i castelli di Gemona, Venzone, Udine, per ragioni di politica interna o per esigenze delle famiglie feudali. A Pordenone l'affermazione dell'autonomia cittadina si espresse dal Palazzo del Comune. Intanto nell'architettura religiosa si verificava il trapasso dallo stile romanico al gotico: ancora molto romanico è il Duomo di Spilimbergo (1284), mentre a metà del Duecento le chiese francescane a Udine e Cividale mostrano già caratteri gotici che vengono pienamente espressi nei Duomi di Venzone e Gemona (fine Duecento). I Duomi di Pordenone e di Udine, invece, sono stati molto alterati dai successivi interventi; il Duomo di Udine conserva tuttavia l'Arca del beato Bertrando, capolavoro trecentesco di scultura eseguito da maestranze lombarde chiamate dai patriarchi Torriani, originari di Milano. Alla diffusa attività edilizia gotica contribuì anche la confraternita dei Battuti che eresse ovunque ospedali e chiese. A fine Trecento anche la basilica di Aquileia, semidistrutta dal terremoto del 1348, fu riparata in forme gotiche dal patriarca Marquardo di Randeck. In ambito pittorico l'esperienza giottesca arrivò nella regione con le maestranze che eseguirono il ciclo di S. Maria in Sylvis, a Sesto al Réghena, maestranze forse provenienti dal cantiere giottesco presso la Cappella degli Scrovegni a Padova. La lezione di Giotto è presente anche in pitture eseguite nelle chiese francescane di Udine e di Cividale. Nondimeno trovò maggiore fortuna, nella cultura pittorica della regione, il linguaggio semplice e popolare di Vitale da Bologna, che nel 1348 fu chiamato a lavorare a Udine, ormai sede patriarcale, dal patriarca Bertrando di S. Ginesio. Suoi discepoli eseguirono lavori in altre chiese della regione; tra questi Cristoforo da Bologna, che affrescò il coro del Duomo di Spilimbergo.

Maestri friulani e Rinascimento veneto

Con la conquista veneziana (1420) l'architettura civile in Friuli fu pervasa dallo stile gotico lagunare, fatto di balconcini, bifore sostenute da esili colonnine e archetti polilobati con cui si ornarono antichi palazzi o castelli. Esempio mirabile dell'arte veneziana è la Loggia del Lionello a Udine (1448), ariosa e leggera nella sequenza di archi acuti. La cultura umanistica fu diffusa dalle scuole letterarie del Cimbriaco e del Guarnerio, per citare due esempi, mentre le novità figurative del Rinascimento furono accolte con ritardo a Venezia e, di conseguenza, in Friuli. Solo nella seconda metà del Quattrocento maestri lombardi arrivarono nella regione: Beltrame e Vittorino da Como lavorarono nel Duomo di Sacile, Pietro e Tullio Lombardo in quello di Cividale. La scultura ebbe degni rappresentanti in Giovanni Antonio Pilacorte, prolifico produttore di portali, fonti battesimali, acquasantiere e altari, e soprattutto in Bernardino da Bissone, che lavorò alla decorazione della tribuna magna nella basilica di Aquileia. Nelle opere lignee di un artista locale come Domenico da Tolmezzo, il gusto tardo-gotico si fonde con il Naturalismo rinascimentale, ma durante il Quattrocento furono attivi anche numerosi intagliatori tedeschi o austriaci, come Michael Parth, in Carnia, o Nicolò da Brunico. Nella pittura, oltre alla presenza di artisti veneti, si notano le personalità di Gianfrancesco da Tolmezzo e quella, di poco posteriore, di Pellegrino da San Daniele. Per i cicli di affreschi che il primo ha eseguito in varie chiesette della Carnia e del Friuli, si parla di disegno colorato, più che di pittura, in cui l'effetto spettacolare, quasi teatrale prevale sulla narrazione. Con Pellegrino da San Daniele (1467-1547), grazie anche alla frequentazione della corte estense di Ferrara, la pittura friulana esce dal suo ristretto ambito per inserirsi con sicurezza nel panorama nazionale. Ma la figura in assoluto più rappresentativa è Giovanni Antonio de' Sacchis, detto il Pordenone; influenzato dapprima dal Giorgione, come appare evidente nella pala della Misericordia a Pordenone (1515), dopo un viaggio a Roma (1515-16) elaborò uno stile drammatico-scenografico di derivazione michelangiolesca. Le sue capacità compositive ben si adattavano a spazi ampi, come nel Duomo di Cremona (1520-21) che lo consacrò tra i pittori più richiesti; in Friuli eseguì affreschi splendidi e tele in cui emergono gusto per la monumentalità e un'accentuata teatralità dei personaggi. Il Pordenone ebbe un'influenza profonda sulla pittura friulana del Cinquecento; tra i suoi più attivi seguaci il prolifico Calderari (1500-63) e Pomponio Amalteo, genero del Pordenone, autore degli affreschi per la chiesa dei Battuti di San Vito al Tagliamento (1535-45). A Udine, intanto, operava Giovanni da Udine, collaboratore di Raffaello alle Logge vaticane e specializzato nelle grottesche e nelle piccole decorazioni; nella città friulana lavorò tuttavia anche come architetto, nella trasformazione a palazzo del castello (1547). Anche Andrea Palladio fu attivo a Udine (Palazzo Antonini e l'arco Bollani) e a Cividale (Palazzo dei Provveditori). Notevolissima opera urbanistica intrapresa dai veneziani in Friuli fu la creazione di Palmanova (1593), costruita ex novo come città-fortezza e ultimo baluardo contro gli Uscocchi (pirati della Dalmazia, usati dagli Asburgo in funzione antiveneziana). Dal Cinquecento, comunque, castelli e fortezze persero via via importanza: quelli nelle zone isolate furono spesso abbandonati, quelli nei pressi delle strade principali divennero in molti casi lussuose residenze.

-^

I Tiepolo in Friuli

Il Seicento artistico in Friuli fu soprattutto dominato da pittori veneti (Palma il Giovane e il Padovanino tra i maggiori), chiamati dai committenti a realizzare opere per lo più a carattere religioso. Poche ed isolate le personalità di artisti locali, tra cui spicca Antonio Carneo (1637-92). Anche il Barocco, dunque, arrivò in Friuli nella versione pacata e sobria di Venezia: un esempio è la cappella del Palazzo del Monte di Pietà di Udine, con l'altare dei due grandi scultori Enrico Marengo e Giovanni Comin, e con gli affreschi di Giulio Quaglio (1694). Il Settecento fu contraddistinto dallo stile neoclassico veneto, che improntò di sé numerose chiese friulane. A Udine l'architetto Domenico Rossi fu l'artefice della trasformazione del Duomo, dove nella stessa epoca trovarono collocazione opere mirabili di scultura, come i due mausolei Manin e l'altare maggiore di Giuseppe Torretti (1717) nel presbiterio, affrescato da Ludovico Dorigny. Rossi lavorò anche alla sistemazione del Palazzo patriarcale (1708), decorato prima da Dorigny e più avanti da Giambattista Tiepolo (1727), presenza illustre a Udine, dove tornò con il figlio Domenico (1759) per realizzare la splendida Assunta nell'oratorio della Purità. Domenico Rossi e Giuseppe Torretti lavorarono inoltre presso la Cappella Manin di Udine e a Passariano, dove Ludovico Manin, ultimo doge di Venezia, aveva la sua villa di campagna: quella di Passariano è la più sontuosa tra le ville che la nobiltà veneziana usava costruire nelle proprie tenute agricole. Disseminate in tutto il territorio veneto, questi edifici sono inconfondibili per il corpo centrale, spesso coronato da statue e pinnacoli, affiancato da barchesse, che ospitavano i locali di servizio.

La rinascita di Trieste

Sotto il dominio asburgico la vita culturale e artistica della Venezia Giulia non fu particolarmente vivace. Degna di nota è l'opera di artisti come Christoph Tausch, attivo nella chiesa di S. Ignazio a Gorizia, e Nicolò Pacassi, artista di corte a Vienna legato alla famiglia Attems. Solo quando fu coinvolta nella politica imperiale, che intendeva fare dell'Austria una potenza marittima, e dichiarata porto franco insieme a Fiume (1719), Trieste conobbe un fondamentale rinnovamento urbanistico e architettonico: furono edificati ex novo il Borgo teresiano, poi giuseppino e franceschino, e numerosi palazzi funzionali alle nuove attività commerciali e di servizio. Architetti come Matteo Pertsch, Antonio Molari, Pietro Nobile e Antonio Buttazzoni realizzarono facciate in stile neoclassico, con grandi colonne reggenti trabeazioni e timpani, su cui spesso erano poi collocate sculture di Antonio Bosa. L'apertura di piazza dell'Unità, il più celebre e rappresentativo luogo della città, fu affidata al triestino Giuseppe Bruni. Intanto si formava in città un nuovo ceto imprenditoriale, capace di nobilitare la propria fortuna spesso con attività di collezionismo artistico. La presenza degli Asburgo ha la sua manifestazione tangibile nel Castello di Miramare, costruito in stile eclettico (1856-71) per Massimiliano d'Asburgo, fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe. L'arte friulana dell'Ottocento appare per lo più accademica: buone e godibili sono le sculture mitologiche di Antonio Marsure, pordenonese come Michelangelo Grigoletti, che nelle sue tele si specializzò nel ritratto, genere molto in voga e richiesto da una borghesia in ascesa; anche il goriziano Giuseppe Tominz ebbe una nutrita produzione di ritratti.

-^

Esperienze novecentesche

Bisogna aspettare la prima metà del Novecento per vedere emergere alcune personalità eminenti nel campo dell'architettura; tali furono Raimondo D'Aronco e Max Fabiani che utilizzarono nei loro progetti il linguaggio razionalista. Lo stile fascista si espresse nella fondazione di Torviscosa (1938-39) e in diversi edifici pubblici a Gorizia, Udine, Pordenone. Negli anni del boom economico nacque il villaggio turistico di Lignano Pineta (1953-56), sulla costa adriatica, ad opera di Marcello D'Olivo, architetto udinese che concepì l'impianto urbano secondo un andamento a spirale, soluzione che lo attirava perché sintesi di forma naturale e calcolo geometrico. Infine, l'opera degli udinesi Afro e Mirko Basaldella e del cervignanese Giuseppe Zigaina si colloca in posizione di assoluto rilievo nell'ambito della pittura contemporanea.

LE CITTÀ

Trieste

(217.865 ab.). Trieste è il capoluogo della regione e la città più popolosa. Situata sulle pendici collinari del Carso, si adagia per un lungo arco sul Golfo di Trieste, dominato dalla collina di San Giusto. Caratteristica climatica di Trieste è la bora, vento freddo che investe la città da Est a Nord-Est con raffiche che raggiungono i 150 chilometri orari. Trieste gode di un indiscutibile prestigio grazie all'affascinante stagione intellettuale del primo Novecento, cui concorsero le figure di Italo Svevo, Umberto Saba, Scipio Slataper e di altri illustri letterati quali Pier Antonio Quarantotti Gambini o Virgilio Giotti; alla città è inoltre indissolubilmente legata la memoria di James Joyce, che a Trieste visse insegnando inglese alla Berlitz School. Più recentemente, negli anni Settanta del XX secolo, la città fu un luogo-chiave del movimento di psichiatria democratica: qui operò lo psichiatra Franco Basaglia, fautore della legge che portò alla chiusura graduale degli ospedali psichiatrici. Oggi, dopo molti anni di trascuratezza e degrado, la città cerca di risollevarsi puntando sul terziario della ricerca, della formazione e della mediazione commerciale e finanziaria (la Scuola internazionale superiore di Studi avanzati, il sincrotrone di Basovizza, il Collegio del Mondo unito di Duino), assolvendo a quell'antica funzione di raccordo fra cultura e mercato che, per un lungo periodo spenta, potrebbe ora riconfigurarsi nella dimensione del nuovo mondo globalizzato. STORIA. Colonia romana con il nome di Tergeste (dal venetico terg, mercato), dopo la caduta dell'Impero romano d'Occidente la città fu occupata prima dai Goti e poi dai Bizantini che la tennero, a parte un intervallo di dominio longobardo, fino alla conquista franca del 788. Durante il periodo imperiale il governo diretto della città fu esercitato dal 948 dai vescovi-conti; instaurato ufficialmente il regime comunale nel 1236, a Trieste cresceva intanto l'insofferenza verso l'incombente egemonia veneziana, fino a portare la città a sottomettersi agli Asburgo (1382). Iniziò da allora un lunghissimo periodo di inerzia economica e politica, interrotto solo a partire dal 1719, anno in cui l'imperatore austriaco Carlo VI dichiarò Trieste porto franco. Il provvedimento fu rinnovato dalle più sistematiche riforme messe in atto dalla figlia di Carlo VI, Maria Teresa, il cui regno (1740-80) fu il vero punto di svolta per lo sviluppo mercantile di Trieste. La grande espansione delle imprese commerciali ebbe come diretta conseguenza lo sviluppo delle compagnie assicurative, come il Lloyd Triestino e le Assicurazioni Generali Austro-Italiche. Queste ultime vennero fondate nel 1831 e dopo i moti liberali del 1848 abbreviarono il nome. In pochi anni la compagnia divenne una delle realtà finanziarie più importanti d'Europa, raggiungendo un primato che rimase negli anni consolidato nonostante il crollo dell'Impero e le due guerre mondiali. L'operato delle Generali ebbe inoltre un concreto riflesso sulla vita economica di Trieste: posti e redditi di lavoro, investimenti immobiliari e depositi bancari, partecipazioni a iniziative economiche di rilievo locale. Dopo l'Unità d'Italia Trieste fu il centro dell'Irredentismo, un movimento politico di cui facevano parte patrioti italiani decisi a emancipare anche questo lembo del Lombardo-Veneto dalla dominazione austriaca. La città fu allora teatro di sanguinose repressioni poliziesche; l'irredentista Guglielmo Oberdan, che progettava un attentato all'imperatore Francesco Giuseppe, vi fu impiccato nel 1882. Trieste fu annessa all'Italia solo alla fine della prima guerra mondiale, evento che segnò il definitivo dissolvimento dell'Impero austro-ungarico. Nel successivo periodo fascista, l'esasperato nazionalismo e la tendenza espansionistica verso i Balcani accentuarono la diffidenza degli italiani verso la comunità slava; gli eventi della seconda guerra mondiale culminarono nell'occupazione dell'Istria e della stessa Trieste (maggio-giugno 1945) da parte dei partigiani di Tito, le cui rappresaglie verso gli italiani causarono risentimenti difficilmente superabili. Con il Trattato di pace di Parigi (1947) fu istituito lo Stato libero di Trieste, che comprendeva la città e un esiguo retroterra; il disaccordo tra le potenze vincitrici sulla nomina di un governatore unico protrasse la divisione in zone d'occupazione: la zona A, che comprendeva Trieste, amministrata dagli anglo-americani, e la zona B, amministrata dalla Jugoslavia. Dopo un periodo di tensione tra Italia e Jugoslavia, con un memorandum d'intesa (Londra, 1954) si giunse all'accordo di separazione fra le zone A e B: la seconda restava alla Jugoslavia, la prima tornava italiana. La questione dei confini fu definita formalmente nel 1975 con il Trattato di Osimo. Staccata dal suo naturale entroterra, la Trieste postbellica ha cercato di risollevare le sue sorti installando industrie e cantieri a capitale pubblico. Oggi, la partecipazione di Slovenia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica ceca all'Unione Europea ha tolto Trieste dalla sua posizione di marginalità offrendo nuove prospettive di sviluppo. La città si propone di uscire dalla sua lunga fase di stagnazione puntando soprattutto sul terziario avanzato e sulla ricerca scientifica. ARTE. L'antica Tergeste nacque in corrispondenza del colle di S. Giusto; qui si trovano le vaste rovine di una basilica civile romana e dei propilei, edificati dopo la metà del I secolo d.C. I propilei segnavano l'ingresso a un'area sacra, entro la quale si suppone sorgesse il tempio capitolino. Quello che è ancora possibile vedere rende l'idea dell'imponenza dell'opera: due grandi strutture laterali adorne di colonne dovevano accompagnare al centro una scalinata. Gli scavi condotti tra il 1929 e il 1934 portarono alla luce la basilica a tre navate e l'annesso lastricato che doveva coincidere con il foro, intorno al quale si disponevano altri edifici pubblici dei quali però non resta nulla. D'epoca traianea è il Teatro romano, la cui cavea capace di 6.000 spettatori fu scavata sul pendio del colle di S. Giusto. Scale a raggiera la dividono in quattro settori, rivolti alla scena a valle, la quale aveva come suggestivo sfondo naturale il mare. Altro resto della Trieste romana è il cosiddetto Arco di Riccardo; eretto probabilmente nel 33 a.C, costituiva una porta delle mura augustee o, secondo un'altra interpretazione, l'ingresso di un santuario della Magna Mater. Il nome Riccardo, così poco latino, potrebbe derivare dalla parola latina cardo o forse dalla deformazione, al tempo della dominazione dei franchi, di "re Carlo". Simbolo architettonico della città è la basilica Cattedrale di S. Giusto. La semplice facciata a capanna con il grande rosone gotico unifica due edifici religiosi paralleli. L'attuale chiesa infatti deriva dall'accorpamento, avvenuto nel XIV secolo, della chiesa di S. Maria Assunta (sorta nell'XI secolo sui resti paleocristiani della prima basilica vescovile del V secolo) e dell'adiacente sacello risalente al IX secolo e dedicato al santo martire Giusto. Venne così abbattuta una parete laterale di ciascuno dei due edifici e realizzata una nuova abside maggiore, così da ottenere una basilica a cinque navate caratterizzata da un'evidente asimmetria. Al lato destro della basilica sorge il tozzo campanile, del XIV secolo, che ingloba anche resti del propileo romano; in un'edicola gotica è collocata una statua romanico-bizantina di S. Giusto (X-XI secolo), che regge in una mano il modello della città e nell'altra la palma del martirio; ma è evidente dalle proporzioni che la testa, forse di epoca romana, è di riutilizzo. All'interno della basilica, le navate sono divise da archi a tutto sesto retti da colonne e capitelli di stili differenti (XI secolo), segno di un continuo processo di stratificazione architettonica e funzionale della chiesa.

-^

Evidenti gli interventi moderni: il soffitto a carena, che era cinquecentesco, è stato rifatto nel 1905; nell'abside centrale, alterata nel 1843, spiccano gli affreschi di Guido Cadorin (1932). Nell'abside destra sono conservati affreschi duecenteschi e un mosaico del primo Duecento con Cristo fra i Ss. Giusto e Servolo. Al XII secolo risalgono i mosaici dell'abside sinistra, di scuola veneziana, raffiguranti la Madonna tra gli arcangeli Michele e Gabriele e, nella fascia sottostante, gli Apostoli. Dalla navata sinistra si passa al restaurato battistero di S. Giovanni, con vasca esagonale del IX secolo. Nella navata destra, nella Cappella di S. Servolo, si vede un commovente Compianto sul Cristo morto, in arenaria dipinta, opera tedesca di inizio Trecento. Dall'alto del colle di S. Giusto domina la città il castello, costruito tra il 1460 e il 1630, per ampliamento di un caposaldo veneziano (e nel probabile luogo di un castelliere preistorico). La fortezza si presenta oggi nelle forme conferitele a scopi turistico-rappresentativi negli anni Trenta del Novecento; d'estate il cortile ospita spettacoli, e dagli spalti, fortunatamente mai serviti in guerra, si gode la vista sulla città e sul golfo. All'interno, nella Casa del Capitano, è ospitato il Civico Museo del Castello, preziosa raccolta di armi d'epoca, mentre nel bastione Lailo, recentemente restaurato, ha trovato spazio il Lapidario tergesteo, che custodisce pregiati reperti d'epoca romana. La più antica chiesa della città è la basilica romanica di S. Silvestro, costruita tra l'XI e il XII secolo. Sobrio è il rosone in facciata, mentre è probabile che il campanile, ornato da eleganti bifore, fosse un tempo una torre difensiva della cinta muraria cittadina. Messa all'asta, come molti beni ecclesiastici, alla fine del Settecento in seguito alle riforme dell'imperatore Giuseppe II, fu acquistata dalla comunità evangelica elvetica, che la intitolò a Cristo Salvatore e ne fece la sede del suo culto. Poco lontana sorge l'imponente chiesa di S. Maria Maggiore, costruita dai Gesuiti alla fine del Seicento secondo il modello romano dell'ordine. L'interno, con pianta a croce latina, è a tre navate coperte a botte e riccamente decorate; all'incrocio dei bracci s'innalza la cupola, ricostruita nel 1817 dopo un incendio. Nella Cappella della Madonna della Salute è collocata un'immagine della Vergine, opera seicentesca attribuita al Sassoferrato, molto venerata dai triestini da quando le fu attribuita, nel 1849, la salvezza del popolo da un'epidemia di colera. A Nord della città vecchia, per decisione dell'imperatrice Maria Teresa, viene attuato il primo programma di razionale pianificazione urbanistica della città. L'operazione edilizia si completò in un lungo arco di tempo, tra la fine del Settecento e la metà dell'Ottocento, e richiese importanti interventi di bonifica del territorio: gran parte dell'area, infatti, era paludosa e adattata a salina. Il Borgo teresiano fu concepito da un apposito comitato come un complesso di vie disposte a scacchiera, fiancheggiate da edifici a tre piani con magazzini a terra, locali per i domestici al piano rialzato, uffici al secondo o comunque ad altezza sufficiente per ricevere luce naturale, corte interna a verde. Asse d'acqua del Borgo teresiano è il Canal grande, un porto canale scavato alla metà del Settecento per consentire carico e scarico delle navi nel cuore della città. Oggi è attraversato da ponti fissi, e soltanto piccoli natanti vi possono accedere. All'intersezione del Canal grande con il lungomare sorgono il cosiddetto Grattacielo rosso e il Palazzo Carciotti; il primo (che prende il nome dai mattoni rossi di cui è fatto) è opera incompiuta di Arduino Berlam (1926-28) e ricorda in alcune soluzioni decorative, oltre che nella mole, le esperienze architettoniche d'oltreoceano; il secondo fu commissionato nel 1799 dal facoltoso commerciante greco Demetrio Carciotti all'architetto triestino Matteo Pertsch, allievo del Piermarini ed esponente principale dello stile neoclassico a Trieste.

-^

Pertsch realizzò così uno dei più begli esempi di architettura neoclassica della città; la facciata ha una base a bugnato e sei colonne ioniche scanalate sormontate da una monumentale balconata ornata da sei belle statue di soggetto mitologico e allegorico, opere di Antonio Bosa, vicino alla scuola del Canova. A coronamento del palazzo è posta una rotonda terminante in una cupola di rame. A chiudere il Canal Grande si erge invece S. Antonio Nuovo, la chiesa più vasta di Trieste, eretta su progetto del ticinese Pietro Nobile tra il 1825 e il 1849; presenta in facciata un maestoso pronao neoclassico a sei colonne ioniche che sorreggono un ampio frontone, e culmina nella grande cupola centrale. Sulla riva sinistra del Canal Grande incombe con la sua mole di cupole azzurre il Tempio di S. Spiridione, luogo di culto della comunità serbo-ortodossa, costruito su progetto di Carlo Maciachini (1868) ed illustre esempio, tra i tanti, della tolleranza interreligiosa nella Trieste asburgica; la grande cupola centrale è affiancata dalle semicupole a copertura dei quattro bracci della croce greca e sovrasta in altezza (40 metri) i quattro campanili angolari, anch'essi coronati da cupolotti. L'interno con appariscente iconostasi e arredi in argento, riluce di affreschi a fondo oro che simulano dei mosaici. Di straordinario valore le quattro icone russe di inizio Ottocento che ornano il livello inferiore dell'iconostasi. Il Borgo teresiano conta diversi altri edifici civili d'interesse architettonico, come Palazzo Gopcevich (Giovanni Berlam, 1850), con facciata policroma e di ispirazione neorinascimentale veneziana; il nome è quello del primo proprietario, un ricco commerciante di origine serba, che volle immortalare con le statue poste nelle nicchie al primo piano alcuni eroi dell'indipendenza della Serbia dall'Impero ottomano. Di grande interesse la cortina architettonica della triangolare Piazza della Borsa, storico centro finanziario cittadino. Spicca il neoclassico Palazzo della Borsa vecchia (Antonio Molari, 1806), dal pronao scandito da quattro grandi colonne doriche; notevole è l'apparato decorativo scultoreo della facciata, che si deve agli artisti veneti Antonio Bosa, Bartolomeo Ferrari e Domenico Banti. Sotto il portico, ai quattro continenti (Asia, Africa, America ed Europa) si alternano le raffigurazioni di Vulcano e Mercurio; sulla balaustra della facciata, altre allegorie scultoree (il Danubio, il Genio di Trieste, Minerva e Nettuno), mentre sul timpano è la Fama. Le opere più pregevoli rimangono i quattro altorilievi con putti, scolpiti da Antonio Bosa (1816-20), che rappresentano il Commercio, la Navigazione, l'Industria e l'Abbondanza. Di fianco alla Borsa vecchia si nota la facciata curva e magniloquente di Palazzo Dreher, o Borsa nuova, opera di fine Ottocento. Il perimetro di piazza della Borsa è completato dal Palazzo del Credito Italiano (già Palazzina Romano), elegante esempio di barocco triestino (1760-70) con loggia centrale, restaurato nel 1919-20 dall'architetto Polli, e da Casa Bartoli (Max Fabiani, 1905), molto chiaramente influenzata dai modelli dello Jugendstil (il Liberty tedesco): la caratterizzano le ampie superfici vetrate e la decorazione floreale. Sulle "rive" della città, ormai uniformatesi alle tipologie dei lungomare delle più eleganti città mediterranee, si concretizza la storica vocazione di Trieste come città commerciale. I moli protesi sulle acque racchiudono bacini e luoghi (come il porto vecchio, a Nord) che conservano tracce di archeologia industriale e commerciale; gli edifici e le piazze prospicienti al mare compongono una quinta architettonica uniforme, realizzata nel periodo di maggiore splendore commerciale e finanziario della città, tra la fine del Settecento e l'inizio del Novecento. Affacciata sulle rive è Piazza dell'Unità d'Italia, con S. Giusto il simbolo monumentale della città, posta nel punto di raccordo tra il Borgo teresiano e l'area urbana sviluppatasi verso Sud sotto il regno di Giuseppe II e detta appunto Borgo giuseppino. La piazza consiste in un ampio rettangolo (16.000 mq), risultato di una radicale ristrutturazione ottocentesca.

-^

Su tre lati della piazza sono collocati edifici di funzione politica, finanziaria, pubblica. Innanzitutto il Palazzo comunale, con facciata in stile eclettico (Giuseppe Bruni, 1875) che s'innalza nella Torre dell'Orologio, sulla quale sono poste due statue in bronzo che battono le ore, chiamate affettuosamente dai triestini Michez e Jachez. Davanti al palazzo la Fontana dei Quattro Continenti (Francesco Mazzoleni, 1751) celebra la fortuna commerciale di Trieste omaggiata dai mondi allora conosciuti (quattro perché Cook non aveva ancora scoperto l'Oceania). Sul lato destro, guardando il mare, sorge Palazzo Modello (Giuseppe Bruni, 1870), popolarmente noto come "Palazzo degli scongiuri" per l'inequivocabile posa dei telamoni alla sommità della facciata, e il bel Palazzo Stratti (Antonio Buttazzoni, 1839), abbellito in facciata da un gruppo scultoreo del veronese Luigi Zandomeneghi che rappresenta allegoricamente il tema delle fortune e del progresso di Trieste (sono effigiati gli strumenti del lavoro e addirittura una locomotiva, che Stephenson aveva realizzato solo pochi decenni prima). Al pianterreno di Palazzo Stratti c'è il Caffè degli Specchi (1839), il ritrovo pubblico più famoso della città. Sul lato sinistro della piazza si allineano il settecentesco Palazzo Pitteri (Ulderico Moro, 1785), l'unico sopravvissuto agli interventi ottocenteschi, Palazzo Vanoli (1875), ispirato al Rinascimento francese, e il Palazzo del Lloyd triestino, la storica sede della più antica compagnia di navigazione istituita nella Penisola (1830). Opera dell'architetto viennese Heinrich Ferstel (1880-84), il palazzo è ornato alle estremità dalle statue di Teti e di Venere (Josef Pokorny e Ugo Härdtl), le quali sono tutto ciò che rimane di due fontane a zampillo. Sulle rive sorge anche il maggiore teatro di Trieste, il Teatro comunale "Giuseppe Verdi", per la cui facciata l'architetto Matteo Pertsch, allievo di Giuseppe Piermarini, si rifece al progetto che il maestro aveva concepito per la facciata della Scala di Milano. La progettazione degli interni si deve invece a Giannantonio Selva, che aveva realizzato, una decina di anni prima, la Fenice di Venezia. Inaugurato il 21 aprile 1801, il teatro vantò da subito una certa rinomanza per la sua perfetta acustica. Nel 1850 lo stesso Giuseppe Verdi vi rappresentò la prima dello Stiffelio, opera concepita e scritta proprio a Trieste. La maggiore istituzione museale cittadina è il Civico Museo "Revoltella", allocato nel palazzo neorinascimentale progettato da Friedrich Hitzig (1852-58) per l'imprenditore Pasquale Revoltella. Appassionato collezionista e singolare personaggio, il barone Revoltella lasciò per testamento alla città il palazzo e tutto quello che conteneva, oltre a una cospicua rendita che consentì negli anni di incrementare il patrimonio artistico: la dotazione del museo comprende opere di autori italiani (Hayez, Morelli, Favretto, Palizzi, Previati; alcuni notevoli artisti giuliani come Giuseppe Tominz e Vito Timmel) e stranieri, e una sezione particolarmente significativa d'arte contemporanea (opere di Casorati, Sironi, Carrà, Morandi, De Chirico, Fontana ed altri). Negli anni Sessanta del Novecento il museo è stato ampliato, acquisendo l'adiacente Palazzo Brunner. La ristrutturazione concepita dall'architetto Carlo Scarpa prevede ora un itinerario di grande effetto, tra i locali della dimora storica del barone e quelli di moderno allestimento: spicca un ardito collegamento aereo tra l'ultimo piano e la terrazza, oltre che un luminoso atrio a tutta altezza, su cui si affacciano, tra balconate e finestre, i piani della galleria d'arte moderna. Fanno parte del complesso anche un piccolo auditorium e una biblioteca. Anche il Civico Museo "Morpurgo" nasce dalla munificenza di un raffinato collezionista, Mario Morpurgo de Nilma, che nel 1943 lasciò tutti i suoi averi al Comune di Trieste. Nella dimora di Morpurgo, realizzata nel 1875 su progetto dell'architetto Giovanni Berlam, è stato allestito il museo, che costituisce uno splendido esempio di casa borghese in cui gli ambienti, con arredi originali, sono ispirati ognuno a uno stile storico (dal Rinascimento toscano al neorococò, dal Luigi Filippo al Settecento veneziano), spesso connotato da un colore dominante.

-^

Si possono ammirare inoltre le raccolte di vetri e porcellane, di incisioni e xilografie - particolari quelle giapponesi - e una collezione di dipinti sette-ottocenteschi di scuola italiana, francese e tedesca. Altro importante esempio di casa-museo della ricca borghesia triestina è la villa sette-ottocentesca del Civico Museo "Sartorio", dove agli spazi espositivi si alternano ambienti che conservano pressoché intatti gli arredi d'epoca. Nelle collezioni d'arte spiccano una rilevante raccolta di disegni di Giambattista Tiepolo e il trittico di S. Chiara (1328-30) attribuito a Paolo Veneziano, dove lo schematismo astratto bizantino imperante in laguna si fonde con una nuova concretezza plastica. Tra i pezzi più significativi si segnalano i dipinti e le sculture dell'eterogenea Collezione Stavropulos, donata nel 1952 alla città dall'industriale di origine greca Socrate Stavropulos. L'Orto lapidario e il Civico Museo di Storia e di Arte, situati nel nucleo romano della città, raccolgono reperti preistorici della regione e materiali archeologici greco-romani. Nel romantico Orto lapidario, inaugurato nel 1843 sulle terrazze di un cimitero soppresso, si conservano epigrafi romane e svariati frammenti architettonici di provenienza triestina, istriana e aquileiese. Un tempietto neoclassico (1847) ospita il cenotafio (opera di Antonio Bosa, 1822) dell'archeologo Johann Joachim Winckelmann (1717-68), morto assassinato proprio a Trieste, dove si trovava di passaggio. Il Museo di Storia e di Arte, fondato nel 1915 per collocare le raccolte comunali, ha oggi un prevalente carattere archeologico. Di particolare significato sono i reperti di scavo fra Paleolitico ed Età del Ferro, emersi in grotte e castellieri dell'area giuliana (materiali della necropoli di Santa Lucia di Tolmino presso Gorizia, secoli VIII-V a.C.), vasi greci e italioti, terrecotte di Taranto, un rython tarantino in argento dorato e sbalzato (V-IV secolo a.C.). Sono inoltre esposti rilievi del Gandhara, dono di una spedizione nel Karahorum guidata dal friulano Ardito Desio. Alcune importanti istituzioni culturali cittadine sono ospitate tutte insieme presso un palazzo neoclassico (Pietro Nobile, 1816): la Biblioteca civica "Attilio Hortis", fondata nel 1793, ricca di oltre 400.000 volumi e di numerosi e importanti fondi; il Museo Petrarchesco Piccolomineo, costituito nel 2003 sul lascito ottocentesco del conte Domenico Rossetti - fondatore della Società di Minerva, una delle più antiche associazioni culturali d'Italia -, riguardante le opere e le figure di Francesco Petrarca e di Enea Silvio Piccolomini (tra cui una sessantina di manoscritti, 121 incunaboli e oltre 600 cinquecentine); il Museo Sveviano, che raccoglie i manoscritti, le fotografie di famiglia, l'epistolario, la biblioteca personale, nonché le edizioni a stampa delle opere di Italo Svevo; infine, il Civico Museo di Storia naturale, costituito sin dal 1846, che conserva ricche collezioni di paleontologia, zoologia marina, anatomia comparata, botanica, entomologia, nonché di uccelli, rettili e anfibi del Friuli-Venezia Giulia. Tra i molti preziosi reperti si contano alcuni resti fossili di dinosauri rinvenuti nei dintorni di Trieste e il cranio dell'uomo di Mompaderno, per il quale è stata allestita un'apposita sezione riguardante l'evoluzione degli ominidi.

Trapani Trieste: piazza dell'Unità d'Italia

Trapani Visita virtuale al Palazzo della Vecchia Borsa di Trieste

-^

LA PROVINCIA. La provincia di Trieste (248.998 ab. 212 kmq) occupa l'estrema parte Sud-orientale del Friuli-Venezia Giulia, al confine con la Slovenia e con la provincia di Gorizia. è la più piccola provincia d'Italia, con solo sei comuni: Trieste, Duino Aurisina, Maurupino, Muggia, San Dorligo della Valle, Sgonico. La lunga questione territoriale che ha interessato l'area nell'ultimo dopoguerra ha definitivamente assegnato all'allora Jugoslavia (oggi Slovenia e Croazia) le isole di Cherso (Cres) e Lussino (Losinj), l'intera Istria, da Capodistria (Koper) a Fiume (Rijeka), e le campagne che spingendosi verso l'interno fino alle grotte di Postumia (Postojna) costituivano l'entroterra del porto triestino. Il territorio della provincia triestina è di natura carsica e prevalentemente collinare. Per quanto non sia una terra generosa, vi si pratica con successo la viticoltura (DOC Carso) dalla quale provengono il rosso Terrano e i bianchi Malvasia istriana e Vitovska. Di tradizione è la coltura dell'olivo, significativa per la permanenza di antiche varietà (bianchera). Dall'allevamento di bovini e suini deriva una produzione di formaggi come il monte re, da latte misto vaccino e caprino, e il monte tabor, interamente vaccino, e di salumi, primo fra tutti il prosciutto cotto, leggermente affumicato. Altra risorsa è l'industria turistica che si è sviluppata soprattutto nel capoluogo e lungo la riviera triestina.

Luoghi di interesse

Risiera di S. Sabba
A pochi chilometri dal centro di Trieste sorge la tragicamente famosa Risiera di S. Sabba, l'unico campo di sterminio in territorio italiano. Costruita nel 1913 per la pilatura del riso, dopo l'8 settembre 1943 fu utilizzata da fascisti e nazisti per eliminare partigiani, detenuti politici ed ebrei, nonché come deposito di beni razziati. Da qui partirono migliaia di persone destinate ai lager in Polonia. Molte furono eliminate in Risiera, l'unica installazione in territorio italiano dotata di forno crematorio, in funzione dal 21 giugno 1944 al 28 aprile 1945. Dal 1965 la Risiera di S. Sabba è monumento nazionale e, dopo una ristrutturazione su progetto dell'architetto Romano Boico (cui si deve il monumento-ingresso dalle alte pareti in cemento), oggi ospita un Museo della Resistenza. Nel cortile interno si trovava il forno crematorio, distrutto dai nazisti in fuga: al suo posto ci sono ora una lastra metallica e una simbolica Pietà.
Castello di Miramare
A breve distanza dalla città sorge il Castello di Miramare, che spicca candido su un piccolo promontorio proteso sulle acque del Golfo di Trieste. Fu realizzato da Karl Junker tra il 1856 e il 1860 per incarico dell'arciduca Massimiliano d'Asburgo (1832-67), fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe e, all'epoca, governatore del Lombardo-Veneto. In realtà l'arciduca e la consorte, Carlotta del Belgio, soggiornarono per breve tempo al castello: nel 1864 egli partì per il Messico, dove gli era stata offerta la corona di imperatore. La folle avventura politica finirà in modo tragico: Massimiliano sarà fucilato dai repubblicani; Carlotta, tornata a Miramare, impazzirà di dolore. Karl Junker concepì un edificio in stile eclettico ispirandosi a stili diversi, dal neorinascimentale degli archi a tutto tondo, al neogotico delle torrette a merli; il candore della costruzione è dovuto alla pietra d'Istria. Gli interni furono realizzati da Franz e Julius Hofman secondo un gusto altrettanto eclettico: la sala da pranzo è rococò, la cappella gotica, i salotti giapponese e cinese, mentre lo studio è chiamato saletta Novara perché riproduce il quadrato di poppa della fregata sulla quale Massimiliano era stato ufficiale; anche la stanza da letto dell'arciduca imita la cabina di una nave della marina imperiale. Un sontuoso scalone d'onore, con spettacolare vista sul golfo, porta al piano nobile, che negli anni Trenta del Novecento fu in parte abitato - e arredato con elegante gusto razionalista - da Amedeo di Savoia-Aosta. Qui sono anche i fastosi ambienti di rappresentanza e la Sala del Trono. Le scuderie del castello sono state adibite a spazio espositivo, mentre il cosiddetto castelletto ospita il Centro Visite della Riserva naturale marina di Miramare. Il castello è circondato da 22 ettari di parco, un lembo di territorio carsico che richiese lavori di sbancamento della roccia e di adattamento con terra appositamente portata dall'Austria. I giardinieri di corte viennesi crearono così un rigoglioso giardino, con centinaia di specie vegetali, molte delle quali esotiche e rare. La scenografia romantica comprende un lago dei cigni, padiglioni alpini, grotte, immancabili statue greche, una sfinge a guardia del porticciolo.

-^

Udine

(95.936 ab.). La città di Udine si trova al centro del Friuli, sorgendo in una fertile pianura alluvionale aperta a Sud sul Mar Adriatico e chiusa a Nord dall'arco delle colline moreniche e quindi dalla cortina delle Alpi carniche, in una completezza di ambienti naturali da far ben meritare a questa terra l'appellativo di "piccolo compendio dell'universo" datole da Ippolito Nievo, grande cantore del Friuli. Fulcro storico della regione a partire dal XIII secolo - dopo l'Aquileia romana e la Cividale longobarda -, Udine non è capoluogo amministrativo della Regione autonoma Friuli-Venezia Giulia; di qui l'antagonismo di lunghissima data nei confronti di Trieste e di un mondo - quello dei commerci marittimi - che le è estraneo. Un contrasto che si riproduce anche nella fisionomia architettonica e urbanistica dei centri storici delle due città: la grazia incantevole e la vivacità delle piazze, strade e palazzi udinesi, contrapposte alla triste monumentalità triestina. Udine è un importante centro commerciale e dei servizi, sede di università e di istituzioni culturali tra le quali la Biblioteca Civica "Vincenzo Joppi" e la storica e meritoria Società Filologica Friulana, che dal 1919 si occupa dello studio della conservazione e della promozione della lingua friulana. STORIA. Le origini preromane della città sembrano confermate dal suo nome stesso, forse derivante dalla parola oudh che significa "mammella", "protuberanza", quindi "colle". Il primo documento in cui è citata Udene risale al 983 e riguarda la donazione, da parte dell'imperatore Ottone II, della città al patriarca di Aquileia. Nel Duecento Udine subentrò a Cividale come principale centro della regione, dopo avere accresciuto la propria importanza economica grazie anche alle concessioni del mercato (1223) e alle esenzioni fiscali (1248). I potentissimi conti di Gorizia cercarono per ben sei volte, fra il 1229 e il 1361, di impadronirsi della città, che dovette munirsi con cinque successive cinte murarie. Con la nomina del patriarca Bertrando (1334-1350) Udine conobbe un'ulteriore ascesa politica, cui corrispose un inasprimento del conflitto tra due potenti famiglie locali, i Savorgnan - appoggiati dal patriarca - e i Torriani. Tale conflitto culminò con l'uccisione del patriarca Bertrando, fatto che offrì agli Austriaci il pretesto per rafforzare il proprio controllo sulla città e sul Friuli, sia in modo diretto che tramite il nuovo patriarca. Ma il potere temporale aquileiese era ormai al tramonto, incalzato dalla crescente egemonia veneziana. La conquista di Trieste da parte della Serenissima (1369) fu fatale per il patriarcato, dal momento che i traffici commerciali friulani dovevano rivolgersi verso Venezia; si rafforzarono così le relazioni che legavano la città lagunare alla borghesia cittadina e a buona parte della feudalità locale, tra cui i potenti Savorgnan. Nel 1385, alleatasi con Venezia e ricevuto un nobile veneziano come capitano, Udine si ribellò al potere patriarcale; i Savorgnan furono ammessi tra il patriziato della Serenissima, alleandosi sempre più strettamente con Venezia per averne protezione e aiuti. Una tregua precaria si stabilì tra la Serenissima e il patriarcato, finché nel 1420 Udine passò sotto il definitivo dominio veneziano e vi rimase per quasi quattro secoli. Di Venezia, della sua architettura quanto del suo civile saper vivere, Udine conserva più di quanto non sia solita ammettere; è difficile negare che Ippolito Nievo cogliesse un punto importante quando, scrivendo del Friuli nel 1851, osservava che proprio da queste terre "si vogliano fuggiti i primi abitanti di Rialto". Tuttavia quando, nel 1797, i Francesi la conquistarono, Udine era al centro di mondo rurale arretrato, di stampo ancora feudale; la situazione non sarebbe progredita di molto sotto gli Asburgo, cui Napoleone cedette il Friuli con il Trattato di Campoformido, siglato lo stesso anno. L'Austria tenne Udine e il Friuli solo fino al 1805, quando l'esercito napoleonico sgominò ancora una volta gli Austriaci; negli anni 1805-1813 Udine fece così parte del Regno d'Italia. Tornata agli Austriaci, la città conobbe i moti risorgimentali del 1948: vi si costituì per brevissimo tempo un governo chiamato "Comitato provvisorio del Friuli". Udine si unì definitivamente al Regno d'Italia nel 1966. ARTE. Fulcro monumentale della città e, con il castello, luogo simbolo dell'identità storica e culturale cittadina è piazza Libertà (già piazza Contarena, dal nome del procuratore veneziano Girolamo Contarini che la fece selciare nel 1484), universalmente riconosciuta come una delle più incantevoli piazze veneziane di terraferma. Le fa da scenografico sfondo la Loggia di S. Giovanni, realizzata nel 1553 su disegno del ticinese Bernardino di Morcote. La loggia, che prende il nome dalla Cappella di S. Giovanni, oggi Pantheon dei Caduti, è un'aerea successione di archi a tutto sesto dalla quale si eleva una preesistente Torre dell'Orologio, di fondazione medievale ma riadattata nel 1527 da Giovanni da Udine sul modello della torre del Coducci di piazza S. Marco. Davanti alla loggia, una colonna con statua seicentesca della Giustizia ricorda che la piazza era anche luogo delle esecuzioni capitali, mentre un'altra colonna con il Leone marciano (rifacimento ottocentesco dell'originale cinquecentesco abbattuto dai Francesi nel 1797) ricorda la lunga appartenenza veneziana. Care agli udinesi sono le due grandi statue che rappresentano Ercole e Caco, affettuosamente ribattezzate "Venturin" e "Florean": sono sculture seicentesche provenienti dal Palazzo dei Torriani, demolito nel 1717 per punire i crimini commessi da un esponente della famiglia. Altro gioiello architettonico della piazza è la Loggia del Lionello, magnifico esempio di gotico veneziano e luogo emblematico delle autonomie cittadine (tuttora ospita al piano superiore la Sala del Consiglio comunale). Eretta fra il 1448 e il 1456 su disegno dell'orafo Nicolò Lionello, fu realizzata dal capomastro capodistriano Bartolomeo delle Cisterne. Gravemente danneggiata da un incendio nel 1876, fu immediatamente restaurata; andò però quasi interamente perduto un affresco del Pordenone raffigurante una Madonna con Bambino e angeli musicanti. Costruita a fasce alterne di pietra bianca e rosa, la loggia presenta a pianterreno un portico aperto su tre lati da grandi arcate ogivali e, al primo piano, leggiadre finestre ad archetti trilobati. Su un angolo dell'edificio, in una nicchia a pinnacoli e guglie è collocata una statua della Madonna con Bambino di Bartolomeo Bon (1450), che tiene in mano un modello di quel che era il castello di Udine prima di essere distrutto dal terremoto del 1511. Da piazza Libertà, attraverso l'arco Bollani, costruito nel 1556 su progetto di Andrea Palladio, si può salire verso il castello, l'altro luogo simbolo della città. La salita è scandita da un suggestivo porticato tardo-quattrocentesco detto del Lippomano, dal nome del luogotenente veneziano Tommaso Lippomano che nel 1486 lo fece costruire sui resti della prima cerchia di mura (fine XII sec.). Il colle del castello sorge impensatamente nel bel mezzo della pianura friulana, tanto che una leggenda ne fa risalire l'origine ad Attila re degli Unni, che lo avrebbe fatto erigere dai suoi soldati per poter assistere da lontano allo spettacolo di Aquileia in fiamme. Gli scavi attestano che il sito fu abitato sin dalla preistoria e sopraelevato a scopo strategico sin dall'Età del Ferro. Il colle fu utilizzato anche in epoca romana e fortificato al tempo delle invasioni barbariche. Il cosiddetto "castello" è in realtà un palazzo costruito nel luogo dell'antica residenza dei patriarchi di Aquileia, distrutta dal terremoto del 1511; il progetto di Giovanni Fontana fu modificato da Giovanni da Udine e portato a termine solo mezzo secolo dopo. L'edificio aveva funzione residenziale per le maggiori autorità civili del Friuli e di rappresentanza del luogotenente veneto, che deteneva i poteri amministrativi e giuridici sul territorio. Giovanni da Udine ideò sul fronte posteriore una scalinata a doppia fuga che ricalca i modelli architettonici tardo-rinascimentali romani. Sul tetto è visibile la torretta dalla quale per secoli si esercitò il servizio pubblico del guardiafogo, la sentinella che aveva il compito di dare l'allarme quando in città scoppiava un incendio. Con la fine della Serenissima, il palazzo fu ridotto a caserma - nelle tetre prigioni furono incarcerati nel corso del Risorgimento numerosi patrioti italiani - e all'inizio del Novecento divenne sede museale. Al piano nobile Giovanni da Udine concepì il maestoso Salone del Parlamento della Patria del Friuli, un'istituzione che resse il Friuli dal 1017 al 1420, anno della conquista veneziana. I motivi del sontuoso ciclo di affreschi della sala richiamano proprio il senso di ideale continuità tra l'antica Roma e la Serenissima, innestata sulle tradizioni della Patria friulana. Gli affreschi della fascia superiore sono di Pomponio Amalteo e di Giovanni Battista Grassi (1567-69); quelli della parte inferiore di Francesco Floreani e Giambattista Tiepolo, a cui si deve il monocromo raffigurante il Trionfo dei cristiani sui turchi, a memoria delle invasioni che la regione subì tra il 1472 e il 1499. Nel Novecento, a questo tragico periodo della storia friulana Pier Paolo Pasolini dedicò una sua opera teatrale in lingua friulana, I turcs tal Friùl, metafora dell'occupazione nazista durante la seconda guerra mondiale. L'unico edificio del colle scampato alla distruzione del terremoto nel 1511 è la quattrocentesca casa della Confraternita di S. Maria di Castello, collegata a un lato del castello è tramite l'arco Grimani (1522); all'esterno la casa è abbellita da archetti gotici; nell'interno la sala dove si riunivano i membri della confraternita reca tuttora affreschi di varie epoche. Preziosa è la chiesa romanica di S. Maria di Castello, menzionata nei documenti fin dal VI secolo e probabile prima pieve udinese. Rimaneggiata a più riprese (all'interno un'epigrafe sembra fare riferimento al re longobardo Liutprando, VIII sec., al quale probabilmente si deve una fase dell'edificazione della chiesa), ha fronte e campanile d'epoca rinascimentale. Sul campanile svetta un angelo segnavento in bronzo, l'"angelo del castello", diventato il simbolo della città e del Friuli. Nell'interno della chiesa di S. Maria sono particolarmente interessanti gli affreschi dell'abside di destra: Deposizione dalla croce e gruppo delle Marie (XIII sec.); nella fascia mediana Apostoli, e in quella inferiore il bel tratto di una figura in preghiera, l'Orante. Nella spianata del colle del castello sorge anche la casa della Contadinanza, edificio cinquecentesco spostato dalla primitiva collocazione e qui ricostruito nel 1931. Era la sede dell'istituto voluto dalla Serenissima per rappresentare le istanze del contado di fronte al parlamento della Patria del Friuli. Principale edificio storico di culto è il Duomo, iniziato probabilmente già alla fine del XIII secolo e consacrato nel 1335. Sull'austera facciata spicca il trecentesco portale della Redenzione, scolpito in pietra arenaria, e per questo assai deteriorato dall'età e dagli agenti atmosferici, probabilmente opera di un artista locale con buone conoscenze degli stili d'oltralpe. Colpiscono per forza espressiva le sculture del timpano, raffiguranti i temi della Redenzione (Adorazione dei pastori, Crocifissione, Agnus Dei e Risurrezione). Sul fianco sinistro del Duomo sorge l'incompiuto campanile, poggiante sul battistero trecentesco di cui rispetta l'impianto ottagonale, opera di Bartolomeo delle Cisterne (1450).

-^

Accanto si apre l'intenso portale dell'Incoronazione (1395-96), di fattura tedesca. L'interno del Duomo udinese, originariamente gotico, è stato modificato nel Cinquecento, con l'aggiunta delle cappelle laterali, e soprattutto nel Settecento, quando la potente famiglia veneziana Manin affidò a Domenico Rossi la trasformazione in stile barocco della chiesa. La Cappella del SS. Sacramento è uno dei luoghi fondamentali della presenza artistica di Giambattista Tiepolo a Udine: in alto le composizioni degli Angeli cantori (1726) sembrano sfondare la volta in una prospettiva all'infinito; sui lati della cappella i monocromi del Sacrificio di Isacco e dell'Apparizione dell'angelo ad Abramo, sopra il tabernacolo la piccola, ma sfolgorante pala della Resurrezione (1754 ca.). Completa l'arredo sacro della cappella una tela di Pomponio Amalteo, la Cacciata dei mercanti dal tempio (1535). Discendendo la navata, ancora Tiepolo con le tele dei Ss. Ermacora e Fortunato (1737) e della Trinità, nelle omonime cappelle. Nella Cappella di S. Nicolò, affrescata da Vitale da Bologna (Vita di S. Nicolò, 1348-49), sono esposte alcune tavole di grande interesse (l'Incoronazione della Vergine del Maestro dei Padiglioni; e tre di autore anonimo, ma probabilmente della cerchia di Vitale da Bologna, che raccontano la vita del beato Bertrando). Nel battistero, con notevole volta gotica, è contenuta la notevolissima arca dei Ss. Ermacora e Fortunato, il più prestigioso esempio di scultura del Trecento friulano. Detta anche arca del beato Bertrando, dal momento che nel 1350 vi fu sepolto il patriarca che solo pochi anni prima l'aveva commissionata per riporvi le reliquie dei protomartiri, l'arca reca un elaborato bassorilievo raffigurante le storie dei protomartiri, mentre in basso, a sorreggerla, sono cinque figure, quattro femminili e una maschile, dall'impeccabile purezza del tratto. L'attività udinese del Tiepolo è testimoniata anche dagli splendidi affreschi eseguiti per l'Oratorio della Purità, che si trova a lato del Duomo. Questo piccolo edificio di culto era in origine un teatro, riconvertito nel 1757 da Luca Andreoli, che lo divise su due livelli: in basso luogo di preghiera, in alto scuola di catechismo per fanciulle. Nel 1759 si affidarono le decorazioni a fresco ai Tiepolo: Giambattista dipinse nel soffitto l'Assunta, uno dei suoi capolavori, e sull'altare l'Immacolata; il figlio Giandomenico eseguì i monocromi che illustrano alle pareti episodi dell'Antico Testamento. Un altro gioiello barocco è la Cappella di S. Maria del Monte, annessa al solenne Palazzo del Monte di Pietà, costruito nel Cinquecento su progetto del Floreani e portato a compimento solo un secolo dopo. La cappella è impreziosita dai luminosi affreschi della Passione di Cristo e della Vita della Madonna di Giulio Quaglio, gli stucchi e il rivestimento in cuoio dorato e dipinto delle pareti e, all'altare, di Giovanni Comin, lo scenografico gruppo marmoreo della Pietà, opera dell'olandese Henrik Meyring (Enrico Marengo). La grandezza di Tiepolo ha un'ulteriore, splendida testimonianza nella sede vescovile qui denominata, secondo l'uso storico, Palazzo patriarcale. Il complesso fu costruito dopo l'insediamento nel castello, a inizio Cinquecento, dei luogotenenti veneziani: il corpo centrale è infatti cinquecentesco, ma la definitiva sistemazione avvenne solo a inizio Settecento durante il patriarcato di Dionisio Delfino, che affidò l'incarico a Domenico Rossi e chiamò a lavorarvi anche il giovane Giambattista Tiepolo. Nell'atrio lo scalone è coronato dalla Cacciata dal paradiso degli angeli ribelli, la prima opera che Tiepolo eseguì al suo arrivo a Udine, nel 1726. Il piano nobile del palazzo è oggi sede del Museo Diocesano d'Arte sacra, che allinea un'esemplare raccolta di sculture lignee friulane, dal XIII al XVIII secolo, alcune delle quali di altissimo impatto emotivo. Al secondo piano, oltre la magnifica Biblioteca "Delfino" (importante patrimonio di libri e codici) si aprono le sale di rappresentanza del palazzo. Si inizia con la Sala azzurra, detta anche del Baldacchino: sulla volta Scene evangeliche, riquadrate da grottesche, dipinte da Giovanni da Udine nel 1539, di ritorno da Roma dove aveva lavorato al fianco di Raffaello alle Logge vaticane.

-^

Quindi si passa alla Sala gialla, che prende il nome dai preziosi stucchi su fondo oro di gusto neoclassico, e di lì alla Sala rossa, antico tribunale ecclesiastico. A questa funzione riconduce il tema del grande e fastoso affresco nella volta, che Giambattista Tiepolo dipinse nel 1729: Il giudizio di Salomone. Ma la prova che consacrò Tiepolo tra i più grandi pittori del suo tempo e lo portò a lavorare nelle maggiori corti europee è nella Galleria degli Ospiti: sfruttando l'illusione ottica dell'architettura, il maestro veneziano esprime qui una pittura di luci e colori trasparenti. Le raffigurazioni bibliche corrispondono a un preciso progetto allegorico commissionato dal patriarca: sulla parete, a partire dal fondo, Abramo e gli angeli; al centro la grande scena di Rachele che nasconde i terafim; Sara e l'angelo; nei tre medaglioni sul soffitto Agar nel deserto, il Sacrificio di Isacco e il Sogno di Giacobbe; tra gli affreschi alla parete due chiaroscuri su fondo dorato, La lotta dell'angelo con Giacobbe e La riconciliazione tra Esaù e Giacobbe. Tra gli edifici novecenteschi di maggior interesse vi è il Palazzo municipale di Udine, opera eclettica dell'architetto friulano Raimondo D'Aronco. Alla fine di una lunga e travagliata realizzazione (1911-30), l'edificio risultò armonicamente composito, da un lato riecheggiando le forme classiche, dall'altro liberando la creatività nei moduli liberty, sottolineati dalle statue allegoriche e dal velario in ferro e vetro che copre l'atrio. Esempio eloquente delle animate, deliziose piazze udinesi è piazza Matteotti, nota dal 1278 come Forum novum e poi, a lungo, come piazza S. Giacomo o delle Erbe (in quanto sede di mercato ortofrutticolo). Chiusa da file di belle case porticate, è occupata al centro da una vasta area rialzata e lastricata in pietra, dove sorge una fontana progettata nel 1543 da Giovanni da Udine. Sul lato Ovest della piazza spicca la facciata a campaniletto della chiesa di S. Giacomo, opera del primo Cinquecento di Bernardino di Morcote. Sopra il portale un poggiolo con altare permetteva un tempo di celebrare la messa all'aperto per i venditori che lavoravano nella piazza. All'interno, nel terzo altare di sinistra è collocata la curiosa statua della Fede velata di Antonio Corradini (XVIII sec.). Adiacente a S. Giacomo, l'oratorio della Madonna del Suffragio, o Cappella delle Anime, ha facciata settecentesca coronata da balaustrata con le statue delle Virtù cardinali. Un passaggio alla sinistra di S. Giacomo conduce a un tratto delle rogge che, ancora, offrono nel centro storico scorci di affascinante bellezza. L'offerta museale cittadina ha il suo nucleo più significativo all'interno del castello. Il sistema civico museale udinese venne inaugurato nel 1865, in pieno Ottocento asburgico, secondo il modello germanico di gestione del patrimonio culturale pubblico. Dal 1906 le raccolte comunali sono ospitate nel castello. Cinque le sezioni: la Donazione Ciceri, il Museo Archeologico, la Galleria d'Arte antica, la Galleria dei Disegni e delle Stampe, il Museo Friulano della Fotografia. La Donazione Ciceri offre una rassegna di scultura lignea, espressione della religiosità popolare nell'arco alpino orientale, talvolta aperta agli influssi tedeschi e slavi; datata 1498 è una Madonna con Bambino di Martino da Tolmezzo. Il Museo Archeologico vanta una ricca collezione di materiali provenienti da Aquileia, tra i quali spiccano le ambre, importate dalle regioni del Baltico e lavorate nell'antica città portuale, e centinaia di gemme. Numerosi anche i reperti che testimoniano varie fasi preistoriche e storiche della regione e di altre zone della Penisola (manufatti italici, etruschi, magnogreci) fino all'epoca romana, altomedievale e medievale. Alle collezioni archeologiche si affianca il Gabinetto numismatico, che raccoglie 60.000 monete coniate dalla Zecca di Aquileia, in epoca romana e medievale. La Galleria d'Arte Antica copre un arco di quasi sei secoli (da inizio Trecento a metà Ottocento) e offre un panorama esaustivo dell'arte sacra e civile a Udine.

-^

Meritano un particolare cenno gli affreschi trecenteschi venuti alla luce nel 1982 al piano terra di Palazzo Manin, e ora qui conservati, che raffigurano scene ispirate alla Guerra di Troia; una bella Crocifissione datata 1468 e firmata Magister Baptista Zagrebensis, unica opera conosciuta di questo autore; la tavola di Domenico da Tolmezzo Madonna con Bambino e santi; lo straordinario olio su tela Cristo e gli strumenti della Passione di Vittore Carpaccio, datato 1496; la grande tela di Pomponio Amalteo raffigurante L'ultima cena (1574). Incerta è l'attribuzione al Caravaggio (o alla sua scuola) della tela S. Francesco riceve le stigmate; celebre è il Consilium in arena di Giambattista Tiepolo, una delle numerose e significative tracce che il pittore veneziano lasciò nella città di Udine. La Galleria dei Disegni e delle Stampe conserva migliaia di fogli di grafica antica, soprattutto opere di artisti veneti sei-settecenteschi, tra cui spiccano quelle di Giambattista Tiepolo e del figlio Giandomenico (Studio di farfalle), di Andrea Appiani e Francesco Zuccarelli. Tra le incisioni notevoli quelle di provenienza nordica (Dürer, Rembrandt, Luca di Leida) e quelle dei Carracci e del Piranesi. Di grande importanza documentaria sono le raccolte di fotografie d'autore custodite nel Museo Friulano della Fotografia, che espone inoltre alcune delle più antiche fotografie eseguite in Friuli nella seconda metà dell'Ottocento. La Casa Colombatti Cavazzini, di antica fondazione ma interamente ristrutturata negli anni Trenta del Novecento secondo canoni razionalisti, conserva all'interno un importantissimo ciclo di affreschi di Afro e Mirko Basaldella. L'opera è una geniale reinterpretazione novecentesca della tradizione pittorica veneta del Rinascimento, dal Veronese al Tintoretto: tra gli altri temi spicca la grande Mappa del Friuli, dove all'indicazione liberamente raffigurata dei luoghi geografici si associa la resa narrativa di episodi storici. Nel palazzo è collocata la Galleria d'Arte Moderna, notevolissima collezione comunale di arte contemporanea, originata dal fondo donato nel 1983 da Maria Luisa e Sante Astaldi, collezionisti e figure di spicco nell'arte e nella cultura romana del secondo dopoguerra. La Collezione Astaldi, una delle più rilevanti in Italia, offre una significativa rassegna dell'arte del Novecento italiano, tra gli anni Venti e Sessanta, attraverso le opere dei maggiori autori: Severini (Natura morta con chitarra), Sironi, Rosai (Operai), Morandi (Natura morta), Campigli (Ritratto), Arturo Martini (Chimera), Mafai, Pirandello (Passeggiata nel bosco), Guttuso, De Chirico (Cavalli con rudere), Savinio (Il protettore dei porti). Il restante patrimonio della Galleria documenta, con migliaia di pezzi, il panorama dell'arte regionale e italiana dalla fine dell'Ottocento ai giorni nostri, allineando nomi di riferimento nazionale (Gemito, Carrà, Casorati, Fontana, Vedova, Santomaso, Capogrossi) e in particolare di provenienza veneta (Ciardi, Nono, Milesi, Alberto Viani) e friulana (Davanzo, Crali, Spazzapan, Pittino, Modotto, Filipponi, Zigaina). Un'area speciale è dedicata ai fratelli udinesi Basaldella: Dino, Mirko (il modello in gesso che servì per il cancello in bronzo del mausoleo delle Fosse Ardeatine a Roma, 1950-51) e Afro (Angelica, 1964), protagonisti della stagione internazionale dell'arte figurativa. Dopo il terremoto del 1976 alcuni artisti americani, esponenti dell'action painting, della pop e della minimal art, tra cui Willem De Kooning, Roy Lichtenstein, Frank Stella, Sol LeWitt, hanno donato alla Galleria un cospicuo nucleo di opere, arricchendo ulteriormente il patrimonio cittadino di arte contemporanea.

-^

Trapani Udine: scorcio del centro

LA PROVINCIA La provincia di Udine (518.630 ab., 4.904 kmq) occupa il bacino idrografico del Tagliamento e si estende su un territorio estremamente vario che va dalle Alpi Carniche e Giulie all'anfiteatro morenico del Tagliamento. Ai piedi di queste colline è la pianura alluvionale friulana che si trasforma nella marina lagunare adriatica. La parte bassa della pianura è intensamente coltivata con notevoli produzioni cerealicola, ortofrutticola e vitivinicola. Importante è anche l'allevamento dei bovini. Oltre alle tradizionali industrie tessili, alimentari e del legno sono presenti industrie chimiche, meccaniche, metalmeccaniche, alimentari, del mobile. Altra risorsa è il turismo che si è sviluppato nei centri balneari del litorale adriatico (Lignano Sabbiadoro). Centri principali sono Cividale, Tolmezzo, Gemona, Tarcento, Codroipo, Latisana, Palmanova, Cervignano.

Pordenone

(49.72 ab.). La città di Pordenone si trova nel Friuli occidentale, al centro di un territorio a vocazione prevalentemente industriale. Basti un nome: Zanussi (oggi nel gruppo multinazionale Electrolux), che nel secondo dopoguerra fu tra i protagonisti del boom economico italiano. Nell'industria meccano-tessile è noto il marchio della Savio; importante è poi il comparto del mobile, nella zona di Prata. Non può mancare, infine, un cenno alla Fiera, luogo di incontri e aggiornamento sulla riva sinistra del Noncello. STORIA. Le fortune di Pordenone sono legate alla sua posizione sul fiume Noncello, l'antico Naone, navigabile fin da tempi antichi come prova lo sviluppo in epoca romana del porto fluviale di Torre, borgo dotato di una sua autonomia ed ora assorbito dalla città in seguito all'espansione edilizia del Novecento. Pordenone è citata nel 1192-94 come Portus Naonis; la sua importanza crebbe in quanto costituiva il porto fluviale più a Nord raggiungibile dall'Adriatico; da qui le merci proseguivano via terra verso l'Austria. La città lottò a lungo contro il patriarca di Aquileia per difendere la propria indipendenza; gli Asburgo la conquistarono nel 1278 concedendole gli statuti comunali. A costoro subentrò nel 1508 la Repubblica di Venezia che infeudò Pordenone al condottiero Bartolomeo d'Alviano e la governò rispettandone le antiche prerogative giuridiche e amministrative. Sia gli Asburgo (1291) che i veneziani (dopo il 1508) confermarono gli statuti che affidavano il governo della città a un consiglio eletto dai pordenonesi, tra i cui membri il capitano asburgico prima e il provveditore veneziano poi eleggevano il podestà. Il Noncello e le tante rogge che scorrevano in città (ormai coperte) e nei dintorni furono determinanti per avviare attività manifatturiere: già nel Sei e Settecento si registra la nascita di cartiere. Particolarmente attivo, fin dall'Ottocento, è stato il settore tessile, nel quale Pordenone divenne leader con l'insediamento di cotonifici all'avanguardia a Torre (che, prima tra le province venete, nel 1843 introdusse la filatura meccanica) e a Roraigrande. Altrettanta fortuna ebbero le ceramiche Galvani, la cui produzione, durata fino al 1980, ha diffuso il gusto per la decorazione fiorata, tipica in Friuli. Nel Novecento altri settori hanno iniziato il loro sviluppo, come l'industria degli elettrodomestici: il marchio Zanussi nacque nel 1916 per la produzione di cucine a legna e carbone. ARTE. Il Palazzo del Comune è il simbolo dell'autonomia che la cittadinanza riuscì sempre a conservare rispetto ai forti poteri esterni. Costruito tra il 1291 e il 1395, costituì il luogo di svolgimento di tutta la vita comunale; perfino le rappresentazioni teatrali erano allestite nella sala consiliare, almeno fino al 1802. L'edificio, in laterizio, è aperto al pianterreno da una loggia ad archi acuti, mentre il piano nobile è alleggerito da trifore gotiche lobate. Nel 1452, su disegno dell'Amalteo, fu aggiunto un corpo centrale aggettante di gusto rinascimentale, con una balconata a balaustra sormontata da un orologio astrologico lunare (XVI sec.). Due pinnacoli laterali si raccordano al corpo centrale tramite un profilo a doppia voluta. L'inconfondibile volto veneziano della città si rivela appieno nella sequenza di case di corso Vittorio Emanuele, asse viaria del borgo medievale; si tratta di dimore delle famiglie più illustri, non palazzi monumentali, ma che si inseriscono in modo omogeneo nel profilo della via, differenziandosi per le facciate affrescate o per i balconcini o per soluzioni decorative personalizzate. La Casa Simoni è la più antica (XIII sec.), con finestrelle gotiche trilobate che affiancano lo stemma cittadino; il Palazzo Mantica Cattaneo (XVI sec.) è ornato in facciata con affreschi di soggetto mitologico attribuiti al Pordenone; del Palazzo Montereale Mantica (XVIII sec.) sono soprattutto notevoli i fastosi e raffinati interni barocchi. Un tempo, con il nome di Contrada maggiore, il corso Vittorio Emanuele congiungeva le due porte cittadine principali: la Porta de soto (o Furlana) e la Porta de sora (Trevisana), che furono abbattute nell'Ottocento. Nel luogo dove si trovava la Porta de soto prospettano gli edifici più antichi della città e sorge nei pressi anche il Duomo. Avviato alla metà del Duecento, l'edificio subì nel Settecento radicali modificazioni, con la sopraelevazione della navata e l'apertura delle cappelle laterali. Sulla facciata incompiuta spicca il portale di Giovanni Antonio Pilacorte (1511), con delicati motivi naturalistici e segni zodiacali, mentre sui plinti sono scene della Creazione, nella lunetta Cristo, ai lati due angeli e al centro S. Marco. Separato dalla chiesa e monumento a sé per bellezza e armonia, è il campanile (1291-1347), terminante con una cuspide seicentesca; agile e slanciato nella struttura, riporta al gusto decorativo romanico-gotico, con le eleganti trifore e gli archetti pensili in cotto. Nell'interno del Duomo, ad aula unica, è custodita la pala della Misericordia (1515-16), capolavoro di Giovanni Antonio de Sacchis (1484 ca. - 1539), detto il Pordenone dal nome della città natale; egli risolve con padronanza e armonia la raffigurazione contemporanea di S. Cristoforo e della Sacra Famiglia con il committente e i suoi familiari, sullo sfondo di un paesaggio risolto alla maniera tonale veneta. Sul pilastro ottagonale del presbiterio ancora il Pordenone ha affrescato S. Rocco (nel quale si riconosce l'autoritratto) e S. Erasmo (entrambi sono del secondo decennio del Cinquecento), e una Madonna col Bambino (1506). Sull'altare maggiore è collocata la pala di S. Marco, opera tarda e incompiuta del Pordenone (1533-35 ca.). Oltre l'arcone presbiteriale si apre la Cappella Montereale Mantica, interamente affrescata dal Calderari con le Storie della Vergine e di Cristo (1554); all'altare la pala di Pomponio Amalteo della Fuga in Egitto (1565). Ancora al Calderari si devono gli affreschi (1540-45 ca.) che rivestono interamente l'abside della chiesa della SS. Trinità, esternamente a pianta ottagonale, circolare all'interno. La chiesa di S. Maria degli Angeli o del Cristo, con l'annesso ospedale, fu voluta dalla confraternita dei Battuti, che nella piazzetta antistante inscenava sacre rappresentazioni. Il portale maggiore è una raffinata opera della scuola del Pilacorte (1510). All'interno le opere di maggior rilievo sono i trecenteschi affreschi delle Storie della Vergine. Sono stati rinvenuti affreschi (XV sec.) anche nell'ex chiesa di S. Francesco (XV sec.), ora destinata a sede di eventi culturali. L'interessante Museo Civico è situato in Palazzo Ricchieri, appartenente da sempre alla famiglia Ricchieri, i cui esponenti furono più volte podestà, ma anche letterati e filantropi. Concepito all'origine come casa torre, fra XIV e XV secolo il palazzo assunse le forme della tipica casa fondaco veneziana. All'interno l'ampio scalone a rampe affiancate conduce alle sale nelle quali si conservano soffitti lignei a cassettoni e alcune decorazioni ad affresco originarie del Trecento con scene di vita medievale. Il palazzo, donato nel 1949 da Lucio Ernesto Ricchieri al Comune, dal 1912 è sede del Museo civico d'Arte, che ha preso avvio dal nucleo di dipinti che il pittore Michelangelo Grigoletti aveva lasciato alla città nel 1810. Ben rappresentata è l'arte dell'Ottocento friulano con la potente ritrattistica di Grigoletti (Ritratto dei due nipoti e Ritratto dei genitori) e del goriziano Giuseppe Tominz (Ritratto di anziana gentildonna). Di gran qualità alcune opere cinquecentesche: del Pordenone sono la pala con S. Gottardo tra i Ss. Sebastiano e Rocco (1525-26), in cui i personaggi si ergono monumentali in una prospettiva illusoria, mentre due angioletti musicanti creano un movimento diagonale; le portelle del fonte battesimale del Duomo e l'affresco del Ballo campestre; di Gian Gerolamo Savoldo la semplice ed elegante Annunciazione (1538 ca.). Di grande interesse la sezione di scultura lignea policroma, con opere dal XII al XVII secolo: una Madonna col Bambino di area veronese (fine del XII sec.), un Crocifisso di scuola toscana, una Madonna col Bambino di Andrea Bellunello (XV sec.) e un altare dorato e dipinto proveniente dalla chiesa dei Battuti di Valeriano, eseguito nel 1508 da Giovanni e Domenico Mioni da Tolmezzo. Di grande interesse è il Tesoro del Duomo, che costituisce una tra le più importanti raccolte di oreficeria gotica della regione. La sezione di arte moderna e contemporanea, grazie a un'incessante attività di acquisizioni (fondamentale l'acquisto nel 2001 della Collezione Ruini), si compone di oltre 700 pezzi, tra i quali si segnalano opere di Guttuso, Campigli, Zigaina, Sironi, Fiume, De Pisis, Fontana, Savinio, Scialoja, Basaldella, Cagli. Interventi architettonici di segno contemporaneo sul volto della città sono il Centro direzionale (1977-82) progettato da Gino Valle, e la chiesa del Beato Odorico. Progettata da Mario Botta nel 1991, la chiesa è un riuscito esempio di rivisitazione in chiave moderna di materiali (laterizio) e strutture della tradizione (quadriportico colonnato). Il cono, che già dall'esterno incuriosisce, all'interno definisce uno spazio circolare che volutamente non fornisce punti di riferimento. L'antico borgo di Torre, porto sul Noncello sin dal I secolo, si è rivelata una zona ricca di reperti d'età romana e di tracce di edifici anch'essi romani. Qui sorge il duecentesco castello, affidato nel 1391 ai conti Ragogna; con la conquista veneziana perse il suo valore strategico e divenne fastosa residenza nobiliare. Qui è custodita una cinquecentesca Annunciazione attribuita a Gianfrancesco da Tolmezzo. Nelle sale del castello è allestito il Museo Archeologico del Friuli occidentale; la sezione preistorica illustra i luoghi più antichi del Piancavallo e del Bus de la Lum, i siti neolitici e dell'Età del Rame della destra Tagliamento, le strutture dei castellieri dell'Età del Ferro. L'epoca romana è rappresentata dai materiali ritrovati in alcune necropoli e dai manufatti di una villa rustica scavata dietro la parrocchiale di Torre. Altri reperti funerari sono d'epoca tardoromana e altomedievale. La ricostruzione di una bottega artigianale e di una mensa valorizza preziosi manufatti ceramici tre-quattrocenteschi rinvenuti a Pordenone. Un'altra sezione è dedicata alle vicende costruttive del castello. La chiesa parrocchiale dei Ss. Ilario e Taziano, sorta sulla pieve paleocristiana dedicata ai martiri aquileiesi, conserva la grande pala d'altare della Madonna in trono col Bambino fra i Ss. Ilario, Taziano, Antonio Abate e Giovanni Battista, opera del Pordenone (1519-21).

Trapani Veduta aerea di Pordenone

-^

LA PROVINCIA. La provincia di cui Pordenone è capoluogo (278.379 ab. 2.273 kmq) occupa il territorio alla destra del Tagliamento (Friuli Occidentale) che comprende la zona che dalle Prealpi Carniche scende verso la bassa pianura friulana. Ancora praticata l'agricoltura (mais, uva, frutta, foraggi), ma è soprattutto sviluppata l'industria, che qui annovera il maggior numero di aziende della regione. Tuttavia, prima che questa vocazione imprenditoriale si dispiegasse appieno nel secondo dopoguerra, il territorio della provincia è stato soggetto a flussi migratori definitivi oppure stagionali, come nel caso degli stagnini della val Tramontina, degli scalpellini di Meduno o di Aviano, degli artigiani del legno della Valcellina o dei cultori di quella particolare arte dell'ospitalità e della cucina provenienti dalla zona di Polcenigo. Tutte attività che oggi vengono valorizzate sul posto, anche grazie al turismo, che scopre nelle vallate delle Prealpi Carniche un ambiente montano di grande bellezza. Fra i centri principali della provincia ricordiamo Spilimbergo, Sacile, Aviano, Cordenons, Maniago, Porcia, San Vito al Tagliamento.

Trapani Visita virtuale all'interno della centrale del Malnisio, a Montereale Valcellina, Pordenone (navigazione virtuale in 2 ambienti)

Gorizia

(37.221 ab.). La città di Gorizia è situata in una conca fra i monti, dove la confluenza dei fiumi Isonzo e Vipacco apre un "valico assai largo e agevole, di facilissimo transito", secondo la descrizione che ne fece Paolo Diacono alla fine dell'VIII secolo. Città storicamente di frontiera, dal 1947 ebbe il confine con la ex Jugoslavia letteralmente ai piedi del suo centro storico. Gorizia è stata punto d'incontro e scontro fra popoli e culture; il suo fascino malinconico le deriva dalle tracce di un passato illustre, quello del grande Impero asburgico, tramontato da tempo ma nostalgicamente vagheggiato. Le piccole dimensioni e la posizione defilata della città non hanno certo aiutato l'economia, ma hanno però scongiurato uno sviluppo urbano incontrollato. STORIA. Gorizia viene citata quale "villa che nel linguaggio degli slavi è chiamata Goriza" in un diploma del 1001, con il quale l'imperatore Ottone III concede al patriarca d'Aquileia la giurisdizione di molte città friulane. Fatto di grande importanza per la sua storia fu la costituzione della contea di Gorizia. L'origine di tale contea si deve ad un atto del patriarca, che infeudò questa porzione di territorio all'"avvocato della chiesa", cioè il potente signore che si assumeva il compito di proteggere, difendere in giudizio e sostituire il patriarca nelle funzioni incompatibili con il carattere sacerdotale. L'ascesa medievale di Gorizia iniziò quando essa fu affidata dal patriarca alla famiglia dei conti di Lurn e della valle Pusteria (1125 ca.). Da allora, acquisendo vasti possessi nella regione ed oltralpe e controllando gli accessi alla Penisola, i conti di Gorizia accrebbero sempre più la loro influenza politica ed economica, tanto da entrare più volte in aspro conflitto con il patriarcato per l'egemonia sull'intera regione. Crocevia dei traffici commerciali con l'Europa centro-orientale, Gorizia si era venuta ingrandendo tra il XIII e il XIV secolo rispetto al primitivo nucleo attorno al castello, tanto che nel 1307 aveva avuto diritti cittadini, l'esenzione da dazi ed altri privilegi. La caduta del potere temporale del patriarcato (1420) ebbe ripercussioni anche sulla contea di Gorizia: il conte dovette ricevere l'investitura dei feudi dalle mani del doge di Venezia, riconoscendosi così vassallo della Serenissima. Con l'estinzione della casata goriziana, nei primi anni del Cinquecento, la città passò all'Austria, rimanendo però una città linguisticamente e culturalmente italiana. L'apertura di un collegamento ferroviario, nella seconda metà dell'Ottocento, trasformò Gorizia da sperduto avamposto dell'Impero asburgico ad apprezzata località climatica per la borghesia e la nobiltà austro-ungariche, tanto da farle meritare l'appellativo di "Nizza austriaca". Questa nuova consistente crescita si interruppe con i tragici fatti della prima guerra mondiale: la città fu uno dei costanti obiettivi delle truppe italiane che, con un'estenuante guerra di posizione segnata dalle battaglie dell'Isonzo (1915-17), la conquistarono definitivamente nel 1918. Ricostruita durante il Fascismo, al termine della seconda guerra mondiale Gorizia ebbe altre gravissime difficoltà: perduti i nove decimi del suo territorio, si trovò a convivere con la "cortina di ferro" che separava i blocchi comunista e occidentale. Dal 1948 si sviluppò oltre confine la città slovena di Nova Gorica. Dopo l'indipendenza slovena (1991), e ancor più con l'ingresso della neonata repubblica nella UE (2004), le prospettive sono radicalmente cambiate e Nova Gorica ha imboccato con decisione la strada di un'economia rivolta al turismo, che promette di valorizzare le bellezze naturali del territorio (l'alta valle dell'Isonzo, l'altopiano della Bainsizza, il Collio sloveno, la selva di Tarnova). Intanto continuano ad attirare l'attenzione due cospicue tracce del passato: la chiesa della Beata Vergine della Castagnavizza (Kastanjevica), che custodisce nella cripta le tombe dei Borboni francesi (l'ultimo re di Francia, Carlo X, morì in esilio a Gorizia nel 1836); la stazione della Transalpina (1906), edificio in stile secessione sulla linea ferroviaria che dall'inizio del Novecento univa Trieste all'Austria. ARTE. Il centro storico della città è dominato dal castello medievale, per secoli simbolo del potere. Gravemente danneggiato durante la prima guerra mondiale, è stato oggetto di una ricostruzione terminata solo nel 1938. Per accedere all'ingresso del corpo centrale si deve varcare la cortina di mura attraverso la porta sormontata da un Leone veneto (attribuito a Giovanni da Campione). Apparentemente integro, l'edificio risulta in realtà dall'accorpamento di strutture d'epoche diverse; sono rimasti intatti il duecentesco Palazzo dei Conti - dove, al piano terra sono state ricostruite la mensa e la cucina - e, sull'altro lato, il quattrocentesco Palazzo degli Stati provinciali, il cosiddetto Palazzetto veneto e il loggiato (secoli XVII-XVIII).

-^

Nel Palazzo degli Stati provinciali è stata allestita la Sala dei Cavalieri, ridotta a prigione nel Seicento, di cui restano il corridoio e una cella, la cosiddetta "camera della tortura". Al primo piano si trovano la Sala del Conte, illuminata da bifore, con pregevoli cassoni (secoli XV-XVI) e notevole soffitto ligneo, il Salone degli Stati provinciali, la Sala della Musica, con copie di strumenti medievali. Al secondo piano si apre la cappella con soffitto ligneo a carena poggiante su barbacani; ai lati dell'altare, frammenti d'affresco attribuito alla scuola del Pordenone. Gli ambienti del castello ospitano copie di armi in uso tra XIII e XVI secolo; all'esterno si possono osservare riproduzioni di macchine da guerra. Al borgo antico della città, detto Borgo Castello, si accede attraverso la Porta Leopoldina, una porta in pietra che si apre nelle mura erette dal XV al XVIII secolo. La porta venne costruita in occasione della visita dell'imperatore Leopoldo I (1660), come ricorda la lapide posta a lato dell'aquila bicipite che sormonta l'arco maggiore. Il borgo rivela in parte ancora l'antica struttura, con le case allineate lungo la via principale, accostate e molto allungate sul retro. Da notare la Casa Rassauer (Raschawer), di stile tardo-gotico con elementi stilistici veneti (1475). Nei pressi sorge la chiesa di S. Spirito, costruita tra 1398 e 1414 e restaurata nel 1988. Di particolare interesse è la commistione tra elementi architettonici veneti - la facciata con piccolo campanile a vela, finestre verticali e rosoncino - e l'architettura nordica, che si rivela nella pianta a navata unica, con tre absidi poligonali sulla parete laterale, nonché nello schema della volta dell'abside centrale. La facciata reca un protiro pensile, con volta a crociera e mensola decorata da sculture raffiguranti il donatore, Michele Rabatta, e la sua sposa. Nel Borgo Castello, presso le cinquecentesche Case Dornberg e Tasso, sono sistemati i Musei Provinciali di Borgo Castello. Il Museo della Grande Guerra comprende nove sale, con ricostruzione dei ristretti spazi delle trincee, testimonianze fotografiche della città di Gorizia e del vissuto quotidiano di soldati e civili. Al pianterreno della Casa Tasso tre sale ospitano la Collezione archeologica, che documenta le vicende del Goriziano dalla preistoria all'età rinascimentale. Al primo piano il Museo della Moda e delle Arti applicate comprende alcune sezioni dedicate alla lavorazione della seta, in cui spicca un grande torcitoio circolare da seta settecentesco. Sono documentate le attività artigiane legate all'abbigliamento: la sartoria, la fabbricazione di calzature, cappelli, merletti. Le collezioni di abiti e accessori spaziano dal Settecento al Novecento. Una sezione è dedicata a ferri battuti, ceramiche e vetri. Ulteriori allestimenti sulle tradizioni popolari, la cultura e la società locali si trovano nel seminterrato della Casa Formentini (ricostruzioni di ambienti domestici e di botteghe artigiane). Il Duomo di Gorizia, dedicato ai martiri Ilario e Taziano, patroni della città, deriva dall'accorpamento delle chiese di S. Ilario, citata per la prima volta nel 1342, e di S. Acazio, menzionata nel Quattrocento. All'interno, il coro a due campate è quello dell'originaria chiesa gotica di S. Ilario. In fondo alla navata destra, la Cappella di S. Acazio ha conservato una campata della struttura originaria, offrendo un bell'esempio di linguaggio gotico in pittura ed architettura: entro la volta suddivisa da costoloni in spicchi e rombi sono dipinti angeli musicanti, cherubini e, al centro della crociera, i simboli dei quattro evangelisti (XV sec.). Tra XVI e XVIII secolo Gorizia fu abbellita da chiese e dimore signorili: i migliori esempi della città barocca sono la chiesa di S. Ignazio, il Palazzo Attems Petzenstein, via Ascoli con la sinagoga, il Palazzo Coronini Cronberg. La chiesa di S. Ignazio è uno dei monumenti più significativi dell'arte barocca nel Goriziano. I lavori di costruzione iniziati nel 1654 si protrassero per circa un secolo. Imponente la facciata tra i due caratteristici campanili a bulbo, con una complessa ornamentazione marmorea. Il maestoso interno presenta un'unica navata con volta a botte. Nelle pareti laterali, alleggerite dal matroneo balaustrato, si aprono sei cappelle. Si è conservato quasi intatto l'arredo barocco, con altari marmorei a colonne.

-^

L'altare maggiore, opera del veneziano Pasquale Lazzaroni, reca statue di santi in marmo bianco. Il pulpito, con statue, decorazioni di rame dorato e scudo in lapislazzuli, è del 1750. Di ottima fattura i banchi, i confessionali e i tre armadi delle sacrestie, di cui il maggiore decorato a tarsie (secoli XVII-XVIII). Il Palazzo Attems Petzenstein fu edificato fra il 1733 e il 1745 per Sigismondo d'Attems, su progetto di Nicolò Pacassi. Nel palazzo si riconoscono elementi dell'architettura veneziana del Settecento (serliana centrale con balconcino, portale con pietre lisce e bugnate, coronamento delle finestre con timpano spezzato e busto al centro) accanto ad altri che rivelano l'apporto francese e austriaco (alte paraste doriche, decoro semplice e scarso rilievo di lesene e bugnato). All'interno i soffitti di quattro stanze presentano decorazioni in stucco. Su quello del salone centrale è collocata la tela raffigurante Gli dei dell'Olimpo, realizzata da Antonio Paroli presumibilmente nel 1744, quando Sigismondo d'Attems fondò l'Accademia dei Filomeleti; il soggetto del dipinto è ripreso dalle statue che coronano la facciata. Il palazzo accoglie la pinacoteca dei Musei provinciali, che comprende in particolare esempi della pittura veneta del Settecento, anche se non mancano opere più antiche, con dipinti di Gian Bettino Cignaroli, Francesco Pavona, Francesco Fontebasso e Marco Ricci; l'ambito locale è rappresentato da opere di Antonio Paroli e Johann Michael Lichtenreiter; l'Ottocento soprattutto da Giuseppe Tominz, ritrattista della borghesia triestina e goriziana. In via Ascoli si trovava il ghetto ebraico, istituito nel 1696 su decreto dell'imperatore Leopoldo I e abolito nel 1812. Residenti a Gorizia dalla fine del Duecento, gli ebrei furono elemento propulsore dell'economia locale e, di fatto, non vennero mai confinati nel ghetto. Nella notte del 23 novembre 1943 furono arrestati e deportati ad Auschwitz. Lungo la via si trovano alcune case, strette le une alle altre, con ricchi portoni e terrazzini dai parapetti in pietra o in ferro battuto; si nota la neoclassica casa d'abitazione del filologo e linguista Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907). La sinagoga, costruita nel 1756 e caduta in disuso dopo lo sterminio della comunità ebraica cittadina, è stata restaurata nel 1984. Immutato l'aspetto settecentesco della sala, con bel matroneo e tabernacolo sorretto da colonne tortili di marmo nero. Al pianterreno è allestito il Museo Gerusalemme sull'Isonzo (1998), che illustra la storia della comunità goriziana e dei suoi protagonisti, dal linguista Graziadio Isaia Ascoli (1829-1907) al pittore Vittorio Bolaffio (1883-1931), al filosofo e scrittore Carlo Michelstaedter (1887-1910). Il Palazzo Coronini Cronberg offre una trentina di sale con gli arredi originali dell'Ottocento e numerose collezioni: dipinti dal XVI al XX secolo, disegni, stampe, gioielli, orologi, abiti d'epoca, pizzi e tessuti antichi, argenti, porcellane. A questi oggetti si aggiungono, depositati presso l'Archivio di Stato, documenti dal XIII secolo e oltre 16.000 volumi, con incunaboli, cinquecentine e manoscritti: è il patrimonio che la famiglia Coronini Cronberg ha lasciato nel 1990 alla fondazione che gestisce la splendida dimora. Circonda il palazzo un parco all'inglese di circa cinque ettari, con varie essenze arboree, statue e architetture da giardino. Corso Verdi e corso Italia sono le arterie lungo le quali si sviluppò la "Nizza austriaca" di fine Ottocento, con palazzi e una serie di ville opera di progettisti di origine per lo più locale. Il Trgovski Dom, detto anche Casa del Commercio, fu costruito tra 1903 e 1905 su progetto di Max Fabiani, architetto di origini slovene ed esponente del razionalismo viennese. Il palazzo ospitava ambienti commerciali e uffici, organizzati intorno a una serie di cortili interni. Esso divenne espressione della presenza degli sloveni in città e della loro ascesa basata sull'organizzazione di credito rurale, attività cooperative e capitale bancario. Fu incendiato, requisito e quindi adibito a Casa del Fascio (1927). Su Corso Italia si affacciano numerosi edifici ad angolo, per esempio il Palazzo De Claricini (1872-73). Procedendo si incontra l'ottocentesco palazzo che ora ospita la Provincia: fu costruito nel 1873 dalla Società edilizia austriaca per i Luoghi di Cura, onde dotare la città di una struttura necessaria al suo decollo turistico.

-^

LA PROVINCIA. La provincia di Gorizia (137.909 ab., 466 kmq) comprende l'estremo lembo orientale della valle dell'Isonzo e si affaccia sul Mare Adriatico. Il settore industriale ha il suo fulcro nei cantieri navali di Monfalcone, il turismo balneare nel litorale di Grado. Il Collio goriziano è una rinomatissima zona di produzione vitivinicola. Molte le aziende agricole e agrituristiche che vendono direttamente al pubblico i loro prodotti. Sul Collio si segnala inoltre una tipologia insediativa rurale, chiamata centa, a carattere difensivo. Era costituita da un insieme circolare di case, con in mezzo una chiesa, il cui campanile serviva da torre d'avvistamento, e un magazzino per la conservazione dei viveri (canipa). Le case potevano anche disporsi secondo più ordini, ciascuna separata dall'altra da una strada interna. La struttura era spesso completata da un fossato. Nell'Isontino sono state individuate cente a San Pier d'Isonzo, Villesse, Romans d'Isonzo, Mariano del Friuli, Farra d'Isonzo, Mossa, Capriva del Friuli, Cormòns. Centri principali della provincia di Gorizia sono Monfalcone, Grado, Cormons, Gradisca d'Isonzo, Ronchi dei Legionari.

Trapani Gorizia: la chiesa di S. Spirito e il castello

LA GROTTA GIGANTE

Circa 13 km a Nord di Trieste, sulla strada per Prosecco, ai margini di Borgo Grotta (Briscike) si apre la più grande cavità naturale conosciuta. è la celebre Grotta Gigante, profonda 160 m, con uno sviluppo in lunghezza di 380 m e dotata di una attrezzatura che consente la visita ai turisti. Dalla vasta sala sotterranea (o ipogea) cui si accede tramite una scala inizia un agevole percorso guidato che per circa un'ora conduce alla scoperta, davvero emozionante, di questo grandioso sistema di grotte e gallerie. Si tratta di uno spettacolo unico, reso ancor più suggestivo dalla presenza di una adeguata illuminazione che sottolinea le numerose e splendide formazioni cristalline e fa emergere dalla profonda oscurità un mondo fantasmagorico di smisurati ricami di pietra. Pinnacoli giganteschi (il Candelabro), colonne e torri, cascate pietrificate, cortine di alabastro translucido, pilastri formati dall'unione di stalattiti e stalagmiti sono solo alcune tra le fantastiche forme che ornano la Grotta Gigante, prodotte dal lento ma costante depositarsi del carbonato di calcio abbandonato all'interno della cavità dalle acque calcaree. All'ingresso della grotta si trova un interessante museo dedicato alla speleologia (dal greco spélaion: spelonca, caverna), cioè allo studio e all'esplorazione delle cavità naturali che ha qui tratto un impulso fondamentale dalla particolare morfologia carsica di una terra tanto selvaggia quanto affascinante.

L'IRREDENTISMO

All'indomani dell'Unità d'Italia, dopo la guerra del 1866, restavano sotto il dominio asburgico la Venezia Giulia, il Trentino e l'Alto Adige. Per riunire queste regioni alla madrepatria si diffuse prima in Italia e più tardi nei territori interessati un movimento antiaustriaco che venne chiamato irredentista dal termine "irredentismo" coniato da M.R. Imbriani nel 1877. Vi aderirono soprattutto garibaldini, democratici e repubblicani delusi dal modo in cui si era concluso il Risorgimento. Verso la fine del XIX sec., dopo la conclusione della Triplice Alleanza, il governo italiano e quello austro-ungarico tentarono di reprimere violentemente il movimento irredentista (impiccagione di G. Oberdan nel 1882, scioglimento dei circoli e delle associazioni irredentiste durante il ministero Crispi, 1888-1891) che, però, dopo un breve periodo di stasi, si riprese anche in seguito al logoramento dei rapporti italo-austriaci e al clima di tensione che regnava in Europa all'inizio del 1900. Inoltre aveva trovato nuovi sostenitori in quei settori dell'economia che miravano all'egemonia italiana sull'Adriatico. Allo scoppio della prima guerra mondiale, gli irredentisti sostennero accanitamente l'intervento in guerra dell'Italia e lottarono per la ridefinizione dei confini italiani.

L'ISONZO

Il fiume Isonzo (136 km), il cui bacino comprende gran parte delle Prealpi Giulie e degli altipiani del Carso, nasce in Val Trenta (in territorio jugoslavo) vicino al Monte Ialluz e, dopo aver attraversato la pianura friulana, sfocia nel mare Adriatico con un ampio delta. Questo fiume, condiviso da Italia e Jugoslavia, è sempre stato molto importante dal punto di vista militare e strategico poiché è una delle principali vie d'accesso alla pianura veneta. Fu infatti luogo di battaglie fin dal 489 quando il re degli Ostrogoti Teodorico sconfisse l'esercito di Odoacre ed entrò in Italia, ma è ricordato soprattutto per le battaglie della prima guerra mondiale durante la quale, lungo il fiume o nelle sue vicinanze, ebbero luogo dodici scontri fra l'esercito italiano e quello degli Imperi centrali. Scopo delle offensive italiane era la conquista di Trieste e di Lubiana, mentre gli avversari volevano invadere prima la pianura veneta e poi quella padana. Le undici offensive italiane ebbero come risultato la conquista di Gorizia (9 ottobre 1916) e dell'altopiano della Bainsizza (dal 18 agosto al 12 settembre 1917). L'unica offensiva lanciata dalle truppe austro-tedesche (dal 24 ottobre al 9 novembre 1917) si concluse con la conquista di Caporetto e la disfatta del fronte italiano che ripiegò sul Tagliamento per retrocedere poi fino al Piave. Da qui l'anno dopo l'esercito italiano iniziò la battaglia che, conclusasi vittoriosamente a Vittorio Veneto (dal 23 al 30 ottobre 1918), segnò il crollo definitivo delle truppe austro-ungariche.

-^

PICCOLO LESSICO

Arianesimo

Eresia diffusasi a partire dal IV secolo per la predicazione del prete africano Ario, che negava la natura e gli attributi divini di Cristo. Condannato dal concilio di Nicea (325), l'Arianesimo continuò però a diffondersi, almeno fino all'editto di Teodosio (380) che ripristinava l'ortodossia.

Autonomia regionale

Le regioni nella Costituzione sono 20 (Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna). Di queste, cinque (Sicilia, Sardegna, Trentino-Alto Adige, Valle d'Aosta e Friuli-Venezia Giulia) hanno, per esigenze particolari, un'autonomia più accentuata, sancita da statuti speciali. L'autonomia della regione si manifesta in primo luogo attraverso il potere, che questa ha, di darsi con lo statuto una propria organizzazione. Ma già qui si manifesta il carattere non originario dell'autonomia regionale: è la Costituzione, infatti, che determina quali sono gli organi fondamentali della regione (il consiglio regionale, la giunta e il suo presidente) e ne fissa le funzioni. E anche lo statuto, deliberato dal consiglio regionale e approvato con legge dello Stato, deve essere in armonia con la Costituzione e le leggi statali.

Barena

Rilievo del fondale lagunare, emergente dall'acqua e di costituzione argilloso-sabbiosa.

Calcare

è la più importante pietra da costruzione ed anche la più diffusa, costituita chimicamente di carbonato di calcio, e di varie sostanze come argilla, silice, carbonato di magnesio, carbonio e ossido di ferro. I caratteri fisici del calcare variano a seconda della struttura; vi sono calcari cristallini, teneri e terrosi. Nei calcari si comprendono: i marmi (bianchi, colorati, artificiali), i calcari ordinari (pietre calcaree dure e tenere) e calcari diversi (alabastro, pietra litografica, creta ecc.)

Carsismo

Attività chimica dell'acqua su rocce solubili. Il carsismo dà origine, sulle rocce calcaree e gessose, a fenomeni appariscenti quali: solchi, carreggiate, doline e grotte.

Carso

Termine con il quale vengono indicate regioni di media montagna caratterizzate dalla presenza di calcare cristallino su cui si esercita l'azione chimica delle acque di dilavamento. In queste regioni non si verifica la presenza di idrografia superficiale, bensì è comune ad esse un'idrografia sotterranea alimentata dalle acque piovane. Queste ultime vengono assorbite dalle fessure superficiali che si trovano al fondo delle depressioni in cui si viene ad accumulare il residuo di disfacimento del calcare. Con il nome di Carso si indica la regione che comprende la Selva di Tarnova, la conca di Gorizia, l'Isonzo e l'Idria. In questa regione affiorano i calcari del Triassico, del Giurassico e del Cretacico; la zona viene divisa in due parti dal solco carsico di Chiapovano, antico corso del fiume Isonzo, fra il fiume Idria e il Gargaro: l'altipiano della Bainsizza e la Selva di Tarnova. Il primo si eleva oltre i 500 m ed è ricco di doline e di terra rossa. La Selva di Tarnova ha un'altitudine media superiore ai mille metri ed è caratterizzata dalla presenza di faggi ed abeti e da un'economia quasi esclusivamente forestale. Altra regione carsica è il Carso proprio che si estende dal corso del Timavo superiore, lungo la sella di Clana, il fiume Recina e il corso del Vipacco, giungendo sino al Golfo di Trieste. Questa regione rappresenta il secondo gradino delle pieghe occidentali carsiche e sui suoi fianchi si rintracciano calcari nummulitici dell'Eocene. Il calcare di questa zona è estremamente più fessurizzato che nelle altre e la sua superficie è particolarmente brulla e caratterizzata dalla presenza di antichi corsi d'acqua abbandonati. Anche nel Carso proprio abbondano le grotte; ricordiamo l'abisso Bertarelli, l'abisso Federico e la Grotta di Trebiciano nei pressi di Trieste. La zona è inoltre ricca di un'abbondante idrografia sotterranea che dà luogo al risorgere delle acque nei pressi del mare. Nelle regioni carsiche la pioggia raggiunge valori relativamente elevati, con massimi in ottobre e minimi in febbraio. La flora consiste in una steppa di erbe xerofile; in queste regioni vengono a contatto la flora mediterranea, quella pannonica e quella dell'Europa centrale con presenza di boschi di faggio e di abete.

-^

-^

Centa

Struttura difensiva rurale presente in Friuli e, con altre denominazioni, anche nelle alte regioni dell'Italia settentrionale. Era costituita da una schiera continua e circolare di edifici, disposti anche secondo più ordini, separati da stradine interne. Il campanile della chiesa, costruita in posizione elevata, serviva da torre d'avvistamento. La struttura era spesso completata da un fossato.

Dolina

Dal termine sloveno dolina, derivato da dol: valle. Concavità di grandezza variabile, sino a qualche centinaio di metri, comune nelle regioni carsiche. Le doline si sono formate per dissoluzione della roccia calcarea adopera di acque superficiali o per il cedimento di masse rocciose in seguito alla dissoluzione ed asportazione sotterranea di materiale calcareo ad opera di acque circolanti. Le doline si classificano in: doline a piatto, a scodella, a ciotola, ad imbuto, a calice, a pozzo, a seconda della forma. In Italia si trovano doline sull'Appennino (dette anticrateri) ed in Puglia (dette grave). Notevoli sono le doline in Istria ed in Dalmazia.

Fara

Piccolo insediamento longobardo posto sotto il comando di un arimanno. Costituiva la cellula del ducato.

Giacimento alluvionale

Detto in geologia anche alluvionamento, è un deposito di materiale operato dai corsi d'acqua quando la velocità della corrente diminuisce. Il meccanismo dei giacimenti alluvionali è il seguente: l'acqua piovana, cadendo sulla superficie terrestre, scivola lungo i pendii e porta con sé i detriti di falda che si accumulano in masse non stratificate, ad elementi irregolari, a causa della brevità del percorso; ma le acque correnti (torrenti e fiumi) portano con sé elementi detritici la cui grossezza dipende dalla massa d'acqua e dalla sua velocità. Quando il letto del corso d'acqua si allarga o ne diminuisce la pendenza, la velocità decresce, e si abbassa di conseguenza la dimensione del materiale trasportabile. In tal caso i detriti di massa e di peso superiori a tale valore vengono depositati sul fondo. Il primo risultato è dunque una selezione del materiale che diminuisce di dimensione scendendo da monte a valle. E poiché la corrente è sempre più veloce nella parte alta del corso d'acqua avremo, in questa zona, un'azione di erosione e di trasporto di materiale; nella parte bassa, invece, dove la corrente è meno veloce, avremo azione di sedimentazione.

Golena

Area compresa entro gli argini di un fiume, invasa dall'acqua durante i periodi di piena.

Ladino

Gruppo di dialetti derivato dal latino, detto anche retoromanzo. Il ladino comprende tre zone separate da aree linguistiche tedesche e venete: i dialetti friulani; i dialetti dolomitici, parlati nella Val di Fassa, in Val Badia, nell'Ampezzano e in Val Gardena; i dialetti grigioni, distinti in romanci e engadinesi, parlati nella Svizzera e dal 1937 dichiarati quarta lingua nazionale svizzera.

Morfologia

In genere, studio sistematico delle forme. Nella geografia fisica con questo termine si indica lo studio delle forme della superficie terrestre, dei loro caratteri, della loro distribuzione ed origine. Da quest'ultimo punto di vista la geografia fisica si ricollega alla geologia nella geomorfologia.

Risorgiva

Sorgente alimentata da un falda freatica che affiora in pianura.

Sismologia

Scienza che, servendosi dei sismogrammi, studia le vibrazioni della crosta terrestre ed il loro percorso nell'interno del globo. La sismologia oggi è uno strumento per lo studio dell'interno della Terra e particolarmente del sottosuolo specialmente per quanto concerne le condizioni di pressione e di temperatura nei vari strati della crosta terrestre.

Speleologia

Scienza che si occupa dello studio genetico, morfologico, morfometrico, biologico, fisico e meteorologico dei diversi tipi di caverne naturali, nonché dello studio geologico e paleontologico dei materiali di riempimento eventualmente esistenti in esse. Sorta (fine del XVIII sec.) inizialmente come branca della geografia fisica, il suo campo di ricerche si è gradatamente esteso, tanto che oggi la speleologia può considerarsi una scienza autonoma.

Velma

Zona lagunare paludosa che resta scoperta durante la bassa marea.

Vesperbild

Immagine della Pietà per le meditazioni serali, tipica della religiosità nordica.

-^

PERSONAGGI CELEBRI

Graziadio Isaia Ascoli

Linguista (Gorizia 1829 - Milano 1907). Introdusse in Italia il metodo della grammatica comparativa. Nei suoi scritti mise in luce il nesso tra lingua e vita civile. Fondò l'"Archivio Glottologico Italiano".

Afro Basaldella

Pittore (Udine 1912 - Zurigo 1976). Artista non figurativo, negli anni Cinquanta aderì al Gruppo degli Otto. Con i fratelli Mirko e Dino, è tra i maggiori esponenti dell'arte contemporanea italiana.

Primo Carnera

Pugile (Sequals, Pordenone 1906 - 1967). Atleta italiano passato alla leggenda, debuttò a Parigi nel 1928. Dotato di un fisico eccezionale, conquistò il titolo mondiale dei massimi nel 1933 battendo per k.o. alla sesta ripresa Jack Sharkey; difese vittoriosamente la sua corona contro Uzcudum e Tommy Loughran, poi fu sconfitto da Max Baer nel 1934. Dopo la guerra fu lottatore di catch, divenendone campione mondiale nel 1947.

Umberto Saba

Poeta (Trieste 1883 - Gorizia 1957). è il più grande poeta triestino moderno. Le sue maggiori opere liriche sono contenute in un Canzoniere che accoglie la produzione dal 1900 al 1945.

Scipio Slataper

Poeta (Trieste 1888 - Podgora 1915). Irredentista, si arruolò come volontario tra i granatieri e morì sul Podgora. Scrisse un libro di poesie, Il mio Carso.

Italo Svevo

Romanziere e poeta (Trieste 1861 - Motta di Livenza 1928). Fu uno dei più interessanti scrittori di tutti i tempi, pubblicò il suo primo romanzo, Una vita, nel 1892. Dopo una gioventù molto sfortunata divenne celebre. I suoi principali romanzi sono, oltre a Una vita, La coscienza di Zeno e Senilità

-^

CENTRI MINORI

Aquileia

(3.433 ab.). Cittadina in provincia di Udine. Centro vitalissimo in epoca romana e sede patriarcale nell'Alto Medioevo, custodisce meravigliose testimonianze del suo glorioso passato. Fondata dai Romani nel 181 a.C., Aquileia fu nominata municipium (89 a.C.) e quindi, da Augusto, capoluogo della X Regio Venetia et Histria. All'epoca del suo massimo splendore fu nona città dell'Impero e quarta d'Italia grazie soprattutto ai commerci, facilitati da un sistema portuale che la collegava con i porti d'Oriente e da un sistema viario che la metteva in comunicazione con le principali rotte continentali. L'Aquileia romana si basava sul consueto reticolo ortogonale di vie, i cui assi principali erano il cardo e il decumano, ed era circondata da mura e strutture difensive che le permisero di sopportare gli attacchi di Quadi e Marcomanni (166). Intorno alla città, il territorio era occupato dai coloni e si organizzava in vici e mansiones. Con la libertà di culto concessa ai cristiani da Costantino (313), la vita di Aquileia si legò ai suoi patriarchi (così, all'uso orientale, erano chiamati i vescovi) impegnandosi nella lotta all'eresia, tanto che nel 381 ospitò il concilio nel quale Ambrogio, vescovo di Milano, si scagliò contro gli ariani. Per sfuggire agli Unni, che distrussero Aquileia nel 452, il patriarca Paolino fuggì a Grado, dove i suoi successori stabilirono la loro sede istituiendo un patriarcato autonomo, a lungo in lotta con il patriarcato aquileiese. Intanto Aquileia perdeva il suo ruolo preminente: il patriarca abbandonò l'antica sede, esposta alle incursioni bizantine, prima a favore di Cormòns, quindi di Cividale e alla fine di Udine. Questa progressiva decadenza fu interrotta solo dalla ricostruzione del patriarca Massenzio (IX sec.) ed alcune altre illustri figure di patriarca come Poppone (1019-42) e Marquardo di Randeck (1396) rivolsero la loro attenzione ad Aquileia, ma ormai la storia si svolgeva altrove: la città declinò ed anche il territorio, non più curato, divenne paludoso e malarico. Nel 1420 Venezia poneva fine allo Stato patriarcale; nel 1509 Aquileia era presa dagli Asburgo, che la tennero fino alla prima guerra mondiale. Lungo la Via Iulia Augusta, che costituisce il decumano massimo della città romana, si estende l'area archeologica: vi sono i resti del foro, di età imperiale, che doveva essere ampio e dotato di basilica forense e del quale si sono conservate alcune colonne. Sono stati inoltre riportati alla luce resti di abitazioni romane e di due supposti oratori paleocristiani, con bei mosaici lasciati a vista (notevole quello del Buon Pastore) nonché un sepolcreto con tombe di famiglie databili dal I al IV secolo. Dell'antico sistema portuale interno della città restano tracce delle banchine in pietra d'Istria e dei magazzini, nonché tratti di mura del III secolo poste a difesa del porto. Fra i resti archeologici del porto vi sono delle trabeazioni, alcune finissime, che appartenevano a un portico. Ma la traccia più cospicua della millenaria storia aquileiese è la grandiosa basilica paleocristiana, detta basilica di Poppone anche se l'attuale edificio è il risultato di diverse fasi costruttive. L'origine del luogo di culto risale al vescovo Teodoro che, dopo l'Editto di Costantino (313), avviò la costruzione di tre basiliche, disposte a U attorno a un battistero, sulle fondamenta di una villa romana; le aule parallele (Nord e Sud) avevano i pavimenti a mosaico. Fortunaziano ampliò l'aula Nord fino ad avere tre navate e, alla fine del IV secolo, probabilmente Cromazio ingrandì anche l'aula Sud e costruì un nuovo battistero: questo impianto fu poi base per gli interventi successivi. Distrutta dagli Unni, la basilica venne ricostruita, ma conobbe un successivo, lungo periodo di abbandono; solo all'inizio del IX secolo il patriarca Massenzio intervenne sull'aula Sud aggiungendo il transetto e la cripta, sopraelevando il presbiterio e addossando alla facciata un portico collegato alla chiesa detta "dei pagani" e al battistero, costruiti in asse con l'altare maggiore. Dopo un altro periodo di abbandono, il patriarca Poppone (1031) ridiede nuova vita alla basilica, posando un nuovo pavimento a lastroni bianchi e rossi (rimosso nei restauri del 1909), su cui fece erigere le venti colonne con capitelli corinzi oggi visibili. Opera di Poppone è anche l'attuale campanile di 13 metri, divenuto modello stilistico di tanti campanili in Friuli e in Istria. L'ultima modifica strutturale della basilica si deve al patriarca Marquardo di Randek il quale, in pieno gusto gotico, rialzò il tetto impostando sulle colonne gli archi acuti. All'interno della basilica, a croce latina e tre navate, è di assoluto rilievo lo strepitoso pavimento a mosaico che, con i suoi 760 mq, rappresenta la più vasta superficie musiva dell'Occidente cristiano. Si tratta del pavimento dell'aula Sud teodoriana, dell'inizio del IV secolo. Nei nove riquadri che lo compongono vi sono immagini vivacissime che, secondo la tradizione del primo Cristianesimo, comunicano simbolicamente il messaggio cristiano: la scena della lotta del gallo con la tartaruga rappresenta, per esempio, la vittoria della luce sulle tenebre. Il richiamo alla rinascita salvifica in Cristo è ribadita anche dalle tre mirabili scene della storia di Giona (Giona ingoiato da un mostro marino, Giona rigettato dopo tre giorni, Giona riposa sotto una pergola). Nel mare popolato di pesci è collocato un tondo che ricorda il vescovo Teodoro. Sotto il campanile di Poppone sono state invece portate alla luce parti superstiti dei mosaici dell'aula Nord teodoriana, di pochissimo anteriori a quelli dell'aula Sud. Essi si dispongono in quattro aree maggiori, separate da fasce, dove sono raffigurati animali di ogni specie, talvolta in situazioni inusuali (l'aragosta sull'albero); nell'ultima fascia tutto allude a un giardino felice (il paradiso). Come nei mosaici dell'aula Sud, compare la raffigurazione della lotta del gallo con la tartaruga, mentre l'ariete, guida del gregge e vittima predestinata, è il simbolo di Cristo. La basilica contiene molte altre opere di grande interesse, tra le quali vanno citati almeno gli affreschi dell'abside; essi risalgono al tempo di Poppone, che dedicò la chiesa alla Madonna, come ricorda anche un'iscrizione (1031): nel catino Madonna col Bambino; a destra i Santi aquileiesi (Ermacora, Fortunato ed Eufemia), cui si alternano, più piccoli, l'imperatore Corrado il Salico, la moglie Gisella e il figlio Enrico III, a sinistra S. Marco, S. Taziano e S. Ilario, fra i quali appare Poppone che presenta alla Madonna il modello della chiesa; nel registro inferiore, martiri aquileiesi. Nel Museo Archeologico di Aquileia, allestito fin dal 1882, sono raccolti reperti dal II secolo a.C. al IV d.C. La pregevolissima raccolta di ritratti scultorei consente di seguire l'evoluzione dello stile, da un primo realismo a una maggiore stilizzazione (testa di vecchio, statua di Augusto). Alcuni ambienti sono dedicati alla ceramica, ai metalli, ai vetri, alle pietre dure (ambra soprattutto), per le quali Aquileia era centro importante di commercio e di lavorazione; una sala custodisce una preziosa imbarcazione romana rinvenuta nei pressi di Monfalcone. All'esterno la galleria lapidaria, allestita già nell'Ottocento con il moderno criterio del magazzino aperto e visitabile, espone elementi architettonici diversi e splendidi mosaici. Il Museo Paleocristiano espone in un efficace allestimento i mosaici della chiesa paleocristiana e della chiesa di Beligna (poco a Sud di Aquileia), andata distrutta. Numeroso e importante il materiale epigrafico e scultoreo che vi è custodito.

Campoformido

(6.820 ab.). Comune in provincia di Udine. Chiamato in antico anche Campoformio, antica forma veneta, è famoso per il trattato del 1797 col quale Napoleone cedette all'Austria il territorio di Venezia in cambio della Fiandra Austriaca e della Lombardia.

Cervignano del Friuli

(12.464 ab.). Comune in provincia di Udine, importante nodo stradale e ferroviario all'incrocio delle comunicazioni per Udine, Trieste e Venezia. La sua posizione sull'Ausa, fiume di risorgiva navigabile, ha favorito in passato il suo sviluppo. Denominata latinamente Praedium Servillanum, Cervignano fu legata ad Aquileia; dopo l'arrivo dei Longobardi (568) fece parte del ducato del Friuli. è documentata dal 1081 come la più antica comunità rustica del Friuli, in relazione alle attività dell'abbazia alto-medievale di S. Michele, assegnata dal patriarca Poppone al monastero benedettino di Aquileia. Passò sotto Venezia (1420) e quindi agli Austriaci (1509), con i quali divenne uno dei migliori porti fluviali della regione, ma lo sviluppo di Trieste vanificò qualsiasi sogno di supremazia. Ridivenne italiana con la prima guerra mondiale. Conserva la bella Villa Bresciani Attems, del XVIII secolo, con barchesse e un bel parco; nell'annessa Cappella di S. Croce si trova un grande Crocifisso ligneo dei primi del Duecento, mentre nella chiesa parrocchiale restano tracce di un mosaico dell'VIII secolo.

-^

Cividale del Friuli

(11.371 ab.). Città in provincia di Udine, fra le più ricche di storia e arte della regione. Attraversata dal fiume Natisone, sorge al centro di una zona collinare rinomata per la produzione vinicola, che negli ultimi anni si è rivelata anche un buon motore per il movimento turistico. Piccola per numero di abitanti e per estensione, Cividale conserva tuttavia preziose tracce del suo passato, qui lasciate dalle popolazioni celtiche, dai Romani, dai Longobardi, dai Veneziani. Fu Giulio Cesare a fare della città un municipio romano con il nome di Forum Iulii (56 a.C.). Cividale divenne in seguito colonia e ricoprì, all'interno del territorio aquileiese, la funzione di centro sia agricolo che commerciale. Dal 568, sotto i Longobardi, fu capoluogo del primo ducato italiano, affidato dal re Alboino al nipote Gisulfo. In questo periodo storico la denominazione di Forum Iulii passò a designare l'intero territorio - il Friuli, appunto -, mentre Cividale divenne la città per antonomasia, Civitas e poi Civitas Austrioe (cioè "città orientale"). A parte la devastante incursione àvara (610), durante la dominazione longobarda Cividale prosperò da un punto di vista politico e culturale; intorno al 720 diede i natali allo storico Paolo Diacono, autore dell'Historia Langobardorum, e nel 737 divenne sede patriarcale al posto di Aquileia. Grazie alla presenza della curia aquileiese e degli organi del potere temporale dei patriarchi, la città assunse così un ruolo di assoluta preminenza nella regione. Il suo declino iniziò nel X secolo con l'invasione degli Ungari e culminò nel 1238, quando il patriarca spostò la propria residenza a Udine. L'espansionismo aggressivo dei conti di Gorizia deteriorò ulteriormente la situazione della città, che passò infine con l'intero Friuli sotto la Serenissima (1420). Del Friuli la città di Cividale seguì le sorti, venendo a far parte nel 1866 dal nuovo regno d'Italia. La più antica testimonianza storica cividalese è un ipogeo celtico, un probabile sito funerario costituito da camere e corridoi scavati nella roccia, riutilizzato dai Romani come carcere. Della Cividale longobarda resta il cosiddetto Tempietto longobardo - più propriamente, l'oratorio di S. Maria in Valle -, considerato un capolavoro di architettura e scultura alto-medievale, giunto a noi in uno stato di conservazione ottimale nonostante i terremoti ed altri eventi naturali subiti nei secoli. Costruito probabilmente sul sito di una cappella di culto ariano dedicata a Giovanni Battista, il tempietto è costituito da una piccola aula a pianta quadrata con copertura a crociera, separata tramite un'iconostasi da una zona absidale voltata a botte. La porta d'ingresso, nella controfacciata, è decorata da un arco in stucco, con tralci di vite: nella lunetta un affresco raffigurante Cristo Logos. Sopra l'arco, inquadrate da stucchi a rosette, sei Sante, delle quali due in abito monacale e quattro in abito regale, efficacemente illuminate da una finestra laterale. Nell'aula, con stalli lignei della metà del Quattrocento, si trovano affreschi bizantineggianti, ormai deperiti, ed altri stucchi figurati della metà dell'VIII secolo. Varie parti del tempietto sono materiali di spoglio romani o bizantini: d'età imperiale le mensole e gli archivolti delle absidi, del V-VI secolo i capitelli. Nel piccolo centro storico, dove prevale l'immagine di un Medioevo più recente ingentilito anche da forme rinascimentali e sei-settecentesche, domina la mole del Duomo, iniziata nel 1457 su progetto di Bartolomeo delle Cisterne e portato a termine nel secolo successivo da Pietro e Tullio Lombardo. All'interno sono conservate un'Annunciazione di Pomponio Amalteo (1546) e due tele di Palma il Giovane (Ultima cena e Lapidazione di S. Stefano). Sull'altare maggiore spicca la pala di Pellegrino II, in argento sbalzato e dorato, prezioso esempio di oreficeria del XII secolo, raffigurante il patriarca aquileiese fra santi e angeli in adorazione della Madonna e del Bambino. Annesso al Duomo è il Museo Cristiano, che raccoglie le più importanti sculture dell'Italia longobarda. Capolavoro dell'VIII secolo è il battistero del patriarca Callisto, un'edicola ottogonale con colonnine e capitelli del V secolo che sorreggono archi decorati con grappoli, tralci, animali. Due iscrizioni riportano i nomi dei patriarchi Callisto (il primo a risiedere a Cividale, nel 737) e Sigvaldo. Un altro manufatto di grande interesse storico è l'ara di Ratchis, dell'VIII secolo, un altare donato dal duca Ratchis. Si tratta di un parallelepipedo in pietra carsica scolpito a bassorilievo. La faccia anteriore reca il Trionfo di Cristo, sulla sinistra la Visitazione, sulla destra l'Adorazione dei magi, sulla posteriore compaiono due croci e una stella accanto all'apertura attraverso la quale si vedevano le reliquie custodite nell'interno. Il Palazzo dei Provveditori veneti, costruito a fine Cinquecento su disegno attribuito ad Andrea Palladio, è oggi sede del Museo Archeologico nazionale, uno dei musei più importanti della regione. Qui sono esposti mosaici pavimentali e materiali lapidei romani, bizantini, alto-medievali, romanici. Nel cortile sono disposte lapidi provenienti dal cimitero ebraico cittadino, mentre in una sala sotterranea l'allestimento permette di leggere la stratificazione portata alla luce durante i lavori di restauro del palazzo (tracce di edifici romani, mura medievali). Tra i pezzi d'epoca longobarda spicca una collezione di monete, fra le più internazionalmente rilevanti, e poi corredi funebri, tra cui il corredo del guerriero orefice, con strumenti di lavoro del VII secolo, e il dischetto del cavaliere, una lamina in oro del VII secolo, decorata a intreccio sui bordi e con un cavaliere armato nella parte centrale. Storicamente rilevanti sono il sarcofago di Gisulfo, rinvenuto a Cividale nel 1874 con gli oggetti in oro che conteneva, e il materiale emerso dagli scavi nella necropoli di Santo Stefano in Pertica. Fra le oreficerie è di particolare valore la pace del duca Orso (IX sec.), copertina di evangeliario in avorio inciso con la scena del Cristo crocifisso con la Madonna e Longino, Giovanni e il portaspugna; il nome deriva dalla duplice scritta "Ursus DUX".

Codroipo

(14.620 ab.). Vivace e popoloso capoluogo del medio Friuli, Codroipo deriva il nome dal latino quadravium, "incrocio viario", perché posto all'intersezione tra la "Via Postumia" e quella che saliva da Concordia Sagittaria verso il Norico. Da poco dimessa la sua funzione di presidio militare (con le numerose caserme a guardia del confine verso l'Europa orientale), oggi Codroipo è un animato centro commerciale ed anche culturale: è recente l'istituzione di un Museo Archeologico e, presso Villa Kechler nella frazione di San Martino, di una curiosa collezione di carrozze d'epoca provenienti da tutta Europa e anche da oltreoceano. Nei pressi della cittadina si trova anche il Parco delle Risorgive, tutelato come area protetta. Nel Comune di Codroipo sorge il complesso di Villa Manin, attorno alla quale si raccoglie il piccolo abitato di Passariano. Questa splendida "villa di delizie" fu iniziata alla metà del Seicento su un edificio già esistente, ad opera dalla ricca e potente famiglia Manin, che ebbe in Ludovico l'ultimo doge della Serenissima. Seriamente danneggiata nel corso della prima guerra mondiale, venne abbandonata per decenni, finché fu acquisita dalla Regione e restaurata. All'edificio principale, a tre piani, si affiancano due barchesse, decorate in sommità da statue; un'ampia esedra porticata, diretto proseguimento delle barchesse, abbraccia un vasto spiazzo erboso, venendo a costituire un tutto armonico con la villa. Nei locali della barchessa sono ospitati il Museo delle Carrozze e l'Armeria. Nel corpo centrale le sale di rappresentanza sono affrescate da Ludovico Dorigny. Nella parte sinistra sono disposte le stanze in cui soggiornò Napoleone ai tempi del Trattato di Campoformido (1797) che mise fine alla millenaria indipendenza di Venezia. Nei pressi dell'ingresso della villa è la Cappella di S. Andrea, a pianta ottagonale, ornata di marmi policromi e stucchi. Alle spalle della costruzione si distende un magnifico parco. Villa Manin, oltre a ospitare stabilmente il Centro regionale di Catalogazione e la Scuola di Restauro, è sede del nuovo Centro d'Arte Contemporanea istituito dalla Regione.

Colloredo di Mont'Albano

(2.147 ab.). L'abitato è dominato dall'incantevole castello, il più celebre del Friuli. Sventuratamente annientato dal terremoto del 1976, è ancora in fase di ricostruzione e ripristino. Il complesso è indissolubilmente legato alla figura e all'opera di Ippolito Nievo, la cui nonna materna era la diretta discendente dei Colloredo di Mont'Albano, proprietari del castello. Qui Nievo soggiornò a lungo, legandosi strettamente a persone e luoghi, sovente evocati nei suoi scritti. Il castello - eretto in più fasi a partire dal Cinquecento - ha il suo segno di riconoscimento nella grande Torre dell'Orologio. Gli interni erano decorati con affreschi e stucchi di Giovanni da Udine, disgraziatamente solo in minima parte sopravissuti al sisma.

Cormòns

(7.572 ab.). Comune in provincia di Gorizia, situato nel Collio, zona a vocazione vitivinicola. Borgo risalente addirittura all'epoca preistorica, Cormons fu sede dei patriarchi di Aquileia. Fu contesa tra Patriarcato e conti di Gorizia, poi tra Serenissima e Asburgo, ai quali rimase dal 1521 fino alla prima guerra mondiale. Attivi i settori vinicolo e del mobile. Il bellissimo Duomo in stile barocco fu costruito (1736-70) nel sito occupato da una cappella dedicata originariamente a Maria, poi a S. Adalberto, vescovo e martire (XIII sec.). Nell'interno, a navata unica e soffitto a botte, spicca l'altare maggiore in marmo bianco-grigio, con alto ciborio e statue di S. Adalberto e S. Giacomo (fine XVIII sec.). Nel centro storico della cittadina, una serie di case accostate è il segno tangibile dell'esistenza di una centa, detta di S. Adalberto, che è la maggiore e la più antica (X sec.) delle cinque cente di Cormòns, tipologie insediative rurali a carattere difensivo, numerose nella zona del Collio. Da Cormòns si diparte un itinerario verso la sommità del Monte Quarin, dove si trovano i ruderi di un castello.

Duino Aurisina

(8.781 ab.). Comune in provincia di Trieste, al confine con quella di Gorizia e con la Slovenia, lungo la costa adriatica. La sede comunale è ad Aurisina, nell'interno; sul mare si trovano il centro balneare di Sistiana e il paesetto di Duino. Qui, sullo scoglio detto di Dante, sono i pochi ruderi del Castello vecchio, ovvero l'antica rocca dei conti di Duino, fin dal Mille predatori rapaci, spesso in lotta con Venezia; secondo la tradizione Ugone VI signore di Duino vi avrebbe appunto ospitato Dante. Forse già nel XIV secolo fu iniziata la costruzione, sul promontorio successivo, del castello nuovo, un'imponente costruzione dominata dalla torre quadrata, di origine romana, con mura di cinta in gran parte del XV secolo e cortile secentesco. La proprietaria Teresa Torre Tasso vi ospitò nel 1911 il poeta praghese Rainer Maria Rilke, che da questi luoghi trasse ispirazione per le sue Elegie udinesi. Danneggiato gravemente durante la prima guerra mondiale, il castello fu restaurato ed ora è splendida cornice per spettacoli di luci e suoni dedicati alla sua storia e alle sue leggende, come quella della Dama Bianca, suicida per amore e trasformata in nella grande pietra visibile sotto lo strapiombo di roccia.

Gemona del Friuli

(11.400 ab.). Cittadina in provincia di Udine, al centro di un territorio posto a cerniera fra i colli e le montagne e ricco di testimonianze di storia e arte: sul vicino Monte Cumieli è stato individuato un castelliere del 1300-1100 a.C.; entro il territorio comunale sono state trovate testimonianze di un insediamento celtico del V-VI secolo a.C. Gemona stessa è fra le più antiche città della regione. Nella Historia Langobardorum di Paolo Diacono viene per la prima volta citato un Castrum Glemonoe, probabilmente fortificazione costruita dai Longobardi nel VII secolo. Libera comunità nel XII secolo, compresa nei territori dei patriarca di Aquileia, conobbe grande floridezza in quanto luogo di scambi commerciali e di dazio rispetto alle merci che venivano da oltralpe. Nelle epoche successive le sorti della città coincisero con quelle del Friuli: veneziana, asburgica e infine, nel 1866, italiana. Nel 1976, a breve distanza da Gemona, in corrispondenza del Monte San Simeone, ha avuto epicentro un devastante terremoto. Ridotta in macerie, Gemona è stata ricostruita pietra su pietra, diventando simbolo della rinascita del Friuli dopo il sisma. Gli edifici più significativi sono risorti, alcuni secondo l'aspetto originario, altri rifatti ex novo. Gravemente danneggiato dal terremoto fu il bellissimo Duomo, opera dell'architetto e scultore gemonese Giovanni Griglio e costruito a partire dal 1290, come ricorda un'epigrafe sopra il portale. La facciata, di stile romanico-gotico, è aperta da tre finissimi rosoni, di cui quello centrale eseguito dallo scultore veneziano Buceta (prima metà del Trecento), e da una leggiadra galleria ad archetti con sculture raffiguranti due scene dell'Epifania, opera di Giovanni Griglio. Allo stesso artista si deve anche il colossale altorilievo di S. Cristoforo. A sinistra della facciata è stato ricostruito il campanile innalzato nel 1341-69 da Nicolò e Domenico, figli di Giovanni Griglio. All'interno le tre navate a crociera sono rette da colonne in pietra, evidentemente disassate dal terremoto del 1976: l'equilibrio dell'edificio in realtà è assicurato da una struttura in acciaio e cemento non visibile. Simbolo della devastazione subita è il Crocifisso ligneo del Quattrocento che fu estratto dalle macerie irrimediabilmente rovinato. Durante i lavori di restauro sono stati portati alla luce resti di affreschi romanici e gotici. Affrescato è anche il sacello di S. Michele e S. Giovanni Battista, opera del gemonese Nicolò di Giacomo (metà del Trecento). Il fonte battesimale, con delfini in bassorilievo del IX-X secolo, è ricavato da un'ara funeraria romana. Nel Museo del Duomo sono raccolti preziosi oggetti di oreficeria tra cui l'ostensorio gotico dell'udinese Nicolò Lionello (XV sec.), codici miniati del XIII-XIV secolo, opere recuperate dopo il sisma da varie chiese cittadine. Anche il Palazzo comunale è stato ricostruito dopo il 1976 recuperando dalle macerie i pezzi originali (procedimento di anastilosi). Costruito nel 1502 secondo spiccati caratteri rinascimentali, il palazzo presenta un profondo portico a tre arcate; il piano superiore ha tre finestre, corrispondenti alle arcate: quella centrale è una trifora con ballatoio (1579). Un'ala secondaria poggia su arcate più strette e basse. Nella scala d'ingresso sono poste sculture con gli stemmi degli Elti e del Comune. Anche il santuario di S. Antonio fu distrutto dal terremoto e ricostruito in forme moderne; dell'edificio originario si è conservata l'abside della Cappella del Rosario, decorata da Widmar (1687). Secondo la tradizione, la chiesa sarebbe stata la prima al mondo dedicata al santo: consacrata nel 1248, si racconta anzi che fu costruita per volontà dello stesso Antonio nel 1227, in onore della Madonna delle Grazie. In ogni caso si tratta di uno dei più antichi luoghi di culto cristiano nella zona. Nel centro storico di Gemona vi sono molti edifici che sono stati sottoposti a radicali interventi di ricostruzione e restauro: la Casa Gurisatti, del XV secolo, sede della Cineteca del Friuli; la Casa Antonelli, della quale sono stati riportati alla luce alcune bifore e affreschi del XIII e XIV secolo, con soggetti sacri e profani; il Palazzo Elti (XV sec.), acquistato nel 1519 da un mercante d'origine austriaca di nome Helt che vi si stabilì con la famiglia: la cappella interna, seicentesca, fu decorata dallo svizzero, gemonese d'adozione, Melchiorre Widmar. Oggi Palazzo Elti è sede del Museo civico, inaugurato nell'ottobre 2003. Qui sono raccolte opere salvate da edifici crollati nel 1976, per esempio i resti del prezioso soffitto della chiesa di S. Giovanni, dipinto a tempera da Pomponio Amalteo nel 1533. Pezzi forti della raccolta sono una Madonna con il Bambino (1496) di Cima da Conegliano e una Sacra famiglia (inizio Cinquecento) di Pellegrino da San Daniele. Al secondo piano sono collocate la Collezione di Valentino Baldissera, che alla fine dell'Ottocento per primo ebbe l'idea di un museo glemonense, e la quadreria di Luigi Fantoni, che comprende dipinti perlopiù di scuola austriaca e tedesca. Una sezione è dedicata ad artisti di origine gemonese: lo stesso Fantoni, Raimondo D'Aronco e altri.

-^

Gradisca d'Isonzo

(6.735 ab.). Cittadina in provincia di Gorizia, sulla riva destra dell'Isonzo. Nel Quattrocento i veneziani vi costruirono la fortezza, parte di un sistema di difesa contro le invasioni dei Turchi e le mire espansionistiche degli Asburgo. Nel 1508 a Gradisca furono fermate le truppe imperiali della lega di Cambrai, ma nel 1521 la città soccombette agli Asburgo che la tennero poi per secoli. Oggi bastioni, tratti di mura restaurate e torri - cioè quanto resta della fortezza dei veneziani - racchiudono il centro storico della cittadina, la cui pianta è quella tipica delle cittadelle fortificate: una spianata ellittica, destinata a prato, dove sboccano quattro strade parallele, o rughe, intersecate da calli ortogonali. Al centro della cittadella vi è un'area già occupata dal ghetto, istituito fra 1722 e 1731 e di cui rimane traccia negli alti edifici affacciati su strade strette. Tra gli edifici più rappresentativi di Gradisca si annoverano il Palazzo Torriani e il Palazzo del Monte di Pietà. Il primo, costruito fra il 1644 e il 1705, rappresenta una soluzione di compromesso tra il palazzo di città e la residenza di campagna, strutturata in ali e padiglioni; oggi sede del Comune, della Biblioteca e del Museo civico, ospita la Galleria regionale d'Arte contemporanea "Luigi Spazzapan" prestigiosa istituzione che espone una ricca collezione di opere del pittore Luigi Spazzapan, nato a Gradisca nel 1889 e trasferitosi a Torino nel 1928, dove entrò in contatto con il gruppo dei Sei; inoltre raccoglie opere di artisti friulani e giuliani (Afro, Altieri, Spacal, Pizzinato, Alviani ed altri). Il Palazzo del Monte di Pietà (1671) presenta un elegante portale sormontato da un baldacchino con il gruppo marmoreo della Pietà (1728). All'interno, nella fastosa nicchia a metà dello scalone, si trova la statua marmorea di Francesco Ulderico Della Torre (1696), governatore della città tra 1660 e 1695. Il seicentesco Duomo ha una bella facciata barocca progettata da Paolo Zuliani nel 1752 e rimaneggiata negli anni Ottanta del Novecento. All'interno un altare maggiore di Leonardo Pacassi (1690), con pala cinquecentesca del Redentore incorniciata da un finto drappo in marmo rosso. Pure cinquecentesco è il monumento funebre di Nicolò II Della Torre, un sarcofago ornato da rilievi su cui giace la statua del defunto in vesti di guerriero. A pochi chilometri da Gradisca, a Colmello di Grotta, ha sede l'interessantissimo Museo di Documentazione della Civiltà contadina friulana, con sezioni dedicate a vari aspetti della vita rurale: il ciclo della vite, il lavoro (nella cantina del vignaiolo, nelle botteghe del bottaio, del carradore, ecc.), l'allevamento del baco da seta, la casa, la religiosità popolare. Completano l'esposizione utensili e oggetti ormai in disuso, illustrati da percorsi didattici.

Grado

(8.872 ab.). Città in provincia di Gorizia, sorge su un isolotto del Mare Adriatico. Deriva il nome dal latino gradus, che significa "scalo". Grado nacque infatti come scalo marittimo di Aquileia. Gli abitanti di Aquileia vi si rifugiarono nel 401 per sfuggire alle scorrerie del visigoto Alarico e nel 452, insieme al vescovo Niceta, all'arrivo degli Unni di Attila. Quando, dal 568, i Longobardi si insediarono stabilmente nella regione, il vescovo Paolino si stabilì definitivamente a Grado, che restò bizantina come tutta la costa. All'inizio del VII secolo, in seguito allo "scisma dei tre capitoli", si ebbe l'elezione di due patriarchi, uno ad Aquileia e uno a Grado. La città si legò sempre più alla potenza nascente di Venezia, cui trasmise la venerazione per l'evangelista Marco, la sede patriarcale (1157) e infine il titolo stesso (1451). Durante la dominazione veneziana Grado fu governata da un conte provveditore, restando un'isola di pescatori, ai bordi di una laguna malsana. Nel 1797 seguì le sorti della Serenissima, passando all'Austria sotto cui rimase fino al 1918, anno in cui si unì all'Italia. Tra Ottocento e Novecento iniziò un nuovo sviluppo fondato sull'industria conserviera, legata alla pesca, e sullo sfruttamento delle qualità climatiche del luogo. Nel 1873, infatti, fu fondato uno stabilimento marino per bambini, dove si praticava soprattutto l'elioterapia. La stazione turistico-balneare nacque nel 1892, quando il governo austriaco inserì Grado fra le località di cura dell'Impero e affidò l'amministrazione della spiaggia a un Curatorio, ente morale per la "gestione delle cure e delle strutture di conforto". Per migliorare la ricettività di Grado si costruirono alberghi che spesso diventavano essi stessi centri di cura. Oggi le terme marine utilizzano le risorse climatiche e ambientali di Grado secondo aggiornati standard qualitativi. Dal V fino al XIX secolo la vita dei gradesi si svolse entro le mura e attorno alla loro unica ricchezza, la basilica di S. Eufemia. Oggi il castrum è difficilmente riconoscibile: è talvolta d'aiuto la toponomastica (Porta nuova, grande, piccola, Capelana). All'interno calli e campielli si insinuano tra le abitazioni antiche dei pescatori fatte di balaor (ballatoi), fugher (camini) che sporgono e terminano con comignoli fantasiosi. La basilica di S. Eufemia, l'antica cattedrale di Grado, sorse ad opera del vescovo Niceta ai primi del V secolo su una "basilichetta di Petrus" del secolo precedente. La primitiva chiesetta, circa un metro sotto il livello del pavimento attuale, è ancora visibile attraverso due botole: una lascia vedere il mosaico tombale di Petrus; l'altra, una vasca battesimale. La basilica fu terminata dal vescovo Elia (579), che la dedicò ai protomartiri aquileiesi Ermacora e Fortunato e a Eufemia, martire di Calcedonia, ribadendo la fedeltà della Chiesa di Aquileia ai dettati antiariani del concilio di Calcedonia. Oggi la basilica si mostra in tutta la sua semplicità paleocristiana, dopo che i restauri novecenteschi l'hanno ripulita dalle sovrapposizioni. Il mattone chiaro riveste la facciata a salienti e i fianchi in cui si aprono numerose finestre. Il campanile svetta nelle tipiche forme alto-medievali; nel 1462 i veneziani regalarono alla città la statua in rame di S. Michele Arcangelo, l'anzolo che sulla cuspide segna la direzione del vento. Semplice e disadorno appare anche l'interno, a tre navate divise da colonne con capitelli di recupero, uno diverso dall'altro. Inestimabile è il valore dei mosaici pavimentali, estesi su una superficie di circa 700 mq. A differenza di quelli aquileiesi, i mosaici di Grado raffigurano elementi geometrici, vicini ai canoni stilistici bizantini; il motivo più celebre, molto diffuso in alto Adriatico, è quello dell'onda subacquea ottenuto con pelte contrapposte (piccoli scudi ellittici) e un bel gioco cromatico. Notevole è anche il valore documentario dei mosaici, perché contengono decine di epigrafi che ricordano i donatori: all'ingresso vi è un'iscrizione con la quale lo stesso vescovo Elia si rivolge ai visitatori. Nella basilica è custodito inoltre un prezioso ambone, in cui colonnine romane con capitelli alto-medievali reggono un palco a cinque lobi, con balaustra ornata dai simboli degli evangelisti, probabilmente della metà del XII secolo; corona l'ambone un cupolino di gusto moresco, non estraneo alla cultura veneta. Sono invece del VI secolo le lastre marmoree (plutei) che delimitano il presbiterio, ornate da bassorilievi del repertorio simbolico alto-medievale. Alla parete dell'abside destra è murata la cassaforte del tesoro: i pezzi rimasti, dopo tanti saccheggi, sono pochi, ma molto significativi: tra gli altri, due preziosissime capselle d'argento (secoli V-VII); la reliquia della SS. Croce, di altissimo valore storico, perché donata dall'imperatore d'Oriente Eraclio alla Chiesa patriarcale di Grado, a conferma del sostegno imperiale. All'esterno della basilica è il Museo Lapidario, che conserva materiali romani (III sec.), paleocristiani e alto-medievali rinvenuti sull'isola. Il battistero, a fianco della navata sinistra, ha base ottagonale, con vasca battesimale esagonale, ricostruita, e mosaico (reintegrato nelle parti più chiare). Accanto a S. Eufemia sorge la più piccola basilica di S. Maria delle Grazie, forse voluta dal vescovo di Aquileia Cromazio, riparato a Grado all'epoca dell'incursione di Alarico (401). Quasi due secoli più tardi la completò Elia, rialzandola di circa un metro. Due fasi costruttive, dunque, su due livelli: al primo edificio appartiene la navata destra, con mosaici a motivi geometrici e tondi epigrafati, e il catino absidale con seggio presbiteriale in muratura da cui emerge la cattedra episcopale. Le colonne e i capitelli sono di spoglio, il recinto del presbiterio è ricostruito con materiali di diverso periodo. Di grande pregio i mosaici degli ambienti laterali all'abside, dove compaiono dei pesci, gli unici presenti nei mosaici gradesi.

Lignano Sabbiadoro

(5.967 ab.). Centro in provincia di Udine, costruito su una penisola protesa tra mare e laguna, alla foce del fiume Tagliamento. Prima di diventare una delle stazioni balneari più importanti d'Italia, Lignano era un villaggio di pescatori immerso in fitte pinete, che ora sopravvivono in poche, ristrette zone. Difficile da raggiungere a causa delle paludi lungo il Tagliamento, a fine Ottocento fu presidio della Guardia di Finanza, impiegata per combattere il contrabbando in laguna, allora attraversata dal confine italo-austriaco. Nel 1903 si costruirono un albergo e un primo piccolo impianto balneare, ma il vero sviluppo turistico si avviò con l'apertura nel 1926 del primo collegamento viario; nel 1935 Lignano ottenne l'istituzione di un'Azienda di Soggiorno e Turismo e prese il nome di Sabbiadoro. Negli anni del boom economico nacque Lignano Pineta (1953-56), su progetto di Marcello D'Olivo, esponente dell'architettura organica, che concepì l'insediamento secondo un'originale pianta a spirale. D'Olivo progettò anche alcune ville. Negli anni Sessanta è stata costruita Lignano Riviera, con pianta a scacchiera irregolare; da segnalare le Terme marine (1963), un elegante edificio con terrazza per sabbiature e bagni di sole. Della "Florida italiana", come la definì Hemingway (che fu in queste zone durante la prima guerra mondiale e al quale è stato intitolato un piccolo parco cittadino), resta ben poco, spazzata via dalla brutale attività edilizia degli anni Settanta e Ottanta. In una delle poche pinete sopravissute è stata "rimontata" la quattrocentesca chiesa di S. Maria, con un bel ciclo coevo di affreschi: la chiesetta si trovava nella località di Bevazzana, da dove fu portata via per sottrarla alle periodiche piene del Tagliamento. Dagli anni Settanta Lignano, diventata terza spiaggia italiana dopo Rimini e Jesolo, punta sempre più all'integrazione delle attività balneari con i servizi e i divertimenti. Dal 1985 ospita l'Acquasplash, il primo parco per giochi acquatici in Italia (40.000 mq); nel 1987 è stata inaugurata la sorprendente e postmoderna Arena, progettata dagli architetti dello Studio Nizzoli.

Monfalcone

(27.050 ab.). Centro in provincia di Gorizia, di grande importanza economica per i suoi cantieri navali. Di origini molto antiche, fu fondata su un isolotto che venne in seguito unito alla terraferma. Nel Trecento Monfalcone appartenne al territorio patriarcale di Aquileia. Nella seconda metà dell'Ottocento iniziò lo sviluppo industriale della città, grazie soprattutto al Cotonificio triestino. La rocca, posta sul sito di un antico castelliere, ospita nel torrione il Museo Paleontologico cittadino della Rocca. Nella Galleria comunale d'Arte contemporanea, egregiamente ricavata da un'ala del mercato coperto, vengono allestiti mostre temporanee ed eventi culturali.

-^

Muggia

(13.343 ab.). Cittadina in provincia di Trieste, sorge su un'insenatura ed è protetta alle spalle dalle colline carsiche. è l'unico borgo istriano rimasto in territorio italiano dopo la rettifica dei confini con la Jugoslavia del 1948 e del 1955, ma in questa cittadina tutto è veneziano: l'architettura, il dialetto, la cucina e il rito stesso del carnevale: quello muggesano, che coinvolge per giorni l'intera popolazione. Le testimonianze più antiche di un insediamento umano sono sul colle di S. Barbara, dove rimangono tracce di un castelliere preistorico. Nella Muggia Vecchia, posta a 170 metri sul mare, sorse il castrum romano e poi il borgo medievale, dove si trova la piccola basilica di S. Maria Assunta fondata nel IX secolo ma alterata nei secoli, estesamente decorata all'interno con affreschi dei secoli XII e XIII. L'area è stata recentemente organizzata a parco archeologico. Il borgo a mare si sviluppò intorno al Mille, prima chiamato Borgolauro e poi Muggia, con nome derivato da un toponimo che indica una zona paludosa presso la costa. Libero comune dalla metà del Duecento, la città passò nel 1420 sotto la Serenissima, della quale costituiva un territorio di frontiera a rischio, tanto che ancor oggi si può vedere lo stemma del Leone di San Marco, che reca un libro chiuso, nascondendo così la parola pax del motto "Pax tibi Marce evangelista meus". Il centro storico, con le sue calli e i palazzi a loggia ad arco acuto, si raccoglie intorno al mandracchio, cioè la darsena che si spinge fin dentro l'abitato. Su piazza Marconi, assai simile a un campiello veneziano, si dispongono gli edifici di maggiore interesse: il Palazzo comunale, ricostruito più volte (l'ultima nel 1934) e inglobante il quattrocentesco Palazzo dei Rettori; il piccolo Duomo, sorto nel 1263 su una chiesetta del secolo precedente, ma di fisionomia gotico-quattrocentesca. Assai caratteristica è la facciata a cuspide trilobata, al centro della quale campeggia un magnifico rosone. Sovrasta il portale un bel bassorilievo raffigurante la Trinità e i santi protettori, Giovanni e Paolo.

Osoppo

(2.933 ab.). Comune in provincia di Udine. Insediamento celtico e poi castrum romano, sorge ai piedi di uno sperone roccioso (310 m) sul quale si trova il millenario forte, monumento-simbolo della città e luogo militare di importanza strategica dal tempo delle invasioni barbariche fino alle guerre del Novecento. Orribilmente devastata dal terremoto del 1976, Osoppo ha saputo rinascere con solerzia, restituendo ai cittadini le sue opere d'arte, come la chiesa di S. Maria ad Nives, dove è conservata una pala d'altare, Madonna con Bambino in trono e santi, pregevole opera giovanile di Pellegrino da San Daniele (1494-95).

Palmanova

(5.383 ab.). Comune in provincia di Udine. è uno straordinario esempio di architettura militare: infatti la pianta della città è un perfetto poligono stellato a nove punte, conservatosi pressoché intatto. Voluta dalla Serenissima nel 1593 come opera difensiva al confine orientale, la città-fortezza fu chiamata Palma per commemorare la vittoria di Lepanto. Occupata da Napoleone, venne rafforzata e ribattezzata Palmanova. Ciononostante non fu mai di fatto impegnata in significativi eventi bellici; secondo Giulio Savorgnan, che la progettò, Palmanova doveva anche realizzare la concezione rinascimentale della città ideale. Nelle mura, circondate da un profondo fossato, si aprono tre porte monumentali, (il cui disegno è attribuito a Vincenzo Scamozzi) che ricordano il nome delle tre principali direttrici, oltre che successive capitali del Friuli: Aquileia, Cividale, Udine. Notevole è l'esagonale piazza Grande, ornata dalle statue settecentesche dei Provveditori generali che ressero la fortezza: affacciati sulla piazza sono il Palazzo del Provveditore generale e il Duomo, nel quale si conserva la pala delle Milizie, opera seicentesca del Padovanino. Nella piazza si trova anche il palazzo che ospita il Civico Museo Storico e il Museo Storico Militare, con armi e cimeli dal periodo veneziano fino alla seconda guerra mondiale.

Pinzano al Tagliamento

(1.635 ab.). Comune in provincia di Pordenone. Già dei patriarchi d'Aquileia, fu dato in feudo ai Ragogna di Pinzano e poi ai Savorgnan. Era luogo di un castello (di cui rimangono pochi resti) che controllava la stretta del Tagliamento, nel punto in cui la strada dalla riva destra passava alla sinistra. Il tesoro più prezioso di Pinzano sono gli affreschi del Pordenone. Nella chiesa di S. Martino si trovano il Martirio di S. Sebastiano e santi e la Madonna in trono col Bambino (1527-28). Nella piccola chiesa di S. Maria dei Battuti, situata nella frazione di Valeriano, vi sono invece affreschi (1524) staccati dalla facciata e portati all'interno della chiesa: essi raffigurano nel registro inferiore i Ss. Valeriano, Giovanni Battista e Stefano; nel superiore l'Adorazione dei magi e la Madonna col Bambino, e inoltre un S. Cristoforo probabilmente di Marco Tiussi (1535). Sulla parete sinistra della stessa chiesa il Pordenone ha lasciato uno dei suoi capolavori: la bellissima Natività con i Ss. Antonio e Floriano (1524). Altri affreschi alle pareti sono del Trecento, dell'ambito di Vitale da Bologna. Nella vicina chiesa parrocchiale è custodita la prima opera certa del Pordenone (1506), un trittico con i Ss. Valeriano e Giovanni Battista e l'arcangelo Michele.

Porcìa

(13.879 ab.). Città in provincia di Pordenone. La sua storia coincide con le vicende della famiglia Porcìa Brugnera, dal 1418 alleata della Serenissima. Il raccolto nucleo antico, molto ben conservato, è dominato dalla mole del castello, risultato di diverse trasformazioni, che nella parte più antica risale all'XI secolo. Altri luoghi-simbolo della città sono la Loggia municipale, la chiesa di S. Maria Assunta e la chiesa parrocchiale di S. Giorgio, neogotica ma di fondazione quattrocentesca: vi si trovano una pala di Francesco da Milano (1518 ca.), una Madonna con S. Giorgio e altri santi di Palma il Giovane (1621) e le portelle d'organo di Isaak Fischer (1674). Una particolarità è costituita dal campanile (1488): si tratta dell'unico in Friuli con due canne, tra le quali sono poste delle rampe senza gradini. Tutti gli anni, intorno a Ferragosto, al termine della tradizionale Corsa degli Asini il quadrupede vincitore ha l'onore di salire fino alla cima, in occasione della manifestazione che rievoca l'ingresso nel borgo di Carlo V (1532).

Redipuglia

Frazione di Fogliano Redipuglia, centro in provincia di Gorizia. La località lega la propria fama alla presenza del Sacrario, inaugurato da Mussolini nel 1938 e terminato nel 1940. Il grandioso complesso consiste in una scalinata in pietra bianca del Carso, inserita sul pendio di un'altura carsica; sui gradoni, dove ricorre la parola "presente" scolpita a grandi lettere, sono contenuti i resti di 40.000 caduti. La scalinata culmina in una cappella con tre croci luminose, che ospita i resti di altri 60.000 caduti, esumati dai cimiteri di guerra del Carso. Dalla cappella si accede a un osservatorio, dove un plastico in bronzo riproduce il teatro della guerra.

Sacile

(18.670 ab.). Città in provincia di Pordenone, sul fiume Livenza. Sorta probabilmente nell'VIII secolo attorno alla pieve di S. Nicolò (il santo patrono dei naviganti), Sacile fu quindi sotto il patriarca di Aquileia che nel 1190 le concesse le libertà comunali, premessa agli statuti (i primi in Friuli). Veneziana dal 1420, divenne uno dei centri culturali più importanti dell'Italia settentrionale, tanto da essere detta la "piccola Padova". Del resto, già nel XIV secolo Sacile possedeva scuole pubbliche, dalle quali uscirono molti ludi grammaticarum magistri, che nelle città del Friuli contribuirono a diffondere la cultura umanistica. Sacile fu anche definita il "giardino della Serenissima" per la grazia del luogo. Il centro si sviluppa su una profonda ansa del fiume attraversata da canali navigabili, che formano due grandi isole, storicamente sedi l'una del potere politico, l'altra di quello religioso. Cuore della prima isola è piazza del Popolo, dove prospetta il Palazzo Comunale (1483, poi rimaneggiato più volte), con ampia loggia. Sul lato opposto si stende una sequenza ininterrotta di case fondachi porticate, di gusto prettamente veneziano, dimore di famiglie nobili dedite alla produzione e al commercio di prodotti agricoli. Per fastosità e dimensioni spicca il Palazzo Ragazzoni Flangini Billia, edificato nel 1570 dalla potente famiglia veneziana Ragazzoni; nel vasto salone di rappresentanza la gloria della famiglia è raffigurata negli affreschi di Francesco Montemezzano (1583), allievo del Veronese. Sul secondo isolotto, centro del potere religioso, si trovano la chiesetta della Pietà (1610) a pianta circolare, dove è custodito un Vesperbild in pietra e il Duomo; intitolato a S. Nicolò e costruito nel 1474-96 da Beltrame e Vittorino da Como sul luogo dell'antica pieve, è stato più volte rimaneggiato anche a causa dei terremoti.

San Daniele del Friuli

(7.937 ab.). Comune in provincia di Udine. Principale centro dei colli occidentali friulani, deve la sua notorietà internazionale alla produzione del suo inimitabile prosciutto crudo, a cui è dedicata in giugno una popolarissima festa. Libero Comune e florido mercato fin dal 1139, San Daniele espresse anche una vocazione culturale testimoniata dal patrimonio artistico e dalla presenza della più antica biblioteca pubblica del Friuli. Nella parte alta della cittadina si erge imponente il Duomo, settecentesco (Domenico Rossi, 1707-25) ma di ispirazione palladiana; cinquecentesco è il campanile, disegnato da Giovanni da Udine. Adiacenti al Duomo sono il Palazzo del Monte di Pietà (1769-75) e l'ex Municipio quattro-cinquecentesco, dove è collocata la celebre Biblioteca guarneriana, raccolta di preziosi codici e arredi istituita fin dal 1466 su lascito dell'umanista Guarnerio d'Artegna, canonico aquilejese. Tra i molti preziosi codici si segnalano una Bibbia bizantina del XIII secolo e la più vecchia copia della Divina Commedia di Dante, risalente al 1324. Nella quattrocentesca chiesa di S. Antonio Abate, ora sconsacrata, è conservato un emozionante ciclo di affreschi dipinto tra il 1498 e il 1522 da Pellegrino da San Daniele.

San Dorligo della Valle

(5.960 ab.). Comune in provincia di Trieste e centro principale della Val Rosandra, percorsa dall'omonimo torrente. La valle è una palestra naturale per rocciatori perché possiede tutte le caratteristiche dell'alta montagna. Infatti nel rifugio di Val Rosarda ha sede la Scuola Nazionale di Roccia.

San Vito al Tagliamento

(13.449 ab.). Comune in provincia di Pordenone, situato nella pianura della destra Tagliamento. Roccaforte dei patriarchi di Aquileia, che la controllavano per mezzo di un gastaldo e poi di un capitano, ebbe la particolarissima sorte di rimanere sotto il potere temporale dei patriarchi anche dopo la conquista veneziana, fino alla morte dell'ultimo patriarca Daniele Delfino (1762). A San Vito visse lo storico e politico Paolo Sarpi (1552-1626), di cui esiste ancora la casa. Il nucleo della città è piazza del Popolo, suggestivo spazio dai lati porticati e dai bei palazzi, tra i quali Palazzo Altan Rota (XV secolo), sede comunale, Palazzo Altan (XVII secolo), che ospita il Museo Provinciale della Vita contadina, e Palazzo Fancello, affrescato in facciata da Andrea Bellunello. Il Duomo chiude la piazza, affiancato dallo slanciato campanile (73 m) iniziato nel 1484 e completato nel Seicento. All'interno della chiesa, alcune belle opere di Andrea Bellunello (1488) e dell'Amalteo. Vero gioiello del Rinascimento friulano è la chiesa di S. Maria dei Battuti, voluta dalla confraternita dei Battuti nel 1360: il portale del Pilacorte (1493) introduce nell'aula unica, decorata a finti riquadri marmorei; nell'abside il ciclo di affreschi dell'Amalteo (1535), già ammirato dal Vasari, con Storie della Vergine e, nella cupola, una vertiginosa Gloria intorno a Dio Padre.

Spilimbergo

(11.341 ab.). Comune in provincia di Pordenone, nell'alta pianura friulana. Luogo di controllo sui guadi del Tagliamento fin dall'epoca romana, tra XI e XII secolo fu feudo dei conti carinziani Spengemberg (da cui il borgo derivò il nome), ministeriales del patriarca. I commerci resero Spilimbergo floridissima, tanto che dovette ampliare per tre volte la cerchia delle mura; superate alcune traversie, nel XV e XVI secolo, ormai veneziana, raggiunse l'apice dello sviluppo culturale con l'accademia umanistica di Bernardino Partenio. Nel segno della continuità con una tradizione artistica antichissima, Spilimbergo ospita dal 1922 la Scuola Mosaicisti del Friuli. Il monumento principale della città è il Duomo, in forme romanico-gotiche, promosso dal conte Walterpertoldo IV di Spilimbergo nel 1284 e completato entro il 1359. Il portale laterale Nord è una pregevolissima opera di Zenone da Campione (1376). All'interno, nelle absidi, è un ciclo di affreschi trecenteschi con storie del Nuovo e dell'Antico Testamento. Giovanni Antonio Pilacorte lavorò anche qui: suoi sono il fonte battesimale (1492) e le sculture della Cappella del Carmine (1498). Di grande valore è l'organo cinquecentesco con le bellissime portelle del Pordenone (1524). Nella cripta spicca l'arca sepolcrale di Walterpertoldo. Il Castello di Spilimbergo sorge sul luogo di una rocca romana; documentato già dal 1122, fu guardia fortificata anche durante il governo degli Spengemberg, che lo ingrandirono soprattutto fra XIV e XV secolo. Nel complesso, inconfondibile è il quattrocentesco Palazzo dipinto, con affreschi del Bellunello e balconcini in pietra del Pilacorte; sul lato occidentale, il cinquecentesco Palazzo Tadea, affiancato da Palazzo Spilimbergo Ceriani, che racchiude fregi dipinti da Giovanni da Udine (1542 ca.).

Tarvisio

(5.079 ab.). Centro principale della Val Canale e tributarie, Tarvisio (in provincia di Udine) è una rinomata stazione turistica e degli sport invernali. La sua posizione al confine con l'Austria (tramite il valico di Coccau) e con la Slovenia (tramite il valico di Fusine) è diventata negli ultimi anni un elemento favorevole alla valorizzazione sia del patrimonio naturalistico e paesaggistico dell'area, che dell'offerta di impianti sportivi e di attrezzature per l'ospitalità alberghiera. Le piste per lo sci alpino si affiancano agli anelli per lo sci di fondo, in uno scenario di boschi e vette, tra le quali alcune sono mete classiche dell'alpinismo giuliano. L'importanza che Tarvisio ha acquisito nel tempo è legata ai traffici diretti dall'Adriatico verso l'Austria. L'abitato ha origini romane; fu fortificato nel Duecento, quand'era possedimento del vescovo di Bamberg (in Baviera): della fortezza medievale rimangono tratti delle mura e due torrioni, uno circolare e uno ottagonale. Accanto si trova la chiesa parrocchiale dei Ss. Pietro e Paolo, fondata nel Quattrocento e più volte rimaneggiata. All'interno una pregevole Incoronazione della Vergine lignea del Cinquecento. A pochi chilometri da Tarvisio, in direzione del confine sloveno, si trovano i due piccoli laghi di Fusine, fra i più belli della regione, circondati dalle cime di tipo dolomitico del Mangart, delle quattro Ponze, della Stugova e del Veunza. Vivono nella zona cervi e camosci, cui si sono aggiunti, più di recente, alcuni orsi provenienti dalla Slovenia.

Tolmezzo

(10.592 ab.). Città in provincia di Udine, è la capitale storica della Carnia. Probabilmente di origini romane, Tolmezzo deve il suo ruolo preminente alla posizione strategica nella conca alla confluenza di But e Tagliamento, dove si incrociano le strade per il Cadore, l'Austria e la pianura friulana. Nel Medioevo appartenne al patriarcato di Aquileia il quale, nel Trecento, le concesse uno statuto e privilegi che definirono Tolmezzo quale centro principale della Carnia. Negli ultimi decenni della signoria veneziana, alla metà del Settecento, diventò un centro industriale grazie ad una singolare figura di imprenditore tessile come Jacopo Linussio, che arrivò a esportare prodotti anche oltreoceano. Il centro storico, detto Borgàt, caratterizzato da palazzine porticate, ha il suo fulcro nel Duomo di S. Martino, progettato da Domenico Schiavi a metà Settecento ma completato nella facciata solo nel 1931. Nella vicina chiesa di S. Caterina, di fine Settecento, è custodita una pala di Pomponio Amalteo, Sposalizio mistico di S. Caterina (1537). Palazzo Campeis ospita il notevolissimo Museo Carnico delle Arti e Tradizioni popolari, costituito sulla base del ricco patrimonio di testimonianze etnografiche raccolto da Michele Gortani (1883-1966); qui sono ricostruiti ambienti della vita domestica e del lavoro artigiano: cucine con focolare (che nella case carniche e fríulane non è addossato a una parete, ma spostato verso il centro della stanza e circondato da panche), camere da letto e di soggiorno, botteghe artigiane. Oltre agli arnesi per i lavori agricoli si possono vedere ceramiche, mobili, suppellettili, utensili di varie epoche, prevalentemente del Settecento e Ottocento, oltre che collezioni di indumenti esposti nelle cosiddette casse nuziali (cassapanche che contenevano i corredi di nozze), con molti esempi della produzione linussiana di tele e stoffe.

Trapani Scorcio del centro di Tolmezzo (Udine)

Venzone

(2.322 ab.). Comune in provincia di Udine, situato ai piedi delle Prealpi Giulie alla confluenza delle valli del Tagliamento e del Fella. Fondata intorno all'anno Mille in posizione strategica sulla strada tra la Carinzia e la pianura, Venzone è il più significativo esempio di città murata del Friuli. Ridotta a un cumulo di macerie dal terremoto del 1976, è risorta molto rapidamente, divenendo con Gemona e Osoppo il simbolo della rinascita del Friuli. Il recupero dell'antico impianto urbanistico è stato condotto in modo esemplare: non sono stati ricostruiti gli edifici più recenti, che alteravano l'antica struttura urbanistica; le strade sono state pavimentate con grandi lastre di pietra, i fili della corrente elettrica interrati, le insegne al neon bandite. Sono state ricostruite le mura che racchiudono il borgo e si estendono per un perimetro di oltre un chilometro; delle tre torri che le interrompevano oggi rimane solo quella di S. Genesio (1309), mentre le altre due furono abbattute nell'Ottocento. Il Palazzo comunale, edificato tra il 1390 il 1410, è uno splendido esempio di architettura gotico-fiorita con influssi veneti e toscani. Distrutto da un bombardamento aereo nel 1945, è stato ricostruito tra 1952 e il 1959, poi gravemente danneggiato dal sisma del 1976 e di nuovo riedificato pietra su pietra. La parte inferiore è una loggia aperta, decorata con affreschi cinquecenteschi di Pomponio Amalteo; la parte superiore è alleggerita da una serie di bifore lobate. Simbolo della dominazione veneziana è il Leone di San Marco, scultura collocata, con un grande orologio, sulla torretta d'angolo dell'edificio. Il Duomo romanico-gotico di S. Andrea, costruito agli inizi del Trecento, è a croce latina con un'unica navata. Sui fianchi spicca il portale settentrionale, al quale lavorò nel 1308 Giovanni Griglio, raffigurando ad altorilievo il Cristo benedicente e i simboli degli evangelisti. Opera del medesimo artista è la lunetta del portale meridionale, con l'altorilievo dell'Incoronazione della Vergine. All'interno è conservato un Vesperbild in pietra, opera d'ambito tedesco dell'inizio del Quattrocento. Il fonte battesimale e le acquasantiere sono dello scultore lombardo Bernardino da Bissone (XV-XVI sec.). Tra le opere di pittura si distinguono la cinquecentesca pala di S. Orsola con le sue ancelle del venzonese Andrea Petrolo, quella della Madonna del Rosario di Melchiorre Widmar (XVII sec.), e La presentazione di Gesù al tempio di Giulio Quaglio (1696). Di fronte al Duomo si trova il duecentesco battistero, o Cappella di S. Michele, che custodisce le mummie, caratteristico e proverbiale elemento della storia venzonese. Le salme provengono dalle tombe del Duomo, dove la presenza di una muffa antibiotica ha consentito questa particolare forma di conservazione dei corpi.

-^

Meteo Friuli Venezia Giulia

-^

-^

Regione Friuli-Venezia Giulia

Friuli-Venezia Giulia - Turismo

Friuli-Venezia Giulia su Facebook

Rai Scuola Italia

Italia - Turismo

Italy - Italia

Rai Storia Italia

Adnkronos Regioni e Provincie

Ansa - Regioni

Il Piccolo - Trieste

Friuli

Il Gazzettino

Pordenone - Oggi

Fiume Info La Voce del Popolo Istria e Quarnero

Primorski - Trieste

Tele Friuli Web-Tv

TeleQuattro Tv4 Trieste

Tele Pordenone Tv

Radio Nuova Trieste

Radio Attività

Radio Fragola

Radio Punto Zero

Radio Vasco

Radio Italy Italia

Radio Onde Furlane

Radio Studio Nord

Earth Quake Live - Terremoti

Cnt Rm Ingv Centro Nazionale Terremoti

Documenti Slide Regione Friuli Venezia Giulia

Documenti Regione Friuli Venezia Giulia

 

Rai Educational

Rai Scuola Italia

Rai Lemmi

Italia - Turismo

Italy - Italia

Rai Storia Italia

Cnt Rm Ingv Centro Nazionale Terremoti

Earth Quake Live - Terremoti

Ministero della Salute Italiano

Rai Scienze

Rai Cultura

Focus

YouTube

Documenti Slide

Documenti Yumpu

Ministero degli esteri italiano

La Farnesina - Viaggiare sicuri

U.S. Department of State

U. K. Govern

Protezione civile Gov.Ita

Ministero dell'Ambiente della tutela del Territorio e del Mare

La Regione Sicilia

EuroInfo Sicilia

Assessorato dello Sport

Assessorato della Famiglia

Il Carrefour Europeo Sicilia

Adnkronos

Ansa - Regioni

Commissione Europea

Informa Sicilia

Contributi Comunità Europea

La Comunità Europea

Informazioni Comunità Europea

Gazzetta Leggi in Europa

Fondo Sociale Europeo

Live Sicilia

La Sicilia

Il Giornale di Sicilia

La Gazzetta del Sud

La Repubblica

Quotidiano di Sicilia

Segnali dalle città invisibili

Messina News

La voce del Mondo rurale

Prospettive online

Palermo mania

Quotidiano Si24

Messina Ora Notizie

Messina Oggi

Messina Notizie

Il Cittadino di Messina It is better to have enough ideas for some of them to be wrong, than to be always right by having no ideas at all. Edward de Bono

Grandangolo Agrigento

Agrigento Notizie

Info Agrigento

Sicilia 24h

Agrigento Web

Agrigento Oggi

Catania Oggi

Sud Press

Catania Today

Il Fatto Nisseno

Giornale Nisseno

Blog Sicilia

Seguo News

Enna Notizie

Vivi Enna

Ragusa News

Ragusa 24

Quotidiano di Ragusa

Ragusa Oggi

Siracusa News

Siracusa Oggi

Siracusa Times

Trapani Ok

Trapani Oggi

Italia in Digitale Terrestre

T-vio Notizie in Tempo Reale

Trapani Tp24

Rumpiteste Wordpress Blog

Tse Tele Scout Europa Tv

Antenna Sicilia

Telecolor

Tele Video Agrigento

Tele Acras

Agrigento Tv

Sicilia Tv Favara

Tele Radio Sciacca

Enna Tv

Rei Tv Acireale

Rtp Tv Messina

Onda Tv Messina

Tele Iblea

Tele Iblea

Video Mediterraneo

Sicilia Uno

Alpa Uno

Telesud3 TP

Action 101 Radio

Radio Mia

Dabliu Radio

Radio In 102

Radio Margherita

Prima Radio Net

Rgs Gds

Reporter Neomedia Radio

Radio Time

Radio Alcamo Centrale

Radio Amica

Gruppo Radio Amore

Radio Amore Net

Radio Amore Italia

Antenna Uno Radio

Radio Antenna Iblea

CL 1 Radio

Radio Video City

Radio Gruppo Fantastica Cuore

Etna Radio

Radio Dimensione Musica

Doc Radio

Radio Empire

Radio Rebs Online

Radio Rete 94

Radio Flash Fm

Radio Fm Classic

Radio Fm Italia

Radio Gela Express

Radio Gemini

Radio In Agrigento

Radio Luce Net

Radio Messina International

Radio Messina Sud

Radio Milazzo

Radio Etna Espresso

Radio Palermo Centrale

Radio Panorama

Radio Planet Music Net

Radio Rcv

Radio Acicastello Online

Radio Sicilia Express

Radio Smile

Radio Splash

Radio Street

Radio Studio 105

Radio Studio 7

Radio Studio 90 Italia

Radio Studio Centrale

La Sicilia Web

Tele Monte Kronio

Radio Torre Macauda

Radio Touring

Radio Rtm

Radio Universal Fm

Radio Vela

Radio Zammu

Meteo Sat Europe-It

-^

in trapaninfo.it disclaim Richiesta inserimento eMail@webmaster -^up^

Trapaninfo.it statistics
Web Trapanese eXTReMe Tracker
Web Trapanese free counters

gbm w3c

Ai sensi dell'art. 5 della legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla protezione del diritto d'autore, i testi degli atti ufficiali dello Stato e delle amministrazioni pubbliche, italiane o straniere, non sono coperti da diritti d'autore. Il copyright, ove indicato, si riferisce all'elaborazione e alla forma di presentazione dei testi stessi. L'inserimento di dati personali, commerciali, collegamenti (link) a domini o pagine web personali, nel contesto delle Yellow Pages Trapaninfo.it (TpsGuide), deve essere liberamente richiesto dai rispettivi proprietari. In questa pagina, oltre ai link autorizzati, vengono inseriti solo gli indirizzi dei siti, recensiti dal WebMaster, dei quali i proprietari non hanno richiesto l'inserimento in trapaninfo.it. Il WebMaster, in osservanza delle leggi inerenti i diritti d'autore e le norme che regolano la proprietà industriale ed intellettuale, non effettua collegamenti in surface deep o frame link ai siti recensiti, senza la dovuta autorizzazione. Il webmaster, proprietario e gestore dello spazio web nel quale viene mostrata questa URL, non è responsabile dei siti collegati in questa pagina. Le immagini, le foto e i logos mostrati appartengono ai legittimi proprietari. La legge sulla privacy, la legge sui diritti d'autore, le regole del Galateo della Rete (Netiquette), le norme a protezione della proprietà industriale ed intellettuale, limitano il contenuto delle Yellow Pages Trapaninfo.it Portale Provider Web Brochure e Silloge del web inerente Trapani e la sua provincia, ai soli dati di utenti che ne hanno liberamente richiesto l'inserimento. Chiunque, vanti diritti o rileva che le anzidette regole siano state violate, può contattare il WebMaster. Note legali trapaninfo.it contiene collegamenti a siti controllati da soggetti diversi i siti ai quali ci si può collegare non sono sotto il controllo di trapaninfo.it che non è responsabile dei loro contenuti. trapaninfo.it

-^