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Vita degli Animali Mammiferi Scimmie

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Vita degli Animali Mammiferi Scimmie

INTRODUZIONE

Al primo ordine dei mammiferi appartiene l'uomo, al secondo la brutta copia dell'uomo. Alcuni hanno detto che le Scimmie sono «uomini trasformati», altri che «l'uomo é una scimmia trasformata». A noi questo, in questa sede, non interessa, giacché dobbiamo parlare degli animali e non delle teorie scientifiche o pseudoscientifiche formulate attorno alle origini dell'uomo. Delle scimmie in generale - prima di addentrarci nelle varie specie di esse - diremo che presso i popoli dell'antichità, specie fra gli Indiani e gli Egiziani, esse godettero di una vera e propria venerazione. Gli antichi Indi, come anche oggi i loro discendenti, innalzavano per le scimmie appositi templi, mentre gli Egizi ne incidevano l'immagine nel granito e su di esse modellavano i loro déi. Non così avveniva presso gli altri popoli: i Romani, ad esempio, consideravano le scimmie niente di più che animali, e spesso le costringevano a lottare contro le belve nei loro circhi per divertire i re e gli eroi. Gli Arabi vedevano nelle scimmie altrettanti uomini colpevoli che Allah aveva condannato ad assumere un mostruoso aspetto, dal quale traspariva contemporaneamente l'immagine dell'uomo e quella del diavolo.

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E noi? Noi la pensiamo molto diversamente, com'é naturale, perché se da un lato le scimmie ci sembrano la caricatura dell'uomo e ci divertono fino a farci ridere, dall'altra le condanniamo appena ci accorgiamo delle loro pessime qualità. Quanto più somigliano all'uomo, difatti tanto meno abbiamo preferenze per le scimmie, giacché siamo subito indotti a considerare l'enorme differenza che esiste fra noi e loro; questo non solo perché il nostro corpo possiede un'armonia scheletrica che non riscontriamo nelle scimmie, ma anche e soprattutto perché, tacendo un raffronto fra le nostre qualità e le loro attitudini morali, ci persuadiamo che fra l'uomo e l'Orang-utan s'apre un incolmabile abisso. Nessun paragone quindi, é possibile fare fra noi uomini e le scimmie, e di esse interessiamoci soltanto come animali e basta. La prima caratteristica delle scimmie é la grande diversità che esiste fra famiglia e famiglia, mentre se qualche volta sembra che esse somiglino ad altri animali - come é il caso del Cinocefalo che somiglia al cane - bisogna pur dire che si tratta di una somiglianza non maggiore di quella che intercorre tra l'uomo e l'Orango. L'irregolarità, che é un carattere nella struttura del corpo delle scimmie, ci mostra peraltro che vi sono grandi differenze fra le diverse specie: sicché, mentre l'Orango raggiunge la grandezza dell'uomo, altre specie raggiungono appena quella dello scoiattolo; se i Cinocefali sono tarchiati, robusti e col ventre fortemente in dentro, l'Orango ha il corpo quasi gonfio, con membra lunghe e sottili; se negli Ateli tutte le parti del corpo sono magrissime, in altre specie di Lemuri non sono per niente scarne. E così dicasi per il pelo, che in alcune specie é fitto e variamente colorato, in altre é molto rado e soltanto nero; in alcune la coda manca del tutto, in altre essa é più lunga del corpo; in alcune specie le orecchie si nascondono nel pelo, in altre sporgono liberamente; in alcune specie il viso si prolunga come nel cane, in altre é corto e piatto. Il colore più comune, per la pelle e il pelo, é il nero, poi viene il grigio, il bianco e talvolta anche il verde, il rosso, il porporino e l'azzurro. Unico tratto comune a tutte le scimmie é che esse hanno tutte cinque dita alle mani.

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In complesso non possiamo proprio dire che le scimmie siano belle, né in sé e neppure a vedersi; mentre anche i loro privilegi nei confronti di altri animali non sono che apparenti. Questo per la parte esteriore, naturalmente, perché se osserviamo la loro struttura interna notiamo una armonia maggiore di quella che farebbe supporre l'aspetto esterno. Lo scheletro contiene da 12 a 16 vertebre caudali, da 4 a 6 vertebre lombari, da 2 a 5 vertebre sacrali; le clavicole sono forti, le ossa dell'avambraccio divise e molto mobili, quelle del corpo allungate, quelle delle dita molto rudimentali, mentre ci sorprende nei piedi l'alluce che é opponibile. Il cranio varia molto di forma a seconda se il muso é sporgente o incavato, e secondo lo spazio occupato dal cervello; gli occhi sono sempre davanti, circondati da forti orli in cavità ossee, mentre gli archi zigomatici non si staccano mai notevolmente dal cranio. Nelle mandibole troviamo tutte le varie specie di denti in serie non interrotte, cioé senza lacune; per ogni mascella hanno quattro denti incisivi, due denti canini spesso sviluppati e due o tre falsi molari. Tra i muscoli particolare attenzione meritano quelli delle mani, perché sono assai semplici e rudimentali in confronto a quelli che muovono la mano dell'uomo; la mano della scimmia, quindi, é scarsamente mobile, a differenza della nostra. Le sue mani posteriori somigliano di più a quelle dell'uomo, ma siccome esse servono a sostenere il corpo, non possono essere adoperate per altro uso. Come la mano anche la laringe differisce non poco da quella dell'uomo, giacché le dilatazioni sacciformi della trachea non permettono altro che dei suoni aspri, acuti, e per giunta per nulla graditi al nostro orecchio. In conclusione possiamo dire che il corpo della scimmia, nella sua struttura interna come in quella esterna, presenta tante e tali particolarità che, confrontate con quelle dell'uomo, spiccano più per le differenze che per le somiglianze. Difatti, mentre nell'uomo perfetto non notiamo alcun elemento bestiale, nelle scimmie - anche in quelle che più somigliano a noi - é solamente apparente qualche tratto umano, giacché, come abbiamo detto, in esse scorgiamo più i caratteri che le differenziano da noi che quelli che a noi le possano avvicinare.

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E anche quando in alcune scimmie, come nell'Orang-utan, notiamo un'espressione mite e quasi benevola, non ci sarà mai possibile scorgere nel loro viso un sorriso, un'espressione di bontà, sicché ci accorgiamo subito con chi abbiamo a che fare. Se un paragone possiamo fare fra l'uomo e la scimmia, esso può solo consistere nell'accomunare gli istinti più sgraziati e sconvenienti come la malignità, l'ipocrisia, il ladrocinio e la sfacciataggine; ma tutto questo non é l'uomo, anzi; mentre la scimmia é soltanto questo e non altro. Essa può anche ubbidire agli ammaestramenti dell'uomo, ma ciò fa fino a che il suo capriccio non la porti a fare diversamente noi le insegnamo un gioco, lei lo esegue, ma nel più bello rompe il nostro incanto e ci lascia di stucco. Istinto e bestialità questo é la scimmia, mentre delle sue tanto vantate attitudini morali e facoltà intellettive avremo occasione di parlare presentandovi le singole famiglie di questi mammiferi. Per ora ci interessa aggiungere alcune notizie sulla diffusione che questi animali hanno avuto ed hanno sul globo terrestre. Nei periodi antichi della creazione la scimmia occupava sulla terra uno spazio assai maggiore di quello che occupa ai giorni nostri. In quel tempo essa viveva anche nell'Europa meridionale e in Francia e in Inghilterra, mentre oggi si trova solo nelle zone calde del globo. Fatta eccezione per alcuni cinocefali che si spingono fino a qualche altezza sui monti con un clima relativamente freddo, tutte le altre scimmie preferiscono le zone pianeggianti e calde, mentre quelle che per avventura si vengano a trovare in zone dalla temperatura instabile, erompono in grandi lamenti e scappano appena il freddo si fa sentire. Ecco perché l'Africa e l'Asia sono i continenti nei quali troviamo le grandi famiglie delle scimmie, e se anche in altre zone, come in Giappone e Gibilterra troviamo delle scimmie, é da credere che esse vi siano state portate dall'Africa o dall'Asia. Quasi tutte le famiglie delle scimmie, inoltre, vivono nelle foreste, perché preferiscono la grande vegetazione sulla quale si arrampicano e si muovono con sorprendente agilità. Quanto al loro nutrimento diremo che tutto ciò ch'é mangiabile é di loro gusto: frutti, cipolle, radici, noci e semi, foglie e fusti succulenti di piante sono i cibi ordinari; ma non respingono gli insetti, le uova e gli uccellini, che costituiscono per esse bocconi prelibati. Nel loro impero forestale le scimmie hanno sempre qualche oggetto da contemplare, da cogliere, da odorare per giudicare se possono ingoiarlo o se debbono gettarlo, e tutto questo, naturalmente, fa sì che nella loro banda ci sia sempre gran movimento.

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Le scimmie, abbiamo detto, sono furbe, ipocrite, ladre e sfacciate, e tutte queste loro doti, per nulla apprezzabili, mettono in opera per cercarsi anche oltre le foreste il cibo prelibato. Di tanto in tanto, e quando ne sentono il bisogno, sconfinano e si danno alle razzie: i campi coltivati a valle o lungo i fiumi sono il loro bersaglio preferito. Qui gli uomini hanno effettuato la semina, qui hanno le piantagioni di verdure, e le scimmie, da furfantelle impareggiabili, tutto mettono a soqquadro e tutto distruggono; a nulla valgono le siepi, i reticolati ed ogni altro mezzo di difesa innalzato dall'uomo: esse sono troppo capaci di arrampicarsi e di saltare per arrestarsi dinanzi a simili ostacoli. Perfino i corsi d'acqua, almeno per alcune specie di scimmie, non costituiscono ostacolo, perché vi si gettano e nuotano allegramente. Altra caratteristica comune a tutte le scimmie é la socialità che esiste tra di loro: poche specie amano la solitudine, mentre generalmente si radunano in grosse bande, assieme cercano il terreno più favorevole per viverci e, quando il cibo manca, pure assieme si dirigono verso zone più propizie. Ovviamente preferiscono accamparsi nelle vicinanze di campi di mais e di canne da zucchero, di frutteti e di piantagioni di banane e di meloni, che sono la loro delizia. Una volta scelto il luogo più adatto ai loro bisogni, l'individuo più capace diventa la guida o il capo del branco: naturalmente non ricorrono al suffragio universale per stabilire chi deve essere il capo, giacché gli unici mezzi per diventarlo sono le braccia più robuste e i denti più forti, di cui un individuo, in genere un maschio, si serve per abbattere l'avversario più agguerrito. Per il membro del branco che non si assoggetti di buon grado all'autorità del capo, vi sono morsi e pugni: e siccome quello che comanda é quasi sempre più vecchio degli altri, perché più robusto, é anche giusto che i giovani ubbidiscano e rispettino gli anziani la cui saggezza e nei denti. Naturalmente, col passare degli anni il branco cresce di numero e diventa molto grosso: in questo caso una parte di esso si stacca e va per conto suo, dopo, però, che un apposito capo sia stato eletto col sistema elettorale che abbiamo detto, e che dure lotte siano state con dotte con l'altro gruppo per decidere a chi spetti la supremazia e il privilegio in amore. In complesso dobbiamo osservare che fra le scimmie non passa mai giorno senza lotte, perché c'é sempre qualche individuo che vuole esattamente quello che vuole un altro. Il capo vigila e diffida di tutti per quanto può, ma a lui interessa soprattutto assolvere al suo ufficio con grande dignità ed essere circondato dalla stima incondizionata dei sudditi. Particolarmente le femmine gli stanno attorno, accarezzandolo e corteggiandolo: fra l'altro ne sollecitano i favori per godere e far godere, e si affaccendano con grande premura e diligenza a ripulire dagli insetti parassiti i peli del Capo, che nel frattempo se ne sta dignitosamente grottesco per gustare il meritato omaggio.

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Per chi ha modo d'osservare da vicino la vita che si svolge in un branco di scimmie, non é difficile capire che esse dispongono di un linguaggio ricchissimo, cioé di molti suoni, per esprimere le varie sensazioni. In modo particolare si possono distinguere i suoni che esprimono un comando, suoni che sono molto diversi da quelli che esprimono il loro spavento quando si vedono in pericolo. In caso di pericolo non tutte le scimmie si danno alla fuga, giacché ve ne sono alcune che sfidano gli animali più pericolosi e l'uomo stesso, avendo a disposizione, come é il caso dei Cinocefali, forti denti di cui si servono nei combattimenti. Così dicasi degli Orang-utan e dei Gorilla, che sono fortissimi ed estremamente pericolosi, specie quando vengono presi dalla furia. Ciononostante, e in modo particolare per le femmine, l'amore delle scimmie é proverbiale, soprattutto per i loro protetti e per i figli. Quanto alia riproduzione, la scimmia di solito mette al mondo un solo figlio; diciamo di solito perché raramente, e solo alcune specie, ne generano due. I piccini sono particolarmente brutti, le loro membra sono molto più sproporzionate di quelle dei genitori, mentre hanno il viso così pieno di rughe che ci ricorda il vecchio anziché il fanciullo. Sotto certi aspetti sono commoventi le attitudini delle scimmie madri, le quali circondano d'ogni cura e d'ogni carezza i piccini; quando questi sono ancora in tenera età, la madre li aiuta ad aggrapparsi attorno al suo collo con le mani anteriori, mentre con quelle posteriori se li fa aggrappare ai fianchi: in questa posizione i piccini possono comodamente poppare senza arrecare disturbo alla genitrice. Quando, poi, sono in condizioni di farlo, i piccini saltano sul dorso della madre: in tal modo, oltre ad avere trovato un buon posto per i casi di pericolo, cominciano ad apprendere il mestiere di saltare e di arrampicarsi che, come abbiamo detto, costituisce la caratteristica fondamentale del movimento di questi animali.

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Non conosciamo con precisione quanti anni occorrano in media perché le scimmie compiano il loro sviluppo, tuttavia é naturale che questo periodo é maggiore per le specie più robuste: i Cercopiteci e le specie americane verosimilmente impiegano da tre a quattro anni per raggiungere un completo sviluppo, mentre gli Oranghi e i Cinocefali, che sono più robusti, probabilmente ne impiegano da otto a dodici. Neppure sulla durata della loro vita sappiamo nulla con precisione, ma dalle osservazioni effettuate in questi ultimi decenni sembra che le specie più robuste non vivano più di quarant'anni: mentre quelle che lo sono di meno, muoiono anche prima. Quanto alle malattie da cui possono venire colpite, diremo che quando sono in libertà raramente si ammalano, mentre quelle che vengono catturate e costrette a vivere con poca aria, naturalmente rispetto a quella di cui possono disporre nelle foreste, e in climi particolarmente rigidi per loro, molto spesso si ammalano di polmonite e in poco tempo muoiono. Certo anche per le scimmie attualmente ci sono gli antibiotici, e questi, assieme ad altre cure di cui in questa sede non possiamo interessarci, spesse volte risparmiano ai malati una fine prematura. Si aggiunga il fatto, poi, che le scimmie si assoggettano molto volentieri alle cure dell'uomo quando sono ammalate: non é raro il caso, difatti, di vedere una scimmia stendere la mano verso il medico dopo che ha subìto un salasso, quasi a sollecitarne le cure per poter guarire sùbito dal male che l'ha colpita. Concludendo la presentazione di questi mammiferi, non sapremmo se consigliare o meno la scimmia come animale domestico; é un fatto che essa ci diverte, ma é anche vero che spesso e volentieri ci disturba e ci mette in travaglio con i suoi imprevedibili capricci. Le specie grosse non le consigliamo in modo assoluto, perché possono diventare estremamente pericolose; quanto alle specie piccole, aggiungiamo che le scimmie vogliono sempre fare qualcosa, sicché a lasciarle libere per le case c'é la probabilità, anzi la certezza, di trovare poi tutto rivoltato, dalle sedie ai tappeti, dalle panche ai vasi da fiori. Ma poi, perché tenere proprio delle scimmie quali animali domestici? Fatta eccezione per quelli che ne traggono un lucro, perché con esse danno spettacolo, i circhi equestri ad esempio, tutti gli altri possono avere dalle scimmie solo alcuni giochi. Per imparare questi, però, esse hanno bisogno di ricevere un sacco di bastonate, mentre quando ne hanno imparato uno, magari dopo due ore di sudate del loro padrone, lo dimenticano facilmente se non si torna a trattarle col bastone. E allora? Noi di scimmie non ne abbiamo in casa e neppure moriamo dalla voglia d'avvicinarci alle gabbie dei circhi per accarezzarle. Quanto agli altri, cosa dire? Ognuno si regoli come meglio aggrada. Fatte queste osservazioni di carattere generale, passiamo ora all'esame dettagliato delle varie famiglie e generi di scimmie, soffermandoci, naturalmente, sulle specie più degne d'attenzione.
Scimmie - Primati I primati: caratteristiche morfologiche e abitudini

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SCIMMIE DEL CONTINENTE ANTICO

La prima famiglia dell'ordine comprende le specie del Continente antico (Catarrhinae) e vi appartengono quasi tutte le specie maggiori e le antropomorfe, nonché quelle che per qualche singolarità sono più orribili a vedersi. Nei primi periodi della creazione si diffondevano anche nel nostro Continente, mentre ai giorni nostri le troviamo solo in Africa e nelle zone calde dell'Asia. I caratteri generali di queste scimmie sono: il pollice che nelle mani posteriori sempre e in quelle anteriori quasi sempre é opponibile alle altre dita, le unghie piatte, le cavità orbitali che si aprono interamente sul davanti, il setto nasale stretto, le mandibole forti e robuste. Per quanto concerne la coda, invece, alcune specie non la possiedono in maniera visibile, altre non ne hanno proprio, ed altre, infine, la possiedono di varia lunghezza; ma mai é prensile. Così dicasi per le guance, che in alcune specie sono fornite di borse molto elastiche e in altre no; e per le natiche, che in alcune specie sono fortemente callose, in altre meno, e variamente distinte da singolarissimi colori. Il nome di Catarrhinae significa che le narici di questi animali si aprono al basso. Fra le scimmie, quelle che più si avvicinano all'uomo, naturalmente con tutte le riserve che innanzi abbiamo fatto, sono i Trogloditi (Troglodytes) (che comprendono il Gorilla e lo Scimpanzé) e gli Oranghi (Pythecus), rappresentati dall'Orangutan.

GORILLA (Gorilla gorilla)

Il Gorilla é fra le scimmie che più somigliano all'uomo: ha braccia lunghe e le natiche completamente mancanti di callosità. Abita le coste equatoriali della parte occidentale dell'Africa, con preferenza le regioni bagnate dal Danger e dal Gabon. I primi esploratori ch'ebbero la ventura d'imbattersi in questa scimmia la scambiarono per una specie d'uomo selvatico e lontano da ogni segno di civiltà; poi, quando con loro grande rischio ne constatarono la ferocia e la bestialità, capirono che il Gorilla era veramente e nulla di più di un animale. Esso possiede 13 paia di costole, una più dell'uomo, é la maggiore e più forte delle scimmie e possiede anche il maggiore sviluppo corporeo. Dal vertice alla pianta, difatti, misura m. 1,75, ha le spalle larghe 94 centimetri, gli arti anteriori poco più d'un metro, quelli posteriori 66 centimetri, mentre il dorso col capo un metro e più. Il corpo del Gorilla é straordinariamente robusto: ha gli avambracci grossi quanto le cosce dell'uomo, il cranio ampio e forte; il viso nudo, di colore bruno-scuro o nero, e largo e grande senza dilatazioni alle guance. Ha il naso schiacciato, il muso prominente, il labbro inferiore mobilissimo, formidabili mandibole, potentissimi pollici alle mani; e tutto ciò contribuisce a caratterizzarlo rispetto alle altre scimmie. Fatta eccezione per il viso, per una parte del petto e per i palmi delle mani, il suo corpo é ricoperto di peli lunghi e neri, mentre sul ventre ha un ciuffo di crini che può spostare a piacere innanzi, o indietro. Il Gorilla, come tutte le altre scimmie antropomorfe, non ha coda.

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Il Gorilla vive nelle zone dove le colline e le valli si alternano. E' particolarmente ghiotto, ed é naturale che preferisca vivere nelle vicinanze dei campi ricoperti di grandi alberi ed erbacce, dove é più facile trovare abbondanti e succulenti frutti. Tra questi preferisce le noci e i teneri germogli della palma oleifera, e quella specie di prugne saporitissime che sono fornite dagli alberi di pepe. Ovviamente su tutto predilige le uova e gli uccelletti dei numerosissimi nidi costruiti dai volatili sui rami degli alberi o fra i cespugli. Il Gorilla vive in bande o branchi, ma non molto numerosi. Particolare interessante é che in ogni branco il numero delle femmine é sempre maggiore a quello dei maschi, i quali, per la faccenda del comando, si eliminano a vicenda fin quando i più deboli rimangono sul terreno. Assieme percorrono le foreste senza paura d'incontrare opposizioni e nessun animale, fosse anche l'uomo, é per il Gorilla tanto pericoloso da incutergli rispetto; anche l'elefante, ch'é detto ed é il gigante del bosco, gira al largo quando incontra un Gorilla. Se poco prudentemente s'avvicina all'albero su cui é assiso il Gorilla, l'elefante si riceve tante e tali bastonate sulla proboscide che gli tocca subito tagliare la corda. Il leopardo cambia strada quando avverte la presenza del Gorilla e il leone, che pure é il re del deserto, non se la sente di ingaggiare battaglia con un branco di Gorilla. I cacciatori di elefanti e i raccoglitori di avorio temono i Gorilla più d'ogni altro animale, e spesso molti di essi sono rimasti vittime d'improvvisi trabocchetti. Non é raro il caso, difatti, che un cacciatore scompaia d'un colpo alla vista dei suoi compagni: é avvenuto che un Gorilla, appostato dietro un cespuglio, ha steso una mano, senza molto scomporsi, e ha tirato a sé il malcapitato. Con sé lo trascina in cima all'albero e, dopo averlo strozzato, lo lascia cadere esanime al suolo. Questo significa che il Gorilla attacca anche senza essere provocato, specie poi se fa parte di un branco, nel qual caso si sente imbattibile, giacché vi sono sempre i suoi compagni nel caso, poco probabile peraltro, si trovasse in difficoltà. Ecco perché i cacciatori che si avventurano nelle foreste dell'Africa, anche se sanno che gli elefanti che cercano sono lontani, hanno sempre il fucile in posizione di tiro: é questo l'unico mezzo per abbattere il Gorilla, ma se per dannata ipotesi il colpo fa cilecca o se non si é fatto bersaglio, allora il cacciatore può considerarsi spacciato. Naturalmente negli ultimi decenni l'uomo non soltanto ha perfezionato le armi (e che armi!) per fare la guerra agli altri uomini, ma ha pure perfezionato le armi per catturare i Gorilla: la caccia comunque rimane sempre pericolosa e questa é la causa maggiore per la quale la scienza, ancora oggi, ha scarse conoscenze sugli usi e sui costumi del Gorilla. Le notizie sul suo modo di camminare, ad esempio, sono alquanto discordanti: vi é chi dice che cammina su quattro gambe, e vi é anche chi afferma che appoggiandosi ad un bastone cammini in posizione verticale come l'uomo. Noi diciamo ch'é vi era l'una e l'altra versione, e che il Gorilla cammina in un modo o nell'altro solo quando e come gli fa piacere.

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Di solito, però, preferisce starsene accoccolato su grandi alberi, sui quali, piegando i rami, ama costruirsi una specie di capanna senza tetto. Il Gorilla é bruttissimo e, vedendolo da vicino, vivo, é anche particolarmente schifoso; ma dobbiamo sapere che é il Gorilla a provare schifo per l'uomo, invece, e volentieri se ne sta lontano per questa ragione e non perché, come abbiamo detto, ne abbia timore. La femmina passa la maggior parte del suo tempo a terra, dovendo badare al suo piccolo, mentre il maschio se ne sta per ore ed ore sull'albero, tranquillo e senza pensieri. In caso di pericolo per la famiglia la femmina si difende discretamente; in ogni caso interviene il maschio e con la sua forza, prima copre la ritirata dei suoi, poi, quando tutti sono al sicuro, parte all'offensiva e combatte fino a che la vittoria non sia certa: é il momento di essere felici; e il Gorilla emette un grido di gioia che ha veramente dell'infernale. Quando, però, per una ragione o per l'altra, il maschio non interviene in difesa della famiglia, la femmina affronta il pericolo, e, pur di salvare il figlio, giunge fino al sacrificio della propria vita. Avvenne una volta che una femmina fu sorpresa dai cacciatori con due figli e col maschio lontano: essa mise in salvo su un albero il primo dei piccoli, poi, quando tornò per prendere l'altro, questo era già circondato dai cacciatori col fucile spianato; anziché fuggire, la femmina alzò un braccio quasi a implorare pietà per il suo figliolo, ma una scarica di colpi la raggiunse e cadde fulminata senza poter compiere interamente il suo dovere di madre. Vari scrittori, sin dal secolo scorso, hanno molto scritto attorno al Gorilla, ma spesso le versioni hanno del fantastico e non possiamo dire fino a che punto abbiano anche valore scientifico. Di certo sappiamo che fino al secolo scorso, ma anche oggi, gli indigeni consideravano il Gorilla, e le altre grandi scimmie antropomorfe, dei veri uomini, i quali però si fingono stupiti e furiosi solo per sottrarsi al pericolo di essere fatti schiavi e quindi costretti al lavoro. Gli stessi indigeni, poi, non dubitavano minimamente che le anime dei re defunti prendessero domicilio nel corpo del Gorilla, il quale, continuando a martoriare gli uomini, non facesse altro che continuare la tradizionale prediletta occupazione del defunto tiranno. Questa credenza, dicevamo, esiste ancora oggi, e ad avvalorarla presso gli indigeni sta di fatto che il Gorilla, finché libero vive a lungo, ma in caso di forzata schiavitù viene colpito da una inspiegabile malinconia e se ne muore ben presto. Noi che non crediamo a queste leggende, diciamo solo che il Gorilla é fatto per vivere libero e tranquillo nel suo regno della foresta: egli é feroce e severo per conto suo, ma mai oserebbe dare fastidio a qualcuno, se l'uomo «civilizzato», di cui prova schifo, non mettesse piede nel suo impero con quegli infernali strumenti che si chiamano fucili.
Gorilla Un gorilla
Gorilla Modello tridimensionale di gorilla

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SCIMPANZE' (Pan satyrus)

Non sappiamo con precisione quale é l'origine del nome dato a questa scimmia, sebbene moltissimi esploratori, nei secoli scorsi, si siano ampiamente interessati di questo animale. Lo Scimpanzé é una scimmia molta più piccola del Gorilla, nonostante raggiunga un metro e più di altezza. Il suo corpo é corto e robusto, il ventre sporgente, la testa grossa, la fronte molto depressa, le orecchie somigliano molto a quelle dell'uomo ma sono a sventola, il naso é ancora più schiacciato e più piccolo di quello del Gorilla, le labbra sono sottili e mobilissime, gli occhi forniti di ciglia e sopracciglia, le braccia sottili ma solide scendono fin sotto il ginocchio, le mani di media grandezza, tutte le dita sono munite di unghie piatte. Anche lo Scimpanzé, fatta eccezione per il viso e il palmo delle mani, ha tutto il corpo ricoperto di pelo, molto più fitto e lungo di quello del Gorilla, di colore nero dalla nascita e grigio in età molto avanzata. A differenza del Gorilla, inoltre, l'espressione dello Scimpanzé é mite e allegra, quasi amica. L'uomo che si trova dinanzi una di queste scimmie, quindi, non viene preso dal terrore che, viceversa, lo assale incontrando un Gorilla. L'area di diffusione dello Scimpanzé e molto limitata, e di fatto il suo habitat si riduce all'alta e bassa Guinea. Non ha abitudini sedentarie, é randagio, girovago, e si riunisce in piccole famiglie, ma spesso anche in grossi branchi, facendo udire, specie di notte, i suoi infernali schiamazzi. Questa scimmia é particolarmente astuta e si tiene lontana dall'uomo quanto più può; ma se da questo viene resa schiava, a differenza del Gorilla, vi si adatta e subisce il fascino della civiltà: in fondo é amante del quieto vivere, e se tanto gli dà tanto, lo Scimpanzé si rassegna e non si fa prendere dalla nostalgia per la vita del bosco. Allo stato selvatico cammina di preferenza in posizione verticale, a volte accompagnandosi con bastoni, a volte portando le mani anteriori dietro la nuca per tenersi in equilibrio. Lo Scimpanzé, come il Gorilla, si nutre di noci, frutti, e soprattutto di tenere radici. Anch'esso preferisce, naturalmente, le buone banane, le uova e gli uccelletti, ed é questo il motivo per cui spesso si muove in cerca di villaggi abbandonati dagli uomini. Questa scimmia ha una straordinaria capacità di spezzare robusti rami, come dieci uomini non riuscirebbero a fare, e in caso di pericolo ne fa largo uso. Anche qui la banda é guidata dal capo che é riuscito ad imporsi con la forza, ed esso fa buona guardia per tutta la compagnia. In caso di allarme emette un urlo infernale e si dispone di fronte in posizione verticale; se uno cade sotto i colpi di quegli intrusi di cacciatori, i maschi con tutte le loro energie si gettano nella mischia per vendicarlo, raramente non riuscendo nello scopo, a meno che si trovino dinanzi ad una nutrita scarica di fucileria. Il migliore mezzo per sfuggire alla strage é che gli imprudenti cacciatori gettino le armi in direzione degli Scimpanzé, i quali, fattele a pezzi in men che non si dica, si ritirano e lasciano correre. Come si vede, non sono tanto feroci come i Gorilla e, fin quando non vengono molestati, preferiscono vivere per i fatti propri, tranquilli e allegri.

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Gli Scimpanzé sono molto socievoli e solidali fra loro, i maschi mostrano affetto per le consorti e per la prole, i più forti difendono i più deboli in caso di pericolo. Il loro istinto amoroso é molto più mite che nelle altre scimmie: antiche leggende narrano che gli Scimpanzé maschi rapissero fanciulle negre e che le tenessero gelosamente presso di sé per lunghi anni. Naturalmente le loro manifestazioni di amore per quelle fanciulle erano alquanto rozze e le malcapitate cercavano in ogni modo di fuggire da simili harem. Gli antichi Negri, e alcuni di essi anche oggi, vedevano negli Scimpanzé una tribù che in origine apparteneva al consorzio umano, ma che poi ne furono esclusi per via della loro condotta in amore alquanto rozza e abominevole. Per conto nostro diciamo semplicemente che lo Scimpanzé, proprio per il suo spirito di adattabilità alla condizione di schiavitù sotto il dominio dell'uomo, mostra di possedere, se ammaestrato, una discreta intelligenza. Il Capitano Grandpret, un esploratore americano del secolo scorso, narra di uno scimpanzé imbarcato su una nave: si trattava di una femmina, la quale, oltre a mostrarsi sempre mite e carezzevole, sapeva anche accendere la stufa, raccogliere i carboni che ne cadevano, e per sino misurare il grado di calore che la stufa doveva raggiungere. Dopodiché, con gesti espressivi, informava il fornaio che poteva completamente fidarsi del suo garzone e che non occorreva neppure sincerarsi di persona sul lavoro compiuto. Inoltre la scimmia sapeva imitare a perfezione le manovre dei marinai aiutandoli a ritirare le vele, a levare l'ancora, ecc.; a volte aiutava molto bene il timoniere, ma siccome questi pretendeva molto dalla povera bestia, da uomo «civile» la sottoponeva a dure legnate. Sotto i colpi del timoniere, la scimmia, forse consapevole di essere maltrattata ingiustamente, congiungendo le mani sembrava implorare pietà: ma il mostro vestito da uomo non desisteva dal suo crudele atteggiamento e continuava a menare colpi su colpi. La scimmia, prima lo sopportò pazientemente, poi, quando non ne poté più, in segno di protesta rifiutò il cibo: dopo cinque giorni di fame e di cordoglio, morì. Tutto l'equipaggio, oltre a deplorare decisamente il brutale comportamento del timoniere, volle riservare alla povera bestia tutti gli onori del caso: mentre veniva gettata in mare, fu salutata dagli uomini in parata proprio come si fa con un eroe caduto in combattimento. Lo Scimpanzé é largamente importato in Europa e tutti sanno che, oltre ad incontrarlo negli zoo, possiamo meglio ammirarlo nelle sue esibizioni nei circhi equestri, fra la nostra curiosità e l'entusiasmo dei nostri bambini. Una volta reso nostro schiavo, lo Scimpanzé, oltre a familiarizzarsi ed essere carezzevole, ci sollecita tutte le cure di cui può avere bisogno. Se difatti una volta é stato ammalato e il medico lo ha curato, appena avverte un malessere, non esita a stendere la mano per implorare aiuto. Se ammaestrati, sono capaci di divertirci grandemente: sono molto ubbidienti e non é raro il caso che seggano compostamente a tavola e che si asciughino il labbro col tovagliolo dopo aver sorseggiato una tazza di buon caffé, compiono altri lavoretti domestici e spesso sono di gradevole compagnia per gli ospiti. Appena però la nostra attenzione si rivolge altrove, e lo lasciamo in disparte, é molto probabile, anzi certo, che lo Scimpanzé venga preso da uno dei suoi imprevedibili capricci e che ne combini di tutti i colori, non escluso quello di rivolgere piuttosto bruscamente le sue offerte amorose verso qualche bella signora che é nostra ospite, con tanto di cappello e pelliccia di visone.
Scimpanzé Scimpanzé e gorilla di montagna
Scimpanzé Modello tridimensionale di scimpanzé
Scimpanzé Scimpanzé, gorilla e oranghi
Scimpanzé Primati: scimpanzé e gibboni, cebi e macachi

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ORANG-UTAN (Pongo pygmaeus)

Con l'Orango é completo il trinomio, assieme al Gorilla e allo Scimpanzé, delle grandi scimmie antropomorfe che possono essere anche preoccupanti per l'uomo. Questa scimmia vive nelle zone calde dell'Asia ed é quella che meno somiglia all'uomo. Ha braccia molto più lunghe di quelle del gorilla e dello scimpanzé e scendono fino ai tarsi, ha testa cuneiforme o piramidale, il muso sporgente. Il maschio adulto raggiunge l'altezza di un metro e 26 centimetri, mentre la femmina non supera il metro e 10. Il corpo é molto largo all'altezza delle anche, il ventre sporgente, il collo corto e pieghettato sul davanti per via di una borsa che può essere gonfiata: alla lunghezza delle membra si proporziona quella delle mani e delle dita. Le unghie sono quasi sempre piatte e mancano completamente ai pollici delle mani posteriori. Il viso non é per nulla caratteristico. Ha formidabili mandibole dalle quali sporgono i denti canini; la mascella inferiore é più lunga di quella superiore, le labbra molto gonfie, il naso ben visibile, mentre il setto prolungato oltrepassa le due parti laterali; gli occhi e le orecchie sono piccoli e molto simili a quelli dell'uomo. Il pelo scarseggia sul dorso ed é sottilissimo sul petto, mentre é lungo e folto sui fianchi. Sulle labbra superiori e sul mento si sviluppa a mo' di barba sul cranio e sull'avambraccio volto all'insù, mentre su tutte le altre parti del corpo é rivolto in basso. La peluria é generalmente di colore rosso-ruggine, ma talvolta tende al rosso-bruno. Le parti nude, come il viso e il palmo delle mani, appaiono di colore azzurrognolo o grigio. I maschi adulti si distinguono nettamente non solo per la maggiore dimensione, ma anche perché hanno il pelo più lungo e più folto, la barba più abbondante e certe callosità che formano un semicerchio fra gli occhi, le orecchie e la mascella superiore, rendendo il viso particolarmente brutto e deforme. Gli individui giovani, sia maschi che femmine, si distinguono subito perché non hanno barba. L'Orango molto volentieri vive nelle zone pianeggianti e paludose, e predilige le rive dei fiumi, nei vasti e solitari boschi del Borneo e nelle ampie valli bagnate dal Cahajan, dal Sambit e dal Cotaringin. Allo stato adulto ama la solitudine, mentre le femmine e i giovani sono molto più socievoli. Di solito il maschio se ne sta beato per suo conto e rientra al gruppo solo quando ha bisogno della compagnia della femmina. In questa circostanza, sia l'uno che l'altra, si scambiano dei muggiti molto simili a quelli del bue. Dopo gli amori e alcune messe al mondo di figli, gli Oranghi si trascinano pesantemente per gli acciacchi e per la noia, poi muoiono serenamente come hanno vissuto. I giovani e i più vigorosi passano quasi tutto il loro tempo sugli alberi, e difatti la loro stessa struttura corporea ci dimostra che non potrebbero stare meglio altrove. Le lunghe braccia anteriori non permettono ad essi che un'andatura molto incerta e vacillante, mentre le stesse servono egregiamente per arrampicarsi. Quando camminano si appoggiano alla parte superiore dei piedi rivolti all'indietro e sull'orlo esterno degli arti posteriori: per molto poco tempo gli Oranghi riescono a stare in posizione verticale. Anche quando si arrampicano sono molto lenti e guardinghi, di solito si appoggiano ad un ramo per poter avanzare comodamente. Una volta in cima agli alberi, trovano tutto quello di cui cibarsi: frutti, teneri germogli, fiori freschi, foglie succulente, sementi, corteccia ed anche uova e uccelletti per antipasto. Anche sugli alberi costruisce il suo nido, generalmente ad una altezza che varia fra i 3 e i 6 metri dal suolo; piega o spezza grossi rami e questi riveste di fitto fogliame fino a formare una specie di covo senza tetto ma con un giaciglio morbido e caldo. Nel complesso l'Orango é molto pacifico e tranquillo: alla vista dell'uomo non fugge; ma lo fissa con calma. Se si sente in pericolo, cerca riparo nelle alte cime degli alberi, se neppure qui si sente tranquillo, cambia posto saltando con non molta agilità da una cima all'altra.

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Può avvenire di essere colpito dall'intruso cacciatore: solo in questo caso, ma sempre in modo impacciato, si arma di rami che scaglia con sorprendente precisione di tiro sul nemico, nella speranza di metterlo in fuga. Man mano che le forze lo abbandonano, emette forti grida di dolore, rivolto all'assalitore, quasi a implorarlo di lasciarlo in pace. Allo stato di schiavitù, l'Orango non perde ma accresce la sua mitezza e spirito remissivo. L'olandese Vosmaeru racconta di una femmina ch'egli allevò: questa era sempre triste e malinconica, era legata con una catena e mostrava chiaramente di gradire la compagnia del padrone. Qualche volta perdeva la pazienza, specie quando non si vedeva calcolata, e si metteva a gridare in modo lamentevole. Una volta la scimmia riuscì a fuggire e oltre ad arrampicarsi sul soffitto, prese a tiro una bottiglia di buon vino di Malaga che svuotò e rimise al suo posto in men che non si dica; forse perché già ubbriaca riuscirono a ridurla alla ragione ma solo dopo un'ora di sudate. Un'altra volta gli gettò avanti un gattino: l'Orango lo afferrò con le mani e se lo portò al viso per annusarlo, ma siccome si buscò un graffio, lo lasciò cadere e si mise a pensare alla ferita; da allora non volle più saperne dei gatti. Il suo divertimento preferito era quello di sciogliere complicati nodi, e siccome ci provava gran gusto, ad un certo momento prese l'abitudine di sciogliere i lacci delle scarpe a visitatori, con quanto entusiasmo dei timidi e delle signore possiamo immaginare. L'Orango era molto ghiotto, sicché faceva feste a tutti quelli che gli davano cibi prelibati. A volte non mancavano gli scherzi di cattivo gusto, come quello di mettergli sotto il naso cibi non graditi o pezzi di legno addirittura: ma siccome l'Orango é un mangiatore accorto, prima di portarlo alla bocca, il cibo passa dal naso; se gli fa comodo bene, altrimenti lo getta per terra e dimostra chiaramente il suo disappunto all'ingenuo uomo che ha tentato di prenderlo in giro. Come tutte le scimmie, però, anche l'Orango ha i suoi capricci: alcune volte ci diverte, altre ci dà fastidio. Fin quando ubbidisce ai nostri ordini o dimostra disappunto per un nostro mal riuscito tentativo di prenderlo in giro, tutto é sopportabile; ma come regolarsi quando gli viene il desiderio di afferrare con le sue forti braccia un oggetto a noi caro e che nemmeno con le bastonate riusciamo a fargli lasciare? Uno di quelli che hanno avuto la mania di allevare l'Orango come animale domestico, ci racconta che una volta il suo afferrò un grande candelabro di enorme valore, poggiato a terra momentaneamente, e non lo lasciò prima di averlo ridotto a pezzi. Da un altro apprendiamo che il suo Orango, dopo aver tenuto piacevole compagnia per molte ore alla sua bambina, afferrò saldamente la culla di questa e non l'abbandonò prima d'averne ridotto a brandelli le coperte, i cuscini e il materasso. Era triste e malinconico: sicché ad un certo momento sentì il bisogno di una distrazione.

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Al secondo genere della Prima Famiglia appartengono gli Ilobati (Hylobates), che si distinguono nettamente dalle altre scimmie per via degli arti anteriori che hanno sviluppatissimi. Quando sono in posizione verticale, le braccia di queste scimmie raggiungono i tarsi dei piedi. Ma non é solo questa la particolarità che le distingue dalle altre scimmie, giacché altre non ne mancano per rendercele distinguibili a prima vista. La loro testa é piccola e ovale, il viso ha molto dell'umano, le callosità sono molto piccole, mentre la coda é invisibile. Il corpo é ricoperto da una pelliccia soffice e molto folta, il colore più diffuso é il nero, ma anche il bruno, il grigio-bruno e il giallo-paglia. Fra le specie conosciute, sette per l'esattezza, tre sono degne di particolare attenzione: il Siamang, l'Ungko e l'Oa. Gli Ilobati popolano i boschi dell'India dalla costa fino ai monti non più alti di 1.200 metri sul livello del mare, e mentre alcune specie amano le foreste di alto fusto, altre preferiscono le zone ricche di vegetazioni arborescenti che solitamente chiamiamo giungle. A differenza degli oranghi queste scimmie stanno sempre sugli alberi e si muovono con straordinaria agilità fra i fitti rami ed a grandissime altezze. D'altra parte la loro struttura corporea le rende particolarmente atte ai rapidi movimenti sia che saltino sia che si arrampichino. Sono fornite di grandi polmoni in un petto molto alto, e quindi non si stancano mai di correre, mentre per via dei robusti arti posteriori possono compiere salti molto lunghi e con sorprendente agilità. Per dare un'idea di quanto sono lunghe le braccia degli Ilobati basta fare un confronto: se l'uomo apre le braccia, ci accorgiamo che esse eguagliano esattamente l'altezza del corpo; se le aprono gli Ilobati, la loro misura é il doppio di quella del corpo. E' chiaro che braccia così lunghe servono poco per il passeggio, mentre servono ottimamente per arrampicarsi. Ecco perché quando camminano sono ridicole col loro penoso dondolarsi sui piedi posteriori, spingendo il corpo in avanti e cercando l'equilibrio nelle braccia distese buffamente; non così quando s'arrampicano, giacché ci riescono con facilità e con grande loro piacere. Inoltre, mentre al suolo sono degli individui stupidi, inetti e impacciati, sugli alberi sono l'opposto: qui sono uccelli in forma di scimmie, tanto che s'arrampicano con gran facilità anche lungo una canna di bambù, su una cima d'albero o su un piccolo ramo addirittura a 12-13 metri dal suolo. Le avventure di Tarzan, rappresentate in molti films degli ultimi decenni, ci hanno dato gran prova della straordinaria agilità degli Ilobati, non disgiunta dalla loro non comune furbizia nello scansare i pericoli. Questa loro straordinaria agilità é tanto nota che quelli che vogliono partire per osservarne le abitudini debbono munirsi quanto meno di un buon cannocchiale, giacché, al primo allarme, fuggono e in pochi istanti scompaiono alla vista dell'osservatore. Fra loro sono molto socievoli e in particolare le femmine danno grandi prove di amore materno; ma nei confronti degli uomini e degli altri animali sono molto timidi e guardinghi: volentieri evitano di venire a contatto con estranei e quando non possono farne a meno si tengono sempre in guardia, accordando scarsa confidenza. Tornando alle loro abitudini sedentarie, diremo che le madri di tanto in tanto, portano i piccini all'acqua e li lavano senza lasciarsi distrarre dai loro strilli, e lo fanno con tanta cura che molti figli degli uomini, ancora oggi, all'epoca dei viaggi spaziali, potrebbero provare solo invidia dinanzi ai piccoli di queste scimmie. Gli Ilobati sono facilmente catturabili quando vengono sorpresi a terra, non solo perché si muovono con impaccio precisamente come degli uomini zoppi che saltellando fanno quel che possono per sfuggire al pericolo, ma anche perché sono incapaci di opporre resistenza: le uniche loro armi sono le grida, che emettono per far paura all'avversario, e le braccia, che allargano interamente come per dire che essi sono lì, indifesi e senza far male a nessuno, e che pertanto si potrebbe pure usare loro comprensione lasciandoli in pace. Allo stato di schiavitù sono ancora più miti e a volte carezzevoli, ma, come tutte le scimmie, hanno i loro capricci e c'é d'aspettarsene di tutti i colori.
Orango Esemplari di orango (Pongo pygmaeus)
Orango Un piccolo orango

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SIAMANG (Symphalangus syndactylus)

E' questo il più grosso e più pesante degli Ilobati; possiede una singolare dilatazione giugulare che quando grida si gonfia come una palla rafforzando di molto la voce. Il colore della sua pelliccia é nerissimo, mentre le parti nude sono di color nero-ruggine o bruno-scuro. Ha il corpo agilissimo che nel Sindattilo raggiunge la lunghezza di circa un metro, testa tonda, muso piccolissimo con labbra e occhi molto mobili. Luoghi preferiti dal Siamang sono le foreste; difficilmente, infatti, abbandona le macchie folte ed intricate per il terreno scoperto. Molto diffuso nell'isola di Sumatra e in quelle limitrofe.

UNGKO (Hylobates agilis)

L'Ungko é molto più piccolo e svelto del Siamang, e vive anche nella penisola malese. Sua caratteristica particolare é che i colori del suo pelo variano gradatamente dal bianco e dal giallo al bruno e al nero.

OA (Hylobates leuciscus)

L'Oa é di colore per lo più grigio-bruniccio nero-bruno sul petto, e bianchiccio sulle guance e al di sopra degli occhi. Si trova principalmente nelle maggiori isole della Sonda, ma anche sul continente. Della Prima Famiglia delle scimmie fa parte anche il genere dei Semnopiteci (Semnopithecus), che sono diffusi in molte zone dell'Asia. Sono delle scimmie snellissime e le loro caratteristiche fondamentali sono: la coda lunghissima, il capo molto piccolo e alto, il viso nudo e il muso accorciato senza borse alle guance. Il loro apparato masticatore somiglia a quello del Macaco e del Cinocefalo, che conosceremo più tardi, perché si trova dietro l'ultimo dente molare; il loro scheletro, per la sveltezza delle forme, ricorda quello degli Ilobati. Le dita delle mani sono molto lunghe, ma siccome il pollice é accorciato e ricurvo, non sono adatte alla presa. La peluria é straordinariamente sottile, il colore quasi sempre gradevole, mentre sul capo il pelo é molto lungo. Tutti i Semnopiteci vivono nell'Asia meridionale, tanto nelle isole quanto sul Continente. Fra le specie di queste scimmie meritano particolare attenzione l'Entello, l'Hulman, ed altre che citeremo più sotto.

ENTELLO (Semnopithecus entellus)

E' questa la scimmia più comune in tutte le zone dell'India, dove, specie fino a pochi decenni or sono, riceveva molta protezione dalle particolari credenze locali. E' alta circa 78 centimetri e ha una coda lunga ben 94 centimetri terminante con un ricco fiocco. Il colore del suo pelo é un bianco-giallognolo, ma le parti nude sono di un viola scuro. Il viso, le mani e un ciuffo che sovrasta gli occhi sono neri, mentre la barba, molto corta, é giallastra. Particolare interessante é che l'Entello occupa uno dei primi posti fra i trenta milioni circa di divinità degli Indiani, e tali onori gode da tempo immemorabile. Una leggenda indiana narra che il gigante Ravan rapì Sita, moglie di Rama, portandola con sé nella sua dimora dell'isola di Ceylon. La scimmia liberò la donna dalla prigionia e la ricondusse al suo consorte: da quel momento e per quell'atto l'Entello é considerato un eroe. Qualche tempo dopo, narra un'altra leggenda, l'Entello eroe commise un furto nel giardino del gigante, per la qual ragione venne condannato a morte. La scimmia, però, spense il fuoco, abbrustolendosi il viso e le mani che rimasero nere. Sono queste le ragioni per le quali, in un secondo tempo, i Bramini decisero di deificarla. Naturalmente da allora la scimmia fu lasciata in pace e anzi protetta dall'assalto dei cacciatori stranieri, per cui poté sempre crescere e moltiplicarsi assai liberamente. Ancora oggi, specie fra le popolazioni lontane dai centri dove la civiltà é maggiormente presente, gli Indiani venerano questa scimmia, mentre sono capacissimi di far passare un brutto rischio all'invadente europeo che osi puntare il fucile contro il loro protetto. L'unico svago che molti Indiani si concedono a mezzo di questa scimmia é quello di servirsene per vendicarsi del vicino di casa. Può avvenire, difatti, che un indiano, poco prima della caduta delle piogge, getti sul tetto del vicino manciate di riso o di altri grani. La scimmia, a furia di cercare fino all'ultimo chicco mette a soqquadro le tegole e la paglia con cui é fabbricato il tetto: il vicino ha voglia di riordinare, e sicuramente non ce la farà a riassettare il tetto prima che cadano le piogge, con quanta soddisfazione del vicino possiamo immaginarlo. Fra di loro gli Entelli sono molto socievoli e particolarmente la femmina dà prova di grande amore per i suoi piccoli. Un cacciatore europeo recentemente ci raccontava che una volta colpì al cuore una di queste scimmie madri, la quale, gridando per il dolore, raccolse tutte le sue forze e appese il suo piccino ad un ramo, poi cadde al suolo e morì.

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BUDENG (Presbytis obscurus)

Il Budeng é una bella scimmia. Allo stato adulto é d'un nero lucente sulle mani e sul viso come velluto, sul dorso come seta. La parte inferiore, meno pelosa della superiore, é di tinta bruniccia. La testa é ricoperta come da un berretto formato da peli che cadono sulla fronte e sporgono lateralmente sulle guance. I neonati sono ancora più belli, perché presentano un colore giallo dorato e solo la punta del pelo é di colore scuro. Man mano che crescono, il nero si diffonde in tutto il corpo. La lunghezza massima di questa scimmia é di m. 1,42, di cui più della metà appartiene alla coda. Il Budeng vive in gran quantità nelle estese boscaglie di Giava, quasi sempre in cima agli alberi e in bande che a volte comprendono più di 50 individui. Il Budeng giovane si ciba di fogliuzze di ogni pianta, mentre da adulto preferisce le frutta selvagge che si trovano in gran quantità nei boschi che costituiscono il suo mondo. E' di carattere arcigno ed occorre molta pazienza per addestrarlo: si direbbe molto meno intelligente, se così possiamo affermare, delle altre scimmie, e questa é la ragione per la quale i Giavanesi lo disprezzano e spesso e volentieri partono alla sua caccia per ricavarne pelli. Altre versioni, invece, specie da parte di direttori di zoo che li hanno in cura, affermano che i Budeng sono molto intelligenti, anche se la loro espressione non é vivace; sostengono che sono calmi e silenziosi, e che in coppia vivono molto bene accarezzandosi a vicenda. Senza dubbio hanno ragione i Giavanesi e i direttori di zoo assieme, giacché c'é da credere che allo stato selvaggio é un conto per i Budeng, mentre é un altro quando, dopo molti sforzi, riusciranno ad addomesticarli in qualche modo.

SEMNOPITECO ABBIGLIATO (Pygathrix nemaeus)

E' questa una scimmia che merita di essere menzionata, giacché il colore del suo pelo é molto caratteristico. Osservandola, abbiamo l'impressione che qualcuno abbia voluto vestirla da arlecchino. Per continuare in modo figurato, diremo che il farsetto é bigio, i calzoni, i guanti e una fascia frontale sono neri, le calze di un rosso bruno, le maniche, la barba, i lombi e la coda bianchi, il viso giallo, una fascia al collo rosso-bruna, un'altra ancora nera. Particolare interessante é che queste tinte si distaccano nettamente l'una dall'altra e perciò riescono meglio appariscenti. Il corpo raggiunge i 62 centimetri di lunghezza, mentre la coda é alquanto più corta. Raramente questa scimmia viene portata in Europa; perché si adatta molto poco allo stato di schiavitù, e se pure catturata muore presto. Vive in numerose schiere, vaga in continuazione fra i folti boschi e, talvolta, si avvicina anche ai villaggi. E' di contegno timido e ombroso, e fugge appena si accorge che qualcuno vuol farla cadere in trappola.

NASICA (Nasalis larvatus)

Delle altre specie della famiglia dei Semnopiteci vogliamo ancora menzionarne una, il Nasica, che per ogni riguardo é un animale veramente distinto. Quel che ha di più caratteristico é il naso sporgente, arcuato, che come una proboscide é mobile e si può allungare e ritirare. Per questo naso così caratteristico viene considerato come tipo d'un genere proprio (Nasalis). Il suo corpo é snello, come negli altri componenti della sua famiglia, le estremità sono quasi di uguale lunghezza, la coda é lunghissima le mani anteriori e quelle posteriori hanno cinque dita; le guance sono prive di serbatoi, mentre le natiche presentano notevoli callosità. Il naso, abbiamo detto, é caratteristico: esso infatti scende in forma di mano nel labbro superiore, é piuttosto largo nel mezzo, affilato superiormente e leggermente solcato lungo la sua curva. Le narici sono molto grandi e possono essere ancora dilatate a piacere. Nei giovani quest'organo così singolarmente foggiato é piccolo e schiacciato, mentre negli adulti ottiene il suo caratteristico sviluppo di cui abbiamo parlato. Il pelame é morbido e folto; nel capo i peli sono corti e folti, più lunghi sui lati del viso e sulla nuca, fino a formare una specie di bavero attorno al collo. La parte superiore della nuca e le spalle sono d'un bruno-rosso vivo, mentre il dorso e la metà superiore laterale del corpo si presentano d'un giallo-rossiccio chiaro; sui lombi si presenta una spiccata macchia di un giallo grigiastro la cui estremità é rivolta verso la radice della coda. A completare la varietà di tinte di questa scimmia contribuiscono le palme delle mani e le callosità delle natiche, che sono di colore nero-bigio, il che, in fondo, prova la sua stretta affinità con gli altri Semnopiteci. I maschi adulti del Nasica raggiungono l'altezza di 94 centimetri, di cui 62 vanno al corpo e gli altri alla coda che é più lunga. Solo le femmine rimangono più piccole, e, nota caratteristica, sono atte alla riproduzione ancor prima d'aver raggiunto il loro completo sviluppo. Il Nasica vive specialmente nel Borneo, dove al mattino e alla sera si notano numerosi stuoli di essi che si radunano sugli alberi presso le sponde dei fiumi, mandando caratteristici guaiti che sono molto simili alla parola hahan, da cui traggono il nome in quel paese. Sono snelli e agilissimi, sicché sono forniti di una singolare facilità per saltare e arrampicarsi sempre festosamente. Non così possiamo dire delle loro facoltà intellettive che, a parte il fatto che ancora oggi sono poco note, non sembra siano molto spiccate. Sappiamo solo che, se sorpresi sugli alberi con intenzioni aggressive, si difendono molto coraggiosamente, e non hanno tutti i torti, perché gli abitanti del Borneo spesso vanno alla loro caccia per ammazzarli e mangiarne la carne che giudicano molto squisita. Quanto a noi, non sapremmo confermare o meno queste qualità della loro carne, non solo perché non ci abbiamo mai provato, ma anche perché i Nasica sono poco diffusi da noi, dove non pare che si adattino facilmente al clima dei giardini zoologici. I Colobi (Colobus) sono i rappresentanti africani dei semnopiteci dell'Asia. Sono animali piacevoli per il loro colorito particolare, con una singolare e bella criniera ed altre caratteristiche del loro pelo. Sappiamo che l'India é molto più ubertosa e ricca dell'arida Africa, e così pure i semnopiteci hanno colori più vivaci e più chiari dei colobi, sebbene non possiamo dire che questi siano meno piacevoli e belli dei primi. I Colobi si differenziano dai semnopiteci specialmente perché hanno alle mani anteriori quattro dita senza pollice, mentre quelle posteriori sono fornite di cinque dita. Ed ora consideriamo alcune di queste scimmie.

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GUEREZA D'ABISSINIA (Colobus abyssinicus)

A nostro parere é questa la più bella fra tutte le scimmie. E' vero, il suo colorito non possiamo definirlo molto vivace, ma ai nostri occhi si presenta piacevolissimo, mentre il suo pelame é così caratteristico e nello stesso tempo così leggiadro che si può affermare che non se ne vede l'uguale in altri animali. I più famosi naturalisti dell'Ottocento e degli inizi del Novecento si sono molto interessati a questa scimmia dell'Abissinia, e anche oggi nessuno che se ne intenda osa negare che il Guereza sia effettivamente un magnifico animale. Per cominciare diremo che il corpo del Guereza é di un bellissimo nero vellutato, mentre una lista frontale, la regione temporale, i lati del collo, il mento, la coda, e la criniera, tutto attorno alle callosità delle natiche e l'apice della coda, sono bianchi. Ma ogni pelo bianco ha pure molti anelli bruni, sicché tutto il pelame assume l'apparenza d'un colore bigio argento. La cintura laterale, che possiamo chiamare criniera, cade come un ricco mantello dalle due parti del corpo e lo adorna in maniera indescrivibilmente piacevole. I peli, lunghissimi, sono di una finezza e morbidezza incomparabili. Il pelame nero delle parti inferiori del corpo appare qua e là fra il prezioso mantello; il nero cupo vellutato spicca vivamente sul bianco abbagliante, mentre le mani ed il viso neri s'accordano così bene col resto del corpo che non ci stancheremo mai di dire che questa scimmia é d'incomparabile bellezza. Come abbiamo accennato sopra, il Guereza vive in Abissinia e specialmente nelle sue regioni del nord. Qui vive in piccole società da dieci a quindici individui sugli alberi d'alto fusto, preferibilmente nei pressi dei fiumi; e la schiera si rifugia volentieri nelle chiese solitarie che gli abissini hanno costruito all'ombra di piante consacrate. Una specie di ginepro, che, al contrario dei nostri, raggiunge tali dimensioni da far apparire nani i nostri abeti e i nostri pini, sembra essere particolarmente gradito ai Guereza, senza dubbio in virtù delle sue bacche, che anche al nostro palato sono gradite. Il Guereza é un animale incomparabilmente vispo e si muove con mirabile arditezza e sicurezza. D'altra parte tutto il suo essere si accorda con ciò. Alla sua straordinaria capacità di muoversi non fa riscontro, peraltro, una altrettanta facilità di voce: diremmo anzi che raramente si ode la voce del Guereza, il che avviene quasi soltanto quando rimane ferito nel qual caso grida nel modo dei Cercopiteci. Osservandolo nelle sue abitudini di vita siamo indotti a ritenere che é animato da molto buon senso: se il Guereza vede uomini tace subito e cerca di passare inosservato; é innocuo e ha l'accortezza di risparmiare le piantagioni o quanto meno di non danneggiarle come fanno quasi tutte le altre scimmie. Se viene inseguito si mostra in tutta la sua bellezza. Con grazia e leggerezza, con ardimento pari al colpo d'occhio, la bella e strana creatura balza di ramo in ramo, oppure da un'altezza di circa 12 metri, e il bianco mantello le sventola d'intorno, così come il burnous d'un Arabo fuggente a briglia sciolta, avvolge il cavaliere e il cavallo: si direbbe che il Guereza si serva della sua straordinaria bellezza per incantare l'inseguitore e convincerlo a lasciarlo in pace. Solo nel caso che l'uomo l'incalzi da vicino l'animale scende a terra, altrimenti resta gioiosamente nel suo regno fatto di alti arbusti, dove peraltro trova tutto quello di cui abbisogna per nutrirsi: gemme, tenere foglie, fiori, bacche, insetti, frutti, ecc., e per vivere sereno e tranquillo. Ed é proprio per questa sua abitudine di starsene sempre sugli alti arbusti che la caccia al Guereza si presenta molto difficoltosa. Se lo si ferisce con il fucile é difficile che cada a terra, avvinghiato com'é nei fitti rami; per prenderlo occorrerebbe usare l'archibugio, ma per fortuna gli abissini lo sanno ancora oggi usare poco, altrimenti é da ritenere che questa bellissima scimmia sarebbe stata già sterminata. Negli ultimi decenni gli europei hanno fatto strage di questo prezioso animale, e non poteva essere diversamente, giacché la nostra «grande» e «meravigliosa» civiltà ci porta inevitabilmente a distruggere le creature più belle della natura solo per soddisfare la nostra vanità di uomini «progrediti» e capaci di essere buoni «cacciatori». Il bellissimo abitatore dell'Abissinia mal sopporta di vivere sotto la schiavitù del «suo fratello primogenito: l'uomo», sicché é da noi poco conosciuto da vivo e il cuore ci si stringe vedendolo morto come preda dei nostri «infallibili» cacciatori i quali, forse per dare sfogo al «nobile» istinto di uomini facoltosi, trovano giusto a uccidere bellissime creature come i Guereza di Abissinia.

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COLOBO ORSINO (Colobus ursinus)

Questa scimmia si distingue dal Guereza per la mancanza della bianca criniera, che é invece accennata da peli arruffati, lunghi, ondeggianti, ruvidi, sudici, misti di nero e di giallo-fulvo, per il pelame del corpo che é più lungo, e per la coda che non é bianca per niente. Per quanto concerne la mole, si accorda benissimo col Guereza, come pure per le sue abitudini di vita, mentre non si trova in Abissinia ma nell'Africa occidentale, nei boschi della Sierra-Leone, nella Guinea, e nel Fernando Po.

COLOBO SATANASSO (Colobus satanas)

Il Colobo Satanasso vive in preferenza a Fernando Po, e si differenzia dai Guereza perché é tutto nero. Ciononostante a torto viene considerato ancora oggi da molti naturalisti come una semplice varietà della specie precedente. In Africa vivono non soltanto le più grandi, le più accorte e le più brutte scimmie del Continente antico, ma anche le più belle, le più graziose, e le più gentili. A queste appartiene senza dubbio il numeroso gruppo dei Cercopiteci (Cercopitecus). Giornalmente ci può capitare di vedere questi animali nei giardini zoologici o nei serragli, ed anche, perché no, come compagni allegri di quelli che si dilettano ad avere la compagnia delle scimmie. Dai tedeschi i Cercopiteci sono chiamati gatti marini (Meerkalzen), e ricevettero questo nome nel secolo XVI, forse perché venivano importati dall'occidente dell'Africa, principalmente dalla Guinea, e molto ricordavano, per la loro forma, i gatti. Ciononostante, la loro rassomiglianza con i pacifici e utili gatti domestici é soltanto superficiale, poiché tutti i Cercopiteci sono schiette scimmie nella forma e nella sostanza. I Cercopiteci vivono in tutto il Continente africano, con preferenza nelle zone tropicali e nelle foreste vergini, e vengono a noi tanto dall'Africa orientale e occidentale, quanto, e in misura maggiore, dall'Abissinia e dalle regioni dell'Alto Nilo. I Cercopiteci sono molto conosciuti e quindi non riteniamo necessario farne una descrizione particolareggiata. Si distinguono per forme eleganti e svelte, estremità snelle, mani strette e brevi con lungo pollice, e per la coda lunga e senza fiocco; hanno vaste borse alle guance e grandi callosità alle natiche. Il loro colore é in genere molto vivace e assai variato in alcune specie, delle quali se ne conoscono circa trenta. Vivono preferibilmente nei luoghi selvosi, umidi o almeno attraversati da fiumi, e stanno volentieri nei pressi dei campi coltivati. Più volte é stato osservato che le scimmie e i pappagalli non si corrispondono solo nella forma; nel modo di vivere e nell'essere, ma anche nell'area di diffusione: sicché possiamo affermare con certezza che in Africa i Cercopiteci sono dove si trovano pappagalli, come si trovano pappagalli dove sono scimmie. Molti animali della specie «eletta», vogliamo dire molti uomini, si trovano bene con i cercopiteci perché si tratta delle più socievoli, vivaci, allegre e gioconde delle scimmie che si conoscano. Quando vivono per conto loro, si trovano quasi sempre in branchetti; raramente ci si può imbattere in una sola famiglia di queste. Noi, che pure non amiamo avere certi animali per compagnia, non possiamo non riconoscere che é un vero piacere osservare una schiera di Cercopiteci quando essi si affacciano nel bosco: é un grido, una vita, un dimenarsi, uno stuzzicarsi, un lottare e riconciliarsi, un arrampicarsi e correre, rubare e saccheggiare, e far lazzi, e contorcersi senza posa! Formano uno stato proprio e non riconoscono altro signore che il più forte dei loro simili, non osservano altro diritto se non quello usato dai loro avi in virtù dei denti acuti e delle forti mani; non credono a nessun pericolo al quale non vi sia via di scampo; si accontentano di ogni posizione; non temono carestie o bisogni, e passano la vita in una continua agitazione e allegria. Una illimitata spensieratezza, unita ad una ridicola serietà, sono le loro proprie caratteristiche inconfondibili: con esse cominciano e terminano ogni loro faccenda. Nessuna mira é troppo lontana, nessuna vetta troppo alta, nessun tesoro abbastanza sicuro, nessuna proprietà rispettata. Non deve costituire meraviglia, dunque, se gli indigeni del Sudan orientale parlano dei Cercopiteci con ira e disprezzo senza limiti; quello che ci stupisce, semmai, é il fatto che molti - o alcuni, non importa - di noi europei, «civili e progrediti», trovino piacevole e quasi utile la compagnia di simili bestie: ciononostante non possiamo rimproverare quelli che si limitano ad essere soltanto osservatori di queste creature, che, nel loro mondo, sono senz'altro piacevolissime a vedersi. Tornando alle loro abitudini di vita, diciamo che non é difficile scoprire un branco di Cercopiteci nelle foreste vergini. Se non si distingue il richiamo alternato del capo, si ode ben presto il chiasso della brigata che balza e corre sulle piante, e, se non si ode ciò, si vedono gli animali correre, trastullarsi, stare posati nelle posizioni a volte più sconcertanti, godersi il sole, rendersi a vicenda amorevoli servizi come quello di liberarsi da certi parassiti, e non viene mai loro in mente di nascondersi dinanzi a chicchessia. Se a terra trovano qualcosa da mangiare, bene, altrimenti vivono allegramente sulle cime degli alberi, saltando da un ramo all'altro, e un loro passatempo prediletto é quello di scivolare in mezzo ai rami spinosi quasi a volersi pettinare. E' molto dilettevole per l'osservatore il vedere una banda di Cercopiteci avviata al saccheggio, e la loro sfacciataggine diverte moltissimo, soprattutto quando i campi presi di mira non sono i propri. La schiera avanza verso il campo dei cereali sotto la direzione del capo, provetto e sperimentato; le femmine che hanno figli se li portano sul ventre, ma i loro piccini, già furbi, per maggiore sicurezza, si aggrappano alla coda materna con le loro piccole code. Dapprima la masnada avanza con molta prudenza, perché non si sa mai, e meglio ancora se possono seguire la loro strada saltando da un albero ad un altro. Il vecchio signore, che é anche il più furbo di tutti i suoi sudditi, cammina alla testa, l'esercito lo segue al passo, e, non solo sui medesimi alberi, ma persino sui medesimi rami. Siccome la prudenza non é mai troppa, specie quando i nemici più temuti sono quella specie di animali feroci che sono gli uomini, non di rado il previdente duce di una banda di Cercopiteci sale fino all'estrema punta di una pianta e spinge di lì un acuto sguardo all'intorno se il risultato é favorevole, ne dà notizia ai suoi soggetti con intonazioni gutturali rassicuranti, se no, li avvisa del pericolo. Quando non ci sono importuni in vista, la brigata scende da un albero vicino al campo, e, con allegri balzi, si precipita sul paradiso. Allora comincia una attività senza paragoni. Naturalmente bisogna premunirsi per ogni eventualità. Così, strappate in fretta alcune pannocchie di grano turco ed alcune spighe secche, i chicchi ne sono spiccati e ammucchiati nelle capaci borse guanciali finché ne siano ripiene quanto più é possibile, solo quando sono ben forniti questi depositi, la comitiva si concede un po' più di calma, ma si dimostra sempre più schizzinosa, più difficile nella scelta del cibo. Pertanto ogni pannocchia, ogni spiga strappata, viene dapprima accuratamente fiutata, e se, come sovente capita, questa prova non é favorevole, é gettata via con disprezzo, segno evidentissimo della prodigalità rimproverata a tutte le scimmie. Si può calcolare che di dieci pannocchie appena una viene realmente mangiata. Per lo più il ghiotto piglia soltanto un paio di chicchi per ogni spiga, e getta il resto: questa é la causa dell'odio accanito degli indigeni contro queste scimmie, le quali, in verità, confermano la brutta abitudine di essere larghe solo con la roba degli altri. Se lo stuolo delle scimmie si sente perfettamente sicuro nel campo, le madri permettono ai figlioli di abbandonarle per trastullarsi con i compagni. Naturalmente non cessa per questo la severa sorveglianza alla quale ogni piccino é sottoposto da parte delle genitrici, le quali osservano con occhio vigile i loro diletti, senza darsi più tanto pensiero per la sicurezza generale, che é affidata alla sagacia del conduttore della brigata. Nel corso del più squisito pasto, costui si leva di tanto in tanto sulle gambe posteriori, e dritto come un uomo, guarda all'intorno. Dopo ogni osservazione si ode il suo rassicurante suono gutturale se nulla di sospetto é stato avvertito; nel caso contrario emette, per avvisare i suoi, un suono tremulo inimitabile. Subito si raduna la schiera dei suoi subordinati, le madri chiamano i figli e, in un batter d'occhio, tutti sono pronti alla fuga; tuttavia ognuno cerca nella fretta di arraffare tante provviste quante suppone di poterne trasportare. La devastazione é compiuta e il campo viene abbandonato più col rimpianto per quello che resta che non con il rimorso per quello che é stato distrutto. Se il pericolo si fa reale, il carico é rigettato poco a poco con mal celata rassegnazione, ma le ultime pannocchie vengono abbandonate solo quando il persecutore é molto vicino e l'animale ha bisogno delle quattro mani per arrampicarsi. Naturalmente fuggono sempre verso l'albero migliore, ma una volta raggiunto il bosco sono salvi, perché la loro snellezza nell'arrampicarsi é pressoché uguale a quella delle scimmie dalle lunghe braccia. Si può dire che non conoscano ostacoli; né spine formidabili, né siepi fittissime, né alberi distanti gli uni dagli altri le trattengono. Ogni salto si compie con una precisione che ci meraviglia grandemente, perché nessuno dei rampicatori comuni, da noi, può anche lontanamente gareggiare con queste scimmie. Con l'aiuto della coda, che serve da timone, sono in grado di mutare direzione da un salto all'altro; se un ramo sfugge loro, ne afferrano un secondo, si gettano dalla cima d'un albero sulla punta d'un ramo molto sottostante e si lasciano spingere oltre: in un baleno sono a terra, saltano come se volassero sopra un fosso da un albero all'altro, corrono con la velocità di una saetta lungo il tronco, e fuggono oltre. Il conduttore é sempre in testa alla banda, ora più lentamente ora più velocemente, col suo suono gutturale molto espressivo.

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Non si nota mai inquietudine o scoraggiamento nelle scimmie che fuggono: anzi, sempre é presente in esse l'abituale presenza di spirito; sicché, senza esagerare, si può dire che non v'é per loro alcun pericolo, se vogliono. Solo l'uomo, che i Cercopiteci, e non a torto, giudicano l'animale più feroce, può impadronirsi di loro con le sue micidiali armi moderne, mentre alle belve più spietate delle foreste sfuggono facilmente e sanno stornare anche gli uccelli di rapina, se il caso si presenta. Quando al capo-banda pare opportuno, avviene una sosta nella precipitosa corsa; esso sale frettolosamente sino alla punta d'un albero, si accerta della sicurezza riacquistata, e chiama la sua brigata con le caratteristiche intonazioni rassicuranti. Qui cominciano i guai in famiglia, perché é avvenuto che nella fuga sfrenata non si é potuto ovviamente badare a scansare le spine; queste sono attaccate ai peli o conficcate nella carne. La brigata si affaccenda a liberarsi vicendevolmente delle incomode appendici: comincia così una accuratissima ripulitura. L'uno si stende lungo sopra un ramo, l'altro gli siede accanto e gli esplora la pelle con molta diligenza. Ogni minuzia é levata, ogni spina tolta, un insetto parassita che si presenti fa una brutta fine, essendo divorato con passione e avidità. Quando la ripulitura é terminata nell'insieme, la brigata riprende la via che conduce al campo di cereali per seguitare le sue bricconate. Ne deriva che il contadino non può mai liberare il suo podere, ma ha sempre da soffrire d'un flagello peggiore di quello delle locuste,. Naturalmente, in questi ultimi decenni, e specialmente dopo l'ultima guerra, anche gli indigeni qua e là dispongono di armi da fuoco per tenere a bada i Cercopiteci, e si può dire che solo ora, per questi animali, le cose non vanno così bene come sarebbe loro desiderio. Ciononostante vivono bene ugualmente, non solo perché, come abbiamo detto sopra, non temono carestie e bisogno, ma anche perché, in fondo in fondo, studiano sempre il modo migliore per farla in barba ai guardiani dei campi sia pure con l'accortezza di far scendere in un punto determinato una piccola banda, che con la sua successiva precipitosa fuga, attiri a sé i persecutori per dar modo al grosso di avere il tempo necessario per far rifornimento del prezioso e prelibato cibo. A titolo di curiosità riferiamo che fino a non molti decenni or sono, e in alcune zone ancora ai nostri giorni, i neri dell'interno dell'Africa, constatato che neppure le invocazioni una volta infallibili ai loro santi o maghi servivano a salvare i loro campi dalle razzie dei Cercopiteci, finivano col mettere tali scimmie nella schiera dei rinnegati e dei traditori della fede. Nel Sudan orientale non si dà la caccia ai Cercopiteci, ma si catturano generalmente con reti, sotto le quali si depone qualche leccornia. La scimmia che si lascia adescare si trova avvolta nella rete e vi si intrica in tal maniera, nel tentativo di sfogare la sua rabbia, che non può sfuggire alla cattura. Con le armi da fuoco sono facilmente prese, perché fuggono solo quando una di esse cade morta. Non avendo paura dell'uomo, non é raro il caso di vedere una di queste scimmie, colpita non mortalmente, mettersi seduta e asciugarsi il sangue senza fiatare. Mentre fanno ciò guardano al cacciatore come per implorare compassione; e non é raro il caso che questo terribile e feroce uomo venga preso da rimorso e lasci correre senza ricaricare il fucile per dare loro il colpo di grazia. Le scimmie che vivono in libertà non hanno molto da temere dalle belve, sono troppo agili per esse; soltanto il leopardo può impadronirsi qualche volta di un incauto scimmiotto. I Cercopiteci respingono gli uccelli rapaci con tutte le loro forze. Uno dei più arditi rapaci che vive nel loro regno é certamente il Nibbio Aquilino (Spizaetos occipitalis). Esso rapisce dal suolo lo scoiattolo terrestre senza temerne i denti aguzzi e il suo sbuffare ma raramente osa aggredire le scimmie, e se lo fa una volta non ci ritenta. Un cacciatore provetto di caccia grossa racconta che un giorno, trovandosi appostato in un campo di granoturco nei pressi di un bosco, avvertì sopra di lui il rombo di uno di quei rapaci e un istante dopo un tremendo urlare di scimmie: l'uccello si era precipitato sopra una scimmia molto giovane ma già indipendente dalla madre, e voleva sollevarla per trasportarla in qualche luogo dove la potesse divorare in tutta pace. Il furto non riuscì. La scimmietta ghermita dall'uccello si aggrappò così saldamente con le quattro mani al ramo emettendo terribili urli che il rapitore non poté strapparla, e, in un baleno, venne circondato da una decina delle scimmie più forti, le quali gli si precipitarono addosso con spaventose smorfie e grida acutissime. Il malconsigliato uccello rapace non ebbe più a pensare a rapire la scimmia, ma piuttosto a difendersi nel modo migliore. Le scimmie lo tenevano stretto, e lo avrebbero certamente strozzato se non si fosse liberato con indicibili sforzi e mettendosi a fuggire precipitosamente. Ma molte delle penne della coda e del dorso svolazzavano nell'aria, il che dimostrava che quell'uccello così vanitoso aveva riacquistato la sua libertà a molto caro prezzo. Naturalmente c'é da scommettere che a quel rapace mai più passò per la mente di aggredire una scimmia. Ma per quanto poco temano i rapaci e lo stesso uomo, i Cercopiteci hanno molta paura dei rettili, specialmente delle serpi, perché queste s'aggrappano facilmente al loro corpo allo scopo di succhiarne il sangue. Per ultimo diremo che i Cercopiteci distruggono in ogni tempo i nidi d'uccelli, divorandone con gran gioia le uova o i piccini. Quando vogliono saccheggiare il nido d'uno dei covatori delle spelonche, procedono sempre con la maggior cautela per paura del serpente, che, come é noto, spesso e volentieri suole riposare in siffatti nidi. Scorgendo una cavità in un albero, la scandagliano accuratamente per accertarsi che non vi siano rettili di qualsiasi genere. Dapprima adoperano gli occhi, poi ricorrono all'udito, e se non notano alcunché di strano, allungano trepidamente un braccio nella cavità. Non capita mai che una scimmia affondi la sua mano in una cavità tutto in una volta, ma sempre con cautela, sempre un po' più giù, sempre origliando e guardando se il temuto rettile dovesse presentarsi improvvisamente. L'epoca della riproduzione dei Cercopiteci in libertà non sembra fissata in nessuna stagione. In ogni banda, per ogni stagione, si vedono poppanti, piccini e grandicelli che non richiedono più la direzione materna. Nei giardini zoologici e nei serragli d'Europa, in generale, si propagano molto facilmente in ogni tempo. Gli osservatori attenti dei Cercopiteci sono concordi nell'affermare che ognuna di queste scimmie ha un carattere proprio. Un appassionato di scimmie racconta che, mentre si trovava a viaggiare sul Fiume Azzurro, gli abitanti d'un villaggio vicino gli offrirono cinque scimmie, e, siccome il prezzo non era alto, le comperò con la manifesta speranza di divertirsi un mondo. Sulle prime le sue speranze andarono deluse: quelle scimmie, sempre della famiglia dei Cercopiteci, sedevano cupe e desolate l'una accanto all'altra, coprendosi il viso con le due mani, rifiutando di mangiare ed emettendo di quando in quando sgradevoli suoni gutturali che evidentemente dovevano esprimere il dolore per il cattivo destino toccato loro. Poteva anche darsi che concertassero fra loro il mezzo migliore per liberarsi dalla prigionia; sicché, preso dal sospetto, quel viaggiatore legò le cinque scimmie con funicelle bene annodate e andò a dormire. La mattina seguente ebbe l'amara sorpresa di trovare una sola di quelle scimmie al suo posto, tutte le altre essendo fuggite. Nessuna delle funi con le quali erano state legate risultava rosicchiata o spezzata, giacché le accorte bestie avevano semplicemente sciolto con molta cura ogni nodo, ma, dimenticando il compagno, che sedeva a qualche distanza, lo avevano lasciato in prigione. Il malcapitato era un maschio, e il viaggiatore ci assicura che Coco, - così chiamò il cercopiteco - si rassegnò con molta dignità al suo destino: il primo tentativo gli aveva insegnato che le sue catene non si sarebbero sciolte e nessuna cura venne risparmiata per convincerlo di questo fatto. Come un saggio, Coco dimostrò di rassegnarsi all'inevitabile prigionia e già nello stesso giorno mangiò con discreto gusto chicchi secchi ed altre cosucce che gli si gettarono davanti. Naturalmente non sopportava che alcuno lo avvicinasse, e si avventava a mordere infuriato chiunque gli capitasse a tiro: tuttavia il suo cuore sembrava desiderare un compagno. Si guardò attorno e, sembra incredibile, fra tante bestioline - il nostro amico era veramente un «amico degli animali» - Coco scelse a suo compagno prediletto un vistoso uccello, un Calao, che dimostrava un'indole accomodante. La relazione fra la scimmia e l'uccello fu molto intima: Coco lo maltrattava senza vergogna, ma l'altro lo tollerava. L'uccello era libero e poteva avvicinarsi quando voleva alla scimmia, facendosi maneggiare da questa come ad essa pareva e piaceva. Coco non si preoccupava minimamente che l'uccello avesse piume al posto di peli: cercava attraverso di esse i parassiti né più né meno come se si fosse trattato di peli d'un mammifero; d'altra parte l'uccello gradiva moltissimo questa operazione, e, quando si avvicinava alla scimmia, esso stesso arruffava le penne per favorire all'amico l'inizio del suo prediletto lavoro. La buona creatura non si offendeva neppure che durante la ripulitura l'amico le tirasse il becco, le gambe, il collo, le ali e la coda. Finiva sempre con lo stare vicino alla scimmia, beccava il pane che vi trovava davanti, si ripuliva e sembrava quasi invitare l'amico quadrumano ad occuparsi di lui. I due animali vissero molti mesi in perfetta armonia; poi accadde che l'uccello morì e Coco rimase di nuovo solo e desolato. Il nostro amico viaggiatore ci racconta che tentò lui tenere compagnia al povero Coco, ma siccome questo pretendeva di dare sfogo a suoi inconfessabili desideri, il nostro viaggiatore, nonostante le sue buone intenzioni, non se la sentì di rassegnarsi a tanto. Chi tolse Coco dalla solitudine più nera fu infine una giovane e vispa scimmia, che colmò di gioia il suo cuore e affranto. Coco appena adocchiò la bestiola, si mise a saltare per la gioia, e cominciò immediatamente l'ispezione del suo pelame molto trascurato. Ogni grano di polvere, ogni spina, ogni scheggia fu levata con cura e gettata via, poi passò alle carezze e ad altre prove con la maggiore tenerezza. Se qualcuno provava a togliere a Coco la sua beniamina, questo si avventava con incredibile furia, e se, nonostante le sue proteste, ci si riusciva, l'animale rimaneva per lungo tempo mesto e inquieto. Coco capiva che la sua amica era ancora molto giovane per certe cose, e pertanto si comportava verso di lei più come padre che come maschio; d'altro canto la bestiola apprezzava molto il contegno del protettore e a lui ubbidiva con molto disinteresse. Disgraziatamente, però, la femminuccia morì dopo alcune settimane, e Coco non si rassegnò al dolore per così atroce destino. Quando si accorse che la bestiola era morta, Coco dapprima se la prese fra le braccia ninnandola e accarezzandola con le più tenere voci, poi la depose a terra, la contemplò immobile e ruppe in strazianti lamenti. I suoni gutturali presero un'espressione che il nostro amico non aveva mai udito fino allora, erano fievoli, dolenti, poi di nuovo infinitamente dolorosi, strazianti, disperati. Sempre e sempre rinnovava i tentativi per ridare vita alla sua beniamina, e, trovatili vani, scoppiava di nuovo in lamenti e gemiti. Il dolore aveva nobilitato Coco, quasi spiritualizzato: esso commuoveva e ispirava compassione al nostro amico, il quale, dopo alcune ore di indecisione, si decise a prendere il cadavere della scimmietta e a gettarlo dietro il muro di un campo vicino. Coco, però, che tutto aveva osservato, si dimenò come un ossesso, strappò la fune che sempre aveva resistito, balzo sul muro, riprese il cadavere, e, stringendolo nelle braccia, tornò al suo posto. Venne legato saldamente e gli venne tolto il cadavere, che fu gettato più lontano; Coco si liberò una seconda volta e fece esattamente come prima. Infine seppellirono la bestiola; di lì a mezz'ora Coco scomparve e solo dopo qualche giorno, da alcuni abitanti del villaggio, il nostro amico apprese che era stato visto in giro un cercopiteco addomesticato vagare senza meta e in preda allo sconforto. Se le abitudini dei Cercopiteci, come in genere di tutte le altre scimmie, si limitassero qui, dovremmo concludere che varrebbe sul serio la pena di averli come compagni, ma siccome esiste pure il rovescio della medaglia, ce ne asteniamo e passiamo ora a presentare le insolenze di questi animali. Un altro nostro amico, pure lui «amico degli animali», ci racconta che possedeva un tempo uno scimmiotto della famiglia dei Cercopiteci. L'animale, mentre si baloccava con lui, lo sporcava spesso e volentieri nel modo più indegno, senza che le percosse o altri mezzi che usava servissero a nulla. Innanzitutto la scimmia era molto ladra e rubava tutti gli oggetti lucenti che le capitavano a tiro, ed anche i preziosi soprammobili che la moglie del padrone conservava con tanta cura sparivano appena alla scimmia capitava l'occasione di introdursi in casa dal cortile dove abitualmente era rinchiusa. A volte entrava silenziosamente in camera da letto, apriva il guardaroba e faceva man bassa di tutto il denaro che trovava nelle tasche della giacca o dei pantaloni; a volte apriva senza riguardo la borsa della signora padrona e ne tirava fuori denaro, specchio e quei segreti cosmetici con cui ella si truccava abilmente per essere considerata bella dagli amici del marito; non era raro il caso che s'impadronisse di indumenti intimi per portarli in giro per la strada, e tutte le volte che le prendevano certe manie o certi inconfessabili capricci, non v'era verso di spuntarla, neppure con le più sonore bastonate. Era naturale che fra marito e moglie sorgessero spesso delle animate discussioni, circa il comportamento della scimmia, ma siccome non intendeva in alcun modo sbarazzarsi dell'animale, il nostro amico convinse la sua metà a portarsi l'ospite in campagna, dove avevano una bella casa con giardino e pollaio annessi. Le prime a fare le spese dei capricci della scimmia furono proprio le galline, con le quali il quadrumano si divertiva un mondo a farle correre ad ali spiegate. Dal giardino passava in cantina e nella cucina con molta sfacciataggine, né abbandonava il vizio di stracciare, mangiare e portar via tutto quel che le capitava. I padroni la rimandavano nel giardino, e qui nessuno più di lei riusciva a trovare il nido della gallina: la poverina aveva un bel fare, la scimmia veniva dietro di essa, raccoglieva l'uovo caldo e lo succhiava. A volte dimostrava una vera intelligenza umana in quel gusto. La padrona la sgridava e la copriva di bastonate quando se la vedeva apparire con la bocca gialla di torlo d'uovo. Questo fatto si verificò per molti giorni, e tutte le volte la padrona, che ormai era stufa di quello stato di cose, bastonava severamente la scimmia: la quale, alla fine, pensò bene, un giorno, di cercare il nido della gallina, aspettare che questa facesse l'uovo, e poi prenderlo per portarlo caldo caldo alla padrona. La donna non la bastonò e anzi le fece una carezza, come per dirle che così doveva fare ogni mattina. La scimmia, invece, tornò in giardino a strozzare la gallina, lasciandosi andare in scomposti sollazzi che esprimevano tutta la gioia per la sua rivincita: niente uova a lei ma neppure alla padrona! Il nostro amico non ci ha detto come la faccenda andò a finire, ma dal suo riserbo arguiamo che alla fine doveva aver preferito la pace familiare e le uova fresche da succhiare al primo mattino, anziché i capricci sempre imprevedibili della sua scimmia, in cambio soltanto di qualche distrazione quando l'osservava da lontano e senza ch'essa gli rubasse il denaro di tasca cui é molto legato, esattamente come lo sono tutti quelli che anziché amare gli uomini amano le bestie.

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CERCOPITECO ROSSO (Erythrocebus patas)

A nostro parere si tratta della scimmia più noiosa e sgradevole fra tutti i Cercopiteci di cui abbiamo parlato sopra; il suo spirito non corrisponde minimamente al suo bel corpo. E' un animale molto ben vestito: la pelliccia nella parte superiore é di colore oro-abbagliante, nella parte inferiore é bianca, come pure la barba; il viso, le orecchie e le mani sono neri, e intorno all'occhio corre una striscia rosso-carne. La sua mole é un po' superiore a quella delle specie precedenti. Questa scimmia potrebbe essere la Callitriche di Plinio: se ne trova l'immagine sui monumenti egiziani e a volte imbalsamata nelle piramidi di Sakkarah, benché non comprendiamo la ragione perché proprio questa, e non le altre, sia stata riservata a tanto onore. Nella giovinezza é vivace, garbata e amabile, ma appena si fa adulta diviene seria, noiosa e malvagia. Perde di solito ogni dimestichezza e morde invelenita chiunque le capiti: la sua irritabilità é enorme e l'espressione ne é tragicamente comica; quando la prende la stizza spalanca smisuratamente la bocca come se sbadigliasse o sbuffasse. Neppure allo stato libero ha migliori abitudini, perché non va mai in numerose schiere come le altre scimmie e preferisce vivere in solitudine, senza carezze e spirito di solidarietà.

CERCOPITECO DIANA (Cercopithecus diana)

E' una scimmia piuttosto piccola e snella, che si riconosce facilmente perché ha una lunga barba. La sua tinta principale é il bigio-ardesia; il dorso e i lombi sono d'un bruno-purpureo; la parte inferiore del corpo é bianca, mentre la parte posteriore delle cosce é giallognola; il viso é nero la barba manca nella femmina.

CERCOPITECO NASOBIANCO (Cercopithecus petaurista)

E' una scimmia le cui caratteristiche generali e le abitudini di vita non si discostano sensibilmente da quelle proprie delle due scimmie precedenti. Il suo colore dominante é il bruno; mentre ha il naso bianchissimo, così come la barba, non molto lunga, che tende al biancosporco.

CERCOPITECO MORO (Cercocebus fuliginosus)

Questa scimmia vive di preferenza sulle coste della Guinea e ricorda, con la sua forma depressa e il muso tozzo e sporgente, il gruppo dei Macachi di cui parleremo fra poco. Con la coda raggiunge la lunghezza di 90 centimetri; il colore dominante é il bruno rossastro di sopra, e bigio di sotto. Da noi é molto conosciuto perché non é difficile vederlo nei serragli e nei giardini zoologici. Concludendo il nostro discorso sui Cercopiteci, diremo che questi rappresentano le più belle scimmie, naturalmente a vedersi, del Continente africano. Il loro pelame é spesso d'un'incomparabile bellezza e le loro abitudini di vita, specie allo stato libero, sono degne di considerazione, perché ci offrono il destro per notevoli osservazioni scientifiche. Col nome di Macachi vengono indicate in generale tutte le scimmie delle coste della Guinea; ma nel senso scientifico questo nome appartiene ad un gruppo le cui specie vivono in parte nell'Asia meridionale e in parte in Africa. Alcuni naturalisti del secolo scorso divisero il genere, distinguendo i Macachi asiatici con la coda (Macacus) da quelli giapponesi e africani senza coda (Inuus), che abitano sulle rocce di Gibilterra. Nella forma e nei costumi i due generi hanno molto in comune, sicché possiamo considerarli unitamente senza creare confusione. Tutte le scimmie dei due generi hanno forma tarchiata, estremità alquanto robuste e di uguale grandezza, muso molto sporgente, mani anteriori e posteriori con cinque dita col pollice molto lungo, i peli leggermente increspati. Solo la coda varia in lunghezza: in alcune é come un moncone, in altre di mediocre lunghezza; ed in altre, infine, più lunga dello stesso corpo. Nei tempi primitivi i Macachi vivevano anche in Europa, e difatti anche oggi sono quelli che si spingono più al nord delle altre scimmie. Le specie con la coda abitano nelle zone dell'Africa del nord e in Giappone; le altre la terra ferma e le isole dell'India orientale. Vi rappresentano i Cercopiteci, ma per molti aspetti si rassomigliano ai Cinocefali, tanto che si possono considerare come segnanti il passaggio fra gli uni e gli altri. Questa posizione di mezzo la si riscontra anche nei loro costumi: come i Cercopiteci, vivono nei boschi e, talvolta, fra le rupi come i Cinocefali. L'imprudenza e la sfacciataggine dei due generi si riuniscono e si confondono nei Macachi: da giovani sono allegri come i Cercopiteci, quando sono adulti diventano maligni e sfacciati come i Cinocefali. Si adattano molto bene allo stato di schiavitù, vi resistono a lungo e prolificano facilmente; la gestazione si protrae per sette mesi. Durante il tempo degli amori le parti genitali delle femmine si gonfiano moltissimo, come nelle femmine dei Cinocefali. Ed ora parliamo delle specie del gruppo più distinte e maggiormente conosciute.

MACACO COMUNE (Macaca sinica)

E' una scimmia dalle note caratteristiche, per una specie di berretto che porta sul capo, e difatti prende il nome proprio del berretto cinese. Nella sua patria questa scimmia é chiamata Munga o Malbruk. La lunghezza del suo corpo é di soli 30 centimetri mentre l'altezza raggiunge i 45 centimetri; il corpo é piuttosto esile, il muso sporgente e compresso; il pelo irto al vertice. Il colorito é bigio-verdognolo, formato da un miscuglio di peli neri e bigi cerchiati di giallo: la parte inferiore del corpo é bianchiccia, mentre le mani e le orecchie tendono al nero. Nei suoi costumi il Macaco comune é una vera scimmia lunatica più di qualsiasi altro animale; il suo umore cambia senza alcun motivo ad ogni minuto, e, per questa ragione, non si riesce mai a capire come occorre prenderlo. Ciononostante la sua vivacità, e la grande facilità con cui impara ad imitare le fattezze umane, lo rendono nel complesso molto simpatico e a volte compagno gradito, facendo perdonare la sua petulanza e persino il suo brutto ceffo. Allo stato libero deve essere molto socievole; abita di preferenza le folte selve del Malabar senza essere molestato da nessun nemico. Gli indigeni lo considerano animale sacro, e non solo non si lagnano per i saccheggi che fa a suo piacimento ed arbitrio nei loro giardini, ma gli innalzano templi e piantano frutteti allo scopo di dar prova della loro venerazione per quel bel santo. Naturalmente anche gli indigeni, negli ultimi decenni, venendo in contatto con i popoli civili, hanno spesso mostrato di nutrire alcune riserve nei confronti di questa scimmia, ma non é raro assistere anche oggi a impennate furiose di molti di essi quando si vedono davanti cacciatori europei che vanno a caccia della loro, venerata scimmia.

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MACACO BHUNDER (Macaca mulatta)

Si tratta di una scimmia che agli occhi degli indiani é una specie di dio, di superpotenza, come dire un arcisanto o un arcangelo. Non é infrequente anche ai nostri giorni trovare in India interi giardini coltivati diligentemente, con ogni specie di frutta, unicamente destinati a nutrire questa scimmia. Fino a non molti decenni fa, ma in alcune zone dell'interno ancora oggi, gli abitanti del luogo lasciavano nei campi fino a un decimo del loro raccolto ad esclusivo beneficio delle scimmie, che scendevano dai monti per riscuotere il tributo. Agli stranieri che si accampavano in India, specie agli Inglesi, gli indiani non riservavano di certo buona accoglienza quando costoro manifestavano insofferenza per quei semi-dei che erano le scimmie. D'altra parte non si può proprio dire che questi Bhunder apprezzino molto il rispetto che nutrono per loro gli indiani, perché, come se non ricevessero alcun riguardo ma solo pedate e bastonate, si divertono a saccheggiare tutto quello che loro capita: é inutile cercare di spaventarli e far loro capire che nei campi non debbono metter piede, perché scacciati da un lato compaiono dall'altro. A volte gli indiani accendono fuochi e innalzano spauracchi, ma i Bhunder, anziché scappare, sembrano prendere tutto come uno scherzo e si divertono a sollazzarsi alle spalle degli ingenui indiani che ricorrono a simili banali espedienti. Solo ricorrendo all'astuzia si può riuscire a tenere a bada questa scimmia; e, a questo proposito, sentite cosa ci racconta un inglese che ha vissuto moltissimi anni in India come colono. Questi coltivava un grande e bel campo e sempre era stato derubato e tormentato dagli animali più diversi: le sue magnifiche piantagioni di canna da zucchero erano prese di mira dagli elefanti, dai cinghiali e soprattutto dalle scimmie. In poco tempo si liberò dai primi mediante un largo fosso con un irto steccato; ma alle scimmie poco o niente importavano il fosso e lo steccato: si arrampicavano lungo i piuoli e rubavano come prima. Finalmente gli venne una geniale idea: costrinse una banda di scimmie a rifugiarsi su un albero, poi, con l'aiuto di un servitore, catturò i più piccini e li portò a casa. Qui aveva già preparato uno speciale unguento a base di zucchero e miele, col quale spalmò per bene gli scimmiotti rimettendoli infine in libertà. I genitori, addolorati, attendevano il loro ritorno, e possiamo immaginare quanto furono lieti quando li rividero liberi e sani. Ma, quale orrore li prese nel vederli combinati in quel modo: sudici inzuccherati, unti, appena riconoscibili! Naturalmente fu fatta una ripulitura generale, e non si può dire che l'impresa non desse il suo premio poiché quell'unguento che ricopriva il corpo di quei piccini era dolce come lo zucchero. Il colono udì grugniti di incredibile soddisfazione da parte di quelle scimmie, poiché, tutto sommato, sembravano proprio contente che il loro persecutore si fosse finalmente deciso a rifornirle di zucchero senza farsi pregare. Questa gioia durò ben poco, però, perché ben presto furono assalite da inauditi dolori al ventre seguiti da una spaventevole diarrea. Le scimmie scapparono e non si fecero più vedere nel campo di quel traditore, il quale ebbe così rispettate le sue piantagioni.
Il Bhunder é lungo 45 centimetri la coda 15. E' tarchiato, con la parte superiore del corpo coperta di folti peli che si fanno radi sulla parte inferiore. Ha la pelle molto floscia, con pieghe sul collo, sul petto e sul ventre; il suo colorito é verdognolo, o d'un bigio-fulvo; sulle cosce é screziato di giallo-chiaro, e bianco nella parte inferiore. La coda sopra é verdognola, sotto é grigiastra; mentre la faccia, le orecchie e le mani sono di color rame chiaro, e le callosità alle natiche di un rosso vivo. La femmina porta la coda penzoloni, mentre il maschio la porta ad arco, ricurva all'indietro. Questa scimmia si trova diffusa in tutta l'India e sino a 3000 metri d'altezza. Allo stato di schiavitù il Bhunder é tutt'altro che gradevole, ma barbaro, rabbioso e facile ad incollerirsi: rompe e strappa tutto quello che viene lasciato vicino alla sua gabbia, e dimostra grande gioia quando gli riesce un brutto tiro. E' geloso e invidioso contro i suoi simili, e salta in furia se vede mangiare un'altra scimmia. Al contrario queste scimmie sono degne d'esser osservate e ammirate nel rispetto e nelle cure che hanno per i figli. Immediatamente dopo la nascita il giovane Bhunder si aggrappa saldamente al ventre della madre, tenendosi con le quattro mani alla pelle di lei e con la coda alla poppa. Per quindici giorni non lascia il seno materno, rimanendo sempre nella medesima posizione per poppare, e dorme quando la madre siede. Le cure della madre per il suo neonato sono quasi indescrivibili, tanta é la ragionevolezza che dimostra e tanta la previdenza per la sua sicurezza e tranquillità. Il più lieve rumore, il più leggero movimento destano la sua attenzione: si muove con molta grazia e agilità in modo da non arrecare disturbo e nocumento al suo piccino. Passati 14-15 giorni attaccato alla madre, il giovane Bhunder se ne distacca e sin dai primi passi dimostra una destrezza e una forza tali che meravigliano chiunque, perché non sono frutto né dell'esercizio né dell'esperienza. Appena però il giovane Bhunder é in condizioni di mangiare da solo, il comportamento della madre muta radicalmente: se per tutto il periodo dell'allattamento se lo é portato con molta rassegnazione appeso al corpo e al petto, ora non gli permette di toccare un solo boccone del pasto che a lei viene distribuito. Naturalmente potremmo pensare che si tratti qui di una madre snaturata, nel senso che non pensa più minimamente al suo piccino, e invece non é così, perché é da presumere che la madre, pur senza averne coscienza ma per istinto naturale, lo faccia unicamente per costringere il suo figliolo ad essere furbo e astuto, e tanto svelto da procurarsi, magari togliendolo agli altri, il cibo di cui ha bisogno. Ed in verità il Bhunder, appena adulto, diviene tremendamente furbo, sfacciato e ladro.

MACACO NEMESTRINO (Macaca nemestrina)

Si differenzia dai macachi finora presentati soprattutto per la coda breve, sottile, e le gambe alte. Ricorda da lontano il Cinocefalo. Nei tempi andati fu chiamata scimmia maiale per la sua coda che somiglia in qualche modo a quella del maiale, perché la porta sensibilmente ricurva. Il pelo della parte superiore del corpo é folto e lungo, più scarso invece é nella parte inferiore; il colore dominante é uno scuro-bruno-olivastro, perché ogni pelo é alternativamente tinto di colore oliva, di verdognolo e di giallognolo, e cerchiato di nero. La faccia, le orecchie, le mani e le callosità alle natiche sono nude e d'un carnicino sudicio; le palpebre superiori sono biancastre, gli occhi bruni. La statura raggiunge gli 80 centimetri, la lunghezza del corpo 35 e quella della coda 15 centimetri. Vive nei boschi di Sumatra, del Borneo e della penisola malese; é vivace e snello; buono nella gioventù e facile ad addomesticarsi, si lascia facilmente ammaestrare. I malesi, ad esempio, che lo chiamano bruh, approfittano di questo per ammaestrarlo diffusamente a vari lavori; fra l'altro lo fanno arrampicare sulla palma del cocco per raccogliere le frutta, e si deve dire che la scimmia riesce benissimo a discernere dalle altre le mature che sole getta giù. Questa scimmia é l'unica che può essere usata in questo lavoro, perché si addomestica facilmente. Anche da noi sopporta molto bene la cattività, ma appena tentiamo di ottenere da essa quello che riescono ad ottenere i malesi, o qualche cosa di simile, ci vediamo giocare tanti brutti tiri che ci passa subito la voglia di averla come ospite.

BERTUCCIA (Simia sylvana)

Si tratta dell'unico macaco che vive in Africa ed é conosciuto dai tempi più remoti, giacché gli stessi antichi Romani lo adoperavano al posto degli uomini per le dissezioni anatomiche. La Bertuccia ha un corpo gracile e gambe alte; la sua faccia rugosa é di colore carnicino, le orecchie sono tonde e somigliano molto a quelle dell'uomo, la coda é piuttosto folta, ma scarseggia sulla parte inferiore del corpo; sulla faccia porta una folta barba di color bianco-giallognolo, mentre i peli della fronte e delle sopracciglia sono neri. La lunghezza del corpo é di circa 80 centimetri. Fino agli inizi del secolo scorso questa scimmia era fedele compagna del conduttore dell'orso e del cammello e divertiva moltissimo i ragazzi. La Bertuccia abita le zone nord-ovest dell'Africa e vive in grandi società sotto la direzione d'un maschio adulto e sperimentato. In genere é molto prudente nei suoi movimenti da un punto all'altro, ma siccome é scaltra, audace e robusta, in caso di bisogno sa difendersi molto bene con i denti. Ad ogni impulso di passione contorce il viso in maniera molto più marcata di ogni altra scimmia, muove le labbra in ogni direzione e batte i denti. Solo quando é presa dalla paura manda un grido breve e violento. Esprime col digrignare dei denti e col contorcere il viso i suoi desideri, come la gioia, la paura, il suo disappunto e la collera. Se é adirata muove su e giù la fronte increspata, allunga il muso e atteggia le labbra in modo che la bocca forma una piccola apertura circolare. Allo stato libero la Bertuccia vive fra le rupi come il Cinocefalo ma é anche disinvolta sugli alberi. Al pari del Cinocefalo, mangia anche gli insetti e i vermi, per la qual ragione volta le pietre e le fa rotolare giù dalle alture. Gli scorpioni sono il suo boccone preferito, che divora con molta avidità dopo averne tolto accuratamente il pungiglione avvelenato. Quando vede un insetto, la scimmia lo prende con molta cura, lo esamina un istante lo saluta con una smorfia di approvazione e quindi lo mangia saporitamente.
Allo stato di schiavitù, il divertimento preferito della Bertuccia é quello di cercare sui cani e sui gatti ogni sorta di insetti parassiti; ma siccome non riesce a capire che fra essa e noi c'é pure qualche notevole differenza, non é raro il caso che insista a cercare gli insetti parassiti anche sugli uomini, ai quali é altamente riconoscente se le viene ricambiato il servizio di esplorazione e ripulitura. E' questa la scimmia di cui Plinio afferma che imita tutto, impara il gioco delle dame, distingue una figura in terra, porta i bambini in casa ed é molto contenta se la si trastulla. Se addomesticate compiono cose incredibili, mostrando a volte molto senno; ma, come tutte le scimmie, spesso e quando meno ce lo aspettiamo, perdono la pazienza e il rispetto, e volentieri si mettono a mordere con collera.

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SILENO (Silenus silenus)

E' l'ultimo Macaco, cui vogliamo ancora dedicare alcune parole. Nel complesso rassomiglia tanto ad un Cinocefalo crinito quanto ad un Macaco. Il suo corpo é tarchiato, la coda di media lunghezza; attorno al viso, alla testa e alle spalle ha una grande criniera. Tutta la parte superiore é nera, le estremità sono d'un grigio-bruno-chiaro. La faccia e le mani sono nere, le callosità delle natiche rossicce. Allo stato adulto raggiunge in lunghezza 60 centimetri, di cui la coda ha 30 centimetri. Questa scimmia vive principalmente nelle foreste e nei folti boschi del Ceylon, e si nutre di gemme e di foglie d'alberi. Naturalmente fa le sue visite nei campi coltivati, e i danni che provoca sono ingenti. Ciononostante, fino a non molti decenni fa, i Sileni erano venerati dai Malabari, che ne addomesticavano i più giovani facendo loro compiere lavori. Si adattano con relativa facilità alla schiavitù, ma non sono per nulla socievoli: chissà perché aspirano sempre ad avere la supremazia sulle altre scimmie, sicché non tollerano la presenza di loro simili e neppure di altre bestie, contro le quali mettono in opera tutti i loro capricci per arrecare disturbo e fastidio. Quando sono sole, al contrario, sono molto annoiate e, tutto sommato, solo in questo caso mostrano di gradire la compagnia del custode o dei visitatori di passaggio. Se nelle famiglie fin qui considerate abbiamo trovato molte scimmie piacevoli e attraenti, tanto che a volte non abbiamo esitato ad esternare tutta la nostra ammirazione per esse, pur con le dovute riserve per via del loro carattere capriccioso e imprevedibile, con la famiglia dei Cinocefali (Cynocephalus) ci troviamo di fronte a scimmie notevoli ma per nulla piacevoli e attraenti. I Cinocefali sono scimmie rozze, brutte, grossolane e terribilmente antipatiche. Qui il tipo della scimmia é degradato quanto più é possibile, ogni bellezza di forma é sparita, ogni nobile attitudine é cancellata dalle più avide passioni. Aristotile le chiamò Cinocefali, perché la loro testa somiglia più a quella del cane comune che a quella dell'uomo. Naturalmente si tratta di rassomiglianza unicamente esterna fra la testa dei due animali, poiché quella del Cinocefalo é solo la brutta copia della testa del cane esattamente come quella del Gorilla é la più brutta contraffazione della testa dell'uomo. Hanno un corpo compresso e una formidabile forza nei muscoli. La testa pesante si allunga in un grosso e brutto muso ottuso davanti, spesso rigonfio o solcato, con naso sporgente. Per via dei loro denti ferini molto taglienti posteriormente, la loro dentatura somiglia a quella delle fiere; le labbra sono mobilissime, le orecchie piccole, gli occhi sporgenti, mentre nella loro espressione si nota l'immagine dell'animale astuto e ipocrita senza pari. Le estremità sono corte e robuste, le mani a cinque dita, la coda ora corta, ora lunga, ora liscia ora con un fiocco; le callosità delle natiche sono d'una grossezza spaventosa, e di solito sono vivacemente colorate. Il pelo é lungo e sciolto, e in alcune specie si allunga nel collo, sulla testa e sulle spalle in una criniera molto arricciata, abitualmente di color terra o di roccia, come bigio, bigio-giallognolo, bigio-verdognolo, ecc. La loro vera patria é l'Africa e le zone limitrofe, come l'Arabia e lo Yemen. A volte oltrepassano il Tigri e il golfo Persico, ma l'Africa deve essere considerata la loro vera patria. I Cinocefali sono le autentiche scimmie delle rocce, e quindi preferiscono le zone montane dell'Africa. Non si trovano nei boschi, e volentieri scansano gli alberi su cui salgono difficilmente anche nei casi di bisogno. Nelle montagne vanno fino a 3-4000 metri sul livello del mare, sfiorando le cime ricoperte di neve; naturalmente non amano eccessivamente il freddo e, quando possono, vivono preferibilmente alle medie altezze. Il cibo dei Cinocefali corrisponde al loro modo di vivere in campagna: mangiano cipolle, tuberi, erbe e frutta di piante che crescono sulla terra o ad una mediocre altezza, o che sono cadute dall'albero, nonché insetti, ragni, chiocciole, uova di uccelli, ecc. Una pianta africana che i Cinocefali prediligono ne ha preso il nome, e si chiama babbuina da una delle loro specie. Come tutte le scimmie, però, non scartano i campi coltivati, specie i vigneti, arrecando danni incalcolabili. Anche queste scimmie, prima di muovere all'assalto delle coltivazioni, si riuniscono in bande, ma siccome sono dotate di forti muscoli, nel caso dovessero trovarsi in pericolo, non esitano a ricorrere a metodi molto originali per fare più presto e con la maggiore probabilità di riuscire. Una volta raggiunto il campo, difatti, e scelte le piantagioni da mettere a soqquadro, i Cinocefali si dispongono in fila l'uno dietro l'altro, alla distanza di una decina di metri, gettandosi rapidamente di mano in mano il frutto rapito. Se qualche scocciatore tenta di disturbare il loro lavoro di ladroni, strappano anche le piante, ad esempio delle zucche, dei poponi, delle melagrane e simili, portandosele sollecitamente al sicuro, e ammucchiando il tutto ad una grande distanza dal giardino. Dopodiché fanno la scelta del buono e lo spostano ancora più lontano fino a raggiungere le vette dei monti dove impiantano un deposito di derrate per la stagione meno propizia. Qui, per ogni evenienza, uno dei più grossi Cinocefali, monta la guardia, notte e giorno, e, in caso di pericolo, la sentinella avverte con un terribile grido la schiera dei suoi compagni. Nel complesso, dunque, i Cinocefali sono animali terragnoli; d'altra parte la stessa conformazione del loro corpo li lega al suolo, permettendo loro appena di salire sulle rupi, e solo con molta difficoltà si arrampicano sugli alberi. Di solito camminano su quattro gambe e si sollevano sopra due, solo quando vogliono dare uno sguardo di esplorazione all'intorno. Nel loro procedere somigliano più a grossi cani che a scimmie, e anche quando si sollevano sorreggono volentieri il corpo con una delle gambe anteriori. Fin quando sono tranquilli ed hanno tempo, i loro passi sono lenti e pesanti; ma appena si vedono inseguiti si lanciano in un singolare galoppo con le più strane movenze: la loro andatura é molto invereconda, é uno spaventoso dimenarsi di tutta la persona, principalmente della parte posteriore, che non si vede in nessun altro animale; inoltre i Cinocefali portano la coda ricurva in modo così aggressivo, e guardano con tanta impudenza coi loro piccoli occhi brillanti che il loro solo apparire fa conoscere le loro ignobili pretese. I Cinocefali sono tutti più o meno esseri cattivi, sempre violenti, irosi, sfacciati, ipocriti e libidinosi; il loro muso somiglia ad un muso di cane abbozzato, il loro viso é deforme, il deretano esposto senza vergogna. Lo sguardo é scaltro, l'animo cattivo senza paragoni. A prima vista sembrano più educabili degli stessi cani, ma all'intelligenza di questi congiungono sempre la loro astuzia. Noi possiamo anche tentare di renderli educati e docili. ma quando meno ce l'aspettiamo, e in genere subito, si presenta in essi la seconda qualità delle scimmie: l'istinto dell'imitazione e con essa gli atti più impensabili e imprevedibili. La loro lascivia oltrepassa ogni limite: gesticolano in faccia ad uomini e giovinetti in modo svergognato; assolutamente non é consigliabile farli vedere ai bambini e neppure alle donne, fossero queste le più sperimentate. Avvertono facilmente ogni insidia e ogni pericolo, e si difendono contro il nemico con coraggio e presenza di spirito. Per quanto la loro indole sia malvagia, si possono, nella giovinezza, mutare, addomesticare, rendere ubbidienti, ma quando sono adulti e fatti sordi ad ogni buon proponimento, ricompare l'indole primaria. L'ubbidienza cessa, e graffiano e mordono e ringhiano di nuovo. Solo in libertà sembrano più ingegnosi e più sviluppati intellettualmente, ma é da credere che é solo una nostra impressione giacché allo stato libero é difficile seguirli in tutte le loro più schifose abitudini di vita. Nel complesso possiamo quindi affermare che lo spirito dei Cinocefali é simile a quello delle scimmie nella sua pienezza, ma molto più nel cattivo che nel buon senso. Naturalmente non possiamo negare le loro buone qualità: il fatto che si amano molto fra di loro ed amano i loro figli, ed anche gli uomini che di essi si prendono cura, rendendosi a volte utili in vari modi; ma questi pregi non reggono in confronto dei loro difettacci. L'astuzia e la scaltrezza sono retaggio comune a tutti i Cinocefali, e si distinguono principalmente per il loro terribile infuriarsi. La loro ira somiglia ad un improvviso fuoco di paglia, scoppia rapidamente, ma persiste e non é tanto facile il farla cessare. Una sola parola, un sorriso beffardo, anzi un solo sguardo di traverso può rendere furente il Cinocefalo e fargli dimenticare tutto, anche gli uomini che un minuto prima accarezzava. Per questo sono animali pericolosi, oltre che schifosi, per ogni riguardo, ed avvisiamo gli amici degli animali ad ogni costo che dai Cinocefali é molto più facile essere considerati nemici che amici. Allo stato libero i Cinocefali vivono molto comodamente nel loro paese; le belve e gli uomini li temono e si allontanano dalla loro via quanto più possono. Queste scimmie, in verità, scappano dinanzi all'uomo specie ai nostri giorni, quando questi dispone di quel terribile arnese che é il fucile ripetitore a fuoco, ma se c'é bisogno, i Cinocefali vengono a contesa con l'uomo e con le belve, e non é sempre detto che ne escano sconfitti, giacché sogliono aggredire collettivamente. Il principale loro nemico sembra essere il leopardo, ma ne inseguono i giovani, perché hanno motivo di domandarsi se le loro zanne e le unghie siano tali da stare alla pari con le mascelle e con le mani d'un Cinocefalo adulto. I Cinocefali vincono senza difficoltà i cani, ma questi nobili animali non conoscono maggior piacere di quello di dare la caccia alle scimmie. Se una muta di cani scorge una schiera di Cinocefali, si precipita con furore sopra di essa. I Cinocefali fuggono e i cani tengono loro dietro: nemici e persecutori si sparpagliano sempre più, mentre i Cinocefali più deboli si arrampicano per i dirupi per mettersi in salvo. I maschi più forti fingono di rallentare la fuga per attrarre a sé i cani, di tanto in tanto volgono il capo con la rapidità del lampo e lanciano sui persecutori uno sguardo pieno di astuzia e di malizia dal fondo dei loro occhietti. Infine il cane raggiunge il nemico e tenta di addentarlo: la scimmia si volge rapidamente con un grido dl rabbia e abbraccia con le quattro mani il cane inesperto; poi, mantenendolo immobile al suolo, pianta nella gola i terribili denti ferini, gli produce tre, quattro, cinque lunghe e profonde ferite nel petto e nella gola, si avvoltola con esso, lo stringe lo ferisce ancora, e infine lo lascia coperto di sangue e moribondo, mentre con un diabolico urlo di trionfo si slancia sulla montagna dopo aver messo in salvo i suoi piccini. Naturalmente i cacciatori di oggi hanno ammaestrato i loro cani a questo tipo di caccia, e questi sanno ora scansare quella cattiva sorte. I cani ammaestrati alla bisogna non si separano mai, ma piombano insieme sopra una scimmia sola. Tre-quattro cani azzannano un Cinocefalo, cui non servono a nulla le terribili sue armi; se la via alla fuga le é chiusa, la scimmia soccombe inesorabilmente. Per questo i nemici più pericolosi dei Cinocefali, parlando di altri animali, sono i leopardi e i cani. Agli uccelli rapaci non conviene molestare i Cinocefali, ed anche l'aquila più forte rispetta, senza farsi pregare, il più piccolo dei Cinocefali. A parte il sistema del fucile, l'uomo usa per catturare i Cinocefali le loro stesse passioni. Queste scimmie amano moltissimo le bevande alcooliche, e quante più ne hanno più ne trangugiano. Sicché si tratta semplicemente di apprestare all'ingresso dei campi coltivati ampi vasi pieni di liquore: le scimmie ci fanno festa e poi cadono ubbriache; é il momento di legarle senza timore con robuste corde e, quando si riprendono, una buona dose di bastonate fa loro accettare la superiorità degli uomini. Per quanto concerne i loro amori, i Cinocefali sono veramente schifosi. La loro impudenza e la loro libidine non hanno riscontro in nessun altro animale; possiamo anzi dire che la grandezza della loro sessualità si manifesta interamente proprio allora. I maschi desiderano non solo le femmine della loro specie, ma quelle di ogni altro mammifero. Non é leggenda che i Cinocefali rubassero le donne nere o che almeno le sorprendessero e le maltrattassero. Distinguono molto bene gli uomini dalle donne, ed altrettanto si rendono nel modo più evidente uggiosi alle donne per la loro svergognatezza e importunità. I maschi sono sempre in calore, le femmine in determinate epoche, di solito due o tre volte l'anno. Questo stato si manifesta esteriormente in modo disgustoso: le parti sessuali si gonfiano e prendono un colore di fuoco; si direbbe che il tubo vaginale sia seriamente ammalato. In quel momento le femmine sono tanto avide dei maschi quanto questi lo sono di esse per tutto l'anno. L'utilità dei Cinocefali da noi é nulla, mentre i negri del Capo li addomesticano e li usano come scopritori d'acqua. Quando la provvista d'acqua é pressoché terminata gli indigeni danno al Cinocefalo qualche alimento salato. Dopo alcune ore, legato ad una corda, lo lasciano correre: l'animale, tormentato dalla sete, si volge a destra e a manca, avanti, indietro, fiuta l'aria, strappa pianticelle per esaminarle, e finisce sempre con l'indicare, scavando, la sorgente nascosta. Ed ora vediamone le specie più importanti.

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AMADRIADE (Papio hamadryas)

Questo animale era considerato dagli antichi Egiziani come il capo delle scimmie. La loro Santa Scrittura presenta sovente scimmie, ma solo Amadriadi e sempre un maschio adulto che siede sull'altare ricevendo gli omaggi degli uomini. Molte volte lo si trova anche atteggiato a giudice che decide delle azioni buone o cattive degli uomini: regge una bilancia e ne esamina con serietà i due piattelli oscillanti. Una grande venerazione della divinità, di cui era l'effige, si manifesta in ogni antico rilievo egiziano. Probabilmente la venerazione dell'Amadriade e del Coccodrillo aveva il medesimo movente: il terrore, perché fin d'allora vi erano uomini che temevano il loro dio invece di amarlo. Ai giorni nostri l'Amadriade non gode più l'adorazione di quei popoli, perché le sue devastazioni sono troppo grandi per lasciarle ottenere il favore degli uomini che hanno imparato, già molti, quale é il loro Dio, il quale, in ogni caso, non provoca terrore ma amore. Precisiamo, anzi, che in Egitto non esistono Amadriadi che non siano in stato di schiavitù, almeno dal sedicesimo secolo. Al giorno d'oggi l'Amadriade vive principalmente sulle montagne della costa dell'Abissinia e della Nubia meridionale verso il nord, fin dove giungono le piogge. L'acqua vicina é una delle condizioni indispensabili di benessere per una folta schiera di queste scimmie. Dalle più alte vette le brigate si avviano talvolta verso le colline più basse del Samhare e delle lande deserte presso la spiaggia del mare. Ma il grosso della schiera rimane sempre sulle alte montagne.
Là ogni banda abita un territorio di un paio di miglia di diametro; spesso s'incontrano in piccoli gruppi, ma raramente con meno di 150 membri. In un gruppo di tale portata si trovano da 10 a 15 maschi completamente adulti, veri mostri di grossezza e forniti di mascelle e di denti che in forza e lunghezza superano quelli del leopardo; le femmine adulte rappresentano il doppio dei maschi, il resto é costituito da piccini e adolescenti. I maschi adulti si distinguono per la loro formidabile mole e per il lungo mantello, il cui pelo raggiunge addirittura i 25-30 centimetri di lunghezza. Le femmine hanno un pelo più corto e più scuro, cioé olivastro; i piccini somigliano alle madri. Caratteristica é la criniera di queste scimmie, che, formata di peli alternati di verde, di bruno, e cerchiati di giallognolo, risulta d'un colore imprecisabile. I lati della testa e le gambe posteriori sono sempre più chiari, per lo più cinerini, il deretano é di un rosso infuocato, mentre la faccia nuda é d'un carnicino sudicio. Quanto alle abitudini di vita delle Amadriadi, al mattino, in tempo di pioggia, si trovano in comitiva nel luogo di riposo, di solito grandi e piccole spelonche sui fianchi di rocce inaccessibili, o sotto rupi sporgenti. Si vedono accovacciate insieme, i piccoli e i più deboli stretti alla madre ed anche al padre. Quando il tempo é bello lasciano i ricoveri e passeggiano lentamente e pesantemente lungo le pendici, strappando qua e là una pianta la cui radice sembra il loro principale cibo o rivoltando ogni pietra che non sia troppo grossa alla ricerca del ghiotto boccone di una chiocciola o d'un verme. Appena terminata la colazione tutte si avviano alla vetta del monte. I maschi siedono dignitosi e gravi sopra grandi sassi, lungo i quali pende la coda adorna d'un fiocco, col dorso rivolto sempre al vento. Le femmine vigilano costantemente i piccini sempre disposti a scherzare, e si affaccendano attorno ad essi per favorirne le bizze. Verso sera la comitiva s'incammina per andare alla sorgente d'acqua più vicina; poi si mangia ancora una volta e si va a dormire in un luogo adatto. Nel frattempo, naturalmente, é stato preso di mira il campo coltivato più vicino, e qui faranno la loro scappatella quotidiana per rifornirsi col sistema che abbiamo visto parlando dei Cinocefali in generale. Se la sentinella trasmette il segnale di pericolo, tutti i maschi capaci di combattere si avanzano sui bordi del campo e guardano attentamente per valutare l'entità del pericolo; se questo é grave, i giovani si ricoverano presso i vecchi, i piccini si aggrappano alle madri arrampicandosi sulla loro schiena, e tutta la compagnia si mette in moto e scappa sulle quattro gambe correndo e saltando. Ciononostante non si può dire che l'Amadriade abbia paura dell'uomo; a volte, senza darsi pensiero, va tranquillamente a bere nel ruscello dove si dissetano i negri; solo l'uomo bianco preoccupa l'animale, perché quello strano essere dalla pelle così bianca, anziché provare la sua eventuale bravura da vicino con un corpo a corpo, sfoga la sua vigliaccheria da lontano servendosi di un micidiale arnese scuro che fa fuoco con un semplice tocco del dito. Allo stato di schiavitù, le Amadriadi servono egregiamente i giocolieri di piazza e i circhi equestri, ma siccome sono particolarmente schifose e ripugnanti nelle loro fattezze, da noi non vengono più esibite e nessuno più osa spendere un quattrino per dar loro da mangiare. Sono frequenti negli zoo, ma quasi mai vengono messe in gabbie esposte al pubblico: di esse si servono solo i naturalisti per le loro osservazioni scientifiche. Attualmente solo in alcune zone dell'Abissinia le Amadriadi fanno ancora spettacolo, ma non sono mai prive di museruola, perché, quando meno si crede, diventano pericolose.

GELADA (Theropithecus gelada)

E' questa la scimmia gigante della famiglia e notevolmente più grande dell'Amadriade. I maschi adulti del Gelada raggiungono l'altezza dell'uomo medio, e si distinguono dall'Amadriade a prima vista. Il loro colorito dominante é il bruno-scuro; mentre la coda, la testa, la criniera e la nuca sono di colore bruno-chiaro. Sul petto e sul collo si trovano due larghi spazi triangolari nudi e color carne; le callosità delle natiche sono d'un nero-grigio-scuro, come il dorso delle quattro mani e la parte inferiore delle membra anteriori. Il Gelada abita principalmente sugli altipiani dell'Abissinia a notevole altezza, dove si trova in numerose schiere, mentre nelle zone più a valle si trova in piccoli gruppi formati al massimo da 100 a 200 individui. Il suo cibo abituale consiste in bulbi di varie piante che si procura scavando, orchidee, erbaggi, frutta d'ogni genere, insetti, vermi, chiocciole; e naturalmente, come tutte le scimmie, non disdegna di fare le scappatelle sistematiche e devastatrici nei campi coltivati a valle. Nonostante la maggiore mole, però, é meno impudente e importuno dell'Amadriade, ed anche per l'uomo ha maggiore timore, di fronte al quale fugge senza troppo insistere. Con questo, s'intende, non vogliamo affermare che in casi di bisogno non si difenda o non sappia difendersi energicamente, ma, quando può farne a meno, preferisce vivere tranquillo e sereno per i fatti suoi. Gli animali con cui il Gelada non va assolutamente d'accordo sono le Amadriadi. Dobbiamo sapere che i Gelada, specie alle grandi altezze, come abbiamo accennato, vivono in grandi schiere, diremmo a migliaia di unità; le spelonche lungo le rocce ripide costituiscono le loro camere da letto. Dopo la colazione, e nelle giornate di bel tempo, si possono osservare mentre se ne stanno sedute e tranquille al sole; a volte decidono di comune accordo di fare una visita ai campi a valle per fare provviste, ed é durante la discesa che possono imbattersi in una mandria di Amadriadi, che magari si muovono con i medesimi intendimenti. I due eserciti si schierano l'uno contro l'altro; se gli uni si trovano in posizione più elevata, non esitano a scagliare contro i nemici grossi sassi, altrimenti, con un urlo infernale si avvinghiano e tentano di mordersi. Diciamo tentano perché difficilmente vi riescono, non solo a causa del mantello che sfugge alle prese delle manate, ma anche perché troppo prese dallo scambiarsi sputi, urla, minacce a mano tesa e sguardi colmi d'ira. Lo spettacolo che offrono Gelada ed Amadriadi con queste battaglie fra loro é veramente attraente, ed é forse la migliore occasione che ci si offre per vedere sfogare tutta la loro destrezza e bestialità. Ad ingaggiare battaglia sono soprattutto i maschi, ma se per avventura nella mischia dovesse capitare una femmina, allora avviene che lo scontro si fa più violento, non perché la femmina sia più forte dei maschi, ma unicamente perché quest'ultimi vengono presi da un irrefrenabile desiderio di possedere le femmine appartenenti ai nemici. In complesso, però, le battaglie non durano a lungo, perché sembra che ad un certo momento tutti i contendenti si ricordino del motivo per il quale sono scesi dalle vette e, sbuffando e insultandosi, si separano per andare a realizzare la loro impresa: trovare il campo coltivato e devastarlo da cima a fondo.

BABBUINO (Papio cynocephalus)

Il Babbuino non può essere scambiato con nessuna delle altre scimmie finora considerate, perché, specie allo stato di schiavitù, fa sfoggio di tante e tali manifestazioni, che quasi ci dispiacerebbe trattarlo come siamo costretti a trattare i suoi affini. Questa scimmia vive nella patria delle Amadriadi, ma penetra di più all'interno dell'Africa. E' molto conosciuto da noi, nei serragli e negli zoo, ma anche nei circhi equestri, dove sovente ci offre meravigliosi spettacoli di destrezza e d'intelligenza. Nelle movenze negli atteggiamenti, il Babbuino non somiglia per niente agli altri Cinocefali, da essi distinguendosi, però, in senso positivo. E' un animale molto intelligente: da giovane si avvezza molto facilmente all'uomo, impara rapidamente ogni esercizio e, malgrado i cattivi trattamenti, si affeziona al padrone e gli é molto fedele. La femmina é più dolce e più amabile del maschio, che sovente fa segno il padrone dei suoi rancori e delle sue sgarbatezze, mentre quella vive con lui sempre nel migliore accordo. Per rendere meglio l'idea delle abitudini di un Babbuino, crediamo sia utile rendere partecipi i lettori del racconto che ce ne fa un nostro amico che ebbe come ospite una di queste scimmie. Al primo Babbuino che ebbe, il nostro amico dette il nome di Perro. Era una bella scimmia vivace, che in soli tre giorni si affezionò a lui. Per prima cosa le destinò l'impiego di portinaio, legandola alla porta del suo cortile; si deve dire che la vigilò con molta cura: solo le conoscenze del padrone e quelle sue potevano entrare; agli sconosciuti vietava ostinatamente il passaggio agitandosi così pazzamente che bisognava tenerla a bada finché il visitatore fosse entrato, per evitare che gli si precipitasse addosso come un cane furibondo. In ogni momento di rabbia la scimmia alzava la coda, e, reggendosi sulle mani, con la coda si metteva a battere al suolo con violenza; gli occhi lampeggiavano e sfolgoreggiavano, quindi emetteva un grido simile al latrato di un cane e si scagliava furioso contro l'avversario. Naturalmente l'ipotetico avversario se ne stava alla larga, e difficilmente l'animale poteva raggiungerlo: questo fatto non andava a genio a Perro, perché, come si sa, é la scimmia che deve giocare e vincere d'astuzia, e non l'uomo. A volte, dunque, il cinocefalo fingeva una certa paura, assumeva un'aria affettuosa mandava baci affrettati - il che era sempre accettato come pegno d'affetto - e tendeva le mani verso quello cui intendeva fare qualche tiro. Spesso il visitatore appagava il suo desiderio, ma una volta a portata, la scimmia lo afferrava con una mano tirandolo a sé, e lo graffiava e lo mordeva. In un modo o nell'altro, in conclusione il visitatore sconosciuto doveva pagare il pedaggio, o con la paura o con i graffi e qualche morso. Al contrario Perro viveva in buona armonia con tutti gli altri animali che il nostro amico possedeva, con la sola eccezione degli struzzi. In verità solo gli struzzi erano colpevoli delle cattive relazioni che esistevano tra loro: quando il suo servizio alla porta glielo permetteva Perro sedeva molto tranquillo sul suo muro, tenendosi sul capo un pezzo di stuoia a mo' di ombrello per ripararsi dai cocenti raggi del sole. La lunga coda gli pendeva dal muro, ma non ci badava, tutto preso com'era a godersi il meritato riposo. Ora avveniva che gli struzzi, che hanno il vezzo di beccare tutto quello che non é inchiodato e stabile, avvicinandosi al muro e dondolandosi con la loro stupida testa di cammello, beccavano energicamente la coda di Perro, senza che questo se ne avvedesse. Gettar via la stuoia, urlare, aggrappare fra due mani la testa dell'uccello e scuoterla con violenza, era una cosa sola; e spesso doveva passare un buon quarto d'ora prima che la scimmia si riavesse dal suo tremendo furore. Non v'era quindi da stupirsi che Perro regalasse allo struzzo, quando gliene veniva il destro, un forte urtone e qualche energico pizzicotto. Il nostro amico afferma con entusiasmo che Perro, in molte occasioni, gli dette grandi soddisfazioni. La scimmia imparò a cavalcare l'asino senza molti sforzi, ed anche l'asino mostrava di gradire un simile cavaliere, dal quale si vedeva abbracciare il collo con sconfinata tenerezza. A volte il padrone si divertiva a dare al suo ospite sostanze alcooliche, Perro le trangugiava con gusto e, quando gli effetti cominciavano a manifestarsi, diveniva allegro, smorfioso e molto simpatico. Solo l'acquavite non gradiva, perché una volta ne aveva bevuto un buon bicchiere, rimanendo ubbriaco e stordito per quasi un'intera giornata. Poi avvenne che Perro fu condotto in Italia, dove il nostro amico possedeva un vecchio cane, il quale, forse per l'età ormai avanzata, aveva un carattere permaloso e molto difficile: nessuna carezza serviva ad intenerirlo e spesso si avventava contro lo stesso padrone. Il cane, che si chiamava Alan, trovò in Perro non solo un avversario degno di lui, ma anche superiore. Se Alan, ad esempio, se ne stava comodamente sdraiato al sole nel cortile, godendo sull'erba verdeggiante il soave sonno del pomeriggio, il malizioso Perro non tardava a comparire, si accertava con soddisfazione che il nemico dormisse profondamente, gli afferrava la coda e lo strappava ai sogni felici con una rapida graffiatura in quella pregiata appendice. Alan, destato di soprassalto, si slanciava latrando e ringhiando sulla scimmia, che assumeva un atteggiamento aggressivo, percuoteva ripetutamente il suolo con la mano ed aspettava imperterrita il nemico esasperato, che non riusciva mai a raggiungerla con quel suo furore. Quando credeva di addentarla, la scimmia lo saltava d'un balzo, e gli si metteva dietro, abbrancandolo nuovamente per la coda. Nessuno poteva dare torto al povero Alan che si arrabbiava per simili insulti, ma se voleva sottrarsi ai gusti matti e imprevedibili di Perro, gli toccava abbandonare il campo e ritirarsi in buon ordine con la coda fra le gambe. Il nostro amico afferma ancora che il suo Perro amava molto la compagnia dell'uomo, ma preferiva gli uomini alle donne. Con gli uomini era cattivo solo quando gli facevano qualche male o quando supponeva che volessero aizzarlo contro qualcuno. In questi casi era proprio simile ad un cane ammaestrato: bastava che gli si dicesse una parola, ad indicargli il bersaglio, e si precipitava infuriato su di lui e lo mordeva con gran sollazzo. Se qualcuno contro cui era stato aizzato riusciva a farla franca ed anzi lo insultasse, Perro si ricordava dell'offesa ricevuta per settimane e si vendicava appena ne avesse occasione. Il babbuino spesso e volentieri dimostrava una meravigliosa acutezza di ingegno. Rubava con grande maestria, apriva le porte e riusciva molto bene a sciogliere i nodi se credeva con ciò di ottenere qualche cosa. Schiudeva ugualmente scatole e casse e le ripuliva completamente. Il nostro amico per spaventarlo spandeva sul pavimento una certa quantità di polvere da sparo, che faceva scoppiare per mezzo di un'esca: Perro, sentendosi lo scoppio sotto i piedi, mandava un terribile grido e spiccava grandi salti. Poi divenne furbo, sciogliendo con le mani l'esca infernale ed evitando quindi lo scoppio della polvere che a volte mangiava pure, lasciandosi andare infine in esplosioni di grande gioia per averla fatta in barba al padrone. In conclusione possiamo ben dire che il nostro amico era molto soddisfatto del suo Perro. Non così però possiamo dire per sua moglie, la quale non sopportava che il babbuino le aprisse di nascosto la borsa rubandole quei cosmetici con i quali soleva farsi bella la sera che con il marito si recava alle feste del villaggio.
Babbuino Una famiglia di babbuini che si abbevera
Babbuini Babbuini

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GINOCEFALO NERO (Cynopithecus niger)

Questa scimmia si distingue dalle altre specie finora descritte per via della coda che é monca, e per la conformazione del muso, il quale é largo, piatto, corto, ed anche per il naso che non oltrepassa il labbro superiore come negli altri Cinocefali, ma termina abbastanza indietro. La faccia e le natiche sono nude, mentre tutte le altre parti sono ricoperte di un pelo lungo e lanoso che diventa più corto sulle estremità, allungandosi poi, sulla testa, in modo da formare un ciuffo abbastanza rilevato. Il colore del mantello é un nero-cupo uniforme che si fonde nel colore vellutato della faccia nuda. Il deretano é rosso. Quanto alla statura é al disotto di quella dei suoi congeneri; il corpo raggiunge soltanto 62 centimetri di lunghezza e la coda appena 26 mm. I Cinocefali neri si trovano principalmente in parecchie isole dell'Oceano Indiano, le Celebes, le Filippine e le Molucche. Quanto alle loro abitudini di vita ancora oggi non sono molte note. Ma non si discostano da quelle delle altre specie asiatiche. In stato di schiavitù si adatta molto bene e spesso lo troviamo nei giardini zoologici d'Europa, dove ogni giorno vengono esposti per divertire gli spettatori. Ha un carattere baldanzoso e prepotente e si diverte moltissimo a tormentare le scimmie delle altre specie, come i cercopiteci e i macachi. In particolare con questi ultimi dimostra grande familiarità, mentre non é raro il caso che entri in intimità con un Babbuino femmina, verso la quale fa sfoggio di molto riguardo e di belle tenerezze, lasciandosi da essa esplorare il folto pelame. Naturalmente, come tutti gli altri cinocefali e le scimmie in generale, hanno i loro difetti; sicché capita spesso che ci si debba rammaricare per le loro improvvise e imprevedibili bizze.

MANDRILLO (Mandrillus sphinx)

Parlando del guereza abbiamo detto che esso é la più bella delle scimmie; del Mandrillo dobbiamo dire, invece, che é la scimmia più orrenda a vedersi. E' un animale sotto ogni aspetto spaventosamente schifoso, la cui indole corrisponde molto bene al corpo. Questo é piuttosto robusto e tozzo, la testa é ributtante e la ganascia formidabile. I peli sono particolarmente ruvidi e arruffati, mentre il colore delle parti nude é spiacevolissimo. La pelle é d'un bruno-scuro e con lievi sfumature di colore olivastro; i peli sono cerchiati di nero e di verde oliva; sulle punte sono biancastri, sui fianchi bruno-chiari; la barba é gialla limone, mentre dietro le orecchie si trova una macchia di un bianco-grigiastro. Il viso e il deretano sono ugualmente ripugnanti. Il naso é di un rosso-sanguigno e il muso bruno-chiaro, con ai lati due tumefazioni longitudinali. Il deretano e lo scroto sono rossi, le callosità alle natiche grandi e molto gonfie e vivamente colorate di turchino o di rosso lucente, le orecchie e le mani sono nere. Nella giovinezza il viso é nerastro e senza solchi; solo più tardi, e quindi nell'età matura, appaiono due lunghi solchi che passano dal bruno a tinte più chiare. Le femmine non sono mai così vivamente colorate, come anche non giungono mai alla grandezza dei maschi, i quali misurano in posizione eretta 1 metro e 40 centimetri, e, camminando, 90 centimetri. Se nel complesso si tratta di un animale vivamente colorato, dobbiamo pur dire che nessuna scimmia é brutta come il mandrillo. Questo orribile animale si trova di frequente nella Guinea, specie dalla parte della Costa d'Oro. Lo troviamo in bande nelle montagne boscose, in parte sulle rocce, in parte sugli alberi, ma come al solito non disdegna di abbandonare spesso e volentieri questo soggiorno per visitare le abitazioni vicine e saccheggiarle a proprio piacimento. Spesso capita, anzi, che grosse masnade di queste bestie calino nei villaggi, mentre gli indigeni attendono al pascolo degli armenti o al raccolto, maltrattandone nei modi più spaventevoli le donne e i bambini. Del resto gli stessi indigeni, come pure la maggior parte degli altri animali, hanno molta paura della forza erculea e della ferocia senza pari del mandrillo. Questa scimmia é, fra tutti i Cinocefali la più ribelle ad ogni forma di educazione; e se qualche giovane viene addomesticato, quanto può esserlo un Cinocefalo in generale, dobbiamo pur dire che si tratta di una eccezione. Quasi sempre, però, invecchiando, nel mandrillo da noi addomesticato ricompare la sua ferocia in tutta la sua estensione. Allo stato libero, con la sua forza, con la sua scaltrezza e con il suo pericoloso morso può considerarsi il signore della foresta. Non teme nessun nemico e, quel che più fa meraviglia, non ha affatto paura dello scoppio dell'arma da fuoco. Si direbbe che le sue passioni sono di una tale violenza da fargli perdere, quando é furioso, ogni barlume di intelligenza. Paragonata alla sua, la collera delle altre scimmie rassomiglia, per dirla con uno scrittore inglese, a un lieve soffio di vento, mentre quella del mandrillo può paragonarsi ad una bufera che rovina tutto al suo passaggio. Per far inviperire il mandrillo basta uno sguardo di traverso, una parola non gradevole, una minaccia anche velata: l'animale raggiunge un tale grado di furore da dimenticare tutto e precipitarsi a capo chino sul nemico. Un lampo diabolico sfolgora dagli occhi del mostro, apparendo dotato di una forza e di una cattiveria infernali. Possiamo anzi dire che le sue tempestose passioni lo spingono a gettarsi nella mischia, anche con il pericolo di lasciarci la vita, con urli e rantoli selvaggi. Se sopravvive sul nemico conserva il rancore molto più a lungo degli altri Cinocefali, mai perdonando al suo persecutore l'affronto avuto. Non deve costituire meraviglia, pertanto il fatto che gli indigeni non attaccano mai briga con il mandrillo: anzi non penetrano mai nei boschi in cui abita questo animale senza prima munirsi di buone armi. Con la collera anche la sua sensualità non conosce limiti, oltrepassando di gran lunga in svergognatezza e impudenza quella delle altre scimmie. I maschi non assaltano soltanto la loro femmina, ma anche le donne e sono per questo abbastanza pericolosi. Allo stato libero i mandrilli procedono in grosse schiere. Nonostante il loro corpo sia tozzo si arrampicano con destrezza e rapidità tra le rupi e sugli alberi. La loro andatura é leggera e sicura, tuttavia non camminano molto ritti. La loro voce suona cupa e cavernosa, perché viene assordata da una sacca giugulare membranosa: si avvicina al grugnito del maiale. Allo stato adulto é impossibile addomesticarli; del resto é anche molto difficile catturarli con il sistema delle ubriacature, perché sono sempre pericolosi per l'uomo. Da noi vengono portati soltanto giovani e soprattutto femmine, perché i maschi sono troppo terribili, e quando invecchiano maltrattano in modo disdicevole i loro stessi guardiani, verso cui pure dovrebbero avere riguardo per il fatto che danno loro da mangiare. Tutto nel mandrillo é manifestazione di una bestiale svergognatezza esso appaga nel modo più schifoso le sue rozze voglie: sembra che la natura abbia voluto riporre in esso l'immagine del vizio in tutto il suo orrore. Si osserva nei Mandrilli prigionieri, più ancora che negli altri Cinocefali, una grande gelosia dei loro guardiani, e se sono maschi, specialmente rispetto alle donne che loro conoscono, fossero anche le loro mogli. Può capitare, ad esempio, che due fidanzati in giro per un giardino zoologico procedano accarezzandosi affettuosamente: se vengono visti da un mandrillo, debbono immediatamente separarsi se vogliono evitare all'animale una terribile esplosione di gelosia. Una volta nel Jardin des plantes di Parigi un mandrillo maschio era scappato misteriosamente dalla gabbia, e non vi era verso di farlo rientrare. Siccome poteva rendersi da un momento all'altro molto pericoloso per i visitatori, un guardiano, che non era riuscito, nonostante molti sforzi, a catturarlo, ricorse all'astuzia; chiamò una sua figlia e con lei si dispose al di là della gabbia, abbracciandola affettuosamente. Questo era veramente imperdonabile per il Mandrillo, il quale si scagliò con violenza in direzione del guardiano per sottrargli la donna. Per fare questo, però, dovette varcare la soglia della gabbia rimanendovi irrimediabilmente chiuso, senza per altro poter raggiungere lo scopo. Si racconta di mandrilli addomesticati che cercano nelle bevande alcooliche uno sfogo alle loro passioni, ubbriacandosi di birra e di vino, ma divenendo, in tale stato, ancora più schifosi di prima. Uno dei più celebri mandrilli, nonostante tutto, é quello che visse felicissimo in Inghilterra con il nome di Giovanni Felice e che ancora oggi adorna della sua pelle il Museo Britannico. Riferiamo anzi che più volte, Giovanni Felice, ebbe l'onore di speciali inviti come ospite della famiglia Reale, godendo, a dire degli storici, una vita tanto felice quanto nessun cinocefalo poteva e può desiderare. Sul Mandrillo si sono snocciolate le più strane storie: Tropfel crede che sia l'Arktolayon degli antichi animali, considerati come bastardi di un cane e di un orso. Gli indigeni lo chiamano Barris, ed é credibile che esso sia l'autore dei delitti che si ascrivono allo scimpanzé.

DRILLO (Mandrillus leucophaeus)

Non ci soffermiamo molto su questa scimmia, perché ha forma e costumi di vita molto simili a quelli del Mandrillo. La sua faccia, però, é sempre nera; il suo pelame verdognolo, mentre i rigonfiamenti grinzosi che scorrono lungo il naso non fanno pieghe. La coda é un moncone simile ad un pennello. Quanto a statura é un po' più piccola del Mandrillo, mentre la sua patria é la medesima; l'unica differenza che é fra il Mandrillo e il Drillo é che quest'ultimo si adatta più facilmente allo stato di cattività, specie se catturato da giovane; ma, come tutti gli altri Cinocefali, diventa insopportabile, riottoso, brutto e schifosamente svergognato nell'età matura. Concludendo la trattazione delle scimmie del Continente Antico, possiamo dire di avere incontrato quelle più belle e intelligenti, nonché più interessanti per le osservazioni del naturalista. E' con rammarico, quasi, che ci allontaniamo da queste scimmie, per interessarci di quelle del Nuovo Mondo, delle quali parleremo qui di seguito: tuttavia le sorprese che ci attendono ancora non sono di poco conto, e siamo certi che i lettori ci seguiranno con uguale entusiasmo perché ci troveremo comunque di fronte a individui, manifestazioni, abitudini di vita, in una parola, di fronte ad un mondo animale altrettanto interessante e affascinante.

SCIMMIE D'AMERICA

Le scimmie d'America si distinguono dalle loro cugine del Continente Antico per la forma del corpo e delle estremità, come per i denti. Il corpo é generalmente sottile, le estremità lunghe, la coda é sempre presente, né si può definire rudimentale, servendo spesso come da quinta mano, giacché possiede all'apice forti muscoli, che permettono all'animale di avvoltolarla e quindi usarla come strumento di presa: é per questo che si dice coda prensile. Il pollice delle mani anteriori non é opponibile come in quelle posteriori. Le unghie sono piatte. Invece di 32 denti, la dentatura ne conta 36 (vi sono 6 molari per parte). Non hanno né borse alle guance né callosità alle natiche; il setto nasale é largo. Nessuna specie giunge ad una mole considerevole e nessuna di queste scimmie ha il muso sporgente. Il colore é vario, ma non tanto variato come nelle scimmie dell'Asia e dell'Africa. L'area di diffusione nel Nuovo Continente si limita all'America meridionale. Queste scimmie sono quasi esclusivamente arboricole ed abitano principalmente le foreste vergini. Preferiscono ai luoghi asciutti quelli che sono innaffiati ed anche umidi; d'altra parte dobbiamo dire che esse scendono a terra solo in caso di estrema necessità, giacché persino per dissetarsi agiscono in maniere diverse rispetto agli altri animali: sospese al ramo pieghevole di una pianta, scendono sull'acqua e bevono senza lasciarlo. Inoltre non é raro che queste scimmie compiano spostamenti per centinaia di miglia senza toccare una volta il suolo. Del resto gli alberi offrono loro tutto quello di cui hanno bisogno, giacché il loro cibo consta solo di parti di vegetali di ogni specie, come anche d'insetti, di ragni, di uova d'uccelli, o giovani uccelletti e di miele; e, fatto che ci può sembrare strano, accade di rado che saccheggino una piantagione. Per la maggior parte si tratta di animali diurni e solo alcuni sono notturni o crepuscolari. Tutti, però, sono vivaci e forniti di destrezza; tutti si arrampicano con perfezione ed adoperano, come accennato, in modo speciale la rimarchevole coda, la quale é tutto per questi stupidi animali. Disadatte come sono, ad esse necessita un appoggio per la corsa, e questo é offerto dalla coda avvolgibile in tutte le circostanze, servendosi di essa in ogni atteggiamento, e anche durante il più perfetto riposo. D'altra parte la forza muscolare della coda, che oltrepassa di gran lunga quella delle estremità, rende loro possibile una vita tranquilla e anzi pare che la natura l'abbia data loro in dono per compensarle della privazione della potenza intellettuale e fisica, propria dei loro cugini del Continente Antico. A differenza di esse, però, le scimmie americane hanno un'andatura sempre incerta, titubante, insomma cattiva, sebbene procedano sempre sulle quattro gambe. Anche per intelligenza sono molto al disotto delle scimmie del Continente Antico: sono, sì, selvagge, pacifiche e fiduciose, ma anche terribilmente stupide, inette, incapaci di imparare e tardone. Alcune sono curiose e maliziose; altre invece sono arcigne, egoiste, caparbie, furbe e mordono volentieri. Sono pure gelose, avide e ladre: insomma hanno abbastanza difetti senza avere i pregi delle scimmie del Vecchio Mondo. Se dovessimo scegliere fra quelle del Vecchio e quelle del Nuovo Mondo, non rimarremmo molto a lungo perplessi sulla scelta da fare. Allo stato libero le scimmie americane sono molto timide e paurose, né sono capaci di discernere il vero dal finto pericolo; pertanto fuggono ad ogni insolita apparizione, preoccupandosi di nascondersi quanto più presto possono nel fitto dei rami. Rimanendo ferite mordono con violenza chi le vuole catturare; sane, si difendono solo con deboli nemici. Allo stato di schiavitù si comportano bene, ma invecchiando diventano cattive e mordono. Se dovessimo esprimere il nostro pensiero, diremmo che per la loro lentezza intellettuale e fisica, per il loro aspetto melanconico, per i suoni lamentevoli che emettono, per la loro sporcizia, per la loro debolezza e per tutte le loro proprietà e costumi, non sono assolutamente raccomandabili come compagne e passatempo dell'uomo. Solo alcune specie fanno eccezione e vengono quindi frequentemente addomesticate e trattate con affetto. Alcune posseggono una grande sensibilità; esprimono i loro sentimenti con il riso o con il pianto, e sono perciò particolarmente care alle donne sensibili e amanti delle bestie. L'amor materno é molto sviluppato nelle scimmie americane; esse danno alla luce un piccolo o due e li amano, li accarezzano, li custodiscono e li proteggono con una premura ed un affetto che suscitano la nostra ammirazione e simpatia. Non si può dire che all'uomo tornino nocive, perché la loro patria preferita é la selva ampia e ricca; non hanno bisogno del «signore della terra», neppure delle sue «civili istituzioni». Solo alcune specie effettuano scappatelle nei campi coltivati, ma per riscuotere soltanto un piccolo tributo che non ha a che fare con i saccheggi che si permettono le scimmie del mondo antico. Quello a trarne profitto, invece, é l'uomo, che fa loro la caccia, gustandone la carne e servendosi della loro pelle. Molti viaggiatori, infatti, hanno per lungo tempo considerato la scimmia come una selvaggina preziosa, facendosi apprestare con la sua carne gustosi brodi e squisiti arrosti, mentre molte delle nostre delicate signore europee coprono le loro mani di quello che fu un tempo l'involucro di una scimmia. Sono animali di grande importanza per gli indigeni, che trovano nella loro carne una buona parte della loro alimentazione. Fino a non molti decenni fa usavano l'arco per quella caccia, e anche le frecce dalla punta avvelenata, ma ora si servono pure dei fucili a fuoco, imitando in questo i cacciatori europei. Al tempo delle frecce le scimmie colpite davano impressionanti manifestazioni di dolore, tentavano spesso di liberarsene ma quasi sempre la punta avvelenata rimaneva conficcata nella pelle, facendole morire fra strazianti dolori. Anche gli indiani si impadronivano - in alcune zone avviene anche oggi - delle scimmie, servendosi delle frecce. Quando gli Arkunos volevano addomesticare una scimmia adulta ricalcitrante, spalmavano la freccia nel veleno e poi colpivano. La scimmia cadeva tramortita, la sua ferita veniva succhiata, e quindi seppellita nella terra sino al collo, si iniettava poi nella bocca della prigioniera una soluzione di salnitro o una soluzione di canna da zucchero. Quando tornava in sé la si toglieva dalla terra e si fasciava come un neonato. Poteva avvenire che la scimmia venisse presa dal furore; in questo caso veniva sospesa in mezzo al fumo fino a quando l'occhio traditore dell'animale diventasse dolce e implorasse perdono. Quindi si scioglievano le fasce, uscendone una scimmia non più cattiva ma del tutto dimentica della vita che aveva vissuto libera nel bosco. Alle scimmie urlatrici e miceti viene assegnato il primo posto nella seconda famiglia del nostro ordine. Il loro corpo é snello, ma tuttavia più depresso che non negli altri generi delle scimmie del nostro Continente. Le estremità sono ugualmente sviluppate, le mani hanno cinque dita, la testa é grossa e il muso sporgente, il pelame folto si allunga sul mento a mo' di barba. Ma procediamo per ordine, presentando le specie più conosciute e interessanti. Largamente diffusi, i Miceti (Mycetes) vivono preferibilmente nei paesi tropicali e meridionali dell'America del Sud. Boschi folti ed umidi sono il loro soggiorno; si trovano nelle steppe, solo là dove i gruppi di alberi si sono moltiplicati in boschetti e dove l'acqua é vicina; é impossibile trovarli nelle località asciutte. Per quanto concerne il loro modo di vivere, dobbiamo dire che é così uniforme che quando si conosce quello di una specie lo si può estendere a tutte le altre. Nei nostri libri di studio troviamo più di una dozzina di nomi di miceti, nomi che nel pensiero del naturalista indicano specie particolari; ciò nonostante é da credere che tutti i miceti provengano da pochissime e forse solo due o tre specie. Le nostre descrizioni del loro modo di vivere sono fondate sulle osservazioni raccolte da illustri naturalisti, come Alessandro di Humboldt, il principe Massimiliano di Neuwied, Reugger e Schomburgh, sopra due specie, il Micete rosso e il Micete nero.

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MICETE ROSSO (Alouatta seniculus)

I maschi di questa specie hanno un pelame di colore rosso vivo lucente con riflessi gialli dorati sulla schiena; la femmina é più scura, sovente di un bruno-nerastro. Il piccino somiglia alla madre. In lunghezza misura 32 cm. e dalla coda 43 cm. Vivono in bande numerosissime nel Paraguay e nel Brasile meridionale; specie nelle zone coperte da folti boschi. Non é raro trovarli in gruppi di oltre duemila individui nello spazio di un solo miglio quadrato; mentre raramente si trovano in brigatelle più piccole, per lo più famiglie da 3 a 10 componenti. Il Micete rosso é una delle scimmie urlatrici d'America e attorno ad essa si sono sviluppate, nei tempi, molte favole, non solo presso gli indiani ma anche presso i bianchi. Lasciando da parte quello che dicono i favolisti, riferiremo quanto di persona ci é stato dato di osservare. Dopo il mio arrivo avevo udito ogni giorno risuonare, nella selva vergine, dal sorgere al tramontare del sole, gli spaventosi urli di numerose scimmie senza che mi fosse riuscito di trovarle. La cosa mi dispiaceva molto e non vedevo il momento di fare la loro conoscenza. Sicché un mattino, dopo colazione, provvisto di fucile e penetrato nel bosco udii dall'interno un selvaggio grido che mi procurò un grande ardore bellicoso. Attraversando macchie e cespugli mi affrettai a camminare in direzione del suono e raggiunsi lo stuolo delle scimmie dopo molti sforzi e lunghe ricerche senza essere osservato. Appollaiate sopra un'alta pianta, quelle scimmie facevano un concerto così spaventevole da credere che tutte le fiere della foresta fossero impegnate su quell'albero in una lotta mortale. Stando ad osservarle, però, non potetti negare che esisteva fra di loro una specie di accordo. Ora, ad una battuta, taceva tutta la società sparsa sugli alberi; ora uno dei membri faceva udire la sua voce scordata e gli urli cominciavano di nuovo. Caratteristico era il tamburo osseo di quegli animali, che si vedeva distintamente andare su e giù durante il grido. A volte sembravano grugniti di maiali, poi assumevano il tono del ruggito del giaguaro quando si precipita sulla preda, infine sembravano scandire le note più basse e profonde dell'urlo di una belva, quando, accerchiata da nemici, riconosce il pericolo che la minaccia. Possiamo dire, senza timore di sbagliare, che é proprio vero che queste scimmie sono guidate da un capo corista, il quale si distingue dagli altri non solo per il tono stridente della sua voce, ma anche per la sua forma gracile e smilza. In complesso le scimmie urlatrici sono esseri molto particolari, poiché la loro vita é veramente singolare e offre in conseguenza uno studio sempre interessante all'osservatore. Solo gli indiani odiano e disprezzano le scimmie urlatrici, per via del loro aspetto esteriore e per la indole noiosa. Neppure noi bianchi possiamo amarle, giacché né allo stato libero, né in quello di schiavitù, mostrano gentilezza o cambiano il loro modo di vivere, ma considerandole come urlatrici, con i tempi che corrono, dobbiamo senz'altro ammirarle, non solo per il loro modo di urlare ma anche perché, e quasi sempre, urlano ancor meglio degli urlatori del nostro genere umano. Arcigne e malinconiche sono le scimmie urlatrici; e, a differenza dei nostri urlatori, non si trastullano mai tra loro, mentre quando non mangiano o urlano, esse dormono, pacifiche e serene rendendo singolarmente uniforme tutta la loro vita. Nel corso della giornata le piante più alte della foresta sono la loro dimora prediletta; quando si fa notte, invece, scendono nel denso fogliame intrecciato degli alberi più bassi e si addormentano. Quando sono sveglie, lentamente, quasi strisciando, si arrampicano da un albero all'altro, cogliendo foglie e gemme, spiccandole garbatamente con le mani, e garbatamente portandole alla bocca. Una volta sazie, siedono accoccolate sopra un ramo e rimangono immobili con gli occhi fissi, con l'atteggiamento di un vecchio decrepito sonnolento, il cui capo cade sul petto; oppure, sdraiandosi sul ramo per tutta la lunghezza del loro corpo, lasciano penzolare le quattro estremità dai due lati, tenendosi avvinghiate al ramo solo con la coda. E' sufficiente che uno di essi si disponga in questo modo perché tutti gli altri lo imitino lentamente e stupidamente. Se uno dei maschi adulti lascia l'albero sul quale la famiglia soggiorna, tutti gli altri lo seguono sbadatamente, Veramente strana l'uniformità delle movenze di queste scimmie. Quando i rami degli alberi vicini non si toccano il maschio che é a capo della banda si spinge con la parte callosa della coda, destinata ad afferrare, lascia il corpo dondolare liberamente qua e là finché possa abbrancare il ramo più vicino: poi tutta la comitiva esegue a puntino e stupidamente il medesimo esercizio, nel medesimo luogo. Per i miceti la coda é senza dubbio il più importante strumento di locomozione; l'adoperano per assicurarsi in ogni posizione; l'adoperano per afferrare qualcosa e trarla a sé; e comunque serve sempre a dare ai loro lenti movimenti la sicurezza che stimano indispensabile. Essendo maldestre nelle movenze, a differenza delle altre scimmie non osano mai spiccare grandi e arditi salti senza prima essersi assicurate che la coda abbia afferrato saldamente un ramo diverso da quello su cui sono assise. Data la forza che posseggono nella loro parte esterna, le scimmie urlatrici si sospendono all'apice della coda come ad un uncino; e a volte può capitare che anche morte restino avvinghiate al ramo per via dei muscoli contratti della coda che non si distendono. Se le scimmie urlatrici si accorgono di non essere seguite, si trattengono a lungo nello stesso luogo sempre fedelmente unite alla famiglia. Di notte e quando piove stanno quiete quiete e zitte: solo nelle giornate serene e di giorno si danno a quegli infernali concerti di cui abbiamo parlato. Durante la musica tutta la società rimane immobile nella posizione già presa: i maschi ordinariamente sui rami degli alberi più alti, la famiglia un po' più giù nel fogliame. Qualche volta urlano per intere ore con brevi interruzioni. Non conosciamo la causa che spinge quegli animali ad eseguire quello strano concerto; né, d'altra parte, possiamo dire che lo facciano per paura, giacché é proprio quando si avvicina un cane, ad esempio, che si tacciono. In caso di pericolo fuggono cercando di nascondersi quanto più é possibile nel fitto fogliame, e passando da un ramo all'altro, forse per angoscia, ma probabilmente anche per vendetta, lanciando al nemico i loro schifosi escrementi. Quanto al loro cibo dobbiamo dire che non soffrono mai di carestia: quando non c'é varietà e abbondanza di frutti mangiano tutto quello che é possibile, come semi, foglie, germi, fiori, ed anche gli insetti, le uova e i giovani uccelletti senza difesa. Il Micete rosso non é dannoso ai campi coltivati, anche se soggiorna sul loro limite: preferisce le foglie di alberi al frumentame e ai poponi. Le loro famiglie constano sempre di un numero maggiore di femmine rispetto ai maschi. E' probabile che i maschi siano di meno perché si combattono per rivalità in amore, anche se la loro pigrizia e la loro indolenza starebbero ad escluderlo. La famiglia, però, sia grossa o piccola, abita il medesimo albero e si tiene sempre raccolta. La femmina partorisce in giugno o luglio il suo unico piccolo, il quale durante la prima settimana di vita si appende con le quattro mani al seno materno, come fanno le scimmie del Continente Antico. Più tardi la madre lo porta sulla schiena senza esprimergli il suo affetto con carezze, ma neppure trascurando mai il suo pegno d'amore. Appena capaci di mangiare da soli, i piccoli vengono messi, anche per forza, sui rami e da questo momento debbono vivere per proprio conto. Allo stato di schiavitù é molto difficile addomesticarle, non solo perché sono stupide ma anche perché si ammalano presto, e, sempre meste ed annoiate, perdono quella allegria che le distingue allo stato libero. La loro pelliccia é molto apprezzata, mentre gli indiani ne mangiano volentieri la carne. Quando si vede un indigeno divorare il braccio o una gamba di una scimmia arrostita ci viene da pensare che dalle abitudini di mangiare animali così somiglianti all'uomo derivi il fatto che i selvaggi abbiano così ribrezzo della carne umana. Le scimmie arrosto, e particolarmente quella dalla testa rotonda, rassomigliano in modo spaventevole ai bambini, ed é per questo che gli europei cui tocca cibarsi di quadrumani fanno tagliare la testa e le mani, lasciandosi servire solo il tronco. La carne del Micete é così asciutta e magra che può essere conservata, quando é arrosto, per molto tempo senza vederla minimamente impuzzolentire. Non é facile uccidere le scimmie urlatrici, non perché sia difficile scoprirle, ma perché si portano molto in alto: e per colpirle gli indigeni ancora oggi preferiscono servirsi delle frecce avvelenate, e provano un gran piacere quando le vedono cadere al suolo una dopo l'altra sotto i colpi dei loro silenziosi, micidiali arnesi.

MICETE NERO O CAPRAIA (Alouatta belzebul)

Quanto abbiamo detto per il Micete rosso vale anche per questa scimmia. Rispetto a quello é solo leggermente più corta, ma, come quello é urlatrice, stupida e dalla coda prensile. L'unico tratto che la distingue é il colore del pelame, che tende al bruno scuro. Gli Ateli (Ateles) si distinguono per avere un corpo gracilissimo con le estremità lunghe e scarne. Queste scimmie rappresentano in America gli ilobati o scimmie dalle lunghe braccia del Continente Antico, pur non avendone né la vivacità né la grande sveltezza. Il primo naturalista che li scoprì li chiamò scimmie ragno, e forse non aveva tutti i torti: hanno infatti il corpo molto piccolo, la faccia senza barba, il pollice della mano anteriore rudimentale, e la coda prensile nuda all'apice sulla parte inferiore. L'America meridionale é la loro patria, e le cime degli alberi più alti sono le loro dimore. Raramente scendono a terra, e quanto alle loro abitudini di vita somigliano alle scimmie urlatrici, di cui sono anche meno belle, ma più graziose. Le loro movenze sono veramente ridicole; muovono l'estremità come se le loro articolazioni fossero dislogate; contraffanno il loro viso, che naturalmente esprime bontà, nelle più ributtanti smorfie. Le specie si distinguono poco le une dalle altre, ciò nonostante é necessario far le distinzioni onde chiaramente spiegarsi.

COAITA (Ateles paniscus)

E' la scimmia più grande del genere, e vive in Guiana. Il suo corpo ha circa 60 cm. di lunghezza, e la coda é anche più lunga. Il pelame ruvido allungato sulle spalle, più fitto sul dorso che sulla pancia, irto a guisa di ciuffi sulla fronte nero-cupo, e sulla faccia rossiccio; la pelle scura e le palme delle mani chiare. Ha il viso che esprime bontà, gli occhietti bruni e vivaci hanno un'espressione piacevole.

MARIMONDA (Ateles belzebuth)

E' una delle scimmie più piccole del Continente, misurando appena un metro e venti di lunghezza fra corpo e coda. Il pelame liscio e lucido é di un rosso fosco, più scuro alle mani, più grigio sui fianchi, sui lombi e sulle cosce, bianchiccio sotto il collo e nella parte inferiore del corpo. Il pollice manca del tutto alle mani anteriori.

MIRIKI (Brachyteles arachnoides)

E' la scimmia più grande di quelle che vivono nel Brasile, misurando oltre un metro e venti di lunghezza, ha il corpo robusto, testa piccola, collo corto, lunghe membra e un pelo folto e quasi lanoso. Di solito é di colore giallo fulvo, ma talvolta anche biancastro o giallo-grigio; la parte interna delle estremità generalmente é più chiara; la faccia nuda é bruno-nera negli esemplari giovani, mentre in quelli adulti é bruno-scura. Il pollice delle mani anteriori é un breve moncone senza unghia. Il Miriki - e quanto diciamo vale anche per le altre specie degli ateli - allo stato libero vive in bande da dieci a dodici individui, percorrendo i grandi boschi delle basse terre dell'America Meridionale. Le loro movenze, in confronto del lento e mesto saltellare delle scimmie urlatrici, si possono dire svelte. La notevole lunghezza delle estremità permette loro di correre e di arrampicarsi, spingendosi senza fatica celermente in avanti, tanto che il cacciatore che le voglia inseguire ha da sudare le proverbiali sette camicie. Arrampicandosi e muovendosi destramente sulle cime degli alberi spiccano talvolta piccoli salti. Naturalmente la prudenza non é mai troppa, per cui hanno sempre cura di spingere avanti la coda, in cerca di un punto d'appoggio, prima di decidersi a lasciare il ramo su cui si trovano. Spesso l'intera famiglia se ne sta in un indolente riposo su rami e ramoscelli, gustandosi comodamente il sole. Vederle camminare é una vera sofferenza: l'andatura é vacillante e molto incerta, la lunga coda, che per mantenere l'equilibrio oscilla da ogni parte, contribuisce a renderle ridicole nelle loro movenze. Se poi ci capita di vederle al suolo pianeggiante, i loro movimenti risultano ancora più goffi. La riproduzione di queste scimmie avviene nei mesi di agosto e settembre. Quanto al loro cibo si accontentano di foglie e di frutta senza arrecare danno alle piantagioni, ma si sa come sono questi uomini: questi se sono molestati dalle scimmie si difendono e contrattaccano, ma anche quando vengono lasciati in pace non esitano a dar loro la caccia. I Portoghesi, in modo particolare, apprezzano molto la pelle degli Ateli mentre i selvaggi ne mangiano saporitamente la carne; anzi qualche tribù di indiani la preferisce ad ogni altra cacciagione, uccidendone a migliaia. Gli indigeni partecipano numerosi alla caccia di queste scimmie, le quali, anche se non hanno una voce poderosa come quella dei Miceti, si tradiscono ugualmente. Appena scoperti, questi innocui animali fuggono spaventati, servendosi delle lunghe estremità e soprattutto della coda; a volte tentano di spaventare gli uomini con smorfie ed urli tremendi, ma quando sono feriti si rassegnano al destino senza fuggire. I feriti orinano e lasciano cadere escrementi liquidi, poi, mortalmente colpiti, rimangono sospesi a lungo sui rami, finché la morte abbia allentato i muscoli e il corpo piombi esanime al suolo. Allo stato di schiavitù queste scimmie non sono molto diffuse, perché in confronto di quelle del Continente Antico sono molto poco intelligenti. Ciononostante si fanno amare, né mai mostrano insolenza o cattiveria; mentre la loro collera, che si esprime con smorfie e gridi, svanisce così rapidamente come é venuta. Con i loro strani atteggiamenti riescono anche a divertire, e se le trattiamo bene cercano in qualche modo di ricambiare con la loro tenerezza. Non é raro il caso di vedere uno di questi Ateli stringere nelle lunghe braccia e con grande tenerezza quelli che conosce, abbracciando con accortezza e piangendo di dolore quando l'amico lo lascia. Un capitano di marina inglese che possedeva un Atele, descrive in modo grazioso l'animale e il suo comportamento. Si trattava di una scimmia di nome Sally, molto dolce e accomodante; due sole volte ebbe a morsicare, ma nel primo caso lo aveva fatto per legittima difesa. Era scappata dal serraglio e una gran folla la incalzava aspramente. Quando finalmente fu spinta in un angolo, il padrone volle prenderla con atteggiamento arcigno. Voleva dimostrare che non aveva da temere, ma fu premiato con una brava dentata al pollice. Il suo passatempo preferito consisteva nell'arrampicarsi su corde stese orizzontalmente e anche quando era libera di farlo non si permetteva di rubare; com'era comune per quasi tutte le altre scimmie. Pur non mostrando eccessiva intelligenza, era riuscita a sedere a tavola con il padrone e se ne stava come si addice ad una persona molto bene educata, adoperando solo il suo piatto ed aspettando per mangiare l'invito del padrone. Quanto alle pietanze era piuttosto schifiltosa: preferiva i vegetali, la frutta, il pane bianco, ma rifiutava sdegnosamente il pane nero, specie se era asciutto. Un giorno la lasciò libera di percorrere la città a suo piacimento, quindi uscì per andare a fare le compere. Grande fu la meraviglia del capitano inglese, quando alzando gli occhi vide la sua scimmia saltellare su un cornicione tutta allegra per il fatto di aver incontrato il padrone. Sally passò un brutto quarto d'ora solo quando fu portata sulla nave. Siccome tutti i marinai le volevano bene, un giorno le fu servita una merenda fatta di mandorle e uva secca, di frutta e di olive. L'animale gustò soprattutto le olive, ma poi fu preso da una gran sete; e poiché i marinai disponevano solo di acquavite, la scimmia ne vuotò un fiasco, con gran piacere degli ufficiali. Naturalmente Sally si prese una formidabile sbronzatura, per liberarsi della quale stette immobile per quasi due giorni. Dopo di allora non accettò più acquavite, ma neppure mangiava le olive, causa involontaria di un sonno tanto prolungato. Mentre i primi due gruppi di scimmie del Nuovo Mondo sono ancora poco diffusi nei nostri giardini zoologici, i Cebi (Cebus) li troviamo presenti in tutti i serragli. Questi animali si distinguono dalle altre scimmie soprattutto per il loro corpo proporzionato, per la lunghissima coda tutta coperta di peli, la quale, se ancora serve per avvinghiarsi ai rami, tuttavia non é adatta come strumento di presa. I Cebi hanno il cranio tondeggiante, le braccia di mediocre lunghezza, le mani sempre con cinque dita. Una barba più o meno sviluppata adorna il viso, mentre tutto il pelame é folto e corto. Queste scimmie si possono considerare come i Cercopiteci dell'America, difatti hanno grande rassomiglianza con quella allegra schiera, anche se più nel fare che, nella forma. Sono vere scimmie, cioé vivaci, intelligenti, curiose e capricciose. Sono facilmente addomesticabili e debbono alla dolce e piagnucolosa voce il nome di scimmia piagnona. Naturalmente questa debole voce si ode solo quando sono serene, perché al minimo pericolo strillano orribilmente. I Cebi vivono esclusivamente sugli alberi, e vi si trovano nel loro elemento come i loro cugini oltremarini sulle mimose e i tamarindi. Comunissime un tempo solo nel Brasile, abitano ora tutte le foreste dell'America centrale e meridionale, vivendo in numerose società e spesso frammiste con altre famiglie affini. D'altronde la loro socievolezza é così grande che si legano volentieri con tutte le scimmie che incontrano per caso, fatta eccezione - ovviamente - per quelle che danno loro molto fastidio, dalle quali prudentemente si tengono lontane. Da questa vita in comune deriva l'incrociamento, da cui proviene una tale varietà di pelame e di colorito da imbarazzare gli osservatori degli animali. Esaminiamone le specie più interessanti e conosciute.

CAPPUCCINO O CAY (Cebus capucinus)

Nella lingua dei Guarani, cay significa «abitante del bosco», ma la parola fu sfigurata dagli europei e ci é adesso meno familiare del nome di Cappuccino. Il Cappuccino appartiene alle specie più grosse della sua famiglia. Il corpo misura 40 centimetri, e la coda oltre 30. Il pelo é folto, mentre il colore, per via degli incroci, é soggetto a mutare frequentemente. I giovani sono d'un giallo chiaro alquanto brunastro; bruni sul cranio, le braccia, le gambe e la coda; nelle parti nude la faccia é carnicino-bruniccia; le mani e i piedi sono più violacei. Allo stato adulto il colore cambia: la testa é gialla, bruno-scuri o neri sono le braccia, il cranio, le gambe, la coda e le mani, mentre sul viso si notano corti peli d'un bianco lucente, azzurrino alla punta, che formano sulla fronte una larga macchia chiara. Quando sono vecchi i Cappuccini portano un pelo color bruno-nero sul petto e sulla pancia, e barba lunghissima; le femmine, più gracili, sono sempre d'un colore più chiaro.
L'area di diffusione del Cappuccino giunge al Tropico e al disopra delle Ande: da Bahia sino alla Colombia é dappertutto comune. Preferisce i boschi, e passa sugli alberi la maggior parte della sua vita, e ne discende solo quando vuol bere o visitare un campo di mais. Non ha un soggiorno determinato: di giorno vaga di pianta in pianta in cerca di alimenti, di notte riposa fra i rami intricati d'un albero. Di solito si trova in piccole famiglie da cinque a dieci individui, di cui la maggior parte é di femmine. E' molto difficile osservare il Cappuccino allo stato libero, perché é un animale molto timido e pauroso. Un mio amico che ha avuto la fortuna di osservare abbastanza bene una schiera di Cappuccini, mi racconta che vide queste scimmie dirigersi con gran lena verso una piantagione di aranci. Sedute sull'albero ne coglievano il frutto e poi saltavano sull'albero vicino, dove comodamente mangiavano la preda servendosi dei saldi rami come di una tavola adatta alla bisogna. Messe le arance fra le gambe posteriori, col dito cercavano di strappare un po' della buccia vicino al picciuolo; se ciò non avveniva, percuotevano irosamente il frutto sul ramo finché la buccia si screpolasse. Nessuno tentava di strapparla con i denti, probabilmente perché ne conoscevano l'amaro sapore; ma appena una piccola fessura si era prodotta, ne levavano in gran fretta una parte leccando avidamente il sugo zampillante, non solo sul frutto ma sulle loro mani e sulle loro braccia, poi ne mangiavano la polpa. Quando l'albero fu spogliato, i più forti tentavano di togliere il bottino ai più deboli, la qual cosa dette origine alle più strane smorfie: sgranando i denti si accapigliavano a vicenda. Quando tutto fu finito, ed ormai sazi, si sdraiarono, come fanno i Miceti, lungo i rami orizzontali, e si riposarono tranquilli e beati. Il Cappuccino giovane si lascia facilmente catturare e addomesticare, mentre i vecchi non si adattano altrettanto facilmente alla schiavitù, divenendo mesti, rifiutando il cibo che viene loro offerto, e morendo d'inedia dopo alcune settimane. Il giovane, invece, dimentica presto la libertà goduta nei boschi e si lega all'uomo, con cui divide, come molte altre scimmie, i cibi e le bevande. Come i suoi affini, il Cappuccino ha un aspetto placido e tranquillo, che sembra stonare con la sua vivacità. Di solito si regge sulle quattro mani; la sua andatura sopra un suolo piano é molto varia: ora procede a passo a passo, ora trotta, ora spicca capriole e salti. Per abituarlo a camminare sugli arti posteriori é necessario legargli gli anteriori sulla schiena: dapprincipio cade sul viso, poi, man mano, si adatta a stare zitto. Per dormire si arrotola su sé stesso coprendosi il viso col braccio e con la coda; dorme di notte e nei pomeriggi caldi, mentre per tutto il resto della giornata é in continuo movimento. Il grido del Cappuccino muta a seconda delle sue emozioni. Di solito si ode emettere un suono a mo' di flauto, che pare provenire dalla noia. Se desidera qualcosa, però, geme; esprime la meraviglia o l'imbarazzo con una specie di zufolo; nella collera, infine, con una voce profonda e ruvida, grida diverse volte: «hu! hu!». Nel timore e nel dolore strilla; nella gioia sghignazza. Con questi caratteristici suoni il capo comunica alla sua banda tutte le sue impressioni nello stato libero. Del resto non si parlano soltanto per mezzo dei suoni e delle movenze, ma anche con una sorta di riso e di pianto. Il primo ha luogo col ritirarsi dell'angolo della bocca, ma senza rumore; il secondo con gli occhi pieni di lacrime. Come tutte le scimmie, il Cappuccino é molto sudicio; lascia cadere ovunque escrementi senza vergogna. Anche questa scimmia sa distinguere gli uomini dalle donne; i maschi mostrano il loro interesse per le donne e le ragazze, le femmine solo per gli uomini e i ragazzi; ma non accade mai che vadano oltre nei loro desideri, perché, a differenza dei Cinocefali, sembrano più capaci a dominare la loro sensualità. Le qualità intellettuali del Cappuccino meritano tutta la nostra attenzione. Impara sin dai primi giorni di schiavitù a riconoscere il padrone e chi lo serve; viene a cercare da lui cibo, calore, protezione e aiuto; si affida completamente a lui, si rallegra quando gioca con esso, e si lascia fare ogni tipo di scherzo. Del resto non si affeziona solo agli uomini, ma anche ad altri animali con i quali viene allevato. Nel Paraguay frequentemente lo si alleva con un giovane cane che deve servirgli di destriero. Se ne viene diviso scoppia in grida; nel rivederlo lo copre di carezze. E il suo affetto é capace anche di sacrifici, giacché nelle baruffe con altri cani difende l'amico con coraggio. Naturalmente il suo comportamento é alquanto diverso se viene maltrattato. quando si sente abbastanza forte, oppone forza a forza, mordendo l'uomo che lo stuzzica. Ma se ha paura del suo avversario ricorre alla dissimulazione, cercando di vendicarsi di lui se lo può cogliere inavvertito, magari girandogli dietro e prendendolo per i fondelli. Lasciati a sé, invece, i Cappuccini scherzano volentieri: abbrancano la coda dei cani e dei gatti, strappano le piume alle galline e alle anitre; e persino ai cavalli, quando questi sono legati, giuocano i loro tiri, saltando di gioia quando vedono stizzite e insofferenti quelle povere bestie. Il Cappuccino é molto ghiotto, e impara presto, se viene sorpreso in flagrante, a rubare di nascosto tutto quello che il suo palato ha trovato già una volta molto saporito. Se é preso sul fatto strilla per la paura del castigo e fugge; ma se non é scoperto conserva un atteggiamento innocente e sicuro come se niente fosse. A differenza delle specie di cui abbiamo già parlato del Nuovo Mondo, il Cappuccino é curioso ed amante della distruzione. Ha poi una volontà propria che si sottomette poco volentieri a quella dell'uomo. Lo si può distogliere da qualche cosa, ma non costringere a qualche cosa. Per contro, esso cerca, ora con le buone ora con le brusche maniere di sottomettere le altre creature, e persino l'uomo, al proprio volere. Gli animali che domina per forza o per destrezza debbono adattarsi ad ubbidirgli. Si direbbe che ciò pregiudichi molto la sua intelligenza, ma é un fatto che il Cappuccino impara volentieri solo quello che gli torna utile, come, ad esempio, ad aprire le scatole, a rovistare nelle tasche del padrone, e a rivoltare la borsa della padrona, sempre alla ricerca di qualcosa di buono per il suo sensibile palato. Per ultimo diremo che solo gli indiani adoperano la pelle e mangiano la carne di questo animale, ragione per cui gli danno la caccia con molto più ardore di quanto possa avvenire per quelli che lo catturano solo per gli zoo o per effettuarne le proprie osservazioni.

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APELLA (Cebus apella)

L'Apella o Cebo bruno rappresenta il cay nella Guiana, e vi é comunissimo. Siccome il suo colore é molto vario, non é agevole descriverlo. Ha corpo depresso; il pelame, proporzionatamente lungo, é ricco di peli lucenti, che s'innalzano in un ciuffo sul cranio e si allungano in una barba attorno alla faccia; il suo colore, uniformemente nero-bruno, passa al nero sul dorso; la coda, le cosce, la faccia e la gola, sono ordinariamente più chiare, mentre sul cranio scorre una striscia più scura. Quanto a mole é come il Cappuccino. Gli Apella vivono in perfetta armonia con i cappuccini, dei quali hanno anche il modo di vivere e di comportarsi, sia allo stato libero che in quello di schiavitù. Fino al secolo scorso, i savoiardi, che andavano peregrinando nel Mezzogiorno d'Europa, si servivano degli Apella per commuovere il cuore della gente agiata. L'organetto, del resto, non serviva più a tale scopo, perché la sua musica, miseramente scordata, era così abituale nelle città di Francia, d'Italia e della Spagna che nessuno più badava al povero accattone che chiamava aiuto con la musica e voleva commuovere il cuore della gente con le sue canzoni. Legato ad una cordicella, l'Apella veniva trascinato di strada in strada, dapprima con buoni risultati, ma poi, quando l'animale, sul più bello, lasciava andare i suoi escrementi e la sua orina, insudiciandosi svergognatamente, alla gente agiata anziché stringersi il cuore le si stringeva la borsa, lasciando l'accattone all'asciutto e con la maggiore preoccupazione di dar da mangiare alla scimmia.

CEBO DAI CIUFFETTI (Cebus fatuellus)

E' una scimmia meno nota da noi, ma non per questo meno importante. Il suo pelame é arruffato sulla testa e forma un ciuffetto diviso come in due cornetti; la barba é bionda, e il colore del pelo cambia come negli altri suoi compagni. Di solito la tinta bruna domina sul capo, mentre la faccia si presenta giallognola. La lunghezza del corpo é di 40 centimetri circa, quella della coda di 44. La sua patria é la parte orientale dell'America meridionale. Allo stato di schiavitù é allegro e piacevole; la sua bontà gli guadagna la simpatia dei padroni. Disgraziatamente non vive a lungo in Europa, e giunge di rado all'età in cui si fa distinto il suo strano ornamento del capo. Un corpo esile con sottili estremità, una coda lunghissima, sottile e floscia, una testa rotonda con la faccia senza barba, e il muso breve, occhi chiari e grandi orecchie, piccolissimi denti canini, e mani anteriori e posteriori con cinque dita distinguono un piccolo gruppo di scimmie d'America, che vennero chiamate per la loro mobilità scimmie saltatrici e per la loro piccolezza anche scimmie scoiattolo, e che noi chiamiamo Callitrici (Callithrix). Si tratta di scimmie molto socievoli e che si arrampicano e si sollazzano per tutto il giorno nel fogliame degli alberi dei folti boschi. Nei confronti di animali più grossi sono timide, molto pericolose per i più piccoli. Allo stato di schiavitù la loro gentilezza le rende gradite compagne dell'uomo; tuttavia la loro delicatezza e la fragile costituzione non permettono di tenerle lontane dalla loro patria; la loro carne é saporita. Queste le caratteristiche generali, ma esaminandone due specie, possiamo meglio conoscere in particolare questa gentile creatura. Scegliamo il Saimiri ed il Titi.

SAIMIRI (Saimiri sciurea)

Questa scimmia si distingue tanto per la forma graziosa e il piacevole colorito quanto per l'eleganza delle movenze e per l'indole molto allegra. Può essere ritenuta una delle più belle scimmie del nuovo mondo, e per questo le si addice il nome generico di scimmia «dai bei capelli». Invece il suo nome tedesco é alquanto spaventevole (Scimmia dalla testa di morto); ma non corrisponde affatto alla vera espressione della sua testa. Il Saimiri é molto snello ed ha una coda lunghissima; il suo pelame sottile é di un nero-rossastro, che muta negli adulti in un vivido arancione. Le estremità sono screziate di bigio, e sono bianche al di sotto. A volte domina il bigio; a volte la testa e di un nero-carbone e il corpo giallognolo con punti neri, mentre le estremità sono di un giallo oro. Insomma questa bestiolina muta straordinariamente; tuttavia, sia colorita che disegnata, é sempre linda e gentile. La lunghezza del corpo é di 30 centimetri e quella della coda di 45 centimetri. Questa scimmia vive principalmente sulle sponde dei fiumi della ricca Guiana, dove vive in società abbastanza numerose; di giorno é sempre in movimento, di notte si ritira nel fogliame dei palmizi che le offrono un sicuro asilo. Dobbiamo dire, anzi, che vi si rifugia ancor prima del tramonto; questo perché, molto timida e molto prudentemente, non osa muoversi durante la notte. Di giorno, anche un lieve pericolo é sufficiente a farla fuggire: il capo brigata ordina la marcia, e tutti i sudditi passano in lunghe file sulle cime degli alberi, e siccome si muovono con agilità, ben presto si trovano al sicuro. Tutte le loro movenze sono piene di grazia e gentilezza, si arrampicano meravigliosamente e saltano con incredibile leggerezza, al di sopra di spazi assai larghi. Si trovano assai bene in luoghi caldi giacché il freddo e l'umidità sono per loro di grande danno. Se il sole é nascosto dalle nubi, cercano di ripararsi dal freddo, aggomitolandosi le mani e i piedi insieme, e avvinghiandosi la coda intorno al collo. A causa del freddo é facile vederle in interi gruppi accoccolate su un ramo, ognuna cercando, con dolenti suoni, di penetrare nel mezzo dove fa più caldo; quelle che non ottengono il posto desiderato mandano un grido lamentevole. D'altra parte non sono sensibili solo al freddo ma anche al caldo asciutto, e per questo muoiono presto se vengono tolte dai loro umidi boschi. Il Saimiri é fra gli animali più paurosi che esistano, pertanto ha bisogno, per stare tranquillo, di tutta la sicurezza possibile; ma non v'é dubbio che sa essere vera scimmia quando si tratta di venire a patti. Ha l'indole dei fanciulli, e nessun'altra scimmia rassomiglia tanto ad un bambino quanto questa: é la medesima espressione d'innocenza, il medesimo viso maliziosetto, il medesimo rapido passaggio dalla gioia al dolore. La sua faccia e lo specchio fedele delle impressioni esteriori e delle sensazioni interne. Quando é spaventato i suoi occhi versano lacrime, ed anche col pianto esprime il suo dolore. La sua sensibilità e la sua irritabilità so no grandi: tuttavia non é ostinato, ha carattere uguale ed é molto difficile irritarlo. Una sua caratteristica abitudine é quella di vigilare il padrone: se questi parla in sua presenza, la scimmia ascolta con grande attenzione, guardandolo fisso al viso, seguendo ed osservando con gli occhi vivaci ogni movimento delle labbra. A volte gli si avvicina, si arrampica sulle spalle e tasteggia accuratamente i denti e le labbra del padrone, come se volesse scoprire l'arcano del suono, incomprensibile per essa, della parola. Il cibo preferito del Saimiri sono i frutti e le gemme, ma non rifiuta i buoni insetti e le altre gustose leccornie. Prende il cibo con le mani e se lo avvicina con la coda. Allo stato libero ha indole amabile e si rende caro a tutti: anche gli indigeni non lo odiano, sicché é molto frequente trovarlo loro gradito ospite nelle capanne. Allo stato di schiavitù, invece, perde la sua allegria e le sue grazie, e divenendo mesto e malinconico, se ne muore presto senza dare all'uomo la soddisfazione di ammirarlo in tutte le sue delicatezze.

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TITI (Callicebus torquatus)

Si tratta di una graziosissima creatura e dai bei colori. La lunghezza del suo corpo é di 40 centimetri, quella della coda é di 46 centimetri. Ha un pelo fino e lucente, la faccia é nuda e bianco-azzurrina, così pure le orecchie che sono ben formate e piccole. Una fascia giugulare bianca spicca sul fondo scuro, mentre le mani anteriori hanno il medesimo colore. Gli spagnoli vedono in quei tratti bianchi il velo, il fazzoletto e i guanti di una vedova in lutto: per questa ragione la chiamano «scimmia vedovella». Il Titi vive principalmente nel Brasile occidentale e nel Perù, specialmente nelle montagne granitiche. Quanto all'indole, questa scimmia si rivela nel suo modo di vivere. Soltanto per mangiare si posa sulle gambe posteriori, altrimenti vive come un rosicante. E' dolce e timida, spesso non tocca il cibo che le viene offerto anche se ha molta fame. Non ama la compagnia delle altre scimmie: se si accorge del più piccolo Saimiri - che pure é timidissimo - fugge via. Il suo occhio non manifesta una grande vivacità; e per lunghe ore la si può vedere immobile senza dormire, osservando con indifferenza tutto quello che le passa davanti. Ma la sua tenerezza e dolcezza, però, sono solo apparenti: se é sola, abbandonata a sé stessa, dà in smanie se vede un uccello. Si arrampica e corre con meravigliosa agilità, balza sulla preda come un gatto, e strozza quel che ha potuto ghermire. Le scimmie Pitecie (Pithecia) si distinguono dalle precedenti per il corpo tarchiato che appare ancora più tozzo per via del lungo e arricciato pelame, per la coda lunga a ciuffi, per il colorito regolare e scuro, e infine per la forma dei denti. Vivono nelle parti settentrionali dell'America meridionale, e la loro dimora preferita sono i boschi folti e oscuri, nonché le selve vergini, alte e asciutte. Si tengono accuratamente divise dalle altre scimmie e con forti suoni annunciano per tempo la presenza di cacciatori che vanno alla loro ricerca per gustarne la carne. «Dappertutto, dove é più fronzuta la sponda» racconta R. Schönburgk «si trovavano, adunati nei rami, eserciti di scimmie, dei quali il maggior numero era formato dalla veramente graziosa Pitecia». Il suo crine lungo e ben diviso, la orgogliosa barba che le copre le guance ed il mento, la coda folta a somiglianza di quella della volpe, prestano a questi animali, dallo sguardo vivace e intelligente, un aspetto grandemente piacevole, ma nello stesso tempo anche ridicolo.

GIUDEO O PITECIA SATANASSO (Chiropotes satanas)

E' una scimmia di 30 centimetri di lunghezza, con la coda lunga quasi altrettanto, la testa si distingue per una specie di berretto che é formato da peli non lunghissimi ma folti che si allargano a mo' di raggi, partendo da un punto comune sull'alto della nuca. Le guance e il mento sono coperti d'una folta barba nera; la parte superiore del corpo é coperta di peli folti ma non lunghi, mentre quella inferiore é scarsamente pelosa; anche la coda é molto folta. Gli adulti dei due sessi sono neri, giallo-fulvi sul dorso. I giovani sono di un colore bigio-bruniccio. Di giorno il Giudeo é un animale lento e sonnacchioso, mentre al crepuscolo e durante la notte é alquanto vivace. Vive in condizioni di inferiorità in compagnia dei Cebi, che spesso lo costringono a scendere dalle piante ed a ritirarsi nei cespugli, dove lo derubano del suo cibo e lo maltrattano. A causa della sua lunga barba, quando vuol bere é costretto a prendere l'acqua col palmo della mano per portarla alla bocca, cosa che non fa, però, se viene osservato, perché pare che si vergogni a farsi vedere in quello strano atteggiamento. Questa scimmietta é forte e selvaggia, e in sommo grado irritabile, il che la rende difficile da addomesticare. Se lasciata per i fatti suoi allo stato libero non arreca fastidio o nocumento a nessuno, ma se tenuta in stato di schiavitù é sempre cattiva: alla minima occasione dimostra il suo malumore col digrignare dei denti, il contorcersi del viso, lo sfolgorare degli occhi. Se poi é davvero stizzita, si drizza, si sfrega la punta della barba e balza sull'oggetto del suo furore. Talvolta é così arrabbiata che morde un bastone che le viene posto e non se lo lascia togliere. Gli indiani, che ne mangiano la carne, la chiamano kuscio.

PITECIA DALLA TESTA BIANCA (Pithecia pithecia)

E' una scimmia che si differenzia dalle altre proprio per le caratteristiche che le danno il nome. Maschi e femmine sono colorati molto diversamente e sono stati perciò considerati come due specie diverse. I vecchi maschi hanno il capo tutto nero, alquanto più chiaro sulle braccia anteriori. La testa anteriormente sino alle sopracciglia é coperta d'un pelo chiaro, corto, che nel mezzo della fronte lascia vedere la pelle nera e si allunga a mo' di barba sulle gote. Il viso nero é coperto di peli bianchi o color ruggine; le orecchie, le palme, le dita e le unghie sono nere. Nelle femmine i peli della parte superiore ed esterna del corpo sono d'un nero-bruno con punte gialle; la barba é nera alla base. In generale il pelo é lungo, folto e ruvido, scarso e sottile sulla parte inferiore del corpo e sulle mani. La Pitecia dalla testa bianca vive di preferenza nei cespugli anziché sulle piante alte. Il suo cibo consiste in bacche, frutta e favi di miele. La femmina partorisce un figlio e se lo porta a lungo sul dorso. Quanto al suo modo di vivere, allo stato libero essa non si discosta da quello dei suoi congeneri, e, come loro, mal si adatta allo stato di schiavitù.

PITECIA DALLA TESTA NERA (Cacajao melanocephalus)

Oltre al suo nome scientifico, questa scimmia si chiama anche Cacaio, Chuento, Chucuzo, Carnin, Mono-feo, o Scimmia brutta, e Mono-rabou, o Cortacoda. Quest'ultimo é più significativo, poiché questa scimmia ed altre di specie affini, che si distinguono dalle altre scimmie del Nuovo Mondo principalmente per via della coda, furono radunate in un genere separato dalle Pitecie e dette scimmie dalla coda corta. Questa scimmia ha circa 46 centimetri di lunghezza, e, con la coda, raggiunge i 60 centimetri. Il pelo folto e liscio, si allunga sulle spalle e sui fianchi, assottigliandosi sotto il corpo. Sulla nuca forma una specie di circolo dal quale si dirige verso la testa; la barba é rada sulle gote. La coda, sottile e corta. Le dita sono lunghe e forti. L'animale é giallo-grigio sul dorso, dietro rosso ruggine, nero alle gambe e ai piedi. Il pelo della testa e degli avambracci é nero-lucido, come pure la parte nuda della faccia. La Cortacoda vive in piccole società lungo i fiumi e lascia udire mentre cammina un grido stonato e sgraziato. Poco conosciuta in Europa é discretamente diffusa nel Brasile occidentale dalla parte del fiume delle Amazzoni, e, principalmente, nei boschi delle sponde dei fiumi della Nuova Granata e dell'Escuado. Allo stato libero ha su per giù le stesse abitudini dei suoi congeneri, mentre allo stato di schiavitù é vorace, ottusa, timida e tranquilla, ma non cattiva; quando é arrabbiata, il più che faccia é di spalancare la bocca in un modo strano, contorcendo la faccia goffamente e poi scoppiando in un riso altrettanto ridicolo. Se vede un coccodrillo o un serpente prova tanta paura che si mette a tremare in tutto il corpo.

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NITTIPITECO (Aotus trivirgatus)

Si tratta della scimmia che rappresenta un genere particolare ed é indicata come scimmia notturna, perché in certo qual modo costituisce il passaggio dalle scimmie propriamente dette a quelle che vivono di notte. La testa e l'espressione della faccia la caratterizzano molto bene, distinguendola da tutte quelle finora studiate. La testa é piccola e tondeggiante, gli occhi sono grandi e simili a quelli delle civette, il muso é poco sporgente, largo e grosso; le narici si aprono superiormente; le orecchie sono piccine; il naso é allungato, pieghevole e peloso; la coda alquanto folta e più lunga del corpo. Le unghie sono ricurve e ristrette; tutte le specie, in Brasile e nelle sue vicinanze hanno il medesimo modo di vivere e possiamo, per imparare a conoscere l'intero genere, parlare di quella che fu osservata minutamente da Reugger, la Mirikina.

MIRIKINA (Nyctipitecus trivirgatus)

L'esile corpo di questo animale ha 30 centimetri di lunghezza, la coda 40. Il colore del pelo é superiormente bruno-bigio più o meno rugginoso. La coda ha la punta nera, mentre sul vertice si trovano due strisce parallele nere di uguale larghezza, e un'altra larga d'un bruno giallo-chiaro che scorre dalla nuca alla base della coda; tutti i peli sono morbidi e fini. Allo stato libero passa la vita tra le piante; di notte va in cerca del cibo; poi, verso l'alba, si ritira nel cavo di un albero per dormirvi tutto il giorno. Alcuni raccoglitori di legna da ardere trovarono una volta una coppia di queste scimmie che dormiva nel cavo di un albero: le bestioline, spaventatissime, tentarono di fuggire, ma furono talmente abbagliate dal sole che non poterono né fare un salto né arrampicarsi con sicurezza. Gli uomini le catturarono facilmente, però dovettero difendersi contro i loro denti acuti. Queste scimmie si trovano sempre in coppia, ma mai in grandi società. La femmina partorisce un figlio nei mesi estivi e lo porta prima al seno, poi sul dorso. Particolarmente interessante é osservare le dita di questa scimmia allo stato di schiavitù. Da giovane si addomestica facilmente, mentre allo stato adulto rimane sempre selvatica e ringhiosa. Se trattata con cura sopporta bene la prigionia; ma, come tutte le scimmie, si copre di sudiciume. Si trova bene in una gabbia spaziosa o in una camera dove la si lascia correre liberamente, mentre é molto impacciata se legata ad una fune. Di giorno dorme accoccolata nell'angolo più oscuro della sua abitazione, e seppure viene svegliata si addormenta subito di nuovo se non le si fanno carezze. A piena luce non é capace di discernere un oggetto dall'altro ed esprime il suo disappunto con suoni lamentevoli e sgraziati. Appena viene la sera si sveglia e le sue pupille si dilatano sempre più assumendo l'aspetto tipico di quelle delle civette. Le sue movenze sono leggere e dimostra una grande destrezza nell'arrampicarsi, magari su un tronco d'albero secco, collocato nella sua gabbia. Nel corso della notte suole emettere un suono forte e rauco; e fra i suoi sensi l'udito é superiore agli altri. Il più lieve rumore attrae la sua attenzione e diviene addirittura collerica se ode la presenza di un uccello. Le sue facoltà intellettuali sono alquanto mediocri: non impara mai a conoscere il suo padrone, non obbedisce alle sue chiamate ed é assolutamente insensibile alle sue carezze. Persino per soddisfare le sue voglie e le sue passioni non la si vede praticare nessuno di quei maneggii che fanno credere ad una certa intelligenza. Solo fra maschio e femmina regna un grande affetto: se uno dei due muore, l'altro lo segue disperato. Amano la libertà sopra ogni cosa e colgono ogni opportunità per fuggire; anche se sono state prese giovani ed hanno vissuto per anni in schiavitù. In complesso sono delle bestiole graziose per la loro allegria, per la loro testolina rotonda e per le loro caratteristiche abitudini di vita. Molti naturalisti vedono negli animali che raduniamo qui sotto il nome di Arctopiteci (Arctopitheci) generi della famiglia precedente e ve li aggiungono. Ma i caratteri che li separano dalle altre scimmie sono abbastanza notevoli per giustificare la divisione che adottiamo. Gli Arctopiteci sono piccoli e graziosi abitanti delle selve vergini dell'America meridionale. I loro piedi posteriori sono muniti di un pollice opponibile alle altre dita; i piedi anteriori invece non hanno pollici, giacché il dito interno non si può opporre agli altri. Solo il pollice dei piedi posteriori ha un'unghia piatta, mentre le altre dita hanno unghie compresse. Le loro mani sono diventate vere zampe e per questo l'animale ci ricorda lo scoiattolo, al quale si avvicina per il contegno e per il modo di vivere. Anche la loro mascella le distingue dalle altre scimmie d'America: hanno, ad esempio, due denti molari invece di tre. Possiamo dire che formano un anello di congiunzione tra le scimmie e gli scoiattoli: la testa é rotonda, la faccia breve, ottusa e piatta; gli occhi piccoli, le orecchie grandi. Il corpo é snello, la coda lunga e pelosa, il pelame morbido come seta. Particolari ciuffetti di peli sulle orecchie distinguono molte di esse, dando loro il diritto di formare un genere separato. Queste scimmie vivono nei boschi più fitti, e raramente si trovano sulle pianure sparse di cespugli e di sabbia. Come gli scoiattoli vanno da un luogo ad un altro a seconda delle circostanze, hanno una vera vita arboricola, e si arrampicano sopra i rami con una destrezza che ricorda ora la scimmia ora lo scoiattolo. Come quella scivolano, come questo si arrampicano nel salire sulla corteccia delle piante. Nel riposo assumono in tutto l'atteggiamento dello scoiattolo, sdraiandosi spesso per tutta la loro lunghezza sopra un ramo. Vivono in grosse società: di giorno allegre e vivaci, di notte dormendo nei cavi degli alberi, dove si addossano con altre della stessa specie e si coprono con le loro code. Si nutrono di insetti, di frutta, di ragni; ma non disdegnano le uova degli uccelli, le semenze e le tenere gemme delle piante. Per l'indole rassomigliano più allo scoiattolo che non alla scimmia: sono molto timide e paurose e continuamente in guardia contro le molte fiere che danno loro la caccia. Se vengono prese mordono con violenza e si mostrano cattive, egoiste, diffidenti e irritabili. Quando sono arrabbiate arruffano la criniera del corpo e della testa e digrignano i denti. A dire il vero piacciono più per la loro apparenza esterna che per la loro intelligenza: seppure facilmente addomesticabili, rimangono quasi sempre stupide e insensibili alle carezze. Le femmine partoriscono uno, due, talvolta tre piccini e li portano sovente tutti sul dorso o sul ventre: mentre l'uno poppa, l'altro siede sul dorso. D'altra parte, maschi e femmine si aiutano a vicenda nell'allevamento dei figli: il maschio, ad esempio, solleva volentieri la femmina dal compito di portare in giro i piccoli. Gli uccelli rapinatori sono i peggiori nemici di queste gentili creature, le quali, se con la loro agilità e scelta prudente del luogo di riposo sfuggono ai gatti selvaggi, non si salvano di certo dall'assalto dell'aquila e del falco. E adesso vediamone i due generi che si distinguono in modo particolare: le Apale o Iacchi e i Mida. Nelle prime la coda é folta e lunghissima, le orecchie sono munite di ciuffetti, e la faccia non é circondata di criniere; gli ultimi sono privi dei ciuffetti delle orecchie, ma possiedono per la maggior parte una discreta criniera.

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UISTITI (Hapale iacchus)

E' questa la scimmia più conosciuta fra le Apale. E' una bestiola di 20 centimetri di lunghezza e con la coda di 30 centimetri. Il corpo é grazioso e non senza vigore; il pelo lunghissimo e morbido. La tinta del corpo é composta di nero, bianco e giallo-ruggine: questo colore proviene dal fatto che ogni pelo nella radice é nero, poi giallognolo, poi di nuovo nero, e finalmente bianco alla punta. Nella parte superiore del dorso, il giallo é più rugginoso; nelle estremità inferiori si alternano strette fasce trasversali ondulate nere e bianche. Sul capo bruno-scuro spiccano una macchia bianca triangolare sulla fronte e un ciuffo di un bianco abbagliante sulle orecchie; la coda nera ha circa venti anelli bianchi stretti e l'apice bianco. Questa scimmia vive principalmente nella parte centrale della costa orientale del Brasile; é un vero animale arboricolo e vive assolutamente come lo scoiattolo, cui rassomiglia nei vivaci movimenti e in tutta l'indole. Di giorno é in costante movimento, mentre di notte é tranquillo e silenzioso; si vede di rado seduto verticalmente sopra un albero piuttosto si sdraia su un ramo come lo scoiattolo. Le Uistiti si cibano di frutta, d'insetti, di chiocciole e, allo stato di schiavitù, prediligono i pesci e sono accomodanti con i padroni, ma irritabili e diffidenti con gli estranei, dimostrando la loro ira con forti suoni fischianti. Se catturate adulte si mostrano molto selvatiche e strillano appena uno si avvicina. Se sono addomesticate fanno amicizia non solo con gli uomini ma anche con gli altri animali domestici, prima di tutti con i gatti con i quali giuocano e dormono volentieri probabilmente a causa del colore. Temono il freddo e si riparano volentieri in un cantuccio della loro gabbia, rannicchiandosi in giacigli composti di stracci, di cotone e di pezzi di lana. Può sembrare strano, ma queste bestioline non sono così luride come le altre: fuori dal nido non si vedono mai fare nulla di sconveniente; soltanto se sono arrabbiate spruzzano la loro orina. Al mattino sono molto sudicie perché cercano di scagliare e spruzzare il più lontano possibile, e talvolta a parecchi metri, l'orina e gli escrementi radunati nella notte. Disgraziatamente é difficile che vivano fra noi molti inverni; e solo gli antibiotici odierni riescono a farle vivere per pochi anni. Solamente nella loro patria possono vivere a lungo nella schiavitù, e se muoiono non é difficile trovarne altre: si uccide la madre con il fucile o con la freccia e si porta a casa il piccolo. Dopo la morte della madre, questo si aggrappa al nuovo protettore e ben presto si abitua al nuovo modo di vita.

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MIDA (Oedipomidas oedipus)

Si tratta della scimmia più graziosa fra i suoi congeneri: ha solo 15 centimetri di lunghezza, mentre la coda ne ha quasi il doppio. E' molto ben conformata e disegnata; é detta la scimmia dalla coda rossa perché questa si stacca molto bene dal corpo, che é bruno, e dalla testa, dalle braccia anteriori e dalle mani che sono bianche. I Mida abitano la Guinea e il Brasile e vivono in piccole società veramente isolate, tanto nelle regioni boscose o cespugliose, quanto nella pianura di sabbia. Allo stato libero queste scimmiette sono molto vivaci e snelle, tanto sul suolo che sugli alberi. Possono fare quindi salti da un ramo all'altro oppure dall'alto in basso. Come tutte le specie, queste scimmie sono paurosissime e si nascondono appena avvertono alcunché di strano. Commosse sollevano la criniera cercando di farsi coraggio, ma poi si spaventano, e, lanciando grida acute e minacciando di mordere, fuggono come un fulmine, perché in fondo sono pacifiche e innocue. Anche queste scimmiette delicate e fragili non sopportano la schiavitù fra noi, per via del clima, però dimostrano fiducia nel loro guardiano. Di queste, come del precedente genere, si hanno parecchie specie, le quali non solo hanno la medesima patria (il Brasile), ma anche il medesimo modo di vivere. Pertanto trascuriamo di parlarne.

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