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ELETTORALI, SISTEMI
Meccanismi che regolano la corrispondenza fra i voti espressi nelle elezioni e i seggi attribuiti nelle assemblee elettive alle forze candidate. Fra i metodi di espressione del consenso politico, quello che, nelle liberaldemocrazie contemporanee, riscuote il maggior successo è il confronto elettorale. Esso, infatti, se fondato sul rispetto dei requisiti essenziali all'esercizio del diritto elettorale (la libertà, la segretezza e la periodicità del voto), permette non soltanto di trasferire temporaneamente la sovranità dal popolo ai suoi rappresentanti, ma anche d'incidere sulle linee fondamentali dei programmi di governo, sulla rappresentazione degli interessi e dei valori e sulla selezione della classe dirigente. I sistemi elettorali sono numerosissimi, ma si possono ricondurre a due grandi gruppi: il modello maggioritario e quello proporzionale.

MAGGIORITARIO E PROPORZIONALE. Il sistema maggioritario precedette storicamente il proporzionale. Il primo prevede una suddivisione dell'elettorato in collegi o circoscrizioni e la presentazione di uno o più candidati. Fra questi, vince colui (o coloro, se i seggi in palio sono più di uno) che abbia raggiunto il maggior numero di consensi. La maggioranza può essere semplice, come in Gran Bretagna, o qualificata come nel caso francese dal 1958. In questo caso viene eletto deputato di un collegio uninominale solo chi abbia raggiunto un certo quorum di suffragi; se ciò non avviene, una nuova consultazione elettorale (ballottaggio) decide fra i due candidati meglio piazzati. Il meccanismo del doppio turno garantisce una certa rappresentatività ai movimenti politici minori, in quanto tende a privilegiare lo schieramento rispetto alla semplice aggregazione partitica, che manca nel sistema maggioritario puro britannico, nel quale si affermano solo i raggruppamenti più forti, capaci di concentrare molti suffragi nei singoli distretti elettorali, mentre risultano sistematicamente escluse le organizzazioni che fanno leva sul consenso non rigorosamente organizzato. Il sistema maggioritario ha dato i frutti migliori in Gran Bretagna dove, fino alla seconda metà del Novecento, il legame di cittadinanza era più solido, deboli le spinte innescate da rivalità etniche e religiose, e lo scontro politico pareva risolversi in una questione di gestione empirica del potere, quasi del tutto priva di connotati ideologici. Il sistema proporzionale andò affermandosi dopo l'introduzione del suffragio universale e il rafforzamento delle moderne democrazie di massa. Esso, più che il problema della gestione, privilegia quello della rappresentanza dell'elettorato, che vuole ampia e pluralistica, proiezione perfetta della complessità del quadro sociale di riferimento. Anch'esso presenta due sottogruppi essenziali: il voto singolo trasferibile, applicato in alcuni paesi anglosassoni, e le liste concorrenti, più diffuse nei paesi di tradizione latina, come nell'Italia repubblicana dal 1946 al 1993. In entrambi i casi, i voti raccolti da ogni singola lista o da ciascun candidato vengono confrontati con la quota o il quoziente determinati in ragione del totale dei voti espressi; in base ai quozienti conseguiti, a ogni raggruppamento è attribuito un determinato numero di seggi. Il voto singolo trasferibile consiste nella possibilità, per l'elettore, di esprimere la preferenza per due o tre candidati, in modo che, qualora il primo abbia già acquisito un quoziente, il suffragio venga trasferito sul secondo e così via.

LE LISTE ELETTORALI. Quanto alla configurazione di liste contrapposte, esse possono essere rigide, se il cittadino non può apportarvi alcuna modifica; semirigide, qualora il cittadino che non intenda accettare l'ordine di presentazione dei candidati possa mutarlo, esprimendo la sua preferenza; libere se, come accade in Svizzera, oltre alla lista (modificabile a piacimento), il cittadino ha la facoltà di optare per singoli candidati, presenti in raggruppamenti anche diversi da quelli per cui egli ha votato. Infinita, poi, è la casistica relativa all'attribuzione del voto di preferenza: unica (in Italia dal 1992), plurima, con voti negativi, con la possibilità di aggiungere nominativi (panachage) ecc. Fra gli aspetti positivi del sistema proporzionale occorre notare la formazione di ampie minoranze e una maggiore possibilità di controllo dell'operato della maggioranza; fra quelli negativi, l'eccessiva frammentazione delle assemblee e quindi l'instabilità delle coalizioni di governo e la preponderanza dei partiti sull'esecutivo. Il sistema maggioritario, soprattutto quando è accompagnato dal collegio uninominale, tende a rendere il deputato espressione di una base locale ben delimitata e perciò facilmente soggetto al ricatto degli interessi meglio organizzati presenti nel suo elettorato. Ma, postulando la presenza di candidati fortemente "trasversali", in grado di raccogliere il massimo consenso, favorisce un ricompattamento delle tendenze centrifughe e disgregatrici, assicurando un certo filtro all'eccessiva pluralità di "domande" politiche. Vi sono poi altri sistemi, in parte derivati dai due fondamentali, in parte formati da elementi comuni a entrambi: quelli che fanno ricorso al voto multiplo (tante preferenze quante sono i seggi), al voto cumulativo (che prevede la concentrazione delle preferenze anche su un solo candidato), al voto limitato (ogni elettore dispone di un numero di suffragi inferiore di almeno una unità a quello dei seggi in palio), al voto unico. Vari sono pure i meccanismi escogitati per rendere più stabili le maggioranze elette col sistema proporzionale o per tutelare maggiormente le minoranze. Vanno segnalati, a questo proposito, il metodo del comun divisore (o d'Hondt, applicato in Italia per l'elezione del Senato) e quello del quoziente corretto, che prevede l'aumento di una o più unità del divisore, così da ridurre il numero dei suffragi necessario per guadagnare un seggio. In Italia la legge Acerbo (1923) per l'elezione della Camera dei deputati attribuiva i due terzi dei deputati alla lista di maggioranza relativa capace di raccogliere almeno il 25% dei consensi validamente espressi; la cosiddetta "legge truffa" del 1953 garantiva allo schieramento che avesse raggiunto la maggioranza assoluta il 65 per cento dei seggi. Tra il 1990 e il 1993 tutto il sistema elettorale della repubblica, fortemente proporzionale, fu sottoposto a critica radicale, anche con due referendum popolari che colpirono nel 1991 il sistema delle preferenze per la Camera e nel 1993 il proporzionale per il Senato. La riforma del sistema elettorale, in ogni caso, ben lungi dal risolvere le crisi politiche e istituzionali, può costituire un robusto incentivo per modificare, sia pure parzialmente, i meccanismi di selezione della classe dirigente, mettendo in discussione rendite di posizione consolidate e scatenando forme di competizione e di ricambio generazionale utili al rinnovamento della democrazia.

R. Balzani

M. Duverger, I partiti politici, Edizioni di Comunità, Milano 1961; Dizionario di politica, a. c. di N. Bobbio, N. Matteucci, Utet, Torino 1976, ad vocem; S. Rokkan, Cittadini, elezioni, partiti, Il Mulino, Bologna 1982.
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