GEOGRAFIA - ITALIA - LA POPOLAZIONE E LA SOCIETÀ

GLI ITALIANI IERI E OGGI

Finora abbiamo esaminato l'aspetto fisico del territorio, le sue risorse e, in generale, il rapporto esistente tra uomo e ambiente. Ci siamo soffermati sulle trasformazioni apportate al paesaggio e abbiamo visto come si intrecciano elementi naturali e fattori storici. Ma l'evoluzione di un Paese è strettamente connessa con gli uomini che lo abitano; in particolare ha notevole peso il valore numerico dei suoi abitanti. L'Italia è uno Stato molto popolato. Secondo i dati del censimento del 2001 sui 301.338 kmq della Repubblica sono risultate residenti 56.995.744 persone. È quasi il doppio rispetto al 1881 (28.953.480 abitanti); nei secoli precedenti all'Unità d'Italia (1861) la popolazione era molto inferiore a questa cifra e aumentava molto lentamente: nell'anno 1000 raggiungeva appena gli 8 milioni e si raddoppiava solo dopo 700 anni.

LA DENSITÀ

Oltre al dato assoluto della popolazione, occorre considerare un altro fattore importante: la densità. Si tratta del rapporto esistente tra il numero degli abitanti e l'estensione del territorio in cui vivono, espresso in kmq. Da tale operazione otteniamo il numero di abitanti per kmq. Diciamo che l'Italia è molto popolata perché su una superficie non molto estesa risiedono numerose persone, tanto che la sua densità è di 194 abitanti per kmq. La densità aumenta quanto meno è esteso il territorio su cui vivono i suoi abitanti. In campagna abbiamo una minore densità, perché poche persone risiedono su una superficie di notevole estensione, mentre nei centri metropolitani vi è un'elevata densità, dato che su un'area limitata vive un gran numero di abitanti.
Altri Paesi europei, come la Russia e la Germania, possiedono un maggior numero di abitanti rispetto all'Italia, ma la Russia ha a disposizione un territorio molto più esteso. Per quanto riguarda la densità, l'Italia è preceduta da Belgio, Paesi Bassi, Germania e Gran Bretagna.
Il valore espresso poco prima (194 abitanti per kmq) è naturalmente una media. Infatti la densità varia da regione a regione perché ognuna ha una sua estensione ed è diversamente abitata. La popolazione è più numerosa nella Pianura Padana, dove troviamo città molto affollate. La regione del Nord con densità più elevata è la Lombardia (394 ab./kmq). È seguita dalla Liguria (294 ab./kmq); in particolare a Genova si concentra ben il 42% della popolazione ligure. Tutta l'area padano-veneta ha raggiunto questi livelli demografici perché nel corso dei decenni passati ha accolto molte migliaia di immigrati provenienti dalle zone povere e dal Sud.
Le colline e le montagne dell'Italia settentrionale sono invece abitate da una popolazione più scarsa (Valle d'Aosta 38 ab./kmq; Trentino-Alto Adige 72 ab./kmq). Molti giovani hanno abbandonato il suolo spesso impervio e poco redditizio della montagna e all'agricoltura hanno preferito il lavoro nell'industria.
Diversamente popolate sono la Toscana e l'Emilia, che possiedono un alto numero d'abitanti nei centri urbani e nelle valli di transito, che invece si riduce sulle montagne appenniniche.
Procedendo verso Sud, Roma risulta la città più popolosa d'Italia; i suoi abitanti rappresentano addirittura il 57% di quelli dell'intero Lazio. Le altre città dell'Italia centrale sono numericamente molto inferiori. La Campania invece è la regione italiana con maggior densità (426 ab./kmq), che nel golfo di Napoli raggiunge punte di 10.000 ab./kmq. In questa zona fortemente popolata sono situate molte floride città e centri minori, sia nelle fasce interne più prossime al mare, sia lungo i litorali. Se invece ci addentriamo nelle plaghe e nelle valli più remote, la montagna povera di terre fertili e di corsi d'acqua ha spinto la popolazione ad andarsene e questo flusso migratorio continua tutt'oggi. Infatti la Basilicata e la Calabria sono regioni prive di grandi città e non sono densamente popolate.
Spostandoci verso oriente e risalendo le coste adriatiche, incontriamo le pianure pugliesi, i porti e i centri agricoli e industriali che rendono la Puglia fittamente popolata. Risalendo Molise, Abruzzo e Marche rileviamo invece una profonda diversità tra la densità per kmq della fascia costiera e quella delle valli interne. Ancora una volta le attività redditizie legate al mare hanno attratto la popolazione prima sparsa per le campagne. Infine Romagna, Veneto e Friuli non presentano grandi scompensi tra le zone litoranee e quelle interne. Delle due grandi isole, la Sardegna è la regione con la densità di popolazione più scarsa (68 ab./kmq), mentre la Sicilia (195 ab./kmq) ha caratteristiche demografiche opposte, con un'elevata densità, soprattutto nelle città costiere, come Palermo, o nei borghi rurali interni, presentando grossi centri con oltre 50.000 abitanti.
In conclusione possiamo affermare che la popolazione italiana è distribuita in modo tutt'altro che uniforme. Oltre ai fattori naturali (presenza del mare, di corsi d'acqua, clima ecc.), occorre considerare anche i motivi storici che hanno condizionato l'insediamento umano, spesso in maniera rilevante. La meccanizzazione dell'agricoltura, la nascita della grande industria e lo sviluppo delle attività terziarie hanno portato all'espansione dei centri urbani e alla concentrazione degli abitanti nelle aree più avanzate, con punte massime di densità attorno alle città di Napoli, Roma, Milano, Torino, Firenze e Genova.

IL MOVIMENTO DELLA POPOLAZIONE: EMIGRAZIONE E IMMIGRAZIONE

Abbiamo già accennato che la popolazione italiana è molto aumentata rispetto ai secoli passati e ha continuato a crescere fino a pochi anni fa (dalla seconda metà degli anni Novanta, infatti, si è avuta una netta inversione di tendenza, con un calo delle nascite e un progressivo invecchiamento dei cittadini). Il motivo di tale sviluppo ininterrotto è stato il movimento naturale, ovvero la differenza tra il numero delle nascite e dei decessi. In termini demografici, quando i nati superano i morti nel corso di un anno, si dice che il tasso di natalità è stato maggiore di quello di mortalità e dunque il saldo demografico è positivo. Questa eccedenza dei nati sui morti (a sua volta determinata da una serie di fattori: alimentazione, condizioni igienico-sanitarie, progressi della medicina, mortalità infantile, ecc.) ha fatto crescere la nostra popolazione nel corso dei secoli.
Tuttavia, poiché non tutti gli italiani riuscivano a trovare lavoro o a trarre dalla loro attività un guadagno sufficiente per vivere, nel corso del XX secolo molti sono stati costretti ad emigrare all'estero o in altre zone del Paese. Tale spostamento da un luogo di residenza all'altro vede la persona emigrare (cioè allontanarsi) dal centro dove abita e al contempo immigrare (cioè entrare) nella nuova località di residenza.
Per lungo tempo a partire dall'Unità d'Italia (1861) il numero delle partenze ha superato quello dei ritorni e dei rimpatri. Per quanto riguarda l'emigrazione all'estero, essa è stata particolarmente elevata negli anni 1900-13 e poi dopo la seconda guerra mondiale. Durante la prima fase migratoria più di 8 milioni di italiani (circa 600.000 ogni anno) si trasferirono in altri Paesi d'oltremare, come gli Stati Uniti, l'Argentina, il Brasile, l'Australia. Dopo la prima guerra mondiale due nuovi elementi determinarono la drastica contrazione dei flussi migratori dall'Italia: le fortissime restrizioni poste dagli Stati Uniti ad accogliere nuovi arrivi e la politica del fascismo italiano, contrario a consentire l'emigrazione.
Nella seconda ondata, invece, molti connazionali si recarono negli Stati europei più industrializzati, come la Germania Occidentale, la Francia, il Belgio e la Svizzera, dove c'era bisogno di lavoratori nelle fabbriche, nelle miniere, nell'edilizia, ecc. In poco meno di un secolo sono emigrati all'estero complessivamente 25 milioni di italiani, provenienti dalle zone più povere della penisola, cioè dal Veneto e dal Friuli, dalle regioni insulari e dal Mezzogiorno. L'Italia è stata dunque fino agli anni Settanta terra di emigrazione. La recessione economica mondiale scatenata dalla crisi petrolifera del 1973 ridusse notevolmente, fino ad azzerarla, la domanda di manodopera straniera in molti Stati industrializzati; contemporaneamente, però, con il boom economico di fine anni Cinquanta, si era registrato nel nostro Paese un netto miglioramento delle condizioni di vita e un accrescimento considerevole delle opportunità di lavoro, in particolare nell'area del cosiddetto triangolo industriale Milano-Torino-Genova.
Fu così che, mentre cessavano i grandi esodi di massa verso l'estero, presero avvio gli spostamenti interni, cioè entro i confini nazionali. Questo fenomeno ha avuto proporzioni gigantesche soprattutto negli anni 1950-70, quando milioni di italiani si sono trasferiti da un capo all'altro della penisola. Tali migrazioni interne hanno seguito soprattutto tre linee direttrici: dal Sud l'esodo si è indirizzato, da un lato, verso le aree industrializzate del Piemonte, della Liguria e della Lombardia e, dall'altro, verso Roma e le zone più sviluppate dell'Emilia e della Toscana; dalle fasce montane del Veneto e del Friuli si è diretto verso le regioni nord-occidentali del Piemonte e della Lombardia.
Questo flusso migratorio di contadini e manovali ha trasformato notevolmente l'Italia e la sua storia. Braccianti miseri e costretti a un isolamento secolare si sono trasformati in laboriosi operai, che hanno contribuito allo sviluppo economico del Paese; intere aree rurali o montane sono state abbandonate e lasciate incolte, divenendo ancora più povere. Per contro le grandi città industriali si sono spesso trasformate in metropoli sovrappopolate e inadeguate alle esigenze degli arrivi crescenti. I lavoratori immigrati hanno dovuto insediarsi nei quartieri più periferici e accontentarsi dei lavori più umili e malpagati, cercando a fatica di inserirsi nel tessuto sociale nuovo, così diverso da quello del paese natìo.
Nell'epoca più recente, non solo il movimento migratorio degli italiani si è quasi del tutto arrestato (sia in buona parte quello interno sia, a maggior ragione, le emigrazioni verso l'estero), ma l'Italia ha conosciuto il fenomeno opposto dell'immigrazione di popolazioni povere provenienti in particolare dall'Africa, dall'Europa orientale, dall'America latina e dal Sud-Est asiatico. L'intensità del flusso migratorio (sebbene inferiore rispetto a quello di altre Nazioni), le difficili condizioni economiche interne, le differenze culturali e la mancanza di adeguate infrastrutture hanno determinato un inserimento difficoltoso degli immigrati nella società italiana, provocando sentimenti diffusi di intolleranza e talvolta episodi di razzismo. Nel 2004 gli stranieri legalemnte in Italia (ai sensi della Legge Bossi-Fini del 2002, che prevedeva la concessione del permesso di soggiorno solo agli immigrati con regolare contratto di lavoro) erano 2.500.000. Essi, insieme ad altri 800.000 circa immigrati clandestini, costituivano il 5% circa della popolazione presente sul territorio nazionale.
L'arrivo di clandestini extra-comunitari in Italia

COME SI REGISTRANO I FENOMENI DEMOGRAFICI

La demografia è la scienza che studia le variazioni e i movimenti della popolazione (dalla parola greca démos, popolo); essa è importante sia per lo Stato, che deve provvedere a soddisfare i bisogni degli abitanti, come case, posti di lavoro, servizi scolastici e sanitari ecc.; sia per il mondo economico, che deve conoscere la manodopera che ha a disposizione, l'evoluzione dei consumi ecc.
Lo Stato italiano, come quello degli altri Paesi sviluppati, provvede a rilevare le tendenze e i mutamenti della popolazione mediante due strumenti: i servizi anagrafici e i censimenti.
- L'anagrafe è un ufficio presente in tutti i Comuni che raccoglie sistematicamente tutti i dati concernenti la popolazione ivi residente a partire dal momento della nascita. Quando una persona cessa di vivere o trasferisce l'abitazione in un'altra località, viene cancellata dagli elenchi anagrafici di quel Comune; nell'ultimo caso, quello di mutamento di residenza, sarà l'ufficio anagrafico del nuovo Comune a iscrivere nei propri registri il nuovo cittadino.
Oltre al nome e cognome delle persone e alla loro data di nascita e di morte, si precisa anche lo stato civile (nubile, celibe, coniugato o vedovo, con o senza figli), la professione e il domicilio, cioè dove abitano.
- I censimenti sono registrazioni e calcoli che si effettuano di tanto in tanto per mettere a fuoco la situazione demografica di un determinato momento. In Italia i censimenti sono stati abbastanza regolari, con cadenza decennale, a partire dall'Unità (1861). Essi rilevano tutti gli abitanti presenti in quel luogo, alla mezzanotte di un certo giorno, anche se la loro residenza è registrata altrove. Si ottiene così la popolazione presente, che è diversa da quella residente, perché quest'ultima può trovarsi occasionalmente assente, per motivi di studio, di lavoro, di turismo ecc.
Oltre al numero degli abitanti, si accerta il grado di istruzione, cioè quante sono le persone in possesso di laurea, di diploma di scuola media superiore, di licenza media inferiore ed elementare, fino a quelle analfabete, ovvero prive anche di una minima istruzione.
Un altro dato importante riguarda la popolazione attiva. Con tale termine si indica la popolazione, con più di 14 anni, che esercita un'attività lavorativa o che, pur essendo disoccupata, è in cerca di un'occupazione. Queste cifre sono necessarie per comprendere il grado di sviluppo economico delle diverse zone e fotografano il benessere generale del Paese. Viene inoltre precisato il ramo di attività in cui opera ogni persona (settore primario, secondario e terziario).
Infine col censimento vengono rilevate utili notizie a proposito delle abitazioni: di che tipo sono, a quando risale la loro costruzione, se sono in affitto o di proprietà, quante stanze hanno ecc. Ciò permette di accertare le condizioni sociali di un determinato Comune, il quale può così conoscere anche quante persone risiedono nel centro storico, in periferia, oppure in case sparse in aperta campagna, e provvedere a creare i servizi necessari a soddisfare i bisogni della popolazione.
L'organo dello Stato preposto a raccogliere e pubblicare tutte le statistiche è l'ISTAT (Istituto Centrale di Statistica), che cura i censimenti decennali e tutte le rilevazioni svolte annualmente.

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| SUPERFICIE E POPOLAZIONE ALLA DATA DEI VARI CENSIMENTI  |
+---------------------------------------------------------|
|     Censimenti      | Superf. | Popolazione| Popolazione|
|                     |  (km²)  |  residente |  presente  |
+---------------------+---------+------------+------------|
|  1861, 31 dicembre  | 248.032 | 22.212.000 | 21.777.334 |
|  1871, 31 dicembre  | 285.930 | 27.303.000 | 26.801.154 |
|  1881, 31 dicembre  | 285.948 | 28.953.480 | 28.459.628 |
|  1901, 10 febbraio  | 285.948 | 32.965.504 | 32.475.253 |
|  1911, 10 giugno    | 285.948 | 35.845.048 | 34.671.377 |
|  1921, 1 dicembre   | 310.144 | 38.449.000 | 37.932.120 |
|  1931, 21 aprile    | 310.079 | 41.651.617 | 41.176.671 |
|  1936, 21 aprile    | 310.190 | 42.993.602 | 42.918.726 |
|  1951, 4 novembre   | 301.201 | 47.515.537 | 47.158.738 |
|  1961, 15 ottobre   | 301.224 | 50.623.569 | 49.903.878 |
|  1971, 24 ottobre   | 301.252 | 54.134.846 | 53.770.371 |
|  1981, 25 ottobre   | 301.263 | 56.556.911 | 56.335.678 |
|  1991, 20 ottobre   | 301.302 | 56.778.031 | 56.764.854 |
|  2001, 21 ottobre   | 301.338 | 56.995.744 | 56.133.039 |
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LE DIVERSITÀ REGIONALI

Attraverso i censimenti e gli altri dati demografici ed economici si può avere non solo un quadro generale dell'Italia, ma anche una fotografia delle differenze tra le varie parti del Paese, specificità molto importanti, che altrimenti sfuggirebbero e impedirebbero di possedere un'immagine esauriente della nostra nazione. Abbiamo già notato all'inizio di questo capitolo come sia diversa la densità di popolazione da regione a regione. Analogamente, nella parte dedicata all'economia, abbiamo osservato che, per quanto riguarda la ricchezza disponibile, non vi è affatto omogeneità, ma anzi occorre parlare di tre Italie, di tre aree, ognuna delle quali possiede un certo reddito pro-capite. Le differenze di reddito si approfondiscono se si scende a livello provinciale, poiché anche nel Settentrione esistono zone montane e collinari povere e poco abitate.
Oltre agli elementi economici, bisogna considerare anche le condizioni sociali e la presenza dei servizi. Se si prende in esame il grado di istruzione, si rileva che lo sviluppo del secondo dopoguerra ha contribuito a ridurre l'analfabetismo, pur senza stroncarlo. Il fenomeno è ancora rilevante e, secondo il censimento del 1991, riguardava il 2,1% della popolazione (la stima per l'anno 2003 si attestava invece sull'1,5%) oltre i 6 anni d'età, contro il 12,9 del 1951. Il peso degli analfabeti e dei semianalfabeti è più rilevante nelle regioni meridionali e più diffuso tra le donne che tra gli uomini.
Il grado di istruzione si presenta più elevato nell'Italia settentrionale e il Sud è soprattutto carente di istruzione tecnica e professionale. Ciò ha delle ripercussioni sul piano occupazionale, che vede i giovani impreparati a inserirsi nel mondo del lavoro.
Infine il Mezzogiorno è meno dotato di strutture ospedaliere, sanitarie, ricreative e assistenziali, che non sono sufficienti a soddisfare i bisogni di una popolazione numerosa, che spesso vive in zone densamente abitate.
Tra le diversità regionali non si possono dimenticare le differenze linguistiche, ovvero la presenza di una miriade di dialetti, ognuno dei quali caratterizza una regione o, addirittura, una singola provincia. Il dialetto appartiene a una tradizione e ad una cultura popolare ricchissima. Nonostante la lingua italiana sia oggi ovunque parlata e insegnata e, grazie all'istruzione obbligatoria e alla diffusione dei mass-media (radio, TV, giornali, Internet), sia la nostra lingua nazionale a tutti gli effetti da almeno un quarantennio, il dialetto è ancora usato in molte città e paesi e continua ad essere trasmesso di generazione in generazione per via orale.
Come mai sopravvive questo mosaico linguistico? L'italiano deriva dal latino, la lingua parlata dai Romani. Con la conquista romana il latino si diffuse in tutt'Italia e si sovrappose agli idiomi usati dalle popolazioni ivi residenti. Si fuse così con altri elementi linguistici e nacquero nuove parlate, diverse da luogo a luogo, che a loro volta furono influenzate dai dominatori che seguirono e dai contatti commerciali che l'Italia ebbe nel corso dei secoli.
Rapporti culturali si intrecciarono tra popoli diversi e nuovi idiomi furono il frutto di questa trasformazione. Il napoletano conserva tracce della lingua greca (preesistente al latino) e di quella spagnola (successiva al latino). Così in Sicilia il dialetto possiede sia termini appartenenti al periodo preromano, sia vocaboli arabi. Infine il sardo risente ancora fortemente dell'influenza latina, pur con sovrapposizione del francese e dello spagnolo, a seconda della zona.
Oltre alla varietà dei dialetti, esiste il fenomeno del bilinguismo. Infatti in alcune zone d'Italia vi sono popolazioni che parlano altre lingue, diverse dall'italiano. Nell'Alto Adige risiedono molti Italiani di lingua tedesca, così come al confine con la ex Iugoslavia si parla lo slavo. In Valle d'Aosta è usato il francese, con i dialetti da esso derivati; in Friuli e in alcune valli del Trentino Alto Adige predomina il ladino, antico dialetto che possiede la dignità di una lingua.
Lo Stato italiano riconosce e rispetta queste differenze linguistiche e nelle zone sopraindicate ammette il bilinguismo. Pertanto sia nelle scuole, sia nei pubblici uffici, sia nei cartelli stradali sono presenti entrambe le lingue, l'italiano e quella che il cittadino usa abitualmente nella propria zona.

 

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