Mammiferi Iracoidei.

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VITA DEGLI ANIMALI - MAMMIFERI - IRACOIDEI

INTRODUZIONE

Chiunque non sia provvisto di specifiche nozioni di anatomia e di zoologia farebbe molta fatica a riconoscere nei rappresentanti dell'ordine degli Iracoidei dei parenti piuttosto stretti degli Elefanti e dei Dugonghi. In effetti si tratta di animali della taglia di un coniglio e per di più con una dentatura abbastanza simile a quella dei Rosicanti. Perciò è del tutto comprensibile come Lutero, trovandosi a dover tradurre il termine biblico di «shapan», lo rese con la parola «coniglio» anche se il sacro testo non si riferiva sicuramente al ben noto roditore, mai esistito in quelle regioni, bensì all'irace, o procavia. Plantigradi, provvisti di quattro dita alle zampe anteriori e di tre a quelle posteriori, gli Iracoidei in effetti presentano una certa somiglianza esteriore, anche a prescindere dalle dimensioni, con le marmotte delle steppe, di cui del resto possiedono le abitudini. I premolari tuttavia, sono molarizzati, esattamente come avviene negli Elefanti; altra caratteristica che accomuna gli Iracoidei con i Proboscidati è la mancanza della clavicola, così come varie particolarità scheletriche tra cui, come negli altri «Penungulati» attuali, l'intelaiatura del tronco eccezionalmente robusta, di cui la maggior parte è occupata dalla cassa toracica. Particolarità anatomica che accomuna anch'essa Elefanti ed Iracoidei è inoltre la posizione addominale dei testicoli. Del tutto peculiare, come abbiamo già rilevato, è la dentatura di questi bizzarri animali. Manca infatti di canini tanto superiormente che inferiormente ed è provvista di premolari che cadono molto presto. Nella mascella superiore sono presenti peraltro due incisivi appuntiti ed a sezione pressoché triangolare, oltre a quattro premolari e a tre molari per parte; nella mandibola invece i quattro incisivi, a decorso quasi orizzontale e rivolti all'infuori, sono seguiti da premolari e da molari di numero e forma identici a quelli della mascella superiore. Altra particolarità di rilievo degli Iracoidei è rappresentata dalle unghie, veri e propri zoccoletti. Per di più il dito centrale delle zampe posteriori presenta un'unghia trasformata in una sorta d'artiglio. L'ordine degli Iracoidei comprende un'unica famiglia, quella dei Procavidi, e procavie vengono detti comunemente i suoi rappresentanti, ascritti ai tre generi Procavia, Heterohyrax e Dendrohyrax, che a loro volta comprendono oltre una settantina di forme diverse.

Diffusi attualmente in tutta l'Africa, in Arabia e nel Medio Oriente, questi bizzarri mammiferi vivono sulle rocce tra i cespugli o anche sugli alberi nelle regioni steppiche o semidesertiche, riuniti in branchi non molto numerosi. Assai difficili ad avvicinarsi, dotati come sono di sensi acutissimi e grazie anche alla vigilanza delle sentinelle, sempre all'erta, le procavie sono lestissime a porsi al riparo nelle loro tane o fra le fenditure delle rocce, rivelando una prodigiosa agilità ad onta delle forme corporee tutt'altro che slanciate. L'alimentazione è prevalentemente vegetariana, anche se non di rado vengono accettati volentieri anche piccoli artropodi ed altri animaletti. In alcune zone selvagge delle montagne dell'Africa e dell'Asia, dove la natura regna sovrana al suo stato primitivo e l'uomo non ha ancora portato i frutti della «civiltà», si nota una strana animazione. Animali della mole di un coniglio, se ne stanno sdraiati al sole sui massi in bucolica contemplazione, poi, improvvisamente si rizzano e, balzano con strane grida, si lanciano lungo le pareti rocciose, spariscono negli innumerevoli crepacci, poi riescono e ricominciano ad arrampicarsi e di nuovo si fermano e si sdraiano quasi a volersi riposare e fare un bilancio delle esperienze e delle emozioni dell'arrampicata. Si tratta dei più piccoli pachidermi viventi, gli Iraci. Pochi animali hanno più di questi impegnato l'intelligenza e l'energia dei naturalisti di tutto il mondo per la loro classificazione. Dapprima si pensò di unire gli Iraci ai rosicanti, poi furono collocati fra i marsupiali, malgrado l'assenza della borsa ventrale; infine, tenendo soprattutto conto della loro impalcatura ossea, furono collocati fra i pachidermi. In realtà non è affatto agevole pensare agli Iraci come a parenti prossimi dei grandi pachidermi: gli elefanti, i rinoceronti, gli ippopotami, ma bisogna ricordare che, già prima di questi, fu giocoforza inserire fra i pachidermi, sia i paleotteri che gli anoplotteri, la cui mole non superava quella della lepre e quella del coniglio. La famiglia degli Iraci racchiude un unico genere, che si divide in varie specie, tutte molto simili l'una all'altra. Il pelame è in questi animali fine e morbido, le zampe sono corte; sono forniti di denti da rosicanti, il labbro superiore è fesso, la coda è un moncone nascosto nel pelame. I piedi sono a forma di zoccoli e sono muniti di 4 dita gli anteriori e di 3 i posteriori. La colonna vertebrale conta da 19 a 24 vertebre dorsali, 3 lombari, 5 sacrali e 10 caudali. La dentatura consiste in due incisivi a tre spigoli, debolmente ricurvi e divisi da una spaccatura, e sette molari di varia mole. Nella mandibola superiore cadono i due incisivi esterni ed il primo molare. Gli Iraci sono animali noti fin dai tempi più antichi. Nella Sacra Scrittura è più volte ricordato il nome «Saphan». Mosè lo collocò fra gli animali che non dovevano essere mangiati, e ancora oggi in Abissinia i cristiani e i maomettani, ossequienti a quell'ordine, non mangiano carne d'Irace. Negli altri luoghi, invece, e soprattutto nell'Arabia, gli indigeni considerano questa cacciagione molto pregevole e perciò perseguitano accanitamente l'Irace.

ASCHOKOKO (Procavia abissinica)

Fra le varie specie degli iraci che, come abbiamo detto, sono molto simili l'una all'altra, tratterò particolarmente dell'Aschokoko, perché ebbi modo di osservarlo e studiarlo durante una mia escursione in Abissinia. L'irace è lungo circa 45 centimetri; il suo pelame è fine, morbido, folto; il colore è bigio-bruniccio nella parte superiore del corpo, più chiaro di sotto. Le corte orecchie e il mozzicone di coda restano quasi completamente nascosti nel pelame. Gli occhi sono grandi, scuri e hanno uno sguardo vivacissimo, dall'espressione dolce e intelligente. Il naso è nudo, nero e sempre umido. Le corte zampe terminano con dita corte ma larghe, coperte da un sottile zoccolo tondo; il dito posteriore interno è munito di un'unghia ricurva. Il colore del pelame presenta molte varietà: a volte la parte inferiore è bianco-gialliccia sudicia. In alcuni esemplari si nota una striscia biancastra sulle spalle, una macchia bianca sul dorso, un'altra sul mento. Alcune setole sono di colore bigio o nero, con un cerchio giallo prima della punta scura. La lanugine è bigia, gialliccia o rossiccia. Gli iraci vivono sulle montagne impervie, rocciose e ricche di crepe. In quelle crepe pongono la loro dimora, nella quale si ritirano in caso di pericolo, passando generalmente il loro tempo a godersi il sole, sdraiati su piccole sporgenze della roccia. Non si può davvero dire che questi siano animali molto coraggiosi. Basta un fruscio, il battito di un'ala per creare lo scompiglio e l'immediata fuga di tutto l'esercito degli iraci; ognuno corre e balza via con l'agilità propria dei rosicanti e in un batter d'occhio non se ne vede più nessuno, e solo il loro grido acuto, tremolante, spaventato, denuncia la loro presenza nel profondo dei crepacci. Anche di notte, a volte, si fa udire il drammatico appello dell'irace spaventato; ciò avviene quando il leopardo striscia lungo le pareti rocciose in cerca di cibo, allungando la zampa nelle crepe per afferrare il malcapitato nel suo stesso rifugio. Un particolare singolare nella vita di questi animali è la strana, completa concordia che regna fra essi, le mangoste e gli stellioni. Per descrivere l'armonia della vita di questi tre animali, mi servirò della bella descrizione di Henghin: «Chi si avvicini alle rupi vi scorge sulle vette e sulle falde, isolati o raggruppati, gli allegri e scherzosi iraci, intenti a prendere il sole o a grattarsi la barba con le zampette. Fra essi sta ferma o corre una agile mangosta e sulle scoscese balze si arrampicano stellioni, spesso lunghi oltre 30 centimetri. Se il nemico di quella bella società viene avvistato da qualcuno del gruppo, o dalle sentinelle appostate sui punti più elevati, tutta la brigata volge gli occhi attenti, quasi a voler studiare bene la natura del nemico. Ad un tratto risuona l'acuto fischio della sentinella e immediatamente tutti spariscono nelle crepe della roccia. Se si studia attentamente uno di questi covi, si troveranno gli iraci e i lucertoloni nascosti nella parte più profonda della tana, mentre la mangosta è in posizione più vicina all'apertura in stato di difesa.

Se si resta perfettamente nascosti dopo aver spaventato quella strana, armoniosa collettività, si noterà che per prima appare, facendo cautamente capolino fuori del nascondiglio, la testa di un lucertolone; esso striscia lentamente col corpo schiacciato contro il suolo, sollevando appena la testa e il collo. Poco dopo appaiono altri lucertoloni, che emettono ogni tanto un suono acuto. Dopo qualche tempo spunta anche la testa della mangosta, che si aggira con circospezione. Infine, buoni ultimi, si affacciano gli iraci, che prima di abbandonare il sicuro rifugio, si assicurano personalmente che non vi siano più pericoli in vista, esaminando con gli occhi acuti il panorama circostante». I movimenti e l'indole degli iraci dimostrano chiaramente che questi animali sono un anello di passaggio tra i massicci multunguli e i vivaci rosicanti. Quando essi camminano su un suolo pianeggiante, i loro movimenti sono goffi e impacciati, muovono le zampe con la calma propria dei pachidermi; ogni tanto si fermano ed ascoltano, poi riprendono con lo stesso ritmo. Quando sono spaventati, invece, fanno piccoli salti con la maggiore fretta possibile sempre in direzione delle rocce, loro solo sicuro rifugio. Si arrampicano con vera maestria aiutati dalla particolare conformazione dei piedi, la cui parte molle è molto ruvida e che quindi ben aderisce alla roccia. Corrono infatti con grande facilità sui piani quasi verticali e si fermano in posizioni pericolosissime su piccoli spuntoni di roccia. Per salire o scendere nelle screpolature delle pareti rocciose essi usano la tattica che i migliori alpinisti, evidentemente ispirandosi proprio agli iraci, usano per superare gli spigoli. Si tengono saldamente, appoggiando il dorso ad una delle pareti del crepaccio e spingendosi con le zampe alla parete opposta. Essi sono inoltre degli esperti ed agilissimi saltatori; ne ho visti io stesso alcuni piombare giù con un salto da altezze di 10 metri circa. L'indole loro rivela una grande mansuetudine, unita a un'incredibile timidezza. Sono animali socievolissimi e fedeli alla loro prima dimora. Mangiano qualunque cosa in grande abbondanza; al contrario, non hanno quasi completamente bisogno d'acqua. La loro patria è tanto ricca di saporite piante aromatiche che essi non soffrono mai per la penuria di cibo. Li ho visti infinite volte pascolare alla base delle rocce, con lo stesso atteggiamento dei ruminanti: strappano l'erba con i loro denti e muovono le mascelle come fanno i fissipedi quando ruminano. Gli antichi naturalisti pensavano che gli iraci masticassero nuovamente gli alimenti già mangiati; ma tutti i più moderni studiosi, ed io con loro, respingono decisamente questa affermazione. La caccia agli iraci non presenta difficoltà. Di solito il cacciatore riesce a fulminare questi animali da grande distanza; però, dopo i primi spari la brigata spaventata si nasconde nei crepacci e da allora in poi temerà sempre l'uomo e si nasconderà appena lo vedrà comparire. Essi vengono catturati soltanto in alcune zone verso il Capo di Buona Speranza; gli abissini, invece, non li inseguono mai.

Molti viaggiatori parlano di prigionieri che hanno posseduto e che hanno a lungo vissuto presso di loro.

Il conte Mellin racconta di aver avuto un irace prigioniero e afferma che si trattava di un animale inerme, incapace di difendersi e di salvarsi, sia con la fuga, sia con i denti e con le unghie.

Per quanto ebbi io stesso modo di osservare, concordo perfettamente con queste affermazioni.

Tuttavia il prigioniero di Mellin, quasi a voler rappresentare l'eccezione che conferma la regola, morse più volte un cagnolino, senza causargli alcun danno.

Quando lo si portava nel cortile, esso cercava subito un angolino oscuro, in un mucchio di pietre dove si nascondeva accuratamente.

Mangiava volentieri il pane, le frutta, le patate, le civaie crude e cotte, ma soprattutto mostrava una grande predilezione per le noccioline.

La femmina è dotata di sei capezzoli, ma, contrariamente a quanto questo particolare potrebbe far pensare, partorisce generalmente un solo piccolo che allatta poi a lungo, proteggendolo e difendendolo con amore e abnegazione.

Gli iraci sono animali pulitissimi: depongono i loro escrementi sempre in uno stesso luogo, ricoprendoli di terra come fanno i gatti.

Sono facilmente addomesticabili, si affezionano al padrone, ne riconoscono il passo e la voce e giungono perfino a rispondere con un fischio alla chiamata del padrone.

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