Animali Mammiferi Proboscidati

 

 
    

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Animali - Indice

Animali Mammiferi Proboscidati

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VITA DEGLI ANIMALI - MAMMIFERI - PROBOSCIDATI

INTRODUZIONE

Multunguli sono i veri giganti dei mammiferi terrestri. Si distinguono per la struttura massiccia e pesante del loro corpo. Le estremità sono corte e massicce, i piedi hanno da tre a cinque dita; ogni dito è circondato da uno zoccolo. In quasi tutte le specie la parte facciale si allunga più o meno ed in alcune il naso forma una proboscide.

Il collo è grosso, poco distinto dal corpo, la coda è anch'essa corta, le orecchie sono molto larghe, gli occhi piccoli. Il corpo è rivestito di setole, spesso rade, a volte fitte. Anche la struttura interna si accorda con la forma massiccia dell'animale. Le ossa sono gigantesche. Le vertebre del collo sono corte, molto sviluppati le apofisi spinose e i processi trasversi; le vertebre dorsali sono da 13 a 21, quelle sacrali da 4 a 8, in generale, intimamente saldate insieme. Il numero delle vertebre caudali va da 7 a 27. Le costole sono larghe; soltanto poche si attaccano allo sterno. La clavicola manca e la zampa, perciò, può essere usata solo come sostegno del corpo. La dentatura presenta caratteri assai vari: di solito ci sono le tre sorta di denti; ma qualche volta mancano gli incisivi o i canini.

I molari si distinguono per le pieghe ed i tubercoli. Lo stomaco è semplice; in alcuni si divide in due scompartimenti. L'intestino misura dieci volte la lunghezza del corpo. Attualmente i Pachidermi o Multunguli vivono soltanto nei paesi caldi, nelle regioni asciutte, ombrose, nelle foreste vergini dei tropici. Si rassomigliano per molti aspetti, ma presentano anche varie differenze.

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PROBOSCIDATI

E' difficile fare una classificazione dei Multunguli. Certo, il primo posto spetta ai Proboscidati (Proboscidea) ai quali appartengono molte specie, oggi estinte, che tuttavia gioverà considerare brevemente.

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MAMMOUTH (Elephas primigenius)

Le sepolture di questi animali si trovano presso i fiumi Ob, Ienissei e Lena, e verso l'Oceano Glaciale. Allo sciogliersi dei ghiacci, appaiono monti di denti enormi, taluni ancora infissi nella mandibola. Se ne trovano perfino alcuni circondati di pelle e di peli ancora sanguinolenti. Gli indigeni chiamano questo animale Mammouth e dicono che si tratta di un essere enorme, alto da 4 a 5 metri, con la testa lunga e larga e i piedi forti. La più grande scoperta venne fatta dal viaggiatore Adams, alla foce del Lena. Avendo udito che si era trovato un mammouth con pelle e peli, si mise subito in viaggio per vederlo e trovò l'animale mutilato.

Il corpo era ricoperto da una pelle asciutta. Vi erano ancora gli occhi e il cervello. I piedi avevano la pianta, un orecchio setoloso era ben conservato. La pelle appariva di un bigio-scuro, la lanugine era rossiccia, le setole nere più grosse dei crini di cavallo. Si scorticò il gigante e dieci uomini erano appena in grado di portar via la pelle. Tutto il corpo era ricoperto di un fitto mantello, prova evidente che l'animale era destinato a vivere nei paesi freddi.

Scheletro di mammouth

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MASTODONTE (Mastodon)

Tutte le specie di questa famiglia rassomigliavano al nostro elefante. Molti avanzi di questo animale sono stati trovati, soprattutto in America. Secondo quanto dicono vari scopritori, gli scheletri presentavano «lunghi nasi con una bocca al disotto». In uno di tali scheletri si poteva ancora scorgere una traccia della proboscide. I caratteri che distinguono le specie di elefanti ancora esistenti sono: la proboscide mobile e le zanne che si considerano come incisivi trasformati. Il corpo è corto e grosso, il collo cortissimo, la testa tonda, le zampe alte in forma di colonne, fornite di cinque dita collegate fino allo zoccolo. Il membro più importante è la proboscide; questa è un prolungamento del naso che si distingue per la sua mobilità, per la sensitività e per l'appendice a forma di dito che si trova all'estremità. E' al tempo stesso l'organo dell'olfatto, del tatto e della prensione. E' composta di muscoli longitudinali e circolari che formano circa 40.000 fascetti distinti e la rendono atta ad essere protesa e retratta. Essa rappresenta il labbro superiore.

La proboscide per l'elefante è un organo di assoluta necessità; senza di essa l'animale non potrebbe nutrirsi, perché non può abbassare il capo fino a terra per raccogliere il cibo. La proboscide si attacca alla parte facciale del cranio, all'osso coronale, alla mandibola superiore, all'osso nasale, agli ossi intermascellari. E' arrotondata superiormente, piatta nella parte inferiore e va assottigliandosi dalla radice all'estremità.

Gli occhi piccoli hanno un'espressione poco intelligente, ma mansueta; le orecchie sono larghissime; gli zoccoli sono piccoli e tondeggianti. Le dita non si possono muovere tra loro, perché sono avvolte nella pelle generale del corpo. Ognuna di esse è coperta da uno zoccolo perfetto, robusto, largo e piatto che ricopre solo l'estremità delle dita. Le piante dei piedi sono piatte e cornee. La coda è di media lunghezza, piuttosto tonda; scende fino alla piegatura della zampa e termina con un ciuffo di setole grosse, ruvide, che possono sembrare quasi dei fili di ferro. L'Elefante porta nella mandibola superiore due zanne straordinariamente sviluppate, ma non ha né incisivi né canini, soltanto un unico enorme molare in ogni mandibola. Quel dente è fatto di un numero discreto di strati di smalto, collegati tra di loro. Se per il logorio della lunga masticazione non può più compiere bene il suo ufficio, si forma dietro di esso un altro dente che a poco a poco si piega verso il davanti e, prima che sia caduto l'ultimo frammento del dente precedente, entra in attività. Tale muta di denti avviene fino a sei volte: quindi l'elefante durante la sua vita possiede ventiquattro denti. Le zanne crescono continuamente e possono pertanto giungere ad un peso che varia fra i 75 e i 90 chilogrammi.

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ELEFANTE D'INDIA (Elephas maximus)

Questo animale ha la testa molto alta, con la fronte che si abbassa verticalmente, le orecchie sono piccole e mobili; anche le zanne sono piuttosto piccole. In questo elefante gli strati di smalto dei denti sono trasversali. In genere esso non misura più di tre metri di altezza al garrese.

Elefanti indiani

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ELEFANTE D'AFRICA (Loxodonta africana)

E' il più grosso di tutti gli elefanti e si distingue per il capo piatto con la fronte che si abbassa obliquamente ed orecchie grandissime ed immobili. Gli strati di smalto dei denti sono romboidali. La massima lunghezza è di 5 metri, un metro e venti centimetri appartengono alla coda. La proboscide misura da due a due metri e cinquanta centimetri. La pelle degli elefanti è ora più chiara ora più scura, generalmente bigio-bruna, bigio-ardesia, quasi color di terra e qua e là macchiettata di color carnicino. Le setole sono nericce, la pelle d'un debole rossiccio. L'iride è bruna, i denti sono di un bianco-giallastro-chiaro.

Il peso di un elefante adulto è, in genere, di 4 o 5 tonnellate. Gli individui appena nati misurano 90 centimetri di lunghezza. L'Elefante è diffuso in tutta l'Africa, dall'Oceano Indiano all'Atlantico. Quello indiano è diffuso nel Siam, nell'Indostan e nell'isola di Ceylon. Quello che vive a Sumatra è stato presentato da alcuni naturalisti come una specie distinta. Le due razze di elefanti, quella indiana e quella africana, erano conosciute dai popoli dell'antichità.

Gli elefanti vivono in ogni grande foresta. Più vi abbonda l'acqua, più vegetano foreste vergini, tanto più vi sono numerosi gli elefanti. Tuttavia, essi vivono anche nelle regioni montuose e sulle colline.

In Africa, ove gli altipiani sono coperti di brine, gli elefanti si trovano in branchi all'altezza di 2.700 metri; essi prediligono le alture, purché vi si trovi acqua in abbondanza. Contrariamente a quanto si crede, l'Elefante evita la luce del sole nascondendosi nel più fitto della boscaglia e compie di notte le sue scorrerie.

Durante il giorno si possono vedere grandi branchi di elefanti nascosti fra le piante, tranquilli e silenziosi, alcuni se ne stanno ritti e alcuni sdraiati sul terreno. Alcuni staccano con la proboscide foglie e ramoscelli dagli alberi, altri si fanno vento con larghe foglie, altri giacciono o dormono: si può anche osservare che ogni elefante si compiace di fare un particolare movimento: l'uno dondola la testa in circolo, oppure da destra a sinistra, l'altro spinge avanti o indietro uno dei piedi, questo agita le orecchie battendole sul capo, oppure si dondola di qua e di là.

Appena un branco si vede sorpreso da un uomo, fugge nel più fitto del bosco in preda alla paura. Anche in Africa si sono trovate tracce di elefanti ad altitudini di tremila e tremila cinquecento metri.

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Nei boschi si notano sentieri di elefanti che vanno dal monte all'acqua. Nelle foreste vergini ai lati del Nilo Azzurro, per penetrare nel bosco bisogna servirsi dei sentieri tracciati dagli elefanti. Quello che conduce il branco procede tranquillamente senza curarsi dei rami che spezza con la proboscide e che spesso mangia. Nei tratti scoperti del bosco, renosi o polverosi, si vedono gli elefanti strofinarsi nella polvere a somiglianza delle galline. Questo animale dalla goffa apparenza è invece molto sicuro di sé: cammina con passo tranquillo e misurato, ma è capace di tramutare la sua andatura in un trotto difficile a seguirsi. E' agile nell'arrampicarsi: per far ciò piega molto bene l'articolazione del piede anteriore, abbassa la parte anteriore del corpo e trasporta avanti il centro di gravità; scivola poi sulle zampe anteriori ripiegate, mentre quelle posteriori sono tese. La salita gli è facile, ma non altrettanto la discesa, dato l'enorme suo peso. Spesso accade che l'elefante cada in modo irrimediabile, soprattutto di notte. E' da considerare errata l'affermazione di alcuni naturalisti, secondo la quale l'Elefante non può sdraiarsi: è vero invece che può dormire anche dritto, ma si mette sdraiato quando ne ha voglia; anzi è sorprendente la facilità con cui si butta giù e si rialza. Sa nuotare benissimo ed è felice quando può tuffarsi nell'acqua.
La proboscide dell'Elefante si distingue tanto per la forza che per l'enorme varietà di curve e di giri che può fare e per la sua grande capacità di afferrare. Con quell'appendice l'animale è capace tanto di abbrancare oggetti piccolissimi come una monetina o un piccolo frammento di carta, quanto di abbattere alberi di una certa grossezza.

Anche le zanne servono magnificamente all'animale per far rotolare sassi, per scavare buche, come per difendersi ed aggredire. L'Elefante ha ottimi sensi; la vista soltanto è poco sviluppata, ma tutti gli altri hanno una acutezza straordinaria.

Anche la sua intelligenza è da considerare veramente eccellente; a contatto con l'uomo, poi, questa facoltà si acuisce, diviene riflessiva, tanto che si può dire che l'Elefante eguaglia in ciò il cane e il cavallo. E' capace di imparare e ricorda bene quello che gli viene insegnato.

L'Elefante selvatico differisce da quello domestico, perché nel primo spiccano l'innata timidezza e la prudenza, mentre nel secondo l'intelligenza è al massimo sviluppo. Si raccontano storie interessanti che convalidano quanto è stato detto sopra. Ad esempio, un coltivatore di caffè, certo Raxava, raccontò di aver visto che in tempo di uragano gli elefanti selvatici lasciavano il bosco e si accampavano in luoghi scoperti, lontani dagli alberi e là rimanevano, indifferenti sotto i lampi ed i tuoni, per tutta la durata del temporale.

Nella schiavitù, poi, le sue qualità spiccano maggiormente. Tennent così racconta:
«Una sera cavalcavo in un bosco; ad un tratto il mio cavallo si fermò per uno strano rumore proveniente dal fitto degli alberi. Seppi poi che esso proveniva da un elefante addomesticato, lasciato là a compiere un certo lavoro da solo; esso doveva trasportare delle travi sulle zanne ed incontrava serie difficoltà, a causa del sentiero troppo stretto che lo costringeva a volgere la testa ora di qua, ora di là.

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Quando la brava bestia ci scorse, gettò a terra la trave ed indietreggiò nel bosco per farci passare. Il mio cavallo aveva paura ed esitava; l'elefante allora indietreggiò ancora e così seguitò finché il cavallo, tutto tremante, passò. Allora si vide il bravo bestione riprendere la trave abbandonata e proseguire il suo lavoro faticoso».

L'Elefante selvatico, non avendo motivo di esercitare la sua intelligenza, perché il cibo gli viene fornito dalla ricca natura che lo circonda, non è scaltro; è innocuo e tranquillo. Tuttavia, se l'inquietudine o l'ansietà lo prendono e lo costringono ad agire, entrano in azione le sue straordinarie capacità intellettive. Non è vero che l'Elefante aggredisca gli altri animali della foresta; anzi, li scansa accuratamente ed è evitato a sua volta; soltanto se viene irritato è capace di reagire. E' immune dalla collera, non è vendicativo. Esistono perfino alcune specie di uccelli che vivono in amicizia con esso. L'airone ibis accompagna sempre l'Elefante d'Africa; sta posato su di lui, lo libera dai parassiti che si nascondono nelle pieghe della pelle, o da qualche sanguisuga che gli si sia attaccata durante le immersioni.

Ogni famiglia di elefanti forma un proprio branco che può essere composto da dieci, quindici, venti individui e talora da molti di più. Nella famiglia non è ammesso alcun membro estraneo. Se un elefante si è allontanato dal suo branco, o se un altro è sfuggito alla schiavitù, non saranno più accolti in nessun nucleo familiare e dovranno vivere solitari. Potranno pascolare vicino al branco, bagnarsi nelle stesse acque, seguirlo anche, ma non mai mescolarsi ad esso; qualsiasi tentativo del genere verrebbe respinto ad urtoni e calci. Perfino la femmina è capace di percuoterlo con la proboscide.

Questi elefanti solitari sono molto temuti dagli indigeni dell'Asia e dell'Africa; la loro vita, avulsa da quella dei loro simili, li rende rabbiosi e pronti ad aggredire l'uomo.

Si dice che ogni famiglia possa essere distinta per alcuni caratteri comuni a tutti i membri. Tennent racconta: «In un branco che fu catturato, le proboscidi di tutti presentavano le stesse particolarità. Erano lunghe e di grossezza uguale dalla base alla cima. In un altro branco, tutti gli individui presentavano la stessa posizione degli occhi, la stessa curva dorsale, la stessa conformazione della parte anteriore del capo».

Gli indiani sanno che il numero di un branco, a parte la moltiplicazione naturale, rimane invariato se non è esposto a speciali disgraziate vicende. In ogni branco il numero delle femmine supera di molto quello dei maschi; si può calcolare che sette od otto femmine formino la famiglia di un solo maschio. L'Elefante, sia maschio che femmina, considerato il più saggio della famiglia, si pone alla testa del branco e lo guida: esso bada ai pericoli, esplora intorno, veglia sulla sicurezza comune. E' in sommo grado prudente e cauto. Gli individui da esso guidati lo seguono docilmente e gli ubbidiscono in tutto e per tutto.

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Il maggiore Skimer così racconta: «Durante l'estate è noto che si disseccano fiumi, stagni e pozzanghere. Gli elefanti indiani soffrono moltissimo per la mancanza dell'acqua e si raccolgono intorno a quegli stagni nei quali l'elemento tanto necessario si conserva più a lungo. Ebbene, fu proprio vicino ad uno di questi stagni, che ebbi occasione d'osservare la meravigliosa prudenza dell'Elefante. Da un lato della gora si stendeva un fitto bosco, mentre dall'altro vi era un terreno scoperto. Mi nascosi nella fitta chioma di un grosso albero. Era notte, ma una splendida luna illuminava la scena. A circa trecento passi dall'acqua, un grosso elefante fece capolino tra gli alberi del bosco, poi camminò per circa duecento passi e si fermò in ascolto. Così rimase per qualche minuto, immobile al punto da sembrare un masso di pietra. Per tre o quattro volte ripeté la stessa cosa: faceva qualche passo in avanti e poi si fermava ad origliare. Giunse così proprio vicino all'acqua, ma non pensò minimamente a spegnere la sete. Assicuratosi che nulla si manifestava di pericoloso, si volse indietro e tornò nel bosco. Dopo poco ne uscì, seguito da cinque membri della sua famiglia che condusse fino all'acqua e lasciò li come sentinelle. Poi si volse lentamente, tornò ancora nel bosco e ne uscì seguito dal branco intero, circa cento individui che guidò fino allo scoperto. Il capo tornò allora indietro, prese con sé le sentinelle, ispezionò tutto intorno e, quando fu sicuro che nessun pericolo minacciava i suoi protetti, diede il segnale. Il branco allora si precipitò nell'acqua, senza alcun timore; tutti si abbandonarono alla gioia del bagno e del dissetarsi a sazietà.

Ad un certo punto volli vedere quale effetto avrebbe fatto su di essi un lieve rumore. Spezzai un ramoscello e tutto il branco si dette ad una precipitosa ritirata».

La prudenza di questi animali si rivela anche nei loro pasti: infatti non sono né ghiottoni né ingordi. Rompono i rami di qualunque albero; se ne servono dapprima come ventaglio per scacciare le mosche che li tormentano; indi li triturano e li inghiottono tranquillamente. I ramoscelli più bassi quelli che si trovano all'altezza della bocca, vengono spinti con la proboscide nella bocca stessa a interi fasci e poi maciullati dai denti. I cacciatori si accorgono del passaggio dell'Elefante, appunto da tali cespugli così intaccati. I rami più grossi sono scortecciati del tutto o in parte; il legno non viene toccato. Nell'Africa centrale cresce un albero detto «albero d'Elefante», perché meglio degli altri viene sfrondato da questi animali.

E' spinoso, ma, dato che le spine sono cedevoli, non rappresentano un ostacolo per il palato degli elefanti, per i quali sono adatte perfino le pungenti spine delle acacie. I rami degli alberi sono un cibo che l'animale preferisce all'erba, per quanto non disprezzi neanche questa.

Se un branco di elefanti capita in un luogo ben provvisto di erba, comincia a pascolare strappando questa con tutte le radici; si dà premura di batterla poi contro un albero per farne cadere la terra; indi divora tutto e ricomincia lo stesso lavoro, finché non sia sazio. Accade spesso che, recandosi al pascolo di notte, un branco di quei bestioni capiti in un campo, ed allora sono capaci di distruggere l'intero raccolto. Per fortuna è sufficiente una siepe rada e poco alta, o un leggero riparo di canne per far sì che gli elefanti non entrino nei campi coltivati. Questo ritegno è dovuto alla loro prudenza; ma gli indigeni dell'Asia considerano invece questo fatto come l'espressione di un innato sentimento di giustizia.

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Nelle montagne dell'Abissinia, l'alternarsi delle stagioni invita gli elefanti alle migrazioni. La mancanza d'acqua li spinge nelle più profonde valli. La primavera, destando nelle montagne una vegetazione lussureggiante, li attrae ai pascoli montani, donde scendono ai fiumi solamente per abbeverarsi. Anche l'acqua viene portata alla bocca per mezzo della proboscide. Mediante un'aspirazione vengono riempite le due canne, indi il loro contenuto viene schizzato nella gola. Quando un branco giunge ove si trova l'acqua, dapprima si preoccupa di dissetarsi, poi pensa a fare la pulizia del corpo.

La riproduzione di questo gigantesco mammifero è molto limitata. Quando è in calore, l'Elefante secerne da due ghiandole, poste vicino alle orecchie, un liquido puzzolente. In questo periodo l'animale diviene furente contro il custode che, di solito, tratta con affetto.

Il tempo degli amori non è fisso. Gli animali innamorati sono molto eccitati e basta poco per renderli furenti.

Dopo una gestazione di 20 mesi e 18 giorni, la femmina dà alla luce un piccolo alto 90 centimetri che subito comincia a poppare gettando indietro la proboscide e prendendo il capezzolo con la bocca. L'amore della madre per il piccolo non è troppo grande: l'Elefante femmina accetta di buon grado un figliuolo di altri ed offre il capezzolo volentieri a tutti i piccoli. L'Elefante cresce fino a 20 o 24 anni; ma fin dal sedicesimo anno è atto alla riproduzione. Il primo cambiamento dei denti ha luogo nel secondo anno, il secondo nel sesto, il terzo nel nono anno di vita. Più tardi i denti durano più a lungo. Non si sa con precisione quale sia l'età massima alla quale possono giungere gli elefanti. Vi sono alcuni osservatori che ritengono che esso possa vivere fino a 150 anni. Tennent parla di elefanti che hanno vissuto più di cento anni in schiavitù.

Purtroppo la razza di questo pacifico animale va estinguendosi; l'uomo gli dà la caccia per via delle bellissime zanne di avorio. I danni che essi arrecano non sono rilevanti. Tuttavia, qualche volta si rendono sgraditi per certe loro strane voglie, come quella di svellere tutti i paletti di uno steccato o quella di tornare più volte a danneggiare una piantagione. A motivo di ciò alcuni piantatori sono stati costretti a ricorrere all'abilità di famosi cacciatori. Di questi, purtroppo, si raccontano episodi di estrema crudeltà, soprattutto se si pensa che si riferiscono alla caccia di animali essenzialmente miti. I negri dell'Africa occidentale formano delle reti intrecciando piante rampicanti e penzolanti; in tali reti sospingono poi i poveri elefanti che, costretti a sostare, vengono crivellati dalle frecce. Si può dire che la caccia all'Elefante si risolva ovunque in un macello. Quando poi si pensa che la carne non può essere mangiata altro che dai solidi denti di un negro, tanto più si torna all'amara riflessione che la carneficina delle povere bestie non ha scopo!

E' molto più interessante il modo col quale si catturano gli elefanti selvaggi per addomesticarli. Gli indiani sono maestri in quest'arte e sanno agire con destrezza e audacia. Riescono infatti a segregare dal branco due individui.

Dapprima cercano di spaventare il grosso animale con grandi fuochi, fumo e cose simili, in un secondo tempo gli fanno soffrire la fame e la sete, non gli concedono riposo, lo stancano in mille modi. Dopo questo primo periodo, passano alle maniere dolci; lo trattano con affetto e con bontà e in breve riescono a trasformare l'Elefante in un docile ed ubbidiente animale.

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Gli europei non sono in grado di seguire le orme di questa gente: essi devono accontentarsi di quanto sentono raccontare. Tuttavia, essi sanno interessarsi alle grandiose cacce con le quali l'uomo entra in possesso di centinaia di elefanti. Riferiamo il racconto che Tument fa di tali battute, descrivendole in modo interessante e dettagliato.

«Gli indigeni, in pochi giorni, avevano preparato per noi, che dovevamo assistere alla grande caccia, delle ariose e belle dimore: nulla vi mancava: né la sala da pranzo né la cucina, e il tutto ricoperto di foglie di palmizi e d'erba.

Gli olandesi e i portoghesi obbligavano gli indigeni a compiere questo lavoro necessariamente collegato alla caccia all'Elefante; dal 1832 però quest'obbligo fu abolito. In quel tempo circa 1.500 o 2.000 uomini erano occupati a fabbricare i corral, a radunare gli elefanti e soprattutto ad allestire le apparecchiature per la caccia. Il governo pagava quelle parti delle apparecchiature che comportavano gravi spese: il lavoro per la costruzione del corral, le lance, le funi, le armi, i flauti e i tamburi.

Per queste imprese veniva scelto il tempo dell'anno più adatto alle esigenze delle coltivazioni, tenendo presente, cioè, la necessità di recare ad esse il minor danno possibile.

In genere si sceglieva il periodo tra la semina e il raccolto. Il popolo ha un proprio vantaggio nel diminuire il numero degli elefanti che danneggiano giardini e raccolti. Perfino i preti incoraggiano la caccia, perché questo pachiderma abbatte un albero sacro le cui foglie gli riescono assai gustose.

Un gran numero di contadini trova lavoro per parecchie settimane per tracciare sentieri nelle paludi, piantare pali e surrogare gli uomini impegnati nella battuta. In genere, il luogo preferito è quello più vicino ai sentieri che l'Elefante percorre per recarsi a bere e a pascolare. E' indispensabile essere vicini ad un fiume, sia per offrire agli animali la possibilità di bere mentre si tenta di avvicinarli al recinto, sia per dar loro modo di dissetarsi e rinfrescarsi durante l'addomesticamento. Nel costruire il corral, si tiene presente l'assoluta necessità di non scoprire lo steccato che deve essere riparato da cespugli e frasche, i più fitti possibili. Per la cinta si usano tronchi di un diametro di circa 30 centimetri: si conficcano in terra alla profondità di circa 90 centimetri in modo che ne sporgano dal terreno per un'altezza di 4 o 5 metri. Tra ogni due pali deve rimanere lo spazio sufficiente perché un uomo possa entrare ed uscire. Ai pali così piantati si assicurano altri trasversali, il tutto consolidato da una specie di forca atta ad impedire che l'urto degli elefanti rovesci lo steccato. Il recinto che io descrivo era lungo circa 170 metri e 85 di larghezza. Da ogni angolo dell'estremità, da cui dovevano venire gli elefanti, partivano due braccia di quello stesso steccato nascosto dagli alberi. Se il branco non fosse penetrato nel passaggio rimasto aperto, ma avesse piegato verso destra o verso sinistra, avrebbe incontrato un ostacolo e si sarebbe visto costretto a riprendere la direzione primitiva corrispondente all'entrata.

Sopra un gruppo d'alberi si era costruito un palco per il governatore e per la sua società; da quella posizione elevata si poteva godere tutto lo spettacolo, dall'entrata del branco nello steccato all'uscita degli elefanti prigionieri.

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Qualche volta è accaduto che gli animali, precipitandosi contro lo steccato, lo abbiano abbattuto.

Quando il corral è pronto, la battuta comincia: gli uomini incaricati circondano un tratto di parecchie miglia per includervi il maggior numero possibile di elefanti: le precauzioni da prendere sono tante. Non bisogna mai spaventare gli animali, i quali sono di natura quieta e desiderano soltanto pascolare in libertà. Al minimo disturbo, scappano: perciò si deve cercare, con grande astuzia, di avviarli verso il corral, ogni giorno un poco di più. Se divengono sospettosi, se manifestano timore, si ricorre ad alcune misure più energiche per trattenerli. Per esempio, si accendono tutto intorno dei fuochi che si alimentano giorno e notte. Gli uomini adibiti a tali uffici sono alcune migliaia: i capi sorvegliano diligentemente che ciascuno sia al suo posto, perché talvolta accade che una trascuratezza provochi la fuga del branco intero. Così facendo, qualsiasi tentativo degli elefanti per tornare indietro, viene subito respinto. A poco a poco il branco è giunto talmente vicino al recinto che non rimane altro che attendere l'ordine di chiusura. I preparativi richiesero, all'epoca di cui parlo, due interi mesi. Prendemmo posto sul palco dal quale potevamo vedere l'ingresso nel corral. Sapevamo che nella giungla si trovavano, già circondati, tre branchi di circa 50 individui ciascuno. Il silenzio che si osservava era talmente profondo che si poteva udire il fruscio delle foglie, strappate di tanto in tanto da uno degli elefanti.

Ad un tratto fu dato il segnale: da ogni parte sorse il rullio dei tamburi, il grido delle sentinelle, lo scoppio delle armi da fuoco.

Gli elefanti furono spinti sempre più vicino al corral. Infine lo scricchiolio dei rami annunciò l'avvicinarsi del branco: fuori della giungla apparve il conduttore che si precipitò con furia fino a 30 passi dall'entrata del corral: tutto il branco lo seguiva. Ad un tratto però essi indietreggiarono precipitosamente verso il loro nascondiglio. Il capo degli uomini spiegò che la loro fuga era stata causata dall'improvvisa comparsa di un cinghiale. La battuta si arrestò per qualche ora e fu ripresa dopo il tramonto. Nell'oscurità i fuochi accesi qua e là offrivano uno spettacolo bellissimo. Nessun suono, nessun rumore si udivano. Ed ecco ad un tratto, il rullio d'un tamburo, seguito dallo scoppio di armi da fuoco.

Era il segnale del nuovo assalto. I cacciatori, con urla e schiamazzi, si avanzarono in circolo. Vennero alimentati i fuochi che s'innalzarono con lunghe fiamme: soltanto il corral era mantenuto all'oscuro. Gli elefanti, terrorizzati, si gettarono da quella parte, spezzando rami, calpestando siepi e cespugli. Il conduttore si arrestò un attimo all'entrata del corral, poi, abbassando la testa, si precipitò dentro seguito da tutto il branco. Immediatamente il corral si illuminò di mille luci, poiché ogni cacciatore, dopo l'ingresso degli elefanti, accese un fuoco.

Dapprima gli infelici animali corsero all'altra estremità del corral, e, poiché vi trovarono resistenza, tornarono indietro verso l'ingresso; ma questo era chiuso. Il loro spavento era terribile. Da qualsiasi parte dello steccato si avvicinassero, venivano respinti da fiamme e schioppettate.

Per più di un'ora gli elefanti scalpitarono nel corral, attaccando con estremo furore i pali, mandando alti barriti, cercando di tanto in tanto di assaltare la porta. Infine, visto vano ogni sforzo, si riunirono al centro in un gruppo compatto, con i più giovani nel mezzo.
Dei tre branchi circondati, uno solo era penetrato nel corral: gli altri due erano ancora lontani. Furono rimandate le guardie ai primitivi posti di osservazione e furono riaccesi i fuochi. Noi ce ne andammo a dormire nelle nostre case presso il fiume, distanti circa trecento passi dal corral.

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All'alba trovammo intorno al corral un silenzio di tomba. I guardiani dormivano presso il recinto. Gli elefanti mantenevano il loro gruppo serrato, quasi inebetiti per lo spavento sofferto. Ne erano stati presi nove, di cui due grossissimi e due piccoli di un paio di mesi. A questo punto si introdussero nel corral due elefanti addomesticati che dovevano aiutare a mantenere i prigionieri. Questi entrarono lentamente; erano muniti di un forte collare da cui pendevano ai due lati due funi di antilope, con un nodo scorsoio. Insieme ad essi entrò il capo degli uomini che devono lanciare il laccio, desideroso di avere l'onore di legare il primo elefante.

Era un piccolo uomo agilissimo, di circa 70 anni, mentre suo figlio, già noto per il suo coraggio e l'abilità, lo accompagnava. La caccia si effettuava con l'aiuto di dieci elefanti addomesticati, uno dei quali contava più di un secolo. Un altro di essi, a nome Siribeddi, contava cinquant'anni ed era assai pratico di questo genere di presa.

Esso entro nel corral e si avvicinò al gruppo bene accolto dal capo che lo accarezzò con la proboscide. Siribeddi si pose in modo da nascondere il vecchio, che poté strisciare fino all'elefante selvatico e gettargli il laccio intorno alle zampe posteriori. Questo si accorse subito del tranello, respinse la fune e si volse verso l'uomo il quale se la cavò con una sola ferita, grazie alla sua sveltezza.

Subentrò allora il figlio del vecchio, Ranghanie; due elefanti addomesticati si insinuarono nel branco in modo da tenersi nel mezzo il maschio più grosso. Questo dimostrò la propria scontentezza alzando ora un piede, ora l'altro. Ranghanie allora strisciò in avanti tenendo in mano un laccio che all'estremità era assicurato al torace di Siribeddi, e spiando uno dei movimenti in cui l'elefante alzava un piede, gli passò il laccio intorno alla zampa, strinse e fuggì indietro. Subito i due elefanti addomesticati indietreggiarono; la corda si tese in tutta la sua lunghezza e, mentre Siribeddi obbligava il prigioniero ad uscire dal cerchio, l'altro si collocava tra questo ed il branco per impedire ogni possibilità d'intervento.

Allora il prigioniero doveva esser legato ad un albero a trenta o quaranta metri di distanza sebbene resistesse furiosamente, saltando qua e là. Intanto Siribeddi avvolse la corda attorno all'albero tenendola sempre tesa, aiutato, per terminare, dall'altro elefante domestico. Legato a dovere il primo, l'uomo ed i due animali addomesticati si volsero per imprigionarne un secondo. Quello legato si era mantenuto relativamente tranquillo finché si era visto attorniato dai propri simili; ma quando vide questi allontanarsi, cominciò a fare sforzi inauditi per liberarsi, manifestando un'angoscia senza limiti. Questo triste stato durò per parecchie ore, finché il povero bestione giacque sfinito.

Ranghanie si collocò allora davanti al palco del governatore per ricevere il premio dovuto a chi prende il primo elefante. Infatti ebbe una grandinata di rupie. Intanto il branco formava una massa inquieta che, di quando in quando, tentava un attacco allo steccato: sforzi generosi, ma ridicoli, che non approdavano a nulla. Inconsapevoli della loro forza smisurata, essi, che si lanciavano arditamente contro l'ostacolo, quando un passo in più avrebbe procurato loro la libertà, si arrestavano davanti ad un semplice bastone bianco che veniva loro presentato attraverso l'ostacolo.

La seconda vittima divisa dal branco fu un elefante femmina e venne presa nello stesso modo del primo. Essa, in verità, era riuscita a prendere in bocca il laccio col quale le erano stati circondati i piedi anteriori; ma subito, uno degli elefanti domestici mise un piede sulla corda che in tal modo scappò dalla sua bocca.

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E' veramente cosa straordinaria che gli elefanti selvatici, per quanto furiosi, non aggrediscano mai un uomo che cavalchi un elefante domestico. Quando dal branco furono tolti ad uno ad uno tutti i conduttori, l'agitazione aumentò. Tuttavia, nessuno degli animali rimasti liberi, tentava di sciogliere dai lacci i prigionieri. Al massimo si facevano loro vicini, li accarezzavano con la proboscide, li leccavano sul collo e sulla testa, ma poi se ne allontanavano. Le varie reazioni di quelli legati agli alberi denotavano i vari caratteri; alcuni resistevano solo brevemente, ma poi si rassegnavano e si abbandonavano crollando al suolo con violenza. Altri, invece, barrivano rabbiosamente, sfogando il loro furore contro gli alberi che, se deboli, radevano al suolo con un colpo di proboscide. Altri, infine, si contorcevano stranamente con tutto il corpo, attorcigliando la proboscide in maniera inverosimile.

I loro piedi erano estremamente sensibili: bastava che un uomo li solleticasse con una foglia, per vederli alzare.

Una cosa veramente sorprendente era questa: smuovevano il terreno coi piedi, con la proboscide pigliavano la terra asciutta o la rena e se la gettavano sul corpo; indi introducevano l'estremità della proboscide in bocca e vi aspiravano dell'acqua che poi versano sul dorso. E' incredibile la quantità d'acqua che essi possono raccogliere nel serbatoio del loro stomaco.

Era davvero meraviglioso osservare con quale pazienza, con quale intelligenza e costanza, gli elefanti domestici prestassero il loro aiuto per far imprigionare i loro compagni selvatici. Essi agivano, tuttavia, con grande delicatezza, per non far del male ai loro affini, per rialzare i caduti o per persuadere i recalcitranti. Il coraggio e l'abilità degli uomini erano posti in ombra dalla sorprendente abilità degli elefanti addomesticati. Naturalmente i primi possedevano un occhio molto pronto, che spiava le minime mosse dell'elefante e una straordinaria sveltezza nel passare il laccio fra le zampe dell'animale e assicurarlo ai pali; ma nel fare ciò essi avevano sempre la protezione degli elefanti addomesticati, senza i quali i cacciatori più abili e più arditi non riuscirebbero a nulla in un corral.

Quando finalmente tutti gli animali furono legati, si udirono da lontano suoni di flauto che ebbero effetti straordinari su più di uno di quei bestioni. Essi volgevano la testa nella direzione del suono e dilatavano le grandi orecchie; era chiaro che si sentivano inteneriti da quelle dolci note. Soltanto i giovani mostravano di rimpiangere la libertà perduta, scalpitando e soffiando nuvole di polvere sulle loro spalle, agitando le loro piccole proboscidi e assaltando tutto ciò che capitava loro a tiro.

All'inizio gli animali adulti rifiutavano il cibo che veniva loro porto, lo calpestavano e volgevano il capo con sdegno. Ma quando si furono un po' calmati, non seppero resistere alla seduzione degli arboscelli teneri e finirono per masticarli filosoficamente».

L'addomesticamento dell'Elefante è poi molto semplice; ma i maschi sono generalmente più difficili da educare delle femmine. Queste, che dapprima sono più violente e più ribelli, si piegano più facilmente, più completamente, e restano poi ubbidienti e sottomesse. In generale, tuttavia, non si deve mai accostare un elefante prigioniero con illimitata fiducia; i più docili hanno, a volte, accessi di ira e perfino dopo una sottomissione di molti anni mostrano la loro irritabilità e il loro spirito di vendetta.

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Dopo tre o quattro mesi di schiavitù, l'Elefante può essere già applicato al lavoro; ma a volte si è dato il caso che, bardato troppo presto, esso si sia accasciato a terra e sia morto di crepacuore. Come bestia da soma, poi, esso deve essere trattato con ogni riguardo, perché la sua pelle, incredibile a dirsi è di una straordinaria sensibilità e vi si producono spesso ulcere e piaghe. Inoltre, facilmente è preda di dolori ai piedi e allora, per mesi interi, non può lavorare. Va poi soggetto a infiammazioni agli occhi, nel qual caso deve essere tenuto a lungo al buio e poi deve essere sottoposto a operazioni molto difficili.

I migliori cacciatori di elefanti dell'isola di Ceylon incalzano la loro preda attraverso i boschi, sanno determinare anticipatamente il numero degli individui del branco, quanto siano alti gli adulti, quanto bassi i giovani. L'unica loro arma è un laccio forte ed elastico, che gettano intorno alle zampe dell'elefante che vogliono far prigioniero; mentre l'uno fa questo, l'altro attacca lestamente l'animale all'albero. Naturalmente, l'elefante diviene furioso, ma i suoi cacciatori sanno come prenderlo e lo addomesticano facilmente. Sulla caccia agli elefanti vorremmo ancora aggiungere che essa non è di quelle che recano una sincera gioia al cacciatore, e che si è spinti ad essa fondamentalmente per sete di guadagni, che sono, in verità, notevolissimi, a causa delle meravigliose zanne di avorio, di cui l'animale è dotato.

Elefante africano

Modello tridimensionale di elefante africano

 

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