Fascismo.
|
Richiesta inserimento
Visitors
Rakuten Offerte | ||
|
Fascismo. Ideologia e prassi politica di carattere antidemocratico, totalitario e dittatoriale. Con riferimento storico particolare, movimento politico e regime su cui s'appoggiò la dittatura ventennale di Benito Mussolini. Dietro la spinta della passione politica e della polemica, il termine f. si è andato molto generalizzando e di esso si è fatto un uso spesso indiscriminato, a scapito della chiarezza. I termini f. e fascista vengono infatti spesso usati per attaccare posizioni tra loro molto diverse e lontane, generalizzandoli sino a comprendere, sotto la loro denominazione, ogni forma di autoritarismo o anche di tiepido conservatorismo. Altrettanto inesatto è però circoscrivere il significato del termine a quelle concezioni e ideologie che si richiamano apertamente al regime mussoliniano. Inesatto è altresì l'uso della pubblicistica "liberale" che tende a considerare il f. unicamente come regime "dittatoriale", associandolo nella condanna al comunismo. Tenendo conto che il f., come processo storico europeo tra le due guerre mondiali, nacque da una situazione di profonda crisi della civiltà occidentale, gli studiosi del fenomeno tendono sempre più a porre in evidenza le strette connessioni che sussistono tra questo fenomeno e la società che è venuta formandosi con lo sviluppo industriale capitalistico. Pertanto, posto che, dietro la superficie democratico-parlamentare sussistono componenti antidemocratiche, si rileva che, nei momenti di crisi e di tensione sociale esse emergono assumendo forme di tipo fascista. Sulle origini e le cause del f. come processo storico esiste una vasta letteratura che esamina il fenomeno da vari punti di vista: ideologico, politico, sociale, economico, psicologico, ecc. Tuttavia, nonostante la vastità di questa letteratura, la questione dell'interpretazione del f. come fenomeno e processo storico su scala nazionale e internazionale, rimane aperta. A differenza del liberalismo e del comunismo (o socialismo) alla cui base è una complessa filosofia politica, il f., sia nella sua originaria versione italiana che in quella nazista tedesca, si organizzò improvvisamente, senza che sussistesse una precisa dottrina filosofica, associandosi a tutta una serie di problemi politico-sociali che la guerra 1915-18 aveva lasciato dietro di sé. Ciò però non significa che il f. sia nato per germinazione spontanea. Infatti, gli elementi che concorsero alla formazione dell'ideologia fascista esistevano già da tempo, pur non avendo mai fatto parte di un corpo unitario e coerente di pensiero. Si trattava di elementi che da molto tempo erano correnti e che avevano la forza sentimentale propria dei pregiudizi e che, comunque, trovarono un tessuto connettivo particolarmente favorevole al loro attecchimento. Solo nel 1929 Mussolini decise per decreto, che il f. doveva "provvedersi di un complesso dottrinale" e a sostegno del suo nazionalismo e antiliberalismo fu assunta la filosofia politica di Hegel. Sin dal suo apparire e affermarsi in Italia, il f. diede luogo a interpretazioni diverse e tra loro contrastanti. Gran parte delle interpretazioni che costituiscono la tradizione democratica, a cominciare da G. Salvemini e P. Gobetti, si riallacciano al giudizio che del f., dette Giustino Fortunato, secondo cui esso non fu una "rivoluzione" che interrompesse uno sviluppo storico di progresso civile e sociale, bensì una "rivelazione" che, dietro il sottile strato di vernice liberale, mostrava il volto vero dell'Italia, retriva e bigotta, servile e fanfarona, così com'era venuta sviluppandosi sin dai tempi della Controriforma. Pertanto, secondo tale interpretazione, la guerra 1915-18 e le sue conseguenze non avrebbero fatto altro che far cadere la "decorosa facciata" di democraticità, mettendo a nudo un retaggio di miserie e di incapacità secolari, su cui ebbe facile presa il f. Piero Gobetti parlò di "autobiografia della nazione" e comprese nei precedenti del f., oltre alla tradizione politica italiana postrisorgimentale, anche il Risorgimento, interpretato come "rivoluzione fallita", risalendo nei secoli sino alla mancata Riforma protestante. A questa interpretazione del f. come malattia cronica i cui germi risalirebbero alla tradizione politica e alle debolezze ataviche del paese, si contrappone l'interpretazione del f. come "rivoluzione" o "malattia infettiva". Questa interpretazione, oggi del tutto in discredito, faceva capo all'autorevole giudizio di Benedetto Croce, secondo cui il f. era qualcosa di estraneo e di accidentale rispetto al corpo della nazione, ossia come un momento di rottura che all'improvviso spezzava il lento e graduale progresso sociale del Paese. Per Croce, come per la gran parte dei conservatori liberali, la società italiana e la civiltà liberale non covavano nel proprio seno alcun germe fascista e il f. sarebbe nato dalla ventata di irrazionalismo del dopoguerra, simile all'insorgere di una malattia infettiva in un corpo sano. Esso quindi non costituiva nient'altro che una "parentesi" nella storia d'Italia. Quanto all'interpretazione ufficiale da parte dei teorici del regime, il f. fu "movimento di realtà e verità che aderisce alla vita", ossia prassi che precede il pensiero. D'altra parte, non esiste una vera e propria filosofia e dottrina fascista e il f. come movimento trovò le proprie basi d'appoggio soprattutto in una serie di aspirazioni e di "miti". Le interpretazioni più recenti e approfondite tendono a considerare il f. come un fenomeno complesso, in cui confluirono componenti diverse che, pur affondando in parte le proprie radici nella precedente storia italiana, trovarono un punto di convergenza nella crisi del dopoguerra in cui emersero, accanto a elementi di continuità, anche numerosi fattori nuovi, di rottura, rispetto alla storia precedente. Componenti essenziali del f., come processo storico italiano, furono l'esasperazione delle inquietudini del ceto medio, la reazione degli agrari alle lotte delle masse bracciantili, la volontà della grande industria di arrestare la crescita del movimento operaio e di dominare il potere pubblico. è ormai largamente riconosciuto che alcune di tali componenti sono coessenziali al tipo di società capitalistica moderna e che permangono come sedimentazioni sotto la superficie democratica. Pertanto, nel suo significato più ampio ed attuale, il termine f. indica quelle sedimentazioni che tendono a emergere e a manifestarsi con maggiore evidenza nei momenti di crisi e di tensione sociale. Ciò in quanto, nella società contemporanea, coesistono forze contrastanti, democratiche le une, eversive le altre, tra loro in conflitto permanente, così da rendere assai precario l'equilibrio democratico. ● St. - Il f., come movimento politico, nacque a Milano il 23 marzo 1919 per iniziativa di B. Mussolini che, nell'ottobre 1914, aveva fondato i Fasci di azione rivoluzionaria, derivandone il nome dai Fasci siciliani (V.) e nel marzo 1919 aveva dato vita ai Fasci di combattimento, mettendoli a disposizione degli industriali e degli agrari della Valle Padana, con funzione antisocialista e antisindacale. Il movimento fascista nasceva su basi e programmatiche socialisteggianti e contraddittorie, che esprimevano le contraddizioni stesse del ceto medio, ossia un accumulo di risentimenti, su cui prosperò, tra l'altro, il mito della "vittoria mutilata", e una piena disponibilità verso qualsiasi soluzione avventurista. Mussolini seppe approfittare della situazione favorevole e del malcontento diffuso in tutti gli ambienti, in particolare nell'alta e media borghesia che temevano una rivoluzione proletaria, per creare "squadre d'azione" antipopolari. Per quanto mascherato, il f. mostrò con sufficiente chiarezza, sin dal suo nascere, il proprio carattere classista, ma sin alla fine del 1920 rimase una tipica manifestazione del malcontento del ceto medio, senza alcuna incidenza sulle masse (le adesioni proletarie ebbero carattere individuale e isolato). In primo tempo, anzi, era sembrato che neppure i ceti medi rispondessero al richiamo, come dimostrano i risultati delle elezioni del novembre 1919 in cui il movimento fascista ottenne appena quattromila voti. Dopo le elezioni amministrative dell'ottobre 1920 che avevano visto la grande affermazione del Partito Socialista, il movimento fascista si rafforzò rapidamente come espressione dei ceti medi urbani, sviluppando inoltre come nuova componente, quella della reazione agraria, che, dall'Emilia, si diffuse nella bassa Lombardia e nel Veneto. Così, il partito che nelle elezioni del 1919 non era riuscito a eleggere nessun candidato, due anni più tardi presentava liste comuni coi liberali e i democratico-giolittiani, ed entrava in parlamento con trentacinque deputati, capeggiati da B. Mussolini. Nei mesi che precedettero la "marcia su Roma" (28 ottobre 1922) il f. operò da un lato, attraverso una serie di patteggiamenti con le forze politiche tradizionali, dall'altro, intensificò l'azione dello squadrismo, appoggiata da agrari e industriali, tesa a distruggere la struttura sindacale e politica del movimento operaio. Si andarono moltiplicando le adunate fasciste, le "spedizioni punitive" e si ebbero la devastazione e l'incendio di cooperative, case del popolo, camere del lavoro e municipi amministrati dalle sinistre, spesso in aperta collusione con le forze di polizia. In quei mesi è racchiusa la storia della ritirata della vecchia dirigenza liberal-democratica e, contemporaneamente, dell'impotenza della sinistra, incapace di definire un'adeguata strategia di lotta e divisa tra un'ala socialista massimalista, un'ala riformista e un partito comunista appena costituitosi. Assunta la direzione del Governo (28 ottobre 1922) il partito fascista, anziché smobilitare la propria organizzazione squadristica e abbandonare i sistemi di violenza, si servì del potere per affermare la propria volontà egemone, unendo la forza del potere statale alla violenza squadristica, per liquidare ogni opposizione e ogni possibile alternativa politica. Superata la drammatica crisi provocata dall'assassinio di Giacomo Matteotti, l'uomo politico socialista che, in Parlamento, aveva denunciato e documentato i brogli, le violenze e gli assassinii avvenuti durante la preparazione delle elezioni politiche dell'aprile 1924, vinte dal "listone liberal-fascista", il f. sferrò l'ultima offensiva contro l'opposizione che, abbandonata la camera, aveva dato vita al cosidetto Aventino. Sconfitta l'opposizione aventiniana, agli antifascisti non rimase altra via che quella del carcere, del conflitto e della fuga all'estero che doveva dar vita al fenomeno del fuoriscitismo e dell'antifascismo militante. Le ultime libertà democratiche che ancora rimanevano dopo la sconfitta dell'Aventino, furono spazzate via dalle Leggi eccezionali promulgate nel novembre 1926. Furono dichiarati decaduti anche formalmente i deputati dell'opposizione, sciolti i partiti, ad eccezione di quello fascista, abolita la libertà di stampa e soppressi tutti i giornali di opposizione che ancora sopravvivevano. Inoltre, fu istituito il Tribunale speciale e il confino di polizia, e ristabilita la pena di morte. Furono inoltre stabilite gravi sanzioni per coloro che avessero tentato l'espatrio ed entrò in servizio la polizia segreta, l'OVRA. La "rivoluzione" fascista, che Mussolini aveva definito "anti-parlamentare, antidemocratica, anti-liberale" poteva così iniziare quella che presentava come una "nuova era nella storia dell'umanità". Tra il 1926 e il 1934 fu attuata la definitiva trasformazione dello Stato liberale in quello fascista, attraverso la costituzione di un ordine gerarchico di gruppi, ossia dello "Stato corporativo". Nell'aprile 1927 venne approvata dal Gran Consiglio del f. (sorto nell'ottobre 1922 come organo supremo del partito fascista, e divenuto nel dicembre 1928 organo costituzionale dello Stato) la Carta del Lavoro e nel 1930 l'ordinamento corporativo venne esteso all'intera economia, mediante l'istituzione di organi statali rappresentativi di tutti i settori della produzione: Consiglio nazionale delle corporazioni e Comitato corporativo centrale. In tale costruzione si volle immettere anche la Chiesa cattolica, quale elemento-base che ne garantiva la stabilità. Così col Concordato del 1929, la Chiesa riconobbe, dopo sessant'anni dall'occupazione di Roma, lo Stato italiano. Nel marzo 1928 era stato presentato il progetto di riforma elettorale: i candidati venivano designati dal Gran Consiglio del f., sancendo la definitiva consacrazione del regime dittatoriale. Le elezioni svoltesi nel marzo 1929, sulla base della nuova legge, decretarono un'affermazione plebiscitaria del regime che ottenne otto milioni e mezzo di voti a favore, contro 136.198 contrari. Nel maggio 1931 venivano sciolte tutte le organizzazioni che non facevano capo al partito e all'Opera balilla. Nell'ottobre successivo fu imposto il giuramento di fedeltà al regime da parte dei docenti universitari. Avvenuto così l'assorbimento di tutta la vita del paese da parte del regime, nel 1932 fu realizzata la sistemazione teorica del f., con lo scritto La dottrina del fascismo, ufficialmente attribuito a Mussolini, ma di fatto opera del filosofo Giovanni Gentile. Con esso il f. che, secondo le parole dello stesso Mussolini, al suo sorgere, nel 1919, non era stato "tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza a tavolino", che era nato "da un bisogno di azione e fu azione", e che non era stato "partito, ma, nei primi due anni, anti-partito e movimento", assumeva la nuova veste dello Stato etico derivato dalla filosofia hegeliana e dalla filosofia politica di Gentile: l'uomo realizza se stesso solo nella partecipazione totale allo Stato. L'opera concreta di riforma delle istituzioni fu affidata al giurista Alfredo Rocco, che come ministro guardasigilli dal 1925 al 1932, fu l'artefice della legislazione fascista. Quando sulla debole economia italiana cominciarono a farsi sentire le ripercussioni della crisi mondiale del 1929, fu adottata una serie di provvedimenti tendenti a salvare interi settori economici attraverso l'intervento dello Stato, concretatosi con la costituzione dell'IRI nel gennaio 1933. L'adozione di una politica economica autarchica ebbe l'effetto di cristallizzare lo sviluppo economico del paese, tanto che l'indice della produzione industriale, che tra il 1922 e il 1929, era salito da 100 a 204, rimase stazionario tra il 1929 e il 1934, mentre i salari, tenuto conto dell'aumentato costo della vita, subirono sensibili riduzioni. Nel 1939 venne istituita la Camera dei fasci e delle corporazioni, ultimo anello di una catena che da tempo aveva imbrogliato l'attività sindacale, costringendola in un sistema centralizzato, basato sul sindacalismo di Stato che frenò ogni spinta verso aumenti salariali. La politica estera, trascurata negli anni della costruzione dello Stato fascista, assunse priorità assoluta con l'avventura coloniale in Abissinia (1935-36) avvenuta quando le maggiori potenze coloniali stavano già ponendo le basi per avviare nei paesi da loro occupati un graduale processo di decolonizzazione e con la guerra di Spagna (1936-39) che fu una specie di prova generale della seconda guerra mondiale, nella quale l'Italia fascista intervenne il 10 giugno 1940 a fianco della Germania nazista. Militarmente impreparati, gli Italiani si trovarono subordinati all'alleato tedesco sin dalla campagna di Grecia, mentre il regime entrava repentinamente in crisi, abbandonato a se stesso dagli ambienti imprenditoriali che avevano consentito vent'anni prima a Mussolini di conquistare e di consolidare il potere. Lo sbarco alleato in Sicilia (9 luglio 1943) accelerò il processo di decomposizione del regime. Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943 avveniva la rivolta di Palazzo che doveva condurre alla destinazione e all'arresto di Mussolini per ordine del Gran Consiglio del f. Mentre il Governo Badoglio si preparava a negoziare la resa, avveniva la ricostituzione dei partiti antifascisti e le masse popolari uscivano dal lungo mutismo, preparandosi alla prova decisiva della Resistenza. Frattanto Mussolini, liberato da un reparto tedesco a Campo Imperatore, tendeva, con l'appoggio dei nazisti, a resuscitare il regime fascista, dando vita il 13 settembre 1943 alla Repubblica Sociale Italiana (o Repubblica di Salò), su basi socialisteggianti, che ricordavano il f. del 1919. La storia della RSI è strettamente saldata a quella del Reich nazista e intessuta di eccidi, stragi, deportazioni verso i campi di sterminio. Numerosi furono i bandi di chiamata alle armi da parte del governo della RSI, ma, nonostante la severità delle pene previste per i renitenti, ben pochi furono i giovani che risposero alla chiamata, preferendo entrare nelle file della Resistenza antifascista. Benito Mussolini e Adolf Hitler
Mussolini, Benito. Uomo politico italiano. Appartenente a una famiglia della piccola borghesia paesana, conseguì nel 1901 il diploma magistrale. Sulla scia dell'attivismo politico del padre, di stampo anarchico e fieramente anticlericale, si orientò presto verso la politica, iscrivendosi già nel 1900 al Partito Socialista e iniziando a collaborare alla "Giustizia" di Prampolini, nonostante la sua dichiarata avversione per le tendenze moderate e riformistiche. Nel 1902, per sfuggire all'obbligo del servizio militare, emigrò in Svizzera dove si dedicò prevalentemente alla propaganda politica, distinguendosi per la sua aggressività verbale e il violento anticlericalismo. A questo periodo risale la sua formazione politico-ideologica, basata sulla lettura di testi eterogenei e destinati ad incidere profondamente sulle teorie e sulle scelte politiche di M.: Marx, Blanqui, Proudhon, ma anche Pareto e Nietzsche, costituirono le basi, divergenti e in qualche caso contraddittorie, della cultura politica mussoliniana. Ripetutamente espulso da diversi Cantoni svizzeri, nel 1905 poté rientrare in Italia grazie ad un'amnistia e prestò il servizio militare a Verona. Congedatosi nel 1906, esercitò l'insegnamento a Tolmezzo e ad Oneglia (1908), collaborando contemporaneamente al periodico socialista "La lima". Prima di tornare in Romagna, nel 1909, fu segretario della Camera del Lavoro di Trento (dalla quale fu espulso dopo sei mesi) e direttore de "L'avventura del lavoratore". Stabilitosi a Forlì, conobbe la futura moglie, Rachele Guidi, che avrebbe sposato nel 1915 e dalla quale avrebbe avuto cinque figli. Riprese l'attività politica assumendo la segreteria della Federazione socialista forlivese e la direzione del settimanale "Lotta di classe", affermandosi presto come il leader della corrente rivoluzionaria e ponendo le basi della sua ascesa politica. Il socialismo di M., di marcato stampo rivoluzionario, si andava allontanando sempre più chiaramente da quello tradizionale del PSI. Nel 1911 si pose a capo dell'agitazione romagnola contro l'impresa di Libia e ciò gli costò la condanna a un anno di reclusione, ridotta poi a cinque mesi. La sua prima affermazione in campo nazionale avvenne al Congresso di Reggio Emilia del 1912, dove ottenne un considerevole successo personale, riuscendo a far passare un ordine del giorno che chiedeva l'espulsione della corrente di destra, rappresentata da Bissolati, Bonomi e Cabrini. Poco dopo assunse la direzione dell'"Avanti!" e si trasferì a Milano, dove conobbe Margherita Sarfatti (la cui vicinanza fu determinante soprattutto alla vigilia della guerra). Giornalista abile, riuscì ad aumentare notevolmente la tiratura del quotidiano da lui diretto, dando ad esso un'impronta più spiccatamente rivoluzionaria. Sulla base delle teorie di G. Sorel, sostenne la validità dello sciopero generale ad oltranza come occasione rivoluzionaria, facendosi promotore di manifestazioni che conobbero il momento più drammatico nella "settimana rossa" del 1914. Allo scoppio della prima guerra mondiale, sostenne una posizione di "neutralità attiva ed operante" dell'Italia, convinto che si trattasse dell'occasione per intraprendere l'auspicato rinnovamento rivoluzionario. Dopo essersi dimesso dalla direzione dell'"Avanti!", fondò un proprio giornale, "Popolo d'Italia", sulle cui colonne pubblicò interventi di carattere esasperatamente nazionalistico; da un iniziale neutralismo passò successivamente a posizioni di acceso interventismo a fianco dell'Intesa. Nel novembre 1914 fu espulso dal Partito Socialista e l'anno successivo venne richiamato alle armi. Ferito, fu congedato, e tornò alla direzione effettiva del "Popolo d'Italia". M. predicò il superamento della lotta di classe di matrice socialista, propugnando piuttosto l'attuazione di una società basata sui principi produttivo-capitalistici, in grado di migliorare le condizioni e soddisfare tutti i ceti. Nonostante tali teorie lo ponessero inizialmente in una posizione isolata sul piano politico, egli fu in grado di ottenere sempre maggiori consensi: nel marzo 1919 fondò i Fasci di combattimento, il cui nome si collegava ai Fasci di azione rivoluzionaria a favore dell'intervento nel conflitto mondiale e al Fascio di difesa nazionale fondato dopo Caporetto. Il nuovo movimento si presentava con un'impronta decisamente nazionalistica e rivoluzionaria, con un programma di radicale trasformazione dello Stato che superava qualsiasi programma del Socialismo italiano. Successivamente, assumendo una chiara funzione anti-sindacale e anti-socialista ed eliminando quegli elementi di ambiguità che ancora permanevano nei programmi iniziali, il Fascismo abbandonò ogni parvenza rivoluzionaria, ponendosi piuttosto al servizio della controrivoluzione. Entrato nel 1921 in Parlamento con una trentina di deputati fascisti, eletti in liste di coalizione liberal-fascista, e ormai forte di numerose adesioni, nonché della protezione, dei mezzi finanziari e delle armi fornite al suo movimento, M. lo trasformò nel novembre successivo in Partito Nazionale Fascista e diede una più solida organizzazione alle squadre addestrate nella lotta anti-socialista. In questo periodo, dal suo quartiere generale di Milano, M. operò muovendosi in una duplice direzione: condusse un'opera di agganciamento delle forze politiche del moderatismo conservatore e, contemporaneamente, esercitò, allo scopo di distruggere la struttura organizzativa del proletariato, un'opera di dura repressione nei confronti di sedi socialiste, camere del lavoro, cooperative. Il 28 ottobre 1922 M. attuò la marcia su Roma, a seguito della quale cadde il Governo Facta e il re lo incaricò di formare il suo primo Governo, composto da una larga coalizione di liberali, democratici, popolari, indipendenti. Si adoperò per eliminare ogni possibile alternativa politica: costituì il Gran Consiglio del Fascismo (dicembre 1922), presieduto da lui stesso, e istituì la Milizia volontaria per la difesa dello Stato (gennaio 1923). Nel 1923 M. iniziò l'opera di ristrutturazione istituzionale, dopo essere riuscito a far approvare una nuova legge elettorale (legge Acerbo) destinata a rendere innocua l'opposizione. Superata la crisi dell'Aventino provocata dall'assassinio del socialista G. Matteotti (1924), nel gennaio 1925 egli preannunciò una serie di leggi che avrebbero completamente sovvertito la vecchia struttura dello Stato italiano. Si poteva ormai parlare di dittatura del Fascismo e, in essa, di una dittatura personale di M. il quale, manovrando ad arte alcuni presunti attentati contro la sua persona, alla fine del 1926 decretò lo scioglimento di tutti i partiti, ad eccezione di quello fascista, e l'istituzione del Tribunale speciale. Tra il 1926 e il 1934 fu attuata la definitiva trasformazione dello Stato liberale in quello fascista attraverso la costituzione di un ordine gerarchico di gruppi come base dello Stato corporativo, all'interno del quale egli cercò di inserire anche la Chiesa cattolica, quale elemento che garantisse equilibrio e stabilità. Con il Concordato del 1929, che pose fine alla "Questione romana", la Chiesa riconobbe, dopo 60 anni dall'occupazione di Roma, lo Stato italiano. A partire dal 1935 in concomitanza con l'ascesa al potere di A. Hitler, M., esaltato da un'incessante propaganda, diede un'impronta più assoluta alla propria dittatura e abbandonò la prudenza che aveva caratterizzato la sua politica estera nel decennio precedente. Adottando inizialmente una linea di condotta piuttosto ambigua e incerta, deciso a ristabilire sul piano internazionale l'antico prestigio italiano, intraprese la campagna d'Etiopia (1936), che però fece incrinare i rapporti con la Francia e la Gran Bretagna, costringendolo ad avvicinarsi alla Germania. I legami di solidarietà con la Germania, che si strinsero durante la guerra civile spagnola, portarono M. all'accettazione dell'Anschluss (1938) e alla persecuzione degli Ebrei. Con la Germania strinse il Patto d'Acciaio (22 maggio 1939) che lo avrebbe portato all'intervento in guerra al fianco di Hitler (10 giugno 1940). Dopo essersi fatto nominare Primo maresciallo dell'Impero nel marzo 1938, all'inizio della guerra pretese il conferimento del comando supremo, rivelando una pressoché totale incompetenza militare. Mentre le operazioni militari volgevano al peggio M., in posizione sempre più subordinata a Hitler, andava perdendo il controllo degli avvenimenti, ormai criticato apertamente da molti suoi collaboratori. Gli insuccessi della sua opera di comandante supremo, le disastrose campagne in Grecia e in Russia e lo sbarco degli Alleati in Sicilia, resero sempre più vacillante la posizione del "duce". Il 24 luglio 1943 il Gran Consiglio approvò un ordine del giorno presentato da D. Grandi contro di lui; il re gli revocò il mandato di governo, affidandolo a Badoglio. Arrestato il giorno seguente, fu trasferito prima a Ponza, poi alla Maddalena, infine al Gran Sasso. Liberato dai Tedeschi e trasportato in Germania, in un discorso trasmesso da Radio Monaco comunicò agli Italiani la decisione di riprendere la lotta a fianco della Germania, dando vita a un nuovo Stato "repubblicano e sociale" che avrebbe annientato le "plutocrazie parassitarie". Trasformato quindi il Partito Nazionale Fascista in Partito Fascista Repubblicano, costituì un Governo (30 settembre) in contrapposizione a quello Badoglio. Dopo pochi giorni di permanenza alla Rocca delle Caminate (Forlì), M. si trasferì nella villa Feltrinelli a Gargnano, sul Lago di Garda; nacque così la Repubblica Sociale Italiana (1° dicembre 1943), con sede a Salò, nella quale M. esercitò sia la funzione di capo dello Stato che del Governo. Il 17 aprile 1945 si spostò da Gargnano a Milano e il 25 tentò di negoziare la resa, offrendo al Comitato di Liberazione Nazionale la successione della Repubblica Sociale, in cambio dell'incolumità per sé e per i fascisti. Di fronte all'intimazione di resa incondizionata, tentò la via della fuga. Catturato a Dongo il 25 aprile insieme a Claretta Petacci (la donna a cui era legato dal 1936), il giorno successivo venne trasferito con la sua compagna a Giulino di Mezzegra e giustiziato. M. fu autore di diversi scritti, fra i quali ricordiamo: La mia vita (1912); Giovanni Huss il veridico (1913); Vita di Arnaldo (1932); Scritti e discorsi (1934-40); Parlo con Bruno (1941) (Dovia di Predappio, Forlì 1883 - Giulino di Mezzegra, Dongo, Como 1945).
Hitler, Adolf. Uomo politico tedesco. Figlio di un piccolo funzionario asburgico, trascorse l'infanzia nel villaggio austriaco in cui era nato, Braunau, sulle rive dell'Inn, al confine tra l'Austria e la Baviera. Soggiogato dal padre, duro e autoritario, e da lui contrastato nelle sue aspirazioni artistiche, si orientò, suo malgrado, verso gli studi tecnici, abbandonandoli nel 1905, due anni dopo la morte del padre. Nel 1907 moriva anche sua madre ed egli, che già s'era trasferito a Spittel, immergendosi nella lettura delle opere di Nietzsche e nell'ascolto della musica di Wagner, si stabilì a Vienna. Non essendo riuscito a ottenere l'ammissione all'Accademia di Belle arti, condusse per alcuni anni una vita di stenti. Deluso nelle sue aspirazioni artistiche, privo di mezzi di sussistenza, dominato dai propri sogni di grandezza e sprezzante di ogni forma di lavoro e di ogni manifestazione di mediocrità, ombroso e soggetto a rapidi cambiamenti di umore, passando da stati di depressione a stati di esaltazione, caratterizzati da accesa eloquenza, cominciò ad appassionarsi di politica, orientandosi verso concezioni pangermaniste, antiegualitariste e antisemitiche. Trasferitosi a Monaco nel 1913 per sottrarsi all'obbligo di leva, allo scoppio della guerra, nel 1914, si arruolò come volontario, ottenne il grado di caporale e la croce di ferro. Al termine del conflitto ritornò a Monaco dove, nel gennaio del 1919, era stato fondato il Partito degli operai tedeschi (Deutsche Arbeiter Partei), uno dei tanti piccoli movimenti di malcontento di quel periodo, basati sull'ideologia diffusa dal pangermanismo e su idee nazionalistiche. H. entrò a farvi parte in settembre e benché non vi assumesse alcuna carica ufficiale, ne divenne presto uno degli uomini di punta, grazie alle sue capacità oratorie e ai suoi legami con gli ambienti militari bavaresi, che consentirono al partito di ottenere anche aiuti finanziari. La sua tecnica oratoria consisteva nello sfruttare ed esasperare le contraddizioni e le paure del tedesco medio, soprattutto nei confronti dell'ebraismo, rifiutandosi di accettare la discussione e il dibattito. Nel marzo 1920, il partito, che allora contava cinquemila iscritti, assunse il nome di Partito nazionalista degli operai (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiter Partei-SND). Accentuò il proprio carattere antisemita, anticomunista e antiparlamentare, sostenuto dai resti del vecchio Alldeutsche Verband e da altre società patriottiche. Cardini del suo programma erano la protesta contro il trattato di pace, l'esasperato pangermanismo, nazionalista e antisemita, e un vago anticapitalismo. Approfittando delle drammatiche condizioni del dopoguerra tedesco e valendosi della travolgente oratoria di H., il partito ebbe una notevole espansione, soprattutto tra gli ex combattenti e i piccolo-borghesi, e si diede un'organizzazione armata, la Sturmabteilung (SA). Approfittando della situazione creata dall'occupazione francese della Ruhr, nel novembre del 1923, il partito, del quale nel frattempo H. aveva assunto i pieni poteri, tentò un putsch a Monaco, con la complicità delle forze reazionarie bavaresi del generale Ludendorff. Una sparatoria mise in fuga gli insorti, venne decretato lo scioglimento del partito e H. fu processato e condannato a cinque anni di reclusione, ottenendo poi un condono. Nel carcere di Laudsberg, dettò al compagno di cella, Rudolf Hess, il primo volume della sua autobiografia, Mein Kampf (La mia battaglia), in cui esponeva la dottrina culminante nell'idea della superiorità della razza ariana e gettava le basi teoriche del movimento che dieci anni più tardi avrebbe rovesciato la Repubblica di Weimar. Nel 1925 procedette alla riorganizzazione del partito, abbandonando gli infruttuosi metodi dell'insurrezione violenta e adottando quelli legalitari della conquista politica del potere, guadagnando adesioni grazie a un programma che si appellava contemporaneamente all'idea nazionalista e a quella socialista. Secondo la concezione di H., nazionalismo significava l'unione di tutti i Tedeschi in una grande Germania e l'espulsione da questo nuovo Reich di tutti gli elementi estranei, innanzi tutto degli Ebrei, mentre socialismo significava "l'abolizione dei redditi non prodotti da lavoro" e "l'abolizione della schiavitù dell'interesse", uno stato corporativo, simile a quello teorizzato dal Fascismo italiano, e un'organizzazione statale dell'intera vita sociale ed economica per accrescere la potenza dello Stato. Con questo programma, soprattutto dopo la crisi economica del 1929, H. riuscì ad assicurarsi, da un lato, l'adesione dei latifondisti, degli alti ufficiali e dei grandi industriali e finanzieri, dall'altro lato, quello delle classi impoverite dalla crisi economica e la cui adesione consentì al movimento nazista di diventare un partito di massa. Nelle elezioni politiche del settembre 1930, il partito hitleriano ottenne oltre sei milioni di voti e 107 seggi, affermandosi come il secondo partito tedesco (nel 1928 era riuscito a ottenere ottocentomila voti). Nel 1932, H. raccolse tredici milioni e mezzo di voti nelle elezioni presidenziali, contro i poco più di diciannove milioni del vecchio Hindenburg. Nel corso del 1931-32 il numero degli iscritti al Partito nazista raddoppiò, raggiungendo rapidamente i novecentomila tesserati, ottenendo considerevoli successi elettorali nelle diete dei vari stati, soprattutto in Prussia. Mentre il terrorismo delle SA dominava la piazza, i gruppi politici di destra - militari, industriali, finanzieri e grandi latifondisti - si contendevano il Governo, convinti tutti di poter utilizzare i nazisti ai propri fini. Al cancelliere H. Brüning, che aveva cercato invano di sconfiggere i nazional-socialisti sul loro stesso terreno, facendo professione di acceso nazionalismo e svolgendo una politica autoritaria, nel giugno 1932 succedette il cattolico di destra F. von Papen, con il tacito accordo dei nazisti, divenuti il maggiore partito del Reichstag. Le nuove elezioni del novembre 1932 videro un parziale regresso dei nazisti che perdettero due milioni di voti e 34 seggi. In dicembre divenne cancelliere K. von Schleicher, ma i febbrili intrighi di von Papen per ritornare al potere, portarono H. ad assumere la cancelleria il 30 gennaio 1933. Nel suo Gabinetto egli incluse solo tre nazisti, su dodici ministri, tra cui figurava von Papen come vicecancelliere, ed era su costui che facevano assegnamento gli uomini della destra conservatrice per sbarazzarsi al momento opportuno dell'"isterico" H., privo oltretutto di qualsiasi esperienza di governo. Essi avevano sbagliato i propri calcoli e H. non solo non si fece mettere fuori combattimento da von Papen, ma non tardò a impadronirsi interamente del potere. Le nuove elezioni politiche erano state fissate per il marzo 1933, ma il 27 febbraio l'edificio del Reichstag prese fuoco e venne arrestato uno squilibrato olandese che vi si trovava. Hermann Göring, ministro nazista senza portafoglio, affermò che esistevano prove di una responsabilità comunista e procedette ad arrestare i capi del Partito comunista. Le elezioni si svolsero in un clima di terrorismo e di sanguinose violenze naziste ai danni degli oppositori. Nonostante le intimidazioni, il partito hitleriano non riuscì ad ottenere che il 44% dei voti, ma furono sufficienti per consentire al nuovo Reichstag di concedere poteri dittatoriali a H. per un periodo di quattro anni. La definitiva conquista del potere fu compiuta con l'abolizione di tutti i partiti d'opposizione. Nell'ottobre successivo, la Germania abbandonò la Lega delle Nazioni e la Conferenza per il disarmo. Per il mese successivo fu indetto un referendum e il 96,3% dell'elettorato diede il proprio assenso alla politica hitleriana. Nell'agosto 1934 morì il presidente delle Repubblica Hindenburg, e H. si rifiutò di succedergli. In quanto Führer e cancelliere del Reich, egli assunse ugualmente i poteri presidenziali, compreso il comando supremo delle forze armate, ottenendo il consenso del 99% dei Tedeschi con un nuovo referendum. La prima e più grave minaccia a H. e ai suoi più stretti collaboratori venne dall'interno dello stesso Partito nazista. Infatti, tra coloro che erano confluiti nel partito negli anni precedenti la sua conquista del potere, figuravano uomini come Enst Röhm che aveva comandato le prime truppe d'assalto naziste, le SA, nonché cattolici di destra legati a von Papen, militari conservatori, capeggiati da von Schleicher e social-populisti, raggruppati intorno a Gregor Strasser. Giunto al potere, H., affiancato da Göring, trovò sempre più difficile soddisfare contemporaneamente le esigenze delle due "anime" del nazionalsocialismo e apparvero sempre più intollerabili le richieste che venivano dagli uomini delle SA e dall'ala socialisteggiante del partito, che chiedevano di far seguire alla "rivoluzione nazionalista" la "rivoluzione socialista". H. si limitò dapprima ad ammonirli, poi minacciò che avrebbe "soffocato qualsiasi tentativo di disturbare l'ordine esistente" e che avrebbe agito "spietatamente contro la cosiddetta seconda rivoluzione", infine decise di liquidare i fautori della "seconda rivoluzione", passando all'azione il 30 giungo 1934, nella famosa "notte dei lunghi coltelli". Lo strumento prescelto per l'epurazione furono le SS (Schutzstaffel o guardie nere), la formazione rivale delle SA, e gli uomini della Gestapo (Geheime Staatspolizei), la polizia segreta di Stato costituita da Göring nel 1933. Si trattava di due organizzazioni altamente disciplinate, costituite da giovani che obbedivano agli ordini di H. senza discuterli, considerando legge ogni parola del Führer. Alle due del mattino del 4 giugno 1934, H., insieme con Göbbels e con due fedeli esecutori, partì da Bonn in aereo. Due ore dopo atterrava a Monaco dov'era atteso da quattro auto cariche di uomini delle SS, che partirono per Wiessee dove Röhm, Heines e altri esponenti delle SA, trovati in stato di ubriachezza, vennero arrestati e uccisi. Ritornato a Monaco, H. promulgò decreti per riorganizzare le SA e ripartì per Berlino, dove erano entrati in azione distaccamenti delle SS e dell'esercito: Klausener, capo del Partito cattolico renano, venne ucciso mentre lavorava alla sua scrivania e la stessa sorte subirono due collaboratori di von Papen, Strasser e il generale Schleicher, mentre molti capi delle SA vennero trucidati o arrestati e sottoposti a processi sommari, conclusisi con la condanna a morte. A partire da allora, il potere di H. poggiò interamente sulle SS e sull'esercito. Nel frattempo veniva introdotta la coscrizione obbligatoria, violando il trattato di Versailles. La rinascita economica del Paese venne affidata al riarmo e le posizioni-chiave monopolizzate da un gruppo ristretto, comprendente Göring, Göbbels e Himmler. Venne adottata una politica estera che consentì a H. di liberarsi di molti dei gravami imposti dal trattato di pace e di iniziare un'aggressiva politica espansionistica che ebbe come primo bersaglio l'Austria. L'assorbimento dell'Austria nella Germania (Anschluss) era un obiettivo che H. si era proposto sin dalle prime pagine del Mein Kampf e rientrava nella sua idea dello spazio vitale (Lebenstraum) tedesco, oltre che nell'idea del Grande Reich, comprendente tutti i Tedeschi d'Europa. Esso rientrava inoltre nella personale ambizione di H. di conquistare il Paese natale, così che l'Austria divenne la prima tappa del suo programma di conquiste. Fallito un primo tentativo nel 1934, per l'opposizione dell'Italia mussoliniana, nel marzo 1938 venne pronunciata l'Anschluss e l'Austria fu ridotta a una provincia del Reich. Come seconda tappa del suo disegno pangermanista, nel settembre 1938 H. attaccò la Cecoslovacchia, approfittando della debolezza franco-inglese. Concluso un patto di non-aggressione con l'Unione Sovietica, il 1° settembre 1939 sferrò l'attacco alla Polonia, sapendo di scatenare una nuova guerra europea. La prima fase del conflitto vide la rapida conquista della Polonia, conclusasi entro un mese, mentre l'azione di H. verso Francia e Inghilterra assunse in un primo tempo l'aspetto di una proposta di pace. Si trattava di una mossa strategica, dovuta soprattutto a ragioni di propaganda interna e per creare in anticipo un alibi al regime per i sacrifici che la guerra avrebbe richiesto alla popolazione. Inoltre per accrescere la popolarità del Führer, l'8 novembre 1939 venne inscenato un attentato: un'esplosione distrusse una birreria di Monaco pochi minuti dopo che H. si era allontanato dal locale. Dopo sei mesi d'attesa, nell'aprile del 1940, i Tedeschi occuparono la Danimarca e la Norvegia. La marcia trionfale delle armate tedesche in Europa portò nel giro di pochi mesi all'occupazione del Belgio, Olanda, Francia, Jugoslavia, Grecia, rendendo H. padrone assoluto dell'Europa. I territori conquistati vennero trattati come vere e proprie colonie di sfruttamento e ad essi venne estesa la politica di sterminio degli Ebrei già intrapresa in Germania. L'entrata in guerra della Russia e degli Stati Uniti fu fatale alla Germania. Ostinato sino all'ultimo a negare l'evidenza della disfatta, il 28 aprile 1945 H. ordinò un'ultima disperata difesa della Cancelleria berlinese, dove una settimana prima egli aveva festeggiato il suo 56° compleanno. Poiché il palazzo della Cancelleria era stato gravemente danneggiato da un bombardamento russo, egli si rifugiò in un bunker di cemento armato scavato nel giardino dove il 30 aprile, due giorni dopo la fucilazione di Mussolini, mentre le truppe russe erano ormai a pochi isolati di distanza, si suicidò insieme con l'amica Eva Braun, che aveva sposato poche ore prima. Per suo ordine, i loro corpi vennero bruciati, in modo da non lasciare alcuna traccia (V. anche NAZISMO) (Braunau, Austria 1889 - Berlino 1945).
Enciclopedia termini lemmi con iniziale a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z Storia Antica dizionario lemmi a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z Dizionario di Storia Moderna e Contemporanea a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w y z Lemmi Storia Moderna e Contemporanea Dizionario di storia antica e medievale Prima Seconda Terza Parte Storia Antica e Medievale Storia Moderna e Contemporanea Dizionario di matematica iniziale a b c d e f g i k l m n o p q r s t u v z Dizionario faunistico df1 df2 df3 df4 df5 df6 df7 df8 df9 Dizionario di botanica a b c d e f g h i l m n o p q r s t u v z
|
|
|
Ultima modifica :