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PRESENTAZIONE

La Basilicata è una delle poche regioni italiane che si affaccia su due mari: con il golfo di Taranto sullo Ionio e con quello di Policastro sul Tirreno. Il suo territorio occupa una piccola parte del versante occidentale e la maggior parte di quello orientale dell'Appennino Lucano, la profonda area collinare che si estende tra il rilievo appenninico e Le Murge, nonché la pianura costiera ionica e la relativa costa delimitata dalla foce del Bradano e da quella del Sinni. Si estende per 9.992 kmq di superficie. La sua popolazione è di 596.821 abitanti. La densità media per kmq è di 61 abitanti, valore demografico molto basso rispetto alla media nazionale. La regione si diparte nelle due provincie di Potenza e Matera. La prima è anche capoluogo di regione. Confina a Nord e a Est con la Puglia, ad Ovest con la Campania e il Mar Tirreno, a Sud con la Calabria e a Sud-Est con il Mar Ionio.

Web Trapanese Trapani Cartina della Basilicata

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IL TERRITORIO

Il paesaggio della Basilicata mostra in una superficie poco estesa aspetti morfologici molto vari. A Occidente si stende un'ampia zona montuosa formata dalle propaggini meridionali dell'Appennino, che qui si presenta non più compatto in un'unica dorsale, ma sfrangiato in diverse dorsali con scarsa continuità tra i rilievi. Queste dorsali sono costituite da una successione di coltri di ricoprimento formate da rocce sedimentarie che hanno subito fenomeni di trasporto e sollevamento tettonico durante l'orogenesi terziaria. Il sistema montuoso della regione è costituito a Nord-Ovest dal gruppo di rilievi del Monte Paratiello (m 1.445) ricoperto da estese faggete, dal Monte Li Foi di Picerno (m 1.350) e, a Sud di Potenza, dalla dorsale formata dal Monte Arioso (m 1.722), dal Monte Maruggio (m 1.577), dal Monte Volturino (m 1.836) e dal Monte della Madonna di Viggiano (m 1.725). Dopo il solco della valle dell'Agri la dorsale prosegue con il Monte Raparo (m 1.761), il Monte Alpi (m 1.893), il Mo nte Sirino (m 2.005) e il Monte Serra la Spina (m 1.652). Poste trasversalmente a cavallo tra i due mari si stendono a formare le vette più imponenti della regione le cime del massiccio del Pollino. A Nord emerge isolato il cono vulcanico del Monte Vùlture (m 1.326), che rappresenta l'unico episodio di vulcanismo dell'intero versante adriatico della Penisola italiana. L'area orientale è nettamente definita dalla Fossa Bradànica, costituita dai depositi clastici plioquaternari: osservata dalla collina di Acerenza si presenta come un ampio canale dalle sponde appena modellate. Al margine orientale, appartenenti all'Avanpaese àpulo, affiorano le calcareniti della Murgia materana; a Sud-Est si stende la Pianura metapontina, originata dai depositi alluvionali dei fiumi che sfociano nello Jonio. Il sistema idrografico della Basilicata fa riferimento a tre versanti, delimitati dallo spartiacque individuato sul Monte Caruso (m 1.236), nel territorio di Avigliano. Il versante tirrenico, il meno sviluppato per la presenza della catena appenninica a ridosso della costa, è attraversato dal breve corso del fiume Noce - nei pressi di Maratea - e, più a Sud, dal Mèrcure che dal Pollino versa le sue acque nel fiume Lao in Calabria. Una piccola parte di territorio della Basilicata occidentale manda le sue acque nel fiume Tànagro, affluente del Sele, attraverso i torrenti Plàtano e Melandro che incidono profonde e selvagge gole. Il versante adriatico raccoglie le acque dell'area del Vùlture melfese, lambito al confine con la Puglia dal fiume Ofanto, l'antico "Aufidus" di Orazio. Il versante più esteso è quello jonico, attraversato dai fiumi Bràdano, Basento, Cavone, Agri e Sinni che scorrono interamente in territorio lucano, percorrendolo in direzione Nord-Ovest Sud-Est. Questi fiumi, alimentati da un fitto reticolo di torrentelli che scorrono su terreni facilmente erodibili, depositano a valle notevoli quantità di materiale alluvionale, dando origine ad alvei molto larghi e con modeste pendenze. Gran parte dei fiumi lucani è stata sbarrata da dighe per l'accumulo di acque per usi potabili e irrigui; tra gli invasi maggiori si segnalano quello di Monte Cotugno sul Sinni, Pietra del Pertusillo sull'Agri, San Giuliano sul Bràdano, Camastra sull'omonimo torrente affluente del Basento e quello di Serra del Corvo sul Basentello, affluente del Bràdano. Sono pochi i laghi di origine naturale, ma tutti di grande interesse paesaggistico. I due laghi di Monticchio, immersi in una rigogliosa vegetazione dalla quale emerge la sagoma bianca dell'ab bazia di San Michele, riempiono il cratere del vulcano spento del Vùlture. Sul Monte Sirino ai piedi di un antico ghiacciaio c'è il piccolo Lago Laudemio, il lago di origine glaciale più meridionale d'Europa; a quota inferiore, nel territorio del comune di Nèmoli, in una piccola conca sovrastata dall'autostrada Salerno-Reggio di Calabria c'è il Lago Sirino. La predominanza di rocce permeabili in tutta la fascia occidentale della regione, unita alla notevole quantità di precipitazioni, origina numerose sorgenti, a volte di notevole portata come nell'area del Sirino e del Pollino. L'area collinare orientale, caratterizzata da terreni impermeabili, si presenta invece povera di acque sorgive. Alle falde del Vùlture, dove le acque filtrano attraverso le formazioni vulcaniche sciogliendone parte dei minerali, sgorgano numerose sorgenti utilizzate dagli stabilimenti per l'imbottigliamento di acque minerali. Nella stessa area, a Rapolla, e a Sud della regione, a Latrònico alle falde del Monte Alpi, le acque sulfuree presenti alimentano due impianti termali. Il regime climatico della Basilicata è tipicamente mediterraneo con la massima piovosità concentrata nella stagione fredda e con un minimo estivo; le condizioni meteoriche locali sono però molto varie essendo il risultato di una combinazione di fattori legati alla posizione geografica della regione, che risente dell'influenza di tre mari - Adriatico, Tirreno e Jonio - e alla complessa orografia. Le differenze maggiori si registrano tra il versante occidentale e quello orientale e sono relative soprattutto alla piovosità. Il Lagonegrese, ad esempio, con piovosità medie annue superiori a 2.000 mm, si colloca tra le aree più piovose d'Italia, mentre in alcune aree interne del Materano la piovosità scende a livelli di clima desertico.

Web Trapanese Trapani Il massiccio del monte Sirino con il Lago Laudemio

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PARCHI NAZIONALI E REGIONALI

Parco Nazionale del Pollino

Vedi Calabria, Parchi Nazionali e Regionali.

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Parco regionale archeologico, storico, naturale delle Chiese rupestri del Materano

Il Parco regionale archeologico, storico, naturale delle Chiese rupestri del Materano, più semplicemente Parco della Murgia Materana, è stato istituito con la Legge regionale n. 11 del 1990 ed è caratterizzato da una roccia tenera costituita da profondi solchi che disegnano rupi, forre, grotte, gravine utilizzate dall'uomo che vi si è insediato sin dalla preistoria. Esso è compreso tra le contrade poste tra la S.S. 7, la S.P. Matera-Ginosa-Montescaglioso e la S.S. 175. Ad Ovest di Matera, poi il perimetro del Parco corre su di una ristretta fascia lungo il corso della Gravina di Picciano che partendo, dall'omonimo colle giunge alla confluenza del fiume Bradano. Spettacolare è la Gravina di Matera, enorme solco calcareo che attraversa il territorio con i suoi venti chilometri di lunghezza giungendo fin sotto l'abitato di Montescaglioso. Sul fondo di questo canyon, scorre l'omonimo torrente il cui lento cammino delle acque prosegue verso Sud costeggiando i Sassi di Mat era, sfiorando l'abitato di Montescaglioso oltre il quale sfocia nel fiume Bradano. Un territorio suggestivo, apparentemente desolato, ma che nasconde ricchezze naturalistiche e testimonianze storiche di eccezionale valore. I fianchi, orientale e occidentale della Gravina, sono sostanzialmente diversi: il primo, ha una struttura morfologica più complessa a causa della presenza dell'abitato di Matera e sempre sullo stesso versante, più a Sud, posto su un colle argilloso dell'abitato di Montescaglioso. Il secondo fianco, disabitato, è un blocco calcareo privo di vegetazione arborea nella parte più vicina alla città di Matera, ma ricoperto dalla caratteristica vegetazione mediterranea nel quale sono rivenibili le tracce dell'uomo tra cui chiese rupestri, villaggi preistorici di epoca neolitica, jazzi, cave da cui si ricavava il materiale costruttivo delle abitazioni dei Sassi, e masserie. Oggi questo versante, circa 8.000 ettari, che nascondono gli ultimi lembi di un bosco medi terraneo, rientra nei confini del Parco. è proprio il rapporto antico tra natura e uomo che rende unico questo Parco che attraverso l'Ente di gestione, tutela contemporaneamente una natura spettacolare e le opere realizzate dalle mani dell'uomo nel corso di migliaia di anni con il paziente lavoro dell'incisione. La flora del Parco comprende 923 specie, cioè circa un sesto dell'intera flora nazionale e un terzo di quella regionale: un numero ragguardevole per un'area di circa 8.000 ettari di superficie. Nel territorio del Parco, la millenaria azione dell'uomo se da un lato ha portato alla estrema rarefazione dei boschi, dall'altro ha costituito la ragione principale della diffusione delle specie erbacee dando luogo a quelle tipologie degradate di vegetazione a gariga e pseudosteppa. Esistono diversi tipi di garighe che sfumano le une nelle altre, a seconda del substrato geologico e del grado di evoluzione, e si confondono in modo pressoché continuo con gli stadi di vegetazione, come le for mazioni rupestri o la macchia bassa. Tra le specie più diffuse spiccano: il timo arbustivo, il timo spinosetto, l'eliantemo jonico, la salvia argentea, la santoreggia montana, il lino di Tommasini, l'euforbia spinosa. Abbastanza frequenti in questi ambienti sono pure le neofite. Fra le più comuni troviamo lo zafferano di Thomas, il cipollaccio della Basilicata, l'aglio moscato, il giaggiolo siciliano. Nelle cenosi pseudosteppiche, dove abbondante in passato è stato il pascolo e dove il substrato si presenta compatto e asfittico, si rinvengono copiose specie come l'asfodelo mediterraneo, la ferula, l'asfodelo giallo, la scilla marittima. Diffusissimi e spesso di notevole estensione sono gli xerogramineti che costituiscono delle vere e proprie praterie steppiche nelle quali le specie dominanti sono le graminacee appartenenti per lo più al genere Stipa. L'intera Murgia Materana è interessata dalla singolare presenza di imponenti solchi erosivi simili a canyon che ne intaccano l o spesso basamento di calcare cretacico. Questi burroni sono comunemente noti come "gravine" e i tratti più imponenti hanno pareti ripide strapiombanti, incredibilmente modellate dalla millenaria erosione, con guglie, pinnacoli, grotte e caverne, scenario singolare in cui fiorì la civiltà rupestre. In esse trovano il loro habitat ideale numerose specie vegetali dette "rupicole", cioè adatte a viver sulla nuda roccia e numerose altre che trovano nelle gravine condizioni microclimatiche particolarissime. Queste forre costituiscono per molte rare specie un ambiente altamente conservativo, scomparse altrove per mutate condizioni, vi sopravvivono quali veri e propri fossili viventi, relitti di flore arcaiche. Fanno parte di questo contingente flogistico specie come il Kummel di Grecia, la campanula pugliese, la scrofularia pugliese, l'alisso sassicolo, l'atamanta siciliana, il raponzolo meridionale. Nella flora rupestre sono presenti anche prestigiosi e rari endemismi come il fiordaliso garganico, specie esclusiva del Gargano e delle Murge fra Laterza e Matera, Otranto e la Sila; la vedovino di Basilicata, appariscente e raro endemita dei substrati argillosi pure presente nell'area del Parco. Fra la gariga e la macchia mediterranea, nei boschetti residui di roverella e di fragno, si nasconde, oltre all'interessante flora rupestre, una fauna ricca e pittoresca. Avvicinandosi al torrente Gravina, che attraversa l'omonimo territorio, è facile ascoltare il canto dell'usignolo di fiume o dello scricciolo, che vivono nascosti tra la vegetazione di salici e cannucce di palude che contornano il corso d'acqua. Nella rigogliosa macchia mediterranea, invece, è molto facile trovare per terra aculei di istrice. Se si è fortunati può capitare di veder far capolino, magari dietro qualche lentisco, un meraviglioso colubro leopardiano; altri rettili che è possibile incontrare sono il biacco, il cervone, la natrice dal collare e la vipera comune. Ma la fauna terrestre non si esaurisce qui: faine, volpi, tassi e ricci percorrono abitualmente i sentieri del Parco. Tra la ricca fauna ornitologica che movimenta i cieli del Parco vale la pena ricordare la presenza del capovaccaio, il più piccolo avvoltoio europeo; delle poiane, dei nibbi reali, dei bianconi e dei falchi lanari. Un discorso a parte merita il falco grillaio, che adora svernare in questi luoghi e che, non a caso, è stato scelto quale simbolo del Parco.

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Edifici rupestri

Le viscere di questa terra nascondono un patrimonio storico e archeologico di eccezionale valore: le chiese rupestri (l'ultimo censimento sistematico ne ha contate 160 fra luoghi di culto veri e propri asceteri e santuari, e gli affreschi medioevali che spesso ancora le ornano documentano l'alto livello artistico e culturale raggiunto nel Medioevo in zona), i tre villaggi trincerati neolitici, un numero imprecisato di tombe preistoriche, cisterne scavate nella roccia con i relativi sistemi di approvvigionamento, oltre ai tradizionali casali, masserie e "iazzi". Innumerevoli le chiese scavate in prossimità di piccoli insediamenti rurali o lungo gli antichi percorsi che legano la città alla campagna. In queste si riconoscono elementi architettonici desunti dall'architettura "fuori terra" ma soprattutto uno scavo finalizzato a creare nel sito, con un dispendio minimo di risorse, gli elementi più indispensabili all'officitura del luogo di culto. Lo scavo dell'aula qualche volta è accompagnato dalla costruzione in muratura della facciata o di altre strutture interne. Negli impianti si ritrovano gli elementi costituenti gli edifici in muratura, contestualizzati, però, nel difficile ambiente rupestre. Le chiese sono ad aula unica oppure a tre o due navate. Spesso sono concluse da absidi qualche volta preceduti da transetti di ridotte dimensioni. In molte cripte si nota l'accenno di una cupola realizzata con uno scavo lenticolare, mentre il ricordo delle coperture a tetto delle chiese in muratura compare nell'uso dei soffitti a schiena d'asino rilevabili negli ipogei più complessi.
Villaggio di Murgia Timone
è il più facile da visitare tra gli insediamenti trincerati neolitici dell'agro di Matera, dove Domenico Ridola lo scoprì nel 1898. Presenta una forma ellissoidale ed è composto da due cerchi a forma di otto: lo scompartimento orientale ha una superficie di mq 7.000 e la forma di un circolo irregolare; quello occidentale (mq 19.600) ricorda una figura ellissoidale. Questa trincea fu scavata con arnesi di pietra, come si deduce dalle impronte lasciate sulle pareti.
Chiesa della Madonna delle Tre Porte
L'elemento significativo di questa chiesa oltre che dal residuo corredo di affreschi è costituito dalla pianta a tre navate con absidi contrapposte. Le cripte di Cristo, la Selva e San Martino, si presentano al centro di un vasto insediamento abitato da pastori. La chiesa ha subito danni e conserva solo due ambienti, un tempo interamente affrescati: del palinsesto di dipinti si riconoscono ancora una Deesis del XV secolo e una Madonna con Bambino realizzata nel tardo XIII secolo.

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Chiesa della Madonna delle Virtù
Interamente scavata nella calcarenite presenta pianta basilicale con tre navate culminate in absidi semicircolari con l'abside centrale di misura maggiore. L'entrata è posta nella navata di sinistra e sulla destra si notano i gradini per accedere ad altri ambienti ed alla chiesa di San Nicola dei Greci. Lungo la parete della navata di destra è stato ricavato in seguito un ambiente quadrangolare, nel quale è ben visibile la tecnica di escavazione usata nei Sassi di Matera. La navata centrale ha una volta a schiena d'asino con due ordini di archetti in rilievo. Altri elementi plastici caratterizzano la volta: una colonna tortile collega la volta alla struttura verticale e la zona degli absidi è coperta da cupole, con una croce greca inscritta a rilievo. Sono presenti due affreschi, in cattivo stato di conservazione, entrambi rappresentanti la Crocifissione. Il primo, cinquecentesco è nell'abside centrale, e risulta di buona fattura, come denotano la ricchezza delle vesti e l'atteggiamento dei personaggi. Il secondo, trecentesco, è posto nella navata destra, opposto all'abside, di stampo tardo-gotico.
Chiesa di San Nicola dei Greci
è situata sopra la chiesa di Madonna delle Virtù, ricavata come questa nella roccia, ha come copertura il piano di campagna. è composta a due navate terminanti con un abside ed oggi comunica con locali adiacenti attraverso alcune aperture. In origine le navate erano precedute da un unico grande ambiente, la cui copertura è crollata e possiamo notare sulla parete, oggi esterna, un nicchiane con un altare a blocco. Pregevoli risultano i numerosi affreschi presenti. Oltre ad alcuni affreschi di Santi, parzialmente leggibili e di chiara matrice bizantina, è presente in buono stato di conservazione sulla navata sinistra un trittico raffigurante San Nicola affiancato da Santa Barbara, San Pantaleone con iscrizioni in latino e rappresentati in modo frontale. San Nicola con apparato liturgico bizantino, benedice alla greca, Santa Barbara indossa abiti imperiali riccamente rifiniti e San Pantaleone in ricche vesti regge un cofanetto con ampolle di unguenti, simbolo della sua professi one di medico. Il trittico, di difficile datazione, dovrebbe risalire alla seconda metà del Duecento. Nella conca absidale della navata destra, si trova una bella Crocifissione trecentesca con chiare influenze cimabuesche ed in discreto stato di conservazione. Sulla parete destra osserviamo due affreschi quattro-cinquecenteschi, che raffigurano Sant'Antonio Abate e San Pietro Martire, trafitto dal pugnale e con la mannaia nel cranio. La chiesa risulta sconsacrata già nel '600 ed in epoca medioevale è stata usata come area cimiteriale.

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Chiesa della Madonna dell'Idris
La chiesa è per metà scavata nel masso, per metà costruita dopo il crollo della volta a botte avvenuta prima del 1500; sull'altare, Madonna col Bambino dipinta a tempera del XVII sec.; nello sguincio, Madonna annunciata e, di fronte, il Presepe e Sant'Antonio del XVII sec.
Chiesa di San Pietro Caveoso
Eretta nel XVII sec. su un preesistente edificio religioso, si articola su tre navate, di cui quella sinistra con cappellette. Nella navata destra è, entro una nicchia, la scultura in tufo della Madonna con Bambino (XVI sec.). Sull'altare maggiore campeggia il polittico in legno (circa 1540) raffigurante la Madonna con Bambino tra i SS. Pietro e Paolo; in predella è l'Ultima cena, in cimasa l'Eterno. Nella prima cappella sinistra sono stati recuperati, sotto gli stucchi settecenteschi, affreschi quattrocenteschi frammentari narranti episodi di vita dei santi. La cappella successiva, dedicata a Sant'Antonio, conserva un altare decorato da sei pannelli a bassorilievo in tufo dipinti con storie della vita del santo, ascrivibili alla prima metà del XV sec.; questi pannelli sono venuti alla luce staccando dall'altare i dipinti seicenteschi ora posti a destra e asinistra dello stesso.

Parco naturale regionale di Gallipoli-Cognato-Piccole Dolomiti lucane

Il Parco ha un'estensione di 27.027 ettari. Compresi entro i confini dei comuni di Accettura, Calciano ed Oliveto Lucano in provincia di Matera, e Castelmezzo e Pietrapertosa in provincia di Potenza. Il Parco protegge un'ampia area posta al centro del territorio regionale che presenta importanti valori naturalistici, storici ed etno-antropologici: la foresta di Gallipoli Cognato estesa per oltre 4.200 ettari; il bosco di Montepiano formato da imponenti esemplari di cerro, macchia mediterranea con residui nuclei di leccio, rocce di arenaria, che formano i bizzarri profili delle Dolomiti Lucane di Castelmezzano e Pietrapertosa, resti della fortificazione della città lucana edificata nel IV sec. a.C. sulla sommità del Monte Croccia. Tra gli elementi naturali più significativi le due dorsali di roccia arenacea, delineate diversamente: la più armonica è la montagna del Caperrino (1.400 m), suggestive sono le vette delle dolomiti murgiche di Castelmezzano e Pietrapertosa, la cui v etta massima raggiunge i 1.319 m del Monte Impiso. Cospicua è la presenza di corsi d'acqua sotto forma di torrenti e sorgenti, di carattere stagionale. Altro elemento naturale caratterizzante è la Foresta di Gallipoli Cognato, che si mostra come un'ampia macchia verde, costituita da variegate specie arboree e arbustive. Simile è il bosco di Montepiano, formato da alberi secolari di cerro e da un sottobosco di agrifoglio. Nella Foresta di Gallipoli Cognato vi sono cerri ad alto fusto, che in zone più elevate raggiungono dimensioni enormi. Altre specie secondarie sono il carpino bianco, gli aceri e le carpinelle; presso i torrenti è presente il frassino mentre il leccio si trova sulle rocce di Campomaggiore. Il bosco di Montepiano è prospero di cerri maestosi, aceri, carpini bianchi e agrifogli utilizzati durante la festa del Maggio. Similmente florida è la zona delle Dolomiti di Pietrapertosa e Castelmezzano, soprattutto di castano, tiglio, olmo ed acero, e nell e zone più alte compaiono la carpinella, il carpino, l'ornello e cespugli di leccio. La montagna di Caperrino è ricoperta da cerretta, ginestra, e soprattutto, da parterie. La stessa importanza ha la fauna, rappresentata dal cinghiale, il lupo, la volpe, il tasso, l'istrice e, raramente, il gatto selvatico. Fra le presenze rare segnaliamo il tritone italico e la salamandra dagli occhiali.

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Riserva naturale regionale Lago Pantano di Pignola

Accessibile solo dal 16 settembre al 19 marzo per non disturbare la riproduzione degli uccelli, è stata creata per tutelare un lago, anticamente una palude poi bonificata durante il Fascismo per debellare la malaria, posto a m 770 di altitudine. Tutta la zona fu studiata a inizio '800 da Emilio Fittipaldi, che segnalò tra l'altro la presenza della lontra, e ancora, nel 1934, da Orazio Gavioli, che analizzò scientificamente il lago e le sue sponde descrivendo una grande quantità di erbe rare e tipiche della zona umida. La vegetazione è caratterizzata da salici, ontani, pioppi e altre specie. I prati allagati e le rive fangose dei 155 ettari dell'invaso, che in inverno gelano, sono un'importante stazione di sosta e di nidificazione: 158 le specie di uccelli che vi passano, 37 quelle stanziali. Gli amanti del birdwatching osservano, dai capanni in legno disseminati lungo il sentiero-natura, il comportamento di rapaci, poiane, folaghe, nibbi, greppi, falchi, aironi cenerini, gazzette e cormorani; soprattutto in primavera e in estate si può riconoscere il tuffetto, simbolo della riserva.

L'ECONOMIA

La morfologia del territorio, la povertà delle risorse naturali, l'eredità del latifondismo, la scarsa iniziativa in campo industriale e l'organizzazione del territorio basata su centri piccoli e isolati sono fattori che spiegano la condizione di svantaggio della Basilicata, una delle regioni più povere del Paese. Il reddito pro capite è fra i minori in Italia e il tasso di disoccupazione resta elevato, ben al di sopra della media nazionale. Negli ultimi decenni, tuttavia, la regione sembra avere faticosamente imboccato la strada di uno sviluppo lento ma equilibrato. Il settore agricolo impiega il 10,3% dei lavoratori lucani, la percentuale più alta d'Italia dopo quella calabrese. Molto sviluppato è il settore della cerealicoltura (soprattutto avena e frumento). Si producono inoltre tabacco e barbabietole da zucchero. Tra gli ortaggi prevalgono i cavoli e i pomodori. La viticoltura è diffusa specialmente sui rilievi collinari prospicienti il mare. Dalle uve lucane si ottengono vini di un certo pregio, come quelli di Vulture e di Aglianico. Assai diffusa è l'olivicoltura. Nel settore frutticolo predominano noci e mandorle. Sviluppata è inoltre la coltivazione degli agrumi (arance, mandarini, limoni). L'allevamento riveste una certa importanza, soprattutto nel settore ovino, mentre per quanto riguarda i bovini, il settore risente dell'insufficiente produzione di foraggio. Il settore industriale ha avuto negli ultimi anni un notevole sviluppo grazie all'utilizzazione, da parte delle imprese della valle del Basento, del metano estratto dai giacimenti di Pisticci, Grottole, San Cataldo e Ferrandina. Sono state installate alcune industrie meccaniche, una fabbrica di manufatti in cemento e alcune industrie tessili. Particolare importanza rivestono le industrie petrolchimiche di Pisticci e Ferrandina, che producono fibre sintetiche e soda caustica. Presso Maratea si trova un notevole lanificio, di antica tradizione. Un rilevante impulso allo sviluppo industriale della regione è stato dato dal miglioramento delle vie di comunicazione, grazie alla costruzione di due autostrade: la prima unisce Bari a Sibari, correndo lungo la costa ionica, e la seconda da Metaponto arriva a Salerno, passando per Potenza. Dalla storica dipendenza dell'economia lucana dai finanziamenti pubblici è derivato, come in tutte le regioni del Mezzogiorno, un ampio sviluppo dei servizi nei settori a minore contenuto tecnologico, come la pubblica amministrazione e il piccolo commercio. Il patrimonio ambientale, naturalistico e storico-culturale è in via di valorizzazione; il movimento turistico, che subisce l'inconveniente della distanza dalle principali aree metropolitane, è ancora assai debole e legato, in massima parte, alle località balnearei con permanenze brevi. Ancora piuttosto carenti sono le dotazioni sociali: i sistemi sanitari e scolastici presentano squilibri nella distribuzione territoriale.

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CENNI STORICI

Dalle origini al dominio romano

I primi segni di frequentazione umana rinvenuti in Basilicata si fanno risalire al Paleolitico inferiore, periodo in cui i territori in prossimità dei fiumi e dei bacini lacustri costituivano l'habitat ideale per l'Homo erectus e le sue attività vitali di caccia e raccolta. Le testimonianze migliori di questa prima fase di civiltà sono emerse a Venosa dove nei pressi di antichi specchi d'acqua sono stati ritrovati anche i resti di specie faunistiche oggi estinte. Nel V millennio a.C. la cultura neolitica cominciò ad irradiarsi lungo i corsi dei fiumi raggiungendo anche le aree interne; dopo una fase climatica di tipo arido, che aveva impoverito i suoli e le coltivazioni, provocando un diradamento dei centri abitati, segue a partire dal 1700 a.C., un rifiorire di insediamenti stanziali in aree in precedenza spopolate. Dediti all'agricoltura e alla pastorizia, gli uomini dell'Età del Bronzo lavoravano la ceramica ed i metalli, fabbricavano utensili ed armi, intrattenevano rapp orti via terra e via mare. Non distante dalle spiagge dello Ionio, a Pane e Vino, fra Tursi e Policoro, è stato scoperto uno dei primissimi documenti delle relazioni commerciali fra la Basilicata ed il mondo del Mediterraneo orientale: la tomba di un capo tribù coperta da lastroni di pietra e contenente uno scettro di comando, vasi con incisioni geometriche e una collanina in pasta vitrea, esemplare noto della produzione assiro-fenicia collegata al mondo miceneo. La colonizzazione di Siris, situata presso la riva del fiume omonimo detto Sinni, avvenne sul finire dell'VIII sec. a.C. ad opera dei Colofoni, una colonia greca fuggita in Occidente per scampare alla dominazione Lidia. La fondazione di Metaponto, avvenuta nel 630 a.C. circa da parte degli Achei, porterà ad un primo frazionamento nell'area della costa ionica; e saranno due modelli coloniali sostanzialmente diversi a fronteggiarsi, quello acheo (Sibari, Metaponto) basato sulla centralità della terra e dello spazio agrario, delle cui conseguenze tratteremo più avanti, e quello sirima meno accentratore e maggiormente permeato dalle preesistenze indigene, anche nella metodologia di sfruttamento della terra. Nel corso del IV sec. a.C. ognuna delle due città era ormai padrona di un territorio molto vasto (chorà) al punto che l'influenza di Metaponto era ormai estesa fino a Pisticci e Montescaglioso e, quella di Siris, fino a Santa Maria d'Anglona e Montalbano, la cosiddetta Sirtide. L'arrivo dei coloni greci, che fu dapprima sporadico e poi massiccio, comportò numerose conseguenze e alterazioni dell'ambiente fisico dell'area costiera ionica e delle aree interne, raggiunte mediante le valli fluviali. Ed è proprio all'insistente ricerca di nuovi terreni da coltivare che si attribuisce il forte disboscamento e la conseguente erosione dei versanti argillosi perduta fino agli inizi del III sec. a.C. ed alla quale si possono far risalire quelle forme calanchive che tutt'oggi caratterizzano il paesaggio d ell'area orientale della Basilicata. Con gli scavi condotti ad Alianello, Armento, Roccanova, Incoronata, Cozzo Presepe, Pisticci e Serra di Vaglio, emerge come proprio la Lucania interna, in questa fase, si caratterizzi quale importante crocevia di etnos diversi, così come evidenzia la diffusione di oggetti di lusso, di chiara matrice etrusca e, l'affermazione dei costumi e dell'organizzazione sociale ellenica. Questa convergenza di culture si imprimerà nel sostrato indigeno "enotrio", creando condizioni di civiltà ed impulsi di progresso inusitati, come ampiamente dimostrano i ritrovamenti dell'area del Melfese e quelli di Serra di Vaglio. Fra il VI ed il V sec. a.C. però, questo ipotizzabile equilibrio tra coloni greci ed "entri" viene intaccato, provocando una trasformazione improvvisa nel quadro territoriale della Basilicata, dove alcuni degli insediamenti più fiorenti, ricaduti nel raggio delle chorai greche, scompaiono (l'Incoronata e Santa Maria di Anglona), mentre a ltri, soprattutto nelle zone più interne della regione, si fortificano presentando una loro evoluta strutturazione interna. Questa trasformazione interna si colloca in un quadro storico estremamente movimentato che sul finire dell'età arcaica, vede gran parte dell'Italia e dei suoi gruppi etnici coinvolti in una moltitudine di conflitti ed avvicendamenti, che avrebbero azzerato e riformulato gli equlibri territoriali costituitisi fino a quel momento. Sul finire del V sec. a.C. arriva qualcos'altro a turbare o a mutare i delicati equilibri delle popolazioni "enotrie" della regione: i Lucani. I Lucani dovevano discendere dai Sanniti (genti italiche provenienti dal Molise e dalla Campania) a loro volta discendenti da una più antica unità etnica originatasi in un'area compresa fra le Marche e gli Abruzzi, ovvero i Sabini. Ciò che resta ancora oscuro sono le modalità e le cause di questa massiccia immigrazione che, iniziata sul finire del VI sec. a.C., determinò una trasformazione profonda dell'identità della Basilicata. Gli effetti dirompenti dell'azione espansiva di questo popolo si colgono nella conquista delle colonie greche di Poseidonia (Paestum) e Laos, città forti e ben difese ai tempi dell'occupazione lucana avvenuta tra il 421 ed il 389 a.C. Confidando in una indiscussa forza militare i Lucani si spinsero ripetutamente anche sull'altra costa, iniziando una serie di combattimenti contro le colonie greche dello Ionio: Thourioi, Heraclea, Metaponto e Taranto. A questa fase di espansione, compresa fra il V ed il IV sec. a.C., si fa risalire l'edificazione di alcuni importanti centri fortificati, situati sui rilievi e a guardia dei fondovalle (Serra di Vaglio, Torretta di Pietragalla, Civita di Tricarico, Monte La Croccia, Torre di Satriano). Il modello delle città-Stato che in un certo senso aveva determinato e governato gli equilibri politici dell'età arcaica, a causa delle spinte egemoniche provenienti da più parti, sul finire d el IV sec. a.C. decadde, inaugurando una stagione di conflitti lunga e, sul piano delle alleanze, molto confusa. La Basilicata, in questa fase, sarà in un certo senso vittima del fervore espansionistico dei Lucani, contemporaneamente costretti a difendersi dalle incursioni sannite a Nord, dalle offensive dei Locresi e di Dionigio II - che dalla Sicilia tentava di espandere la sua egemonia nel Sud della penisola - e dall'avanzata di Archidamo di Sparta prima e di Alessandro il Molosso poi, venuti dalla madrepatria in difesa di Taranto e delle città della Magna Grecia. Nel corso del III sec. a.C., gli effetti d questa prolungata fase di conflitti saranno devastanti spalancando le porte ad un lungo ed inesorabile processo di pauperizzazione della società, ben evidenziato dall'abbandono di gran parte degli insediamenti preesistenti. Da questo periodo convulso in cui si verifica l'ascesa dei Galli, il conflitto fra Romani e Sanniti per il controllo del centro della penisola e la spedizione di Pirro re dell'Epiro, tesa a ristabilire l'unità dei territori della Magna Grecia, emergerà improvvisamente l'egemonia di Roma che, ficcate le resistenze di Etruschi, Galli e Sanniti, e respinto Pirro, si presentava di prepotenza come la forza dominatrice del panorama politico italico. I Lucani avevano conosciuto i Romani intorno al 330 a.C. quando con questi costituirono un'alleanza "strumentale" utile a fronteggiare la pressione sannita a Nord e quella italiota a Sud. Ma la durata del consenso fu davvero breve perché i Romani, già nel 325 a.C., stabilivano un presidio strategico a Luceria, evidenziando forti mire espansionistiche verso Sud. Con il sostegno offerto ai Thurini nel 282 a.C., ancora una volta minacciati dalla potenza militare lucana, i Romani facevano il loro ingresso ufficiale nello scacchiere della Magna Grecia: quando contravvenendo ai patti alcune navi romane oltrepassarono il capo Lacinio, presentandosi a mo' di sfida innanzi al porto di Taranto, la reazione dell a città fu immediata e violenta; le navi furono distrutte e si apriva la guerra tarentina. In difesa della città ionica sbarcò a Taranto Pirro, re dell'Epiro che, appoggiato dai Lucani, ottenne una prima vittoria nella durissima battaglia campale combattuta fra Pandosia ed Herakleia nel 280 a.C.; ma nel 276 a.C. Pirro venne duramente sconfitto a Maleventum e di lì costretto a rinunciare ai sogni di una restaurazione del dominio greco e tornare in patria con ciò che rimaneva del suo imponente esercito di uomini ed elefanti. Questa svolta determinò la resa di Taranto, avvenuta nel 272 a.C., e l'estensione immediata del predominio romano sulle colonie greche del Sud della penisola. Nel 273 a.C. intanto, insistendo sulle città che garantivano importanti accessi sul Mediterraneo, Roma aveva conquistato il primo e, fino ad allora, incontrastato presidio lucano sul Tirreno, Paestum. Se la conquista seguita alla resa di Taranto aveva imposto ai nuovi popoli soggetti lo status di socii , vale a dire alleati con l'obbligo di fornire truppe agli eserciti imperiali, con la sconfitta di Annibale avvenuta nel 206 a.C. - al fianco del quale avevano combattuto frange numerose di Lucani nella speranza di un riscatto sociale - il Governo di Roma apriva una fase ancor più restrittiva che prevedeva il sequestro di ulteriori terreni e il rafforzamento degli organi di controllo (praefecturae). In questa fase, oltre alle campagne, si verificò l'abbandono di Laos e il declino di Serra di Vaglio, al quale faceva eco la fondazione di Potentia. Avamposti romani di primaria importanza strategica, nell'interno della regione, divenivano Venusia a Nord - fondata già nel 291 a.C. - e Grumentum a Sud. L'abbandono delle terre, contro cui nulla poterono le colonizzazioni imposte dagli Scipioni e dai Gracchi negli ultimi decenni del III sec. a.C., coincise con il declino delle tradizioni indigene evidenziato, dagli scavi archeologici, nell'impoverimento dei corredi funerari di quel periodo. A determinare tale povertà diffusa e la crisi demografica che ne conseguì, nel II sec. a.C., contribuirono le continue e spietate guerre sociali. Grazie soprattutto alle antiche tradizioni mercantili ed artigianali, Herakleia e Metaponto riuscirono, fino al I sec. d.C., a conservare consistente vivacità e benessere. Con il procedere dell'età Imperiale, al tracollo di Herakleia si contrapponeva il vigore di Grumentum che diveniva uno dei centri più ricchi ed importanti della Lucania romana. Il tessuto sociale, politico ed economico della Basilicata si era radicalmente trasformato allor quando l'Imperatore Augusto attribuì ufficialmente il nome di Lucania e Bruzio alla III circoscrizione italica, nel nuovo ordinamento amministrativo della penisola teso ad agevolare un maggiore e più efficace controllo sulla popolazione. Allo splendore dell'Impero romano, che proprio tra il I ed il III sec. d.C. raggiungeva la massima influenza estendendo rapporti commerciali fino alla lontana Cina, faceva dunque ombra un graduale impoverimento di quelle antiche province italiche che pure erano state culla di grande civiltà, come la Lucania. Ma presto questa crisi si sarebbe estesa fino a ledere il cuore stesso dell'Impero, assumendo le dimensioni di un generale tramonto della società antica. Il peso della fase di conflitti unilaterali in cui Roma era impegnata fra III e il IV sec. d.C., gravava naturalmente sull'esercito romano che doveva essere costantemente rinforzato e rinnovato, decretando il conseguente aumento delle tasse, imposte perlopiù all'agricoltura. Sottomessi ad un regime fiscale insostenibile, gran parte dei contadini abbandonarono le terre ed il latifondo sbaragliò nelle antiche e ricche province italiche generando miserie, carestie ed una profonda crisi demografica. Ed è in questo scenario che si preparava l'infiltrazione dei Barbari e la caduta definitiva dell'Impero romano d'Occidente, con l'antica capitale ridotta a mera sede di un esautorato ed impotente senato, e la nuova capitale, trasferita a Costantinopoli, a rappresentare il rinnovato cuore economico, politico e commerciale dell'Impero.

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I Goti e i Bizantini

Per la Lucania, come per l'intero Paese, con il V sec. d.C. si apriva un periodo veramente buio, anche sul piano delle testimonianze storiche, poiché ben poche notizie ci sono state tramandate sui primi decenni delle invasioni barbariche. Di rilevante possiamo dire che la spinta delle popolazioni gote, dal Centro verso il Sud, dovette essere il motivo che convinse i pastori a deviare il tradizionale percorso della transumanza dagli Abruzzi alla Puglia, su un asse più sicuro che dalla Valle dell'Ofanto raggiungeva il Vulture e l'Irpinia. Tale movimento incise molto sul rilancio dell'area nord-orientale della regione tanto che fra il IV ed il V sec. d.C. il centro della vita economica si spostò decisamente dalle valli dell'Agri e del Sinni verso il Vulture-Melfese, provocando l'abbandono definitivo della costa Ionica, ormai malarica ed incolta. La crisi raggiunta dalle province italiche nel IV sec. d.C. aveva ridotto la società e l'economia allo stremo. Il sistema delle coemptione s, basato sull'ammasso obbligatorio dei prodotti agricoli per il fabbisogno dell'esercito e dell'amministrazione, aveva prostrato la popolazione e ridotto a nulla le risorse. Non solo le campagne, ma anche le città erano ormai sfinite da un'economia di mercato insostenibile. Nel V sec. la Lucania dovette provvedere ad ospitare le guarnigioni gote dislocate nel Regno, hospitalitas che si risolveva prevalentemente nella confisca e nella ripartizione delle terre sottratte agli antichi possessores nella misura di un terzo, cosa che provocò non poco scontento nella categoria dei proprietari terrieri. Solo la parte nord-orientale della regione riuscì a sottrarsi al generale decadimento. Vivace e fiorente è in questo periodo l'attività commerciale di Venosa che ospita una antica e ben inserita colonia ebraica, nerbo di un'economia basata sull'agricoltura (grano e frumento), il commercio e l'artigianato. Sostenuto dall'idea di liberare l'Impero dal giogo dei Barbari e degli infedeli, Giustiniano ordinò la riconquista dell'Italia. Nel 536 un forte esercito bizantino guidato da Belisario sbarcava a Reggio ed in men che non si dica risaliva e conquistava le regioni del Sud che, secondo la testimonianza di Procopio di Cesarea, al seguito dei Bizantini, supportarono ed accolsero il generale come un liberatore, stanchi delle vessazioni dei Goti. Nel dicembre del 536 Belisario entrava vittorioso in Roma mentre Giovanni il Sanguinario sbarcava ad Otranto, inviato da Giustiniano a controllare le regioni del Sud; cominciava così quella lunga e violenta "guerra gotica" di cui il Mezzogiorno, ed in particolare la Lucania, sarebbero stati teatro per oltre vent'anni. I Goti ed i Bizantini si avvicenderanno più e più volte nel controllo della regione, soprattutto della sua parte orientale, istruendo per altro promesse diverse nel tentativo di aggregare e far combattere il popolo alle cause dell'u no o dell'altra. Quando i Goti, sconfitti da Giovanni il Sanguinario a Brindisi, ripararono ad Acerenza, l'epicentro dello scontro si spostava in Lucania, sottoposta a razzie e distruzioni d'ogni tipo. Ed è a questo punto, sempre secondo la testimonianza di Procopio di Cesarea, che nel vivo della "guerra gotica" entrò un esercito di Lucani, guidato da Tulliano, figlio di Venanzio, potentissimo correctores romano. Questi riuscì ad aggregare gran parte dei proprietari terrieri vessati dalle "ripartizioni" gote, incitandoli a contrastare le orde dei Barbari che avevano devastato le terre. Ottenuta la rassicurazione del perdono dell'Imperatore, da parte di Giovanni il Sanguinario, Tulliano e il fratello Deoferonte si posero alla guida di un folto drappello di uomini riuscendo a fermare i Goti inviati a rafforzare il presidio di Acerenza. Totila però seppe abilmente mettere gli uni contro gli altri i Lucani, promettendo di assegnare terre ai coloni sottraendoli dall'obbligo di pagare i tributi ai ricchi proprietari terrieri. Vinti naturalmente da tale generosa promessa i contadini si schierarono con i Goti, scatenando una violenta guerra civile. Uccisi Totila e Teia, sul finire del 553 i Bizantini erano ormai padroni della situazione se non per un unico fronte aperto, quello di Acerenza; ma la lotta dei Goti era senza speranza perché il Paese, stremato da carestie e pestilenze, fu costretto ad arrendersi a Narsete. Dopo venti anni di guerra sanguinaria lo spettacolo offerto dalle regioni italiche doveva essere agghiacciante poiché seppure la Lucania conosceva già da qualche secolo un progressivo declino economico e sociale, la guerra gotica le inferse un colpo mortale. La restaurazione bizantina, con la Prammatica sanzione promulgata da Giustiniano il 14 agosto del 554, stabilì le rigide leggi dell'assoggettamento dei territori conquistati, divenuti ora province dell'Impero. Il fiscalismo bizantino non risparmiò un Paese stremato dalla guerra e, sulla base dell'antico ordinamento romano, riimpose obblighi sugli scambi e le vendite, attraverso cui si garantiva il drenaggio di danaro e risorse a favore delle grandi proprietà fondiarie e delle città residenziali delle aristocrazie. Il praefectus thesariorum ed i rationales garantivano la spietata riscossione dei tributi nelle province italiche secondo un sistema che, unito alle rovine della guerra, avrebbe portato all'esaurimento delle risorse e ad una crisi senza via d'uscita. In queste condizioni l'ordinamento romano si avviava al suo tragico epilogo e l'Italia, prostrata, disgregata e privata ormai anche della difesa del forte esercito dei Goti, doveva ora piegarsi all'ennesima incursione barbara. E fu l'arrivo dei Longobardi, nel 568, a determinare una lacerazione storica e culturale profonda, con la quale ci pare si possa opportunamente far coincidere la fine dell'età antica e l'inizio del Medioevo.

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Dal Medioevo ai Longobardi

I Longobardi, guidati da Alboino, stabilirono la loro capitale a Pavia e fondarono due importanti ducati a Spoleto e Benevento. La città campana, ribattezzata dai Romani dopo la vittoria su Pirro, rappresentava il fronte più avanzato delle conquiste italiche dei Longobardi e, sotto la guida di Zottone, si caratterizzò subito come ducato indipendente. Così, a meno di quindici anni dalla conclusione della "guerra gotica" la Lucania, ancora prostrata, si preparava a subire le mire espansionistiche di Zottone, un vero e proprio arrembaggio contro cui nulla poterono le deboli guarnigioni bizantine. Gli exercitales beneventani oltrepassarono l'Ofanto e in men che non si dica, con la loro proverbiale violenza, stabilirono presidi a Pescopagano, Ruvo, Vietri, Satriano, in val d'Agri e, convergendo verso Nord, occuparono Venosa e strinsero l'assedio ad Acerenza che, stavolta, ben poca resistenza potè opporre al nuovo nemico. In questo modo i paesi lucani entrarono a far parte del Ducato di Benevento, agli ordini del riottosissimo Zottone. Alla confisca della terra i Longobardi fecero seguire gli assalti ai beni delle chiese e delle comunità monastiche, alle quali si impose la presenza di sacerdoti ariani, decisione che provocò la fuga di gran parte dei religiosi. Cadute in disgrazia le strutture ecclesiastiche, che costituivano ormai un punto di riferimento privilegiato per le comunità locali, è facile immaginare la desolazione che avvolse in quegli anni il Paese, perseguitato da una insanabile carestia e dalla peste. I Longobardi del resto pare non avessero grandi iniziative in agricoltura in quanto privilegiavano una cerealicoltura senza mezzi né concimi, affidata esclusivamente al tradizionale riposo della terra. Si diffuse invece molto l'allevamento di equini, suini, bovini e ovini, come nel costume di un popolo avvezzo a cibarsi di molta carne e formaggi. Con i Longobardi la Lucania scompare in quanto circoscrizione territoriale, in quanto al suo posto subentrano vari gastaldati: Venosa, Acerenza (che conta fra le sue contee anche Potenza), Latiniano (che comprende Marsico ed è esteso fino al Pollino), Lucania (il territorio a Sud del Sele con al centro Paestum) e Laino (che comprende la valle del Mercure e quella del Lao). In posizione dominante verso la valle del Melandro viene eretta Satriano, sede vescovile dalla metà del IX secolo, mentre Tricarico, Montescaglioso e Montepeloso (in una posizione dominante fra le valli del Bradano e del Basento), assurgeranno al ruolo di città. I tre centri situati sulla Gravina furono unificati e cinti di mura con il nome di Mateola (Matera) e, sul Tirreno, vennero fortificate Malatei (Maratea) e l'isola di Dino. A provocare l'ennesimo scompiglio, di lì a poco, sarebbe arrivato il provvedimento con cui l'Imperatore d'Oriente ordinava di distruggere le "sacre icone", motivo che determinò la definitiva insubordinazione di Papa Gregorio III nei confronti tanto del Basileus quanto del Patriarca di Costantinopoli. In nome della Sancta Respublica Romanorum, sancita nel Concilio del 731, l'"Occidente" espresse la sua decisa condanna nei confronti degli iconoclasti e sancì, quale unica autorità ecclesiastica e politica, quella del Papa di Roma. Scampati alla furia iconoclasta, molti basiliani ripararono in Italia e, in gran numero, risalendo la costa ionica, approdarono in Lucania lungo le valli dell'Agri e del Sinni. La loro influenza sulla ripresa dell'economia di vaste zone della regione, soprattutto fra il IX e l'XI secolo, sarà estremamente rilevante. I basiliani si adoperarono molto in opere di bonifica e nel ripristino di attività agricole e di trasformazione di materie prime in prodotti alimentari, svolgendo inoltre una grande opera di divulgazione di fede tra un popolo fortemente provato da secoli di guerre, carestie e sacrilegi. Prima Pipino e poi Carlo spensero definitivamente le mire espansionistiche dei Longobardi che, a partire dall'anno 774, videro la loro egemonia sulla penisola relegata al solo Ducato di Benevento. Arechi, in cambio del controllo sul Ducato, aveva promesso al re Carlo di disarmare le proprie fortezze, fra cui rientrava la roccaforte di Acerenza. Ma questo non avvenne, poiché Arechi impiantò sì i cantieri ma in funzione di un ampliamento e rafforzamento delle sue difese, ora minacciate da vicino dalle scorrerie dei Saraceni, provenienti dalle coste meridionali e già arroccati ad Anglona, dopo aver sottratto la valle del Crati al controllo longobardo. Dopo la morte di Arechi i Longobardi si disputavano selvaggiamente la successione. I pretendenti erano Sichenolfo e Radelchi che, pur di raggiungere l'obbiettivo, si allearono con i generali saraceni i quali, ovviamente, ben poco preoccupati delle discendenze longobarde, ne approfittarono per estendere i propri domini. Apollafar, al servizio di Radelchi, si spinse nel Latiniano e poi nel Metapontino dove costruì un campo fortificato sul colle ove sorgerà Tursi; successivamente, edificata la roccaforte sulle montagne di Pietrapertosa, i Saraceni occuparono Tricarico ma non riuscirono ad espugnare Potenza. La disputa fra i due pretendenti, mentre l'egemonia musulmana era cresciuta a dismisura, si concludeva con la divisione dell'antico Ducato in due circoscrizioni, sotto la supervisione di Lotario, succeduto al trono del Sacro Romano Impero nell'843. Nel Principato di Salerno, riconosciuto a Sichenolfo, confluivano i gastaldati di Acerenza (per la media parte), di Latiniano, di Laos, di Lucania e di Conza, mentre solo la restante parte del gastaldato di Acerenza, la regione del Vulture, rimaneva nel Principato di Benevento. Ancora una volta divisa, nel corso del IX sec. la Lucania prestava il fianco agli assalti dei Saraceni, in un contesto di grande miseria in cui le coltivazioni erano minacciate dai bruchi e dalle lacuste, e un maggio di frumento costava otto soldi, poco meno del prezzo pagato per uno schiavo. I nuovi principi longobardi non erano in grado di fronteggiare l'avanzata musulmana, ancorchè dissidi interni ne limitavano ulteriormente la capacità offensiva. I Saraceni infatti riprendevano Taranto e poi proseguivano verso l'interno conquistando Matera e Tursi; da questo avamposto si spinsero fino a Venosa senza però riuscire ad espugnare Acerenza. I principi longobardi tentarono ancora, nel corso del X sec., di recuperare i territori perduti fino a che, dopo anni di battaglie fra Sassoni, Longobardi e Bizantini, combattute scorrazzando e depredando il solito ed incolpevole Mezzogiorno, Giovanni I Zimisce, eletto al trono imperiale di Costantinopoli, pose pace ottemperando alle richieste di matrimonio fra la principessa Teofane e l'erede al trono d'Occidente, Ottone II. In seguito a questo "accordo" il Principato di Capua e Benevento venne riconosciuto all'Imperatore d'Occidente, mentre la Lucania orientale, la Puglia, la Calabria e la sovranità sul Principato di Salerno rimanevano in saldo possesso del Basileus Giovanni I Zimisce. In tale nuova configurazione politica la Lucania non conservava più nulla dei confini e degli ordinamenti della circoscrizione augustea: i Bizantini non suddivisero il territorio in province, bensì in Temi, cosicché il gastaldato di Latiniano, la contea di Potenza, l'alta e media valle del Bradano, il Vulture e la roccaforte di Acerenza, confluirono in uno dei tre Temi del Catepanato d'Italia, che comprendeva il Tema di Langobardia, il Tema di Calabria e quello di Lucania con capitale a Tursi, sottratta ai musulmani, in posizione dominante rispetto alla rotta preferita dalle incursioni arabe. Nel 985 gli Arabi, risalendo il Bradano colpivano duramente Venosa, depredando ogni cosa e trasportando in patria, lungo i fiumi, un numero infinito di schiavi. Singolare invece la vicenda di Pietrapertosa dove un certo Luca, approfittando dell'impopolarità del taurmarca del luogo, con l'aiuto dei Saraceni e convertitosi all'islamismo, ottenne il comando del Paese. Da questo momento e fino al 1001, il presidio arabo di Pietrapertosa, per la sua ottima posizione, costituì il caposaldo delle incursioni saracene dal Basento verso Tricarico, Tolve ed Acerenza. Sul percorso "infuocato" che dalla costa ionica raggiungeva Bari, in quegli stessi anni i Bizantini fortificavano Matera, in una fase in cui l'egemonia nel Tema di Lucania era già forte e consolidata, lasciando intravedere anche i primi segni di una certa ripresa economica, in parte incentivata dall'opera dei benedettini e dei basiliani. Tra il X e l'XI sec. le aree coltivate si estesero e si diffusero la monocoltura cerealicola, la vite e l'olivo. Fra il X e l'XI secolo, sui fianchi della Gravina di Matera, di quella di Picciano e sui terrazzamenti creati dai depositi alluvionali del fiume Bradano, sorsero diversi nuclei di chiese rupestri. In questi luoghi di preghiera scavati nella roccia si ritiravano in silenzio i Padri basiliani, ispirati ad una regola religiosa pacifica e non violenta.

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I Normanni

Non appena scoccato l'anno Mille, una violenta rappresaglia longobarda metteva in allarme il presidio bizantino di Canne; la battaglia, combattuta nell'ottobre del 1018, fu vinta dalle forze del Catapano ma, in quell'esercito in ritirata, facevano la loro prima comparsa i cavalieri normanni. Pare che proprio dopo la sconfitta di Canne parte dei Normanni superstiti decisero di stabilirsi al Sud, richiamando al seguito le proprie famiglie. In una situazione in cui erano tanti i fronti su cui battersi, i Normanni non tardarono ad inserirsi adeguatamente nel gioco politico dei principi italiani e, quando i tumulti antibizantini incendiarono Bari, nel 1038 e nel 1040, provocando rivolte in tutto il Catepanato, essi si schierarono al fianco dei rivoltosi. Approfittando della scarsa resistenza imperiale, poiché gran parte delle truppe erano impegnate in Sicilia contro i Saraceni, il contingente normanno guidato da Arduino, con l'appoggio e forse la cieca complicità delle forze locali, si impadroniva di Lavello, Ascoli Satriano e Melfi. A questo punto i Normanni cominciavano a gestire la loro forza ed il loro impegno militare con una nuova mentalità strategica e politica e, grazie ai territori della contea di Aversa e del ducato di Melfi, riconosciutigli dal Principe di Salerno, essi acquisivano una posizione autonoma di dominio nel Mezzogiorno. Roberto il Guiscardo, il più giovane degli Altavilla, si impossessò di importanti presidi, spingendosi fino alla valle del Crati, dopo che Drogone gli aveva aperto la strada attraverso Tricarico. Le conquiste normanne cominciavano a turbare il Papa, che avvertiva nei modi di questi guerrieri una preoccupante irriverenza nei confronti dell'autorità dei vescovi e dei possedimenti della chiesa. Nel gennaio del 1072 l'egemonia normanna si era estesa fino alla Sicilia e nulla aveva potuto la reazione bizantina contro l'astuzia e l'abilità di Roberto d'Altavilla, proprio per questo detto il Guiscardo. Ma Gregorio VII non vedeva di buon occhio l'avanzata dei Normanni, e quando questi conquistarono anche Capua, lanciò la scomunica contro gli Altavilla che, per tutta risposta, nel dicembre del 1076, presero Salerno. Il 17 luglio del 1085, a Cefalonia, un'epidemia malarica stroncava la vita di Roberto il Guiscardo che si era recato in Terra Santa. Ruggiero, figlio in seconde nozze di Roberto con Sicelgaita, venne riconosciuto duca di Puglia, elezioni alle quali si oppose Boemondo, nato dal primo matrimonio con la ripudiata Abelarda; dopo anni di lotte interne, nel 1089, i due si accordarono con la spartizione dei territori cosicché a Boemondo venne affidato un grande feudo che comprendeva, fra gli altri, Taranto, Matera, Montepeloso e Torre di Mare o Santa Trinità (l'antica Metaponto). Nel 1111 morirono sia il duca di Puglia Ruggiero che il fratello Boemondo cosicché, dopo la breve reggenza di Guglielmo, il duca di Sicilia Ruggiero veniva acclamato duca di Puglia. In seguito Ruggiero otteneva la legittima Corona di re di Puglia, Calabria e Sicilia. Le vicende delle successioni al trono, seguite alla morte di Ruggiero II, non toccarono da vicino i paesi e le terre di Basilicata poiché il cuore della politica normanna si era ormai spostato a Palermo, dove risiedevano anche gran parte dei conti. Sul finire del XII secolo grazie al matrimonio fra Costanza d' Altavilla, l'ultima figlia di Ruggero II, e l'erede al trono di Roma, Enrico di Svevia (figlio di Federico I Barbarossa), celebrato il 25 dicembre del 1194 malgrado le resistenze della Chiesa, il Sacro Romano Impero e il Regno dei Normanni si univano sotto la stessa Corona. Ma la morte prematura di Enrico IV di Svevia infuocò gli animi dei pretendenti che provarono in tutti i modi a delegittimare l'erede al trono, ancora minorenne e sotto la tutela di Costanza. Nessuno in Germania voleva riconoscere i diritti del giovane Federico, ma la sorte era dalla sua parte: Filippo di Svevia, fratello di Enrico IV, moriva assassinato il 21 giugno del 1208, mentre Ottone di Brunswick veniva messo fuorigioco dalla scomunica emanata da Innocenzo III, custode di Federico dopo la morte di Costanza.

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Il lungo regno di Federico II

Rientrato dalla Germania, dopo essersi assicurato la lealtà e l'appoggio dei grandi feudatari dell'Impero, cinta la Corona imperiale a Roma, Federico II riorganizza, alla fine del 1220, il regno. Federico II, in seguito alla Dieta di Capua del 1221, si diresse a Salerno e poi in Puglia da dove raggiunse la costa ionica. è questa l'occasione in cui il nuovo sovrano stabilisce i primi contatti con la Basilicata ed in particolare con i paesi della contea di Montescaglioso e della diocesi di Anglona. Tra la foce del Bradano e del Sinni, Federico II fu particolarmente colpito dalla fertilità dei suoli e dall'estrazione di pece e catrame fatta sui tronchi di pino, trasportati al mare dalle correnti fluviali; e fu grazie al suo intervento che il porto di Eraclea tornò a rivivere dopo anni di abbandono. Nella regione del Vulture Federico II si fermò per la prima volta nel 1225 quando a Melfi decise di convocare la Dieta per il reperimento dei fondi straordinari da destinare all'alle stimento dell'armata da inviare in Terra Santa. Il ritardo della crociata, promessa da Federico II ai tempi dell'investitura, accentuò i dissensi con il papato, che mai si sarebbero placati sino alla morte del sovrano. Lo svevo del resto, per quanto avesse giurato fedeltà alla Chiesa, mal tollerava le ingerenze del papa nelle questioni del Regno, nonostante provvedesse ad intrattenere buoni rapporti con i vescovi che, in un certo senso, costituivano la base solida del suo consenso.

Le "Costitutiones Regni Siciliae"

Nel settembre del 1229, papa Gregorio IX che ormai proprio mal tollerava la politica dell'Imperatore svevo, adducendo quale motivazione l'ennesimo ritardo alla partenza della crociata, pure arrestatasi per una violenta epidemia di peste, scomunicò Federico. A questo provvedimento seguirono violenti tumulti e sollevazioni che le forze sveve sedarono con violenza "esemplare", distruggendo fra gli altri il casale di Gaudiano. Ristabilito l'ordine pubblico Federico ritenne giunto il momento di partire per la Terra Santa e il 18 marzo del 1229, in seguito ad un insperato accordo con il sultano, che gli concedeva profitti in Terra Santa per dieci anni, entrava vittorioso in Gerusalemme e per Gregorio IX, che sperava così di annientare lo svevo, fu uno scacco insopportabile. Diffondendo la voce della morte del sovrano il Papa marciava verso i territori del Regno; ma Federico, rientrato rapidamente da Gerusalemme, nel giugno del 1229, costrinse il pontefice a trattare la pace e sei mesi più tardi, Gregorio IX, prosciolse il sovrano dalla scomunica. Nel maggio del 1231 Federico ritornava in Basilicata insieme a Pier della Vigna, suo collaboratore strettissimo, e all'arcivescovo di Capua, ai quali era stato affidato il compito di raccogliere, in un unico corpo legislativo, le disposizioni emanate a Capua, a Messina, a Melfi, a Siracusa e a San Germano a partire dal 1220. Concluso questo lavoro, nell'agosto del 1231 innanzi alla solenne Dieta di Melfi, veniva promulgata la Constitutiones regni Siciliae, correntemente chiamata Augustales o Melfienses, strumento legislativo di primaria importanza nel panorama dell'Europa medioevale. Nonostante non risiedesse a lungo in Basilicata Federico II operò una generale ristrutturazione delle fortificazioni; circa trenta, secondo l'elencazione degli statuta officiorum, erano i fortilizi nel territorio regionale quando Federico ordinò la costruzione del castello di Lagopesole (1242), la ristrutturazione della domus di Palazzo San Gervasio e la costruzione del portale della basilica della Trinità di Venosa; inoltre, nel giugno del 1241, il sovrano stabilì che si disponesse a Melfi il centro di raccolta della tesoreria imperiale e la fondazione di una delle tre Scholae ratiocinii del Regno di Sicilia. Nell'estate del 1243 Federico ritornò nel Vulture per accogliere gli ambasciatori di pace inviatigli dal successore di papa Celestino IV, Innocenzo IV. Vi sosterà ancora nell'agosto del 1249, e l'ultimo soggiorno è attestato nel luglio 1250 pochi mesi prima della sua morte.

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Le lotte per la successione

La morte di Federico II di Svevia, malgrado l'enfasi liberatoria del Papa, avrebbe coinciso invece con l'inizio di uno dei periodi più tragici della storia del Mezzogiorno. Se a Melfi Federico aveva istituito la corte con gli uffici imperiali, a Venosa la residenza domestica e a Lagopesole la dimora del riposo e della caccia, con la caduta degli Svevi sarà proprio il Vulture a risentire subitaneamente degli influssi di una destrutturazione devastante. Affidate Acerenza e San Fele al controllo di Giovanni Moro, Tolve e Rapolla al presidio di Galvano Lancia, con i Saraceni acquartierati a Lucera e i Cavalieri Teutonici a Torre Alemanna, Federico II era riuscito per la prima volta a garantire un sistema difensivo di grande sicurezza per la regione. Ma il pericolo e le prime avvisaglie di una cospirazione "guelfa" venivano dal Sud della Basilicata dove i Sanseverino, al confine con i loro possedimenti calabri di Bisignano, fomentavano con il Papa la caduta della dinastia sveva. La successione al trono di Federico II si concluse con un grande spargimento di sangue cominciato con la defezione di Giovanni Moro, punita con la morte da Galvano Lancia, costretto poi a bruciare Rapolla che gli si era sollevata contro, finita con le centinaia di vittime di parte ghibellina trucidate per ordine di Ruggero Sanseverino, fra queste i conti Pietro e Guglielmo di Potenza, il giureconsulto Pietro di Campomaggiore, Enrico di Pietrapalomba e tanti altri. Così si compiva la penetrazione papale e angioina, contro cui nulla aveva potuto la sfortunata discesa di Corradino di Svevia finita tragicamente a Tagliacozzo nel 1268. Gli Angioini avevano vinto e re Carlo, che pure si fermò brevemente a Melfi nell'autunno del 1269, spostò a Napoli il centro del suo potere, sottraendo così alla città del Vulture le rilevanti funzioni politiche ed amministrative.

Angioini e Aragonesi

Le ripercussioni dei conflitti si fecero sentire, sul piano economico, spianando la strada ad una forte crisi rinforzata dal prolungarsi di una fase climatica molto fredda che colpì fra il XIII e il XIV sec. l'intera Europa. Le esondazioni dei fiumi e il dilavamento degli argini, dovute alle grandi piogge, si fecero particolarmente insistenti sui corsi del Bradano e del Basento, che subirono uno spostamento deciso verso Sud. A tutto ciò si aggiunga il terribile terremoto del 1273, che provocò danni e vittime innumerevoli, e si comprende come la situazione della Basilicata doveva presentarsi disastrosa agli occhi della nuova classe dirigente instaurata da Carlo d'Angiò: Colin de Chanson (feudo di Pietrapalomba), Gèrard d'Yvort conte di Montemilone, Balduino di Carpigny (Forenza), Ottone di Toucy. Molti centri abitati furono irreversibilmente abbandonati dando inizio a quella flessione demografica che si sarebbe arrestata solo due secoli dopo. Proprio in questa fase di crisi e conomica e sociale emersero le nuove caste di proprietari terrieri, che si impadronirono di territori sconfinati consolidando i primi confini di quei grandi feudi che avrebbero caratterizzato per secoli ancora la storia del paesaggio agrario della Basilicata. Il tributo maggiore in questo senso fu quello riconosciuto ai Sanseverino che, per la rimarchevole attività svolta nella lotta contro gli Svevi, divennero padroni di gran parte della regione; ben oltre il territorio di Chiaromonte il loro dominio si estendeva dalla valle dell'Agri e del Sinni alla val Basento fino a Tricarico e, dal Pollino, fino a Lagonegro. Altra famiglia che trasse enormi vantaggi dalla legittimazione Angioina fu quella degli Orsini del Balzo, di origine francese (De Baux) che estesero il loro dominio dalla Puglia verso l'area del Vulture, proprio quella più cara a Federico II, acquisendo Acerenza, Genzano, Irsina e Venosa - dove costruirono il loro castello - arrivando anche a possedere a tratti Montescaglioso, Pomarico e Matera. Queste erano le prime e più potenti dinastie feudali della Basilicata. Ma chi altrettanto si avvantaggiò della sconfitta degli Svevi fu la Chiesa dal momento che proprio durante il XIV secolo si riscontra un notevole rafforzamento dell'organizzazione ecclesiastica mediata dai vescovi e dal rilancio delle grandi abbazie. Buona parte del lavoro in questa direzione venne svolto dagli ordini mendicanti, soprattutto dai francescani che rilevarono gran parte delle abbazie in disgrazia, prime fra tutte quelle di Banzi e Monticchio, in coincidenza della irreversibile decadenza della presenza benedettina e basiliana. A Potenza i francescani edificarono la chiesa di San Michele nel 1274, subito dopo il terremoto, e da qui estesero la propria attività in quasi tutti i centri abitati della regione. Fra le campagne spopolate ed incolte, fece presto ad imporsi la grande pastorizia intorno alla quale si sviluppò l'economia delle grancie ecclesiastiche e delle difese regie o baronali. Principali difese regie divennero in epoca angioina quelle di Palazzo San Gervasio e Lagopesole, impegnate a rifornire di cavalli, carne salata, selvaggina e vino rosso la corte del Re. Lagopesole conservò la sua natura di residenza di caccia (daini, cervi, caprioli, volpi e orsi), arricchita di nuovi mulini e forni. Uno dei fattori che certamente influì sulla profonda crisi demografica del XIV secolo, fu la cacciata dei Saraceni ordinata da Carlo d'Angiò, di concerto con il Papa che provocò in Basilicata la dispersione di tutte le comunità arabe residenti a Castelsaraceno, Bella, Pescopagano, Tursi e Tricarico. Stessa sorte, conoscendo la diffusione dello stereotipo antisemita in quell'epoca in Francia, dovette toccare agli ebrei, così numerosi a Matera e nell'area del Vulture, dalla cui diaspora si pensa sia nato il paese di Avigliano; alla nuova Curia reale andavano anche i beni e tutte le sostanze sottratte agli ebrei e agli eretici imprigionati o riparati altrove. In questa sorta di "pulizia etnica" rientrarono anche le comunità monastiche di rito greco, strette nella morsa dell'alleanza papale con i Sanseverino i quali controllavano tutta quella parte meridionale della regione dove maggiore era la concentrazione dei basiliani. Ampi feudi furono dati invece in consegna all'ordine dei Cavalieri di Malta che, in cambio delle gravi perdite subite in Terra Santa, ricevettero i possedimenti della SS. Trinità di Venosa ed altri feudi rustici in agro di Matera (Picciano) e di Grassano. Anche le Clarisse istituirono i loro conventi, a Tricarico (1322), Matera, Montescaglioso, Genzano e Ferrandina. Nel clima di rinnovata religiosità si inserivano anche i domenicani che trovarono nei Sanseverino i più vivaci sostenitori poiché Ruggero aveva preso in moglie proprio la sorella di San Tommaso d'Aquino, Teodora. Al volgere del XIV secolo la Basilicata fu coinvolta nelle sanguinose lotte per la successione al trono fra Luigi d'Ungheria e Carlo Durazzo; a Nord, in particolare nel Vulture, la regione fu saccheggiata dagli ungheresi mentre la regina Giovanna I ed il marito, Ottone di Brunswick, venivano segregati rispettivamente nel castello di Muro Lucano e nella rocca di San Fele. Nell'ambito di queste lotte, nel 1404 venne quasi completamente sterminata la casata dei Sanseverino che Re Ladislao di Durazzo fece impietosamente gettare in pasto ai cani nel Castelnuovo di Napoli. In Basilicata, solo Saponara riuscì ad opporre resistenza al dilagare delle forze reali e, seppure nel 1405 dovette cedere, riuscì ad ottenere da Ladislao una "capitolazione onorevole" che gli consentì una certa indipendenza. In questi primi anni del secolo apparvero anche le bande dei Capitani di ventura, a cui lo stesso Ladislao sovente ricorreva per ristabilire l'ordine; e proprio in cambio dei servizi resi alla causa del Re il capitano Muzio Attendolo Sforza ottenne i prestigiosi possedimenti che furono dei Sanseverino: Tricarico, Calciano, Senise, Chiaromonte, Salandra, Craco e Grassano. Prostrata dalla terribile "peste nera", intanto, la popolazione stentava a trovare le forze e le risorse per una ripresa economica e sociale; nel 1456, inoltre, un terremoto devastante provocava danni incalcolabili ed un numero elevato di vittime, tanto che solo ad Acerenza morirono 1.200 persone; in questo clima di diffusa povertà, molti si diedero alla macchia ed alle ruberie per sopravvivere. Nella seconda metà del XV secolo, l'avvicendamento degli Aragonesi al trono di Napoli e la caduta dell'Impero romano d'Oriente, coincisero con una generale ripresa dell'economia in Europa. Questa tendenza che riguardava soprattutto le città, grazie al rinnovato attivismo delle botteghe artigiane e dei mercati urbani, ebbe i suoi tangibili riflessi in Basilicata, dove emergevano segnali di un incremento delle attività commerciali, soprattutto in centri ben collegati come Venosa e Matera; per la prima volta dopo anni di regresso, si registrava finalmente una sostanziale crescita demografica. All'emergere di questo dato certamente contribuì la grande ondata immigratoria che coinvolse la Basilicata in seguito alla caduta di Costantinopoli ed all'occupazione Turca. Tra il 1450 e il 1480 approdarono alle coste ioniche numerosi gruppi di esuli greci, scutariani, schiavoni e, soprattutto, albanesi giunti al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg, il condottiero che aveva combattuto dalla parte di Ferdinando d'Aragona. Queste nuove comunità ripopolarono soprattutto la zona del Vulture (Barile, Rionero, Maschito) e poi si stabilirono a San Chirico Nuovo, Ruoti e Brindisi di Montagna. A Matera, invece, gli schiavoni fondarono un vero e proprio quartiere scavando le abitazioni nella massa tufacea di quella parte dei Sassi a tutt'oggi nota con il nome di Casalnuovo. In questo periodo vi sono ancora e per l'ultima volta, prima della definitiva diaspora, testimonianze di comunità ebraiche lucane, particolarmente attive e numerose a Venosa e Matera (dove ancora nel Settecento vi era un quartiere denominato il "Ghetto") composte principalmente da medici, commercianti e piccoli banchieri. Con l'ascesa degli Aragona al trono di Napoli si compiva la legittimazione della terza grande famiglia feudale di Basilicata, i Caracciolo. Sergianni Caracciolo, napoletano e ministro della regina Giovanna II, otteneva nel 1416 la signoria su Melfi e il territorio del Vulture, estendendo poi i domini della casata fino al Melandro e, per qualche tempo, anche su Marsico e Miglionico. Nel frattempo, proprio la "pazza" Giovanna II aveva in un moto d'impeto contro i suoi sudditi ordinato la distruzione della popolosa Satriano (1415), un paese di circa tremila abitanti, sede di vescovo e che da allora conobbe la sua fine poiché gli abitanti ripararono a Pietrafesa, Tito e Sant'Angelo, non facendovi mai più ritorno.

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L'età moderna

Anche nella lotta tra Francia e Spagna per il dominio sull'Italia, apertasi con la morte di Ferdinando d'Aragona nel 1504, la Basilicata subì i soliti violenti assalti e, ciò che è peggio, le ennesime spartizioni feudali. Con la consegna del Mezzogiorno all'Imperatore Carlo V di Spagna, tutti i feudatari ribelli o ostili al nuovo corso furono privati dei loro privilegi, tra questi i Caracciolo; i feudi di Melfi, Candela, Forenza e Lagopesole andarono così ad Andrea Doria in cambio dei servigi resi alla Corona, nel momento di massima ricchezza e splendore del condottiero genovese e della sua città. Maggiore il colpo inferto ai Sanseverino, i cui numerosi feudi furono divisi fra le emergenti famiglie dei Carafa, Revertera, Pignatelli e Colonna. Con l'avvento della nuova classe dirigente, il cui centro di potere era altrove, così come altrove erano ormai spostati i mercati dell'economia europea, le cui forze si dispiegavano nel vasto spazio atlantico, più che nel Mediterraneo, la Basilicata "riinfeudata" veniva ormai trattata alla stregua di pura merce di scambio. Affidata alla giurisdizione di Salerno mentre Matera e la Murgia appartenevano alla Terra d'Otranto, ben poco interesse veniva dimostrato dai nuovi baroni al miglioramento delle condizioni economiche e sociali dei feudi lucani, ciò che importava era solo la garanzia della rendita annuale. Nel 1528, i Lanzichenecchi di Lautrec, dopo il Sacco di Roma non risparmiarono il Sud e in Basilicata colpirono in particolare Melfi arrecando terrore e distruzione. Ma se i mercati dei centri urbani riuscivano in qualche modo a garantire un certo vigore economico, le campagne rimanevano invece in una condizione di generale povertà poiché gran parte della produzione agricola era assorbita dall'autoconsumo delle famiglie e ben poco del prodotto si riusciva a destinare ai mercati esterni. Su questo retroterra di povertà il potere economico delle nuove famiglie feudali impietosamente si intrecciava con il potere ecclesiastico di modo che la morsa dello sfruttamento si stringeva ulteriormente. In questo senso esemplare fu l'ascesa dei Carafa (principi di Stigliano) che, primo fra tutti Oliviero, abate commendatario della Badia di Monticchio, furono i protagonisti di oltre due secoli di politica spagnola nel Regno, esprimendo un gran numero di prelati e baroni e finanche un papa, Paolo IV. Nella seconda metà del XVI sec., negli anni del viceregno spagnolo, la Basilicata conobbe un periodo di relativa tranquillità. Nella vita sociale e politica della regione, divisa tra vecchie e nuove famiglie baronali, si avvertivano i primi effetti dell'emergere di una nuova classe intermedia, perlopiù appartenente a grosse famiglie locali e costituita dai rappresentanti dei baroni, dei vescovi e degli abati impegnati, in loro assenza, nell'attività di amministrazione e gestione dei feudi. Contemporaneamente al formarsi di questo nuovo corpo sociale si avviava un processo di autonomia dei Comuni nei quali, secondo una complessa macchinazione legislativa, i cittadini potevano riscattare la propria città pagando allo Stato la somma altrimenti versata dal barone. In questo modo il Comune passava al Regio Demanio e, senza l'intermediazione del barone, tutte le terre comprese nell'agro divenivano di possesso comune e quindi "universali", motivo per cui i Comuni vennero all'epoca definiti Università. Tale processo di emancipazione, infrequente in Basilicata, aveva trovato nell'esperienza di Saponara del 1405 un prezioso esempio. Qui, la strenua difesa opposta all'avanzata delle forze reali, convinse Ladislao a concedere al popolo un indulto (firmato il 14 aprile), che garantiva un'esenzione fiscale e l'impegno del Re a non infeudare il Comune. Le città Regie in Basilicata furono pochissime e non sempre la loro conquista riusciva ad essere duratura, poiché il riscatto era molto costoso e comportava un immenso sacrificio economico da parte dei cittadini; fra queste, oltre a Saponara, è utile ricordare l'esperienza Regia di Matera, Lagonegro, Maratea, San Mauro e Rivello. Nel corso del XVI sec. erano ormai tanti i Comuni in cui si era accresciuta la coscienza politica autonomistica, sfociando in molti casi in rivolta contro gli abusi dei baroni. A Matera, ad esempio, i cittadini sfiniti dalle esose contribuzioni richieste dal nuovo signore assegnato dal Re, il banchiere napoletano Gianca rlo Tramontano, nella notte di Natale del 1514 gli tesero un agguato e lo uccisero, non consentendogli nemmeno di ultimare il suo imponente castello. Sebbene l'attività dei Comuni fosse basata su una rinnovata coscienza civica e su un certo progresso di carattere economico, evidente nel caso di Matera e Venosa commercialmente ben collegate con i porti pugliesi, la situazione non migliorava invece per le campagne e le zone interne i cui prodotti, quando riuscivano a superare la soglia del consumo personale, erano nei mercati sottoposti ad una rigorosa stagnazione dei prezzi. A questo si aggiungeva un sistema fiscale votato essenzialmente alle imposte indirette sui generi di consumo, quindi la farina, il vino, il formaggio, la carne continuavano ad essere fortemente tassati, producendo seri problemi ai contadini. Al contrario, per evitare conflittualità con i gruppi dirigenti non veniva per nulla adottata l'imposta diretta sui beni e i patrimoni, introdotta generalmente solo nel 1742 dal "Catasto Onciario" di Carlo III. Il peso insostenibile delle imposte creava nella base del popolo un malcontento diffuso e cominciavano a verificarsi le prime manifestazioni di quel movimento antifeudale che pochi decenni più avanti avrebbe animato, con la "rivolta di Masaniello", tutto il Mezzogiorno. Nel quadro delle rivendicazioni antifeudali ed antispagnole della metà del XVII sec., le comunità cominciarono con più insistenza a rivendicare i diritti nei confronti dei baroni e dello strapotere ecclesiastico. In Basilicata l'assenza delle dirette autorità dello Stato (poiché sottoposta alla provincia di Salerno) e l'isolamento di molti centri abitati, favorirono l'organizzazione e il diffondersi della rivolta. La sollevazione fu generalizzata e coinvolse tutta la regione: a Potenza il principe Celano fu costretto a fuggire, mentre a Vaglio il principe Salazar, uno dei capi della rivolta fuoriuscito dal carcere napoletano, si pose alla testa dell'esercito rivoluzionario al fianco di Matteo Cristiano. L'offensiva fu determinata e nel gennaio del 1648 tutta la Basilicata aveva aderito alla Repubblica ed i poteri erano ufficialmente passati al nuovo "governatore delle armi" in rappresentanza del Governo rivoluzionario di Napoli, Matteo Cristiano. La controffensiva spagnola e baronale fu violenta ed implacabile; il sogno repubblicano durò ben poche settimane e nella primavera dello stesso 1648 i capi rivolta erano già stati passati alle armi e le popolazioni domate con grande spargimento di sangue. La crisi sociale, all'origine della rivolta repubblicana, si era ora ulteriormente aggravata, ma un risultato positivo il popolo lucano riuscì ad ottenerlo e fu la decisione del Governo spagnolo di destinare una Provincia autonoma per la Basilicata, probabilmente per migliorarne le funzioni di controllo, e la scelta cadde su Matera. Da quel momento, era il 1663, finalmente la regione poteva contare su propri uffici amministrativi e sulla presenza del Tribunale della Regia Udienza, che avrebbe cambiato molte cose nel rapporto fra i baroni, le autorità della Chiesa e le comunità, ora non più sordamente soggette all'anarchia feudale ed ecclesiastica. Cominciò così a formarsi una classe dirigente di professionisti delle discipline giuridiche, impegnati perlopiù a difendere i diritti delle Università e del popolo, i cosiddetti "avvocati dei poveri". Nel XVII sec. anche la stampa faceva il suo esordio in Basilicata, grazie al volume del vescovo Roberto Roberti, stampato a Tricarico nel 1613. Questi gli aspetti positivi del Seicento, un secolo per altri versi drammatico, segnato ancora da pestilenze e carestie e da un generale riflusso demografico; un secolo sanguinolento e crudele, in cui trionfava l'intolleranza della Chiesa, i suoi roghi, le sue persecuzioni. In fondo anche la "rivoluzione di Masaniello" si chiudeva per il Sud con uno scacco durissimo, provocando il generale sopravvento delle forze reazionarie e la conseguente decadenza economica e sociale. Nelle compilazioni del "Catasto Onciario" della metà del Settecento, si rileva che la maggior parte della popolazione lucana era composta esclusivamente da braccianti e contadini e se ad ogni famiglia spettava in media un reddito di 40 once, ai feudatari o "forestieri bonatenenti" erano invece accertate 205 once , e ben 326 calcolate per ogni ente ecclesiastico, beni considerati per la metà, secondo le direttive del Concordato. Con queste persistenti ed esorbitanti disuguaglianze erano davvero pochi gli esponenti della società locale che riuscivano a raggiungere posizioni economiche ragguardevoli e, quei pochi, costituivano il nerbo della nuova borghesia rurale che tanta parte avrebbe avuto nella storia dei secoli successivi. L 'influenza dei nuovi orientamenti liberali e repubblicani dell'epoca dei lumi fu consistente in Basilicata, grazie soprattutto alla vicinanza di Napoli che fu il centro propulsore dell'illuminismo nel Mezzogiorno; lì infatti operavano molti uomini di cultura lucani che si sarebbero distinti nei moti di fine secolo. Ruolo di primo piano in questo senso assunse la presenza del filogiansenista Giovanni Andrea Serrao, nominato vescovo di Potenza da Re Ferdinando di Borbone nel 1783, nonostante l'opposizione del Papa. Parte autorevole del movimento cattolico riformatore napoletano il Serrao fu il fautore del nuovo orientamento liberale introdotto nella formazione del giovane clero del Seminario di Po tenza e l'ispiratore dei circoli progressisti della città. L'inquietudine sociale, mai sopita nel corso dei centocinquanta anni trascorsi dalla "rivoluzione di Masaniello", esplose con rinnovato vigore nel 1799. Il 3 febbraio la popolazione di Potenza scese in piazza e di lì i moti si estesero in tutta la regione, animati dalla "Organizzazione democratica" guidata dai giovani fratelli Michelangelo e Girolamo Vaccaro di Avigliano. Ad arginare l'insurrezione generale, basata sulla comune difesa repubblicana, tra la fine di marzo e l'inizio di aprile si sarebbe scagliata la terribile controffensiva borbonica. La prima durissima repressione si verificò proprio a Potenza dove truppe realiste assaltarono e saccheggiarono il Seminario e il vescovato, decapitando selvaggiamente sia il rettore che il vescovo Serrao, i cui corpi vennero esposti al pubblico "ludibrio". I borbonici intanto, guidati da Sciarpa, si ricongiungevano con le truppe sanfediste all'ordine del cardinale Ruffo che risaliva la penisola dalla Calabria, assoldando anche molti briganti. A lungo resistette Tito, dove infine gli uomini di Sciarpa trucidarono la famiglia Cafarelli; in aprile però tutta la parte nord-occidentale della regione opponeva ancora forte resistenza tanto che il cardinale Ruffo fece richiesta di altre forze per "far crollare la costanza dei montagnuoli di Basilicata". Ma l'esperienza repubblicana si spegneva con il lungo assedio di Picerno dove si erano concentrate tutte le forze di resistenza insorte; il 15 maggio, caduta Picerno, trovarono la morte i fratelli Vaccaro e almeno altri settanta fra uomini e donne. Occupata Potenza i senfedisti conclusero la loro "crociata" a Melfi dove tra il 29 ed il 31 maggio la Basilicata potè dirsi riconquistata. La repressione seguita alla resa fu durissima e se a Napoli cadeva un'intera generazione di intellettuali illuminati e fra i tanti Lucani anche Mario Pagano, in Basilicata la lista dei "Rei di Stato" divenne interminabile e la vendetta sanfedista e realista si abbattè su contadini, artigiani, sacerdoti, borghesi, tutti coloro che avevano anche pur solo vagheggiato la resistenza alla feudalità ed ai Borboni. Eppure, nonostante così dura fosse stata la repressione, gli ideali di quella rivolta non si spensero anzi, nel decennio di governo francese, nella legislazione che aboliva la feudalità e la manomorta ecclesiastica, gli animi repubblicani si risollevarono. Fra le trasformazioni introdotte in Basilicata da Giuseppe Bonaparte e il reggente Gioacchino Murat, determinante fu la decisione di trasferire la Provincia; il fulcro delle attività amministrative della regione si spostava così a Potenza, pare per l'appoggio garantito dai potentini alle truppe di occupazione francesi, cosicché, nel giro di pochi anni, il paese che si estendeva ancora solo nella parte più alta, dal Duomo alle prime case extra moenia che erano quelle di Porta Salza, dovette trasformarsi in città ed adeguare il suo assetto urbanistico alle nuove importanti funzioni amministrative; ma per questo ci volle tempo e in tanti si spostarono a vivere nei sottani per dar posto, magari in affitto, agli a pparati della nuova classe dirigente. Dal 1806 al 1815, intanto, oltre 16.000 ettari di terre demaniali venivano divise, per ordine di Gioacchino Murat, in 13.000 quote assegnate ai coltivatori; si frantumava così, per la prima volta, l'antico e pervicace assetto feudale della Basilicata. La consapevolezza e la coscienza di questi diritti non sarebbe mai più venuta meno, come dimostreranno le lotte contadine proseguite fino al nostro secondo dopoguerra.

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Il Risorgimento

Con l'assetto politico e territoriale dell'Italia determinato dal Congresso di Vienna l'Austria divenne la grande potenza egemone della penisola e, ancor più, del Mezzogiorno dove la restaurazione era avvenuta proprio grazie all'intervento dell'esercito austriaco contro Murat. Con il trattato difensivo firmato il 12 giugno 1815 quale "re delle Due Sicilie" si reinsediava Ferdinando IV di Borbone, divenuto Ferdinando I, mentre l'Austria di fatto assumeva il controllo dell'esercito napoletano. L'alleanza tra i contadini e la giovane borghesia lucana che aveva animato le lotte repubblicane del 1799, avrebbe avuto parte di grande rilievo nella cospirazione antiborbonica della prima metà dell'Ottocento. Protagonisti dei moti carbonari del 1820-21 furono in Basilicata Domenico Corrado, che operava nel melfese, i fratelli Giuseppe e Francesco Venita, giovani possidenti di Ferrandina, fuoriusciti dall'esercito borbonico, e il dottor Carlo Mazziotta di Calvello attivo in val d'Agri. Questi patrioti postisi alla guida della resistenza lucana potevano contare sull'ingente forza d'urto delle popolazioni contadine, che muovevano istanze di libertà e richieste di nuove leggi agrarie. Ma l'epilogo fu tragico e la repressione borbonica ed austriaca si scatenò violenta ed impietosa. Ma la reppressione, seppur violenta, ancora un volta non spense gli ideali di libertà e di uguaglianza che animavano ovunque le lotte del Risorgimento italiano. Nel 1832, venuto a sondare le possibilità di penetrazione dei programmi unitari del Mazzini e del Gioberti, arrivò in Basilicata il fiorentino Giovanni Palchetti. La popolazione era in fermento e un ruolo di primissimo piano nel sostenere gli ideali democratici ebbero quei sacerdoti lucani che in un certo senso seguivano gli insegnamenti introdotti dal Serrao sul finire del XVIII secolo. A Potenza il sacerdote Emilio Maffei, animatore instancabile di tutta la fase risorgimentale, divenne il perno del "Movimento antiborbonico ed unitario della Basilicata" al quale aderirono molti altri prelati fra cui i fratelli Luigi e Michele Biscione, presso i quali si riuniva il folto gruppo dei democratici progressisti intorno al 1848. Il centro moderato, invece, faceva capo all'avvocato Vincenzo d'Errico e si riuniva solitamente nella libreri a di Giacinto Cafieri; fra questi vi era anche Nicola Sole, il poeta che tanto echeggiò nei suoi versi l'atmosfera del Risorgimento italiano. Molte delle decisioni del movimento furono assunte con la partecipazione delle autorità locali, dell'Intendente provinciale La Rosa e del Vescovo Pieramico, una "cospirazione" a cielo aperto che godeva, al contrario che altrove, di un ampio raggio d'azione. Con l'insurrezione di Palermo avvenuta il 12 gennaio 1848, ben presto generalizzatasi in tutto il Regno, Ferdinando II che non potè contare sull'aiuto della gendarmeria austriaca a cui il papa non concesse il permesso di transito, si vide costretto, primo fra tutti i sovrani italiani, a concedere una Costituzione (29 gennaio 1848). All'indomani vi fu grande soddisfazione fra i moderati ed i progressisti del Regno che raggiungevano un obbiettivo insperato; in questo clima di generale esultanza i contadini cominciarono a far sentire la propria voce. La mobilitazione delle campagne in molti casi anticipò l'azione dei liberali e trovò generalmente l'appoggio incondizionato della borghesia. Ma ormai le rivendicazioni sociali interessavano tutta la regione; a Matera la sollevazione s'era così estesa che sia il d'Errico che l'arcivescovo Di Macco sollecitarono la divisione delle terre. E proprio la lotta contadina di quegli anni metteva in luce come la maggior parte degli usurpatori di qu elle contese terre demaniali fossero ancora, come nel caso dei Caracciolo e dei Doria, gli eredi delle famiglie feudali insediatesi fra il Trecento e il Cinquecento. Mentre i dimostranti guidati o affiancati dagli esponenti della borghesia locale si appropriavano delle terre usurpate, si diffondeva la notizia che il Re aveva sconfessato la Costituzione ed esautorato il Parlamento. Napoli era insorta e molti accorsero a rinforzare la resistenza, fra questi Luigi La Vista di Venosa, discepolo prediletto del De Sanctis, morto in nome della Repubblica sulle barricate di via Toledo il 15 maggio del 1848. Il "Circolo Costituzionale" guidato dal d'Errico e dal Maffei, prese allora in mano la situazione e riuscì rapidamente a far approvare un documento che trasformava il Circolo in un "Comitato per la difesa della Costituzione violata dal Re". Il Comitato guidò l'azione di difesa e l'organizzazione militare degli insorti in Basilicata, promettendo la quotizzazione delle terre demaniali; all'inizio di giugno venne sottoscritta una "Dichiarazione di Principi Costituzionali", poi approvata dalla Dieta provinciale e da quella federale, quest'ultima indetta al Liceo di Potenza ed alla quale aderirono rappresentanti del Molise, della Capitanata, della Terra d'Otranto e della Terra di Bari. Nel corso di quella Dieta, dopo aspre contese, venne approvato e firmato un documento politico unitario, quel Memorandum che poi i Borboni utilizzarono "sapientemente" per individuare i sovversivi. I moti si spegnevano in Basilicata nel luglio del 1848 e gran parte delle persone coinvolte furono processate ed incarcera te a Potenza. Con questi presupposti nel 1852 gli imputati nel carcere Santa Croce di Potenza erano 1.116 e tre anni più tardi, 1609. Il d'Errico fuggì a Torino dove morì nel 1856, anno in cui si concludeva il secondo processo a carico del Maffei che impavido aveva riallacciato rapporti con l'associazione unitaria dei carbonari e mazziniani sorta a Napoli e di cui facevano parte Carlo Poerio, Silvio Spaventa e Luigi Settembrini. Questa volta il Maffei fu condannato a morte ma per sua fortuna la pena fu poi commutata in ergastolo; egli però riuscirà a tornare in Basilicata nel 1860, grazie all'amnistia, insieme a Luigi Settembrini con cui aveva diviso gli anni d'esilio politico in Inghilterra. Violenti terremoti si verificarono ripetutamente in Basilicata; dopo quello del 1851 (decimo grado della scala MCS) che aveva colpito il Vulture, il 16 dicembre del 1857 una scossa dell'undicesimo grado apriva numerose fratture nella terra della Val d'Agri ed in particolare a Montemurro, dove le frane provocarono circa 5.000 vittime. Molti degli insorti, intanto, avevano abbandonato il capoluogo, ormai presidiato, rifugiandosi nei paesi della Val d'Agri. E proprio fra Montemurro, Moliterno e Corleto Perticara fu in quegli anni ordita la trama in favore dello sbarco di Carlo Pisacane che, secondo alcune testimonianze, doveva orientarsi prima in Val d'Agri, qui rinforzarsi con le forze riunite da Giacinto Albini, e poi dirigersi verso Salerno. Ma così non fu e l'impresa finì tragicamente sulla via di Sanza. Il fallimento di quella spedizione provocò forti critiche nei confronti di Mazzini e del Partito d'azione che in un certo senso avvantaggiarono la linea della Società Nazionale (1 857) costituita da Cavour, con il concorso sia dei democratici moderati che delle forze liberali, per conseguire l'unità italiana. Giacinto Albini, comunque, proseguì la sua attività politica ricostruendo il partito liberale lucano con il supporto del progressista Nicola Mignogna e del colonnello cavouriano Camillo Boldoni. Sotto la loro guida si svolsero le vicende dell'agosto 1860 quando in Basilicata, prima che altrove, si innalzarono le bandiere dell'Italia unita. Le vittoriose imprese garibaldine in Sicilia avevano risvegliato gli animi popolari e ovunque erano riprese le lotte per le terre demaniali; a Matera gli scontri assunsero subito un carattere molto violento poiché il popolo insorto uccise il conte Gattini ed alcuni suoi collaboratori. Prima che la situazione degenerasse, Albini, Mignogna e Boldoni affrettarono l'iniziativa politica ed a Corleto Perticara, dove erano da tempo ospiti di Carmine Senise, per primi dichiararono decaduti i Borboni proclamando l'unità nazionale. Francesco II, insediatosi nel maggio del 1859, vista l'impossibilità di controllare i moti esplosi in Sicilia con Garib aldi e già estesisi a macchia d'olio nel Regno, tentò di guadagnare alla propria causa i liberali moderati concedendo la costituzione del '48, ma ormai era troppo tardi. In Basilicata, grazie ai collegamenti preventivamente creati dai cospiratori, fra cui collaborarono attivamente i fratelli Pietro e Michele Lacava di Corleto, gli insorti intrapresero una marcia decisa verso il capoluogo dove quasi nulle furono le resistenze borboniche; a Potenza, il 18 agosto 1860, fu insediato il Governo Prodittatoriale di Albini e Mignogna e a capo della città venne nominato il sindaco Antonio Sarli. Tutto questo accadeva ancora prima dello sbarco di Garibaldi in Calabria, dunque, dalla Basilicata, in quindici giorni si erano determinate le condizioni di indipendenza di ben nove province del Sud, facilitando il compito di Garibaldi ma anche quello di Cavour che grazie a questi moti indipendenti riusciva a giustificare agli occhi della diplomazia europea l'intervento sabaudo nel Mezzogiorno in favore dell'unità d'Italia. Il 3 ottobre le truppe piemontesi guidate dal re si misero in marcia verso il Sud e Cavour fece approvare alla Camera una legge che prevedeva l'annessione incondizionata del Mezzogiorno, che Garibaldi ed il Partito d'azione finirono per accettare il 26 ottobre nello storico incontro di Teano. Il 13 febbraio cadeva la fortezza di Gaeta dove si era rifugiato Francesco II, che partì per Roma, e il 17 marzo 1861 il primo Parlamento nazionale proclamò a Torino Vittorio Emanuele II re d'Italia. Il "Corriere Lucano", meglio titolato "Giornale Uffiziale della Rivoluzione", il 28 agosto del 1860 aveva documentato il grado di unità del movimento insurrezionale lucano che tanto doveva alla forza di quei contadini per i quali si auspicava la rapida soluzione della questione demaniale. Ma non fu così facile risolvere il problema della terra, poiché nonostante il compito di soprintendere a tale operazione fosse stato affidato all'insigne Giacomo Racioppi, il programma rivoluzionario venne applicato solo in minima parte ed il Governo Dittatoriale di Garibaldi durò ben poco, così come la guida politica all'unità di Cavour. Rimasta irrisolta l'annosa questione della terra, si apriva ancora una volta il baratro innanzi alle istanze di quella parte di società che tanto aveva contribuito all'unità d'Italia. Si producevano così le premesse di quell'isolamento delle masse rurali dalla nuova compagine dello Stato nazionale che determinò l'esploder e della guerriglia contadina e del brigantaggio.

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Il brigantaggio

La guerra civile, perché questi sono i caratteri che drammaticamente assunse quella rivolta, durò oltre cinque anni ed interessò tutta la Basilicata e le regioni limitrofe. L'alveo delle forze dei briganti divenne il Vulture ed il suo capo più rappresentativo fu Carmine Donatelli detto Crocco di Lagopesole. Fuoriuscito dall'esercito borbonico perché reo d'aver ucciso un compagno, Crocco aveva partecipato ai moti unitari del '60 ma non avendo ottenuto l'amnistia preferì al processo la strada dei boschi. Crocco riuscì ad aggregare un esercito di oltre duemila uomini, la maggior parte dei quali contadini disillusi e minacciati dalle ordinanze del Governo pro-dittatoriale che prevedevano la pena di morte per chi partecipava ai moti di occupazione e rivendicazione delle terre. Le ostilità si aprirono l'8 aprile del 1861 con l'assalto a Ripacandida, seguito da quello di Venosa, dove trovò la morte Francesco Saverio Nitti. L'occupazione si diffuse nel Vu lture e talvolta i briganti venivano accolti come liberatori dalle popolazioni affrante e sopraffatte dalla miseria. Nell'ottobre del 1861, dopo l'assalto a Ruvo del Monte ed il violento scontro accaduto in agosto con i reparti dei Bersaglieri fra Avigliano e Calitri, ai briganti di Crocco e Ninco Nanco si affiancò Josè Borjes, il generale catalano spedito alla ventura nel tentativo di rinfocolare la reazione borbonica nel Mezzogiorno. Ma la sua fu un impresa inutile e disperata, poiché seppure cercò per diversi mesi di guidare la rivolta al fianco di Crocco, dovette prendere atto della sostanziale indifferenza dei briganti agli astratti programmi politici di restaurazione borbonica. Dopo aver fallito il tentativo di occupare Potenza nel novembre del 1861, Borjes fu disarmato ed allontanato da Crocco, morendo poi fucilato dai bersaglieri presso Tagliacozzo l'8 dicembre dello stesso anno. Nella primavera successiva, trascorso l'inverno negli impenetrabili rifugi del Vulture, i briga nti tornarono all'attacco e nel 1862 la lotta si fece agguerritissima al punto che in agosto il Governo proclamava lo stato d'assedio. Proprio in quel periodo, tramite la mediazione di autorevoli esponenti della borghesia locale si era giunti ad un accordo con Crocco ed altri cinquecento briganti, convinti ad abbandonare il campo con promessa di rifugio sicuro su un'isola. Questa ipotesi venne scartata aprioristicamente dal Governo che confermava invece la linea dura, accusando anche di complicità coloro che avevano intentato la trattativa e, ignorando qualsiasi forma di mediazione, approntò la legge Pica con la quale si isituivano i tribunali militari e si autorizzavano fucilazioni immediate. L'opposizione alla Camera fu serrata da parte di tutta quella parte democratica del Governo che aveva dato credito alle conclusioni della Commissione Parlamentare d'Inchiesta, inviata in Basilicata per cercare una soluzione al problema, e che aveva terminato la sua esposizione dichiarando che la ribellione dei briganti era in fondo "la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie". Nonostante l'opposizione del Massari e del De Sanctis, la legge Pica venne approvata ottenendo il doppio risultato di affermare l'egemonia delle forze conservatrici rispetto a quelle democratiche e di accrescere la violenza dei briganti, contro i quali il Governo dovette impegnare complessivamente 120.000 soldati in una guerra costosissima per il Paese, sul piano sia economico che morale. Il comando delle truppe venne affidato al generale Pallavicini, lo stesso che aveva fermato Garibaldi sull'Aspromonte, mentre il Prefetto di Potenza Veglio completava la linea telegrafica di collegamento tra il capoluogo e Tricarico, Matera, Melfi e Lagonegro. Il 13 marzo del 1864 veniva catturato e fucilato presso Avigliano il comandante dei briganti Ninco Nanco mentre per la defezione di Giuseppe Caruso, il Pallavicini riuscì a sorprendere la banda di Crocco sull'Ofanto, il 25 luglio. Ciò nonostante l'imprendibile Crocco riuscì a fuggire con undici dei suoi ed a raggiungere incolume i territori dello Stato pontificio credendosi in salvo. Ma così non fu, il clima politico era cambiato e proprio Pio IX, dopo la cattura avvenuta a Veroli per mano delle truppe pontifice, lo fece rinchiudere nelle carceri nuove di Roma. Così terminavano gli anni più accesi della lotta brigantesca e Carmine Donatelli detto Crocco, condannato a morte a Potenza l'11 settembre del 1872, riuscì a scontare il carcere a vita a Portoferraio dove divenne uomo di lettere e dettò le sue memorie.

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IL PERCORSO ARTISTICO E CULTURALE

I primi insediamenti umani

Regione di contadini, regione dagli aspetti magici e, a un tempo, regione di aspra e dolente povertà. Eppure la Basilicata è la terra di un antico popolo italico, con tracce di remotissimi insediamenti e con episodi storico-artistici originali e notevoli. Certamente favoriti dalla ricchezza di acque e di luoghi ben difendibili, insediamenti umani sono infatti presenti sin dal Paleolitico: a Venosa, lungo le sponde di un lago prosciugato e nelle località Terranera e Castelluccio, la scoperta di strumenti in pietra risalenti a 350.000 anni a.C. testimonia la presenza di comunità umane in Basilicata fin dagli albori della preistoria. Si passa poi a consistenti tracce del Neolitico a Matera e nei suoi dintorni, dove profondi valloni segnati da corsi d'acqua - le gravine - si sono rivelati ricchi di ritrovamenti, con interessanti resti di villaggi e trincee scavate nella roccia. E di epoca preistorica sono anche le pitture rinvenute presso Filiano, in località Tuppo dei Sassi: di pinti su una roccia con ocra rossa, uomini e animali compongono una generica scena di caccia che s'impagina nel filone storico-artistico europeo, del quale i celebri disegni della grotta spagnola di Altamira costituiscono un preciso riferimento. Nelle successive Età del Bronzo e del Ferro la popolazione è diffusa in tutta la regione con stazioni che riempiono vallate e alture. Nascono così molti centri che trovano nei fiumi elementi funzionali e forme di vita sempre più articolate. La valle del fiume òfanto, che mette in comunicazione l'odierno territorio della Basilicata con la Puglia e la Fossa Bradànica, o premurgiana, è un luogo di vari e articolati insediamenti. A quest'epoca fanno capo anche le prime consistenti immigrazioni di popolazioni provenienti dall'Oriente, soprattutto i lyki, partiti dalla regione del Danubio tra il 1300 e il 1200 a.C. e insediatisi nell'alta e media valle del fiume Basento e alle sorgenti del Bràdano. A essi potrebbe risalire il nome di Lucania dato in seguito alla regione.

La colonizzazione greca e le prime architetture

Mentre si sviluppano e 'fioriscono' i centri indigeni, la regione è partecipe della più generale storia mediterranea, alla quale sembra collegarla la sua stessa posizione geografica. I suoi litorali ospitano infatti episodi importanti della colonizzazione ellenica in Occidente e sorgono numerose città: Metaponto, "Siris", "Heraclea", sullo Jonio; "Posidonia", Velia, "Buxentum", sul Tirreno alle foci del Sele e del Lao. Vi è in questo periodo un grande fermento nel mondo lucano e molti degli abitati vengono dotati di fortificazioni. Così avviene a Satriano di Lucania, città dominante il paesaggio nei dintorni di Potenza, a Serra di Vaglio, Torretta di Pietragalla, Civita di Tricàrico, Croccia-Cognato, Muro Lucano. Per queste cinte difensive che fortificano luoghi strategici sulle vie di comunicazione vengono usati blocchi squadrati e pratiche costruttive di ispirazione ellenica, come testimoniano le iscrizioni in caratteri greci rinvenute a Serra di Vaglio. E pr oprio soffermandosi sulla posizione dell'abitato di Serra di Vaglio, dominante l'alveo del fiume Basento, si può cogliere l'importanza avuta dai fiumi nell'espansione della civiltà greca verso l'interno della Basilicata. Lungo le vie d'acqua si articola infatti il dialogo tra i colonizzatori e le popolazioni indigene, e sono gli stessi fiumi che contribuiscono alla nascita e alla trasformazione dell'arte in Basilicata. Il Bràdano determina lo sviluppo di civiltà e di forme artistiche a Montescaglioso, a Timmari presso Matera e a Monte D'Irsi, per influenzare più a Nord Lavello, Venosa e anche Melfi. Profonda è pure la diffusione di elementi di civiltà e forme di arte attraverso le valli del Basento, dell'Agri e del Sinni; lungo il Basento è il citato centro di Vaglio a testimoniare la presenza dell'arte greca della costa. L'Agri apre il centro interno di "Grumentum" a forme d'arte che tra il V e il III secolo a.C. raggiungono nelle zone vicine uno svilup po di alto valore, testimoniato dai reperti di Roccanova, Battifarano e Armento. Con il IV e il III secolo a.C. si verifica una forte pressione dei lucani dalle sorgenti dei fiumi verso la costa e le colonie ioniche: è la prima avvisaglia degli sconvolgimenti che toccano tutta la regione, distruggendo quell'equilibrio formatosi durante secoli di convivenza. Anche le forme d'arte subiscono un'interruzione e, per ironia della sorte, saranno proprio le vie di comunicazione lungo le valli dei fiumi, un tempo tramiti della penetrazione verso l'interno di messaggi ellenistici, a riversare sulla costa le forze delle zone interne che in breve elimineranno la civiltà greca. Anche l'arte subisce gli effetti di questi sconvolgimenti e mostra uno scadimento in forme primitive di espressioni in precedenza più colte.

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L'età romana: il nuovo assetto della Lucania

L'arrivo dei Romani, già cominciato verso il 326 a.C., non migliora la situazione. Infatti, per l'atteggiamento spesso ostile dei Lucani verso i Romani, questi ultimi tagliano fuori la regione dai percorsi delle grandi vie consolari, le quali solo marginalmente toccano il territorio lucano. La Via Appia, ad esempio, passa per Venosa quasi al confine con la Puglia e prosegue per Brindisi senza penetrare nelle valli e nelle zone interne. Non diversamente si articola la Via Popilia, che lungo le zone adiacenti al versante tirrenico prosegue verso la Calabria e la Sicilia. La Via Herculia, infine, forse la più importante della regione, dalla confinante Irpinia, tocca Venosa, Potenza e "Grumentum" per raggiungere sulla costa "Heraclea"; costruita su un tracciato più antico, anch'essa tagliava fuori tutte le zone interne e, naturalmente, più che favorire lo sviluppo della regione, era funzionale alle esigenze dell'Impero. La presenza romana è comunque l'episodio decisivo per l'assetto territoriale della Basilicata quale ancora oggi vediamo la vita dei grandi centri della costa jonica e di tutti i fiorenti abitati sulle alture prospicienti le valli dei fiumi, in buone condizioni di difesa, viene stroncata. Si avvia un lento processo di decadenza, spariscono le città greche di Metaponto ed "Heraclea"; i fiumi, soprattutto alle foci, escono dai loro alvei determinando l'abbandono delle zone agricole della costa resa ormai malsana. Si sviluppano soltanto i centri vicini alle vie romane, come Venosa e "Grumentum", i quali recano le testimonianze più colte e ricche del periodo. Accanto a questi sorgono, nelle zone fertili circostanti, grandi fattorie con un largo impiego di manodopera servile. Si diffonde così un nuovo tipo di paesaggio agrario, dove la piantagione con ricche colture arboree si sviluppa attorno al centro aziendale retto da famiglie di alto livello culturale, come testimonia lo splendido s arcofago romano di età imperiale trovato nelle campagne di Rapolla e ora conservato nel castello di Melfi. Se questo tipo di vita si sviluppa in pochi centri e attorno alle "villae", resta il fatto che la Basilicata, soprattutto le sue zone interne e i centri ellenizzati, subisce in età imperiale romana una notevole decadenza, che nell'Alto Medioevo tra i secoli V e VIII produce uno spopolamento senza eguali. Le popolazioni superstiti danno vita a nuovi insediamenti rispondenti alla tipologia dei nuclei aggregati, arroccati sui monti dell'Appennino lucano, difendibili per lo più naturalmente, secondo moduli di architettura spontanea, che rimangono inalterati anche nei secoli successivi.

Il Medioevo e i nuovi popoli

L'aspetto della regione non cambia con la penetrazione dei Longobardi nel corso del VII secolo, perché questi costituiscono dei distretti amministrativi ma non incidono sulla cultura e sulle tradizioni degli abitanti. I lucani continuano a scegliere i monti come sede dei loro insediamenti contro i pericoli di invasione, che tra il IX e il X secolo si fanno più numerosi: sono questi i secoli della grande paura nei confronti delle popolazioni islamizzate dell'Africa settentrionale, comunemente dette saracene. Queste, sfruttando le valli come zone più percorribili, si spingono da Bari, sede di un loro emirato dall'847 all'871, nell'interno della Basilicata per compiervi rapine e fare prigionieri da destinare come schiavi nei centri dell'Impero islamico mediterraneo, nel momento della sua massima espansione. A volte i Saraceni costituivano nei paesi dei piccoli borghi, che appaiono ancor oggi come quartieri separati dal resto dell'abitato: è il caso di Tricàrico con la torretta e il borgo saraceno, o quello di Pietrapertosa, dove si conservano tracce rimaneggiate di un castello-torre con acquartieramento saraceno.

Il monachesimo e l'abitare in rupe

Dalla metà del VII secolo e poi dell'VIII, nuovi flussi migratori interessano la regione: da tutto l'Oriente bizantino, dall'Armenia, dalla Siria, dall'Egitto, sospinti dall'avanzata islamica, nuovi gruppi di popolazioni con le loro abitudini monastiche, le loro icone sacre e i loro codici miniati invadono le vallate, risalgono ancora una volta il corso dei fiumi, segnano con le loro architetture il territorio. Si determina così in questi anni un rapporto analogo a quello intercorso tra la prima immigrazione greca e i popoli lucani dell'interno: anche in questo caso la cultura greca si rivolge al territorio e instaura un'intensa serie di scambi, che darà luogo a un fiorire di forme di arte, in architettura come in pittura, fatte di trasferimenti e rielaborazioni in termini popolari degli apporti del Medioevo artistico europeo, tali da costituire il periodo più felice nella storia artistica della regione. I termini del dibattito si vivacizzano anche per il contrasto che si svolge ne lla Basilicata del X secolo, tra due Chiese: quella greca di Costantinopoli e quella latina. In questo periodo nascono o si rivitalizzano tutti gli odierni comuni della regione, per lo più legati all'insediamento di comunità religiose, spesso monastiche. I centri abitati si dispongono, ancora una volta per ragioni di sicurezza, sui monti, a costituire il modulo tradizionale dei paesi lucani: è così per San Chirico Raparo che è l'esempio più noto di un insediamento sorto in seguito alla colonizzazione monastico-bizantina, ma la cosa vale anche per i centri delle valli dell'Agri, del Basento e del Bràdano. Nascono anche gli insediamenti scavati nella roccia, i quali avviano l'abitudine del vivere in grotta soprattutto nelle gravine, valloni nel terreno calcareo della Murgia, al confine con la Puglia. Si tratta di veri e propri complessi di abitazioni con un proprio modulo urbano che trovano a Matera, nei famosi Sassi, l'esempio più noto. Pur nella povertà tipologica, i Sassi si articolano in incredibili spazi scavati nella roccia, da non interpretarsi soltanto in chiave di arretratezza culturale ma come un particolare tipo di insediamento legato a una precisa dimensione storica. Alla stessa esigenza rispondono anche le cosiddette chiese rupestri diffuse nella regione a opera di religiosi, per lo più bizantini, che insieme alla cultura trapiantano anche gli schemi artistici e costruttivi delle chiese orientali, fondando cenobi e laure del tipo di quelle dei paesi di origine. Nelle chiese scavate nella roccia il carattere orientale si ritrova non solo nelle tre absidi, ma anche nella serie di nicchie, per lo più affrescate, che riflettono massicciamente un tipo diffuso in Oriente, anche se gli schemi bizantini sono interpretati e variati liberamente, assumendo di conseguenza caratteri diversi caso per caso. Altro elemento che contribuisce a rendere particolarmente singolari le chiese rupestri della Basilicata è dato dalla pittura che le decora, la quale, pur di matrice bizantina, subisce uno scarto a contatto con il gusto più popolare. Così, se per gli affreschi che ornano le numerose chiese nei dintorni di Matera la derivazione bizantina è più forte, nelle chiese rupestri che si trovano, meno frequenti, nell'interno della regione, le forme si ispirano a un gusto più popolare, spesso importato dal Nord.

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Il regno dei Normanni: stabilità e respiro europeo

Il periodo successivo, l'XI secolo, è segnato dall'arrivo nella regione dei Normanni, che scelgono la zona del Vùlture a sede dei loro maggiori interventi, fanno di Melfi la loro capitale e danno una sorta di nuovo volto a tutta la regione. La stabilità politica produce come conseguenza un notevole impulso artistico, con la costruzione di chiese e castelli che rimangono a testimonianza dell'attività: dell'epoca. Si tratta ormai di una cultura di importazione la quale, per la consistenza dei modelli che denotano la loro matrice esterna alla regione, si sovrappone alle influenze bizantine reinterpretandole in una chiave medioevale di respiro europeo. Sono molte le chiese che sorgono e, anche se non si può parlare di nascita di cattedrali, come nel caso della vicina Puglia, va detto che le architetture religiose assumono caratteri di grandiosità più evidenti se paragonati alle abitazioni, le quali mantengono invece forme povere e spoglie. Per citare i maggiori monumenti basti pensare alla Cattedrale di Acerenza, alla famosa abbazia della Trinità di Venosa, alla Cattedrale di Santa Maria ad Nives, alla Cattedrale di Rapolla, alle chiese di San Giovanni Battista e San Domenico a Matera o al Duomo della stessa città, e ancora alla chiesa di Santa Maria d'Anglona, su un'altura che domina le due valli dei fiumi Agri e Sinni. Molti sono poi i particolari architettonici e scultorei che arricchiscono queste architetture: la Cattedrale di Rapolla con pilastri multipli, i portali del Duomo e di San Domenico a Matera, il portale della Cattedrale di Acerenza costituiscono esempi di un'arte condotta in Basilicata da maestri francesi, lombardi o padani. Non mancano tuttavia i segni di artisti locali, esponenti di un'arte lucana in grado di recepire influenze esterne e rielaborarle. Caratteristico del periodo è anche l'inserimento di particolari scultorei nelle facciate delle chiese per arricchire un'architettura poco decorata; si tratta spesso di bassorilievi tratti da materiale di spoglio o ritrovati negli scavi: è il caso del fregio di un sarcofago romano inserito nell'abbazia della Trinità di Venosa, o ancora di fregi barbarici a Rapolla, tutti utilizzati per evidenti ragioni di pittoricismo.

Federico II e gli Svevi: il potere è nei castelli

L'arrivo degli Svevi nella regione prosegue nel campo dell'architettura religiosa l'attività avviata dai Normanni e dà inizio anche a un'intensa opera di trasformazione per quanto riguarda l'assetto politico e urbanistico. Federico II fa di Melfi la capitale lucana del suo Regno, e sceglie una serie di luoghi come punti strategici da dotare di castelli. Sorgono così i castelli federiciani che costituiscono una linea difensiva da Nord a Sud, in particolare a Melfi, Palazzo San Gervasio e Castel Lagopèsole. In quest'ultimo si rivela il gusto di Federico II per l'impianto quadrato che caratterizzerà qui, come a Bari, a Catania nel Castello Ursino, a Siracusa nel castel Maniace, le architetture militari dell'Impero svevo. Ai piedi dei nuovi castelli si sviluppano poi grossi borghi, testimoni del nuovo assetto politico che la Basilicata sta vivendo. Sono ancora le vecchie valli fluviali, che tanto influirono sulla storia fisica e politica della regione in età ellenistico-r omana, a dotarsi di borghi con castelli, insediamenti che caratterizzano in modo nuovo gli orizzonti lucani nel basso Medioevo. è l'ultimo barlume di una storia artistica che, dopo gli Svevi, con l'infeudamento di tutti i centri abitati diverrà sempre più povera di contributi originali. D'ora in avanti i centri abitati non subiranno se non modeste trasformazioni e per l'arte si parlerà sempre più di arte importata, per acquisti o donazioni.

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Angioini, Spagnoli e il Rinascimento mancato

è la dominazione angioina a segnare un decadimento delle condizioni socio-politiche della Basilicata; lo spostamento della capitale a Napoli, le frequenti incursioni di pirati e la presenza dei baroni avidi contribuiranno poi a un'ulteriore perdita di importanza. La regione diventa così una terra da sfruttare da parte di questo o quel feudatario, il quale, quasi mai vivendo sui propri possedimenti, non contribuisce né a migliorare le colture dei campi né ad abbellire i centri abitati o le abitazioni. Anche per questo gli episodi di arte, ormai impoveriti, echeggiano tardivamente forme rinascimentali di altre regioni. In architettura gli edifici si dotano d'ora in avanti di portali, a volte riccamente decorati, che creano un contrasto di un certo fascino col resto della costruzione: è questa una caratteristica della regione in quanto portali siffatti si trovano nelle zone povere dell'interno come nei centri più ricchi, a volte creando un vero e proprio caso di decoro urbano (Rotonda, Picerno, San Mauro Forte) dagli stili più vari. Non mancano in questo periodo le costruzioni di conventi, per lo più in posizione anti-urbana, isolati dal paese, ben riconoscibili nella campagna. Queste costruzioni spoglie, fatte di materiali poveri, ripropongono un modulo a cassone, caratterizzato in qualche caso da logge al primo piano, inserite per rendere più ariosa la rigida costruzione. In chiese e chiostri si sviluppano cicli di affreschi di autori locali, che rielaborano modi pittorici estranei alla regione, ma trattati con uno spessore culturale che sta offrendo agli studiosi molti spunti interpretat ivi. è il caso del pittore Pietro Antonio Ferro a Tricàrico, con gli affreschi nelle chiese del convento di Santa Maria del Carmine e del convento di Santa Chiara, o del Pietrafesa, altro pittore locale attivo nel XVI secolo. In pittura si segnalano casi di opere acquistate fuori dalla regione, di cui l'esempio più noto è costituito dal delizioso polittico di Cima da Conegliano realizzato nel 1499 e custodito nella chiesa Madre di Migliònico.

Dal sobrio barocco lucano all'età moderna

Gli episodi artistici del XVII secolo sono tali da far definire il barocco lucano un barocco sobrio, come nel Palazzo del Vescovado di Melfi o nelle facciate di San Francesco d'Assisi o della chiesa del Purgatorio a Matera che sembrano riprendere motivi leccesi più decorati. In questo quadro si collocano anche restauri di chiese e la costruzione di cappelle dotate di stucchi spesso calligrafici, che conferiscono un tono retorico alle nude architetture precedenti. Proprio con i fregi di un barocco severo si chiude un ultimo importante segmento dell'arte della Basilicata, ma non si possono sottacere episodi singolari che si manifestano tra il XVII secolo e l'età contemporanea. Non possono infatti sfuggire al visitatore singolari quanto affascinanti costruzioni delle quali il territorio è sempre stato dotato e che vanno assumendo un carattere nuovo nel XIX secolo: sono le masserie fortificate, vasti edifici per il ricovero di animali e di derrate, comprendenti , spesso, l'abitazione del prop rietario. è la vecchia villa rustica del periodo romano, che torna sotto forma di fortilizio dalle forme spontanee e popolari. Se in alcuni casi si tratta di ampliamenti di primitive costruzioni, come a San Basilio sulla costa jonica, in altri casi, a Matera e nel Materano, si tratta di vere e proprie costruzioni edificate fra '700 e '800 per rendere più sicuro il rifugio nelle campagne. Un aspetto del tutto particolare della Basilicata è dato, infine, da un percorso rivolto all'architettura contemporanea. Per primo, si presenta il caso di Matera, città interpretata negli anni '50 del '900 come un vero laboratorio nel quale si leggono quartieri progettati da architetti che hanno segnato la storia dell'urbanistica italiana del secondo dopoguerra. Il percorso alla scoperta delle più recenti realizzazioni può continuare poi con le poetiche forme del ponte di Musumeci a Potenza e con le eleganti simmetrie del ponte di Riccardo Morandi sulla superstrada tra Potenza e Salerno.

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LE CITTÀ

Potenza

(68.796 ab.). Capoluogo della regione, la città di Potenza, è situata a 819 m s/m. alla sinistra dell'alto corso del Basento. Dopo Enna è il capoluogo più alto d'Italia. L'abitato ha una pittoresca posizione parallela al corso del fiume. Potenza è un importante centro agricolo (produzione di cereali, uva, olio) e commerciale. Diffuso è l'allevamento di bovini, ovini, equini e suini. Fra le industrie più attive sono quelle dolciarie e alimentari, dei laterizi, metalmeccaniche, i cementifici e i mangimifici. STORIA. Il nucleo abitativo da cui trae origine Potenza può essere individuato nel villaggio neolitico di Serra di Vaglio, a Nord-Est del capoluogo. Furono infatti gli abitanti di quell'insediamento a stabilirsi, attorno al IV secolo a.C., nel sito del futuro capoluogo regionale, che divenne una prefettura romana con il nome di "Potentia". In seguito fu saccheggiata dai Visigoti, per divenire poi, con l'aggregazione al ducato di Benevento, contea longobarda sicuramente sino al 1066. Sede vescovile dal V secolo, nel 1111 ebbe come vescovo Gerardo della Porta, al quale, beatificato nel 1120 e divenuto patrono della città, venne dedicato il Duomo. Città demaniale sotto i Normanni, vide la sosta nel 1137 di papa Innocenzo II e dell'Imperatore Lotario II, mentre Ruggero II d'Altavilla vi ospitò nel 1148 Luigi VII re di Francia di ritorno dalla Terra Santa. è questo anche il periodo in cui compaiono alcuni dei luoghi di culto cittadini: San Michele Arcangelo e, soprattutto, il Duomo. Il XIII secolo si caratterizzò per violente distruzioni. Nel 1268 ebbe luogo una rivolta di nobili, che Carlo I d'Angiò represse radendo al suolo la città. Nel 1273 fu la volta di un terremoto, ma già nel 1277 l'abitato era ricostruito e dotato di una nuova chiesa, San Francesco d'Assisi. Con gli Aragonesi da città regia Potenza divenne contea, e i feudatari la impoverirono riducendola al ruolo di piccolo centro di provincia. A lungo governata dalla famiglia Guevara, passò nel 1604 al conte Enrico Loffredo, che aveva sposato Beatrice Guevara, e nel 1694 riapparve negli annali del Regno: per un nuovo terremoto di vaste proporzioni, a seguito del quale passerà un secolo prima che l'abitato riacquisti l'antico aspetto (è questa l'epoca cui risale la riedificazione neoclassica del Duomo). I moti filorepubblicani del 1799 e l'ondata sanfedista crearono rivolte in città e, dopo l'elevazione di Potenza a capoluogo della Basilicata (1806), non pochi abitanti parteciparono alle lotte unitarie. Un altro terremoto (1857) e l'unificazione della penisola portarono da un lato alla ricostruzione degli edifici danneggiati, dall'altra al miglioramento delle comunicazioni sia stradali sia ferroviarie (inaugurazione della tratta Salerno-Potenza); la città ebbe una nuova piazza centrale (piazza Pagano) e, con gli inizi del XX secolo, le opere pubbliche necessarie ai bisogni urbani. Nel secondo dopoguerra, l'immigrazione interna e l'abbandono quasi radicale delle attività pastorale e agricola hanno creato un'abnorme richiesta di alloggi. La città ha raddoppiato il perimetro urbano prima verso Nord (rione Santa Maria), poi verso il fondovalle del Basento, e lo ha ulteriormente accresciuto dopo l'istituzione (1970) delle Regioni. Il 23 novembre 1980 la terra ha tremato ancora, con una intensità del 9° grado della scala Mercalli. In seguito a tale catastrofe un piano di recupero del centro storico ha regolamentato la restaurazione di edifici privati e pubblici. ARTE. Nonostante le distruzioni la città conserva molti spunti degni d'interesse, i principali sono: la cattedrale di San Gerardo, del 1197, riedificata nel 1700, che conserva della struttura originaria la finestra tonda della facciata e l'abside; la chiesa della Trinità, del XIII sec. ma restaurata nel 1975 in forme neoclassiche; la chiesa di San Francesco, testimonianza di arte locale con evidenti influssi di arte catalana provenienti dagli artisti spagnoli presenti a Napoli. Molto belli il portale durazzesco e la porta lignea del 1499 d'intagliatore potentino con scene diverse. Nell'interno la tomba di Donato di Grasiis, in marmo, del XVI sec. presenta similitudini con forme precedenti napoletane; la chiesa di San Michele arcangelo, citata in un docu mento del 1178, fu ampliata nel 1849, ma conserva l'aspetto romanico; la chiesa di Santa Maria del Sepolcro, fondata su un antico oratorio dei Templari. Restaurata conserva l'arco di trionfo originale; il teatro Francesco Stabile, la cui costruzione ebbe inizio nel 1856 per espressa volontà dei cittadini che promossero una sottoscrizione, l'edificio venne inaugurato in occasione della visita di re Umberto I nel 1881. LA PROVINCIA. La provincia di Potenza (392.713 ab.; 6.545 kmq) occupa la parte settentrionale della Basilicata e si estende, su un territorio prevalentemente montuoso, dal massiccio vulcanico del Vulture sino al Mar Tirreno (golfo di Policastro). L'economia è prevalentemente agricola: uva da vino, olive, cereali (in particolare grano duro), ortaggi, frutta e tabacco; l'allevamento del bestiame è diffuso. Fra le industrie principali vi sono l'industria casearia e dei salumi, l'industria meccanica, della carta, del vetro, elettrica e le industrie di materie plastiche e di materiali per l'edilizia. Fra i centri principali ricordiamo Avigliano, Lagonegro, Lauria, Lavello, Marsico Nuovo, Melfi, Muro Lucano, Palazzo San Gervaso, Rionero in Vulture.

Web Trapanese Trapani Uno scorcio di Potenza

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Matera

(58.256 ab.). La città di Matera sorge sulla Gravina di Matera e presenta un'interessante struttura urbanistica poiché è situata su uno sperone calcareo delle Murge occidentali e si affaccia sulle gole della gravina profonde e con le pareti a strapiombo. La città moderna si estende a sud-Ovest del caratteristico nucleo antico, formato dai Sassi, abitazioni scavate nel tufo. Matera è un centro di produzione e commercio di prodotti agricoli. Le industrie principali sono quelle alimentari (molini, pastifici, oleifici, stabilimenti vinicoli), le fabbriche di ceramiche, terrecotte e di materiali per l'edilizia (pietre, tufacee, cemento, laterizi). STORIA. Le origini di Matera si perdono nella notte dei tempi. Per via dei numerosi reperti paleolitici conservati presso il Museo Nazionale D. Ridola, molti la ritengono abitata praticamente da sempre. Secondo la tradizione, i superstiti di Metaponto ed Heraclea, risalendo il fiume Bradano per sfuggire ai Romani, si insediarono in una nuova città che chiamarono Methera. Terra di conquista, stremata dalle scorrerie dei Goti, nel VI sec., la città fu liberata da Bellisario, capitano dell'Imperatore di Costantinopoli rimasto per sempre nella memoria dei materni. Nel VI sec., con l'arrivo dei Longobardi, Matera fu annessa al ducato di Benevento ed elevata a csataldato. Il duca Romoaldo, minacciato da Costanzo Imperatore di Costantinopoli, nell'anno 612 la dotò di mura di cinta e la chiamò Materia, perché abbondante di macchia mediterranea, oveero di "materiale" ligneo di uso domestico. Passata al ducato di Sale rno tra l'847 e l'852, la città seguì le travagliate vicende della Terra d'Otranto, subendo più volte l'assedio dei Saraceni, fino all'anno 994. In quel periodo dovette subire l'affronto di essere distrutta e ricostruita più volte. Il primo conte della città fu Guglielmo Fereback, figlio maggiore di Tancredi, conte d'Altavilla, che prese la città nell'anno 1042. Seguì il dominio dei Loffredi, sotto i quali, molti materani partirono crociati in Terra Santa. Sin dai tempi degli Svevi e degli Angioni, intorno al XIII sec., la città lucana volle rivendicare sempre il privilegio di essere libera, cioè senza baroni e alle dirette dipendenze del re. Quando gli Aragonesi nel 1497 la vendettero al conte Giancarlo Tramontano, essi si riscattarono uccidendo l'inviso feudatario dopo una sommossa popolare. In questo periodo la città conobbe un notevole sviluppo demografico. Si formarono così tanti casali. Nel 1595, la città contava 18.600 abitanti. Nel 1663 divenne capoluogo di una nuova provincia: la Basilicata. Nel 1799, con l'arrivo dei Francesi nel Regno di Napoli, la città ospitò il famigerato cardinale Ruffo, che marciò per la restaurazione dei Borboni. Fu questo il motivo per cui nel 1806 il re Giuseppe Bonaparte, prima di affidare il Regno di Napoli a Gioacchino Murat, concesse la guida della regione a Potenza. La città di Matera non fu estranea ai moti che portarono all'Unità d'Italia e può vantare tra i suoi cittadini Giambattista Pentasuglia, tenente colonnello di Garibaldi, medaglia d'oro al patriottismo, che tanta parte ebbe nella riuscita della spedizione dei Mille. ARTE. Matera antica può essere considerata la "capitale" della civiltà rupestre sviluppatasi nell'arco murgico pugliese tra IX e XI sec. d.C.; sia per la vastità della Gravina interessata, che per la permanenza storica dell'insediamento urbano, giunto fino ai nostri giorni. La città rupestre av eva una struttura molto estesa, con una acropoli fortificata baricentrica (la "Civiltà"), circondata da una serie di piccoli nuclei abitati, a caratteristiche prevalentemente semi-rurali, che occupavano le pareti degli strapiombi, i coni emergenti, le terrazze del frastagliato territorio murgico circostante. Ciascuno di questi nuclei, caratterizzato da una forte componente religiosa (monachesimo greco), si strutturava con un luogo di culto (la chiesa, il cenobio "rupestri"), ed uno spazio comune (il "vicinato"), tra i quali si dislocavano, seguendo la morfologia naturale del sito, le strutture abitative e di servizio (ovili, stalle, cantine, frantoi, caciolari, "nevere", magazzini e/o fosse granarie, ecc.), tutte in grotta, ottenute scavando la tenera roccia calcarenitica (il tufo) delle pareti delle terrazze utilizzate: un semplice muro, od un piccolo vano con camino, realizzato con gli stessi blocchetti di tufo ricavati dallo scavo, chiudeva le grotte in facciata. Camminamenti, ballatoi, ripide scali nate intagliate nella roccia, costituivano la maglia dei collegamenti nei e tra i nuclei abitati, mentre una accurata rete di raccolta convogliamento e decantazione delle acque meteoriche, facente capo a capienti cisterne scavate nella roccia ("palombari"), assicurava le risorse idriche e potabili per la comunità. I pianori terrazzati sovrastanti le chiese, erano spesso destinati a "necropoli"; le vaste distese delle "matine", fertili depositi di terreni alluvionali, costituivano i campi da coltivare; i vasti altipiani murgici, allora ricoperti da fitti boschi, le riserve comuni per la caccia ed il pascolo. Nell'architettura delle chiese, negli affreschi che ne impreziosiscono le pareti, è possibile individuare i segni, le forme della vicenda storica alla quale questa città rupestre ha partecipato; qui è possibile leggere la prevalente influenza bizantina e orientale su queste architetture; ma è possibile altresì leggere il paziente e sistematico lavoro di modificazio ne degli schemi, delle strutture, delle forme di espressione, fatta dalla sopravvenuta cultura occidentale. Ne sono un esempio: la chiesa di San Nicola dei Greci, con due navate interne, quella di destra utilizzata anche per la sepoltura, conserva una Crocifissione dei primi del '300; nell'abside sinistra è una teoria dei santi (San Nicola del XIV sec., gli altri dell'XI sec.) e una Madonna col Bambino databile al XIII sec. e di ispirazione orientale; la chiesa di Santa Maria della Valle (XIII sec.), una vera e propria cattedrale rupestre a tre navate, con la facciata interamente costruita, ed ormai "gotica", costituisce a tutti gli effetti l'architettura di passaggio dalla città rupestre alla città "canonica" europea. Con l'avvento dei Normanni, e del regime feudale, ha inizio per Matera il processo di ridefinizione della città rupestre secondo le regole dell'urbanistica europea: impianto feudale, con chiesa, castello, cinta muraria e borghi extra-moeni a; rifinitura rinascimentale; definitiva sistemazione barocca. Matera percorre per intero questo itinerario urbanistico e culturale, il cui primo atto è rappresentato dalla realizzazione della chiesa cattedrale, in stile romanico, all'interno della civita fortificata da mura e castello, testimonianza dell'ormai definitivo declino politico e religioso della grecità. I successivi atti vedono il consolidarsi delle borgate extra-moenia ai margini superiori dei Sassi, con la realizzazione dei Conventi dei francescani e dei domenicani, sempre nello stile ufficiale dell'epoca, il romanico: la città feudale acquista così una sua prima struttura monumentale, che prescinde dalle vallette dei Sassi, ancora allo stato prevalentemente rupestre e semi-rurale. Tra XIV e XV sec., il consolidamento economico della città porta alla definizione di una piazza del mercato al di fuori della cinta muraria (attuale Piazza del Sedile), sede altresì del Governo municipale. La stessa ossatura r esidenziale della città si redifinisce con la realizzazione, al di sopra della preesistente maglia rupestre, di case palazziate, case a corte, di sobria fattura, ma impreziosite da loggiati, portali, elaborati coronamenti, ecc. Si precisa così, anche nelle due vallette dei Sassi, ai piedi della civita, una nuova ossatura urbana che ne definisce le terrazze con un aulico ritmo di pieni, ed i cui vuoti sono rappresentati dagli orti e dalle infrastrutture rustiche del preesistente habitat rupestre. Ma è il baracco a dare la definitiva struttura alla città, realizzando una serie di fondali, di fulcri visivi legati da triangolazioni prospettiche che ne definiscono i confini incorporando, in un sapiente gioco di contrasti tra elaborate architetture ed aspri fondali naturali, lo stesso Altipiano murgico frontistante. Tra queste architetture, le facciate barocche delle chiese di San Francesco d'Assisi, del Purgatorio e del Seminario, fondale del Sasso caveoso; i Conventi dell'Annunziata e di Sant'Agostino, fondale del Sasso Barisano. L'habitat rupestre rimane quale trama sotterranea di questo disegno, con alcune significative "emersioni" in corrispondenza di episodi plasticamente rilevanti, quali quello del Mont'Errone. Le trasformazioni interessano anche la campagna, ove si realizzano una serie di architetture rurali fortificate (masserie), che definiscono un nuovo dominio, economico e strutturale, della città sulla sua campagna. La città dei Sassi, ha tra XIX e XX sec., un imprevedibile epilogo: il forte regresso delle condizioni economiche dei suoi abitanti, dei suoi ceti subalterni, porta difatti alla riscoperta di un trogloditismo di necessità che riutilizza, riprendendo massicciamente gli scavi, gran parte delle infrastrutture rustiche in grotta (cantine, stalle, pozzi, depositi, ecc.) dell'habitat rupestre, trasformandoli in abitazioni, fino a stipare nei Sassi, nel 1950, circa 16.000 abitanti: nasce così quella macrostruttura urbanistica brulicante d'individ ui, tanto suggestiva paesaggisticamente, quanto tragica socialmente, quale si presentò agli occhi di Carlo Levi. Problema di grandissima rilevanza urbanistica e sociale, che solo l'impegno della migliore cultura politica ed urbanistica italiana porteranno a soluzione, nel secondo dopoguerra, attraverso il massiccio trasferimento degli abitanti dei Sassi in nuovi borghi e quartieri: La Martella, Venusto, Lanera, Serra Venerdì, Spine Bianche. Dopo gli anni dell'abbandono, e del conseguente degrado, sulla scia di un Concorso Internazionale d'Idee, e delle metodologie europee del recupero dei centri storici, si sta realizzando un'operazione di rivitalizzazione che punta a fare di Matera il luogo privilegiato di un vasto processo di ricostruzione ambientale, fondato su regole di tutela e di sviluppo sostenibile: operazione che dopo il riconoscimento dell'UNESCO, ha dall'Unione europea, nel 1995, il Premio Europeo di Pianificazione Urbana e Regionale. LA PROVINCIA. La provincia di Matera (204.108 ab.; 3.447 kmq) si estende su un territorio prevalentemente collinare. La costruzione di numerose dighe (di San Giuliano, di Serra di Corvo, del Pentecchia, di Monticchio, del Simi), unitamente alla scomparsa del latifondo e ad una sistematica azione di bonifica hanno portato all'incremento della produzione agricola. La scoperta dei giacimenti metaniferi di Ferrandina, Salandra, Grottole e Miglianico e di quelli petroliferi a Pisticci ha portato alla creazione di impianti petrolchimici nella valle del Basento. Fra le industrie meglio avviate citiamo gli zuccherifici, le manifatture di tabacco e i cotonifici. Centri principali sono: Bernalda, Ferrandina, Irsina, Montalbano Ionico, Montescaglioso, Pisticci, Policoro, Stigliano, Tricarico.

Web Trapanese Trapani Veduta del Duomo di Matera

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Luoghi d'interesse

Palazzo Lanfranchi
Rappresenta la massima espressione dell'architettura del '600 a Matera, questo imponente edificio dalla facciata asimmetrica, dietro la quale si nascondono la chiesa del Carmine (a sinistra) e il palazzo vero e proprio (destra). Fu voluto dal vescovo Vincenzo Lanfranchi per istituirvi il Seminario. Come luogo venne scelto il sito già occupato dal monastero dei Carmelitani, soppresso nel 1652, e il disegno architettonico venne commissionato al frate Francesco da Copertino, che si trovò ad affrontare tre ordini di problemi: la necessità di realizzare un manufatto di notevoli dimensioni su un terreno scavato nel sottosuolo da grotte; la richiesta di inglobare nella nuova costruzione la preesistente del convento e della chiesa del Carmine; l'ordine di ruotare l'ingresso del complesso dai Sassi al Piano secondo i più aggiornati indirizzi urbanistici. La costruzione, iniziata nel 1668, fu inaugurata il 31 agosto 1672, ma venne nel corso dei secoli ampliata per far fronte al progressivo a umento dei seminaristi. Sulla facciata, un portale (XVII sec.) con architrave a metope lisce e triglifi, inquadrato da paraste, individua, sulla sinistra, l'ingresso alla chiesa del Carmine (1608-1610), cui rimandano pure, sempre sul prospetto, le statue in pietra ai lati e sopra l'accesso del palazzo a destra. Nel secondo ordine che contraddistingue la facciata corre una teoria di aperture cieche.
Chiesa di San Francesco d'Assisi
Varie le trasformazioni e le riedificazioni, nel corso dei secoli, della chiesa: la struttura originaria risale a metà '200, ma già nel '300 sorse un nuovo edificio; seguirono nel '500 l'apertura delle cappelle laterali e, nel 1751-56, i lavori che dettero al monumento l'attuale aspetto tardo-barocco. La facciata, preceduta da una scalinata, riecheggia, in forme più sobrie, il barocco leccese. Nell'interno, a navata unica con cappelle laterali e abside rettilinea, una fitta decorazione in stucco, di Carlo Casino e Domenico Preziosi, orna i pilastri e le arcate delle cappelle e incornicia i dipinti. All'inizio della navata è una coppia di acquasantiere (XIII sec.). Nella seconda cappella destra, la pala d'altare accoglie la scultura lapidea di Sant'Antonio da Padova di Stefano da Putignano; nella terza Madonna e Santi di Giuseppe Ma rullo e Sant'Antonio di Giacomo Colombo. Nella terza a sinistra, Deposizione e Trinità del '500; nella second a l'Immacolata di Antonio Sabile (1582). Il pezzo più importante è sulla balaustra della cantoria alle spalle dell'altare maggiore: è il polittico smembrato di Lazzaro Bastiani, del '400.
Duomo
Il più insigne monumento sacro della città fu iniziato verso il 1230 e terminato nel 1270 per volere del vescovo Andrea, che, per renderlo ancora più maestoso, fece sollevare di circa 6 m la quota del piano di calpestio. Il materiale impiegato, la pietra della Vaglia, ben si prestò alle linee dello stile romanico pugliese, riconoscibile all'esterno nell'impianto a tre navate, di cui quella centrale più alta e aperta sui fianchi da cinque finestre. La porta maggiore è caratterizzata da un elegante intreccio a canestro; le sculture che la ornano (sull'architrave è posta l'immagine della Vergine, cui è dedicato il Duomo; ai lati i SSan Pietro e Paolo con, a fianco, i protettori della città) sono attribuite ai Parsio (XVI sec.). Più in alto è il bellissimo rosone con San Michele arcangelo. L'interno a croce latina ripartita in tre navate da dieci colonne con capitelli medioevali figurati, fu rinnovato nel '700 così r adicalmente che ormai conserva poco della decorazione originaria. Si partì dal soffitto, dove la copertura a capriate fu celata da un controsoffitto ligneo dipinto, concentrandosi poi sugli altari delle navate, ridotti da 33 a 12. Alle pareti Storie della Vergine, affreschi di Anselmo Palmieri. A destra dell'ingresso principale è, sulla parete, lo straordinario Giudizio universale, unico frammento superstite dell'ampia decorazione pittorica medioevale attribuita a Rinaldo da Taranto: nell'Inferno campeggia la figura dell'arcangelo Michele che trafigge i peccatori, mentre le fiamme investono i grandi della terra; nel Purgatorio, interrotto nella parte superiore, la narrazione, più tranquilla, riguarda vasche di purificazione, distinte tra uomini e donne, e la bocca di Giona, dalla quale rispunta un corpo purificato. Sul presbiterio si leva il tiburio quadrato terminante a cupola. Dietro l'altare maggiore si sviluppa il coro ligneo, intagliato da Giovanni Tantino nel 1453 e co mposto da 50 stalli con pannelli raffiguranti, tra gli altri, la Madonna, gli anacoreti e i santi. Sulla parete di fondo del transetto sinistro è il pregevole dossale d'altare realizzato nel 1539 da Altobello Persio e dedicato a San Michele. A fianco al dossale l'architrave della porta del campanile conserva il distico con la data di fine costruzione della chiesa (1270). Quindi, la vetrina con la statua della Madonna della Bruna, protettrice della città. A sinistra, una cappella accoglie il presepe realizzato nel 1534 da Altobello Persio con la collaborazione di Sannazaro di Alessano, opera considerevole sia per la composizione d'insieme sia per la robusta modellatura delle figure.
Chiesa del Purgatorio
Costruita fra il 1725 ed il 1747 con i contributi della Confraternita del Purgatorio e dei cittadini. Particolarissima la decorazione della facciata, tutta dedicata all'apoteosi del tema della morte: scheletri e teschi sono infatti il motivo dominante dell'intaglio sia nella parte lapidea sia sul portone di questo tempio barocco. L'osservanza delle regole architettoniche in voga all'epoca portò all'apertura della cupola, ripartita in otto settori che sono oggi occupati da altrettante tavole settecentesche. La tela dell'altare maggiore (San Gaetano che intercede presso la Vergine per la liberazione delle anime purganti) è attribuita, insieme ai due dipinti degli altari laterali, a Vito Antonio Conversi. Lo stesso altare maggiore custodisce le reliquie di San Giovanni da Matera, di San Prospero e di San Callisto.

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Chiesa e convento di San Domenico
Il complesso di San Domenico risale al 1230 quando Nicola da Giovinezza, discepolo del Santo, vi stabilì la sede dei Padri predicatori. La chiesa, all'esterno presenta la struttura originale duecentesca, la facciata, che in origine, terminava a cuspide include un rosone con scene di vita dei pastori e intorno quattro sculture a raffigurare la ruota della vita. L'interno a tre navate ha avuto le maggiori trasformazioni e modifiche nel 1744, quando furono decorate a stucco le pareti e costruito il cappellone del Rosario con la cupola. Il convento venne ampliato a seguito dei lavori di ristrutturazione del 1609 dall'architetto domenicano Domenico Marinari, che sostenne anche la spesa per la costruzione del chiostro. Il convento fu soppresso e secolarizzato da Gioacchino Murat, nel 1814, dopo l'emanazione delle leggi eversive. Vi visse Giovanni Pascoli per due anni durante i suoi anni di insegnamento al Ginnasio di Matera. Oggi è sede della Prefettura.

I Sassi di Matera

L'antico nucleo abitato di Matera, i Sassi, costituisce uno dei complessi urbani caratteristici e significativi d'Europa ed è l'unico esempio in Italia di architettura rupestre. Le abitazioni scavate nel tufo sono distribuite ai lati della collina della Civita, lungo i due profondi solchi di un burrone (il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso) separati da uno sperone. Sul fondale scorre il torrente Gravina. Questa zona iniziò a popolarsi verso il X sec. quando vi insediarono piccole comunità di pastori. Col passare del tempo nacque una vera e propria città scavata nella roccia e vennero costruiti palazzi signorili, chiese e piazze per la maggior parte risalenti al XVII sec. Con lo sviluppo dell'artigianato, durante il XVIII sec., vennero aperte anche delle botteghe. Luogo principale della via cittadina era la piazzetta su cui si aprivano le abitazioni: qui si svolgevano quasi tutte le attività della popolazione poiché la maggior parte della case era costituita da un unico vano che serviva anche come stalla. Nel secondo dopoguerra gli abitanti iniziarono a lasciare i Sassi e furono trasferiti nei quartieri moderni. La zona iniziò un lento processo di decadimento che danneggiò numerosi edifici di interesse artistico, come le chiese rupestri. Nel 1967, con una legge che riconosceva l'importanza artistica di questo complesso urbano, i Sassi venivano dichiarati centro storico e nel 1986 era approvata una legge per il loro recupero integrale.

Web Trapanese Trapani I caratteristici Sassi di Matera

LA LUCANIA E I LUCANI

La Basilicata è anche conosciuta con il nome di Lucania. Questi due termini si riferiscono a due periodi ben precisi della storia della regione: il nome Lucania deriva dalla popolazione dei Lucani di origine sannitica che abitava una zona dell'Italia meridionale corrispondente approssimativamente all'odierna Basilicata. La denominazione Basilicata, sancita dalla Costituzione italiana, sembra che derivi da basilikós, termine con cui si indicava un funzionario bizantino, e si riferisce al periodo seguente la caduta dell'Impero romano. La regione era infatti amministrata da un funzionario bizantino (V sec. d.C.) ed aveva legami con l'Imperatore d'Oriente (basileus). I Lucani occuparono la regione compresa fra il Lao, il Bradano e il Sele nel V sec. a.C.. Entrati in conflitto con le Leghe Italiche di Sibari e di Crotone le sconfissero a Lao nel 390 a.C. La decadenza dei Lucani iniziò verso il 90-80 a.C. e fu dovuta alla ricomparsa della malaria e alle stragi compiute durante le guerre sociali di Silla. I Lucani vivevano organizzati in comunità indipendenti che si alleavano in caso di pericolo. I loro centri principali erano Grumentum e Potentia. Le testimonianze della civiltà lucana che ci sono pervenute sono costituite dai vasi lucani, una serie di circa 500 vasi con figure rosse risalenti al 360-320 a.C. La forma e i disegni sono piuttosto rozzi; le decorazioni più ricorrenti sono soggetti mitologici e funerari, figure femminili e ornamenti vegetali.

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PICCOLO LESSICO

Cuccù

Piccole sculture-fischietto che rappresentano gallinelle e figure umane, le quali emanano simpatici suoni di zufolo.

Festa della Madonna della Bruna

Le origini della festa risalgono al 2 luglio 1380, quando, con il titolo de "la Visitazione", Papa Urbano VI, già arcivescovo di Matera, ne decreta l'evento. A partire dal 1500 la celebrazione del 2 luglio subisce l'inserimento di elementi profani nel suo antico svolgimento mistico e popolare. La processione mattutina "dei pastori" dà inizio alla festa. Una volta erano veri pastori e contadini che vivevano la festa prima di tornare nei campi e alla pastura. Oggi, tra il fragore degli spari, che pendono dagli alberi e si estendono lungo i marciapiedi, nella brezza dell'alba, avvolti da un acre odore di polvere da sparo, una folla festosa segue il "Quadro" della Madonna lungo le vie della città. La festa si accende così di contrasti. Manipoli di "cavalieri", impersonati dagli stessi popolani, si radunano lungo le vie e nei "vicinati". Sono i difensori del carro professionale, trono della Madonna della Bruna. Il carro Trionfale, trainato da otto muli bardati è in cartapesta pol icroma ed è di grandi proporzioni. Le opere che animano il carro professionale vengono modellate per rappresentare un particolare episodio del Vecchio e del Nuovo Testamento. Una estemporanea articolazione di forme e di ornati riveste questo grande "barcone", che a poppa, alla sommità della torretta dovrà innalzare l'effige barocca della Vergine riccioluta. La festa vive l'atto finale dopo la deposizione della Madonna in cattedrale. Il carro viene circondato dai cavalieri con cavalli bardati di fiori di carta e velluti; l'auriga incita i muli verso la piazza, per restituire alla folla il simbolo della festa; tra lo sbigottimento generale, in un tripudio di massa, l'anima popolare si esalta confondendo il sacro con il profano, ed infatti, il carro, frutto di un lungo lavoro artigianale, viene assalito e distrutto. Angeli e Santi di cartapesta (strappati dal carro) entrano nel quotidiano e troneggiano nelle botteghe e sugli ingressi delle masserie. La feste si chiude nel frastuono di una ga ra di fuochi pirotecnici. Il carro professionale viene riprogettato e ricostruito anno dopo anno.

Gnummarielli

Interiora di ovini, con cipolla e foglie d'alloro cotti allo spiedo in particolari forni a legna presenti nelle macellerie.

Pettola

Frittella di pasta lievitata, ricoperte a piacere con vin cotto o miele, preparate durante le festività natalizie.

Pignata

Piatto a base di carne di ovino adulto, preparata con verdure campestri, pecorino, qualche patata e diversi aromi.

Pannaredde

Sculture di pasta di pane, spalmate di albume e zucchero, con un uovo sodo, fissato con treccine di pasta, tradizionalmente offerto il lunedì dell'Angelo per festeggiare la Pasquetta.

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PERSONAGGI CELEBRI

Quinto Orazio Flacco

Poeta latino (Venosa 65 a.C. - Roma 9 a.C.). Figlio di un liberto, compì studi letterari e filosofici. Nelle Odi, notevoli per l'eleganza metrica e per l'equilibrio immaginativo, si intravede il suo credo esistenziale "epicureo"., non disgiunto da una certa ironica visione delle debolezze umane. Non sembra comunque distaccato dai beni della vita, per quanto si mostri realisticamente consapevole della vanità delle cose e dell'inesorabile trascorrere del tempo. Dalla sua opera sono pervenute: le Odi, gli Epodi, le Satire, le Epistole, l'Ars poetica ed il Carmen saeculare.

Pasquale Festa Campanile

Narratore e sceneggiatore (Melfi 1927 - Roma 1986) di grande talento a cui si devono i copioni di film importanti quali la commedia musicale Rugantino (1962), i viscontiani Rocco e i suoi fratelli (1960) e Il gattopardo (1963), La viaccia (1961), Le quattro giornate di Napoli (1962) e il capolavoro di Marco Ferreri L'ape regina (1962. Ha diretto anche molti film, in massima parte commedie, tra i quali ricordiamo: Le voci bianche (1964), La ragazza e il generale (1967), Quando le donne avevano la coda (1970), Il merlo maschio (1971), La ragazza di Trieste (1982), Il petomane (1983), Uno scandalo perbene (1984).

Francesco Saverio Nitti

Uomo politico ed economista (Melfi 1868 - Roma 1953). Docente universitario, insegnò scienza delle finanze. Deputato, tenne i dicasteri dell'Agricoltura e del Tesoro. Fu presidente del Consiglio e ministro dell'Interno in un periodo di grave tensione politica. Fu animato da sinceri interessi europei. Partito da premesse liberali, accettò l'esigenza del socialismo riformista cercando di creare una democrazia mediatrice aderente ai bisogni della piccola borghesia italiana. Osteggiato dalla Destra nazionalista per il carattere democratico della sua politica interna, Francesco Saverio Nitti aggravò la propria posizione, allorché fece evacuare la truppe da Fiume, con l'intenzione di far presidiare la città dalle forze alleate. Con la proposta del sistema proporzionale il suo Governo andò definitivamente verso il crollo. Sotto la dittatura fascista si recò in esilio in Francia e fu deportato dai Tedeschi. Alla fine della seconda guerra mondiale ritornò alla vita politica attiva. Fu nominato senatore a vita.

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CENTRI MINORI

Maratea

(5.261 ab.) Centro in provincia di Potenza è formato da numerose frazioni: sulla costa sono Acquafredda, Cersuta, Fiumicello-Santa Venere, Porto, Marina di Maratea e Castrocucco. Più all'interno, a Oriente del Monte San Biagio, sono le frazioni Massa, Brèfaro e Santa Caterina, a Occidente dello stesso monte, Curzo e Campo. Infine a un'altitudine di m 310 sul lato Sud della vallata - che è baricentrica rispetto al territorio comunale - proprio alle pendici del Monte San Biagio è situata Maratea centro, con case molto raggruppate e pianta irregolare. Maratea fu centro fortificato che accolse a metà del IX secolo le popolazioni dell'antica "Blanda", distrutta dai Saraceni. Ma tracce più lontane della presenza umana sono state rinvenute in cima al Monte San Biagio, dove intorno all'VIII secolo a.C. un gruppo di colonizzatori greci organizzò una prima forma di insediamento urbano. Arroccato attorno al monte, l'abitato fu poi roccaforte longobarda e perdette i mportanza a metà del XIII sec., quando più a valle venne costruito il nuovo borgo, attuale centro di Maratea. Unico porto della regione sul versante tirrenico, fu rilevante centro commerciale e risentì le conseguenze del saccheggio operato nel dicembre 1806 dalle truppe napoleoniche che distrussero la rocca. Oggi Maratea, con le località sgranate lungo la costa, è uno dei più importanti e rinomati centri turistici della regione, affacciata su uno dei tratti più suggestivi del golfo di Policastro. A ridosso del versante roccioso il centro storico di Maratea conserva l'impianto medioevale, con antiche case ornate di logge e portalini e vicoli strettissimi. Tra i numerosi edifici si ricordano: la chiesa di San Vito, la più antica tra le chiese di Maratea, forse sorta con le prime case del paese tra l'XI e il XII secolo; la chiesa di Santa Maria Maggiore, fondata tra il XIII e il XIV secolo; l'obelisco di San Biagio, eretto nel 1738 con il contributo del popolo, si compone di tre elementi: la base in pietra, con lo stemma dei Borbone e quello di Maratea, la colonna marmorea, secondo la tradizione pescata in località Cala Jannita, e infine la statua di San Biagio, opera napoletana del XVIII secolo; la chiesa dell'Annunziata, costruita nel XVI secolo; la chiesa dell'Immacolata, costruita nel XVIII secolo come sede di una congrega, unica sopravvissuta, insieme a quella dell'Addolorata, delle moltissime associazioni religiose di questo tipo presenti a Maratea fino a qualche decennio fa; la torre della Calata, costruita nel XVI secolo, a pianta quadrata con base rastremata su cui poggia un secondo corpo dal cornicione in pietra; la chiesa del Calvario, r isalente alla prima metà del XIV secolo; il convento dei Minori Osservanti, importante centro religioso occupato dai frati francescani fino al 1866, fu in seguito trasformato in educandato, con la gestione delle suore di Monte Calvario.

Web Trapanese Trapani Il Cristo di Maratea (Potenza)

Web Trapanese Trapani La costa di Maratea (Potenza)

Melfi

(16.009 ab.). Cittadina in provincia di Potenza, alle falde del Monte Vulture. Città medioevale, sorge sul territorio vulcanico alle pendici nord del Monte Vulture. Melfi fu abitata sin dal Neolitico e subì l'influenza romana, come é confermato dall'esistenza di alcuni ruderi di una villa romana con mosaici. Successivamente al dominio di Roma, subì l'influenza longobarda, poi quella bizantina, e nel 1041 divenne la prima contea dei Normanni in Italia. Guglielmo d'Altavilla vi fece costruire un castello, che è senza dubbio il più noto della regione. In seguito, il castello venne ampliato dagli Svevi e poi dagli Angioini e Federico II nel 1231 vi promulgò le Costitutiones Augustales, il primo testo organico di leggi scritte dell'età medioevale e di contenuto sia penale che civile. Il castello dal XVI secolo divenne dimora della famiglia Doria fino alla riforma agraria e fu sede anche di vari Concilii. Il primo Concilio nel 1059 venne convocato dal Papa Nicolò II, il secondo nel 1067 dal Papa Alessandro II e il terzo Concilio venne convocato dal Papa Urbano II nel 1089, durante il quale il pontefice bandì la prima crociata in Terra Santa contro gli infedeli, istituendo l'obbligo del celibato ai religiosi. Nel castello, che fu originariamente costituito da una parte centrale circondata da una cinta muraria, oggi ha sede il Museo Nazionale del Melfese che conserva numerosi reperti archeologici riguardanti le popolazioni indigene della preistoria, dei periodi romano, bizantino e normanno. Nella torre vi è conservato il Sarcofago di Rapolla, meraviglioso lavoro creato da artisti dell'Asia Minore. Di interesse artistico è il Duomo dedicato all'Assunta che fu edificato nel 1153 dal re normanno Guglielmo I detto il Malo. L'edificio fu quasi interamente rifatto nel XVIII sec. in stile barocco, tranne il campanile che conserva ancora lo stile originario normanno. L'interno è a tre navate e conserva un Crocifisso ligneo del XV sec., numerosi dipinti e una tavola del XII sec. raffigurante la Madonna col Bambino fra due Angeli. Accanto al Duomo sorge il Palazzo del Vescovado dove all'interno del cortile vi è una fontana in stile barocco. Dalla Porta Venosina, unica delle quattro porte di Melfi ancora esistenti, é possibile ammirare una piccola parte delle antiche mura della città e l'affascinante panorama del Vulture. Negli ultimi anni Melfi è diventata un attivo centro industriale, infatti con l'apertura dello stabilimento Fiat, molti giovani reclutati dai vari paesi della Basilicata e delle regioni limitrofe, hanno trovato occupazione. La fertilità dei terreni della zona ha consentito lo sviluppo di diverse colture: vigneti, dai quali si ricavano ottimi vini, castagneti da frutto e oliveti.

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Metaponto

(1.028 ab.). Frazione di Bernalda, in provincia di Matera tra le foci dei fiumi Bradano e Basento. Mercato agricolo. Turismo balneare. Colonia greca, la tradizione fornisce notizie diverse sulle sue origini (Strabone VI), attribuendone fra l'altro la fondazione a Nestore. Fa parte delle cosiddette colonie "achee", ma alla sua colonizzazione parteciparono sicuramente elementi di più stirpi etniche. Fondata probabilmente intorno alla metà del secolo VIII a.C., fu alleata di Sibari e di Crotone nella guerra che distrusse Siri (ca. 530 a.C.) e cercò poi di resistere al predominio crotoniate, cadendo più tardi sotto l'influenza di Taranto. Alleata di Roma dopo la guerra di Pirro, la tradì durante la II guerra punica passando ad Annibale. Della città sono stati identificati il circuito delle mura e l'impianto urbano, con fitta rete di strade ortogonali; all'esterno delle mura si estendono ricche necropoli. Nella zona dell'agorà sono venuti alla luce resti di tre templi arcaici dedicati ad Apollo Licio, a Era e ad Atena ornati di bellissime grondaie fittili policrome con teste leonine, e un teatro costruito nel sec. IV su un terrapieno artificiale, sul posto di un precedente ekklesiasterion. A Sud si sono trovati resti del castrum e dell'abitato romano. è stato portato alla luce anche un quartiere abitato da ceramisti. A Nord è il ben conservato tempio detto delle Tavole Palatine (530 a.C.), forse dedicato a Era. Numerose le scoperte nel retroterra : nel santuario di San Biagio le stipi votive hanno restituito migliaia di statuette, ora esposte nel Museo Archeologico di Metaponto. Dal punto di vista storico e archeologico, riveste una notevole importanza il Parco Archeologico dell'area urbana, il quale comprende il santuario, una parte dell'agorà e una notevole quantità di monumenti. I due maggiori templi, quello di Hera e di Apollo, sono rispettivamente realizzati in stile dorico intorno alla metà del VI sec. a.C. I resti più imponenti appartengono al tempio di Hera, di cui sono ben visibili i frammenti del colonnato perimetrale. L'area interna è solo suggerita dalla disposizione ordinata di altri elementi. Il depredamento subito dal tempio è tale che risulta difficile immaginare il piano d'appoggio delle colonne. A lato si trova il tempio dedicato probabilmente ad Apollo Licio, poiché esiste una iscrizione con dedica ad Apollo Liceo da parte di un certo Teagene (VI sec. a.C.). Di questa costruzione restano le enormi colonne monolitiche (unico blocco di pietra) non scanalate, la ripartizione centrale della cella e la base del doppio colonnato della facciata orientale. In questo tempio, si recuperarono i primi esemplari di terrecotte architettoniche policrome, che rappresentano uno degli aspetti peculiari dei rivestimenti dei tetti, dei templi arcaici in Magna Grecia e in Sicilia. Accanto a questi due luoghi di culto, sorge un terzo, probabilmente dedicato ad Atena, all'interno del quale vi è un sacello (recinto sacro, a cielo aperto, con altare centrale). Nell'agorà si distingue l'imponenza architettonica del teatro, che è sicuramente databile alla seconda metà del IV sec. a.C. Del teatro non restano che sette gradinate di sedili. A pochi chilometri di distanza dal Parco Archeologico, sulla destra del Bradano, nei pressi della strada Taranto-Reggio Calabria, si erge il Tempio delle Tavole Palatine che è l'unico monumento metapontino rimasto parzialmente in piedi. Aveva 6 x 12 colonne, ne rimangono 15, disposte in due ali, una di 10 e l'altra di 5, le quali sostengono due pezzi dell'architrave. In linea d'aria, quasi ad 1 km verso Sud rispetto all'insediamento della Metaponto d'età magno-greca, si trova l'insediamento medioevale di Torre di Mare. Testimonianza dell'antica cittadella sono: i resti del castello, interamente costruito in blocchi s trappati ad antichi edifici, la chiesetta di San Leone e la caserma dei guardacoste, che conserva l'antico muro di cinta. Geograficamente questo complesso costituiva un'importante posizione strategica, sia per la confluenza di tre tratturi (diventando così luogo di transito e di sosta), sia per la presenza, nella sua area antistante, di un porto ubicato sulle sponde del Lago di Santa Pelagina, oggi scomparso.

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Pisticci

(18.171 ab.). Centro agricolo e industriale in provincia di Matera, a 364 m s/m. L'origine di Pisticci si perde nell'Età del Ferro, circa 2700 anni fa. Dalle diverse necropoli rinvenute nel suo territorio provengono vasi e utensili databili attorno al VII secolo a.C., corrispondente al periodo della colonizzazione greca. Nel V secolo a.C. ebbe notevoli scambi commerciali con la Grecia e fu uno dei capisaldi del territorio cittadino (chòra) di Metaponto. Sul finire del V secolo comparve la produzione di vasi a figure rosse attribuite alla bottega del cosiddetto Pittore di Pisticci, che è considerato il primo ceramografo protoitaliota, probabilmente un greco immigrato in Italia. Durante la dominazione romana assunse il nome di "Pesticium" e diventò importante centro agricolo e olivicolo. Nel Medioevo sorsero alcuni insediamenti basiliani e il primo nucleo dell'attuale abitato (rione Terravecchia), che fu costituito in feudo dai Normanni; dal Duecento ebbe come feudatari i Sanseverino, successivamente, dalla seconda met&agr ave; del Cinquecento, gli Spinelli, poi gli Acquara e i Cardenas. Alla fine del Trecento l'abitato cominciò a estendersi verso Sud (località Casalnuovo) e Nord (località Santa Maria del Rito). Nel 1688 una frana di vaste proporzioni spaccò l'abitato in due, rovinando le zone di Casalnuovo e Santa Maria del Soccorso, e provocò la morte di centinaia di persone; sul sito di Casalnuovo fu costruito il nuovo rione Dirupo con le caratteristiche "casedde": case bianche a un piano dalle facciate cuspidate e allineate in file regolari degradanti dall'alto verso il basso del paese, per una maggiore stabilità dei pendii. Lo sviluppo urbanistico avvenne lungo la direttrice Ovest-Est. Altri movimenti franosi in epoca recente (1959, 1973 e 1976) hanno distrutto quasi completamente altri rioni. Nell'Ottocento subì l'azione, particolarmente cruenta, del brigantaggio e conobbe una drammatica diffusione di malattie infettive dovuta alla mancanza d'acqua, a cui fu posto rimedio s olo alla fine degli anni Trenta del secolo successivo con la costruzione di un grande serbatoio idrico sui ruderi del castello, alimentato dall'acquedotto dell'Agri (realizzato in quello stesso periodo) e da quello del Frida (della prima metà degli anni Sessanta). Negli anni Sessanta sorsero i primi insediamenti urbani a Marconia e Tinchi - lungo la via che conduce al litorale -, che subirono un notevole sviluppo demografico intorno al 1970, sia per le frane che minacciavano l'antico Comune sia per lo sviluppo industriale dell'area dello Scalo Ferroviario di Pisticci attraversato anche dalla strada Basentana. Sempre negli anni Sessanta conobbe un potente sviluppo industriale a opera dell'industria di stato Eni per la produzione delle fibre sintetiche e per l'utilizzazione dei giacimenti di idrocarburi. La crisi di queste attività portò, negli anni Ottanta e Novanta, alla riconversione industriale dell'intera Valbasento, alla nascita di un polo tecnologico e di ricerca, e alla valorizzazio ne delle antiche risorse agricole e zootecniche, cui si è aggiunto un intenso sviluppo turistico balneare.

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Policoro

(15 096 ab.). Centro in provincia di Matera; per secoli borgo rurale in una terra infestata dalla malaria e oggi, a seguito della riforma agraria del secondo dopoguerra, uno dei più dinamici comprensori agricoli della Basilicata. Policoro sorge infatti sul sito che fu di "Heraclea", che a sua volta venne fondata sulla più antica colonia greca di "Siris", per di più in un'area già frequentata dai commerci dei micenei. Sulla collina del castello di Policoro non sono documentati insediamenti né per l'Età del Bronzo né per quella del Ferro. "Siris", infatti, venne fondata da coloni ionii verso il 660 a.C. sulla punta orientale del rilievo e acquisì quasi subito una notevole floridezza grazie agli interscambi con le popolazioni dell'entroterra. Da ciò l'inevitabile frizione con la vicina Metaponto, a causa dell'emporio commerciale dell'Incoronata, contro il quale mossero le forze alleate di Metaponto, Sibari e Crotone; in chiara superiorità e mediante un'azione combinata, esse distrussero "Siris" dalle fondamenta (metà VI secolo a.C.). Nella stessa zona venne fondata, nel 434-433, un'altra colonia greca: "Heraclea", o "Heraclea Lucana", a opera di Taranto e Thurii. Con l'inizio del IV secolo a.C. "Heraclea" divenne capitale della Lega italiota, coalizione delle colonie della Magna Grecia contro le prementi forze lucane. E proprio per tenere a bada questo pericolo gli insediament i greci sullo Jonio fecero più volte appello a condottieri stranieri, divenendo in alcuni casi teatro di dure battaglie; come quella tra Pirro e i Romani del 280 a.C., che si tenne alle porte di "Heraclea". A un momento immediatamente successivo possono essere datate le tavole di Heraclea, ritrovate nel 1732 presso Salandra, documenti della massima importanza per la conoscenza dell'organizzazione e quotizzazione del territorio agrario. Durante la lotta tra Roma e Taranto l'abitato si legò alla prima, riuscendo a sopravvivere sia durante la seconda guerra punica, sia nel corso della guerra sociale, sia al passaggio delle truppe di Spartaco nel 72 a.C. Decaduta in epoca imperiale, visse un periodo di ripresa nel Medioevo (è nel IX sec. Che è documentato il toponimo "Policorium"), ma l'impaludamento e la malaria resero la zona quasi totalmente inabitabile, tanto che nel periodo feudale la popolazione non superò mai i mille residenti. La riforma agraria del 1950 e l'elevazione a Comune autonomo (1959) hanno rappresentato la chiave di volta per l'abitato. Tra gli edifici principali è da ricordare il castello che domina sulla collina, dove venne costruito nel '700; sino agli anni '50 del XX sec. Fu l'unico posto dove un passeggero potesse alloggiare nel raggio di molti chilometri. Tra l'edificio e le casette costruite per i coloni si riconoscono tratti poderosi delle antiche mura di fortificazione.

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Tricàrico

(6.318 ab.). Centro in provincia di Potenza, iniziò a svilupparsi in epoca longobarda sul sito attuale. In epoca anteriore, infatti, esisteva un centro lucano molto più a Ovest, presso il valico Tre Cancelli dove sono infatti stati rinvenuti resti di mura risalenti al V-IV secolo a.C.; solo con la distruzione di tale insediamento cominciò a delinearsi l'attuale Tricàrico, i cui rioni Rabatana e Saracena furono impiantati a seguito dell'arrivo di Saraceni a inizi IX secolo. Ripassata nelle mani di Bisanzio, conobbe sotto i Normanni una seconda espansione urbana verso la zona oggi occupata dal convento di Santa Chiara. Lo spazio intramuraneo tra i rioni e il castello venne nel tempo colmato di residenze (palazzo Ducale) e di chiese (chiesa Madre, San Francesco); fuori della cerchia difensiva, della quale si individuano molti tratti e restano alcune porte (Monte, Fontana, Saracena e Rabatana con le relative torri), comparvero solo nel tardo '400 edifici religiosi (conventi di Santa Ma ria del Carmine e di San Antonio da Padova), dove si formarono intellettuali che diedero lustro all'abitato. Dopo il terremoto del 1654 si operò più che altro nella ristrutturazione e ricostruzione di edifici pubblici e privati, conservando l'impianto storico; opera di salvaguardia continuata dall'attuale piano regolatore. Tra gli edifici più significativi ricordiamo: la torre normanna, dei secc. IX-X, riedificata in epoca normanno-sveva e restata in uso sino al '600; il convento di Santa Chiara, trasformazione del castello, operata nel 1333, in luogo di clausura per fanciulle di alto lignaggio (funzione che tuttora conserva); la chiesa di San Francesco, dal campanile a vela a due campane, di fondazione duecentesca, ha portale ad arco ogivale di linee romanico-pugliesi, con all'imposta dell'arco due leoni con le fauci aperte e al sommo un grifo; il palazzo ducale, di impianto cinquecentesco, ha doppio portale in pietra con gli stemmi Pignatelli e Revertera.

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Venosa

(ab. 12.148). Centro in provincia di Potenza. "Venusia", era abitata da popolazioni sannite prima dell'arrivo, agli inizi del III secolo a.C., dei Romani; stando a quanto riferisce Dionigi di Alicarnasso, era già protetta da possenti mura e godeva di prerogative tipiche di una res pubblica: proprio Senato, proprie leggi, proprio esercito e proprie monete. Nel 291 a.C. i Romani vi dedussero una colonia con 20.000 persone, a ribadire l'avvenuta sottomissione e il ruolo strategico per il controllo delle aree appenniniche e delle vie tra la Campania e la Puglia. E proprio in questo contesto si collocò la decisione di far passare da qui, nel 190 a.C., la Via Appia, nel suo prolungamento alla volta del porto di "Brundistum" sull'Adriatico. La strada fu un volano per l'economia dell'abitato, che dopo la guerra sociale del 90-88 a.C. e una nuova deduzione di coloni nel 43 a.C. fu annoverato tra le prime 18 città della penisola. Uno splendore e una floridezza accresciuti dalla fortuna letteraria i ncontrata in quel di Roma da Orazio, nato a Venosa nel 65 a.C., e di cui resta testimonianza architettonica nelle strutture del parco archeologico. La decisione di Traiano di aprire la Via Appia Traiana direttamente nella pianura pugliese, in modo da evitare le asperità montane del Vùlture, intaccò tale prosperità. L'abitato, il cui sistema stradale principale è ricalcato dagli attuali corsi Vittorio Emanuele e Garibaldi, si stendeva dalla zona del futuro castello all'anfiteatro, eretto, assieme all'acquedotto e alle terme, proprio in età imperiale e tutti rimasti in uso fino in epoca tardo-antica. Ma la conferma che l'economia venosina era ancora florida è data dalla presenza di una cospicua comunità ebraica, documentata nei primi secoli dell'era cristiana. A partire dal V sec. - e sino alla metà dell'XI - fu un susseguirsi di invasioni, che dettero il via al sistematico smontaggio degli edifici romani per riutilizzarne i materiali. L'arrivo dei Benedettini e dei Normanni (1042) segnò una nuova svolta e un ritrovato benessere, documentato dalla storia dell'abbazia della Trinità e dal passaggio, per volere di Federico II, nei possessi demaniali, nei quali rimase sino ai primi del XV secolo. Fu Maria Donata Orsini, nel 1443, a portarla in dote a Pirro del Balzo, cui Venosa deve il nuovo assetto urbanistico, con i punti di forza del castello e della cattedrale. La peste del 1503 ridusse gli abitanti dai 18.000 del XV sec. ai 6.000 della seconda metà del successivo, quando Filippo II concesse il titolo di principi di Venosa ai Gesualdo. Il periodo feudale fu caratterizzato da una pesante crisi economica, cui si contrappose paradossalmente, tra la fine del XVI secolo e l'inizio del XVII, un'intensa attività culturale: fu qui operosa un'importante scuola di diritto, nel 1582 venne fondata l'Accademia dei Piacevoli e dei Soavi, nel 1612 l'Accademia dei Rinascenti.

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