I Grandi Classici Cultura Le Mille e Una Notte Storia di Codadad e dei suoi Fratelli

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I Grandi Classici Cultura Le Mille e Una Notte Storia di Codadad e dei suoi Fratelli














I Grandi Classici Le Mille e Una Notte LE MILLE E UNA NOTTE - STORIA DI CODADAD E DEI SUOI FRATELLI

Si racconta che, nella città di Harran, regnava un re molto importante e potente. Egli amava i suoi sudditi non meno di quanto era amato da loro. Dotato di mille virtù, non gli mancava per essere perfettamente felice, che un erede. Benché avesse nel suo harem le più belle donne del mondo, non aveva figli. Ne implorava incessantemente dal cielo, e una notte mentre gustava la dolcezza del sonno, gli apparve un uomo di bell'aspetto che sembrava un profeta e gli disse:
"Le tue preghiere sono state esaudite: hai ottenuto finalmente quanto desideri. Appena sarai sveglio alzati: mettiti in orazione, e fa due genuflessioni: dopo questo, va nei giardini del tuo palazzo, chiama il tuo giardiniere, e ordinagli di portarti una melagrana. Mangiane tanti grani quanti vorrai, e i tuoi desideri saranno esauditi".
Il re, svegliandosi, rese grazie al cielo, e si mise in orazione, fece le due genuflessioni, poi andò nei giardini, dove pigliò cinquanta grani di una melagrana che contò accuratamente e se li mangiò.
Così egli fu appagato, e tutte le donne che egli amava furono incinte.
Ma ce n'era una chiamata Piruzè, la cui gravidanza non appariva, per la quale cosa egli la prese in antipatia e voleva farla morire.
"La sua sterilità", diceva, "è un segno che il cielo non considera Piruzè degna di essere madre di un principe. E' necessario che io liberi il mondo da un oggetto odioso al cielo."
Stava prendendo questa crudele decisione, quando il suo visir lo distolse dal suo proposito dicendogli che non tutte le donne sono fatte ugualmente, e che non era impossibile che Piruzè fosse gravida, anche se la sua gravidanza non si manifestava ancora.
"Allora", disse il re, "viva pure, ma se ne vada dalla mia corte, perché non la posso soffrire."
"Vostra maestà", replicò il visir, "la mandi dal principe Samer vostro cugino."
Il re gradì questo consiglio e mandò Piruzè a Samaria con una lettera, nella quale raccomandava a suo cugino di trattarla bene, e nel caso fosse gravida, di dargli notizia del suo parto.
Piruzè era appena giunta in quel paese, quando si vide che era incinta e alla fine partorì un principe più bello del giorno.
Il principe di Samaria scrisse subito al re di Harran per annunciargli la felice nascita di un bellissimo bambino e per congratularsi con lui.
Il re ne provò gran giubilo, e rispose al principe Samer in questi termini:
Mio caro cugino,
Tutte le mie altre mogli hanno dato alla luce ciascuna un principe, così che abbiamo qui un gran numero di bambini. Vi prego dunque di allevare quello di Piruzè, e d'imporgli a nome di Codadad, e di mandarmelo quando lo richiederò.
Il principe di Samaria non risparmiò nulla per l'educazione di suo nipote. Gli insegnò a cavalcare e a tirare d'arco, e tutte le altre cose che convengono ai figli di re.
Così Codadad a diciotto anni, poteva passare per un prodigio.
Questo giovane principe, animato da un coraggio degno della sua nascita, disse un giorno a sua madre:
"Signora, comincio ad annoiarmi a Samaria. Sento gran desiderio di gloria. Concedetemi di andare ad acquistarne nei pericoli della guerra. Il re di Harran, mio padre, ha molti nemici, ora che certi principi suoi vicini vogliono turbare il suo riposo. Perché mai non mi chiama in suo aiuto? Perché mi considera ancora un ragazzo? Non dovrei già trovarmi a corte? Mentre tutti i miei fratelli hanno la fortuna di combattere al suo fianco, perché io devo rimanere qui ozioso?".
"Figlio mio", gli rispose Piruzè, "non sono meno impaziente di te di vedere diventare famoso il tuo nome. Vorrei che tu ti fossi già segnalato contro i nemici del re tuo padre, ma devi aspettare che egli ti mandi a chiamare."
"No signora", rispose Codadad, "ho atteso anche troppo. Muoio dalla voglia di vedere il re, e sono tentato di andare ad offrirgli i miei servigi in incognito! Egli senza dubbio accetterà; e non mi farò conoscere se non dopo aver compiuto mille azioni gloriose; voglio conquistarmi la sua stima prima che sappia chi sono."
Piruzè approvò questa generosa risoluzione: e Codadad, temendo che il principe di Samaria vi si opponesse, non gli disse nulla e partì un giorno da Samaria col pretesto di andare a caccia.
Cavalcava un cavallo bianco, con le briglie e il morso d'oro, e la sella era coperta da una gualdrappa di raso azzurro tempestato di perle. Cingeva una sciabola, la cui impugnatura era fatta con un solo diamante e la guaina di legno d'India era ornata di smeraldi e rubini.
Portava il turcasso e l'arco, e in questa tenuta, che faceva risaltare meravigliosamente la sua bellezza, giunse nella città di Harran.
Trovò presto l'occasione per farsi presentare al re, il quale, o attratto dalla sua bellezza e dal suo portamento altero, o forse indotto dalla forza del sangue, gli fece una buona accoglienza, e gli chiese il suo nome e la sua posizione.
"Sire", rispose Codadad, "io sono figlio di un emiro del Cairo. Il desiderio di viaggiare mi ha spinto ad abbandonare la mia patria: e siccome, passando per i vostri stati, ho saputo che siete in guerra con certi vostri vicini, così sono venuto alla vostra corte per offrire il mio braccio alla maestà vostra."
Il re lo colmò di favori, e lo accolse nelle sue milizie.
Quel giovane principe non tardò molto a dar prova del proprio valore. Si acquistò la stima degli ufficiali, l'ammirazione dei soldati, e poiché aveva spirito oltre che coraggio, meritò il favore del re, e in breve diventò il suo prediletto.
Tutti i ministri e gli altri cortigiani non tralasciavano di andare ogni giorno da Codadad, e ricercavano la sua amicizia con grande premura, mentre trascuravano quella degli altri figli del re.
Questi giovani principi se ne accorsero con dispiacere e, prendendosela col forestiero, sentirono contro di lui una grande ira.
Il re frattanto lo amava sempre di più, e non lasciava passar giorno senza dargli prove del suo affetto. Voleva averlo sempre accanto, ammirava i suoi discorsi pieni di spirito e di saggezza, e per dimostrare fino a che punto lo giudicasse saggio e prudente, gli affidò la guida degli altri principi, benché fosse della stessa età: di modo che Codadad divenne precettore dei suoi fratelli.
Ciò non fece che eccitare maggiormente il loro sdegno.
"Come mai", dicevano, "il re nostro padre non solo ama un forestiero più di noi, ma vuole inoltre che egli sia il nostro precettore e che non facciamo nulla senza il suo permesso? Possiamo forse sopportare una cosa simile? Dobbiamo liberarci di questo forestiero!"
"Andiamo a prenderlo tutti insieme", diceva uno, "e facciamolo cadere sotto i colpi delle nostre spade."
"No", diceva un altro, "guardiamoci bene dall'ucciderlo noi. La sua morte ci renderebbe odiosi al re, che ci dichiarerebbe indegni di regnare. Mandiamolo invece in rovina con l'astuzia. Domandiamogli il permesso di andare a caccia, e, quando saremo lontani dal palazzo, ce ne andremo verso qualche città, dove rimarremo un po' di tempo. La nostra lontananza dispiacerà al re, che, non vedendoci tornare, perderà la pazienza, e farà forse morire il forestiero. Se non altro, lo scaccerà almeno dalla sua corte, per averci dato il permesso di uscire dal palazzo."
Tutti i principi applaudirono a questa trovata e andarono a cercare Codadad per pregarlo di permetter loro di andare a caccia, promettendogli di ritornare la sera stessa.
Il figlio di Piruzè cadde nella trappola, e diede il permesso richiestogli dai fratelli, che partirono e non ritornarono.
Erano già tre giorni che stavano lontani, quando il re disse a Codadad:
"Dove sono i principi? E' da molto tempo che non li vedo".
"Sire", gli rispose Codadad dopo aver fatto un profondo inchino, "essi sono andati a caccia, e sono tre giorni che sono partiti promettendomi che sarebbero tornati il giorno stesso."
Il re divenne inquieto, e la sua inquietudine crebbe, quando vide che il giorno seguente i principi non comparivano ancora.
Non potendo oltre contenere il suo sdegno, disse a Codadad:
"Imprudente forestiero, non dovevi lasciar partire i miei figli senza accompagnarli. Così esegui il compito che ti avevo affidato? Va subito a cercarli, e conducimeli, altrimenti la tua perdita è certa".
Queste parole ispirarono gran timore all'infelice figlio di Piruzè.
Prese le sue armi e, salito rapidamente a cavallo, se ne partì dalla città: come un pastore, che abbia perduto il suo armento, andò cercando dappertutto i fratelli, s'informò in tutti i villaggi se li avevano visti, e non trovandone nessuna traccia, si abbandonò a un grande dolore.
"Ah! fratelli miei", esclamò, "che mai vi è accaduto? Siete forse caduti nelle mani dei nostri nemici? Sono forse venuto alla corte di Harran per causare al re un tale dispiacere?"
Dopo vari giorni passati in varie ricerche, giunse in una pianura di straordinaria grandezza, nel mezzo della quale c'era un palazzo di marmo nero.
Egli si avvicinò e vide alla finestra una donna bellissima, che aveva però come solo ornamento la sua bellezza, perché aveva i capelli sciolti, gli abiti laceri, e si scorgevano sul suo volto tutti i segni di un'afflizione profonda.
Non appena ella vide Codadad, e giudicò di potersi far udire, gli disse queste parole:
"O giovane, allontanati da questo funesto palazzo, altrimenti in breve ti vedrai in potere del mostro che lo abita. Un moro che si nutre solo di sangue umano, ha stabilito qui la sua dimora e impadronendosi di tutte le persone, che per crudele destino passano in questa pianura, le rinchiude in orride carceri da cui le toglie solo per divorarle".
"Signora", rispose Codadad, "ditemi, vi prego, chi siete, e non preoccupatevi del resto."
"Io sono una fanciulla di famiglia ragguardevole del Cairo", riprese a dire la dama. "Ieri, passando in vicinanza di questo castello per andarmene a Bagdàd, incontrai il moro, che uccise tutti i miei domestici e mi condusse qui. Vorrei avere da temere soltanto la morte: ma per mia somma disgrazia questo mostro vuole che io abbia della compiacenza per lui, e se domani non mi arrendo di buona voglia alla sua brutalità, devo aspettarmi violenze estreme. Una volta ancora", proseguì, "mettiti in salvo, perché il moro sta per ritornare. E' andato ad inseguire dei viaggiatori che ha visto da lontano nella pianura."
Aveva appena pronunciato queste parole che il moro comparve.
Era un uomo di una grandezza smisurata, e di aspetto spaventevole. Cavalcava un grosso cavallo tartaro, e portava una scimitarra tanto lunga e pesante, che egli solo poteva servirsene.
Avendolo visto, il principe restò meravigliato della sua mostruosa statura. Si rivolse al cielo per pregarlo di essergli favorevole, impugnò la sciabola, ed aspettò a piè fermo il moro, che disprezzando un nemico così debole, gli impose di arrendersi senza combattere. Ma Codadad dimostrò con il suo contegno di voler difendere la sua vita; infatti avanzò e colpì fortemente le ginocchia del moro.
Questi sentendosi ferito, proruppe in un grido tanto spaventoso, che ne echeggiò tutta la pianura.
Si infuriò, e, alzatosi sulle staffe, tentò di colpire Codadad con la sua formidabile scimitarra.
Il colpo fu portato con tale violenza, che sarebbe stata finita per il principe, se non avesse avuto la destrezza di evitarlo, facendo fare un giro al suo cavallo. La scimitarra sibilò orribilmente nell'aria, e, prima che il moro avesse il tempo di colpire un'altra volta, Codadad gli inferse una sciabolata sul braccio destro con tanta forza, che glielo mozzò.
La terribile scimitarra cadde insieme alla mano che la reggeva, e il mostro rotolò di sella per la violenza del colpo, facendo echeggiare l'aria con lo strepito della sua caduta.
Nello stesso tempo il principe discese da cavallo, si gettò addosso al suo nemico, e gli tagliò la testa.
La signora, che era stata testimone del combattimento, facendo voti in favore del giovane eroe, che ammirava, proruppe in un grido di giubilo, e disse a Codadad:
"Principe, giacché la splendida vittoria che avete riportata mi persuade che siete di stirpe reale, terminate la vostra opera. Il moro ha su di sé le chiavi di questo castello: pigliatele, e venite a liberarmi".
Il principe frugò nelle tasche del miserabile, che stava disteso nella polvere, e vi trovò molte chiavi.
Aprì la prima porta, ed entrò in un grande cortile, dove trovò la dama, che gli veniva incontro, e voleva prostrarsi ai suoi piedi, per dimostrargli la sua riconoscenza: ma lui glielo impedì.
Essa lodò il suo valore e lo dichiarò superiore a tutti gli eroi dell'universo.
Egli rispose ai suoi complimenti, e siccome essa pareva ancora più bella da vicino che da lontano, non si sa chi dei due sentisse maggior giubilo, se la dama nel vedersi liberata dallo spaventevole pericolo in cui era, o il principe per aver aiutato in modo così straordinario una persona tanto bella.
I loro discorsi furono interrotti da un coro di pianti.
"Che odo mai?", esclamò Codadad. "Da dove vengono queste voci pietose, che colpiscono le nostre orecchie?"
"Signore", disse la donna, accennando col dito a una porta bassa che si trovava nel cortile, "partono di là. Vi sono non so quanti sventurati, che la sorte ha fatto cadere nelle mani del moro. Essi sono tutti incatenati, e ogni giorno il mostro ne prendeva uno per mangiarselo."
"Sono ancor più felice", riprese il giovane principe, "di sapere che la mia vittoria salva la vita a questi sventurati! Venite, o signora, venite a prendere parte al piacere di liberarli."
Si avviarono verso la porta del carcere, e man mano che si avvicinavano, udivano più distintamente i lamenti dei prigionieri.
Codadad, commosso e impaziente di porre fine alle loro pene, prese subito una delle sue chiavi.
Non scelse dapprima quella giusta, e dovette cercarne un'altra, e udendo il rumore che faceva, tutti quegli infelici, persuasi che fosse il moro, che andava secondo il suo solito a portar loro da mangiare, e a pigliare uno di loro, raddoppiarono i loro lamenti e i loro singhiozzi.
Il principe intanto aprì la porta, e trovò una scala molto rozza, per la quale discese in una vasta e profonda caverna, che riceveva una debole luce da uno spiraglio, e dove erano più di cento persone legate a dei pali, con le mani incatenate.
"Sventurati prigionieri", disse loro, "misere vittime che non aspettavate se non una morte crudele, ringraziate il cielo che oggi vi libera col soccorso del mio braccio. Io ho ucciso il crudele moro, di cui dovevate essere preda, e ho spezzato le vostre catene!"
I prigionieri, appena udite tali parole, proruppero in un grido di sorpresa e di giubilo.
Codadad e la signora cominciarono subito a scioglierli; quelli che si vedevano liberi dalle loro catene, aiutavano a sciogliere gli altri, di modo che in poco tempo furono tutti slegati.
Si misero allora in ginocchio, e dopo aver ringraziato Codadad di quanto aveva fatto per loro, uscirono dalla caverna, e quando furono nel cortile del palazzo, il principe rimase meravigliato nel vedere fra quei prigionieri i suoi fratelli, che stava cercando, e che non sperava più d'incontrare.
"Ah, principi", esclamò nel vederli. "Non m'inganno? Siete proprio voi? Posso dunque sperare di restituirvi al re vostro padre, che è inconsolabile di avervi perduti? Ma non dovrà piangere nessuno di voi? Siete tutti vivi? Ohimè! La morte di uno solo di voi basterebbe per privarmi della gioia di avervi salvati."
I quarantanove principi si fecero tutti riconoscere da Codadad, che li abbracciò, e narrò loro quanta inquietudine avesse causato al re la loro inconsolabile lontananza.
I principi tributarono al loro liberatore tutte le lodi che meritava, e lo stesso fecero gli altri prigionieri, i quali non sapevano trovar parole sufficienti per attestargli tutta la loro riconoscenza.
Codadad visitò poi con loro il castello, dove erano accumulate ricchezze immense in tele fini, broccati d'oro, tappeti di Persia, raso della Cina, ed una infinità di altre mercanzie, rubate dal moro alle carovane assalite e ai prigionieri che Codadad aveva ora liberato.
Ognuno riconobbe la propria roba e se la riprese.
Il principe la fece consegnare loro, e divise pure fra loro il resto delle mercanzie; poi disse:
"Come farete ora a portar via questi drappi di seta? Qui siamo in un deserto e non è probabile che possiate trovare dei cavalli".
"Signore", rispose uno dei prigionieri, "il moro insieme alle nostre mercanzie ci ha rubati anche i nostri cammelli, e forse li ritroveremo nelle scuderie di questo castello."
"Non è impossibile", disse Codadad, "dobbiamo assicurarcene."
Andarono allora nelle scuderie, dove non solamente trovarono i cammelli dei mercanti, ma anche i cavalli dei figli del re di Harran, ciò che li riempì di gioia.
C'erano nelle scuderie degli schiavi mori, che vedendo liberati tutti i prigionieri, compresero che il moro era stato ucciso, e si spaventarono; si dettero alla fuga per strade remote, che erano note solo a loro, senza che nessuno pensasse ad inseguirli.
I mercanti, stupefatti e molto contenti di aver riavuto insieme alla libertà i loro cammelli e le loro mercanzie, si disposero a partire, ma prima della loro partenza ringraziarono di nuovo il loro liberatore.
Dopo che furono partiti, Codadad, rivolgendosi alla donna le disse:
"In che luogo, signora, desiderate andare? Dove eravate diretta quando siete stata sorpresa dal moro? Perché voglio condurvi fino alla vostra destinazione e non dubito che questi principi condividano il mio desiderio".
I figli del re di Harran dichiararono alla signora che non l'avrebbero abbandonata finché non l'avessero restituita ai suoi congiunti.
"Principi", disse lei, "io sono di un paese troppo lontano, e, oltre al fatto che sarebbe abusare della vostra generosità impegnarvi in un viaggio così lungo, vi confesso che sono partita per sempre dalla mia patria. Poco fa vi ho detto che ero una signora del Cairo, ma per la bontà che mi avete dimostrata, e la riconoscenza che vi devo, signore", ella aggiunse guardando Codadad, "sarei molto ingrata nascondendovi la verità. Sono figlia di un re. Un usurpatore si è impadronito del trono di mio padre dopo averlo ucciso, e per conservare la mia vita sono stata obbligata a ricorrere alla fuga."
A questa rivelazione, Codadad e i suoi fratelli pregarono la principessa di narrar loro la sua storia, assicurandola che prendevano gran parte alle sue disgrazie, e che erano disposti a non risparmiare nulla, per renderla felice.
La donna, dopo averli ringraziati per questa nuova proposta di aiutarla, non poté dispensarsi dall'appagare la loro curiosità, e cominciò a raccontare la sua avventura.

STORIA DELLA PRINCIPESSA DI DERYABAR

C'è su un'isola una grande città chiamata Deryabar. Per lungo tempo è stata governata da un re potente, munifico e saggio. Questo principe non aveva eredi, e questo solo mancava perché fosse pienamente felice. Rivolgeva incessanti preghiere al cielo: ma questo esaudì solo per metà i suoi voti, giacché la regina sua moglie, dopo molti anni dette alla luce una femmina.
Questa sventurata principessa sono io; mio padre ebbe più dispiacere che gioia per la mia nascita, ma si sottomise al volere del cielo. Mi fece allevare con tutta la premura possibile, poiché aveva deciso, in mancanza di maschi, d'insegnarmi l'arte di regnare e di farmi occupare dopo di lui il trono.
Un giorno, mentre era a caccia, vide un asino selvaggio e lo inseguì, separandosi dai cacciatori; il suo ardire lo portò tanto lontano che, senza accorgersene, corse sino a notte. Discese allora da cavallo, e si sedette ai margini di un bosco, nel quale l'asino si era nascosto. Appena il sole fu tramontato, osservò fra gli alberi un lume e da ciò dedusse di non essere molto lontano da qualche villaggio; se ne rallegrò, nella speranza di trovare dove passare la notte e di poter mandare qualcuno alle persone del suo seguito, per far loro sapere dove si trovava. Alzatosi, si incamminò verso il lume, che gli serviva da guida nel cammino. Ma ben presto capì di essersi ingannato; perché quel lume non era altro che un fuoco acceso in una capanna. Si accostò e con grande stupore vide un uomo nero molto grande, o, per dir meglio, uno spaventevole gigante, che stava seduto su un sofà. Il mostro teneva davanti a sé un gran fiasco di vino e faceva arrostire sui carboni accesi, un bue che aveva scannato. Ora portava alla bocca il fiasco, ora strappava pezzi di bue mangiandoli: ma ciò che maggiormente attrasse l'attenzione del re mio padre, fu una bellissima donna, che egli vide nella capanna e che pareva immersa in una profonda mestizia. Essa aveva le mani legate, e ai suoi piedi stava un bambino di due o tre anni, che, come se capisse le gravi sciagure della madre, piangeva incessantemente, facendo echeggiare l'aria delle sue grida.
Mio padre, commosso da questo spettacolo pietoso, fu dapprima tentato di entrare nella capanna, e di assalire il gigante, ma, considerando che il combattimento sarebbe stato impari, si fermò e, giacché non aveva forze sufficienti, decise di disfarsi del nemico con la sorpresa. Intanto il gigante, dopo aver vuotato il fiasco del vino, e mangiato più della metà del bue si voltò verso la donna, e le disse:
"Bella principessa, perché volete obbligarmi, con la vostra ostinazione, a trattarvi con rigore? Non dipende che da voi di essere felice; basta che consentiate ad amarmi e ad essermi fedele, e io mi comporterò in modo più tenero".
"O satiro orrendo", rispose la donna, "non sperare che il tempo diminuisca l'orrore che nutro per te; sarai sempre un mostro ai miei occhi!"
Queste parole furono seguìte da tante ingiurie, che il gigante ne restò sdegnato.
"Oh! Questo è troppo!", esclamò con aria minacciosa, "il mio amore disprezzato si tramuta in sdegno. Il tuo odio eccita il mio; sento che ora esso trionfa, e desidero la tua morte più di quanto desiderassi di possederti."
Nel terminare queste parole, prese quella sventurata donna per i capelli, la sollevò con una mano e con l'altra impugnò la sciabola. Stava per mozzarle il capo, quando il re mio padre scagliò una freccia che si infisse nello stomaco del gigante; questi barcollò e cadde morto. Mio padre, entrato nella capanna slegò le mani della donna, chiedendole chi fosse, e per qual caso si trovasse là.
"Signore", gli rispose, "sulla riva del mare vivono delle famiglie di saraceni, che hanno per capo un principe; egli è mio marito. Quel gigante, che avete ucciso, era uno dei suoi primi ufficiali. Questo miserabile concepì per me una passione violenta che tenne nascosta fino a che poté trovare l'occasione favorevole per rapirmi. La fortuna favorisce ben più spesso le imprese ingiuste che le buone.
Un giorno il gigante mi sorprese col mio bambino in un luogo isolato e ci rapì entrambi; poi per rendere inutili tutte le ricerche che egli giustamente pensava che mio marito avrebbe fatto, si allontanò dal paese abitato dai saraceni e ci condusse in questo bosco dove mi ha tenuta prigioniera per molti giorni. Per doloroso che sia il mio destino sento in me stessa una grande consolazione, quando penso che questo gigante brutale non ha usato la violenza per ottenere ciò che gli ho sempre negato malgrado le sue preghiere."
"Questa, signore", concluse la moglie del principe dei saraceni, "è la mia storia; e non dubito che mi consideriate così degna di pietà da non provare pentimento per avermi soccorso con tanta generosità."
"Signora", le disse mio padre, "le vostre disgrazie mi hanno vivamente commosso e non mancherò di fare in modo che la vostra sorte diventi migliore. Domani, non appena sarà sorto il giorno, partiremo da questo bosco; rintracceremo la via che conduce alla grande città di Deryabar della quale sono il sovrano; resterete nel mio palazzo fino a tanto che il principe vostro marito non verrà a prendervi."
La principessa saracena accettò la proposta, e il giorno seguente seguì il re mio padre, che ritrovò all'uscita del bosco tutti i suoi ufficiali che avevano passato la notte a cercarlo e che stavano in gran pena per lui.
Essi ebbero gran piacere di ritrovarlo e furono grandemente meravigliati vedendolo con una donna, la cui bellezza li sorprese.
Egli narrò loro in qual maniera l'avesse incontrata e il pericolo che aveva corso nell'avvicinarsi alla capanna, dove avrebbe, senza dubbio, perso la vita se il gigante lo avesse visto.
Uno degli ufficiali prese in sella la principessa, ed un altro portò il fanciullo.
Giunsero al palazzo del re mio padre, che assegnò un appartamento alla saracena, e fece allevare suo figlio con molta cura.
La donna non fu insensibile alla bontà del re, ed ebbe per lui tutta la riconoscenza che egli poteva desiderare.
Era sembrata dapprima molto inquieta e impaziente perché suo marito non veniva a prenderla, ma a poco a poco la sua inquietudine si placò, acquietata dalla deferenza che mio padre aveva per lei: e credo che si sarebbe dispiaciuta se la fortuna la avesse ricongiunta alla sua famiglia, più di quanto fosse stata dispiaciuta quando l'aveva separata.
Intanto il figlio di questa principessa divenne grande, ed essendo assai bello e non mancando di spirito, trovò il mezzo di piacere a mio padre, che lo prese in grande simpatia.
I cortigiani se ne accorsero e giudicarono che quel giovane fosse destinato a sposarmi. Con questo pensiero, e già considerandolo come l'erede della corona, ricercavano la sua amicizia, e ognuno procurava di acquistarne la fiducia. Compresa la ragione del loro contegno, egli se ne rallegrò e, dimenticando la distanza fra le nostre condizioni, immaginò che mio padre lo avrebbe preferito a tutti i principi dell'universo. Fece di più: il re ritardava troppo, a suo parere, il momento di offrirgli la mia mano, ed egli ebbe la sfacciataggine di chiedergliela. Benché il suo ardire meritasse un severo castigo, pure mio padre si accontentò di dirgli che aveva altre mire per me: e non gli fece altri rimproveri.
Il giovine restò molto sdegnato da simile rifiuto, e si sentì punto dal disprezzo con cui era stata accolta la sua domanda, come se avesse domandato la mano di una fanciulla qualsiasi, o come se fosse di nascita pari alla mia. Senza fermarsi a questo, decise di vendicarsi del re, e con una ingratitudine più unica che rara, cospirò contro di lui e lo pugnalò. Poi si fece proclamare re di Deryabar da un gran numero di persone perverse, di cui seppe sfruttare i sentimenti malvagi. La sua prima premura, quando si fu liberato di mio padre, fu di venire egli stesso nel mio appartamento, alla testa di una parte dei congiurati. Il suo proposito era di uccidermi o di obbligarmi a sposarlo.
Ma ebbi il tempo di fuggire. Mentre stava uccidendo mio padre, il gran visir, che era stato sempre fedele al suo re, venne a portarmi via dal palazzo, e mi nascose in casa di uno dei suoi amici, dove mi tenne finché una nave, preparata di nascosto, fu pronta a salpare. Me ne partii allora dall'isola accompagnata solamente da una governante e da quel generoso ministro, il quale preferì seguire la figlia del suo signore e condividerne le disgrazie, piuttosto che obbedire al tiranno.
Il gran visir si proponeva di condurmi nelle corti dei re vicini, d'implorare a mio favore il loro aiuto e di incitarli a vendicare la morte di mio padre: ma il cielo non favorì questo piano, che a noi invece sembrava ragionevole.
Dopo diversi giorni di navigazione, scoppiò una tempesta tanto impetuosa che, nonostante tutta l'arte dei nostri marinai, la nostra nave, spinta dalla violenza dei venti e delle onde, si infranse contro uno scoglio. Non mi fermerò a descrivervi il nostro naufragio. Non saprei narrarvi in quale maniera la mia governante, il gran visir e tutti quelli che mi accompagnavano, furono inghiottiti dagli abissi del mare. Lo spavento, che in quel momento si era impossessato di me, non mi permise allora di vedere tutto l'orrore del mio destino. Svenni e, sia che fossi portata a riva da qualche avanzo di legno della nave, sia che il cielo, che aveva in serbo per me altre disgrazie, operasse un miracolo per salvarmi, il fatto è che, quando recuperai i sensi, mi ritrovai sulla spiaggia.
Le disgrazie per lo più ci rendono ingiusti. Invece di ringraziare Iddio del favore particolare che avevo ricevuto, non alzai gli occhi al cielo se non per prorompere in rimproveri. Invece di piangere il visir e la mia governante, invidiavo il loro destino e a poco a poco la mia ragione cedette alle orride immagini che la confondevano, e risolsi di gettarmi in mare. Stavo per farlo quando udii dietro di me un grande strepito di uomini e di cavalli. Volsi il capo per vedere che cosa fosse, e vidi molti cavalieri armati, fra i quali ve n'era uno che cavalcava un cavallo arabo. Aveva una veste ricamata d'argento con una cintura tempestata di pietre preziose, e portava una corona d'oro sul capo. Anche se il suo vestito non avesse rivelato che era il capo, me ne sarei accorta dalla maestà che traspariva da tutta la sua persona.
Era un giovane ben fatto, e più bello del sole. Sorpreso di vedere in quel luogo una donna sola, mandò alcuni ufficiali per chiedermi chi fossi, e io risposi soltanto piangendo. Siccome la riva era coperta dei resti della nostra nave, così immaginarono che avesse fatto naufragio, e che io ne fossi sfuggita. Questa congettura, e il vivo dolore che appariva nel mio aspetto, stimolarono la curiosità degli ufficiali, che cominciarono a farmi mille domande, assicurandomi che il loro re era un principe generoso, e che alla sua corte avrei trovata grande consolazione.
Il re, impaziente di sapere chi fossi, non aspettò il ritorno dei suoi ufficiali, e venne di persona. Mi guardò con molta attenzione, e siccome io non cessavo di piangere e di affliggermi, senza poter rispondere a quelli che m'interrogavano, così proibì di infastidirmi con altre domande, e rivolgendosi a me:
"Signora", disse, "io vi scongiuro di calmarvi. Se il cielo, sdegnato, vi prova col suo rigore, non dovete abbandonarvi alla disperazione. Abbiate, vi prego, maggior coraggio. La fortuna che vi perseguita è incostante, e la vostra sorte può mutare; anzi oso assicurarvi che se le vostre disgrazie possono essere consolate, lo saranno nel mio stato. Vi offro il mio palazzo, dove starete presso la regina mia madre, che si sforzerà con la sua bontà di lenire un poco le vostre pene. Non so ancora chi siete, ma sento già grande interesse per i vostri casi".
Ringraziato quel giovane re, accettai le offerte cortesi che mi faceva, e per dimostrargli che non ne ero indegna, gli dissi quale fosse la mia condizione, e gli descrissi la sfrontatezza del giovane saraceno. Fu sufficiente il racconto delle mie disgrazie per suscitare la sua compassione e quella dei suoi ufficiali che mi ascoltavano.
Il principe, dopo che ebbi terminato di parlare mi rispose, assicurandomi di nuovo che prendeva gran parte al mio dolore. Mi condusse poi nel suo palazzo, dove mi presentò alla regina sua madre. E per lei dovetti ricominciare il racconto delle mie sventure, e rinnovare le mie lacrime.
La regina fu sensibilissima alle mie sciagure e mi prese in grande simpatia. Il re, suo figlio, dal canto suo si innamorò pazzamente di me e mi offrì la sua mano. Ero talmente scossa dalle mie disgrazie che il principe, per quanto amabile fosse, non produsse su di me quell'impressione che avrebbe dovuto, se fossi stata in altre condizioni. Ciò nonostante, per gratitudine, non rifiutai di formare la sua felicità: e il nostro matrimonio si svolse con tutta la pompa immaginabile.
Mentre il popolo era occupato a celebrare le nozze del suo sovrano, un principe vicino, nemico, venne una notte a fare una scorreria nell'isola con un gran numero di soldati. Questo formidabile nemico era il re Zanguebar. Sorprese e tagliò a pezzi tutti i sudditi del principe mio marito. Poco mancò non pigliasse anche noi, giacché si era già introdotto nel palazzo con una parte delle sue genti, ma riuscimmo a metterci in salvo, e a raggiungere la riva del mare. Ci gettammo in una barca di pescatori che avemmo la fortuna di trovare. Navigammo così in balìa dei venti per due giorni, senza sapere che sarebbe stato di noi.
Il terzo giorno scorgemmo una nave che veniva verso di noi a vele spiegate, e ne fummo dapprima lieti, perché immaginavamo che fosse una nave mercantile che avrebbe potuto accoglierci; ma fummo presi da indicibile stupore, quando, essendosi avvicinata, vedemmo dieci o dodici corsari armati apparire sul ponte. Cinque o sei si gettarono nella nostra barca, s'impadronirono di noi, legarono il principe mio marito, e ci trasportarono sulla loro nave, dove prima di tutto mi tolsero il velo.
La mia gioventù ed i miei lineamenti scossero quei pirati, che si rallegrarono vedendomi, e invece di tirare a sorte, pretendevano, ciascuno, di avere la preferenza e che io divenissi sua preda. E riscaldandosi vennero alle mani, azzuffandosi con furia. Il ponte in un momento fu coperto di cadaveri. Da ultimo tutti erano stati uccisi tranne uno che, vedutosi signore della mia persona, mi disse:
"Voi siete mia, ed io vi condurrò al Cairo per darvi ad uno dei miei amici, cui ho promesso una bella schiava. Ma", aggiunse guardando il re mio sposo, "chi è quest'uomo? Quali vincoli vi legano a lui? Sono vincoli di sangue, o d'amore?".
"Signore", risposi, "è mio marito."
"Allora", rispose il corsaro, "è necessario che, per pietà, me ne liberi, altrimenti soffrirebbe troppo nel vedervi tra le braccia del mio amico."
Ciò detto, prese quello sciagurato principe che era strettamente legato, e lo gettò in mare, ad onta di tutti gli sforzi che feci per impedirglielo.
Lanciai grida spaventose a quell'azione crudele, e mi sarei precipitata nelle onde, se il corsaro non mi avesse trattenuta, avendo ben visto che non avevo altro desiderio. Mi legò con delle corde all'albero, e si diresse verso terra, dove approdò. Allora mi sciolse, mi ricondusse sino a una piccola città, dove comprò dei cammelli, delle tende e degli schiavi, e prese poi la strada del Cairo con il proposito, diceva, di offrirmi al suo amico e di mantenere la sua parola. Erano già parecchi giorni che eravamo in cammino allorché, passando per questa pianura, scorgemmo il moro che abitava questo castello. Da lontano, credemmo che fosse una torre e quando ci fu vicino stentammo a credere che fosse un uomo. Egli sguainò la sua grande scimitarra e impose al pirata di arrendersi con tutti i suoi schiavi e la donna che conduceva.
Il corsaro aveva del coraggio e, secondato da tutti i suoi schiavi, che promisero d'essergli fedeli, assaltò il moro. Il combattimento durò a lungo: ma alla fine il pirata cadde sotto i colpi del suo avversario, come pure tutti i suoi schiavi, che preferirono morire che abbandonarlo. Dopo di ciò il moro mi condusse in questo castello, dove portò anche il corpo del pirata, che mangiò a cena. Verso la fine di quell'orribile pasto, mi disse, vedendo che non facevo che piangere:
"Bella giovinetta, disponiti ad accontentare il mio desiderio, anziché affliggerti in tal modo. Cedi di buona voglia alla necessità. Ti do tempo fino a domani per pensarci, e fa che ti ritrovi consolata delle tue sciagure e lietissima di esser amata da me".
Ciò detto mi condusse in una camera, e andò a coricarsi nella sua, dopo aver chiuso personalmente le porte del castello. Questa mattina le ha aperte, ma le ha subito richiuse per correre dietro ad alcuni viaggiatori che aveva visto da lontano. Ma devono essere fuggiti, perché ritornava solo e senza le loro spoglie quando voi l'avete assalito.
Quando la principessa ebbe terminato il racconto delle sue avventure, Codadad le mostrò di essere veramente commosso delle sue sciagure.
"Ma signora", aggiunse, "ormai non dipende più che da voi di vivere tranquillamente. I figli del re di Harran vi offrono un asilo alla corte del padre loro: accettatelo di grazia. Voi sarete la prediletta di quel principe, e rispettata da tutti, e se non disprezzate la mano del vostro liberatore, accettate che ve la porga e che vi sposi davanti a tutti questi principi, che sono testimoni della nostra promessa reciproca."
La principessa avendovi acconsentito, nel giorno stesso si celebrarono le nozze nel castello, dove si trovò ogni specie di provviste. Le cucine erano piene di carni ed altri cibi, di cui il moro aveva l'abitudine di nutrirsi quando era stanco di carne umana. Vi era inoltre grande abbondanza di frutta eccellente, e, per colmo di delizie, una grande quantità di liquori e di vini squisiti.
Si misero a tavola, e, dopo aver mangiato e bevuto, presero il resto delle provviste e uscirono dal castello per andare alla corte del re Harran. Camminarono diversi giorni accampandosi nei luoghi più piacevoli che potevano trovare, ed erano solo a una giornata da Harran, quando, essendosi fermati e terminando di bere il loro vino, come chi non ha più preoccupazioni di conservarne per il futuro, Codadad prese la parola e disse:
"Principi, è troppo tempo che vi tengo nascosto chi sono. Vedete in me vostro fratello Codadad. Io debbo come voi la vita al re di Harran. Il principe di Samaria mi ha allevato, e la principessa Piruzè è mia madre. Signora", aggiunse, rivolgendosi alla principessa di Deryabar, "perdonatemi se ho preferito nascondervi la mia nascita. Forse, se ve l'avessi rivelata subito, avrei potuto evitare qualche considerazione spiacevole che può avervi suggerito un matrimonio da voi creduto ineguale".
"No, signore", rispose la principessa, "i sentimenti che dapprima mi avete ispirati si sono rafforzati sempre più, e per essere felice non avevo bisogno di questa origine regale che mi rivelate ora."
I principi si felicitarono con Codadad della sua nascita e gli dimostrarono molta gioia, ma nel fondo del loro cuore, invece di esserne lieti, sentirono crescere l'odio per un fratello tanto amabile.
Si radunarono la notte, e si ritirarono in un luogo appartato, mentre Codadad e la principessa sua moglie gustavano, sotto la loro tenda, le dolcezze del sonno. Quegli ingrati, quegli invidiosi, dimenticando che senza il coraggioso figlio di Piruzè sarebbero stati preda del moro, decisero tra loro, di assassinarlo.
"Non c'è altro da fare", disse uno di quei malvagi, "perché non appena nostro padre saprà che questo straniero da lui tanto amato è suo figlio, e che ha avuto sufficiente forza per atterrare da solo un gigante che tutti noi insieme non abbiamo potuto vincere, gli farà molta festa e mille lodi, e lo dichiarerà suo erede, a danno di tutti noi, altri suoi figli, che saremo obbligati a prostrarci davanti a nostro fratello e ad obbedirgli."
A queste parole ne aggiunse delle altre, che fecero tanta impressione a tutti quegli animi gelosi, che andarono subito a raggiungere Codadad addormentato e lo trafissero con mille colpi di pugnale.
Lasciandolo esanime nelle braccia della principessa, fuggirono verso la città di Harran, dove giunsero il giorno successivo. Il loro arrivo procurò grande gioia al re loro padre, che disperava di rivederli. Chiese loro la ragione della loro lunga assenza, ma essi si guardarono bene dal dirgliela, e senza parlare né del moro né di Codadad, dissero solo che, non avendo potuto resistere alla curiosità di vedere nuovi paesi, si erano fermati in alcune città vicine.
Intanto Codadad, immerso nel proprio sangue, era come un morto, e, accanto a lui, sotto la tenda la principessa sua moglie non sembrava meno da compiangere di lui. Ella faceva echeggiare l'aria di grida pietose, si strappava i capelli, bagnando con le sue lacrime il corpo del marito.
"Ah, Codadad", esclamava senza posa, "mio caro Codadad, sei proprio tu che vedo così mal ridotto? Quali mani crudeli ti hanno ridotto in questo stato? Possibile che siano stati proprio i tuoi fratelli, quelli che ti hanno così orribilmente straziato? Quei fratelli che tu, col tuo valore, avevi salvato? No, sono piuttosto demoni, che sotto il loro aspetto sono venuti a toglierti la vita. Ah, barbari chiunque voi siate, come avete potuto pagare con nera ingratitudine, il servizio che vi aveva reso? Ma perché accusare i tuoi fratelli, sciagurato Codadad? A me sola io debbo imputare la tua morte! Tu hai voluto congiungere il tuo destino al mio, e la maledizione che io porto con me, dacché sono uscita dal palazzo di mio padre, è piombata su di te. O cielo, che mi hai condannata a condurre una vita errante e piena di disgrazie, se non vuoi che io mi mariti perché mi fai incontrare degli sposi? Sono due che mi hai tolti proprio quando cominciavo ad affezionarmi a loro!..."
Con questi discorsi e con altri, ancora più commoventi, l'infelice principessa di Deryabar esprimeva il suo dolore, guardando lo sciagurato Codadad che non poteva sentirla. Egli però non era morto, e sua moglie, accorgendosi che respirava ancora, corse verso un grosso borgo che aveva visto nella pianura, per cercarvi un chirurgo. Gliene fu indicato uno, che la seguì immediatamente; ma quando giunsero sotto la tenda, non ritrovarono Codadad e credettero che qualche bestia feroce l'avesse portato via per divorarlo.
La principessa ricominciò a piangere e a lamentarsi, in modo pietoso.
E il chirurgo ne fu commosso e, non volendo abbandonarla nel terribile stato in cui la vedeva, le propose di ritornare nel borgo, offrendole ospitalità nella sua casa e il suo aiuto.
Ella si lasciò trascinare.
Il chirurgo la condusse a casa sua e senza sapere ancora chi fosse, la trattò con tutta la considerazione e tutto il rispetto immaginabili. Si studiò di consolarla con le parole, ma aveva un bel cercare di combattere quel grande dolore, non faceva che acuirlo, invece di alleviarlo.
"Signora", le disse un giorno, "confidatemi, di grazia tutte le vostre sciagure, ditemi di quale paese e di quale condizione siete; forse potrò darvi dei buoni consigli quando saprò tutti i particolari della vostra sventura. Voi non fate che piangere, senza pensare che vi sono rimedi anche ai mali più disperati."
Il chirurgo parlò con tanta eloquenza, che persuase la principessa.
Ella gli raccontò tutte le sue sventure e quando ebbe terminato, il chirurgo riprese la parola e disse:
"Signora, poiché le cose stanno così, permettetemi di dirvi che non dovete abbandonarvi alla disperazione, ma dovete armarvi di costanza e fare ciò che il nome e il dovere di sposa esigono da voi. Voi dovete vendicare vostro marito. Io, se lo permettete, vi servirò da scudiero. Andiamo alla corte del re di Harran, che è un principe buono e molto giusto. Non avete che da raccontargli coi più vivi colori il trattamento che il principe Codadad ha ricevuto dai suoi fratelli, e sono persuaso che vi farà giustizia".
"Cedo alle vostre ragioni", rispose la principessa. "Sì, debbo vendicare Codadad, e poiché voi siete tanto buono e tanto generoso da volermi accompagnare, io sono pronta a partire."
Non appena ebbe presa questa risoluzione, il chirurgo fece preparare due cammelli, sui quali salirono e si misero in viaggio verso la città di Harran.
Qui giunti andarono a prendere alloggio nel primo caravanserraglio che incontrarono e chiesero all'oste notizie della corte.
"Vi è", egli disse, "grandissima agitazione. Il re aveva un figlio, il quale ha vissuto lungo tempo alla sua corte in incognito e non si sa che fine abbia fatto ora.
Una moglie del re chiamata Piruzè ne è la madre; essa ne ha fatte fare mille ricerche, ma sono state inutili. Ciascuno è commosso della perdita di questo principe, perché aveva molti meriti.
Il re ha quarantanove altri figli tutti nati da madri differenti, ma nessuno di loro ha sufficienti virtù per consolare il re della morte di Codadad: e dico della sua morte, perché non è possibile che viva ancora, non essendosi potuto ritrovare, ad onta di tutte le ricerche che sono state fatte."
Dopo questo rapporto dell'oste, il chirurgo giudicò che la principessa di Deryabar dovesse andare a presentarsi a Piruzè; ma questa risoluzione non era senza pericolo, e richiedeva molte cautele, perché se i figli del re di Harran fossero venuti a sapere dell'arrivo e del proposito della loro cognata, l'avrebbero certamente fatta rapire prima che potesse parlare alla madre di Codadad.
Il chirurgo fece tutte queste considerazioni e insieme pensò al rischio che correva lui stesso. Per cui, volendo comportarsi prudentemente in quella occasione, pregò la principessa di rimanere al caravanserraglio, mentre lui sarebbe andato al palazzo a cercare un mezzo per farla giungere in tutta sicurezza da Piruzè.
Egli, dunque, andò in città, e si avviò verso il palazzo come se fosse uno straniero attirato solamente dalla curiosità di vedere la corte; a un tratto scorse una signora che cavalcava una mula riccamente bardata, ed era seguita da molte damigelle pure montate su mule, e da un grandissimo numero di guardie e di schiavi neri.
Tutto il popolo si schierava ai lati della strada per vederla passare, e la salutava, prostrandosi con la faccia a terra.
Il chirurgo la salutò allo stesso modo, e chiese poi ad un calender che gli stava vicino se quella signora fosse una delle mogli del re.
"Sì, fratello", gli rispose il calender, "è una delle sue mogli e la più amata dal popolo, perché è la madre del principe Codadad, di cui dovete aver sentito parlare."
Il chirurgo non volle sapere altro.
Egli seguì Piruzè fino a una moschea, dove quella entrò per distribuire delle elemosine, e assistere alle preghiere pubbliche che il re aveva ordinato per implorare dal cielo il ritorno di Codadad.
Il popolo che si interessava moltissimo al destino di quel giovane principe, correva in folla a unire i suoi voti a quelli dei sacerdoti, e così la moschea era piena di gente.
Il chirurgo si fece largo nella calca e si avanzò fino alle guardie di Piruzè.
Assistette a tutte le preghiere, e quando la principessa uscì, si avvicinò a uno schiavo, e gli disse all'orecchio:
"Fratello, ho un segreto importante da rivelare alla principessa Piruzè; non potresti fare in modo che sia introdotto nel suo appartamento?".
"Se questo segreto", rispose lo schiavo, "riguarda il principe Codadad, vi prometto che oggi stesso avrete l'udienza che desiderate: ma se questo segreto non lo riguarda, è inutile che cerchiate di farvi dare ascolto dalla principessa, perché ella non pensa che a suo figlio e non vuole udir parlare d'altro."
"E' appunto di questo caro figlio, che voglio parlare", rispose il chirurgo.
"Allora", disse lo schiavo, "non avete che da seguirmi fino al palazzo, e le parlerete subito."
Effettivamente quando Piruzè fu ritornata nell'appartamento, lo schiavo le disse che un uomo sconosciuto aveva un segreto importante da comunicarle che riguardava il principe Codadad.
Appena ebbe pronunciate queste parole, Piruzè mostrò una viva impazienza di vedere lo sconosciuto.
Lo schiavo lo fece allora entrare nel salottino della principessa, che congedò tutte le sue donne, tranne due per cui non aveva segreti.
Quando vide il chirurgo, gli domandò ansiosamente quali notizie di Codadad avesse da annunciarle.
Allora egli le raccontò tutto ciò che era accaduto fra Codadad ed i suoi fratelli ed ella ascoltò con viva attenzione: ma quando giunse a parlare dell'assassinio di lui, quella tenera madre, come se fosse stata ferita dai colpi che aveva ricevuto suo figlio, cadde svenuta su un sofà. Le sue donne la soccorsero prontamente, e le fecero riprendere i sensi.
Il chirurgo continuò il suo racconto.
Quando ebbe terminato, la principessa gli disse:
"Andate a raggiungere la principessa di Deryabar, e ditele da parte mia che presto il re la riconoscerà come sua nuora; quanto a voi siate persuaso che il vostro aiuto sarà ben ricompensato".
Dopo che il chirurgo fu uscito, Piruzè rimase immersa in una grande afflizione, come si può facilmente immaginare, commuovendosi al pensiero di Codadad:
"Oh, figlio mio", diceva, "eccomi dunque per sempre priva di te! Quando ti lasciai partire da Samaria per venire in questa corte, e ti salutai, ohimè! non avrei mai immaginato che una morte funesta fosse in agguato! Oh infelice Codadad, perché mi hai lasciata? Tu non avresti acquistata tanta gloria è vero ma vivresti ancora, e non costeresti tante lacrime a tua madre!".
Ciò detto pianse amaramente, e le due donne, commosse dal suo dolore, piansero con lei.
Mentre tutte e tre facevano a gara per consolarsi, il re entrò nel salottino, e vedendola in quello stato, chiese a Piruzè se avesse ricevuto cattive notizie di Codadad.
"Ah! signore", gli rispose, "è finita! Mio figlio è morto, e per colmo di afflizione non posso nemmeno rendergli gli onori della sepoltura, perché, secondo tutte le apparenze, le bestie feroci lo hanno divorato."
Poi raccontò tutto quello che il chirurgo le aveva detto, e non mancò di dilungarsi sul modo crudele con cui Codadad era stato trattato dai suoi fratelli.
Il re, prima che Piruzè terminasse il suo racconto, fu preso dalla collera, e, cedendo an'impulso, disse alla principessa:
"Signora, i perfidi che fanno spargere le vostre lacrime, e che cagionarono al loro padre un dolore mortale, subiranno il giusto castigo!".
Dette queste parole il re, con gli occhi fiammeggianti d'ira, andò nella sala d'udienza dove erano riuniti tutti i suoi cortigiani, e quelli del popolo che avevano qualche supplica da rivolgergli. Essi furono meravigliati vedendolo apparire con aspetto tanto infuriato, e credendo che fosse in collera con il suo popolo, furono agghiacciati dallo spavento.
Il re, salito sul trono, fece cenno al gran visir di avvicinarsi e gli disse:
"Hassan, ho un ordine da darti: va tosto a prendere mille uomini della guardia, e imprigiona tutti i miei figli. Rinchiudili nella torre destinata a prigione degli assassini, e che ciò sia fatto immediatamente".
A quell'ordine straordinario, tutti i presenti fremettero, e il gran visir, senza rispondere una sola parola, si pose la mano sulla testa per dimostrare che era pronto ad obbedire, e uscì dalla sala per andare ad adempiere al suo dovere.
Intanto il re mandò via le persone che erano venute per affari, e dichiarò che per un mese non avrebbe ricevuto più nessuno.
Era però ancora nella sala quando il visir ritornò; subito gli chiese:
"Ebbene, visir, tutti i miei figli sono ora nella torre?".
"Sì, sire", rispose il ministro, "siete stato obbedito."
"Ma non è tutto", soggiunse il re, "debbo darti un altro ordine. Vieni."
Uscì dalla camera di udienza e ritornò nell'appartamento di Piruzè, col visir.
Egli chiese alla principessa dove alloggiasse la vedova di Codadad, e le donne di Piruzè glielo dissero, giacché il chirurgo non aveva dimenticato di precisarlo.
Allora il re, rivolgendosi al suo ministro:
"Va", gli disse, "in quel caravanserraglio, e conducimi qui una principessa che vi si trova, trattandola con tutto il rispetto dovuto ad una persona di alto grado".
Il visir non pose tempo in mezzo e fece quanto gli si ordinava.
Salito a cavallo con tutti gli emiri e i cortigiani andò al caravanserraglio, dove stava la principessa di Deryabar, alla quale trasmise l'ordine del re e fece dono di una bella mula bianca che aveva una sella e una briglia d'oro tempestate di rubini e smeraldi.
Ella vi salì, e in mezzo a tutti quei signori prese la via del palazzo, accompagnata dal chirurgo, che era pure stato fatto salire su un bel cavallo tartaro di cui il visir gli aveva fatto dono.
Tutto il popolo stava alle finestre per veder passare quella magnifica cavalcata, e siccome si diceva che quella principessa, che era condotta con tanto fasto a corte, fosse la moglie di Codadad, tutti applaudivano, e l'aria echeggiava di mille grida di gioia che si sarebbero cambiate in gemiti, se si fosse saputa la fatale sventura che aveva colpito il giovane principe tanto amato dal popolo.
La principessa di Deryabar trovò il re che la aspettava sulla soglia del palazzo per riceverla.
La prese per mano e la condusse all'appartamento di Piruzè, dove seguì una scena commoventissima.
La moglie di Codadad sentì rinnovarsi tutta la sua afflizione davanti al padre e alla madre di suo marito, ed ugualmente i genitori di lui vedendo la sposa del loro figlio provarono una forte commozione.
Ella si gettò ai piedi del re, e li bagnò di lacrime, vinta da un dolore così vivo, da non avere la forza di parlare.
Piruzè non era in uno stato meno pietoso e sembrava affranta dalle tante pene sofferte: il re, colpito da questa vista commovente, si lasciò vincere dalla propria debolezza.
Queste tre persone, confondendo i loro spiriti e le loro lacrime, rimasero per qualche tempo in un doloroso silenzio.
Finalmente la principessa di Deryabar, superando il suo dolore, narrò loro l'avventura del castello e la disgrazia di Codadad; dopo di che chiese giustizia per il tradimento dei principi.
"Sì, signora", le disse il re, "quegli ingrati saranno uccisi: ma è necessario rendere pubblica prima la morte di Codadad, perché il supplizio dei suoi fratelli non inciti a ribellione i miei sudditi. D'altra parte, anche se non abbiamo il corpo di mio figlio, non bisogna tralasciare di rendergli gli ultimi onori."
Dopo di ciò si rivolse al suo visir, e gli impose di far erigere una cupola di marmo bianco, nella bella pianura, dove sorgeva la città di Harran, e da ultimo dette nel palazzo un bellissimo appartamento alla principessa di Deryabar, che riconobbe come sua nuora.
Hassan fece eseguire il tutto con tanta sollecitudine, ed impiegando tanti operai che in pochi giorni la cupola fu pronta.
Appena terminata l'opera, il re ordinò che si facessero delle preghiere e scelse il giorno per il funerale di suo figlio.
Arrivato quel giorno, tutti gli abitanti della città si affollarono nella pianura per vedere la cerimonia, che si svolse nel seguente modo.
Il re, seguito dal suo gran visir e dai principali signori della corte, avanzò verso la cupola, e, quando vi fu giunto, vi entrò e si sedette con loro su tappeti di raso nero a fiori d'oro; poi una fitta schiera di guardie a cavallo, col capo chino e con gli occhi bassi, si avvicinò alla cupola di cui fece due volte il giro in profondo silenzio: al terzo giro, fermatisi davanti alla porta, i cavalieri dissero tutti l'uno dopo l'altro le seguenti parole, ad alta voce:
"Oh principe, figlio del re, se noi potessimo apportare qualche sollievo al tuo male, con le lame delle nostre scimitarre e col nostro valore, ti faremmo rivedere la luce: ma il re dei re ha comandato, e l'Angelo della morte ha obbedito!".
Ciò detto, si ritrassero per far posto a cento vecchi dalla lunga barba bianca, che cavalcavano mule nere.
Erano degli eremiti che per tutta la vita stavano celati in grotte, non mostrandosi mai agli sguardi umani, se non per assistere ai funerali dei re di Harran, e dei principi di quella famiglia. Quei venerabili personaggi portavano sul capo un grosso libro, che tenevano con una mano, e dopo aver fatto tre volte il giro della cupola senza dire nulla, si arrestarono davanti alla porta, ed uno di loro pronunciò queste parole:
"Oh principe, che possiamo fare per te? Se con la preghiera e la scienza ti potesse venir resa la vita, noi sfregheremmo le nostre barbe bianche ai tuoi piedi, e reciteremmo orazioni: ma il re dell'universo ti ha rapito a noi per sempre".
Quei vecchi, dopo aver così parlato, si allontanarono dalla cupola, e tosto si avvicinarono cinquanta bellissime fanciulle.
Esse cavalcavano ciascuna un piccolo cavallo bianco, erano senza velo e portavano piccole borse d'oro, piene di pietre preziose. Anch'esse girarono tre volte intorno alla cupola, e si fermarono nel medesimo luogo degli altri; allora la più giovane prese la parola e disse:
"Oh principe, una volta così bello, che soccorso puoi attenderti da noi? Se potessimo rianimarti col nostro fascino, ci faremmo tue schiave: ma tu non sei più sensibile alla bellezza, e non hai più bisogno di noi".
Dopo che le donzelle si furono ritirate, il re ed i cortigiani fecero anch'essi tre volte il giro della cupola.
Poi il re, disse:
"Oh mio caro figlio, luce dei miei occhi, ti ho dunque io perduto per sempre?".
E accompagnò queste parole con molti sospiri, mentre bagnava la tomba di lacrime.
Allora tutti i cortigiani piansero, seguendo il suo esempio.
Dopo di ciò, si chiuse la porta della cupola, e tutti ritornarono in città.
L'indomani si fecero pubbliche preghiere nella moschea, che continuarono per otto giorni consecutivi.
Il nono giorno, il re decise di far mozzare il capo ai principi suoi figli, e tutto il popolo, indignato per il trattamento che essi avevano fatto subire a Codadad, sembrava aspettare con impazienza il loro supplizio.
Si cominciarono a costruire i patiboli: ma si fu costretti a rimandare l'esecuzione a un altro momento, perché si seppe improvvisamente che i principi vicini, i quali avevano già mosso guerra al re di Harran si avanzavano con eserciti più numerosi della prima volta, e non erano molto lontani dalla città.
Da qualche tempo si sapeva che essi si preparavano alla guerra, ma non ci si era sgomentati dei loro preparativi. Questa notizia provocò la costernazione generale, e fornì una nuova occasione per rimpiangere Codadad, perché questo principe si era segnalato nella guerra precedente contro gli stessi nemici.
"Ah!", dicevano tutti, "se il generoso Codadad vivesse ancora, noi non avremmo paura di questi principi, che vengono ad assalirci!"
Intanto il re, invece di abbandonarsi al timore, arruolò in fretta le genti e formò un esercito considerevolissimo; e, troppo coraggioso per aspettare che i nemici andassero a sorprenderlo nella sua stessa città, egli uscì e mosse loro incontro.
I nemici, da parte loro, avendo saputo per mezzo di corrieri, che il re di Harran avanzava per combatterli, si fermarono in una pianura e disposero gli eserciti in formazione da battaglia.
Appena il re li ebbe scorti, ordinò e dispose anche le sue schiere per il combattimento.
Fece suonare la carica, e li assalì con grandissimo vigore.
I nemici gli tennero testa degnamente.
Dall'una e dall'altra parte si sparse molto sangue, e la vittoria restò per lungo tempo incerta: ma infine stava per dichiararsi in favore dei nemici del re di Harran, che erano più numerosi e stavano per circondarlo, quando si vide apparire nella pianura una grossa schiera di cavalieri che si avvicinò ai combattenti in buon ordine.
La vista di quei nuovi soldati meravigliò i due partiti, perché nessuno sapeva cosa si dovesse pensarne: ma l'incertezza non durò a lungo.
Quei cavalieri attaccarono il fianco dell'esercito nemico del re di Harran, lo caricarono con tanta furia che dapprima vi gettarono lo scompiglio e ben presto lo misero in fuga: senza arrestarsi lo inseguirono con energia facendo a pezzi quasi tutti i nemici.
Il re di Harran, che aveva osservato con molta attenzione tutto quello che era accaduto, aveva ammirato l'audacia di quei cavalieri, il cui soccorso inatteso aveva fatto volgere la battaglia in suo favore.
Soprattutto era rimasto meravigliato del loro capo, che aveva visto combattere con grandissimo valore.
Egli desiderava conoscere il nome di quell'eroe generoso e, impaziente di vederlo e di ringraziarlo, gli andò incontro.
I due principi si avvicinarono, e il re di Harran, riconoscendo Codadad in quel coraggioso guerriero che lo aveva soccorso, o meglio che aveva sconfitto i suoi nemici, rimase immobile per la sorpresa e per la gioia.
"Signore", gli disse Codadad, "voi avete ragione di essere meravigliato di veder comparire tutto ad un tratto davanti alla maestà vostra un uomo che voi forse credevate morto. E lo sarei davvero, se il cielo non m'avesse salvato per servirvi contro i vostri nemici."
"Ah, figlio mio", esclamò il re, "è possibile che tu mi sia reso? Ahimè! io disperavo di rivederti."
Dicendo queste parole, tese le braccia al giovane principe, che si abbandonò al caro abbraccio.
"Io so tutto, figlio mio", soggiunse il re, dopo averlo tenuto a lungo stretto. "Io so in che modo i tuoi fratelli ti hanno ringraziato per l'aiuto che hai reso loro, liberandoli dalle mani del moro: ma sarai vendicato domani stesso: intanto andiamo al palazzo.
Tua madre, cui sei costato molte lacrime, mi aspetta per rallegrarsi con me della disfatta dei nostri nemici. Che gioia le procureremo, dicendole che la mia vittoria è opera tua!"
"Signore", disse Codadad, "permettetemi di domandarvi come avete potuto conoscere l'avventura del castello. Qualcuno dei miei fratelli, spinto dal rimorso, ve l'ha forse confessata?"
"No", rispose il re, "è stata la principessa di Deryabar, che mi ha informato di ogni cosa, perché essa è nel mio palazzo, e vi è venuta solo per chiedermi giustizia del delitto commesso dai tuoi fratelli."
Codadad fu felice di sapere che la principessa sua moglie stava a corte.
"Andiamo, signore", esclamò con trasporto, "andiamo a raggiungere mia madre, che ci aspetta. Io ardo d'impazienza di asciugare le sue lacrime, e quelle della principessa di Deryabar."
Il re riprese subito il cammino verso la città.
Rientrò vittoriosamente nel suo palazzo tra gli applausi del popolo, che lo seguiva in folla, pregando il cielo di prolungare la sua vita, e portando fino alle stelle il nome di Codadad.
Questi due principi trovarono Piruzè e la sua bella nuora che aspettavano il re, per felicitarlo.
Ma la gioia che esse provarono quando videro il giovane principe che l'accompagnava, è indescrivibile.
Si abbracciarono, versando lacrime, ben diverse da quelle che avevano già sparse per lui.
Dopo che quelle quattro persone ebbero compiuto tutte quelle effusioni d'affetto che il sangue e l'amore ispiravano loro, chiesero al figlio di Piruzè per quale miracolo fosse ancora vivo.
Egli rispose che un contadino, che cavalcava una mula, era entrato per caso nella tenda dove lui stava, e vedendolo solo e ferito, l'aveva legato sulla mula e condotto nella sua casa, dove aveva applicato sulle ferite certe erbe che lo avevano ristabilito in pochi giorni.
"Quando mi sentii guarito", aggiunse, "ringraziai il contadino e gli donai tutti i diamanti che avevo; mi avvicinai poi alla città di Harran, ma avendo saputo lungo il cammino che alcuni principi vicini avevano riunito un esercito, e stavano per piombare sui sudditi del re, mi feci conoscere nei villaggi, ed eccitai l'ardore di quelle popolazioni a prendere la sua difesa.
Dopo che ebbi adunato un gran numero di quei giovani, mi posi alla loro testa, e son giunto proprio nel momento della battaglia."
Quand'ebbe terminato di parlare, il re disse:
"Rendiamo grazie a Dio per averci conservato Codadad. Ma è necessario che oggi periscano i traditori che l'hanno voluto uccidere!".
"Signore", rispose il generoso figlio di Piruzè, "benché siano stati ingrati e malvagi, pensate che il vostro sangue scorre nelle loro vene. Essi sono i miei fratelli, e io perdono loro il delitto che hanno commesso e imploro da voi la grazia per loro."
Questi nobili sentimenti strapparono le lacrime al re, che fece adunare il popolo e dichiarò Codadad suo erede. Ordinò poi che si facessero venire i principi prigionieri, tutti incatenati.
Il figlio di Piruzè tolse loro le catene e li abbracciò l'uno dopo l'altro altrettanto affettuosamente quanto nel cortile del castello del moro.
Il popolo fu conquistato dal carattere di Codadad e lo benedisse mille volte. Da ultimo si colmò di beni il chirurgo, per ricompensarlo dell'aiuto che aveva dato alla principessa di Deryabar.

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