Termine con il quale si definisce tanto la scienza (detta anche
paletnologia) che studia le culture umane anteriori alla nascita della
scrittura, e cioè al sorgere delle prime civiltà storiche e
urbane, quanto il periodo stesso oggetto di studio. L'arco di tempo abbracciato
dalla
p. comprende circa 2 milioni di anni, pari al 99% dell'esistenza
del genere umano. ║ Condizione culturale propria di popolazioni isolate di
aborigeni che, separate dall'evoluzione tecnologica del resto del mondo, hanno
mantenuto fino a periodi recenti o anche attualmente un tipo di civiltà,
materiale e spirituale, a carattere preistorico. Rispondono a tale descrizione
alcuni piccoli gruppi di aborigeni australiani, di Boscimani sudafricani o di
indios delle foreste pluviali amazzoniche (per altro in via di
estinzione). ║ Per estens. - Condizione di arretratezza, inciviltà
e incultura:
sono rimasti alla p. ║ Fig. - Le origini più
antiche e poco note di un fenomeno, di un evento, di una tecnica, ecc. •
Encicl. -
La p. come disciplina: oggetto della
p. in quanto
scienza è lo studio dei resti materiali delle differenti civiltà
che gli uomini hanno elaborato nel tempo precedente i primi documenti scritti.
Suo scopo è, invece, la ricostruzione il più possibile vasta e
onnicomprensiva, sulla base dei dati analizzati, della cultura pratica e
ideologica di tali uomini. La consapevolezza dell'estensione dei tempi
preistorici e della necessità di indagarli con metodi scientifici
è un'acquisizione abbastanza recente. Durante l'epoca antica, gli albori
dell'umanità erano concepiti come una "età dell'oro",
uno stato di perfezione da cui l'uomo sarebbe decaduto. Già però
gli storici classici, quali Tucidide e Senofonte, ebbero chiaro il concetto di
uno sviluppo graduale della cultura e della tecnologia, riflessione poi
riaffermata da Lucrezio nel suo
De rerum natura. Durante il Medioevo
prevalse una concezione cristallizzata del tempo, secondo un'esegesi letterale
del racconto biblico della creazione, per la quale si assegnò alla terra
e all'uomo un'età di soli 5.000 anni. Tuttavia la scoperta, durante i
viaggi e le esplorazioni dell'era moderna, di popolazioni ancora
"selvagge" ripropose con forza il problema delle origini e dello
sviluppo culturale dell'umanità. Fiorirono al proposito le più
disparate teorie (come quella preadamitica, secondo la quale Adamo sarebbe il
capostipite solo del popolo ebraico, mentre prima di lui esisteva già un
genere umano), ma già secondo diversi naturalisti (Aldovrandi, Mercati e,
nel Settecento, A. de Jussieu) le selci e le pietre levigate o scheggiate, che
tanto spesso affioravano nei campi e sui monti d'Europa, erano manufatti di
popolazioni primitive in tutto simili ai selvaggi contemporanei. L'idea che lo
stato di natura fosse una condizione iniziale comune e propria a tutti i popoli
esercitò una grande influenza sulla storia del pensiero europeo (Hobbes,
Rousseau, ecc.), e parallelamente le scienze illuministe riuscirono ad attingere
dati comprovanti l'antichità della specie umana e l'esistenza di
civiltà preistoriche. A partire dal XIX sec. il progresso della
disciplina fu rapido: nel 1854 furono scoperte le prime palafitte in Svizzera,
nel 1856 la calotta cranica di Neandertal, nel 1867 si riunì a Parigi il
primo Congresso di antropologia e archeologia preistorica. Inoltre, la
pubblicazione dell'opera di Darwin e la diffusione della teoria evoluzionistica
fornirono ulteriori basi concettuali e scientifiche allo studio della
p.
Grazie all'opera di studiosi quali Buckland, Schmerling, Tournal e Christol, fu
dimostrata l'antichità dell'uomo provando la sua coesistenza con specie
di mammiferi ormai estinti, di cui erano stati ritrovati i fossili, databili
almeno a 75.000 anni prima. Nell'Ottocento si può dunque situare la
nascita della
p. come scienza, che inizialmente ebbe notevoli sviluppi
soprattutto in Francia, grazie a scienziati quali G. de Mortillet e H. Breuil,
ma anche in Italia con il lavoro di studiosi della levatura di L. Pigorini, R.
Battaglia, G. Patroni. La mancanza di documentazione scritta limitò
questa branca della storia alla raccolta di informazioni puramente
archeologiche, descrittive della cultura soprattutto materiale e tecnologica
degli uomini primitivi. In pratica, fino agli anni Sessanta del XX sec., la
p. si occupò esclusivamente di studiare e classificare i manufatti
e la loro evoluzione tipologica: essi venivano utilizzati come fossili-guida per
datare le stratigrafie di scavo, caratterizzare e identificare fasi diverse di
un medesimo periodo. La classificazione delle varie culture fu raggiunta sulla
base di un'analisi dell'industria litica (strumenti e armi di pietra),
dell'industria ossea (manufatti ricavati dalle ossa di animali), dell'industria
ceramica (suppellettili realizzate con impasti lasciati crudi o cotti in forni)
e degli oggetti metallici. In seguito, tuttavia, gli studiosi si orientarono a
una ricostruzione più completa e meno settoriale della
p., che
toccasse anche la dimensione spirituale e non solo tecnologica della cultura
umana: ulteriori dati in questo senso furono ricavati dallo studio, quando
presenti, delle abitazioni, delle sepolture, delle manifestazioni artistiche e
artigianali. Inoltre altre discipline scientifiche di ambito naturalistico hanno
consentito una maggiore conoscenza dei diversi contesti ambientali:
paleobotanica, archeozoologia, paleontologia, sedimentologia, geologia,
climatologia forniscono dati assai utili in relazione alla flora, alla fauna,
alla conformazione dei territori di insediamento, al clima, alla
disponibilità di cibo e di materie prime, allo sfruttamento e
all'intervento umano sull'ambiente medesimo da parte dell'uomo. Infine, per
quanto riguarda la datazione dei reperti di maggiore antichità, è
stata fondamentale l'introduzione dei sistemi radiometrici assoluti, mentre
l'indagine dell'evoluzione e dei primordi della specie umana, che attiene tanto
lo storico quanto il naturalista, è affidata alla
paleoantropologia (V.). ║
Periodizzazione della p.: al principio del XIX sec., il danese C.J.
Thomsen, direttore del reale museo delle antichità di Copenaghen,
basandosi sullo studio di reperti di strumenti da taglio e supportato
dall'analisi stratigrafica di alcune torbiere danesi, propose una partizione
temporale della
p. distinguendo un'Età della Pietra, del Bronzo e
del Ferro. Il francese J. Boucher de Perthes, durante numerose campagne di scavo
nella valle della Somme, poté dimostrare che l'Età della Pietra
comprendeva a sua volta due periodi, quello della pietra scheggiata e della
pietra levigata: fu J. Lubbock che, nel 1866, coniò le denominazioni
relative di Paleolitico e Neolitico (letteralmente: Età della Pietra
antica e nuova). In seguito la scadenza temporale fu completata e arricchita,
fino all'attuale: Paleolitico, Mesolitico, Neolitico, Età dei Metalli
(Calcolitico o Eneolitico, del Bronzo e del Ferro). Tale schema è stato
desunto in parte mediante il rilievo dell'evoluzione tecnologica e della cultura
materiale, in parte mediante lo studio di dati ambientali e inerenti le
attività economiche dei gruppi umani, ed inizialmente riguardò
solo le sequenze culturali riscontrate mediante campagne di scavo in Europa; in
seguito fu applicato anche ad altri continenti. L'estensione del modello
cronologico, tuttavia, non è stata priva di difficoltà, dal
momento che si sono dimostrati estremamente variabili i caratteri che avrebbero
dovuto garantire l'omogeneità della tipizzazione. Ad esempio, culture
preistoriche del Giappone e della Siberia meridionale, pur conoscendo elementi
tipici del Neolitico, come la pietra levigata e la ceramica, ignoravano
però l'agricoltura, che viceversa in Europa e nel vicino Oriente è
il fattore discriminante; al contrario, tra le culture più antiche basate
su un'economia agricola alcune non conoscevano la ceramica (Neolitico
preceramico vicino-orientale). A quanto detto si aggiunge il fatto che i periodi
preistorici individuati nelle diverse regioni del pianeta non sempre sono
attribuibili a momenti cronologicamente coincidenti, né hanno avuto pari
durata né, ancora, sono tutti attestati in tutte le sequenze regionali
(ad esempio, in America o nell'Africa sub-sahariana non c'è traccia
dell'Età del Bronzo). Tuttavia, ha dimostrato G. Childe, le età
preistoriche sono "omotassiali": esse non possono essere collegate a
un tempo assoluto come le ere geologiche, ma, nelle regioni in cui siano
attestate, occupano la medesima posizione relativa nella successione di tappe
evolutive previste dalla struttura del modello (cioè il Neolitico
è sempre successivo al Paleolitico, l'Età del Ferro a quella del
Bronzo, ecc.). Sempre grazie agli studi di Childe, attualmente considerato tra i
maggiori esperti soprattutto della
p. nelle regioni vicino-orientali, la
caratterizzazione delle età preistoriche è stata rivista sulla
base, oltre che dei consueti criteri tecnologici, anche di dati inerenti alle
attività economiche fondamentali. Paleolitico e Mesolitico sarebbero
qualificati da un'economia di sfruttamento, cioè di caccia e raccolta, e
nomadismo, con nessuna possibilità di accantonamento di eccedenze, e da
un controllo scarso o nullo sull'ambiente di vita. Il Neolitico, invece, sarebbe
definito dalla capacità di controllo sull'ambiente e di produzione del
cibo, la cosiddetta "rivoluzione neolitica": agricoltura e
allevamento, in varia misura affiancati da attività di raccolta e caccia;
vita sedentaria o, al più, nomadismo stagionale; introduzione della
ceramica; accumulo consistente di eccedenze alimentari, cui seguirono le prime
forme di commercio. Gli elementi materiali distintivi delle società
produttive furono: utensili per attività di produzione agricola e di
raccolta organizzata (zappe, falcetti, ecc.), strutture abitative stabili,
edifici per la conservazione e stoccaggio del cibo. Proprio le eccedenze,
infatti, costituirono la precondizione necessaria affinché si verificasse
una prima stratificazione funzionale e sociale delle comunità e dei
villaggi neolitici, secondo un'evoluzione culturale che, dopo la scoperta della
metallurgia nel Calcolitico, diede vita poi alle civiltà urbane, sulle
sponde dell'Egeo, nella Valle dell'Indo, del Fiume Giallo, del Nilo e
dell'Eufrate. In queste zone l'Età del Bronzo, con le prime
città-stato e i primi documenti scritti, rappresentò il momento di
transizione dalla protostoria alla storia, mentre in altre regioni d'Europa e
d'Asia, essa rimase pienamente definibile come
p. A lungo, tuttavia, ai
margini delle grandi civiltà agrarie, protostoriche o storiche, vissero e
prosperarono popoli a cultura nomade o seminomade, pastorale e guerriera,
preistorici in quanto ignari della scrittura, che si affacciano alla
documentazione in nostro possesso solo in quanto citati dai documenti delle
civiltà urbane. ║
Le culture preistoriche: il genere
Homo (V.) è comparso circa 3 milioni
di anni fa durante il primo periodo dell'Era neozoica, e cioè nel
Pleistocene, come
Homo habilis, poi (circa 1,5 milioni di anni fa) come
Homo erectus e infine (circa 200.000 anni fa) come
Homo sapiens,
da cui si sviluppò l'uomo anatomicamente moderno, cioè
sapiens
sapiens (V. anche UOMO), che probabilmente si evolse in Africa (teoria monogenica) o
indipendentemente in più luoghi (teoria poligenica) e comparve in Europa,
soppiantando il tipo di Neandertal, solo intorno a 40.000 anni fa
.
L'intera esistenza pleistocenica dell'uomo (pari al 99% di quella totale)
è culturalmente coincidente con il Paleolitico, di cui conosciamo
numerose industrie litiche, e caratterizzata da una economia di sussistenza
mediante attività di caccia e raccolta. Durante il Pleistocene l'uomo
affrontò e si adattò a radicali mutamenti climatici, ambientali,
della flora e della fauna; infatti, si verificarono ben cinque glaciazioni,
seguite da altrettanti periodi interglaciali. L'ultimo di questi corrisponde
all'Olocene, attuale momento geologico, che è pari al restante 1% della
vita umana e le cui prime fasi culturali furono il Mesolitico (13.000-8.000 anni
fa) e il Neolitico (10.000-3.000 anni fa). ║ Il
Paleolitico (che
allo stato attuale delle ricerche è contraddistinto da utensili di
pietra, poi affiancati anche da lavorazioni su osso e corno) si può
ulteriormente dividere in inferiore, medio e superiore. La fase più
antica, cui si ritiene fossero associati i due generi di ominidi
Australopithecus e
Homo habilis, presenta due tipologie di
industria litica: su
ciottolo e su
scheggia. La prima ricavava
l'utensile mediante l'asportazione di schegge da una o due facce di esso. Le
forme più semplici di questi manufatti, dette rispettivamente
choppers e
chopping tools, sono attestate a partire da 1.800.000
anni fa, lungo un arco di tempo assai esteso (almeno 400.000 anni) in Africa
orientale, meridionale e sahariana, a Giava, in Cina, Francia e Italia. I primi
tipi bifacciali, ottenuti estendendo l'asportazione di schegge lungo tutto il
perimetro del ciottolo, sono databili a circa 1.400.000 anni fa e attribuite
all'
homo erectus, la cui presenza è attestata prima in Africa, poi
in Cina e a Giava e infine (con qualche margine di dubbio sulla cronologia) in
Europa
. Questo tipo, detto
amigdala
(V.), era lavorato percuotendo il ciottolo
appoggiato su un supporto che facesse da incudine (tipo
chelleano, da
Chelles in Francia dove furono rinvenuti i primi esemplari) ed in seguito
perfezionato con l'utilizzo di un percussore intermedio di legno o d'osso, che
dava ai margini un andamento più rettilineo. Il tipo
acheuleano
prende il nome dalla località archeologica di Saint-Acheul, presso
Amiens, ma era diffuso in tutta Europa, Africa, Medio Oriente, Caucaso, Iran,
Afghanistan, India, ecc. Successivamente si evolsero le culture dell'industria
su
scheggia, caratterizzate da strumenti ricavati non dal nucleo, ma
dalle schegge staccate da esso: anche in questo caso, il perfezionamento della
tecnica di lavorazione contrassegna differenti industrie. In particolare quella
levalloisiana sapeva produrre, da un nucleo appositamente preparato,
schegge di forma predeterminata: il principale vantaggio connesso a questa
innovazione fu il risparmio di materia prima, in confronto al 70% di schegge
inutilizzabili che venivano lasciate in precedenza. Il materiale litico, la cui
distribuzione su vastissimi territori si spiega con l'altrettanto lungo periodo
di tempo in cui fu prodotto, è l'unica documentazione in nostro possesso
per quanto riguarda il Paleolitico inferiore: manca del tutto infatti qualsiasi
fonte relativa a manifestazioni artistiche o religiose o all'organizzazione
sociale dell'uomo in questa fase. Il Paleolitico medio (indicativamente compreso
tra la fine della glaciazione rissiana e la seconda fase di quella di Würm,
cioè tra 100.000 e 50.000 anni fa) conservò la tecnica
levalloisiana alla base delle sue industrie più significative. Essa
è presente nella cultura musteriana, così detta dal giacimento di
Le Moustier in Francia ma attestata in tutta Europa, Africa e Asia con diverse
caratteristiche, che ritoccava "a gradini" i bordi dei suoi utensili.
Questa industria si è rivelata, in particolare, associata a reperti
paleoantropologici di
Homo neanderthalens
is
(V. NEANDERTAL), che prosperò soprattutto
in Europa durante la glaciazione di Würm approssimativamente da 100.000
fino a 30.000 anni fa, per venire poi soppiantato dalla specie parallela
dell'
Homo sapiens sapiens o anatomicamente moderno, comparso non
più di 40.000 anni fa come evoluzione del
sapiens. La specie di
Neandertal, pur presentando caratteri fisici alquanto primitivi ma favorevoli
all'adattamento a climi rigidi, fu la prima a lasciare una documentazione
archeologica tale da permettere anche una parziale conoscenza della dimensione
psicologica e magico-religiosa. Sono state infatti rinvenute numerose sepolture
che, oltre a fornire ampio materiale per la ricostruzione anatomica e somatica
del tipo neandertaliano, ci testimoniano uno sviluppato culto dei morti
(elemento da sempre considerato distintivo della spiritualità umana)
associato ad una concezione dell'aldilà. In diversi siti, i corpi,
deposti in fosse rettangolari o ovoidali, sono stati trovati con giaciture
caratteristiche: braccio sinistro teso, braccio destro piegato sotto la testa,
talvolta corpo flesso, narici protette da due pezzetti di selce. Inoltre sono
state rinvenute ossa di animali (bovidi, orsi delle caverne, ecc.) e strumenti
litici, offerti verosimilmente in vista delle necessità del morto
nell'aldilà o al momento della sua rinascita. L'ultimo Paleolitico
è detto superiore e la definizione di un suo termine
post quem
è ancora un problema dibattuto tra gli studiosi. Infatti, mentre nel
vicino Oriente sono stati rinvenuti complessi del Paleolitico superiore
associati ad industrie musteriane databili a 45.000 anni fa, in Europa resti
omologhi sono datati a 40.000 anni fa e la durata del periodo è stabilita
in circa 30.000 anni. Anche per quanto riguarda l'origine delle culture di cui
fu portatore l'
Homo sapiens sapiens -
chatelperroniana,
aurignaciana, solutreana, magdaleniana, cioè la sequenza meglio
nota riferita alla regione cantabrico-pirenaica -
, gli studiosi sono in
disaccordo: per alcuni sarebbero state tutte importate in Europa, per altri
invece sarebbero esito di un'evoluzione dei complessi musteriani locali. In ogni
caso vi sono prove di un eccezionale sviluppo anatomico e psicologico dei tipi
umani del tardo Paleolitico. Tra gli strumenti litici ottenuti dalla
trasformazione delle lamine ricavate dai nuclei, i più significativi sono
i
bulini (cioè utensili adatti all'incisione di ossa, legno e
alcuni tipi di pietra), raschiatoi, grattatoi, punte, lame ad incavo e a dorso.
Inoltre si diffuse e perfezionò la lavorazione di corno e osso, che
utilizzava soprattutto le ossa lunghe degli animali uccisi (femore, ecc.), per
produrre ami, arpioni, pugnali, spatole e propulsori per scagliare più
lontano le prime armi da getto. La caccia era infatti ancora la principale fonte
di sostentamento: il clima freddo che si mantenne nelle varie fasi della
glaciazione di Würm consentì lo sviluppo in tutta Europa di una
fauna ricca e propria dell'ambiente nordico continentale, quali mammut,
rinoceronte lanoso, renna, stambecco, pernice delle nevi, ecc. La caccia
cominciò ad essere più efficace sia per la varietà di armi
disponibili, cui si aggiunse anche l'uso di trappole, sia per l'introduzione
delle tecniche di gruppo. Ne seguì un incremento delle scorte di
selvaggina che consentì la nascita delle prime attività non
produttive, ma sentite come necessarie per la vita del gruppo e
"finanziate" con le prime eccedenze alimentari. Al Paleolitico
superiore appartengono infatti le prime forme di arte rupestre, mediante le
quali popoli di cacciatori, rappresentando visivamente la preda e il momento
della caccia, esprimevano più che una volontà estetica
(ancorché ai nostri occhi abbiano un altissimo valore artistico) in primo
luogo un intento propiziatorio, il desiderio di influenzare positivamente
l'evento, secondo una concezione magico-religiosa della vita. Questi artisti
primitivi conoscevano l'uso della linea, del volume e del colore: lo stile
figurativo era largamente predominante, avendo come soggetti della pittura o
dell'incisione gli animali (per lo più i grandi erbivori, ma talvolta
anche l'orso delle caverne, pesci o uccelli), spesso disposti in gruppi, ma
raramente in modo interdipendente a formare una scena. Inoltre è
pressoché assente qualsiasi dato paesaggistico o relativo alla flora.
Sono anche attestate decorazioni a motivi geometrici, sia lineari sia curvi, o
segni astratti di tipo simbolico. L'arte rupestre, o parietale, per quanto
attiene le nostre conoscenze, si manifestò in epoca aurignaciana
(36.000-19.000 anni fa), limitatamente ad alcune zone delle attuali Francia,
Spagna e Italia: le grotte dipinte o graffite si concentrano infatti nella
regione cantabrico-pirenaica. Una seconda forma di arte paleolitica è la
cosiddetta arte mobiliare, che comprende piccole statue, placche litiche o
lamine d'osso incise, armi o strumenti decorati, oggetti ornamentali (fatti con
conchiglie o denti forati): essa è diffusa invece in tutto il continente
europeo, e ha inizio con le culture
chatelperronianana e
aurignaciana. Si tratta di piccole sculture (10-15 cm circa di altezza) a
tutto tondo (in osso, corno o pietra) di figure femminili, le cosiddette
"veneri", senza dubbio connesse al culto e a riti di fecondità:
ne è prova la costante ed esasperata sottolineatura dei caratteri
sessuali (bacino largo, glutei, mammelle, ventre, vulva) a fronte di un patente
disinteresse per le altre parti del corpo: volto aniconico (cioè senza
tratti somatici), testa che termina a punta, arti inferiori privi di piedi,
braccia appena accennate, ecc. Tra le più celebri (su un totale di circa
70 esemplari): le
Veneri di
Willendorf (Austria), di Lespugue, di
Savignano, ecc.
La cosiddetta
testina di Brassempouy si segnala
invece per la resa dei tratti somatici del volto e della capigliatura. La
cultura
solutreana (sorta intorno a 21.000 anni fa e durata per circa 3
millenni in una zona compresa tra la Loira e i Pirenei), elaborò tecniche
sofisticate di lavorazione litica, a percussione diretta, indiretta e a
pressione, producendo punte a ritocco bifacciale, note come "foglie di
lauro". Gli uomini solutreani erano anche grandi cacciatori di cavalli e
vivevano di preferenza in grandi accampamenti all'aperto, pur utilizzando ancora
le grotte, come dimostrano i cicli di bassorilievi rinvenuti in Charente e
Dordogne. La cultura forse più significativa del Paleolitico superiore
è tuttavia la
magdaleniana (18.000-11.000 anni fa), caratterizzata
da strumenti di selce sempre più piccoli, maneggevoli e precisi, in base
ai quali è stata ulteriormente distinta in sei fasi. Il Magdaleniano si
diffuse in una vasta area che toccava parte della Francia (il Périgord) e
Spagna, ma anche località del Belgio, della Svizzera, della Germania, e
dell'Europa orientale. Con le genti del Magdaleniano ebbe la sua massima
fioritura l'arte rupestre, con pitture a profilo o a colore pieno, monocrome o
policrome, con incisioni e sculture. Essa ritrasse soprattutto soggetti zoomorfi
con grande abilità e fedeltà estrema, mentre sono rare le figure
umane, peraltro eseguite con trascuratezza. Per quanto riguarda le abitazioni,
al Paleolitico superiore risalgono le prime capanne all'aperto (che non
soppiantarono però l'uso di grotte o di ripari rocciosi), a forma
circolare e scavate per circa un metro nel suolo; lungo le pareti erano infisse
delle zanne di mammut su cui poggiava la copertura, probabilmente costituita
dalle pelli dello stesso animale. L'accresciuto successo delle attività
venatorie comportò, verosimilmente, anche un certo incremento demografico
che contribuì a ridurre l'isolamento dei primi gruppi tribali con la
costituzione di "clan" e l'introduzione dell'esogamia. Anche le
sepolture datate a questa fase attestano una crescita dell'elemento ideologico,
con un compiuto sistema cultuale per i morti e di credenze nell'aldilà. I
corredi funebri si fecero più ricchi: non solo offerte di cibo, ma anche
ornamenti, vari utensili, mantelline fatte da code di scoiattolo, ecc. L'ocra
rossa è tra gi elementi più significativi delle pratiche
funerarie: essa, significante l'energia vitale per analogia con il colore del
sangue, veniva sparsa sul volto o sull'intero cadavere come simbolo della nuova
vita. La postura più frequente presenta il corpo steso sul fianco
sinistro, con le gambe raccolte e flesse, bloccate così prima del
rigor mortis, forse una pratica superstiziosa per impedire al
defunto di muoversi e nuocere ai vivi. Il fatto che, per quanto riguarda il
Paleolitico superiore, le sequenze culturali meglio note siano quelle
dell'Europa occidentale, dipende in gran parte dalla frequenza ed estensione
delle campagne di scavo e ricerca; allo stato attuale delle conoscenze,
tuttavia, si può affermare che questa fase presenta caratteri culturali
omogenei in Europa e Vicino Oriente. Nell'Africa sub-sahariana e settentrionale,
culture a carattere musteriano si protrassero (pur con minime innovazioni) fino
a circa 20.000 anni fa, quando se ne diffusero di nuove affini alle europee
contemporanee. Per quanto riguarda l'Asia, in Afghanistan è stata
riconosciuta un'industria simile all'aurignaciana, databile a 34.000 anni fa; in
Cina e in Siberia sono attestate culture del Paleolitico superiore, tra cui
ricordiamo il complesso del lago Baikal di grande importanza sia per i resti di
abitazione sia per i prodotti di arte mobiliare (veneri, uccelli stilizzati,
mammut, ecc.). Anche in Giappone (che rimase collegato al continente per quasi
tutto il Pleistocene) non mancano giacimenti databili tra 25 e 27.000 anni fa e
un'industria su lama di ossidiana, sull'isola di Hokkaido, compresa tra 18.000 e
6.000 anni fa. L'America fu popolata dall'uomo durante il Paleolitico superiore
(circa 25.000 anni fa), ma la maggior parte dei resti in nostro possesso risale
almeno a 15-10.000 anni fa (culture di Sandia e di Clovis, nel Nuovo Messico),
mentre ad 8.000 anni fa sono datate la cultura di Folson e la diffusione
dell'uomo fino in Patagonia (grotte di Palli Aike e Fell). Il giacimento
più importante, attualmente, è quello di Ayacucho sull'altopiano
peruviano, le cui grotte custodiscono le testimonianze di culture succedutesi in
loco senza soluzione di continuità dal 20.000 al 1.500 a.C., dal
Paleolitico superiore fino ad epoche agricole e poi urbane con regime imperiale.
║ Il
Mesolitico è situato geologicamente e cronologicamente
al termine del Pleistocene e segnato dalla fine della glaciazione würmiana,
circa 12.000 anni fa, quando cominciarono a ritirarsi i ghiacciai e il clima
freddo continentale a farsi più temperato o caldo, a seconda della
latitudine. Culturalmente, esso è un periodo di transizione (come
peraltro è indicato dal nome stesso: Età della Pietra di mezzo)
tra le civiltà di popolazioni di cacciatori pleistocenici e quelle di
cacciatori olocenici, in vista delle innovazioni che distinsero il Neolitico. Il
carattere di passaggio del Mesolitico spiega l'assenza di dati inerenti una sua
durata sincronica da zona a zona e comporta invece la sua sostanziale
diacronicità, essendo sostituito in momenti differenti nelle varie
località dalle nuove culture neolitiche. Il mutare del clima fu
particolarmente drastico in Europa, dove le mandrie pleistoceniche di grandi
erbivori gregari (renne, bisonti, mammut, ecc.), che si erano diffusi fino alle
latitudini meridionali, si ritirarono sempre più a Nord mentre le distese
di tundra e steppa nordica furono sostituite, a causa del clima più
dolce, da boschi di conifere, querce, noccioli ecc. Il cambiamento di flora e
fauna comportò una vera e propria crisi economica per le popolazioni che
avevano raggiunto, durante l'ultimo Paleolitico, una elevata specializzazione
sia nelle tecniche di caccia a grandi animali sia nella produzione di armi
adatte a tale scopo. Nelle incisioni rupestri più tarde è infatti
possibile cogliere la loro preoccupazione per la graduale scomparsa di questi
animali. I gruppi europei dovettero adattarsi ad un'economia di caccia e
raccolta in ambiente boscoso, elaborando tecniche per la cattura di singoli
animali veloci (cervo, alce) o di mammiferi di piccola taglia (lepre, volpe,
ecc.) o di uccelli. Allo scopo furono foggiate armi più leggere e
precise: più che la forza divenne indispensabile una buona mira, e fu
forse per rendere più efficace l'uccellagione che fu inventato l'arco. Le
popolazioni rivierasche, maggiormente penalizzate dalla mancanza di selvaggina,
svilupparono invece la raccolta di vegetali, di molluschi e la pesca (che era
praticata anche in acqua dolce), per la quale vennero messi a punto arpioni,
ami, lenze, reti, nasse e le prime imbarcazioni, ricavate da un unico tronco e
governate con pagaie. Particolare importanza ebbero alcune culture mesolitiche
del vicino Oriente (come il Natufiano di Palestina o il Karim Shahir dei monti
Zagros in Mesopotamia), cui si devono i primi addomesticamenti di animali,
soprattutto capre, e la scoperta del valore nutrizionale dei cereali selvatici
(grano e orzo). La raccolta di questi vegetali fu organizzata in modo intensivo,
creando appositamente falcetti di legno o di osso in cui si inserivano piccole
lame di selce rinnovabili, e si provvide alla tritatura mediante due pietre
piatte utilizzate come macine. In queste zone, per ovvi motivi, il Mesolitico
durò assai poco (circa 1.500-2.000 anni) evolvendosi in breve a cultura
agricola; altrove, e in particolare in Europa centrale e settentrionale o
nell'Africa sub-sahariana, durò assai di più, anche fino al II
millennio a.C., finché non sopraggiunsero altri gruppi portatori delle
innovazioni neolitiche. Dal punto di vista delle industrie litiche, in gran
parte di derivazione tardo paleolitica, il Mesolitico si distinse per il
cosiddetto "microlitismo", cioè la fabbricazione di punte o
lame di piccole dimensioni e di forma geometrica: lunata, rettangolare,
triangolare, trapezoidale. Tra le culture del Mesolitico europeo la più
rappresentativa fu l'
aziliana (circa 9.000 a.C., dalla grotta di
Mas-d'Azil nella Francia occidentale), contraddistinta da particolari
"coltellini" a segmento di cerchio e bordo battuto, da grattatoi
unguiformi, da arpioni cornei piatti, lunghi e forati alla base. Specifica
dell'Aziliano, inoltre, era la presenza di ciottoli decorati con l'ocra a motivi
geometrici (linee, punti, croci) o naturalistici, ma stilizzati (alberi). L'arte
mesolitica, infatti, presentò ovunque un abbandono dello stile
naturalistico (venendo meno con gli animali pleistocenici tanto l'oggetto delle
figurazioni quanto lo scopo magico-propiziatorio della figurazione), in favore
di schematismo e stilizzazione. Continuò invece il rito della sepoltura
singola, con ricchi corredi funerari e presenza di ocra, benché siano
state rinvenute anche sepolture collettive. ║ Il
Neolitico, come
già l'età precedente, non può essere definito mediante
limiti cronologici netti e sincronici per ogni regione, ma piuttosto a partire
dalla presenza di una serie di elementi ed innovazioni tecnologiche, sociali e
culturali, quali: utensili e suppellettili di pietra accuratamente levigata dopo
la scheggiatura; insediamenti permanenti o nomadismo stagionale; domesticazione
di piante e animali ed introduzione di pratiche agricole e pastorali;
innovazioni tecnologiche quali la ceramica (lavorata a mano) e la filatura di
fibre vegetali (lino) ed animali (lana). La trasformazione economica del
Neolitico, non a caso definita rivoluzionaria per il grande impulso che
esercitò sull'evoluzione socio-culturale dei gruppi umani, si
sviluppò gradualmente a partire dalla coesistenza fra antiche e nuove
tecniche di reperimento del cibo. Inizialmente, infatti, caccia, pesca e
raccolta continuarono a rappresentare la principale fonte di sostentamento, solo
integrate da agricoltura e allevamento. Queste attività, verosimilmente,
furono gestite dalle donne che, addette già alla raccolta di vegetali e
alla cura degli animali selvatici addomesticati, riconobbero i cicli germinativi
dei primi, sperimentandone la semina e guidarono la selezione e la riproduzione
delle bestie, potenziandone le qualità più utili ai bisogni
dell'uomo. Col tempo gli effetti furono dirompenti: l'uomo diventò
produttore di cibo, fu in grado di esercitare un controllo sull'ambiente
circostante con una sua sistematica trasformazione, elaborò e
potenziò tecniche produttive sempre più raffinate che consentirono
un accumulo prima inconcepibile di eccedenze alimentari. Da quest'ultimo fatto
discesero: incremento demografico di enorme consistenza, tesaurizzazione di
beni, articolazione dei rapporti sociali e divisione del lavoro. A buon diritto,
dunque, gli storici affermano che la rivoluzione neolitica è stata
premessa necessaria e sufficiente per innescare i processi socio-economici alla
base delle civiltà urbane e storiche. Gli studi preistorici hanno cercato
di individuare le aree in cui si svilupparono le prime culture neolitiche
agricole. A lungo fu sostenuta una teoria monogenica, con individuazione del
centro di origine nel vicino Oriente, ma attualmente si propende per una teoria
poligenica, che riconosce altri poli innovativi in cui il passaggio
dall'economia di sfruttamento a quella produttiva si verificò in modo
indipendente e parallelo e da cui poi le nuove tecniche si diffusero grazie ai
movimenti di migrazione e colonizzazione delle popolazioni acculturate (cui
necessitavano nuove terre perché demograficamente in espansione) o per
semplice circolazione di idee. I centri di origine posso essere indicati in: 1)
il vicino Oriente, comprendente la regione libano-palestinese e le zone
collinari e montuose dell'Anatolia meridionale fino ai monti Zagros; 2) le
regioni mesoamericane delle valli di Oaxaca e Tehuacàn in Messico; 3) le
regioni andine dell'attuale Perù; 4) le regioni indocinesi del Sud-Est
asiatico. Naturalmente le differenze climatiche e ambientali e la conseguente
diversità della flora e fauna locale portarono ad economie basate sulla
coltivazione e la selezione di differenti tipi vegetali e animali. Nel Vicino
Oriente, tra l'8.500 e il 6.000 a.C., si diffuse la semina di cereali (grano e
soprattutto orzo) e l'allevamento di pecore, capre, bovini e suini: tutte le
culture neolitiche africane europee e dell'Asia centrale derivarono direttamente
da qui. In Indocina si affermò invece la coltivazione del riso,
già ampiamente attestata al principio del IV millennio. Da qui fu
esportata verso la Cina, di cui conosciamo civiltà neolitiche con colture
di riso e miglio e allevamento di bovini, suini e ovini. In America la
domesticazione delle piante (in particolare peperoni, zucche, fagioli) comparve
già nel VII millennio, ma la nascita di una vera cultura agricola fu
assai più tarda, almeno 3 o 4.000 anni dopo, con l'ibridazione di un
cereale selvatico poco nutriente con altre specie vegetali fino ad ottenere
l'attuale mais, la fonte di cibo su cui crebbero tutte le culture precolombiane,
in rapido sviluppo, a partire dal 1.500 a.C., da realtà di villaggio a
grandi civiltà urbane. Una ricostruzione abbastanza soddisfacente dei
processi di genesi e sviluppo dalle culture neolitiche agricole fino a quelle
urbane è possibile in relazione alla zona medio-orientale, in cui ebbero
origine le più antiche tra esse. Abitazioni stabili, almeno stagionali,
erano già state adottate dai gruppi di raccoglitori anche prima della
nascita dell'agricoltura e furono poi mantenute. I metodi più antichi per
la lavorazione del terreno da semina furono la coltura "a zappa" o
"a giardino": il campo veniva dissodato con bastoni, talvolta coronati
da una pietra a formare una sorta di zappa, seminato e sfruttato di raccolto in
raccolto fino all'isterilimento. A questo punto si cambiava appezzamento e, se
necessario, località spostando l'insediamento abitativo. In alcune zone
particolari, come le fasce di pianura lungo il Nilo o il Tigri e l'Eufrate,
questi spostamenti non furono più necessari, dal momento che le piene
annuali del fiume restituivano alle terre la loro fertilità garantendo
sempre buoni raccolti. Questo fatto, e nuove conoscenze sulla crescita di alberi
da frutto quali il fico, la vite, ecc., condussero alla costruzione di dimore
durature in centri sempre più ampi, che sortirono vere città in
cui si fece necessaria una diversificazione del lavoro e conseguente la
stratificazione sociale. A questo si deve senza dubbio il rapido progresso delle
civiltà egizia e mesopotamica. Tra gli insediamenti più antichi di
quest'epoca, citiamo quello di Gerico, datato con il radiocarbonio all'8.500
a.C.: i suoi abitanti coltivano il grano, allevavano ovini e non conoscevano la
ceramica (Neolitico preceramico), fabbricando vasellame in pietra, legno o
vimini; il villaggio era difeso da mura e ospitava centinaia di persone; le case
erano costruite con una mistura di argilla, paglia e pietrisco con pavimenti di
terra battuta. Sul finire del VII millennio si diffuse l'altra grande
innovazione neolitica: la ceramica, un rozzo impasto decorato in modo
rudimentale, è attestata a questa data in una vasta area che comprende ad
Ovest Tessaglia e Anatolia e giunge ad Est fino all'altopiano iranico. Il
cosiddetto Neolitico ceramico è ben testimoniato dal sito anatolico di
Catal Huyuk, celeberrimo anche per le pitture murali che riportano scene di
caccia, rituali e decorazioni geometriche. La ceramica dipinta
caratterizzò le civiltà del VI e V millennio dall'Anatolia
all'Iran, mentre gli stili e le decorazioni differenti, come già in
precedenza i reperti litici, sono stati utilizzati dagli archeologi per
distinguere e datare le differenti fasi culturali. All'epoca di Samarra (VI
millennio) le case cominciarono ad essere costruite, con mattoni di argilla
seccati al sole, anche ai bordi della piana alluvionale mesopotamica, la cui
coltivazione si estese grazie ai sistemi di irrigazione mediante canali: la loro
costruzione e manutenzione segnarono il primo coagulo di competenze
diversificate e di collaborazione eccedenti la misura del singolo villaggio. Il
V millennio, interpretato significativamente dalla cosiddetta cultura di Tell
Halaf, diffusa Siria, Mesopotamia, Armenia e Cilicia, lasciò reperti di
una finissima ceramica decorata sia a motivi geometrici sia naturalistici
(serpenti, uccelli, antilopi, ecc.). A quest'epoca risale anche la
colonizzazione intensiva della Mesopotamia meridionale, presso le foci dei due
fiumi che erano ancora poco saline, con evidenti progressi nelle tecniche di
irrigazione, di drenaggio e arginatura dei canali (culture di Eridu e Obeid 1 e
2) e la comparsa dei primi edifici sacri stabili. In questa zona intensamente
popolata e ad altissima produttività agricola (anche di 1 a 1.000
rispetto alle colture non irrigue), si realizzarono la specializzazione del
lavoro (idraulico, contadino, artigiano, ecc.) e la formazione di una classe
dominante di tipo sacerdotale che sortirono la civiltà protostorica di
Uruk in grande anticipo sulle altre regioni del mondo. Nel medesimo periodo,
infatti, in Europa era ancora in via di espansione l'agricoltura diffusa da
gruppi neolitici di coltivatori e allevatori, cui si devono le principali
civiltà balcaniche, danubiane (dai caratteristici vasi a fondo convesso,
con piede e decorazioni geometriche incise) e del bacino del Mediterraneo. Qui
si affermarono le culture della "ceramica impressa" (cioè
decorata con la pressione di conchiglie, unghie, ecc. sulla pasta ancora molle),
"dipinta" (presente in Italia, Mediterraneo orientale e Balcani) e
"palafitticola" (propria dell'Italia settentrionale, Svizzera e
Francia e cosiddetta dalle abitazioni costruite su piattaforme lignee elevate in
prossimità o sopra laghi e stagni). ║ L'
Età dei Metalli
è definita dalla scoperta da parte dell'uomo della metallurgia,
cioè dell'arte della fusione e della lega. In precedenza alcuni metalli
erano già noti e anche utilizzati, allo stato naturale, per foggiare
ciondoli e piccoli oggetti (come i reperti di rame martellato di insediamenti in
Turchia databili al VII millennio), ma sono necessari i segni positivi di
attività di fusione, colatura e risolidificazione del metallo in stampi
per includere a buon diritto una cultura in questa Età. Essa è a
sua volta distinta in Calcolitico (o Eneolitico o del Rame), Età del
Bronzo ed Età del Ferro. Il rame fu scoperto e impiegato inizialmente
nelle regioni anatoliche e delle isole dell'Egeo già tra VII e VI
millennio, ma la sostituzione degli strumenti litici con quelli metallici si
verificò solo lentamente. Con il rame, prima utilizzato allo stato
naturale come una pietra particolarmente malleabile (martellato, tagliato,
levigato), si confezionavano soprattutto oggetti ornamentali, come pendagli,
gioielli, statuine, ecc. Con il passare dei secoli si sviluppò la
fusione, che comportò un'evoluzione tecnologica di altissimo livello
essendo necessari forni in grado di raggiungere temperature di almeno 1.000
°C e stampi in materiali refrattari per colarvi il metallo fuso. Non
è ancora stato chiarito il luogo in cui tale tecnologia sia stata
raggiunta in origine, tuttavia i reperti attestano una diffusione di oggetti in
rame fuso a partire dal IV millennio in un'area estesa dall'altopiano iranico
all'Europa sud-orientale, passando per la Mesopotamia e l'Anatolia. I giacimenti
dei Carpazi alimentarono le culture dell'area carpato-balcanica e poi (2.500
a.C. circa) dell'Europa orientale (Romania, Ungheria, Slovacchia). Per quanto
riguarda il vicino Oriente, la lavorazione del rame del Calcolitico risale per
Sumeri e Babilonesi circa al 3.500 a.C., con lo sfruttamento delle miniere
elamitiche e di Armenia, mentre in Egitto la metallurgia è documentata
intorno al 2.600 a.C. grazie al metallo delle miniere sinaitiche. Anche a Cipro
le miniere di rame furono aperte a metà del III millennio, mentre in
Europa occidentale (Austria, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, ecc.) lo
sfruttamento minerario si ebbe solo ad Età del Bronzo iniziata (1.600
a.C. circa). Per queste regioni, dunque, è possibile parlare di
Calcolitico solo per accezione analogica e concordanza cronologica con le
culture orientali, perché da un punto di vista tecnologico questo periodo
non sarebbe attestato. Tuttavia furono numerose e significative le culture
europee e mediterranee del IV e III millennio. Ognuna di esse si caratterizza ai
nostri occhi mediante ceramiche peculiari, tipo di sepoltura (megalitiche, a
grotticella scavate nella roccia, a tumulo, ecc.), strumentazione e tipo di armi
(asce forate, a martello, da combattimento, ecc.). Ad esempio, dalle steppe
della Russia meridionale si spostarono verso l'Europa orientale popolazioni di
pastori eneolitici, armati con asce da combattimento, che ebbero il sopravvento
sugli agricoltori locali e lasciarono il segno caratteristico di sepolture a
tumulo, con cadaveri tinti d'ocra, disseminati a partire dal Caucaso lungo tutte
le coste del Mar Nero fino alla Dobrugia. Gruppi provenienti dalla penisola
iberica, diffusero invece nelle regioni europee occidentali la cosiddetta
"cultura del vaso campaniforme", da un caratteristico boccale a
campana, attestata in Italia, Austria, Germania, Boemia, Belgio, Olanda,
Inghilterra, ecc. Le sepolture di questi popoli, con ricco corredo funerario per
lo più costituito da armi silicee, ma anche da pugnali di rame, monili
d'ambra, ecc., testimoniano il loro carattere guerriero e la pratica di commerci
ad ampio raggio che giustificano la presenza di metalli (in seguito anche
l'oro), dal momento che non v'è traccia di una metallurgia direttamente
praticata. Infine, genti anatoliche approdarono a più riprese in Italia
(Toscana, Liguria, Sardegna), probabilmente alla ricerca di miniere di rame: a
quanto sembra, però, questi gruppi numericamente contenuti non
insegnarono alle popolazioni locali la tecnica metallurgica in loro possesso: ne
seguì il particolare fenomeno dell'imitazione in selce degli strumenti
metallici importati e il fitto commercio di selce di qualità, in
particolare dalle miniere del Gargano. A quest'epoca risalgono anche
importantissime trasformazioni a carattere economico sociale, soprattutto nelle
regioni vicino-orientali. Lo sfruttamento della forza lavoro animale (bue, asino
e, nelle steppe eurasiatiche, cavallo), associato all'invenzione della ruota (a
disco pieno e poi tripartito) e dell'aratro, consentì un ulteriore
incremento produttivo e, quindi, demografico; la nascita della navigazione a
vela, inoltre, estese gli orizzonti commerciali e migratori. I villaggi agricoli
si agglutinarono in vere e proprie città o ne divennero succursali
addette alla produzione di cibo, mentre l'organizzazione del lavoro evolse in
stratificazione sociale con la nascita delle classi sacerdotali e militare. Le
prime forme di scrittura furono elaborate durante il periodo protodinastico di
Uruk (V.), corrispondente al IV millennio. Anche
l'Età del Bronzo è delimitata mediante un concetto tecnologico,
inerente la diffusione prima delle leghe di rame e poi di quella con lo stagno
che precedette la scoperta e l'uso del ferro. Tuttavia, in particolare per il
Vicino Oriente, questa definizione verrebbe a comprendere anche civiltà
urbane ben più complesse e già pienamente storiche. Secondo
un'accezione preistorica, invece, essa andrebbe attribuita alle civiltà
europee, sviluppatesi tra la fine del III millennio e l'inizio del I, con una
facies culturale e cronologica abbastanza omogenea. Intorno al 3.000
a.C., in Mesopotamia, Siria e Anatolia cominciò a diffondersi l'uso della
nuova lega di rame, conveniente sia per l'inferiore temperatura di fusione sia
per la maggior durezza rispetto al metallo puro e alle leghe di arsenico
utilizzate in precedenza. Solo nel Bronzo, infatti, gli utensili in pietra
furono realmente soppiantati da quelli metallici. L'intensificazione delle
produzioni metallurgiche nel Vicino Oriente esaurì le miniere locali
entro la fine del millennio, spingendo le varie città sumeriche e
l'Egitto ad importare rame dalla Spagna, dall'Europa centrale, dal bacino
carpatico, ecc. e il più raro stagno addirittura dalla Cornovaglia e
dalla Boemia. Questo fatto, ovviamente, favorì la circolazione non solo
di merci ma di idee, tecnologie, informazioni. In Europa si crearono differenti
culture: nelle regioni più settentrionali, l'ambiente favorì la
conservazione di uno stile di vita basato sulla caccia, con scarsi influssi
della civiltà agricola; in Europa occidentale (soprattutto Francia e
Spagna), la presenza di miniere favorì il commercio e lo sviluppo di una
metallurgia autonoma. Nel resto del continente si diffusero culture, fra loro
imparentate anche etnicamente, attribuite alle popolazioni indoeuropee
provenienti dalle steppe eurasiatiche:
nordica (Germania settentrionale,
Jutland, Scandinavia meridionale) dei Germani;
centro-europea
(caratterizzata da sepolture senza tumulo o da incinerazione;
V. CAMPI D'URNE, CIVILTÀ DEI) di Celti e
Illiri;
scitica (detta delle tombe a camera). Tra le culture
specificamente italiche ricordiamo quella delle terramare, appenninica, di
Polada, ecc. Tra gli oggetti caratteristici del Bronzo europeo emergono le asce
metalliche dai margini rialzati e le ceramiche nero lucente di tipo buccheroide
che ebbero grande diffusione anche nella cultura appenninica italica. Un culto
naturalistico al sole e al bovide è testimoniato anche da incisioni
rupestri liguri e della Val Camonica. Nel bacino dell'Egeo, dominato dalla
civiltà micenea (V. anche MICENE), la metà del II millennio vide
l'affermazione dei centri fortificati con cinte murarie, con case aperte su
tutta il fronte principale, costituite da un vestibolo e da una sala principale
rettangolare con focolare centrale. Il crollo della cultura micenea si
ripercosse notevolmente su tutte le popolazioni del Mediterraneo, anche nella
nostra penisola, dove centri agricoli e costieri furono abbandonati a favore di
posizioni elevate meglio difendibili. L'Età del Ferro si colloca per
numerose regioni in epoca storica. Essa va considerata come preistorica solo per
alcune culture europee e dell'Asia centrale, mentre per gran parte dell'Africa
sub-sahariana è da posticipare, rispetto alla datazione media del 1.200
a.C., fino almeno al 500 a.C. Gli Hittiti detennero il monopolio della difficile
tecnologia per la lavorazione del ferro dal 1.400 al 1.200 a.C. circa, con il
ben noto vantaggio militare che le armi fabbricate con il nuovo metallo diedero
loro. Nei secoli successivi la siderurgia si diffuse in Iran, Egitto, Palestina,
Siria, Creta, ecc., alimentata dallo sfruttamento delle miniere dell'Asia
minore, del Caucaso, dell'Iran meridionale, ecc. Intorno al 1.000 il ferro fu
utilizzato anche in Italia, grazie alla produzione delle miniere dell'Elba e
della Toscana. Tra le tipiche culture europee di quest'età ricordiamo in
particolare l'italica di Golasecca (V. GOLASECCA, CIVILTÀ DI), l'austriaca Halstatt e la svizzera di La
Tène.
Veduta del Cromlech a Stonehenge