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Animali Mammiferi Rosicanti |
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Animali Mammiferi Rosicanti... trapaninfo.it TweetVITA DEGLI ANIMALI - MAMMIFERI - ROSICANTITOPO, TOPOLINO DI CASA (Mus musculus) TOPO SELVATICO (Apodemus sylvaticus) TOPO DEI CAMPI O TOPO CAMPAGNOLO (Apodemus agrarius) TOPOLINO DI RISAIA (Micromys minutus) TOPO DI BARBERIA (Arvicanthis barbarus) CRICETO O HAMSTER (Cricetus cricetus) IDROMIDE (Hydromys chrysogaster) ARVICOLE ONDATRA (Ondatra zibethica) RATTO D'ACQUA CAMPAGNOLO DELLA NEVE (Microtus nivalis) ARVICOLA GLAREOLO (Clethrionomys glareolus) ARVICOLA AGRESTE (Microtus agrestis) ARVICOLA CAMPAGNOLO (Microtus arvalis) ARVICOLA SOTTERRANEO (Pitymys subterraneus LEMMING DI NORVEGIA (Lemmus lemmus)
INTRODUZIONEI Rosicanti sono un complesso di animali che fa parte degli unguiculati. Il loro nome perfettamente si attaglia alla loro abitudine di rosicare. L'ordine è caratterizzato da due grandi denti roditori in ogni mandibola, che rappresentano non solo gli incisivi, ma anche i canini e i falsi molari. Tali denti roditori sono molto sporgenti e ben visibili. Per quanto riguarda la forma esterna del corpo questo presenta numerosissime variazioni: ora è snello e lungo, ora corto e compresso, coperto di peli morbidi o rivestiti di pungenti aculei. La coda è in alcuni lunghissima, in altri appena accennata, un vero moncone; le orecchie variano per lunghezza e dimensione. Le estremità sono in alcuni attrezzate per saltare, in altri per correre. Vi sono, però, alcuni caratteri comuni a tutte le famiglie e le specie: il corpo è, nella maggior parte dei rosicanti, cilindrico e posa su zampe corte, di eguale lunghezza; la testa è attaccata a un collo corto e grosso; gli occhi piuttosto sporgenti e grandi; le labbra carnose, ornate di lunghi mustacchi sono fesse sul davanti; i piedi anteriori sono muniti di quattro dita, quelli posteriori di cinque. Le dita sono in alcuni collegate fra loro da una membrana natatoria e sono fornite di forti unghie. Il pelame si presenta dovunque della stessa lunghezza e tutt'al più si allunga in un ciuffetto all'estremità delle orecchie, o si infoltisce alla coda.
Le differenze somatiche di questo ordine di animali sono comunque grandissime e si può dire che l'unico carattere che veramente li accomuni sono i grandi denti roditori. Questi denti sono notevolmente più grossi di tutti gli altri, curvati ad arco, quelli superiori sono sempre molto più torti di quelli inferiori, taglienti come uno scalpello, triangolari o quadrangolari alla radice; in alcuni piani, in altri convessi, lisci o scanalati e di colore bianco o giallognolo o rossiccio; la superficie esterna è rivestita di uno smalto duro come il ferro. I denti dei roditori hanno infine un altro grande vantaggio rispetto ai denti di tutti gli altri mammiferi, ed è il fatto che possono crescere illimitatamente. La loro radice è in un alveolo scavato profondamente nella mandibola, che contiene nella sua estremità posteriore, in una insenatura imbutiforme, un germe sempre attivo che serve a riprodurre senza interruzione il dente, via via che si logora. L'affilatura del dente si conserva col continuo sfregamento dei denti l'uno contro l'altro; le due mascelle possono agire solo perpendicolarmente dall'avanti all'indietro. Si può facilmente rendersi conto della verità della nostra affermazione sull'illimitata e continua crescita dei denti in questi animali, rompendo a un coniglio uno dei suoi denti roditori. Si vedrà allora il dente opposto crescere tanto più rapidamente perché l'animale non lo può più logorare con quello superiore, poi lo si vedrà sporgere fuori dalla bocca a forma di arco e infine incurvarsi come un corno, disturbando e spesso rendendo impossibile il lavoro degli altri denti e quindi la nutrizione dell'animale. Le labbra dei Rosicanti sono ornate da lunghi mustacchi. In alcune specie, all'interno delle guance, si trovano delle borse che si estendono fino alla zona delle spalle e che servono all'apertura di queste borse quando devono essere riempite; per lo svuotamento, invece, provvede l'animale con la pressione delle zampe anteriori sulla superficie esterna delle guance. Molto sviluppate appaiono le ghiandole salivari. Lo stomaco è formato da due scompartimenti comunicanti fra loro per mezzo di un canale stretto. La lunghezza degli intestini è pari a sette volte quella del corpo. Le ovaie della femmina sboccano in un utero a forma di intestino, che prosegue con una lunga vagina. Le facoltà intellettive di questi animali sono poco sviluppate. Essi comparvero sulla terra all'inizio dell'epoca terziaria, ma all'epoca diluviale erano già numerosissimi. In merito alla loro diffusione sulle varie zone della terra, ritengo sia bene riferire integralmente quanto ebbe a scrivere il Blasius: «In mezzo alla neve e ai ghiacci eterni, in tutti i luoghi ove ancora un caldo raggio di sole dà per poche settimane una vita breve e stentata alla vegetazione, nelle tranquille e solitarie alture nevose delle Alpi, nelle vaste e deserte steppe del Nord, si trovano rosicanti. Ma quanto più ricca ed ubertosa è la vegetazione, tanto più vivace e moltiplicata è la vita di quest'ordine di animali, che non lasciano inabitato un solo cantuccio della terra».
Anche il modo di vita di quest'ordine di animali è estremamente variato. Vi sono alcune specie assolutamente arboricole ed altre terrestri; alcune vivono nell'acqua, altre in gallerie sotterranee che scavano esse stesse; altre ancora nelle boscaglie o in campi aperti. Sono tutti animali vivaci che, a seconda del luogo in cui vivono, sanno meglio arrampicarsi o correre, saltare, scavare o nuotare. Hanno i sensi molto acuti, sono allegri e vivaci, ma sono anche paurosi; non sono tuttavia mai astuti né cauti. Soltanto alcuni di essi, delle vere eccezioni, manifestano cattiveria, ostinatezza e ferocia, come ad esempio, i topi. Alcuni vivono in coppie, altri in famiglie, altri ancora in schiere e gruppi; vivono d'accordo anche con altri animali, ma non si affezionano ad essi. Spaventati o nel pericolo, con la maggiore velocità possibile, si nascondono nella loro tana. I Rosicanti si cibano fondamentalmente di sostanze vegetali: radici, scorze d'albero, foglie, frutta di ogni tipo, erbe, tuberi, farinacei e persino fibre legnose. Alcuni si cibano anche di sostanze animali e sono dei veri e propri carnivori. Le specie più deboli usano radunare nelle proprie tane numerose provviste che consumano poi nei mesi d'inverno. Fra i mammiferi, i Rosicanti rappresentano gli architetti e alcuni di essi erigono dimore veramente artistiche, che da secoli formano oggetto di grande ammirazione per gli uomini. Molti passano l'inverno in un sonno letargico durante il quale consumano per le calorie necessarie alla vita, il grasso abbondantemente ammassato sotto la loro pelle durante l'estate. L'importanza della vita della natura di questo ordine di animali è grandissima. Se non fossero soggetti a morte di varia natura, l'intero globo sarebbe da essi conquistato e saccheggiato. Comunque, essi fronteggiano con la straordinaria prolificità, di cui sono dotati, la guerra di sterminio che uomini e animali conducono contro di loro. Una sola coppia di rosicanti può, in un anno, generare migliaia di piccoli, che in poco tempo sono in grado di coadiuvare i genitori nella terribile azione di distruzione e di rapina. L'uomo, perciò, nella lotta che conduce a questi animali, agisce in stato di legittima difesa. Solo pochissime specie sanno affezionarsi all'uomo e pochissime quindi meritano di venire addomesticate. Di alcuni rosicanti si adoperano la carne e la pelle. Delle numerose famiglie, in cui alcuni naturalisti suddividono l'ordine dei Rosicanti, elenco qui di seguito le principali.
TOPO, TOPOLINO DI CASA (Mus musculus)Assomiglia in certo modo al topo comune, sebbene sia più delicato, meglio conformato e di una mole assai inferiore. La sua lunghezza totale è di circa 18 centimetri di cui 9 appartengono al corpo. La coda ha circa 180 anelli squamosi, Il colore è uniforme; sul dorso è di un colore bigio-nero-gialliccio che si schiarisce nella parte inferiore del corpo. I piedi e le dita sono d'un bigio-gialliccio.TOPO SELVATICO (Apodemus sylvaticus)Ha circa 23 centimetri di lunghezza e la coda ne misura 11. Ha circa 150 cerchi di squame nella coda; è bicolore. La parte superiore del corpo e della coda è bigio-bruno-gialliccia, la parte inferiore chiaramente delimitata è bianca come i piedi e le dita. Si possono distinguere, queste due specie dalle seguenti, per le orecchie più lunghe: infatti, in queste, l'orecchio raggiunge soltanto un terzo della lunghezza della testa e, adagiato sui lati, non raggiunge immediatamente l'occhio; mentre nelle altre specie è lungo come la metà della testa ed arriva fino all'occhio se lo si adagia su un lato.
TOPO DEI CAMPI O TOPO CAMPAGNOLO (Apodemus agrarius)Misura circa 19 centimetri di lunghezza, di cui 10 appartengono alla coda. La parte superiore del corpo è rosso-bruniccia con strie longitudinali nere sul dorso. La parte inferiore ed i piedi sono d'un bianco ben delimitato, tanto che l'animale viene ad essere tricolore. La coda ha circa 120 anelli squamosi.Tutti questi topi si somigliano per l'indole, per la dimora e per le abitudini; tuttavia, ciascuna specie ha le sue particolarità, ma tutti vivono volentieri nelle case, soprattutto durante l'inverno. Non si deve pensare che essi siano legati al luogo indicato dal nome: il Topo campagnolo ad esempio non vive esclusivamente nelle campagne, ma come il Topolino, esula spesso e volentieri dalla casa dell'uomo. I nomi hanno soltanto un valore relativo. Come caratteri generali, possiamo dire quanto segue: il Topolino è stato il più fedele compagno dell'uomo fin dall'antichità. Ne troviamo menzione in tutti i naturalisti antichi, in Plinio e in Alberto Magno. Al giorno d'oggi è diffuso per tutta la terra. Viaggia con l'uomo, lo segue
nelle regioni più inospitali del settentrione. Si ritiene con sicurezza che
ormai esso sia diffuso su tutta la terra. Soltanto nelle isole della Sonda non
si è ancora veduto. Esso elegge la sua dimora nell'abitazione dell'uomo. In
campagna si colloca di buon grado anche fuori, nel giardino o nei campi o nei
boschi vicini. In città, invece, non si allontana dalle case. Il Topolino è un
animale grazioso, vivace, mobilissimo. Corre sul suolo con somma sveltezza, si
arrampica agevolmente, spicca dei salti con grande agilità ed a volte procede a
saltelli successivi. Quelli addomesticati sanno compiere ogni movimento con
straordinaria abilità. Se si prova a farli camminare su di una funicella tesa
obliquamente o sopra un bastoncello di legno, si osserva che, quando il Topolino
sente mancare l'equilibrio, si avviticchia con la coda e, non appena si sente
sicuro, riprende a camminare. Se si collocano su di uno stelo molto flessibile,
essi si arrampicano fino alla cima e quando si accorgono che lo stelo piega
paurosamente fino a terra, essi si appendono al disotto e scendono lentamente,
senza dare a vedere di essere stati molto impauriti. Compie anche altri esercizi di agilità come fare alcuni passi dritto sulle zampe posteriori, appoggiandosi ogni tanto sulla coda. Sa nuotare, per quanto, solo in caso di estremo bisogno, si spinga nell'acqua. Se viene gettato in un ruscello o in uno stagno, lo si vede nuotare più velocemente che può, diretto verso la riva più prossima, ove si arrampica in fretta. Ha sensi eccellenti, un fiuto sopraffino, vede benissimo, meglio di notte che di giorno. Gode di un'indole pacifica; è innocuo e non rassomiglia affatto ai suoi furbi, ringhiosi e feroci affini, i topi comuni. E' molto curioso e guarda da ogni parte con attenzione; è allegro e intelligente, capisce subito dove è tollerato, e si avvezza in modo tale alla presenza dell'uomo, da andare e venire sotto i suoi occhi. In gabbia, esclusi i primi giorni durante i quali dà segno d'irrequietezza, è docile e tranquillo. Perfino quelli presi da vecchi si addomesticano facilmente e quelli presi da giovani superano in gentilezza tutti gli altri rosicanti che usiamo tenere in schiavitù. E' notevole il loro amore per la musica; all'udire dei suoni armoniosi, escono dal loro nascondiglio dimenticando ogni timore. Compaiono nella camera ove si suona, anche in pieno giorno, ed eleggono come domicilio preferito i luoghi ove si fa regolarmente della musica. Si dice che se di sera penetrano in una stanza dove è un pianoforte aperto, corrano sui tasti e sulle corde per soddisfare la loro passione. Molte persone degne di fede hanno assicurato di aver sentito dei topolini cantare, modulando il loro squittire in modo tale da ricordare il gorgheggio dei canarini. Alcuni naturalisti affermano che quel canto è un grido d'angoscia emesso in circostanze critiche.
Altri invece affermano che i topolini fanno udire quel canto quando stanno bene e sono allegri. Wood, nella sua Illustrated natural history, racconta una graziosa osservazione fatta da un certo Bampfield: «Alcuni topolini s'erano collocati dietro l'assito della mia cucina: io volli che essi non venissero disturbati, infatti erano bestioline graziose ed amabili. Una delle nidiate cui dettero vita ci parve fosse allevata con cura particolare. Tuttavia i piccoli non acquistarono tutte le qualità dei genitori. Nella cucina si trovava un canarino che cantava molto bene e presto ci accorgemmo che lo squittire dei topolini imitava il gorgheggio del canarino. Più passava il tempo, più l'imitazione era perfetta. Avemmo, tuttavia, il sospetto che si trattasse di un'imitazione fatta per beffa. Ma l'effetto era tale da rallegrare e il canto del Topolino, pur non avendo la forza e la pienezza di quello del canarino, lo superava in dolcezza ed in tenerezza. Spesso, la sera, io lo ascoltavo con piacere, mentre l'uccellino dormiva col capo sotto le ali. Un uomo degno di fede mi assicurò che anch'egli aveva in casa uno di questi topolini cantatori ed io ritengo che, messi a contatto con un canarino in giovanissima età, imparino da sé a cantare». Un viaggiatore cinese raccontava che i dignitari del centro del Celeste Impero avevano in gabbie eleganti dei topolini invece di uccelli e che il loro grazioso canto meravigliava tutti gli europei. Il dottor Eichelbey pubblicò nella Gartenlanbe delle osservazioni che raccolse durante la sua prigionia. Nel novembre del 1846 udì, durante il crepuscolo, un canto armonioso di canarino che pensò si fosse ritirato nel caminetto. Credette che l'uccello si fosse smarrito là dentro e che poi si sarebbe ritrovato, ma seppe che alcuni giorni dopo, alla stessa ora e nello stesso luogo, si era udito quel medesimo canto. Più tardi, quelle note melodiose provennero dal sottosuolo ed anche durante la notte egli ne fu destato. Seguendo il canto, fu trovato un topolino dalla cui boccuccia scaturivano le note. Di giorno esso cantava brevemente, mentre di notte cantava anche per un quarto d'ora di seguito. Questo caso è avvalorato da altri consimili; perfino dei naturalisti di grandissima fama parlano del canto di topi. Se il Topolino possiede senza dubbio delle piacevoli qualità, queste sono
annientate dalla sua incorreggibile ingordigia. Non si può credere quello che
sia capace di fare un topolino in una dispensa ben fornita. Esso cerca sempre i
migliori bocconi, dimostrando così di avere ben sviluppato il senso del gusto.
Ovunque il suo fiuto finissimo gli faccia sospettare la presenza di buoni
bocconi, riesce ad aprirsi un passaggio senza sgomentarsi se deve lavorare per
più notti di seguito e trasformare pesanti porte. Quando è riuscito a
raggiungere un cibo prelibato, particolarmente ad esso gradito, parte ne mangia,
parte se ne porta nel suo buco per tenerlo di riserva. «Verso l'anno 1843 - scrive il forestale sig. Block - fui disturbato da un
fruscio e scorsi un topolino che si arrampicava lungo la gamba liscia di un
tavolino. Al più presto giunse a raccogliere le briciole rimaste nel vassoio
della colazione. Nel mezzo del vassoio era un bicchiere pieno fino a metà di
liquore. Il Topolino, con un salto, fu sull'orlo del bicchiere, si chinò giù e
lambì avidamente il soave veleno. Disturbato da un mio movimento in un salto
sparì sotto un armadio. Ma l'alcool produsse ben presto il solito effetto: poco
dopo la bestiolina ricomparve, facendo i movimenti più ridicoli e cercando
invano di salire nuovamente sul tavolino. Andai allora a prendere un gatto; il
Topolino fuggì, ma per ricomparire subito dopo e cadere infine nelle unghie del
nemico». Il danno che il Topolino produce ai nostri cibi è assai piccolo; quello
che lo rende insopportabile ed odioso è il suo rosicare e deteriorare oggetti di
valore. Esso si insinua nelle collezioni di libri e di quadri e, se non è
combattuto con ogni mezzo possibile, ne derivano seri danni. Sembra che spesso i
topi rosicchino per il solo gusto di far del male e quello che è certo è che se
hanno sete rosicano molto di più di quando hanno già bevuto. Il gatto, il gufo, la puzzola e la donnola sono i nemici peggiori del Topolino! Il Topo selvatico ed il Topo campagnolo hanno la maggior parte delle qualità del Topolino. Il primo è diffuso per tutta l'Europa tranne nelle regioni più settentrionali. Vive nei boschi, nei giardini, raramente nei campi scoperti. D'inverno si ritira volentieri nelle case, nelle cantine, nelle dispense, ma appena può sale nelle soffitte e sotto i tetti. Nei movimenti è svelto quanto i topolini e si nutre nello stesso modo. Mangia insetti, vermi perfino uccelletti oppure frutta, noccioli di ciliegia, noci, ghiande, fagioli ed anche la corteccia degli arboscelli.
Ammucchia provviste per l'inverno, ma non cade in letargo e solo durante il cattivo tempo si nutre dei tesori accumulati. In casa reca spesso sensibili danni. Di notte penetra nelle gabbie e vi uccide i canarini, le allodole, i fringuelli. Lenz racconta che sua sorella udì una sera, in cantina, un garrire melodioso e scese con la lanterna per scoprirne la causa; trovò un topo selvatico, tranquillamente seduto presso una bottiglia di Malaga, che guardava con espressione di beatitudine chi entrava senza interrompere il canto. La signorina chiamò dei rinforzi e rientrò nella cantina armata di molle di ferro. Il topo proseguì il suo canto, assai meravigliato quando si sentì afferrare. Un'accurata investigazione rivelò che il topo aveva eletto domicilio presso la bottiglia intorno alla quale cadevano stille di liquore. Il Topo selvatico partorisce due o tre volte all'anno da quattro a sei piccoli che crescono lentamente e che soltanto il secondo anno assumono il bell'abito rosso-gialliccio dei genitori. Questo topo è diffuso in un'area più ristretta dei suoi affini: si trova fra il Reno e la Siberia occidentale, l'Holstein settentrionale e la Lombardia. E' comune ovunque nella Germania centrale, manca però nelle alte giogaie. I luoghi che preferisce sono gli orti, il margine dei boschi, i cespugli poco fitti, e nell'inverno i granai, i fienili e le stalle. Pallas racconta che in Siberia compie migrazioni irregolari. Nei movimenti è meno svelto; nell'indole più stupido dei suoi affini. Si ciba soprattutto di cereali, di semi, di piante, d'insetti e di vermi. Nell'estate partorisce tre o quattro volte da quattro ad otto figli che sono perfettamente colorati l'anno successivo. Lenz racconta quanto segue a proposito della sua riproduzione: «Non è molto che presi una femmina di topo campagnolo coi figli che cominciavano a vederci; deposi la famiglia in un giaciglio ben riparato e la nutrii bene. La madre allattava amorevolmente i figli. Quindici giorni dopo di quello in cui avevo preso la famiglia, la madre dette alla luce altri sette figli. Ciò significa che essa doveva essersi accoppiata prima ancora di aver finito di allattare i piccoli. Era curioso vedere come la madre correva coi piccoli attaccati al capezzolo». Le due specie di topi citati ultimamente hanno gli stessi nemici del Topolino. TOPOLINO DI RISAIA (Micromys minutus)E' più snello, più vivace, più grazioso degli altri. La sua lunghezza è di soli 13 centimetri, di cui 6 appartengono alla coda. L'altezza al garrese è di soli 26 millimetri, il peso varia fra tre e sei grammi. Non esiste che un altro mammifero, il mustiolo, che sia ancora più piccolo. E' assai diffuso. Pallas lo scoperse in Siberia, lo descrisse minutamente e lo disegnò per bene.In genere il colore del pelame varia molto. Abitualmente è bicolore: la parte superiore del collo e della coda è rosso-bruno-gialliccia; la parte inferiore ed i piedi d'un bianco recisamente limitato; ma si trovano individui più scuri o più chiari, più rossicci o più bruni; la parte inferiore non contrasta così vivamente con la superiore, gli animali giovani non hanno le proporzioni dei vecchi ed un colore affatto diverso. Parve strano che un animale scoperto in Siberia potesse vivere anche in Germania. Comunque, osservazioni rigorose ne accertarono la presenza in Siberia, in tutta la Russia, in Ungheria, in Polonia, in Germania, in Francia, in Inghilterra e in Italia. Si trova ovunque fiorisca l'agricoltura, nei canneti, nelle paludi, nei giuncheti. E' comune in Siberia e nelle steppe caucasiche e può incontrarsi in gran numero anche in altre regioni d'Europa. Durante l'estate lo si trova in società con il topo selvatico e col topo campagnolo nei campi di cereali; d'inverno, nei granai ove si introduce insieme al raccolto. Se passa l'inverno all'aperto, trascorre dormendo le giornate più rigide, senza, per altro, cadere in letargo e, durante il bel tempo, raccoglie provviste sufficienti per potersi nutrire anche in periodo di carestia. Il suo cibo è lo stesso degli altri topi: grani, semi, erbe, piante ed insetti d'ogni specie. Il Topolino di risaia si distingue da tutte le altre specie per la straordinaria agilità dei movimenti. Corre rapidamente, si arrampica con enorme sveltezza, destrezza e grazia tutte particolari. Corre sui sottili rami dei cespugli, lungo lo stelo di erbe pieghevoli che s'inchinano fino a terra, sugli alberi, usando, in questo caso, la piccola coda che fa le veci di uno strumento prensile tanto che si direbbe che il piccolo abbia rubato quest'arte alla scimmia urlatrice. Anche nel nuoto è molto esperto ed abile nel tuffo. Perciò può vivere dovunque. Il Topolino nano è un vero artista nella fabbricazione del suo nido: foggia una specie di palla della grossezza di un pugno e formata, secondo la natura del luogo, da venti o trenta foglie di carice, intrecciate alla punta in modo da chiudere il nido da tutte le parti. Talvolta viene appeso ai rami di un cespuglio o al gambo di una canna a circa 60 centimetri dal suolo tanto che pare ondeggi nell'aria. Rassomiglia ad un uovo d'oca anche per la sua mole. Il viluppo esterno consiste sempre nelle foglie ripiegate della canna o del carice, i cui steli formano l'impalcatura dell'edifizio interno. Il piccolo artefice abbocca delicatamente ciascuna foglia e la passa più volte fra i denti aguzzi come aghi finché non sia divisa otto o dieci volte in tanti fili particolari che poi intesse insieme. L'interno è rivestito di spighe di canneto, di lanugine, di piume d'ogni qualità. Una piccola apertura laterale immette nell'interno e se lo si tocca si sente tutto perfettamente unito, soffice e levigato tanto da potersi considerare assolutamente saldo. Se paragoniamo i pochi e disadatti mezzi di cui dispone il Topolino, in confronto al becco adatto dell'uccello, non si può non ammirare il lavoro perfetto di questa piccola bestia e lo si stimerà assai di più di quello di tanti uccelli assai meglio dotati. Tutti quei nidi sono per lo più formati delle foglie della pianta che sorregge la gentile abitazione. Conseguenza di questo fatto è che il colore è appunto quello stesso della macchia ove abita. Il Topolino di risaia si serve del suo palazzo soltanto come letto da puerpera, cosicché prima che le foglie appassiscano e diano al nido un diverso colore, i piccoli sono già scappati. Si crede che il Topolino di risaia partorisca due o tre volte all'anno, ed ogni volta abbia da cinque a nove figli. Le madri più vecchie fabbricano nidi più artistici delle giovani, meno esperte. Tuttavia, fin dal primo anno di vita questo minuscolo essere fabbrica nidi discretamente comodi per riposarvi. In genere i piccoli restano nel nido finché possono vederci; in quel tempo la madre li ricopre per tenerli caldi, oppure chiude la porta del nido se deve uscire in cerca di cibo. Appena i piccoli sono in grado di bastare a sé stessi, la madre li abbandona.
Chi riesce a sorprendere la madre che per la prima volta conduca fuori i suoi piccoli gode uno spettacolo interessantissimo e grazioso quanto mai: uno dei piccini si attacca ad uno stelo, un altro ad un secondo; questo pigola accanto alla madre, quello cerca ancora il seno materno; un altro si lava e si alliscia, un altro ancora trova un chicco, mentre il più debole resta ancora nel nido; il maschio, più coraggioso, si è già allontanato e nuota nell'acqua al di sopra della quale si eleva il canneto. In breve tutta la famiglia è nel più vivace movimento e la madre sta in mezzo aiutando l'uno, chiamando l'altro, proteggendo tutti. Se si porta a casa tutto il nido, si può osservare comodamente tutto quel grazioso affaccendarsi. Si può mantenere il Topolino di risaia con canapa, avena, mele, carne e mosche comuni. Esso è assai grazioso quando cattura una mosca. Le piomba addosso con grandi salti, l'abbraccia con le zampe anteriori e l'uccide. Verso l'epoca in cui i topolini, allo stato libero, si ritirano nel nascondiglio, diventano molto irrequieti e cercano di scappare. Anche in marzo dimostrano la medesima voglia di fuggire dalla gabbia. Del resto si avvezzano molto presto a fabbricarsi allegramente il loro nido, prendendo foglie, tirandole con le zampe attraverso la bocca per tagliarle, intrecciandole, insomma cercando di accomodarsi nel modo migliore. TOPO DI BARBERIA (Arvicanthis barbarus)Questo animaletto è lungo circa 10 centimetri, con la coda un poco più lunga ed alto al garrese poco più di 3 centimetri. Il suo colore fondamentale è un bel bruno giallastro o giallo-rosso argilla. Dalla testa macchiettata di nero alla radice della coda corre lungo il dorso una striscia longitudinale e molte altre strisce analoghe corrono sui fianchi, in direzione obliqua. La parte inferiore è bianco-pura. Le orecchie sono coperte di peli giallo-rossicci, i mustacchi neri finiscono con una punta bianca. La coda è bruno-nera di sopra, di sotto bruno-gialla.La specie vive nell'Africa settentrionale e centrale ed è particolarmente numerosa nella regione dell'Atlante; fu notata però anche nel Kordofan, ma soltanto al momento in cui saltellava fra le alte erbe della steppa. In Egitto non si trova. Barry comunica alcune interessanti osservazioni sul suo modo di vivere: «Il Topo di Barberia, come tutti i suoi affini che abitano il deserto, non è visto di buon occhio dagli arabi, tanto che da questi viene chiamato Topo del Deserto. Si trova lungo tutta la spiaggia dell'Algeria e specialmente nelle fertili pianure al limite di sterili giogaie. Sulle falde delle colline si scava gallerie che mettono in una camera profondamente incassata. In questa l'animale ammucchia nell'autunno le sue vettovaglie, i chicchi e le erbe che mangia poi secondo il bisogno nei giorni freddi e piovosi. Secondo le stagioni si nutre di grano, di semi e di altre materie vegetali. I frutti sono per esso una vera leccornia. Il Topo di Barberia somiglia nell'indole ai topi comuni. E' vorace, ma anche ringhioso e spinge il suo ardire fino al punto di spaventare l'avversario, se sono in gioco l'amore coniugale e materno. Del resto è un vero e proprio topo: è pieghevole, svelto ed agile come tutti i suoi simili. Nulla so del modo della sua riproduzione». Il Topo di Barberia fu portato spesso in Europa. Esso sopporta molto bene il nostro clima poiché anche in casa sua è talvolta esposto al freddo rigido. Si può mettere in compagnia di altri individui della sua specie soltanto se lo si sazi di cibo, perché, in caso contrario, il più forte aggredisce il più debole. Probabilmente i topi con strisce che s'incontrano nell'interno dell'Africa sono differenti dai topi di Barberia perché di questi topi con strisce se ne trovano ovunque in Africa, ma esistono fra essi differenze specifiche; tuttavia, queste sono così piccole che non si è riusciti a raccogliere in un genere proprio questi topi con strisce.
CRICETO O HAMSTER (Cricetus cricetus)Questo avidissimo animale sa vivere assai bene a spese dell'uomo. Esso ammassa provviste per l'inverno in modo ingordo, perché uno solo di questi sfacciati ladroni può ammucchiare perfino 50 chilogrammi di grano nella sua tana. Lenz ci dice che in una sola pianura di poco più grande di 12.000 are fu preso, in dodici anni, più di mezzo milione di criceti; a ciò si deve aggiungere l'immenso numero di quelli che caddero uccisi dai loro nemici; da ciò si può ricevere un'idea di quanto sia dannoso questo animale. I principali caratteri del Criceto consistono nel corpo grasso e tarchiato, nella coda corta e poco pelosa, nelle zampe brevi, di cui le posteriori fornite di cinque dita, le anteriori di quattro, in un rudimentale pollice, nelle borse guanciali. La dentatura è formata di sedici denti, due paia di incisivi grossissimi e tre molari ad ogni fila, semplici, ma con corona tubercolosa. Il Criceto abita le fertili pianure dell'Europa temperata e dell'Asia. Sceglie accuratamente quei terreni moderatamente sodi ed asciutti che gli garantiscano la stabilità della tana; proprio per questo evita accuratamente i terreni sabbiosi. Non tollera l'acqua, dalla quale si allontana con ribrezzo. Nei luoghi di suo gradimento si raduna in branchi numerosissimi. Di particolare interesse, dal punto di vista artistico, è la tana del Criceto; è formata da una camera di abitazione scavata alla profondità di un metro o due; da una galleria di uscita obliqua e da una di entrata perpendicolare. Per mezzo di gallerie questa camera è in comunicazione col deposito delle vettovaglie.Un'altra strana caratteristica delle abitazioni dei Criceti è che esse presentano una diversa struttura a seconda che il proprietario sia giovane o vecchio, femmina o maschio. Le tane dei giovani, infatti, sono semplici e corte; quelle delle femmine sono molto più ampie; quelle dei vecchi, infine, sono grandissime. L'ingresso alla tana scende verticalmente, talvolta inoltrandosi per circa due metri nella terra; tuttavia non immette direttamente nella camera, ma forma prima una curva più o meno pronunziata; anche la galleria di uscita presenta numerose curve. I due buchi sono generalmente posti ad una distanza di circa tre metri. Dallo stato in cui si trovano le gallerie si può facilmente capire se una tana è abitata o meno: bisogna ricordare che il Criceto è un animale pulitissimo e che la sua abitazione è sempre tenuta nel massimo ordine; perciò se il buco della galleria di un ingresso presenta muffa, muschio o fili d'erba se ne può dedurre con certezza che il covo è stato abbandonato. Le gallerie hanno un diametro massimo di sette centimetri; la grandezza delle varie stanze è diversa; quella d'abitazione è la più piccola ed è rivestita di foglie finissime, le mura sono lisce e tutte uguali. Vi sboccano tre gallerie: quella d'entrata, quella di uscita e quella che immette alla dispensa. Quest'ultima è una camera tonda o ovale, liscia internamente: verso l'autunno è tutta piena di grano. Nelle tane dei vecchi criceti si trovano fino a quattro o cinque dispense ben fornite di vettovaglie. A volte il Criceto, dopo aver riempito un deposito, lo chiude accuratamente murandone l'entrata con il fango e lo riapre solo d'inverno per nutrirsi. La tana della femmina presenta di solito sei o otto entrate perpendicolari, di cui una sola è adoperata finché i figli sono piccoli, mentre più tardi essi si servono delle altre. La camera è tonda, ha circa 30 centimetri di diametro ed è alta da 8 a 13 centimetri. I criceti sono animali agili; camminano a passi piccoli e svelti, strisciando col ventre a terra. Nella collera possono perfino spiccare salti. Scavano la terra con vera maestria: iniziano il loro lavoro con le zampe anteriori, ma se il suolo è troppo duro si aiutano anche con i denti; si gettano sotto il ventre la terra scavata, poi l'afferrano con le zampe posteriori lasciandosela dietro.
Nell'acqua il Criceto si muove con notevole agilità, sebbene eviti accuratamente di cadervi. Appena uscito dall'acqua si scuote, poi siede sulle zampe posteriori e prende a leccarsi ed a pettinarsi con le sue unghie, cominciando dalla testa. Alza ambedue le zampe anteriori sino alle orecchie e le passa sul muso come fa quando si vuol lavare; poi piglia l'uno dopo l'altro un ciuffetto di peli e lo strofina a lungo fra le zampe finché crede che sia bene asciutto. Per ravviarsi i peli delle cosce e della schiena si adagia su un fianco e lecca e pettina adoperando oltre alle zampe anche i denti. I sensi del Criceto sono molto sviluppati e tutti nello stesso modo; le sue facoltà intellettive non sono notevoli. La sua indole è fondamentalmente collerica; alla minima occasione esso si pone sulla difensiva, brontola, stringe i denti e li batte l'uno contro l'altro con straordinaria violenza. E' un animale molto coraggioso: si difende contro ogni altro animale con grande accanimento. Spesso riesce vincitore nella lotta contro i cani che non siano allenati al combattimento contro questo rosicante. La coraggiosa lotta che il Criceto combatte contro i suoi nemici ci viene descritta con ricchezza di particolari dal Sulzer: «Appena si accorge che un cane vuole attaccar briga con lui comincia a vuotare in fretta le sue borse guanciali se sono piene di grano, poi digrigna i denti, li sfrega vivamente gli uni contro gli altri, respira affrettatamente e forte con suoni irati che si possono paragonare al russare di chi dorme e gonfia le guance in tal modo che la testa e il collo superino in grossezza la parte posteriore del corpo. Allora si drizza e salta in tale atteggiamento spesso a 60 centimetri di altezza sopra il suo avversario; se questo cede è abbastanza audace da incalzarlo, saltandogli dietro come una rana. La sua goffaggine e l'energia dei suoi movimenti fanno un effetto così strano che non si possono trattenere le risa». Il Criceto aggredisce inoltre l'uomo, anche se non è provocato. Accade spesso che una persona, che passa tranquillamente davanti alla tana di un criceto, venga da questo aggredita e morsa. Naturalmente un animale così collerico è intollerante. I figli stessi non possono rimanere con la madre quando sono già grandicelli, e il maschio morde ferocemente la femmina dopo il tempo dell'accoppiamento. In schiavitù i criceti non possono vivere insieme soprattutto se si tratta di individui vecchi - senza provocare zuffe terribili. Dimostrano in modo particolare la loro intolleranza e la loro ferocia con gli animali più piccoli, ai quali dànno la caccia poiché si cibano in parte di animali vivi, uccelli, lucertole, bisce, insetti che formano per il Criceto un pranzo squisito. Mangiano anche vegetali e soprattutto sementi verdi, carote, patate e simili. E' anche questo un animale soggetto al letargo invernale dal quale si sveglia verso la fine di febbraio o ai primi di marzo. Appena sveglio non apre ancora la sua buca e preferisce rimanere nascosto tranquillamente in casa a cibarsi delle vettovaglie ammassate. I vecchi maschi aprono la buca a metà marzo, le femmine invece all'inizio di aprile. Nel pieno della primavera si costruiscono una nuova dimora e ciò coincide con il periodo dell'accoppiamento. La dimora estiva è formata da una sola camera, scavata alla profondità di 60 centimetri circa, provvista di un buon giaciglio, vicino al quale si trova il deposito delle cibarie. Alla fine di aprile il maschio si reca nell'abitazione della femmina, dove per qualche giorno i due animali fanno vita in comune, dimostrando l'uno per l'altra una grande tenerezza. Se capita che due pretendenti si presentino alla stessa femmina, si accende un duello accanito fra i due maschi che si risolve con la morte o la fuga di uno dei due. Dopo la fecondazione, la femmina scaccia malamente il maschio dalla sua tana e da quel momento essi diventano acerrimi nemici. Dopo quattro o cinque settimane, verso la fine di maggio, la femmina partorisce nel suo giaciglio da 6 a 18 piccoli, ed ogni femmina per almeno due volte nell'estate provvede così ad incrementare il numero degli individui della specie. I piccoli nascono nudi e ciechi, ma hanno i denti: alla nascita pesano circa 3 grammi, ma crescono rapidamente e prima di aprire gli occhi pesano circa dodici volte il peso della nascita. Verso l'ottavo e il nono giorno di vita aprono gli occhi e cominciano a muoversi nel nido. La madre ama teneramente i suoi piccoli, e si sa con certezza che molto spesso allatta altri piccini non suoi. Il 14° giorno dopo la nascita i piccoli criceti cominciano a scavare, ma appena la madre se ne accorge li scaccia di casa e li rende indipendenti. I neonati sono di un colore rosso sanguigno e lasciano udire un guaito simile a quello dei cagnolini. Il secondo o terzo giorno il loro corpo si copre di una fitta lanugine che va, poi, via via infittendosi. Per raggiungere il pieno sviluppo hanno comunque bisogno di un anno.
Nel periodo della mietitura il Criceto è molto occupato per fare le sue provviste: esso raccoglie grano, semi di lino, fave e piselli. Nei luoghi solitari, esso fa le sue raccolte di giorno; ma generalmente il suo lavoro si svolge nella prima metà della notte e al mattino molto presto. Con le zampe anteriori piega gli alti steli, ne distacca la spiga con i denti, la gira un paio di volte fra le zampe e ne stacca tutti i chicchi che nasconde nelle borse guanciali. Queste vengono riempite, a volte, in modo tale che il loro contenuto è di circa cento grammi di grano. All'inizio di ottobre, quando cominciano i primi freddi, il Criceto pensa ad allestire la sua abitazione invernale. Prima tura il buco dal quale esce dalla sua camera, poi chiude quello di entrata dall'interno all'esterno. Se teme che il freddo sia particolarmente acuto, si scava un nido e granai più profondi. Il piccolo giaciglio viene rivestito di fine paglia. Per dormire, abitualmente esso si corica sul fianco, con la testa posata sul ventre fra le zampe anteriori. Le membra sono, a toccarle, di un freddo di ghiaccio; gli occhi sono chiusi; non si sente né respirazione né pulsazioni al cuore. L'animale offre un'immagine perfetta della morte. Il cuore batte abitualmente 14 o 15 volte al minuto. Il Criceto, come abbiamo detto, si moltiplica con enorme facilità, provocando gravi danni agli enormi appezzamenti di terreno in cui vive. Per nostra fortuna esso ha molti nemici, che riescono a decimare sensibilmente questa specie così numerosa. I gufi, i corvi, e soprattutto la donnola e la puzzola sono nemici accaniti del Criceto. La pelle di questo animale viene, generalmente, adoperata per farne pellicce, veramente eccellenti, date la sua morbidezza e la sua resistenza. In alcune regioni anche la carne del Criceto è assai ricercata e considerata gustosissima. IDROMIDE (Hydromys chrysogaster)Ha una mole considerevole. Il suo corpo misura 60 centimetri di lunghezza, di cui tre quinti spettano alla coda. E' originario del Van Diemen, vive sulle rive dei fiumi e sulle rive dei mari. Nuota e si tuffa perfettamente sia in acqua dolce che in quella salata. Si distingue dai topi per la dentatura, il corpo allungato e le zampe corte. Il muso è ottuso, le orecchie tondeggianti, i piedi hanno cinque dita e quelli posteriori sono palmati. La coda è lunga e aguzza. Nel muso sono notevoli i mustacchi lunghi come la testa. Nella parte superiore è di un nero lucido con sfumature fulve; sui fianchi e sulla parte inferiore è di un bel bigio-fulvo con riflessi giallo-arancio. La lanugine è bigio-chiara, le setole superiori in parte nere, in parte giallo-oro con o senza punta nera. I piedi sono coperti di fitti peli aderenti, scuri; la coda di peli più chiari e ruvidi verso l'estremità.
ARVICOLELa famiglia delle Arvicole comprende un gran numero di piccoli rosicanti; tutti assai simili fra loro. Esteriormente si distinguono dai topi per la loro corporatura massiccia, la testa grossa, le orecchie completamente nascoste o poco sporgenti e per la corta coda. Nella dentatura si trovano tre molari, formati da parecchie piastre riunite nel mezzo e privi di una vera radice. La corona appare frastagliata, perché sui lati scorrono solchi profondi in mezzo a ogni piastra.Vivono nel settentrione dell'antico e del nuovo continente. La loro dimora è in gallerie e in buche sotterranee che si scavano da sé. Abitano in pianura come in montagna, nelle terre coltivate come nei deserti, nei campi, nei prati, nei giardini, lungo i fiumi o i ruscelli. Le Arvicole vivono solitarie o in coppie; tuttavia, sembra che amino la vita di società e spesso si radunano in numerose schiere. La loro alimentazione è prevalentemente vegetale. Il loro genere di vita è molto simile a quello dei topi; anche le Arvicole, infatti, conducono una vita diurna e notturna; i loro movimenti sono snelli e discretamente vivaci. Poche specie possono arrampicarsi, ma quasi tutte sanno ben nuotare; alcune vivono sempre nell'acqua; altre per mesi interi nella neve, dove si scavano delle lunghe e artistiche gallerie. Alcune specie, infine, intraprendono grandi emigrazioni. Fra i loro sensi, i più sviluppati sono la vista e l'olfatto; l'udito non è molto ben sviluppato. Le loro facoltà intellettive sono minime. Si moltiplicano rapidamente. E' molto difficile distinguere le diverse specie delle Arvicole, perché tutte si somigliano in modo straordinario; la forma dei molari è comunque il più sicuro punto d'appoggio per la determinazione della specie.
ONDATRA (Ondatra zibethica)E' l'unica specie utile della famiglia delle Arvicole. Rappresenta il passaggio dalla famiglia dei castori a quella delle arvicole. Si può considerare come un grosso ratto d'acqua. Ha una lunga coda, i piedi posteriori larghi, il muso ottuso e ricoperto di corti peli e le orecchie chiudibili. I piedi anteriori hanno quattro dita ed un rudimento di pollice, i posteriori cinque dita munite lateralmente di lunghi peli natatori e di forti unghie lunghe. La coda è tondeggiante posteriormente e compressa sui lati ed è munita di piccole squame, con pochi peli aderenti. Vicino agli organi genitali si trova una glandola della grossezza di una piccola pera che sbocca al di fuori e secerne un liquido bianco, oleoso, che ha un forte odore di muschio. La testa è larga, tondeggiante e corta, il muso è ottuso, le orecchie sono quasi completamente nascoste sotto il pelame; gli occhi sono piccoli, il labbro superiore fesso e munito lateralmente di lunghi mustacchi. Il corpo è compresso e il collo corto e grosso. Le zampe posteriori sono più lunghe delle anteriori. Il pelame somiglia a quello del castoro: è folto, liscio, morbido e lucente. E' bruno nella parte superiore, bigio in quella inferiore con alcune sfumature rossicce. I peli delle dita sono bianchi; la coda è nera, le unghie di un colore corneo-rossiccio. E' difficile trovare individui completamente scuri; più facilmente se ne incontrano del tutto bianchi. I maschi misurano 60 centimetri di lunghezza dei quali due quinti appartengono alla coda.L'Ondatra vive nelle regioni dell'America settentrionale, e soprattutto nel Canadà. Pone la sua dimora sulle sponde erbose dei laghi e dei fiumi, sulle rive dei ruscelli tranquilli, nelle paludi, negli stagni. Là abita in famiglie più o meno rumorose e si lega con rapporti di amicizia con gli altri della sua specie. Il suo modo di vivere somiglia a quello del castoro. Gli indiani assicurano che il castoro e l'Ondatra sono fratelli, di cui il primogenito, il castoro, è più intelligente e il secondo è più stupido. Anche questo animale ha due tipi di tane: camere sotterranee fornite di parecchie gallerie e fabbriche erette sul suolo. Queste ultime si trovano specialmente nel nord, dove gli stagni si gelano. Sono tonde o a forma di palla o di cupola e costruite generalmente su un mucchio di melma; la muratura è fatta di canne, di giunchi e di melma. La casa si compone di un'unica camera di un diametro di 50 o 60 centimetri; vi fa capo una galleria, che attraversa lo strato sottostante di melma e sbocca sul fondo dell'acqua. Altre gallerie, senza sbocco, corrono in varie direzioni e servono come deposito di vettovaglie per l'inverno. D'inverno, l'animale riveste la sua camera di gigli d'acqua, di foglie, di erbe e di canne e provvede alla sua areazione coprendo la cupola con giunchi intrecciati che permettono il passaggio dell'aria. Se il freddo diventa particolarmente intenso e l'animale non riesce a tenere aperto un buco nella tana per il passaggio dell'aria, capita spesso che muoia soffocato e in realtà sovente si hanno casi di morte collettiva di intere società di questa specie. L'Ondatra si ciba di vegetali e di molluschi contenuti nelle conchiglie. La vita di questi animali ci è stata pittorescamente descritta dall'Audubon e dal Bachmann; «Le ondatre - essi scrivono - sono creature vivaci e allegre, quando si trovano nel loro elemento, l'acqua. In una placida notte si può vedere in uno stagno, oppure in acque profonde, come esse si trastullino, nuotando in ogni direzione e lasciando dietro di sé, nell'acqua, lunghe strisce lucenti, mentre altre sostano per alcuni minuti presso mucchi di erba o sopra pietre o massi, dai quali possono raggiungere il loro cibo che galleggia. Altre ancora se ne stanno sulle rive dello stagno e, l'una dopo l'altra, saltano in acqua come le rane. A volte se ne vede una giacere perfettamente immobile sulla superficie dello stagno o del ruscello, col corpo disteso. Di tanto in tanto essa dà un colpo di coda e scompare poi improvvisamente sotto la superficie dell'acqua, per ricomparire dopo poco a una distanza di sei o dodici metri. Appena riemerso, l'animale si unisce ad un gruppo di compagni o seguita il giuoco. Intanto, altri si affaccendano a raccogliere il cibo sulla sponda erbosa, scavando le più diverse specie di radici e riponendole in luoghi tranquilli. Sembra che questi animali formino una piccola e pacifica comunità, che altro non domanda se non di rimanere tranquilla al riparo dalle molestie dell'uomo». Abbiamo poche e frammentarie notizie sulla riproduzione delle ondatre. L'accoppiamento ha luogo in aprile o maggio, dopo che hanno lasciato la dimora invernale e la femmina partorisce poco dopo nella sua tana da tre a sei piccoli. Ciò avviene, secondo alcuni naturalisti, una sola volta ogni anno; secondo altri, tre o quattro volte nel corso dell'anno. Non si sa nemmeno per quanto tempo i figli rimangano con la madre: ma se sono presi giovanissimi, questi si addomesticano facilmente, poiché le ondatre sono di indole particolarmente mite. Gli indiani mangiano con molto gusto la carne di questi animali e la pelle è oggetto di un vasto commercio, malgrado lo spiacevole odore di muschio, che da essa emana. Durante la caccia bisogna stare molto attenti ad afferrare rapidamente l'animale ferito od ucciso, perché altrimenti viene subito preso dai suoi affini che lo circondano, lo trascinano nelle loro tane per sottrarlo all'assassinio e per... mangiarlo.
RATTO D'ACQUAIl Ratto d'acqua ha una lunghezza di 24 centimetri di cui 8 circa per la coda. Il pelame ha un colore uniforme, bigio-bruno nella parte superiore e nero, o bigio-nero in quella inferiore. La testa è grossa, tonda e corta; la coda è corta anch'essa e coperta da 130 a 140 cerchi di squame orlate di peli corti, fitti e duri. Il naso è carnicino, i mustacchi sono neri, spesso con la punta bianca; l'iride è nero-bruna; i denti anteriori sono giallicci. Il Ratto d'acqua della Siberia raggiunge una mole assai superiore di quello dell'Europa centrale; in Italia è più piccolo, nericcio di sopra, castano-bruno di sotto. In Inghilterra ne esiste una varietà nera con la gola di un bianco abbagliante. Sull'Ob e sullo Jenissei vivono dei topi d'acqua di colore gialliccio sbiadito.Le tane vicine alle acque hanno, generalmente, un'architettura semplice; da un obliquo passaggio si giunge a una camera morbidamente imbottita; gli animali vi aggiungono gallerie di una lunghezza di parecchie centinaia di passi. Per lo più queste gallerie sono poco distanti dalla superficie e non sono comunque mai più profonde delle radici delle piante. Spesso le gallerie vengono distrutte, ma l'Arvicola Terrestre è infaticabile e cerca di riattarle anche se deve parecchie volte al giorno ricominciare lo stesso lavoro. La tana di questo topo è facilmente distinguibile da quella della talpa; i monticelli di questo sono più irregolari e le gallerie non procedono in fila diritta. Le arvicole terrestri vivono in coppie le une presso le altre. Non sono molto abili nella corsa, ma scavano e nuotano con maestria. Nei luoghi solitari compaiono alla superficie di giorno e di notte, sempre affaccendate, ma appena si vedono spiate, fuggono nella loro tana. L'udito e la vista dell'Arvicola Terrestre sono sviluppatissimi. Il suo intelletto è notevole. Sceglie il suo cibo fra i vegetali e perciò è spesso molto dannoso alle colture, anche perché, una volta scelto un luogo di abitazione, non se ne allontana prima di aver divorato tutto quanto c'è da mangiare. Il Topo Acquaiolo, invece, vive negli stagni. Il suo nutrimento è prevalentemente formato dalle canne che mangia in modo davvero singolare. Si imbandiscono delle vere e proprie mense formate da canne recise a pochi centimetri sulla superficie dell'acqua. Il diametro delle canne raggiunge spesso i 30 centimetri. Costituiscono una massa fissa e salda del tutto pianeggiante nella parte superiore e servono al Topo Acquaiolo solo da letto o da tavola per mangiare. Negli stagni, d'estate, questi animali vivono quasi esclusivamente di canne. Le tagliano alla superficie dell'acqua e le portano fra le mandibole sulla più vicina mensa; giunti là, si drizzano sulle zampe posteriori e reggendo saldamente con le zampe anteriori la canna, la rosicano finché siano giunti alla parte midollare; allora la tengono stretta e ne divorano tutta l'estremità. Finita una canna, vanno in cerca di un'altra. Quando sono sazi, si sdraiano sulla mensa e si riposano. Il Ratto d'Acqua mangia anche volentieri gli insetti che trova nell'acqua, le larve, le ranocchie, i pesci e i gamberi. Quando inizia il freddo, si addormenta senza però cadere in letargo e in questo periodo si nutre delle provviste ammassate nei magazzini annessi alla tana. Generalmente, questi animali nell'inverno non escono mai: il freddo è, infatti, uno dei peggiori nemici di questo animale, che cade fulminato dalle temperature troppo basse. Si moltiplica con grande facilità; la femmina partorisce tre o quattro volte l'anno e depone da due a sette piccini. L'accoppiamento è davvero singolare in questi animali: è preceduto da prolungati giuochi fra i due sessi; il maschio soprattutto si comporta in modo particolare. Si aggira ripetute volte nell'acqua con tale rapidità che pare travolto da un vortice. La femmina appare, all'inizio, assai indifferente, ma poi prende gusto a questi giuochi e, appena l'innamorato ha finito le sue giravolte, i due nuotano insieme l'uno vicino all'altro e l'accoppiamento ha poi luogo. La madre accudisce ai piccoli con amore e li difende da ogni pericolo. Dopo tre settimane dalla nascita, la madre li porta fuori dalla tana e insegna loro a cibarsi di erbe e di piante. Il Ratto d'Acqua non vive in schiavitù, essendo molto delicato.
CAMPAGNOLO DELLA NEVE (Microtus nivalis)Fa parte della famiglia degli Ipudei. Questi si distinguono per il modo di vivere più di ogni altro rosicante. Il Campagnolo della Neve è uno dei più notevoli rosicanti, vive a grandi altezze, dove non esiste altra traccia di vita, senza scavarsi tane sotterranee. Il suo corpo ha una lunghezza di circa 18 centimetri, di cui 5 circa spettano alla coda. Il pelame è bicolore, bigio-bruniccio chiaro sopra, bianco-bigio sotto. Esistono però parecchie variazioni di colore: il genuino Campagnolo della Neve ha il pelame ruvido, bigio-ruggine, con la coda bigio-bianchiccio-ruggine; un'altra varietà, il Campagnolo della Neve dalla coda bianca ha il pelame morbido, bigio-bianchiccio e la coda bianca; il Campagnolo Alpino, infine, ha il pelame morbido con una sfumatura di colore ruggine e la coda bigio-bianca, assai lunga. Non si è certi se queste tre forme rappresentino addirittura tre specie diverse.Il Campagnolo della Neve, vive in tutta la catena delle Alpi al di sopra dei 1.300 metri. Nella immensa e suggestiva solitudine delle alte montagne, questo animale trascorre sia la breve estate che il lungo e freddo inverno. Si nutre di piante, soprattutto radici ed erbe alpestri, fieno e si sa che raccoglie anche per l'inverno un po' di provviste. Sceglie per propria dimora le rocce o i rottami. E' molto fiducioso e coraggioso e spesso lo si vede aggirarsi intorno al suo covo anche in pieno giorno. Se viene spaventato, però, si nasconde rapidamente fra i sassi, ma non tarda a far di nuovo capolino. La femmina partorisce due volte l'anno da quattro a sette piccini.
ARVICOLA GLAREOLO (Clethrionomys glareolus)E' un piccolo animale di 14 centimetri di lunghezza totale, di cui 5 spettano alla coda. Il suo pelame è bicolore: d'un rosso-bruno sopra, bigio verso l'inguine, di sotto e sopra i piedi bianco. Vive nei boschi e al margine di essi, nelle boscaglie e nei giardini. La sua dimora è situata in buche sotterranee tappezzate di erba, peli e lana. E' diffuso in Ungheria, in Croazia, in Moldavia, nella Russia e in altri Paesi. Si nutre più volentieri di sostanze animali: mangia insetti e vermi; quando gli capita, divora degli uccelletti e anche in stato di schiavitù preferisce cibarsi di carne; accetta, tuttavia, anche i cereali, i semi e le radici. Nei freddi inverni si contenta perfino delle cortecce degli alberi, di foglie secche e di qualsiasi altro nutrimento offerto dalla natura dei luoghi ove vive. Sopporta il freddo con relativa facilità e ama soprattutto i luoghi vicini ai ruscelli o comunque ricchi di acque.A volte, si vede girare solitario di giorno in cerca di cibarie, ma, per lo più, questi animali escono di sera. Con gli altri della sua specie ha buoni rapporti, giuoca, corre e salta, si arrampica velocemente lungo il tronco degli alberi. La femmina partorisce da 4 a 8 piccini, tre o quattro volte l'anno. I piccoli sono ciechi alla nascita, ma in sei settimane hanno già raggiunto il massimo del loro sviluppo. Sopportano bene la schiavitù e sono addomesticabili.
ARVICOLA AGRESTE (Microtus agrestis)Ha press'a poco la stessa mole del precedente: il suo corpo misura 10 centimetri, la coda 4. Anche in questa specie il pelame è bicolore: bigio-bruno-nericcio di sopra, bigio-bianco di sotto e sopra i piedi. La coda pure è bicolore, sopra bruno-scura, sotto bigio-bianca.L'Arvicola Agreste vive nel settentrione dell'antico continente, in Scandinavia, in Danimarca, in Gran Bretagna, nella Germania settentrionale e in Francia. Abita nelle boscaglie, nei boschi, sul margine dei fossi, sugli argini dei ruscelli, sempre in località ricche di acqua. Si ciba di vegetali: radici, cortecce, frutta; ma anche di insetti e carne. Il suo nido è rotondo e sta presso la superficie della terra, ma è ben riparato esternamente da fasci d'erba. Tre o quattro volte l'anno, la femmina depone nel nido da 4 a 7 piccini. Vive facilmente in schiavitù anche in compagnia di animali di altre specie.
ARVICOLA CAMPAGNOLO (Microtus arvalis)Il suo corpo raggiunge una lunghezza fra gli 8 e gli 11 centimetri, la coda ne misura 3 o 4. Il pelame è bigio-gialliccio nella parte superiore, più chiaro ai fianchi; nella parte inferiore il colore è di un bianco-rugginoso-sudicio, i piedi sono di un bianco puro.L'Arvicola Campagnolo vive in tutta l'Europa centrale, in parte della settentrionale, come pure nell'Asia occidentale e centrale. Abita sia in pianura che in montagna, sebbene più spesso si trovi nelle pianure. Preferisce i luoghi pieni di alberi, i campi e le praterie. Vive in tane sotterranee alle quali fanno capo numerose gallerie. In autunno si ritira nei mucchi di cereali, nelle abitazioni, nei giardini, nelle stalle e nelle cantine. All'avvicinarsi dell'inverno, se le provviste sono poche, emigra in società; spesso si tratta di schiere veramente numerose. Corre bene, nuota ottimamente, ma si arrampica poco e male. Conosce perfettamente l'arte di scavare, cosa che fa rapidamente ed è instancabile nella costruzione delle gallerie. Il calore e la siccità sono condizioni essenziali per la sua vita. Mangia sostanze vegetali: semi in preferenza, oppure erbe, radici, trifoglio, frutta, bacche. Sono numerosissimi nei campi al tempo della mietitura; in quel periodo, infatti, essi fanno grandi raccolti di chicchi e di spighe che ammassano per i periodi di carestia. Durante l'inverno, cadono in un letargo interrotto e, quando si ridestano, mangiano un poco delle loro provviste. L'Arvicola Campagnolo vive in concordia con i suoi simili, spesso in grosse schiere. La loro moltiplicazione è assai rapida: in aprile la femmina partorisce da 4 a 8 piccoli e nel corso dell'estate essa partorisce di nuovo da 4 a 6 volte. Questa straordinaria capacità di riproduzione fa sì che l'uomo debba impiegare tutti i mezzi possibili per il loro sterminio, onde non rimanere vittima di tanta abbondanza di individui di questa specie. Disgraziatamente l'uomo da solo è impotente contro questi animali; e per fortuna in suo aiuto operano parecchi animali da preda. Fra gli altri sono degni di menzione: alcune specie di maiali, i cani grifoni e soprattutto le puzzole, le donnole, i gatti domestici e le civette.
ARVICOLA SOTTERRANEO (Pitymys subterraneus)Vive in Germania, il suo corpo ha la lunghezza di 11 centimetri di cui 3 per la coda. Il pelame è bigio-ruggine di sopra, bianchiccio di sotto; le due tinte sono ben divise l'una dall'altra e compaiono uguali sulla coda. Vive sottoterra in una tana dalla quale si ramificano diverse gallerie. La femmina, cinque o sei volte l'anno, depone nei soffici nidi da tre a cinque piccoli, molti dei quali affogano a causa della costruzione troppo bassa della casa.In stato di schiavitù i piccoli vivono a lungo; si cibano di rape, carote, sedano, patate, pomi e semi di zucca. Volendo metterne due insieme, avvengono rabbiosi duelli e il più debole, qualora non venga subito tolto, cade generalmente vittima del più forte.
LEMMING DI NORVEGIA (Lemmus lemmus)Questo mammifero è per forma ed indole, fra gli arvicolini, quello che i criceti sono fra i topi. Se ne conosce una mezza dozzina di specie e fra esse il Lemming di Norvegia è un'arvicola di media grossezza, di corporatura molto compressa, con piccolissima coda. La sua lunghezza totale è di 15 centimetri; la coda ne misura 2. Il naso è peloso, il labbro superiore spaccato e fornito di corti mustacchi; le orecchie sono piccole, tondeggianti e quasi nascoste nel pelame. I piedi hanno cinque dita e sono muniti, soprattutto gli anteriori, di fortissime unghie scavatrici più grandi nei maschi che nelle femmine. Il pelame morbidissimo e lungo è finemente disegnato. Sul fondo giallo chiaro spiccano macchie scure. La coda e le zampe sono gialle; dagli occhi si dipartono due strisce gialle, che terminano dietro il capo; la parte inferiore è gialla, color sabbia.Il Lemming è certamente l'animale più interessante di tutta la Scandinavia. Olaus Magnus, il famoso vescovo d'Upsala, è il primo che nomini questo animale. Egli dice che «nell'anno 1518, cavalcando per un bosco, vi aveva incontrato un tale numero di ermellini da non poter resistere per il cattivo odore. Questo era prodotto da certi piccoli quadrupedi, chiamati Lemar, che, talvolta, durante i temporali e gli acquazzoni, piovevano dal cielo senza che si potesse comprendere se piovessero veramente da questo o se provenissero da lontane isole. Questi animali che, a somiglianza delle terribili locuste, si presentano in immensi stormi, riescono ad inaridire tutto ciò che toccano col dente. Essi vivono finché trovano erbe fresche per nutrirsi; al momento di partire, si riuniscono in folte schiere come le rondini; spesso, però, muoiono in gran numero ed allora appestano l'aria in modo da procurare agli uomini vertigini ed itterizia, oppure vengono divorati dagli ermellini». Nel 1833 Olaus Wormius pubblica un intero libro ove dichiara con l'accento della più indiscutibile verità che quegli animali possono piovere dal cielo e che si è tentato invano di distruggerli con scongiuri. Troviamo in Linneo, nelle dissertazioni svedesi dell'anno 1740, una descrizione fedele del Lemming secondo la sua natura. Da quanto dicono in Norvegia, questo animale si trova in tutte le più alte giogaie del paese ed anche nelle isole vicine, se sono montuose. Verso il nord vivono fino alla Tundra. Nelle immense paludi tra l'Altennfiord ed il Tana, si trovano i loro escrementi dovunque sia un luogo asciutto. Nel Dovrefield, nel mese di maggio, abbondano dovunque e soprattutto nella regione superiore tra i 1.500 e 2.000 metri, oppure dal limite delle conifere a quello delle nevi perpetue. I lemming sono bestiole graziose: somigliano a piccole marmotte o a criceti e più propriamente a questi ultimi. Abitano le zone relativamente asciutte delle paludi che ricoprono gran parte della Norvegia. Vivono in piccole cavità sotto i sassi o nel muschio. Raramente si scorgono sentieri battuti che colleghino una tana con l'altra. Di giorno e di notte sono sempre vivaci e in movimento. Il loro modo di camminare, che è uno strano sgambettare, permette all'uomo di raggiungerli con grande facilità. Fuggono abilmente e velocemente, cercano di evitare l'acqua e, se vengono tuffati in un recipiente d'acqua o in un ruscelletto, sbuffano e strillano rabbiosamente, cercando di raggiungere la terraferma.
In generale, tradiscono essi stessi la loro presenza; probabilmente, quando sono tranquilli e ben nascosti nei loro buchi, nessuno si accorgerebbe di loro; ma, siccome la comparsa di un uomo li mette in grande agitazione, essi cominciano a sbuffare e a squittire in modo che l'uomo avverte la loro vicinanza e può dar loro la caccia. Se si va loro incontro, pigliano la fuga soltanto quando si trovano vagando; allora corrono a rintanarsi in una delle innumerevoli buche e si dispongono alla difesa; ma, anche se debbano essere presi e capiscano che saranno uccisi, non indietreggiano più. I coraggiosi animaletti sono causa di gran divertimento, appena si giunge vicino alla tana. Essi balzano fuori, sbuffando, grugnendo, si rizzano, piegano il capo all'indietro e guardano con tale furore l'avversario che questi non sa decidere se sia meglio aggredirli o no. Mordono rabbiosamente lo stivale che vien loro presentato, sebbene comprendano che non servirà a nulla. A volte, addentano i calzari in modo tale che a fatica si riesce a far loro lasciare la presa. Se qualcuno si presenta loro improvvisamente, corrono a ritroso col capo in alto finché la via è piana, strillando e grugnendo con tutto il fiato che hanno in corpo; se inciampano in qualche ostacolo, riprendono il loro fiero atteggiamento e si lasciano prendere piuttosto che liberarsi con una piccola fermata. Talvolta, si slanciano a piccoli balzi contro l'avversario. Non hanno paura di nessuno, perché sono capaci di assalire temerariamente qualunque animale anche di mole maggiore. I cani ed i gatti ne uccidono una grande quantità; i gatti li divorano in tale numero da esserne sempre sazi. Nell'inverno, si scavano lunghe gallerie nella neve e si fabbricano dei nidi molto vasti a circa 20 o 26 centimetri al disopra del terreno; da un nucleo centrale s'irradiano nella neve diverse gallerie, che presto si abbassano fino al muschio e di lì proseguono come le gallerie dell'arvicola. I lemming corrono anche sulla neve oppure sostano nei campi nevosi delle alte giogaie. I giovani vengono partoriti nel nido. Linneo dice che partoriscono da cinque a sei piccini e lo Scheffer aggiunge che figliano diverse volte l'anno. Il nutrimento principale del Lemming consiste nelle poche piante che allignano nella sua patria ben povera di vegetazione, cioè erbe, licheni, frutti di betulla e alcune radici. Il Lemming si può trovare fino al punto in cui vegetano i licheni, il che fa supporre che questi siano il suo cibo essenziale. Da quanto mi fu dato sapere, i lemming non ammucchiano provviste per l'inverno; in questa stagione si cibano di quanto possono trovare sotto la densa copertura di neve e cioè soprattutto di gemme dei cespugli ricoperti. I danni cagionati da questi animali sono trascurabili, perché essi non penetrano nelle case né abitano campi coltivati. Solo se avvenga loro di smarrirsi, girovagando, possono comparire in qualche cascina. Tuttavia, mi è stato detto, che spesso i lemming entrano nei campi di patate ed operano allora una terribile devastazione, perché scavano gallerie e si annidano tra i preziosi tubercoli, mangiandone a sazietà. Del resto la loro patria, per quanto povera, provvede vegetali sufficienti per i loro bisogni ed eccezionalmente, in certe annate assai scarse, essi sono costretti ad emigrare. Di tali migrazioni, nulla sapeva la gente del Dovrefield, né i Lapponi, né i Finlandesi. Bisogna cedere, però, dinanzi all'autorevole parola di Linneo, il quale racconta ciò che ha udito: «La cosa più notevole di queste bestiole è la migrazione, che circa ogni dieci o vent'anni essi compiono in tali quantità che se ne resta sorpresi. Essi tracciano sul suolo veri sentieri, profondi due dita e larghi mezzo dito. Tali sentieri corrono parallelamente a qualche distanza gli uni dagli altri. Cammin facendo, i lemming divorano le erbe e le radici che sporgono. Da quanto si dice, partoriscono sovente, mentre camminano, e portano allora un piccolo nella bocca, un altro sulla schiena. Dalle nostre zone (quelle della Svezia), scendono giù dalle montagne fino al golfo di Botnia, ma vi giungono raramente, essendo uccisi o dispersi durante il loro cammino. Se, casualmente, si imbattono in un uomo, non si scostano, ma gli passano, potendo, tra le gambe o siedono sulle estremità posteriori e mordono il bastone che viene loro presentato. Non fanno il giro di una catasta di fieno, ma si scavano un varco, rosicchiando: intorno ad una grossa pietra, corrono in giro e poi seguitano in linea retta. Nuotano negli stagni più vasti: se incontrano un battello, vi saltano dentro e poi si rituffano nell'acqua dall'altra parte. Non si impauriscono di un torrente, ma vi saltano dentro risoluti a costo di lasciarvi la vita». Scheffer, nella sua descrizione della Lapponia, menziona un vecchio racconto secondo il quale i lemming precipitano dai monti tanto verso il Mare del Nord quanto verso il golfo di Botnia, in così gran numero da mettere a repentaglio perfino i battelli. I lemming tentano di passare, a nuoto, da un'isola all'altra; tuttavia, troviamo esagerato ciò che spesso si afferma sulle migrazioni di questi animali. Spesso accade che per lunghi anni essi non si lascino vedere. Ad un tratto, poi, la comparsa di numerosi capi, crea delle leggende e dei pregiudizi sciocchi.
Non si riesce, infatti, a spiegare come mai compaiano migliaia di animali, che prima non si vedevano, ma si trascura il fatto che durante lunghi anni i pochi lemming esistenti, si siano moltiplicati straordinariamente in conseguenza della loro notevole fecondità. E' un bene che i lemming abbiano molti nemici, altrimenti tutto il paese ne sarebbe infestato. Il clima stesso è un loro nemico e li uccide a milioni; un'estate piovosa, un autunno freddo, prematuro, senza neve sono micidiali per essi. Vi è, poi, un enorme numero di animali che li stermina senza pietà: nella Scandinavia, all'infuori dell'orso e del riccio, tutti gli altri s'ingrassano a loro spese. I lupi e le volpi li inseguono per miglia e miglia. Il ghiottone, la martora, la puzzola, l'ermellino, non mangiano che lemming, quando ne è il tempo: i cani dei lapponi, gli eterni affamati, fanno baldoria negli anni di abbondanza di lemming. Il gufo, la civetta, il falco sono senza tregua affaccendati a divorare i poveri animaletti; anche i corvi cibano i figli con la carne di quelli, e le cornacchie e le gazze ne mangiano fino a scoppiare. Perfino le renne, talvolta, mangiano il Lemming e, se sono irritate, lo schiacciano con i piedi anteriori. Una volta potei assistere al duello tra una cornacchia ed un lemming e posso assicurare che fu per me un gran divertimento. Una cornacchia, che era rimasta a lungo solennemente appollaiata su di un grosso sasso, scese ad un tratto e cominciò a frugare furiosamente nel muschio, cercando qualche cosa; presto potei accorgermi che quel «qualche cosa» era un Lemming che si difendeva valorosamente, sbuffava, digrignava i denti, squittiva, balzava contro l'uccello, e lo minacciava in modo tale che questo dovette indietreggiare; ma non per questo si dette per vinto ché, anzi, tornato all'attacco contro il lemming che appariva spossato, con un colpo di becco lo uccise. Anche l'uomo perseguita il Lemming, ma solo in caso di necessità. Nelle più fortunate regioni della Scandinavia, lascia l'animale in pace e non saprebbe che farsene; infatti, la pelle ha poco valore e la carne ripugna a quei popoli, come a noi il topo. I lapponi, invece, sono costretti dalla fame a dar la caccia al Lemming col fucile, quando ciò è possibile, o col bastone. Perciò questo rosicante è talvolta utile all'uomo.
SCOIATTOLI - PTEROMIDI O SCOIATTOLI VOLANTI - TAGUAN (Petaurista petaurista) -
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sabrinus) - SCOIATTOLO COMUNE (Sciurus vulgaris) - SCOIATTOLO NERO (Sciurus
niger) - SCOIATTOLO MAGGIORE (Ratufa macrura) - SCOIATTOLO MINORE (Nannosciurus
exilis) - BURUNDUK (Eutamias asiaticus) - TAMIA AMERICANA (Tamias striatus) -
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