Le Mille e Una Notte Storia Dell'Uomo Addormentato Ridestato

 

 
    

 

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Le Mille e Una Notte Storia Dell'Uomo Addormentato Ridestato

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I Grandi Classici - Le Mille e Una Notte Storia Dell'Uomo Addormentato Ridestato

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Appena fosti addormentato, ti feci prendere e trasportare nel mio palazzo dal mio schiavo, dopo aver lasciata aperta nell'uscire la porta della tua camera. Non è necessario dirti ciò che successe nel mio palazzo quando ti risvegliasti e durante il giorno fino alla sera; dopo essere stato lautamente servito di cibi e bevande per mio ordine, una delle mie schiave che ti serviva, gettò un'altra dose della stessa polvere nell'ultimo bicchiere che ti offrì e che bevesti. Subito fosti immerso nel sopore, e ti feci trasportare a casa tua dallo stesso schiavo che ti aveva portato, con l'ordine di lasciare ancora nell'uscire la porta della tua camera aperta. Tu stesso mi hai narrato quello che ti è accaduto la mattina e i giorni seguenti. Non mi ero per nulla immaginato che avresti sofferto tante pene, quante ne hai sofferte in questa occasione: ma mi sono già impegnato verso di te a fare tutto il possibile per consolarti e darti occasione di dimenticare tutti i tuoi mali. Vedi dunque ciò che posso fare per farti piacere, e puoi chiedermi senza timore quanto desideri". "Gran principe dei credenti", rispose Abu-Hassàn, "per grandi che siano i mali che ho sofferto, sono cancellati dalla mia memoria dal momento che so che mi sono venuti dal mio sovrano signore e padrone. Per quello che riguarda la generosità di cui la maestà vostra con tanta bontà si offre di farmi provare gli effetti, non dubito della sua irrevocabile parola. Ma siccome mi concede questa libertà, ardisco chiedere la grazia di permettermi libero accesso presso la sua corte, per godere la fortuna di poter, per tutta la vita, onorare la sua grandezza." Quest'ultima prova del disinteresse di Abu-Hassàn gli attirò tutta la stima del califfo. "Questa tua domanda mi è molto cara, e io ti concedo quanto desideri", gli disse il califfo, "insieme al libero ingresso a qualsiasi ora nel mio palazzo, in qualunque luogo mi trovi." Nello stesso tempo gli assegnò un appartamento nel palazzo, e per quanto riguardava il suo stipendio gli disse che voleva che dipendesse non dai suoi tesorieri, ma da lui stesso: e subito gli fece consegnare dal suo tesoriere segreto una borsa di mille dinàr. Abu-Hassàn ringraziò calorosamente il califfo, che poi lo lasciò per andare ad assistere al consiglio, secondo il suo solito. Abu-Hassàn approfittò di questo tempo per andare, senza indugio, a informare sua madre di quanto era accaduto e a farla partecipare della sua buona sorte. Le spiegò che quanto gli era accaduto non era stato un sogno ma che era stato davvero califfo, e ne aveva esercitate le funzioni per lo spazio di un giorno, ricevendone anche gli onori. Le disse che non doveva dubitare di quanto affermava, perché ne aveva avuta la conferma dalla bocca del califfo stesso. La notizia della storia di Abu-Hassàn non tardò molto a essere conosciuta nella città di Bagdàd e passò pure nelle province vicine e di là nelle più lontane, con tutti gli strani e buffi particolari che l'accompagnavano. Il nuovo favore di cui godeva Abu-Hassàn lo rendeva molto assiduo presso il califfo. Egli era per natura di umore gaio, e faceva nascere l'allegria ovunque si trovava con i suoi motti piacevoli e i suoi scherzi e per questo il califfo non poteva star senza di lui, e non prendeva nessun divertimento senza chiamarlo: lo conduceva pure qualche volta da Zobeida sua moglie, alla quale aveva narrato la sua storia, che l'aveva divertita molto. Zobeida se ne compiaceva molto, ma osservò che ogni volta che egli accompagnava il califfo da lei teneva sempre gli occhi fissi su una delle sue schiave chiamata Nùzat al-Auda, e decise di avvisarne il califfo. "Gran principe dei credenti", disse un giorno la principessa al califfo, "voi non avete forse osservato che, ogni volta che Abu-Hassàn vi accompagna qui, non stacca g1i occhi da Nùzat al-Auda e che lei ne arrossisce. Questo mi pare un segno certo che ella non l'odia; per cui se volete seguire il mio consiglio, li faremo sposare." "Signora", rispose il califfo, "voi mi fate ricordare una cosa che dovrei aver già fatto. So quale sia il pensiero di Abu-Hassàn riguardo al matrimonio, lo so da lui stesso, e gli avevo promesso di dargli una moglie dalla quale avrebbe avuto ogni motivo di gioia. Ho molto piacere che me ne abbiate parlato né so come questo affare mi sia uscito dalla mente. Ma è molto meglio che Abu-Hassàn abbia seguito la propria inclinazione con questa scelta fatta da lui stesso. Peraltro, giacché Nùzat al-Auda non è contraria, non dobbiamo più oltre differire questo matrimonio. Eccoli tutti e due; essi non hanno che da dichiarare che vi acconsentono." Abu-Hassàn si prostrò ai piedi del califfo e di Zobeida per dimostrar loro quanto fosse commosso dalle bontà che avevano per lui. "Non posso", disse, rialzandosi, "ricevere la mia sposa da mani migliori; ma non oso sperare che Nùzat al-Auda voglia concedermi la sua mano tanto di buon grado, quanto io sono pronto a concederle la mia." Nel terminare queste parole, egli guardò la schiava della principessa, che, col suo rispettoso silenzio, e col rossore che le coprì il viso, dimostrò chiaramente di essere disposta a seguire il volere del califfo e di Zobeida sua padrona. Il matrimonio fu concluso e le nozze celebrate nel palazzo con grandi feste, che durarono parecchi giorni. Zobeida si fece un dovere di offrire ricchi regali alla sua schiava, per compiacere il califfo, e il califfo dal canto suo, in considerazione di Zobeida, fece lo stesso verso Abu-Hassàn. La moglie fu condotta nell'alloggio che il califfo aveva assegnato ad Abu-Hassàn suo marito, che l'aspettava con impazienza. L'accolse, in mezzo all'armonia di tutti gli strumenti musicali, dei cori di cantori e cantatrici di palazzo che facevano echeggiare l'aria del concerto delle loro voci e dei loro strumenti. Molti giorni passarono in feste ed allegria, come avviene in simili occasioni, poi i novelli sposi furono lasciati a godere in pace il loro amore. Abu-Hassàn e la sua consorte erano innamoratissimi l'uno dell'altra. Vivevano in così perfetta unione, che tranne il tempo che dedicavano l'uno al califfo, l'altra alla principessa Zobeida, stavano sempre insieme, né mai si dividevano. Vero è che Nùzat al-Auda aveva tutte le qualità di una donna capace di ispirare amore e attaccamento ad Abu-Hassàn, giacché corrispondeva ai desideri che egli aveva per l'appunto esposti una volta al califfo, cioè di sapergli stare alla pari a tavola. Con queste disposizioni essi non potevano mancare di passar insieme molto piacevolmente il loro tempo. La loro tavola era sempre pronta e imbandita di vivande delicate e ghiotte, che un cuoco aveva l'incombenza d'apprestare e provvedere loro. La credenza era sempre carica di vino squisito e disposto in maniera, che, stando a tavola, ne potessero prendere a lor agio senza disturbo né dell'uno, né dell'altra. Se ne stavano a tavola allegramente, e si intrattenevano con mille scherzi, che li facevano prorompere in scoppi di risa più o meno forti, secondo che quanto dicevano fosse più o meno divertente. Il pasto della sera particolarmente era consacrato all'allegria. Si faceva apprestare frutta eccellente, dolciumi, paste di mandorle, e ad ogni sorso di vino si sfidavano a gara l'un l'altra con delle canzoni, che erano per lo più improvvisate sull'argomento di cui parlavano. Queste canzoni erano qualche volta accompagnate da un liuto, o da qualche altro strumento, che l'uno e l'altra sapevano suonare. Abu-Hassàn e Nùzat al-Auda passarono in tal modo un lungo periodo di tempo in gozzoviglie e in divertimenti. Non si erano mai curati della spesa dei pranzi, e il cuoco, che era stato scelto da loro, aveva anticipato il pagamento. Era giusto che alla fine ricevesse del denaro: ed egli presentò loro la nota delle spese. La somma era ragguardevole, e aggiungendo a questa quella considerevole degli abiti nuziali di stoffe preziosissime, si accorsero, ma tardi, che di tutto il danaro ricevuto dalla generosità del califfo e dalla principessa Zobeida, in occasione del loro matrimonio, non restava più se non quanto bastava a pagare i debiti. Ciò li obbligò a far serie considerazioni sul passato, che per altro non rimediavano in nessun modo alla situazione presente. Abu-Hassàn pensò di pagare il cuoco, e sua moglie vi aderì; lo fecero quindi venire e gli pagarono quanto gli dovevano; senza peraltro lasciargli capire l'imbarazzo in cui si sarebbero trovati, dopo averlo pagato. Il cuoco se ne andò molto contento di essere stato pagato in tante belle monete d'oro coniate di fresco, che non si vedevano se non nel palazzo del califfo; ma Abu-Hassàn e la sua sposa non lo furono altrettanto, vedendo il fondo delle loro borse, e rimasero silenziosi, con gli occhi bassi, e molto imbarazzati di vedersi ridotti in quello stato nel primo anno del loro matrimonio. Abu-Hassàn si ricordava molto bene che il califfo, trattenendolo nel suo palazzo, gli aveva promesso di non lasciargli mancare nulla. Ma quando rifletteva che in poco tempo aveva dissipato i doni della sua mano generosa, non osava più chiedere, non volendo esporsi alla vergogna di dover rivelare al califfo il cattivo uso che ne aveva fatto, e il bisogno in cui era di ricevere altro denaro. D'altra parte egli aveva ceduto la rendita del suo patrimonio a sua madre, quando il califfo lo aveva trattenuto presso di sé, ed era contrario a ricorrere alla borsa di sua madre, alla quale avrebbe fatto capire così di essere ricaduto nella stessa vita sregolata in cui si era trovato dopo la morte di suo padre. Nùzat al-Auda dal canto suo, considerando che la libertà accordatale con tanta generosità di maritarsi fosse una ricompensa più che sufficiente per i suoi servizi e la sua fedeltà, non credeva di avere diritto a domandare ancora. Abu-Hassàn ruppe finalmente il silenzio, e guardando Nùzat al-Auda con faccia serena, le disse: "Mi accorgo molto bene che siete nello stesso imbarazzo in cui mi trovo io e che cercate quale soluzione possiamo trovare in una situazione tanto infausta quanto questa, in cui ci troviamo improvvisamente privi di denaro e senza averlo perso. Non so cosa ne pensiate voi; in quanto a me, checché possa accadere, il mio parere non è di diminuire in qualche cosa la nostra spesa ordinaria, e credo che dal canto vostro non sarete di parere contrario. Il punto sta nel trovare il mezzo di procurarci il denaro, senza soggiacere alla viltà di chiederne né io al califfo né voi a Zobeida; e credo di aver trovato il mezzo. Ma per questo dobbiamo aiutarci l'un l'altra". Questo discorso di Abu-Hassàn piacque molto a Nùzat al-Auda e le diede qualche speranza. "Non ero meno preoccupata di voi da questo pensiero", gli rispose, "e se non parlavo, era perché non vedevo alcun rimedio. Vi confesso che la spiegazione che state per darmi mi reca grandissimo piacere, e giacché avete trovato il mezzo e il mio soccorso vi è necessario per riuscire, a voi spetta dirmi quello che devo fare e vedrete che mi adoprerò con tutte le forze possibili." "Non dubitavo", riprese Abu-Hassàn, "che avreste accettato di buona voglia di concorrere a quanto sto per suggerirvi in un affare che ci riguarda entrambi. Udite il mezzo che ho immaginato perché il denaro non ci manchi nel bisogno che ne abbiamo, almeno per qualche tempo. Consiste in un piccolo inganno che faremo, io al califfo, e voi a Zobeida, e che vi assicuro li divertirà e a noi sarà utile. L'inganno dunque che ho pensato è che noi moriamo." "Che moriamo tutti e due?", interruppe Nùzat al-Auda, "morite pure voi se volete, voi solo! Quanto a me, non sono stanca di vivere, né voglio, non ve ne dispiaccia, morire tanto presto! Se non avete altro mezzo da propormi, potete metterlo in atto da solo, perché vi assicuro che non vi aiuterò." "Voi siete donna", soggiunse Abu-Hassàn, "di una vivacità e di una prontezza sorprendenti: non mi date neppure il tempo di spiegarmi. Ascoltate dunque con pazienza e dopo vedrete che vorrete morire della stessa morte della quale voglio morire io; perché capirete che non intendo parlare di una morte vera, ma di una morte finta." "Ah! Allora va bene", interruppe di nuovo Nùzat al-Auda, "quando si tratta di una morte finta, sono con voi. Contate pure su di me e vedrete con quanto zelo vi asseconderò per morire in questa maniera. Perché, a parlarvi francamente, ho una ripugnanza invincibile a morire tanto presto, come mi ero immaginata." "Ebbene, resterete soddisfatta!", continuò Abu-Hassàn. "Ecco che cosa penso, per riuscire in quanto mi propongo. Io fingerò di esser morto; subito voi piglierete un lenzuolo e mi avvolgerete in esso come se effettivamente fossi morto. Mi porterete nel mezzo della camera nella maniera consueta, col turbante posto sopra il viso e i piedi voltati dalla parte della Mecca, pronto per essere trasportato nel luogo della sepoltura. Quando tutto sarà così disposto, voi proromperete in clamori, e spargerete lacrime come accade in simili occasioni, lacerandovi gli abiti, e strappandovi i capelli, o almeno fingendo di strapparveli, e tutta in pianto, con i capelli sparsi, andrete a presentarvi a Zobeida. La principessa vorrà sapere la causa delle vostre lacrime; e non appena l'avrete informata, con parole interrotte da singhiozzi, non mancherà di compatirvi, e di farvi dono di qualche somma di danaro per le spese dei miei funerali, e di una pezza di broccato per farne il drappo mortuario, per rendere la mia sepoltura più magnifica, e per un abito per voi. Quando sarete ritornata con questo denaro e la pezza di broccato, mi alzerò e voi vi metterete al posto mio e fingerete di essere morta; dopo avervi avvolta in un lenzuolo, andrò dal califfo a raccontargli quanto voi avete raccontato a Zobeida e sono pronto a scommettere che il califfo non sarà meno generoso con me, di quanto lo sarà stata Zobeida verso di voi, per la mia morte." Quando Abu-Hassàn ebbe terminato di esporre il suo pensiero, la moglie gli rispose: "Credo che lo scherzo sarà molto divertente e sono certa che il califfo e Zobeida ne saranno lieti. Ora si tratta di condurlo bene. In quanto a me lasciatemi fare: rappresenterò la mia parte bene, e mi aspetto lo stesso da voi e con tanto maggior zelo e attenzione, in quanto ne comprendo come voi il vantaggio che dobbiamo riportarne. Dunque non perdiamo tempo. Mentre prenderò un lenzuolo, voi preparatevi a mettervi in camicia ed in mutande!". Abu-Hassàn non tardò ad eseguire quanto Nùzat al-Auda aveva detto. Si stese con la schiena sopra il tappeto, nel mezzo della camera, incrociò le braccia, e si lasciò avvolgere in modo che pareva dovesse entro breve tempo essere posto nella bara e portato via. Sua moglie gli voltò i piedi dalla parte della Mecca, gli coprì la faccia con della mussolina, e vi pose sopra il turbante, in modo che potesse respirare. Essa poi si spettinò, e con le lacrime agli occhi, i capelli sparsi che mostrava di volersi strappare, con grandi strida si batteva le guance ed il petto con tutte le dimostrazioni di un vivo dolore.

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In questo modo uscì dalla camera e attraversò un gran cortile per andare all'appartamento della principessa Zobeida. Lanciava urla tanto dolorose che Zobeida le udì fin dal suo appartamento. Comandò allora alle sue schiave di andare a vedere da dove venissero tali pianti. Accorsero subito alle gelosie, e ritornarono ad avvisare Zobeida che Nùzat al-Auda si avvicinava al suo appartamento, piangendo. La principessa, impaziente di sapere cosa le fosse accaduto, si alzò e le andò incontro fino alla porta della sua camera. Nùzat al-Auda rappresentò perfettamente la parte che doveva recitare. Non appena ebbe visto Zobeida, raddoppiò i suoi clamori, si strappò i capelli, si percosse le guance ed il petto con maggior forza, e si prostrò ai suoi piedi bagnandoli di lacrime. Zobeida, meravigliata di vedere la sua schiava in un'afflizione tanto straordinaria, le chiese che avesse, e quale disgrazia le fosse accaduta. Invece di rispondere la falsa afflitta continuò a singhiozzare per qualche tempo. "Ohimè! mia riveritissima signora e padrona", esclamò finalmente, "quale disgrazia maggiore e più funesta mi poteva accadere di questa, che mi obbliga a prostrarmi ai piedi della maestà vostra nella estrema disgrazia in cui sono? Il cielo vi conceda molti giorni in perfetta salute, o mia adoratissima principessa, e vi conceda lunghi e felicissimi anni. Abu-Hassàn, che avete onorato della vostra grazia e che mi avete dato per marito d'accordo col gran principe dei credenti, è morto." Dicendo queste parole, Nùzat al-Auda raddoppiò le sue lacrime e di nuovo si prostrò ai piedi della principessa. Zobeida restò estremamente sorpresa da questa cattiva notizia. "Abu-Hassàn è morto!", esclamò, "un uomo così pieno di salute, così simpatico e così divertente! Davvero non mi aspettavo di udire una tale notizia." E non poté non mostrare il suo dolore piangendo. Le schiave che l'accompagnavano, e che molte volte avevano preso parte agli scherzi di Abu-Hassàn, mostrarono esse pure col pianto il loro rammarico per la sua perdita, e la parte che vi prendevano. Zobeida, le schiave e Nùzat al-Auda, rimasero a lungo in pianto, nascondendosi gli occhi col fazzoletto, e di tanto in tanto sospiravano profondamente per questa finta morte. La principessa finalmente ruppe il silenzio dicendo con serietà: "Iniqua! Sei forse tu la causa della sua morte? Gli avrai dato tali dispiaceri col tuo umore inquieto, che l'avrai portato a sepoltura". Nùzat al-Auda mostrò di essere molto mortificata del rimprovero che Zobeida le faceva. "Ah! signora", esclamò, "non credo di aver mai dato alla maestà vostra, per tutto il tempo che ho avuto l'onore di essere sua schiava, il minimo motivo che giustifichi un'opinione tanto negativa della mia condotta verso un marito che mi era così caro. Mi reputerei la più sventurata di tutte le donne, se voi ne foste persuasa. Ho amato Abu-Hassàn come una moglie deve amare un marito diletto sopra ogni cosa, e senza vantarmi posso affermare che l'ho amato quanto meritava per tutte le ragionevoli compiacenze che egli aveva per me, e che erano la prova che mi amava non meno teneramente. Sono persuasa che su questo punto egli mi difenderebbe presso la maestà vostra, se fosse ancora vivo." Zobeida aveva in verità osservato nella sua schiava una grande uniformità di umore, un'affabilità che non si smentiva mai, una grande docilità, e perciò non esitò a credere alle sue espressioni, e comandò alla sua tesoriera d'andare a prendere dal suo tesoro una borsa di cento dinàr e una pezza di broccato. La tesoriera ritornò subito con la borsa e la pezza di broccato, che consegnò, per ordine di Zobeida, nelle mani di Nùzat al-Auda. Nel ricevere questo dono, lei si prostrò ai piedi della principessa, e le rese umilissimi ringraziamenti, mentre dentro di sé gioiva per essere riuscita ottimamente nel suo intento. "Va", le disse Zobeida, "fa stendere la pezza di broccato sotto il catafalco di tuo marito, e usa il danaro per fargli esequie onorevoli e degne di lui. Non affliggerti troppo, perché io stessa prenderò cura di te." Nùzat al-Auda non appena fu lontana da Zobeida si asciugò le lacrime e con grande giubilo e sollecitudine ritornò da Abu-Hassàn per raccontargli del successo ottenuto. Nel rientrare, Nùzat al-Auda proruppe in un grande scoppio di risa, ritrovando Abu-Hassàn nello stato in cui l'aveva lasciato, cioè avvolto nel lenzuolo, in mezzo alla camera. "Alzatevi", disse ridendo, "e venite a vedere il frutto dell'imbroglio che abbiamo fatto a Zobeida. Per ora non moriremo di fame." Abu-Hassàn si alzò prontamente, e si rallegrò molto con sua moglie vedendo la borsa e la pezza di broccato. Nùzat al-Auda era così contenta di essere riuscita ad imbrogliare la principessa, che non poteva contenere il suo giubilo. "Ciò non basta", disse a suo marito ridendo, "ora voglio anch'io fingermi morta, e vedere se voi sarete tanto bravo da ottenere altrettanto dal califfo, quanto io ho ottenuto da Zobeida." Abu-Hassàn, a sua volta, avvolse la moglie in un lenzuolo, le voltò i piedi verso la Mecca, ed uscì dalla camera tutto in disordine, col turbante malamente accomodato, come di un uomo colpito da un grave dolore. In questo stato andò dal califfo, che in quel momento teneva un consiglio privato col suo gran visir Giàafar ed altri visir, nei quali aveva maggior fiducia. Si presentò alla porta e l'usciere, sapendo che egli aveva libero ingresso, gli aprì. Entrò tenendosi con una mano il fazzoletto sugli occhi per nascondere le finte lacrime, che versava in abbondanza, battendosi con l'altra mano dei colpi sul petto, con esclamazioni che esprimevano un grandissimo dolore. Il califfo, che era solito vedere Abu-Hassàn con espressione sempre ilare, e che ispirava gioia, restò molto sorpreso vedendolo comparire alla sua presenza così mesto, e senza più prestare attenzione all'affare del quale si stava trattando in consiglio, gli chiese la causa del suo dolore. "Gran principe dei credenti", rispose Abu-Hassàn con singhiozzi e reiterati sospiri, "non mi poteva accadere disgrazia maggiore di quella che causa la mia afflizione! Il cielo dia lunga vita alla maestà vostra sul trono che con tanta gloria occupa. Nùzat al-Auda, che la vostra bontà mi aveva concessa in matrimonio, per passare il rimanente dei miei giorni in sua compagnia... Ohimè!..." A questa esclamazione, Abu-Hassàn mostrò di avere il cuore talmente oppresso, da non poter proseguire e scoppiò in pianto. Il califfo, che comprese che Abu-Hassàn veniva ad annunciargli la morte di sua moglie, ne parve estremamente commosso. "Il cielo le conceda misericordia", disse con un tono che dimostrava quanto gli rincrescesse, "era una buona schiava, e te l'avevamo concessa, Zobeida ed io, con l'intenzione di farti piacere. Meritava davvero di vivere più a lungo." Egli stesso fu obbligato a pigliare il fazzoletto per asciugare le lacrime che gli scorrevano dagli occhi. Il dolore di Abu-Hassàn e le lacrime del califfo commossero il gran visir Giàafar e gli altri visir. Piansero tutti la morte di Nuzàt al-Auda, la quale invece attendeva con grande impazienza di sapere se Abu-Hassàn fosse riuscito nel suo intento. Il califfo ebbe per Abu-Hassàn lo stesso pensiero che Zobeida aveva avuto per la moglie, e immaginò che egli fosse stato la causa di quella morte. "Sciagurato!", gli disse con aria sdegnosa, "non sei forse stato tu la causa della morte di tua moglie, trattandola male? Dovevi almeno avere qualche considerazione per la principessa Zobeida mia moglie, che l'amava più delle altre schiave, e che volentieri ha consentito a privarsene per concedertela. Questa è una bella dimostrazione della tua gratitudine!" "Gran principe dei credenti", rispose Abu-Hassàn facendo finta di piangere più amaramente di prima, "come può la maestà vostra nutrire per un sol momento il pensiero che Abu-Hassàn, ricolmato dalle sue grazie e dai suoi benefici, e al quale ha concesso tanti onori, cui mai avrebbe osato aspirare, abbia potuto essere capace di tale e tanta ingratitudine? Amavo mia moglie, per tutte queste ragioni e ancora per le belle qualità che aveva; ed ho sempre avuto per lei tutta la tenerezza e tutto l'amore che meritava. Ma, signore", soggiunse, "lei doveva morire, ed il cielo non ha voluto lasciarmi godere più a lungo di una felicità che avevo ottenuto dalla bontà della maestà vostra e di Zobeida, sua cara sposa." Abu-Hassàn, insomma, seppe così bene simulare il suo dolore, mostrando tutti i segni di una vera afflizione, che il califfo, il quale per altro non aveva mai sentito dire che egli avesse avuto il minimo contrasto con la moglie, prestò fede a quanto gli disse, e non dubitò della sincerità del suo dolore. Il tesoriere del palazzo era presente, e il califfo gli ordinò di andare al tesoro, e consegnare ad Abu-Hassàn una borsa con cento dinàr, insieme ad una bella pezza di broccato. Abu-Hassàn si prostrò subito ai piedi del califfo per dimostrargli la sua gratitudine e ringraziarlo del suo regalo. "Segui il tesoriere", gli disse il califfo, "la pezza di broccato deve servire a coprire il catafalco della defunta, e il danaro per farle un funerale degno di lei. Penso che volentieri le darai quest'ultima prova del tuo amore!" Abu-Hassàn non rispose a queste parole cortesi del califfo, se non con un profondissimo inchino, e si ritirò. Seguì il tesoriere, e non appena gli furono consegnate la borsa e la pezza di broccato, ritornò contentissimo al suo alloggio, molto soddisfatto di avere con tanta rapidità e facilità trovato il danaro con cui supplire alle necessità in cui si era ridotto, e che gli avevano cagionato tanta inquietudine. Nùzat al-Auda, stanca di essere stata lungamente in quella incomoda posizione, non aspettò che Abu-Hassàn le dicesse di abbandonare il triste stato in cui era. Appena udì aprire la porta gli corse incontro. "Ebbene", gli disse, "il califfo è stato egualmente facile da ingannare come Zobeida?" "Voi vedete", rispose Abu-Hassàn scherzando e mostrandole la borsa e la pezza di broccato, "che so rappresentare la parte del marito afflitto per la morte di una moglie in ottima salute, altrettanto bene quanto voi quella di una moglie che piange la morte di un marito sano come un pesce." Abu-Hassàn frattanto sospettava che questo duplice inganno avrebbe avuto delle conseguenze. Perciò preparò sua moglie per quanto gli fu possibile su ciò che sarebbe potuto capitare, per agire di concerto. "Infatti", aggiunse, "quanto più riusciremo a mettere il califfo e Zobeida in imbarazzo, tanto più alla fine se ne divertiranno, e forse ci proveranno la loro soddisfazione con nuove prove di generosità." Questa ultima considerazione li incoraggiò a continuare nella finzione per quanto possibile. Benché avesse ancora affari da regolare nel consiglio che presiedeva, il califfo, impaziente di andare dalla principessa Zobeida per farle le sue condoglianze per la morte della schiava, si alzò poco dopo la partenza di Abu-Hassàn, e rimandò il consiglio a un altro giorno. Il gran visir e gli altri visir presero commiato e se ne andarono. Il califfo allora disse a Masrùr, capo degli eunuchi del suo palazzo: "Seguimi, e vieni con me a prender parte al dolore della principessa per la morte di Nùzat al-Auda sua schiava". Arrivati all'appartamento di Zobeida, videro la principessa seduta su un sofà, molto afflitta e con gli occhi ancora bagnati di lacrime. Il califfo entrò, ed avvicinandosi a Zobeida: "Signora", le disse, "non è necessario dirvi quanta parte prendo alla vostra afflizione, giacché non ignorate che sono sensibile a ciò che vi addolora quanto a ciò che vi fa piacere. Ma siamo tutti mortali, e dobbiamo restituire la vita a chi ce l'ha concessa, quando ci viene chiesta. La vostra schiava fedele aveva veramente qualità tali che la rendevano degna della vostra stima, e approvo che gliene diate ancora delle prove dopo la sua morte. Considerate peraltro che la vostra afflizione non le restituirà la vita. Sicché, o signora, se volete lasciarvi persuadere e se mi amate, consolatevi di questa perdita, prendendo cura della vostra vita che mi è molto preziosa, e che forma tutta la felicità della mia". La principessa restò commossa dai sentimenti di tenerezza che accompagnavano le parole del califfo, ma fu molto meravigliata udendo parlare della morte di Nùzat al-Auda che non si aspettava. Questa notizia le procurò una tale sorpresa, che se ne stette per qualche tempo in silenzio senza poter rispondere. Era infatti molto stupita di udire una notizia tanto contraria a quella che aveva saputo, e non poteva quasi parlare. Si riscosse dal suo stordimento, e finalmente, incominciando a parlare, disse, con aria e con voce che ben mostravano il suo stupore: "Gran principe dei credenti, io sono sensibilissima a tutti i sentimenti di tenerezza che mi dimostrate; ma permettetemi di dirvi che non capisco nulla di ciò che mi dite della morte della mia schiava che gode perfetta salute. Il cielo conservi voi e me, o signore: se mi vedete afflitta, ciò deriva dalla morte di Abu-Hassàn, suo marito e vostro favorito, che io stimavo sia per la considerazione che avevate di lui, sia perché avete avuta la bontà di farmelo conoscere e l'ho trovato divertente. Ma, signore, l'insensibilità che dimostrate per la sua morte, e la noncuranza con cui ne parlate dopo così poco tempo malgrado mi aveste dimostrato di provare gran piacere nell'averlo vicino a voi, mi causano stupore e sorpresa. E questa insensibilità appare maggiormente perché volete annunciarmi la morte della mia schiava, invece di quella di Abu-Hassàn suo marito". Il califfo, che credeva di essere bene informato sulla morte della schiava, che aveva buone ragioni di crederlo per ciò che aveva lui stesso visto ed udito, si mise a ridere e si strinse nelle spalle udendo Zobeida parlare a quel modo.

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"Masrùr", disse volgendosi verso di lui e parlandogli, "che ne dici del discorso della principessa? Non è vero che le donne hanno qualche volta certe fantasie che solo difficilmente si possono perdonare?" E rivolgendosi verso Zobeida le disse: "Signora, non distruggetevi più in pianto per la morte di Abu-Hassan; egli gode perfetta salute. Piangete piuttosto la morte della vostra schiava; pochi minuti fa infatti suo marito è venuto nel mio appartamento piangendo a calde lacrime, e in tale afflizione che mi ha commosso, e mi ha annunciato la morte di sua moglie. Io gli ho fatto consegnare una borsa con cento dinàr e una pezza di broccato, per consolarlo e per pagare le spese del funerale della defunta. Masrùr, che è qui presente, è stato testimone di tutto, e vi confermerà quanto ho detto". Questo discorso del califfo, non sembrò alla principessa un discorso serio e credette che volesse farle credere una fandonia. "Gran principe dei credenti", riprese, "benché sia una vostra abitudine scherzare, vi dirò che non è questo il momento di farlo. Ciò che vi dico è serissimo; non si tratta della morte della mia schiava, ma della morte di Abu-Hassàn suo marito; io ne compiango la sorte, e voi dovreste compiangerla con me." "E io, signora", rispose il califfo, con aria molto seria, "vi dico, senza scherzi, che vi ingannate. E Nùzat al-Auda che è morta, mentre Abu-Hassàn vive, e gode ottima salute." Zobeida restò offesa dalla risposta del califfo. "Gran principe dei credenti", soggiunse con vivacità, "il cielo vi preservi dal rimanere in questo errore; mi fareste supporre che la vostra mente è alterata. Permettetemi di ripetervi che Abu-Hassàn è morto, e che la mia schiava, vedova del defunto, gode perfetta salute. Non è passata un'ora da che essa è uscita di qui. Era venuta, disperata e in uno stato che mi avrebbe fatta piangere al solo vederla, anche se non mi avesse detto con mille affannosi singhiozzi la causa della sua afflizione. Le mie donne hanno tutte pianto, e possono darvene testimonianza. Vi diranno anche che le ho fatto dono di una borsa con cento dinàr e d'una pezza di broccato, e il dolore che nell'entrare avete scorto sul mio viso, era causato non tanto dalla morte di suo marito, quanto dalla desolazione in cui l'avevo vista. Stavo anzi mandando a portarvi le mie condoglianze, allorché siete entrato." A queste parole di Zobeida: "Questa, signora, è una ostinazione stravagante!", esclamò il califfo con un grande scoppio di risa. "Io vi dico", continuò tornando serio, "che è Nùzat al-Auda che è morta!". "No, vi dico, signore", esclamò Zobeida interrompendo con grande serietà, "Abu-Hassàn è il morto, e non riuscirete a farmi credere il contrario." Fu tale lo sdegno del califfo a questa risposta che divenne rosso dalla rabbia. Si sedette sul sofà, molto lontano dalla principessa, e rivolgendosi a Masrùr: "Va subito a vedere", gli disse, "chi di loro è morto, e ritorna subito a dirmelo. Benché io sia certissimo che è Nùzat al-Auda che è morta, preferisco averne conferma con questo mezzo, piuttosto che continuare a discutere su una cosa che mi è perfettamente nota". Il califfo non aveva ancora terminato di parlare, che Masrùr era partito per eseguire il suo ordine. "Vedrete", riprese il califfo parlando a Zobeida, "tra un momento chi di noi due ha ragione, se voi o io." "In quanto a me", replicò Zobeida, "so bene che la ragione è dalla mia parte e voi stesso vedrete che Abu-Hassàn è morto, come io vi ho detto." "E io", insistette il califfo, "sono tanto certo che la morta sia Nùzat al-Auda, che sono pronto a scommettere con voi quello che vorrete, sostenendo che non è più al mondo, e che Abu-Hassàn gode perfetta salute." "Non pensate di averla già vinta con questo!", replicò Zobeida. "Accetto la scommessa. Sono tanto persuasa della morte di Abu-Hassàn che scommetto volentieri quanto ho di più caro, contro ciò che vorrete, anche poco." "A queste condizioni", disse allora il califfo, "scommetto il mio giardino di delizie contro il vostro palazzo dei dipinti: l'uno val bene l'altro." "Accetto, e la scommessa è fatta. Non sarò io a tirarmi indietro, e ne chiamo il cielo in testimonio!" Il califfo prestò lo stesso giuramento, e senza dir altro aspettarono il ritorno di Masrùr. Mentre il califfo e Zobeida discutevano con tanto calore sulla morte di Abu-Hassàn o di Nùzat al-Auda, Abu-Hassàn che aveva previsto molto bene che essi avrebbero così battibeccato, spiava quanto stava per accadere. Quando dalla gelosia presso la quale si era seduto mentre parlava con sua moglie, vide Masrùr che si dirigeva verso il loro appartamento, comprese subito con quale ordine fosse stato mandato. Disse perciò a sua moglie che doveva ancora una volta fingersi morta, come avevano deciso, e che non c'era tempo da perdere. Infatti il tempo stringeva, e Abu-Hassàn prima dell'arrivo di Masrùr ebbe appena il tempo di avvolgere nel lenzuolo sua moglie, e distendere sopra di lei la pezza di broccato che il califfo gli aveva fatta consegnare. Aprì poi la porta della sua casa, e con la faccia mesta e smunta, tenendosi il fazzoletto sugli occhi, si sedette accanto alla finta morta. Aveva appena terminato, quando Masrùr giunse nella sua camera; lo spettacolo funebre che gli si presentò lo soddisfece, per quanto riguardava l'ordine che il califfo gli aveva dato. Quando Abu-Hassàn lo vide, gli andò incontro, e, baciandogli in segno di rispetto la mano: "Signore", disse sospirando e lacrimando, "voi mi vedete nella più grande afflizione per la morte di Nùzat al-Auda, la mia cara moglie, che voi onoravate del vostro favore". Masrùr fu commosso da questo discorso, e non poté trattenere le lacrime al pensiero della defunta. Alzò un poco la stoffa che copriva la presunta morta, dalla parte del capo, per vederle la faccia che era scoperta, e lasciandola andare dopo averla guardata: "Non vi è altro Dio che Dio", disse con un profondo sospiro, "e Maometto è il suo profeta! Dobbiamo sottometterci tutti al volere del cielo, e chi nasce deve ritornare a lui! Nùzat al-Auda, mia buona sorella", soggiunse sospirando, "il tuo destino è stato di breve durata. Il cielo ti conceda misericordia!". Si volse poi ad Abu-Hassàn che si consumava in lacrime: "Non senza ragione", gli disse, "si dice che le donne sono qualche volta fuori di senno, e che non si possono perdonare; Zobeida, la mia buonissima padrona, si trova in questo stato. Ha voluto sostenere col califfo che non già vostra moglie era morta, ma voi: e qualunque cosa il califfo abbia potuto dirle per persuaderla del contrario, non ha potuto convincerla. Ha perfino chiamato me per testimonio, poiché, come ben sapete, ero presente quando siete venuto ad annunciargli la dolorosa notizia, ma anche questo non è servito a nulla. Ne hanno fatto una tremenda discussione, che non sarebbe più finita se il califfo, per convincere Zobeida, non mi avesse mandato qui per constatare la verità. Ma temo di non riuscire neppure così, perché qualunque cosa si possa dire a una donna per convincerla della verità, la sua ostinazione è tale che non si può averla vinta, quando è proprio convinta di una cosa". "Il cielo conservi il gran principe dei credenti nel possesso e nel buon uso del suo raro spirito", rispose Abu-Hassàn con le lacrime agli occhi e con parole interrotte da singhiozzi, "voi vedete quello che veramente è, e che non ho ingannato sua maestà: fosse piaciuto al cielo", esclamò per meglio simulare, "che non avessi avuto l'occasione di andare a partecipargli una notizia tanto infausta e dolorosa!" "E' vero", riprese Masrùr, "e io prendo molta parte alla vostra afflizione. Ma bisogna che ve ne consoliate, e non dovete abbandonarvi in questo modo al vostro dolore. Vi lascio controvoglia per ritornare dal califfo; ma vi chiedo di grazia", proseguì, "di non far portar via il cadavere prima che sia ritornato, perché voglio assistere alla sepoltura ed accompagnarla con le mie preghiere." Masrùr se ne andò a render conto della sua ambasciata, e Abu-Hassàn lo accompagnò fino alla porta assicurandolo di non meritare l'onore che gli voleva fare. Temendo che Masrùr ritornasse subito a dirgli qualche altra cosa, lo seguì con lo sguardo per qualche tempo e quando lo vide lontano rientrò in casa, e sciogliendo Nùzat al-Auda dei panni in cui stava avvolta: "Ecco", le disse, "una nuova scena della nostra commedia: ma immagino che non sarà l'ultima, perché la principessa certamente non si vorrà arrendere alla relazione di Masrùr, e se ne burlerà. Ha ragioni troppo forti per non prestargli fede, e dobbiamo aspettarci ancora qualche nuovo fatto". Durante questo discorso di Abu-Hassàn sua moglie ebbe il tempo di ripigliare i suoi abiti; dopo di che andarono entrambi a collocarsi di nuovo sopra il sofà, accanto alla finestra per tentare di scoprire ciò che sarebbe accaduto. Frattanto Masrùr arrivò da Zobeida ed entrò nel suo salottino ridendo e battendo le mani, come uno che avesse qualche buona notizia da annunciare. Il califfo, naturalmente impaziente, voleva essere subito informato di quest'affare e siccome era anche vivamente irritato per la sfida della principessa, così appena vide Masrùr: "Scellerato schiavo", esclamò, "non è tempo di ridere. Tu non proferisci parola? Parla con coraggio: chi è morto? il marito o la moglie?". "Gran principe dei credenti", rispose subito Masrùr ritornando serio, "Nùzat al-Auda è morta, ed Abu-Hassàn ne è ancora afflitto come nel momento in cui si è presentato davanti alla maestà vostra." Senza dar tempo a Masrùr di proseguire oltre, il califfo l'interruppe: "Buone notizie!", esclamò con un grande scoppio di risa. "Un momento fa il palazzo dei dipinti apparteneva a Zobeida tua padrona, ma ora è mio. Lo abbiamo scommesso contro il mio giardino di delizie, dopo che te ne sei andato; sarà mia cura ricompensarti perché non mi potevi fare maggior piacere. Ma a parte questo, dimmi quanto hai visto". "Gran principe dei credenti", rispose Masrùr, "arrivando da Abu-Hassàn, sono entrato nella sua camera che era aperta: l'ho trovato molto afflitto, che piangeva la morte della sposa. Era seduto accanto alla defunta, che era in mezzo alla stanza, avvolta in un lenzuolo, con i piedi rivolti verso la Mecca e coperta dalla pezza di broccato che vostra maestà ha donato ad Abu-Hassàn. Dopo avergli provato che prendevo viva parte al suo dolore mi sono avvicinato e, sollevando la stoffa dalla parte della testa ho riconosciuto Nùzat al-Auda col volto già gonfio e trasformato. Ho consolato come ho potuto Abu-Hassàn e, venendo via gli ho detto che avrei voluto partecipare ai funerali e che quindi aspettasse a far seppellire il corpo. Ecco quanto posso dire a vostra maestà." Masrùr finì così la relazione al califfo, che gli disse, ridendo di cuore: "Io non pretendevo altro, e sono contentissimo della tua esattezza". Rivolgendosi poi alla principessa Zobeida, le disse: "Ebbene, signora, avete ancora qualche cosa da ridire contro una verità così lampante? Credete ancora che Nùzat al-Auda sia viva e che Abu-Hassàn sia morto, o riconoscete di aver perso la scommessa?". Zobeida non ammise affatto che Masrùr avesse riferita la verità. "Come, signore", rispose, "potete immaginare che io creda a questo schiavo? Egli è un impertinente e non sa ciò che dice: io non sono né cieca, né pazza, e coi miei stessi occhi ho visto Nùzat al-Auda in grande afflizione. Io stessa le ho parlato, e ho udito benissimo quanto mi ha detto della morte di suo marito." "Signora", disse Masrùr, "vi giuro sulla vostra vita e su quella del gran principe dei credenti, che mi sono entrambe più care della mia stessa vita, che Nùzat al-Auda è morta, e che Abu-Hassàn vive." "Tu menti, schiavo vile e spregevole!", replicò Zobeida indignata, "e voglio sbugiardarti." Chiamò le sue donne, battendo le mani. Quelle subito entrarono in gran numero. "Venite qui!", disse loro la principessa. "Chi è venuto a parlarmi poco prima che il gran principe dei credenti giungesse?" Le donne risposero tutte d'accordo, che era venuta la sconsolata ed afflitta Nùzat al-Auda. "E a voi", soggiunse, voltandosi alla tesoriera, "che cosa ho ordinato di consegnarle prima che se ne andasse?" "Signora", rispose la tesoriera, "ho consegnato a Nùzat al-Auda per ordine della maestà vostra una borsa di cento dinàr, e una pezza di broccato." "Ebbene, schiavo sciagurato e indegno!", disse allora Zobeida a Masrùr, "che rispondi a queste parole? A chi pensi che debba credere ora, a te o alla mia tesoriera, e alle mie altre donne oltre che a me stessa?" A Masrùr non sarebbero mancate le ragioni per contraddire il discorso della principessa; ma temendo di sdegnarla maggiormente, prese il partito di ritirarsi, e se ne stette in profondo silenzio, convinto tuttavia, per tutte le prove che aveva, che fosse morta Nùzat al-Auda e non Abu-Hassàn. Durante questa discussione fra Zobeida e Masrùr, il califfo, che aveva assistito alle testimonianze riferite dall'una e dall'altra parte, in base alle quali ognuno sosteneva le sue ragioni, e sempre persuaso del contrario di quanto affermava la principessa, sia per quello che aveva visto lui stesso parlando con Abu-Hassàn sia per ciò che aveva riferito Masrùr, rideva di tutto cuore nel vedere Zobeida tanto indignata contro Masrùr. "Signora, lo ripeto ancora una volta", disse a Zobeida: "non so chi abbia detto che le donne qualche volta vaneggiano; permettete che vi dica che, comportandovi così, dimostrate che chi ha affermato ciò, ha ragione. Masrùr è venuto un momento fa dalla casa di Abu-Hassàn, e dice di avere coi propri occhi visto Nùzat al-Auda morta, nel mezzo della camera, ed Abu-Hassàn vivo, vicino alla defunta: e nonostante la sua testimonianza, che non si può ragionevolmente negare, persistete a non credergli: questo non riesco a capirlo".

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