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MINISTERO DELLA SANITA' |
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In Trapaninfo a Trapani. Rocco
CHINNICI, commediografo-drammaturgo,
Rocco Chinnici ex allievo del Maestro Accursio Di Leo, e Vi invito a
conoscere i miei lavori applauditi, a scena aperta, in diversi teatri e piazze
italiane. Con l'augurio che possano essere anche di Vostro gradimento, Vi
ringrazio per la gentile attenzione, Vi auguro un mondo di bene e un continuo e
ricco prosperare nell'arte della cultura che tanto ci accomuna.
Vi regalo un mio racconto tratto da una delle mie commedie (trasposizione anche
in lingua):
LA JETTAURA
A Carmelo, dal viso cereo, il sudore grondava dalla fronte e gli inumidiva la
camicia di flanella, da poco comprata dalla moglie Santuzza alla fiera del paese
col ricavato della vendita di due grossissimi capponi, due galletti che, nati
nella schiusa di Marzo e castrati a Giugno, in quel mese di Settembre, giorno di
fiera, già pesavano quattro chili ciascuno.
Il suo sguardo fissava il vuoto, cercava di intravedere colei che d’un colpo gli
aveva tolto… quasi negato, il diritto di continuare a vivere quella serena e
tranquilla vita nel suo paesino di Belmonte Mezzagno; tranquilla per modo di
dire! Il lavoro nei campi lo impegnava dall’alba al tramonto: la vite da potare,
il mandorlo, gli uliveti, preparare il semenzaio… la sera, stanco, doveva
persino governare l’asino e la capretta “Concettina”, così preferì chiamarla il
giorno che l’acquistò da un allevatore di Santa Cristina, un paesino dei
dintorni che conta pochissime anime. Sudava, sudava e bisbigliava terrorizzato:
<< Morirai domani alle 14,15! Domani>> Continuava a ripetere. Neanche 24 ore di
tempo gli rimanevano oramai da vivere.
Santuzza dovette recarsi in chiesa per la messa di zio Lorenzo, era già passato
un mese da poi che egli ebbe a lasciare il paese per andare all’altro mondo. Ma
quale, di quei mondi a noi lontani, avrebbe potuto accogliere l’anima di quella
persona greve e gretta di Lorenzo. Aspettò ancora un po’; poi, raccolte le forze
rimastegli, si recò da compare Peppe a cercar conforto e a farsi aiutare ad
organizzare, con l’umile stile che è dei poveri, i suoi oramai prossimi e
presunti funerali. L’orologio della chiesa Madre batteva le 12 scandendo il
ritmo del mezzogiorno. Da Peppi non rispondeva nessuno: bussò ancora, e ad
aprire venne comare Minica con le maniche rimboccate; un vecchio e grande
grembiule avvolgeva quell’esile figura di donna dai capelli trasandati, sempre
indaffarata nelle pulizie domestiche, il primo premio se lo sarebbe certamente
aggiudicato se don Giuseppe, il parroco del paese, oltre che per il miglior
presepe avesse messo un premio per la casa più pulita. Appena aperta la porta,
Minica si preoccupò subito del compare che era sudato e aveva un colorito
strano. << Entri, compare, cosa le è successo? Che ha? Aspetti che chiamo Peppe,
è ancora a letto il dormiglione!>>
Carmelo si sedette tutto d’un peso sulla poltrona dal colore verde rame messa
lì, in un angolo di quella stanza dal pavimento ancora umido e le sedie rivolte
sul tavolo. Guardava continuamente il vecchio orologio da taschino, avrebbe
voluto fermarle con tutta la forza dell’anima quelle lancette che
incessantemente continuavano a battere il tempo.
<<Compare Carmelo!>> Fece Peppe ancora morto di sonno. <<Cosa vi è preso, per
essere di buon mattino a casa mia?>>
<<Buon mattino!>> Ribatté la moglie adirata per quelle lunghe e continue dormite
del marito.
<< C’è gente che s’è già guadagnato il pane a quest’ora! Altro che buon
mattino!>>
Peppe non le dava più ascolto, s’era abituato a quelle continue lagnanze della
moglie.
<<Su, compare, raccontatemi cosa vi è successo.>>
<<Avreste dovuto vederla la ‘gna Maruzza, quella vecchia fattucchiera >> prese a
narrare il compare terrorizzato: <<Passava per strada un gatto… solo miaooo fece
il povero animale, e quella, guardandolo con l’occhio malefico, e chiamandolo
perfida bestia, gli gridò che doveva morire. Sembrò un tuono, una macchina parve
chiamata di proposito e… zamt!!! Morì schiacciata la povera bestia! Queste non
sono fesserie compare, due giorni ho da vivere, oggi e domani!>>
<<Ma no, compare, cosa andate dicendo! Sarà stato il caso a volere che il gatto
morisse; ma voi, voi che c’entrate in tutto questo?>>
<<Che c’entro, dite? Dovevate vederla, sembrava una pazza, mi guardò con quegli
occhi che sembravano volessero uscire fuori dalle orbite, e, additandomi, mi
chiamò citrullo e mi ha detto che morirò domani alle 14,15!>>
<<Certo, compare, non è che bello sentirsi dire per strada che si hanno due
giorni di vita, ma… ed io, io che posso fare? Se potessi… non una, ma due ve ne
darei di mano.>>
Minica ascoltava pensierosa quella strana storia, poi, pensò di intervenire.
<<Sentite che facciamo: lei, compare… quand’è che dovrebbe morire?>>
<<Domani, domani alle 14,15!>> Rispose il compare, quasi piangendo.
<<Tu, Peppe, arriva alla camera del lavoro, e cerchi di Concetta, si dice che ne
sappia una più del diavolo, vediamo cosa ci consiglia per compare Carmelo.>>
<<Cosa?>> Fece Peppe sbalordito. <<Io, alla camera del lavoro? Andare li per
farmi sentir dire che sono una sanguisuga, ma quando mai!>>
<<Non è che hanno torto!>> Fece compare <<Non è che sia tanto corretto vivere
alle spalle del prossimo!>>
<<Ma tu guarda questo morto vivo, sa di dover morire da un momento all’altro, e
ha questi rimorsi di coscienza… Compare non ditemi d’esser contento d’aver fatto
una vita sempre a lavorare?>>
<<Veramente… non lo so, non so che rispondervi.>> Fece compare Carmelo.
<<Ecco!>> fece lesto, Peppe, alla moglie. <<Vedi? Non lo sa! Ed io,
nell’incertezza, dovrei vivere col dubbio s’è giusto o no? Ma quando mai,
compare, bisogna essere tranquilli, siamo in democrazia! Bisogna rispettare le
idee degli altri, e allora che lavorino, io no!>>
Si sente bussare alla porta, Minica va ad aprire, è Santuzza, preoccupata, in
cerca di Carmelo, il quale suggestionato da quanto proferitogli dalla
fattucchiera, s’era abbandonato sulla vecchia poltrona in attesa che si
facessero le 14,15 e poter partire alla ricerca di quei mondi e dello zio
Lorenzo al quale era molto legato. Peppe, per evitare rimproveri dalla moglie
davanti alla comare, uscì a cercare Concetta. Le ore volavano via, tra il pianto
di Santuzza e i conforti di Minica, mentre Carmelo diventava sempre più cereo e
tremava dal freddo, tremava e pregava la Madonna di accoglierlo accanto a lei;
era molto devoto alla Vergine, da piccolo, quando andava a letto, la nonna gli
aveva insegnato una breve preghiera, ed egli, prima d’addormentarsi la ripeteva
sempre: “Io mi corico in questo letto, con Gesù dentro il mio petto; se io
dormo, Egli veglia e se c’è qualcosa mi risveglia”. per cosa avrebbe dovuto
svegliarlo ora la Madonna! La morte non è un breve sogno, ma un lunghissimo
sonno, un sonno privo di coscienza e volontà, dove l’anima vive nella
tranquillità assoluta in attesa di potere assaporare un nuovo corpo che andrà ad
abitare.
Carmelo sembrava immerso in quella tranquillità, e non dava più segni d’esser
sveglio. Minica cercò tante volte di persuadere Santuzza di andare a casa a
dormire, dicendole che la notte avrebbe certamente risolto quello strano enigma.
<<Su, via comare!>> Continuava Minica <<Lei crede a queste fesserie? Sicuramente
il compare si sarà fatto suggestionare da quella jettatrice; lo lasci riposare
qui tutta la notte, e vedrà che domattina sarà lui stesso a tornare a casa.>>
Santuzza ringraziò la comare per il consiglio datole, ma preferì rimanere li
tutta la notte. Peppi rincasò a notte inoltrata, dimenticandosi del compare e di
avvisare Concetta perché si recasse a casa sua; entrò in punta di piedi, si
sentiva qualche leggero lamento di Carmelo, mentre le due donne dormivano sedute
e con la testa a penzoloni; si recò nella sua stanza e s’addormentò d’un colpo,
russando.
Dalle imposte si vedeva albeggiare, Minica si alzò lentamente, adagiò sulle
spalle di comare Santuzza uno scialle di lana e andò ad assicurarsi che Peppe
fosse rientrato.
Il sole era già alto quando Santuzza si svegliò; preoccupata, guardò il marito
che sembrava dormisse, stanco d’essersi lamentato tutta la notte, e gli posò di
sopra, lentamente lo scialle che le aveva messo sulle spalle Minica. Da fuori si
sentiva il megafono di un venditore di frutta che passava e il vociare di un
bimbo che rincorreva il suo cane. Santuzza svegliò Peppe, rimproverandolo per la
leggerezza nei confronti del compare che giaceva, in preda al panico sulla
poltrona, aspettando che si facessero le 14,15. Lo incaricò ancora di cercare
Concetta e di avvisare padre Giuseppe della situazione che s’è venuta a creare.
Peppe uscì brontolando, quasi che l’accaduto lo infastidisse.
Le ore volavano via; Santuzza guardò l’orologio appeso alla parete e scoppiò in
un pianto convulso: segnava le 14,00.
<<Solo mezz’ora ho, Carmeluccio mio! Mezz’ora e non potrò più parlarti, sentire
la tua voce, ma perché, perché?>>
Santuzza s’intenerì sentendo la comare, e cercò ancora di rincuorarla… niente!
Carmelo, quasi non parlava più, tutto sembrava inutile. Peppe, arrivò con padre
Giuseppe e Concetta, la quale, meravigliata e sdegnata nello stesso tempo per
quanto le aveva narrato Peppe, guardò Carmelo e la moglie e li rimproverò
dicendo loro che tutto quel manifestarsi era solo frutto di una grande ignoranza
e che a nulla sarebbe servito l’intervento del parroco perché gli schiacciasse
il mal’occhio; bisognava solo indurre Carmelo a ragionare; ma come? Si sentì
l’orologio della chiesa Madre battere le 15,30.
<<Le 15,30?>> Fece Santuzza meravigliata – Ma… comare, l’orologio segna le
14,30, come mai quello della chiesa…>>
<<Quello della chiesa è giusto!>> fece padre Giuseppe <<Sta notte hanno cambiato
l’orario, quindi…>>
<<E ora, che fare?>> disse Santuzza alla comare. <<Visto che le 14,30 sono
passate da un’ora, vuol dire che il mio Carmelo non muore più? Padre, fategli
vedere l’orologio, diteglielo che è un miracolo…>>
<<Ma quale miracolo e miracolo!>> esclamò Concetta <<L’ora legale è
un’invenzione nostra non dei santi! Ecco, cosa ci voleva: il tempo, esso si
burla di noi, ride delle nostre idiozie, delle nostre usanze, costumi,
mentalità…>>
<<Signora Concetta,>> fece Santuzza <<allora mio compare l’ha fatta franca?>>
<<Proprio così>> rispose lesto padre Giuseppe>>.
<<E allora dobbiamo brindare!- Gridò Peppe -brindare, che mio compare è risorto;
su, compare, alzatevi che brindiamo!>>
<<Ma quale brindare e brindare! Io devo morire!>> rispose Carmelo ancora mezzo
intontito.
<<Guardate!>> Intervenne Concetta mostrando l’orologio a Carmelo. <<E vi dirò di
più: voi, non avete mai avuto niente, solo suggestione una forte suggestione e
nulla più; quindi…>>
Carmelo, si alzò, guardò in aria come se avesse sentito la voce di ‘Gna Maruzza
e fece un velocissimo gestaccio: <<Teh!!! Femmina di malaugurio!>>
<<Compare!>> rispose Peppe <<Parlate da solo, un’altra ora ve n’è venuta?>>
<<Brindiamo, brindiamo che voglio ubriacarmi!>> Fece lesto compare Carmelo,
alzando il bicchiere e tirando un forte sospiro di sollievo.

Veduta crepuscolare del centro storico di Trapani |
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