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Vita degli Animali Uccelli Fissirostri

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Vita degli Animali Uccelli Fissirostri

INTRODUZIONE

Tra gli uccelli appartenenti a questo ordine e che sono sempre stati considerati strettamente legati fra di loro si è cercato recentemente di porre delle distinzioni, assegnando le singole famiglie ad ordini diversi sulla base di differenze esistenti nella forma delle ali o dei piedi oppure nelle diverse attitudini dell'apparato vocale: e così alcuni sono stati avvicinati ai cantatori e altri ai gridatori. Per parte mia non credo che distinzioni di questo genere si possano giustificare: se esiste fra un certo numero di animali una precisa affinità di costumi, questo è l'indice più sicuro della loro appartenenza ad un medesimo gruppo, poiché ogni animale vive come gli è prescritto dalla struttura del suo corpo, cosicché le analogie del costume comportano anche la somiglianza della struttura nelle sue linee essenziali, anche se il minuto esame delle singole parti del corpo possa sembrare indice del contrario.
Per quel che riguarda i Fissirostri, le diversità tra le singole famiglie non eliminano la somma dei caratteri comuni, ed essi sono fra loro così somiglianti che non mi sembra assolutamente possibile dubitare della loro affinità.
Il tipo fondamentale di questi uccelli si modifica nei singoli generi, cosicché una descrizione generale non può essere fatta che per sommi capi. Si tratta, in complesso, di uccelli piccoli o al massimo di media grandezza: il corpo è allungato e nello stesso tempo robusto, il collo breve, la testa grande e appiattita, le ali lunghe strette, più o meno aguzze e la coda di dimensioni variabili, il piede è corto e di norma assai debole. L'organo più importante dei Fissirostri è il becco, che si presenta piccolo, breve e piatto, più largo alla base che all'apice e per il resto soggetto a molte variazioni: a volte la mascella superiore poggia orizzontalmente su quella inferiore, in altri casi si piega su di essa ad uncino, e i margini possono essere retti, arcuati, dentati o seghettati. L'apertura della bocca è sempre molto profonda e quindi anche le proporzioni delle fauci sono notevoli.
I Fissirostri sono distribuiti su quasi tutto il globo, anche se mostrano chiaramente di preferire le zone calde alle fredde ed in vicinanza dei poli decrescono rapidamente: questa loro distribuzione ha la sua ragion d'essere, evidentemente, nelle variazioni di distribuzione del cibo, per cui essi sono più numerosi laddove più facilmente riescono ad assicurarsi abbondanza di sostanze vitali; e dalla stessa matrice vengono pure le differenze riguardo ai grandi movimenti periodici, per cui, mentre le specie che vivono nelle zone temperate sono quasi sempre migratrici, quelle tropicali non compiono che sporadiche escursioni. Entro i limiti accennati, i luoghi che prescelgono sono i più vari: li incontriamo, infatti, nelle foreste e nelle pianure come sui monti, nelle zone disabitate come tra gli edifici o addirittura tra le case dell'uomo.

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Il vero dominio di quest'ordine di uccelli è rappresentato dall'aria: la loro dote più spiccata e rilevante è infatti l'attitudine al volo, sulla quale si fonda pressoché per intero la loro vita, ed al cui confronto tutte le altre facoltà sono destinate a passare in sott'ordine. Sul terreno, tra i rami o nelle fessure, quantunque non di rado si muovano, appaiono prevalentemente goffi ed impacciati: l'aria è il campo in cui spiegano tutta la loro forza. Alcune specie mostrano una capacità di resistenza straordinaria, e si direbbe quasi che non conoscano la stanchezza: passano in volo l'intera giornata, e solo la notte mette fine alle loro continue evoluzioni, che si spiegano secondo una variatissima gamma di modelli, dai quali è comunque possibile estrarre la definizione più propria del concetto di volo, una definizione che è fatta di rapidità, eleganza, durata e facilità. Queste eccezionali attitudini vengono a limitarsi alquanto solo nelle specie di abitudini notturne, e per il resto trovano la loro spiegazione nella necessità, sentita da tutti questi uccelli, di usufruire di una grande abilità nel volo per assicurarsi il cibo necessario. Esso è costituito, generalmente, di insetti delle specie più disparate, e solo di rado ne entrano a far parte i piccoli vertebrati, le bacche o le frutta; e, poiché essi debbono ghermire insetti dal volo diversissimo, l'agilità dei movimenti aerei è un requisito indispensabile, così come essenziale appare la notevole ampiezza delle fauci attraverso le quali devono passare con sicurezza e senza perdita di tempo le prede catturate. L'insetto viene sorpreso e inghiottito in un batter d'occhio, e non c'è nemmeno bisogno di ucciderlo o di spezzarne le membra prima che esso passi direttamente nel ventriglio. Naturalmente, la fatica necessaria normalmente per procurarsi il cibo fa sì che tutte le specie di Fissirostri siano voracissime, e che questa voracità sia proporzionale alla durata ed alla velocità dei movimenti: molte specie cacciano per tutto il giorno, e la loro fame sembra addirittura insaziabile. Ciononostante non ingrassano, e sanno poi sopportare gli stimoli della voracità per giorni o addirittura per settimane quando le circostanze ambientali rendano problematico o impossibile rintracciare cibo di qualsiasi genere.
Dopo la facoltà del volo, la più spiccata in tutti i componenti la famiglia, non c'è molto da dire sulle rimanenti doti dei Fissirostri. Il senso più sviluppato è certamente quello della vista ed anche il tatto e l'udito sono abbastanza buoni; odorato e gusto sembrano viceversa appena accennati. Le doti intellettuali, generalmente, non stanno ad un livello gran che elevato, e solo poche specie dimostrano di sapersi adattare con una certa avvedutezza al mutare delle circostanze; tra di loro, poi, questi uccelli sono quasi sempre socievoli, e tra maschio e femmina si stabilisce una forte corrente di attrazione e di affetto, che viene riversata in misura altrettanto grande sui piccoli. Le capacità canore sono abbastanza disparate, poiché in alcuni casi consentono agli uccelli di esprimersi attraverso suoni molto gradevoli e in altri limitano invece l'espressione a poche frasi lamentevoli e spezzate.
Differenze piuttosto spiccate si trovano anche nel processo d'incubazione. Il nido si limita a volte ad un superficiale scavo nel terreno, ma può arrivare a costituire una vera e propria piccola opera d'arte, collocata in una cavità preesistente o appositamente preparata, nascosta tra il fogliame oppure fissata alle pareti degli edifici. Il numero delle uova oscilla da due a sei, e il loro aspetto è variabile: quanto alla cova, di solito vi si dedica solo la femmina, assistita dal maschio, che provvede ad alimentarla ed a distrarla. Entrambi i genitori soddisfano le necessità dei piccini, che solo in circostanze di clima particolarmente favorevoli vengono al mondo due volte l'anno.
I Fissirostri devono guardarsi, nei loro rapporti con il resto del regno animale, da molti pericoli, che vengono loro da certe specie di parassiti, dai mammiferi predatori e dagli uccelli rapaci: la velocità e l'agilità dei movimenti spesso consentono loro di liberarsi dagli attacchi portati dai nemici maggiori, e confidando nelle proprie forze essi si divertono addirittura, e non di rado, a schernirli e a provocarli, anche se è tutt'altro che difficile vedere un grosso falco ghermire qualcuno di loro. Rispetto all'uomo, poi, essi godono di una situazione privilegiata: la gradevolezza del loro aspetto e dei loro costumi ha fatto sì che l'uomo li rispetti e li protegga, come del resto essi meritano largamente, se si guarda ai notevoli benefici che vengono dalle loro abitudini.

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RONDINI

Nell'ordine dei fissirostri, a questa famiglia si può giustamente attribuire il primo posto. Gli uccelli che la compongono sono piccoli, eleganti, col petto largo, il collo breve e la testa piatta; il becco è corto e depresso, di forma quasi triangolare, perché la base è molto più larga dell'apice, la punta della mascella superiore è alquanto ricurva e l'apertura delle fauci arriva fin sotto l'occhio. Piedi e dita sono deboli, le ali lunghe e acute e la coda è anch'essa di notevole lunghezza. Nella struttura interna i caratteri più salienti sono dati dall'omero assai breve e dalle ossa palatine molto rientranti ai margini: inoltre, di tutto lo scheletro soltanto le ossa del cranio sono pneumatiche. Il gozzo non esiste, le pareti dello stomaco hanno muscoli molto deboli e la lingua cornea e piana è dotata di orli taglienti.

Trapani Rondini

Diffuse in tutti i Continenti ed a diverse altezze, solo al di là del Circolo Polare le Rondini non si trovano che isolate e non nidificanti. Le specie che nidificano nelle regioni in cui la temperatura invernale è rigida sono solite compiere regolari migrazioni, mentre quelle che soggiornano nei Paesi caldi compiono soltanto delle escursioni.
Molto dotate fisicamente ed intellettualmente, meritano con pieno diritto la qualifica di uccelli nobili. Quanto ai loro abilissimi movimenti nel volo, vale tutto ciò che si è già detto in precedenza, discorrendo dell'ordine cui appartengono; il passo è assai incerto, sebbene migliore del goffo trascinarsi tipico di alcune altre famiglie; per riposarsi, si soffermano volentieri sui rami sottili e poco fronzuti, ai quali possono arrivare senza trovare ostacoli. La loro voce è armoniosa; esse possiedono sviluppati muscoli vocali e li adoperano assai bene in un piacevole e gradito cicaleccio. Altrettanto amabili sono i loro costumi: allegre e socievoli, sono anche caute e intelligenti e danno frequenti prove di grande coraggio. Né è possibile trovare nei loro tratti quelle inclinazioni che siamo soliti definire cattive, per cui tutto di loro ci piace e ci interessa.
Tutte le Rondini sono insettivore e si cibano specialmente di imenotteri neurotteri e ditteri: cacciano solo volando, non essendo in grado di raccogliere animali posati, e inghiottono la preda senza spezzarla. Del resto, si può ben dire che tutte le principali funzioni vitali esse le svolgano in volo; bevono volando, si nutrono, si bagnano sfiorando la superficie dell'acqua e immergendovi un tratto del becco o una parte del corpo.
La maggior parte delle specie dedica attenta cura alla costruzione del nido, componendone le pareti esterne con pezzetti d'argilla mescolati alla saliva, e solo alcune sono portate ad allargare faticosamente le fessure delle rupi, facendovi un foro a forma di forno, che viene poi ammorbidito con poche piume confusamente disposte. Lo stesso nido viene adoperato per diversi anni, e le singole covate, sovente ripetute più di una volta in un anno, constano di quattro-sei uova.
L'agilità nel volo e la innata prudenza limitano grandemente i danni che possono venire alle Rondini dagli altri animali; anch'esse, tuttavia, devono temere i rapaci falchi e si vedono spesso distrutti dalle martore, dalle donnole, dai topi o dai gatti i loro nidi. Quanto all'uomo soltanto quelli che per loro sfortuna sono privi di sentimenti gentili si inducono a muovere loro guerra. In gabbia non le tengono: la Rondine è un uccello che ha assoluto bisogno di libertà ed è veramente un caso riuscire ad abituarne qualcuna alla vita di schiavitù.

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RONDINE (Hirundo rustica)

Con un corpo assai allungato e muscoloso, collo breve, testa larga e schiacciata, becco largo e appena ricurvo, ali lunghe e coda abbondante e profondamente forcuta, la Rondine comune misura in lunghezza circa diciassette centimetri, di cui otto di coda, ha le singole ali sugli undici centimetri e l'apertura alare di trenta. Il colorito delle parti superiori è nero-azzurro con lucentezza metallica, la fronte e la gola sono brune ed il resto delle parti inferiori giallastro; sulla coda le cinque timoniere estreme presentano sul vessillo interno macchie bianche e rotonde. Nella femmina tutti i colori sono meno vivi che nel maschio, e nei giovani appaiono molto più pallidi.
La Rondine è diffusa in tutta Europa con l'eccezione dell'estremo nord, e la si trova anche nell'Asia settentrionale: specie del tutto affini, per i costumi e l'indole delle quali non è necessario alcun discorso particolare, la rappresentano nell'Africa settentrionale, nell'America del nord e del sud e nella Polinesia. La descrizione della nostra specie ci farà conoscere anche i costumi delle affini, poiché in tutto il Globo le rondini si assomigliano nei tratti essenziali.
Questi uccelli si sono avvicinati all'uomo fin da tempi remotissimi ed hanno fatto della sua casa la loro dimora, accontentandosi delle rupi solo dove mancano le abitazioni umane. Arrivano tra noi all'incirca nella prima quindicina di aprile e si trattengono fino alla fine di settembre o al principio di ottobre: con i primi freddi intraprendono le migrazioni dirette fino al centro e al meridione dell'Africa ed ai bassopiani indiani. Durante il lungo volo sorvolano territori nei quali possono trovare tutto quanto è loro necessario per vivere, e incrociano i luoghi abitati dalle specie affini.
La Rondine è un bell'uccello di nobile indole cui le doti di corpo e di spirito assegnano un posto cospicuo agli occhi di tutti. Come dice il Naumann, è agile, ardita, allegra, sempre elegante e di buon umore: quantunque delicata e gentile, si mostra energica in ogni sua azione, e ce lo provano i rapidi movimenti, i giochi con le compagne e la costanza con cui insegue gli uccelli di rapina e gli altri animali da preda. Fra tutte le rondini è quella dotata del volo più spedito, veloce e variato: nuota e ondeggia, precipita e svolazza, si volge in ogni direzione con la velocità del fulmine, scende a sfiorare il terreno per impennarsi improvvisamente fino alle altezze maggiori; e nei fori più angusti entra senza urtare, si bagna volando a fior d'acqua e si tuffa con sorprendente destrezza e velocità. Per posarsi, sceglie luoghi aperti e facilmente raggiungibili, e là si scalda ai raggi del sole e canta, assumendo atteggiamenti graziosissimi, da cui traspare sempre una aria sveglia e maliziosa.
Il canto della Rondine è variato e piacevolissimo: sonoro e allegro diventa in caso di pericolo angosciato e tremolante, oppure si distende in garriti prolungati e gioiosi. Appena il giorno si annunzia, la Rondine è il primo degli uccelli a ridestarsi ed a far sentire la sua voce: tutti gli altri volatili sono ancora immersi nel sonno, il silenzio domina la natura e tutti gli oggetti sono come avvolti in un velo nebbioso, ed ecco che già risuona, per rapidamente distendersi in una armoniosa canzone, il grido della Rondine. E' come il segnale della sveglia per l'intera natura; e, dopo averlo lanciato per breve tempo restando ferma alle proprie sedi abituali, l'uccello si abbandona al libero gioco del volo, seguitando ininterrottamente a ripetere i suoni che gli sono propri.

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Fra tutti i sensi di questi uccelli predomina la vista, principale se non unico ausilio delle sue cacce, che le permette di scorgere a grande distanza i più piccoli insetti. Anche l'udito e il tatto raggiungono un buon grado di sviluppo, mentre su di un piano alquanto più modesto restano l'odorato ed il gusto; e quanto alle doti d'intelligenza, anche se forse talvolta la complessiva amabilità delle Rondini può aver prodotto dei giudizi troppo favorevoli, non è certo possibile considerarle mediocri se solo si bada alla scaltrezza con cui distinguono gli amici dai nemici e adattano il loro comportamento alle più mutevoli circostanze. Il nutrimento della Rondine si compone di insetti delle specie più diverse, sempre catturati in volo, perché, a quanto pare, essa non è capace di sorprendere le prede posate. Restano esclusi solo gli insetti armati di pungiglioni velenosi. Per sorprendere quelli fermi, l'uccello scende fino a sfiorarli per indurli a partire, e poterli successivamente ingoiare; e naturalmente l'abbondanza del suo cibo è in relazione con le condizioni meteorologiche, che quando sono cattive inducono gli insetti a non muoversi nell'aria e a restare praticamente imprendibili. In questo caso, la Rondine rimane tristemente posata nelle sue sedi, mesta e silenziosa, poiché non bisogna dimenticare che essa abbisogna di molto cibo per poter sostenere una vita tanto movimentata e dispendiosa di energie com'è quella che conduce.
Il nido viene quasi sempre posto nelle case perché sia bene difeso dal tetto sporgente: la Rondine lo colloca tra le travi dei soffitti, nei solai e, in generale, negli spazi abbandonati e magari non perfettamente puliti che siano ben protetti dagli agenti atmosferici e non solo dagli eventuali attacchi degli animali nemici, ma anche dalle premure degli uomini per la pulizia delle loro case.
Nei luoghi adatti se ne trovano spesso delle vere e proprie colonie; e ciascun nido ha la forma di un quarto di sfera con il maggior spessore nel punto in cui è assicurato alla parete. Composto esternamente di terra fangosa o grassa che l'uccello raccoglie in pallottole e rende più solida ricoprendola di saliva, è intessuto di steli e crini finissimi specialmente abbondanti nella cavità interna. Quando il tempo è bello la coppia non impiega più di otto giorni per portare a termine la costruzione, destinata a servire per molti anni non solo a chi l'ha costruita, ma anche alle successive generazioni, attraverso periodici ed accurati lavori di restauro. Nel mese di maggio la femmina depone quattro-sei uova dal guscio molto sottile e segnate di punti cinerini e rossastri sul fondo bianchissimo. Normalmente le cova da sola, e dodici giorni sono sufficienti per veder nascere la prole: ma, quando la stagione è sfavorevole, l'incubazione si prolunga, perché la femmina è costretta ad abbandonare il nido e a ricercare essa stessa il cibo che il compagno non è da solo in grado di procurarle. Appena nati, i piccoli sono di aspetto deforme, specialmente per le spropositate dimensioni della loro bocca: alimentati da entrambi i genitori, crescono però rapidamente, e in genere sono sufficienti tre settimane per metterli in grado di seguire gli adulti all'aperto. Dopo averli protetti per qualche altro tempo riconducendoli ogni sera al nido, padre e madre li lasciano al loro destino e passano ad una seconda cova, generalmente localizzata nei primi giorni d'agosto e composta da un numero inferiore di uova. In certe annate essa si protrae così a lungo da mettere in pericolo tutta la famiglia per il sopravvenire dei primi rigori autunnali: a volte gli adulti sono costretti ad abbandonare gli ultimi nati, ma, se tutto procede regolarmente, anche questi si uniscono a loro per affrontare la migrazione invernale. Si formano in questo periodo grandi branchi di rondini cui si associano spesso gli Storni e le Cutrettole, e che si portano fra i canneti che costeggiano le paludi in attesa della notte di partenza. E' infatti dopo il tramonto del sole che gli anziani del branco danno il segnale del via, al quale fanno immediatamente seguito il levarsi e lo scomparire dello sterminato esercito, che si avvia verso i caldi Paesi tropicali.
Benché tanto agile e relativamente protetta dalla vicinanza dell'uomo, la Rondine ha nel regno animale molti nemici; il più terribile è il falco lodolaio, che dà la caccia non solo ai piccini, ma anche agli adulti, e ad esso vanno aggiunti, come s'è accennato parlando in generale della famiglia, i topi e tutti i predoni che frequentano le nostre case. A questi avversari si unisce, per fortuna di rado, l'uomo, dimentico di un giusto proverbio spagnolo, il quale sentenzia che chi uccide una rondine commette un vero e proprio matricidio.
E' molto raro trovare qualcuno di questi uccelli in schiavitù, perché l'allevamento esige grandi cautele compensate da scarsi frutti.

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RONDINE DEL SENEGAL (Hirundo senegalensis)

Diffusa in tutta l'Africa centrale, dalla costa occidentale fino a quella del Mar Rosso e dell'Oceano Indiano, la Rondine del Senegal è lunga venti centimetri, ne ha circa trentasette di apertura d'ali, meno di dieci di coda e circa tredici per le singole ali. Il suo abito è nero-azzurro lucido superiormente, eccettuati il groppone ed il collare, che sono di una chiara tonalità bruno-rossiccia; questo stesso colore predomina sulle parti inferiori, schiarendosi alquanto sulla gola e sulla porzione alta del petto. A differenza della specie precedente, vive soprattutto nelle steppe sparse di scarsa vegetazione, e nidifica nei tronchi cavi degli alberi: per il resto, indole ed abitudini non presentano differenze rilevanti rispetto a quelle delle rondini comuni.

RONDINE FILIFERA (Hirundo filifera)

La singolarità di questa specie consiste nel fatto che le due penne estreme della coda leggermente forcuta si prolungano e nel tempo stesso si restringono al punto da assumere la consistenza di due fili. Il piumaggio nella parte superiore è di un magnifico azzurro acciaio splendente, il vertice è rosso-ruggine, le guance sono nere, le parti inferiori uniformemente bianche e le penne timoniere macchiate di bianco allo stesso modo di tutte le altre rondini. La sua lunghezza è di circa dodici centimetri, ma se vi si comprendono i lunghi fili della coda, arriva ai venti, e l'apertura delle ali è di ventotto. Nelle femmine i due fili sono di minor lunghezza. La Rondine Filifera vive nell'Africa orientale e in India, tenendosi di solito isolata, in coppie o tutt'al più in branchetti. I suoi costumi non differiscono da quelli della rondine europea ed il suo nido viene di solito collocato tra le muraglie delle vecchie costruzioni, negli spazi delle rupi e in altri luoghi simili. E' quasi sempre isolato, piccolo ed aperto nella parte superiore: la covata si compone di due o tre uova scarsamente punteggiate di rosso sul fondo bianco.

BALESTRUCCIO (Delichon urbica)

Questo uccello, cui si dà anche il nome di «Rondine dei Tetti», ha per caratteri principali la coda poco forcuta e i piedi abbastanza robusti con il dito esterno e quello centrale piumati come i tarsi e uniti l'uno all'altro fino alla prima articolazione. Misura in lunghezza circa tredici centimetri, in apertura d'ali ventisei, ed ha la coda di quasi sei centimetri e le singole ali di dieci. Il colorito del piumaggio è molto uniforme, nero-azzurro sulle parti superiori eccettuato il groppone, bianco su quelle inferiori e sul groppone stesso; il becco è nero, gli occhi bruni e il piede color carne nelle parti nude. Non esistono differenze di colore tra i due sessi, mentre i piccoli hanno il nero delle parti superiori più pallido e il bianco meno puro sulla gola.
Il Balestruccio abita all'incirca gli stessi paesi che sono propri alla rondine europea, ma si spinge più a settentrione; preferisce tenersi nelle città e si vede molto spesso nei grandi edifici. Le sue migrazioni, meno prolungate di quelle della specie comune, lo portano verso il centro dell'Africa e nell'Asia meridionale, e vengono compiute in grandi stormi.

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I suoi costumi, benché molto simili a quelli della rondine, lo classificano in generale come un uccello più serio, riflessivo e sempliciotto: è meno confidente pur senza essere pauroso, il suo volo è meno rapido, ondeggiante e tenuto per lo più a maggiori altezze. Più socievole degli affini, non convive tuttavia che con quelli della sua stessa specie, anche se mantiene buoni rapporti con le rondini e si unisce talvolta ai loro stormi per intraprendere la migrazione. La buona armonia viene spesso turbata nei dintorni del nido a causa dei compagni che vorrebbero impadronirsene e dei passeri, che molto spesso cercano di cacciarlo dalle sue costruzioni. La voce del Balestruccio è poco gradevole e consiste in una monotona serie di suoni continuamente ripetuti.
Il cibo di questi uccelli è quello consueto a tutte le specie della famiglia, e si compone perciò quasi esclusivamente di insetti: la digestione avviene con tale rapidità che anche l'esame degli avanzi contenuti nel ventriglio non consente di distinguerne le varie specie.
Il nido viene posto quasi unicamente negli edifici delle città e dei villaggi, e solo nei paesi poco popolosi lo si può trovare contro le pareti delle rocce: per edificarlo, in ogni caso, il Balestruccio sceglie luoghi ben protetti dalla pioggia grazie a qualche tetto sporgente, ai cornicioni, ai merli delle torri e simili. A volte si stabilisce pure in qualche buco delle pareti chiudendone l'ingresso e lasciandovi solo un piccolo foro: ed è proprio questa la differenza essenziale fra il suo nido e quello della rondine, la quale lascia sempre aperte superiormente le sue costruzioni, mentre il Balestruccio le chiude completamente, di solito in forma emisferica, lasciando libero unicamente un foro d'ingresso. Il lavoro di costruzione è lungo e non richiede mai meno di dodici o quattordici giorni, nonostante la grande operosità delle coppie che vi si dedicano. Di solito i diversi nidi sono riuniti in colonie e vengono usati non soltanto per le due incubazioni consuete nel corso dell'estate, ma anche negli anni successivi, dopo un'accurata pulizia interna, il rinnovamento del rivestimento e il restauro degli eventuali danni. Le uova deposte dalla femmina variano in numero da quattro a sei, sono bianchissime e di guscio sottile, ed alla loro incubazione provvede soltanto la madre: se la stagione e favorevole il maschio riesce a soddisfare il bisogno di cibo della compagna ma, quando il tempo è cattivo, anche questa è costretta ad uscire in cerca di alimenti e l'incubazione dura necessariamente più a lungo. L'andamento del tempo influisce anche sulla crescita dei piccini: quando l'estate è asciutta, i genitori riescono, volando, a procacciar loro una sufficiente quantità di insetti, ma, se il tempo è piovoso, la carestia si fa sentire, talvolta con gravi conseguenze: sono stati persino trovati dei nidi in cui i piccoli erano morti di fame nella stessa posizione in cui si trovavano mentre erano in vita. Se tutto procede regolarmente, ad ogni modo, i nuovi nati lasciano il nido sotto la guida dei genitori dopo circa sedici giorni, facendo dapprima ritorno al nido ogni sera e lasciati poi completamente liberi. Succede a volte che, tornando la famiglia al nido, questo si dimostri troppo piccolo per contenerla, e nascono allora affannosi parapiglia prima che i singoli membri riescano a trovare una posizione soddisfacente: la cosa può diventare molto seria quando, nella confusione della grande colonia, i piccoli sbagliano nido e si vedono cacciati con urti e beccate dai legittimi proprietari.
Il nemico più temibile del Balestruccio è il falco lodolaio, ma anche gli allocchi e i barbagianni, assieme alle donnole e ai topi, saccheggiano molto spesso i nidi. Si verificano sovente lotte acerrime e con conseguenze tragiche tra questi uccelli ed i passeri: quando il Balestruccio ha finito il nido, i passeri vi si affacciano per impossessarsene e riescono quasi sempre nel loro intento perché sono di mole e di forza superiori. Il povero Balestruccio non può far altro che protestare magari per lunghi giorni, con insistenti garriti, mentre il passero adatta il locale a seconda dei suoi gusti aggiungendovi fuscelli ed altre sostanze vegetali; l'usurpatore non esita a volte a cacciarsi nei nidi già occupati dai piccoli, scacciandoli e poi cantando orgoglioso della trista impresa compiuta. Se queste invasioni si ripetono nel corso dell'estate, può anche succedere che l'incubazione divenga del tutto impossibile: l'unica vera difesa per il Balestruccio sta nel predisporre un ingresso così piccoLo che il rivale non possa in alcun modo passare attraverso l'apertura.

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ARIELE (Delichon ariel)

L'Ariele è il balestruccio dell'Australia: piccolissimo, misura in lunghezza soltanto nove centimetri, ed ha le parti superiori colorate di azzurro scuro, con il vertice rosso-ruggine e il groppone giallastro; sulle parti inferiori è screziato di bianco, ai lati di rosso-ruggine, e sulla gola presenta delle fini striature scure. Le penne remiganti e la coda sono brune, l'occhio quasi nero, il becco nero e il piede grigio-bruniccio.
Nel mese di agosto questo uccello compare nelle parti occidentali e meridionali dell'Australia, rioccupa i vecchi nidi e compie due o tre covate ripartendo nel febbraio. Le colonie di nidi vengono costituite non solo sotto i tetti delle case, ma anche lungo le pareti rocciose, nei tronchi cavi e in altri luoghi simili, sempre poco distanti dall'acqua: le singole costruzioni si distinguono per un lungo tubo d'ingresso che ha forma di collo di bottiglia e può essere rivolto ora verso l'alto, ora verso il basso o lateralmente. Tutta la comunità concorre alle costruzioni, e si vedono talvolta fino a sette individui occupati al medesimo nido, all'interno del quale si trovano normalmente da quattro a cinque uova di fondo bianco e segnate da una punteggiatura rossiccia.

RONDINE MONTANA (Ptyonoprogne rupestris)

Gli uccelli di questa specie e di quella descritta subito appresso si riconoscono per la coda leggermente forcuta e per le piume poco fitte e non molto appariscenti. La Rondine Montana misura in lunghezza da tredici a quattordici centimetri, cinque dei quali fanno parte della coda, mentre le singole ali sono lunghe circa dodici centimetri e l'apertura alare tocca i trentatré: l'abito è bruno chiaro nelle parti superiori, ed ha le penne remiganti e caudali nericce, queste ultime ornate di macchie giallastre di forma ovale, che sono assenti nelle penne centrali ed estreme la gola è bianchiccia e il petto con la parte inferiore del corpo è grigio-rossiccio sporco. Gli occhi sono bruni, il becco nero e il piede rossiccio: tra i due sessi le diversità sono praticamente insignificanti, mentre i piccini si distinguono per un colorito più uniforme.
La patria di questa rondine è costituita dall'Europa centrale e soprattutto dalla meridionale: spesso gli esemplari che vivono nell'estremo mezzogiorno europeo oppure sui monti dell'Africa nord-occidentale non compiono migrazioni invernali: movimento abituale invece per tutti gli altri che, con l'approssimarsi della stagione fredda, si mettono in viaggio in grandi stuoli verso il tiepido clima africano.
Chi abbia un minimo di pratica riconosce a prima vista la Rondine Montana per il suo colorito grigio e per il volo lento e quasi ondeggiante, sempre condotto in modo più o meno uniforme nei pressi delle pareti rocciose e ad altezze variabili: ad intervalli si porta anche a quote maggiori dando prova di un'agilità e di una destrezza non inferiori a quelle del balestruccio. E' raro che si unisca alle altre specie, confondendosi solo con i balestrucci che nidificano tra le rocce e tenendosi sempre separata dalle rondini comuni e dai rondoni. Quando il tempo è cattivo, il suo volo si svolge assai vicino al terreno, e se piove fortemente, essa va a cercare riparo sotto le sporgenze rocciose o all'interno delle fessure: durante il giorno non suole posarsi volentieri, a meno che non debba scendere a terra per raccogliervi i materiali necessari alla costruzione del nido. Uscendo dai suoi nascondigli non allarga le ali se non quando deve abbassarsi, e vola tranquilla ondeggiando lievemente lungo il pendio dei colli, visitando tutti gli anfratti del terreno e dei boschi senza mai allontanarsi troppo dalle rupi abituali. Meno rumorosa e vivace del balestruccio, la si vede tuttavia giocare spesso sulle rupi, dalle quali proviene il suo grido ora armonioso, ora profondo e rauco.
I nidi della Rondine Montana sono costruiti contro le rupi a non grande altezza e sempre in posizioni ben protette dalle pietre sporgenti; somigliano a quelli della rondine, aperti nella parte superiore, e se ne trovano spesso in buon numero l'uno vicino all'altro, senza che però arrivino quasi mai a costituire delle vere e proprie colonie, come succede per molte delle specie affini. La covata consta di tre-cinque uova che sono punteggiate di rossiccio sul fondo uniformemente bianco; i genitori nutrono i piccini anche dopo che essi hanno imparato a volare recando loro il cibo in volo: giovani e adulti si vengono incontro nell'aria e, fermandosi un istante, porgono e ricevono gli insetti.
I nemici di questa specie sono da annoverare, secondo il solito, soprattutto tra i falchi, mentre l'uomo normalmente non la perseguita.

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TOPINO (Riparia riparia)

Strutturalmente simile alla specie precedente, il Topino, o Rondine Riparia, è ben noto fino dai tempi antichi, e lo stesso Plinio ci ha lasciato una descrizione delle sue abitudini. E' una delle rondini più piccole, con tredici centimetri al massimo di lunghezza, ventotto di apertura alare e circa cinque di coda. L'abito è semplice, cinerino nelle parti superiori e bianco, con un anello bruno-cinerino sul petto, in quelle inferiori: i due sessi sono simili ed i piccini hanno colori alquanto più scuri.
Diffusi in Europa, Asia e America del Nord, questi uccelli si trovano quasi dappertutto nel continente europeo, ma non nidificano nelle sue regioni settentrionali; sono molto numerosi nelle zone abituali, soprattutto costituite da quei luoghi in cui erte pareti rocciose scendono a picco nell'acqua. Giungono tra noi a primavera avanzata, di solito ai primi di maggio, e si dispongono alle consuete migrazioni all'inizio di settembre. Di carattere vivace, gentile e nobilissimo, nei loro costumi ricordano da vicino il balestruccio, del quale ripetono il volo dolce e oscillante, tenuto normalmente nei bassi strati dell'atmosfera. Con gli altri animali si mostrano pacifici e timidi, e tra di loro sono estremamente socievoli, non separandosi neppure quando si dedicano alla consueta caccia degli insetti. Vivono in numerose colonie stabilite nelle descritte pareti rocciose, entro le quali scavano, a volte con grande fatica, dei buchi profondi e posti ad altezza tale da rendere improbabile l'accesso delle acque anche in caso di piena. In queste colonie è raro che siano radunate meno di cinque coppie: di solito se ne trovano da venti a quaranta, ma è tutt'altro che difficile vederle riunite a centinaia. Per solito i topini non si accontentano dei buchi e delle fessure naturali, e preferiscono scavarli essi stessi: ed è uno spettacolo interessantissimo vedere questi uccelli condurre a termine con strumenti tanto deboli e in tempo brevissimo un lavoro così gigantesco. Nello spazio di due o tre giorni una coppia scava dei tubi con forse sette centimetri di diametro all'ingresso, assai più larghi posteriormente e profondi in senso orizzontale fino a dieci o quindici centimetri: il suo affaccendarsi assume a volte caratteri quasi comici, specie quando si vedono gli uccelli impegnati con i piccoli piedi a sgombrare dall'interno della cavità la terra staccata con il becco. E' un lavoro cui partecipa l'intera comunità, nascosta nei buchi e occupatissima; ed appare veramente inspiegabile la ragione per la quale molto spesso abbandonano d'improvviso la costruzione di un tubo per iniziarne un'altra, per poi andare magari ad abitare, alla fine, in una terza.
Il nido vero e proprio si trova ad una certa distanza dall'ingresso dei tubi, in un allargamento che ne costituisce l'estremità posteriore: consiste in un semplice ma soffice e caldo strato di paglia, fieno e fuscelli, ricoperto di piume, crini e lana; alla fine di maggio o all'inizio di giugno si trovano in esso da cinque a sei uova di forma oblunga, di guscio sottile e di colore bianchissimo. Sono necessarie due settimane di incubazione perché i piccoli vengano alla luce, e un periodo di tempo pressappoco eguale perché siano in grado di seguire i genitori. Per qualche tempo piccoli e grandi ritornano regolarmente a pernottare nei loro nidi, ma nell'agosto tutta la comitiva si prepara a mettersi in viaggio e sceglie tra i canneti le sue sedi notturne. La cova del Topino avviene normalmente una sola volta l'anno: se ne ha una seconda soltanto se la prima non è riuscita.

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RONDINE FASCIATA (Atticora fasciata)

E' un uccello di elegante struttura, con ali lunghe, coda forcuta, becco sottile e delicato, gambe eleganti e dita brevi. Misura in lunghezza quindici centimetri circa, ha le singole ali di dieci e la coda di otto centimetri; il colorito dell'abito è nero, con l'eccezione di una lista bianca sul petto, e delle gambe parimenti bianche; il nero del dorso è arricchito di riflessi azzurro-acciaio.
La Rondine Fasciata vive nel Brasile settentrionale, diffusa soprattutto nei boschi; conduce le sue cacce lungo i fiumi, si riposa tra i rami che sporgono dalle onde ed è mobile e vivacissima. I tratti essenziali della sua indole e dei suoi costumi non differiscono da quelli generali della famiglia.

RONDINE PORPORINA (Progne purpurea)

Fanno parte di questa specie uccelli di struttura robusta, con ali lunghe e larghe che, quando sono chiuse, raggiungono l'estremità della coda larga e forcuta, con becco molto forte, alto e uncinato all'apice, gambe vigorose e piume resistenti e compatte.
La loro lunghezza è di circa diciotto centimetri; l'apertura alare raggiunge i trentotto, la coda i sei e la singola ala i tredici. I colori del piumaggio sono uniformemente azzurro-neri con forte lucentezza purpurea, l'occhio è bruno-scuro, il becco quasi nero e i piedi nero-porpora; la femmina è caratterizzata dal colore grigiastro della testa segnata da macchie nere, mentre nel resto della parte superiore è alquanto più grigia rispetto al maschio e mostra delle striature nere nel senso della lunghezza.
La Rondine Porporina vive nell'America settentrionale e meridionale: negli Stati del nord giunge a primavera, naturalmente prima in quelli meridionali e poi negli altri, e vi si ferma fin verso la metà di agosto per poi volgere tranquillamente verso il mezzogiorno: si formano in quest'epoca sulle cime dei campanili o sulle chiome di un grande albero stormi numerosi, che assumono quei luoghi come punto di partenza.
In linea generale, questa rondine somiglia nel volo più al balestruccio che alla sua affine comune; è ad ogni modo snella e graziosa e compie volando la maggior parte delle operazioni vitali. Anche sul terreno, malgrado la brevità dei piedi, si muove con discreta agilità e sorprende spesso degli insetti; altrettanto disinvolta si mostra tra il fogliame. La sua indole è ardita e coraggiosa: insegue i mammiferi che potrebbero recarle danno, gli uccelli da rapina, e non cessa di tormentarli fino a che non li ha costretti ad abbandonare i pressi del suo nido. I suoni della voce, anche se non sono gran che armoniosi, risultano abbastanza gradevoli e tra di essi è soprattutto piacevole il garrito con cui il maschio saluta la compagna al primo sorgere del giorno.
Negli Stati centrali la Rondine Porporina nidifica per la prima volta verso la fine di aprile, costruendo un nido nel quale si mescolano, variamente intessuti, rami secchi, erbe, foglie e piume; la covata consta normalmente di quattro sei uova bianchissime e viene ripetuta verso la metà di giugno. Solamente negli Stati meridionali dell'America sembra si possa avere, qualora la stagione sia favorevole, una terza incubazione.

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RONDONI

Per il passato, i Rondoni sono sempre stati considerati prossimi parenti delle rondini, e quindi senza ombra di dubbio li si poneva entro l'ordine dei fissirostri. Alcuni naturalisti hanno di recente ritenuto opportuno stabilire una diversa classificazione, per cui, sulla base di certi elementi comuni, i nostri uccelli sono stati accostati ai colibrì. A nostro parere, una vera e propria variazione di questo genere non è affatto giustificata: esistono delle notevoli differenze tra la famiglia dei Rondoni e quella delle rondini, ma, se sommiamo tra loro tutti i caratteri comuni, potremo sempre trovare una maggiore affinità tra questi uccelli che non fra Rondoni e colibrì.
I Rondoni sono di media grandezza e decisamente piccoli, hanno il corpo allungato, il collo breve, testa larga e piatta, becco piccolo, debole, molto corto e triangolare, cioè molto largo alla base e con le mascelle così profondamente tagliate che la bocca può essere notevolmente aperta. Le ali sono strette e foggiate a sciabola, la coda varia nella forma, nella lunghezza e nell'incavatura, ma non si compone comunque mai di più di dieci penne; i piedi sono brevi e relativamente robusti, le dita munite di unghie aguzze e fortemente ricurve, e l'abito è, di solito, di un colore monotono e oscuro, soltanto di rado abbellito da riflessi metallici.
Questi uccelli somigliano alle rondini non solo nelle forme esterne, ma anche in alcune particolarità della struttura interna e specialmente nella forma del cranio, degli ossi palatini, dell'omero e dell'antibraccio. Lo sterno è grande e viene sempre più allargandosi verso la parte posteriore, manca di parte membranosa ed ha una carena alta e grande; l'omero è molto breve e l'antibraccio singolarmente lungo, e sono questi i due caratteri che più avvicinano i Rondoni ai colibrì. Del tutto particolare è la quantità delle falangi delle dita dei piedi, poiché, invece del solito numero crescente da due per il dito pollice a cinque per quello esterno, qui esso varia soltanto da due a tre, rispettivamente nel pollice e nelle altre dita. La laringe inferiore non ha che una debole coppia di muscoli, la lingua è larga, piatta ed aguzza anteriormente quasi come nelle rondini, non c'è ingluvie, il ventriglio è poco muscoloso, il ventricolo succenturiato è piccolo e il canale intestinale breve e privo di intestini ciechi.
Paragonando questi caratteri con quelli delle rondini e dei colibrì, si potrebbe quasi dire che i Rondoni sono rondini con ali e coda di colibrì. Tutto ciò deriva però dall'esame dell'uccello morto: ma, quando si tratta di studiare la natura di un animale e di stabilirne le attività, bisogna tenere nel massimo conto i dati dell'indole e delle abitudini. In questo senso, un esame anche superficiale è destinato a cancellare ogni dubbio riguardo alle parentele dei Rondoni, le cui abitudini non mostrano alcuna analogia con quelle dei compagni che si vorrebbero loro attribuire, mentre ne hanno moltissime e indubitabili con le rondini.
Diffusi in tutti i Continenti con eccezione delle zone più settentrionali, questi uccelli abitano a tutte le altezze, dalla spiaggia del mare fino al limite delle nevi perpetue; si trovano nei boschi come nelle aperte pianure, ma le loro preferenze vanno ai luoghi montuosi e agli abitati, poiché pareti rocciose e muraglie offrono i luoghi più adatti per la costruzione dei nidi. Come le rondini, spiegano tutta la gamma delle loro qualità quando sono sospesi nell'aria: in moto dal crepuscolo mattutino fino a notte, le loro forze sembrano inesauribili e il riposo notturno non dura che poche ore; sono in grado di percorrere senza fatica centinaia di miglia nel corso di una giornata, muovendosi di solito negli strati atmosferici più alti e a volte addirittura al di fuori della portata della nostra vista. I Rondoni si riconoscono da lontano nel loro modo di volare, con le ali allargate in forma di mezzaluna e mosse con grande rapidità e veemenza; attraversano l'aria con la velocità del fulmine, cacciando e compiendo magistrali evoluzioni che non raggiungono tuttavia in eleganza quelle delle rondini. Sul terreno sono impacciati e si arrampicano invece con una certa sicurezza sulle muraglie e sulle pareti rocciose.

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L'instancabile attività del Rondone determina naturalmente un grande sperpero di energie che per essere ricostituite rendono necessaria una abbondantissima alimentazione. La voracità è uno dei tratti distintivi di questi uccelli, che ingoiano giornalmente centinaia di migliaia di insetti: questi ultimi costituiscono il cibo esclusivo della famiglia, anche per quelle specie di essa che sono dotate di una mole rispettabile. Indicare quale sia il consumo giornaliero di insetti da parte di un rondone non è possibile se non in modo del tutto generico, ma è certo che esso ne distrugge delle enormi quantità.
L'occhio è il più sviluppato fra gli organi dei sensi, e pure finissimo è l'udito; le facoltà intellettuali, invece, sembrano poco sviluppate: benché socievoli, i Rondoni non sono pacifici ma al contrario queruli, rissosi e sempre in lite non soltanto con i loro simili ma anche con gli altri uccelli. La prudenza non è tra le loro doti più spiccate, ed essi anzi corrono sovente dei rischi molto gravi proprio a cagione della loro indole impetuosa.
A seconda che abitino le zone temperate o quelle intertropicali, i nostri uccelli compiono regolari migrazioni oppure delle semplici escursioni. I migratori incominciano, subito dopo il loro ritorno in patria, a costruire il nido; il processo della riproduzione inizia immediatamente, poiché il periodo di tempo trascorso nelle sedi di origine è limitato e a mala pena riesce sufficiente per una incubazione. I maschi si inseguono velocemente e combattono con foga tra di loro sia nelle alte regioni aeree che nei pressi dei nidi. Questi sono diversi da quelli di tutti gli altri uccelli: poche specie di Rondoni si preoccupano di dare al loro nido un aspetto elegante, e le altre si limitano ad ammucchiare confusamente materiali eterogenei nel foro in cui vogliono stabilirsi. Resta costante in ogni caso l'impiego della saliva vischiosa, usata per ricoprire e cementare i vari materiali. Le uova, che vengono covate dalla sola femmina, sono generalmente poche, di forma cilindrica e di colore chiaro; i piccoli vengono allevati da entrambi i genitori.
Il volo, agile e rapidissimo, permette al Rondone di sfuggire a quasi tutte le insidie che gli potrebbero venire dagli uccelli rapaci: soltanto i falchi più veloci, infatti, sono in grado di sorprenderlo. Naturalmente, finché i piccoli rimangono all'interno del nido sono esposti agli assalti dei piccoli carnivori o magari, in qualche caso per fortuna isolato, a quelli dell'uomo, interessato agli uccelli e in certi casi al nido stesso. In gabbia non è praticamente possibile adattare e tenere in vita alcuna specie di questa famiglia.

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CLECO (Dendrochelidon kleco)

Così chiamata per il singolare suono del suo grido, questa specie di rondoni è caratterizzata da un corpo allungato, ali abbondanti e coda forcuta; ha piedi formati come quelli delle rondini e sul culmine del capo appare un ciuffo piuttosto considerevole. Il Cleco misura in lunghezza circa diciassette centimetri, ne ha sette di coda e quindici per ciascuna delle ali; quanto poi all'abito, esso nelle parti superiori è di un lucido verde acciaio con riflessi azzurri sulle ali; la regione scapolare è bianca, mentre sulle parti inferiori, con l'eccezione del ventre che è bianco, si diffonde un generale color grigio cenere. Maschio e femmina si distinguono per una macchia posta dietro l'orecchio, e che nel primo è rossiccia, mentre nell'altra è nera.
Diffuso in India e nell'isola di Giava, ma non troppo comune, questo uccello conduce una vita diversa da quella delle specie affini e se ne diversifica anche per il sistema di riproduzione; i luoghi che preferibilmente frequenta sono le giungle, soprattutto in prossimità dell'acqua, e si posa volentieri sugli alberi, pur essendo un arrampicatore assai mediocre. Riunito in branchetti più o meno numerosi, lo si sente spesso emettere i caratteristici suoni di cui si compone la sua voce.
Nella costruzione del nido si riscontrano delle particolarità assolutamente singolari: contrariamente agli affini, che scelgono regolarmente le pareti rocciose o i muri degli edifici, e solo di rado le cavità arboree, il Cleco pone il proprio nido sugli alberi, tra i rami isolati che circondano le cime. Una scelta curiosa per un uccello di questo genere; ma ancora più strana è la sproporzione che esiste tra la mole dell'uccello, quella del nido e quella delle uova. Il nido, infatti, che ha la forma di una scodella piatta ed oblunga, è appena in grado di contenere l'unico uovo che la femmina depone, e la sua consistenza è dal più al meno quello di una pergamena composta di piume, licheni e cortecce d'albero, tenuti insiemi da una sostanza vischiosa emessa dal becco dell'uccello il quale, nel periodo degli amori, la accumula nelle ghiandole salivari. La costruzione è così piccola che non riesce a contenere l'uccello covante, e questo è perciò costretto a posarsi sul ramo cui il nido aderisce, coprendo interamente la costruzione e l'uovo in essa deposto. L'uovo, perfettamente proporzionato alla mole materna, è di forma regolarmente ovale, e riesce difficile distinguervi l'estremità acuta e quella ottusa; il suo colore è azzurrino, ma questa tinta svanisce rapidamente ed esso appare perciò generalmente bianco con leggerissime sfumature azzurrognole. Ogni anno il Cleco compie due covate, di solito la prima nel mese di maggio o all'inizio di giugno e l'altra subito dopo, adoperando ogni volta un nido diverso.
Le misure del nido sono talmente ridotte che esso non è più in grado di accoglie re l'uccellino appena esso sia sgusciato dall'uovo. Il piccolo Cleco si comporta allora esattamente come aveva fatto la madre durante la cova: si appoggia cioè al nido ed al ramo che lo sostiene, aderendovi perfettamente con le zampe nascoste e tenendosi completamente immobile. Questa immobilità, eccezionale nei piccoli nati che sono soliti agitarsi e pigolare insistentemente per richiedere il cibo, ha la sua precisa motivazione: così esposti, essi sono infatti destinati ad attirare l'attenzione degli uccelli di rapina che non dovrebbero superare, per impadronirsene, neppure la consueta per quanto fragile difesa delle pareti del nido. Il Cleco appena nato, con la sua immobilità, con i suoi colori verdastri, bianchi e bruni, si confonde perfettamente con i licheni bianchi e verdicci che ricoprono i rami, e in questo atteggiamento riduce per quanto gli è possibile i rischi che derivano dalla curiosa posizione cui è costretto dalle singolari leggi naturali che regolano la vita della specie cui appartiene. Si abitua a tal punto alla propria collocazione e la ritiene istintivamente così essenziale che, anche tagliando il ramo su cui risiede, non si muove, come è risultato da precise esperienze compiute, naturalmente riguardo ad esemplari che non avevano ancora raggiunto l'attitudine al volo.

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SALANGANA (Collocalia fucifaga)

Appartengono a questa specie i rondoni che costruiscono i famosi nidi commestibili: essi sono caratterizzati dalla mole esigua, da ali piuttosto lunghe, coda mediocre e tronca, becco molto piccolo e dotato di un forte uncino e piedi assai deboli con dito posteriore rivolto all'indietro. Fra le parti interne merita speciale attenzione la ghiandola salivare, sviluppatissima. Le misure della Salangana raggiungono in lunghezza i dodici centimetri, in apertura alare i trenta; le singole ali sono di dieci-dodici centimetri e la coda di cinque. Il colorito generale è bruno fosco tendente al grigiastro, e nelle parti inferiori diviene alquanto più chiaro e volge al bruno-grigio, mentre sulle ali le penne remiganti sono nericce è dinanzi agli occhi è posta una macchia bianca. Gli uccelli adulti si differenziano da i giovani per la lucentezza metallica verdastra delle parti superiori.
Diffuse in India, nell'isola di Ceylon e in quelle dell'arcipelago della Sonda, le salangane sono certamente la specie di uccelli su cui si è più largamente favoleggiato: e proprio a proposito della commestibilità dei nidi che costruiscono. Riportiamo alcune delle descrizioni che ne sono state fatte. Un antico scrittore così ne parlava: «Nella stagione degli amori compaiono sulle coste della Cina certi uccelletti della famiglia delle rondini che provengono dall'interno del Paese e raccolgono dalla schiuma del mare che lambisce il piede delle rupi una sostanza tenace, forse spermaceti, con la quale costruiscono i loro nidi. I cinesi li distaccano dalle rupi e li portano in gran copia nell'India, dove si comperano ad alto prezzo, e, cotti nel brodo di pollo o di castrato, fanno la delizia dei gastronomi che li preferiscono a qualsiasi altro manicaretto». Una opinione di questo genere è stata accettata fino a tempi abbastanza recenti, e la convinzione che la sostanza di cui si compongono i nidi mangiabili sia un prodotto marino si trova accettata anche negli scritti di molti naturalisti. Essa viene descritta come una pianticella molle e cartilaginea, liscia, tenace come la colla, che si trova sulle spiagge del mare tra la ghiaia e le conchiglie; altri la considerano come una materia glutinosa e galleggiante raccolta sulle onde, altri ancora come una via di mezzo tra la gelatina e il bianco d'uovo, resistente per alcune ore all'azione dell'acqua calda e facile a rapprendersi e ad indurirsi per l'azione dell'essiccamento. I precisi studi del Bernstein hanno chiarito perfettamente questo argomento. Egli dice che non c'è da meravigliarsi dell'esistenza di opinioni tanto disparate circa la materia dei nidi commestibili perché esse nascevano non dall'osservazione diretta ma dall'accettazione delle parole di indigeni superstiziosi e ignoranti. Per arrivare alla verità bisognava osservare l'uccello nel luogo e nell'atto stesso dell'incubazione, cosa piuttosto complicata, perché le salangane sono mobilissime e nidificano in caverne oscure e di difficile accesso, nelle quali a stento si possono distinguere anche gli oggetti più vicini. I nidi hanno generalmente la forma di una quarta parte di guscio d'uovo tagliato nel senso dell'asse longitudinale; al di sopra sono aperti, e la parete posteriore è data dalla rupe alla quale sono attaccati. Le loro pareti sono molto sottili, e l'orlo superiore si allarga all'indietro verso la rupe formando due appendici foggiate ad ala e congiunte al sasso mediante una base larga e piatta. La materia gelatinosa di cui il nido risulta composto è una secrezione delle ghiandole salivari dell'uccello stesso; tali ghiandole, e specialmente quelle sottolinguali, sono straordinariamente sviluppate e si trasformano nel periodo dell'accoppiamento in due specie di grossi tumori che decrescono con la deposizione delle uova, riducendosi poi a proporzioni normali. Esse secernono in abbondanza il muco, che si raccoglie nella parte anteriore della bocca sotto la lingua, e quanto a consistenza è molto vicino ad una soluzione ben satura di gomma arabica, così tenace che la si può estrarre dalla bocca in lunghi fili. Se si attacca il filo gommoso all'estremità di una scheggia e si avvolge questa lentamente sul proprio asse, si può estrarre tutta la massa che in quel momento si trova raccolta nella bocca e nei condotti stessi delle ghiandole all'aria essa si essicca immediatamente e allora non differisce affatto da quella che si trova sui nidi. Al tempo della costruzione del nido l'uccello vola ripetute volte verso la parete prescelta e vi appiccica il muco con la punta della lingua; la massa sulle prime è piuttosto liquida, ma poi secca facilmente formando una solida base per il nido sulla quale la Salangana continua a sovrapporre la saliva finché, appoggiandosi alla parte già costruita e indurita, con diversi movimenti del capo la va distribuendo sempre più lungo l'orlo, in modo che, man mano che la costruzione procede, si vengono componendo delle linee trasversali ondulate e parallele evidentemente prodotte dal successivo sovrapporsi degli strati. La sostanza glutinosa è bianchiccia o bruniccia, e, grazie alla sottigliezza delle pareti, appare trasparente; il diverso colore, più scuro, che si nota in alcuni nidi, è dovuto all'azione del tempo, ed anche al fatto che la loro struttura appare a volte dall'interno come cellulare: è evidentemente conseguenza dell'ingrossamento e delle contrazioni che si verificano nella sostanza originaria durante l'essiccamento.

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E' piuttosto facile che durante l'opera di costruzione qualche piuma resti appiccicata al glutine venendo a costituire parte integrante dell'edificio; può anche darsi che il prurito proveniente dalle ghiandole rigonfie spinga l'uccello a liberarsi comprimendole e sfregandole, per cui ne esce qualche goccia di sangue, cui deve attribuirsi la presenza delle piccole macchie che talvolta si notano sul nido. L'abbondanza della secrezione è in diretto rapporto con quella dell'alimentazione: gli individui ben pasciuti emettono abbondante saliva, mentre quelli che scarseggiano di cibo ne producono poca: da ciò dipende la maggiore o minore rapidità con cui la costruzione viene portata a termine, ed anche la mole e la bellezza del nido hanno da qui la loro origine. Resta da aggiungere che i nidi più apprezzati e ricercati in commercio sono quelli di aspetto chiaro, e cioè più recenti, mentre sono considerati mediocri quelli oscuri che sono già serviti ripetutamente per covare ed allevare i piccini.
Circa il nutrimento delle salangane, sappiamo che esse lo cercano tra i piccoli insetti e i vermiciattoli, raccolti spesso tra la schiuma spumeggiante del mare. Questi uccelli volano con la velocità di una freccia fra i crepacci più angusti fino a notte avanzata. I loro nidi sono regolarmente collocati negli spacchi delle rupi lungo i litorali, e tanto bassi che le onde li invadono spesso nelle ore della marea; anche le rupi distanti dal mare servono però da abitazioni, usate non solo nel periodo della riproduzione, ma durante tutto l'anno. Il numero delle uova è normalmente di due, più di rado se ne possono trovare tre: esse sono bianche e lucide, di forma piuttosto lunga e acuminata. I crepacci rocciosi ospitano colonie abbastanza numerose, che possono arrivare anche a cento nidi e sono frequenti soprattutto sulla costa meridionale di Giava. La gigantesca roccia calcarea di Karang-Kallong è una delle più intensamente abitate: sprofondata verticalmente nel mare e flagellata quasi incessantemente dai cavalloni, sul suo orlo si erge un grosso albero che stende i propri rami sull'abisso, e, appoggiandosi al tronco, si possono vedere al basso immensi branchi di salangane simili a sciami di api. La popolazione del vicino villaggio è prevalentemente composta di cacciatori di nidi, i quali si fanno calare in quel baratro spaventoso mediante corde lunghissime: chi vi cada è irrimediabilmente perduto, e anche coloro che riescono a penetrare in una delle nove grotte, ciascuna distinta con un proprio nome, deve guardarsi dal pericolo causato dall'infuriare delle onde. La raccolta dei nidi si verifica tre volte l'anno, ma non si può certo dire che per coloro i quali ne fanno la loro attività esclusiva o prevalente il rischio sia abbondantemente compensato dal guadagno.

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RONDONE DALLA CODA SPINOSA (Acanthylis caudacuta)

E' una delle specie più note fra quei rondoni che vivono in Asia, in Africa, in America e in Australia e sono caratterizzati dagli steli delle penne timoniere che sporgono in foggia di acuti pungiglioni e dalla coda troncata in linea retta e leggermente arrotondata. La nostra specie misura in lunghezza circa ventun centimetri, in apertura alare tocca i cinquanta ed ha le singole ali di quasi venti centimetri e la coda di cinque La testa, la parte superiore del collo, la coda, i fianchi e le penne remiganti sono neri con riflessi verdazzurri, il dorso e le scapolari sono bruno-bianchicci, il mento, il petto e la nuca bianchi, il ventre e la parte inferiore del petto fuligginosi e i vessilli interni delle penne remiganti con le copritrici inferiori della coda e una striscia laterale che incomincia dalle cosce son bianchi e frammisti di penne azzurro-nere lucide. Il becco è nero, gli occhi bruni e i piedi plumbei.
Simile agli affini in tutti i tratti generali dell'indole e dei costumi, il Rondone dalla Coda Spinosa è diffuso nella Penisola Indiana e si riconosce facilmente per la mole notevole e per la grande agilità dei movimenti, tale che, secondo alcuni naturalisti, non esiste un altro uccello che gli possa stare a pari nel volo. Le sue colonie sono situate al limite delle nevi perpetue in grandi pareti perpendicolari; al di fuori del periodo dell'incubazione questi uccelli sono in perpetuo movimento, ed è ben raro trovarli per più di due o tre giorni nello stesso luogo. La loro coda irta di punte li favorisce molto nei movimenti che compiono per arrampicarsi.

RONDONE NANO (Apus parvus)

Caratterizzato dalla mole più piccola e dalla timoniera esterna che finisce in una punta acuta, questo uccello misura in lunghezza circa tredici centimetri e ne ha ventotto di apertura alare; le sue piume sono di un uniforme colore cinerino, sfumato di bruniccio sulle ali e sulla coda e alquanto sbiadito sulla gola.
Il Rondone Nano vive nelle foreste vergini dell'Africa centrale, muovendosi nel periodo della riproduzione in un ambito circoscritto e per il resto dell'anno entro confini molto vasti. I suoi movimenti sono snelli ed eleganti come quelli della maggior parte dei suoi affini; ma di particolarmente notevole nei suoi costumi si nota soprattutto la forma del nido.
Durante un viaggio sul Nilo Azzurro mi occorse di vedere una palma che, isolata, dominava per mole tutte le piante circostanti e sembrava particolarmente gradita ai nostri uccelli che le svolazzavano intorno a centinaia, allontanandosene alquanto e facendovi regolarmente ritorno. Recatomi sotto l'albero, osservai che i rondoni si posavano tra le sue foglie in corrispondenza di certi piccoli punti bianchi che spiccavano tra il verde scuro generale; salito tra i rami, mi accorsi con grande meraviglia che quei punti bianchi erano altrettanti nidi. La loro conformazione è veramente singolarissima. Dove la grande foglia delle palme si unisce al gambo pendendone verticalmente si forma un angolo acuto, e qui l'uccello attacca il suo piccolo nido composto di cotone e completamente ricoperto di saliva glutinosa che lo tiene aderente alla foglia. Quanto alla forma, esso si può paragonare ad un cucchiaio rotondo profondamente incavato al quale sia attaccato verticalmente un largo manico; quest'ultimo è incollato alla conca, rivestita di piume anch'esse tenute insieme dal glutine, e serve a sostenerla. Per evitare che le uova e i piccini, sempre in numero di due, caschino dal nido o ne siano sbalzati quando spirano venti impetuosi, il Rondone Nano usa la strana precauzione di incollare anche le uova ed i piccini. E' pure sorprendente notare che le uova allungate e bianche non giacciono longitudinalmente nel nido, ma vi sono incollate per la punta; accade spesso di trovare dei nidiacei già cresciuti e ancora tenuti uniti al nido con il glutine, precauzione che diventa superflua quando essi abbiano messo le prime piume e siano in grado di aggrapparsi al nido.

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RONDONE (Apus apus)

Il Rondone propriamente detto è lungo circa diciassette centimetri, ne ha trentasette di apertura alare, quindici di ala e otto di coda. Il suo abito è nero fuliggine ad eccezione della gola bianca l'occhio è bruno-scuro e il becco e i piedi sono neri; nei giovani il colorito generale appare più pallido.
Questi uccelli sono diffusi in tutta l'Europa, dalle regioni più settentrionali a quelle dell'estremo meridione, e si trovano pure in tutti i Paesi dell'Asia centrale. Compiono regolari migrazioni che li portano fino al Capo di Buona Speranza; singolarmente, in alcune annate, li troviamo fermi durante l'inverno nell'alto Egitto, mentre in altre si spingono fino all'estremo sud africano; quelli che vivono in Asia si portano come ospiti invernali in India durante la stagione piovosa. Queste migrazioni avvengono sempre in grandi stuoli che compaiono improvvisamente in luoghi in cui fino a poco tempo prima non ne esistevano tracce.
I rondoni, entro i confini che sono loro abituali, mostrano di gradire molto la vicinanza dell'uomo, ed infatti noi li vediamo continuamente in moto nelle nostre città da un edificio all'altro con un volo che si distingue abbastanza facilmente da quello delle rondini comuni: vivace, irrequieto e mobilissimo, il suo regno è nell'aria e in essa si può dire che passi tutta la vita. Dai primi albori fino a tarda notte va descrivendo i suoi grandi archi a notevoli altezze, e scende in basso solo verso sera o per l'improvviso scoppiare di un acquazzone. Nel suo elemento naturale dimostra una grande forza e una instancabile costanza; non è capace di ripetere le eleganti evoluzioni delle rondini, ma in cambio fende l'aria con incredibile velocità, muovendo le ali strette e distese a falce con tale rapidità che a mala pena si distinguono le sue forme. Sul terreno appare al contrario visibilmente impacciato, ed è difficile immaginare uno spettacolo più goffo di quello offerto da un rondone che, per essere inetto al volo, sia costretto a trattenersi al suolo. La sua inabilità non arriva ad ogni modo a renderlo incapace, come è stato detto, addirittura di levarsi da terra: stendendo le ali e dandosi una forte spinta, si alza nell'aria con la consueta sicurezza, e sa inoltre far buon uso dei piedi aggrappandosi molto bene alle più ripide pareti e valendosi degli affilati unghioni a scopo di difesa. La sua voce è limitata a grida stridule ed acute e non si spiega mai in un vero e proprio canto. La vista è indubbiamente il più sviluppato fra i sensi di questi uccelli, e ad essa segue l'udito, mentre gli altri sono piuttosto ottusi; la loro indole è litigiosa e prepotente, intollerante con tutti, non esclusi gli appartenenti alla loro stessa specie. I rondoni si azzuffano per la scelta della compagna e del nido, si cacciano le unghie in corpo e cadono assieme a terra dove continuano la lotta con un furore così cieco che spesso si lasciano facilmente catturare, e a volte riescono persino ad uccidersi squarciandosi il petto ad unghiate. Assalgono pure gli altri uccelli, e solo verso i loro figli si mostrano capaci di autentica tenerezza.
Le posizioni in cui sono soliti costruire i loro nidi variano notevolmente: di solito scelgono i buchi dei campanili e degli altri edifici, ma spesso respingono passeri e stornelli dai loro rifugi, attaccandoli anche quando sono intenti a covare. Nell'Europa meridionale amano pure le pareti perpendicolari e si introducono a centinaia nelle loro naturali caverne. Le coppie riprendono ad ogni stagione la via del nido consueto, composto di steli, fuscelli, foglie secche, cenci, crini e piume, tutte materie rapite ai nidi altrui o colte a volo mentre sono trasportate dal vento; solo di rado, infatti, il Rondone va a raccoglierle sul suolo o sui tronchi degli alberi. I materiali vengono ammucchiati confusamente e ricoperti di saliva vischiosa che serve a tenerli uniti; su di essi la femmina depone due o tre uova allungate e bianche, e provvede da sola a covarle, mentre il maschio, se il tempo è bello, riesce a procurarle cibo sufficiente. Entrambi i genitori si occupano di alimentare i piccoli, che crescono molto lentamente ed hanno bisogno di parecchie settimane per imparare a volare. Come tutti i suoi affini, il Rondone si nutre di insetti, e sono quelli che servono generalmente all'alimentazione dell'intero ordine. La credenza secondo la quale l'uccello non avrebbe bisogno di bere è erronea: esso non ha l'abitudine di immergersi o di tuffarsi nell'acqua, e quindi non si bagna se non quando piove, ma il suo organismo ha bisogno di liquidi come quello di tutti gli altri uccelli.
Al solito, gli incessanti movimenti hanno per conseguenza la necessità di un abbondante nutrimento: il Rondone è perciò voracissimo, ma è pure in grado di sopportare la fame per lunghi periodi di tempo.
I nemici di questa specie non sono molto numerosi: il falco lodolaio è il solo che l'assalga in volo; durante le migrazioni invernali una minaccia di questo genere viene anche da altre specie di falchi, ma in generale l'abilità di volo dei rondoni li mette in grado di sfuggire a quasi tutte le offese. Quanto all'uomo, quasi dovunque egli rispetta questi uccelli che gli rendono larghissimi servigi.

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RONDONE ALPINO (Apus melba)

Molto più grande e forte del precedente, misura in lunghezza fino a venti centimetri, ne ha circa quarantotto di apertura alare, otto di coda e venti per ogni singola ala. Il suo piumaggio è generalmente bruno-scuro, con la gola e l'addome bianchi, una fascia bruna che attraversa la parte superiore del petto e il margine oculare bruno molto scuro; il becco ed i piedi sono neri. I giovani sono caratterizzati dalla presenza di molte penne marginate di bianchiccio.
Il Rondone Alpino è originario del mezzogiorno: lo si trova sulle Alpi e sulle altre catene delle tre penisole meridionali europee, in Asia e sui monti del nord-ovest africano; compie durante l'inverno delle regolari migrazioni che lo portano ad attraversare tutta l'Africa, e ritorna alle sedi abituali prima del rondone comune, di solito verso la fine di marzo; la partenza per le zone di svernamento si verifica intorno alla fine di settembre o al principio di ottobre. Nel tempo in cui è ospite delle nostre regioni, si tiene preferibilmente nelle località montuose, ma non evita del tutto le città ed i villaggi, di cui non di rado abita torri e campanili. Relativamente alle abitudini, questo uccello non si discosta gran che dal suo affine precedentemente menzionato: è altrettanto abile e veloce nel volo, irrequieto di carattere e rumoroso. Le differenze stanno soprattutto in questo, che il suo volo può raggiungere altezze maggiori, mentre il grido assomiglia più a quello di un gheppio che a quello di un rondone.
Nei rapporti con i suoi simili, il Rondone Alpino dimostra anch'esso un alto grado di socievolezza, dalla quale è spinto a non vivere mai isolato o accoppiato e a scegliere invece il proprio posto all'interno di un branco di solito molto numeroso.
Il nido del Rondone Alpino è normalmente stabilito nei crepacci delle rupi e nelle buche delle torri, e si compone di ramoscelli, paglia, foglie, pezzetti di carta e di stoffa confusamente ammucchiati, e saldati con il consueto soccorso della saliva essiccata. Su questo giaciglio rozzo e aspro la femmina depone tre uova oblunghe di un bellissimo bianco calcareo; l'incubazione incomincia di solito verso la fine di maggio, e sul finire di luglio si trovano già i piccini compiutamente vestiti ed atti al volo.

SUCCIACAPRE

I Succiacapre, che derivano il loro nome da un'assurda credenza popolare che li vorrebbe dediti a suggere il latte delle capre, costituiscono una numerosa famiglia di fissirostri caratterizzata a prima vista soprattutto dalle abitudini notturne. Un esame più preciso ci porterà ad isolare numerose altre peculiarità di struttura e di abitudini, sufficienti a giustificare una divisione, una separazione assai netta dalle rondini e dai rondoni.
Di mole variabile tra le proporzioni di un corvo e quelle di una lodola, questi uccelli sono distinti da un corpo allungato, collo breve, testa molto grande, larga e piatta, occhi grandi e piuttosto sporgenti. Il becco appare proporzionalmente più piccolo che nelle altre famiglie dell'ordine, è breve, largo e straordinariamente piatto; le fauci sono più ampie che in qualsiasi altro uccello, e la parte cornea si trova solo verso la punta stretta e fatta a tetto nella mascella superiore. Le estremità inferiori sono sempre deboli, e così pure le dita, con l'eccezione di quello mediano che è molto sviluppato e in qualche caso è munito di un'unghia dentata dalla parte interna. Quanto al piumaggio, esso si compone di elementi grandi e molli e il disegno complessivo è sempre piuttosto elegante; le penne remiganti sono lunghe, strette ed acute, ma un po' meno di quelle delle rondini, e la coda è formata di dieci penne che possono assumere diverse disposizioni. Molto notevoli sono le ispide setole che circondano la bocca, e le ciglia brevi e sottili che stanno intorno agli occhi; in alcuni casi, poi, gli individui di sesso maschile presentano delle singolarità sotto forma di penne prolungate che sporgono dalla coda o dalle ali costituendone delle curiose appendici.
Nella struttura interna, le particolarità più notevoli sono date dal ripiegarsi posteriormente in basso dello sterno, che consente così al ventriglio di estendersi come fa quello del cuculo, dall'omero pneumatico, dall'antibraccio che è alquanto più lungo del braccio, e dalla singolare conformazione ossea del cranio e dei piedi. La lingua, sottile e di mole mediocre, è caratterizzata dalla presenza di molti denti sia sulla superficie che sull'orlo; la laringe è dotata nella parte inferiore di una sola coppia di muscoli e la faringe, negli uccelli di origine europea, non possiede l'ingluvie, mentre in quelli di certe specie americane si gonfia a forma di sacco.
I Succiacapre vivono in tutti i Paesi della Terra, tranne i più freddi: ogni continente ne ospita in misura maggiore o minore, ed essi non vi si diffondono indiscriminatamente, ma sulla base di precise predilezioni ambientali. Di solito preferiscono le zone boscose, o quanto meno vi si recano per riposare; ma ve ne sono che amano le steppe o addirittura i deserti ed i sassosi contrafforti montani, anche se, per norma, i componenti di questa famiglia non amino risiedere a grandi altezze. A seconda della regione abitata, e quindi del clima, si verificano tra i Succiacapre i fenomeni legati ai grandi movimenti: le specie che risiedono nelle foreste intertropicali sono stazionarie; quelle che vivono nelle regioni nordiche compiono delle vere e proprie migrazioni, mentre le intermedie fanno delle escursioni. In parte, le specie migratrici compaiono piuttosto presto, di solito nel mese di marzo, e vi si trattengono fino all'autunno; i viaggi le portano regolarmente a coprire di stanze che, per esempio, per la specie europea vanno dal centro del nostro continente fino al cuore di quello africano. Naturalmente, movimenti così prolungati e rischiosi non vengono affrontati singolarmente: si costituiscono stuoli piuttosto numerosi, destinati però a dividersi non appena l'uccello abbia ritrovato la sua sede acconcia e conosciuta, poiché per i Succiacapre la forma ideale della convivenza è la coppia.
Il nutrimento di questi uccelli è costituito esclusivamente da insetti: la caccia si verifica nelle prime ore notturne e in quelle che precedono immediatamente lo spuntare del giorno, con diverse eccezioni rappresentate da quelle specie che, anche in pieno sole, sono in movimento e intente a procurarsi il cibo. Generalmente, ad ogni modo, le ore diurne sono dedicate al riposo: gli uccelli restano posati, o, per dir meglio, giacciono, poiché si coricano completamente e tanto piatti contro il suolo da sembrare più larghi che alti, su qualche tronco rovesciato o al margine di una caverna. Questa è, sul suolo, la loro posizione abituale: camminare per essi è estremamente difficile, non riescono che a trascinarsi stentatamente per poche decine di centimetri, dopo di che sono costretti a fermarsi o a mettersi in volo. Nell'aria sono eleganti, agili e spediti, e la ragione per cui non sono soliti arrivare a grandi altezze non è da ricercare in una presunta incapacità (quando migrano si tengono infatti negli strati più alti dell'atmosfera), ma nel fatto che a media altezza trovano maggior possibilità di alimenti.
Fra i sensi, il più sviluppato è certamente quello della vista, come dimostra la grandezza dell'occhio; seguono poi, in ordine decrescente, l'udito ed il tatto, mentre l'odorato è piuttosto scarso e il gusto rudimentale. Quanto alle qualità intellettuali, sono mediocri, ma non tanto quanto lasciano credere certi atteggiamenti assunti nel corso della giornata: vedere un succiacapre disteso pigramente sul terreno, o averlo tra le mani e sentirlo emettere rauchi fischi dall'immensa gola spalancata, fa un'impressione sgradevolissima, che deve tuttavia essere corretta, se si vuol dare al giudizio una base di serietà, osservandolo nel pieno delle sue attività. Gli si può rimproverare un eccesso di sciocca curiosità, magari anche una confidenza eccessiva, ma è impossibile negargli un certo grado di astuzia nel prevenire e nello sventare le insidie, e di capacità di distinguere tra esseri e condizioni favorevoli o sfavorevoli.
Le uova vengono deposte, in un numero che varia tra uno e due, direttamente sul suolo, senza predisporre alcuna costruzione per quanto rudimentale, addirittura senza la preoccupazione di creare, magari, soltanto un leggero incavo nel terreno. Per quel che ci è noto, i piccini vengono allevati e difesi amorevolmente da entrambi i genitori, attenti anche ad evitare i pericoli causati dalle improvvise incursioni degli uccelli e dei mammiferi predatori: spesso, per salvare le uova, gli adulti le nascondono nell'ampia gola e le trasportano in luoghi più sicuri. Gli uomini, in genere, non molestano i Succiacapre, ma spesso questo avviene perché li considerano uccelli misteriosi e strani, oggetto di credenze assurde e di superstizioni. In gabbia è difficile tenerli, perché costituzionalmente non sono adatti alla vita di schiavitù; tuttavia, se si curano attentamente e si ha la pazienza di imboccarli - non si adattano infatti quasi mai a mangiare da soli - possono essere allevati e tenuti in vita per qualche tempo.

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NACUNDA (Podager nacunda)

Annoveriamo per primi gli uccelli di questa specie, perché le loro abitudini non si possono dire notturne nel vero senso della parola. Essi hanno per caratteri un corpo molto robusto, la testa assai larga, un becco forte e leggermente curvato all'apice con l'orlo della bocca rilevato e munito di una serie di setole rigide. Le ali sono lunghe e aguzze, la coda è breve e tondeggiante, le unghie più robuste che nelle altre specie affini e munite di dita grosse con l'unghia di quello medio dentata. Il piumaggio della Nacunda è bruno-nero con fini screziature giallo-ruggine sulle parti superiori; la testa è più scura del centro del dorso, la regione ascellare e ornata da grandi macchie nerastre, le penne della coda hanno un aspetto marmorizzato con sei o otto fasce scure e margini bianchi negli individui di sesso maschile. La gola, le redini, la regione auricolare e la parte anteriore del collo sono giallicce e lievemente macchiate; un collare che si stende da un orecchio all'altro, assieme al ventre, le cosce e le copritrici inferiori della coda, sono bianchissimi, mentre sul petto si ripete, con minori variegature, la colorazione del dorso. I grandi occhi sono di color bruno chiaro, il becco è grigiastro alla base e nericcio alla punta e il piede è rossiccio con sfumature tendenti al bruno. Le misure di questi uccelli vanno dai venticinque centimetri della lunghezza complessiva, di cui otto circa per la coda, ai venti centimetri delle singole ali ed ai sessantasette dell'apertura alare.
La Nacunda vive in quasi tutta l'America meridionale e si stabilisce di preferenza nelle regioni steppose, evitando i boschi troppo folti e le pianure completamente aperte; non è rara nei dintorni dei villaggi, e gli abitanti la conoscono sotto il nome di «Coriango». Le sue abitudini sono molto socievoli, e la portano ad esplicare una intensa attività nel corso dell'intera giornata. Mentre dà la caccia agli insetti, si espone ad una luce che nessuna delle specie affini è in grado di affrontare, e si spinge fino alle maggiori altezze; scoperta, si allontana per brevi tratti e va a cercare rifugio tra le alte erbe. I suoi movimenti ricordano quelli delle piccole civette delle tane: stende il collo alla vista del cacciatore e si appiattisce sul terreno, aspettando il momento adatto per darsi alla fuga: questi uccelli sono così abili nello sfuggire i persecutori nascondendosi in modo che è praticamente impossibile scoprirli e fuggendo nei momenti più inaspettati, che gli indigeni li ritengono in possesso di un secondo paio d'occhi sul dorso.
Le uova vengono deposte a terra in mezzo alle erbe, e sono di colore gialliccio con fitte striature trasversali di tinta diversa, normalmente più scarse verso l'estremità ottusa; il loro numero di solito è di due.

SUCCIACAPRE DELLA VIRGINIA (Chordeiles virginianus)

Questa specie è singolare per l'assenza di setole intorno alla base del becco, ed è inoltre dotata di forme snelle, collo breve, testa grossa ed ali lunghe ed acute. La coda è sempre più o meno forcuta e più breve delle ali, i tarsi sono piccoli ed esili e le dita brevi. Il Succiacapre della Virginia è lungo da venti a ventidue centimetri ed ha un'apertura alare variabile tra i cinquanta ed i cinquantatré centimetri; il piumaggio è bruniccio con macchie bianche o rossastre sulle parti superiori, e bianco-grigiastro con ondulazioni trasversali più scure su quelle inferiori. Un largo nastro bianco circonda il collo, mentre sulle ali le remiganti primarie hanno una larga macchia bianca nel centro, quelle secondarie finiscono con una macchia bruniccia, e sulla coda le timoniere sono fasciate di bruno e di grigio con macchie bianche all'apice delle quattro estreme. La femmina, che manca delle macchie bianche sulla coda, si differenzia dal maschio anche per avere di colore bruniccio le parti che in quello sono scure, e di colore rossiccio quelle che nel maschio sono bianche.
Uccello migratore, il Succiacapre della Virginia ha la sua patria negli stati centrali e settentrionali del Nord America, e si reca a svernare in quelli meridionali e nell'America del Sud. Il suo volo è sicuro, leggero e sostenuto; i movimenti delle ali sono graziosi e spediti e gli consentono svariate evoluzioni che lo portano a scivolare nell'aria con grande rapidità, a salire celermente, a soffermarsi d'improvviso e, in complesso, a descrivere ampi giri, ora radendo la superficie dell'acqua, ora toccando le cime degli alberi e dei colli. Ogni volta che si appresta a lanciarsi in volo manda alte grida, e le ripete via via che i movimenti dell'aria lo spingono in alto; è singolare che il tempo cattivo sia quello che preferisce per mettersi in movimento. Il volo diventa ancora più attraente nel periodo degli amori: a volte è possibile godere il bellissimo spettacolo di parecchi maschi che svolazzano dinanzi ad una femmina, ma il gioco non dura a lungo, perché quest'ultima fa rapidamente la sua scelta ed il compagno si affretta a scacciare i rivali dal suo regno. Quando spira il vento e dopo il tramonto, l'uccello vola più basso, con maggior velocità, ma più irregolarmente; dopo che l'oscurità è scesa, si ferma su una casa o su un albero, trascorrendovi la notte ed emettendo di tanto in tanto le sue caratteristiche grida. Il cibo normale di questo succiacapre è costituito dai piccolissimi insetti, e, prima di tutto, dai moscerini, che distrugge in grandi quantità. Gli ultimi giorni di maggio coincidono con l'inizio del periodo riproduttivo: la femmina depone direttamente sul terreno, senza sottoporvi materiali di sorta, due uova di colore grigio con macchie e punti verdicci e violetti. Il piccino nasce coperto di un morbido piumino scuro, ed ambedue i genitori concorrono ad allevarlo, ricorrendo a finissime astuzie quando si tratta di sottrarlo ai pericoli.
Insidiato soprattutto dai falchi e dai piccoli carnivori, il Succiacapre della Virginia è pure fatto segno agli attacchi degli uomini che lo cacciano con grande facilità, specialmente per cibarsi della sua carne saporita.

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SUCCIACAPRE D'EUROPA (Caprimulgus europaeus)

Descrivendo questa specie entriamo a parlare dei succiacapre propriamente detti, i cui caratteri generali sono quelli già indicati, descrivendo l'intera famiglia. I loro costumi sono così simili che li tratteremo complessivamente sotto questa voce, rimandando la descrizione dei tratti più evidentemente differenzianti alle singole voci successive.
Il nostro Succiacapre è dotato di corpo allungato, collo molto breve, testa grande e larga, ali lunghe strette ed aguzze e coda troncata quasi in linea retta. Il becco è molto piccolo e breve, largo, sottile alla base e ricurvo all'apice; i piedi, piccoli e bassi, hanno il dito medio che sopravanza notevolmente gli altri ed è unito ai due vicini con una membrana interdigitale che arriva a tutta la prima falange; quello posteriore è piccolo e libero. I tarsi sono coperti per tutta la metà superiore di piccole piume e, per il resto, sono rivestiti di squame. L'uccello misura in lunghezza circa venticinque centimetri, ne ha dodici di coda, diciassette di ala e circa cinquantatré di apertura alare; il colorito è cinerino con macchie, striature e punteggiature scure o giallastre nelle parti superiori, mentre le inferiori sono segnate da strisce e macchie nerastre sul fondo grigio-chiaro. Sopra l'occhio e lungo l'apertura della bocca corrono due strisce bianchicce; sulle ali dei maschi si nota una macchia bianca e su quelle delle femmine una macchia gialla; queste ultime hanno il disegno complessivo meno puro.
Come si è accennato, daremo a questo punto le indicazioni che si riferiscono, in generale, ai costumi di vita di tutti i succiacapre propriamente detti: una descrizione che, in sostanza, costituisce un ampliamento ed un approfondimento di quella già data, parlando in generale della famiglia. Diffusi in Europa, in Africa, in America ed in Asia (parlando delle singole specie si dirà naturalmente anche della loro distribuzione), questi uccelli scelgono, per dimorare, i luoghi in cui le boscaglie prevalgono e le radure si alternano con le macchie: i boschetti della steppa africana cosparsi di alberi o cespugli e coperti di alte erbe formano il loro paradiso, ed anche le boscaglie dell'Europa meridionale si adattano assai meglio alle loro abitudini di quelle della parte centrale del continente. Le specie americane sembrano preferire le alte erbe della steppa e alcune di esse non rifuggono dal muoversi e dal cacciare anche all'interno delle foreste vergini. Condizione essenziale è, comunque, che i luoghi in cui l'uccello ama riposare siano ben protetti dai raggi del sole: appena è capace di reggersi da sé, esso si sforza di ritirarsi vicino ai tronchi degli alberi, accucciato al suolo e solo eccezionalmente appoggiato ai rami. Non è difficile comprendere la ragione per la quale il Succiacapre preferisce di giorno restano sul terreno e perché soltanto di notte si adatta ad appoggiarsi ai rami: come sappiamo, esso si riposa distendendosi, mal sorretto dalle esili estremità, e quindi gli è necessario uno spazio abbondante e sicuro; sui rami non si dispone mai trasversalmente, ma sempre secondo la direzione del legno, il quale deve perciò avere una certa consistenza e deve essere, almeno per un tratto, privo di escrescenze, di nodi e di sporgenze.
E' molto difficile vederlo camminare, e il moto sul terreno è piuttosto costituito da un buffo e faticoso trascinarsi. Il volo si spiega secondo fogge diverse in rapporto all'ora e allo stato d'animo: di giorno è malsicuro, irregolare ed impacciato, e l'uccello appare simile ad un oggetto che il vento sollevi ed agiti a suo capriccio per lasciarlo poi cadere a terra, mentre diviene con la notte completamente diverso. Coll'imbrunire il Succiacapre si fa più lieto, riordina le proprie penne, guarda da una parte e dall'altra e finalmente percorre con volo rapido e sicuro le pianure e le brughiere; si diletta di una continua serie di ondeggiamenti, di corse affrettate e di evoluzioni non inferiori a quelle delle rondini, insistendo finché l'oscurità crescente non interrompe la caccia. Poiché inghiotte bocconi molto grossi, il ventricolo si riempie in brevissimo tempo in attesa della digestione, e magari della morte, degli insetti che ancora si agitano nel suo stomaco, e, quando si accorge di avere quasi digerito, l'uccello si rimette in cerca di cibo. Questi movimenti sono particolarmente vivaci nelle ore della sera e del primo mattino, protraendosi durante la notte soltanto se questa sia serena e illuminata.
La magica potenza dell'amore moltiplica l'abilità del volo di questi uccelli. Naturalmente, i maschi si azzuffano violentemente per assicurarsi il possesso della femmina, ma soprattutto singolari sono le evoluzioni cui essi in questo periodo si abbandonano: ogni movimento viene eseguito con maggior animo, con brio e con vivacità, e, mentre la femmina posa immobile, il maschio va battendo le ali l'una contro l'altra, precipita improvviso da una certa altezza in modo da produrre un sensibile rombo, aleggia e scivola intorno alla compagna. Tutte le specie risentono di questo potenziamento delle facoltà naturali, ma, certo, le più belle a vedersi sono quelle dell'Africa centrale e dell'America meridionale, vestite di penne elegantissime. Ricordo la meravigliosa impressione provata in certe sere di primavera passate in Africa, quando nei villaggi, nelle steppe e nelle città osservavo i giochi singolari del succiacapre dalla lunga coda. Senza mostrare il minimo timore, quei magnifici uccelli scendevano nel mezzo dei villaggi e si trastullavano sugli alberi con impareggiabile grazia: il chiarore delle notti tropicali ci consentiva di seguirne tutti i movimenti, di contarne i colpi d'ala di distinguere l'allargarsi o il raccogliersi del lungo strascico, in una serie di evoluzioni con le quali l'uccello sembrava voler mettere in mostra tutta la sua abilità. Con ammirazione si è poi sentito parlare del comportamento del succiacapre cui si dà il nome «Quattro Ali»: questo uccello più che volare sembra voltolarsi per l'aria, ora sembra di vederne uno, ora due, ora tre, come in un mulinello che si giri sul proprio asse.
Le piume lunghissime e leggere mosse dal vento rendono il volo malagevole e, nello stesso tempo, determinano, con il loro agitarsi nell'aria, uno spettacolo eccezionale. La voce dei succiacapre è molto varia, compresa tra un leggero ronzio e suoni più o meno armonici. Quando, durante il giorno, sente il pericolo, emette una voce debole e rauca, oppure soffia come fanno le civette; ogni operazione vitale ha la sua corrispondenza in un verso particolare, e tra le varie specie esistono differenze anche notevoli.
Relativamente alle qualità intellettuali, si può dire che la minore svogliatezza dei succiacapre rispetto alle rondini ripeta in certo senso il rapporto che esiste tra i rapaci notturni ed i falchi: sono pigri ed indolenti, le tenebre della notte impediscono lo sviluppo delle loro facoltà e vietano, o quanto meno riducono al minimo, i contatti con l'uomo, il che ci spiega la curiosità, ardita e sciocca ad un tempo, di questi uccelli. Essi sono eccitati da qualsiasi novità e non esitano a percorrere lunghe distanze per osservare meglio ogni oggetto sconosciuto; si accostano ai viandanti notturni e li accompagnano unicamente per esaminarli, sono grandemente attratti dal fuoco, non fuggono nemmeno al rumore di un colpo di fucile, ma, ignari del pericolo, si arrestano come per indagarne le cause, senza mostrare alcun timore di esporsi una seconda volta alle conseguenze di uno sparo. Questa ingenuità diventa anche maggiore in Africa, dove gli indigeni non li perseguitano e li avvicinano molto facilmente. Tanta buona fede non è tuttavia priva di limiti, e le esperienze negative hanno il loro peso: gli spagnoli, per esempio, definiscono questo uccello «inganna pastori» per la facilità con cui sfugge al pastore che si avvicina per sorprenderlo, credendolo addormentato.
Il periodo della cova, che si verifica una volta all'anno, coincide con la primavera dei singoli luoghi di residenza. Dopo che le coppie hanno scelto il distretto in cui dimorare, la femmina depone le sue uova in luogo ben nascosto, preferibilmente sotto i cespugli i cui rami scendono fino al suolo o all'interno di qualche ciuffo erboso. I succiacapre non costruiscono un nido e non si preoccupano neppure di pulire il luogo in cui si apprestano a deporre le uova, che sono due e vengono covate alternativamente dai due sessi. In caso di pericolo, i covanti ricorrono alla consueta astuzia degli uccelli deboli, fingendosi feriti ed offrendosi come bersaglio al cacciatore per deviarne l'attenzione e condurlo lontano dal nido; alcune volte, come abbiamo già accennato, si affrettano a trasportare le uova in un luogo più protetto; appena si accorgono del pericolo, rizzano le piume e per qualche minuto restano indecisi e abbattuti, poi prendono un uovo ciascuno nell'ampia bocca e si spostano lentamente e cautamente sul terreno, scomparendo fra i rami. Anche dopo che i piccoli sono nati, a volte addirittura quando sono già adatti al volo, i genitori restano sopra di loro; li alimentano, naturalmente, soltanto di notte, dapprima con insetti delicati, poi con sostanze sempre più consistenti, e infine li addestrano a cacciare da soli.
E' abbastanza difficile allevare degli esemplari tolti dal nido in giovane età.
Occorre nutrirli abbondantemente e con cibi adatti, e, quando crescono, mostrano ben presto tutti i tratti che li caratterizzano in libertà, accovacciandosi improvvisamente quando qualcuno si accosta e fischiando quando sono irritati. Temono la luce solare, ma non il caldo; anche se si mantengono relativamente attivi durante il giorno, fuggono il chiarore troppo forte rincantucciandosi ed accasciandosi nelle zone d'ombra. Nei riguardi del padrone e dei membri della sua famiglia assumono rapidamente un atteggiamento tranquillo e mostrano di considerarli loro amici ed alleati.
Poiché l'attività dei succiacapre è sempre utile all'uomo, essi meritano di essere risparmiati e difesi: soltanto chi non ne conosce i costumi o si compiace di fantasiosi racconti può credere alle accuse inventate dall'ignoranza e dalla smania di esagerazione. Per quanto sembri incredibile, vi sono ancora oggi persone che prendono per oro colato certe incredibili storielle che definiscono misteriosi questi innocui volatili, e prima di tutto quella che li accusa di suggere il latte delle capre. Ma tutti coloro che hanno avuto l'opportunità di studiarli da vicino non possono che ricordarsi di loro con piacere ed affetto e difenderli dalle accuse insensate, invitando tutti gli uomini a proteggerli: questi uccelli deboli e innocui hanno già il loro da fare per difendersi dai serpenti e dagli animali da rapina, e non è proprio giusto che anche l'uomo venga, per pura ignoranza, ad aggiungersi al novero dei loro nemici.

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SUCCIACAPRE ELEGANTE (Caprimulgus eximius)

Ricordiamo brevemente che, per tutto quel che riguarda i dati generali della vita e dei costumi, il lettore dovrà rifarsi alla descrizione immediatamente precedente per questa come per le quattro specie successive. Del Succiacapre Elegante diremo in particolare che il suo piumaggio è giallo, con punti e macchie oblunghi sul petto, sul capo e sul dorso e fasce oscure sulle ali e sulla coda; la gola, il sottocoda, una macchia sulle ali e gli apici delle timoniere estreme sono bianchi.
Il colorito di questo uccello corrisponde a quello dei luoghi in cui abita, e lo mette in grado, come al solito, di sfruttare eccellentemente ogni possibilità di mimetizzazione. Esso è infatti diffuso nell'Africa settentrionale, e, particolarmente, nelle steppe, i cui gialli steli e le cui giallognole sabbie offrono un opportuno ed efficace sottofondo ai colori fondamentali delle sue piume.

WHIP-POOR-WILL (Antrostomus vociferus)

Detti anche Succiacapre dai Lunghi Baffi gli uccelli di questa specie si distinguono, oltre che per il particolare che dà loro il nome, per il becco lungo e piatto dalla punta uncinata e per la coda lunga, ma abbastanza stretta ed arrotondata. La loro lunghezza è di circa ventitré centimetri, la coda ne misura dodici, le singole ali quindici e l'apertura alare oltre quaranta. Il colorito dominante delle parti superiori è un grigio-bruno scuro con macchie di un nero più o meno accentuato, mentre la regione delle guance è rossiccia, le copritrici e le remiganti sono bruno-chiare, queste ultime variegate all'estremità di bruno chiaro e scuro; sulla coda è diffusa la medesima tinta che predomina nelle parti superiori, ma le tre timoniere estreme sono dalla metà in giù più cupe e macchiate verso la base. La parte superiore del collo ed il petto ripetono il colore dorsale, e, scendendo verso le estreme parti inferiori, la tinta viene progressivamente impallidendo e coprendosi di macchie; infine, una fascia bianco-gialliccia circonda la parte anteriore del collo.
Questi uccelli sono diffusi nell'America settentrionale, e raggiungono le regioni centrali di quel continente e le Indie Occidentali nel corso delle loro regolari migrazioni stagionali.

SUCCIACAPRE DALLA LUNGA CODA (Scotornis climacura)

Gli uccelli di questa specie sono caratterizzati dalla coda graduata e lunghissima, e, inoltre, dal corpo piccolo, dal becco anch'esso di ridotte proporzioni e molto debole, dalle ali ottuse e dalla notevole lunghezza delle setole che nascono alla base del becco. Il maschio, assai più grande della compagna, misura in lunghezza circa trentasette centimetri, ne ha oltre ventidue di coda, dodici di ala e cinquanta di apertura alare. Il piumaggio del Succiacapre dalla Lunga Coda è fondamentalmente bruno-rosso chiaro con macchie più scure variamente distribuite; il manto e le redini sono bianchi, e lo stesso colore si trova agli apici delle piccole copritrici dell'ala, mentre le penne remiganti sono nere con punteggiature grigie all'estremità e nella zona centrale sono in parte fasciate di bianco ed in parte macchiate di nero e di rossiccio. Sulla coda si notano delle ondeggiature alternate fosche e chiare disposte trasversalmente; le penne timoniere estreme sono bianche sul vessillo esterno e sulla punta, e le altre solo sulla punta. Le parti inferiori, infine, sono sottilmente variegate di grigio e di bruno.
Il Succiacapre dalla Lunga Coda vive nell'Africa centrale, e lo si incontra soprattutto nei radi boschetti di cui le steppe di quelle regioni sono cosparse.

SUCCIACAPRE DAL FORCIPE (Hydropsalis forcipata)

Negli individui di questa specie la caratteristica più saliente è data dalla forma della coda, che appare profondamente forcuta nei maschi e alquanto meno nelle femmine; essi hanno ali lunghe e robuste, il becco molto allungato e piuttosto forte all'apice, il piede sottile, piumato nella parte superiore e coperto di squame nell'inferiore. L'abito è completamente macchiato di bruno e di giallo, con la parte centrale del collo del tutto bianca; singolarissima è la foggia delle due estreme penne della coda, che si allungano in misura quattro volte superiore a quella del corpo. La lunghezza complessiva raggiunge così i settanta centimetri, soltanto diciassette dei quali fanno parte del corpo, mentre le singole ali misurano all'incirca ventitré centimetri.

QUATTRO ALI (Macrodipteryx africanus)

La caratteristica più eminente di questa specie è data dal singolare sviluppo di alcune penne delle ali. Esse sono molto grandi in rapporto alla mole corporea, ed hanno la seconda remigante più lunga delle altre ed una penna che, nel maschio soltanto, nasce tra le remiganti primarie e quelle secondarie, giungendo alla lunghezza di circa quaranta centimetri; priva di barbe alla radice, ne è invece provvista all'estremità, formando un vessillo lungo quasi quindici centimetri da entrambe le parti dello stelo. Come si è detto, questa è una caratteristica dei soli individui di sesso maschile. Per il resto, i dati esteriori dell'uccello sono costituiti da una coda quadrata di media lunghezza e da un becco debole circondato di setole che ne raggiungono l'apice; le misure generali sono comprese tra i ventitré centimetri della lunghezza complessiva, dieci dei quali fan parte della coda, e i diciassette delle singole ali, non contando, naturalmente, le caratteristiche penne allungate.
Il colorito dell'abito, piuttosto scuro, è un misto di nero e di rossiccio, con un collare giallastro che circonda la nuca e la gola chiara; sulle ali le penne remiganti primarie sono segnate da fasce nere e rossicce ed hanno gli apici scuri, quelle secondarie sono nere con quattro fasce rossicce, mentre sulla coda le timoniere sono grige con punti e striature nere e segnate da sei fasce trasversali anch'esse di colore nero.
Come si può dedurre dal suo nome scientifico, anche il Quattro Ali è un uccello originario del continente africano.

IBYAU o MANGIATERRA (Nyctibius grandis)

I succiacapre che fanno parte di questa famiglia, chiamati nell'America meridionale Ibyau e cioè «Mangiaterra», si distinguono dagli affini soprattutto per il becco e per i piedi. Veduto dall'alto, il becco ha forma triangolare, è molto largo alla base ed uniformemente incurvato fino alle narici, dopo le quali termina in una punta sottile e compressa che si incurva dolcemente sulla mascella inferiore, anch'essa piegata all'apice per assecondarla; i margini sono affilati e muniti di un dente sporgente all'inizio dell'uncino. L'apertura del becco si protrae fin verso l'occhio e le fauci sono quindi di sorprendente grandezza; la maggior parte del becco è coperta di piume che arrivano sulla mascella superiore fino alla radice e sull'inferiore fin quasi alla punta, assumendo alla base forma e consistenza di setole. I piedi sono vigorosi e muniti di unghie di mole mediocre; il dito mediano ha l'unghia non dentata e provvista di un margine sporgente.
L'Ibyau è il gigante della famiglia dei succiacapre, misurando più di cinquanta centimetri di lunghezza, un metro e sedici centimetri di apertura alare, trentasette centimetri di ala e venticinque circa di coda. Il colore dominante del piumaggio è il grigio-giallo chiaro, più accentuato sulle parti superiori; il disegno presenta moltissime piccole linee trasversali brune e nere, alle quali si aggiungono sul capo delle striature nere e, qua e la, macchie triangolari di colore oscuro agli apici delle piume. La gola è bianchiccia, la parte anteriore del collo tende al giallo ed è segnata da fini ondulazioni brune; la parte inferiore del collo ed il petto presentano anch'essi delle striature nere nel senso della lunghezza e il sottocoda è bianco puro. Il becco è color grigio-gialliccio come il piede, e l'occhio è bruno-nero.
Questi uccelli vivono in tutti i boschi dell'America meridionale e la rarità che si attribuisce loro è probabilmente dovuta al fatto che è estremamente difficile scoprirli sia di giorno che di notte. Nelle ore diurne essi stanno sempre nascosti tra le folte chiome degli alberi più alti, adagiati in posizione longitudinale sui rami e perfettamente immobili, cosicché il loro colore si confonde con quello della corteccia. Una volta che si sia riusciti ad individuarli, non è difficile impadronirsene, purché il ramo su cui riposano non sia troppo alto. Con una rapida definizione, infatti, si potrebbe dire che il più grosso dei succiacapre è nello stesso tempo il più stupido e disarmato di fronte alle insidie dell'uomo: e la cosa è confermata dal semplice esame del cranio, il quale contiene un cervello la cui massa è di poco superiore al volume di una nocciola. Le testimonianze di cui siamo in possesso sono in questo senso molto eloquenti: nel Paraguay i cacciatori catturano questi uccelli in pieno giorno, gettando loro un laccio sul capo e tirandoli giù dai rami; alcune volte è successo che si siano esplosi diversi colpi nella direzione di un ibyau posato su un ramo, senza che esso desse segno di volersi muovere.
Le ore notturne lo inducono a mettersi in movimento, e allora si mostra attivo e disinvolto al pari di tutte le altre specie della sua famiglia. Ondeggiando per lunghi tratti ed a grandi altezze, dà la caccia ai grandi lepidotteri notturni e vespertini: nel Brasile esiste, ad esempio, abbondanza di enormi farfalle che sembrano destinate a riempire le sue fauci, e qua e là nei boschi il suolo è coperto delle loro ali, avanzo dei lauti pasti del nemico. L'Ibyau scende rare volte a terra per cacciare, essendo al solito estremamente impacciato nei movimenti al suolo; quanto poi al suo grido, esso è un suono mesto e prolungato che dura con brevi intervalli per tutta la notte, durante la quale il maschio e la femmina si chiamano e si rispondono a vicenda.
Il nido viene posto nelle cavità degli alberi: la femmina depone sul nudo legno due uova di forma oblunga, con le due estremità quasi egualmente ottuse e con il guscio privo di lucentezza. Sul fondo bianco sono sparsi dei punti variamente colorati di bruno, più numerosi verso la estremità ottusa.

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STEATORNI

GUACHARO (Steatornis caripensis)

Nelle fenditure rupestri dell'America centrale vive un uccello singolarissima che i naturalisti pongono di solito nella famiglia dei succiacapre; i suoi tratti distintivi sono così particolari che ci sembra giusto giudicare la sua affinità con le specie finora descritte più apparente che reale, e quindi porlo come unico rappresentante di una famiglia separata. Il Guacharo mostra, è vero, nelle forme tutti i caratteri delle specie maggiori di succiacapre, ma se ne distingue per alcuni elementi essenziali, oltre che per i costumi di vita. Il suo corpo è agilissimo, la testa larga e piatta, l'ala lunga ed acuta e la coda così prolungata da sorpassare abbondantemente le ali chiuse. Il becco è largo alla radice, compresso a partire dalla metà e munito di due denti dinanzi all'apice ripiegato ad uncino; la mascella inferiore è debole e molto più breve di quella superiore. I piedi sono cortissimi e gli impediscono quasi completamente di camminare, i tarsi sono nudi, le dita anteriori tutte di eguale lunghezza e separate fin dalla radice, e quello posteriore, più breve, può essere piegato in avanti e all'indietro. Una parte della regione della laringe è libera di piume, che si tramutano alla base del becco in lunghe setole; piccole setole crescono anche sulle robuste palpebre che proteggono l'occhio, grande e di forma emisferica. L'esofago non si allarga a formare un gozzo, le pareti dello stomaco sono molto muscolose e il canale intestinale è lungo oltre il doppio del corpo; sotto la pelle si distende uno spesso strato di grasso, che avvolge completamente tutti gli intestini.
Lungo oltre cinquanta centimetri e con un'apertura alare superiore al metro, il Guacharo è generalmente colorato di un bel bruno rossiccio, più scuro sul dorso che sull'addome; il capo, il petto, le ali, la coda e le parti inferiori sono rosso-ruggine con macchie bianche più numerose nelle regioni ascellare ed inguinale, ed in parte incorniciate da una linea nera.
Questo uccello fu scoperto nel 1799 da Alessandro di Humboldt, che lo trovò in una grande caverna da cui nasce il fiume Caripe, situato nei pressi di Cumaná sulla costa settentrionale del Venezuela. Le successive esplorazioni hanno consentito di osservare che esso vive anche in molte altre grotte delle Ande, e, in genere, in tutta l'America centrale. Le notizie che possediamo intorno ai costumi del Guacharo sono sufficienti a farci comprendere che nessun altro uccello vive come lui. Il citato Humboldt, seguito poi da altri esploratori, ci ha lasciato delle sue osservazioni un diario esauriente ed affascinante nella forma. Egli dice che, appena sbarcato nei pressi di Cumaná, udì raccontare cose stranissime intorno ad una non meglio precisata grotta dei guacharos, lunga, gli riferirono, parecchie miglia. Nel suo interno vivevano curiosi uccelli che gli indigeni periodicamente cacciavano per ricavarne un grasso utile agli usi domestici. «Il diciotto settembre 1799 ci ponemmo in via alla volta della grotta accompagnati da alcuni indigeni e da quasi tutti i frati del vicino convento. Un angusto sentiero ci condusse per circa una ora e mezzo verso il sud attraverso pianure ridenti e vestite di bellissimi tappeti erbosi; poi volgemmo all'occidente risalendo la riva di un piccolo fiume che nasce dalla caverna. Giunti al piede del monte, a poche centinaia di passi dalla grotta, non se ne scorge ancora l'ingresso. Il fiumicello serpeggia per una gola da esso scavata e così stretta che le rupi sporgenti, talvolta interamente ricoprendola, impediscono di vedere il cielo; finché, arrivati all'ultima svolta, ci troviamo ad un tratto dinanzi l'immensa caverna. La ricca vegetazione dei tropici dà all'ingresso un aspetto affatto caratteristico; sicché, anche l'occhio avvezzo ai paesaggi più pittoreschi delle Alpi resta meravigliato alla vista di quel cavo da titani. Esso s'apre nella parete meridionale di una roccia verticale, l'altezza della volta è di circa venti metri, di circa venticinque la larghezza. Alberi giganteschi sorgono al di sopra della caverna e spingono verso il cielo i diritti rami, oppure li allargano formando un fittissimo pergolato. Il rigoglioso ammanto, poi, non solo adorna l'ingresso della grotta, ma vi si addentra profondamente, fin dove giunga qualche raggio di luce. Dove la luce cessa, si ode il rauco strido degli uccelli notturni, i quali, secondo gli indigeni, non si trovano che in questi sotterranei. Non è agevole formarsi un adeguato concetto del frastuono prodotto da migliaia di questi uccelli nelle viscere della caverna: appena si potrebbe confrontare con quello che fanno le cornacchie che vivono in società nelle selve di abeti del nostro settentrione. Quanto più ci avanzavamo nella cavità, tanto più cresceva il numero degli uccelli, che, disturbati dalle nostre fiaccole, svolazzano per le caverne con frastuono sempre maggiore».
Il Guacharo si muove nell'aria ondeggiando con volo rapido e leggero, allarga le ali e la coda a forma di ventaglio e non ha bisogno, per progredire, di battiti molto frequenti. Tutti gli altri suoi movimenti sono impacciati, e sul suolo esso si trascina molto stentatamente, usando le ali come puntelli e tenendo sollevata la parte anteriore del corpo in evoluzioni così varie e strane da ricordare quelle del serpente. Dalle caverne abitate durante il giorno l'uccello esce con il calare delle ombre, e dà inizio alla ricerca del cibo; singolarmente, non gli interessano gli insetti e si nutre esclusivamente di sementi, frutta e bacche. Durante il volo emette un grido rauco simile a quello delle cornacchie, acuto e ben distinto, ma tuttavia con accenti che lo rendono strano e triste.
Al sopraggiungere dell'epoca della riproduzione, il Guacharo depone tra i crepacci delle nude rocce o direttamente sul suolo due o quattro uova di colore bianco e a forma di pera; maschio e femmina provvedono scambievolmente all'incubazione ed al nutrimento dei loro piccoli, i quali, quando nascono, sono assolutamente deformi, incapaci di muoversi, ma voracissimi. Il loro desiderio di cibo è tale che, quando sono irritati, si assalgono a vicenda, afferrando col becco qualsiasi oggetto, magari le proprie ali o le proprie gambe, e non lo abbandonano tanto facilmente.
Si è accennato all'uso, proprio di alcune popolazioni indigene, di ricavare dal grasso di questi uccelli un olio destinato ad usi domestici: è chiaro, perciò, che i rapporti tra essi e l'uomo non siano stabiliti su una base di reciproca tolleranza. In epoche determinate, i cacciatori si avviano verso le sedi dei guacharos, ben decisi ad ucciderne il maggior numero possibile. Lasciamo ancora la parola all'Humboldt: «Ogni anno, nel giorno di S. Giovanni, gli indiani, muniti di pertiche, vanno nella «curva del Guacharo» e vi distruggono i nidi. I poveri uccelli vengono uccisi a migliaia, e, mentre gli indiani compiono l'opera di distruzione, gli adulti volano disperatamente intorno alle loro teste quasi supplicandoli di lasciar loro l'innocente prole. A mano a mano che cascano, gli uccelli vengono sventrati. La pelle del ventre è rivestita da un forte strato di grasso che dall'addome si stende fino al sottocoda, formando una specie di sporgenza fra le zampe dell'uccello.
All'epoca del raccolto del grasso, gli indiani edificano capanne all'ingresso della grotta e vi si ricoverano per liquefarvi il grasso, che versano poi in vasi di argilla. E' semiliquido, chiaro e senza odore, e così puro che si può conservare per più di un anno senza che diventi rancido.
La quantità dell'olio non è proporzionale alla strage che gli indiani compiono annualmente degli uccelli. La specie dei guacharos sarebbe da tempo estinta se parecchie circostanze non concorressero a mantenerla. Gli indiani, per una certa superstizione, non si addentrano di troppo nella caverna, e gli uccelli, a quanto pare, nidificano anche in altre grotte poco discoste, ma inaccessibili. Ho sperimentato personalmente la gran fatica necessaria ad indurre gli indiani ad oltrepassare lo usato loro confine, cioè quel tratto che sogliono visitare annualmente per raccogliere il grasso: ci volle tutta l'autorità dei monaci che ci accompagnavano per farli avanzare fino al punto dove il suolo improvvisamente si innalza formando un angolo acuto da cui il ruscello cade in ripida cascata. Quanto più si abbassava la volta, tanto più acute si facevano le strida della pennuta popolazione, finché non ci fu proprio alcun mezzo per indurre gli indiani a proseguire; dovemmo cedere alla loro pusillanimità e ritornare; così ci avvenne molte altre volte. Questa grotta popolata da uccelli notturni è per gli indiani un luogo solennemente misterioso, anzi credono che sia il ricetto delle anime dei loro antenati. Andare fra i guacharos equivale al raggiungere i padri, al morire: la grotta di Caripe ci ricorda il Tartaro dei greci e gli uccelli che svolazzano con flebili strida sulla superficie delle acque ci ricordano gli uccelli dello Stige».

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PODARGI

Abbastanza dissimili dagli altri fissirostri di abitudini notturne, i componenti di questa famiglia hanno il corpo snello, il collo breve, la testa larga e piatta, l'ala breve ed ottusa, la coda piuttosto lunga e le zampe alte e robuste. Il becco differisce notevolmente da quello dei succiacapre per essere grande, piatto, adunco, interamente corneo e alla base più largo della stessa fronte. Rispetto al citato termine di paragone, i tarsi sono sempre molto più alti, e delle dita tre sono volte all'innanzi e uno completamente all'indietro, in modo che non si può parlare di dita versatili. Le piume alla base del becco e, per alcune specie, quelle che circondano le orecchie, si tramutano in setole.

PODARGO NANO (Aegotheles novaehollandiae)

Rientrano in questa specie i podargi che offrono le maggiori analogie con i succiacapre; il loro corpo è allungato ma robusto, il collo è breve, la testa meno piatta che nelle altre specie, i piedi sono piuttosto alti e le dita hanno quasi tutte la medesima lunghezza e non sono congiunte da membrane. Il becco è breve, grosso e largo, compresso alla base, assottigliato bruscamente verso la punta e leggermente adunco; all'apice della mascella inferiore è presente un piccolo canale che accoglie l'uncino di quella superiore. L'intero piumaggio è morbido ed uniforme, ad eccezione delle piume setolose che circondano il becco e sporgono pure sulla fronte e sul mento. La lunghezza del Podargo Nano è di circa ventitré centimetri, e l'apertura alare sta intorno ai trenta nella parte superiore il piumaggio è bruno scuro con strisce bianchicce disposte in senso trasversale, mentre su tutte le parti inferiori è diffuso il colore grigio con screziature nere e fulve, un impasto di tinte che si ritrova anche in una macchia al di sopra dell'occhio in una fascia sull'occipite e in un'altra intorno al collo. L'iride è bruna e il piede color carne; quanto alle differenze derivanti dal sesso e dall'età, maschio e femmina non differiscono tra loro né per mole, né per colorito, mentre i piccoli sono alquanto più scuri dei genitori.
Il Podargo Nano vive come uccello stazionario in tutta l'Australia meridionale e nella Tasmania, diffuso sia nei radi boschetti delle parti centrali che nei cespugli del litorale. Passa le giornate nelle cavità degli alberi, soprattutto quelli della gomma, nascondendosi così bene che è praticamente impossibile scoprirlo. Casualmente, lo si può indurre a mostrarsi picchiando sul tronco cavo dell'albero: in questo caso l'uccello si affretta ad affacciarsi all'ingresso della propria abitazione per verificare la natura e la provenienza del disturbo, e, se non si tratta di una cosa grave, torna a ritirarsi all'interno e vi si tiene tranquillo. Solo se gli sembra di notare la presenza di un pericolo imminente si decide a volare in un altro luogo più sicuro. Nell'aria i suoi movimenti sono rettilinei e piuttosto lenti, senza improvvise oscillazioni; quando sta posato, l'atteggiamento è più simile a quello di un rapace notturno che a quello dei succiacapre, dai quali si distacca anche perché non ripete la loro abitudine di fissarsi sui rami nel senso della lunghezza: il Podargo Nano vi si tiene trasversalmente come tutti gli altri uccelli. Sotto molti aspetti, la sua mole ed i suoi costumi richiamano da vicino quelli delle civette: tra l'altro, quando viene sorpreso, muove il capo in vari sensi e fischia rabbiosamente contro chi lo afferra, proprio come fanno quei piccoli rapaci.
La nidificazione si ripete due volte nel corso dell'anno; anche in questo periodo gli uccelli utilizzano le cavità arboree nelle quali sono soliti risiedere, e al loro interno, a diretto contatto con il legno, depongono quattro o cinque uova di forma rotonda e di colore bianchissimo.
Sulle abitudini del Podargo Nano in schiavitù non abbiamo molte notizie: le osservazioni compiute ce lo dipingono ad ogni modo come poco adattabile alla novità delle condizioni di vita, continuamente in guardia verso gli uomini ed incapace di addomesticarsi.

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PODARGO MAGGIORE (Podargus humeralis)

Il Podargo Maggiore può essere considerato il tipo della famiglia cui appartiene. Le sue misure, assai prossime a quelle delle cornacchie, stanno sui quaranta-quarantacinque centimetri in lunghezza, raggiungono i novanta in apertura alare, i diciassette di coda ed i trentadue per ciascuna delle ali; il colorito dell'abito, assai variabile, si presenta solitamente bruno con spruzzature grigiastre e brunicce nelle parti superiori, macchiato di bianco e segnato da strisce longitudinali brune e nere sulla sommità del capo, bruno scuro con macchie nel vessillo esterno e strisce nell'interno sulle ali, mentre la coda è bruno-fulva con fasce e strisce più scure nel senso della lunghezza e della larghezza, il becco è bruno chiaro e sfumato verso il porporino, gli occhi sono giallastri e il piede color oliva.
Diffuso in Australia e molto frequente soprattutto nella Nuova Galles del Sud, il Podargo Maggiore è considerato un uccello pigro e lentissimo, che si procaccia l'alimento non per mezzo del volo, ma semplicemente frugando tra i rami e scuotendoli. Quando non si dedica alla caccia sta posato in posizioni scoperte, sui tetti, sui tronchi, o magari sui cippi dei cimiteri: il che, assieme alla sua voce ingrata e stridula, contribuisce a rafforzare la credenza secondo cui l'uccello sarebbe un lugubre annunciatore di morte. Durante tutto il giorno se ne sta sonnacchioso su qualche ramo, con la testa ritirata ed il collo contratto, simile ad una escrescenza del legno più che ad un essere vivente. Non si adagia mai nel senso della lunghezza del ramo, ma, come fa la maggior parte degli uccelli, si ferma su di esso trasversalmente. Il suo sonno è così profondo che si può uccidere uno dei membri di una coppia senza che l'altro si dia alla fuga, oppure afferrarlo con le mani, prenderlo a sassate o a bastonate prima che si decida a sgombrare; e quando lo fa, è ancora così assopito e lento che si salva a stento dal precipitare al suolo; con un volo incertissimo si porta sui rami più prossimi, vi si aggrappa e rapidamente ricade nel suo assopimento. Il comportamento del Podargo Maggiore è completamente diverso durante le ore notturne. Con il crepuscolo esso si risveglia completamente, e, dopo essersi sgranchito le membra e ravviato le piume, incomincia le sue escursioni; in questo periodo di tempo si dimostra vivace e attivissimo, rapido nei movimenti, sia in volo che tra i rami; indirizza la sua ricerca di cibo verso gli insetti che raccoglie sui rami mentre sono abbandonati al sonno, oppure scova col becco sotto la corteccia e penetrando all'interno delle cavità. Non è un volatore eccezionale, soprattutto perché le ali piuttosto brevi lo costringono a movimenti interrotti e frequenti, tuttavia non è certo impacciato e lo dimostra il fatto che vola da una pianta all'altra anche per semplice divertimento. Oltre che di insetti, il Podargo Maggiore si nutre di altri animali: durante l'inverno, ad esempio, quando incominciano a scarseggiare gli insetti annidati nelle screpolature degli alberi, va a cercare, nelle paludi, lumache e piccoli animali acquatici, e, durante il periodo della riproduzione, dà pure la caccia agli uccelletti, uccidendoli a gran colpi contro i rami.
Il periodo dell'accoppiamento è compreso nei mesi di luglio e di agosto, ed è preceduto da strida frequenti e fragorose da parte dei maschi e dalle lotte che tra di essi si accendono per il possesso di una compagna. Entrambi i coniugi partecipano alla costruzione del nido, un povero edificio piccolo e piatto, composto di fini ramoscelli e rivestito all'interno di pochi steli e piume; di solito, esso è collocato molto in basso su qualche biforcazione, e lo si può agevolmente raggiungere con la mano. Le sue pareti sono così sottili che dal basso è possibile intravvedere le uova, da due a quattro, di forma oblunga e di colore bianchissimo; anche l'incubazione è compito comune di padre e madre, impegnato il primo durante la notte e la seconda di giorno, mentre al termine della cova tutte le cure della famiglia sono compito del maschio. Può accadere che il nido si riveli troppo esposto ai raggi del sole e quindi fastidiosissimo per i piccoli nati; può darsi anche che questi crescano a tal punto che la madre non li possa più ricoprire, e in questi casi la prole viene trasportata all'interno di una cavità arborea. I piccoli sono di solito in grado di lasciare il nido all'inizio di novembre, ma è probabile che anche dopo questo periodo restino ancora per qualche tempo in compagnia dei genitori.
Tra le abitudini singolari di questo uccello c'è anche quella di passare intiere settimane di immobilità durante la stagione invernale, in una sorta di letargo che richiama da vicino quello di certi mammiferi; non è tuttavia ben chiaro se si possa parlare di sonno invernale vero e proprio, o se non succeda piuttosto questo, che la temperatura fredda e l'inclemenza delle condizioni atmosferiche inducano l'uccello a moltiplicare le sue naturali tendenze alla pigrizia.
Tolti dal nido in giovane età, i podargi maggiori si addomesticano abbastanza facilmente; si mostrano sempre tranquilli e silenziosi durante il giorno, conferendo naturalmente un ritmo più concitato alla loro attività con il calare delle ombre, e nei confronti del padrone imparano ben presto a comportarsi affettuosamente, a riconoscerlo ed a salutarlo. Alcune delle osservazioni compiute sugli individui prigionieri hanno dato risultati piuttosto interessanti. Si è, per esempio, constatato che il sonno diurno non è sempre così pesante come viene descritto, e che sono spesso sufficienti brevi e semplici richiami per interromperlo; sull'esempio di molti rapaci con abitudini notturne, anche questi uccelli hanno l'abitudine di inghiottire le loro prede per intero, lentamente, e sono dotati di un formidabile apparato digerente che consente loro di smaltire, in breve, bocconi anche molto pesanti e consistenti. Accostato in gabbia ad altri uccelli, il Podargo si comporta sovente in modo strano, sembra cioè ricordarsi chiaramente che i nuovi vicini appartengono a quei tipi di uccelli che sono soliti molestarlo durante il giorno, inseguendolo ed aizzandolo come se fosse una civetta; ed allora spalanca la gola e rizza le piume, come se volesse spaventarli; ma chi ha paura è lui, e l'intero suo atteggiamento dimostra non la volontà di offendere, ma quella di difendersi.

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PODARGO CORNUTO (Batrachostomus cornutus)

Più piccoli di quelli appena descritti, ma dotati di un becco proporzionalmente più grande, robusto, depresso alla radice e piuttosto incurvato al culmine, i podargi cornuti si distinguono altresì per la singolare disposizione delle piume e per l'eleganza del loro abito. Da entrambi i lati del capo, al di sopra ed al di dietro degli occhi, nasce un ciuffo di piume lunghe a barbe decomposte che oltrepassa tutte le altre piume del capo, ricopre gli occhi e fa sembrare la testa molto più grande di quanto in realtà non sia. Sulle parti superiori, il piumaggio è di fondo ruggine e cosparso di lineette nere, sulla nuca si stacca una fascia bianca in forma di mezzaluna, sulle scapolari si vedono grandi macchie azzurrognole sottolineate da semicerchi neri disposti all'estremità delle singole piume; sulla fronte e dietro gli occhi sono poi distribuite varie macchie gialle. Il centro della gola, la parte anteriore del collo ed il ventre sono bianchi ed in parte striati a zig-zag, il petto ruggine è cosparso di macchie bianche e nere e la coda, fortemente graduata, si adorna di una serie di fasce più scure e di un orlo nero sul colore complessivo bruno-ruggine. Gli occhi sono color zolfo, il becco giallo chiaro e le zampe brunicce.
Mentre alcune specie quasi assolutamente simili sono diffuse in tutta l'India, il Podargo Cornuto è proprio dell'isola di Giava, e sceglie a dimora le macchie molto folte, tenendosi lontano dalle zone coltivate e dalle basse pianure del litorale. I suoi costumi non differiscono gran che da quelli generali della famiglia; abbastanza singolare è invece la procedura usata per la costruzione del nido. Di forma ellittica, basso e poco profondo nel centro, esso viene intessuto quasi esclusivamente con le piume lanuginose dell'uccello stesso, appena rinforzate all'esterno da qualche foglia, ed è perciò debolissimo; le sue misure sono inoltre così ridotte che il Podargo non ne è contenuto durante il periodo della cova, ed è costretto ad appoggiarsi longitudinalmente alla canna cui la costruzione aderisce coprendo l'uovo con il ventre, come fanno certe rondini arboricole. L'uovo è di forma allungata e di colore bianco lucido; intorno all'estremità ottusa si raccolgono a corona macchie e punti irregolari rossi e bruno-rossi.

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