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GEOGRAFIA - AMERICA DEL SUD - VENEZUELA

PRESENTAZIONE

Situato nella porzione settentrionale dell'America Meridionale, il Venezuela è bagnato a Nord dal mare delle Antille e dall'Oceano Atlantico e confina a Ovest con la Colombia, a Sud con il Brasile e a Est con la Guyana. La sua estensione territoriale è di 916.445 kmq. La popolazione, ammontante a 24.465.000 abitanti, con una densità media di 27 abitanti per kmq, è formata essenzialmente da meticci (67%), bianchi (21%), neri (10%) e Amerindi (2%). La lingua ufficiale è lo spagnolo; molto diffusi anche i dialetti caraibici. Il 92,7% degli abitanti del Venezuela professa la religione cattolica. Il Venezuela è una Repubblica federale di tipo presidenziale. Secondo la nuova Costituzione del 1999, fortemente voluta dal presidente Chavéz, il potere legislativo spetta all’Assemblea Nazionale che si compone di due Camere, il Senato federale e la Camera dei deputati. Il presidente della Repubblica, cui spetta il potere esecutivo, è eletto per sei anni a suffragio universale ed è rieleggibile una sola volta. Amministrativamente il Venezuela, che ha assunto la denominazione di Repubblica Bolivariana del Venezuela, è diviso in 22 Stati, dotati di parziale autonomia, ai quali si aggiungono un Distretto federale e le Dipendenze federali. L'unità monetaria è il bolívar. La capitale è Caracas (1.836.000 ab.; 3.226.000 ab. l'agglomerato urbano).

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IL TERRITORIO

All'interno del territorio venezuelano si possono distinguere regioni geomorfologiche diverse. Al margine nord-occidentale, le estreme propaggini settentrionali del sistema andino si biforcano a formare due catene: la Sierra del Perijá, che separa il Paese dalla Colombia, e la più ampia ed elevata Cordigliera di Mérida, dove si trova il Pico Bolívar, la massima vetta del Paese che raggiunge i 5.007 m di altezza (verso Est la Cordigliera di Mérida assume il nome di Cordigliera della Costa). Tra queste due catene si apre la vasta depressione di Maracaibo, occupata in gran parte dall'ampia laguna omonima, collegata al golfo del Venezuela da uno stretto. Al centro del Paese si estende una vastissima regione di basse terre alluvionali e sabbiose, dette llanos, ove scorrono gli affluenti di sinistra del fiume Orinoco. Tutto il settore meridionale è rappresentato da una zona di alte terre, di fatto propaggine del massiccio della Guyana, risalenti all’epoca archeozoica e aventi sommità erose frazionate da ampie vallate percorse da fiumi imponenti. Qui vi nasce anche il grande collettore del Venezuela, l’Orinoco, che, dopo aver segnato il confine con la Colombia, sfocia nell'Atlantico con un immenso delta. La fascia costiera ad Est, occupata proprio dal delta dell’Orinoco, appare generalmente paludosa; a Ovest, invece, il litorale in prossimità delle montagne è alto e roccioso e si articola, nella regione più orientale, nella doppia penisola di Araya e Paria. Il clima è essenzialmente equatoriale (temperature elevate e piovosità abbondante) nella porzione meridionale del Paese, mentre le coste e la regione dei llanos presentano una varietà climatica di tipo tropicale, caratterizzata da siccità invernale e precipitazioni estive. La vegetazione prevalente al Nord e al Sud è caratterizzata da foreste, mentre i llanos sono ricoperti di praterie.

Cartina del Venezuela

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L'ECONOMIA

L'economia venezuelana ha subito, non senza difficoltà, notevoli trasformazioni grazie alla valorizzazione delle risorse petrolifere di cui il Paese dispone, scoperte nei primi anni del XX secolo. In passato l'economia era fondata sull'agricoltura, essenzialmente di tipo estensivo. Oggi, malgrado le riforme contro il latifondismo, il settore primario ha un ruolo di secondo piano. Tra le colture di piantagione sull'altopiano prevale il caffè, sulle falde più basse dei rilievi montuosi la canna da zucchero e il cacao, nella zona costiera andina il tabacco, nelle zone asciutte della costa il cotone e gli alberi da frutta tropicali. Le colture destinate al consumo interno (mais, riso, patate e manioca) non sono sufficienti a soddisfare il fabbisogno nazionale, mentre le risorse forestali e il patrimonio zootecnico sono cospicui. L'allevamento bovino, praticato nelle pianure, è destinato alla produzione di carne: a esso si affianca l’allevamento dei volatili. La pesca e le colture perlifere sono prevalentemente concentrate sull'isola di Margarita. I capitali provenienti dallo sfruttamento del sottosuolo hanno consentito il finanziamento di importanti iniziative industriali. Vista la buona produzione di ferro, molte sono le acciaierie e le fonderie (soprattutto a Matanzas e Ciudad Guayana), così come gli impianti chimici: ben avviata anche l'attività di alcune industrie di beni di consumo (alimentari, tessili, calzaturifici). Subito dopo il secondo conflitto mondiale venne potenziata al massimo, per opera delle grandi compagnie statunitensi, la produzione di petrolio e gas naturale i cui giacimenti sono localizzati a Nord del lago di Maracaibo, in alcune zone costiere in provincia di Maturín. Nel 1998 il crollo del prezzo del greggio mise in ginocchio la fragile economia venezuelana, troppo vincolata all'andamento del mercato petrolifero; così come, viceversa, nel corso del 2004-05, l'aumento dei prezzi dell'oro nero fece sì che il Paese riprendesse a correre, attestandosi su un tasso di crescita annua del PNL superiore al 10%. Fondamentali restano dunque le raffinerie, tra le quali si ricordano quelle di Amuay, Cardón, S. Lorenzo, Bajo Grande, Barinas, El Calvario, Morón e Puerto La Cruz. Gli scambi commerciali avvengono soprattutto con gli Stati Uniti, con numerosi Paesi europei e con i grandi Paesi sudamericani. Al cospetto delle esportazioni petrolifere, crescono le importazioni alimentari e di beni di consumo, accanto a quelle, anch'esse consistenti, di prodotti industriali di ogni genere. Il turismo costituisce inoltre una voce importante delle entrate del Paese, che da qualche anno cerca di sfruttare economicamente le bellezze naturali che possiede. La rete di comunicazioni, tuttavia, è ancora insufficiente, concentrata soprattutto nelle regioni settentrionali, mentre vaste aree del centro restano difficilmente penetrabili. La rete ferroviaria è esigua (433 km) e quella stradale conta 96.155 km, di cui solo 33.000 km circa asfaltati. Numerosi sono i porti: Maracaibo, La Guaira, Puerto Cabello, Puerto La Cruz, Cabimas, Amuay, Puerto Sucre e Punta de Piedras. Gli aeroporti principali sono localizzati a Caracas, Maracaibo, Maiquetía, Barcelona, Maturín, Barquisimeto, Ciudad Bolívar, Porlamar e San Fernando de Apure.

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CENNI STORICI

La parte settentrionale dell’America del Sud fu abitata originariamente da diverse popolazioni di origine caraibica, come i Cuanagotos, i Tamaques, i Maquiritarea e gli Arecunas. Essi erano ancora lì all’arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492, anno del suo terzo viaggio. L’anno successivo la costa fu esplorata da Alonso de Ojeda, quindi da Amerigo Vespucci che diede a un’isola della costa, forse Aruba, il soprannome di Venezuela (piccola Venezia) a causa delle numerose palafitte ivi presenti. Nel XVI sec. gli Spagnoli presero possesso della costa, presto aiutati nella loro opera esplorativa da avventurieri tedeschi – Ambrosio de Alfinger, George de Speyer, Nikolaus Federmann – inviati nella regione dai Welser, banchieri che avevano ottenuto diritti economici da parte dell’imperatore Carlo V. Divenuto colonia spagnola, il Venezuela fu in seguito dichiarato Capitaneria generale del Vicereame di Nuova Granada. L’estensione delle coltivazioni di cacao lo trasformò già nel XVIII secolo nella colonia agricola più importante dell’area, favorendo la formazione di un’aristocrazia creola (i cosiddetti mantuanos) che si servivano della manodopera schiava africana. In quegli anni sempre più forte si fece l’esigenza di indipendenza dalla Spagna, esigenza che si trasformò in esplicita richiesta nel 1810, dopo la presa di controllo napoleonica sulla Penisola iberica. Nel 1810 sorse a Caracas una giunta municipale che organizzò la guerra di indipendenza capeggiata da Francisco de Miranda. La volontà di Miranda era quella di creare una confederazione americana chiamata Colombia, ma nel 1811, dopo aver proclamato l’indipendenza della nuova realtà politico-geografica, il condottiero venezuelano fu catturato dagli Spagnoli, e morì in prigione. Tra i maggiori seguaci del programma di liberazione di Miranda vi fu Símon Bolívar: tra il 1812 e il 1813, con l’appoggio della parte creola della popolazione, alla quale lui stesso apparteneva, riuscì ad instaurare a Caracas un suo Governo. Il progetto indipendentista non fu accolto con entusiasmo dagli abitanti dei llanos (pianure alluvionali), in maggioranza mulatti in aperto scontro con i padroni creoli, poiché non prevedeva cambiamenti nella struttura sociale. I llaneros appoggiarono allora il comandante José Tomás Boves, fedele alla Corona spagnola, che, nel 1814, sconfisse Bolívar, decretò la libertà degli schiavi e distribuì le terre tra i contadini. Bolívar andò in esilio e prese contatti con il presidente di Haiti, Alexandre Sabés Pétion, che appoggiò il progetto rivoluzionario. Di ritorno in Venezuela nel 1817, Bolívar fece proprie le rivendicazioni popolari, guadagnandosi così l’appoggio della maggioranza della popolazione, portando successivamente a termine alcune campagne militari vittoriose, tra cui quella di Carabobo (1821), che assicurarono l’indipendenza dalla Spagna e che portarono, tra l’altro, alla fondazione della Bolivia. Inizialmente parte della Grande Colombia (comprendente anche i territori di Nuova Granada - l’odierna Colombia – ed Ecuador), il Venezuela, guidato da José Antonio Páez, che nel frattempo aveva sostituito Bolívar, ottenne la secessione nel 1829.

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Il potere si mantenne per anni nelle mani dei grandi latifondisti, di cui faceva parte anche Páez. Dopo di lui, nel 1846, salirono al potere i fratelli Managas, destituiti di fatto nel 1852, all’inizio di una difficile guerra civile caratterizzata dall’alternarsi di Governi forti, tra cui quello di Antonio Guzmán Blanco, erede politico di Páez e attuatore di una serie di riforme per modernizzare il Paese, incluse l’introduzione di nuove tecniche di produzione, di nuovi mezzi di comunicazione e di una riforma del codice. Nel 1908 andò al potere Juan Vicente Gómez, che governò per quasi vent’anni con sistemi fortemente dittatoriali, favorendo in campo economico l’ingresso nel Paese di diverse società transnazionali del petrolio. Nel 1935, alla morte di Gómez, assunse il potere il generale Eleazar López Contreras, cui succedette, nel 1941, il generale Isaias Medina Angarita, eletto democraticamente dopo anni di imposizioni dittatoriali. Quest’ultimo iniziò un processo di liberalizzazione della vita politica, autorizzando la legalizzazione del partito di Azione democratica (AD). Angarita si schierò dalla parte degli alleati nella seconda guerra mondiale, ma il malcontento negli ambienti militari non si placava: nell’immediato dopoguerra, nel 1945, un movimento civile e militare guidato da Rómulo Betancourt, principale leader di AD, e dal generale Marcos Pérez Jiménez prese il potere. Nel 1947, come stabilito dalla Costituzione di quell’anno, ci furono le prime elezioni generali a suffragio universale e lo scrittore Rómulo Gallegos, candidato di AD, fu eletto presidente. Nemmeno un anno dopo, nel 1948, fu però deposto da una nuova giunta militare destinata a trasformarsi, nel 1952, nella rigida dittatura del generale Pérez Jiménez, nel frattempo tornato al potere. Solo nel 1958 Pérez Jiménez fu deposto da una rivolta popolare e il Paese, sotto la guida di Betancourt, iniziò una nuova fase di stabilità democratica con un Governo di coalizione formato da AD, COPEI (Comitato di organizzazione politica indipendente) e da URD (Unione repubblicana democratica). La ripresa fu facilitata anche da una buona congiuntura economica possibile grazie ai proventi dell’attività petrolifera e al miglioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Le fasce sociali più deboli rimasero fuori dai benefici della crescita economica e questo portò a diffuse proteste sociali e alla nascita della guerriglia capeggiata dal Partito comunista, dal Movimento della sinistra rivoluzionaria e da altri gruppi di sinistra. Intanto, nel 1960, il Venezuela promosse la creazione dell’OPEP, l’Organizzazione dei produttori esportatori di petrolio. Quindici anni più tardi, con il presidente Carlos Andrés Pérez, le risorse petrolifere furono nazionalizzate. Pérez, che nel 1973 aveva favorito l’adesione del Venezuela all’Andean Pact (insieme a Bolivia, Colombia ed Ecuador), sostenne anche la creazione del Sistema economico latinoamericano (SELA) e difese il programma del Nuovo ordine economico internazionale (NOEI). Alle elezioni del 1978 tornò al potere la Democrazia cristiana (tra il 1968 e il 1973 un suo esponente, Rafaél Caldera Rodrígues era stato presidente del Paese), che indicò come presidente Luis Herrera Campino.

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Campino non apportò modifiche sostanziali alla vita del Paese. Creò gigantesche centrali idroelettriche, imprese siderurgiche e impianti per la lavorazione dell’alluminio e del cemento e al tempo stesso finanziò quasi tutte le attività private. Tra il 1981 e il 1982 si risolsero le controversie territoriali con la Colombia per quello che riguardava il possesso sulla penisola di Guajira e con la Guyana per la regione dell’Esequibo: grazie ai trattati di regolamentazione delle acque territoriali il Venezuela ottenne i diritti su enormi estensioni del Mar dei Caraibi. Nel 1982 il Governo fu costretto a porre sotto controllo il cambio e il commercio estero a causa della forte flessione delle entrate provenienti dalla vendita di petrolio. L’inflazione aumentò, e di conseguenza la disoccupazione e la miseria. Alle elezioni del 1983 il malcontento generale si tradusse nella vittoria di Jaime Lusinchi di AD, ma anche per il nuovo presidente fu impossibile contenere la crisi economica, soprattutto quando, nello stesso anno, il Venezuela sospese il pagamento di 5.000 milioni di dollari per interessi e ammortamenti del debito estero. La politica di Lusinchi si basò su un programma di austerità che non ebbe grandi risultati e, verso la fine del mandato, su un controllo statale ancora maggiore dell’economia che sfociò in scandalosi favoritismi. Nel 1986 il Governo restituì quasi due terzi del debito sulla base di un programma di ammortamento totale in 10 anni, ma la caduta del prezzo del petrolio obbligò il Governo a rinegoziare i prestiti a distanza di un anno. Alle elezioni del 1988 Carlos Andrés Pérez, con l’appoggio della Confederazione dei lavoratori del Venezuela (CTV), vinse con il 54,5% dei voti. A distanza di venticinque giorni dall’insediamento del nuovo Governo vi fu un’ondata di tumulti e saccheggi di negozi contro l’aumento delle tariffe pubbliche e del prezzo del petrolio. La repressione della polizia produsse un bilancio di oltre un migliaio di morti e desaparecidos, oltre a 2.000 feriti e centinaia di arresti. Con l’applicazione di misure di risanamento economico proposte dal FMI, il Governo continuò a perdere gran parte del consenso popolare. Nel 1989, per la prima volta nella storia del Paese, i Venezuelani votarono per eleggere i governatori dei 20 Stati e i sindaci di 200 comuni. L’astensionismo arrivò al 70%, con un avanzamento dell’opposizione democristiana e di sinistra. Furono eletti dieci governatori di AD, mentre il COPEI ottenne l’elezione di quattro governatori. La sinistra vinse in tre Stati: a Bolívar, grande polo industriale, ad Aragua e ad Anzoátegui. Importante, in quegli anni, fu la questione indigena. Agli inizio degli anni Novanta gli Indios venezuelani si erano ridotti a circa 200.000, l’1% della popolazione totale. Nonostante la delimitazione dei territori indigeni, i Governi che si erano susseguiti nel Paese non avevano mai fornito una protezione efficace agli Indios che, negli anni, avevano continuato a subire la persecuzione dei proprietari terrieri, dei contadini creoli e dei funzionari governativi, oltre alla crescente invasione dei garimpeiros, i cercatori d’oro brasiliani. Questa era solo una delle fonti del malcontento interno al Paese. Nel 1992 un gruppo di militari tentò di deporre il presidente Pérez.

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Il gruppo, guidato da Francisco Arías Cardenas fallì, ma rese ancora più evidente l’instabilità causata dalla crisi economica e dalla corruzione amministrativa. Lo stesso giorno del tentato golpe, il presidente sospese le garanzie costituzionali, vietando le riunioni, limitando la libertà di stampa e di circolazione e prevedendo l’arresto per i cittadini che violavano tali disposizioni. Per arginare la crisi, Pérez annunciò una serie di misure tra cui un referendum popolare per la riforma della Costituzione, la formazione di un Governo di unità nazionale, una riforma giudiziaria e un «cambio di rotta» nella sua politica economica di austerità. Un nuovo tentativo di golpe fu sventato nel novembre 1992. Pérez fu sollevato dall’incarico nel maggio 1993, accusato di appropriazione indebita di fondi pubblici. Al suo posto fu nominato ad interim Ramón Velázquez, sostituito dall’ex presidente Caldera Rodrigues, che vinse le elezioni nazionali del dicembre 1993. In quell’occasione l’astensionismo fu piuttosto alto e si recarono alle urne poco più di 5 milioni di persone. Nello stesso anno il tasso di inflazione raggiunse il 40% e quasi la metà della popolazione si trovò al di sotto della soglia di povertà. A questa fonte di malessere sociale si aggiunsero le ripetute violazioni dei diritti umani, perpetrate sia ai danni delle minoranze etniche sia nei riguardi dei prigionieri in vari istituti carcerari. Caracas divenne una delle città più violente dell’America Latina. La sensazione di insicurezza aumentò di pari passo con gli omicidi. Nel 1995 si stimò che il 10% degli abitanti di Caracas fossero armati. La crisi economica si aggravò a partire dal 1994, con il collasso finanziario iniziato nel 1993 dopo il crollo della Banca Latina, la seconda banca commerciale del Paese. Il presidente Caldera sospese le garanzie costituzionali sui beni immobili, sulla proprietà privata e sul commercio. Inoltre impose delle restrizioni ai viaggi all’estero, al diritto di associazione e all’immunità dagli arresti arbitrari. Nel 1995, falliti tutti gli sforzi per incentivare gli investimenti stranieri, il Governo, per la prima volta dalla nazionalizzazione dell’industria, decise di offrire pari opportunità agli investitori interni e a quelli stranieri per i sondaggi del terreno e l’estrazione del petrolio. Nel 1997 le divisioni interne e i dissidi tra i partiti politici fecero arenare la discussione di un progetto di riforme promosso dal Governo. Le riforme prevedevano la privatizzazione dell’industria dell’energia elettrica, di quella metallurgica e siderurgica, la riforma del sistema giudiziario e la riorganizzazione delle finanze dello Stato. Nel 1998 il Venezuela concordò con il Messico e l’Arabia Saudita la riduzione della produzione giornaliera di petrolio nel tentativo di aumentare il prezzo internazionale del greggio. L’accordo firmato a Riyadh, la capitale saudita, e applicato a partire dal successivo 1° aprile, restò in vigore per tutto l’anno. Sempre nel 1998 fu eletto alla presidenza della Repubblica l'ex colonnello Hugo Chavéz. Tra le prime iniziative politiche del neopresidente vi fu la nomina di un'Assemblea Costituente a cui fu affidato il compito di varare una nuova Costituzione (ratificata poi, tramite referendum popolare, nel dicembre 1999, con il Venezuela che veniva ribattezzato significativamente Repubblica Bolivariana).

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Alla fine del 1999 il Paese fu colpito da tremende alluvioni e inondazioni che provocarono decine di migliaia di vittime e misero ancor più in ginocchio la già precaria situazione economica. Diverse associazioni per i diritti umani accusarono in seguito la polizia e i servizi segreti di aver ucciso una sessantina di persone sospettate di sciacallaggio. Nel 2000, a causa del costante aumento del tasso di criminalità a Caracas e nelle altre aree urbane del Paese, il consiglio dei sindaci del Venezuela dichiarò lo stato di emergenza nella capitale. In base alle disposizioni costituzionali, furono indette le nuove elezioni che, in luglio, riconfermarono con ampio margine Chavez alla guida del Paese, per un mandato di sei anni. Intanto, in concomitanza con l'avvento di Chavez a Villa Miraflores (il palazzo presidenziale di Caracas), il prezzo di un barile di petrolio era sprofondato a soli otto dollari. Attraverso una politica di regolazione dei volumi di greggio da immettere sul mercato, concordata in sede OPEC, il Governo venezuelano fissò una fascia di oscillazione dei prezzi compresa tra 22 e 28 dollari al barile, che negli anni successivi sostenne il corso mondiale del petrolio e garantì all'erario venezuelano ingenti flussi monetari. Su queste basi Chavez, da un lato poté finanziare il programma sociale denominato "mattoni e latte", cioè la spesa pubblica a fini alimentari e abitativi in favore delle famiglie povere del Paese, mentre, dall'altro, impose alle compagnie petrolifere straniere (fra cui la Exxon, primo produttore del petrolio venezuelano) un aumento del 15% circa delle royalties dovute allo Stato del Venezuela su ogni giacimento sfruttato. Inoltre Chavez non cedette alle pressioni interne e internazionali per privatizzare la potente Compagnia petrolifera nazionale (PDVSA) e, anzi, dopo aver elevato la proprietà statale degli idrocarburi al rango costituzionale, ingaggiò una dura lotta per il controllo effettivo della stessa PDVSA, che di fatto, oltre a essere tradizionalmente gestita in modo poco trasparente da un'élite di tecnocrati e burocrati, si era sempre trovata sotto la spada di Damocle degli operatori stranieri e ora rappresentava anche una delle roccaforti politico-economiche dell'opposizione interna socialdemocratica e democristiana. Tutti soggetti, questi, che, in linea con le esigenze di approvvigionamento degli USA, erano contrari a regolare l'offerta di petrolio e sostenevano viceversa un'estrazione illimitata. Nel 2001 il Venezuela chiese formalmente di poter entrare nel MERCOSUR (Mercato comune del Cono sudamericano, comprendente Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay), mentre negli anni successivi, in particolare dopo l'insediamento del presidente Luiz Iñacio da Silva in Brasile (gennaio 2003) e del presidente Nestor Kirchner in Argentina (maggio 2003), Chavez, non più isolato politicamente in Sudamerica e in sintonia con la sua ispirazione unitaria bolivarista, si sarebbe fatto promotore convinto di una grande integrazione regionale attorno al nuovo asse Brasilia-Buenos Aires-Caracas, preludio di una futura confluenza fra MERCOSUR e Comunità andina (CAN), con in più l'obiettivo, questa volta difensivo, di contrapporre una solida barriera al progetto nordamericano di annessione delle economie del continente all'ALCA (l'Area di libero scambio delle Americhe). Chavez, infine, mantenne un proficuo rapporto di collaborazione con Cuba.

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Per tutte queste ragioni, di carattere nazionale e internazionale, economico e ideologico, la rivalsa della ricca borghesia e dei detentori tradizionali del potere sfociò nella pianificazione e nell'attuazione di un colpo di Stato, cui non furono estranee connivenze da parte di Paesi stranieri (si parlò in particolare della Spagna di José Maria Aznar e della CIA). Dopo che Chavez aveva sostituito alcuni dirigenti della PDVSA, che si rifiutavano di seguire le direttive impartite dal Governo, la Central de Trabajadores (CTV) insieme alla Federcamaras (la Federazione nazionale dei commercianti e degli imprenditori), con l'appoggio delle opposizioni politiche, riunitesi nella cosiddetta Coordinadora Democratica (CD), dichiararono per il 9 aprile 2002 uno sciopero generale antigovernativo. Furono questi i giorni delicatissimi di un golpe (poi rivelatosi effimero) dal carattere fortemente mediatico, per il ruolo preponderante giocato in esso dalle quattro maggiori catene televisive del Paese (Globovision, RCTV, Televen e Venevision, tutte private), nonché dai quotidiani nazionali "El Universal" ed "El Nacional", anch'essi privati, che si schierarono apertamente contro Chavez. Al suo posto fu insediato il leader di Federcamaras, Pedro Carmona Estanga, la cui autoproclamazione a capo di un Governo ad interim fu controfirmata dal presidente dell'Associazione dei banchieri del Venezuela, Ignacio Salvatierra. Il Governo golpista si apprestò immediatamente a sciogliere l'Assemblea Nazionale e la Corte suprema di giustizia, nonché a dichiarare nulli i 49 decreti varati dal precedente Esecutivo ed entrati in vigore all'inizio del 2002. Tre giorni dopo, però, Miguel Bustamante Madriz, ministro del Governo Chavez sfuggito al colpo di Stato, condusse dalle periferie povere davanti al palazzo di Miraflores oltre 60.000 manifestanti, mentre il grosso delle Forze armate si dimostrava fedele a Chavez e si dichiarava pronto a combattere per ristabilire la legalità. Fu così che Carmona e il suo seguito preferirono ritirarsi, e che Chavez riprese il suo posto, appellandosi alla calma di tutti i venezuelani. Fallito il tentativo militare, le forze della reazione imboccarono la strada della guerra economica, bloccando l'industria del petrolio e la rete dei rifornimenti alimentari alle città. Dal dicembre 2002 ai primi di febbraio 2003, ci furono così uno sciopero e una serrata padronale a oltranza condotti sempre da CTV, Federcamaras e Coordinadora Democratica, per chiedere la revoca del presidente Chavez e la convocazione di elezioni anticipate. Il sabotaggio economico determinò il crollo della produzione petrolifera. La crisi così determinata (che, per l'anno 2003, avrebbe fatto registrare la perdita di dieci miliardi di dollari e una caduta del 28% del PIL) e le violente, contrapposte manifestazioni dell'opposizione antichavista e dei sostenitori del presidente che si susseguirono quasi quotidianamente, provocando scontri con le forze dell'ordine, morti e feriti, mantennero la tensione estremamente alta, ma non riuscirono a raggiungere l'obiettivo prefissato della caduta del Governo. Qualche mese dopo, infine, la CD tornò alla carica raccogliendo, fra polemiche e ricorsi, le firme necessarie per indire il referendum revocatorio. Ma il referendum, che si tenne nell'agosto 2004 alla presenza di osservatori internazionali (fra cui l'ex presidente USA Jimmy Carter), fu vinto da Chavez con oltre il 58% dei consensi. La vittoria così ottenuta ha dato nuova autorevolezza alla figura del presidente venezuelano, mentre l'economia del Paese, sostenuta dagli alti prezzi del greggio, faceva registrare nel 2005 un tasso di crescita del PNL superiore al 10%.

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LE CITTÀ

Caracas

(1.836.000 ab.; 3.226.000 ab. l'agglomerato urbano). Capitale del Venezuela e capoluogo dell'omonimo Distretto Federale (433 kmq). Sorge su un altipiano, a 17 km dal mare; il centro di La Guaire, sul mare delle Antille, ne costituisce il porto naturale. Nonostante l'ottima posizione geografica non gode di un buon clima. Fondata nel 1567 sul luogo di un vecchio villaggio di Indios, Caracas subì molti gravi danni del terremoto del 1812, che costò la vita a 12.000 persone. Dopo la seconda guerra mondiale divenne il centro dell'immigrazione del Venezuela, variando rapidamente le dimensioni, relativamente modeste, fino ad allora mantenute. La rapida crescita economica e urbana fu determinata dallo sfruttamento dei ricchi giacimenti petroliferi del Golfo di Maracaibo e dall'esportazione di materie prime e prodotti dell'agricoltura locale (caffè, cacao). Oggi Caracas ha assunto le dimensioni e l'aspetto della tipica metropoli americana, con gli enormi grattacieli del Centro Bolívar, i lussuosi alberghi, le larghe strade dense di traffico automobilistico. Nell'antico nucleo urbano restano alcune tracce del passato coloniale: la cattedrale (1637), i palazzi Miraflores e Federale, il Pantheon bolivariano e il monumento equestre a Símon Bolívar, che qui ebbe i natali.

Veduta di Caracas

Maracaibo

(1.609.000 ab.). Città del Venezuela, capitale dello Stato di Zulia (63.100 kmq; 2.983.679 ab.). Situata sulla sponda occidentale del passaggio marino che unisce il grande lago di Maracaibo al Golfo del Venezuela, è una città molto moderna: il suo vertiginoso sviluppo ha avuto inizio verso il 1918, quando fu avviato lo sfruttamento delle risorse petrolifere della zona. Maracaibo era allora un modesto centro portuale attivo nell'esportazione di cacao e caffè. La città nacque nel 1529, per mano di Alfonso Pacheco, come centro di smistamento di merci provenienti essenzialmente da traffici illegali. Crebbe dapprima stentatamente, anche se fu sede di governatori spagnoli, ed assunse via via importanza come base militare. Venne più volte assalita e saccheggiata dai pirati delle Antille, ma la sua storia non presentò veri e propri fatti salienti fino al 1821, anno in cui iniziò la sollevazione contro il dominio degli Spagnoli e la lotta per l'indipendenza, condotta da Símon Bolívar. Maracaibo fece allora parte della Grande Colombia, mentre nel successivo frazionamento del 1830 si unì alla nascente Repubblica di Venezuela. Lo sfruttamento delle risorse petrolifere della regione ha fatto di Maracaibo una città modernissima in continuo sviluppo. Possiede il più importante porto commerciale del Venezuela: nel 1956 sono state effettuate opere di dragaggio e canalizzazione del tratto più esterno dell'imbocco del lago, detto Canal de la Barra de Maracaibo, grazie al quale è stata garantita la navigazione verso il porto anche ai grandi transatlantici e alle grosse petroliere. Nel 1963 venne terminato il ponte che unisce le due rive del lago, poco a Sud della città. Maracaibo è sede di grandi istituti finanziari, tra i maggiori del Paese, di importanti compagnie petrolifere dell'università dello Stato; è inoltre sede arcivescovile e possiede moderne istituzioni culturali.

Valencia

(1.196.033 ab.). Città del Venezuela, capitale dello Stato di Carabobo (4.650 kmq; 1.932.168 ab.). È situata presso l'estremità occidentale del lago omonimo, 32 km a Sud del porto caraibico di Puerto Cabello. Sorge a 478 m s/m, al centro di un fertile territorio. L'agricoltura e le industrie alimentari (zuccherifici, fabbriche di paste alimentari) e tessili (cotonifici) fanno di Valencia un notevole mercato agricolo. Fondata intorno alla metà del XIV secolo da Alonzo Diaz Moreno, la città è dotata di un aeroporto ed è sede dell'Università di Carabobo (1852). Possiede una celebre statua in onore di Simon Bolívar.

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PICCOLO LESSICO

Chimbagueles

Maschere tradizionali, indossate da uomini e donne in occasione dei matrimoni, in alcuni distretti venezuelani. Si compongono della maschera vera e propria, che termina inferiormente in un'ampia gonna di foglie di palma intrecciate e superiormente in un enorme cappello infiorato.

Llanos

Termine spagnolo: pianure, territori pianeggianti. Ricoperti generalmente da savane, e talvolta anche da foreste o deserti, sono tipici dell'America centro-meridionale. Gli llanos più famosi si trovano in Venezuela e si estendono dalla riva sinistra dell'Orinoco fino alle Ande, coprendo una superficie di circa 300.000 kmq. Gli abitanti sono chiamati llaneros.

Salto di Angel

La più alta cascata del mondo (972 m), formata dal Río Caroní, sul Monte Auyántepui, nel Venezuela sudorientale. Scoperta da James Angel, un aviatore americano che, nel 1935, la vide dal suo aereo, pervenendovi infine nel 1937, la cascata fu oggetto della prima spedizione scientifica nel 1949. La sua altezza è pari a circa 20 volte quella delle Cascate del Niagara.

Venezuela

Denominazione attribuita al Paese da Amerigo Vespucci e Alonso de Ojeda, che lo esplorarono nel 1499, un anno dopo che Cristoforo Colombo ne aveva avvistato le coste. Vespucci, vedendo alcune palafitte costruite su un'isola della costa, forse Aruba, pensò di chiamarla Venezuela, ossia «Piccola Venezia». Il nome fu in seguito esteso dagli Spagnoli a tutto il Paese.

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PERSONAGGI CELEBRI

Andrés Bello

Scrittore e uomo politico venezuelano (Caracas 1781 - Santiago del Cile 1865). Vissuto a Caracas fino al 1810, si recò poi a Londra, in delegazione con Simón Bolívar, e vi rimase fino al 1829, svolgendovi attività di diplomatico, insegnante e scrittore. Rientrato in Sud America, si stabilì a Santiago del Cile dove, per incarico del Governo cileno, riorganizzò e diresse l'Università del Cile. La raccolta completa delle sue opere (filosofiche, storiche e letterarie) fu pubblicata, in Venezuela, a cura dello Stato.

Simón Bolívar

Statista e generale venezuelano (Caracas 1783 - Santa Marta, Colombia, 1830). Membro di una famiglia creola di Caracas, venne educato in Spagna e nella sua città natale dai migliori precettori (tra cui A. Bello) che gli fecero conoscere, tra l’altro, il pensiero dei razionalisti europei e in particolare di J. Locke e J.-J. Rousseau. Nel 1810, dopo lo scoppio della rivoluzione, si unì alle forze ribelli dalle quali venne inviato a Londra per ottenere la mediazione inglese. Fallita la missione e proclamata l'indipendenza del Venezuela (5 luglio 1811), fu costretto, dopo la riconquista spagnola del Paese, avvenuta l'anno successivo, a rifugiarsi nella Nuova Granada (l’odierna Colombia). Qui, organizzò un esercito per effettuare l'invasione del Venezuela e liberarlo definitivamente dall'influenza della Spagna. Nel 1813, alla sua entrata a Caracas, gli venne conferito il titolo di «Libertador», liberatore. Dopo aver governato il Venezuela come dittatore per circa un anno, nel 1814, all’indomani della riconquista di Caracas da parte degli Spagnoli, fu costretto a abbandonare nuovamente il Paese e a rifugiarsi a Nuova Granada per sfuggire alle truppe del realista J.T. Boves. Tornato nel 1817, organizzò la Repubblica venezuelana, liberò la regione di Bogotà, e creò la Repubblica della Grande Colombia, di cui fu eletto presidente, con i territori del Venezuela, della Nuova Granada, e dell'Ecuador. Nel 1822 riuscì ad estromettere gli Spagnoli dall'Ecuador e in seguito, con l'aiuto di J. de San Martín, anche dal Perú e dall'Alto Perú, che dichiaratosi indipendente nel 1825 con il nome di Repubblica Bolívar (in seguito sarebbe divenuta Bolivia), proclamò presidente il suo liberatore. Il disegno di una federazione del Perú, della Grande Colombia e della Bolivia, da lui proposto, incontrò aspre resistenze e nel 1828, dopo un fallito attentato ai suoi danni messo in atto il giorno dopo la sua autoproclamazione a guida assoluta dello Stato, fu costretto a fuggire per un breve periodo a Bogotà, dove però mantenne la presidenza del Paese. Nel 1829 il Venezuela si staccò dalla Grande Colombia: l’anno seguente Bolívar, profondamente amareggiato dalla divisione che dilaniava il Paese, abbandonò ogni carica politica rifugiandosi a Santa Marta, Nuova Granada, dove morì poco dopo di tubercolosi. La sua figura, negli ultimi anni di vita profondamente osteggiata, venne rivalutata qualche tempo dopo e Bolívar assurse al ruolo di eroe dell’indipendenza sudamericana.

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ALTRI CENTRI

Barquisimeto

(811.000 ab.). Città del Venezuela, capoluogo dello Stato di Lara (19.800 kmq; 1.556.415 ab.), a Nord della Cordigliera di Mérida. La costruzione della città, che segue un piano geometrico, risale al XVI secolo. Oggi è centro commerciale di una regione che produce canna da zucchero, caffè e cacao.

Maracay

(394.000 ab.). Città del Venezuela, capitale dello Stato di Aragua (7.014 kmq; 1.449.616 ab.). È situata presso il lago di Valencia, a 445 m s/m, sulla Cordigliera della Costa. Fu fondata nel 1697 da Adan Peréz de Almaya e si è sviluppata con criteri moderni; ha, come quasi tutte le città venezuelane, pianta regolare, vie rettilinee, che si incrociano ad angolo retto, ampie piazze e giardini. La città è in continuo sviluppo, favorita dalla posizione sulla grande direttrice stradale Caracas - Maracay - Valencia - Barquisimeto - Maracaibo; è unita alla capitale Caracas da un'ampia e moderna autostrada. È un importante centro agricolo e di allevamento del bestiame, possiede industrie per la produzione di birra e bibite, per la conservazione dei prodotti alimentari, per la fabbricazione di carta, ecc. Vi opera una scuola superiore di Agricoltura e tutta la zona verso il mare, a Nord della città, è stata istituita parco nazionale per la protezione e lo studio della fauna e della flora tropicali tipiche del Paese. La fama della città è legata alla «Plaza de toros», che è stata costruita prendendo a modello quella di Siviglia.

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