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Preistòria.

Termine con il quale si definisce tanto la scienza (detta anche paletnologia) che studia le culture umane anteriori alla nascita della scrittura, e cioè al sorgere delle prime civiltà storiche e urbane, quanto il periodo stesso oggetto di studio. L'arco di tempo abbracciato dalla p. comprende circa 2 milioni di anni, pari al 99% dell'esistenza del genere umano. ║ Condizione culturale propria di popolazioni isolate di aborigeni che, separate dall'evoluzione tecnologica del resto del mondo, hanno mantenuto fino a periodi recenti o anche attualmente un tipo di civiltà, materiale e spirituale, a carattere preistorico. Rispondono a tale descrizione alcuni piccoli gruppi di aborigeni australiani, di Boscimani sudafricani o di indios delle foreste pluviali amazzoniche (per altro in via di estinzione). ║ Per estens. - Condizione di arretratezza, inciviltà e incultura: sono rimasti alla p. ║ Fig. - Le origini più antiche e poco note di un fenomeno, di un evento, di una tecnica, ecc. • Encicl. - La p. come disciplina: oggetto della p. in quanto scienza è lo studio dei resti materiali delle differenti civiltà che gli uomini hanno elaborato nel tempo precedente i primi documenti scritti. Suo scopo è, invece, la ricostruzione il più possibile vasta e onnicomprensiva, sulla base dei dati analizzati, della cultura pratica e ideologica di tali uomini. La consapevolezza dell'estensione dei tempi preistorici e della necessità di indagarli con metodi scientifici è un'acquisizione abbastanza recente. Durante l'epoca antica, gli albori dell'umanità erano concepiti come una "età dell'oro", uno stato di perfezione da cui l'uomo sarebbe decaduto. Già però gli storici classici, quali Tucidide e Senofonte, ebbero chiaro il concetto di uno sviluppo graduale della cultura e della tecnologia, riflessione poi riaffermata da Lucrezio nel suo De rerum natura. Durante il Medioevo prevalse una concezione cristallizzata del tempo, secondo un'esegesi letterale del racconto biblico della creazione, per la quale si assegnò alla terra e all'uomo un'età di soli 5.000 anni. Tuttavia la scoperta, durante i viaggi e le esplorazioni dell'era moderna, di popolazioni ancora "selvagge" ripropose con forza il problema delle origini e dello sviluppo culturale dell'umanità. Fiorirono al proposito le più disparate teorie (come quella preadamitica, secondo la quale Adamo sarebbe il capostipite solo del popolo ebraico, mentre prima di lui esisteva già un genere umano), ma già secondo diversi naturalisti (Aldovrandi, Mercati e, nel Settecento, A. de Jussieu) le selci e le pietre levigate o scheggiate, che tanto spesso affioravano nei campi e sui monti d'Europa, erano manufatti di popolazioni primitive in tutto simili ai selvaggi contemporanei. L'idea che lo stato di natura fosse una condizione iniziale comune e propria a tutti i popoli esercitò una grande influenza sulla storia del pensiero europeo (Hobbes, Rousseau, ecc.), e parallelamente le scienze illuministe riuscirono ad attingere dati comprovanti l'antichità della specie umana e l'esistenza di civiltà preistoriche. A partire dal XIX sec. il progresso della disciplina fu rapido: nel 1854 furono scoperte le prime palafitte in Svizzera, nel 1856 la calotta cranica di Neandertal, nel 1867 si riunì a Parigi il primo Congresso di antropologia e archeologia preistorica. Inoltre, la pubblicazione dell'opera di Darwin e la diffusione della teoria evoluzionistica fornirono ulteriori basi concettuali e scientifiche allo studio della p. Grazie all'opera di studiosi quali Buckland, Schmerling, Tournal e Christol, fu dimostrata l'antichità dell'uomo provando la sua coesistenza con specie di mammiferi ormai estinti, di cui erano stati ritrovati i fossili, databili almeno a 75.000 anni prima. Nell'Ottocento si può dunque situare la nascita della p. come scienza, che inizialmente ebbe notevoli sviluppi soprattutto in Francia, grazie a scienziati quali G. de Mortillet e H. Breuil, ma anche in Italia con il lavoro di studiosi della levatura di L. Pigorini, R. Battaglia, G. Patroni. La mancanza di documentazione scritta limitò questa branca della storia alla raccolta di informazioni puramente archeologiche, descrittive della cultura soprattutto materiale e tecnologica degli uomini primitivi. In pratica, fino agli anni Sessanta del XX sec., la p. si occupò esclusivamente di studiare e classificare i manufatti e la loro evoluzione tipologica: essi venivano utilizzati come fossili-guida per datare le stratigrafie di scavo, caratterizzare e identificare fasi diverse di un medesimo periodo. La classificazione delle varie culture fu raggiunta sulla base di un'analisi dell'industria litica (strumenti e armi di pietra), dell'industria ossea (manufatti ricavati dalle ossa di animali), dell'industria ceramica (suppellettili realizzate con impasti lasciati crudi o cotti in forni) e degli oggetti metallici. In seguito, tuttavia, gli studiosi si orientarono a una ricostruzione più completa e meno settoriale della p., che toccasse anche la dimensione spirituale e non solo tecnologica della cultura umana: ulteriori dati in questo senso furono ricavati dallo studio, quando presenti, delle abitazioni, delle sepolture, delle manifestazioni artistiche e artigianali. Inoltre altre discipline scientifiche di ambito naturalistico hanno consentito una maggiore conoscenza dei diversi contesti ambientali: paleobotanica, archeozoologia, paleontologia, sedimentologia, geologia, climatologia forniscono dati assai utili in relazione alla flora, alla fauna, alla conformazione dei territori di insediamento, al clima, alla disponibilità di cibo e di materie prime, allo sfruttamento e all'intervento umano sull'ambiente medesimo da parte dell'uomo. Infine, per quanto riguarda la datazione dei reperti di maggiore antichità, è stata fondamentale l'introduzione dei sistemi radiometrici assoluti, mentre l'indagine dell'evoluzione e dei primordi della specie umana, che attiene tanto lo storico quanto il naturalista, è affidata alla paleoantropologia (V.). ║ Periodizzazione della p.: al principio del XIX sec., il danese C.J. Thomsen, direttore del reale museo delle antichità di Copenaghen, basandosi sullo studio di reperti di strumenti da taglio e supportato dall'analisi stratigrafica di alcune torbiere danesi, propose una partizione temporale della p. distinguendo un'Età della Pietra, del Bronzo e del Ferro. Il francese J. Boucher de Perthes, durante numerose campagne di scavo nella valle della Somme, poté dimostrare che l'Età della Pietra comprendeva a sua volta due periodi, quello della pietra scheggiata e della pietra levigata: fu J. Lubbock che, nel 1866, coniò le denominazioni relative di Paleolitico e Neolitico (letteralmente: Età della Pietra antica e nuova). In seguito la scadenza temporale fu completata e arricchita, fino all'attuale: Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, Età dei Metalli (Calcolitico o Eneolitico, del Bronzo e del Ferro). Tale schema è stato desunto in parte mediante il rilievo dell'evoluzione tecnologica e della cultura materiale, in parte mediante lo studio di dati ambientali e inerenti le attività economiche dei gruppi umani, ed inizialmente riguardò solo le sequenze culturali riscontrate mediante campagne di scavo in Europa; in seguito fu applicato anche ad altri continenti. L'estensione del modello cronologico, tuttavia, non è stata priva di difficoltà, dal momento che si sono dimostrati estremamente variabili i caratteri che avrebbero dovuto garantire l'omogeneità della tipizzazione. Ad esempio, culture preistoriche del Giappone e della Siberia meridionale, pur conoscendo elementi tipici del Neolitico, come la pietra levigata e la ceramica, ignoravano però l'agricoltura, che viceversa in Europa e nel vicino Oriente è il fattore discriminante; al contrario, tra le culture più antiche basate su un'economia agricola alcune non conoscevano la ceramica (Neolitico preceramico vicino-orientale). A quanto detto si aggiunge il fatto che i periodi preistorici individuati nelle diverse regioni del pianeta non sempre sono attribuibili a momenti cronologicamente coincidenti, né hanno avuto pari durata né, ancora, sono tutti attestati in tutte le sequenze regionali (ad esempio, in America o nell'Africa sub-sahariana non c'è traccia dell'Età del Bronzo). Tuttavia, ha dimostrato G. Childe, le età preistoriche sono "omotassiali": esse non possono essere collegate a un tempo assoluto come le ere geologiche, ma, nelle regioni in cui siano attestate, occupano la medesima posizione relativa nella successione di tappe evolutive previste dalla struttura del modello (cioè il Neolitico è sempre successivo al Paleolitico, l'Età del Ferro a quella del Bronzo, ecc.). Sempre grazie agli studi di Childe, attualmente considerato tra i maggiori esperti soprattutto della p. nelle regioni vicino-orientali, la caratterizzazione delle età preistoriche è stata rivista sulla base, oltre che dei consueti criteri tecnologici, anche di dati inerenti alle attività economiche fondamentali. Paleolitico e Mesolitico sarebbero qualificati da un'economia di sfruttamento, cioè di caccia e raccolta, e nomadismo, con nessuna possibilità di accantonamento di eccedenze, e da un controllo scarso o nullo sull'ambiente di vita. Il Neolitico, invece, sarebbe definito dalla capacità di controllo sull'ambiente e di produzione del cibo, la cosiddetta "rivoluzione neolitica": agricoltura e allevamento, in varia misura affiancati da attività di raccolta e caccia; vita sedentaria o, al più, nomadismo stagionale; introduzione della ceramica; accumulo consistente di eccedenze alimentari, cui seguirono le prime forme di commercio. Gli elementi materiali distintivi delle società produttive furono: utensili per attività di produzione agricola e di raccolta organizzata (zappe, falcetti, ecc.), strutture abitative stabili, edifici per la conservazione e stoccaggio del cibo. Proprio le eccedenze, infatti, costituirono la precondizione necessaria affinché si verificasse una prima stratificazione funzionale e sociale delle comunità e dei villaggi neolitici, secondo un'evoluzione culturale che, dopo la scoperta della metallurgia nel Calcolitico, diede vita poi alle civiltà urbane, sulle sponde dell'Egeo, nella Valle dell'Indo, del Fiume Giallo, del Nilo e dell'Eufrate. In queste zone l'Età del Bronzo, con le prime città-stato e i primi documenti scritti, rappresentò il momento di transizione dalla protostoria alla storia, mentre in altre regioni d'Europa e d'Asia, essa rimase pienamente definibile come p. A lungo, tuttavia, ai margini delle grandi civiltà agrarie, protostoriche o storiche, vissero e prosperarono popoli a cultura nomade o seminomade, pastorale e guerriera, preistorici in quanto ignari della scrittura, che si affacciano alla documentazione in nostro possesso solo in quanto citati dai documenti delle civiltà urbane. ║ Le culture preistoriche: il genere Homo (V.) è comparso circa 3 milioni di anni fa durante il primo periodo dell'Era neozoica, e cioè nel Pleistocene, come Homo habilis, poi (circa 1,5 milioni di anni fa) come Homo erectus e infine (circa 200.000 anni fa) come Homo sapiens, da cui si sviluppò l'uomo anatomicamente moderno, cioè sapiens sapiens (V. anche UOMO), che probabilmente si evolse in Africa (teoria monogenica) o indipendentemente in più luoghi (teoria poligenica) e comparve in Europa, soppiantando il tipo di Neandertal, solo intorno a 40.000 anni fa. L'intera esistenza pleistocenica dell'uomo (pari al 99% di quella totale) è culturalmente coincidente con il Paleolitico, di cui conosciamo numerose industrie litiche, e caratterizzata da una economia di sussistenza mediante attività di caccia e raccolta. Durante il Pleistocene l'uomo affrontò e si adattò a radicali mutamenti climatici, ambientali, della flora e della fauna; infatti, si verificarono ben cinque glaciazioni, seguite da altrettanti periodi interglaciali. L'ultimo di questi corrisponde all'Olocene, attuale momento geologico, che è pari al restante 1% della vita umana e le cui prime fasi culturali furono il Mesolitico (13.000-8.000 anni fa) e il Neolitico (10.000-3.000 anni fa). ║ Il Paleolitico (che allo stato attuale delle ricerche è contraddistinto da utensili di pietra, poi affiancati anche da lavorazioni su osso e corno) si può ulteriormente dividere in inferiore, medio e superiore. La fase più antica, cui si ritiene fossero associati i due generi di ominidi Australopithecus e Homo habilis, presenta due tipologie di industria litica: su ciottolo e su scheggia. La prima ricavava l'utensile mediante l'asportazione di schegge da una o due facce di esso. Le forme più semplici di questi manufatti, dette rispettivamente choppers e chopping tools, sono attestate a partire da 1.800.000 anni fa, lungo un arco di tempo assai esteso (almeno 400.000 anni) in Africa orientale, meridionale e sahariana, a Giava, in Cina, Francia e Italia. I primi tipi bifacciali, ottenuti estendendo l'asportazione di schegge lungo tutto il perimetro del ciottolo, sono databili a circa 1.400.000 anni fa e attribuite all'homo erectus, la cui presenza è attestata prima in Africa, poi in Cina e a Giava e infine (con qualche margine di dubbio sulla cronologia) in Europa. Questo tipo, detto amigdala (V.), era lavorato percuotendo il ciottolo appoggiato su un supporto che facesse da incudine (tipo chelleano, da Chelles in Francia dove furono rinvenuti i primi esemplari) ed in seguito perfezionato con l'utilizzo di un percussore intermedio di legno o d'osso, che dava ai margini un andamento più rettilineo. Il tipo acheuleano prende il nome dalla località archeologica di Saint-Acheul, presso Amiens, ma era diffuso in tutta Europa, Africa, Medio Oriente, Caucaso, Iran, Afghanistan, India, ecc. Successivamente si evolsero le culture dell'industria su scheggia, caratterizzate da strumenti ricavati non dal nucleo, ma dalle schegge staccate da esso: anche in questo caso, il perfezionamento della tecnica di lavorazione contrassegna differenti industrie. In particolare quella levalloisiana sapeva produrre, da un nucleo appositamente preparato, schegge di forma predeterminata: il principale vantaggio connesso a questa innovazione fu il risparmio di materia prima, in confronto al 70% di schegge inutilizzabili che venivano lasciate in precedenza. Il materiale litico, la cui distribuzione su vastissimi territori si spiega con l'altrettanto lungo periodo di tempo in cui fu prodotto, è l'unica documentazione in nostro possesso per quanto riguarda il Paleolitico inferiore: manca del tutto infatti qualsiasi fonte relativa a manifestazioni artistiche o religiose o all'organizzazione sociale dell'uomo in questa fase. Il Paleolitico medio (indicativamente compreso tra la fine della glaciazione rissiana e la seconda fase di quella di Würm, cioè tra 100.000 e 50.000 anni fa) conservò la tecnica levalloisiana alla base delle sue industrie più significative. Essa è presente nella cultura musteriana, così detta dal giacimento di Le Moustier in Francia ma attestata in tutta Europa, Africa e Asia con diverse caratteristiche, che ritoccava "a gradini" i bordi dei suoi utensili. Questa industria si è rivelata, in particolare, associata a reperti paleoantropologici di Homo neanderthalensis (V. NEANDERTAL), che prosperò soprattutto in Europa durante la glaciazione di Würm approssimativamente da 100.000 fino a 30.000 anni fa, per venire poi soppiantato dalla specie parallela dell'Homo sapiens sapiens o anatomicamente moderno, comparso non più di 40.000 anni fa come evoluzione del sapiens. La specie di Neandertal, pur presentando caratteri fisici alquanto primitivi ma favorevoli all'adattamento a climi rigidi, fu la prima a lasciare una documentazione archeologica tale da permettere anche una parziale conoscenza della dimensione psicologica e magico-religiosa. Sono state infatti rinvenute numerose sepolture che, oltre a fornire ampio materiale per la ricostruzione anatomica e somatica del tipo neandertaliano, ci testimoniano uno sviluppato culto dei morti (elemento da sempre considerato distintivo della spiritualità umana) associato ad una concezione dell'aldilà. In diversi siti, i corpi, deposti in fosse rettangolari o ovoidali, sono stati trovati con giaciture caratteristiche: braccio sinistro teso, braccio destro piegato sotto la testa, talvolta corpo flesso, narici protette da due pezzetti di selce. Inoltre sono state rinvenute ossa di animali (bovidi, orsi delle caverne, ecc.) e strumenti litici, offerti verosimilmente in vista delle necessità del morto nell'aldilà o al momento della sua rinascita. L'ultimo Paleolitico è detto superiore e la definizione di un suo termine post quem è ancora un problema dibattuto tra gli studiosi. Infatti, mentre nel vicino Oriente sono stati rinvenuti complessi del Paleolitico superiore associati ad industrie musteriane databili a 45.000 anni fa, in Europa resti omologhi sono datati a 40.000 anni fa e la durata del periodo è stabilita in circa 30.000 anni. Anche per quanto riguarda l'origine delle culture di cui fu portatore l'Homo sapiens sapiens - chatelperroniana, aurignaciana, solutreana, magdaleniana, cioè la sequenza meglio nota riferita alla regione cantabrico-pirenaica -, gli studiosi sono in disaccordo: per alcuni sarebbero state tutte importate in Europa, per altri invece sarebbero esito di un'evoluzione dei complessi musteriani locali. In ogni caso vi sono prove di un eccezionale sviluppo anatomico e psicologico dei tipi umani del tardo Paleolitico. Tra gli strumenti litici ottenuti dalla trasformazione delle lamine ricavate dai nuclei, i più significativi sono i bulini (cioè utensili adatti all'incisione di ossa, legno e alcuni tipi di pietra), raschiatoi, grattatoi, punte, lame ad incavo e a dorso. Inoltre si diffuse e perfezionò la lavorazione di corno e osso, che utilizzava soprattutto le ossa lunghe degli animali uccisi (femore, ecc.), per produrre ami, arpioni, pugnali, spatole e propulsori per scagliare più lontano le prime armi da getto. La caccia era infatti ancora la principale fonte di sostentamento: il clima freddo che si mantenne nelle varie fasi della glaciazione di Würm consentì lo sviluppo in tutta Europa di una fauna ricca e propria dell'ambiente nordico continentale, quali mammut, rinoceronte lanoso, renna, stambecco, pernice delle nevi, ecc. La caccia cominciò ad essere più efficace sia per la varietà di armi disponibili, cui si aggiunse anche l'uso di trappole, sia per l'introduzione delle tecniche di gruppo. Ne seguì un incremento delle scorte di selvaggina che consentì la nascita delle prime attività non produttive, ma sentite come necessarie per la vita del gruppo e "finanziate" con le prime eccedenze alimentari. Al Paleolitico superiore appartengono infatti le prime forme di arte rupestre, mediante le quali popoli di cacciatori, rappresentando visivamente la preda e il momento della caccia, esprimevano più che una volontà estetica (ancorché ai nostri occhi abbiano un altissimo valore artistico) in primo luogo un intento propiziatorio, il desiderio di influenzare positivamente l'evento, secondo una concezione magico-religiosa della vita. Questi artisti primitivi conoscevano l'uso della linea, del volume e del colore: lo stile figurativo era largamente predominante, avendo come soggetti della pittura o dell'incisione gli animali (per lo più i grandi erbivori, ma talvolta anche l'orso delle caverne, pesci o uccelli), spesso disposti in gruppi, ma raramente in modo interdipendente a formare una scena. Inoltre è pressoché assente qualsiasi dato paesaggistico o relativo alla flora. Sono anche attestate decorazioni a motivi geometrici, sia lineari sia curvi, o segni astratti di tipo simbolico. L'arte rupestre, o parietale, per quanto attiene le nostre conoscenze, si manifestò in epoca aurignaciana (36.000-19.000 anni fa), limitatamente ad alcune zone delle attuali Francia, Spagna e Italia: le grotte dipinte o graffite si concentrano infatti nella regione cantabrico-pirenaica. Una seconda forma di arte paleolitica è la cosiddetta arte mobiliare, che comprende piccole statue, placche litiche o lamine d'osso incise, armi o strumenti decorati, oggetti ornamentali (fatti con conchiglie o denti forati): essa è diffusa invece in tutto il continente europeo, e ha inizio con le culture chatelperronianana e aurignaciana. Si tratta di piccole sculture (10-15 cm circa di altezza) a tutto tondo (in osso, corno o pietra) di figure femminili, le cosiddette "veneri", senza dubbio connesse al culto e a riti di fecondità: ne è prova la costante ed esasperata sottolineatura dei caratteri sessuali (bacino largo, glutei, mammelle, ventre, vulva) a fronte di un patente disinteresse per le altre parti del corpo: volto aniconico (cioè senza tratti somatici), testa che termina a punta, arti inferiori privi di piedi, braccia appena accennate, ecc. Tra le più celebri (su un totale di circa 70 esemplari): le Veneri di Willendorf (Austria), di Lespugue, di Savignano, ecc. La cosiddetta testina di Brassempouy si segnala invece per la resa dei tratti somatici del volto e della capigliatura. La cultura solutreana (sorta intorno a 21.000 anni fa e durata per circa 3 millenni in una zona compresa tra la Loira e i Pirenei), elaborò tecniche sofisticate di lavorazione litica, a percussione diretta, indiretta e a pressione, producendo punte a ritocco bifacciale, note come "foglie di lauro". Gli uomini solutreani erano anche grandi cacciatori di cavalli e vivevano di preferenza in grandi accampamenti all'aperto, pur utilizzando ancora le grotte, come dimostrano i cicli di bassorilievi rinvenuti in Charente e Dordogne. La cultura forse più significativa del Paleolitico superiore è tuttavia la magdaleniana (18.000-11.000 anni fa), caratterizzata da strumenti di selce sempre più piccoli, maneggevoli e precisi, in base ai quali è stata ulteriormente distinta in sei fasi. Il Magdaleniano si diffuse in una vasta area che toccava parte della Francia (il Périgord) e Spagna, ma anche località del Belgio, della Svizzera, della Germania, e dell'Europa orientale. Con le genti del Magdaleniano ebbe la sua massima fioritura l'arte rupestre, con pitture a profilo o a colore pieno, monocrome o policrome, con incisioni e sculture. Essa ritrasse soprattutto soggetti zoomorfi con grande abilità e fedeltà estrema, mentre sono rare le figure umane, peraltro eseguite con trascuratezza. Per quanto riguarda le abitazioni, al Paleolitico superiore risalgono le prime capanne all'aperto (che non soppiantarono però l'uso di grotte o di ripari rocciosi), a forma circolare e scavate per circa un metro nel suolo; lungo le pareti erano infisse delle zanne di mammut su cui poggiava la copertura, probabilmente costituita dalle pelli dello stesso animale. L'accresciuto successo delle attività venatorie comportò, verosimilmente, anche un certo incremento demografico che contribuì a ridurre l'isolamento dei primi gruppi tribali con la costituzione di "clan" e l'introduzione dell'esogamia. Anche le sepolture datate a questa fase attestano una crescita dell'elemento ideologico, con un compiuto sistema cultuale per i morti e di credenze nell'aldilà. I corredi funebri si fecero più ricchi: non solo offerte di cibo, ma anche ornamenti, vari utensili, mantelline fatte da code di scoiattolo, ecc. L'ocra rossa è tra gi elementi più significativi delle pratiche funerarie: essa, significante l'energia vitale per analogia con il colore del sangue, veniva sparsa sul volto o sull'intero cadavere come simbolo della nuova vita. La postura più frequente presenta il corpo steso sul fianco sinistro, con le gambe raccolte e flesse, bloccate così prima del rigor mortis, forse una pratica superstiziosa per impedire al defunto di muoversi e nuocere ai vivi. Il fatto che, per quanto riguarda il Paleolitico superiore, le sequenze culturali meglio note siano quelle dell'Europa occidentale, dipende in gran parte dalla frequenza ed estensione delle campagne di scavo e ricerca; allo stato attuale delle conoscenze, tuttavia, si può affermare che questa fase presenta caratteri culturali omogenei in Europa e Vicino Oriente. Nell'Africa sub-sahariana e settentrionale, culture a carattere musteriano si protrassero (pur con minime innovazioni) fino a circa 20.000 anni fa, quando se ne diffusero di nuove affini alle europee contemporanee. Per quanto riguarda l'Asia, in Afghanistan è stata riconosciuta un'industria simile all'aurignaciana, databile a 34.000 anni fa; in Cina e in Siberia sono attestate culture del Paleolitico superiore, tra cui ricordiamo il complesso del lago Baikal di grande importanza sia per i resti di abitazione sia per i prodotti di arte mobiliare (veneri, uccelli stilizzati, mammut, ecc.). Anche in Giappone (che rimase collegato al continente per quasi tutto il Pleistocene) non mancano giacimenti databili tra 25 e 27.000 anni fa e un'industria su lama di ossidiana, sull'isola di Hokkaido, compresa tra 18.000 e 6.000 anni fa. L'America fu popolata dall'uomo durante il Paleolitico superiore (circa 25.000 anni fa), ma la maggior parte dei resti in nostro possesso risale almeno a 15-10.000 anni fa (culture di Sandia e di Clovis, nel Nuovo Messico), mentre ad 8.000 anni fa sono datate la cultura di Folson e la diffusione dell'uomo fino in Patagonia (grotte di Palli Aike e Fell). Il giacimento più importante, attualmente, è quello di Ayacucho sull'altopiano peruviano, le cui grotte custodiscono le testimonianze di culture succedutesi in loco senza soluzione di continuità dal 20.000 al 1.500 a.C., dal Paleolitico superiore fino ad epoche agricole e poi urbane con regime imperiale. ║ Il Mesolitico è situato geologicamente e cronologicamente al termine del Pleistocene e segnato dalla fine della glaciazione würmiana, circa 12.000 anni fa, quando cominciarono a ritirarsi i ghiacciai e il clima freddo continentale a farsi più temperato o caldo, a seconda della latitudine. Culturalmente, esso è un periodo di transizione (come peraltro è indicato dal nome stesso: Età della Pietra di mezzo) tra le civiltà di popolazioni di cacciatori pleistocenici e quelle di cacciatori olocenici, in vista delle innovazioni che distinsero il Neolitico. Il carattere di passaggio del Mesolitico spiega l'assenza di dati inerenti una sua durata sincronica da zona a zona e comporta invece la sua sostanziale diacronicità, essendo sostituito in momenti differenti nelle varie località dalle nuove culture neolitiche. Il mutare del clima fu particolarmente drastico in Europa, dove le mandrie pleistoceniche di grandi erbivori gregari (renne, bisonti, mammut, ecc.), che si erano diffusi fino alle latitudini meridionali, si ritirarono sempre più a Nord mentre le distese di tundra e steppa nordica furono sostituite, a causa del clima più dolce, da boschi di conifere, querce, noccioli ecc. Il cambiamento di flora e fauna comportò una vera e propria crisi economica per le popolazioni che avevano raggiunto, durante l'ultimo Paleolitico, una elevata specializzazione sia nelle tecniche di caccia a grandi animali sia nella produzione di armi adatte a tale scopo. Nelle incisioni rupestri più tarde è infatti possibile cogliere la loro preoccupazione per la graduale scomparsa di questi animali. I gruppi europei dovettero adattarsi ad un'economia di caccia e raccolta in ambiente boscoso, elaborando tecniche per la cattura di singoli animali veloci (cervo, alce) o di mammiferi di piccola taglia (lepre, volpe, ecc.) o di uccelli. Allo scopo furono foggiate armi più leggere e precise: più che la forza divenne indispensabile una buona mira, e fu forse per rendere più efficace l'uccellagione che fu inventato l'arco. Le popolazioni rivierasche, maggiormente penalizzate dalla mancanza di selvaggina, svilupparono invece la raccolta di vegetali, di molluschi e la pesca (che era praticata anche in acqua dolce), per la quale vennero messi a punto arpioni, ami, lenze, reti, nasse e le prime imbarcazioni, ricavate da un unico tronco e governate con pagaie. Particolare importanza ebbero alcune culture mesolitiche del vicino Oriente (come il Natufiano di Palestina o il Karim Shahir dei monti Zagros in Mesopotamia), cui si devono i primi addomesticamenti di animali, soprattutto capre, e la scoperta del valore nutrizionale dei cereali selvatici (grano e orzo). La raccolta di questi vegetali fu organizzata in modo intensivo, creando appositamente falcetti di legno o di osso in cui si inserivano piccole lame di selce rinnovabili, e si provvide alla tritatura mediante due pietre piatte utilizzate come macine. In queste zone, per ovvi motivi, il Mesolitico durò assai poco (circa 1.500-2.000 anni) evolvendosi in breve a cultura agricola; altrove, e in particolare in Europa centrale e settentrionale o nell'Africa sub-sahariana, durò assai di più, anche fino al II millennio a.C., finché non sopraggiunsero altri gruppi portatori delle innovazioni neolitiche. Dal punto di vista delle industrie litiche, in gran parte di derivazione tardo paleolitica, il Mesolitico si distinse per il cosiddetto "microlitismo", cioè la fabbricazione di punte o lame di piccole dimensioni e di forma geometrica: lunata, rettangolare, triangolare, trapezoidale. Tra le culture del Mesolitico europeo la più rappresentativa fu l'aziliana (circa 9.000 a.C., dalla grotta di Mas-d'Azil nella Francia occidentale), contraddistinta da particolari "coltellini" a segmento di cerchio e bordo battuto, da grattatoi unguiformi, da arpioni cornei piatti, lunghi e forati alla base. Specifica dell'Aziliano, inoltre, era la presenza di ciottoli decorati con l'ocra a motivi geometrici (linee, punti, croci) o naturalistici, ma stilizzati (alberi). L'arte mesolitica, infatti, presentò ovunque un abbandono dello stile naturalistico (venendo meno con gli animali pleistocenici tanto l'oggetto delle figurazioni quanto lo scopo magico-propiziatorio della figurazione), in favore di schematismo e stilizzazione. Continuò invece il rito della sepoltura singola, con ricchi corredi funerari e presenza di ocra, benché siano state rinvenute anche sepolture collettive. ║ Il Neolitico, come già l'età precedente, non può essere definito mediante limiti cronologici netti e sincronici per ogni regione, ma piuttosto a partire dalla presenza di una serie di elementi ed innovazioni tecnologiche, sociali e culturali, quali: utensili e suppellettili di pietra accuratamente levigata dopo la scheggiatura; insediamenti permanenti o nomadismo stagionale; domesticazione di piante e animali ed introduzione di pratiche agricole e pastorali; innovazioni tecnologiche quali la ceramica (lavorata a mano) e la filatura di fibre vegetali (lino) ed animali (lana). La trasformazione economica del Neolitico, non a caso definita rivoluzionaria per il grande impulso che esercitò sull'evoluzione socio-culturale dei gruppi umani, si sviluppò gradualmente a partire dalla coesistenza fra antiche e nuove tecniche di reperimento del cibo. Inizialmente, infatti, caccia, pesca e raccolta continuarono a rappresentare la principale fonte di sostentamento, solo integrate da agricoltura e allevamento. Queste attività, verosimilmente, furono gestite dalle donne che, addette già alla raccolta di vegetali e alla cura degli animali selvatici addomesticati, riconobbero i cicli germinativi dei primi, sperimentandone la semina e guidarono la selezione e la riproduzione delle bestie, potenziandone le qualità più utili ai bisogni dell'uomo. Col tempo gli effetti furono dirompenti: l'uomo diventò produttore di cibo, fu in grado di esercitare un controllo sull'ambiente circostante con una sua sistematica trasformazione, elaborò e potenziò tecniche produttive sempre più raffinate che consentirono un accumulo prima inconcepibile di eccedenze alimentari. Da quest'ultimo fatto discesero: incremento demografico di enorme consistenza, tesaurizzazione di beni, articolazione dei rapporti sociali e divisione del lavoro. A buon diritto, dunque, gli storici affermano che la rivoluzione neolitica è stata premessa necessaria e sufficiente per innescare i processi socio-economici alla base delle civiltà urbane e storiche. Gli studi preistorici hanno cercato di individuare le aree in cui si svilupparono le prime culture neolitiche agricole. A lungo fu sostenuta una teoria monogenica, con individuazione del centro di origine nel vicino Oriente, ma attualmente si propende per una teoria poligenica, che riconosce altri poli innovativi in cui il passaggio dall'economia di sfruttamento a quella produttiva si verificò in modo indipendente e parallelo e da cui poi le nuove tecniche si diffusero grazie ai movimenti di migrazione e colonizzazione delle popolazioni acculturate (cui necessitavano nuove terre perché demograficamente in espansione) o per semplice circolazione di idee. I centri di origine posso essere indicati in: 1) il vicino Oriente, comprendente la regione libano-palestinese e le zone collinari e montuose dell'Anatolia meridionale fino ai monti Zagros; 2) le regioni mesoamericane delle valli di Oaxaca e Tehuacàn in Messico; 3) le regioni andine dell'attuale Perù; 4) le regioni indocinesi del Sud-Est asiatico. Naturalmente le differenze climatiche e ambientali e la conseguente diversità della flora e fauna locale portarono ad economie basate sulla coltivazione e la selezione di differenti tipi vegetali e animali. Nel Vicino Oriente, tra l'8.500 e il 6.000 a.C., si diffuse la semina di cereali (grano e soprattutto orzo) e l'allevamento di pecore, capre, bovini e suini: tutte le culture neolitiche africane europee e dell'Asia centrale derivarono direttamente da qui. In Indocina si affermò invece la coltivazione del riso, già ampiamente attestata al principio del IV millennio. Da qui fu esportata verso la Cina, di cui conosciamo civiltà neolitiche con colture di riso e miglio e allevamento di bovini, suini e ovini. In America la domesticazione delle piante (in particolare peperoni, zucche, fagioli) comparve già nel VII millennio, ma la nascita di una vera cultura agricola fu assai più tarda, almeno 3 o 4.000 anni dopo, con l'ibridazione di un cereale selvatico poco nutriente con altre specie vegetali fino ad ottenere l'attuale mais, la fonte di cibo su cui crebbero tutte le culture precolombiane, in rapido sviluppo, a partire dal 1.500 a.C., da realtà di villaggio a grandi civiltà urbane. Una ricostruzione abbastanza soddisfacente dei processi di genesi e sviluppo dalle culture neolitiche agricole fino a quelle urbane è possibile in relazione alla zona medio-orientale, in cui ebbero origine le più antiche tra esse. Abitazioni stabili, almeno stagionali, erano già state adottate dai gruppi di raccoglitori anche prima della nascita dell'agricoltura e furono poi mantenute. I metodi più antichi per la lavorazione del terreno da semina furono la coltura "a zappa" o "a giardino": il campo veniva dissodato con bastoni, talvolta coronati da una pietra a formare una sorta di zappa, seminato e sfruttato di raccolto in raccolto fino all'isterilimento. A questo punto si cambiava appezzamento e, se necessario, località spostando l'insediamento abitativo. In alcune zone particolari, come le fasce di pianura lungo il Nilo o il Tigri e l'Eufrate, questi spostamenti non furono più necessari, dal momento che le piene annuali del fiume restituivano alle terre la loro fertilità garantendo sempre buoni raccolti. Questo fatto, e nuove conoscenze sulla crescita di alberi da frutto quali il fico, la vite, ecc., condussero alla costruzione di dimore durature in centri sempre più ampi, che sortirono vere città in cui si fece necessaria una diversificazione del lavoro e conseguente la stratificazione sociale. A questo si deve senza dubbio il rapido progresso delle civiltà egizia e mesopotamica. Tra gli insediamenti più antichi di quest'epoca, citiamo quello di Gerico, datato con il radiocarbonio all'8.500 a.C.: i suoi abitanti coltivano il grano, allevavano ovini e non conoscevano la ceramica (Neolitico preceramico), fabbricando vasellame in pietra, legno o vimini; il villaggio era difeso da mura e ospitava centinaia di persone; le case erano costruite con una mistura di argilla, paglia e pietrisco con pavimenti di terra battuta. Sul finire del VII millennio si diffuse l'altra grande innovazione neolitica: la ceramica, un rozzo impasto decorato in modo rudimentale, è attestata a questa data in una vasta area che comprende ad Ovest Tessaglia e Anatolia e giunge ad Est fino all'altopiano iranico. Il cosiddetto Neolitico ceramico è ben testimoniato dal sito anatolico di Catal Huyuk, celeberrimo anche per le pitture murali che riportano scene di caccia, rituali e decorazioni geometriche. La ceramica dipinta caratterizzò le civiltà del VI e V millennio dall'Anatolia all'Iran, mentre gli stili e le decorazioni differenti, come già in precedenza i reperti litici, sono stati utilizzati dagli archeologi per distinguere e datare le differenti fasi culturali. All'epoca di Samarra (VI millennio) le case cominciarono ad essere costruite, con mattoni di argilla seccati al sole, anche ai bordi della piana alluvionale mesopotamica, la cui coltivazione si estese grazie ai sistemi di irrigazione mediante canali: la loro costruzione e manutenzione segnarono il primo coagulo di competenze diversificate e di collaborazione eccedenti la misura del singolo villaggio. Il V millennio, interpretato significativamente dalla cosiddetta cultura di Tell Halaf, diffusa Siria, Mesopotamia, Armenia e Cilicia, lasciò reperti di una finissima ceramica decorata sia a motivi geometrici sia naturalistici (serpenti, uccelli, antilopi, ecc.). A quest'epoca risale anche la colonizzazione intensiva della Mesopotamia meridionale, presso le foci dei due fiumi che erano ancora poco saline, con evidenti progressi nelle tecniche di irrigazione, di drenaggio e arginatura dei canali (culture di Eridu e Obeid 1 e 2) e la comparsa dei primi edifici sacri stabili. In questa zona intensamente popolata e ad altissima produttività agricola (anche di 1 a 1.000 rispetto alle colture non irrigue), si realizzarono la specializzazione del lavoro (idraulico, contadino, artigiano, ecc.) e la formazione di una classe dominante di tipo sacerdotale che sortirono la civiltà protostorica di Uruk in grande anticipo sulle altre regioni del mondo. Nel medesimo periodo, infatti, in Europa era ancora in via di espansione l'agricoltura diffusa da gruppi neolitici di coltivatori e allevatori, cui si devono le principali civiltà balcaniche, danubiane (dai caratteristici vasi a fondo convesso, con piede e decorazioni geometriche incise) e del bacino del Mediterraneo. Qui si affermarono le culture della "ceramica impressa" (cioè decorata con la pressione di conchiglie, unghie, ecc. sulla pasta ancora molle), "dipinta" (presente in Italia, Mediterraneo orientale e Balcani) e "palafitticola" (propria dell'Italia settentrionale, Svizzera e Francia e cosiddetta dalle abitazioni costruite su piattaforme lignee elevate in prossimità o sopra laghi e stagni). ║ L'Età dei Metalli è definita dalla scoperta da parte dell'uomo della metallurgia, cioè dell'arte della fusione e della lega. In precedenza alcuni metalli erano già noti e anche utilizzati, allo stato naturale, per foggiare ciondoli e piccoli oggetti (come i reperti di rame martellato di insediamenti in Turchia databili al VII millennio), ma sono necessari i segni positivi di attività di fusione, colatura e risolidificazione del metallo in stampi per includere a buon diritto una cultura in questa Età. Essa è a sua volta distinta in Calcolitico (o Eneolitico o del Rame), Età del Bronzo ed Età del Ferro. Il rame fu scoperto e impiegato inizialmente nelle regioni anatoliche e delle isole dell'Egeo già tra VII e VI millennio, ma la sostituzione degli strumenti litici con quelli metallici si verificò solo lentamente. Con il rame, prima utilizzato allo stato naturale come una pietra particolarmente malleabile (martellato, tagliato, levigato), si confezionavano soprattutto oggetti ornamentali, come pendagli, gioielli, statuine, ecc. Con il passare dei secoli si sviluppò la fusione, che comportò un'evoluzione tecnologica di altissimo livello essendo necessari forni in grado di raggiungere temperature di almeno 1.000 °C e stampi in materiali refrattari per colarvi il metallo fuso. Non è ancora stato chiarito il luogo in cui tale tecnologia sia stata raggiunta in origine, tuttavia i reperti attestano una diffusione di oggetti in rame fuso a partire dal IV millennio in un'area estesa dall'altopiano iranico all'Europa sud-orientale, passando per la Mesopotamia e l'Anatolia. I giacimenti dei Carpazi alimentarono le culture dell'area carpato-balcanica e poi (2.500 a.C. circa) dell'Europa orientale (Romania, Ungheria, Slovacchia). Per quanto riguarda il vicino Oriente, la lavorazione del rame del Calcolitico risale per Sumeri e Babilonesi circa al 3.500 a.C., con lo sfruttamento delle miniere elamitiche e di Armenia, mentre in Egitto la metallurgia è documentata intorno al 2.600 a.C. grazie al metallo delle miniere sinaitiche. Anche a Cipro le miniere di rame furono aperte a metà del III millennio, mentre in Europa occidentale (Austria, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, ecc.) lo sfruttamento minerario si ebbe solo ad Età del Bronzo iniziata (1.600 a.C. circa). Per queste regioni, dunque, è possibile parlare di Calcolitico solo per accezione analogica e concordanza cronologica con le culture orientali, perché da un punto di vista tecnologico questo periodo non sarebbe attestato. Tuttavia furono numerose e significative le culture europee e mediterranee del IV e III millennio. Ognuna di esse si caratterizza ai nostri occhi mediante ceramiche peculiari, tipo di sepoltura (megalitiche, a grotticella scavate nella roccia, a tumulo, ecc.), strumentazione e tipo di armi (asce forate, a martello, da combattimento, ecc.). Ad esempio, dalle steppe della Russia meridionale si spostarono verso l'Europa orientale popolazioni di pastori eneolitici, armati con asce da combattimento, che ebbero il sopravvento sugli agricoltori locali e lasciarono il segno caratteristico di sepolture a tumulo, con cadaveri tinti d'ocra, disseminati a partire dal Caucaso lungo tutte le coste del Mar Nero fino alla Dobrugia. Gruppi provenienti dalla penisola iberica, diffusero invece nelle regioni europee occidentali la cosiddetta "cultura del vaso campaniforme", da un caratteristico boccale a campana, attestata in Italia, Austria, Germania, Boemia, Belgio, Olanda, Inghilterra, ecc. Le sepolture di questi popoli, con ricco corredo funerario per lo più costituito da armi silicee, ma anche da pugnali di rame, monili d'ambra, ecc., testimoniano il loro carattere guerriero e la pratica di commerci ad ampio raggio che giustificano la presenza di metalli (in seguito anche l'oro), dal momento che non v'è traccia di una metallurgia direttamente praticata. Infine, genti anatoliche approdarono a più riprese in Italia (Toscana, Liguria, Sardegna), probabilmente alla ricerca di miniere di rame: a quanto sembra, però, questi gruppi numericamente contenuti non insegnarono alle popolazioni locali la tecnica metallurgica in loro possesso: ne seguì il particolare fenomeno dell'imitazione in selce degli strumenti metallici importati e il fitto commercio di selce di qualità, in particolare dalle miniere del Gargano. A quest'epoca risalgono anche importantissime trasformazioni a carattere economico sociale, soprattutto nelle regioni vicino-orientali. Lo sfruttamento della forza lavoro animale (bue, asino e, nelle steppe eurasiatiche, cavallo), associato all'invenzione della ruota (a disco pieno e poi tripartito) e dell'aratro, consentì un ulteriore incremento produttivo e, quindi, demografico; la nascita della navigazione a vela, inoltre, estese gli orizzonti commerciali e migratori. I villaggi agricoli si agglutinarono in vere e proprie città o ne divennero succursali addette alla produzione di cibo, mentre l'organizzazione del lavoro evolse in stratificazione sociale con la nascita delle classi sacerdotali e militare. Le prime forme di scrittura furono elaborate durante il periodo protodinastico di Uruk (V.), corrispondente al IV millennio. Anche l'Età del Bronzo è delimitata mediante un concetto tecnologico, inerente la diffusione prima delle leghe di rame e poi di quella con lo stagno che precedette la scoperta e l'uso del ferro. Tuttavia, in particolare per il Vicino Oriente, questa definizione verrebbe a comprendere anche civiltà urbane ben più complesse e già pienamente storiche. Secondo un'accezione preistorica, invece, essa andrebbe attribuita alle civiltà europee, sviluppatesi tra la fine del III millennio e l'inizio del I, con una facies culturale e cronologica abbastanza omogenea. Intorno al 3.000 a.C., in Mesopotamia, Siria e Anatolia cominciò a diffondersi l'uso della nuova lega di rame, conveniente sia per l'inferiore temperatura di fusione sia per la maggior durezza rispetto al metallo puro e alle leghe di arsenico utilizzate in precedenza. Solo nel Bronzo, infatti, gli utensili in pietra furono realmente soppiantati da quelli metallici. L'intensificazione delle produzioni metallurgiche nel Vicino Oriente esaurì le miniere locali entro la fine del millennio, spingendo le varie città sumeriche e l'Egitto ad importare rame dalla Spagna, dall'Europa centrale, dal bacino carpatico, ecc. e il più raro stagno addirittura dalla Cornovaglia e dalla Boemia. Questo fatto, ovviamente, favorì la circolazione non solo di merci ma di idee, tecnologie, informazioni. In Europa si crearono differenti culture: nelle regioni più settentrionali, l'ambiente favorì la conservazione di uno stile di vita basato sulla caccia, con scarsi influssi della civiltà agricola; in Europa occidentale (soprattutto Francia e Spagna), la presenza di miniere favorì il commercio e lo sviluppo di una metallurgia autonoma. Nel resto del continente si diffusero culture, fra loro imparentate anche etnicamente, attribuite alle popolazioni indoeuropee provenienti dalle steppe eurasiatiche: nordica (Germania settentrionale, Jutland, Scandinavia meridionale) dei Germani; centro-europea (caratterizzata da sepolture senza tumulo o da incinerazione; V. CAMPI D'URNE, CIVILTÀ DEI) di Celti e Illiri; scitica (detta delle tombe a camera). Tra le culture specificamente italiche ricordiamo quella delle terramare, appenninica, di Polada, ecc. Tra gli oggetti caratteristici del Bronzo europeo emergono le asce metalliche dai margini rialzati e le ceramiche nero lucente di tipo buccheroide che ebbero grande diffusione anche nella cultura appenninica italica. Un culto naturalistico al sole e al bovide è testimoniato anche da incisioni rupestri liguri e della Val Camonica. Nel bacino dell'Egeo, dominato dalla civiltà micenea (V. anche MICENE), la metà del II millennio vide l'affermazione dei centri fortificati con cinte murarie, con case aperte su tutta il fronte principale, costituite da un vestibolo e da una sala principale rettangolare con focolare centrale. Il crollo della cultura micenea si ripercosse notevolmente su tutte le popolazioni del Mediterraneo, anche nella nostra penisola, dove centri agricoli e costieri furono abbandonati a favore di posizioni elevate meglio difendibili. L'Età del Ferro si colloca per numerose regioni in epoca storica. Essa va considerata come preistorica solo per alcune culture europee e dell'Asia centrale, mentre per gran parte dell'Africa sub-sahariana è da posticipare, rispetto alla datazione media del 1.200 a.C., fino almeno al 500 a.C. Gli Hittiti detennero il monopolio della difficile tecnologia per la lavorazione del ferro dal 1.400 al 1.200 a.C. circa, con il ben noto vantaggio militare che le armi fabbricate con il nuovo metallo diedero loro. Nei secoli successivi la siderurgia si diffuse in Iran, Egitto, Palestina, Siria, Creta, ecc., alimentata dallo sfruttamento delle miniere dell'Asia minore, del Caucaso, dell'Iran meridionale, ecc. Intorno al 1.000 il ferro fu utilizzato anche in Italia, grazie alla produzione delle miniere dell'Elba e della Toscana. Tra le tipiche culture europee di quest'età ricordiamo in particolare l'italica di Golasecca (V. GOLASECCA, CIVILTÀ DI), l'austriaca Halstatt e la svizzera di La Tène.
Veduta del Cromlech a Stonehenge