Vita degli Animali Uccelli Brevipenni.

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VITA DEGLI ANIMALI - UCCELLI - BREVIPENNI

INTRODUZIONE

Racconta una leggenda africana che lo struzzo perdette la facoltà di volare perché, in un eccesso di orgoglio, si vantò di poter giungere con le proprie ali fino a sfiorare il sole: ma i raggi gli bruciarono le remiganti, cosicché esso precipitò miseramente al suolo, dove neppure oggi ha riacquistato la capacità di volare, e continua a portare sul suo corpo le tracce della caduta. In antichissimi racconti si può invece leggere che all'origine di questa singolare specie sta l'inconsueto accoppiamento tra un cammello ed un favoloso uccello desertico, e che da queste ascendenze vengono le particolari caratteristiche strutturali e di vita dello struzzo. Proseguendo nell'esame, vediamo ancora che i Brevipenni sono i membri più voluminosi della classe degli Uccelli; hanno becco corto, largo e ottuso, che solo in una piccola famiglia si allunga e si assottiglia, la testa di media grossezza, il collo quasi sempre molto lungo e il tronco di grossa mole. Le ali sono più rudimentali che in qualsiasi altro uccello, le zampe sono invece straordinariamente sviluppate, con cosce robuste e muscolose e piedi lunghi e robusti muniti di due, tre o quattro dita; il piumaggio, infine, è sfilacciato e filiforme, perché le barbe dei vessilli sono sempre decomposte. Lo scheletro è notevole, innanzitutto, per la mancanza della carena dello sterno e della forchetta; le ossa delle ali sono straordinariamente piccole e corte, il bacino è lungo e sottile, la lingua corta, lo stomaco voluminoso e la trachea priva di laringe inferiore, che in alcune specie è sostituita da un sacco membranoso che l'animale può riempire e vuotare d'aria, e che contribuisce a dare alla sua voce il tipico timbro cupo. Tra gli organi dei sensi, la vista è molto sviluppata, ed anche l'udito raggiunge livelli eccellenti; medio, o addirittura scarso, è il tatto, e il gusto senz'altro ottuso. Scadentissime sono poi le facoltà intellettuali: i Brevipenni sono timidi e paurosi, fuggono la vicinanza dell'uomo e si comportano in modo del tutto irriflessivo quando si tratti di affrontare un pericolo; sciocchi e cattivi, non mostrano alcuna inclinazione verso gli altri animali, mentre tra di loro vivono in buona pace, almeno fuori del periodo degli amori. Queste limitazioni, naturalmente, influiscono anche sul loro grado di adattabilità alla vita prigioniera, una condizione nella quale è già tanto se riescono a distinguere il custode ed il padrone dagli altri uomini. Tutte le specie sono di un'estrema abilità nella corsa, ed alcune si destreggiano pure assai bene nell'acqua: in piccola misura, lo sviluppo degli arti inferiori sopperisce alla completa mancanza di ogni altro mezzo di locomozione. Il loro cibo comprende sostanze vegetali e piccoli animali, e quasi tutti poi hanno una irrefrenabile tendenza ad inghiottire un gran numero di oggetti ingombranti, rigidi ed assolutamente inutili ai fini della nutrizione, raccolti anche essi, come il cibo vero e proprio, beccando e razzolando sul terreno. Mentre alcuni tra i Brevipenni vivono monogami, la regola generale è che ciascun maschio si circondi di una piccola corte di cinque o sei femmine, che formano con lui una piccola famiglia, anche se non è poi accertato se ciascuna di esse rispetti veramente i vincoli che ha contratto, o non si lasci piuttosto trascinare a frequenti infedeltà verso quello che dovrebbe essere il suo signore e padrone. Curiosissimo, ed assolutamente insolito, è poi il fatto che all'incubazione ed alla cura dei piccini si dedichi esclusivamente il maschio. Le femmine, dopo aver deposto le uova, se ne disinteressano completamente, mentre il padre le cova e poi si comporta con i figli come una madre amorevolissima: solo quando si trova a dover affrontare un rivale risorge la sua indole maschia, mentre, per il resto, si comporta con sollecitudine tipicamente femminile.

STRUZZO (Struthio camelus)

Il nome scientifico dello Struzzo contiene un accostamento che era già stato fatto dagli antichi, quello fra l'uccello ed il cammello, nel quale si specchia una delle caratteristiche fondamentali della nostra specie: anche lo Struzzo, infatti, è un vero e proprio figlio del deserto e delle steppe, e possiede una struttura e delle proprietà esattamente rispondenti alle esigenze poste dall'ambiente entro il quale si trova a vivere. Ha un corpo molto robusto, il collo lungo e in gran parte nudo, la testa piccola e piatta, il becco dritto, ottuso, poco arrotondato nella parte anteriore e piatto in punta; le mascelle sono pieghevoli, e si spalancano in uno squarcio che giunge fin sotto l'occhio, ed all'incirca alla metà di quella superiore si aprono le narici divaricate e piuttosto lunghe. Gli occhi sono grandi e lucenti, con la palpebra superiore provvista di ciglia, le orecchie sono nude aperte, rivestite internamente di produzioni filiformi, le zampe alte e robuste, del tutto nude, a parte alcune setole che spuntano sulle cosce. I tarsi sono coperti da larghe squame, ed i piedi hanno due dita, l'interno fornito di un'unghia grande, larga e ottusa; ancorché grandi, le ali sono del tutto inette al volo, rivestite, invece che delle normali remiganti, di piume lunghe, flosce e pendenti che si ritrovano identiche nell'abbondante coda, e il resto del corpo è coperto da un piumaggio floscio ed arricciato, che nel mezzo del petto lascia scoperta una callosità di consistenza cornea. Di grandissima mole, lo Struzzo ha una altezza non inferiore ai due metri e mezzo, ed una lunghezza, dalla punta del becco alla fine della coda, di almeno un metro e ottanta: il suo peso raggiunge il quintale e mezzo. Quanto poi al colore, in generale esso si differenzia tra i due sessi. Il maschio ha tutte le piume del tronco di color nero-carbone, quelle della coda e dell'ala bianche, il collo rosso-vivo e le cosce carnicine; le femmine sono grigio-brune e bianco-sporche sulle ali e sulla coda, e ripetono la colorazione dei compagni negli occhi bruni e nel becco giallo-corneo. Durante il periodo della riproduzione i branchi di struzzi si sciolgono in famiglie composte di un maschio e di due-quattro femmine, che occupano un distretto piuttosto ampio e non se ne allontanano: condizione necessaria perché esse si stabiliscano entro un'area determinata, più che l'abbondanza di cibo, che riescono sempre a rintracciare, è la vicinanza dell'acqua, elemento essenziale per la loro sussistenza. Se le variazioni climatiche non influiscono troppo sul mondo vegetale, lo Struzzo non sente la necessità di compiere grossi spostamenti, e si mantiene tranquillo per tutto l'anno entro gli stessi confini. Tra i suoi sensi, il più elevato è certamente quello della vista; udito ed odorato sono buoni, ottusi invece il tatto ed il gusto. Qualche discussione si accese in passato tra i naturalisti a proposito delle sue facoltà intellettuali, perché a qualcuno pareva di non poter condividere un'altra opinione della Bibbia, secondo la quale Dio tolse allo Struzzo la sapienza e non gli diede nessuna intelligenza, e di dover viceversa riconoscere all'uccello un buon grado di prudenza e di circospezione. Ogni divergenza si è però appianata nell'ammissione della estrema ristrettezza delle sue facoltà: è vero che lo Struzzo è un uccello circospetto e prudente, ma queste caratteristiche dell'indole non hanno il soccorso di nessuna concreta capacità di valutazione. Qualsiasi fatto nuovo, qualsiasi presenza estranea hanno per effetto di atterrirlo nella stessa misura, indipendentemente dal reale grado di pericolosità che comportano; lo Struzzo non sa valutare né distinguere le minacce serie dagli avvenimenti strani ma del tutto inoffensivi, e si lascia atterrire dagli animali più innocui. Gli struzzi, se si considera la grandezza della loro mole, non si possono definire degli animali voraci, come del resto è dimostrato dal fatto che vivono in zone che non sono certo tra le più ricche di cibo.

Si nutrono principalmente di sostanze vegetali, pascolando tra le erbe fresche e tenere e beccando i semi, senza però mai razzolare, e danno pure la caccia ai piccoli vertebrati. Curiosissima è, poi, la loro tendenza, sviluppata soprattutto in condizione di schiavitù, a beccare ed inghiottire tutto ciò che trovano, anche le cose più dure ed indigeste: un pezzo di mattone, un coccio, un sasso, un pezzo di ferro, tutto attira la loro attenzione e viene ingurgitato all'istante come se fosse un boccone prelibato. Nel ventricolo di un individuo ucciso furono trovati oggetti svariatissimi per un peso di oltre quattro chilogrammi: si trattava di sabbia, stoppa e stracci mescolati con pezzi di ferro, monete, chiavi, chiodi, bottoni ed altre delle più disparate sostanze. In cattività, poi, bisogna badare a non farli accostare alle covate ed ai piccoli uccelli: può capitare che essi facciano sparire con la massima disinvoltura, e magari guardandola con occhio amorevolissimo, un'intera famiglia di pulcini o di anatroccoli, inghiottendoli tranquillamente come se fossero altrettante ostriche. Il periodo della riproduzione incomincia più o meno presto a seconda delle regioni, ma, comunque, sempre poco prima della primavera. Per i maschi quest'epoca si annuncia con l'accrescersi dell'eccitazione nel comportamento, e con lo spuntare della tendenza a battagliare aspramente per assicurarsi il possesso di alcune femmine; il loro piumaggio appare vivacemente nero, la pelle delle cosce rossa; e dall'ugola escono suoni strani, cupi e rauchi mentre essi assumono atteggiamenti singolari, destinati a colpire l'attenzione delle compagne ed a corteggiarle. Il maschio si accoccola sui tarsi dinanzi alla femmina, muove la testa ed il collo, chiude il becco e, con movimenti quasi convulsi ma volontari di tutto il corpo gonfia straordinariamente la gola e spinge fuori dai polmoni una gran quantità d'aria. Molte notizie inesatte si sono conservate lungamente intorno alle abitudini dell'uccello quanto al suo processo di propagazione, probabilmente causate dalla difficoltà che si incontra nello scoprire i nidi, sempre attentamente nascosti, e nel seguire il comportamento del maschio e delle femmine. Sappiamo comunque che questi nidi consistono in una escavazione rotonda fatta nel terreno, larga quanto basta perché l'uccello covante possa completamente ricoprirla, e circondata da una specie di argine che viene costruito ammonticchiando con i piedi una certa quantità di terra. La femmina depone un buon numero di uova, e poiché le compagne dello stesso maschio provvedono a questa bisogna usufruendo dello stesso nido, se ne possono trovare a volte anche più di venti. All'incubazione si dedica praticamente solo il maschio: le compagne non lo sostituiscono che eccezionalmente, e sovente le uova, soprattutto durante le ore più calde del giorno, vengono ricoperte di sabbia ed abbandonate perché il loro processo di sviluppo si compia per effetto del calore naturale. I piccini sgusciano dopo circa sei o sette settimane, e, appena sono asciutti, vengono condotti fuori del nido in cerca di alimento; hanno un aspetto molto singolare, che li avvicina più a dei ricci che a degli uccelli, poiché il loro corpo è ricoperto di piume rigide, simili appunto agli aculei dei ricci, che allontanandosi dal corpo vanno divergendo in tutte le direzioni. Simpatici ed amabili, corrono con abilità fin dalla nascita, e sono in grado di cercare con successo il cibo seguendo gli insegnamenti dei genitori; dopo circa quattordici giorni hanno preso una tale confidenza con l'ambiente e sanno destreggiarsi tanto bene da potersi considerare del tutto indipendenti. Fino all'inizio del secolo scorso si era creduto che gli struzzi non potessero in alcun modo procedere alla riproduzione in condizioni di schiavitù, ma successivi esperimenti, condotti con il rispetto di determinate regole, hanno dimostrato il contrario. E' indispensabile che venga loro lasciato un certo margine di libertà, e, naturalmente, occorre che le condizioni climatiche non siano proibitive in rapporto a quelle che sono le naturali esigenze dell'uccello, abituato a vivere nel caldo clima africano. Il primo allevamento di struzzi fu tentato in Algeria, e parve inizialmente non dare risultati perché dapprima le femmine non deponevano uova, e quando poi le deposero, nessuno si prese la briga di farle covare. Collocatane una coppia entro un ampio parco, si incominciò a seguirne i movimenti e le operazioni. All'incirca verso il 15 gennaio del 1856 la femmina incominciò a deporre le uova, e in marzo ne iniziava la cova: sopravvennero delle difficoltà naturali, che obbligarono gli allevatori a trasferire la coppia in una zona più sicura e fecero pensare che le normali operazioni della propagazione dovessero considerarsi interrotte, ma fortunatamente il maschio e la femmina, dopo qualche tempo di incertezza, ripresero a covare. In seguito al successo di questo primo esperimento, molti altri ne furono tentati, e parecchi di essi ebbero successo. In Italia, il primo fu quello compiuto nel giardino zoologico del principe Demidoff in San Donato, presso Firenze. La ragione principale per la quale si dà la caccia allo Struzzo è, ed ancor più lo era in passato, da ricercare nella bellezza delle sue penne, che vengono spesso usate dall'uomo per elaborati ornamenti. L'uso di uccidere questi uccelli è antichissimo: stupisce, anzi, leggere che, nell'epoca romana, i banchetti dei ricchi potessero spesso disporre di così grandi quantità di cervella di struzzo per addolcire il palato dei convitati, dal momento che oggi impadronirsi di qualche esemplare è una impresa che presenta le sue difficoltà.

Uno struzzo (Struthio camelus)

Uno struzzo (Struthio camelus)

NANDÙ (Rhea americana)

La differenza maggiore tra il Nandù e lo struzzo sta nel fatto che il primo ha le penne delle ali più corte ed i piedi provvisti di tre dita anziché di due. Esso è inoltre dotato di becco piatto, largo alla base, rotondo in punta e ricoperto da una lamina cornea arcuata; ha il piede nudo a cominciare dal calcagno, le tre dita riunite alla base da una membrana interdigitale, e le unghie dritte, forti, compresse ai lati ed a margini taglienti sul dorso. Mancano le penne remiganti e timoniere, e sulla punta dell'ala è situata un'unghia a forma di spina. Le redini, il contorno dell'occhio e un anello che circonda il meato uditivo occupato da piccole piume setolose, sono nudi e rivestiti di una pelle grinzosa, le piume del capo e del collo sono piccole, sottili ed acute, quelle del tronco grandi e molli, con le barbe irregolarmente disposte; le palpebre, infine, sono guarnite di ciglia rigide e setolose. Lungo circa un metro e mezzo, il Nandù propriamente detto ha un'apertura alare, che supera i due metri; il suo piumaggio è nero sulla sommità del capo, sulla parte superiore del collo, sulla nuca, sulla parte anteriore del petto e sulle redini, mentre si stempera nel giallo al centro del collo e nel grigio-piombo nel mezzo della gola, sulle guance ed ai lati del collo. Il dorso ed i lati del petto e delle ali sono cinerino-brunicci, e tutte le parti inferiori sono biancastre. L'occhio è perlaceo, la parte nuda della faccia color carne, il becco grigio-corneo ed il piede grigio. Le femmine, oltre ad essere leggermente ridotte nella mole, si distinguono per il colore più chiaro delle piume della nuca e della parte anteriore del petto.

NANDÙ DI DARWIN (Rhea darwini)

Conosciuta anche con il nome di Nandù Minore, questa seconda specie è di dimensioni ridotte rispetto alla precedente, e si colora complessivamente di grigio - bruniccio - chiaro con ombreggiamenti meno scuri dovuti alla presenza, sulle singole piume, di orli terminali bianchicci.

NANDÙ DAL GROSSO BECCO (Rhea macrorhyncha)

Oltre che per la caratteristica da cui prende il nome, il Nandù dal Grosso Becco si distingue per il colorito generale bruno-scuro, per il nero della parte inferiore del collo e per il grigio-bianchiccio della parte superiore dello stesso. Tutti i nandù, dicevamo, vivono nell'America meridionale, e vi rappresentano gli struzzi africani. Si diffondono nel continente ovunque trovino delle sedi adatte, costituite dalle steppe, siano esse caratterizzate dalla sola presenza delle alte erbe o dal mescolarsi ad esse di radi boschetti e di macchie che, come isole, si innalzano dal mare verdeggiante: hanno gran cura, viceversa, di evitare le zone montuose e le foreste vergini. Ogni maschio vive con cinque o sette femmine, costituendo delle particolari famiglie, che si trattengono nel distretto che hanno scelto e non se ne allontanano mai, badando soltanto a tener discosti gli altri simili. Fuori del periodo della riproduzione, queste famiglie si uniscono assieme in buon numero, e formano dei branchi composti di sessanta o settanta individui, che mantengono tuttavia dei rapporti molto lassi e deboli. In autunno, gli uccelli amano soggiornare sulle rive dei fiumi coperte di roveti, negli avvallamenti ricchi di bacche di mirto e di altre piante, oppure laddove le pampas sono abbondantemente segnate dalla presenza delle piante cardacee; in inverno preferiscono, invece, le zone in cui si trattengono abitualmente gli armenti, perché possono trovare erbe più corte e più tenere fra cui pascolare. Il Nandù è superiore ai suoi affini d'Africa quanto a mezzi di locomozione. Certo, anch'esso è obbligato a muoversi esclusivamente sul terreno, ma lo fa più celermente e destramente, riuscendo a stancare anche il miglior cavallo con la velocità della corsa e con l'abilità con cui repentinamente imprime ai propri percorsi improvvise, imprevedibili deviazioni. Durante il periodo degli amori non ha un attimo di sosta lungo l'arco dell'intera giornata; nella stagione secca riposa per qualche ora nelle ore più calde, ma compensa questo riposo tenendosi in movimento per qualche tempo nel corso della notte. Quando cammina tranquillamente, i suoi passi coprono poco più di cinquanta centimetri, ma se viene inseguito, percorre ogni volta un buon metro, e, delle volte, spicca dei balzi che arrivano al metro e mezzo. Nella stagione delle piogge i nostri uccelli si nutrono prevalentemente di trifoglio e di insetti, e più tardi, come s'è visto, amano l'erba che cresce, nuova e tenera, laddove hanno precedentemente sostato le mandrie. Certe coltivazioni erbacee possono anche essere gravemente danneggiate dall'ingordigia dei nandù, e a volte i coloni devono predisporre delle misure di sorveglianza se non vogliono rischiare di perdere i raccolti; ma questi danni, del resto non molto frequenti e facilmente evitabili, sono compensati largamente dalle distruzioni, che vengono portate tra le erbe ed i semi nocivi. In ogni stagione il Nandù cerca le più svariate qualità d'insetti, e si interessa pure alle serpi ed ai piccoli rettili; per digerire meglio è solito inghiottire frammenti minerali, e in genere non ha bisogno di molta acqua, accontentandosi della rugiada raccolta sulle erbe. La stagione degli amori si apre con l'inizio della buona stagione, vale a dire nel mese di ottobre. Il maschio, che nel secondo anno di vita è atto alla riproduzione, raccoglie intorno a sé da tre a sette femmine, e caccia dal suo distretto, in violente zuffe combattute a colpi di becco e di ali, gli altri maschi. Davanti alle compagne, per corteggiarle, esso si comporta nel solito modo curioso e buffo, abbandonandosi ad ogni sorta di atteggiamenti scomposti: si aggira con le ali al largate e penzolanti, si lancia in corse velocissime ed improvvise interrotte da svolte repentine, cammina poi con passo tronfio e contegnoso e ricomincia infine il suo giuoco singolare, interrotto da improvvise emissioni di voce, gridi cupi e simili quasi a ruggiti nelle quali scarica l'eccitazione che lo invade. Allo stato libero, l'esaltazione dei suoi sensi viene soprattutto liberata in attacchi furibondi portati agli altri maschi, che sono costretti a lasciare rapidamente il campo dinanzi alla furia di chi si sente proprietario di una determinata zona di territorio; in schiavitù, non è raro che l'uccello indi rizzi la propria violenza contro i suoi stessi custodi.

L'ardore amoroso non impedisce al maschio di incominciare a preoccuparsi delle operazioni necessarie a garantire la possibilità di covare le uova che verranno: esso si accolla il compito di predisporre un nido adatto, e, per farlo, provvede direttamente a compiere delle ampie escavazioni in luoghi ben nascosti e protetti dai cespugli o dalle alte erbe, o preferibilmente va a scegliere quelle che sono in precedenza state prodotte dai bovini che, per liberarsi dei parassiti annidati nella loro pelle, si sono a lungo voltolati sul terreno, provocando, appunto, delle cavità non profonde ma vaste. In questi incavi, il maschio dispone sommariamente erbe e ramoscelli, e attende che la compagna vi depositi le proprie uova. La femmina, che si è completamente disinteressata di tutti questi preparativi, si reca assieme alle compagne a deporre le uova nei nidi approntati: il loro numero varia da sette a ventitré, ed in alcuni nidi se ne sono trovate, secondo il racconto di alcuni naturalisti, fino a settanta o ottanta; la cifra media, considerando che ogni nido serve per una famiglia, e che ciascuna famiglia, come sappiamo, comprende un certo numero di femmine, è oscillante tra quaranta e cinquanta. I pulcini sgusciano verso l'inizio di febbraio, alquanto più presto al nord e più tardi al sud, e crescono così rapidamente che dopo due settimane hanno già raggiunto un'altezza di quarantacinque centimetri, rendendo impossibile all'uomo di prenderli con le mani; anzi, questa possibilità non esiste che nei primissimi giorni di vita, quando, per essere ancora non perfettamente sicuri sulle zampe, di fronte a qualsiasi minaccia essi non sanno far altro che accovacciarsi sul terreno dove si trovano: in seguito, la loro agilità diventa tale da consentire una fuga rapida e destinata a deludere ogni speranza del cacciatore disarmato. Nel corso di cinque settimane, i piccoli seguono il padre, che si adopera per istruirli nella ricerca del cibo; in seguito, le femmine si ricongiungono alla famiglia, recando un loro apporto all'allevamento della prole. Nei mesi di aprile o maggio i nuovi nati cambiano il piumino con il quale sono venuti alla luce ed acquistano il primo piumaggio vero e proprio, colorato di grigio-giallastro, ed i maschi si fanno riconoscere perché crescono con rapidità notevolmente superiore a quella delle sorelle. La vita del Nandù dura, dal più al meno, quindici anni, e sono molti quelli che muoiono di vecchiaia. Quando l'uccello è cresciuto, infatti, i nemici che possono seriamente infastidirlo sono ben pochi, ed il più pericoloso è forse il coguaro. In giovane età, naturalmente, si trovano esposti ad altre minacce: la volpe o l'aquila assalgono ed uccidono i piccini, e insidiano le nidiate, approfittando dell'assenza del genitore. Noie singolari vengono al Nandù adulto da alcune specie di vanelli, che sembrano nutrire nei confronti del grande compagno una spiccatissima antipatia: se il Nandù si avvicina al loro nido, subito i due coniugi gli si precipitano addosso con gridi incessanti, cercando di beccarlo e costringendolo alla fine ad allontanarsi per sottrarsi a quelle noiose attenzioni, che comunque non hanno certo la possibilità di procurargli danni di qualsiasi genere. Più pericolose e fastidiose sono certe specie di zecche e di vermi che, in alcune stagioni dell'anno, si annidano nella pelle dei nostri uccelli. I suoi due grandi nemici, quelli veramente capaci di mettere a repentaglio la sua vita e di distruggerne le nidiate, sono ad ogni modo il fuoco e l'uomo. Proprio nella stagione in cui il maschio è intento a covare, infatti, i pastori hanno l'abitudine di appiccare il fuoco alle steppe per ripulirle delle erbe disseccate dell'anno precedente. Le fiamme avanzano inesorabili, respingendo via via tutti gli animali, che hanno l'abitudine di trattenersi tra le alte erbe; anche i nandù sono costretti a fuggire, e devono abbandonare le loro covate che vengono in gran numero distrutte dalle fiamme. In cattività, specie se preso da giovane, il Nandù impara a vivere tranquillamente, e nelle sue regioni d'origine è uno degli spettacoli più consueti: condivide regolarmente le abitudini degli animali domestici e verso sera usa tornare regolarmente alle sue sedi abituali. E' necessario che l'uomo faccia quanto è possibile perché riesca a superare i primi giorni di costrizione, durante i quali l'impulso alla libertà è grandissimo e lo spinge a tentare con tutti i mezzi, magari mettendo a repentaglio la sua stessa integrità fisica, di rintracciare qualche via d'uscita. Ma, in seguito, si adatta di buon grado e vive con il pollame dell'aia senza causare danni, nella più perfetta socievolezza. Depone regolarmente le sue uova, anche se è raro che gli allevatori lo lascino covare, preferendo impadronirsi di esse per nutrirsene. Nei giardini zoologici europei, il Nandù è ormai un uccello del tutto comune, e, certo, il suo mantenimento richiede cure di gran lunga inferiori a quelle che sono necessarie per qualsiasi altra specie di struzzo.

EMÙ (Dromiceius novaehollandiae)

Nella sua struttura, l'Emù si colloca a metà tra gli struzzi dei quali abbiamo parlato finora ed i casoari, un'altra delle tre famiglie in cui si divide l'ordine dei brevipenni. Rispetto agli struzzi, ha il tronco più compresso e tarchiato, il collo più corto e le zampe più basse. Il suo becco dritto è visibilmente carenato sul culmine, ed ha la punta tondeggiante; le narici si aprono all'incirca alla metà della mascella superiore, e sono coperte da una membrana. I piedi, molto robusti, sono piumati fino all'articolazione del calcagno e successivamente ricoperti da robuste piastre, hanno tre dita - le due laterali di eguale lunghezza - munite di forti unghie, ali rudimentali che non si distinguono quando l'uccello le tiene in posizione di riposo, e coda anch'essa appena accennata, per cui non è nemmeno il caso di parlare dell'esistenza delle penne timoniere. Nudi ai lati del capo e sui contorni della gola, questi uccelli sono per il resto coperti di un piumaggio i cui singoli elementi spuntano accoppiati da ogni radice, e si distinguono per lunghezza, strettezza e morbidità. I due sessi non si distinguono nel colore, ma solo per la mole, che nelle femmine è appena ridotta. Inferiore allo struzzo d'Africa, ma più grande dell'affine americano, l'Emù raggiunge in altezza quasi il metro e ottanta centimetri. Il suo abito è bruno-opaco, si fa più scuro sul capo ed al centro del collo e del ventre, schiarendosi viceversa alquanto sulle parti inferiori. L'occhio è colorato vivacemente di bruno, il becco è corneo-scuro, il piede bruniccio e le parti nude della faccia azzurrognolo - grige. Originario dell'Australia, l'Emù è diffuso soprattutto nelle regioni orientali di quel continente.

EMÙ MACCHIATO (Dromiceius irroratus)

L'Emù Macchiato vive, soprattutto, nelle regioni occidentali dell'Australia. La prima osservazione che occorre fare, iniziando a discorrere delle caratteristiche che accomunano tra di loro le due specie di emù, riguarda il progressivo restringersi del loro numero, a seguito delle insistenti distruzioni, che sono state causate nelle regioni nelle quali vivevano e prosperavano, con una furia distruttiva, che non fa certo onore ai coloni bianchi e che non ha trovato ostacoli neppure nei diversi tentativi che si sono compiuti per limitarne, con regole e leggi, le conseguenze. In molte zone sono così diventati rarissimi, e solo nelle grandi pianure a sud del continente è ancora possibile incontrarli in un certo numero. Con i cavalli, i cani e le armi da fuoco gli uomini uccidono, come abbiamo accennato, un gran numero di emù: ed in ciò sono certo aiutati dalle limitate difese che l'uccello è in grado di apprestare sulla base della propria scarsa intelligenza. Le carni vengono da molti considerate eccellenti, specie quelle di certe parti del corpo come le cosce - gran parte delle altre riescono senz'altro immangiabili - e tanto più se si tratta di individui giovani. Il grasso oleoso che ne cola, ed è sovente molto abbondante, serve anch'esso ad usi svariati, non esclusi, presso certe più primitive tribù di aborigeni, gli intrugli che dovrebbero possedere non si sa quali taumaturgiche virtù guaritrici. Il cibo è a base prevalentemente vegetale, anche se un certo posto è occupato, come abbiamo visto avvenire anche per gli altri struzzi, dagli insetti e da certi vertebrati; in alcune stagioni, poi, gli uccelli si nutrono quasi esclusivamente di determinate varietà di frutta. Intorno al processo di riproduzione, si può dire che esso non si distacchi gran che da quello descritto per le specie precedenti, se non per una più attiva partecipazione delle femmine alla incubazione delle uova. Anche gli emù stabiliscono il loro nido sul suolo, in opportune e protette escavazioni, e vi depongono da sei a sette uova a guscio granulare e bitorzoluto, colorate di un bel verde-cupo. La cova si prolunga per poco più di due mesi; i piccoli sgusciano ricoperti di un piumino bianco-grigiastro, variamente segnato da linee e chiazze più scure distribuite su tutta la superficie del corpo, e sono, naturalmente, del tutto in grado di muoversi e di nutrirsi con i propri mezzi ed in maniera del tutto autonoma.

CASOARI

I Casoari costituiscono una famiglia particolare di brevipenni, molto vicina allo struzzo vero e proprio e tuttavia dotata di caratteri peculiari abbastanza precisi per renderne impossibile una completa identificazione. Rispetto agli affini dei quali ci siamo finora occupati, infatti, questi uccelli hanno corpo più tarchiato, collo corto e massiccio, tarsi bassi e tozzi. Inoltre il loro becco è dritto, così compresso ai lati da sembrare tondeggiante, col culmine a volta, ricurvo alla punta e dentellato sopra e sotto la testa è munita di elmo osseo variamente modellato; il collo, nudo e vivacemente colorato nella metà superiore, regge una o due caruncole; le ali sono prive di vere remiganti, sostituite da cinque fusti cilindrici privi di barbe; i piedi hanno tre dita con unghie di lunghezza diversissima, e le timoniere non si possono definire come penne vere e proprie dal momento che le loro barbe, rigide e corte, sono molto distanti le une dalle altre. Tutti i Casoari hanno in comune i costumi e le abitudini di vita, nonché le sedi di origine e di residenza, che sono generalmente localizzate nelle isole grandi e piccole dell'Oceano, dalle Molucche alla Nuova Guinea, alla Nuova Zelanda, e nel Continente australiano. Ci limiteremo, perciò, ad elencare schematicamente le specie, prima di descrivere congiuntamente i diversi tratti dell'indole, delle abitudini e dei costumi di vita da cui essi sono accomunati.

CASOAR DALL'ELMO (Casuarius galeatus)

E' colorato generalmente di nero; ha però la faccia di tinta azzurro-verde, la zona occipitale verde, il collo violetto anteriormente, azzurro ai lati e rosso-lacca nella parte posteriore. I suoi occhi sono bruno-rossi, il becco è nero ed il piede giallo-grigio. Le femmine non si scostano da questa distribuzione di colori, mentre i giovani sono tinteggiati di bruniccio su tutto il corpo.

MOORUK (Casuarius benneti) - CASOAR A DUE CARUNCOLE (Casuarius bicarunculatus) - CASOAR DI KAUP (Casuarius kaupi) - CASOAR AUSTRALE (Casuarius australis)

Il primo esemplare di Casoar comparve in Europa nel 1597, portato dalle Indie Orientali da navigatori olandesi, che l'avevano avuto in dono da un principe dell'isola di Giava. L'uccello, a quanto pare, era originario delle Molucche, e la sua apparizione destò sorpresa e meraviglia non solo tra i comuni osservatori che ebbero modo di vederlo, ma anche, com'era logico, tra i naturalisti, che non avevano sospettato l'esistenza di nulla di simile in zone diverse da quelle in cui viveva lo struzzo vero e proprio. Le peculiarità segnalate sotto l'aspetto strutturale trovano riscontro anche nei modi di vita propri del Casoario, e confermano la necessità scientifica di considerarlo come costituente una distinta famiglia. A differenza dello struzzo, per incominciare, il Casoar abita non già le zone aperte e segnate da una vegetazione formata in prevalenza di erbe e di cespugli, ma all'interno delle più folte foreste, e vi conduce una vita estremamente ritirata e nascosta. La sua natura è timidissima: i primi viaggiatori europei, che cercarono di scoprirlo, dovettero spesso accontentarsi di verificarne la presenza osservando le orme lasciate dai suoi piedi sul terreno, e fu necessario ricorrere all'aiuto dei più scaltriti indigeni per riuscire ad averne qualche esemplare in giovane età. La grande timidezza è, poi, confermata dal fatto che questi uccelli si trovano più numerosi nelle isole deserte che non in quelle di cui l'uomo è ospite abituale. Il minimo sentore di pericolo li induce a nascondersi nel fitto dei boschi, fruendo della grande agilità e della velocità nella corsa. A proposito di questa, è da notare che riguardo al Casoar il verbo «correre» è usato quasi sempre impropriamente, se si vuol conservare alle parole il loro preciso significato: il Casoar, infatti, non corre quasi mai, ma si muove con velocità più o meno grande, cammina sempre, tenendo il corpo orizzontale e sollevando le piume del groppone in modo da apparire più alto posteriormente che sul davanti. Questo tipo di movimento è abituale, pressoché costante, in ogni circostanza: solo la precisa sensazione di un imminente pericolo lo induce a correre, il che fa con grandissima velocità e secondo evoluzioni e balzi, che rendono sempre problematico l'inseguimento da parte dell'uomo. Benché non respinga del tutto i cibi animali, il Casoar pone i vegetali alla base della sua alimentazione. Nelle foreste native cerca specialmente le parti tenere delle erbe e delle piante, mentre rifiuta semi e granaglie che il suo stomaco, a quanto pare, non è in grado di digerire. In schiavitù, di solito lo si mantiene con misture di pane, frutta e semi finemente sminuzzati, quasi ridotti in poltiglia; ma esso non si fa certo pregare per rivolgere le proprie attenzioni ai piccoli animali da cortile, e, se non si bada a tenerlo lontano dai pulcini di gallina e di anatra, è pronto a farne un sol boccone. Il processo di riproduzione non si scosta considerevolmente da quello degli altri struzzi: occorrerà notare, tuttavia, che si tratta di animali monogami solo nel senso che un maschio si accoppia ad una sola femmina, e non già in senso affettivo. Estremamente geloso della sua indipendenza, il Casoar, infatti, è di tendenze solitarie, e difficilmente tra le coppie si stabilisce un'atmosfera di reciproco accordo. Le femmine depongono, in cavità ben celate tra i cespugli, da quattro a sei uova, ed è poi il maschio ad occuparsi della loro incubazione, alla quale dedica le ore più fredde, lasciando che per lunghi periodi il calore ambientale provveda da solo a mantenere attivo il processo di sviluppo degli embrioni. Le uova sono di mole relativamente piccola ed il loro guscio, è punteggiato di grigio-scuro su fondo verde-chiaro. La cova dura per circa due mesi, ed i piccoli sgusciano ricoperti di un piumino striato longitudinalmente di bruno-scuro sul colore generale gialliccio-chiaro: sono creature amabilissime, oltre che per il loro aspetto - l'elmo è già indicato dalla presenza di una lamina cutanea, e sulla gola compaiono le caruncole - per il modo con cui si comportano. Inizialmente malfermi sulle zampe, si rassicurano molto presto, incominciano a muoversi con disinvoltura ed emettono dei suoni, che richiamano quelli dei pulcini della gallina. Il padre li scorta amorevolmente fino a che essi non abbiano imparato a bastare a sé stessi.

Un Kiwi

APTERICI

L'Apterice è la più piccola rappresentante dell'ordine dei brevipenni. Il suo corpo è relativamente tarchiato, ha collo breve e grosso, testa di media grandezza, piedi corti e forniti di quattro dita. ali assolutamente rudimentali e coda addirittura inesistente. Il piumaggio si compone di elementi lunghi e penzolanti, che a cominciare dal collo aumentano progressivamente la loro misura, portano barbe alquanto sfilacciate ed hanno la consistenza e la lucentezza della seta. Le tre dita anteriori sono lunghe, forti e munite di unghie robuste, il posteriore è più corto e più tozzo, porta un'unghia ancora più consistente ed assomiglia più agli speroni del gallo che non a un vero e proprio dito. Patria di questo animale, come si è accennato, è la Nuova Zelanda. Se ne conoscono due specie, di cui la prima è certo la più nota e comune, ed entrambe hanno caratteri e modi di vita vicinissimi. Ad essi dedicheremo qualche cenno dopo aver nominato le due specie.

KIWI (Apteryx mantelli)

Di mole analoga a quella di un tacchino, il Kiwi vive soprattutto nell'isola settentrionale della Nuova Zelanda, e si trattiene di abitudine nelle regioni montuose. Ha tarsi relativamente più lunghi degli affini, colorito scuro e rossiccio e capo coperto di peli lunghi e setolosi. Dalle regioni abitate è quasi completamente scomparso.

Un kiwi

APTERICE (Apteryx australis)

Diffusa, al contrario del kiwi, specialmente nell'isola meridionale, è alquanto più voluminosa dell'affine. Le sue caratteristiche morfologiche ripetono quelle generali della famiglia - è questo infatti l'uccello su cui si sono basate le prime informazioni riguardanti le apterici in generale - ed il suo piumaggio è alquanto più chiaro di quello del kiwi. Questi uccelli nidificano due volte nel corso dell'anno, deponendo un unico uovo, di mole piuttosto considerevole e di colore biancastro, in buche abbastanza profonde e ben nascoste. All'incubazione ed all'allevamento della prole dà un buon contributo anche la femmina. In cattività, com'è stato ormai confermato da numerosi esperimenti, le apterici vivono piuttosto bene e senza accusare, finché se ne abbia cura, squilibri troppo gravi.

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