Geografia Italia Il Territorio e l'Aspetto Fisico

 

 
    

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GEOGRAFIA - ITALIA - IL TERRITORIO E L'ASPETTO FISICO

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UNO SGUARDO D'INSIEME

Se osserviamo una carta geografica dell'Italia (301.338 kmq; 56.995.744 ab., cens. 2001) subito rimaniamo colpiti da due elementi: la forma stretta e allungata e la sua posizione al centro del Mar Mediterraneo. Il territorio italiano si estende infatti per lo più da Nord a Sud, collegato nella parte più settentrionale al continente europeo tramite montagne elevate. La catena alpina divide l'Italia a Ovest dalla Francia, a Nord dalla Svizzera e dall'Austria e a Est dalla Slovenia. Procedendo verso Sud, si protende nel Mar Mediterraneo, allungandosi in una penisola che nella forma assomiglia a uno stivale. La più meridionale delle nostre regioni è la Sicilia, che non dista molto dal territorio africano.
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¦               PUNTI ESTREMI DELL'ITALIA FISICA              ¦
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¦ N  :  47° 05' 29", O latitudine N                           ¦
¦       Testa Gemella Occidentale (Alpi Aurine), 2.837 m s.m. ¦
¦                                                             ¦
¦ S  :  35° 47' 05", 1 latitudine N                           ¦
¦       Capo Sud e dello Scoglio Xutu Iz-Zghir (Arcipelago    ¦
¦       di Malta)                                             ¦
¦                                                             ¦
¦ O  :  6° 32' 52",8 longitudine E Greenwich                  ¦
¦       (5° 54' 15",6 longitudine O Monte Mario)              ¦
¦       Monte Chardonnet (Alpi Cozie), 2.947 m s.m.           ¦
¦                                                             ¦
¦ E  :  18° 31' 13",7 longitudine E Greenwich                 ¦
¦       (6° 04' 05",3 longitudine E Monte Mario)              ¦
¦       Estremità del Capo d'Otranto.                         ¦
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Cartina politica dell'Italia

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L'ASSETTO POLITICO-ISTITUZIONALE

La Costituzione italiana, entrata in vigore il 1° gennaio 1948, definisce nelle sue linee essenziali la struttura e il funzionamento della Repubblica. Il potere legislativo è attribuito al Parlamento, composto dalla Camera dei deputati (630 membri eletti a suffragio universale e diretto per un mandato di 5 anni) e dal Senato (315 senatori elettivi su base regionale, in carica per 5 anni, cui si aggiungono di diritto gli ex presidenti della Repubblica e un massimo di 5 senatori a vita nominati dal capo dello Stato). Il potere esecutivo spetta al Governo, composto dal Consiglio dei Ministri e dal presidente del Consiglio. Quest'ultimo è designato dal presidente della Repubblica e appartiene (solitamente ne è il leader) al partito o alla coalizione di partiti e forze politiche che hanno vinto le elezioni per il rinnovo del Parlamento italiano (la cosiddetta maggioranza di Governo). Il potere giudiziario, infine, spetta al corpo dei magistrati, al cui vertice si pone, quale organo di autogoverno (presieduto dal presidente della Repubblica), il Consiglio Superiore della Magistratura. La suprema garanzia della Costituzione è affidata alla Corte Costituzionale, composta da 15 giudici che restano in carica per 9 anni (5 nominati dal Parlamento, 5 dalle supreme autorità giurisdizionali e 5 dal capo dello Stato). Il presidente della Repubblica, eletto dai membri delle Camere del Parlamento in seduta comune e dai delegati regionali, resta in carica 7 anni; egli è il capo dello Stato, ha il comando delle Forze Armate e rappresenta l'unità nazionale. Il territorio della Repubblica Italiana è diviso amministrativamente in Regioni, Province e Comuni. Le Regioni italiane sono 20, di cui 15 a Statuto ordinario e 5 a Statuto speciale (queste ultime sono: Sicilia, Sardegna, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Valle d'Aosta).

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Sul piano strettamente politico, nelle due ultime Legislature (la XV si è aperta il 28 aprile 2006) l'Italia ha visto alternarsi alla guida del Governo una coalizione di centro-destra e una di centro-sinistra. Nel 2001 fu la Casa delle Libertà (CdL) a vincere le elezioni politiche, consentendo al suo leader Silvio Berlusconi (fondatore altresì di Forza Italia, uno dei partiti della CdL insieme a Lega Nord, Alleanza Nazionale e formazioni minori) di ricevere dall'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi l'incarico di formare l'Esecutivo. Berlusconi, tra mille difficoltà e polemiche (dalla fallimentare gestione del G8 genovese, a poche settimane dal suo insediamento a Palazzo Chigi, passando per il triste coinvolgimento dell'Italia nelle campagne militari afghana e irachena a fianco dell'alleato nordamericano, per finire con la legge elettorale di stampo neoproporzionale voluta dalla sola maggioranza di centro-destra, proprio a ridosso delle nuove consultazioni politiche), restò alla guida del Paese in due successivi Governi (il primo dei quali risultò il più duraturo della storia repubblicana) fino alla scadenza naturale del mandato elettorale.

Silvio Berlusconi interviene a un'assemblea della Confindustria

Nell'aprile 2006 la CdL fu sconfitta alle urne dalla coalizione di centro-sinistra dell'Unione, capeggiata da Romano Prodi e composta da Ulivo (DS, DL-Margherita, Movimento Repubblicani Europei), Rifondazione Comunista, Rosa nel Pugno, Comunisti Italiani, Italia dei Valori, Federazione dei Verdi, UDeuR-Popolari e altre formazioni politiche minori. Il nuovo Governo Prodi poté insediarsi solo dopo che il Parlamento ebbe rinnovato le sue massime cariche istituzionali: il leader di Rifondazione Fausto Bertinotti fu eletto presidente della Camera dei deputati; Franco Marini, della Margherita, presidente del Senato; e il senatore a vita Giorgio Napolitano (già esponente storico del PC e poi del PDS-DS) divenne il nuovo presidente della Repubblica.

Il giuramento e il discorso di insediamento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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I MARI, LE ISOLE E LE COSTE

Essendo una penisola, l'Italia è un Paese essenzialmente marittimo. Se si esclude l'area più settentrionale, costituita dall'arco alpino e da gran parte della Pianura Padana, quasi tutte le altre regioni hanno uno sbocco sul mare; solo cinque (Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige e Umbria) ne sono prive. Se consideriamo le due isole maggiori (Sicilia e Sardegna) e i numerosi arcipelaghi e le isole minori, ci rendiamo conto che gran parte dei confini italiani sono costituiti dalle coste, che si dispiegano per ben 7.500 km. Esse si affacciano tutte sul Mar Mediterraneo, delimitando mari che assumono nomi diversi. A oriente troviamo il Mare Adriatico, che separa l'Italia dalla Slovenia, dalla Croazia e dall'Albania. Ha una forma allungata; il suo fondale è poco profondo e abbastanza uniforme: nella parte più settentrionale raggiunge solo i 75 m di profondità, mentre al largo delle coste pugliesi supera di poco i 1.200 m. Il nome di questo mare deriva dall'antico porto etrusco di Adria. Le coste adriatiche sono per la maggior parte basse e sabbiose; a Nord sono orlate da lagune costiere, al centro si presentano meno ampie e direttamente collegate alle fasce collinari retrostanti, a Sud sono varie, alternando tratti alti e rocciosi con spiagge sabbiose e basse. Le isole sono numerose, ma italiane sono solo le Tremiti, poste dinanzi al promontorio del Gargano, in Puglia, e le isole della laguna veneta. Il golfo di Trieste separa la costa adriatica italiana da quella slovena. L'Adriatico è nell'insieme un mare molto pescoso. Il Canale d'Otranto (largo 75 km) mette in comunicazione l'Adriatico col Mare Ionio. Il suo nome deriva dall'antico popolo greco degli Ioni, che lo attraversò nell'VIII sec. a.C. per fondare delle colonie nell'Italia meridionale (Magna Grecia). Lo Ionio è il mare più profondo, i cui fondali superano i 5.000 m, ed è anche quello meno salato. È caratterizzato da coste basse lungo l'ampio golfo di Taranto, che poi diventano alte e rocciose per buona parte della penisola calabrese. Attraverso lo Stretto di Messina (largo 3 km) lo Ionio comunica col Mar Tirreno, così chiamato dal popolo dei Tirreni, poi denominati Etruschi, che abitavano lungo le sue coste più settentrionali. Ha la forma di un trapezio irregolare e bagna le coste occidentali della Penisola, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Nel Tirreno troviamo diverse isole e arcipelaghi; tra i più importanti ricordiamo: l'Arcipelago Toscano; Procida, Ischia e Capri dinanzi al golfo di Napoli; la Maddalena e Caprera a Nord della Sardegna; le Egadi e le Eolie prospicienti la Sicilia. È il mare più vasto d'Italia e raggiunge i 3.700 m di profondità. Le coste centro-settentrionali sono piuttosto basse e sabbiose, mentre quelle meridionali sono alte. È comunque caratterizzato da profonde insenature e da aspri promontori. Il Mar Mediterraneo che bagna le coste della Liguria è chiamato Mar Ligure (o Alto Tirreno). Prese il suo nome dal popolo dei Liguri, antichi abitanti di quest' area Nord-occidentale. La sua profondità supera i 2.500 m; possiede coste piuttosto alte e scoscese, poiché le montagne si protendono e si affacciano direttamente sul mare.
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¦           PRINCIPALI ISOLE (SUP. IN KM²)            ¦
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¦ Sicilia        25.426,2 ¦ Montecristo          10,4 ¦
¦ Sardegna       23.812,6 ¦ Pianosa              10,3 ¦
¦ Elba              223,5 ¦ Filicúdi              9,5 ¦
¦ Sant'Antioco      108,9 ¦ Ustica                8,1 ¦
¦ Pantelleria        83,0 ¦ Ponza                 7,5 ¦
¦ San Pietro         51,3 ¦ Tavolara              5,9 ¦
¦ Asinara            50,9 ¦ Lèvanzo               5,6 ¦
¦ Ischia             46,4 ¦ Linosa                5,4 ¦
¦ Lipari             37,3 ¦ Stagnone              5,4 ¦
¦ Salina             26,1 ¦ Alicúdi               5,1 ¦
¦ Giglio             21,2 ¦ Monte Isola           4,5 ¦
¦ Vulcano            20,9 ¦ Spargi (Sard.)        4,2 ¦
¦ Lampedusa          20,2 ¦ Prócida               3,9 ¦
¦ La Maddalena       20,1 ¦ Molara                3,4 ¦
¦ Favignana          19,8 ¦ Panarea               3,3 ¦
¦ Capraia            19,3 ¦ Santo Stefano (Sard.) 3,1 ¦
¦ Caprera            15,8 ¦ Giannutri             2,3 ¦
¦ Maréttimo          12,3 ¦ Gorgona               2,0 ¦
¦ Strómboli          12,2 ¦ San Domino            2,0 ¦
¦ Capri              10,4 ¦                           ¦
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L'ORIENTAMENTO

Orientarsi significa sapere dove si è, dove bisogna dirigersi e quali sono le vie per raggiungere la meta prefissata. L'uomo per orientarsi si è sempre servito di punti di riferimento. Ma, in mancanza di oggetti concreti e di informazioni utili, nel cielo come in mezzo al mare, in quale modo è possibile appurare dove siamo? Per questo l'uomo ha individuato delle direzioni valide per qualunque luogo terrestre: i punti cardinali. La direzione in cui sorge il sole è detta Est o Oriente (dal latino oriens, che nasce); quella opposta, in cui il sole tramonta e scompare all'orizzonte, è chiamata, Ovest o Occidente (dal latino occidens, che tramonta). Il sole a mezzogiorno, quando si trova nel punto più alto del suo cammino, indica il Sud o Mezzogiorno o Meridione; mentre la direzione opposta, contraddistinta dalla Stella Polare, visibile solo di notte, segna il Nord o Settentrione. Per potersi orientare in qualunque ora della giornata e con qualsiasi tempo, l'uomo ha inventato uno strumento particolare: la bussola. Questo oggetto possiede un quadrante su cui è fissato un ago calamitato, libero di ruotare, che dirige sempre un'estremità verso Nord e l'altra verso Sud. Per trovare il Nord e il Sud basta lasciare che l'ago si stabilizzi e osservare dove si dirige. Invece, per conoscere le altre direzioni, è sufficiente far ruotare la bussola fino a far coincidere il Sud e il Nord del quadrante con le punte dell'ago. In questo modo a ogni direzione segnata sulla bussola corrisponde la medesima direzione nella realtà.

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LA CARTA GEOGRAFICA: LA RIDUZIONE IN SCALA

Al pari della fotografia, la carta geografica è una riproduzione ridotta della realtà e quindi per essere trasportata su carta e studiata deve per forza perdere le sue dimensioni reali. Tuttavia questa riduzione non può essere fatta in modo arbitrario, ma deve rispettare delle proporzioni. Per comodità in cartografia si è soliti dividere le distanze per un numero fisso (100, 1.000, 10.000. 50.000 ecc.). Ad esempio devo riprodurre su carta una piazza larga 50 m e lunga 200 m: stabilisco che 1 m della realtà è uguale a 1 mm nel mio disegno. Creo, cioè, un'unità di misura che mi permetta di ridurre sul mio foglio la piazza, mantenendo però intatte le proporzioni. Quindi la scala utilizzata è 1:1.000, in quanto 1 mm sulla carta equivale a 1.000 mm nella realtà. Questo rapporto si legge " uno a mille"; deve essere scritto in calce alla carta e forma la "legenda", cioè quell'indicazione che deve essere letta per comprendere con quali proporzioni la carta rappresenta quella parte di territorio. Analogamente se la scala è 1:10.000 ogni mm corrisponde a 10 m nella realtà, se è 1:100.000 ogni mm corrisponde a 100 m e così via. Le scale usate in cartografia sono diverse, perché devono riprodurre superfici vaste, come quelle dei continenti, o piccole, come quelle di quartieri o zone limitate. È chiaro che più la scala è piccola più è grande il rimpicciolimento fatto. Per riprodurre l'Italia si dovrà utilizzare una scala 1:5.000.000, mentre per rappresentare l'isola di Capri basterà una scala 1:100.000; la prima è più piccola della seconda, perché il quoziente ottenuto è minore, e perciò è meno ricca di particolari dell'altra. In base alla grandezza della scala si suddividono: 1) carte a grande scala (piante, mappe e carte topografiche, utili a riprodurre case, quartieri, città, terreni, vallate ecc., con scala da 1:1.000 fino a 1:100.000); 2) carte a media scala (carte corografiche, per regioni vaste, e carte generali, per continenti o nazioni, con scala da 1:100.000 a 1:50.000.000); 3) carte a piccola scala (planisferi e mappamondi, per rappresentare grandi superfici terrestri nei loro caratteri essenziali, con scala superiore a 1:50.000.000).

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LA CARTA GEOGRAFICA: VARIETÀ E UTILIZZO

La riproduzione del paesaggio che ci circonda può essere svolta in molti modi: descrivendola a parole, fotografandola, dipingendola o rappresentandola su una carta geografica. Quest'ultimo metodo offre, rispetto agli altri, alcuni vantaggi: la carta riproduce solo gli elementi ritenuti essenziali, è chiara ed è oggettiva, cioè è reale e non frutto di un'interpretazione personale. Le carte più comuni nell'uso geografico sono: - la carta fisica che mette in risalto gli aspetti fisici del territorio (monti, fiumi, pianure, colline ecc.); - la carta politica che riproduce i centri abitati, le vie di comunicazione e i confini provinciali, regionali ecc.; - la carta economica che rappresenta la distribuzione dei prodotti dei vari settori produttivi; - la carta stradale che evidenzia solo il percorso della rete stradale e precisa la distanza tra una località e l'altra. Per riprodurre in modo semplice ed essenziale le caratteristiche che si vogliono mettere in risalto, la carta utilizza dei simboli, ovvero colori, linee, segni e figure, a cui è attribuito un significato convenzionale. Ad esempio il cerchietto indica il centro abitato, il verde chiaro la pianura, il verde scuro la collina, la spiga di grano la produzione di cereali ecc. Senza capire il significato di questi simboli non potremmo "leggere" né interpretare correttamente la carta, cioè non potremmo conoscere la realtà che essa intende riprodurre.

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GLI INSEDIAMENTI UMANI LUNGO LE COSTE

Quando nel 1861 nacque lo Stato italiano solo il 15% della popolazione italiana viveva lungo le fasce costiere. Poi, soprattutto nel secondo dopoguerra, questa situazione è profondamente cambiata e oggi oltre il 30% delle persone vive e abita lungo le coste. Tre fattori tra loro collegati hanno contribuito a questo rapido sviluppo: la bonifica delle aree paludose e malariche dei litorali, la creazione e lo sviluppo di centri industriali e infine il potenziamento e la diffusione del turismo. Infatti zone costiere del Centro e del Sud (Maremma, Piane di Metaponto, Sibari, del Sele, del Campidano ecc.) sono state rese abitabili e produttive grazie alle bonifiche, col conseguente spostamento di migliaia di contadini dalle aree aride e improduttive interne verso le pianure costiere. Coltivazioni di ortaggi e frutta sono così fiorite e hanno permesso l'arricchimento e lo sviluppo delle regioni interessate. Con l'affermarsi della rivoluzione industriale alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento, per il proprio decollo l'economia italiana aveva necessità di materie prime di cui il nostro Paese è sprovvisto. Si potenziarono così le importazioni e porti fiorenti, come Napoli e Genova, subirono un ulteriore sviluppo; negli anni Cinquanta la creazione di centri siderurgici (industria di lavorazione del ferro) e chimici, come Cornigliano, Bagnoli e Augusta, hanno prodotto una forte emigrazione dalle zone interne più povere e arretrate, generando un ampliamento della rete urbana dei litorali. Infine la costruzione di autostrade e di ferrovie litoranee (e, in epoca più recente, di scali aeroportuali) ha permesso un più facile raggiungimento delle aree più lontane e consentito l'unificazione di una rete di vie di comunicazione per tanto tempo carente e frammentaria.
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  ¦ SVILUPPO DEI LITORALI PENINSULARI   ¦
  ¦         E INSULARI (KM)             ¦
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  ¦ Liguria                      349,3  ¦
  ¦ Toscana                      601,1  ¦
  ¦ Lazio                        361,5  ¦
  ¦ Campania                     469,7  ¦
  ¦ Calabria                     715,7  ¦
  ¦ Sicilia                    1.483,9  ¦
  ¦ Sardegna                   1.731,2  ¦
  ¦ Basilicata                    62,2  ¦
  ¦ Puglia                       865,0  ¦
  ¦ Abruzzo                      125,8  ¦
  ¦ Molise                        35,4  ¦
  ¦ Marche                       173,0  ¦
  ¦ Emilia Romagna               131,0  ¦
  ¦ Veneto                       158,9  ¦
  ¦ Friuli Venezia Giulia        111,7  ¦
  ¦                                     ¦
  ¦ TOTALE                     7.375,3  ¦
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IL MARE ITALIANO: RICCHEZZE E PROBLEMI

I porti

Abbiamo già accennato alla importante funzione economica dei centri portuali. La città portuale può svilupparsi se sono presenti alcuni elementi favorevoli: una baia naturale, un retroterra ricco di centri urbani e di attività economiche e un'ampia ed efficiente rete di comunicazioni terrestri e aeree. Infatti un porto non è solo uno scalo marittimo ma è soprattutto un nodo di importanti traffici commerciali. Per questo necessita di banchine e scali, di container e magazzini per le merci scaricate e di mezzi e vie di trasporto per smistare e distribuire i prodotti nelle regioni interne. Accanto ai grandi porti industriali e commerciali (Genova, Livorno, Napoli, Cagliari, Ravenna, Mestre, Trieste, Taranto, Trapani e Augusta), troviamo altri porti, con funzioni differenti: porti pescherecci (Chioggia, Mazara del Vallo e San Benedetto del Tronto), porti per il traffico passeggeri (Civitavecchia, Piombino, Olbia) e moltissimi porticcioli turistici. Il maggiore dei nostri porti, quello di Genova, merita un cenno particolare. Anticamente fiorente grazie ai suoi traffici con l'Oriente, subì un grave declino nell'epoca successiva alla scoperta delle Americhe. Un'effettiva ripresa iniziò alla fine dell'Ottocento, con l'industrializzazione del Nord-Ovest italiano, poiché Genova divenne il suo naturale sbocco commerciale. Dopo la seconda guerra mondiale Genova ha continuato a importare materie prime indispensabili per il nostro Paese (carbone, ferro ecc.), ma l'area portuale si è specializzata soprattutto nell'importazione di petrolio dal vicino Oriente, che in parte è raffinato nei centri dell'hinterland e in parte è esportato nell'Europa Centrale tramite oleodotti. Per assolvere a queste importanti funzioni il porto di Genova si è notevolmente ampliato negli anni. Si è inoltre costruito un moderno aeroporto di cui la città era sprovvista, il Cristoforo Colombo, realizzato su una penisola di cemento che si protende nel mare. Considerando i centri portuali globalmente, possiamo concludere che, soprattutto dopo il 1950, è aumentato il movimento di merci, mentre è diminuito quello passeggeri, dato che molti utenti oggi preferiscono mezzi più veloci per collegamenti intercontinentali, soprattutto l'aereo.
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|               MOVIMENTO DEI PRINCIPALI PORTI                   |
|                            (1997)                              |
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|               |      NAVIGAZIONE      |       NAVIGAZIONE      |
|     PORTI     |    INTERNAZIONALE     |      DI CABOTAGGIO     |
+----------------------------------------+-----------------------|
|               |   a   |   b    |  c   |   a    |   b    |  c   |
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| Savona        |   993 |  9.019 |   61 |    348 |  2.108 |    13|
| Genova        | 4.148 | 25.997 |  268 |  3.445 | 17.635 | 2.162|
| La Spezia     | 1.376 |  8.948 |    2 |    856 |  3.915 |    79|
| Marina di     |       |        |      |        |        |      |
| Carrara       |   834 |  3.445 |    - |      - |      - |    - |
| Livorno       | 3.843 | 12.642 |  607 |  4.252 |  8.433 | 1.046|
| Piombino      |   339 |  3.769 |    - | 11.695 |  3.555 | 2.678|
| Portoferraio  |     - |      - |    - |  8.626 |    709 | 2.286|
| Civitavecchia |   477 |  4.461 |   12 |  3.452 |  6.904 | 2.212|
| Fiumicino     |    77 |  4.127 |    - |     81 |  1.828 |    - |
| Pozzuoli      |     - |      - |    - |  9.352 |    377 | 1.606|
| Napoli        | 1.985 |  5.574 |  164 | 39.851 |  8.013 | 7.114|
| Capri         |     - |      - |    - | 23.819 |    382 | 4.991|
| Porto d'Ischia|     - |      - |    - | 19.376 |    418 | 2.840|
| Salerno       | 1.398 |  2.237 |    - |  1.235 |  1.366 |   230|
| Cagliari      |     - |      - |    - |  2.591 |  4.134 | 1.473|
| Porto Foxi    |   638 | 19.834 |    - |    663 |  6.251 |    - |
| La Maddalena  |     - |      - |    - | 17.872 |  1.262 | 1.901|
| Olbia         |     - |      - |    - |  3.245 |  5.944 | 2.172|
| Porto Torres  |   577 |  2.899 |   62 |  1.208 |  4.557 | 1.285|
| Milazzo       |   219 |  8.589 |    - |  7.460 |  3.309 | 1.081|
| Santa Panagia |   439 | 16.366 |    - |    247 |  3.700 |    - |
| Augusta       | 1.349 | 22.211 |    - |  1.797 |  8.491 |    - |
| Gela          |   362 |  5.786 |    - |    640 |  3.488 |    - |
| Trapani       |     - |      - |    - | 14.148 |    824 | 1.166|
| Palermo       |     - |      - |    - |  1.850 |  5.747 |   911|
| Gioia Tauro   | 2.061 |  9.745 |    - |  1.014 |  2.656 |     -|
| Taranto       | 1.235 | 27.293 |    - |    547 |  9.427 |     4|
| Brindisi      | 3.443 |  5.996 |1.060 |    156 |  1.091 |     -|
| Bari          | 2.483 |  2.067 |  686 |      - |      - |     -|
| Ancona        | 2.645 |  6.093 |  708 |      - |      - |     -|
| Falconara Mar.|   124 |  3.171 |    - |      - |      - |     -|
| Ravenna       | 2.768 | 15.357 |    - |  1.031 |  4.273 |     3|
| Venezia       | 3.246 | 17.246 |  605 |  1.248 |  6.405 |    49|
| Monfalcone    |   403 |  1.794 |    - |      - |      - |     -|
| Trieste       | 2.357 | 45.659 |  187 |    259 |  1.004 |     2|
|               |       |        |      |        |        |      |
| TOTALE        |48.734 |309.652 |5.155 |487.826 |149.595 |75.028|
+----------------------------------------------------------------|
| a: navi arrivate e partite                                     |
| b: merci imbarcate e sbarcate (1.000 t)                        |
| c: passeggeri imbarcati e sbarcati (1.000)                     |
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La pesca

Pur essendo un Paese essenzialmente marittimo, l'Italia non possiede mari ricchissimi di pesce e comunque la pesca non è una voce così rilevante della nostra economia. Si superano di poco i 3 milioni di quintali di pesce pescato all'anno (compresi nel calcolo molluschi e crostacei), contro i 26 della Norvegia, i 17 della Danimarca e i 16 dell'Islanda. Perché, nonostante la ricca flotta peschereccia (circa 20.000 imbarcazioni), la pesca non è sviluppata come dovrebbe? Diverse sono le risposte. Innanzi tutto i pesci preferiscono in genere mari e acque poco profonde, mentre in Italia, ad eccezione dell'Adriatico, i fondali sono profondi e perciò poco adatti alla riproduzione ittica. Inoltre per lungo tempo si è pescato in modo poco razionale, senza salvaguardare la riproduzione delle specie e praticando tecniche che hanno distrutto molti fondali marini. Bisogna aggiungere che l'inquinamento della rete idrografica (fiumi, canali, laghi e mari), generato da rifiuti solidi e liquidi sia industriali che domestici, ha avuto effetti molto deleteri sulla fauna ittica, sulla sua vita e sulle possibilità di riproduzione. Infine l'attività peschereccia è da noi molto faticosa e poco remunerativa per chi la pratica, e il consumatore italiano predilige il pesce d'importazione più raffinato e pregiato al nostrano pesce azzurro (acciughe, sarde, merluzzi, tonni ecc.), altrettanto gustoso e nutriente. Tuttavia, specialmente negli ultimi anni, si stanno diffondendo allevamenti ittici, in acque dolci (trote e storioni) e di mare (orate e branzini); mentre le Valli di Comacchio restano note per le anguille e la maggior parte dei molluschi proviene dalle coltivazioni di mitili presenti in alcuni golfi della penisola (soprattutto nel Mar Piccolo di Taranto).
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|        PESCA MARITTIMA E LAGUNARE, COMPRESA L'OCEANICA         |
|                       (q sbarcati - 2002)                      |
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| REGIONE        | ALICI, | TONNI |  TOTALE  |MOLLUSCHI |PESCA IN|
|                | SARDE  |       | COMPRESI |    E     |LAGHI E |
|                |   E    |       |  ALTRI   |CROSTACEI | BACINI |
|                |SGOMBRI |       |  PESCI   |          |NATURALI|
+----------------+--------+-------+----------+----------+--------|
| Piemonte       |      - |     - |        - |        - |    929 |
| Lombardia      |      - |     - |        - |        - | 14.242 |
| Trentino-A. A. |      - |     - |        - |        - |     72 |
| Veneto         | 84.480 |    98 |  124.821 |   65.461 |  3.978 |
| Friuli-V. G.   | 19.416 |    96 |   28.866 |   65.930 |    188 |
| Liguria        | 21.953 | 2.046 |   59.516 |   97.409 |     31 |
| Emilia-Romagna |152.750 | 4.707 |  200.774 |  279.783 |  6.154 |
| Toscana        | 19.519 |   296 |   48.345 |   16.389 |    722 |
| Umbria         |      - |     - |        - |        - |  9.647 |
| Marche         |100.063 |   534 |  156.116 |   72.868 |    139 |
| Lazio          |  3.287 |   305 |   36.849 |   13.175 |  4.481 |
| Abruzzo        |  1.175 |     5 |   17.786 |   15.866 |    135 |
| Molise         |    613 |     - |    7.869 |    3.405 |      - |
| Campania       | 20.145 | 5.470 |  105.073 |   58.813 |     10 |
| Puglia         |161.966 |46.479 |  352.325 |  176.225 |    391 |
| Basilicata     |     13 |     5 |       76 |       20 |    247 |
| Calabria       |  6.528 | 2.984 |   31.913 |    7.774 |    405 |
| Sicilia        | 30.608 |43.905 |  212.044 |  105.084 |      - |
| Sardegna       | 11.405 |   352 |   44.584 |  131.896 |      - |
|                |        |       |          |          |        |
| ITALIA         |633.621 |107.282|1.426.957 |1.110.098 |  42.419|
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L'inquinamento dell'ambiente marino e costiero

Il mare è in grado naturalmente di depurarsi di una certa quantità di rifiuti organici di origine animale e vegetale. Ma se l'apporto inquinante diventa elevato, e se a questo si aggiungono scarichi e rifiuti industriali e domestici, le acque non sono più in grado di ritrovare un equilibrio e di ripulirsi completamente, con grave danno per la flora e la fauna marina. Petrolio, detersivi e sostanze chimiche di vario genere provocano conseguenze negative per l'equilibrio ecologico. La benzina che galleggia sull'acqua ne impedisce l'evaporazione; certe specie di alghe si sviluppano a dismisura sottraendo ossigeno ai pesci e rendendo impraticabili i litorali; i mitili inquinati sono portatori di batteri dannosi all'uomo; la plastica soffoca la vita acquatica e deturpa il paesaggio. Le colate di cemento abusive sono uno sfregio e un danno incalcolabile per l'ambiente. Questi sono solo alcuni esempi d'inquinamento che interessa i nostri mari. La costa italiana quindi ha modificato notevolmente il proprio aspetto, portando i segni profondi della industrializzazione e delle trasformazioni conseguenti al turismo balneare. Pochi tratti litoranei sono ancora ricchi di flora e fauna originaria. Tra di essi ricordiamo, a titolo esemplificativo, quelli tutelati dal Parco Nazionale del Circeo, un territorio del Lazio meridionale che si estende per 8.400 ettari intorno al promontorio del Circeo; le coste e le isole del Parco Nazionale dell'Arcipelago Toscano (con oltre 56.000 ettari di mare e quasi 18.000 di terra) e la porzione costiera del Parco Nazionale del Golfo di Orosei e del Gennargentu in Sardegna. In queste aree protette vivono mammiferi e specie di uccelli che sono in via d'estinzione. Inoltre, per salvaguardare la flora e la fauna ittica, in certe zone sono vietate la pesca e la navigazione a motore. Associazioni ambientaliste come il WWF (Fondo mondiale per la natura) o Legambiente si battono da anni affinché la cultura del rispetto dell'ambiente marino e della natura in generale diventi una priorità assoluta in Italia.

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IL TURISMO

Fino a qualche decennio fa spostarsi dal proprio centro di residenza era un fatto eccezionale, che solo poche famiglie potevano permettersi. Oggi più del 50% della popolazione italiana si sposta per le vacanze estive e si dirige verso mete turistiche, sia in Italia sia all'estero. Agli italiani si uniscono i turisti stranieri, che provengono soprattutto dall'Europa, ma anche da Cina, Giappone e USA. Nel complesso in Italia il movimento turistico annuo si aggira sui 40 milioni di arrivi. Quali elementi influenzano la scelta di una meta turistica? I fattori sono molteplici: quelli naturali (posizione geografica, clima, bellezza e varietà dei paesaggi); la presenza di buone strutture ricettive (alberghi, pensioni, campeggi e abitazioni) e di attrezzature per il divertimento e il tempo libero (cinema, dancing, campi sportivi ecc.); la presenza di un patrimonio artistico-culturale di valore e una ricca offerta enogastronomica. Per far fronte alla crescente domanda del movimento italiano e straniero, le località turistiche hanno apportato rapide trasformazioni al paesaggio per creare infrastrutture dotate di comfort, atte a ricevere e ospitare il maggior numero possibile di turisti. Ciò ha generato una duplice conseguenza: da una parte il turismo fornisce alle località interessate notevoli proventi sotto il profilo economico; alcune vivono praticamente solo d'estate e traggono dal turismo una fonte essenziale di reddito. Dall'altra però costruzioni prive di pianificazione e sfruttamento incontrollato del territorio hanno deturpato luoghi incantevoli e paesaggi incontaminati, apportando danni spesso irreversibili. Quindi il movimento turistico si è effettivamente rivelato un'attività economica produttiva che, fra l'altro, permette l'apporto di pregiata valuta straniera nel nostro paese; ma d'altra parte, se incentivato senza rispettare la natura, ha generato notevoli inconvenienti sotto il profilo naturalistico. Le regioni che presentano una maggiore specializzazione turistica sono: Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Campania e Valle d'Aosta; tra quelle che registrano il maggior numero di arrivi italiani e stranieri ricordiamo: Veneto, Lombardia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Trentino. Oltre che indirizzarsi verso le più frequentate stazioni balneari (costa ligure, adriatica, toscana e campana), oggi molti turisti sono alla ricerca di un maggior contatto con la natura, caratterizzata da mari più puliti e spiagge meno affollate; soprattutto nell'Italia meridionale e insulare si è andato così sviluppando un turismo d'élite, con ville e alberghi esclusivi e appartati (Gargano, Costa Smeralda ecc.).

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LE MONTAGNE E LE COLLINE

Se osserviamo la carta fisica d'Italia ci rendiamo immediatamente conto che la stragrande maggioranza del nostro territorio è costituito da rilievi, mentre le aree pianeggianti sono molto poche e hanno una scarsa estensione. Infatti la pianura occupa il 23% dell'intero territorio, la montagna il 35% e la collina il 42%. Un complesso e articolato sistema montuoso si snoda dunque per la penisola; esso comprende le Alpi e gli Appennini.

Le Alpi

Le Alpi sono la catena che chiude la nostra penisola a nord e la divide dall'Europa continentale. È una sorta di barriera naturale disposta ad arco. Questa catena montuosa la più elevata d'Italia e d'Europa si estende dal Passo di Cadibona, posto a occidente, al Passo di Vrata, a oriente. Copre una lunghezza di circa 1.400 km e divide l'Italia da Francia, Svizzera, Austria e Slovenia. Le Alpi si suddividono in tre sezioni: Alpi Occidentali, Alpi Centrali e Alpi Orientali. Le Alpi Occidentali si dispiegano dal Passo di Cadibona al Passo del Ferret e separano la Valle Padana dal bacino del Rodano, in Francia. Qui troviamo monti elevati come il Gran Paradiso e la cima più alta d'Europa, il Monte Bianco (4.807 m). Le Alpi Centrali sono ricche di ghiacciai, pur essendo meno alte. Si estendono dal Passo del Ferret al Passo del Brennero. Le cime maggiori sono il Cervino (4.478 m) e il Monte Rosa (4.637 m). Le Alpi Centrali degradano lentamente verso la Pianura Padana con le Prealpi, formazioni montuose più antiche con cime poco elevate, perché a lungo erose dagli agenti atmosferici, punteggiate da splendidi laghi. Le Alpi Orientali vanno dal Passo del Brennero a quello di Vrata. Comprendono le Dolomiti, dominate dalla vetta del massiccio della Marmolada (3.342 m), caratterizzate da valli e paesaggi montani di impareggiabile bellezza. Anche qui le Alpi scendono gradatamente verso la pianura formando le Prealpi Venete.

Gli Appennini

L'altra catena di monti, meno elevata, ma altrettanto lunga (1.500 km), è costituita dagli Appennini, che prendono inizio in Liguria, dal Colle di Cadibona, e si snodano lungo tutta la parte peninsulare, formandone l'ossatura. Il tracciato tortuoso si disegna verso est e poi piega a sud-est, per giungere sino al massiccio dell'Aspromonte in Calabria e proseguire con le Madonie, i Nebrodi e i Peloritani in Sicilia. Gli Appennini non posseggono i numerosi ghiacciai delle Alpi, né le loro vette elevate. In alcune regioni sono seguiti da rilievi meno elevati, che formano l'Antiappennino o Preappennino. Anche gli Appennini sono solitamente divisi in tre sezioni: l'Appennino Settentrionale, quello Centrale e quello Meridionale. L'Appennino Settentrionale si estende a ridosso della Liguria e prosegue fino all'Emilia Romagna e alla Toscana. I monti non raggiungono alte vette (Monte Maggiorasca 1.799 m e Monte Cimone 2.165 m). L'Appennino Centrale attraversa le Marche, l'Umbria, il Lazio, l'Abruzzo e il Molise. Qui troviamo i monti più elevati dell'intero sistema appenninico con il Gran Sasso (Corno Grande 2.914 m) e la Maiella (2.795 m). Andando verso sud, l'Appennino Meridionale segue un percorso ancor più tortuoso e attraversa Campania, Basilicata e Calabria, lambendo la Puglia. A tratti il paesaggio diviene aspro e selvaggio, con gruppi montuosi compatti, ma di scarsa elevazione. Le montagne di Sicilia (Peloritani, Nebrodi e Madonie) sono la prosecuzione naturale dello sviluppo appenninico peninsulare, fiancheggiate da gruppi isolati come i Monti Iblei e l'Etna (3.323 m), il più alto vulcano attivo d'Europa. Infine le montagne della Sardegna fanno parte di un sistema a sé stante e assomigliano piuttosto ad altipiani. L'unica cima di rilievo si trova nella parte centro-orientale dell'isola ed è il Monte Gennargentu (1.834 m). L'Antiappennino si sviluppa a nord, lungo il versante padano con le Langhe e il Monferrato in Piemonte. Sul versante tirrenico si snoda in Toscana (Alpi Apuane, Colline del Chianti e Colline Metallifere) e nel Lazio. Lo ritroviamo poi in Puglia, con le Murge. Infine occorre ricordare altri gruppi montuosi e collinari isolati, alcuni dei quali di origine vulcanica. Nell'Italia nord-orientale bisogna menzionare i Colli Euganei e i Monti Berici; nel Lazio i Colli Laziali e infine a sud i vulcani attivi del Vesuvio (Napoli), Stromboli e Vulcano nelle isole Eolie.

Il Monte Bianco

Il Monte Bianco in realtà non è una montagna singola, ma un enorme massiccio montuoso granitico con imponenti ghiacciai e numerose vette. Il versante italiano è aspro e con pareti scoscese, mentre quello francese digrada più dolcemente verso la pianura. Questa montagna di ghiaccio e cristallo con ampie distese innevate e pinnacoli aguzzi che si innalzano verso il cielo, fu scalata per la prima volta nel 1786, per opera degli alpinisti M.G. Piccard e J. Balmat. Fino ad allora era rimasta inviolata, incutendo all'uomo timore e rispetto. La sua vetta principale è circondata da numerose cime altrettanto elevate, come il Mont Maudit (4.465 m) e il Dente del Gigante (4.013 m). Ai piedi di quest'ultimo si allarga un lungo ghiacciaio che, unito ad altri, forma l'imponente Mer de Glace, immensa distesa ghiacciata lunga 5 km, che raggiunge l'estensione totale di 41,6 kmq. Ma, oltre a questo ghiacciaio posto sul versante francese, ve ne sono molti altri (complessivamente, tra grandi e piccoli, circa una settantina); i maggiori della parte italiana sono il ghiacciaio del Triolet in Val Ferret e quelli della Brenna e del Miege in Val Veny. Grazie agli impianti sciistici e alle attrezzature turistiche di cui si è dotato, il Monte Bianco richiama turisti italiani e stranieri in ogni stagione. Strutture modernissime, come le funivie, hanno permesso di superare distanze ed ostacoli fino a poco tempo fa insormontabili. La più famosa e spettacolare di queste è la funivia che collega Entrèves in Italia a Chamonix in Francia, che sorvola e oltrepassa l'Aiguille du Midi (3.843 m). I suoi 15 km scavalcano uno spettacolo naturale inimmaginabile.

I vulcani italiani

Al di sotto della crosta terrestre non vi è una massa solida, come in genere si pensa, ma il mantello, costituito da rocce allo stato semifuso (o magma), e ancora più all'interno si trova il nucleo, parte più compatta, composta da nichel e ferro. Il magma è sottoposto a notevoli pressioni interne e ai movimenti che compiono le zolle crostali che formano i continenti. Questa miscela incandescente preme perciò contro la crosta terrestre, cercando di fuoriuscire dal mantello. Le aperture o spaccature presenti sulla Terra sono appunto i vulcani, montagne laviche dalla caratteristica forma conica. Il cono vulcanico è formato dal materiale magmatico (o lava) sgorgato dal sottosuolo e accumulatosi all'esterno della fessura crostale; infatti la lava espulsa insieme a gas, a contatto dell'aria, diventa fredda e si solidifica. La cavità da cui fuoriesce è detta cratere, parte terminale del camino vulcanico; questo è una sorta di condotto che si inabissa nella crosta terrestre e termina nel focolaio vulcanico, in cui ribolle il magma semifluido che viene eruttato. Lungo i fianchi del vulcano possono aprirsi fenditure secondarie, dette crateri avventizi. I vulcani possono trovarsi sulle terre emerse (vulcani continentali) o sul fondo dei mari (vulcani sottomarini). A periodi di attività, caratterizzati da eruttazioni di lava, di lapilli incandescenti, di gas e vapori, seguono fasi di tranquillità e di riposo. In Italia vi è una fascia vulcanica, un tempo attiva, che corre lungo il litorale tirrenico che si snoda dalla Toscana (Monte Amiata), passa per il Lazio e la Campania per terminare in Sicilia. Oggi molti di questi vulcani sono spenti, ma le loro ceneri hanno costruito coni vulcanici e riempito conche e golfi costieri. L'accumulo di questo materiale eruttivo ha provocato la formazione di tufi vulcanici. La progressiva degradazione della lava ha inoltre dato origine a terreni fertilissimi, formati appunto dal materiale vulcanico, ricco di sali minerali. Basti ricordare la fecondità delle pianure campana e circumvesuviana e della piana di Catania. In Italia i soli vulcani attivi sono l'Etna, il Vesuvio (seppure ora a riposo), lo Stromboli e Vulcano. Molti altri crateri sono spenti; oltre al Monte Amiata, citiamo il Vulture in Basilicata; e l'Isola d'Ischia in Campania; i laghi di Bracciano e Bolsena in Lazio.

Schema dell'attività vulcanica

L'imponente cono vulcanico del Vesuvio

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I fenomeni vulcanici secondari

Abbiamo in precedenza visto com'è costituito un vulcano nelle sue linee essenziali e abbiamo esaminato la presenza dei vulcani italiani attivi o a riposo. Ma, il nostro Paese, zona sismica di una certa importanza, rivela altri segni dell'attività del magma presente al di sotto della crosta terrestre. In alcune aree, nonostante i vulcani siano ormai spenti, permangono fenomeni secondari come fumarole, solfatare, sorgenti termali e bradisismi. Particolarmente colpita in tal senso è la fascia costiera campana, come i Campi Flegrei e Pozzuoli. Le fumarole sono spaccature da cui si sprigiona gas insieme a vapore acqueo. Tale emissione può essere calda o fredda, a seconda della distanza dal cono vulcanico. Le solfatare sono esalazioni vulcaniche che si protraggono anche per lungo tempo dall'ultima eruzione. Il vapore acqueo emesso esercita un'azione corrosiva sulle rocce già eruttate, dando così origine a sostanze come il gesso, il caolino, il silice e l'allume. Alcune emissioni di vapori avvengono a temperature elevatissime, così come accade per i geyser (in Islanda, Usa, Nuova Zelanda), i soffioni boraciferi presenti in Toscana, le mofete e le putizze nel napoletano. I soffioni boraciferi vengono utilizzati per estrarre elementi chimici, come l'acido borico, o per sfruttare il calore per la produzione di energia elettrica (detta, in tal caso geotermoelettrica). A questo scopo vengono praticate trivellazioni del suolo per facilitare la fuoriuscita dei gas. Il bradisismo non è altro che il lento abbassamento o innalzamento della crosta terrestre ed è sempre legato alla attività vulcanica sotterranea. Genera ovviamente lesioni alle abitazioni e alle strade e costringe perciò la popolazione ad abbandonare i centri abitati.

I terremoti

I terremoti sono la catastrofe naturale più grave che possa colpire la Terra: in pochi istanti profondi crepacci si aprono nel suolo, edifici crollano, fiumi fuoriescono dai loro argini e periscono migliaia di persone. L'Italia si trova in una posizione particolare, che la colloca alle estreme propaggini meridionali della zolla euro-asiatica, ed è molto prossima a un'altra zolla continentale, quella africana, da cui è separata dal Mar Mediterraneo. Poiché, come si è già accennato a proposito dei vulcani, i diversi continenti non formano un'unica superficie compatta, ma sono suddivisi in zolle (o placche) che "galleggiano" sopra il mantello del magma sottostante, essi sono in continuo movimento. Sono perciò soggetti a molteplici spinte, prodotte dal contatto tra le zolle continentali e provenienti dal centro della Terra. Anche l'Italia non è immune da queste scosse, generate, nel nostro caso, dal lento avvicinamento tra la zolla euro-asiatica e la zolla africana. Molte di queste non vengono percepite dall'uomo, ma solo da appositi apparecchi detti sismografi (da sismos, scuotimento e grafo, scrivo). Complessivamente, in un anno nel mondo, soltanto una ventina di scosse telluriche (cioè terrestri) sono talmente forti da provocare violenti terremoti. Ma qual è il motivo per cui la terra trema? Sappiamo che i sismi non sono distribuiti uniformemente sulla Terra, ma si verificano in particolare ove ci sono tensioni e fratture al di sotto della crosta. Le zone che vi sono più soggette sono soprattutto quelle situate lungo le linee di convergenza delle zolle crostali. Infatti in questi punti le masse continentali premono l'una contro l'altra, deformandosi a vicenda e accumulando una notevole tensione. Ogni volta che tale tensione non è più tollerabile e si libera di colpo, si genera un terremoto, poiché lo strato roccioso del suolo, essendo rigido, sino a un certo punto si deforma e cerca di adattarsi, poi, quando la pressione diviene troppo elevata, si spezza, provocando violenti vibrazioni e tremendi boati. Il terremoto ha sempre un'origine sotterranea, detta ipocentro, posta a 30-50 km al di sotto della superficie terrestre. Dall'ipocentro si propagano le onde sismiche in modo concentrico, ovvero in tutte le direzioni. Tracciando la verticale che parte dall'ipocentro della zona sotterranea fino alla superficie, si trova l'epicentro del sisma, vale a dire il punto del suolo in cui le onde sismiche giungono più violente e hanno una maggiore potenza distruttiva.

I rilievi e la loro influenza

Le Alpi e gli Appennini hanno condizionato la vita nel nostro paese. Le caratteristiche del rilievo alpino sono diverse da quelle del sistema appenninico. Le Alpi, pur essendo più elevate e avendo moltissimi ghiacciai, non sono mai state invalicabili. Infatti grazie alla presenza di vallate trasversali non hanno mai rappresentato un'insormontabile barriera per le comunicazioni e i contatti tra gli uomini e sin dall'antichità i fondovalli percorsi dai fiumi hanno costituito un agevole passaggio per collegare paesi e stati lontani. Inoltre le Alpi, data l'abbondanza di ghiacciai e di nevi perenni, alimentano numerosi fiumi che, scorrendo verso le pianure, influenzano beneficamente il paesaggio e la vita circostante, apportando sviluppo alle attività e all'insediamento umano. Gli Appennini invece, pur avendo cime meno elevate, hanno spesso rappresentato un ostacolo per le comunicazioni tra il versante ionico-adriatico e quello tirrenico. Infatti la scarsità di vallate trasversali ha influenzato negativamente i contatti tra gli uomini. Infine la prossimità dei rilievi alle coste e la mancanza di ghiacciai fanno sì che i corsi d'acqua siano piuttosto brevi e non molto ricchi d'acqua, con le logiche conseguenze per l'agricoltura e per le attività industriali. La presenza delle barriere montuose ha condizionato anche lo sviluppo della rete stradale italiana. Strade, autostrade e ferrovie hanno dovuto spesso seguire il volto irregolare del territorio italiano. A volte si è ovviato agli ostacoli del rilievo con gallerie e viadotti. Molte volte la costruzione di strade, ponti e gallerie non solo ha trasformato il paesaggio montano, ma, se svolta senza le necessarie precauzioni, ha contribuito alla degradazione dell'ambiente collinare e montano. Quest'ultimo è stato così oggetto di distruzione e di sfruttamento non razionale, a cui hanno contribuito il disboscamento eccessivo e l'abbandono delle colline e delle montagne da parte dei contadini. La mancanza di opere protettive da parte dell'uomo, il venir meno dell'azione contenitrice delle radici, insieme alla natura friabile e poco compatta del suolo del nostro paese, hanno provocato facilmente numerose frane e smottamenti. Alla base di questi fenomeni (in Italia di vaste proporzioni e assai frequenti: oltre 3.000 all'anno), oltre all'incuria dell'uomo, vi è l'azione erosiva degli agenti atmosferici, come il vento (erosione eolica), l'acqua sotterranea (carsismo), il moto ondoso e l'acqua piovana. Esempi significativi delle capacità erosive degli agenti atmosferici sono i calanchi, profondi solchi che si creano lungo i fianchi delle colline argillose e ormai povere di vegetazione. Il suolo impermeabile infatti non assorbe l'acqua, che quindi scorre formando tanti rivoli e incide la superficie dei pendii fino a produrre spaccature, separate l'una dall'altra da sottili creste simili ad aguzze lamelle. I calanchi li troviamo in Emilia Romagna, Toscana, Marche, Abruzzo e Molise. Essi contraddistinguono un terreno ormai sterile e potenzialmente soggetto a frane e alluvioni. Un altro prodotto dell'azione erosiva è la gravina, ampio vallone creato dal dilavamento delle acque, che incidono le rocce, soprattutto quelle calcaree. Questa conca può essere profonda anche decine di metri e lunga diversi chilometri. In genere è in secca; è percorsa dall'acqua solo nei periodi delle piogge. Le gravine si trovano soprattutto nell'Italia meridionale, come in Puglia e in Basilicata.

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I boschi, ricchezza sciupata

Alla fine del 1700 in Italia si estendevano 20 milioni di ettari di boschi. Durante due secoli si è svolta una progressiva opera di disboscamento per ricavare legna da ardere e legname per attività produttive. Ben 14 milioni di ettari di superficie boschiva sono stati sacrificati e oggi non ne rimangono che 6 milioni. La maggior parte di essi è situata sull'arco alpino e sull'Appennino Ligure e Tosco-Emiliano, ad esclusione della Calabria. La superficie boschiva è così distribuita: 35% in montagna, 42% in collina, 23% in pianura. È utile altresì precisare che l'intero patrimonio boschivo sopra ricordato (6 milioni di ettari) copre un'esigua parte del suolo disponibile. Infatti è interessato dal mantello vegetale soltanto il 35% del suolo della montagna, il 17% della collina e il 4% della pianura. Tutto ciò non è casuale. Il bosco si sviluppa dove vi è una bassa densità di popolazione e dove le aree coltivate sono scarse. Oggi è sfruttato in modo più razionale di un tempo, e in molte zone forestali è proibito il taglio indiscriminato delle piante e si incentiva il rimboschimento con alberi giovani e sani. Nonostante questo, solo il 21% del territorio nazionale è coperto da boschi, così che l'Italia si trova agli ultimi posti rispetto agli altri paesi europei e mediterranei (Svizzera, Austria, Spagna ecc.). Infatti la nostra superficie boschiva continua a ridursi a causa degli incendi frequenti, che arrivano a divorare anche 40 mila ettari all'anno. Tra le regioni più colpite troviamo Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige, Sardegna e Toscana. Purtroppo solo una minima parte delle cause di questo fenomeno è naturale o accidentale (2%). Molte ragioni rimangono insolute, cioè dubbie, non chiarite (31%). La maggioranza delle volte le cause sono dolose, cioè nate da una precisa intenzione e dalla volontà di distruggere il verde (33%), e colpose, ovvero dovute al mancato rispetto di norme e di divieti che tutelano la natura (34%). I motivi principali che spingono a commettere questi atti sconsiderati sono di tipo speculativo: distruggere col fuoco ettari ed ettari di bosco significa sottrarre aree al pascolo e alla foresta, eliminando la folta vegetazione per lasciar posto ad un terreno edificabile, ove cioè sarà possibile costruire case, alberghi ecc., con guadagni e proventi molto maggiori. L'azione di tutela del patrimonio forestale da parte dello Stato è spesso insufficiente e non può fare molto di fronte all'atto criminale di singoli individui che diventano piromani per denaro. Infine non bisogna dimenticare che la distruzione del manto boschivo vuol dire eliminare le forme di habitat specifiche di quell'ambiente, distruggendo l'equilibrio ecologico legato alla convivenza di determinate specie animali e vegetali. Inoltre, con il disboscamento irrazionale, gli alberi e il sottobosco non possono più esercitare un'azione contenitrice nei confronti degli strati rocciosi, grazie alle loro radici. Privato del verde, il fianco della collina o della montagna perde di compattezza e diviene friabile; le infiltrazioni di acqua prodotte da piogge prolungate imbevono il terreno e ne indeboliscono la consistenza, così che le masse rocciose finiscono con lo sfaldarsi e precipitare per il peso. Frane e smottamenti provocano in questo modo danni e vittime, distruggendo abitazioni e costruzioni dell'uomo. Solo un'opera di prevenzione e di effettiva tutela del territorio, con particolare attenzione alle zone più impoverite del manto vegetale, possono porre rimedio a queste calamità solo apparentemente naturali. Fra i numerosi disastri provocati dalle frane, basti ricordare quella del Monte Toc (Friuli) nel 1963, con circa 2.000 morti, quella di Val di Stava (Trentino) nel 1985, con oltre 800 vittime, quella del 1998, che ha travolto cinque comuni alle pendici del Monte Saro (Salerno), i numerosi smottamenti in Valtellina (Lombardia).

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Proteggere la montagna: i parchi nazionali

L'opera dell'uomo ha trasformato dovunque il paesaggio, ma indubbiamente la montagna rimane l'ambiente più incontaminato, nonostante i numerosi interventi modificatori. I Parchi sono stati creati proprio per preservare e quindi tutelare le aree montane, sia sotto l'aspetto fisico (vallate, fiumi ecc.), sia sotto il profilo floro-faunistico (vegetazione e animali). I Parchi così come le Riserve naturali, meno estese si presentano come un ambiente di particolare bellezza, ove è possibile ritrovare specie animali e vegetali altrove scomparse. Quattro Parchi sono situati in montagna. Ne accenniamo brevemente, per poi riprenderne la trattazione nelle singole regioni. Il Parco Nazionale del Gran Paradiso è stato istituito nel 1922 sulle Alpi Occidentali, (Alpi Graie), tra il Piemonte e la Valle d'Aosta. Si tratta dell'ampliamento della Riserva Reale di caccia creata nel 1856 da parte di Vittorio Emanuele II. Si estende per circa 72.000 ettari, coprendo un territorio tipicamente montano e alpino, e includendo le vette del Gran Paradiso, della Grivola, del Gran Nomenon e della Bioula. E' attraversato dalle valli di Rhêmes, Valsavaranche, Cogne e dell'Orco. La flora comprende nelle fasce più basse pini silvestri, abeti rossi e larici; in quelle più alte pini cembri. Molti sono i pascoli alpini. Tra le specie floreali rare, ricordiamo l'Astragalus centroalpinus, l'Aethiomena thomasianum e la Linnaea borealis. Molte specie sono raccolte nel giardino botanico di Valnontey. La fauna conta oltre 3.000 stambecchi e 6.000 camosci, l'ermellino, la lepre bianca e la marmotta. Purtroppo la conservazione dell'ambiente è spesso carente, per la costruzione indiscriminata di piste, seggiovie e strade e la presenza di cacciatori e bracconieri. Il Parco Nazionale dello Stelvio è stato creato nel 1935; si estende nelle Alpi Centrali, nel gruppo dell'Ortles-Cevedale e sul Monte Cavallaccio, fino al confine svizzero. Copre un'area di 134.600 ettari nei territori delle province di Trento, Bolzano e Sondrio. Ha caratteristiche tipicamente alpine e comprende alcune vette come l'Ortles, il Cevedale, il Vioz, il Gran Zebrù e il San Matteo; le vallate più famose sono quelle di Pejo, Solda, Trafoi, Valfurva, Venosta. Molto diffusi sono i boschi e le foreste, con pini cembri, larici e abeti rossi. La specie più rara della fauna del Parco è il cervo europeo; ma troviamo anche caprioli, camosci, marmotte, ermellini, 130 specie di uccelli da passo e stanziali, tra cui il gallo cedrone, la pernice bianca, il picchio nero e il gufo reale. Anche qui piste, seggiovie e caccia stanno danneggiando l'ambiente. Il Parco Nazionale d'Abruzzo è stato istituito nell'alta valle del Sangro nel 1923. Interessa le province di L'Aquila, Frosinone e Isernia, per una superficie di 40.000 ettari. Il territorio è montagnoso e comprende i monti Petroso, Tranquillo, Amaro, di Pietra Gentile, delle Vitelle e di Valle Caprara. La flora è tipicamente appenninica ed è contraddistinta da foreste di faggio, tasso, betulla, pino mugo, pino nero, carpino bianco, carpino orientale, cerro e castagno. La fauna è caratterizzata dall'orso marsicano, il camoscio d'Abruzzo e il lupo; troviamo inoltre il gatto selvatico, la lontra, l'aquila e il picchio a dorso bianco. Costruzioni di ville, strade, piste e seggiovie stanno snaturando la bellezza primitiva del Parco. Il Parco Nazionale della Calabria è stato istituito nel 1968. Si estende sui monti della Sila e dell'Aspromonte su una superficie di 15.900 ettari. Si propone la tutela di animali in via d'estinzione come il lupo, il capriolo, il picchio nero, il ghiro, il cinghiale, l'istrice, la lontra e l'avvoltoio. Il paesaggio è ricco di boschi, specchi d'acqua, conifere e vegetazione spontanea tra le più varie d'Europa. Accanto ai cinque più antichi parchi nazionali, ne sono stati istituiti, tra il 1989 e il 1991 altri 13: dell'Arcipelago Toscano (2.500 ettari), della Val Grande, in Piemonte (11.700 ettari), delle Dolomiti Bellunesi, nel Veneto (29.500 ettari), delle Foreste Casentinesi e Monte Falterona, in Toscana ed Emilia-Romagna (35.300 ettari), dei Monti Sibillini, in Umbria e Marche (72.000 ettari), del Gran Sasso e Monti della Laga, in Abruzzo, Lazio, e Marche (207.000 ettari) , della Maiella, in Abruzzo (88.200 ettari), del Vesuvio, in Campania (9.800 ettari), del Cilento e Vallo di Diano, in Campania (215.000 ettari), del Gargano, in Puglia (189.000 ettari), del Pollino, in Basilicata e Calabria (192.500 ettari), dell'Aspromonte in Calabria, 45.000 ettari, del Golfo di Orosei, Gennargentu e isola dell'Asinara, in Sardegna (64.102 ettari).
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|     ESTENSIONE DEI BOSCHI NELLE REGIONI ITALIANE   |
|(in migliaia di ettari e in % sulla sup. regionale) |
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|  Regione, anno 1998   migliaia di ettari       %   |
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|  Valle d'Aosta                 75             23   |
|  Piemonte                     579             24   |
|  Liguria                      280             52   |
|  Lombardia                    477             52   |
|  Trentino Alto Adige          569             44   |
|  Veneto                       263             14   |
|  Friuli Venezia Giulia        165             21   |
|  Emilia Romagna               368             17   |
|  Marche                       153             16   |
|  Toscana                      856             37   |
|  Umbria                       259             30   |
|  Lazio                        366             21   |
|  Campania                     275             20   |
|  Abruzzo                      210             20   |
|  Molise                        69             16   |
|  Puglia                        91              5   |
|  Basilicata                   171             18   |
|  Calabria                     422             28   |
|  Sicilia                      193              8   |
|  Sardegna                     320             13   |
|                                                    |
|  ITALIA                     6.206             21   |
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I rilievi e le attività umane

Da tempo antichissimo le montagne italiane sono state abitate. L'uomo prima prevalentemente cacciatore, pastore e boscaiolo, cercava sui monti selvaggina, pascolo e legname. Ha sempre perciò creato insediamenti sui monti e sfruttato ampiamente le loro risorse. Pur modificando il paesaggio montano, quest'ultimo tuttavia è rimasto molto più intatto che altrove. Un fattore che ha favorito ciò e che ha condizionato l'ambiente e la vita stessa dell'uomo è l'altitudine. Infatti la temperatura diviene più fredda più ci si allontana dal livello del mare, le precipitazioni atmosferiche si presentano molto numerose e abbondanti, a carattere nevoso nei punti più elevati, infine gli agenti atmosferici compiono un'azione erosiva incessante. È quindi comprensibile come lungo il pendio di uno stesso monte ci siano fasce climatiche abbastanza diverse tra loro. Nel fondovalle si estendono campi coltivati, accompagnati da querceti e castagneti; questi sono seguiti più oltre da boschi di conifere, che poi cedono il posto ad arbusti ed aghifoglie; infine verso i 2.000-3.000 m il manto vegetale è costituito prevalentemente da pascoli e rocce sparse, coperte da muschi e licheni, finché la vegetazione scompare del tutto, per essere sostituita dalle nude rocce, dalle nevi perenni e dai ghiacciai. Qui forme di vita animali e vegetali sono praticamente impossibili, date la rigidità del clima e le difficili condizioni ambientali. Infatti il clima montano è caratterizzato da inverni lunghi e molto freddi ed estati brevi. L'uomo quindi ha preferito insediarsi nel fondo delle vallate e lungo i pendii più dolci, creando centri commerciali e di traffico nei punti nodali delle valli di più facile percorribilità, le quali permettono agevoli comunicazioni. Città come Aosta, Sondrio, Bolzano, Trento e Belluno sorsero a partire da piazzaforti militari e da centri per scambi commerciali tra il nostro territorio e i paesi transalpini. Tuttavia dal secondo dopoguerra (fine degli anni Quaranta) ad oggi, le montagne italiane sono andate via via spopolandosi. Lo sviluppo urbano delle pianure e delle coste e il processo di industrializzazione hanno spinto migliaia di montanari ad abbandonare la loro terra e a emigrare alla ricerca di migliori condizioni di vita. l'esodo della popolazione montana è stato particolarmente rilevante nelle zone appenniniche, col conseguente abbandono di interi paesi e la rovina di case e poderi. Questo fenomeno ha interessato soprattutto le regioni montane più isolate, mentre ne sono state meno intaccate quelle che sono state raggiunte dallo sviluppo turistico e industriale. Da sempre le attività tradizionali dei montanari sono rimaste l'allevamento e l'agricoltura, affiancate dall'artigianato.

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L'AGRICOLTURA E L'ALLEVAMENTO

Non è facile sfruttare il terreno spesso aspro e poco pianeggiante dei fianchi delle montagne e pertanto il lavoro legato alla terra risulta molte volte improduttivo e poco redditizio. Sulle Alpi e nei fondovalli le colture più diffuse sono i cereali (granoturco, orzo, segale ecc.), che possono essere coltivate anche oltre i 1.500 m. Nelle vallate più aperte e soleggiate sono presenti anche frutteti e vigneti. Famosi sono i vini del Trentino Alto Adige, del Friuli Venezia Giulia e della Valle d'Aosta, così come è rinomata la frutta del Trentino (mele, pere ecc.). Tuttavia, soprattutto in alta montagna, le aziende agricole rendono poco e molte volte sono di piccola estensione. Il montanaro, oltre a badare alla loro conduzione, integra il proprio bilancio con altre attività nella vallata. Spesso questi piccoli appezzamenti vengono abbandonati per lavori più redditizi o sono affiancati dall'allevamento. Quest'ultimo è meno soggetto a crisi e si svolge nei boschi e nei pascoli, che coprono la maggior parte del suolo produttivo della montagna. Un tempo avvenivano migrazioni stagionali del bestiame, che pascolava nei prati montani nei mesi estivi, per ritornare nelle stalle, a valle, nei mesi freddi. Oggi l'alpeggio tende ad essere sostituito da allevamenti stabili, posti nei fondovalli o in pianura, ove le mandrie sono nutrite tutto l'anno con foraggi e mangimi. Sull'Appennino i pascoli sono più magri, nonostante il rilievo sia meno elevato. Il terreno friabile e la scarsità d'acqua motivano questa diversità rispetto alle Alpi. A pascoli qui si alternano boschi di querce, castagni e faggi. L'allevamento più praticato è quello ovino.

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L'ARTIGIANATO E IL TURISMO

La presenza di alcune materie prime, come il cuoio, il legno e la lana, da sempre ha favorito lo sviluppo della produzione artigianale, che anticamente serviva a integrare i magri guadagni provenienti dall'agricoltura e dall'allevamento. Inoltre la presenza in montagna di una manodopera abbondante faceva sì che questi prodotti non fossero molto costosi. Con la moderna produzione industriale oggi questi sono stati soppiantati da merci più raffinate e a poco prezzo e lo spopolamento montano ha visto l'abbandono delle piccole attività da parte di moltissimi artigiani. Recentemente tuttavia si va rivalutando il prodotto lavorato a mano, che ha caratteristiche sue proprie e spesso una fattura di pregio e qualità. Nell'area montana le industrie invece sono e rimangono poco sviluppate. Alla fine del 1800, grazie alla produzione di energia elettrica ottenuta con lo sfruttamento delle acque dei fiumi, erano sorte attività manifatturiere nel settore tessile e metallurgico. In seguito i centri industriali sono andati sempre più localizzandosi nei fondovalli e poi, tramite l'energia fornita dagli elettrodotti, sono stati spostati soprattutto in pianura. Questo decentramento delle attività industriali fa sì che le industrie non possano certo considerarsi una fonte di reddito cospicua per le montagne italiane. Uniche eccezioni rimangono alcune valli del Piemonte, della Valle d'Aosta e del Trentino. Una voce economica che invece da trent'anni a questa parte è divenuta sempre più rilevante è il turismo. Già alla fine del secolo scorso l'aria di montagna era sinonimo di salute. Attività sportive (alpinismo e sci) e centri e case di cura sono divenute via via popolari e diffusi. In seguito, richiamati dalla bellezza del paesaggio e dalla purezza dell'aria salubre, il fenomeno turistico è andato sempre più sviluppandosi, sia sulle Alpi che sugli Appennini. Le strutture alberghiere e gli impianti sportivi che sono sorti permettono di ospitare migliaia di turisti. Tra i luoghi più noti ricordiamo le Dolomiti, la Valle d'Aosta, i laghi prealpini nell'Italia settentrionale; l'Appennino Tosco-Emiliano, il Gran Sasso, il Terminillo e la Sila nell'Italia centro-meridionale. Centri come Cortina d'Ampezzo, Bardonecchia, Courmayeur e Bormio hanno fama internazionale per la loro ampia struttura alberghiera e per i numerosi impianti per gli sport invernali. Se dunque il turismo ha portato benessere all'economia della montagna, occorre osservare che esso ha anche comportato una trasformazione del paesaggio montano, spesso rilevante e attuata non sempre nel rispetto della natura. Alberghi, negozi, ville e condomini hanno preso il posto di prati e boschi; impianti di risalita e funivie hanno richiesto talvolta drastici tagli degli alberi e sviluppo di strutture in ferro e cemento estranee alla bellezza naturale del paesaggio. Molte volte il disboscamento incontrollato ha rappresentato la causa primaria di tante frane e smottamenti delle nostre vallate. Il vero benessere della montagna è dunque legato allo sviluppo del turismo, ma nel rispetto e nella valorizzazione delle sue risorse naturali e delle sue tradizioni.

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I FIUMI, I LAGHI E LE PIANURE

Le caratteristiche del fiume

I corsi d'acqua, che sulla carta fisica troviamo rappresentati con delle linee azzurre, non sono solo elementi che modificano il paesaggio e lo trasformano nel corso del tempo, ma costituiscono anche un fattore indispensabile per la vita dell'uomo. L'acqua infatti è utilizzata per usi domestici, per irrigare campi e, oggi, per produrre energia elettrica. Inoltre i grandi fiumi spesso divengono importanti vie di comunicazione che trasportano merci e collegano paesi. I fiumi veri e propri sono corsi d'acqua perenni; i torrenti e le fiumare hanno invece un letto che rimane asciutto per una parte dell'anno. Di un corso d'acqua non rileviamo solo la sua lunghezza, ma anche la sua portata, vale a dire i metri cubi d'acqua che passano in un secondo per un punto determinato del suo corso. La portata è maggiore se il fiume ha molti affluenti; essa è inoltre legata all'ampiezza del suo bacino idrografico (territorio dal quale i fiumi e i suoi affluenti raccolgono le acque), dalla quantità delle precipitazioni atmosferiche e dalla alimentazione delle acque sotterranee. Il fiume modifica e trasforma il paesaggio perché nella sua discesa erode il fondo e le sponde, trascinando con sé detriti, sabbia e ciottoli. Il materiale asportato si sgretola e si sbriciola durante il percorso verso valle. Quando il fiume giunge alla foce e il suo corso incontra una minore pendenza, i detriti si depositano sui fondali marini. Se le maree non sono rilevanti, cioè non asportano i depositi accumulati, questi col tempo s'innalzano, arrivando a trasformare la foce. Questa sedimentazione, o azione di continuo deposito, nell'arco di anni e di millenni ha portato alla formazione di grandi pianure. Quindi il fiume lungo il suo corso erode e trasporta del materiale alluvionale che si sedimenta al termine del suo viaggio. Esempio significativo in tal senso è la Pianura Padana, che alcuni milioni di anni fa non esisteva. Al suo posto si estendeva un vasto golfo, che col tempo è stato colmato dai detriti dei fiumi alpini e appenninici.

I fiumi italiani

Data la struttura fisica del territorio italiano, penisola stretta e allungata, ricca di corrugamenti montuosi, i fiumi del nostro paese non hanno un corso lungo. Particolarmente brevi sono quelli appenninici, che discendono verso l'Adriatico e il Tirreno; infatti il sistema appenninico costituisce un vero e proprio spartiacque idrografico. Più lunghi e con portata maggiore sono invece i fiumi della Pianura Padana. Nascono dalla catena alpina, con ghiacciai e nevi perenni, e hanno pertanto un regime più costante, cioè portate d'acqua abbondanti e abbastanza regolari. Tale regime costante è detto alpino, ed è contrapposto a quello appenninico, con momenti di magra durante il periodo estivo, e a quello mediterraneo, tipico delle fiumare, caratterizzato da piene nella stagione invernale e lunghe secche in quella estiva. Il fiume italiano più lungo è il Po (652 km); nasce dal Monviso, in Piemonte, e ha un regime piuttosto equilibrato, detto misto, per l'apporto di acque primaverili ed estive da parte degli affluenti che sgorgano dalle Alpi (quelli di sinistra), e per l'apporto di acque autunnali degli affluenti di destra, per la maggior parte appenninici. Data la scarsa pendenza di un notevole tratto del suo corso, il Po è l'unico fiume in parte navigabile. Tra gli affluenti di sinistra più importanti, ricordiamo la Dora Riparia, la Dora Baltea, il Sesia, il Ticino, l'Adda, l'Oglio e il Mincio; tra quelli di destra citiamo il Tanaro, il Bormida, lo Scrivia, il Trebbia, il Taro, il Secchia e il Panaro. Tra i fiumi veneti non affluenti, i maggiori sono l'Adige, il Brenta, il Piave, il Tagliamento e l'Isonzo. Tra gli emiliani ricordiamo il Reno. I fiumi del versante adriatico sono numerosi, ma tutti piuttosto brevi, data la mancanza di pianure e la prossimità dello spartiacque appenninico all'Adriatico. Sono perpendicolari rispetto alla costa e percorrono vallate parallele tra di loro. Il più importante è il Pescara. A sud, sul versante ionico, sfociano numerosi fiumi brevi e fiumare, tra cui citiamo il Bradano, il Basento, l'Agri e il Crati. Il versante tirrenico presenta corsi d'acqua di varia lunghezza. In Liguria i fiumi sono brevi, data la vicinanza dell'Appennino al mare. Procedendo verso sud, si incontrano fiumi di una certa lunghezza, che percorrono conche e pianure prima di gettarsi in mare. Sono degni di nota il Volturno, il Garigliano, il Tevere e l'Arno. Nelle isole tutti i corsi d'acqua hanno modesta portata, con periodi di magra estiva; in Sicilia ricordiamo il Salso e il Simeto e in Sardegna il Tirso, il Flumendosa e il Coghinas.
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|        PRINCIPALI FIUMI (lunghezza in km)           |
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| Po                   652 | Tirso                150 |
| Adige                410 | Basento              149 |
| Tevere               405 | Panaro               148 |
| Adda                 313 | Aterno-Pescara       145 |
| Oglio                280 | Imera-Salso          144 |
| Tanaro               276 | Sesia                138 |
| Ticino               248 | Isonzo               136 |
| Arno                 241 | Ofanto               134 |
| Piave                220 | Flumendosa           127 |
| Reno                 211 | Mannu-Coghinas       123 |
| Sarca-Mincio         194 | Bacchiglione         118 |
| Volturno             175 | Sangro               117 |
| Secchia              172 | Bradano              116 |
| Tagliamento          170 | Tronto               115 |
| Ombrone              161 | Simeto               113 |
| Brenta               160 | Livenza              112 |
| Dora Baltea          160 | Sinni                101 |
| Liri-Garigliano      158 | Cervaro               93 |
+-----------------------------------------------------+
+------------------------------------------------------+
|   SUPERFICIE DEI PRINCIPALI BACINI FLUVIALI (kmq)    |
+------------------------------------------------------|
| Po                 74.970 | Ombrone            3.480 |
| Tevere             17.169 | Isonzo             3.460 |
| Adige              12.200 | Sele               3.223 |
| Tanaro              8.324 | Aterno-Pescara     3.188 |
| Arno                8.247 | Tirso              3.100 |
| Adda                7.979 | Sarca-Mincio       2.859 |
| Ticino              7.228 | Ofanto             2.764 |
| Oglio               6.649 | Bradano            2.735 |
| Volturno            5.455 | Tagliamento        2.700 |
| Liri-Garigliano     5.020 | Livenza            2.690 |
| Reno                4.626 | Mannu-Coghinas     2.447 |
| Dora Baltea         4.322 | Brenta             2.300 |
| Simeto              4.169 | Secchia            2.292 |
| Piave               4.100 | Imera-Salso        2.122 |
+------------------------------------------------------+

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Il paesaggio fluviale e l'uomo

Da sempre la civiltà umana è fiorita lungo i ricchi corsi d'acqua e le loro fertili pianure fluviali; basti ricordare il Nilo, il Tigri e l'Eufrate, l'Indo e il Fiume Giallo. Qui si sono assommate condizioni climatiche e fisiche favorevoli alle attività umane e la presenza dell'acqua ha permesso lo sviluppo dell'agricoltura. Spesso, in seguito, sulla sponda del fiume sono sorte città e centri commerciali e portuali, e col tempo il paesaggio fluviale si è trasformato, evolvendo con la civiltà umana. Oggi le aree pianeggianti percorse da fiumi sono le zone più densamente popolate della Terra. In Italia la Pianura Padana è una conferma di questa realtà e il suo paesaggio, dominato da fiumi e città, presenta una vita intensa, ove le attività agricole si sono compenetrate con quelle industriali e commerciali. Naturalmente spesso l'uomo, per convivere col fiume, ha dovuto intervenire sul suo corso naturale, per sfruttarlo razionalmente e governarlo, in modo che alluvioni e precipitazioni troppo abbondanti non provocassero danni. Ha così costruito argini di terra o in muratura per rinforzarne le rive, canali di deflusso per i periodi di piena, dighe e sbarramenti per creare laghi artificiali. Ha inoltre prosciugato pianure acquitrinose e malariche per renderle fertili e abitabili. Infine, a partire dalla fine del secolo scorso, si è servito dell'acqua dei fiumi per produrre energia elettrica. Centrali idroelettriche si sono così moltiplicate e sviluppate, soprattutto nelle regioni alpine, più ricche di corsi d'acqua: oggi esse forniscono l'85% dell'energia idroelettrica nazionale. Purtroppo l'uomo non ha avuto sempre un rapporto positivo e costruttivo nei confronti delle ricchezze fluviali. L'acqua è indispensabile per gli usi domestici e per molte attività industriali: acciaierie, cartiere e fabbriche chimiche spesso necessitano di questa materia prima per il funzionamento dei propri processi industriali. È così accaduto che nelle zone più urbanizzate e industrializzate i fiumi siano diventati canali di scarico per ogni tipo di rifiuti. Fogne, liquami e detersivi hanno inquinato le acque, provocando morie di pesci e distruggendo l'equilibrio floro-faunistico dei corsi d'acqua. I danni sono spesso incalcolabili; le zone italiane più colpite sono le aree industrializzate di Torino e Milano e le fasce costiere più densamente abitate (intorno a Genova, Mestre, Monfalcone, Livorno, Napoli, Taranto, Cagliari e Sassari). L'utilizzo di depuratori è stato talvolta reso obbligatorio dai Comuni affinché città e industrie versino nel fiume acque già depurate. Tuttavia in Italia si è ancora lontani da una ampia legislazione in merito e manca una severa protezione del paesaggio fluviale e delle sue ricchezze.

I laghi italiani

I laghi più grandi del nostro paese si trovano ai piedi delle Alpi. Hanno origine glaciale e molti di essi possiedono fiumi immissari (cioè portatori dàcqua) ed emissari (che cioè escono dal lago e si alimentano con le sue acque). I laghi maggiori sono: il Garda, il Lago Maggiore, il Lago di Como e il Lago d'Iseo. Gli altri laghi italiani hanno un'estensione inferiore. Di origine vulcanica sono quelli che troviamo nell'Italia Centrale: il Trasimeno e il Lago di Bolsena.
+-------------------------------------------------
|               PRINCIPALI LAGHI                  
+-------------------------------------------------
|                     superficie        profondità
|                        (kmq)            massima 
|                                           (m)   
| Garda (Benaco)         370,0              346   
| Maggiore (Verbano)     212,2              372   
| Como (Lario)           145,9              410   
| Trasimeno              128,0                6   
| Bolsena (Vulsinio)     114,5              146   
| Iseo (Sebino)           65,3              251   
| Varano                  60,5                6   
| Bracciano (Sabatino)    57,5              160   
| Lesina                  51,4                2   
| Lugano (Ceresio)        50,5              288   
| Omodeo (Tirso)          22,0               61   
| Orta (Cusio)            18,2              143   
| Varese                  15,0               26   
| Vico (Cimino)           12,1               50   
| Idro (Eridio)           10,9              122   
| Santa Croce              7,8               44   
| Massaciùccoli            6,9                3   
| Albano                   6,0              170   
| Mezzola                  5,9               69   
| Viverone (Azeglio)       5,8               50   
| Annone (Oggiono)         5,7               11   
| Caldonazzo               5,4               49   
| Pusiano (Eupilio)        5,3               24   
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Le pianure

L'Italia non è un paese molto pianeggiante; infatti le pianure occupano solo il 23% del suolo nazionale. La maggiore di esse è la Pianura Padana, che si estende nella parte settentrionale del paese. Con i suoi 46.000 kmq è vasta quanto le altre pianure italiane messe insieme. Come si è già detto, ha un'origine alluvionale, ovvero è stata formata dai detriti trascinati dal Po nel corso di centinaia d'anni. Ha una forma vagamente triangolare, che si presenta più ampia e aperta lungo le coste adriatiche. Si suole suddividere la Padania in alta e bassa pianura. La prima è caratterizzata da terreni sassosi, permeabili e non molto ricchi d'acqua; la seconda invece possiede un suolo fertile e impermeabile, molto adatto alle coltivazioni agricole. Una sorta di linea di demarcazione tra queste due fasce è rappresentata dalle risorgive o fontanili, che punteggiano la pianura percorrendola da est a ovest. Queste segnano proprio il punto in cui le acque, penetrate nel suolo ghiaioso della zona alta, a contatto con il terreno impermeabile della bassa, riaffiorano e riappaiono in superficie. Questa fascia irrigua (cioè ricca d'acqua) è adatta alla coltivazione di foraggi, praticata con il sistema delle marcite. Secondo tale sistema ampie aree seminate a prato sono sommerse da un perenne velo d'acqua proveniente dai fontanili, sempre tiepida perché sotterranea ed esente dalle forti variazioni termiche dell'esterno. La marcita impedisce al terreno di gelare anche nei momenti più rigidi dell'inverno e permette fino a otto tagli all'anno di foraggio. Sempre nella zona delle risorgive abbondano le colture di riso, cereale che abbisogna di un suolo molto umido e impermeabile. Grazie alla sua fertilità la Pianura Padana è stata sin dall'antichità la culla dello sviluppo economico (sia agricolo che industriale) del nostro paese. Procedendo verso sud e superando la fascia continentale dell'Italia, nella parte peninsulare e insulare incontriamo poche pianure e poco estese. Il territorio è prevalentemente collinare e montuoso, con qualche area pianeggiante lungo le coste. L'unica pianura interna di una certa estensione è la Conca del Fucino, sorta dal prosciugamento del lago omonimo. Le pianure costiere del Lazio e della Toscana, la Maremma e l'Agro Romano, sono nate anch'esse in seguito a bonifiche di zone acquitrinose e malariche. Tra le pianure alluvionali ricordiamo il Valdarno, la Valle del Tevere e la Pianura Campana. Sul versante adriatico troviamo la vasta pianura pugliese, il Tavoliere, oggi coltivato a grano. Su quello ionico si affacciano la Piana di Sibari e quella di Metaponto, un tempo paludi poi bonificate. In Sicilia vi sono zone pianeggianti poco estese, situate lungo la fascia sud-orientale: la Piana di Catania, in prossimità dell'Etna, e la Piana di Gela. Infine in Sardegna, lungo il golfo che va da Cagliari a Oristano, si distende la pianura del Campidano.

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LA FORMAZIONE GEOLOGICA DELL'ITALIA

Delineate le caratteristiche fisiche e morfologiche del territorio italiano, viene spontaneo chiedersi come e in quale arco di tempo esso si è creato e quali trasformazioni geologiche ha subito. La nostra storia geologica è stata abbastanza complessa e, se vogliamo risalire alle sue origini, occorre fare un tuffo nel passato più remoto, ovvero riandare all'era primaria (350 milioni di anni fa). A quel tempo l'acqua marina copriva interamente il suolo attuale; lentamente emersero delle cime montuose: le Alpi piemontesi e lombarde, le Alpi Apuane in Toscana, i massicci montuosi della Sardegna meridionale e una parte dell'Appennino Calabrese e Siculo. Queste vette, sottoposte all'azione erosiva del mare, formavano un vasto arcipelago. In seguito, nell'era secondaria (150 milioni di anni fa), a quest'ultimo si aggiunsero le Dolomiti e si cominciò così a delineare la linea attuale dell'arco alpino. Durante la successiva era terziaria (60 milioni d'anni fa), a causa dei movimenti crostali generati dalle spinte provenienti dal centro della Terra, gruppi montuosi si corrugarono e si saldarono tra di loro e, al posto dell'arcipelago, cominciarono a configurarsi le catene alpina e appenninica. L'acqua marina talvolta rimase chiusa tra gli innalzamenti rocciosi, formando così veri e propri laghi salati, che col tempo evaporarono, ma di cui rimangono tracce fossili inequivocabili (Dolomiti, Prealpi lombarde ecc.). Durante l'era quaternaria (un milione e mezzo d'anni fa) l'ossatura dell'Italia apparve interamente formata, comprese le sue isole. Solo la Pianura Padana restò ancora sommersa dal mare; poi, a causa dell'espansione dei ghiacciai, il mare cominciò a ritirarsi, lasciando scoperta parte dell'attuale Adriatico. Eruzioni vulcaniche e nuovi sollevamenti crostali modificarono i sistemi montuosi esistenti. In seguito le lave incandescenti si raffreddarono e i fiumi alpini e appenninici iniziarono a trasportare i detriti alluvionali, che lentamente formarono la Pianura Padana. Le pianure e le coste basse nascono così per ultime, mentre le cime montuose, ormai smussate ed erose dagli agenti atmosferici, risultano i gruppi orogenetici più antichi. L'azione trasformatrice del tempo non si è fermata alla preistoria; se pensiamo ai porti di Pisa o di Ravenna, ci rendiamo conto che anche durante epoche storiche relativamente recenti i fiumi hanno continuato ad asportare detriti e a riempire con essi conche e litorali marini. Ancora tutt'oggi, oltre all'azione dell'acqua, del vento e dei ghiacciai, c'è un altro importante fattore di mutamento geologico: il Po. Il nostro fiume più lungo continua a trasportare materiale alluvionale che va colmando i bassi fondali del Mare Adriatico. È pertanto possibile prevedere che tra 100.000 anni il litorale adriatico risulterà completamente trasformato, rubando ulteriore spazio al mare, sino a divenire un tutt'uno con la penisola istriana, situata oggi sulla sponda opposta.

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