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Animali Mammiferi Sirenidi

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ANIMALI

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VITA DEGLI ANIMALI - MAMMIFERI - SIRENIDI

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INTRODUZIONE

Al nome delle Sirene degli zoologi, molti potrebbero andare con la mente all'immagine di quelle creature poetiche dell'antichità, a metà donne e metà pesci, che abitano le cristalline onde del mare, e che con le loro moine, col soavissimo canto, col cenno del capo e lo sfolgoreggiante lampo degli occhi invitano gli incauti figli della Terra a precipitarsi nelle loro braccia, dove, in luogo di carezze, li attende la morte. Chissà quanti lettori dallo spirito romantico, di quelli che, nonostante i progressi dell'epoca contemporanea, sono ancora per le belle avventure, sentendo che vi sono animali dal nome di Sirene, pensano sul serio alle creature fantastiche che Omero fa incontrare al coraggioso e indomito Ulisse; eppure i naturalisti ripetutamente affermano, senza essere né romantici né coraggiosi, in fatto di Sirene, la loro preferenza per i nomi poetici pur senza darsi pensiero di rimanere fedeli alla poesia. Il nome di Sirene sta agli abitanti dell'Oceano press'a poco come sta quello delle ninfe boscherecce greche, Amadriadi, ad una scimmia più di ogni altra strana, e bella soltanto agli occhi di un naturalista.

Ai lettori che al nome di Sirene si sollevino lo spirito e si eccitino la fantasia diciamo che le Sirene di cui ora parleremo si chiamano anche «Vacche Marine»: detto questo, crediamo d'aver raffreddato alquanto la poetica-fantasia dei lettori, ai quali raccomandiamo di prepararsi a considerare queste creature nient'altro che come animali, per giunta assolutamente non belli né attraenti.

Le nostre Sirene o Vacche Marine stanno, per l'esattezza, tra le foche e le balene, e collegano le une alle altre. Alcuni naturalisti le hanno volute ascrivere, come divisione particolare o famiglia, a queste ultime; ma le differenze fra esse e le balene sono tali e tante da giustificare pienamente una separazione dei Sirenidi.

L'ordine è povero; con certezza non se ne conoscono più di cinque specie. Tutti gli animali che ne fanno parte hanno un capo in cui la rassomiglianza col pesce sembra disputarsi la preminenza con quella di un pachiderma e specialmente di un ippopotamo. Esistono ancora due sole estremità, le anteriori, ma già sono mutate in pinne. Le loro dita sono tanto completamente avvolte nella pelle, che riveste tutto il corpo che è loro negato ogni movimento, mentre soltanto eccezionalmente si scorgono tracce di unghie nella divisione interna della zampa. La coda, che rappresenta anche le estremità posteriori, termina in una pinna. Un capo piccolo, con muso turgido, ed un pelame scarso, breve e setoloso, costituiscono gli altri caratteri dei Sirenidi. Con il bel corpo della donna (immaginate la parte anteriore delle Sirene poetiche?), l'enorme e disadatto animale non ha altro in comune che l'esistenza delle mammelle sul petto (tra le zampe anteriori), che sporgono alquanto più che non negli altri mammiferi. Occorre una forza d'immaginazione ben vivace e molto sfrenata per vedere vergini marine in questi animali, anche da grande distanza. Tuttavia, non v'è dubbio che almeno uno di essi, probabilmente il Dugongo dell'India, sia stato il fondamento di questa favola. Gli antichi certamente ebbero modo di osservarlo molto meglio che non le foche, che generalmente si sono considerate come il tipo di quelle favolose creature. Quest'ordine si divide in due famiglie, di cui l'una comprende le Sirene propriamente dette, o Lamantini, e l'altra le Vacche Marine. Veramente si deve osservare che la Vacca Marina, o Ritina, giacché si conosce una sola specie di questa famiglia, oggigiorno non può più essere annoverata fra gli animali viventi.

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LAMANTINI

I Lamantini (Manati), o Sirene propriamente dette, si riconoscono per il fatto che le loro mandibole sono fornite di denti, mentre le Ritine, ora scomparse, in luogo di denti avevano una piastra cornea nell'interno della mascella inferiore e al palato. Rispetto all'impalcatura ossea, precisiamo, i Lamantini somigliano ai mammiferi superiori.
Ecco la struttura di questi animali: le loro 7 vertebre cervicali sono ancora tutte mobili; sono seguite da 17 o 18 vertebre dorsali, da 3 lombari e da più di 20 caudali. La scapola è robusta, tutte le estremità anteriori sono perfettamente sviluppate. Nella dentatura mancano i canini, e, per lo più, anche gli incisivi; i molari sono variamente foggiati, ma in generale semplici ed ottusi.

Le acque basse ed i seni di mare nei paesi caldi, le foci dei fiumi e dei torrenti specialmente le loro vallate, sono i luoghi che i Lamantini abitano e frequentano. Solo eccezionalmente si trovano anche nelle zone temperate; tuttavia, a questo proposito, non possiamo dir nulla di preciso, e ciò perché sfuggono alle osservazioni. Di certo sappiamo che cambiali o dimora, che viaggiano talvolta alla distanza di parecchie miglia, e persino assai avanti nell'interno della terra, sino ai laghi che sono in comunicazione con i grandi fiumi. Si trovano sia in coppie, sia in piccoli branchi. Tuttavia, molti sostengono che vivono in rigoroso stato coniugale e che il maschio rimane costantemente fedele alla sua femmina.

I Lamantini sono animali più marini delle foche, perché solo eccezionalmente spingono il loro massiccio corpo sulla sponda al di sopra del livello dell'acqua. Mancano dell'agilità degli altri mammiferi marini, e benché nuotino e si tuffino magistralmente, evitano le grandi profondità, forse perché sono troppo goffi per praticare alternativamente l'esercizio di salire e ridiscendere. Nuotando, sollevano sovente il capo ed una parte del corpo al di sopra dell'acqua, esattamente come facevano le favolose Sirene. Sulla terra strisciano con grande difficoltà per brevi tratti: le loro pinne sono troppo deboli, difatti, per sopportare la massa del corpo, e questo, inoltre, non possiede la pieghevolezza di quello delle foche, che permette loro, come abbiamo visto, un continuo progredire.

L'unica ed esclusiva alimentazione della Sirena è costituita dalle piante acquatiche, alghe ed erbe, che crescono nel fondo o presso il margine, come pure dalle piante che crescono nelle vallate dei fiumi. Questo animale, con la Ritina, è l'unico mammifero marino che si cibi di sostanze vegetali. Con le tumide labbra strappa il cibo e, come l'ippopotamo, ne manda giù, in una volta, una grande quantità. La sua voracità è incredibile e assolutamente antipoetica, e l'induce a divorare tutte le erbe succose che si presentino fuori dell'acqua sul margine dei fiumi. Ma questa voracità serve a tradirla, perché il suo sterco, di colore e forma simile a quello del bue, ricopre in grande quantità la superficie dell'acqua nei luoghi dove l'animale suole sostare.

Come tutte le creature voraci, i Lamantini sono pigri, stupidi e deboli di spirito. Si dicono pacifici ed innocui, e con ciò non si vuole affermare altro che il fatto che pensano soltanto a mangiare e a dormire. Né timidi né temerari, vivono in santa pace e in perfetta «coesistenza» con gli altri animali, senza minimamente prendersi altro pensiero all'infuori di quello per il loro pasto. Il loro intelletto è molto limitato, sebbene non si possa mettere in dubbio la sua esistenza. I due sessi si somigliano molto fra loro; sembrano volersi molto bene, e si difendono e si proteggono a vicenda. Le madri accudiscono ai figli con amore e prudenza, e li portano persino al petto per farli poppare, come fanno le donne. Una delle loro pinne compie perciò l'ufficio di braccio; con essa stringono il piccino contro il loro grosso corpo. Nel pericolo o nel dolore i loro occhi lasciano sgorgare le lacrime; tuttavia, sarebbe un'avventatezza considerare tali lacrime come l'espressione di una speciale sensibilità d'animo. Le lacrime delle nostre sirene non hanno rassomiglianza alcuna con quelle delle eroine della favola: sono insignificanti. Anche la loro voce ricorda assai poco il canto delle vergini del mare: consiste nella emissione di deboli e cupi suoni. Durante il respirare s'ode un violento sbuffare.

E' strano che tali creature possano sopportare la schiavitù e persino essere suscettibili d'un certo grado d'addomesticamento. Si trae profitto dalla loro carne dal grasso, dalla pelle e dai denti.

DUGONGO (Dugong dugong)

Fu senza dubbio quest'animale a dare origine alla favola delle sirene, giacché nell'antichità erano frequentati quei soli mari nei quali abita, e deve poté quindi venire osservato. E' possibile, ma non verosimile, che Tachash del testo originale della Bibbia, con la cui pelle gli israeliti ricoprivano la loro Arca Santa, fosse il nostro Dugongo, sebbene non si veda chiaramente come i linguisti siano appunto caduti su questo animale, la cui pelle non presenta alcuna delle qualità richieste per tale scopo. Lutero traduce la parola con «tasso», altri invece con «can marino». A noi, se è lecito esprimerci così, è perfettamente indifferente che abbia ragione Lutero o gli altri filologi che si occuparono della nostra sirena. D'altronde, sembra abbastanza strano che nessuno degli antichi scrittori abbia pensato di lasciarci una descrizione per lo meno approssimativamente soddisfacente del tipo delle leggende fantastiche.

Da molti secoli il Dugongo era noto ai cinesi e agli arabi; al contrario, i dotti europei parlarono di esso soltanto all'inizio del diciottesimo secolo. Nella sua relazione, pubblicata nel 1707, Dampier riferisce di aver visto quest'animale non soltanto in America, ma anche presso le Filippine, e Kolbe parla di un leone marino che può benissimo essere una sirena.

«Fin quando ho viaggiato in mare», egli scrive, «non ho mai avuto la fortuna di vedere un leone marino. Nel 1707 il caso volle che uno entrasse nella baia di Tasel e, dopo essersi trastullato a lungo con l'acqua, si sdraiasse sopra uno scoglio per godersi il sole. Finché era rimasto nell'acqua, nessuno aveva osato di venirlo a guardare, in parte perché si temeva che potesse portar via coi denti il braccio o la gamba di qualcuno, o schiacciare qualcuno di noi con la sua robusta coda, ed in parte perché il governatore di quel tempo, un avarone, voleva farlo uccidere: il che infatti avvenne dopo che da una scialuppa tre fucili furono scaricati su di esso. L'animale fece ancora molti movimenti prima di soccombere, ed il battello ebbe molto ancora da girare per evitarlo.

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Quel Leone Marino somigliava abbastanza ad un leone, senonché non aveva peli; ma nelle altre parti la rassomiglianza non si poteva trovare, perché sebbene la sua pelle fosse d'un giallo-scuro, non presentava né pelo né squame. I piedi, ne aveva soltanto due, erano brevi e talmente poco articolati che servivano, in verità, meglio per nuotare che non per camminare. Non vi si vedevano né artigli né dita, ma terminavano largamente, come una pala o, meglio, come un piede d'anatra. Al posto dei piedi anteriori aveva larghe e grosse pinne. Il suo dorso era elevato come una gobba, ma dava l'impressione che ciò potesse essere provocato dalla sua posizione giacente sul ventre grasso. Di dietro andava aguzzandosi come gli altri pesci, e ciononostante aveva una larga coda che era foggiata a mezzaluna. Misurava più di 15 piedi (metri 4,50) di lunghezza ed altrettanto in circonferenza. Del suo grasso furono riempite alcune botti. La sua lingua era tutta lardo e pesava più di cinquanta libbre (25 chilogrammi)».

Questa descrizione potrebbe riferirsi al vero Leone Marino, senonchè la pelle nuda e la coda a mezzaluna ed intaccata accennano alla Sirena.

Barchewitz racconta che dalla sua casa nelle Filippine sovente si vedevano le vacche marine venire a pascolare nel verde musco della spiaggia. Una femmina uccisa per ordine suo fu anche la causa della morte del maschio che venne a cercarla. Ognuno di quei pesci aveva più di 6 metri di lunghezza.

Toccava ai naturalisti del secolo scorso il compito di fare osservazioni più esatte su quest'animale. I francesi Diard e Duvancel furono i primi ad uccidere un dugongo. Quav e Gaymard ne fecero il primo buon disegno, e Ruppel, che trovò nel Mar Rosso la medesima sirena, fece conoscere alquanto bene il suo modo di vivere. Poi vennero altri, e così ora siamo in grado di dare una descrizione abbastanza esauriente di quest'animale.

Se si osserva che la pinna caudale del Dugongo si presenta orizzontalmente ed è profondamente incavata a forma di mezzaluna, non lo si confonderà mai con i suoi affini, i lamantini; per rappresentarlo più esattamente, aggiungiamo alla descrizione, del resto decisamente sufficiente, che, fatta eccezione per la testa, che ricorda quella di un ippopotamo o di un bue, esso è conformato come un pesce: in lunghezza misura da 3 a 4 metri e mezzo, ed è superiormente di colore bruniccio, azzurrognolo o bigio, mentre è inferiormente tondeggiante, ingrossando insensibilmente dalla regione del collo sino alla metà, ed assottigliandosi da quel punto sino alla coda. Le pinne pettorali si trovano a poca distanza dietro le aperture delle orecchie nell'ultimo terzo dell'altezza del corpo; non sono molto grandi, ma larghe, tondeggianti sul margine anteriore, affilate su quello posteriore.

In quest'animale le dita si riconoscono soltanto toccandole, e non esiste traccia di unghie. La pinna caudale è piena e larga. Il muso, corto e grosso, ha il labbro superiore bitorzoluto, largo, tagliato a forma di cuore sul davanti, mobile; il labbro inferiore è diviso dal collo da una profonda piega cutanea. Le narici, che si trovano sulla parte superiore del muso, sono vicine e formano due fessure semicircolari; gli occhi piccoli, ovali, fortemente convessi e sporgenti, sono circondati sul margine superiore da un semicerchio di ciglia; non hanno palpebre, ma una sottile membrana, mentre possono venir chiusi da una contrazione della pelle; le orecchie sono soltanto piccole aperture tondeggianti.

La pelle del Dugongo, liscia e lucente, di color plumbeo opaco, o d'un bigio-ferro, alquanto verde-gialliccio lungo il dorso e sul capo, che passa inferiormente al colore carnicino azzurrognolo ed è cosparsa qua e là di strisce longitudinali scure, presenta setole isolate, brevi, sottili, ma ruvide, che sul labbro superiore diventano quasi aculei. Le pinne e la coda sono perfettamente nude.

Fra le parti interne del corpo del Dugongo, quella che merita una particolare attenzione è la dentatura. I cinque molari per parte aumentano in grossezza dall'avanti all'indietro; tutti i denti sono senza radici e molti cadono nella vecchiaia. I canini mancano del tutto. Solo nel maschio si sviluppano due denti anteriori, lunghi da 20 a 30 centimetri, e le zanne, grosse 2 millimetri, le quali sono, sino ai sette ottavi della loro lunghezza, ricoperte dalla gengiva e dalla mascella.

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La nostra sirena si trova in tutte le parti dell'Oceano Indiano. Si dice che un tempo fosse assai più diffusa che non oggi, ma questo non possiamo né smentirlo né affermarlo con certezza. Al Nord giunge sino a metà del Mar Rosso, che le offre luoghi molto ben adatti, e dove è un animale ben noto. Tutti i marinai l'hanno visto, e sarebbe difficile che si chiedessero invano ad uno di essi notizie del Nekhe el Bahhr (cammello del mare) o del Gilid o Daniele o Urum, come lo chiamano nel sud. Da essi si potrà avere anche una descrizione dello strano animale, sebbene questa descrizione non pos sa essere molto particolareggiata.

Se riassumiamo tutte le relazioni, sappiamo che il Dugongo vive principalmente nel mare, più raramente nelle acque dolci delle foci dei fiumi, ma non abita mai i fiumi stessi; preferisce la vicinanza delle coste, ed in alto mare non s'inoltra mai al di là della zona della vegetazione. I seni poco profondi in cui penetra facilmente il sole, l'acqua poco mossa e dove può vegetare comodamente tutta la ricca flora marina, sono i luoghi che il Dugongo predilige. Non sale quasi mai a terra, ed è molto probabile che quelli che si videro giacere sul suolo vi fossero stati trasportati dall'alta marea, e rimasti indietro, stimando troppo grave fatica il muovere il loro grosso corpo per raggiungere l'acqua, attendevano in santa pace che la successiva alta marea li venisse a prendere. Dal Londo di quei seni l'animale sale alla superficie circa una volta per ogni minuto, emerge dall'acqua il naso e talvolta la metà del suo corpo, prende fiato e ridiscende lentamente e pacatamente.

Il Dugongo generalmente vive in coppie e raramente in piccole famiglie; diciamo generalmente, perché questo si applica ai seni del mare di Arabia e non alle altre parti dell'Oceano Indiano, dove lo si può trovare anche in piccoli branchi. I suoi movimenti sono in sommo grado lenti e difficili, sebbene la forza della sua coda sia enorme. Per caso è stato osservato che per mangiare sta indolentemente sdraiate, nel fondo del mare e strappa con le grosse e dure labbra le alghe che crescono sopra le rupi o sul fondo medesimo, e che costituiscono il suo cibo principale.

Trovandosi in un posto, il Dugongo non lascia questo finché vi trova da mangiare o fin quando non vi è costretto a farlo da qualche nemico; ma quando ha brucato il suo prato sottomarino per benino, lentamente si avvia verso altre regioni, che presentano le condizioni richieste per averlo come ospite per qualche tempo. Talvolta capita che anche i violenti uragani, o maremoti, che, in certe stagioni, sconvolgono l'Oceano Indiano, esercitino una notevole influenza sulle migrazioni. L'agitazione violenta delle onde, difatti, gli torna molto sgradita e lo invita a cercare allora seni o golfi in cui la sua innata indolenza e pigrizia non vengano oltre disturbate. Che sia indotto a migrare dalla burrasca è provato, del resto, dal suo inaspettato comparire in certi luoghi, dove non lo si era mai prima visto durante le stagioni tranquille dell'anno.

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Quanto alle sue attitudini, diciamo subito che le facoltà intellettuali del Dugongo sembrano in perfetto accordo con la goffaggine e la pesantezza del suo corpo. La voce consiste in uno sbuffare cupo e profondo; tuttavia, i giovani emettono, talvolta, un suono più acuto. Durante il tempo degli amori soltanto si osserva un certo eccitamento in quelle ottuse creature. I maschi se le danno di santa ragione per sostenere il loro diritto all'accoppiamento, ed allora dimenticano a tal punto ogni cosa del mondo che li circonda che spesso, senza saperlo, dànno ai cacciatori la migliore occasione per impadronirsi di essi. Come al solito, il più forte e il più prestante ha la meglio, mentre l'altro o se la svigna come può a tempo o ci lascia la vita. A battaglia terminata, il vincitore si riposa un po', riprende fiato, e quindi rivolge le sue attenzioni verso la femmina, che nel frattempo se n'è stata a guardare. Questa, dopo qualche reticenza, certamente non suggerita da una particolare ripulsa, si concede bellamente al vincitore e, dopo un certo periodo di gestazione, mette al mondo il suo unico figlio, per lo più in novembre o dicembre.

I pescatori effettuano un'accanita caccia al Dugongo, specialmente durante il tempo degli amori e quello del parto, perché da quelli che vengono uccisi sanno per bene trarne profitto. La carne tenera e succosa ha in verità un sapore sgradevole, dolciastro e ripugnante, almeno al palato degli europei; ma i denti ed il grasso sono generalmente ricercati. Il Dugongo si uccide con fiocine per lo più durante la notte, quando sul mare tutto è silenzio e da lontano si può udirne il sonoro sbuffare. La fiocina usata nel Mar Rosso somiglia perfettamente a quella di cui si servono nel Sudan per dare la caccia all'ippopotamo. Per non colpire a vuoto, si cerca di mirare soprattutto alla regione caudale, perché, sollevando quella parte del corpo, è più facile impadronirsi dell'animale.
Per quanto sembri tardo, il Dugongo sa muoversi con sufficiente celerità quando sente penetrare nel suo corpo l'uncino di ferro. Un negoziante tedesco di Massaua ci raccontò che un dugongo colpito da una fiocina vibrata dal marinaio, trascinò per oltre mezz'ora con sé il battello, piuttosto grosso, mettendo in grandi difficoltà l'equipaggio, perché fece passare il battello fra pericolosi scogli di corallo. I cacciatori esperti di dugonghi, in casi simili, sogliono piantare molti altri dardi nel corpo della loro vittima, per esaurirla al più presto possibile con la perdita del sangue.

Due dugonghi, in caso di pericolo, accorrono in soccorso l'un dell'altro, e questo prova almeno che un po' d'intelligenza la posseggano. Particolarmente fra maschio e femmina si nota lo spirito di solidarietà. Difatti si è sovente osservato che il maschio nuota assiduamente attorno alla sua femmina ferita e tenta di liberarla dai suoi persecutori con violenti colpi del la potente pinna caudale. Se uno dei coniugi viene ucciso in assenza dell'altro, questo nuota per lungo tempo intorno ai luoghi della consueta dimora, visita ogni posto di predilezione e cessa le sue ricerche soltanto quando riconosce che è impossibile ritrovarlo.

I malesi, gli arabi e gli abissini mangiano la carne del Dugongo, ma questi ultimi, lungi dal considerarla come una leccornia, assicurano che occorre dapprima esporla per alcuni giorni al sole, salarla bene e farla cuocere lentamente prima di mangiarla, perché altrimenti cagiona nausee e persino malattie. Gli animali giovani, invece, sono molto più stimati dei vecchi, perché hanno carne magra e tenerissima. Dagli animali vecchi si ricavano talvolta più di 25 chilogrammi di grasso, che, se non produce un buon olio, tuttavia a volte viene mescolato con quello delle foche e venduto ai meno provveduti, però, come genuino di queste ultime. La grossa pelle non viene conciata, come qualcuno ha raccontato, sulle coste dell'Abissinia, ma soltanto esposta e seccata all'aria, dopo di che se ne fanno sandali. Tuttavia l'umidità in essa contenuta, rilasciandosi il tessuto connettivo, fa sì che i detti sandali non siano durevoli se non in regioni asciutte: sopra un terreno umido, difatti, si fanno molli, si gonfiano, e finiscono per lasciare i piedi scalzi. I denti, un tempo, erano collocati al di sopra della carne e della pelle, perché una particolare superstizione attribuiva infinite virtù alle corone che se ne facevano. Così una puerpera, ad esempio, soleva mettersi al collo una di quelle corone, e in tal caso si riteneva certa di un felice parto. Ora è svanita questa superstizione, evidentemente perché i parti difficili si sono ripetutamente verificati anche con quel le corone al collo, ed i denti del Dugongo, un tempo così preziosi, sono di molto scesi di prezzo.

Trapani Modello tridimensionale di dugongo

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LAMANTINO (TRICHECHUS MANATUS)

Nel Lamantino propriamente detto, la pinna caudale è verticale e convessa o panciuta, invece di essere incavata; per il resto, quest'animale somiglia molto al precedente. Il corpo ovale, a forma di pesce, ha peli isolati, che soltanto al muso si trasformano in setole più fitte. Il labbro superiore, troncato, è mobilissimo, contrariamente a quello delle specie precedenti, e talvolta piccole unghie piatte si trovano alle dita delle pinne pettorali tondeggianti. L'animale ha solo 6 vertebre cervicali; delle dorsali se ne contano 17, delle caudali 23, e solo gli individui giovani hanno gli incisivi, i quali cadono ben presto, lasciando negli adulti soltanto i molari. Di questi, sette od otto sono in attività, perché, come l'elefante, il Lamantino possiede la facoltà di sostituire con denti nuovi quelli che si sono logorati, di modo che la fila ne può contare 10 o 12. Il Lamantino, che rappresenta la specie più esattamente osservata, vive in tutte le parti dell'Oceano settentrionale. Esso ha una lunghezza che va da metri 2,10 a 3, una larghezza da 60 a 75 centimetri un'altezza di 45 centimetri, e pesa da 250 a 400 chilogrammi. Tuttavia, gli americani affermano di averne veduti di più grossi, lunghi da metri 4,50 a 6, e larghi da metri 1,50 a 1,80. Una pelle quasi interamente nuda, che porta brevi setole, disposte a 18 millimetri di distanza l'una dall'altra, riveste il corpo dell'animale. Il colore è rappresentato da un bigio-azzurrognolo piuttosto uniforme, che tende allo scuro più sul dorso e sui fianchi che non sulla parte inferiore del corpo. Le setole, invece, appaiono giallicce.

Le prime notizie esatte intorno a questo animale le dobbiamo ad Alessandro di Humboldt. Il labbro superiore sporgeva moltissimo in un individuo di metri 2,70 di lunghezza, che egli sezionò nella Canichana sull'Orinoco. Quel labbro risulta rivestito di una finissima pelle, e serve da proboscide o d'apparecchio per tastare gli oggetti, che l'animale incontra e di cui vuol conoscere la natura. La cavità boccale, che nell'animale ucciso da poco è caldissima, presenta una conformazione molto strana. La lingua è quasi immobile, ma davanti ad essa si trova in ogni mascella una sporgenza carnosa, che corrisponde ad una cavità rivestita da una pelle durissima. Se si apre l'animale dal dorso, si rimane colpiti dalla forma e dalla lunghezza dei suoi polmoni, che sono lunghi 90 centimetri, con celle grandissime e vesciche aeree decisamente mostruose Basti dire che possono racchiudere parecchie migliaia di centimetri quadrati di superficie e moltissimi centimetri cubici di aria. Lo stomaco risulta diviso a ventaglio, mentre l'intestino è lungo oltre 30 metri.

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La patria preferita del Lamantino è l'America meridionale e centrale; tuttavia dobbiamo precisare che, attualmente, è molto più raro che non nel passato, perché l'uomo, questo terribile suo nemico, lo ha accanitamente perseguitato per oltre tre secoli. L'animale abita principalmente le spiagge dell'Oceano Atlantico, vale a dire i seni presso le Antille e la Caienna. Il già citato Humboldt osservò che il Lamantino si trattiene volentieri nei mari, dove esistono polle d'acqua dolce, come, ad esempio, a pochi chilometri dall'isola di Cuba, al centro del golfo di Jagua, dove si trovano così abbondanti polle d'acqua dolce, che, talvolta, i marinai vi fanno la provvista per bere. Sale lungo i fiumi e negli straripamenti si reca nei laghi e nei pantani. Ancora oggi il Lamantino si trova discretamente comune nel fiume delle Amazzoni, nell'Orinoco e nei suoi affluenti. «La sera», racconta Alessandro di Humboldt, «passammo alla foce del "Carro del Manati", così chiamato per lo sterminato numero di lamantini o manati, che in quei posti vengono presi annualmente. Vedemmo l'acqua coperta dal puzzolente sterco di questo animale, che è frequentissimo sull'Orinoco, al di sotto delle cascate, in Meta ed in Apure».

Il modo di vivere del Lamantino è analogo a quello del Dugongo. Alcuni viaggiatori, e non soltanto essi, asseriscono che l'animale, talvolta, balza fuori dall'acqua per pascolare a terra, ma sin da due secoli orsono questa circostanza è stata decisamente smentita dai naturalisti più seri. Il Lamantino mangia solo le erbe che nascono nell'acqua e di queste ne ha a sufficienza, giacché tutti i fiumi meridionali sono, nei punti più tranquilli, ricchissimi di piante acquatiche d'ogni specie.

E non si può pensare che mangi poco, perché la smette soltanto quando ha riempito zeppo zeppo lo stomaco e l'intestino. Poi, una volta sazio, si butta a giacere nei punti dove l'acqua è abbastanza bassa da permettergli di sollevare il capo fuori senza aver sempre bisogno di tuffarsi e di risalire. La digestione deve avvenire senza eccessivi sforzi di tutto il corpo, ed è giusto, pertanto, che prenda una posizione che gli permetta di sporgere soltanto parzialmente al di sopra dell'acqua quando prende fiato, il che, del resto, avviene frequentemente malgrado i serbatoi di aria. Per questo preferisce i luoghi dove l'acqua è bassa.

Il tempo dell'accoppiamento non è ancora abbastanza noto, e le nozioni sulla riproduzione sono alquanto incerte. V'è chi dice che la femmina partorisce due piccoli, mentre altri parlano concordemente di uno solo. Un fatto certo è che la madre accudisce con cura ed ama teneramente il suo piccolo, difendendolo accanitamente contro ogni pericolo, su per giù nel modo che abbiamo visto presso i suoi affini.

In tutti i luoghi dove esiste, il Lamantino viene accanitamente perseguitato. La sua carne passa in verità per malsana e tale da provocare la febbre; tuttavia è molto saporita e tutt'al più si tratta di come prepararla. Humboldt sostiene che somiglia più a quella del maiale che non a quella di manzo. Salata e seccata al sole, si può conservare per tutto l'anno, mentre i preti, che considerano pesce il Lamantino, permettono l'uso della sua carne durante la Quaresima. Gonzalo Ovideo vanta questa carne, e racconta che nel 1531 ne portò un poco in Spagna e la presentò all'imperatrice. «Aveva un così buon sapore», dice egli «che fu scambiata per carne d'Inghilterra». I Guarnos e gli Otomakos non chiedevano miglior vivanda della carne di lamantini, e perciò andavano di preferenza alla caccia di questi animali. Al contrario i Paraos l'avevano in tale onore che una volta, avendone Bompland ucciso uno, si nascosero per non doverla toccare. Concordemente essi affermavano e propagandavano che tutta la gente della loro stirpe sarebbe morta se avesse mangiato carne di Lamantino.

La caccia a quest'animale è piuttosto semplice. I cacciatori si avvicinano in battello al luogo dove pascolano i lamantini ed attendono che vengano fuori per prendere fiato. O si colpisce l'animale con frecce, alle quali sono raccomandati per mezzo di funicelle leggeri pezzi di legno, che indicano il luogo dove si trova, oppure, preso con la fiocina, viene legato ed ucciso nel piccolo battello di cui si fa largo uso sui fiumi dell'America meridionale. La caccia al Lamantino è più facile ancora dopo le grandi inondazioni, quando dai fiumi è passato nei laghi o nei pantani, in cui l'acqua decresce rapidamente, lasciando l'animale in serie difficoltà. Al tempo in cui i Gesuiti occupavano le missioni dell'Orinoco, essi venivano ogni anno al di sotto dell'Apure per avviare, con gli indiani, dopo gli esercizi religiosi, una grande caccia alle vacche marine.

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Il grasso degli animali catturati ed uccisi serviva per le lampade della chiesa, ed era anche buono per la cucina, non avendo il sapore disgustoso del grasso delle balene o degli altri mammiferi marini con gli sfiatatoi. La pelle, spessa 40 millimetri, veniva tagliata, ed in alcuni luoghi anche oggi, in strisce che servivano da corde nelle steppe, appunto come le strisce di pelle di Bue. Nell'acqua non si potevano adoperare, perché marcivano. Nelle colonie spagnole se ne facevano fruste, che erano un terribile strumento di tortura per gli sventurati schiavi e specialmente per gli indiani delle missioni, i quali dovevano, secondo la legge, essere tenuti come uomini liberi, e tuttavia venivano trattati ancora come schiavi. In due antichi libri si dà la meravigliosa notizia che il Lamantino si può addomesticare. Martyr, viaggiatore che morì nel primo quarto del diciassettesimo secolo, racconta che un indigeno dell'isola di San Domingo fece riporre in un lago ed ogni giorno cibare con pane fatto di grano europeo, un giovane pesce, ancora piccolo, che era stato preso in mare.

«Era in tal modo domestico», egli racconta, «che veniva ogni volta che lo si chiamasse; mangiava il pane nella mano e si lasciava accarezzare, e talvolta portava persino da una sponda all'altra persone che gli sedevano in groppa. Questo gentile e docile animale fu tenuto a lungo in quel lago, con grandissimo piacere di ognuno. Da tutte le parti dell'isola veniva gente per vederlo accorrere alla chiamata e portare dall'una all'altra sponda uno dei visitatori, che gli si sedeva sul dorso. Ma una volta, essendo scoppiato un improvviso temporale, che portò dalle montagne al lago una sterminata quantità d'acqua, il lago straripò, ed il Lamantino, trascinato nel mare, non fu mai più veduto».

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Gomora, che racconta esattamente la stessa storia, aggiunge che il Lamantino aveva vissuto ventisei anni nel lago Guaynabo ed era diventato grosso come un Delfino. Veniva al grido «Mato» e strisciava sul suolo asciutto sino a casa per ricevere gli alimenti e di là tornava nello stagno, accompagnato da molti ragazzi il cui canto lo rallegrava. Una volta ne prese dieci insieme sul suo dorso e li portò dall'una all'altra riva. Ma essendo stato un giorno punto da un dardo, senza però rimanerne ferito, da uno spagnolo che voleva vedere se la sua pelle era molto dura, esso si offese a tal punto che non si lasciò vedere, quando era chiamato da gente ben vestita. L'amabile e docile pesce è, dai due personaggi citati, tanto bene esattamente descritto che non v'e dubbio che si volle parlare di un Lamantino. Qual fede poi meriti questa graziosa storiella, lasciamo che altri decidano.

A titolo informativo aggiungiamo soltanto che il nome di Manato significa animale con mani. Gli indiani chiamano questo sirenide Apeia o Apia, i portoghesi Pesce-Buey o Pesce Bue.

RITINA

RITINA DI STELLER (Hydrodiamalis)

Per parlare di questo animale, che è uno dei più notevoli mammiferi marini, oggi completamente scomparso, non possiamo non lasciare la parola al più volte citato e sempre celebrato insigne naturalista Steller, che ne fu lo scopritore e che in suo onore fu chiamato appunto Ritina di Steller. Ed ecco come egli comincia la sua relazione a proposito di questo animale, tornando dall'isola, fino allora sconosciuta, di Behring, nel novembre 1741. «Lungo tutte le sponde dell'isola, e specialmente là dove i ruscelli sbucano nel mare e dove sono sempre più numerose tutte le specie di animali marini, esiste in ogni stagione, ed in gran numero, il Morskaja-Korowa dei russi, in tedesco la Vacca Marina. Cominciando ad essere seriamente impensieriti circa i mezzi per provvedere alla nostra sussistenza, in seguito alla crescente timidezza dei castori della parte settentrionale, pensammo al mezzo con cui impadronirci di quegli animali per ricavarne il nostro nutrimento in modo alquanto più facile, essendoci essi molto vicini. Il 21 maggio, perciò, servendomi di un grosso uncino di ferro raccomandato ad una lunga e forte corda, feci il primo tentativo di aggrappare e trarre a terra quell'enorme animale. Ma tentai invano, perché la sua pelle era molto dura, mentre il mio uncino era troppo ottuso. Facemmo altre prove, e fummo ancora più sfortunati, perché l'animale fuggiva, portando con sé l'uncino e la corda. Desistemmo per un poco, ma la fame incalzava e all'orizzonte non si vedeva l'ombra dei castori o di altri utili animali da trasformare in cibo. Infine decidemmo di servirci della fiocina. All'inizio di giugno riparammo il canotto rimasto gravemente danneggiato sugli scogli l'autunno precedente, e vi presero posto un fiociniere, un timoniere e quattro rematori, ognuno armato di una fiocina, attaccata ad una lunga corda, disposte come per la pesca della balena, il cui altro capo era tenuto da 40 uomini, che erano rimasti a terra. Così armati remammo in silenzio verso il luogo dove pascolavano in pace i nostri animali. Appena il fiociniere ne ebbe colpito uno, gli uomini che erano a terra presero a trarlo lentamente verso la spiaggia, mentre quelli che si trovavano sul canotto aiutavano ad indebolire l'animale mediante ripetuti colpi di coltello e di baionetta, di modo che perdette tutto il sangue, che zampillava come getti di acqua dalle ferite. Eravamo in alta marea e così l'animale poté essere tratto facilmente sulla spiaggia, dove lo assicurammo mediante le corde a grossi massi di granito. Sopraggiunta la bassa marea, l'acqua si ritirò, mentre l'animale si trovò al secco; prendemmo a tagliarne a pezzi la carne e il grasso, che portammo allegramente alle nostre capanne. Infine, la carne fu deposta in grandi botti, mentre il grasso fu appeso in aria. Finalmente ci vedemmo così ben provvisti di cibo da poter proseguire senza pensiero la costruzione del nuovo battello, che di lì a non molto doveva essere lo strumento della nostra salvezza».

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Questo avveniva nel 1741, e ventisette anni dopo la scoperta di Steller, nel 1768, veniva uccisa l'ultima Ritina. Da quel tempo si sono rinvenuti ancora un cranio ed una piastra di palato, uniti a poche altre ossa dello scheletro, ma nessun Morskaja vivo è stato più visto.

Lusingati dai comunicati della Società di Scoperte Russe, che prometteva lauti guadagni, e della quale faceva parte lo stesso Steller, gli avventurieri, e i pescatori di balene, si precipitarono in massa verso il mare di Behring, facendo una così terribile strage degli inermi abitanti del mare che le ritine sparirono dal globo. Inutilmente si è tentato dopo di allora di trovarne almeno una: niente, neanche l'ombra. Ogni vascello che navigava per il mare, sapeva quanto fosse importante, ma nessuno mai riportava un solo cenno dell'animale. Lo stesso Steller credeva che la Ritina fosse il Lamantino scoperto da Hernandez, ma dalla sua descrizione risulta chiaramente che era un animale assai diverso dai sirenidi prima descritti. In luogo dei denti, le mascelle risultavano munite di quattro piastre masticatrici, che erano collegate soltanto con le gengive. Questo fatto basta da solo a caratterizzare l'animale. Ma per conoscerne meglio il modo di vivere, cediamo la parola nuovamente a Steller, l'unico che l'abbia descritto.

«I più grossi di questi animali», continua l'insigne naturalista, «sono lunghi da 28 a 35 piedi inglesi (8 o 10 metri), e al punto più grosso, nella regione ombelicale, ne misurano poco meno di circonferenza. Sino all'ombelico somigliano alle foche; dall'ombelico alla coda ai pesci. Lo scheletro della testa non è differente, nel complesso, da quello della testa del Cavallo; ma rivestito ancora di pelle e di muscoli, in certo qual modo somiglia alla testa del Bufalo, specialmente per via delle labbra. In bocca, invece di denti, presenta da ogni parte due larghi ossi, cedevoli, allungati e lisci, uno dei quali è attaccato al palato, mentre l'altro lo è alla mascella inferiore. Ambedue sono muniti di numerosi solchi obliqui e di rilevate callosità, con cui l'animale può stritolare il suo cibo abituale, cioè le erbe acquatiche. Le labbra portano molte grosse setole, di cui quelle che si trovano sul mento sono di mole tale da somigliare agli steli delle penne delle galline, e che chiaramente presentano all'occhio, nella loro cavità interna, la conformazione dei peli. Gli occhi di questo enorme e stranissimo animale non sono più grossi degli occhi delle pecore, e sono senza palpebre; le orecchie sono talmente piccole e nascoste che non si possono scoprire in mezzo alle infinite pieghe e depressioni della pelle: soltanto se si toglie questa, si riconosce il condotto uditivo che è nero lucente; esso è inoltre talmente stretto che appena vi si potrebbe introdurre un pisello. In quest'animale non esiste la benché minima traccia di orecchio esterno. La testa è collegata al corpo da un collo indistinto. Sul petto sono notevoli gli strani piedi anteriori ed i capezzoli. I piedi sono fatti di due articolazioni, la cui estremità ha una certa somiglianza con un piede di Cavallo; al disotto sono muniti, come una spazzola, di brevi e fitte setole. Con le sue zampe anteriori, in cui non si distinguono né dita né unghie, l'animale nuota in avanti, strappa dal fondo sassoso le piante acquatiche, e quando, giacendo sul dorso, si prepara all'accoppiamento, se ne serve per abbracciare il suo compagno, come se fossero braccia. Tra quei piedi anteriori si trovano le mammelle, con capezzoli neri, aggrinziti, lunghi due pollici, nelle cui estremità sboccano numerosi condotti del latte. Se vengono premuti alquanto fortemente, ne sgorga una quantità di un latte più grasso e più dolce, ma del resto perfettamente simile a quello dei mammiferi terragnoli.

Il dorso di questi animali è fatto come quello del Bue: i fianchi sono tondeggianti, come pure il ventre, che è in tal modo pieno da tutte le parti, che la minima ferita basta per far schizzar fuori subito gli intestini. Dalle parti genitali in giù l'animale diminuisce molto ad un tratto, la coda stessa si fa sempre più sottile, dopo la pinna che costituisce i piedi posteriori: immediatamente prima della pinna ha ancora un diametro di 60 centimetri di larghezza. Del resto, oltre la pinna caudale, questo animale non ne ha nessun'altra sul dorso, per la qual cosa si scosta dai cetacei. La pinna caudale è orizzontale, esattamente come nelle balene e nei delfini.

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Questi animali vivono nel mare in branchi, come il bestiame bovino. Maschio e femmina se ne vanno tranquilli uno aG canto all'altro, spingendo avanti a sé il loro piccolo, senza ad altro badare che a cercarsi il cibo. In continuazione portano fuori dell'acqua il dorso e metà del corpo; come gli animali terragnoli pascolano, muovendosi lentamente in avanti, staccano coi piedi le erbe marine dal fondo e le masticano senza posa; ma la disposizione dello stomaco mi dimostrò che non ruminano, come in un primo momento avevo supposto. Mentre pascolano dimenano capo e collo come i buoi e, trascorsi alcuni minuti, sollevano la testa al di sopra dell'acqua e aspirano l'aria fresca rumorosamente come i cavalli. Quando l'acqua si abbassa, per effetto delle basse maree, essi si allontano dalla spiaggia, mentre, quando l'acqua ricresce tornano dalla parte della terra e sovente vengono così vicino ad essa, che noi stessi, dalla sponda, potevamo raggiungerli con lunghi bastoni.

Questi animali vivono nel mare in branchi, come il bestiame bovino. Maschio e femmina se ne vanno tranquilli uno aG canto all'altro, spingendo avanti a sé il loro piccolo, senza ad altro badare che a cercarsi il cibo. In continuazione portano fuori dell'acqua il dorso e metà del corpo; come gli animali terragnoli pascolano, muovendosi lentamente in avanti, staccano coi piedi le erbe marine dal fondo e le masticano senza posa; ma la disposizione dello stomaco mi dimostrò che non ruminano, come in un primo momento avevo supposto. Mentre pascolano dimenano capo e collo come i buoi e, trascorsi alcuni minuti, sollevano la testa al di sopra dell'acqua e aspirano l'aria fresca rumorosamente come i cavalli. Quando l'acqua si abbassa, per effetto delle basse maree, essi si allontano dalla spiaggia, mentre, quando l'acqua ricresce tornano dalla parte della terra e sovente vengono così vicino ad essa, che noi stessi, dalla sponda, potevamo raggiungerli con lunghi bastoni.

Questi strani ed enormi animali non manifestano nessuno spavento dell'uomo, non sembrano neppure badare a lui, come al contrario ha affermato di aver visto Hernandez. In essi non potei osservare il minimo indizio di intelligenza, circostanza anche questa confermata da Hernandez, sebbene notassi un amore straordinario degli uni per gli altri, il quale amore è tale che se uno di essi veniva ucciso, tutti gli altri si affaccendavano a salvarlo. In quest'opera erano veramente singolari: alcuni tentavano di allontanare dalla spiaggia il compagno ferito, chiudendolo in mezzo ad un circolo compatto, altri si provavano a capovolgere la barca, altri si ponevano sul fianco e si sforzavano di fare uscire la fiocina dal corpo, il che, in verità, riusciva loro diverse volte felicemente. Osservammo, non senza ammirazione, che un maschio venne per due giorni di seguito a vedere la sua femmina che giaceva morta sulla spiaggia, quasi volesse testimoniarle il suo attaccamento. Eppure, per quanto numerosi fossero i morti e i feriti, essi rimanevano sempre nel medesimo luogo.
L'accoppiamento avviene in giugno dopo molti preamboli. La femmina, quasi volesse farsi pregare, fugge lentamente innanzi al maschio, senza cessare di guardarsi indietro, mentre il maschio la segue senza tregua. Infine la bella, un po' perché ormai stanca, un po' perché finalmente abbastanza eccitata, si concede tranquillamente al suo spasimante corteggiatore.

Se vogliono andare a riposare, si mettono sul dorso in qualche posto tranquillo, e si lasciano cullare dalle onde cristalline del mare come inerti massi.

In ogni tempo dell'anno, questi animali si trovano tanto numerosi intorno a quelle isole che gli abitanti della costa orientale della Kamtschatka potrebbero provvedersi in abbondanza di carne e di grasso. La pelle si presenta in due modi: la parte esterna è nera, o di un nerobruno, spessa un pollice (26 millimetri). ed eguale in solidità al cuoio della suola. Presso il capo si presenta tutta aggrinzita e bucherellata; è composta da filamenti verticali, disposti a raggi, molto ravvicinati al centro. Questa crosta esterna, che del resto si stacca facilmente dalla pelle, è, a parer mio, una copertina formata dai peli intrecciati e aggrovigliati insieme, come l'ho ugualmente trovata nelle balene. La pelle interna è alquanto più grassa di una pelle di Bue, bianca e fortissima. Sotto quelle due pelli si stende sopra tutto il corpo dell'animale lo strato adiposo, spesso quattro dita, e sotto la carne. Stimo a 480 quintali il peso dell'animale, compresi pelle, adipe, ossa ed intestini. Il grasso non è oleoso, o molliccio, ma duro e ghiandoloso, bianchissimo, e quando è rimasto alcuni giorni al sole, diventa d'un gradevole giallo, simile a quello del miglior burro d'Olanda. Se viene cotto, supera in dolcezza e sapore il miglior grasso bovino; fuso rassomiglia in colore e freschezza all'olio di oliva fino e fresco; in questo caso il sapore ricorda quello dell'olio di mandorla dolce ed è di un odore gradevolissimo ed ottimo da mangiare: ci piaceva tanto che ne bevevamo scodelle piene, senza provare la benché minima ripugnanza. La coda è costituita quasi interamente di grasso, il quale è ancora migliore di quello che si trova nelle altre parti del corpo.

Il grasso degli animali giovani somiglia moltissimo alla carne del Maialetto, e la carne a quella del Vitello. Cuocendo cresce a tal punto che occupa due volte e mezzo lo spazio iniziale, ed è cotta in una mezz'ora. La carne dell'animale adulto non si distingue da quella del Bue, ma possiede la singolare proprietà di poter rimanere due settimane e più, nei mesi estivi più caldi, esposta all'aria libera senza entrare in putrefazione, sebbene venga poi infestata in tal modo dai mosconi da essere quasi interamente coperta di vermi. Ha un colore d'un rosso più intenso di quello della carne di ogni altro animale, e sembra quasi arrossata col salnitro. Quanto costituisca cibo salubre fummo in condizione subito di riconoscerlo, perché, appena ne mangiammo, crebbero notevolmente le nostre forze e la nostra salute. Questo lo notarono soprattutto i marinai, afflitti da scorbuto, i quali avendo mangiato quella carne, guarirono come mai era avvenuto. Di questa carne di Vacca Marina facemmo anche la provvista per il viaggio di ritorno, il quale, senza questo provvidenziale cibo, certamente non si sarebbe potuto concludere felicemente».

Dopo essersi trattenuto in altre descrizioni, che tuttavia non aggiungono molto a quello che abbiamo già riportato, il celebre naturalista così conclude su questo straordinario animale: «Non sono molto sorpreso che, prima del mio viaggio, quando domandai accuratamente di tutti gli animali della Kamtschatka, non udissi mai parlare della Vacca Marina: tuttavia dopo il mio ritorno, seppi che questo animale è diffuso dalle montagne di Kronotzki sino al golfo di Awatska, e tal volta viene gettato morto sulla spiaggia. Al Kamtschatka, in mancanza d'altro più acconcio nome, gli hanno dato quello di «mangiaerbe».

Dopo l'importante scoperta di Steller avvenne ciò di cui abbiamo già parlato: prima della scoperta, l'animale era molto numeroso nei luoghi dove viveva tranquillo, poi ci andarono in massa gli avventurieri ed i cacciatori, sollecitati dai lauti guadagni che prospettava la Società delle Scoperte Russe. La caccia fu accanita e spietata, e di lì a poco meno di trent'anni veniva uccisa l'ultima Vacca Marina, che, in onore del suo insigne scopritore, fu chiamata Ritina di Steller, o Vacca Marina di Steller.

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