Trapani.
Mutamenti sociali nella prima metà dell'Ottocento...
Sopraggiunto il nuovo secolo, gli anni delle guerre napoleoniche e del blocco
continentale misero vieppiù in evidenza i punti di
forza di un'economia imperniata sull'esportazione marittima delle proprie
produzioni, ma anche le sue debolezze. Tra queste, oltre alla dipendenza dalla
domanda estera e dalle navi da carico straniere, stava il peggioramento delle
ragioni di scambio a causa del moltiplicarsi di aree produttrici di beni in
diretta concorrenza con quelli trapanesi. Inoltre, su un piano qualitativo, la
bilancia degli scambi trapanesi con l'estero mostrava con chiarezza i limiti di
un'economia produttrice di materie prime o al più semilavorate, e di prodotti
artigianali caratterizzati sì da una notevole tradizione ma anche da una
poverissima tecnologia. Trapani importava di tutto: manufatti, articoli di
lusso, ma anche prodotti di base per il suo artigianato ed altri necessari, per
così dire, alla vita di tutti i giorni.
La dipendenza da questi prodotti era tuttavia un dato generale concernente cioè
almeno l'intera Sicilia, mentre, a differenza di molte città isolane, Trapani
poteva far leva su un arco sufficientemente variegato di merci d'esportazione
(corallo, sale, tonno, soda a cui vanno aggiunti il sommacco e prodotti
dell'artigianato trapanese), le cui oscillazioni di breve periodo potevano
perciò parzialmente compensarsi.
Altro punto di forza, divenuto più evidente negli anni della guerra, era
senza dubbio l'attività della marina, la più consistente dell'isola.
Il trasporto via mare, in assenza di carrozzabili, si faceva preferire a quello
terrestre e i trapanesi, oltre a smerciare le proprie produzioni e a scambiare
quelle delle varie zone dell'isola, tenevano i collegamenti tra il commercio
estero e quello interno.
Essi contribuivano così ad accumulare ed a distribuire merci, avanti e indietro,
dai pochi porti atti al commercio internazionale verso quella miriade di scali,
cale, approdi che costellavano i litorali isolani e da cui un ramificato sistema
di trazzere (piste a fondo naturale) consentiva di raggiungere i più sperduti
centri dell'interno.
Al centro di questi traffici stava un ceto mercantile-armatoriale che, pur
non mutando la sua tradizionale attitudine ad un'estrema flessibilità economica
(o forse proprio per questo) si era notevolmente rafforzato nel corso del
Settecento. [...]
Il commercio marittimo costituiva dunque il polmone finanziario dell'intera
città; attraverso esso, grazie alla sua posizione strategica, il ceto
mercantile-armatoriale governava il mercato dei capitali.
E tuttavia Trapani non viveva solo di commercio marittimo, malgrado
I'importanza decisiva di quest'ultimo settore per la sua economia.
I rifornimenti di vettovaglie per il consumo urbano venivano infatti in buona
parte dall'entroterra, a schiena di mulo, coinvolgendo un'area ben più vasta del
ristretto territorio della città, esteso per 14.724 salme legali, di cui però
9.210 (il 62,5%) restavano incolte perché rampanti o paludose.
La terra posta a coltura era destinata principalmente al seminativo ma notevole
era la presenza dell'uliveto (959 salme) e del vigneto (641 salme) mentre 78
salme erano destinate a coltivazioni irrigue.
Trapani nei primi decenni dell'800 appare dunque come una città dall'economia
divisa in due distinti settori:
il primo, marittimo, d'esportazione e l'altro, agricolo, di consumo. Questa
distinzione alimentava l'elementare differenziazione degli abitanti in
terrazzani e marinari.
I terrazzani erano tutti coloro che vivevano del lavoro della terra. Nel 1830
i giornalieri erano a Trapani 971, cui vanno aggiunti 81 tra massari e borghesi
e 1.762 proprietari.
Questi ultimi, utilizzando lo schema dello statuto amministrativo dell'l1
ottobre 1817, possono essere divisi (a seconda della rendita dichiarata) in 57
grandi proprietari, 157 medi, 325 piccoli e 1.219 minimi.
Nel complesso, coloro che vivevano, in tutto o in parte, del lavoro della terra
ammontavano al numero di 2.810, il che significa all'incirca un terzo della
popolazione attiva della città, la quale ascendeva da 8.734 unità. A loro volta,
i marinari si distinguevano in padroni di barca e semplici lavoranti del mare.
Di padroni di barche ve n'erano 7 d'altura, 56 (di gran cabotaggio), 150 di
piccolo cabotaggio e 156 da pesca, oltre a 11 piloti.
In tutto 380 persone, cui faceva capo una flottiglia di 310 imbarcazioni
comprendente 8 brigantini, 22 sciabecchi, 6 feluche, 1 schooner, 1 Bombarda, 71
liudelli, 110 schífazzi ed altre barche minori (buzzi, paranzelle, etc.).
Su queste barche lavoravano poi 1.800 marinai e 1|.246 apprendisti, per cui il
totale delle popolazioni impegnato nella navigazione e nella pesca era pari a
3.426 unità, qualcosa come il 38% della popolazione attiva.
A cerniera tra la gente di mare e la gente di terra stavano i commercianti e gli
artigiani. Agli inizi del secolo si contavano a Trapani 26 botteghe di cerai,
vetrai, tabaccai e stagnatari, 30 di corallai, orefici e gioiellieri, 33 di
artigiani del ferro (di chiavitteri, calderari e fonditori, scoppettieri,
stagnarini e cortellaio), 53 di sartori, tessitori e cappellieri, 60 di calzolai
e ciabattini, 14 di sellai e conzarioti (conciapelle), 40 botteglierie, cioè
rivendite di bevande, vino e liquorie. Nel ventennio successivo il numero delle
botteghe si accrebbe, dato che l'inchiesta del 1831 fornisce la cifra di 559
proprietari di bottega, in cui erano impiegati inoltre altri 545 lavoranti. Agli
artigiani vanno poi aggiunti i commercianti, 47 all'ingrosso e 200 al dettaglio.
Commercianti ed artigiani raggiungevano così insieme il 15 % della popolazione
attiva.
Trapani appare così, nei primi decenni dell'Ottocento, come una città in cui
il commercio (in senso lato) e la navigazione occupano un ruolo decisamentente
rilevante, di sicuro più notevole di quello che gli stessi settori svolgevano
nella media delle altre città siciliane.
In cima alla gerarchia sociale di questa città di marinai e commercianti
stava un ceto nobiliare molto ristretto, composto da venticinque famiglie. Tra i
membri di queste casate, prima delle riforme introdotte dal Parlamento del 1812,
si sorteggiavano i giurati e si eleggevano le più importanti magistrature
cittadine nonché i direttori e rettori degli istituti d'assistenza, degli
ospedali e di altri uffici pubblici.
Le procedure per l'iscrizione di nuove famiglie alla mastra erano laboriose e
spesso sfociavano in serrate dispute e perfino in liti giudiziarie. Ciò accadeva
quando una richiesta d'inserimento (come ad esempio nel caso dei messinesi Ruffo)
incontrava l'opposizione di gruppi nobiliari cittadini, in generale comunque
poco favorevoli all'allargamento dei ranghi.
In tale tendenza a mantenere ristretto il numero dei propri membri stava una
delle ragioni principali della relativa debolezza della nobiltà trapanese. Lo
scambio matrimoniale era difficile per i diffusi legami di consanguineità ed
accadeva così che, attraverso le doti, interi patrimoni fossero passati nelle
mani di famiglie palermitane o comunque non più residenti a Trapani come i
Pandolfina-Monroy, i principi del Cassaro, i baroni La Lumia, i duchi di
Villafiorita.
Malgrado ciò le famiglie nobili cittadine continuavano a mantenere in
territorio di Trapani un possesso fondiario esteso, cui anzi si aggiungevano le
terre possedute nei vicini territori di Monte San Giuliano, Marsala, Salemi.
[...]
Intanto, in quei primi decenni dell'800, importanti cambiamenti avevano
mutato la mappa del potere locale. Il 10 aprile 1813, a seguito delle
disposizioni del parlamento del 1812, si insediava a Trapani il nuovo consiglio
civico. Abolita la " Mastra Serrata " " Mastra Nobile " o " Mastra Serrata ", così
chiamata perchè ristretta soltanto alla cerchia dei suoi componenti e per cui
era difficilissimo entrarvi, era un elenco dal quale venivano scelti coloro che
assumevano incarichi di governo nella città ed era prerogativa del ceto
aristocratico), s'udivano per la prima volta risuonare nell'aula del Senato
Trapanese nomi inconsueti. Alla prima elezione, tenutasi il 5 maggio dello
stesso anno, risultavano eletti, accanto don Vincenzo Todaro dei baroni Della
Galia e a don Gregorio Riccio di S. Gioacchino (esponenti dell'aristocrazia
locale) anche don Salvatore Malato, di Rocco e don Antonio Venuti
(rappresentanti della borghesia cittadina).
A dicembre poi, per una serie di rinunzie, il consiglio, composto in in gran
maggioranza di borghesi, eleggeva alle massime cariche cittadine prima don
Francesco Borduela di Alberto, «gran aromataro», assieme al capitano Giacomo
Alì, di Giulio, ed in seguito il dottor Giuseppe Marini. Se anche prima di
questi avvenimenti i mercanti erano «riguardati come ceto nobile, ed onorato»,
dopo quei fatti, agli occhi della città essi acquisivano un nuovo prestigio,
sancito dalla veste di senatori.
Un diarista di quegli anni, il nobile Nicorò Burgio, così commentava quegli
avvenimenti ai suoi occhi sconvolgenti: « dacché s'introdusse la Costituzione è
quasi estinta la materia del mio diario. Non vi è sistema, e si elige e si
rinunzia, giudici perpetuati, senatori senza numero, in somma tutto in aria, in
anarchia, in confusione. Il comune rovinato e debitato non può pagare i
creditori e non può esigere. Non ho, 2 luglio, più che notare».
Al di là della loro ispirazione sinceramente reazionaria, queste annotazioni
esprimevano il diffuso disorientamento per un mutamento reale che si andava
producendo nel sistema di potere locale.
La rottura di quella tradizione di continuità e di conservatorismo che aveva
caratterizzato per secoli la storia della pubblica amministrazione Siciliana era
palese ed ancor negli anni seguenti, a seguito della legge sull'amministrazione
civile del 6 gennaio 1817.
Le pene del povero Burgio non si erano concluse quel 2 di luglio 1815 ancora
altri eventi sconcertanti trovarono posto, margré lui, nelle pagine del diario:
si trattava di rapide carriere politiche, come quella di don Antonio venuti,
membro di una famiglia di mercanti, eletto prima al consiglio d'intendenza della
valle di Trapani e poi, nel 1821, ministro delle Finanze presso il luogotenente
marchese Della Scaletta; oppure si trattava dell'occupazione di uffici nobili,
come la nomina di don Giovanni De Blasi a membro della deputazione si salute, «
primo deputato civile che occupa questa delicatissima carica che con tanta
gelosia fu data sempre alla nobiltà». Oppure si trattava di matrimoni, sempre
più frequenti, tra nobili di antico casato e borghesi che avevano acquisito il
titolo di "don".
Quest'ultima pratica era stata molto diffusa a Trapani )come in tutto il Regno)
e le più importanti famiglie ne avevano approfittato. [...]
Gli stili di vita dei membri dell'élite cittadina, del resto iniziavano ad,
avvicinarsi. Sulla Rua Nuova, l'elegante strada a settentrione dove la nobiltà
aveva investito buona parte dei proventi della rendita fondiaria allineando una
serie di splendide magioni, alcuni borghesi avevano iniziato a costruire. Così,
accanto ai palazzi Cuddia, Milo, Ripa, sorgevano le case di membri della nobiltà
di toga (borghesia) come i Calvino o i Di Vincenzi o di gabelloti ed allevatori
come i Paladino, gli Occhipinti, i Guadagno.
Lo stesso avveniva per le carrozze: nelle dichiarazioni del rivelo del 1815-16 i
«civili», pur dichiarando scuderie di decine di animali, sembrano restii a
rivelare animali "ad uso di carrozza", un po' per non esporsi, un po' per non
pagare l'apposita tassa; negli anni seguenti però le carrozze si moltiplicarono
e tutti i possidenti iniziarono a, considerarla indispensabile.
Nobili e borghesi si incontravano periodicamente alle riunioni della Società
economica ed ogni giorno alla marina, al «Caffé della rotonda». Lì giungevano
via mare i giornali ed i periodici più diffusi: il «Giornale di Scienze, Lettere
ed Arti per la Sicilia», le «Effemeridi», «omnibus», la «Revue britannique», il
«Giórnale delle Due Sicilie», e poi «Cerere», «Lucifero», «Caronda».
Nobili e borghesi, inoltre si ritrovavano sempre più spesso fianco a fianco
nella carriera militare e da lì, non di rado, nelle vendite carbonare. Qualche
anno più in là i loro figli iniziavano a studiare insieme nel neonato liceo
cittadino, sorto al posto della vecchia Accademia degli Studi. Lentamente ed in
modo confuso cadevano barriere, istituzionali e di costume, che avevano sin
allora orientato la gerarchia sociale. Allo stesso tempo, trasformazioni
profonde attraversavano l'economia della città. L'insieme di questi mutamenti,
concentrato in pochi decenni, segnalava in modo epocale la fine dell'Antico
Regime.
Tratto da Fra Mare e Terra: Orizzonte Economico Mutamento Sociale in una
Città Meridionale, Trapani nella Metà dell'Ottocento di Francesco Benigno.
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